le PRINCIPESSE SABAUDE

nelle corti d'Europa

4a PARTE:
periodo
1685-1811


ADELAIDE, Duchessa di Borgogna
MARIA LUISA GABRIELLA, Regina di Spagna
MARIA TERESA LUISA, Principessa di Lamballe
MARIA GIUSEPPINA, Contessa di Provenza

ADELAIDE DI SAVOIA
Duchessa di Borgogna ( 1685 - 1712 )

Un succinto biografico di Adelaide di Savoia, Duchessa di Borgogna, non può mancare in queste breve biografie storiche. La sua figura, « à laquelle l'historire prétes les graces du roman » com'ebbe a scrivere l'illustre conte d'Haussonville, è fra le più attraenti ed interessanti della Corte di Luigi XIV.
Figlia primogenita di quell'astuto e fine diplomatico, che fu Vittorio Amedeo II, Duca di Savoia, e dell'angelica Anna d'Orleans, nacque a Torino il 6 dicembre 1685, con grande delusione del padre, che attendeva un maschio. Nessuna festa perciò si fece per questa nascita, tanto più che la Duchessa, a causa del parto, era ammalatissima.

Malgrado le numerose pubblicazioni fatte sulla Duchessa di Borgogna, nulla sappiamo della sua infanzia: unica notizia esatta, pervenuta sino a noi, è che essa abitava sovente, con la madre e la sorella minore Luisa Gabriella, la futura Regina di Spagna, la bella e romantica villa al di là del Po, a Torino, detta Vigna della Regina, specialmente allorchè scoppiò la guerra tra la Savoia e la Francia. Qui la principessa conduceva vita libera e lieta, con la governante marchesa di S. Germano, e con l'istitutrice madama Desnoyers. Dopo le ore di studio, a cui per altro si applicava di mala voglia, si facevano gite a Moncalieri, alla Veneria, a Stupinigi, oppure erano visite piene di sorrisi e di affetto alla nonna paterna, la Duchessa Giovanna Battista di Nemours, che abitava il palazzo Madama in Torino.
Il padre impegnato nella guerra, essa lo vedeva ben di rado e quando non vi era lo stato di guerra, Vittorio Amedeo dedicava il suo tempo ai suoi ozi o agli amori extraconiugali. Infatti egli era purtroppo un volubile marito per la buona Duchessa Anna, che gli testimoniava tuttavia, al dire di Luisa Saredo « la più irrequieta tenerezza di un cuore innamorato ».
Delle figlie non si occupava che per quel tanto che reputava necessario ai suoi interessi politici.
La principessa Adelaide cresceva sana e virtuosa, ed egli, che aveva bisogno di salde e potenti alleanze, nel 1695 entrava in segrete trattative per fidanzarla, benchè non avesse che dieci anni, con un figlio dell'Imperatore.
La cosa pareva avviata assai bene, quando ad un tratto tutto cambiò.

Fatta la pace con la Francia il 18 aprile 1696, l'Inviato di Luigi XIV, marchese di Tessé, domandava a Vittorio Amedeo in nome del suo sovrano, la mano della giovane principessa per il Duca di Borgogna erede della corona. Benchè contento in cuor suo, il Sabaudo si fece un po' pregare prima di acconsentire: non poteva inoltre dargli una dote, lo stato era quasi rovinato nelle finanze. D'altronde Adelaide essendo ancora giovanissima, poteva attendere; buoni partiti non le sarebbero mancati, e poi con l'Imperatore le trattative non erano state rotte definitivamente.
Ma a Parigi si aveva fretta, per cui si passò sopra alla questione finanziaria, stabilendo che la principessa porterebbe 200 mila scudi di cui 100 mila prelevati sulla indennità di guerra dovuta al duca. Il corredo, fra gioie abiti e biancheria, venne fissato in 55 mila franchi, ben poco cosa certamente per la figlia di un Duca regnante; ma Vittorio Amedeo II, che era anche un pò avaro, dichiarò che gli era impossibile fare di più.

Vi era peraltro una grossa questione politica da risolvere: il Duca, non avendo maschi, doveva la figlia rinunciare o no ai diritti eventuali alla successione? Interrogati i più illustri giureconsulti dello stato, tutti furono d'avviso che la rinuncia era necessaria: anzitutto, il Duca poteva benissimo ancora avere maschi dalla consorte la Duchessa Anna. In mancanza poi di eredi diretti alla successione del Ducato, vi era il Principe di Carignano, il quale non era disposto a gettar via ai propri diritti a beneficio di terzi.
Adelaide fece perciò la rinuncia voluta, indi, firmato il contratto nuziale il 15 settembre 1696, vi furono grandi feste a Corte con baciamano, discorsi, complimenti, doni, ecc. L'inviato francese Tessé diede un gran pranzo, e Luigi XIV mandò alla Principessa in regalo tanti gioielli per 50 mila scudi. Il vitalizio di Adelaide venne stabilito in 20 mila scudi annui, garantiti sui redditi di varie terre francesi.
Tutto combinato, non le restava altro che partire; in Francia, dove circolavano già suoi ritratti, il suo arrivo era vivamente desiderato dalla Corte e dal popolo.

Partì infatti da Torino il 6 ottobre 1696, accompagnata, per un tratto di strada, dalla madre e dalla nonna, dalla principessa Teresa della Cisterna Litta, dall'istitutrice Desnoyers e da Filiberto d'Este, gran ciambellano e governatore di Torino, da parecchie dame e gentiluomini e da un medico. Come si vede il suo seguito non era molto numeroso. Al ponte di Beauvoisin - confine tra la Savoia e la Francia - incontrò la missione francese, incaricata di riceverla; essa si componeva di Enrico di Lorena, Principe di Brionne, della Duchessa di Lude, dama d'onore, della contessa di Mailly, dama di compagnia del marchese di Dangeau, cavaliere d'onore e di parecchi scudieri e domestici.
Una grande folla l'acclamò lungamente al suo arrivo, e Brionne pronunziò in suo onore un discorso elogiativo, dopo di che tutta la brillante comitiva si avviò verso Lione, ove ebbe festose accoglienze dai magistrati e dai cittadini.

Tutta la scorta piemontese aveva fatto ritorno a Torino, e la Principessa undicenne aveva pianto un po' nel separarsi da tanti fedeli servitori. Ora essa doveva essere francese, nient'altro che francese, e il Piemonte non doveva più rivederlo.
A Montargis vide per la prima volta il Re Luigi, il quale aveva voluto andarle incontro, accompagnato dal figlio, il Delfino, e da una parte della Corte. Tutti la trovarono assai graziosa, di spirito pronto e giudiziosa, di modi ingenui, ma non privi di una certa finezza. Fece insomma, quello che si direbbe oggi, un'ottima impressione, non solo sul vecchio sovrano, ma su tutta la Corte, e questa impressione doveva ancora aumentare con gli anni. Finalmente a Nemours s'incontrò col fidanzato, il Duca di Borgogna, che, dicono « fut ravi de sa charmante fiancée ».

Il Duca di Borgogna, figlio del Delfino e di Maria Anna di Baviera, nato il 6 agosto del 1682, era un giovanetto intelligente, studioso sensibile all'affetto, generoso, ma di carattere alquanto irascibile, difetto che però scomparve col tempo. Sebbene un po' difettoso di corpo, aveva molta grazia e poteva anche piacere. Allievo di Beauvilliers e di Fénélon, la sua educazione morale era perfetta, e su di lui il nonno Luigi XIV, fondava grandi speranze per l'avvenire della Francia e della dinastia. Non così però erano i suoi due fratelli, i Duchi d'Angiò e di Berry, tipi irrequieti e ciarlieri.
Nel castello di Fontainebleau ebbero luogo le presentazioni dei principi, della nobiltà, che si ripeterono poi con maggiore solennità a Versailles, ove la nostra Principessa divenne subito un personaggio ufficiale, tanto che dette udienze agli Inviati del Marocco, ed al Re ed alla Regina d'Inghilterra, della quale divenne in breve intima amica.

A Versailles doveva formarsi una educazione prettamente francese, prima di procedere alla celebrazione del matrimonio, e la cronaca dice che si sottomise in tutto e per tutto ai voleri del Re. Dal 1690, anno di morte della Regina e della Delfina il castello aveva preso un'aria triste, severa, quasi imbronciata; col suo giocondo brio, Adelaide, vi portò la festosità e l'allegria. Perciò la sua apparizione fu salutata con gioia da tutti i cortigiani, che vedevano risorgere i bei tempi d'una volta e speravano feste a profusione, come infatti non mancarono.

Benchè fanciulla ed inesperta essa seppe trarsi d'impaccio con molta abilità e garbo (ricordiamo aveva 11 anni anche se a Torino prima di partire le avevano dato qualche lezione) dalla sua posizione verso madama di Maintenon, la moglie morganatica del Re, che chiamò zia. Questa, lusingata da un simile appellativo famigliare, scriveva alla Duchessa di Savoia : « Elle est parfaite en tout, ce qui surprend bien agréablement dans une personne de onze ans ».
Tutti subirono il suo fascino, e il Re, specialmente, che passava con « l'aimable princesse » molte ore del giorno; per compiacerla e divertirla non badò a nulla, furono indette cacce, passeggiate, e i boschi di Marly, di Meudon, di Fontainebleau udirono sovente il riso garrulo, argentino della seducente giovanissima principessa sabauda.

Ormai era trascorso un anno dacchè ella era giunta a corte, e Luigi XIV decise che le sue nozze col Duca di Borgogna non potevano ritardarsi oltre.
Furono perciò celebrate con magnifica pompa il 7 dicembre 1697, nella cappella regia di Versailles, presente tutta la famiglia reale, il Re e la Regina d'Inghilterra, gli ambasciatori stranieri ed un grandissimo numero di invitati. Benedisse la felice unione il Cardinale di Coislin; poi, terminata la cerimonia religiosa, vi fu baciamano, pranzo di gala, seguito da un gran ballo, fuochi d'artificio nel parco, e nei giorni seguenti altre feste con rappresentazioni nel teatro di Trianon dell'opera Apollo, musicata da Destouches. Sparo di cannoni, suono di campane e canti di Te Deum in tutta la Francia celebrarono il fausto avvenimento.
Il Re le regalò per 600 mila franchi di gioie, e dai principi della Casa di Borbone ne ricevette per oltre un milione.

Stante la sua giovane età, il matrimonio non venne consumato che assai più tardi, nell'ottobre del 1699 (a 14 anni). L'esistenza della Principessa andò aumentando d'intensità e i giorni e i mesi trascorsero per lei in una festa continua: presente anche in tutti gli incontri mondani, alle rappresentazioni, alla commedia e all'opera. Ma il divertimento, che più le piaceva era il ballo, e nulla fu tralasciato per soddisfare questa sua passione: tutti andavano a gara nell'offrirgliene, anche di mascherati, dove l'allegria era maggiore e la libertà sconfinata. Poi venne l'epoca delle partite in gondola sui laghetti del parco di Trianon, con musiche e cori, a cui succedettero le cavalcate nei boschi e le colazioni sui bei prati verdi della Ménagerie. Col suo carattere franco e gioviale, era l'idolo della Corte, che essa animava con la sua spigliata gaiezza; aveva l'arte somma di piacere, benchè non fosse bella, ma era nell'insieme una figura luminosa, che aveva saputo crearsi salde amicizie e affezioni sincere. Saint-Simon, che la vide e la conobbe da vicino, fa i più grandi elogi delle sue qualità morali, ed in quanto e al fisico dice che aveva i più begli occhi di questo mondo, occhi profondi che dicevano tante cose serene. Non si poteva dire altrettanto dei denti, che erano guasti e brutti e che le procuravano frequenti tormenti.
Essa poi non mancava mai alla fiere e feste popolari di Parigi, dove andava in incognito amando confondersi tra la folla chiassosa.

Il Duca di Borgogna teneramente innamorato di lei, non la contrariava in nulla, per cui essa si sbizzarriva in mille follie e frivolezze. Passava delle notti intere al giuoco, perdendo talvolta grosse somme, che poi non sapeva come pagare; allora il Re o la Maintenon venivano in suo aiuto, e così, passato il primo momento d'imbarazzo ricominciava. Una vita così disordinata non poteva che riuscire nociva alla sua salute, tanto che cadde ammalata gravemente, salvandosi quasi per miracolo.
Sul finire del 1700 successe un grande avvenimento storico, che mise in emozione il Re e tutta la Corte: Carlo II, Redi Spagna era morto, ed un suo testamento chiamava a succedergli il Duca d'Angiò, cognato della Duchessa di Borgogna. Questa eredità, che frustava le speranze del Duca di Savoia e col quale da un po' di tempo le relazioni erano piuttosto fredde, venne senza altro accettata, ed a Parigi, ed in tutta la Francia, fu una esplosione di gioia irrefrenabile. A Corte le feste furono grandiose: assunto il nome di FILIPPO V, il Duca d'Angiò accompagnato dai fratelli Borgogna e Berry partiva subito per la Spagna, mentre sull'Europa s'addensava la bufera. L'Austria, che non aveva voluto riconoscere il testamento di Carlo II, appoggiata dell'Olanda e dall'Inghilterra, dichiarava guerra alla Francia ed alla Spagna.

Vittorio Amedeo, al quale si promisero ingrandimenti territoriali venne nominato generalissimo delle truppe franco-spagnole, in Italia, ed ebbe l'onore, come vedremo di maritare la secondogenita Luisa Gabriella al nuovo Re di Spagna Filippo V. Sappiamo che la Duchessa di Borgogna ebbe larga parte nella conclusione di queste nozze, che ritenne come un proprio successo.
La campagna fu sfavorevole alle armi francesi nel nord, e la battaglia di Hochstadt, perduta dai generali di Luigi XIV, venne a calmare un po' gli entusiami della Corte. Ciò non ostante le feste non vennero rimandate, ed alle rappresentazioni dell'Alceste, di Lulli, fecero seguito quelle di Gionata e di Assalonne, tragedie in tre atti di Duché; poi venne la volta d'Athalie, di Racine. A questi spettacoli la Duchessa di Borgogna era più che mai assidua, e da spettatrice, divenne attrice, recitando talvolta una parte nelle varie produzioni. Il Duca, invece, che amava la vita solitaria, gli studi matematici e la musica, non seguiva che a malincuore la moglie in queste originalità; tipo ascetico, e troppo serio per la sua età, passava per un bigotto ed un pedante agli occhi della Corte, che non aveva altro pensiero che di divertirsi.
La morte del Duca di Orleans, fratello del Re, venne a gettare il lutto nella famiglia reale e le feste furono sospese. Le notizie che giungevano della guerra, che si combatteva su vari punti ai confini della Francia, non erano liete e Luigi XIV ne era più che preoccupato. Cominciavano gli anni tristi, e più che per tutti, per la Duchessa di Borgogna, la quale non amava confidare i suoi dispiaceri, che all'amica cara, la Principessa Luisa Maria Stuart; con lei faceva lunghe passeggiate in vettura o a cavallo a St. Germain-en-Laye, a Passy, a Chaillot o al bosco di Boulogne. Avrebbe voluto farle sposare il Duca di Berry, suo cognato, ma la politica non permise tale matrimonio, gli Stuart cacciati dal trono d'Inghilterra non avevano nessuna probabilità di risalirvi.

Nel 1702, il Duca di Borgogna, che aveva comandato al campo di Compiègne 60 mila uomini, veniva inviato in Fiandra a combattere, donde poi passò in Germania, ove cinse d'assedio e prese Brisach (giugno 1703) comportandosi sempre valorosamente, ed è coll'aureola della vittoria che ritornò a Versailles.
La libertà di cui la Duchessa godeva a Corte finì, col comprometterla; le memorie dell'epoca accennano chiaramente a galanterie un po' spinte con il colonnello di Nangis, bello e spiritoso quanto mai, con il marchese di Maulevrier, gentiluomo addetto al castello, e con Polignac, ma non vi era nulla di grave. Furono leggerezze più che altro, ingrandite da male lingue, specialmente dalla principessa Palatina, la vedova Duchessa d'Orleans, lo spirito più maligno ed invidioso della Corte.
Ma una notizia destinata a farle sanguinare il cuore, doveva giungere in buon punto a distoglierla dalla via pericolosa, per la sua reputazione, sulla quale si era incamminata.

Il Duca di Savoia suo padre, per ragioni che non è qui il caso di riferire, era passato fra i nemici di Francia e di Spagna, per cui il maresciallo Vendóme, che comandava in Italia, aveva di sorpresa disarmato le truppe piemontesi.
Questo fatto addolorò profondamente Adelaide, e scosse la sua posizione morale: spuntarono i primi avversari, la maldicenza contro di lei si accanì, non risparmiando neppure l'ottimo Duca di Borgogna. La sua tristezza era estrema, ed oramai i bei tempi delle pazze allegrie erano lontani e tramontati per sempre.
A consolarla, venne il 24 giugno la nascita di un figlio, per il quale furono celebrate poche feste nell'intimità ; questo erede tanto atteso moriva nell'aprile dell'anno seguente e fu argomento di cocente afflizione per la Principessa.

Il 1705 e il 1706 furono anni di sventura per la Francia e le angosce di Adelaide, crebbero d'intensità allorquando l'esercito francese, strinse d'assedio Torino, unica città rimasta al Duca di Savoia.
Parecchie volte, s'interpose, ma invano, per un accomodamento, tra suo padre e il Re Luigi, e questo suo intervento per la pace venne da taluni storici, dal Duclos in particolar modo, interpretato come un atto di tradimento verso la Francia. Fu anche accusata di tenere una segreta corrispondenza col padre, nella quale lo avrebbe avvertito dei piani militari che si combinavano a Versailles. Nulla di più stolto ed infondato; il conte d'Haussonville ha fatto giustizia di una così assurda leggenda, portando documenti ineccepibili, che provano luminosamente la correttezza di Adelaide.

Liberata Torino dalle armi vittoriose del Principe Eugenio di Savoia, il Duca Vittorio Amedeo II corse a sua volta ad assediare Tolone, ma fu respinto. Nel frattempo a rallegrare la famiglia reale, venne l'8 gennaio 1707, la nascita di un secondo figlio; questa nuova maternità rinforzò la posizione della Principessa.
Il 1708 si apriva per la Francia sotto buoni auspici, che purtroppo non ebbero proseguimento.

Il Duca di Borgogna, che comandava in Fiandra con Vendóme, dapprima prese Bruges e Gand, ma poi scoppiato fra di loro un insanabile dissidio, ne risultò la terribile sconfitta di Oudenarde, che venne ingiustamente attribuita all'imperizia del Duca.
A Corte, ove dato il suo carattere e le sue abitudini riservate, non aveva che pochi amici, fu criticato aspramente. Se ne immischiarono anche le donne; la Principessa di Conti e la Duchessa di Borbone, figlie legittimate di Luigi XIV, furono le più ardenti nell'accusarlo, anche per l'invidia che nutrivano verso Adelaide. Questa però non si smarrì di animo, tenne testa alla bufera con fierezza ed abilità, anche se la sua fronte si oscurò, divenne seria, preoccupata, ed i suoi occhi si velarono di lacrime.
Quasi ciò non bastasse, la perdita di Lilla, venne a gettare un completo discredito militare nella capacità guerresca di suo marito, che tornò a Versailles, umiliato, disfatto, fatto segno ad improperi, a motteggi ed a canzoni ingiuriose. Trovò fortunatamente un grande conforto nella moglie, che prese energicamente le di lui difese, mostrando quale sangue le scorreva nelle vene: essa non ebbe pace, finchè non ottenne che Vendome, causa di tutti i suoi mali, fosse allontanato dalla Corte.
Questo atto di potenza fece tacere le cabale, ma tante emozioni erano troppo forti per i suoi nervi ; benchè la fiducia del Re verso di lei fosse sempre uguale, tuttavia, il dileggio dei cortigiani la offese profondamente. Si ammalò non gravemente per fortuna; ristabilitasi, continuo a difendere il marito dagli attacchi anonimi e palesi dei nemici, che non davano segno di tregua.

Se il 1708 fu anno triste e pieno di sconforti e di desolazioni, il 1709 fu peggiore ancora, la miseria si fece sentire aggravata da un freddo intenso: il Duca e la Duchessa di Borgogna fecero abbondanti elemosine per alleviare le sofferenze dei poveri, le feste furono soppresse, e si organizzarono banchi di beneficenza, a cui partecipò largamente la Corte.
L'anno, che seguì fu meno triste; il 13 aprile la Duchessa mise al mondo un terzo figlio a cui venne dato il titolo di Duca d'Angiò, il quale fu poi il LUIGI XV della storia. Pochi mesi dopo la Corte veniva ancora rallegrata dalle nozze del Duca di Berry con Maria d'Orleans, ed allora l'ambiente malinconico del castello si rasserenò alquanto.

Nell'aprile 1711 morto il Delfino, padre del Duca di Borgogna, Adelaide venne a trovarsi più vicina al trono; ebbe maggior influenza, e potè trionfare degli invidiosi e dei maligni che si squagliarono. Il Duca, divenuto lui il Delfino, si occupava molto degli affari dello Stato, assistendo ai Consigli dei ministri con voto deliberativo, preparandosi così all'esercizio del potere, il Re essendo piuttosto avanzato negli anni e non bene di salute.
La guerra volgeva piuttosto favorevole alle armi di Francia, e prossima si annunziava la pace. La Delfina era al colmo della gioia, moglie e madre felice, essa non desiderava altro che la cessazione delle ostilità, poichè la guerra la metteva in spiacevole situazione verso il padre.

Tutti i suoi sforzi tendevano a questo nobilissimo scopo, allorchè verso i primi giorni di febbraio 1712, si pose a letto con febbre maligna ed in breve le sue condizioni divennero disperate. Ebbe prostrazioni e deliri, ma energica com 'era tentò reagire e si fece coraggio; il Re, il Duca suo marito, e madama di Maintenon che l'assistevano con grande amore, chiamarono, a consulto i più celebri medici della Facoltà di Parigi, i quali peraltro dichiararono costernati, che non vi era più nulla da fare. Morì il 12 febbraio, confortata, negli ultimi istanti dal Card. di Noailles. Poco prima di spirare Tessé avendole detto
« Principessa, animatevi, guarirete, tutta la Francia prega per voi » ebbe un ultimo tratto di spirito e rispose « Principessa oggi, niente domani, fra due giorni dimenticata » !
Il Duca di Borgogna, la cui salute era sempre piuttosto cagionevole, si ammalava della stessa febbre, che aveva uccisa la consorte, e dopo solo sei giorni di sofferenze atroci la seguiva nella tomba !

Queste due morti, che gettarono lo sgomento e lo scompiglio nella Corte, fecero circolare le voci più disparate ed assurde su questi decessi. Ad accrescerle, si aggiungeva il 7 marzo seguente la morte del Duca di Bretagna, d'anni cinque, figlio di Adelaide e del Duca di Borgogna ! E della stessa terribile malattia giacevano a letto altri principi reali.
Il terrore invase tutti: si parlò apertamente di veleno somministrato dal Duca d'Orleans, nipote di Luigi XIV, per spianarsi la via al trono.
Fu un'accusa odiosa, che risultò completamente infondata; prima di tutto in quell'inverno le malattie contagiose a Versailles, ed a Parigi mietevano numerose vittime, ed in un'epoca in cui le regole dell'igiene erano trascurate, nulla di straordinario che anche il castello reale ne fosse infetto. (probabilmente - vista la sintomatologia dei colpiti - era una delle tante epidemie che oggi chiamiamo influenze).
L'autopsia praticata subito sui tre cadaveri non trovò nessuna traccia di veleno, ed infine, se il Duca di Orleans fu un libertino ed un gaudente, nulla prova che sia stato anche uno scellerato. In quei giorni tragici se ne dissero tante, che per giunta si credettero e si propalarono anche all'estero.
I cuori del Duca e della Duchessa di Borgogna vennero portati al Val-de-Grace, e le loro salme trovarono riposo nella cripta reale di San Dionigi.

La loro dipartita lasciò un vuoto, che non si colmò più. In quanto ad Adelaide di Savoia, ecco ciò che scrive SaintSimon: « Con lei si eclissarono gioie, piaceri, divertimenti. Le tenebre avvolsero la Corte, la quale, se esistette ancora, non fu che per declinare. Giammai principessa fu più rimpianta di lei, e giammai principessa fu più degna di esserlo ! ».



MARIA LUISA GABRIELLA DI SAVOIA
Regina di Spagna ( 1688 - 1714 )

Tra le principesse di Casa Savoia, di cui abbiamo tratteggiato i profili, Maria Luisa Gabriella, Regina di Spagna, merita un posto speciale e distinto. Figura interessante, essa ha lasciato nella storia della sua patria adottiva un ricordo pieno di poesia e di bontà che ancora le sopravvive.

Lanciata dalla volontà autoritaria di Luigi XIV, nei complicati vortici della politica europea, all'alba del secolo decimottavo, dimostrò di essere pienamente all'altezza dell'eccelso posto al quale fu destinata, quando, Maria Luisa Gabriella, appena tredicenne, andò sposa a Filippo V, primo Re di Spagna della famiglia di Borbone successa a Casa d'Austria.
Pur in mezzo all'incessante rumore di armi e di armati non perdette un istante, malgrado la giovanissima età, la calma necessaria per sormontare le gravi crisi, che agitarono il regno del consorte, uomo debole, ipocondriaco, di scarsa intelligenza, di poca o nessuna iniziativa e del tutto inetto a comprendere i vasti disegni politici del nonno Luigi XIV.
Parlando di Maria Luisa Gabriella l'anonimo autore della vita dell'Alberoni scrive: « il regno di questa grande signora non fu che una continua tribolazione, ed una serie di inquietudini non udite, benchè le nascondesse agli occhi del pubblico con una grandezza d'animo, superiore al suo sesso».
Giuste parole che non temono smentite, come dimostreremo.

Il 1° novembre 1700, come abbiamo visto, moriva a Madrid Carlo II senza lasciare eredi diretti, chiamando a succedergli Filippo di Borbone, Duca d'Angiò, abbiatico di Luigi XIV, il quale corse subito in Spagna a prendere possesso del trono. Accolto con « les plus vives demonstration d'amour et de respect » ; secondo quanto afferma uno storico illustre, il giovane Re abituato alla galanteria ed alle spettacolose feste di Versailles, si annoiava mortalmente nel suo palazzo di Madrid, dove non incontrava che visi tristi e sconosciuti, dei quali diffidava. Pensò allora a prendere moglie, lasciando però che gliela scegliessero gli altri. Inoltre i ministri spagnoli desideravano che egli avesse al più presto un erede, per tranquillizzare la nazione ed assicurare la discendenza dinastica dinanzi alla coalizione europea che si stava formando contro la Francia e la Spagna.
Il Cardinale Porto-Carrero, del Consiglio del Re, scrisse a Luigi XIV, indicando la Principessa Maria Luisa Gabriella di Savoia, sorella della Duchessa di Borgogna, della quale abbiamo narrato la vita nel capitolo precedente, come la più indicata per divenire la consorte del Sovrano.
La proposta piacque al vecchio Re di Francia, che l'accolse col massimo favore e subito intavolò negoziati con il Duca Vittorio Amedeo II, padre della principessa.

Vi erano varie difficoltà da vincere dal punto di vista finanziario: il Duca di Savoia era creditore verso la Spagna di somme considerevoli e voleva essere pagato. Dalla dote della Principessa venne dedotta buona parte della cifra dovuta e Vittorio Amedeo II dichiarandosi soddisfatto, il fidanzamento ufficiale veniva proclamato a Torino ed a Madrid contemporaneamente il 1° giugno 1711. Le due città furono illuminate alla sera in segno di giubilo, ed il ritratto della nuova Regina, esposto in una galleria del palazzo reale di Madrid, fu oggetto di omaggio da parte di tutta la nobiltà.
Maria Luisa Gabriella che contava poco meno di tredici anni - essendo nata il 22 settembre 1688 - ricevette le felicitazioni della Corte ed innumerevoli regali dalla famiglia e dallo sposo, il quale le fece rimettere a mezzo del suo ambasciatore, una tenerissina lettera, nella quale affermava che il suo matrimonio con la gentile principessa sabauda, costituiva « le plus grand bonheur » della sua vita.

A Parigi pure si era contenti di queste nozze, ma più di tutti lo era la Duchessa di Borgogna, Adelaide di Savoia, sorella della neo-Regina, alla cui conclusione aveva efficacemente cooperato. Una più stretta parentela fra le due famiglie regnanti formava l'orgoglio di Luigi XIV, il quale, dall'aiuto che Vittorio Amedeo II poteva prestargli nella prossima guerra contro gli imperiali in Italia, faceva grande assegnamento.
Regolate tutte le questioni di etichetta, il matrimonio per procura veniva celebrato a Torino nella cappella del Sudario, la domenica 11 settembre 1701, con il solito splendore di Casa Savoia. Il Principe di Carignano rappresentava il Re di Spagna, il quale offerse alla sposa, alla vecchia Duchessa Giovanna di Nemours, alla Duchessa Anna d'Orleans, madre della sposa, magnifici doni consistenti in vasellame d'oro e d'argento; in altri oggetti d'avorio e pietre preziose. Il giorno dopo la giovanissima Regina partiva da Torino in una berlina tirata da sei cavalli, accompagnata dalla nonna, dalla genitrice, dal Principe di Carignano, da numerose dame e gentiluomini d'onore, mentre dalla cittadella venivano sparati in segno di saluto cento colpi di cannone.
Giunta al Colle di Tenda, si separò dai parenti « après bien de pleurs et de tristes adieux », come riferisce il Perey. Rimasero solo presso di lei le dame del seguito e alcuni cavalieri adetti al suo servizio particolare, nonchè l'ambasciatore di Spagna marchese di Castel Rodrigo, il quale fece tutto il possibile per rendere meno faticoso il viaggio alla sua Sovrana.

Il 18 settembre erano tutti a Nizza, ove congedò il suo seguito italiano ed avvenne l'incontro della Regina con la celebre principessa Orsini, destinatale da Luigi XIV quale cameriera mayor, donna imperiosa la quale esercitò subito sulla sovrana un influenza, che durò tredici anni.
In questa città, ove si fermò otto giorni, Maria Luisa Gabriella assistette a Te Deum, a banchetti, a feste, a processioni; finalmente il 25 preso imbarco sulla Capitana pavesata con drappi d'oro e d'argento, salpava alla volta di Barcellona, seguìta da un'imponente squadra di galere spagnole e francesi.
Causa però il mare cattivo, la comitiva reale dovette rifugiarsi nel porto di Marsiglia, dopo aver toccato Antibo e Tolone: qui la Regina, che aveva sofferto terribilmente durante la breve traversata, mandò a chiedere al Re Luigi il permesso di continuare il viaggio per terra, permesso che le venne subito concesso. Per Aix, Nimes, Montpellier, giunse alla frontiera del Rossiglione, incontrata dal marchese di Louville, ambasciatore francese a Madrid; proseguendo toccò Perpignano, dove avvenne la separazione dal suo seguito di dame piemontesi, ciò che le fece versare ancora molte lacrime.
A Figueras s'incrociò col Re che, impaziente di vederla, le era corso incontro in incognito, e qui dopo essersi fatto riconoscere, fu celebrato il matrimonio definitivo, seguìto da un grande pranzo. I due sposi si piacquero subito, la Regina trovò che Filippo V, era « un mari aimable ». In breve tempo con la sua vivacità e con la sua precoce intelligenza, seppe farsi da lui altamente apprezzare; egli divenne lo schiavo «di questa bambola intrepida che dissertava di politica» con tale assennatezza da stupire i più vecchi consiglieri della Corona.

A Barcellona i Sovrani fecero un discreto soggiorno, fra distrazioni di ogni sorta, tanto che Filippo si ammalò.
Qui giunse a loro la notizia della rivolta scoppiata a Napoli, ed il parlamento catalano votò subito due milioni per la guerra; il Re chiese al nonno Luigi XIV il consenso per recarsi in Italia; questo venne dato, ma con esclusione della Regina. Maria Luisa avrebbe volentieri seguito il marito, ma chinò il capo agli ordini perentori del Re di Francia. Gli spagnoli d'altronde temendo di essere abbandonati, erano felici di averla con loro, e la circondarono di deferenti premure. « Appassionata, attiva, eroica - afferma A. Savelli - suscitava in loro una devozione cavalleresca ed acquistava tutta quella popolarità, che avrebbe dovuto avere il Re ».

Filippo V, s'imbarcò per l'Italia l'8 aprile 1702, e due giorni dopo Maria Luisa, dopo avere visitato il Santuario di Monserrato, s'incamminò verso Madrid, sostando a Saragozza, ove aprì le Cortes aragonesi. Ossequiata dal Nunzio Ponteficio ad Alcalà, il 30 maggio faceva il suo ingresso trionfale nella vecchia capitale tutta in esultanza.
In mezzo ad una Corte divisa, agitata, turbolenta, satura di pregiudizi aristocratici, seppe destreggiarsi con molto tatto, cercando di non disgustare nè i francesi, nè gli spagnoli, che si odiavano cordialmente, e tenendo testa inoltre con molta fierezza agli intrighi ed alle manovre oblique dei cortigiani.
Cercò subito di svecchiare la Corte, abolendo usanze antiquate e tentò anche di cacciare i nani, che infestavano l'appartamento reale, perchè ritenuti spie dei funzionari, ma incontrò un'opposizione sorda e malevola, che la irritò. La questione delle parrucche e degli abiti, che essa voleva alla moda francese, le attirò la maldicenza delle dame, ma finì per trionfare ed imporre il proprio volere.

In assenza del Re era lei che assistita dal Cardinale Porto-Carrero e da Mons. d'Arias, arcivescovo di Siviglia, presiedeva la Giunta del Governo, dava udienze e di tutto informava quasi quotidianamente il Re Luigi ed il marito, ai quali mandava pure i contributi delle province per i bisogni della guerra. Filippo, da Napoli, dove vi aveva sedata la ribellione, era passato in Piemonte, e ad Alessandria si era incontrato col Duca Vittorio Amedeo II. Ora si trovava alla guerra, che si combatteva in Lombardia. Si battè bene a Cremona, a Luzzara, a Guastalla, e mandò a Madrid i trofei presi ai tedeschi, trofei che riempirono di gioia l'animo della Regina.
Ma una notizia cattiva venne ad interrompere tanta letizia; gli olandesi e gli inglesi, i quali parteggiavano per l'Arciduca Carlo, secondogenito dell' Imperatore Leopoldo e pretendente al trono spagnolo, erano sbarcati improvvisamente a Cadice. Maria Luisa riunì subito il Consiglio, parlò di recarsi a Siviglia ed Cordoba, e chiese il ritorno immediato del consorte. L' Andalusia volle rimanere fedele al Sovrano e cacciò da sè gli invasori, i quali se ne vendicarono in ottobre distruggendo parte della flotta spagnola ancorata nel porto di Vigo. Tanta sovraeccitazione di nervi fece ammalare Maria Luisa, per fortuna leggermente, cosicchè potè attendere felice il ritorno di Filippo, accordato da Luigi XIV dopo la vittoria di Villars sugli imperiali.

Il Re, atteso con impazienza dalla Regina e dal popolo giunse a Madrid il 17 gennaio 1703, accolto con acclamazioni dalla popolazione; la consorte gli era andata incontro a Guadalaxara e la nobiltà era corsa a riverirlo ad Alcalà. La principessa Orsini, onnipotente a Corte, sollevò in questa occasione l'indignazione dei funzionari, dei gentiluomini e delle dame per la sua altezzosità, e per i conflitti suscitati per ragioni di preminenza, col Cardinale Porto-Carrero, ministro di Stato, col conte Emanuele d'Ariàs, capo del partito castigliano, e con il Cardinale d'Estrées, ambasciatore francese. Queste beghe fecero perdere la pazienza a Luigi XIV, che minacciò di richiamarla; poi per intervento della Regina, tutto si acquietò, ma per poco, come vedremo.

Frattanto i Sovrani fecero visita alla Regina Anna di Neoburgo, vedova di Carlo II, ritirata a Toledo ; l'intervista fu cordialissima e Filippo e Maria Luisa riportarono della sovrana decaduta la migliore impressione, sebbene nell'intimo dell'animo suo essa simpatizzasse piuttosto per gli austriaci. Tornati a Madrid si accorsero che le animosità fra il Cardinale d'Estrées e la principessa Orsini si erano riaccese più forti che mai; per motivi di influenza politica, il primo col suo spirito « tracassier, brouillon » voleva comandare il Re, e l'Orsini a sua volta, pretendeva di guidare a suo talento Maria Luisa. Il Re di Francia prese un provvedimento energico, richiamò d'Estrées, che venne sostituito da Grammont, ed esiliò la Orsini a Tolosa, al cui posto andò la duchessa di Bejar. Vi stette poco; riuscita a giustificarsi davanti a Luigi XIV ottenne di poter ritornare in Spagna, ove riprese l'antica carica e tentò di riprendere il suo ascendente su Maria Luisa, con grande ira degli spagnoli (1705) che detestavano la sua invadenza negli affari dello Stato.

Ma ad amareggiare l'animo dei Sovrani di Francia, giungeva la inattesa la notizia della defezione di Vittorio Amedeo: sollecitato dall'Austria, che gli promise il Monferrato e parte della Lombardia ed offeso dall'alterigia di Luigi XIV, egli era passato al campo nemico. Subito il maresciallo di Vendóme aveva disarmato i soldati del Duca che si trovavano nel campo degli alleati franco-spagnoli, ed era quindi marciato contro gli Stati Sabaudi. Il dolore di Maria Luisa fu immenso; tutto intorno a lei pareva crollare; l'Imperatore Leopoldo aveva proclamato Re di Spagna l'Arciduca Carlo suo figlio, per cui la guerra si accese più violenta che mai. Le prime ostilità scoppiarono in Portogallo, ove il Duca di Berwick riportò qualche vantaggio, che non impedì peraltro che Gibilterra cadesse in potere degli inglesi il 4 agosto 1704. Gli stessi, inglesi tre settimane dopo vincevano la battaglia navale di Malaga.
Completamente agli ordini del nonno Luigi XIV, il misero Filippo non ardiva prendere una decisione energica per salvare la monarchia: da parte sua Maria Luisa, dopo il tradimento del padre, non osava più scrivere a Parigi, per invocare soccorsi. La sua posizione era compassionevole, e se ne rendeva ben conto in lettere piene di amarezza alla famiglia.

Per giunta a Madrid cresceva il malcontento contro i francesi per le loro maniere provocanti, ed in Catalogna sintomi di ribellione si manifestavano apertamente, mentre l'opposizione dei Grandi di Spagna al Re si faceva più sorda. L'Arciduca Carlo, penetrato in Barcellona con l'aiuto delle flotte olandesi ed inglesi, minacciava seriamente l'esistenza della dinastia borbonica che venne a trovarsi in una situazione pressochè insostenibile.
Filippo V, partì per il campo lasciando Maria Luisa reggente: questa per prima cosa scrisse subito a Luigi XIV sollecitandone l'aiuto, poichè solo la Castiglia rimaneva fedele al consorte. Tutte le altre province erano in potere dei nemici, portoghesi, inglesi ed austriaci. In frangenti così pericolosi la coraggiosa Regina non si smarrì d'animo; decretò, coadiuvata da Orry e da Amelot, la formazione di nuovi reggimenti, mandò munizioni ed armi all'esercito, che mancava di tutto, preparò la difesa eventuale di Madrid, poi si recò al palazzo di città, ove fece un disperato appello ai cittadini invitandoli a sostenere il trono. Sui cavallereschi madrileni il discorso fece un grande effetto e tutti giurarono di morire per il Re.

Intanto i tre eserciti invasori marciavano a grandi giornate sulla capitale: Filippo V corse precipitosamente dal campo per prendere la Regina ed avviarla a Burgos, seguita da pochi gentiluomini e dalle duchesse d'Ossuna, di Medina Sidonia, di Veragua e di Popoli.
L'Arciduca Carlo entrò in Madrid dove il generale Galloway lo fece proclamare dalla sua truppa Re di Spagna il 25 giugno 1706, sotto il nome di CARLO III.
A Burgos, la sovrana, sprovvista d'ogni cosa necessaria, per far fronte a spese impellenti, dovette impegnare i diamanti suoi personali, e passò giorni d'angoscia. Le era pervenuta la notizia dell'assedio di Torino e quasi subito dopo quella della sconfitta dei francesi. Non sapeva se rallegrarsi o piangere: i francesi difendevano il trono di suo marito e suo padre era tra i nemici suoi !

Per fortuna le cose in Spagna si misero un po' meglio; poco a poco il generale Berwick riduceva all'ubbidienza di Filippo V le province ribelli, ed ricuperò anche la capitale, dove ai primi d'ottobre il Re e la Regina rientrarono accolti con manifestazioni di esultanza dalla popolazione, la quale, piena di eroismo si era sollevata contro l'Arciduca.
A colmare di letizia la nazione, Maria Luisa, l'anno seguente, il 25 agosto 1707, dava alla luce un maschio a cui furono imposti di nomi di Luigi Ferdinando e il titolo di Principe della Asturie; padrino del neonato fu il Re di Francia e madrina la Duchessa di Borgogna. Dopo un anno, secondo una antica consuetudine, dai Grandi egli fu riconosciuto erede del trono, e suo precettore venne in seguito nominato il Cardinale Del Giudice.

I reali erano al colmo della felicità, tanto più che si sussurravano parole di pace; Maria Luisa, consigliata dall'abate Alberoni, scrisse al padre invitandolo ad una tregua ed offrendogli il titolo di Re di Lombardia. Luigi XIV, da parte sua, era stanco di tanti sacrifici per mantenere il nipote sul trono spagnolo ed i popoli a loro volta anelavano alla quiete; tutto lasciava presagire un buon esito le trattative per la pace.
La Regina, la cui salute nel frattempo si era alquanto alterata, dava alla luce un altro maschio (2 luglio 1709), che con grande suo dolore, moriva pochi giorni dopo.
Nel frattempo le trattative per la conclusione della pace, alla quale essa s'interessava personalmente continuavano senza però che le ostilità cessassero; sia col padre, sia coi congiunti di Francia, difendeva con energia gli interessi del marito, il quale trovavasi sempre al campo (1710).
La situazione, fattasi improvvisamente di nuovo critica, obbligò Maria Luisa a ritirarsi dapprima a Valladolid, indi a Vittoria, mentre Madrid veniva rioccupata dall'Arciduca. Gli spagnuoli sconfitti ad Almiranza, battevano in ritirata su tutti i punti; Maria Luisa scrisse ancora a Luigi XIV invocando un buon generale, che venne presto inviato nella persona di Vendóme.

Riorganizzato in pochi mesi il demoralizzato esercito, Vendóme sconfisse a più riprese i nemici, tantochè Filippo potè rientrare in Madrid, per uscirne quasi subito con truppe fresche: la vittoria di Villaviciosa seguìta da altri successi, liberò quasi tutto il paese dagli inglesi e portoghesi e valse a consolare alquanto Maria Luisa; la quale, per tutti gli strapazzi subiti e le continue querimonie della Orsini, che voleva ingerirsi di tutto, si ammalò a Saragozza ove si era recata a presiedere il parlamento aragonese. Raccontano gli storici spagnoli che la Regina dirigeva in persona le sedute, ove passava tutte le giornate, onde i lavori procedessero con speditezza, ed i notabili avessero a votare i sussidi richiesti.
La morte del Delfino di Francia, padre di Filippo, venne a gettare la costernazione nella Corte, ma non era che il principio di altri lutti, poichè lo seguirono nella tomba il Duca e la Duchessa di Borgogna ed il loro figlio Duca di Bretagna.

E facile perciò immaginarsi il dolore dei Sovrani. La Regina, che era in via di miglioramento ed era ritornata a Madrid per sorvegliare da vicino l'educazione del Principe delle Asturie, fece una seria ricaduta che la pose tra la vita e la morte. Guarita dopo alcuni mesi, ripigliò la sua esistenza attiva con la partecipazione agli affari dello Stato, ed il 7 luglio 1712 dava alla luce un altro figlio - Filippo-Pietro - che fu apportatore della pace lungamente attesa.
Col trattato di Utrecht (1713) confermato a Rastadt l'anno dopo, Filippo V, veniva riconosciuto Re di Spagna, conservando l'impero delle Indie, ma perdendo tutti i possedimenti d'Italia e dei Paesi Bassi, che passarono all'Austria: il Duca di Savoia vi guadagnava la Sicilia coll'ambito titolo di Re, ed i diritti eventuali alla successione spagnola, qualora si estinguesse la discendenza di Filippo V.

* * *

Maria Luisa era raggiante di felicità: quel trono, per la conservazione del quale aveva tanto lottato, oramai non le sarebbe stato più conteso da nessun principe tedesco.
Intravedeva, malgrado la ribellione della Catalogna, che il maresciallo di Berwick era incaricato di domare, un avvenire prospero, allietato dall'affetto del marito e dal sorriso dei figlioletti; i legami con la sua famiglia non sarebbero stati più turbati da nubi politiche. Benchè ella fosse felice, la sua salute era deperita in modo visibile ed impressionante per il marito e per i famigliari. Furono subito tentate diverse cure che parvero arrestare il male, e tutti se ne rallegravano, e la gioia crebbe quando il 23 settembre si sgravò d'un quarto maschio, che fu l'Infante Ferdinando.
Fu l'ultima sua consolazione: il male andò aumentando rapidamente e purtroppo non vi era più rimedio. La tisi faceva passi da gigante ! A Parigi ed a Torino le due case reali furono molto allarmate da queste notizie ed inviarono a Madrid famosi medici. Luigi XIV volendo dare un attestato della sua simpatia a Maria Luisa, mandò il suo medico particolare, il celebre Elvezio, il quale giunse a Madrid nei primi giorni di febbraio e trovò che la Regina era in fin di vita.

Fece ugualmente la diagnosi della malattia, tentò qualche rimedio, ma invano, poichè alla povera sovrana scemavano le forze giornalmente. Sull'arrivo dell'illustre medico, il Barone del Nero, residente toscano a Madrid scriveva «Giunse finalmente il suddetto medico la sera del lunedì ed introdotto subito dalla Regina, fece alcune piccole osservazioni e si ritirò in un'altra camera, dove fu informato, alla presenza del Re e di madama Orsini, di tutto quello che era stato adoperato contro esso male.
« La mattina dopo, martedì, nel riconoscere la Maestà sua, disse che gli pareva di riscontrare nel fegato una durezza ma che forse sarebbe superabile. Non dichiarò allora il vero giudizio del male, lasciando solo intendere, che era grande ».

Pure Maria Luisa s'illudeva, sperava di guarire, e solo quando le fu consigliato di comunicarsi comprese la gravità del suo stato. Ebbe una crisi di pianto, e rivolgendosi alla principessa Orsini, Governatrice degli Infanti, che le stava al capezzale, disse « Voi vedete i miei segni di debolezza in un momento in cui dovrei dare invece prove di coraggio e di rassegnazione ai voleri di Dio. Ma se considerate tutto ciò che devo abbandonare, il Re ed i miei figli, convenite che sono degna di commiserazione ! ».

Vedendo il marito ebbe un accesso di tenerezza e pianse ancora quando le condussero per l'ultima volta i figli. Il 14 febbraio 1714 spirò, senza sofferenze, placidamente, avendo conservato secondo quanto scrisse Elvezio: « un jugement saio et une connaissance parfaite jusq'au dernier moment de sa vie ».
Immenso fu il cordoglio di Filippo e di tutta la Corte; il popolo, che nei momenti di pericolo l'aveva vista piena d'ardire e che sapeva quanto bene aveva voluto alla sua patria d'adozione, che pure non le aveva risparmiato amarezze e dolori, la pianse sinceramente e ne portò il lutto.
In Spagna la sua memoria visse lungamente venerata nessuna Regina dopo di lei fu più rispettata, più amata dai sudditi. Il duca di Saint-Simon, così avaro di solito di lodi, nelle sue Memorie lasciò di Maria Luisa Gabriella questo giudizio: « Ella seppe farsi adorare dagli spagnoli per la sue maniere semplici ed affabili e per la generosità del suo animo ».



MARIA TERESA LUISA DI SAVOIA
Principessa di Lamballe ( 1749 - 1792 )

Il destino tragico di questa principessa sabauda, oggetto di studi e di ricerche che ancora continuano, ha commosso la posterità: figura mite, appassionata, devota fino al sacrificio, la storia ha fatto piena giustizia delle calunnie che in vita e dopo la sua morte, tentarono di offuscarne la memoria. Le sue poche manchevolezze furono purificate dal martirio !

La futura vittima della Rivoluzione francese nacque a Torino l'8 settembre 1749, da Luigi Vittorio di Savoia, Principe di Carignano e da Cristina Enrichetta di Assia-Rheinfels-Rothemburg. Luigi Vittorio apparteneva al ramo collaterale della famiglia regnante, il quale traeva le proprie origini da Tommaso, fratello del Duca Vittorio Amedeo I. Nato nel 1721, a Parigi, ove la famiglia risiedeva in quel tempo, era stato un valoroso soldato, molto amato dal Re Carlo Emanuele III, del quale godeva l'intera fiducia: incaricato di missioni delicate, egli le aveva assolte con piena soddisfazione del Sovrano, il quale lo aveva creato Capitano Generale dell'Esercito e Governatore del Ducato d'Aosta. Primo Principe del sangue egli aveva alla Corte una posizione privilegiata.

Alla neonata principessa furono imposti i nomi di Maria Teresa Luisa; allorquando essa venne al mondo, la famiglia Carignano era di già stata allietata da altri figli, Carlotta, nata nel 1742, che si fece monaca e chiuse la sua esistenza nel 1794 nel convento della Visitazione di Torino; Vittorio Amedeo, nato nel 1743, sposato a Giuseppina Teresa di Lorena-Armagnac (1768), morto nel 1797; Leopolda, nata nel 1744 la quale sposata al principe Andrea Pamphili-Doria, morì in Roma nel 1807; Gabriella, nata nel 1746, sposata al principe Ferdinando di Lobkowitz, morta nel 1784; Tommaso nato nel 1751 e morto due anni dopo; Eugenio nato nel 1753 e morto nel 1785 a Domart in Picardia; Caterina nata nel 1762, sposata al principe Filippo Colonna, e morta a Roma nel 1818.

Una famiglia di stampo patriarcale, ma con scarsi mezzi di fortuna. Ad alleviare gli imbarazzi finanziari del Principe Luigi Vittorio, dovette intervenire con larghezza parecchie volte il cugino Carlo Emanuele III.
Nulla sappiamo intorno agli anni della puerizia e della giovinezza di Maria Teresa; nell'ambiente semplice della famiglia, ebbe tuttavia con le sorelle, una educazione molto accurata sotto la direzione della madre, una rigida tedesca di grandi virtù, ma più massaia che principessa. Rari i divertimenti, e le feste a Corte erano piuttosto monotone. Sei femmine da accasare conforme al loro alto rango era una preoccupazione assai grave per i genitori, i quali non potevano dare loro che una dote meschina, avendo due maschi a cui provvedere, specialmente il primo destinato a mantenere il decoro e lo splendore della Casa. Per queste ragioni Luigi Vittorio, aveva dovuto accontentarsi per Leopolda e Gabriella di due principi di condizione privata, ma ricchissimi.

Ora giunta in età da marito Maria Teresa, il Principe aveva pregato il Re di voler trovarle uno sposo adatto alla sua condizione. Carlo Emanuele volse gli occhi verso la Corte di Francia, dove precisamente il Duca di Penthièvre, cercava per il suo unico figlio maschio, il Principe di Lamballe, una sposa. La desiderava di sangue reale, bella, buona e istruita sul fatto della dote non avrebbe badato, avendo per suo conto parecchi milioni di rendita annua. La giovane principessa sabauda rispondeva pienamente a questi requisiti figura seducente, di carattere socievole e d'animo sensibile e affettuoso, era la consorte ideale per un principe. A queste qualità morali s'aggiungeva un fisico attraente: di statura media, aveva una carnagione fresca e chiara, con occhi azzurri e capelli biondi abbondanti.
La contessa di Genlis, che la conobbe, dice che aveva brutte mani, che era priva di spirito e che l'odore delle violette la faceva svenire. Ma Madama di Genlis, che fu l'amica intima del Duca d'Orleans, e per giunta una cattiva lingua, non poteva certamente amarla e dirne bene ! La pittrice Vigée-Lebrun, lasciò scritto invece che era molto buona ed assai elegante nella persona. « Benevola e virtuosa, bella pur non avendo tratti regolari » la proclama la Baronessa d'Oberkirck.

Interpellato su questo progetto di matrimonio, il Re di Francia, Luigi XV, il quale si ricordava volentieri di essere figlio d'una principessa di Savoia, aveva dato senz'altro il suo assenso.
Le trattative procedettero speditamente, il Duca di Penthièvre aveva anche fretta di ammogliare il figlio, che si era ingolfato da tempo in brutte avventure e con la salute in disordine.
E qui non si comprende come Luigi Vittorio abbia potuto concedere la figlia ad un principe, quale era il Lamballe, la cui vita dissoluta era cosa di notorietà pubblica. Forse fu ingannato da informazioni volutamente erronee ed interessate ? In caso contrario non si riuscirebbe a concepire, come egli abbia potuto così leggermente sacrificare la figlia, che da buon padre amava teneramente.
L'8 gennaio 1767 il marchese di Choiseul-Gouffier Ministro di Francia a Torino, chiedeva a nome del Re Luigi XV la mano della Principessa: la domanda essendo stata gradita e accettata, il matrimonio veniva dichiarato ufficialmente il giorno 14 e tre giorni dopo il re firmava il contratto nuziale.

Gli sponsali vennero celebrati con grande sfarzo dal Cardinale delle Lanze, grande elemosiniere del Re di Sardegna del quale era parente. Il Litta racconta che la sposa, condotta dal Re, venne messa subito dopo la funzione religiosa, vestita come era, in un grande letto di parata alla presenza di tutta la Corte. Indi vi entrò con una sola gamba il fratello Vittorio Amedeo, il quale rappresentava lo sposo assente. Questa cerimonia, osserva l'illustre storico, fu fatta per assicurare alla Principessa, l'appannaggio, nel caso in cui per qualunque circostanza non avesse più luogo la consumazione del matrimonio.
Vi furono feste e trattenimenti, che durarono parecchi giorni tanto a Corte che a palazzo Carignano, indi la Principessa, alla quale lo sposo aveva inviato doni magnifici, partiva per la Francia, dopo avere ascoltato commossa i saggi consigli dei genitori. Giunta al confine di Ponte di Beauvoisin, dovette separarsi, con una stretta al cuore, dalle sue dame e gentiluomini piemontesi, per essere rimessa nelle mani del rappresentante del Re di Francia, che l'attendeva con un folto gruppo di personaggi della Corte.
Viaggiava a piccole tappe, causa l'invernale freddo ed il cattivo stato delle strade.

Giunta a Montereau il 30 gennaio, le comparve dinanzi lo sposo vestito da paggio, dal quale, fingendo di non riconoscerlo, accettò con molta grazia, un mazzo di fiori che le offrì.
In quanto allo stesso Lamballe, vederla ed innamorarsene fu l'affare di un istante. Le nozze furono benedette a Nangis il giorno dopo dal Cardinale di Luynes. Il Duca di Penthièvre, presente alla cerimonia coi cognati Conti di La Marche, aveva tenuto a fare le cose con grande lusso: accolse con dimostrazioni di tenera effusione la nuora, e dalla gioia distribuì molte elemosine ai bisognosi del paese.
Il 10 febbraio la Principessa con tutto il seguito riprendeva il viaggio diretta a Parigi, ove poco dopo il suo arrivo veniva il giorno 5 presentata alla Corte di Versailles dalla zia la Contessa di La Marche nata Fortunata d'Este. Ebbe una accoglienza affettuosa dalla famiglia reale, che diede in onore dei novelli sposi, uno splendido ricevimento : «Elle parut, scrive Guénard, avec éclat dans une cour qui commencait a vieillir ».

Luigi di Borbone, Duca di Penthièvre era figlio del Conte di Tolosa (figlio legittimato di Luigi XIV e della marchesa di Montespan) e della marchesa di Noailles. Ricopriva con intelligenza ed assiduità molte cariche: era Pari di Francia, Grande Ammiraglio, Gran Cacciatore di S. M., governatore della Bretagna, ecc. Nella sua gioventù aveva partecipato alla guerra e si era comportato assai bene alla disgraziata battaglia di Dettingen: a Fontenoy (1744) aveva fatto prodigi di valore tanto da meritarsi gli elogi di Voltaire, e Luigi XV che ne apprezzava molto le belle doti lo aveva nominato maresciallo di campo. Molto colto, benefico, di sentimenti schiettamente religiosi, virtuoso, affabile di carattere, ma di temperamento malinconico, era universalmente ben voluto. Dal suo matrimonio con Maria Felicita d'Este, aveva avuto parecchi figli, dei quali due soli gli erano rimasti: il Principe di Lamballe, e Luisa Maria Adelaide detta Madamigella di Penthièvre. Mancatagli nel 1754, la consorte da lui teneramente amata, ne conservava nel cuore piamente il ricordo; questa perdita aveva velato la sua esistenza d'una grande tristezza, che la presenza dei figli non riusciva a dissipare: aveva costantemente rifiutato di passare a seconde nozze per conservare intatto il culto e la memoria dell'estinta consorte. Ricchissimo, come si è detto, possedeva in Parigi, lo splendido e vasto palazzo Tolosa ed una ventina, almeno, di castelli in provincia, fra i quali Rambouillet, Sceaux, Anet, Aumale, Eu, ecc.

Ben diverso era il figlio. Dissipato e gaudente, frequentava le peggiori compagnie, malgrado i saggi ammonimenti del genitore, il quale aveva avuto il torto - tutto immerso nel suo dolore vedovile - di non sorvegliarlo e farlo sorvegliare abbastanza. Di salute cagionevole, ma portato a tutti i piaceri, era stato la facile preda di cortigiane d'alto e basso bordo.
Si stancò presto della moglie giovane e piacente, per ritornare alle antiche abitudini; brevi e doloranti furono pertanto le gioie matrimoniali di Maria Teresa Luisa di Savoia. Erano appena trascorsi sei mesi dalla loro unione che la cronaca calante di Parigi, dava al Principe di Lamballe per amante Madamigella La Chassaigne, un artista della commedia francese, dalla quale ebbe anche un figlio.
Non tardò però ad abbandonarla per Madamigella Laforest, alla quale con cinica impudenza regalò parte dei diamanti della moglie ! Spaventata però questa dalla responsabilità a cui poteva andare incontro, si era affrettata a restituirli al Duca di Penthièvre. Ultima conquista del Principe fu Madamigella Lacour. Vittima dei suoi stravizi, nel marzo del 1768, egli cadeva gravemente ammalato : i medici chiamati a curarlo, furono unanimi nel dichiararlo spacciato. Sperando tuttavia nel beneficio dell'aria pura e vivificante della campagna, veniva trasportato a Louvecienne ma non ebbe giovamento alcuno. Assistito dalla moglie e dal padre egli spirava, fra atroci spasimi, dopo aver subìto una operazione dolorosa, il 6 maggio seguente, a soli vent'anni.
Pentito, prima di morire, aveva domandato di ricevere i sacramenti, e lacrimando aveva chiesto perdono alla consorte, che raccomandò all'affezione ed alla protezione del padre.
Gli storici contemporanei, hanno dato la colpa della morte del Principe, in gran parte al Duca di Chartres, figlio del Duca di Orleans, suo compagno di baldoria. Egli lo avrebbe incoraggiato sulla funesta via dei piaceri, coll'intenzione invero perversa, di abbreviarne la vita, e sposare poi la di lui sorella ereditando, per tale modo, le immense sostanze della famiglia Penthièvre.

Dopo quindici mesi di matrimonio, ecco Maria Teresa, non ancora ventenne, vedova e senza figli. Se grande fu il suo dolore, immenso fu quello del Duca di Penthièvre, che vedeva con la morte del figlio, troncata la speranza di vedere continuata la sua discendenza. La Principessa andò a trascorrere il periodo di lutto, dapprima a Saint Antoine des Champs, poi con il suocero e la cognata a Passy.
Non risulta però, come alcuni suoi biografi pretesero, ch'essa abbia espresso il desiderio di ritornare a Torino presso i parenti: forse questa idea, potrà esserle balenata alla mente in un primo momento, ma se la ebbe, dovette rinunciarvi in seguito alle insistenze del suocero, che volle rimanesse presso di lui, considerandola quale altra sua figliuola.

* * *

Alla giovanissima vedova Maria Luisa Gabriella non mancarono offerte di matrimonio: vi fu persino un momento nel quale parve dovesse diventare Regina di Francia. Maria Adelaide figlia maggiore di Luigi XV vedovo dal 24 giugno 1768 di Maria Leszczynska, aveva formato il progetto di fare riprendere moglie al padre dandogli proprio la Lamballe. Ma il Re, libertino impenitente, pure non dispiacendogli la principessa sabauda, ad una moglie preferì una amante fissa, che fu la troppo famosa Dubarry.
Allorquando il Duca d'Orleans si fece avanti a chiedere per suo figlio, Duca di Chartres, la mano di Madamigella di Penthièvre, il Duca si era mostrato contrario a tale unione, sia perchè gli fossero giunte all'orecchio le dicerie corse sul suo conto, di avere cioè spinto il Principe di Lamballe sulla via della perdizione e della morte, sia che non gli piacessero le idee nuove, da lui professate, che tendevano a minare l'autorità regia. Da parte sua Maria Teresa, aveva tentato di fare sposare la cognata al fratello suo Vittorio Amedeo, ma il Re Luigi XV, al quale non garbava che una così cospicua sostanza, andasse fuori del suo regno, vi si era opposto. Gli Orleans avevano intanto ripreso la loro insistenza per fare riuscire la combinazione matrimoniale, che stava loro tanto a cuore. Pure non essendo molto propenso verso il Duca di Chartres, del quale diffidava, il Re aveva finito per dare il suo consenso. Il matrimonio venne celebrato senza grande pompa a Versailles, il 5 aprile 1769; ma tranne brevi sprazzi di felicità questa unione risultò poi disgraziatissima.

Rimasta sola presso il suocero, Maria Teresa, fu la consolatrice dei suoi giorni; gli faceva da lettrice e da corrispondente e non lo abbandonava quasi mai. Di quando in quando tuttavia partecipava ai pranzi intimi, che dava Madama Adelaide o a qualche cerimonia ufficiale, dalla quale non poteva esimersi. La sua salute, era peraltro alquanto scossa ed andava sovente soggetta a sincopi e a deliqui.
Con la venuta dell'Arciduchessa Maria Antonietta, sposata all'erede del trono il Delfino (1770) la Corte aveva ripreso a brillare: le feste si succedevano con un crescendo continuo, avendo il Re ordinato che tutti i principi e le principesse della sua casa vi prendessero parte. Maria Teresa di Lamballe, non mancò ai ricevimenti ed ai balli, che si davano a Versailles, tanto più che Maria Antonietta, l'aveva presa a ben volere, per i suoi modi garbati e distinti e per la sua coltura. In breve tempo ne divenne l'amica: era, dice un anonimo « l'ornamento e la delizia della Corte ». Questa amicizia non dispiacque al conte di Mercy-Argenteau, ambasciatore austriaco, il quale scrivendo all'Imperatrice Maria Teresa, madre dell'Arciduchessa, lodava molto questa scelta, approvandola.

La Principessa frequentava pure il Palazzo Reale a Parigi, residenza degli Orleans; sovente si recava con essi nel fastoso castello di Villers-Cotterets, a godere i riposanti piaceri della campagna.
Allorquando alla Corte di Versailles, giunsero due sue cugine, le Principesse Maria Giuseppina e Maria Teresa di Savoia, figlie del Re Vittorio Amedeo III, sposate rispettivamente al Conte di Provenza e al Conte d'Artois, fratelli del Delfino, ebbe con esse rapporti bensì cordiali, ma non intimi, sebbene si fosse assai interessata per la riuscita di questi matrimoni. Troppa diversità di carattere le separava. Tanto meno poi partecipò, agli intrighi che sorsero più tardi, quando Maria Antonietta, dopo parecchi anni di matrimonio, non avendo figli, tutto un partito detto savoiardo si formò intorno alla Contessa d'Artois, madre di due maschi, per una eventuale successione al trono.

L'affezione di Maria Antonietta, per la Principessa andava intanto aumentando di giorno in giorno, dando luogo a commenti maligni e ad irose invidie. Ricca, disinteressata, estranea a qualsiasi camarilla, riservata nel parlare, sinceramente devota alla Delfina, (così veniva chiamata ufficialmente Maria Antonietta) aveva preso su di essa un grande ascendente, del quale non abusò mai. Maria Antonietta piuttosto espansiva e bisognosa di un'amica sincera e sicura la voleva a tutte le feste, balli, ricevimenti, pranzi, cacce e corse in slitta, che la Corte offriva all'aristocrazia. La sua compagnia era preferita a quella di tutte le altre dame ed anche la giovane Principessa Elisabetta, sorella del Delfino, la considerava fra le sue migliori amiche.

Fu in questi anni e precisamente, secondo il Savine nel 1773, che la Principessa, con la cognata Duchessa di Chartres e con la Duchessa di Borbone, avrebbe contribuito alla fondazione in Parigi della Loggia massonica La Candeur di rito scozzese, partecipando a qualche riunione, ma ignorando peraltro quanto vi si tramava. Tuttavia solamente il 20 febbraio 1781, essa vi fu ufficialmente aggregata e nominata Grande Maitresse: per l'occasione non mancarono poesie in suo onore, una delle quali composta da Robineau. Maria Antonietta, divenuta nel frattempo Regina di Francia, in seguito alla morte di Luigi XV, non sospettando i tenebrosi progetti della nuova setta, se ne rallegrava con la Principessa « perchè vi si faceva anche del bene ».
Una visita inaspettata colmò di gioia la Principessa: per l'incoronazione del nuovo Re Luigi XVI, avvenuta a Reims, l'11 giugno 1775, erano giunti a Parigi sino dal maggio precedente, il Principe di Carignano, sotto il nome di Conte di Moriana, coi figli Vittorio Amedeo Conte di Saluzzo e Eugenio Conte di Villafranca. I tre principi furono presentati al Re (4 giugno) che li accolse assai cortesemente, e, volendo compiacere la Regina, diede ad Eugenio un reggimento di fanteria « sur le pied étranger », che prese il nome di Savoia Carignano, con una pensione annua di 40 mila franchi.

Il matrimonio della Principessa Clotilde, sorella del Re, col Principe di Piemonte, erede del trono sabaudo, celebrato il 21 agosto dello stesso anno, stringeva ancor più i legami dinastici fra le due case regnanti.
Il favore di Maria Teresa di Savoia, presso la Regina raggiunse in questo anno l'apogeo: la brillante sovrana superando ostacoli non lievi la volle nominare Sopraintendente della sua casa, con un appartamento vicino al proprio, nel castello di Versailles, con privilegi e onori speciali ed un trattamento di 400 mila franchi annui. Questa nomina avvenne il 16 settembre 1775 e due giorni dopo, la Principessa, dopo il giuramento d'obbligo, prendeva possesso della sua alta carica. Il ministro Turgot, che per ragioni di economia vi si era opposto, ritenendola inutile, veniva licenziato. Scrivendo alla madre (Maria Teresa d'Austria), Maria Antonietta dichiarava che la Sopraintendente scelta «aveva sempre goduto d'una buona riputazione » e che oramai tanto per essa come per suo fratello Eugenio « la Francia era la loro vera patria ».

Questa nomina, che investiva la Principessa d'una autorità straordinaria, mise a rumore i cortigiani: non mancarono proteste e recriminazioni, specialmente da parte di alcune dame, che ricoprivano mansioni di Corte. Maria Antonietta dovette imporsi per farle tacere.
La sua nuova carica - delicata e di grande responsabilità - esigeva molta prudenza e molta abilità, onde non incappare negli scogli, che da ogni parte si presentavano. Temperamento nervoso ed impressionabile la Principessa pur sapendosi protetta dalla regina, soffriva crudelmente di vedersi oggetto di tante inimicizie. Maria Antonietta che sinceramente le voleva bene era molto inquieta per le convulsioni alla quale di quando in quando andava soggetta.
Ma poi coll'andare del tempo, sia che non sapesse disimpegnare con tatto le sue funzioni, sia che le sue malignità contro gli avversari avessero piuttosto stancato la Regina, il suo favore declinò.
L'arrivo alla Corte della bella, vivace ed intrigante contessa Giulia di Polignac, divenuta pressochè subito favorita di Maria Antonietta, diede il tracollo alla sua influenza.

Alberto Savine già citato, afferma ch'essa si era inimicata la Sovrana col suo ostinato rifiuto di offrire balli alla famiglia reale: ma non è vero, in quanto ne diede uno assai sfarzoso nel suo appartamento a Versailles, con l'intervento di Maria Antonietta, che prese anche parte alla cena che seguì. Va piuttosto notato che la Principessa, nell'esercizio della sua carica, era molto attaccata all'etichetta che la Regina austriaca invece detestava: per tale motivo, frequenti erano gli alterchi con le dame di Corte, che davano ragione alla Sovrana.
Mercy Argenteau scriveva all'Imperatrice Maria Teresa d'Austria, che la Principessa sabauda era incapace di dare un buon consiglio alla Regina, e tanto meno di guidarla, per quanto devota e disinteressata. Cominciò allora una lotta sorda fra la principessa sabauda, sostenuta dai Conti d'Artois, e la contessa di Polignac, gelose l'una dell'altra dell'affetto della Regina. Maria Antonietta cercò invano di pacificare le due rivali, e fra le due finì per preferire la Polignac: tutti i favori furono ormai per quest'ultima e pur lasciando la sopraintendenza della sua Casa alla Principessa, evitò oramai di vederla, mantenendo tuttavia, rapporti puramente formali con essa. La bella ed affettuosa amicizia d'un tempo era spezzata ! Maria Teresa soffrì immensamente di questo abbandono, ma nella sua fierezza, non recriminò: sopportò con dignità la sua disgrazia e continuò a recarsi a Corte solo per assolvervi i suoi doveri.

* * *

Sentendosi ammalata e non avendole giovato i rimedi empirici del dottore Deslon, discepolo di Mesmer, Maria Teresa andò (estate 1776) alle acque di Plombières ove si fermò tre mesi. Maria Antonietta gli inviò a mezzo di Lauzun un pacco di lettere molto affettuose. Della sua assenza tentarono di approfittare i suoi nemici; ma la Regina che aveva sentimenti buoni ed il cuore retto, respinse tutte le insinuazioni che contro la sua Sopraintendente vennero lanciate dai cortigiani.
Nella primavera del 1778 si recò con la sua dama d'onore Signora du Broc, nei Paesi Bassi. Erano con essa, che aveva preso il titolo di contesa di Lésigny, i Duchi di Chartres: a Bruxelles furono ospiti del governatore Principe Alessandro di Lorena, che offrì loro divertimenti d'ogni genere. Furono pure convitati dal Principe d'Orange e dal Duca di la Vauguyon ambasciatore di Francia.
Di ritorno in patria, andò con il suocero a Rennes per l'apertura degli Stati di Bretagna, ove con la sua grazia si conciliò tutti i cuori, e contribuì non poco a mantenere fedele alla dinastia la nobiltà locale, piuttosto avversa alla corte.

Venutole a morire sul finire di questo anno il padre e la madre, il Re, la Regina e tutta la Corte si recarono a portarle le condoglianze, che essa ricevette, secondo l'uso, su di un letto di parata, tappezzato di nero.
Un incidente avvenuto l'anno prima fra essa e la Polignac provocò la rottura completa con Maria Antonietta, oramai completamente dominata dalla sua nuova favorita e il Re stesso cessò di visitarla. Vedendo di non avere più nessun credito Maria Teresa finì poco a poco per disertare Versailles. Quasi tutto ciò non bastasse, ebbe molte noie per il matrimonio di suo fratello Eugenio con Elisabetta di Magon-Boisgorin, unione non riconosciuta dalle Corti di Torino e di Versailles. La questione venne portata davanti al Parlamento, che la annullò, perchè celebrata contro le disposizioni delle leggi del regno. Non così però la Chiesa, che la ritenne valida: tuttavia fu celebrato nuovamente il matrimonio il 22 febbraio 1781, con forme regolari, previo assenso del Re di Sardegna, capo della famiglia. Fu in questa occasione che la Regina andò a farle una visita, che fu assai commentata.
Rimasta sola con il suocero, a lei molto affezionato, era Maria Teresa a fare gli onori della casa; e gli ospiti illustri non fecero difetto. Il Duca di Penthièvre quantunque molto religioso, era fiero di essere un Borbone della Real Casa di Francia, e teneva molto ad avere una Corte con gentiluomini, cappellani, guardie, ecc., ed un cerimoniale speciale. Anche la Principessa, aveva la sua piccola Corte, della quale, oltre a madama du Broc, facevano parte la marchesa de Lage de Volude, che ci lasciò interessanti memorie, ed una italiana certa Bagarotti, forse sua lettrice.

Nell'ottobre 1768, il Duca aveva ricevuto il Re Cristiano di Danimarca e parecchi anni dopo l'Imperatore Giuseppe II, lo Tsarevich (il futuro Paolo I) con la consorte, che viaggiavano sotto il nome di Conti del Nord, il Principe Enrico di Prussia, l'Arciduca Ferdinando d'Austria con la moglie, che era una Estense ed altri. Anche la famiglia reale era qualche volta ospite del Duca, ed allora lo sfarzo assumeva proporzioni grandiose.
La Principessa, quando lo stato della sua salute glielo permetteva, teneva, come voleva la moda d'allora, un salone frequentato da personalità eminenti della letteratura, dell'arte e delle scienza. Delille, Lambert, Greuze, Florian che della « bella Lamballe » traccia un poetico ritratto, che termina con questo verso: "C'est la vertu qui conduit vos pas ! " erano frequentemente suoi ospiti.
Giuseppe Maria Chenier, che andò da lei a leggerle il suo « Carlo XII », Elisabetta Vigée-Lebrun, che la dipinse deliziosamente, ed altri meno noti, furono pure assidui del suo salone. Essa assisteva sovente alle sedute dell'Accademia di Francia, incoraggiava artisti e letterati, e prendeva vivo interesse alla scoperta di Montgolfier. Amava assai il teatro italiano e francese e non mancava quasi mai alle rappresentazioni della commedia francese. Appassionata per la danza - ballava con molta grazia - era presente a tutti i balli di Corte, e a quelli mascherati che si davano all'Opera.

Caduta però nuovamente ammalata per avvelenamento, avendo mangiato cibo preparato in una casseruola di rame non pulita, dovette ritirarsi a Passy, (1785) curata dal dottore Seiffert, medico di Casa d'Orleans. Si trattò d'un tentativo criminoso? Su questa faccenda la luce non fu mai fatta. Contro Seiffert, minacciato di morte, vennero tirati colpi di pistola e si ruppero i vetri della sua vettura. A Corte le calunnie contro di essa continuavano per opera dei Polignac, i quali si erano resi odiosi con le loro ruberie. Venne sparsa ad arte la voce che essa fosse inguaribile, onde costringere la Regina, a rimuoverla dalla sua carica, per darla ad una Principessa del sangue. Seiffert smentì la diceria ed infatti la principessa guarì. Maria Antonietta, durante il periodo della sua malattia, la visitò sovente, dandole prova di amicizia. Dopo un colloquio segreto con la Sovrana, che si era riavvicinata a lei, si recò in Inghilterra: corse allora la voce che vi fosse andata per negoziare col signor di Calonne, già Controllore Generale delle Finanze, la soppressione delle Memorie che l'ex ministro voleva pubblicare e che avrebbero gettato una cattiva luce sulla Corte. Invece, accompagnata dallo stesso Seiffert si era recata ai bagni di Brigton, dai quali la sua salute ritrasse un notevole beneficio. Durante la sua lontananza le trame e insinuazioni contro di essa non cessarono, ma Maria Antonietta le respinse tutte come aveva già fatto altra volta e le scrisse
« desidero di vedervi presto di ritorno : la mia amicizia per voi soffre della vostra assenza. Vi abbraccio con tutta l'anima ».
Allorchè suo cognato il Duca di Chartres - divenuto Duca d'Orleans - fu, per l'affare dei Parlamenti, esiliato a Villers-Cotterets per ordine del Re, essa corse a portare alla cognata parole di conforto e di speranza. Non solo, ma sfidando le ire dei cortigiani, intercedette presso la Regina, ed ottenne che l'esilio fosse mitigato. Nel marzo dell'anno seguente Luigi XVI permetteva al Duca di portarsi a Raincy, a pochi chilometri da Parigi: poco dopo seguiva il perdono completo ed egli - sempre per i buoni uffizi della Principessa - poteva fare ritorno alla capitale.

* * *

Frattanto la rivoluzione si annunciava foriera di tragica tempesta: Maria Teresa di Savoia doveva dimostrare alla Dinastia, ed alla Regina in particolare, la sua devozione nel modo più luminoso ed eroico. Ad accrescere il malcontento e la miseria del popolo, l'inverno del 1788-89 era stato rigidissimo: la Principessa per soccorrere il popolo aveva, senza esitare, sacrificato il suo vasellame d'argento. Altrettanto avevano fatto la Corte e la nobiltà, i vescovi e le alte cariche civili dello Stato. Ciononostante i libelli contro il Re, la Regina e l'aristocrazia seminavano fra le masse l'odio a piene mani e la Principessa non vi era risparmiata.
Suo cognato il Duca d'Orleans, per smania di popolarità, si era schierato contro la Corte, con grande disgusto della stessa sua consorte. Tutti gli sforzi fatti per riconciliarlo con la Regina riuscirono vani, sebbene egli avesse avuto con essa parecchi colloqui e la promessa del trono del Belgio. Nel pericolo la principessa dimenticando tutte le amarezze passate era ritornata a Corte e con la sovrana si riaccese l'antica amicizia. Quando le due donne non si vedevano, si scrivevano. «Mi è impossibile di non volervi bene: è un'abitudine di cui il mio cuore ha bisogno». Scrivendo queste parole Maria Antonietta non nascondeva all'amica i tristi presentimenti che agitavano la sua mente, e parecchie volte le consigliò di ritirarsi a Torino.

Dopo la presa della Bastiglia (14 luglio 1789) troviamo la Principessa di Lamballe Maria Teresa come al solito accanto al suocero: e fu qui che pervenne a loro la notizia terrificante degli avvenimenti di Versailles del '5 e 6 ottobre e la venuta della famiglia reale a Parigi. Consapevole del suo dovere corse a mettersi ai fianchi della Regina, la quale al vederla disse: « Tutto è finito ! ». La disgraziata donna si sentiva sola ed i veri amici erano pochi: non a torto Michelet, chiama la Principessa di Lamballe « la fedele » della Regina.
Postosi sulla via della ribellione, il Duca d'Orleans era divenuto l'idolo dei rivoluzionari: per crearsi un partito aveva speso somme enormi, rovinandosi completamente.
Fu allora che ella scrisse al cognato queste parole : « Voi avete portato le cose al punto che non potremo più vederci. Addio mio fratello, vi auguro che possiate essere felice dopo aver fatto l'infelicità di tutta la nostra famiglia ».

Del tentativo di fuga della famiglia reale, miseramente finito a Varennes, la Principessa fu avvertita poco prima: nella notte del 20 giugno 1791, tentò di raggiungere i Sovrani portandosi a Passy, accompagnata dalla marchesa de Lage e dalla signora De Ginestou. Giunta però ad Aumale e saputo dell'arresto del Re e di tutte la famiglia reale, il 24 s'imbarcava a Boulogne per l'Inghilterra col proposito d'interessare il Re Giorgio ed il Governo Brittanico alla sorte di Luigi XVI e di Maria Antonietta, oramai prigionieri della rivoluzione. Non avendo trovato che indifferenza ed egoismo, andò ad Ostenda e di là a Bruxelles e poi a Liegi. Nella prima metà di luglio la troviamo ed Aquisgrana, ove si fermò alcuni mesi; poi si recò a Spa, cercando dovunque appoggi a favore della sventurata famiglia di Borbone.
Finalmente il 16 ottobre rientrava in Francia ed il 4 novembre giungeva a Parigi; per abitazione scelse un appartamento nel Padiglione di Flora alle Tuileries onde essere più vicina alla Regina, contro la quale maggiore si era scatenato l'odio del popolo. Atto di magnanima grandezza d'animo imitato da ben pochi ! Non facendosi illusione del pericolo, che le sovrastava, aveva fatto il proprio testamento, dal quale si rileva come il primo legato fosse per la Sovrana.

Nel frattempo la violenza dei giornali e dei libelli contro Maria Antonietta, contro tutti i Borboni e contro di essa, fedele al culto dell'amicizia, aveva raggiunto un diapson spaventoso.
Non pensò tuttavia a fuggire, come avevano fatto i Polignac e gli stessi fratelli del Re, sebbene la Regina la scongiurasse di porsi in salvo. Più l'odio contro l'infelice Regina si faceva grande, più la Principessa si sentiva ad essa legata. Fu presente alle sanguinose scene del 20 giugno 1792 al Campo di Marte, quando il Re prestò il giuramento alla Costituzione, ed alla tragica giornata del 10 agosto seguente, che culminò con l'invasione della Reggia.

Maria Teresa seguì la Famiglia Reale all'Assemblea e ai « Feuillants » e di là, il 13 seguente, nella Torre del Tempio. La monarchia era virtualmente finita col trionfo in pieno della rivoluzione. Nella notte dal 19 al 20, dopo una scena straziante, essa veniva a viva forza separata dai reali. Facce feroci la colmarono d'insulti volgari, ed alla luce sinistra di poche fiaccole venne condotta nella casa comunale di Via Sant'Antonio. Billaud-Varennes le fece subire un breve interrogatorio sulla parte da lei avuta nella giornata del 10 agosto. Per quanto angosciata, la Principessa rispose con molta dignità alle domande rivoltele: dopo di che veniva deciso il suo trasferimento nel carcere della « Petite Force ». Il supplizio era incominciato.


Vi stette quattordici giorni reclusa, e questa sua prigionia ci è nota in tutti i suoi particolari terribili. Il due settembre, dopo un altro interrogatorio, veniva trasportata, dietro reclamo dei giacobini, nell'altro carcere della « Grande Force ». Qui giunta fu nuovamente interrogata, e decretato il suo immediato trasferimento all' « Abbaye », decisione, che equivaleva alla condanna a morte !
Tentò opporsi, ben sapendo la sorte che l'attendeva, ma verso le otto del mattino del giorno tre, due forsennati, uno dei quali si chiamava Pietro Gonord, la presero per le braccia trascinandola verso la porta d'uscita. Giunta fuori più morta che viva, venne aggredita con un colpo di sciabola sulla testa, che sciogliendole i capelli, fece cadere l'ultima lettera ricevuta da Maria Antonietta. «Sono perduta!». gridò la misera donna e, benchè ferita, tentò retrocedere, ma la folla che sempre vi stazionava, la spinse innanzi: inciampò e colpita nuovamente alla testa, al collo ed al seno cadde ed allora avvenne l'orrendo misfatto. La folla ubriaca di sangue, si abbandonò su quel corpo già straziato, ad un vero scempio osceno, che rinunciamo a descrivere ! Fra i più accaniti, la storia ricorda certi Grison, Charlat, Grand-Nicolas e Petit-Mamin. La testa separata dal busto, venne, su di una picca, portata sotto la finestra della Regina al Tempio: Maria Antonietta, dal raccapriccio, svenne! La testa venne pure mostrata al Duca d'Orleans che non diede alcun segno di commozione. Alla sera i resti della principessa furono gettati in una fossa comune e la testa finì nel carnaio dell'ospedale dei « Quinze-Vingts ».

Il Litta, sempre preciso nelle sue affermazioni, dice che fu il Duca d'Orleans, suo cognato, per avidità di ricchezze ad accusarla presso i rivoluzionari di mene reazionarie. Ed è questa l'opinione pure di molti altri storici degni di fede.
Il suocero, Duca di Penthièvre, tentò con ogni mezzo di salvarla: diede una forte somma (150 mila lire) ad uno dei carcerieri certo Manuel, perchè la facesse evadere. Purtroppo questi non potè fare nulla. Certo è che il Duca d'Orleans, il quale godeva la fiducia dei rivoluzionari, volendo, avrebbe potuto strapparla alla morte: egli invece accolse con indifferenza, la notizia della tragedia in tutti i suoi macabri particolari. Ebbe però la fine che si meritava: fu ghigliottinato il 6 novembre 1793 ed eguale sorte toccò a Grison. In quanto a Charlat, fu assassinato dai suoi stessi compagni di reggimento.

Qui termina la breve storia di Maria Teresa Luisa di Savoia Carignano, vittima illustre ed innocente della rivoluzione francese; prozia di Carlo Alberto, bisavolo di S. M. il Re Vittorio Emanuele III.




MARIA GIUSEPPINA DI SAVOIA
Contessa di Provenza ( 1753 - 1810 )

Luigi XV sentendosi declinare aveva fretta di accasare i nipoti: al Delfino, già Duca di Berry, aveva dato in moglie la bella e spensierata quindicenne Arciduchessa Maria Antonietta d'Austria, ed ora era la volta del Conte di Provenza, Luigi Stanislao Saverio di Borbone, nato a Versailles il 16 novembre 1755 da Luigi di Borbone e da Maria Gioseffa di Sassonia, entrambi defunti.
La sposa non fu difficile di trovarla; figlio di una Savoia, il vecchio Re, che voleva amicarsi il Re di Sardegna, si rivolse a Torino, dove il Duca di Savoia, accasato con l'infante Maria Antonia Fernanda di Spagna ed erede del trono, era padre di numerosa prole femminile.
Le trattative condotte con prudenza e con sollecitudine ebbero un esito felice; il 3 novembre 1770, Luigi XV faceva la domanda ufficiale al Re Carlo Emanuele III della mano della Principessa Maria Giuseppina, di lui abbiatica, per il Conte di Provenza.

La domanda fu accolta con giubilo ed il padre della sposa direttamente interpellato diede subito il suo consenso: il giorno 9, Maria Giuseppina, riceveva le felicitazioni di tutta la Corte mentre il barone di Choiseul, Ambasciatore straordinario di Francia, dava un gran ballo in suo onore all'Accademia Filarmonica, e le rimetteva un bel ritratto del fidanzato che essa accolse con gioia e commozione.

Nel mentre a Roma il famoso Cardinale di Bernis, faceva premure per avere le necessarie dispense papali, data la consanguinità degli sposi, a Torino le feste si succedevano senza tregua. Allorchè il 14 aprile dell'anno seguente, si firmò il contratto di nozze, Choiseul diede un pranzo, che fece lungamente epoca nella capitale piemontese per lo sfarzo e l'eleganza spiegati.
La dote della Principessa venne fissata in 420 mila lire, più 20 mila di gioie; il Re di Francia, dava a sua volta gioie per 300 mila lire, più un vitalizio di 60 mila lire annue. Il 21 dello stesso mese veniva celebrato il matrimonio per procura nella Cappella Palatina a Torino, dal Cardinale delle Lanze, arcivescovo di Torino, assistito dai vescovi di Vigevano e di Fossano. Alla sera vi fu grande ballo mascherato da Choiseul, poi l'indomani mattina la Principessa partì per la Francia, accompagnata dal Re, dai genitori, dal Principe di Piemonte, e dal Duca di Chiablese, e da una scorta di dame e gentiluomini piemontesi. A Rivoli il Re, Duca di Chiablese, ed il Principe di Piemonte salutarono la sposa, mentre i Duchi di Savoia l'accompagnarono sino ad Avigliana, dove si separarono, non senza lagrime da ambe le parti.

Nata a Torino il 2 settembre 1753, da Vittorio Amedeo e da Maria Antonia Fernanda di Spagna, Maria Giuseppina di Savoia, non era bella e mancava inoltre di grazia; di statura piuttosto piccola, bruna, di poche parole, timida, aveva il viso ovale e lungo, naso accentuato. In compenso aveva peraltro occhi espressivi e vivacissimi, « d'assez beaux yeux et un certain air fier et dédaigneux », dice Madama Campan nelle sue Memorie. Per il resto, buona, intelligente, istruita, di costumi severi. instillatile dalla madre, donna di grande virtù, e dalle sue governanti, le contesse Maffei e Radicati, essa poteva anche piacere per le sue sode qualità morali. Cresciuta a Torino dove a Corte la vita trascorreva semplice e patriarcale, scevra d'intrighi politici e galanti, la principessa era destinata a vivere nella Corte più dissoluta d'Europa, dove il contrasto fra le di lei abitudini riservate, doveva essere grande, specialmente con la esuberante e rumorosa Maria Antonietta.

Attraversato il Cenisio, a S. Giovanni di Moriana le venne incontro il marchese La Marmora, Ambasciatore sardo a Parigi, e con lui, faceva il suo ingresso in Chamberì, il giorno 29, ricevuta alle porte della città dal Senato, dalle autorità militari e civili, dal clero, e da una fiumana di popolo plaudente. Dopo alcuni giorni di fermata nella vecchia capitale della Savoia, la Principessa riprendeva il suo viaggio; il 2 maggio, giunse al ponte di Beauvoisin, confine franco-sardo, dove ad attenderla era giunta la missione mandata da Luigi XV, con a capo il duca di Saint Megrin, il quale a nome dello sposo, le offrì una collana di perle e diamanti. Qui Maria Giuseppina trovò già formata la casa destinatale dal Re di Francia, la quale si componeva di oltre venti persone: appartenenti alla più illustre nobiltà francese. Erano le duchesse di Brancas, di Guiche, di Lorge, la marchesa di Pons, le contesse di Valentinnese, di Caumont, di Damas, di Beaumont, ecc., il duca di Lavai, i marchesi d'Avaray, di Cabrillan, di Montesquiou, di Boisgelin, i conti di Mailly, di Crenay, ecc.

La Principessa è oramai francese: tutto il seguito piemontese ha fatto ritorno a Torino, ed essa circondata da persone sconosciute, e da parecchie compagnie di cavalieri, s'avviò verso Lione, ove giunse la sera del 4, complimentata dall'arcivescovo, in termini felici e riverenti. Il giorno seguente in onore della Principessa vi fu rappresentazione di gala al teatro, cena e illuminazione della città; per tutti, essa, ebbe parole garbate, e partendo lasciò di sè ottimo ricordo, per la sua grazia e la sua semplicità di modi. Il Litta racconta, ed il fatto è vero, che uscito il corteo da Lione, s'incontrò nelle vicinanze di Moulins, con il signor de Malesherbes, membro del Parlamento, il quale caduto in disgrazia del Re, si recava nelle sue terre dell'Alvernia, dove era stato confinato. « Nessuno, dice, ebbe per lui, nè una parola, nè uno sguardo ». Così era trattato il futuro e coraggioso difensore di Luigi XVI, davanti alla Convenzione, ventidue anni dopo! Ma chi allora poteva prevedere la rivoluzione francese con tutti i suoi orrori?

La Corte attendeva la Principessa a Fontainebleau, dove essa giunse il 12; a due leghe dal castello le andò incontro il Re, il quale l'accolse con segni della più viva affezione e riscontrò con compiacimento che essa rassomigliava assai alla Duchessa di Borgogna. Due giorni dopo nella cappella di Versailles veniva celebrato il matrimonio con grande apparato; alla cerimonia mancavano i Principi del sangue esiliati dalla Corte per l'affare dei Parlamenti: erano invece presenti il Conte d'Eu, il Duca di Penthièvre, le Duchesse di Chartres e di Borbone, il Conte e la Contessa di La Marche.
Benchè un pò imbarazzata e confusa, la sposa piacque subito al Conte di Provenza: narra il Bachaumont, nelle sue Memorie, che il Conte d'Artois, avendo osservato allo sposo, come egli avesse gridato molto forte il sì di consenso, rispondesse : « Caro fratello, si è perchè avrei voluto che fosse udito sino a Torino ! ». Squisita galanteria francese ! Per l'occasione vi fu un grande ricevimento di presentazione della nobiltà, un ballo mascherato, ed al teatrino del castello furono rappresentate la seguenti opere: La Regina di Golconda di Philidor, la Fata di Mirzella di Moudonville, e l'Edipo, tragedia di Voltaire.

Valpole dice che lo sposo, era assai intelligente e colto, versato nei classici francesi e latini, amante delle lettere e delle scienze, ed in questo apprezzamento concordano tutti gli storici, ma il suo era un sapere pedante e pretensioso, che non ispirava simpatia. Di carattere non sincero, avido di farsi avanti a qualunque costo, invidioso, egoista, volubile, vanitoso pronto a sacrificare parenti ed amici. pur di raggiungere lo scopo prefisso, aveva tutte le caratteristiche dei cadetti invadenti e pericolosi. Egli era inoltre l'uomo meno adatto allo stato matrimoniale. Passati alcuni anni, della moglie infatti, come vedremo, non seppe più cosa farsene. Se Maria Giuseppina non era bella, non era però neppure brutta ; egli era piccolo, di nessuna attraenza fisica, e come tutti i Borboni, malgrado la sua giovanile età, tendeva alla pinguedine.

La Principessa italiana non vide nel marito, che l'uomo destinato ad esserle il compagno per tutta la vita, l'uomo superiore a lei per coltura e per posizione, e per tutta la sua esistenza gli fu consorte sottomessa e passiva, senza scatti di ribellione, neppure quando la condotta di lui li avrebbe giustificati.
Terminate le feste, l'inesperta Principessa Maria Giuseppina, aiutata dai consigli del La Marmora, prese ad orientarsi, e non fu cosa facile in mezzo ad un ambiente saturo di voluttà, di ciarle, di passioni e di rivalità vergognose. Ebbe bisogno di molta destrezza, di fine accorgimento per evitare gli ostacoli che davanti a lei, ad ogni momento si presentavano, e per non crearsi inimicizie e odi. Contrariamente a quanto faceva Maria Antonietta, che non degnava d'uno sguardo la contessa Dubarry, la favorita del vecchio Re, essa invece seppe farsene una alleata, e questa alleanza portò i suoi frutti due anni dopo. Alla Corte di Versailles, vi era già, come abbiamo visto, una Principessa di Savoia Carignano, la Lamballe, con la quale peraltro le relazioni erano di semplice cortesia. Maria Giuseppina pensò di avere vicino una sorella, e per essa gettò gli occhi sull'elegante Conte d'Artois, fratello di suo marito; la cosa dapprima parve irrealizzabile. Vi erano già due principesse di Savoia, e non se ne voleva una terza, temendosi dall'aristocrazia, una preponderanza politica piemontese. Per il Conte d'Artois, si desiderava un matrimonio spagnolo o tedesco. Essa tuttavia non si perdette d'animo, la Dubarry ed il ministro d'Aiguillon, vennero in suo aiuto in odio a Maria Antonietta, per cui, allorchè il 18 settembre 1773, essa fece il suo ingresso ufficiale a Parigi, il matrimonio di sua sorella, Maria Teresa con Carlo Filippo di Borbone Conte d'Artois, era già stabilito.
Luigi XV, il quale con orgoglio si ricordava di essere figlio di Adelaide di Savoia, e che per i parenti di Torino, nutriva una sincera affezione, aveva fatto tacere tutte le voci contrarie: fissato il matrimonio permise alla Contessa di portarsi a Nemours ad incontrare la sorella.

Durante i primi anni del suo soggiorno in Francia, si può dire, che l'esistenza di Maria Giuseppina non fu che un seguito di continue distrazioni ; nei suoi appartamenti si davano pranzi tutte le sere, ai quali intervenivano il Re, i Principi e le Principesse. Indi si faceva circolo, si giuocava, si recitavano commediole, si declamavamo versi, mentre il Conte di Provenza teneva per suo conto riunioni di letterati e di artisti, e cominciava già, di sottomano a prendere arie da oppositore, le quali col volgere degli anni, abilmente fatte valere, dovevano procurargli una facile popolarità.
Con la cognata Maria Antonietta, temperamento impulsivo ed altero, Maria Giuseppina, visse dapprima in buona armonia, poi le relazioni divennero fredde, protocollari e cerimoniose, a motivo del matrimonio del Conte d'Artois.
Quando il 10 maggio 1774 morì Luigi XV, e la fiera Arciduchessa divenne Regina, non mancò di fare sentire alla cognata la sua superiorità ufficiale. Ciò nonostante aiutata dal conte di Viry, nuovo ministro sardo a Parigi, essa promosse e riuscì a combinare il matrimonio di suo fratello, il Principe di Piemonte con Madama Clotilde sorella del Re Luigi XVI (1775). Gli è che malgrado tutto, la principessa sabauda esercitava ancora sull'andamento del governo e nella famiglia reale una influenza, che per quanto modesta, non era però meno importante. Ma fu il suo ultimo successo !

La sua vita a Versailles, durante otto anni, fu tutta di piacevoli godimenti: concerti, passeggiate a Trianon, all'Eremitaggio, a Andresy, a Vanves, balli campestri alla Muette, gite in barca, visite ai conventi, alla « Menagerie », cene notturne nel parco di Versailles, cavalcate nei dintorni, visite ai parenti, agli amici, scampagnate d' ogni genere allegre e chiassose, balli mascherati, ecc. Appassionata per la musica, era frequentatrice assidua delle rappresentazioni, che si davano all'opera e particolarmente le piaceva l' Ifigenia di Gluck. Ma questa vita di divertimenti continui finì poi per stancarla; l'antagonismo fra lei e Maria Antonietta, fini per renderle insopportabile la vita della Corte. Comprò dal Principe di Montbarey una bella villa a Montreuil non lungi dal castello di Versailles, e qui si ritirò, dedicandosi, secondo la moda del tempo, alle cure del giardinaggio e alle letture filosofiche delle opere degli enciclopedisti, che inondavano la Francia.

Suo marito - marito ormai per lei solo di nome - viveva per lo più a Grosbois, pubblicamente con la contessa Balbi, per la quale commetteva pazzie d'ogni sorta. A lei non rimaneva che il conforto della sorella d'Artois che si recava spesso a trovarla, e la compagnia gradita di sua cognata, la buona e pia Madama Elisabetta, la quale possedeva pure a Montreuil una deliziosa villa.
Tenuta lontana dalla Regina, trascurata dal marito, evitata dai cortigiani, dopo che Maria Antonietta aveva dato alla luce un erede, ciò che toglieva a suo marito l'eventualità d'una successione al trono, la sua antica influenza Maria Giuseppina era ormai ridotta a zero. Di lei non si faceva più nessun conto e la sua sterilità, era oggetto di ridicolo, mentre l'insolenza spavalda della contessa Balbi non aveva limiti.

Maria Giuseppina voleva ritornare a Torino presso la famiglia, ma ne fu dissuasa dal Re. Per evitare umiliazioni e dileggi se ne stette in disparte, non seguì il marito allorché visitò la Francia, e rimase estranea, tanto all'affare della Collana, come a tutte le trame del Conte di Provenza, le cui ambizioni politiche crescevano in ragione dei malcontento, che circondava il trono degli inesperti sovrani.
Non avendo figli sui quali riporre la sua tenerezza, leggeva molto per occupare il tempo; ma non era senza inquietudine per la cattiva piega che andavano prendendo gli avvenimenti, forieri della più spaventosa convulsione, che la storia abbia mai registrato.

Il richiamo dei Parlamenti, non avendo dati risultati soddisfacenti, il Re Luigi XVI li aveva licenziati, per convocare per il 2 maggio 1789 gli Stati Generali. Il giorno 4, la Contessa col marito assistette alla processione, che doveva precedere l'apertura degli Stati Generali, i quali poco più di un mese dopo si costituivano in Assemblea Nazionale. La presa della Bastiglia la riempì di terrore, ma non la sorprese, e mentre il Conte d'Artois, con la consorte riparava a Torino, essa rimase presso la famiglia reale e consigliò il marito a fare altrettanto: all'uopo, ai primi di settembre abbandonò Montreuil, che non doveva più rivedere.
Allorchè il 6 ottobre, bande armate di briganti invasero la reggia ed oltraggiarono i Sovrani, essa col Conte si trovava a fianco di Luigi XVI e di Maria Antonietta. Oramai, la sventura li aveva uniti ! Costretti dalla folla tumultuante a recarsi a Parigi, il Lussemburgo fu la dimora del Conte e della Contessa di Provenza, la quale per le diffidenze dei rivoluzionari si cambiò presto in una semi-prigionia. L'inverno fu triste ed angoscioso: la contessa di Tourzel, ci lasciò una descrizione della vita famigliare che i due principi conducevano in quei mesi : « Allorchè la Contessa di Provenza mi accennava di sedermi vicino ad essa, era per me un godimento. E prendeva un piacere immenso ad indovinare i caratteri, le disposizioni, la professione degli individui, che le passavano davanti agli occhi... I suoi giudizi non andavano mai errati, e che malgrado le lacrime, che essa versava in silenzio e di nascosto, cercava in pubblico di mostrarsi gaia, amabile, cortese con tutti.

La posizione del Re e dei Principi si faceva ognora più critica, ed il Conte di Provenza pensò di promuovere una contro rivoluzione, che avrebbe dovuto mettere a dovere tutte le teste calde, mentre si era ancora in tempo, vista la debolezza del Re che non sapeva decidersi ad un atto energico. Suo scopo era di togliere il fratello dalle mani dei rivoluzionari, condurlo a Peronne e di là fare appello all'esercito.
Senonchè scoperto il piano, il marchese di Favras, che ne era l'organizzatore fu arrestato, processato e condannato a morte; il leale gentiluomo subì la pena il 19 gennaio 1790, senza tradire il Conte, il quale fu salvo, ma sorvegliato a vista. Quando nell'estate al Re ed alla famiglia fu concesso di recarsi a S. Cloud, il Conte e la Contessa vi andarono pure; lontani dagli occhi della folla, presero a concertare un piano di fuga, come unica via di salvezza. La morte di Mirabeau, difensore segreto della monarchia, avvenuta nel marzo 1791, tolse al Re, il solo appoggio sicuro; libera da ogni freno la rivoluzione procedette vittoriosa, provocando l'emigrazione di grandissima parte dell'aristocrazia e della borghesia. Le zie del Re, avevano lasciato la loro residenza di Bellevue fin dal febbraio e il loro esempio fu seguìto da molte altre grandi famiglie.
Un giorno essendosi sparsa la voce che il Conte e la Contessa di Provenza dovevano essi pure abbandonare Parigi e la Francia, una moltitudine di rivoluzionari circondò il Lussemburgo proferendo contro di essi minacce atroci. Il Principe allora sollecitò il Re a partire, ed insieme decisero di lasciare Parigi nella notte dal 20 al 21 giugno, ma separatamente e per vie diverse.

La cosa fu combinata con tanta segretezza, che nulla trapelò al di fuori, malgrado la severa sorveglianza esercitata su di loro; prendendo tutte le precauzioni, il Conte partì per il primo col conte d'Avaray suo gentiluomo, e giunse sano e salvo a Mons. In quanto alla Contessa, essa usci travestita dal Lussemburgo nella stessa notte con la sua lettrice, signora di Gourbillon, che la condusse nella propria casa: qui entrambe si riposarono qualche istante, poi salite su di una vecchia diligenza e passando per Lilla, non senza continui spaventi, toccarono finalmente Mons. Mentre la fuga del Conte e della Contessa di Provenza era riuscita bene, è noto invece come sia finita male quella del Re e della famiglia reale: riconosciuti a Varennes, vennero arrestati e ricondotti a Parigi, ove per i disgraziati Sovrani cominciò una lenta e dolorosa agonia.
Quando si seppe che la tentata fuga del Re e della famiglia reale era miseramente fallita, la costernazione invase il campo degli emigrati; Maria Giuseppina l'apprese con profondo dolore, ed allorchè si unì al marito a Namur, lo trovò abbattutissimo.
In questa città trovò pure il Conte d'Artois, il Principe di Condé e alcuni emigrati di distinzione; abitarono tutti assieme per qualche giorno all'Albergo d'Olanda, poi si recarono a Bruxelles, ove la Governante dei Paesi Bassi, l'Arciduchessa Maria Cristina, sorella della Regina di Francia, offrì loro una sontuosa e cordiale ospitalità.
I Conti di Provenza ed il Conte d'Artois, lasciarono Bruxelles dopo solo otto giorni, di permanenza per recarsi a Coblenza per la via di Liegi. Ad Aquisgrana venne loro incontro il Re Gustavo III di Svezia, che si trovava alla frontiera per portare soccorso al Re di Francia, in caso di bisogno. Dopo avere pernottato a Bonn, il giorno 7 luglio la comitiva entrava in Coblenza, attesa dagli zii, l'Elettore Clemente Venceslao di Sassonia Arcivescovo di Treviri, il Principe Saverio e la Principessa Cunegonda Abbadessa di Thorn. Essi fecero ai nipoti la più affettuosa accoglienza, ed il castello di Schonbornlust venne messo a disposizione degli esuli. Attorno ai Principi accorsero in breve a centinaia gli emigrati, formando una vera e propria Corte, con un'etichetta, che non aveva nulla da invidiare a quella di Versailles d'un tempo. Qui i due Principi trovarono un ordine del Re, che li invitava a ritornare in Francia, ed avendo essi rifiutato, l'Assemblea Nazionale li dichiarava entrambi decaduti da ogni diritto di successione al trono.

A Maria Giuseppina, il cui carattere era divenuto aspro, irascibile e capriccioso, il soggiorno di Schonbornlust non piaceva; lo trovava troppo chiassoso, troppo pieno di galanteria e di frivolità, in mezzo a tanta rovina. Perciò non faceva che rare apparizioni in pubblico, anche per non sopportare la presenza della contessa Balbi, che il Reiset chiama una delle regine dell'emigrazione.
L'inverno lo passarono a Coblenza al Leyen-Hof , ma verso
la primavera essendosi sparsa la voce che l'esercito rivoluzionario avrebbe tentato un colpo di mano sulla città, per impadronirsi del Principe, il Conte si ritirò a Hamm presso Dusseldorf, assumendo il titolo di Conte di Lilla. La moglie preferì invece recarsi a Torino presso la famiglia: sino a Magonza la Contessa ebbe la compagnia del consorte, dell'Elettore, del Principe Saverio e della Principessa Cunegonda, indi proseguì il viaggio per Torino, con un limitato seguito composto della contessa Balbi, impostale dal marito, della duchessa di Caylus, della Contessa di Montleart, della Signora del Montbel, dei signori di Milleville, Virieu, Béranger, dell'abate di Castillon, e della Signora Gourbillon, sua lettrice e segretaria.
Il 10 maggio 1792, dopo vent'anni d'assenza, Maria Giuseppina, rivedeva i parenti e la città dove era nata, e dalla quale era partita sposa giovanetta e felice !

* * *

La Corte di Torino, se non era un soggiorno gaio, rappresentava tuttavia, un asilo sicuro e tranquillo: sua sorella la d'Artois l'aveva di già preceduta da due anni, e viveva in un isolamento quasi monastico, confacente ai suoi gusti. A Torino Maria Giuseppina, trovò il vecchio padre ed i fratelli che l'accolsero con le più sincere dimostrazioni di affetto: la famiglia Savoia conduceva una esistenza semplice e modesta, ben diversa da quella di Versailles, e fra i suoi membri regnava la più perfetta unione. Vita intima, calma senza fasto, scevra di pettegolezzi, e di gelosie.
Il palazzo del conte Rivalba - poi Rorà - le fu destinato per abitazione; Carlo Felice, di lei fratello, notò nel suo Diario, che non era molto cambiata, solo i capelli erano diventati precocemente bianchi. La Balbi accolta male, ripartì quasi subito, e così fecero altre dame, sostituite dalle contesse di Osasco e Brezio. La Principessa non si mosse quasi mai dalla capitale, se non per brevi gite a Moncalieri, a Stupinigi, ed alla Veneria.
Per ragioni d'economia, dopo un po' di tempo, il padre l'invitò a risiedere al palazzo reale, ma il suo carattere singolare, bizzarro, non s'adattò alla compagnia del Re, dei fratelli e delle cognate. Vi furono piccoli screzi che lasciarono strascici dolorosi e dei quali ci parla ampiamente il suindicato Diario, esumato dal Reiset.

La notizia della decapitazione del Re di Francia e della Regina Maria Antonietta, gettò la Corte piemontese nel più profondo cordoglio (1793): la monarchia era finita in Francia tragicamente, ed il Re Vittorio Amedeo III sentiva avvicinarsi ai suoi Stati l'uragano a grandi passi.
Quando nel dicembre dello stesso anno giunse a Torino il Conte di Lilla, oppresso, disfatto per tanta sciagura, la sua presenza non fece che confermare i tristi presentimenti del monarca. La causa reale in Francia era considerata perduta, ed il trionfo dei giacobini completo. Il Conte di Lilla (ex D'Artois), che aveva preso il titolo di Reggente, essendo minorenne e prigioniero il nipote Luigi XVII, tentò tuttavia di riannodare le disperse fila dei suoi aderenti, ma queste notizie giunte anche a Parigi, provocarono le rimostranze della Convenzione.

Il Re Sabaudo pregò allora a malincuore il genero di uscire dai suoi Stati, per evitare la guerra e non perdere altre province, poichè la Savoia e Nizza erano già cadute in mano dei francesi.
Il Conte comprese la fatale necessità e se ne partì nel maggio seguente, per portarsi a Verona, ove esisteva una specie di quartiere generale degli emigrati nel casino del conte Gazola. Maria Giuseppina non lo seguì in questa città; a Torino aveva dei conforti, che non avrebbe trovato presso il marito, completamente assorbito dalla politica. Egli la teneva però al corrente degli affari, scrivendole regolarmente ogni settimana in termini assai affettuosi.

Allorchè morì, al Temple, a Parigi, il Re fanciullo Luigi XVII (8 giugno 1795) il Conte di Lilla venne proclamato Re di Francia dall'emigrazione, e anche Maria Giuseppina assunse il titolo di regina, titolo che però le Potenze non riconobbero nè a suo marito nè a lei. Ciò nonostante i numerosi rifugiati francesi, residenti in Torino, andarono ad ossequiarla, ma a Corte, ove pure tutti la chiamavano Maestà non furono date feste in suo onore.
Malgrado tutta la sua remissività, il Re Vittorio Amedeo III non aveva potuto evitare la guerra con la vicina repubblica, e purtroppo la sorte delle armi non gli fu favorevole. La disfatta di Mondovì, lo pose in balia di Bonaparte; costretto a firmare a condizioni onerose la pace di Cherasco (aprile 1796), egli moriva di dolore sei mesi dopo.

Subito dopo questa battaglia di così funesta per l'esercito piemontese, Maria Giuseppina si rifugiò a Novara, con la Contessa d'Artois: ma mentre quest'ultima faceva dopo qualche settimana ritorno a Torino, temendo un avanzarsi dei francesi, essa proseguiva per Bellinzona, ove giunse quasi sola, e senza mezzi di sussistenza.
Cominciava per lei la vita errante, vita amara piena di umiliazioni e di stenti che durerà quattordici lunghi anni !
Causa le proteste del Direttorio francese, il Conte di Lilla aveva dovuto abbandonare il quieto e sicuro soggiorno di Verona il 21 aprile 1796, non senza avere prima inviato una sdegnosa protesta al Senato Veneto. Si rifugiò a Riegel, indi a Dilligen, da dove scrisse subito alla moglie, dissuadendola dal recarsi a Roma, presso le zie, figlie di Luigi XV. Dall'Elettore di Baviera ottenne per lei il permesso di risiedere a Passau, ove infatti subito si recò in incognito, sotto il nome di Contessa di Oliergue. Qui stette tutto l'inverno, ma il soggiorno di questa città non piacendole, andò a stabilirsi a Budweis, in Boemia. Tanti strapazzi, tante emozioni, avevano compromessala sua salute; vi giunse ammalata e priva di tutto, tanto che per vivere dovette ricorrere a prestiti. La povera Regina, senza regno, era in stato da fare pietà ! Dall'Italia non arrivarono che notizie dolorose: morto Vittorio Amedeo III il 16 ottobre 1796, Carlo Emanuele IV, che gli era succeduto, non era uomo da sapere resistere alla rivoluzione trionfante. Dopo essere passato attraverso tribolazioni d'ogni sorta e ridotto agli estremi, nella notte del 9 dicembre, partiva da Torino, dirigendosi verso Firenze, con la famiglia, non portando altro con sè che il Santo Sudario !

Era dunque per Maria Giuseppina lo sfacelo completo ! Per giunta il marito era stato cacciato da Blankenburg, ove si era rifugiato (febbraio 1798) ed errava per la Germania in cerca di ospitalità; per fortuna in aiuto del Re in esilio, venne lo Zar delle Russie, Paolo I, il quale offrì ai Borboni, l'antico castello dei duchi di Curlandia, a Mittau. La residenza era degna d'un sovrano ed il Conte di Lilla, coi pochi mezzi di cui disponeva, provvide a renderlo abitabile, facendovi eseguire notevoli abbellimenti, e costituendo una piccola Corte, della quale facevano parte, il Cardinale di Montmorency, i duchi d'Aumont e di Fleury, il marchese di Nesle, la duchessa di Guiche, la viscontessa di Serent, il marchese d'Agoult. Fu anche istituita per la sicurezza dei sovrani, una guardia svizzera al comando del Conte di Cossé-Brissac.
Chiamata dal consorte, Maria Giuseppina vi si recò subito ai primi di giugno del 1799, precedendo di due o tre giorni Madama Reale, la disgraziata figlia di Luigi XVI e di Maria Antonietta, fidanzata a suo cugino il Duca d'Angoulème.
Il giorno 10 ebbero luogo, infatti le nozze fra i due Principi, benedette dal Cardinale di Montmorency; alla cerimonia era anche presente l'abate Edgeworth, il coraggioso sacerdote, che aveva confortato gli ultimi momenti del Re Martire sul patibolo. Festa nuziale triste, scolorita, meschina, ben lontana e diversa dagli splendori dell'antica Corte di Francia, ed alla quale assistettero pochi fedeli, non abbagliati ancora dalla strepitosa fortuna del generale Bonaparte.

Ma se il castello di Mittau, era una residenza sontuosa, il clima troppo crudo e umido aveva contribuito a peggiorare le condizioni di salute di Maria Giuseppina, la quale nell'aprile seguente, dovette cercare ristoro alle acque di Pyrmont, poi a Schiersensée. Stava per fare ritorno a Mittau, abbastanza rimessa, allorchè, lo Zar intimò al Conte di Lilla di lasciare il castello, dietro ordine del primo Console, la cui fiera avversione per i Borboni era notoria. Varsavia, città appartenente allora al Re di Prussia, fu concessa al Conte di Lilla, per soggiornarvi con la famiglia.
Maria Giuseppina andò essa pure a Varsavia, e col marito prese stanza, per i primi mesi, nel palazzo Wasilewski, indi in quello assai più comodo della contessa Zamoiska. Il Re di Prussia mise anche a disposizione degli illustri esuli la celebre villa di Lazienski per l'estate, già soggiorno favorito dei Re di Polonia.
A Varsavia, i Borboni trovarono accoglienze rispettose nella popolazione, e cordialità nella nobiltà, dalla quale ricevettero inviti a pranzi ed a feste, sempre però declinati, non potendo il Conte di Lilla ricambiarli.
La Regina (così ormai la chiamavano tutti), ritornò successivamente alle acque di Pyrmont, che le avevano giovato molto, e andò anche per qualche tempo a Wildungen.
Varsavia sembrava il soggiorno ideale per i Borboni, quando ad interromperlo, venne un tentativo di avvelenamento fatto da emissari rimasti sconosciuti, sulle persone della famiglia reale. Avendo il Conte di Lilla fatto delle giuste rimostranze, per la poca sorveglianza che le autorità prussiane esercitavano sugli stranieri, che giungevano con propositi sinistri, per tutta risposta, gli veniva dato lo sfratto (1804).

Dove andare? Morto Paolo I, non rimaneva che domandare al nuovo Zar, sovrano d'istinti cavallereschi e generosi, il permesso di ritornare a Mittau. Alessandro I lo concesse volentieri e si recò anche a trovare gli ospiti: Maria Giuseppina ne approfittò, per raccomandargli la sorte dei suoi congiunti rifugiati in Sardegna. Ma gli avvenimenti precipitavano. Napoleone I, proclamato Imperatore, pareva invincibile e per i Borboni, ogni speranza di restaurazione sembrava follia. La pace di Tilsitt, facendo dello Zar Alessandro I, un alleato dell'usurpatore corso (1807), il Conte di Lilla, giudicò che la permanenza sua e della famiglia a Mittau, non era più consentibile col suo decoro, e di pari avviso furono Maria Giuseppina ed il Duca e la Duchessa d'Angoulème.

In ottobre il Conte di Lilla si imbarcò col Duca d'Angoulème su di una fregata svedese, per recarsi in Inghilterra in cerca di un asilo per se e la famiglia; sapeva che il Re Giorgio non gli avrebbe negata l'ospitalità. Quando sbarcò a Yarmouth, e subito si diresse su Leith, il Governo inglese lo colmò di attenzioni e mise a sua disposizione il castello di Holyrood, che egli rifiutò desiderando un luogo più vicino alla capitale. A Londra e nei dintorni vivevano il Conte d'Artois, col figlio Duca di Berry, il Principe di Conde, il Duca di Borbone, due Principi d'Orleans, nonchè numerosi emigrati francesi, che della venuta del Re in Inghilterra erano lietissimi e soddisfatti. Prese perciò temporaneamente stanza nel castello di Gosfield, appartenente al marchese di Buckingham, in attesa di trovare una villa adatta ai bisogni suoi. E non tardò a trovarla in Hartwell, magnifica proprietà di Sir Lee, a sessanta chilometri da Londra; il castello di Hartwell, circondato da un grande parco, offriva ai doloranti proscritti una dimora comoda, spaziosa, con ampie sale, e buon numero di camere atte ad alloggiare i Principi, la loro minuscola Corte e la servitù.
Mentre il Conte, stava provvedendo all'arredo dell'edificio, il Duca d'Angouleme, si recava a prendere la consorte e Maria Giuseppina rimaste a Mittau.
Il 29 agosto, 1808, le due Principesse, toccavano le coste inglesi, e lo stesso giorno erano a Gosfield; dopo tante traversie ecco finalmente, un luogo da dove nessuna influenza francese avrebbe più potuto cacciarle, l'Inghilterra essendo avversaria irriducibile di Napoleone I. Dopo pochi mesi trascorsi a Gosfield e a Tilney-House presso il Principe di Condé, tutta la Corte si trasferiva a Hartwell (marzo 1809), ove accorsero in folla a porgere loro ossequi ed auguri gli emigrati francesi.

Il Conte e la Contessa, che i fedeli non nominavano mai che col titolo di Maestà, ebbero ciambellani, segretari, gentiluomini e dame si servizio, cappellani, sottoposti tutti ad una severa etichetta. Era in miniatura, un po' l'antica Corte di Versailles che riviveva, meno lo splendore ! La famiglia reale, a cui la rivoluzione aveva tolto sin l'ultimo centesimo, viveva con 700 mila lire di rendita annua, pagate dalla Russia e dall'Inghilterra, e sebbene a tale somma possa sembrare qualcosa, non era per nulla sufficiente ai bisogni. Tanto Luigi Saverio, quanto Maria Giuseppina, sovvenivano largamente tutti i francesi, che a loro si rivolgevano per aiuto, ed erano, come si sa, molti, parecchi dei quali ridotti nella più squallida miseria. Alla benefica Principessa le sofferenze di quelli, che avrebbero dovuto essere suoi sudditi, e che per affezione alla dinastia non avevano voluto accettare impieghi da Napoleone, le facevano sanguinare il cuore. Essa non aveva mai un soldo, tutto elargiva agli emigrati.
Nessuna sontuosità dunque nel castello, non feste, non pranzi di gala, ma lo stretto necessario: le serate erano piuttosto monotone, malgrado fossero sovente ospiti il Principe di Condé, il Duca di Borbone, la principessa di Monaco, il duca di Coigny ed altri. Mentre il Conte faceva la partita di whist, la Contessa teneva circolo con le sue dame e cogli invitati, oppure lavorava di ricamo, quando il suo stato di salute glielo permetteva. Allorchè il gioco era finito la conversazione diventava generale; si discorreva di politica, specialmente degli avvenimenti di Francia, i quali interessavano in sommo grado gli illustri esuli.
La Regina - nota la Contessa Golovine - benchè fosse diventata d'umore bizzarro e fantastico, ed avesse preso maniere un po' eccentriche, quando parlava seduceva per il suo spirito caustico e riflessivo.
Maria Giuseppina di Savoia, a cui dapprima sembrava che il cambiamento di clima avesse giovato alla salute, era continuamente tormentata da atroci dolori, che sopportava con ammirevole forza d'animo. Soffriva di oftalmia, e di dolori al fegato ed al piloro, tanto che dovette restringere il numero delle persone, che desideravano vederla.

Scriveva ad una persona amica : « sono così sofferente e d'una debolezza tale, che non posso più scendere la scala, e non pranzo in compagnia: non vedo più nessuno ». E ancora : « soffro di dolori terribili, il mio fegato ed il mio piloro sono in uno stato deplorevole, ma spero che le mie sofferenze avranno presto un termine, e che Iddio mi concederà la forza, la rassegnazione e la pazienza di sopportare tanti mali ! ». Se il dottor Lefèvre, che la curava; non si faceva illusioni sullo stato dell'inferma, se ne facevano molte invece il marito, i parenti ed i famigliari. Ma sul principio del 1810, allorchè si manifestarono i primi sintomi inquietanti dell'idropisia, tutti furono in allarme. In pochi mesi il male fece progressi rapidissimi, e verso l'ottobre, il peggioramento si accentuò ancora. Quando Maria Giuseppina di Savoia comprese che la sua fine era prossima, come Principessa cattolica e sabauda, volle le fosse somministrato il Viatico dall'Arcivescovo di Reims, monsignor di Talleyrand-Perigord, assistito dal Vescovo di Boulogne e dall'abate di Bréon.

Colei che doveva essere la Regina di Francia e di Navarra, moriva serena e tranquilla, lontana dalla sua patria, edificando tutti i famigliari coi suoi sentimenti di pietà. Non appena la notizia che la Principessa agonizzava, si sparse per il castello, fu un continuo accorrere di gente: tutta la famiglia reale in lacrime si trovò al capezzale della morente. Nella notte dal 12 al 13 novembre, disse al consorte, che l'assisteva : « Basta, è finito » ed espresse il desiderio di riposare in terra cattolica. Poi, siccome la respirazione diventava difficile, volle verso mattina essere trasportata su di una poltrona, ma subito che vi fu adagiata spirò. Il cognato Conte d'Artois, le chiuse gli occhi. Il Conte di Provenza, seguendo l'antico e tradizionale uso della Corte di Francia, si ritirò a Wimbledon, presso il cucino Condé, a nascondervi il suo dolore; il 18 scriveva all'amico, duca d'Avaray : « Mon àme souffre cruellement ! ma consolation est de penser à sa mort, la plus couraceuse et la plus édifiante qui fut jamais ! ». E soggiungeva in una seconda lettera : « .... plus de larmes, plus d'ancoisses, mais un regret sincère, un vide dans ma vie, que je sens cent fois par jour » !

Il 25 la salma della Principessa venne trasportata nella cappella di King Street a Londra, ove fu visitata da migliaia di persone, indi il giorno seguente si fecero i funerali, che furono degni dell'estinta. Officiò l'Arcivescovo di Reims, assistito dai Vescovi di Digne, di Nantes, di Sisteron, di Tarbes, di Rodez, di Blois, di Montpellier, di Uzès e da altri prelati, nonchè dal rappresentante del titolare di Londra.
Pronunziò l'elogio funebre monsignor di Bouvens, dopo di che la bara, portata da dodici cavalieri di S. Luigi, traversò le vie della città per recarsi a Westminster. Nel lungo corteo, oltre a tutti i Principi della Casa di Borbone, vi erano i Principi di Galles, i Duchi di York, di Clarenza, di Cumberland, di Kent, di Cambridge, tutta l'aristocrazia francese esiliata a Londra, innumerevoli Lords, gli Ambasciatori di Sardegna, di Portogallo, di Sicilia e di Spagna, parecchi membri del Governo inglese, ecc.
Giunta nella celebre Abbazia, la salma venne calata provvisoriamente in un loculo della cappella di Re Enrico VII, vicino alla tomba del Duca di Montpensier, in attesa di essere trasportata in Sardegna. A malincuore il Conte di Provenza fece questo sacrificio, ma siccome la volontà della defunta era esplicita così il 5 maggio 1811 il corpo di Maria Giuseppina di Savoia venne tolto da Westminster, e su di uno sloop trasportato a Cagliari, dove viveva esiliata ed in condizioni stremate la Famiglia di Savoia. Una folla silenziosa e commossa, accorse al suo giungere a Cagliari; il 10 aprile i resti mortali della Principessa vennero trasportati con grande apparato funebre nella cattedrale ed ivi sepolti.
I tempi erano tristi e l'avvenire oscuro; il Re Vittorio Emanuele I, che versava in angustie finanziarie, mancava di mezzi per erigere alla sorella un monumento. Fu poi in seguito il Re Carlo Felice, a farle innalzare l'attuale elegante sarcofago, sormontato da una statua, in marmo bianco, raffigurante un genio in lacrime.

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