IL NEOPLATONISMO

nell’antica Grecia


RAFFAELLO INSERISCE PLOTINO NEL SUO FAMOSO AFFRESCO "La Scuola di Atene"

 

 

Prof. Giovanni Pellegrino
Prof.ssa Mariangela Mangieri


In questo articolo ci interesseremo del neoplatonismo, una delle più importanti scuole filosofiche dell’antica Grecia.
E il più importante filosofo neoplatonico greco è senza dubbio PLOTINO vissuto nel III secolo D.C. (204 – 270 D.C.)

Uno studio su PLOTINO (uno dei più interessanti nel panorama del "Neoplatonismo)
é quello che gli ha dedicato
GIUSEPPE FAGGIN.
(Fu lui a far conoscere traducendo per la prima volta in Italia le "Enneadi" di Plotino)
(Giuseppe era padre di
FEDERICO FAGGIN ,
l'uomo che ha poi inventato il microprocessore dei nostri computer)
Sono stati entrambi due miei amici - Franco Gonzato).

Vogliamo mettere in evidenza che anche PLOTINO come Marco Aurelio elaborò un particolare concetto di filosofia come ritiro in se stessi (anachorein).

Marco Aurelio sosteneva che era inutile cercare rifugio in campagna o in altri luoghi in quanto era possibile ritirarsi in se stessi. Anche Plotino sosteneva che era inutile allontanarsi dalle città o addirittura giungere al suicidio come aveva fatto Peregrino Proteo e come aveva pensato di fare Porfirio, discepolo di Plotino, poi dissuaso da tale idea dal maestro.
Più che sottrarsi al mondo con il suicidio, per Plotinio il problema consisteva nel cercare in tutti i modi di sfuggire al sortilegio del mondo (“goeteia"). Molto famosa è la frase con la quale Porfirio apre la biografia di Plotino: “era come uno che si vergogna di essere in un corpo”. Plotino si vergognava di essere in un corpo perché era convinto che esso era immerso ed era schiavo del sortilegio del mondo.

Dobbiamo tenere presente che al tempo di Plotino sia gli uomini colti sia quelli incolti dell’impero romano erano convinti che il mondo umano subiva forti influenze da parte di demoni, forze nascoste, influenze magiche ed astrali nonché simpatie cosmiche. Plotino credeva nella magia anche se non la praticava e pensava che il corpo e gli stessi demoni fossero inseriti in una complessa catena di influssi, ripercussioni e dipendenze generate dalla simpatia che lega le cose tra loro. In sintesi per il filosofo greco tutto ciò che è in relazione con altre cose ne subisce il sortilegio e di conseguenza solamente ciò che è in relazione con se stesso non subisce il sortilegio del mondo.
L’unico modo secondo Plotino per sfuggire al sortilegio del mondo era la pratica della “ theoria”. La theoria secondo il filosofo greco era propria dell’anima e consentiva di raggiungere l’indipendenza dal sortilegio del mondo.

Possiamo dire che uno dei pilastri e dei punti fermi della filosofia di Plotino è rappresentato proprio dalla concezione cosmica dell’attività teoretica. Tutte le cose tendevano secondo il filosofo greco all’attività teoretica, non solamente gli esseri razionali tendevano ad essa ma tutto l’ambito dei viventi, vegetali compresi. Per Plotino la prassi e le attività produttive non erano altro che forme imperfette e deboli della “theoria”. In tal modo per il filosofo greco tutta la realtà che esisteva nell’ universo assumeva connotati filosofici.

In sintesi la continuità che attraversava tutto l’universo a partire dall’Uno garantiva che l’attività teoretica percorreva tutto ciò che derivava dall’Uno ( l’Uno era per Plotino un principio divino dal quale tutto derivava).

Secondo Plotino l’universo era nato dall’Uno mediante un processo di emanazione e man mano che ci si allontanava dall’Uno aumentava l’imperfezione poiché si indeboliva progressivamente l’attività teoretica.
Per esprimere tale concetto fondamentale nel pensiero di Plotino possiamo utilizzare la metafora della luce. Man mano che gli esseri presenti nell’universo si allontanavano dalla sorgente luminosa, cresceva l’imperfezione, poiché diminuiva la luce proveniente dall’Uno e di conseguenza si indeboliva l’attività teoretica progressivamente.
Dobbiamo mettere in evidenza che per Plotino la crescita progressiva dell’attività teoretica comportava una sottrazione progressiva al sortilegio del mondo.
Molto significativa nella filosofia di Plotino era l’antropologia che era un corollario della complessa cosmologia del filosofo. Egli pensava che il corpo era un’aggiunta che non definiva l’Io vero e proprio. Infatti per Plotino l’uomo continuava ad essere uomo anche senza il corpo.

Quali conseguenze aveva tale antropologia per la concezione del filosofo di Plotino.
Secondo Plotino, il filosofo pur essendo nel mondo era già separato dal mondo, purificato sul piano intellettuale e morale, nonché proteso verso il centro del tutto ( l’Uno) per rendersi simile a Dio. Tale tipo di vita era autosufficiente, non aveva bisogno di altro, come quella del filosofo stoico.

Tuttavia era cambiato il presupposto di fondo: per Plotino l’autosufficienza del filosofo non si basava sul dominio del corpo e delle cose esterne ma sulla separazione da esse e sulla scissione dell’Io profondo dal corpo. Il filosofo era considerato da Plotino una delle molteplici figure assunte dall’Io nella sua perenne Epifania.

Per Plotino il filosofo poteva cogliere l’Uno ed eliminare la distanza che lo separava dall’Uno distaccandosi dal mondo e attraverso la purificazione della propria anima. Per Plotino l’anima purificata era in grado di cogliere l’Uno mediante l’estasi, un atto che non era irrazionale ma sovranazionale nel senso di apice estremo della razionalità. L’estasi quindi per Plotino non era assolutamente un’esperienza mistica: per mezzo di essa il filosofo univa e si immedesimava con l’Uno in senso rigorosamente razionale.

Il traguardo di tale estasi totalmente razionale era l’uguaglianza con Dio, l’unità con Dio. Dobbiamo mettere in evidenza che per Plotino l’intero universo è un irraggiamento dell’Uno, sia pure in gradi diversi. Tale affermazione implica una conseguenza di grande importanza fisico-metafisica e morale ovvero la sostanziale omogeneità ontologica dell’universo con Dio. Il sistema filosofico di Plotino è un sistema monistico, privo di una netta frattura tra Dio e mondo. In sintesi l’unione con Dio era il traguardo ultimo dell’attività filosofica secondo Plotino.

Egli dichiarò di aver raggiunto quattro volte l’unione con l’Uno mentre il suo discepolo Porfirio affermò di aver raggiunto tale unione una sola volta utilizzando i mezzi forniti dalla filosofia. A partire da Giamblico invece i neoplatonici si convinsero che al di sopra della filosofia esistevano pratiche e tecniche magiche in grado di condurre all’unione, alla fusione con Dio. Mentre Porfirio prendeva le distanze dalle pratiche teurgiche continuando a ravvisare nella filosofia l’unico modo per raggiungere l’unione con l’Uno, con Giamblico finiva la tradizionale ostilità dei filosofi nei confronti della magia. Giamblico sosteneva che il limite della posizione di Porfirio stava nel fatto di rimanere ancorato solamente all’attività teoretica mentre a dire di Giamblico ciò che mtteva in contatto con la divinità non era la razionalità ma la teurgia.

Essa si basava sull’esecuzione di azioni ineffabili che non potevano essere compiute con l’aiuto dell’intelletto. A dire di Giamblico il successo o l’insuccesso delle pratiche teurgiche non dipendevano dalle capacità degli uomini ma dalla volontà degli dei.
Vogliamo mettere in evidenza che molto complessa era la concezione degli dei di Giamblico. Egli sosteneva che dall’Uno nasceva la realtà per emanazione secondo una scansione triadica del processo di emanazione: tale processo nasceva dall’Uno, procedeva verso l’esterno e poi tornava verso l’origine ovvero l’Uno. Tale processo che si ripeteva innumerevoli volte dava origine ad una serie di entità alle quali Giamblico face corrispondere gli dei del mondo pagano.

Egli nella sua opera intitolata “ I misteri di Egitto” afferma a chiare lettere che la filosofia doveva essere considerata un vero e proprio dono degli dei. Tali presupposti non cambiarono nel pensiero di Proclo, un altro importante filosofo neoplatonico greco. Secondo Proclo i veri agenti della teurgia erano gli dei e non gli esseri umani e pertanto la teurgia era superiore ad ogni conoscenza umana. Di conseguenza anche Proclo abbandonò la pura dimensione razionale che aveva contrassegnato il pensiero di Plotino.

Inoltre Proclo recuperò come aveva fatto Giamblico il politeismo della religione olimpica. La gerarchia che contava per Proclo era chiaramente teologica dal momento che egli credeva nell’esistenza di un mondo pieno di dei e di demoni.
Ma quale era per Proclo il ruolo del filosofo-teurgo in questo mondo popolato da numerosi dei e demoni? In tale mondo il filosofo-teurgo riaffermava la propria superiorità nei confronti degli altri uomini dal momento che egli attraverso la teurgia poteva entrare in contatto con una catena di esseri divini o semi divini. Marino, discepolo di Proclo tracciò un ritratto della vita del maestro caratterizzata in tutti i momenti significativi dall’intervento degli dei.

Concludiamo tale articolo mettendo in evidenza che la figura del filosofo tracciata da Proclo è strettamente ancorata alla dimensione divina. Inoltre l’intervento degli dei nella vita del filosofo neoplatonico segna la nascita di un altro modello di vita filosofico che presenta notevoli somiglianze col modello di vita del santo cristiano nella cui vita gli interventi divini hanno un’importanza assoluta.

Infine anche il filosofo neoplatonico come il santo cristiano aveva un rapporto privilegiato con la dimensione divina che lo rendeva un modello da imitare da parte degli altri uomini.

 

Prof. Giovanni Pellegrino
Prof.ssa Mariangela Mangieri


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