GLI ETRUSCHI
la storia, la zona, le città, la lingua

ORIGINI - LA DECADENZA - LA SOCIETA' ETRUSCA - LA FAMIGLIA ETRUSCA
PADRONI E SERVI - LA DONNA - LA VITA ATTIVA - LA VITA QUOTIDIANA
L'ARTE - L'ARTIGIANATO - LE CITTA' ETRUSCHE




(a fondo pagina: LA LINGUA ETRUSCA - di Angelo Di Mario)

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ORIGINI - Degli Etruschi si sa ancora ben poco, i testi sui quali oggi si basa la storia di questa civiltà risalgono all'antichità greca e romana. Erodoto il grande storico greco offre una ricostruzione sulle origini, ma gli Etruscologi e gli archeologi tendono oggi a limitare fortemente la sola interpretazione di Erodoto; una teoria la sua, diffusissima fra tutti gli scrittori classici. Il suo racconto (così pure nella Storia Greca) sembra risentire troppo dai miti e delle favole, che nell'antichità tendevano a far dipendere l'origine e la nascita degli Etruschi, questo popolo occidentale, da una migrazione venuta dall'Oriente, dalla Lidia, a seguito di una grave carestia in epoca mitica, e cioè poco dopo la guerra di Troia, guidata da un grande condottiero: Tirreno.

Dionigi Alicarnasso discutendo la tesi di Erodoto formulò un'altra ipotesi: quella dell'origine autoctona degli Etruschi; mentre Livio in un discusso passo ha accreditato una terza teoria, di una provenienza settentrionale di questo popolo, di cui i Reti e altre popolazioni alpine sarebbero le antiche spoglie.

Avevano quasi ragione in parte tutti e tre anche se le loro tre teorie sono errate.

Infatti, una certa resistenza all'origine solo orientale, é motivata dalle difficoltà in cui oggi si trova l'archeologia, di vedere nel continuo sviluppo un concatenamento delle civiltà che si sono succedute nell'Italia centrale, non con una frattura abbastanza decisa e netta; quindi non solo il frutto di un "solo" popolo straniero emigrante.

Per molto tempo si è pensato di poter collocare questa frattura intorno al 1000-800 a.C., nel momento in cui, cioé questa civiltà che viene dall'Oriente, sostituisce la civiltà preesistente nel territorio italiano; civiltà quest'ultima, chiamata "Villanoviana" perché fu identificata e definita la prima volta in un paese chiamato Villanova, nei pressi di Bologna.

(Leggendo Di Mario, apprendiamo che gli Etruschi erano un popolo autoctono, già esistente quando sbarcarono i Tirseni/Tirreni (nome del loro capo) chiamati poi Etruschi)

Si é scritto (citiamo Livio X, XXXIII) che gli Etruschi fondarono Bologna (Felsinea), Modena, Piacenza, Ravenna, Spina e Mantova, mentre invece sappiamo oggi che queste località erano già abitate ed erano grossi centri. Bologna aveva un importante insediamento nell'area dell'attuale centro storico. Attorno un grande comprensorio a macchia d'olio che attorno all'anno 1000 a.C. si era saldato e stabilizzato; vi si praticava la metallurgia, l'artigianato e una larga trama di commerci, quindi già un importante capoluogo della civiltà Villanoviana (autoctona) anche se con moltissimi influssi dell'area mediterranea (attraverso Adria e Spina) e con quelli settentrionali, padani e subalpini, prima dell'arrivo dei Tirreni (Etruschi).
I palafitticoli, abbandonate le valli alpine e la stessa Pianura Padana, vi erano già arrivati con la loro ricca cultura intorno al 1300-1000 a. C. Non molto distante, a Este, c'era già un grande centro di "palafitticoli"; e nel Veneto di insediamenti se ne contavano parecchi, a Padova, Vicenza, Verona, Rovigo, e nella costa che lambisce la laguna veneta (Altino, Aquileia ecc.) dove poi per necessità nel VI-VII secolo d.C. sorgerà (gli unici abitanti rimasti fedeli e quindi esperti a questo tipo di abitazione su palafitte) VENEZIA.

Anche i Galli Boi, nella metà del secolo IV, del capoluogo emiliano ne rivendicarono la fondazione (chiamandola Bononia). Altrettante pretese avanzarono i Romani nel 191 a.C. che vi dedussero una colonia nel 189 a. C.. (Insomma tutti operavano come Pissarro e Cortes in America, portandovi -loro assicuravano - la "civilta"!. E spesso  cambiavano nome del luogo dove arrivavano).

Oggi i recenti e continui progressi della ricerca archeologica, hanno portato gli studiosi a poter concludere che tra le tesi dell'origine orientale e dell'origine autoctona degli Etruschi non c'è un vero e proprio contrasto; ci si va sempre di più orientando in una risoluzione più equilibrata del problema. Si deve cioé concludere che se elementi orientali sono giunti sulle coste tirreniche, questi (poco importanti numericamente - sicuramente solo qualche migliaio) non hanno modificato in modo sensibile e profondo gli insediamenti della civiltà delle popolazioni preesistenti. Infatti, le basi della civiltà villavoviana trovano nella civiltà etrusca uno sviluppo di certe sue caratteristiche essenziali: ma non viene superata né tanto meno distrutta dagli Etruschi, bensì in una forma, spesso non manifestata (gli etruschi erano altezzosi) da entrambe le due civiltà, sviluppata ed ampliata. Così sviluppata e ampliata la autoctona che (pur ricavandone qualche beneficio) sarà questa poi a influenzare l'altra.
(Da notare che nessun popolo che dominò in seguito la penisola, riuscì mai a far cambiare il linguaggio in nessuna contrada - quindi la tesi di un ceppo autoctono che da' un contributo importante allo sviluppo della nuova civiltà di questo periodo è abbastanza verosimile).

Il problema che non era stato risolto fino a pochi anni fa, era invece la lenta comparsa (1800-1500 a.C.) e poi la successiva improvvisa scomparsa (1300-1000 a.C.) dei palafitticoli;  prima nei laghi alpini, poi nella Pianura Padana. Una civiltà questa che si pensava fosse giunta dal centro Europa. Invece oggi sappiamo che era scesa dalle Porte di Ferro (confine Jugoslavia-Bulgaria-Romania), anche questa proveniente dall'Oriente da dove era partita risalendo il Danubio; ma emigrata dalla Tracia mille anni prima, e in alcune zone, anche duemila anni prima che emigrassero i Tirreni dalla Lidia e approdassero in Toscana.

Questo popolo palafitticolo (noto anche come cultura detta dei "Campi di urne") prima occupò le Valli Alpine e Prealpine, poi scese nella pianura Padana, in Emilia; infine intorno al 1100-1000 a.C. in Umbria e nel Lazio. Nell'area dove Romolo farà sorgere Roma nel 753, alla base dello stesso Palatino, sono state rinvenute inumazioni con il sistema della pratica incineratoria (sconosciuta ai latini dei Colli Albani) databili 1100 a. C. fanno pensare che i palafitticoli (questo popolo silenzioso e fantasma, ma con una grande cultura e tecnologie alle spalle) vi si erano già spinti quattro-cinque secoli prima. (Vedi Fondazione di Roma)

Dai dati linguistici (molto compositi ed eterogenei, la cui documentazione é attinta da materiali ed epoche diverse, d'altre età e aree - VEDI IN FONDO) e dalla documentazione archeologica si ricava un'organica e logica sequenza di fenomeni culturali, in cui é difficile, se non impossibile, fissare dei paletti, delle pause, alle quali attribuire il valore di un salto qualitativo storico proprio di una sola migrazione orientale (Teoria di Erodoto). E sulla base dei dati storici-culturali, linguistici e archeologici sono da respingere sia quella autoctona (teoria di Alicarnasso) sia quella di origine settentrionale (teoria di Livio).

Più semplicemente quella Etrusca, va intesa come una migrazione avvenuta da diverse direzioni e in tempi diversi, ma sempre con un'unica origine orientale, trace-anatolica. I palafitticoli del Nord, come a Costanza o a Ledro (TN) ecc., 1000 anni prima, avevano con se' moltissimi oggetti della cultura Tracia-Micenea, e altrettanto portarono con sé quelli sbarcati poi in Toscana, ma portandosi dietro  la cultura Elladica e Micenea di mille anni dopo, già assorbita ed in parte evolutasi in quella Pre-Ellenica. (1000-800 a. C.)

Che i Tirreni-Etruschi provenissero dal mar Egeo non ci sono più dubbi. La scoperta a Lemno di una iscrizione in lingua pre-greca (arcaica- Fenicia 1 - origine 1519-1220 a. C.) ha messo in luce, strettissime e indubbie affinità, fra quella lingua e quella tirrenica-etrusca. E l'isola di Lemno (nomo di Lesbo) era abitata da un popolo originario della..... Tracia. (!!! attenzione a questo nome - apparirà spesso - nulla a che vedere con la storia della Tracia (Romania) Romana - la precedente cultura (compresa quella dei loro dei) era già scomparsa da oltre mille anni quando giunsero da quelli parti i Romani )

In Tracia (lo sappiamo da pochissimo tempo) sembra sia esistita una grande civiltà millenaria, anteriore a quella Sumerica. Qui del resto non molti anni fa, sono state rinvenute le Tavolette Tartarie e i primi sigilli cilindrici simili a quelli sumerici-babilonesi-egiziani; e sembra che proprio qui i Sumeri scoprirono l'arte della scrittura. E forse ai Fenici in seguito a contatti con i Traci nacque loro l'idea dell'Alfabeto. Le due lettera n e m della Tracia del 3500 a.C. sarà un caso che in sumero, in egiziano, in fenicio, in etrusco, in greco, in latino, é sempre uguale? Perfino nel significato: la prima (ci sono due onde) con il sistema pittografico e ideografico indicava un piccolo medio grande corso d'acqua, il secondo una grande estensione di acqua, cioè il mare.

Le Tavolette Tartarie hanno rimesso in discussione l'origine della scrittura; un giallo, perchè sono state trovate dove -secondo gli esperti archeologi- non ci dovevano essere. E insieme a queste, molti altri oggetti e tesori che hanno sconvolto il mondo archeologico.
Sembra proprio che la preistoria Europea sia nata qui, in Tracia.

Una civiltà quella della Tracia, che all'epoca delle conquiste romane era del tutto scomparsa. I Greci l'avevano cancellata. I Traci anche se 4000 anni prima avevano fondato Troia, erano stati i primi a sbarcare a Creta mille anni prima della civiltà minoica (il toro, il Taurus era un culto Trace!), avevano creato quasi tutti gli dei greci (Zeus in Trace significa Dio, e Dionisio suo figlio - di-nysos in Trace significa di tenera età, giovinetto;  Lo stesso Orfeo e l'orfismo era Trace. Il mitico Monte Olimpo era Trace, perché posto al confine dell'antichissimo territorio Trace.
I Greci si impossessarono oltre che del territorio anche di tutto la mitologia della Tracia. Molti, ancora oggi, credono che la mitologia greca sia greca, invece é della sconosciuta Civiltà Trace. Quando i Greci fondarono sul Mar Nero, Apollonia nel V sec. a.C. eressero una statua  alta tredici metri (scultore Calamide) in onore del dio Trace affinché proteggesse la... Grecia; e  quel dio  era Apollo onorato in Tracia 2000 anni prima di quello greco (ritrovato a Dupljaja nel Banato) ecc. ecc. Poi se ne impossessarono. Cosi la dea Cibele, era la dea delle fertilità Trace (famose le statuette dalle grosse mammelle)

Se rileggiamo Omero (Iliade) scopriamo che accenna a Reso, come al mitico Re Trace, elogia l'elevato grado di civiltà della sua tribù, e resta affascinato dal suo cocchio e l'armatura d'oro puro e del suo cavallo più bello del mondo. A Varna ultimamente è stato scoperto qualcosa che dà ragione ad Omero. In Tracia ancora nel 3200 a.C. sguazzavano proprio nell'oro. Vale a dire duemila anni prima di Reso. Monili d'oro a 24 carati a chili, gli scettri e i gioielli  a lamine d'oro come la  maschera di Agamennone li avevano   già fatti  mille anni prima che sorgesse Micene e Troia. E sappiamo oggi dov'era il famoso (tenuto sempre segreto) "forziere" di Traiano nel periodo più opulento di Roma: le miniere d'oro tra la Tracia e la Dacia.

E se rileggiamo Erodoto, anche lui narra di un popolo con ottime regole e organizzazione sociale, dove ogni famiglia disponeva di una propria casa, che dimorava sui laghi, le cui belle abitazioni non in paglia ma in tavole unite, sono costruite in mezzo all'acqua sopra alti pali. Il popolo - lui che scriveva nel 470 a. C. - li chiama "Antichi" Peoni; la zona è il lago Prasia (oggi lago Takiros); il territorio la Tracia. Di questi villaggi ne sono stati oggi rinvenuti circa 350. Databili 4000 a. C. Sappiamo così da dove veniva l'architettura palafitticola identica a quella delle valli alpine; inoltre chi erano e da dove proveniva la cultura dei popoli dei Campi d'Urne.

Per non ripeterci, vale la pena, leggere questo periodo nelle pagine della
- FONDAZIONE DI ROMA -

MA RITORNIAMO AGLI ETRUSCHI

Sbarcati in poche centinaia o al massimo poche migliaia in Toscana, solo intorno al VII secolo a.C. la civiltà etrusca inizia a prendere coscienza della propria esistenza, della propria personalità, della propria lingua, della propria autonomia, rispetto alle altre civiltà che popolavano l'Italia a quell'epoca. (come più tardi fecero alcuni albanesi, che emigrarono nel sud d'Italia, e ancora oggi, pur integrandosi esistenzialmente, in alcune sacche, conservano il loro linguaggio).
Un tipo di società quella etrusca spiccatamente guerriera, in contrasto con le culture esistenti nell'intera penisola, più mite, non competitiva, essenzialmente agreste.
Questo spiega l'ampia diffusione territoriale degli etruschi e di conseguenza anche la supremazia culturale. Nei secoli che vanno da questa età fino al II sec. avanti C., (vi trascorrono intanto 32 generazioni !) si ha il grande e rigoglioso sviluppo degli Etruschi, che rappresentano per tutto questo periodo una grande forza politica, sociale, ma anche culturale: si può quindi benissimo dire che la civiltà etrusca sia la prima, grande, potente e fiorente civiltà italiana, pur con tanti difetti.

L'Apogeo della potenza etrusca, si ha soprattutto nel VI secolo a,C., quando gli Etruschi stipulano un'alleanza con i Cartaginesi: alleanza che assicura loro il dominio di tutto il Mediterraneo occidentale; quindi in sinergia iniziano i floridi commerci.

Verso il 535 si ha una grande affermazione della loro potenza marittima e commerciale con la grande vittoria nella battaglia navale sui Focesi, al largo di Aleria, in Corsica.

Come riprova del grande splendore della civiltà etrusca nel VI secolo e ancora nel V, basterà ricordare come gli stessi Re di Roma, cioè i Tarquini non fossero altro che Etruschi: quindi in questo periodo gli Etruschi scendono a sud, espandendo il loro dominio e la loro potenza militare ed economica in un "paese" ancora giovane, non ancora bene organizzato: quello Latino.
Nella seconda metà del VI secolo gli Etruschi si spinsero anche a nord, scendendo nella Val Padana fino alle foci del Po, istituendovi degli importantissimi centri di vita commerciale e dei fondamentali punti d'appoggio (Uno addirittura a Melzo alle porte di Milano). Mentre a sud giungono fino in Campania, a Capua, quando i primi greci - i moderni - (Magna Grecia) stavano cominciando a sbarcare sulle coste meridionali e in Sicilia)

LA DECADENZA - A questa grande espansione della potenza, segue l'inevitabile lento declino, il cui inizio può essere segnalato nel 509, con la cacciata dei Tarquini da Roma, data questa che segna anche il principio della storia di Roma repubblicana: infatti la caduta degli Etruschi inizia ad essere irrimediabilmente legata all'ascesa di Roma.

Nel 474 il declino incontra un'altra drammatica conferma nella battaglia navale di Cuma, ove la flotta etrusca é annientata da quella Siracusana, che conquista così il controllo del Mediterraneo occidentale.

Nel 423, altro dramma: i Sanniti occupano Capua, avamposto della civiltà etrusca nell'Italia Meridionale. Poi con l'inizio delle invasioni galliche in Italia, intorno al 400, la civiltà etrusca é colpita da nord anche alle spalle, ed entra in agonia. Non solo non é più in grado di fare conquiste, ma non è capace neppure di difendere il proprio territorio. Per farlo avrebbe bisogno di uomini e di un forte potere centrale (non esistente) si ritrova ad avere solo dei servi imbelli e dei contadini, ormai evoluti. Insomma i locali avevano imparato da loro!!

Si ha quindi il lungo periodo della conquista romana dell'Etruria. I Romani riescono a bloccare, a respingere i Galli, poi avanzano verso il nord attratti dal vuoto di potere che la decadenza etrusca ha creato nelle regioni settentrionali dell'Italia. Nel 358 inizia la guerra tra Roma e gli Etruschi, che si conclude nel 351 con la vittoria di Roma.

Le vicende della conquista romana si fanno più serrate: nel 310 Roma sconfigge gli Etruschi ad Arezzo, Cortona e Perugia; nel 295 con la sconfitta dei galli e degli Etruschi a Sentinum, Roma sottomette i Volsini, Arezzo e Perugia; nel 280 Roma conclude un trattato di alleanza con alcune delle città più importanti della confederazione etrusca: Volsini, Arezzo, Perugia, Vulci, Rusellae, Vetulonia e Populonia.

Un potere centrale etrusco non é mai esistito; così ognuno risolve la sua questione in casa propria. Altro non possono fare, una vera nazione Etrusca non é mai esistita, una coscienza nazionale neppure. Il destino é uno solo: quello di sottomettersi a chi sta facendo  nascere questa coscienza: la romanità.

Da questo momento l'Etruria diventa romana; e così si concludono le vicende della gloriosa civiltà etrusca, che però non muore culturalmente, anzi, riesce a sopravvivere ancora, fino influenzare alcune importanti caratteristiche della vita sociale e pubblica, oltre che artistica,  dei Romani conquistatori.

Non nella lingua però. Ed è un problema avvolto anch'esso, come le origini, in un'atmosfera di mistero. Una lingua impenetrabile e indecifrabile.

L'Etrusco non assomiglia né al latino, né al greco, né a nessun'altra lingua conosciuta. Salvo quella di Lemno citata sopra, cioè un greco arcaico - il Fenicio 1, nell'Egeo poco utilizzato e quasi inesistente nella letteratura, narrativa, storica o epica (i motivi li abbiamo evidenziati nel link "VI FU UN TEMPO....)-

Sono stati decifrati i geroglifici egiziani, gli ideogrammi micenei, i cuneiformi mesopotamici, semplicemente perché abbiamo di queste lingue abbondanza di testi e alcuni scritti in bilingue che hanno permesso di comprendere perfino i segni privi di una base fonica (es. la stele di Rosetta fu la chiave per i geroglifici). E della scrittura Sumera possediamo dei veri e propri vocabolari su tavolette.
Di Etrusco invece abbiamo quasi diecimila testi (epigrafici per la maggior parte) ma molti dei quali sono brevissimi e semplici. Usano quasi sempre le stesse parole; l'etruscologia é attualmente in possesso d'un vocabolario che non supera le 200 parole; una base insignificante che non permette certo di avere a disposizione la conoscenza della grammatica e della sintassi di una lingua. Manca insomma un vocabolario. Per cui si deve rinunciare a comprendere l'Etrusco, finché non si riuscirà a scoprire un lungo testo bilingue, che ci offra la traduzione in greco, latino, o in altra lingua conosciuta di testi etruschi. Speranze vaghe, perchè (salvo gli epigrammi) gli etruschi non erano per nulla portati a scrivere testi.

Mentre nel Lazio i romani dai nuovi greci provenienti da sud, mutuavano i segni dell'alfabeto Greco-Fenicio 2 e creavano ex novo una lingua, il Latino; gli etruschi (mondo chiuso) proseguivano con l'alfabeto Fenicio 1, che si erano portati dietro dalla Lidia, nell'Egeo, che nel frattempo (nel corso di mezzo millennio) aveva adottato l'alfabeto 2, e con questo aveva iniziato la sua intensa era letteraria ellenistica, sbarcata poi in Sicilia, nella Puglia, in Campania e infine a Roma.

L'egemonia romana dopo il 280 (con il trattato) condannò per sempre il vecchio scarso alfabeto. Le scuole erano ormai tutte in latino e (forse per nazionalismo o per censura imposta dall'alto - come sempre accade a chi conquista un paese) più nessuno degli insegnanti tradusse un testo etrusco in latino; la lingua dopo un paio di generazioni, nella vita civile, scomparve del tutto, anche nelle famiglie d'origine etrusca (come poi accadrà molti secoli dopo al latino).

Un altro singolare e ingenuo errore avevano commesso gli Etruschi stanziandosi in Toscana. Insieme alla arcaica lingua avevano adottato anche il calendario della Lidia, mesopotamico, lunare, già millenario. Era quello arcaico e in Lidia funzionava, ma in Toscana no: le stagioni non erano le stesse. I tempi dell'agricoltura non collimavano, anzi un arcaico calendario indigeno funzionava meglio. Gli Etruschi il loro calendario lo ritoccarono più volte saltando mesi; Ma dopo pochi anni risultava sempre sfasato con le stagioni. La ragione era semplice c'erano due-tre gradi di latitudine di differenza, e corrispondevano a 4-6 gradi di temperatura inferiore; quindi anche la durata del giorno era diversa.

Anche il calendario romano di Numa incorse in questo stesso errore. Per oltre 700 anni nessuno aveva capito perchè. Fu solo dopo Giulio Cesare - nel 49 a.C., di ritorno dall'Egitto con la scoperta dell'anno solare che le cose andarono per il verso giusto. Dopo 13 mesi lunari non ritorna la primavera, mentre dopo 12 mesi solari la durata del giorno é invece esattamente sempre uguale a quello dell'anno precedente, e in quelli seguenti. Occorsero quasi duecento anni per introdurre ufficialmente l'Anno Giuliano, che é ancora quello d'oggi, divenuto poi più esatto con Papa Gregorio nel 1582, e che per questo si chiama appunto Gregoriano.

LA SOCIETA' ETRUSCA - La civiltà etrusca si é scritto sopra, é la prima, grande, potente e fiorente civiltà italiana. E' diversa dalle altre non solo perché ha un ricco bagaglio culturale e tecnologico, pur importantissimo; ma perchè ha qualcosa in pìu rispetto alle altre; è bene organizzata e strutturata nella sua vita politica e sociale (anche se discutibile).

Questa complessa e sviluppata civiltà a differenza di quella romana - nascente quindi quasi contemporanea - ha dei grandi pregi ma anche potenzialmente dei difetti; che sono poi quelli che la porteranno alla decadenza.
I Romani (o meglio per il momento i Latini ) già dopo appena due secoli, mutuano i primi, e cercano di evitare i secondi, quando nel 509 a. C. danno vita alla Repubblica.

A differenza della civiltà romana, che fin dal VI secolo, attraverso la costituzione censitaria attribuita a Servio Tullio, aveva superato la dualità primitiva tra plebei e patrizi, la società etrusca si presenta perennemente e rigidamente divisa ancora nelle due classi: servi e padroni.

Questo tipo di società si mantenne con il conservatorismo assoluto e senza sostanziali modificazioni nel corso dei suoi secoli. L'errore che farà poi in seguito anche Roma, e dopo Roma tante altre civiltà, tanti altri popoli, Regni o Stati.

Di questa classe di servi e di padroni etruschi, molte aspetti ci sono noti perché le tracce archeologiche ci rivelano molti dettagli. Testimonianze negli arredi funerari che si riferiscono sempre a persone agiate, di un certo livello sociale, non certo a persone umili.

Al sommo della gerarchia della società ci sono i re, che fino ad epoca antichissima ci appaiono alla testa della potenza etrusca. Conosciamo i nomi di alcuni di questi, tramandatatici perché furono protagonisti di famose vicende con i Romani: il celebre Porsenna, Muzio Scevola e Clelia, ma anche di altri re conserviamo il nome, soprattutto attraverso le iscrizioni funerarie.

Ma in tutta l'Etruria non c'era un solo re, ma dodici; tanti quanti erano le grandi città etrusche (lucomonie) che facevano parte della "confederazione" dell'Etruria. Le ricordiamo: Volterra, Volsini, Populonia, Chiusi, Perugia, Vetulonia, Vulci, Veio, Cere, Tarquinia, Arezzo, Cortona. (altre importanti città sorte e decadute furono Fiesole, Marxabotto, Norchia, Tuscania, Saturnia, Talamone. Erano tutte prevalentemente unite saldamente da vincoli religiosi ma non da un vincolo politico da far pensare ad uno stato unitario e compatto, ma piuttosto ad una federazione in seno alla quale sembra che non fosse possibile che una città abbia mai avuto - né poteva ambire - al predominio sulle altre. Troppe le gelosie tra città e città. I re non erano dei monarchi illuminati ma figure simili a tiranni che operavano nel loro piccolo regno con una piccola classe oligarchica.

Le insegne del potere regio, ci sono tramandate e descritte dallo storico greco Dionisio di Alicarnasso, nel racconto che egli fa della conquista dell'Etruria da parte di Roma, sotto il regno di Tarquinio Prisco: una corona d'oro, un trono d'avorio, uno scettro decorato nella parte superiore con un'aquila, una tunica di porpora intessuta d'oro e un mantello di porpora ornato da ricami, molyo simili a quelli dei mantelli dei re di Lidia e della Persia.
Il segno più evidente della sovranità era costituito dai littori che aprivano il corteo reale reggendo sulla spalla il fascio littorio: ognuno dei dodici re etruschi ne aveva uno a disposizione; "Lucumone" era il nome del più alto magistrato delle città etrusche e corrispondeva ma solo apparentemente a quello dei patres o re latini.

Accanto ai re, sono i condottieri, le gerarchie propriamente militari; la loro esistenza storica é legata in ogni caso a quella della loro gens, ed é anche attestato epigraficamente più volte, come nel caso della famiglia dei Tolumnii a Veio.

Uno dei condottieri più famosi della storia etrusca, il cui nome ci é stato tramandato grazie al suo valore - che é stato presentato in termini quasi di prodigi - é Macstarna, che secondo la tradizione romana era venuto a Roma come alleato per mettere la sua spada al servizio di re Tarquinio, mentre nella versione etrusca della stessa vicenda, figura prima nel numero dei nemici e poi addirittura in quello degli uccisori di Tarquinio, fino ad occupare uno dei colli di Roma e ad impossessarsi del trono per scopi non certo pacifici.
Macstrana é uno dei nomi più prestigiosi di questa classe di condottieri, classe che, come ci mostra il suo esempio, a volte divenne potente fino a tal punto da mettere in pericolo addirittura la stessa autorità del re.

Un'altra categoria della società civile degli Etruschi, molto potente e molto gelosa delle proprie prerogative e privilegi, é quella dei magistrati che costituiscono una classe chiamata a deliberare in una specie di Senato; essa rappresenta vagamente la sola assemblea politica dello Stato Etrusco. I magistrati etruschi scelgono fra di loro un "princeps" che, eletto una volta ogni anno, può sostituire in certi casi il re, e fa le funzioni di una specie di presidente della repubblica, assistito da una serie di magistrati, anch'essi eletti una volta ogni anno, che compongono un collegio simile a quello degli Arconti di Atene.

Su questi magistrati, sui loro titoli, sulle vicende della carriera, sulle attribuzioni e sui privilegi che loro spettano, l'epigrafia supplisce in larga parte al silenzio degli storici, e ci fa conoscere una serie di "carriere" molto più complicate e difficile di quelle che caratterizzerà la vita pubblica romana (assomiglierà semmai più a quella bizantina).

Oltre queste cariche, minori ma importanti indubbiamente all'interno della società etrusca, sono le cariche sacerdotali e amministrative, che al momento attuale delle ricerche, non sono altro che puri nomi. Solo qualche rapida notizia dalle epigrafi; e sono elementi che sembrano abbiano avuto particolare risalto, in quanto avevano una diretta partecipazione al governo. Nella lingua etrusca é stata infatti riconosciuta tutta una famiglia di parole, derivanti dalla radice zil che significa "governare", come zilic, zilath che significa "magistratus", cioè sia la carica della magistratura, che la persona che la esercita, il magistrato; e ancora zilaxjnve, zilachnuce, che valgono "ha fatto il magistrato". Certi zilath portavano un altro titolo, maru, che voleva dire un insieme di magistrati e sacerdoti (come gli edili, o i pontefici romani); infine il presidente del collegio degli zilath   (una specie di consiglio dei ministri) e il "primo zilath" era appunto il "primo ministro" o "presidente del Consiglio".

Questa era la complessa vita di ogni regno (12) , e queste erano le più alte magistrature nel quadro delle singole città etrusche. A livello di "Nazione", quando cioè le varie città si riunivano periodicamente nella Confederazione, veniva eletto uno zilath supremo, che é confermato epigraficamente nella denominazione di zilath mechl rasnas, cioè "zilath del popolo etrusco" cioè governatore di uno stato, che c'era solo formalmente ma non c'era nella sostanza. Questo stato organizzato era solo una gran bella facciata, dietro non c'era una "Nazione", ma solo servi e contadini ubbidienti ai pochi ricchi oligarchi.

PADRONI E SERVI - Al di sotto di queste categorie accennate sopra di padroni e dirigenti, non vi erano che servi: nei palazzi delle città, nelle fattorie delle campagne, nelle miniere e nelle officine, viveva una grande, anzi la massima parte della popolazione etrusca; che aveva all'interno anch'essa  una sorta di gerarchia o almeno di distinzione.

In primo luogo vi era la folla dei "domestici", che viveva numerosissima presso le dimore dei ricchi; avevano incarichi molteplici, come quello di provvedere al servizio diretto del padrone, servire a tavola, preparare e organizzare la cucina e i rifornimenti, insomma tutte le attività che si svolgono all'interno e fuori di ogni casa. E anche se servi non se la passavano male.

Di tutt'altro genere e molto di più numerosi erano i servi di campagna, che erano impiegati nell'agricoltura. Più che schiavi erano "animali" da soma; cioè dei miserabili "animali" addetti alla fatica dall'alba fino al tramonto.

Su questi strati inferiori della popolazione le notizie sono molto rare e incerte, oltre che naturalmente frammentarie in massimo grado: al di là dei pochi indizi fornitici dalle iscrizioni funerarie e in maggiore quantità dagli affreschi delle tombe, che spesso ci mostrano i servi di città nell'atto di servire a tavola, o accanto al padrone a soddisfare le sue richieste, o alcuni contadini impegnati nel lavoro dei campi, ben poco si sa di questa vasta parte della popolazione etrusca. Evidentemente però doveva vivere in modo quanto mai incerto e senza alcuna possibilità di sviluppo: la vita sociale degli Etruschi era nettamente chiusa, bloccata, secondo uno schema di casta, che non permetteva alcuna possibilità alle classi inferiori di accedere a quelle superiori.
E quando poi ebbero bisogno di contrastare un nemico esterno, pagarono molto caro questa chiusura. Avevano allevato uomini comandandoli come animali e animali si ritrovarono.

Del resto la potenza, la dignità, la grandezza di un Etrusco era data soprattutto dal numero dei domestici, degli schiavi, dei liberti, clienti e di etere di cui riusciva a circondarsi. Le ultime tre categorie erano i pochissimi elementi entrati con il loro servilismo nelle grazie dei padroni, che godevano una certa libertà e una maggiore considerazione. Fino al punto da essere alla loro morte tumulati nella tomba di famiglia.

LA FAMIGLIA ETRUSCA - E' costituita dal padre e dalla madre che convivono con i figli ed i nipoti, e si distingue dalla famiglia romana o greca. Gli Etruschi sembrano aver avuto sempre delle famiglie solide, i cui componenti erano legati tra loro da stretti vincoli molto sentiti e vissuti intensamente; nessuno dei familiari contestavano al "pater familias" l'autorità di guida, che verrà a lui attribuita soprattutto dai Romani, come appare da tante iscrizioni nella quale la filiazione é appunto paterna. Grazie a queste iscrizioni noi possiamo oggi conoscere i principali nomi di parentela in lingua etrusca: clan significa figlio, sec figlia, puia sposa, tusurthi gli sposi; nonno si diceva papa, nonna atinacna, fratello thuva, nipote papacs.

Del resto la stessa iconografia così tipicamente etrusca delle tombe, che presentano il marito e la moglie sdraiati l'uno accanto all'altra, adagiati sul letto funebre, in atteggiamento dignitoso e affettuosamente familiare, nel gesto di protezione (vedi immagine d'apertura) del marito e nella tenera fiducia della moglie, esprime l'importanza che la famiglia aveva presso gli Etruschi. La coppia era solida.

Da notare che nelle tombe compare in evidenza sempre accanto al nome il prenome del padre e della madre di entrambi i coniugi.

"Vel Titio Petronio, figlio di Vel e di Amelia Spurinna riposa qui con la moglie Veila Clantia figlia di Arrus".

LA DONNA - All'interno della famiglia Etrusca, la donna ha un posto di notevole risalto; anche nelle iscrizioni come abbiamo appena letto, é possibile notare il particolare che distingue lo stato civile etrusco: il nome delle donne é preceduto dal prenome; mentre una donna romana, per quanto illustre, sarà sempre soltanto una Claudia, una Cornelia, ed anche se imperatrice, una Livia: le donne etrusche erano individuate con un prenome che assicurava loro una certa identità-personalità all'interno della famiglia: inoltre mentre la forma onomastica latina menziona dopo il prenome gentilizio solamente il prenome del padre: Marcus Tullitus, Marci filii; l'epigrafia etrusca, vi aggiungeva il nome della madre. Queste usanze, nella loro singolarità e nella loro persistenza, ci offrono un indizio della particolare posizione della donna nella famiglia e della società etrusca. Diremmo oggi, una donna emancipata.

La donna etrusca, presso gli scrittori greci e romani, non godeva di grande reputazione; se la donna greca e quella romana vivevano nell'ombra della casa, l'ideale della donna etrusca ed i suoi costumi sono profondamente diversi. Dal marito é tenuta in alta considerazione.
(I mariti romani al massimo, quando lo facevano, scrivevano sulle tombe della loro sposa "domum servavit". Che in poche parole voleva dire é stata una "buona servetta della mia casa").

La donna etrusca "esce" molto, ha un'importanza a livello politico e anche amministrativo, vive cioè pienamente la vita della famiglia e della società. Le donne etrusche non godono soltanto di una libertà a confronto delle donne romane, ma all'interno della società civile adempiono anche una funzione addirittura preponderante : al punto tale che ha fatto giungere a conclusioni forse eccessive, facendo parlare di vero e proprio matriarcato delle donne etrusche. A testimonianza non vi sono solo esempi storici di donne particolarmente in vista nelle vicende politiche, ma esempi archeologici ci mostrano l'importanza che la donna ha nelle tombe etrusche: non soltanto nella posizione, ma anche nella scelta dell'arredamento.

Insomma la donna etrusca vive pienamente tutta l'attività intensa della società etrusca, occupando un ruolo di vero privilegio, investita quasi da un'autorità sovrana: é lei l'artista, la donna colta, curiosa delle preziosità dell'ellenismo e promuove la civiltà e la cultura del proprio paese, ed infine é venerata nella tomba come se fosse una dea. Fatto curioso è che nei ritratti dei coperchi delle urne, sono rappresentate in un realismo straordinario, non evitano di mostrare crudamente i segni della vecchiaia, la riproduzione accurata dei difetti fisici, o la bruttezza del proprio viso. (come quella presente al Museo Grandacci a Volterra). Si fanno ritrarre (si suppone ancora quand'erano in vita) fedelmente; ci tengono a rimanere se stesse, indubbio segno di un forte carattere.

LA VITA ATTIVA DEGLI ETRUSCHI - Com'è del resto oggi la Toscana, l'Etruria era una regione fertilissima, sempre celebrata come "Etruria felix"; una terra opulenta, ricca e generosa, coltivata con amore e tenacia. Plinio così ce la descrive: " Il paesaggio é molto bello. Immaginate un anfiteatro immenso, quale soltanto la natura può offrire: una piana vasta e spaziosa cinta da colline e monti che hanno fino alla sommità boschi antichi d'alto fusto, e selvaggina abbondante e varia. Dall'alto dei boschi scendono in declivio; là in mezzo, pingui colline di terra buona, perché in nessuna parte é facile trovare roccia, anche se la si ricerca. Non sono inferiori per fertilità i campi situati nella pianura vera e propria: ricche messi vi maturano più tardi, é vero (Il calendario ! ) ma non meno bene. Ai loro piedi da ogni lato si stendono i vigneti allacciati tra loro in modo da coprire uniformemente lo spazio in lungo e in largo; e al limite inferiore, quasi a formare un bordo, sorgono boschetti, e poi prati e ancora terreni da grano, che non si possono arare, se non con l'aiuto di buoi possenti e aratri robusti. Poi praterie cosparse di fiori producono trifoglio, e altre erbe, sempre giovani e tenere, come se appena nate, essendo questi terreni irrigati da sorgenti inesauribili".

E' evidente che Plinio si riferisce all'Etruria interna, quella delle alte valli del Tevere e dell'Arno; molto diversa era la situazione sulla costa. C'erano le paludi della Maremma e la malaria affliggeva e turbava profondamente la vita dell'Etruria. Anche se affrontarono con coraggio, tenacia ed ingegno il problema delle paludi e quello idrografico della distribuzione e regolamento delle acque, col decadere della potenza etrusca, le opere di canalizzazione furono abbandonate. Non più curate e sorvegliate, le paludi della Maremma tornarono a dominare il territorio fino a tempi recenti. Scoperte archeologiche a Spina e Adria -  porti utilizzati dagli Etruschi - hanno messo in luce grandiosi lavori con i quali regolarono il complicato corso del Po. Poi abbandonarono tutto.

Durante il periodo d'oro, abbiamo testimonianze che gli Etruschi avevano per la loro terra un grande attaccamento. Tenaci come agricoltori e colonizzatori, portavano grande affetto al patrimonio agricolo. Con la pianura fertilissima, gli Etruschi si dividevano i campi coltivati con precisione, delimitati da confini ben chiari, tipica della campagna etrusca. Amata, curata e difesa con ostinazione. Produceva cereali a sufficienza da poterne addirittura esportare nei paesi vicini; il grano era la coltura di fondo, celebratissimo non solo per la quantità ma anche per la qualità, per il candore della farina; Chiusi e Arezzo celebri per il grano tenero per la confezione del pane fine; mentre a Pisa famosa era la farina (di semola, quindi grano duro) per fare la pasta. (ma due specie di frumento il Triticum sphaerococcum e il monococcum, compare già nel 1500-1300 a.C. nei villaggi palafitticoli del Lago di Ledro (TN); e queste due specie erano coltivate solo in Tracia e sul Mar Caspio, non ancora in Grecia. Quindi arrivò agli etruschi dal nord e non da sud)

Altra celebrità degli Etruschi (ancora oggi) é quella dei vini; decantati (ma solo nel 400-300 a.C. da scrittori perfino in Grecia. Dionigi di Alicarnasso li esalta e li paragona a quelli del Falerno e dei colli romani; Marziale li mette alla pari con quelli della sua Spagna. Mentre altri autori riferendosi al vino bianco (il rosso non esisteva ancora) precisano che il migliore di tutti é quello prodotto al confine della Liguria (forse quello che oggi conosciamo come delle Cinque Terre)

La vite non sappiamo ancora se fu portata in Toscana (e quindi poi a Roma) dagli Etruschi, sembra piuttosto che appresero la coltivazione dai palafitticoli. Questi ultimi, negli insediamenti dei laghi alpini (ancora Ledro) la coltivavano già mille anni prima dell'arrivo degli Etruschi in Toscana (e conoscevano già la distillazione) e sappiamo che i palafitticoli nel 1100-1000 a.C. erano scesi quasi ai confini della Toscana, poi a Roma dove la vite arrivò con molto ritardo: verso il 600 a.C. Fra l'altro dava un pessimo vino. Solo nel 300 a.C. ibridi di vitigni selezionati produssero quello che poi diventerà il nettare del Lazio "i vini del Colli Albani". Altrettanto in Toscana quando in seguito incrociando i vitigni di malvasia, canaiolo e il sangiovese (che è originario della Toscana e non della Romagna) anche loro produssero un altro nettare: il famoso "Chianti".

Specialità di Tarquinia era invece la coltura del lino e la sua tessitura; l'industria tessile sembra sia stata una delle maggiori attività economiche degli Etruschi, che ancora sotto l'impero d'Augusto teneva il primo posto per la confezione di tele; innanzitutto quelle delle vele. (ma sia il lino, pezzi di stoffa, e telai per la tessitura sono stati rinvenuti al Lago di Ledro, e operavano nel 1500-1300 a.C., in Tracia nel 4000 a. C.).

Per chi visita il museo Archeologico Palafitticolo di Ledro e poi subito dopo quello Archeologico Etrusco di Firenze, non può che restare sconcertato.

L'ulivo - cosa strana anche questa - non era ancora diffuso nell'Etruria. Ai tempi di Tarquinio Prisco, l'ulivo era del tutto ignoto in Italia. Questo fino al secondo secolo a.C. Gli etruschi e poi i Latini di olio ne facevano uso, ma come testimoniano del resto le numerosissime anfore di fattura greca, era direttamente importato dall'Egeo.

I primi colonizzatori greci misero a dimora le prime piantine di ulivo in Puglia e nei pressi di Gioia Tauro solo nel 700 a.C. All'ulivo per crescere e produrre occorrono diversi decenni; questo fu forse il motivo del grande ritardo nell'introdurlo; perché non rendeva subito.

Non così gli alberi da frutta, così i legumi e gli ortaggi (solo alcuni) celebrati nella Roma antica. Erano quasi tutti provenienti dalla Grecia, ma anche questi limitati come varietà e qualità, perché i greci non avevano molti contatti con la Mesopotamia e la zona del Caspio (nel cosiddetto "Paradiso" vedi NEOLITICO - per l'origine delle più diffuse piante). Infatti per la varietà e la ricchezza delle più note colture e frutti, l'Italia dovrà attendere gli Arabi nell'800-1000 d.C. quando le loro conquiste arrivarono fino ai monti Elbruz, appunto sul Caspio, a Samarcanda e ai confini della Cina, scoprendo il "paradiso", i "giardini" del Turkmenistan, dove ancora oggi esistono tutte le famiglie delle piante originarie di quasi tutti i frutti e le verdure che conosciamo; compresi tutti i cereali: soia, riso, grano, granoturco, miglio.

Per quanto riguarda gli attrezzi agricoli, abbiamo una vasta collezione, tramandata dalle tombe. Ci mostrano con chiarezza il metodo di lavoro del contadino etrusco. Una serie di vanghe, roncole, falci e soprattutto alcuni aratri. Contemporaneamente ne compaiono di diversa foggia, alcuni in uso nell'antica Micene, altri in Grecia.

Anche l'allevamento del bestiame aveva una grande importanza: non soltanto animali per il lavoro dei campi ma anche negli animali domestici per il consumo diretto. Da dove questi provenivano se da nord o da sud, anche qui brancoliamo nel buio. Pecore, capre, buoi, bufali, maiali, cavalli, conigli e pollame, l'origine era sul Caspio. Allevamenti di questi animali domestici erano presenti in Tracia nel 5000-4000 a.C., e i palafitticoli nei laghi (Val Camonica, Ledro, Garda, Costanza) praticavano l'allevamento 1000 anni prima dell'arrivo degli Etruschi. Insomma vale quanto detto sopra.

C'erano due correnti migratorie e due culture che s'intersecavano sempre sugli Appennini. Con la differenza, che una per arrivarci compiendo un lungo giro aveva impiegato circa 2000 anni risalendo il Danubio e poi scendendo dalle valli alpine, mentre l'altra vi era giunta all'improvviso (ma forse in più ondate) in poche settimane di navigazione. La prima nella sua lunga migrazione bimillenaria in zone quasi disabitate non aveva ulteriormente accresciuta la sua cultura (soprattutto sociale-politica); mentre la seconda mille anni dopo, emigrando da un ambiente dove i fermenti politici autoritari erano stati intensi, era approdata in Toscana con una società più scaltrita , evoluta e complessa.
Anche se poi accadde agli Etruschi lo stesso fenomeno; "chiudendosi" e "isolandosi" in quella che ritenevano essere la migliore società, seguitarono a vivere come quando erano arrivati, perdendo contatto con quella "Nuova Politica"  (e perfino nella scrittura) che nel frattempo si era evoluta non solo nel luogo d'origine, nell'Egeo,  ma   in una   forma autoctona si era sviluppata e perfezionata nel Lazio, a pochi passi dai loro regni, dove avevano eretto gli Etruschi un "alto muro" di incomunicabilità con i creativi Latini.

Abbiamo parlato della ricchezza dell'agricoltura. Non tralasciamo di accennare a quello della pesca che si svolgeva non soltanto sui mari ma anche sui laghi di Bolsena, di Bracciano e di Vico; anzi qui gli Etruschi addirittura ambientarono molti tipi di pesce d'acqua salata che si abituarono così all'acqua dolce.

Avevano la ricchezza dei boschi; ma qui gli Etruschi non operarono in modo molto intelligente. La Toscana era disseminata di immense foreste d'alto fusto. Furono saccheggiate senza alcun ritegno per far fronte alle richieste di legname navale e domestico; ancora oggi é possibile notare gli effetti di questo spogliamento massiccio e indiscriminato cui furono sottoposte le colline dell'Etruria; dei ricchi boschi celebrati nell'antichità resta ben poco.

Per quanto riguarda invece la risorsa mineraria che può essere indicata come l'origine dell'Etruria stessa, tutto il sud della provincia della Livorno attuale, e tutto il territorio tra Volterra e Massa Marittima, conservano ancor oggi notevole quantità di tracce di quest'attività secolare di estrazioni minerarie. Soprattutto a Populonia (Piombino) la "generosa", a all'Elba, le miniere di ferro erano inesauribili e fu il centro dell'industria metallurgica che ha dato agli Etruschi la potenza economica.

Ma strumento essenziale per la diffusione di questa  potenza economica e commerciale era la flotta mercantile, e ancor più lo sviluppo delle strade. Non facile quest'ultima vocazione in una regione difficile e accidentata. Riuscirono tuttavia a costruire una rete viaria piuttosto diffusa e importante. Lontane però dall'idea delle strade romane; la maggior parte tracciate sulla nuda terra, battuta dal continuo passaggio. Su queste strade gli Etruschi circolavano con veicoli ampi e robusti a due ruote rinforzate da fasciature e da cerchi metallici. Nelle giornate di pioggia possiamo immaginare cosa accadeva. I solchi delle pesanti ruote aravano la strada.

LA VITA QUOTIDIANA - Un altro aspetto della vita etrusca, che ci mostra questo popolo molto ricco, economicamente potente e politicamente sicuro é la sua vita quotidiana. La grande ricchezza era soprattutto ostentata dentro le città etrusche. Non é possibile ricostruire nei dettagli una giornata tipo per la mancanza di testi letterari. Qualche notizia ce la fornisce uno storico greco, Posidonio, e riguarda la ricca tavola etrusca: "Gli Etruschi si fanno apparecchiare due volte al giorno una tavola sontuosa con tutto ciò che contribuisce ad una vita delicata; preparare le coperte da letto ricamate a fiori; disporre una quantità di vasellame d'argento; farsi servire da un numero considerevole di servi". Evidentemente questa è però la giornata lieta e gaudente d'un etrusco ricco; doveva essere invece ben diversa la vita della maggioranza della popolazione.

Gli affreschi, conservati in molte tombe, ci mostrano spesso gli Etruschi nella gioia dei banchetti, intenti a bere e a mangiare con opulenza e fasto, ed anche la ricchezza del vasellame, rinvenuto nelle tombe, testimonia l'attenzione che gli Etruschi hanno sempre avuto per una tavola ricca, sontuosa e ben curata anche nei dettagli.

Gran posto avevano nella vita degli Etruschi i giochi. Erodoto narra che prima ancora di emigrare dalla Lidia, gli abitanti per la noia avevano inventato molti giochi. Il più famoso quello dei dadi, e altrettanto famoso quello della palla (episkyros o harpastum) Indubbiamente questi due giochi seguitarono ad essere praticati anche nella nuova patria. Non per nulla che il calcio nasce a Firenze: il florentinum harpastum; e anche il suo primo trattato.

Ma ancora più importante nella vita degli Etruschi era la musica. Storici recenti tendono addirittura ad attribuire agli Etruschi la formazione del mito di Orfeo, del mito principe, cioè della musica. Ma oggi sappiamo che il mito di Orfeo era celebrato 2000 anni prima in Tracia (sempre la Tracia!).

L'importanza grandissima della musica é testimoniata non soltanto dagli affreschi, dalle decorazioni dei vasi e da altri reperti archeologici, ma anche dall'aspetto generale della civiltà etrusca: si può anzi affermare che non vi fosse nessuna azione di una certa importanza della vita sia cittadina che agricola (matrimoni, funerali, raccolti, vendemmie, banchetti, cerimonie religiose), che non avesse un elemento musicale più o meno sviluppato.

La musica portava evidentemente con sé la danza: ed anche numerosi sono gli affreschi che ci mostrano danzatori e danzatrici che si muovono con grazia e leggerezza, disegnando graziose figurazioni.

LE CITTA' - Purtroppo per capire questa civiltà dentro le città vive etrusche, dobbiamo ricorrere agli scavi delle città morte. Malgrado gli sforzi della ricerca archeologica iniziata solo in questo secolo, con quanto scoperto e rinvenuto non è stato possibile ricostruire un profilo sufficiente. Con pazienza dobbiamo attendere ancora parecchi anni di ricerche e di studi.

Qualche traccia ci resta a Marzabotto, dove sono visibili alcuni elementi della rete stradale e dei quartieri. Della planimetria delle città ci restano poi alcune testimonianze scritte da autori antichi, i quali ci fanno pensare che, al contrario di quanto avveniva in Grecia, dove il centro della città era l'agorà, la piazza del ritrovo e del commercio, la città etrusca gravitasse attorno al tempio, e che la disposizione degli edifici fosse stabilita da norme sacre. Eccezionale é l'interesse delle tombe, perchè dalla pianta e dalle decorazioni possiamo avere un'idea di com'erano fatte le case etrusche. Infatti, la tomba era costruita a somiglianza della casa. Diffuso l'uso di scolpire nel tufo, all'interno, le suppellettili domestiche, per esempio nella tomba di Cerveteri (dell'Alcova, dei Rilievi) sono scolpiti letti, sedie e poltrone. Sulle pareti poi sono dipinti altri oggetti, piante e animali, per rendere più completa la somiglianza tra la tomba e la casa. Anche le urne cinerarie sono modellate a forma di casa e ci danno un'idea di come fossero all'esterno le case.

Dunque ci restano soltanto le necropoli, i cimiteri. Necropoli a volte vastissime e organizzate con un certo ordine e misura che ci mostrano, proprio in questa loro grandezza ed ordinato svolgersi, un vero e proprio culto che gli Etruschi dedicavano all'aldilà; al mondo dei morti.

Le tombe ci danno spesso, soprattutto nei centri di maggiore importanza politica ed economica il senso piuttosto approssimativo di quella che doveva essere la casa etrusca. Ben sviluppata, complessa, ricca di colonne, di travi, di architravi, con un movimento architettonico ed una disposizione dei vani molto comoda e funzionale. La casa etrusca si differenziava da quella dei Romani: infatti per esempio, l'atrio non aveva l'impluvium, che sarà aggiunto soltanto dai romani; né del resto aveva la semplicità e la funzionalità di quella romana.

Gli Etruschi facevano soprattutto sfoggio di colonne, mirando a dare un senso di fasto e di ricchezza architettonica, di potenza e grandezza alla costruzione. L'ostentazione insomma era una vocazione.

SULL'ARTE - L'ARTIGIANATO - LA LETTERATURA - Con il V secolo la Grecia entra nello splendore del suo periodo classico e l'Etruria che aveva più o meno sempre vissuta nell'orbita greca, se ne allontana, soprattutto a causa di mutate situazioni economiche e commerciali. In tarda età, vale a dire dall'inizio del terzo secolo in poi, l'arte etrusca é chiaramente nell'orbita di quel vasto movimento culturale che va sotto il nome di Ellenismo.

Sull'artigianato gli Etruschi si distinguevano soprattutto nella lavorazione dei metalli e della terracotta, e si tramandavano gelosamente di generazione in generazione il mestiere all'interno di una città, senza renderne partecipi i rimanenti confederati. Un provincialismo esasperato. E' questo uno degli aspetti negativi di quella mancanza di unità che, come abbiamo già letto, sarà la causa di rovina e di decadenza per la civiltà etrusca.

Sulla letteratura, alcuni studiosi ne mettono in dubbio addirittura l'esistenza. Conosciamo alcuni libri etruschi perchè giunti fino a noi per mezzo di traduzioni e riassunti fatti dai Romani: Ma questi libri erano riuniti in tre gruppi: Libri Haruspicini, Libri Fulgirales e Libri Rituales. Trattavano rispettivamente dell'arte divinatoria, dell'osservazione dei fulmini e di norme attinenti il culto. Riguardavano anche istituzioni civili e militari. Erano quindi libri sacri, che oltre ad avere un carattere religioso, avevano anche un carattere giuridico: contenevano non solo norme religiose, ma anche un vero e proprio corpo di leggi.

Sull'arte, sulla religione, sulla storia; temi appassionanti con argomenti vastissimi, chiunque volesse approfondirli rimandiamo a un prezioso volume di J. Heurgon, Vita quotidiana degli Etruschi, edito da  Il Saggiatore, che ci è stato più volte utilissimo per offrire questo piccolo  quadro della civiltà etrusca.

Concludendo si può dire che la civiltà  etrusca, nel suo splendido fiorire plurisecolare, ha costituito non soltanto la prima grande, bene organizzata e pienamente cosciente civiltà  italiana, ma nel suo curioso e appassionato affacciarsi verso la civiltà greca, ha costituito il primo ponte per l'introduzione e lo sviluppo di questa nostra Italia.

Gli Etruschi stanno quindi al centro tra i Greci ed i Romani,
dei primi sono imitatori ed eredi, dei secondi sono educatori e quasi padri.

Se i libri sono importanti,  ancora più importanti sono i musei. Quelli Etruschi in Italia, sono per ricchezza di contenuti e di meraviglie artistiche la testimonianza di una civiltà straordinaria che nessuno al mondo può vantare.

Le urne hanno immagini di un realismo spinto fino all'eccesso; sono palpitanti di realtà concreta della vita quotidiana, non hanno la monumentalità inquietante dei sarcofagi egiziani, non hanno come arte il bello classicistico ellenico, ma esprimono realtà razionali, pensate e fatte a misura d'uomo.
Abbiamo detto CIVILTA' e ci teniamo a scriverla con le lettere maiuscole. Spesso guardiamo altrove, e non ci rendiamo conto che abbiamo nella nostra Italia quello che nessuno possiede: uno splendido passato.

Questo spesso gli italiani lo dimenticano.

Quando sfiorate queste città, non dimenticate di fermarvi e visitare i luoghi e il locale Museo Etrusco.

LOCALITA' IN CUI FIORI' LA CIVILTA' ETRUSCA (VEDI LA CARTINA INIZIALE)

QUELLE ESISTENTI OGGI CON I RESTI ARCHEOLOGICI O I RELATIVI MUSEI:

CERVETERI (la Caere) - Scavi e museo - Celebre la "Tomba degli sposi" (quella qui riportata)
VOLTERRA - Scavi - Materiale ritrovato ospitato nel MUSEO GUARNACCI
POPOLULONIA (LI) Scavi - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
VETULONIA (GR) Scavi -  Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
FIESOLE (FI) Scavi -  Materiale ritrovato ospitato nel Museo di FIESOLE
VOLSINII - Scavi - Mat. ritr. ospitato nel Museo di ORVIETO
ROSSELLE - Necropoli - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
VULCI - Resti della città - Mat. ritr. ospitato nel Museo di FIRENZE e ROMA
TARQUINIA (VT) - TOMBE (circa 200), affreschi - Mat. ritr. Museo Naz. TARQUINIA
TARQUINIA (VT): CIVITA, antica città etrusca, basamento tempio, resti preziosi cinta muraria.
CERE (RO) - Necropoli  (circa 100 tombe) - Mat. ritr. - Museo VILLA GIULIA - ROMA
NORCHIA (VT)  Necropoli su roccia)- Mat. ritr. - Museo VILLA GIULIA - ROMA
CASTEL D'ASSO (VT) - Tombe su parete (30)- Mat. ritr. - Museo VILLA GIULIA - ROMA
CORCHIANO (VT) affreschi, Iscrizioni parietali
VEIO - Tempio, ponte, tombe - Mat. ritr. ospitato nel Museo VILLA GIULIA - ROMA
NEPI ( VITERBO ) - Necropoli di CASTEL S. ELIA
SUTRI (VT) - Anfiteatro, necropoli, sarcofagi - MUNICIPIO DI SUTRI
TUSCANIA  (VT) - Necropoli - Tombe in zona Canino
SOVANA - (GR)  Necropoli - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
SATURNIA - Resti delle mura etrusche -Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
CALETRA - Tavolette contenete l'alfabeto - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
HEBA;AGLIANO (GR) - Tombe - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
TALAMONE - Scavi - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE
COSA (Ansedonia) - Resti di mura. La  "tagliata etrusca"
CHIUSI - Tomba delle Olimpiadi - Urne - Museo Etrusco di CHIUSI
PERUGIA - Cippo- Porta - Mat. ritr. ospitato nel Museo Archeologico di PERUGIA
CORTONA - Tombe - Mat. ritr. ospitato nel Museo Etrusco di CORTONA
S. GIULIANO - Necropoli - Mat. ritr.  ospitato al Museo VILLA GIULIA - ROMA
BLERA (VT) - Necropoli e ponte etrusco - Mat. ritr. ospitato al Museo VILLA GIULIA - ROMA
SPINA - Mat. ritr.  ospitato al Museo Archeologico di FERRARA
MARZABOTTO - Necropoli - Mat. ritr. ospitato al Museo Archeologico di MARZABOTTO
PIACENZA - ("Fegato di Piacenza") - Mat. ritr. ospitato al Museo Archeologico di PIACENZA
CAPUA -Mat. ritr. ospitato al Museo Archeologico Campano di CAPUA
AREZZO - Mat. ritr.  ospitato nel Museo Etrusco di FIRENZE

 

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LA LINGUA ETRUSCA

Angelo Di Mario, l'Autore di un singolare volume sulla LINGUA ETRUSCA, è nato a Rocca Sinibalda (Ri), risiede a Poggio Mirteto (Ri).
Fin dal 1966, quando insegnava a Magliano Sabina (RI), ha cominciato lo studio sulla lingua etrusca, pubblicando numerosi articoli. Con questa opera recente, "Lingua Etrusca - La ricerca dei Tirreni attaverso la lingua" (Editrice Cannarsa, Vasto) ha voluto presentare le più importanti scoperte che trovano sicure corrispondenze morfologiche tra la civiltà anatolica e quella degli Elleni arcaici.
Il libro contiene scritti redatti in vari periodi. Si è creduto opportuno metterli assieme in modo che potessero integrarsi e fornire al lettore diversi esempi e un buon materiale per la comprensione. Contiene inoltre una serie di riferimenti certi e documentati che conducono tutti in Anatolia, sede di provenienza dei Tirreni, in località comuni agli Elleni arcaici. Dal confronto di molti termini ne scaturirà l'evidente parentela espressiva e lo scopo non è quindi soltanto quello di proporre interpretazioni, ma di mettere in risalto ogni traccia capace di rivelare la sicura appartenenza.
Un libro colto e intelligente, una miriade di notizie spesso inedite e comunque estremamente interessanti.
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Diamo qui -con un'autorizzata riproduzione - alcune pagine riguardanti la LINGUA CRETESE, LINEARE A, quella non tradotta ancora da nessuno; vogliamo così interessare tutti coloro che si occupano del greco omerico, da considerarsi fortemente anatolico, per svariati motivi.

Lingua cretese, Lineare A.
Prima parte


"In molti articoli, e libri, ho esposto un sistema di progressione desinenziale in cui appaiono evidenti i meccanismi alla base di tutte le desinenze, e della loro molteplice evoluzione/involuzione; qui riproduco l’essenziale, ma sufficiente a dimostrarne la fondatezza, e l’utilità pratica a scoprire l’iter dei suoni attraverso i luoghi e i tempi:

a) ogni lingua era costituita da poche parole monosillabiche;

b) in seguito ogni parola veniva integrata da dimostrativi personali (-so/-mi/questo, -su/tu/codesto, -si/-se/quello) o indicativi (luce: guarda/ vedi/ questo: -sa/ -ka/ -ma/ -na/ -ta….), per riferirla meglio all’oggetto dell’attenzione: lat. *LEG-i-si, LEG-i-t(i)/ LEGg-e-lui, PA-te-r, *PAtese/ PA-questo, MA-te-r, *MAtese/ MA-questa…..;

c) le particelle sono facilmente individuabili, chiarissime quelle della terza persona/ dativo singolare/ plurale: -si: -se/-ce/-ke, …..; -si-si: -s-si/-s-se…..: gr. (dí-)DO-si, dor. (dí-)DO-ti ‘dà-lui’, lat. (de-)DI-t(i) ‘dette-lui’, *MON-e-si , *MON-e-ti, lat. MON-e-t(i) ‘(am)monisce-lui’; la terza persona plurale raddoppia la -si: -si-si/ -s-si: *leg-u-s-si, *leg-u-n-ti, leg-u-n-t ’leggono’; *leg-e-Sa-si: *leg-e-Fa-ti, *leg-e-Ba-ti, leg-e-Ba-t ‘leggeva’; *leg-e-Sa-s-si: *leg-e-Fa-s-si, *leg-e-Ba-n-ti, leg-e-Ba-n-t ‘leggevano’….. *leg-e-su-s-si: leg-e-ru-n-t(i), *legerono(si)/ *leg(e)sero ‘le()ssero’; *leg-i-s-se-s-si > leg-i-s-se-n-t(i) ‘avessero/ avrebbero letto’ ;

d) i verbi si limitavano ad esprimere solo il presente; in seguito presente e passato; solo con l’accumulo delle desinenze, l’uso, le varianze, anche delle vocali intermedie, la commistione delle esperienze linguistiche di diverse etnie contigue portò al perfezionamento di un sistema complesso come quello greco, latino, sanscrito;

e) la formulazione del pensiero può considerarsi prevalentemente aggettivale/ genitivale: gr. íppos mélas ‘il cavallo nero’ / *iFsos *mel-a-sos; gr. phô-s lamp-á-dos ‘la luce della lampada’ / *pho-(s)os *laMFa-sos, etr. LA-sa ‘Luce/ LA-re’; lat. lib-e-r po-e-ta-e ‘la corteccia/ pellicola > libro del poeta’, *lib-e-se *po-e-ta-se (gr. lep-í-s ‘scorza, corteccia, pelle / libro’; lat. lorum / *loFrum ‘correggia’); lat. sa-evi-tia lup-i ‘la ferocia del lupo’, *sa-ewi-sja *luposo ( *lup-o-sjo, *lup-i-jo, *lup-i-j). Da SMEA, F. V, urarteo: URUArdinidi nunali Ispuinini Sarduriehi Menua Ispuinihi “Alla città di Ardini vennero Ispuinini, il sarduriese (figlio di Sarduri), e Menua, l’ispuinese (figlio di Ispuini)” // *AR-di-ni-thi NU-na-si IS-pui-ni-si SAR-du-rie-si ME-nuFa IS-pui-ni-si.

Va ricordato che all’inizio non vi era distinzione tra verbo/ nome/ aggettivo, per questo i dativi originari presentano la stessa medesima desinenza del verbo: gr. *GEN-o-se / GÉN-o-s, *GEN-e-sos / GÉN-e-()os, *GEN-e-si (lat. GEN-e-ri) / GÉN-e-()i; á-nDr-e-s-si (a- protetica, D/TH infissi: NER, a-NÉR ‘uomo’), *(a-)NER-e-s-si ‘agli uomini’, á-nTHr-o-Pos / *a-NER-o-Fos ‘uomo’…..; *KAL-e-Si / kalÊi ‘al bello’, *DIK-ai-Si / dikaíOi ‘al giusto’, *PA-(N)si / pantí ‘a tutto’, *ed-e-si / edeî ‘al dolce’, *MEG-a-lo-si/ *MEG-a-no-si/ *MAG-ni-si / megáloi ‘al grande’ (lat. mag-no(-(s)i) ), *le-LU-ko-si / leLUkoti ‘a chi ha sciolto’, *le-LU-ko-s-si/ *lelukosine / lelukósi(n) ‘a quelli che hanno sciolto’….
Quanto ai nomi/ aggettivi, bastano pochi cenni: il latino FA ‘parlare’, dopo una prima desinenza -ma, FA-ma ‘del parlare-quella’, ne aggiunge un’altra FA-mo-sus ‘del parlare-di quella-quello’, da rovesciare ‘quello-di quella-del parlare’; ora se noi confrontiamo le desinenze ci accorgiamo subito che hanno subìto innumerevoli evoluzioni/involuzioni, per rispondere all’esigenza delle tante parlate attraverso i millenni; così le sequenze fondamentali: -sa, -sa-sa, -s-sa, -sas, -sa-sas, -s-sas, -sas-sa, -sas-sas…..; passeranno a -la/ -na/ -ra/ -ta/ -za…..; a -s-la, -n-na/ -na, -s-ka, -r-na, -s-na, -s-ta/ -s-za/ -z-ra.….; da -sa-sas / -s-sas a -n-nas, -r-nas/ -s-tas/ -t-las/ -t-nas/ -t-ras ……; -si > -ni, -ri, -ti…..; da -si-si / -s-si a -n-ni, -s-ki, -s-li, -s-ni, -l-li/-li, -n-ni/-ni, -r-ri/-ri, -s-ti, -t-ti/-ti, -n-si, -n-ti, -n-t….. ; qualche porzione cadrà (gr. *paid-eu-Si > paid-eú-Ei ‘educa’); oppure s’antepone/ inserisce la F/W (: b/F/m/p/u/v), senza contare i raddoppiamenti, gli allungamenti, le vocali protetiche, gli infissi, i composti, le pre-posposizioni, gli innumerevoli mutamenti, oggetto delle Glottologie; ad esempio la varianza della s: c/z/k/q/ch: etr. ca ‘questo’, itt. kas, luvio cun. za- (LLI); etr. Cersa / *ser-e-sa/ *ser-e-na ‘Sirena/ Maiala’, gr. dor. Kírka ‘Circe/ Maiala’, gr. choîr-o-s(a) ‘maiale/a’; eteo surna, luvio ger. zurni, gr. kéras ‘ corno’; eteo suwana-, gr. kúon ‘cane’; eteo asuwa- ‘cavallo’ (MEG), miceneo iqo, lat. equus/ ecus; cretese L. A siru/ *kiru, gr. kár, kára ‘testa’, ave. sarah-, aind. siras (LLI), etr. ceren ‘capo’, mic. L. B (demo)koro; notevole il preittita SA ‘mano’, *sa-ssis, etr. sa-(r)ris/ *ka-(s)sis ‘mani/ dieci’, nes. ke-ssar ‘mano’ (MEG), etr. (cezpal–)cha-l(e)s ‘(otto volte-)le mani = ottanta’, gr. che-í-res ‘mani’, segno X = S/K/CH ‘10’ (altro che numero latino! (i Romani erano Tirreni)); ottima conferma l’enclitica etrusca -se / -ce / -c ‘e’: -c/-ch/-k: Aninai-c ‘e di Aninai (figlio)’, Velia-k ‘e Velia’, Latherial-ch ‘e di Latheria’ (TLE). Nelle lingue antiche spesso compare la F/W, etr. FuFluns, da *FeFl-u-nus ‘solare’, etr. aVle / AL/ EL ‘Sole /Aulo’, aBélios ‘Abele’; *SaSel: *FaFel / *BaBel- ‘Sole’ (Babilonia); VEL/ EL / SEL/ SOLe / VELus, VELusa/ VELussa/ VILussa (= FÍL-io-s(-sa)/ FÍL-io-n(-na), gr. FÍLios ‘Ilio’, da Omero confusa con Troia )/ VELusla < gr. SÉL-a-s ‘splendore’ > gr. ÉL-io-s, *SELios/ *FELjos ‘sole’; etr. ThuFlthas, da *Thulethas, gr. thêlus, thelútes ‘sesso femminile’; eteo Tuwatias, etr. Tite, eteo Muwatalis, ittita Muwatallis, etr. Metele ‘Metello’, eteo RU: RUwa ‘Sole’, etr. RUma ‘(città) di RA/ ROma’, eteo RUwatias (MEG, QSI), etr. RAmatha ‘del dio RA/ RE/ RI/ RO/ RU’ ‘Solare’: RE-a,‘RE(wa)tia/ RE-zia’, etr. RI-l ‘soli > anni’, lat. RUber, RUbus, RUfus ’ ROsso’, gr. e-RU-th-rós, *(e-)RU-sh-sos ‘colore di RA / RU/ ROsso’; un nome tra i più arcaici e ancora colmo di F/W lo possiamo scoprire in quello del re ittita SuPPiluliuMas, dove vengono persino raddoppiate, *SUwwiLunjuwas, ossia un *SULunjuMs ‘SOLone/ Solare’, dalla stessa radice SEL/ SOL dialettizzata, oscurata; non meno indicativo Etewokereweijo/ Etewok()leweíos ‘Eteocle’. La probabile ragione deve risiedere nella scrittura sillabica, lo scrivente forse avvertiva un’articolazione intermedia tra le sillabe, che riproduceva come esistente, un po’ come noi diciamo duVe, boVe.

Il cretese A, come vedremo, restituisce una voce verbale di estremo interesse, perché contiene tutte le desinenze non contratte, appena evolute s: t/r, compresa la F/W: B, integre: (ja/a) jadikitetedubure ‘hanno/ abbiano danneggiato’, da scrivere *a-DIK-i-se-se-tu-Wu-s-se, a- privativa, DIK radice -te-te-tu-Fs-se quattro desinenze per una terza persona plurale di un passato, indicativo, o congiuntivo, del tipo lat. HOR-ta-Ba-n-tu-r(i) ‘esortavano’ / *HOR-ta--/Ta-ta-tu-ri/ *HOR-ta--/Ba-na-tu-Wu-si; stessa struttura di jan-AK-i-te-te-du-bu-re, *ana-AG-i-se-se-tu-WU-se ‘hanno/ abbiano sconsacrato’; ci potremmo aggiungere la non meno notevole voce osca con-PAR-a-s-cu-s-te-r(i) (LIA) < *cum-FAR-a-s-su-s-se-si ‘avranno *con-PAR-la-to/deciso’, gr. sum-ph(a)r-á-zo ‘mi consiglio, delibero’; ma a quell’epoca non credo che la distinzione possa ritenersi perfetta; nemmeno il greco sa restituire voci verbali definibili con precisione, se non attraverso il contesto. Questi reperti verbali cretesi cosa ci testimoniano: che la desinenza -si/-se era già passata a -te, due -te-te indicavano l’originario -se-se, l’ulteriore aggiunta di -se-si (o -se-s-si): -su-si / -tu-si / -du-Wsi, ci permette di ripristinare la composizione come proposto più sopra; con ciò facendo scoprire un tipo di protogreco molto arcaico ma anatolico; un luvio grecoide; del resto atai()waja/ atai()wae non differiscono troppo dalle composizioni greche ostisoûn, etisoûn, otioûn ‘colui che, chiunque’; óstis án, étis án, ó ti án ‘chicchessia’; come ipinama da epinémo ‘divido in parti’; etr. naper XII ( *names XII) ‘parti dodici’ (TLE); quasi identiche le preposizioni un per en/ in (o viceversa), unakanasi, *enagisasi (gr. enagízo / *enagiso / *enagino; etr. acnaNAsa / *AG-saNAsa ‘cresciuti’, gr. auksáNO ‘cresco’), e ipi per epi (o v.), ipinama / *epinema (gr. epinémo).

E’ da sottolineare che non ho mai tenuto in considerazione né il tema, né il suffisso, perché rappresentano sempre desinenze (mutate/ regresse/ ridotte): radice SO/ZO ‘vita’, gr. Záo / *Sao, ZÔé / *SO-(s)e-(s)e ‘vita’, SÔ-ma ‘quello della vita’, SÔ-ma-tos ‘di quello della vita/ del corpo’, etr. sVa-las , *SA-sas/ *ZA-sas ‘vita’, gr. ZO-()ós ‘vivente’, eteo sPi-sur < *sFi-sus ‘vita, salute’ (MEG), itt. hui-SwA-tar / *F-sFa-sas ‘vita’ (AGI), lat. VIR-tus ‘virtù’, *VIR-tu(s)-sis(/-tis), *VIR-tu(s)-si(/-ti), eteo HAT-tas-tar-ti (MEG) ‘per intelligenza/ CAPaci(s)tà(ssi)(-s-si > -s-ti > -r-ti)’ < *CAP-a-tis-tas-si; inoltre le desinenze stesse subiscono variazioni anche quasi irrisolvibili, ad esempio ÉR-gon ‘lavoro’, ER-ga-sía , ER-gá-zo-ma-i ‘lavoro’, si riscoprono attraverso *ER-ko-se, *Er-ka-sja, *ER-ka-so-ma-si. Se noi poniamo attenzione ai residui linguistici evidenti, ci accorgiamo quanto sviluppo celino certe uscite, partendo dal modello originario; la radice ER, ER-á-o ‘amo’ si articola attraverso l’uscita primaria *ER-a-s-sos: ER-a-n-nós, ER-a-s-tós, *ER-a-t-tos / ER-a-tós, *ER-a-SSFjos / ER-á-sMios ‘amato/ amabile’ (ss/st/ssF/tt; -nn/-n, -ns, -nd/-nt…..).

Le desinenze si limitano a dieci, tutte dall’idea ‘luce: vedi / questo’: -sa, -ka, -ma, -na, -ta, -sas, -kas, -mas, -nas, -tas, unite in vario modo, mutate, ridotte, cadute in parte, con altra vocale; quindi vanno esaminate/ individuate e riportate all’origine con lo scopo di recuperare il modello. Il metodo è quello da me chiamato CINEFONETICO, ossia si ripercorre il mutamento dei suoni per scoprire la struttura, e rivelare la RADICE sempre MONOSILLABICA (v, vC, Cv, CvC, CC), seguita da DESINENZE sempre MONOSILLABICHE (Cv, ()v, C(), CvC, CC); quasi sempre unite da una vocale, a volte accompagnata dalla W/F ( > b/m/p/ph/v/u): amOre, leggEva.….amAssEro; eteo ruWa, itt. suPPiluliuMas < *SuWWiluniuWas < *SULunius ‘Solone’…..; lat. SOL, gr. SÉLas ‘splendore’ > *saWeljos > *FaFeljos, etr. FuFluns < *FuFlusus ‘Sole’, gr. aFélios/ aBélios ‘Abele/ sole’, etr. aVle ‘sole/ aUlo/ Aulo’…..

La premessa mi pare sufficiente a presentare alcuni esempi di declinazione e di coniugazione, per poi illustrare le iscrizioni, seguite da ricostruzioni fonetiche adatte a renderle meglio giustificate e comprensibili.

Declinazioni latine, limitate ai primi tre casi del singolare:
RO-sa, *RO-sa-se / RO-sa-()e, *RO-sa-si / RO-sa-()e; *AM-o-se / AM-o-r, *AM-o-sis / AM-o-ris, *AM-o-si / AM-o-ri; *NO-me-se / NO-me-n, *NO-mi-sis / NO-mi-nis, *NO-mi-si / NO-mi-ni (*MIL-i-si / MIL-i-ti….. PEC-u-di, AN-i-ma-li…..);
per il verbo mostro il modello essenziale ( presente: -si, -si-si; passato: -si-si, -si-si-si-si), che configura l’accumulo della medesima desinenza per ottenere, con le varianze, tempi e modi diversi; anche qui mi soffermo brevemente ad illustrare una sequenza per le terze persone sing. e plur.: *AM-a-si/ AM-a-t(i), *AM-a-s-si/ AM-a-n-t(i); *AM-a-si-si/ AM-a-vi-t(i)/ AM-a-re-t(i); *AM-a-si-si-si/ AM-a-ve-ri-t(i) ; *AM-a-si-si-s-si…..AM-a-vi-s-se-n-t(i)…..; osco TER-e-m-na-t-te-n-s ‘hanno terminato’ / *TER-mi-na-Se-se-s-si / lat. TER-mi-na-Ve-ru-n-t(i); altra voce osca ter-e-m-na-tu-s-t / *ter-mi-na-tu-si-si, dal latino risolta con terminata est ‘è terminata’ (LIA).
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Iscrizioni cretesi, LINEARE A, tratte dal libro TESTI MINOICI TRASCRITTI con interpretazione e glossario, a cura di Carlo Consani, CNR, ISTITUTO PER GLI STUDI MICENEI ED EGEO-ANATOLICI, Roma 1999; ripropongo in parte quelle presentate su vari siti in Internet, e pubblicate su rivista:
Testi non amministrativi:
KO Za 1; Base a forma di parallelepipedo: atai*301waja turusa du*314re idaa unakanasi ipinama sirute
“ Colui che/ chiunque rompa la scultura, questi si offra in sacrificio con il taglio della testa.”
PK Za 8; Tavola di libagione: …)nu pae janakitetedubure tumei jasa(sarame) unakanasi ( ) ipi(namina sirute)
“..e quelli che hanno sconsacrato il luogo del sacrificio (gr. thúma, thuméle / *thumese) di Assara, si sacrifichi(no) ( con il taglio/ si tagli loro la testa).”
Jasasarame/ Asasarame, -me posposizione, andava scritta *ASara/ *ASana/ *ASna; nella sua forma più arcaica doveva presentarsi con la radice KAS > KIS/HIS ‘Luce > vedere’, europeo KISHar ( > bab./ass., v. LAVO), etr. KASutru, CAS-t-ra (SM**), gr. KÁS-tor, KAS-á-(N)d-ra/ *KAStra, la città di KIZzuwatna < *KISuwassa > *KIStra ‘(dedicata) al dio KISu’, itt. KISari ‘luce > appare’ (AGI, c. s.); la città di KUSsara, re preittita piTHAnas ‘dioTHAna’, nome etr. THAna ‘Luce/Lucia’; con la perdita dell’iniziale si passò all’intermedio europeo *HIS-tar/ VES-per > ISH-tar fino ad AStarte; e ad altre uscite, come la città di AS-sur < *(K)AS-sus, nome ancora europeo, prima della conquista semita, stessa origine per BaBilonia, a sua volta dall’europeo FaFl/aBele, gr. aBélios ‘Sole’; ancora: eteo HASusrs (MEG, T.) ’dea > regina’ < *HASusaras, lidio ASnil(i)/ gr. ATHenaiéi (DSS) ‘ad ASena/ATHena’; iranico ASsara > AHura, av. AHuro (LLI) (con s > h, come ACHaiFoí/ *ASeiFisi > ACHei ‘(gente) dell’ASia/ Sole’, itt. AHHija-wa/AHHija ‘dell’ASia’ (GIT, Lettera di Tawagalawas, re di AHHijawa; città MILawanda < *FILawassa > FÍLios); osco ASanas/ ATHenae ‘ad ATHena’, laconico ASanãn/ ATHenõn (LIA); senza tralasciare la divinità etr. Uni, con più probabilità da *Unni < *US-ne ‘dio Sole’, che da SAN > AN > UN/UR (n/r, come UNuk/URuk ‘città di AN/AR’).
PK Za 11; Tavola di libagione: atai*301wae adikitete (.)da piteri akoane asasarame unarukanati ipinamina siru(.) inajapaqa
“Chiunque danneggia, oppure getta a terra l’icona di Assara, si uccida (gr. énara, enaíro) con il taglio della testa, o (si metta) alle corde (s’impicchi, si(a) trascini(ato))” Mic. L. B: anija-phi ‘con redini / corde’.
PK Za 12; Tavola di libagione: atai*301waja adikite(te) ( )si (asasa)rame () a( )ne unaruka(n)jasi apadupa( )ja ( ) (ina)japaqa
“Chiunque danneggia (?)si di Assara, (?) questi sia ucciso per espiazione, (?) o (sia messo) alle corde.”
PK Za 15; Tavola di libagione: (atai*301wa)ja jadikitetedubure (…..)
“(Quelli) che hanno danneggiato…..”
PR Za 1; Tavola di libagione: tanasute ke setoija asasarame
“ E’ stato fatto questo da Sesto per Assara.”
SY Za 2; Tavola di libagione: atai*301waja jasumatu OLIV unakanasi OLE vacat aja
“Chi danneggia OLIVi/-e sia consacrato, con OLIo… si faccia.”
Eteo aia ‘fare’; gr. aúo, si bruci? lat. boiae, si metta alla gogna? aísa ‘parte’, si faccia a pezzi?
ZA Zb 3; Pithos: VIN 32 didikase asamune ase atai()deka arepirena titiku
“VINo (quantità) 32, donato al (dio) Asamne (*Armne/ arTmus/ ArTemi(de) ); se qualcuno (lo) ruberà sia consacrato.”
KN Zf 13; Anello d’oro: arenesi di*301pike pajatarise terimu ajaku
“Da Arne di Di()pike per Pajatri di Termu (questo) è stato donato.”
CR (?) Zf 1; Spillone d’oro: amawasi kanijami ija qakisenuti atade
“E’ per Kanija, è fatto da Qakisnu questo.”

Testi amministrativi:
HT 9a: saro TE VIN pade 5JE *386tu 10 dinau 4 qepu 2 *324dira 2J tai*123 2J aru 4E kuro 31JE
“ Località Saro (*Salo, *kaso,*Karo, *Skato…). Per TE (TÉmenos? Tempio?), VINo (quantità da dare): Pade (dà) cinque (unità) più cinque/decimi, più due/decimi e mezzo; *386tu dieci (unità); Dinau quattro (unità); Qepu due (unità); 324dira due (unità) più cinque/decimi; Tai*123 due (unità) più cinque/decimi; Aru quattro (unità) più due/decimi e mezzo. Quanto(-ità) 31JE”
Calcolo: ventinove (unità) + due (unità) per l’aggiunta delle misure JE.
HT 104: tapa TERO dakusene TI 45J idu TI 20J padasu TI 29 kuro 95
“(Località) Tapa. Formaggio. (Da) Dakusne (come) pagamento (quantità) 45 e mezzo; da Idu 20 e mezzo; da Padasu 29. Quanto: 95”
Ossia: 94 + metà + metà; dandoci esattamente il valore di J = metà; forse iniziale di *jemisu, gr. émisus ‘metà’; mentre kuro è spiegata bene anche da poto- ‘tutto’, gr. pâs, pa(N)tós ‘tutto’, per l’eloquente composizione potokuro ‘tutto-quanto’ , della HT 122b. La TI, supposto il gr. TÍno, chissà che non possa invece corrispondere al valore della misura mic. T(i)/ litri 12.
HT 11b: …) denu rura *86 *77/KA 40 *77/KA 30 *77/KA 50 ru*79na *77/KA 30 saqeri *77/KA 30 Kuro 180
“--- elenco(?) (delle) prede: un carro, ruote 40, ruote 30, ruote 50; di radice ruote 30, di bronzo ruote 30. Quanto: 180.”
Ru*78na < *ru(DI?)sa, gr. ríza ‘raDice’; saqeri ‘di bronzo’, *kakeri, *kaLkesi; s/k: L infisso, non mancante, come supposto per la lin. B: kako/ khaLkoí (v. mic. L. B: l, m, n, r, s…), gr. chaLkós(i) ‘lucente > di bronzo’.
HT 38: vestigia 403vas daropa 1 AU 1 QI 3 KAA DWO 3 WA+*KU 2 WA+*312 1…..
“…Vaso da cottura uno; maiale uno; pecore tre; pelli unità tre; panni di lana due: panno di canapa (lino?) uno…..”
Questo DWO/ unità potrebbe riconnettersi all’etr. THU/ ‘uno’, *th(u)Wu ‘unità’."

Angelo Di Mario


Bibliografia:
Studi Micenei ed egeo-anatolici, F. V (SMEA);
Anna Giacalone Ramat – Paolo Ramat, Le lingue indoeuropee (LLI);
Piero Meriggi, Manuale di eteo geroglifico (MEG; Testi);
Fiorella Imparati, Quattro studi ittiti (QSI);
Massimo Pallottino, Testimonia linguae etruscae (TLE);
Archivio glottologico italiano, V. LXXXI, F. I (AGI);
Vittore Pisani, Le lingue dell’Italia antica oltre il latino (LIA);
Giovanni Rinaldi, Le letterature antiche del Vicino Oriente, LAVO;
Giacomo Devoto, Scritti Minori **, SM**;
Johannes Friedrich, decifrazione delle scritture scomparse, DSS;
O. R. Gurney, Gli Ittiti, GIT; Angelo Di Mario, Lingua etrusca;
Lingua etrusca (percorsi);
La lingua degli Etruschi;
Lingua etrusca. La ricerca dei Tirreni attraverso la lingua; John Chadwick, Lineare B;
Charles Dufay, La civiltà minoico-cretese;
Anna Sacconi, Corpus delle iscrizioni in lineare B di Micene;
Jean-Pierre Olivier, Les scribes de Cnossos;
Jacques Raison – Maurice Pope, Index du linéare A…..

Tra breve Angelo Di Mario darà alle stampe un'altra importante opera:
"ISCRIZIONI TIRSENE E VELSINIE (etrusche) A CONFRONTO".


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