le PRINCIPESSE SABAUDE

nelle corti d'Europa

2a PARTE:
periodo
1310-1503


BEATRICE, Regina di Boemia
CATERINA, Contessa di Namur
CARLOTTA, Regina di Francia
LODOVICA, Principessa di Chalon

 


BEATRICE DI SAVOIA
Contessa del Tirolo, Duchessa di Carinzia, Regina di Boemia ( 1310 - 1331 )

Dal secondo matrimonio di Amedeo V, Conte di Savoia, Marchese d'Italia, con Maria di Brabante, erano nate numerose femmine: Giovanna della quale già abbiamo parlato, Margherita sposata a Giovanni Marchese di Monferrato; Caterina a Leopoldo, Duca d'Austria; Maria a Ugo di Faucigny Delfino di Vienna; ed infine Beatrice della quale ci occupiamo in questo capitolo.
La data della sua nascita ci è ignota sebbene per congettura venga fissata all'anno 1310 e nulla sappiamo della sua infanzia e della sua educazione, dato che i cronisti del secolo XIV, non erano larghi di simili notizie.
Giovanetta tredicenne perdette il padre, morto, come abbiamo visto, ad Avignone il 16 ottobre 1323, mentre la madre ritornata nel Brabante, trascorso il lutto vedovile, passava ad altre nozze con Aimaro di Poitiers, Conte di Valentinese.
Sul trono sabaudo, saliva Edoardo nato dal primo matrimonio di Amedeo con Sibilla di Beaugé ; fu egli a prendersi cura di questa sorella, e ad accasarla convenientemente con Arrigo Conte del Tirolo; essa, secondo il Guichenon, sarebbe stata prima fidanzata a Guglielmo, figlio di Amedeo, Conte di Ginevra.
Furono ambasciatori di Arrigo ad Edoardo per trattare queste nozze, Rodolfo d'Arburgo e Giovanni di Arirangen. Il matrimonio venne celebrato con «grandissima pompa» nel febbraio 1327, nella Badia di Wilten, presso Innsbruch e benedetto dal premostratense Varnerio, prelato tutto devoto ad Arrigo.
Scrive Riccardo Arnholt di Danneburg : « Questi (Varnerio) bandì corte magnifica nella ampie praterie del monastero. Inviati nobili ambasciatori, per sembianze, per abiti, per divise e corteggio riguardevolissimi a levar la sposa dalle natie valli sabaude, inaudito l'apparato delle tappezzerie, di argenti, di preziose suppellettili per guarnire gli alloggi degli illustri convitati; condotte ad Innsbruch dalle selve tirolesi e carinziane enormi travi per formar decorosi ricoveri per così eletta moltitudine, steccati da tornei, lizze giostrali, ed archi di trionfi. Concorse largamente alle spese ingenti di tanti festeggiamenti l'accorto cenobiarca, che si ebbe in dono dal riconoscente Arrigo, a titolo di equivalente pel biennio di omessa coltivazione di tanto terreno, il laghetto tra Vill ed Igel, l'altro di Altsee, nonchè i prati di Saggen, ove oggi si estende la parte nuova di Innsbruch. L' atto di donazione porta la data del 26 di marzo 1328.
« A Beatrice, che per lustro di natali e di parentele (era sorella di basilisse bizantine e di duchesse austriache), per avvenenza di fattezze e di aspetto, per saviezza di mente e ricchezza di dote, era meritatamente annoverata tra le più ambite principesse d'Europa, vennero, a guarentigia dei 40.000 fiorini d'oro, recati al consorte, assegnate le rocche, di Castelmontani e di Laudeck, più 2800 fiorini annui, ricavati dalle saline di Hall, locate ai fratelli Arvesi di Firenze. Copiose pubbliche imbandigioni e suntuosi banchetti si alternarono per molti giorni con rappresentazioni teatrali, splendidi tornei, caccie fastose ed altri solenni spettacoli ».

A tutte queste feste non mancò naturalmente di assistere un buon numero di alpigiani, i quali ebbero la loro parte di divertimento.

Vediamo ora chi era Arrigo, nato da Mainardo III (m. 1296) e da Agnese di Baden.
In prime nozze aveva sposato (1306) Anna, figlia di Venceslao IV Re di Boemia e di Polonia, erede di questi troni e morta nel 1312, poi nel 1315 Adelaide di Brunswich resasi defunta cinque anni dopo, ed infine nel 1327 si univa univa con Beatrice di Savoia.
Nessun figlio era nato dal primo matrimonio, mentre dal secondo gli era nata una figlia di nome Margherita.
Attivo ed ambizioso, Arrigo era riuscito nella sua giovinezza a farsi eleggere Re di Boemia (1307) dopo la morte di Rodolfo d'Asburgo: ma aveva trovato in Filippo d'Asburgo un formidabile competitore dal quale era stato sconfitto. Rifugiatosi nel suo fedele ducato di Carinzia aveva fieramente tenuto testa all'Imperatore Alberto d'Asburgo, che voleva mettere sul trono di Boemia un suo figlio di nome Federico. Scomparso dalla scena politica l'Imperatore, egli aveva potuto in breve riconquistare il trono con l'aiuto di Ottone di Baviera e di Everardo di Wurtemberg.
Sembra peraltro che egli non si fosse comportato molto bene coi suoi sudditi, abbandonandosi a rappresaglie, che sollevarono in tutto il paese un enorme malcontento ed una diffusa sfiducia nella sua giustizia.

Non riuscendo ad ottenere l'investitura imperiale, necessaria al suo consolidamento, ma anzi dichiarato decaduto dal trono dall'Imperatore Arrigo e messo al bando dell'impero dalla Dieta di Francoforte nel 1309, in suo luogo veniva eletto l'anno appresso Giovanni di Lussemburgo, figlio dello stesso Imperatore. Tentò resistere, ma abbandonato dalla fortuna aveva finito per rinunciare ad una lotta vana, per ritirarsi prima nella Carinzia e poi nel Tirolo, suoi stati ereditari. E qui, continuando a portare il titolo di Re di Boemia, trascorse il rimanente della sua vita, dimorando ora in uno, ora in un altro dei suoi numerosi castelli, ma di preferenza a Zenoburgo presso Merano, a Castelroncolo od a Castelmontani nella Rezia, superbo maniero posto allo sbocco della Valle di Martello in quella di Venosta, e talvolta anche nella Badia Cistercense di Stams.

Sappiamo dal citato Arnholt, che alla sua Corte, con la venuta di Beatrice, numerosi erano i piemontesi ed i savoiardi, forse occupanti cariche nello Stato. Ed era una Corte piuttosto fastosa ove gli intrighi non mancavano, modellata su quelle italiane, dato che tanto lui quanto la consorte erano piuttosto spenderecci ed amavano la caccia, le feste ed i piaceri.
Venendo dall'Italia, Beatrice aveva portato gusti raffinati di vita comoda e brillante, che comunicò al marito: entrambi protessero artisti, trovatori, giocolieri, musici, banchieri, mercanti italiani e tedeschi, accolti bene tutti, verso i quali Arrigo e Beatrice erano larghi di protezione e di favori. Fra i banchieri sono da ricordarsi i fratelli Giacomo e Filippo De Rossi, di Firenze, che ottennero le dogane ed i pedaggi di Innsbruch e di Bolzano.
Per mantenere il lusso di cui amava circondarsi, Arrigo, dovette caricare i sudditi di balzelli e dopo avere sperperato l'erario, venduto feudi e peggiorato la moneta.
Eppure di carattere buono, d'indole tranquilla, non mancava nè di perspicacia politica né di abilità diplomatica. Ma era instabile nei suoi progetti ed indeciso nelle grandi circostanze. « Rincuorato dalla consorte» osservava tuttavia le cose d'Italia, per potervi intervenire a tempo opportuno: imparentato con gli Aragonesi di Sicilia era fiero nemico della casa d'Angiò, ed il naturale alleato dei ghibellini italiani. Signore del Tirolo «fattore importantissimo nelle politiche vicende dell'impero e della penisola » egli non nascondeva le sue mire «sui paesi rivieraschi dell'alto adriatico». L'Arnholt afferma che «tutto il contegno di Arrigo è manifestamente opera della principessa sabauda, che per altezza d'ingegno, avvedutezza di governo e tenacia di propositi superiore al marito, lo stimolava alle italiche imprese ».

In Castelroncolo, edificato nella prima metà del secolo XIII, si vedono, ancora in discreto stato di conservazione affreschi fatti eseguire da Arrigo e Beatrice, lavori pregevoli per l'iconografia, che al dire di Laudedeo Testi, si possono attribuire ad un artista veronese, che si sarebbe servito di modelli tedeschi. Quale autore si e fatto il nome, ma senza fondamento, del padovano Guariento o di qualche suo scolaro. Essi furono restaurati nel secoli passati dai pittori Lebenbacher e Kúlderer.
Si tratta di curiose scene ispirate dal ciclo epico di Tristano e Isotta, le cui avventure furono cantate da Dante e da Petrarca : si vedono ripetutamente riprodotti «in lente danze » Beatrice, Arrigo e la di lui figlia Margherita, nei caratteristici e ricchi costumi dell'epoca, circondati da personaggi d'ambo i sessi della loro Corte. La principessa è raffigurata con la corona in capo a fianco del marito che si trastulla con un falcone da caccia; in altri affreschi la vediamo tenere nella mano la corona (nell'immagine riportata sopra), e divertirsi alla pesca.
Questo castello e ancora assai ben conservato ed è meta frequente di gite di turisti: nel 1889 venne convenientemente restaurato dall'architetto della corte viennese Schmidt e nel luglio 1926, ebbe l'onore d'una visita di S. M. il Re d'Italia, lieto di trovarvi effigiate le sembianze d'una sua illustre antenata.
Malgrado i lineamenti del viso accentuati, la principessa sabauda era piuttosto leggiadra nell'insieme: almeno tale ci appare dai ritratti di Castelroncolo.
Calstelmontani, in posizione incantevole a poco più di 800 metri sul mare, costruito su di una roccia porfiritica fu peraltro la sua dimora prediletta. Purtroppo oggi non rimangono di essa che pochi e mesti avanzi «che danno al luogo un aspetto di desolazione ». Tuttavia si possono ancora scorgere tracce di sculture, qualche bifora di fine intaglio, i ruderi di un loggiato marmoreo, capitelli e volute, rimasugli insignificanti di affreschi decorativi, con gli stemmi del Tirolo e di Savoia dipinti a fresco. La maggior parte di questi affreschi perì nel settembre 1907, quando la parte di ponente del castello, precipitò con fragore nel sottostante torrente. Già erano scomparsi, dal maniero, il prezioso manoscritto « I NIBELUNGI », con altre pregevoli cose, bronzi, mobili, l'altare della cappella, ecc. Quanto rimane del castello appartiene attualmente al Conte Heulst.

Beatrice «cupida di dominazione in Italia » ed il cui ascendente sul consorte era grandissimo, lo spinse ad intervenire più volte nelle faccende della penisola, ove già possedeva con l'Alto Adige, la contea di Gorizia. Benchè riluttante egli era sceso coi suoi fanti nella pianura veneta « a maneggiare patti e paci, rotture e leghe con assiduo avvicendamento di perdite e di prosperi successi ». Nelle sale di Castelmontani - durante gli anni che vi stette Beatrice - si trattarono le sorti della Boemia, di Padova, di Treviso, di Gorizia, del Friuli ed anche delle Puglie e della Sicilia.
Qui convennero ambasciatori veneziani, aragonesi, pisani, bavaresi, sabaudi, austriaci, messi del Patriarca di Aquileia e dei signorotti lombardi ad agitare combinazioni politiche. La principessa faceva gli onori di casa con regale profusione di pranzi e di giostre e con tutti discuteva con sagace acume, degli avvenimenti più importanti che venivano a sua cognizione.

La figlia di Amedeo V, non sognava che ingrandimenti territoriali, seguendo in ciò l'accorta politica della sua Casa. Sempre intenta a nuove formazioni politiche, attiva, o meglio irrequieta, delusa forse di non avere dato figli al marito, cercava nel maneggio degli affari un compenso alla sua mancata maternità, della quale dovette molto soffrire. Di carattere autoritario, probabilmente non andò molto d'accordo con la figliastra.
Essa spostava sovente e con facilità le sue residenze; sappiamo che dimorò pure a Castelbello, a Zenoburgo, a Laudek, ove peraltro di essa non rimangano ricordi di sorta. Null'altro conosciamo della sua vita, all'infuori di queste succinte notizie, che abbiamo ricavate per la maggior parte dagli interessanti studi, che il citato Barone Arnholt, dedicò a questa figura di Donna Sabauda, meritevole certamente, sotto più di un rapporto, di essere meglio conosciuta.

Essa morì il 20 dicembre 1331 in Castelmontani « ancora in giovane età » (21 anni) e venne sepolta nella Chiesa della Badia di Stams presso Silz, in Val d'Eno. Questa Badia, posta in amenissima posizione, merita un breve cenno.
Essa fu fatta edificare da Elisabetta di Baviera, (moglie in seconde nozze di Mainardo III padre di Arrigo) in memoria del suo sventurato figlio Corradino di Svevia, fatto decapitare a Napoli da Carlo d'Angiò nel 1268.
Sorge in amena posizione nella valle d'Eno, nella forma allora in voga dell'architettura cistercense e venne data ai figli di San Benedetto. Si presenta di dimensioni assai grandiose con le sue torri e con la sua chiesa di tipo basilicale a tre navate, riccamente decorate, e con la sua torre campanaria sovrapposta alla cupola.
Restauri e sovrapposizioni posteriori nei periodi del rinascimento e del barocco, ne alterarono la fisionomia primitiva tanto all'interno che all'esterno. Perdette così il suo bel carattere di austero cenobio, ed oggi ci appare più reggia che monastero, coi suoi ampi saloni, con la sua biblioteca, ricca di opere di raro pregio, col suo archivio nel quale si conservano privilegi, donazioni, bolle papali e diplomi imperiali. Ne mancano quadri ed affreschi di valore, incisioni di Durer, statue e stucchi vaghissimi.
Nella chiesa vastissima e sontuosa, ornata di buone tele, di affreschi e di marmi, troneggia l'imponente altare maggiore. A destra del presbitero si vede il sigillo sepolcrale della pia fondatrice: a sinistra si legge una iscrizione coi nomi di Re Arrigo e della Regina Beatrice, i cui resti riposano in un cripta sottostante, fregiata di stemmi fra i quali brilla quello sabaudo.
Nella sacrestia si conservano calici, ostensori, doppieri anfore, ampolle, lampade, turiboli e paramenti sacerdotali : un tesoro inestimabile.

Arrigo vi faceva frequenti soggiorni, specialmente dopo la perdita della sua virile consorte, allorchè stanco, deluso e vecchio, la politica e le cure dello Stato non lo interessavano quasi più. Egli morì in Innsbruch il 4 aprile 1335 e volle essere sepolto accanto a colei che per brevi anni era stata la compagna intellettuale e fedele della sua vita, l'animatrice di grandi speranze che la morte non permise di realizzare.
Con lui si spense la linea maschile della sua casa sul trono gli successe la figlia Margherita detta Maultasck, natagli dal secondo matrimonio con Adelaide di Brunswich come è stato detto.
Sposata in seconde nozze a Lodovico di Baviera, avendo divorziato dal primo marito Giannarrigo di Lussemburgo, tenne corte piuttosto licenziosa e spensierata: nel 1351 ricevette a Calstelmontani, Giovanni Boccaccio, ambasciasciatore dei fiorentini, per concludere una lega difensiva contro l'invadente Giovanni Visconti, lega andata poi a vuoto.

Il 23 gennaio 1363, in Bolzano, Margherita, alla quale era premorto il figlio Mainardo IV, faceva donazione del suo Stato a Rodolfo, Alberto e Leopoldo d'Austria, sciogliendo in pari tempo i sudditi dal giuramento di fedeltà.
Indi accompagnata dalla nuora Margherita d'Austria si recava a Vienna, scegliendosi per abitazione un palazzo in un sobborgo della città, il quale da essa prese il nome di « Margarethen ». Qui vi moriva il 9 marzo 1369.
Dicono, ma non è confermato da documenti, che essa avesse vagheggiato di lasciare lo Stato a Casa Savoia; ma Casa Savoia era distante e Casa d'Asburgo troppo vicina.



CATERINA DI SAVOIA
Contessa di Namur (1320 - 1388 ) !!!!

Allorquando Azzo Visconti liberato dal carcere di Monza dove era stato rinchiuso col padre Galeazzo I per odio di Lodovico il Bavaro, ottenne non molto tempo dopo la Signoria di Milano, cercò subito una buona e solida alleanza con un matrimonio. Egli volse i suoi desideri verso la Casa di Savoia, politicamente assai considerata in Italia, e scelse per sua sposa Caterina figlia di Luigi II di Savoia, Barone di Vaud, e di Isabella di Chàlon, la quale gli portò diecimila fiorini d'oro di dote garantiti sui castelli di Nyon e di Monts.
Il padre della principessa era un personaggio insigne: uomo d'azione, energico, attivo, conciliante nello stesso tempo, era stato scelto vent'anni prima a Governatore di Milano, dopo la cacciata dei Visconti e dei Torriani. Nella sua carica aveva saputo farsi amare, ed Azzo, sposando la di lui figlia, era sicuro d'incontrare il pieno gradimento dei suoi sudditi. Luigi di Savoia era stato pure Senatore di Roma, e nel Consiglio di suo cugino il Conte Aimone di Savoia, la sua parola era stata ascoltata con grande deferenza. In ottimi rapporti, per la sua posizione, con principi italiani e stranieri, particolarmente col Re Edoardo III d'Inghilterra, Azzo Visconti era sicuro di avere nel suocero un appoggio sincero e devoto in qualsiasi occasione.

Questo matrimonio che fu il primo concluso fra la Casa di Savoia ed i Visconti, venne celebrato presenti gli ambasciatori di Ferrara, Verona, Venezia, Mantova, dopo che il nuovo Signore di Milano entrato nella lega dei principi italiani, contro il Re Giovanni di Boemia ed il Papa, riebbe le città di Brescia, Como, Cremona, Bergamo, Pavia, Lodi, Crema, Piacenza, ed alcune grosse borgate, già appartenenti allo Stato di Milano (1333).
La tredicenne Caterina di Savoia, che il Giovio chiamava «castissima » ed il Corio definisce « bella e buona » si trovò per tale modo sovrana di uno dei più ricchi ed estesi domini d'Italia, e moglie di un principe illustre e saggio, il primo dei buoni, afferma il Litta, nella serie dei Signori di Milano. Il governo di Azzo fu infatti mite e tollerante ; a Milano fece costruire il Palazzo Ducale, la Torre di S. Gottardo, una parte delle mura, fece aprire strade, edificare ponti e molte altre opere pubbliche. Avrebbe certamente fatto di più se Lodrisio Visconti, da Verona, ove si era rifugiato, non gli avesse mossa guerra istigato da Mastino della Scala, al quale la potenza di Azzo dava ombra.

La battaglia di Parabiago (21 febbraio 1339), nella quale le truppe di Azzo, congiunte a trecento valligiani di Luigi II di Savoia, prontamente accorsi al comando del Conte di Panico, vinsero quelle di Lodrisio, che rimase pure prigioniero, ristabilì la tranquillità nello Stato, allontanando il pericolo della guerra civile. Azzo poteva ormai ritenere più che saldo il suo trono, allorchè la morte lo coglieva il 16 agosto dello stesso anno a soli 37 anni. Lo Stato passò allo zio Luchino.

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Vedova, senza figli, Caterina ritornò presso il padre il quale, dopo la morte dell'unico figlio Giovanni, avvenuta alla battaglia di Laupen in Francia ove si era recato a combattere per Filippo il Bello, l'aveva nominata sua erede universale, col consenso del Conte Aimone (1341). Essa però, sin
dall'anno precedente era passata a seconde nozze per volere del Re e della Regina di Francia con Rodolfo III di Brienne, Conte di Eu e di Guines, della storica famiglia che aveva dato un Imperatore a Costantinopoli. Tale matrimonio era stato approvato tanto dal padre di lui, Rodolfo II, quanto dal Barone di Vaud, che si erano conosciuti in Italia, alla corte errante del Re Giovanni di Boemia. Secondo il Guichenon, la principessa portò in dote 30 mila fiorini di Firenze, dei quali 10 mila subito, 5 mila promessi dal Re di Francia, ed i restanti 15 mila da Luigi. Il consorte le fissò 4 mila lire di reddito sulla contea di Guines.

Furono nozze disgraziate o per meglio dire tragiche. Rodolfo III, Connestabile di Francia, succeduto al padre, ucciso in un torneo dato a Parigi per gli sponsali di Filippo d'Orleans il 18 gennaio 1345, iniziò il suo governo con la guerra contro gli inglesi, che avevano invasa la Normandia (1346). Tradito dai cittadini di Caen, venne fatto prigioniero e condotto a Londra, ove peraltro fu trattato bene; stette in carcere tre anni ed in questo periodo di tempo Caterina seppe, con la dolcezza dei modi mantenere nell'obbedienza al marito i vassalli più turbolenti, tenendo parimenti testa agli inglesi, che desolavano il paese e contro i quali si era pure recato a combattere il di lei padre. Nel 1350 Rodolfo potè ottenere di ritornare in Francia per raccogliere i denari necessari al suo riscatto, e nell'urgenza di avere la somma necessaria, la principessa sabauda non esitò a dargli tutto quanto al momento possedeva in denaro ed in gioie.

Il 16 novembre 1350 Rodolfo si recò a Parigi a fare atto d'omaggio al Re, il quale ritenendolo reo di fellonia, non appena lo vide, preso da subitaneo furore, ordinò agli arcieri di arrestarlo immediatamente. Tre giorni dopo, senza nemmeno fargli processo, nè udire le di lui giustificazioni, ne ordinava la decapitazione, che venne eseguita davanti al palazzo di Nesle, presenti il Duca di Borbone, il Conte di Armagnac, e molti signori della Corte, che di simili spettacoli si dilettavano. Rodolfo di Brienne protestò sino all'ultimo istante contro l'infame accusa mossagli e morì con coraggio.
Non avendo eredi, con lui si spense la Casa di Brienne; la Contea di Eu venne data a Giovanna d'Artois, e quella di Guines passò alla Corona, malgrado l'opposizione di Caterina, alla quale il Re assegnò mille lire di rendita sulle entrate del tesoro e qualche terra. Ad essa non rimase che ritornare in Savoia e cercare nella solitudine di qualche chiostro, un conforto alla sua sciagura, il Barone Luigi, di lei padre, essendo morto l'anno prima a Pierre-Chàtel sua abituale dimora.
Il De Sonnaz c'informa che durante il periodo del suo secondo matrimonio preparò assieme alla madre le basi di una unione fra Bianca di Savoia e Galeazzo II Visconti.

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Nuovamente vedova, ricca, indipendente, ancora giovane (aveva 30 anni) essa non rimase lungamente senza pretendenti: chiesta in isposa da vari principi, dapprima li rifiutò tutti, persistendo nell'idea di monacarsi, ma poi finì per ascoltare le proposte di Guglielmo I di Dampierre, detto "il Ricco", Conte Sovrano di Namur. Le nozze si conclusero nel marzo 1352 a Seurre di Borgogna e vennero celebrate con molto lusso. Nelle Fiandre il nome di Casa Savoia era in quei tempi assai rispettato ed amato: un Guido di Savoia, figlio di Umberto II e di Gisla di Borgogna era stato nel sec. XII abate di Namur e di Liegi. Il bisnonno della principessa il Conte Tommaso di Moriana, aveva sposata nel 1236 la Contessa Giovanna di Fiandra - figlia dell'Imperatore Baldovino I, di Constantinopoli - ed aveva lasciato nel paese da lui governato per dieci anni, un ricordo che perdurava ancora, per la saggezza con la quale aveva amministrato lo Stato. Quando egli era rimasto vedovo nel 1245, e non avendo avuto figli dalla moglie, aveva dovuto ritirarsi in Piemonte, i fiamminghi lo avevano visto partire con sincero rincrescimento, ed avevano voluto attestargli la loro riconoscenza per i benefizi ricevuti, colmandolo di doni, e mantenendogli anche l'antico appannaggio vitalizio fissatogli dalla Contessa Giovanna.
Inoltre il padre suo era stato parecchie volte in Fiandra e suo zio, il famoso Amedeo V, aveva sposato una principessa belga, Maria di Brabante.

Caterina fu dunque ricevuta bene dai namurcesi e grandi feste l'accolsero al suo ingresso nella città. Il nuovo marito, già vedovo da parecchi anni di Giovanna di Hainaut, era un principe dotato di ottime qualità, buon guerriero - si era battuto valorosamente a Crecy - ma di una prodigalità senza limiti. Amava le feste ed i divertimenti, per cui la nuova sovrana non dovette annoiarsi a Namur, circondata da una Corte fastosa, dove le cariche e gli uffici erano innumerevoli. La vita scorreva quindi gaia, nel magnifico castello, fiancheggiato da otto torri, dominante il corso della Mosa. Guglielmo che aveva preso il titolo di Signore di Vaud, possedeva anche in città un vasto palazzo, circondato da giardini con annessa chiesuola dedicata a S. Pietro, nella quale aveva fatto erigere una cappella consacrata alla Beata Vergine. Di Namur egli aveva fatto una delle più potenti piazzeforti d'Europa con pregevoli opere di difesa.

In pochi anni Caterina diede al marito tre figli, due maschi ed una femmina, - Guglielmo, nato nel 1353, Giovanni, e Maria, sposata poi a Guido di Chàtillon conte di Blois - assicurando così la successione al trono, con immensa gioia dei cittadini, che temevano in caso contrario di vedere il paese cadere sotto il dominio di un principe straniero.
Dopo la guerra del 1356, combattuta da Guglielmo in soccorso del Conte Luigi di Fiandra, contro le pretese del Duca di Brabante, seguì un lungo periodo di pace benefico per il paese, che vide rifiorire i suoi commerci e le sue industrie.
Ma della vita intima di Caterina in tutti questi anni, nulla ci dicono gli storici : il Litta afferma che nel 1359, il 29 luglio, stando in Belley, presenti molti nobili savoiardi, cedette ad Amedeo VI di Savoia per la somma di 160 mila fiorini d'oro, le terre ch'essa possedeva nel paese di Vaud, nel Bugey e nel Valromey. Evidentemente con tre figli, con un marito spendereccio, e con una Corte costosa, dovette realizzare in valore liquido i beni paterni.

Essa morì non si sa di che male, il 18 giugno 1388 a Namur, e venne sepolta sotto l'altare maggiore della Chiesa dei Minori conventuali. Sulla sua tomba venne posta questa iscrizione : « Ci-gît haulte princesse et épouse à son vivant de hault et puissant prince, Guillaume de Flandres, Comte de Namur, Seigneur de l'Escluse, Comtesse et dame des dits lieux que trépassa le 18 jour du mois de Juing l'an 1388 ».
Il marito di lei che nel 1384 era diventato capo della Casa di Fiandra, per la morte del Conte Luigi II, la seguiva nella tomba tre anni dopo, il 10 ottobre 1391, lasciando uno stato ingrandito, ma con le finanze in rovina. Volle essere sepolto accanto alla moglie e sulla pietra funebre che ne racchiuse la salma, venne posto questo epitaffio : « Ci-gît hault et puissant prince de bonne mémoire, Guillaume de Flandres, Comte de Namur et Seigneur de l'Escluse, qui trépassa le prémier jour du mois de Octombre sur l'an de la nativité de notre Seigneur 1391 ».

Guglielmo II - suo successore, nato nel 1353 - fu uomo tranquillo, amante della vita quieta, piuttosto economo, e di nessuna ambizione politica. Regnò sino al 1418, e non avendo avuto prole dalle due mogli, Maria di Bar e Giovanna di Harcourt, lo Stato passò di pieno diritto al di lui fratello Giovanni III. Questi fastoso come il padre, trovandosi oberato dai debiti, vendette la contea di Namur col suo territorio a Filippo l'Ardito, Duca di Borgogna, il quale per il suo matrimonio con Margherita, figlia del defunto conte Luigi II, era già di fatto Conte di Fiandra.
Il contratto di vendita venne stipulato il 23 aprile 1420 per la somma di 130 mila corone d'oro, più l'usufrutto per tutta la vita dei redditi della contea. Questo principe debole ed inetto, non ebbe neppure lui discendenza dalla moglie Giovanna d'Abeonde per ciò, allorquando venne a morte il 1° marzo 1429, con lui si estinse la Casa di Fiandra. Da una sua lontana parente, Cecilia di Savoia, ebbe un figlio naturale, di nome Filippo, da lui largamente provveduto di beni anche per i futuro.




CARLOTTA DI SAVOIA
Regina di Francia ( 1441 - 1483 )

Carlotta di Savoia, che la capricciosa fortuna, collocò sul trono di Francia, fu una delle più disgraziate donne della storia; bella, buona, virtuosa, non fu amata, né compresa dal marito, che la trattò sempre assai duramente, tenendola in una condizione d'inferiorità avvilente.
Figura dolorosa, essa merita tutta la nostra simpatia, tutto il nostro compianto.

Nata a Ginevra l'11 novembre 1441, dal duca Lodovico II e dalla bellissima ed altera Anna di Cipro, a nove anni appena veniva sposata al Delfino di Francia, già vedovo sin dal 6 agosto 1444, di Margherita di Scozia, che per otto anni lui aveva resa infelicissima. La principessa era morta accorata a vent'anni non senza sospetto di veleno propinatole dal consorte, per un bacio dato da lei al poeta Chartier addormentato : « Non ho baciato l'uomo, esclamava essa, ma la bocca dalla quale sono uscite tante virtuose parole. Basta della vita non mi se ne parli più ! ».

La storia del matrimonio fra Luigi Delfino di Francia e Carlotta di Savoia ha un po' del romanzesco e vale la pena di raccontarla.
Il Delfino, che cercava una seconda moglie, non avendo avuto prole dalla prima, dietro segreto consiglio di Carlo il Temerario, e senza darne avviso al padre con il quale era in discordia, fece domanda al Duca di Savoia della mano della sua secondogenita, la principessa Carlotta. Altamente onorati, il Duca Lodovico e la Duchessa Anna, di vedere una loro figlia entrare nella Casa di Francia, e destinata un giorno ad essere regina, cosa del resto non nuova, accondiscesero subito, benchè Carlotta fosse già stata promessa sin dal 1445 al Duca Federico di Sassonia. Ai Duchi sabaudi, che tra maschi e femmine avevano la bellezza di dodici figli, a cui in seguito se ne aggiunsero quattro altri, premeva maritare bene questa loro figliola. Tali nozze che gettavano molto lustro di parentela sulla Casa di Savoia, servivano anche a creare un magnifico precedente, per collocare convenientemente a suo tempo le altre principessine.

Non badarono quindi all'età di Luigi, più vecchio di Carlotta di diciotto anni, essendo nato a Bourges il 13 luglio 1423, nè al di lui carattere egoista e sanguinario, turbolento e subdolo. Le trattative furono condotte con grande prontezza e discrezione da Giovanni di Compeys, favorito del Duca, ma non abbastanza però, che qualche cosa non ne trapelasse al di fuori, e specialmente alla Corte di Carlo VII Re di Francia e padre del Delfino.
Incollerito contro il figlio per avere osato contrarre un matrimonio senza il suo consenso, Carlo VII, malgrado l'indole buona, spedì subito un araldo a Chamberì per impedire le nozze. Ma l'araldo venne tenuto a bada con chiacchiere fuori del castello, e non fu introdotto alla presenza del Duca Lodovico se non quando la cerimonia dello sposalizio era compiuta (1451). Offeso da questo fatto il Re faceva invadere il Lionnese e la Savoia dalle proprie truppe, mentre il Delfino si rifugiava in Borgogna presso lo zio, per non cadere nelle mani delle milizie francesi. La guerra minacciava di farsi seria, allorchè il Duca Lodovico la prevenne, recandosi in fretta a Feurs a fare le scuse al Re, che le accettò, accettando anche il fatto compiuto del matrimonio. Durante questa visita, vennero concluse le nozze di Jolanda di Francia, figlia del Re, con Amedeo di Savoia Principe di Piemonte, figlio ed erede del Duca Lodovico (1452).
La pace veniva quindi suggellata fra le due famiglie.

* * *


Fu solo nel 1457, che Carlotta potrà raggiungere lo sposo, che abitava il castello di Genappe presso Bruxelles, non avendo voluto rientrare in Francia, malgrado le sollecitazioni del padre, dei quale temeva sempre il risentimento.
Nemmeno i primi anni furono lieti per lei; il marito, brutale ed ineducato, la maltrattava ogni momento, alla presenza di tutti, ed essa rimpiangeva la piccola corte di Chamberì dove si viveva in tanta buona armonia.
Il 17 luglio 1459, divenne madre, dando alla luce un maschio, del quale fu padrino Filippo di Borgogna, ma questa creatura tanto desiderata, che doveva compensarla della disaffezione coniugale, moriva pochi mesi dopo, mentre ad addolorarla ancor di più si accentuavano i dissapori tra Luigi e Carlo VII.
Negletta, abbandonata, essa non aveva ascendente di sorta sul consorte, per cui i tentativi da lei fatti per un accomodamento tra padre e figlio fallirono completamente. La sua vita « correva travagliatissima e sconsolata » dice un illustre storico italiano, in quel castello di Genappe, che rassomigliava assai più ad una prigione che ad una residenza regale.
In aprile del 1461 fu nuovamente madre, e questa volta nacque una bambina, a cui venne imposto il nome di Anna.

Nel medesimo anno e precisamente il 22 luglio, moriva Carlo VII, senza essersi rappacificato col figlio, dal quale temeva sempre di essere avvelenato. Luigi appena ne ebbe la notizia, senza neppure avvisare la moglie, corse a Parigi a prendere possesso della corona installandosi nel Palazzo delle Tournelles.
Carlotta venne per tal modo esclusa da tutte le cerimonie ufficiali dell'assunzione al trono, che furono splendide.
Il nuovo Re, che si chiamò Luigi XI, venne solennemente consacrato ed incoronato a Reims il 18 agosto successivo dall'arcivescovo Giovenale Orsini, presenti due fratelli della Regina, Filippo e Giano, governatore di Nizza. Quest'ultimo venne in questa occasione armato cavaliere del Duca di Borgogna, onore grandissimo in quei tempi.

Soltanto l'anno seguente il Re chiamò Carlotta in Francia, fissandole per residenza il castello di Amboise, ove già si trovava ritirata la di lui madre, la pia Maria d'Angiò. L'ingresso della giovane e seducente Regina venne assai festeggiato, ed essa in breve seppe accaparrarsi la simpatia, la benevolenza ed il rispetto di quanti l'avvicinavano.
Con la suocera visse nella massima cordialità fino al 1464, anno in cui questa virtuosa Regina morì.
Non appena stabilita ad Amboise, dalla Savoia le giunse la notizia di una lotta politica fra il padre suo il Duca Lodovico ed il figlio Filippo, il quale aveva ucciso il Conte di Varax, maggiordomo della Corte ed il Conte Valperga Gran Cancelliere del Ducato. Essa si rivolse al marito, perchè s'intromettesse quale paciere; Luigi chiamò presso di se a Parigi il Principe Filippo, e malgrado il salvacondotto rilasciatogli, lo faceva rinchiudere nel castello di Loches, dove sotto sorveglianza vi rimase due anni. La Regina rimase indignata di questo procedere, ma non osò volgerne rimostranza al Re temendo il peggio.
Giunse poi in Francia Anna di Cipro, per implorare la liberazione del figlio, ma Luigi XI fu irremovibile; la povera Duchessa tornò in Savoia accorata, ove poco dopo moriva. Lodovico essendo venuto a morte il 29 gennaio 1465 in Lione, sul trono sabaudo saliva Amedeo IX, di lui figlio, proclamato poi Beato dalla Chiesa per la santità dei costumi.

Intanto sin dal 15 maggio del 1464 era nata a Carlotta un'altra principessa chiamata Giovanna: con la sorella maggiore Anna, esse formavano l'orgoglio, l'unico conforto della madre, che su di queste sue due tenere bambine concentrò tutto il suo affetto. Il Re benchè avarissimo, le aveva concesso di tenere presso di sè le sorelle, Agnese, Margherita, Anna e Bona di Savoia ; quest'ultima egli voleva dapprima maritarla ad Edoardo III Re d'Inghilterra, ma poi mutato parere, la diede a Galeazzo Maria Sforza, Duca di Milano. Il matrimonio, per procura, venne anzi celebrato nella cappella del castello di Amboise verso la metà di maggio del 1468 ; Margherita andò sposa al Conte di Saint-Pol, e Agnese a Francesco d'Orleans, il glorioso Conte di Dunois.
A Francesco di Savoia il quale viveva pure alla corte di Francia, fece dare dal Papa l'arcivescovado di Auch; aiuti ed incoraggiamenti diede perfino a Luigi di Savoia, Re di Cipro, sposo di Carlotta di Lusignano.

Tutto questo, Luigi XI, lo faceva non già per affezzione verso la consorte, ma per tenersi amica la Casa di Savoia, mentre egli doveva sostenere la famosa guerra detta del Bene Pubblico contro i grandi feudatari del regno, che volevano imporsi alla Corona.
La misera Carlotta continuava ad essere tenuta in uno stato di soggezione straordinaria dal consorte, e ne è prova il seguente fatto narrato dal Barante, allorchè con la cognata Principessa di Piemonte, con due sorelle e con numeroso seguito essa venne mandata nel 1464 presso Filippo Duca di Borgogna, per indurlo ad una tregua.
« Vi andò, racconta l'illustre storico, colla principessa di Piemonte, e due delle sorelle, principesse di Savoia, e con un seguito brillantissimo composto delle più belle dame del regno. Facile è comprendere l'accoglienza piena di rispetto e di cortesia, che il duca Filippo fece alla regina di Francia. Egli diede in onore di lei una festa da ballo splendida, che si protrasse fino alla mattina. La principessa di Piemonte, e tutte le altre giovani dame, erano soddisfattissime di una giornata passata così allegramente.
« Non conoscendo che la vita triste e ritirata che il re faceva fare a tutta la corte, sempre male alloggiate, sempre segregate, o in brutte borgate, lungi dalle buone e grandi città, senza altro passatempo che le fatiche della caccia, senza nessuna libertà nei loro divisamenti, sempre in moto per andare da un luogo all'altro, esse non si stancavano mai di ammirare la magnificenza e la dolce libertà della Corte di Borgogna, e dicevano che sarebbe stato crudele il partire per tornare alla tristezza del loro regime abituale ».

Al ritorno della missione di Borgogna, Luigi XI fece un viaggio a Parigi, conducendo con se la Regina, che vi fu ricevuta con grandi dimostrazioni di giubilo. Assistè a banchetti, feste riviste, ovunque acclamata e riverita: Luigi però sospettoso ch'essa acquistasse qualche ascendente morale sui sudditi, la rimandava ben presto ad Amboise, mentre egli si recava presso il nuovo Duca di Borgogna, Carlo, per un abboccamento.
Per motivi politici, il Re ed il Duca, già prima amici ed alleati, erano diventati nemici acerrimi (1468) inimicizia che la missione di Carlotta non aveva potuto far sparire.
Il Duca Carlo, contro la fede giurata, faceva di sorpresa arrestare l'ospite, da quel Filippo di Savoia, Conte di Bressa, che Luigi aveva tenuto prigioniero per due anni a Loches. Luigi XI venne rinchiuso nel maniero di Peronne, ove a confortarlo andarono il Duca Amedeo IX, Luigi di Savoia, vescovo di Ginevra, ed altri principi.
Egli non ottenne la propria libertà, che firmando dure condizioni, e ritornò in Francia più che mai sdegnato contro il Duca ; si diede perciò a perseguitare con inaudita ferocia quella parte di nobiltà, che durante la di lui prigionia aveva sollevato il capo.

Ad addolcire l'umore del Re venne il 30 giugno 1470 la nascita d'un principe - il futuro Carlo VIII della spedizione d'Italia - che rallegrò tutta la Corte. Grande fu pure la gioia del popolo, ed un « Te Deum» di ringraziamento venne cantato in tutte le chiese di Francia. Luigi XI graziò parecchi condannati a morte, ed a perpetuo ricordo fece sontuosamente restaurare la Chiesa di Santa Petronilla in Roma, di patronato francese, per soddisfare anche ad un voto fatto dalla Regina a quella santa.
Nacque poi ancora un altro maschio, il Duca di Berry, ma morì quasi subito. Essendo scoppiata in Savoia, la guerra civile, non volendo la Reggente Jolanda concedere ai cognati, una parte del governo dello Stato, Luigi XI intervenne prontamente in favore della sorella, e per impedire che il di lei figlio cadesse nelle mani degli zii, lo condusse in Francia. A proteggere la Reggente ed a sorvegliare i movimenti dei cognati ribelli mandò Carlotta a fare un viaggio nel Delfinato (1471). Fatta la pace, per intromissione sua fra Jolanda ed i cognati, Conti di Bressa, di Ginevra e di Romont, egli stesso si riconciliò con Filippo di Savoia, al quale diede in moglie una propria parente, Margherita di Borbone.

* * *

La Regina continuava a vivere ritirata ad Amboise coi figli, ed il Re a Plessis circondato da sgherri e da spie, ordendo congiure e tranelli contro i grandi feudatari dello Stato, di cui molti mandò al patibolo, senza riguardi per nessuno e fra essi il gran Connestabile di Francia, Luigi di Lussemburgo sposato a Maria di Savoia sorella della Regina.
La guerra col duca di Borgogna era intanto scoppiata più violenta che mai; le truppe borgognone, comandate da Giacomo di Savoia Conte di Romont, fratello di Carlotta, che voleva vendicare il supplizio del cognato Luigi di Lussemburgo, gettavano la desolazione nel centro e nell'ovest della Francia. Si finì per fare la pace, ed allora il Re rivolse tutte le sue forze contro il Duca di Normandia, e contro la Spagna ; questa guerra fu lunga ed esiziale, purtroppo, alle finanze dello Stato.

Un accomodamento momentaneo permise a Luigi XI di maritare (1473) la figlia Anna, da lui prediletta, a Pietro di Borbone, Duca di Beaujeu, e poco dopo Giovanna al Duca d'Orleans, legando per tal modo queste due potenti famiglie al carro della sua politica.
Questi due matrimoni furono, si può dire, le ultime gioie della Regina; sempre segregata ad Amboise col figlio, unica sua consolazione, tenuta in disparte dalle cure dello Stato, essa non ebbe alcuna parte nelle altre guerre, che afflissero la Francia. Il Re ne uscì vittorioso, ma la sua forte fibra rimase fiaccata. Nel 1481 ebbe un attacco di apoplessia, da cui peraltro presto si riebbe ; appena ristabilito si recò ad Amboise a visitare il Delfino, che ben poco conosceva. Parve anche intenerirsi alla vista della consorte e del figlio, che volle fidanzare a Margherita d'Austria, nipote del suo grande avversario, Carlo il Temerario, morto alla battaglia di Nancy il 14 gennaio 1477.

Ritornò a Plessis assai rinfrancato, ma un secondo e più forte attacco lo colse un anno e mezzo dopo, sotto il quale soccombeva il 30 agosto 1483. Sperando guarire aveva fatto portare da Reims la sacra ampolla per venerarla ed al suo capezzale era corso San Francesco da Paola, ma l'ultima sua ora era suonata. Lasciò per testamento la reggenza, durante la minorità di Delfino, alla figlia Anna di Beaujeu, a detrimento della Regina, a cui spettava per consuetudine.

Nessun lamento mosse Carlotta, per l'ingiustizia palese fattale dal consorte, e benchè numerosi suoi partigiani la volessero al governo, disposti anche ad impugnare le armi per sostenerla, essa si oppose risolutamente, non volendo suscitare discordie nel regno.
L'affronto però era stato troppo forte, perchè non avesse a risentirne: stanca, amareggiata, dopo tante prove dolorose, essa moriva il 1° dicembre dello stesso anno, assistita dalla sorella Bona, sventuratissima anch'essa, cacciata da Milano dalla perfidia del cognato Lodovico il Moro.

La memoria di Carlotta di Savoia è assai onorata in Francia, e tutti gli storici si accordano nel dire di lei il maggior bene. I suoi resti che riposavano nella chiesa di Clery presso Orleans, furono perfino dalla Rivoluzione rispettati.




LODOVICA DI SAVOIA
Principessa di Chalon - (1462 - 1503 )

Figura soave degna del pennello del Beato Angelico, Lodovica di Savoia, fu una grande anima eletta, una di quelle anime sfolgoranti di pietà che Iddio manda sulla terra ad edificazione degli uomini. Il suo nome brilla di fulgida luce fra i Beati ed i Venerabili della sua Famiglia.
La futura Beata venne al mondo il 28 dicembre 1462, non si sa se a Borgo nella Bressa od a Chamberi da Amedeo IX di Savoia e da Jolanda di Francia. Era la festa dei S.S. Innocenti «ben conveniente alla sua felice natività, perchè in tutta la sua santa vita e lungo il tempo ch'ella visse in questo mondo, conservò lo stato di sua innocenza per quanto può essere possibile conservarlo a umana e mortale creatura ». Così scrisse Caterina di Saulx sua fedele compagna per diciotto anni, e che per prima ne tracciò la biografia pubblicata nel 1507.

Non aveva che tre anni allorchè il padre divenne duca, ed il potere fu un grande peso per le deboli spalle del nuovo sovrano, il quale amava la vita quieta del suo castello di Thonon sul Lemano ove era nato, e rifuggiva dalle competizioni politiche. Dalla Corte, vera scuola di regalità e di onore, aveva allontanato buffoni e comici, non volendo circondarsi che di uomini di merito. Da quest'uomo che la Chiesa, proclamò Beato, per le sue grandi virtù celebrate dal Bellarmino e da San Francesco di Sales, la piccola Lodovica, prese il gusto per le cose spirituali: la preghiera, la carità, la pratica dei Sacramenti. Queste tendenze mistiche della principessa venivano fortificate nel suo animo dal cappellano del Duca, Bartolomeo Choét, che le insegnò a leggere ed a scrivere. Suoi libri prediletti furono la Bibbia, il Vangelo e le Epistole di San Bernardo. Pie letture, come si vede, che denotano già un cuore devoto a Dio: essa poi aveva uno speciale culto per la Madonna, alla quale faceva frequenti novene. Non è a dirsi quanto il padre si compiacesse di questa figlia, che era l'angelo suo consolatore, un raggio di sole in mezzo agli affanni ed alle tribolazioni, che amareggiavano la sua esistenza, essendo egli soggetto sin dalla giovinezza ad attacchi d'epilessia. Principe d'indole pacifica non era fatto per governare uno Stato, ora desolato dalla peste, ora dalle rivolte dei sudditi; a queste calamità si aggiungeva la penuria del tesoro ducale, penuria dovuta in parte alla sua generosità sconfinata verso i poveri. Il buon Duca non esitava a privarsi del necessario per distribuirlo ai bisognosi, esempio che Lodovica non doveva dimenticare durante tutta la sua vita.

Stanco ed infermo, il Duca aveva finito per cedere le redini del governo alla consorte, donna energica, che la lotta non spaventava, capace di trarsi d'imbarazzo in qualsiasi frangente. Il momento era particolarmente grave, allorchè la Duchessa assunse ufficialmente le redini dello Stato. I fratelli di Amedeo, Filippo Conte di Bressa, Giacomo Conte di Romont, Giovanni Vescovo di Ginevra e Francesco Arcivescovo di Auch si agitarono per avere parte nel governo. Senz'altro passarono alle ostilità, assediando con buon numero di armati il castello di Montmelian, dove risiedeva la famiglia ducale : l'espugnazione non fu difficile (1471). Il Duca cadeva loro prigioniero, mentre la Duchessa, coi figli, si rifugiava a Grenoble, da dove invocò l'aiuto del fratello Luigi XI, Re di Francia. Spaventati i cognati decisero di venire a trattative, che finirono con un compromesso.

Il Conte di Bressa ebbe la luogotenenza del Ducato, e vantaggi cospicui ebbero gli altri fratelli : Amedeo IX riebbe la libertà, ma in uno stato di salute compassionevole. Sentendosi mancare volle farsi trasportare a Vercelli, città tranquilla, ben difesa, lontana da possibili colpi di mano degli irrequieti ed ambiziosi fratelli. Non appena giunto ebbe la consapevolezza del suo stato disperato; prima di morire volle vedere la moglie ed i figli, ai quali ultimi raccomandò di rispettare e di onorare la madre, a cui affidò la Reggenza dello Stato, l'erede al trono essendo minorenne. Esortò tutti a vivere nel timore di Dio, ed impartì loro la benedizione, infine volle presso di sè i suoi poveri.
Il 22 aprile 1472, fu l'ultimo giorno di sua vita : aveva trentacinque anni.
Pochi mesi dopo la Duchessa dava alla luce un figlio al quale furono imposti i nomi di Claudio Galeazzo.
Per Lodovica cominciava una vita nuova.

Facciamo un passo indietro. Nel 1466, giungeva alla Corte di Savoia, male in arnese un giovane principe, leggiadro, coraggioso e compitissimo : si chiamava Ugo di Chalon, della Casa d'Orange ramo collaterale di quella di Borgogna, una delle più illustri e potenti della Francia, con la quale la Casa di Savoia si era alleata parecchie volte nei secoli passati. Accolto onorevolmente dai Duchi, egli doveva rimanere otto anni loro ospite, facendo in certo quale modo parte della famiglia. Nato nel 1450 da Luigi II (m. 1463) e dalla di lui seconda consorte Eleonora d'Armagnac, proveniva dalla corte di Francia, ove Luigi XI, anzichè aiutarlo contro il Duca Filippo di Borgogna, che gli aveva sequestrato i beni, lo aveva abbandonato. Perseguitato inoltre dal fratello Guglielmo, nato dal primo matrimonio del padre con Giovanna di Montfaucon, sperava di trovare protezione presso i congiunti sabaudi.
La dimestichezza d'ogni giorno coi figli del Duca fece nascere in lui una tenerezza, una simpatia spiccata per la piccola Lodovica, sentimenti che col tempo si cambiarono in amore, che fu corrisposto.
Nella sua miseria la figura dolce della principessa, gli apparve come una speranza e come una meta. La Duchessa Jolanda, sotto i cui occhi sbocciava questo amore, non ne era malcontenta: per uno di quei ritorni subitanei della fortuna, ai quali la storia ci ha abituati, Ugo poteva diventare un giorno o l'altro ancora ricco e potente ed un alleato sicuro. Infatti dal nuovo Duca di Borgogna, Carlo il Temerario aveva avuto, nel frattempo la restituzione dei beni che gli erano stati confiscati.

Ma Lodovica, alla quale la perdita del pio genitore aveva causato un immenso dolore, si era immersa in una devozione profonda; nel suo animo era germogliato il pensiero di consacrarsi per sempre a Dio. Di questo suo proposito non aveva osato tenere parola alla madre, della quale aveva una grande soggezione e che d'altronde non avrebbe saputo comprendere questa vocazione religiosa della figlia.
Allorchè un gentiluomo della Corte, Antonio di Montjeu, parlò alla Duchessa dell'amore di Ugo per Lodovica e del suo desiderio di sposarla, Jolanda chiamò a se la figlia, notificandole la lusinghiera proposta di matrimonio. Essa, come si è visto, ignorava l'idea di Lodovica di farsi religiosa. Resistere alla madre, scrive Costa de Beauregard, non era possibile abituata ad ubbidire s'inchinò davanti al volere della genitrice. L'annunzio del fidanzamento venne partecipato a tutte le corti, mentre Ugo si recava dal Duca Carlo, a chiedergli il consenso come capo della famiglia.

Ma se la Corte di Savoia, per questo fausto evento si riempiva di letizia, le cose politiche invece si mettevano male. Assalita dai turbolenti cognati, che le mossero aspra guerra la Reggente, benchè sorella del Re di Francia, aveva creduto per difendersi, di allearsi col Duca di Borgogna, in lotta con gli svizzeri. Nel febbraio del 1475, scortata da duemila cavalli essa lasciava coi figli la sua residenza di Racconigi, diretta in Borgogna a portare soccorso all'alleato. Il primo marzo entrava in Losanna, quando già il Duca, dopo aspro combattimento, nel quale aveva trovato la morte Luigi di Chalon, fratello di Ugo, aveva occupato Granson sul lago di Neuchàtel. Ora egli progettava di assalire Friburgo e Berna: ma sconfitto dagli svizzeri che avevano preso repentinamente l'offensiva, e le truppe della Duchessa non essendo giunte in tempo per partecipare alla battaglia, aveva dovuto precipitosamente ritirarsi a Nozeroy, feudo di Ugo di Chalon.
Alla Reggente, non rimaneva altro da fare che di seguirne l'esempio: non appena Carlo la vide, la coprì di contumelie, ritenendo di essere stato da lei tradito. Lodovica coi fratelli assistette terrorizzata a questa scena della quale comprendeva certamente tutta la gravità.

Jolanda, di fronte ad una simile accoglienza, decideva di prendere senz'altro la via del ritorno nei suoi Stati, fermandosi a Losanna per celebrarvi la Pasqua. Il Duca, pentito di avere trasceso con una donna, aveva voluto raggiungerla; ebbe con essa, nel convento ove alloggiava, un lungo colloquio cortese e deferente. Suo scopo era di assicurarsi l'ausilio delle truppe savoiarde, avendo deliberato di riprendere le ostilità contro gli svizzeri. A Morat egli toccava però una terribile sconfitta ! Nuovamente credendo di essere stato tradito dalla Duchessa, ordinava al suo capitano Oliviero di La Marche, di arrestarla a qualunque costo.

Il ratto - non altro si può chiamare - avvenne mentre Jolanda coi figli muoveva verso Ginevra e la notte oscura favorì l'agguato. La Duchessa con Lodovica, che le stava vicina, caddero nelle mani dei borgognoni, mentre alla cattura sfuggivano i piccoli principi Filiberto e Giacomo, portati in salvo da fedeli servitori a Ginevra, ove furono ben custoditi contro eventuali nuovi tentativi criminosi da parte del Duca.
Le due prigioniere furono dapprima condotte a San Claudio, Poi a Digione, indi rinchiuse nella roccaforte di Rouvres, ove vennero sottoposte ad una rigorosa sorveglianza.
La prigionia di Rouvres, fu per Lodovica una scuola di dolore: rassegnata ai voleri di Dio, sentì ancor di più l'anima sua distaccarsi dalle cose terrene. La meditazione e la preghiera l'aiutarono a sopportare la tristezza del carcere; della madre, che non poteva darsi pace del trattamento che le faceva subire il Duca Carlo, fu la confortatrice pietosa ed assidua. La rocca che aveva un tempo ospitato Coletta Boéllet, la santa riformatrice dell'Ordine delle Clarisse, e di cui tutti veneravano la memoria, era uno sprone, che la confermava sempre più nella vocazione religiosa; per mortificazione vestiva dimessamente e si cibava di meschine vivande. Sovente, quando la reclusione si rallentò, veniva a farle visita Padre Giovanni Perrin, un virtuoso francescano, che l'intratteneva sui misteri della religione e sui godimenti celesti.

Il candore e la bontà della principessa, avevano finito per commuovere oltre i carcerieri, anche il governatore della rocca; la sua serenità, il suo spirito di sacrificio, la premura che metteva nel curare gli ammalati e nel lavorare a cucire abiti per le sue ancelle, le avevano conquistato la simpatia di tutti. Improvvisamente un giorno giunse Ugo; egli si fermò lungamente a Rouvres, e per le due donne la compagnia del giovane principe fu una festa. Oramai più che amore egli nutriva per la sua fidanzata, ornata di tutte le migliori virtù, un culto fatto di rispettosa ammirazione. Allorchè egli dovette ripartire, Lodovica provò come un senso di vuoto nel suo cuore, pure così ardente di amore divino. Al padre Perrin, divenuto suo confessore, manifestò la sua intenzione di rinchiudersi in un chiostro malgrado il fidanzamento con Ugo, ma il buon frate, persuaso del bene ch'essa avrebbe potuto fare nel mondo, la consigliò invece ad accettare lo sposo destinatole, che tale era il volere di Dio. Chinò allora il capo ed assentì.

La prigionia non accennando a finire, la Duchessa, inquieta per la sorte degli altri figli, ricorse al potente fratello, pregandolo di mandare a liberarla. Luigi XI annuì prontamente all'appello della sorella, per quanto con lei non fosse in buoni rapporti: ma prima ancora che i soldati francesi venissero a toglierla dalla reclusione essa riusciva, nell'ottobre 1476, ad evadere con la figlia. Entrambe a cavallo, scortate da 300 cavalieri del Re, ed invano inseguite dai borgognoni, raggiungevano, sane e salve, Plessis-les-Tours, ove risiedeva Luigi XI. Il sovrano, che per dileggio chiamava la sorella Madama Borgognona, accolse tuttavia assai bene le due fuggitive: Lodovica col suo carattere angelico seppe subito conquistare le di lui grazie, cosa notevole in un uomo che per i propri figli non nutriva che una scarsa tenerezza. Saputo del fidanzamento di lei con Ugo di Chalon, lo approvò e fece il possibile, per rendere gradevole il soggiorno di Plessis alla sorella ed alla nipote.
Per la Regina Carlotta di Savoia, la cui esistenza infelice abbiamo tracciato nel capitolo precedente, fu una gioia vedere le due donne, che le ricordavano la famiglia e la patria lontana.

Il 15 dicembre Jolanda e Lodovica, lasciavano la Corte, per dirigersi verso Lione: dopo un breve riposo proseguirono per Chamberì, ove il loro arrivo suscitò l'esultanza della popolazione, lieta di riavere la Duchessa e la figlia.
Lodovica, che del fidanzato non aveva avuto più notizie, non osava chiederle alla madre: sapeva vagamente che Ugo guerreggiava col Duca Carlo contro gli svizzeri e tremava per la sua sorte. Quand'ecco giungere l'annuncio che sotto le mura di Nancy il 14 gennaio 1477, il Duca Carlo era stato sconfitto ed ucciso e Ugo caduto prigioniero nelle mani del Duca Renato di Lorena ! La principessa passò giorni di angoscia innenarrabile, pregando il Signore per la salvezza del fidanzato, la cui sorte poteva volgersi tragicamente.

Ma un dolore, una disgrazia, non vengono mai soli: la Duchessa Jolanda alla quale tanti strapazzi e tante emozioni, avevano esaurito il fisico, moriva a Moncrivello il 29 agosto dell'anno seguente, raccomandando al patrocinio della Beata Vergine i figli e lo Stato.

***

Del Duchino Filiberto fanciullo di anni tredici si disputarono subito la tutela gli zii Conte di Romont e Conte di Bressa.
L'anarchia regnava nel paese e l'avvenire si presentava fosco e pieno di pericoli per la Dinastia. Priva della guida della madre che sarebbe avvenuto di Lodovica alla quale Dio « toglieva tutti quelli che essa amava? ». Quale sorte l'attendeva? Fiduciosa nelle grazie del Signore, da Lui aspettava la salvezza.
Luigi XI, che della nipote aveva conservato un ottimo ricordo, la volle alla sua Corte assieme alla sorella Maria, l'altra sorella maggiore Anna, essendo andata poco prima sposa a Federico d'Aragona, che in seguito fu re di Napoli e di Sicilia. `
Il 25 settembre essa abbandonava il Piemonte, ove riposavano le salme dei suoi genitori, per avviarsi, attraverso la Savoia, verso la Francia. Al suo arrivo a Plessis-les-Tours, il Re la ricevette con dimostrazioni di affetto, e volle che abitasse con la sorella presso di lui.
Ugo, essendo stato liberato nel frattempo dal Duca Renato, si era messo a capo di un gruppo di malcontenti borgognoni e con essi aveva mosso guerra al Re di Francia. Lotta impari, che caduto prigioniero delle truppe comandate dal Signor di Craon, veniva caricato di catene e condotto nelle prigioni di Chalonsur-Saóne.

Il corruccio del Re, contro di lui, per questa sua folle impresa, poteva anche costargli la vita. Lodovica tremava per la di lui sorte, ma non ardiva implorare dallo zio la grazia e il perdono: chiese a Dio che avesse pietà di lui e di lei. Parole di conforto, le recò in questo frangente P. Perrin, chiamato dal Re, nella speranza ch'egli potesse guarirlo dai mali che lo affliggevano, ma più ancora perchè lo liberasse dai rimorsi, che gli tormentavano la coscienza.
Protetto dalla Divina Provvidenza, Ugo sfuggiva alla morte impegnandosi di pagare per il suo riscatto l'enorme somma di 52 mila scudi d'oro: senonchè il Re, pensando, per sottile calcolo politico, che il principe avrebbe potuto essere un elemento pacificatore, tra la Francia e la Borgogna, ne ordinava la scarcerazione, dopo 18 mesi di prigionia, accontentandosi d'un semplice atto di omaggio. Gli restituì 47 mila scudi già pagati per il suo riscatto, ed inoltre lo fece venire a Plessis, volendo sollecitare le di lui nozze con Lodovica, alla quale dava 500 mila lire di dote in aggiunta ai 60 mila fiorini, che le competevano dal lato paterno.
Malgrado l'avarizia, che lo distingueva, volle regalare alla nipote, abiti sontuosi, corone principesche, gioielli, tappeti, stoffe, e mobili : tanto gli premeva l'alleanza coi Chalon, influentissimi in tutta la Borgogna per antichità e lustro di casato.

Il 24 agosto 1479, vigilia della festa di San Luigi Re di Francia, veniva celebrato il matrimonio a Digione, al quale afferma P. Celestino Testore, Luigi XI presenziò con tutta la sua Corte. I cronisti dell'epoca dicono che il lusso spiegato in questa occasione sorpassò tutto quanto si era visto nel passato, in simili occasioni. La principessa portava allo sposo, nota il menzionato Costa de Beauregard, « non solamente il suo cuore, ma la sua anima, la sua vita ». Amore di Santa, poichè riservava i diritti di Dio sul cuore ch'essa donava allo sposo. A questo proposito il Litta scrive testualmente : « Giunta al talamo manifestò il voto che aveva fatto della verginità e dallo sposo lo fece rispettare ».
Costa de Beauregard, conferma la cosa laddove scrive «Une gracieuse legende vent qu'aux jardins du paradis, les anges s'occupent à tresser les couronnes des élus... Ils cueillent les lis pour les diadèmes des vierges, tandis qu'ils lient ensemble les roses pour le front des epousées. Sans doute il se faisait, à l'heure dont je parle, double cueillette au paradis, car la couronne de Madame Loyse devait étre panachee de lis et de roses ».

I novelli sposi fissarono la loro residenza nello splendido castello di Nozeroy nel Giura, a sessanta chilometri da Besancon, che faceva parte dei domini di Ugo e ne era come la piccola capitale. L'edificio meraviglioso per ricchezza, aveva dovizia di ambienti vasti ed arredati con gusto, decorati di affreschi de] pittore Vuilnoy ; la cappella attinente all'appartamento abitato da Lodovica e nella quale la principessa trascorreva parecchie ore del giorno in fervida preghiera, era un gioiello: aveva tre altari ornati di pitture e di preziosi arredi sacri. Essa era felice accanto all'uomo che amava spiritualmente, che la comprendeva, che l'aiutava a fare il bene: aveva trovato in lui « il cuore che le conveniva e che la trattava in modo da non potere desiderare di meglio ». Al pari di lei egli era noncurante di onori e di grandezze e rifuggiva dai piaceri mondani: con la consorte amava intrattenersi delle bellezze eterne, ed era assiduo alle cerimonie religiose.

Caterina di Saulx narra che la principessa « leggeva tanto volentieri la vita dei santi e delle sante. Era la migliore lettrice che si potesse trovare e leggeva con tanto gusto, che nell'udirla si provava un gran piacere... Nell'occasione delle grandi feste, parlava delle solennità con tanto fervore e così devotamente che dalle sue degne e belle parole e dal suo devoto contegno pareva lo spirito suo fosse tutto elevato in Dio. E il suo viso ben lo dimostrava, perchè sembrava che lucesse di fine letizia, di gran luce velata e di gran contento: così che le sue donne, udendola e mirandola, ne erano consolate e mosse a devozione ».

Nella sua nuova posizione Lodovica, beneficiava largamente monasteri e chiese, quando non ne fondava di nuovi, e donava ai poveri senza contare. Non voleva che in sua presenza si dicesse male di chicchessia: a tutti dava con gli atti e la parola l'esempio della modestia. L'austerità della sua vita era oggetto di ammirazione da parte di coloro che l'avvicinavano. La sua Corte era un asilo di pace e di serenità: gran signora, colta ed affabile, sapeva all'occorrenza accogliere gli ospiti, con distinzione non disgiunta da quella naturale semplicità, che è una prerogativa delle principesse di Casa Savoia.
Tutti la veneravano: sapeva anche quando era necessario, fare divertire la Corte, con onesti e leciti svaghi: ai banchetti ai quali partecipava, non prendeva però che cibi di magro. Tutti gli anni nella ricorrenza del Giovedì Santo lavava i piedi a tredici povere donne ed altrettanto faceva Ugo a tredici uomini. Questi poverelli erano in seguito invitati a partecipare alla mensa dei principi ed erano da essi serviti.
Durante le assenze del consorte, si dedicava con maggiore ardore a sovvenire i derelitti, oppure si recava alla chiesa dei francescani a pregare per la salute di lui, facendo voti perchè tornasse presto.
Undici anni erano trascorsi di una vita coniugale santa e pia, allorquando lo sposo tanto amato, le veniva rapito il 3 luglio 1490 a soli quarant'anni da morbo violento. Accettò dalle mani di Dio questa perdita che le lacerava il cuore « perchè si amavano quanto creature umane si potevano amare ». Con grande forza d'animo, senza un lamento, sopportò la prova dolorosissima. Volle onorarne la salma con splendidi funerali e con solenne sepoltura nell'abbazia cistercense di Monte Santa Maria che sorge a pochi chilometri da Nozeroy; fece vestire la Corte a lutto e s'immerse nel raccoglimento più severo, innalzando preci all'Onnipotente per il suo caro defunto.

* * *

Prima di morire Ugo aveva fatto testamento, lasciando tutto quanto possedeva alla moglie: ma di tante ricchezze Lodovica non sapeva che farsene. Ora che era libera e che poteva disporre di se stessa, l'idea di terminare i suoi giorni in un chiostro, le parve finalmente realizzabile. Si preparò con animo giulivo a prendere il velo; più nulla oramai la tratteneva nel mondo. Scelse, dietro consiglio di Perrin, per suo rifugio il monastero delle clarisse di Orbe, fondato da Santa Coletta ai tempi di Giovanna di Montfaucon, e che dipendeva dai principi di Chalon. Già vi si trovava Filippina sorella di Ugo, ch'essa sovente si era recata a visitare. Tenne però più che potè celata la sua decisione per tema di qualche opposizione da parte della sua famiglia o del Re di Francia Carlo VIII. Rinunciò a favore di suo nipote Giovanni di Chalon Principe d'Orange, all'eredità di Ugo, non conservando che quello che era di sua stretta proprietà personale. Caterina di Saulx venuta a conoscenza del segreto della sua padrona, dichiarò che l'avrebbe seguìta, come pure una altra sua damigella, Carlotta di San Maurizio.
In attesa di entrare nel chiostro le tre donne iniziarono la loro vita di penitenza lavorando per i poverelli, visitando e curando gli infermi, seppellendo i morti.

Finalmente giunse il momento sospirato della partenza per Orbe : la principessa prima di lasciare per sempre il castello, riunì intorno a sè le persone della sua corte ed i vassalli, ai quali comunicò la sua irremovibile decisione. Diede loro saggi consigli, disse di non volere più essere chiamata principessa ma semplicemente suor Lodovica, e chiese perdono del dispiacere, che era costretta ad arrecare loro, ma doveva ubbidire alla volontà del Signore, che le aveva fatto una sì grande ed immeritevole grazia di volerla fra le sue ancelle. Prima di accomiatarsi distribuì a tutti i presenti, oggetti e denaro, raccomandando loro di vivere sempre col pensiero della presenza di Dio. Scena commovente che strappò le lacrime a tutti.
Accompagnata dalle due damigelle, dal suo confessore Perrin, da alcune persone dei suo servizio particolare e dal fedele Pietro di Jougne, che le aveva sistemato i suoi interessi, s'avviò verso il suo nuovo destino. Fatta una breve sosta all'abbazia di Santa Maria a pregare sulla tomba del consorte, il 23 giugno 1493 giungeva a Orbe. Subito si portò al convento dei francescani ove si confessò e comunicò: poi preso congedo dai domestici che l'avevano accompagnata, andò a bussare alla porta del monastero delle Clarisse. Ricevuta dalla Badessa, baciò con umiltà il suolo della sua nuova dimora e rinovò l'atto di rinuncia a tutto quanto possedeva ! Dopo questa breve cerimonia le porte del chiostro si chiusero dietro di lei.

Padre Celestino Testore S. J., che ai Beati e Venerabili di Casa Savoia dedicò un volumetto, aggiunge che «fu uno scoppio di dolore e di pianto in cui si versava l'angoscia dei cuori che restavano ». Essi infatti comprendevano - aggiunge Caterina di Saulx - « che la bella stella, da Dio tanto illuminata e che indicava loro il cammino della vita eterna, veniva loro tolta; colei, che non aveva mai dato loro un cattivo esempio, ma che era tutta virtù e perfezione ».
Il giorno seguente, ai suoi che andarono a trovarla al parlatorio del convento e si lamentavano dicendo : - « Madonna, voi vi rallegrate di una cosa che è per noi cagione di immensa afflizione ». - ella rispose : - « Io non ebbi mai un'occasione propizia come questa, per essere lieta, e se mi amate, vi rallegrerete meco ! ».

La principessa, oramai, morta al mondo, rifiutò qualsiasi trattamento speciale, dichiarando di volere scrupolosamente osservare la regola dei monastero; intendeva perciò di essere considerata come una qualsiasi altra suora con tutti gli obblighi inerenti. Trascorso un anno di noviziato veniva ammessa a fare la solenne professione. Il suo amore verso Dio si sublimò cercando la perfezione: più le privazioni ed i patimenti erano duri più essa ne era lieta. Vestiva un rozzo abito di lana rappezzato, portava il cilicio, andava a piedi scalzi, dormiva e solo per poche ore, su di un misero e duro giaciglio, e digiunava più di quanto non stabilisse la regola. Specchio di ubbidienza e di umiltà si adattava a tutti i servizi, anche i più sgradevoli e pesanti, lavava i vestiti, coltivava il giardino, curava le sorelle ammalate, lavorava in cucina, puliva la cappella; nessuna fatica la tratteneva dall'adempiere agli obblighi della regola. « Faceva pietà a vedere » scrive Caterina di Saulx, ed aggiunge che « più che creatura umana era creatura celeste ».
Ad uno ad uno la morte aveva rapito tutti i suoi cari, sola le rimaneva la sorella Maria Duchessa di Hochberg, la quale viveva in Germania.
Ma una vita di così intensa mortificazione finì col logorare il suo fisico non troppo robusto: nel luglio del 1503 cadde ammalata. Pochi giorni prima aveva avuto una visione che le annunciava la sua fine prossima: il Salvatore l'aveva invitata a raggiungerlo in Cielo. Esultò di gioia e si preparò a rispondere alla divina chiamata: era la liberazione tanto attesa, la liberazione dell'anima sua dall'involucro della carne.
Non appena nel monastero si sparse la notizia della sua malattia, tutte le suore andarono a gara nel servirla, nel prestarle le cure più affettuose ed assidue. Fece domandare della cognata Filippina di Chalon, e con essa s'intrattenne a lungo a parlare: in quel supremo colloquio una ricordò lo sposo e l'altra il fratello.
Voleva morire in piedi per presentarsi al Creatore in atto reverente, ma non fu possibile, causa la sua estrema debolezza, assecondare il suo desiderio. L'anima sola era forte.

La sua morte avvenne il 24 luglio, e qui cediamo ancora la penna a Caterina di Saulx: « Prima di entrare in letto per ricevere l'Olio Santo, ella si mise in ginocchio, congiunse le sue belle mani e levando i suoi benedetti occhi in alto, verso un immagine della Madre di Dio, che lì si trovava, rimase in ammirabile devozione. Si segnò prima tre volte del segno della Croce e così si pose sul letto...
« Poi disse : - Addio, mie suore amatissime, io vado in Paradiso che è tanto bello : non v'è nè male, nè pena, nè dolore, nè tristezza : ma bensì gioia, delizia, felicità, e gloria eterna... »
Alzò le sue braccia ed elevò il suo corpo con vigore in alto, dicendo : « In su ! In su ! In Paradiso ! », e rimase come assiderata e le suore credettero che fosse già oltre. Allora i lamenti e i pianti che si elevarono e il dolore che si aggirava per il convento non sono cose possibili a narrare.
« Il confessore del convento accorse, le diede l'Olio Santo, e le raccomandò l'anima. Lessero la Santa Passione di Nostro Signore secondo San Giovanni e poi quella secondo San Matteo, e si disse la Messa del Santo Sacramento. Ella sempre parlava intelligibilmente proferendo molte degne parole e le ultime che disse furono queste: Maria, Mater Gratiae, e quando giunse al motto: et hora mortis suscipe, le mancò la parola e in quel punto rese a Dio la sua benedetta e santa anima, con molta giocondità e dolcezza. Nè mai fu così bella, nè più deliziosa di quello che fu all'istante del morire ... Quel giorno fu il più colmo di amara tristezza che mai avveniva per questo convento ».

Casa Savoia contava una santa di più ! A Umberto III, a Bonifacio, a Margherita, ad Amedeo IX ora si aggiungeva Lodovica, che non sarà l'ultima. « La sua morte fu l'ultimo atto d'una vita innocente passata in conversazione con Dio ! » così scrive il già citato P. Testore.
La salma, dopo le esequie modestissime, venne sepolta nella chiesuola del monastero, ed il suo nome registrato nel Martirologio dell'Ordine. Morta in odore di santità per avere praticato le virtù in grado eroico, ebbe culto di Beata. Ma quando nel 1531, le lotte di religione dilaniarono il paese di Orbe, e si temette la profanazione delle salme da parte dei fanatici calvinisti, i resti di Lodovica e di Filippina di Chalon, (m. 1507), vennero a cura di Filiberta di Lussemburgo, vedova di Giovanni di Chalon, riesumati di nascosto e trasportati a Nozeroy. Quivi vennero inumati in una unica cassa nella chiesa dei convento dei francescani, nella quale la principessa si era recata sovente a pregare.
Ma la Rivoluzione francese che nulla rispettò distrusse la chiesa ed il convento e la tomba della principessa disparve sotto le macerie. Fu la sua salvezza.

Il Re Carlo Alberto di Savoia, al quale la fama di santità della sua antenata non era ignota, col consenso del Governo Francese, nominava nel giugno del 1839, una commissione incaricata di rintracciare, fra le rovine e le macerie dell'antica chiesa dei francescani, i resti di Lodovica. Le ricerche ebbero un esito felice: in una cassa di legno vennero trovati gli scheletri della principessa e della cognata. Dopo accurate perizie del Dott. E. David, avveniva l'identificazione di quello di Lodovica. Raccolte le ossa in una ricca stoffa e racchiuse in un cofano, venivano trasportate nella chiesa parrocchiale fra un grande concorso di popolo. Nello stesso tempo il conte Federico Broglia, Inviato Sardo presso la Santa Sede, a nome del suo Sovrano chiedeva alla Sacra Congregazione dei Riti, l'approvazione del Culto, che da oltre tre secoli veniva tributato a Suor Lodovica. La Congregazione riunita nel palazzo del Quirinale, in seguito a rapporto del Card. Luigi Lambruschini, Zelatore della causa, udita la relazione di Monsignor Virgilio Pescetelli, promotore della Fede, trasmetteva un esposto favorevole al papa Gregorio XVI. Questi con decreto del 12 agosto 1839 la proclamava Beata, e ne approvava il culto in tutti gli Stati del Re di Sardegna, fissandone la festa al 24 luglio.

Il 10 marzo 1840 i resti della Beata Lodovica di Savoia, giungevano a Torino, accolti con venerazione dal clero, dalla Corte e da tutta la popolazione. Il Re volle fossero collocati in un apposito loculo al disopra della tomba del Beato Amedeo IX, padre della principessa nella Cappella della Santa Sindone. E alla sua intercessione i Piemontesi e i cittadini di Orbe e di Nozeroy cominciarono ad attribuirgli molti miracoli.

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