-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

12. PROGRESSI SCIENTIFICI - IL MOVIMENTO SOFISTICO


Erodoto

 

Il movimento scientifico che si era iniziato nel sesto secolo si diffuse dopo le guerre persiane in correnti sempre più vaste e crescenti. La matematica e l'astronomia fondate da Talete e da Pitagora furono coltivate con passione così nella Jonia, come in Italia tra i discepoli di Pitagora; nella Jonia fiorirono Enopide da Chio, il quale determinò la lunghezza dell'anno solare con un errore di sole tre ore e poco dopo compilò un calendario rettificato, ed il suo allievo Ippocrate, fu l'autore del primo manuale di matematica, mentre i Pitagorici in Italia svilupparono ulteriormente le dottrine del loro maestro.

Anche Atene nell'età di Pericle ebbe in Metone un matematico di gran valore; egli determinò la durata dell'anno solare con una precisione anche maggiore di Enopide (con un errore di mezz'ora soltanto), e delineò del pari un ciclo rettificato di intercalazioni che però non fu introdotto nell'uso se non un secolo più tardi.

Progressi non minori fece la medicina. Lo sviluppo di quest'arte prese le mosse dai templi sacri al dio della salute, Esculapio, il più famoso dei quali si trovava presso Epidauro nell'Argolide; di qui il culto d'Esculapio aveva emigrato nelle colonie argoliche del
l'Asia Minore e pricipalmente a Cnido ed a Cos. Qui vi affluivano da ogni parte gli infermi e si ponevano a dormire nel tempio per attendervi le rivelazioni che il dio largiva ai sofferenti nei sogni e trarre con l'aiuto dei sacerdoti l'indicazione della via da seguire per riacquistare la salute.
Questa affluenza offri un ricco materiale di osservazione delle varie malattie ed in conseguenza in questi luoghi si venne accumulando con l'andar del tempo un tesoro non disprezzabile di conoscenze mediche, le quali permisero da ultimo di liberare l'arte salutare dalle pastoie della superstizione e di collocarla su di una base razionale.

Principali rappresentanti di questo movimento scientifico furono le scuole di medicina che si erano costituite accanto ai templi d'Esculapio di Cnido e di Cos; ad esse si aggiunse la scuola formatasi a Crotone sotto l'influenza pitagorica. Già verso il 500 a. C. troviamo come medico regio alla corte di Dario il crotoniate Damoceda, la cui arte oscurò di gran lunga quella dei più famosi medici egiziani; mezzo secolo più tardi Alcmeone fece alla stessa corte persiana quella scoperta che segna un'epoca nella storia della medicina; egli fu cioè il primo a riconoscere nel cervello l'organo centrale del pensiero, dottrina questa che peraltro non venne accolta generalmente se non più d'un secolo dopo.
Nella scuola di Cnido dominò in genere una casistica sintomatologica disordinata che aveva per ogni malattia il suo specifico. Quindi il progresso della scienza medica si concentrò in sostanza nella scuola di Cos per opera del suo capo più famoso, il grande Ippocrate (nato nel 460). Egli riteneva che il miglior medico era la stessa natura, ma non rifuggiva quando era necessario dall'intervenire energicamente; solo alle amputazioni egli non osò ancora arrivare. Certo egli fu tuttavia ben lontano dal riconoscimento delle vere cause dei processi patologici e la patologia umorale, la teoria dei quattro umori che a suo dire conteneva il corpo umano, non era che un ripiego di scarso valore; nondimeno fu già un immenso risultato di essere arrivati al punto di attribuire le malattie esclusivamente a cause naturali.

Le dottrine di Ippocrate hanno esercitato una influenza decisiva su tutto lo sviluppo ulteriore della medicina ed ebbero valore di canoni indiscussi sino a tempi di molto posteriori alla fine dell'antichità.
L'ampliamento delle conoscenze nel campo delle scienze naturali, dovuto in particolar modo ai medici, non potè a meno di rendere antiquati i sistemi sino allora proposti a spiegazione della natura. Si aspirò ad avere nozioni positive e non più ipotesi, quali erano quelle formulate dagli Joni e da Parmenide. E pertanto, verso la metà del secolo sorse Empedocle d'Agrigento con un nuovo sistema.
Egli era di indole profondamente religiosa e seguace convinto delle dottrine orfiche; ma era anche medico e pienamente informato di tutte le cognizioni scientifiche del suo tempo. Perciò sentì il bisogno di trovare le prove scientifiche in appoggio della sua fede. A tal riguardo egli prese le mosse dalla dottrina di Parmenide della indistruttibilità dell'essere, imitando Parmenide anche nel dar forma poetica alla sua opera e renderla così accessibile ad un'ampia cerchia di lettori e di uditori. "Se l'essere, egli dice, è indistruttibile in generale, ne consegue che é tale anche il nostro proprio essere, la nostra anima ; giacché « nessuno che sia savio vorrà sognarsi di credere che soltanto al periodo di quella che noi chiamiamo vita si limiti la nostra esistenza e ci accada il male ed il bene, e che invece prima di divenire mortali e dopo la nostra dissoluzione di noi non esista nulla". ...."É necessario quindi ammettere che l'anima dopo la morte trasmigri in altri corpi; né questo passaggio avviene soltanto in altri corpi umani, ma anche in quelli degli animali e nelle piante, perché le anime degli animali ed il principio vitale delle piante sono nella loro essenza simili alla nostra anima umana. Al modo stesso noi prima di nascere abbiamo vissuto già sotto la forma d'ogni sorta d'animali ed anche di piante".

Così Empedocle aveva dato fondamento filosofico alla dottrina orfica della trasmigrazione delle anime; era poi naturale che egli non si arrestasse qui ed ammettesse ulteriormente con gli orfici - punto peraltro non più passibile di prova - che la nostra anima é di origine divina ed è condannata ad espiazione di un peccato commesso a passare per una serie innumerevole di corpi mortali sinché, purificata alla fine, ritorna nuovamente alla sua origine.
Quanto al mondo materiale, esso é per Empedocle composto con la combinazione di quei quattro elementi che dal suo tempo, e sino al sorgere della chimica moderna, furono generalmente ritenuti tali nel campo della scienza; essi sono mossi da due forze, che il nostro filosofo, con una terminologia prese in prestito dalle dottrine orfiche, chiama l'amore e l'odio; la nascita e la morte di ogni cosa è effetto della congiunzione e della separazione di questi elementi; essi invece, come tali, sono eterni.

Empedocle aveva fatto il primo tentativo di una spiegazione meccanica della natura, cosa che nessuno dei suoi predecessori era riuscito ad ottenere. Ma d'altro canto non era riuscito a dare la prova che tutto consta dalla combinazione dei quattro noti elementi. Per evitare questa difficoltà il suo contemporaneo Anassagora di Clazomene emise l'opinione che esistesse una quantità infinita di elementi primordiali, « semi delle cose », come egli li chiama; il più fine e puro di questi elementi è lo spirito (noos), la forza motrice e creatrice dell'universo. «Tutto l'ordine delle cose, egli dice, quale doveva essere, quale divenne e quale ora é e sarà in avvenire, é opera dello spirito».

Con ciò faceva il suo ingresso nella filosofia il principio teleologico. È ben vero che poi anche Anassagora finisce per far procedere la formazione del mondo in maniera affatto meccanica, e quindi é forse un precursore del dualismo, ma anche nella sostanza del suo sistema si mantiene ancora su terreno materialistico.
Ma la dottrina elementare non é che una costruzione di ripiego, ed essa non poteva alla lunga appagare la mente umana, soprattutto nella forma che le aveva data Anassagora. Perciò sul principio della guerra del Peloponneso Diogene da Apollonia ritornò ancora una volta all'antica concezione ionica dell'esistenza di un solo elemento primordiale ed, accogliendo la teoria di Anassimene, vide questa sostanza nell'aria. Anch'egli, come Anassagora, era convinto che l'ordinamento opportuno del mondo suppone necessariamente come suo autore un essere intelligente e riteneva che questo ente non potesse esser altri che l'aria «Dappoiché proprio essa, sembrami, è dio, é presente ovunque, tutto governa ed in tutto si trova. Né esiste la minima cosa che non contenga in sé una parte della sua essenza».

Così il monismo era salvato, ma era salvato a caro prezzo, e fu più che giustificato lo scherno onde la commedia coprì il suo sistema. La filosofia naturalistica aveva dichiarato la propria bancarotta.

Di fronte a questa multiforme varietà di sistemi che avevano tutti la pretesa di far conoscere la verità, non poteva a meno di svegliarsi il dubbio della possibilità in genere di una effettiva intelligenza della natura. Già Eraclito ed Empedocle avevano messo in rilievo il carattere malsicuro delle percezioni a noi date dai sensi, senza peraltro approfondire questo problema.
Chi per primo vi si dedicò fu Protagora di Abdera (480-410 circa) nel suo scritto «Della verità», che fece di lui il fondatore della teoria della conoscenza.

In capo al suo sistema Protagora pose la famosa massima; «Misura di tutte le cose é l'uomo, delle cose esistenti, nel senso che esistano, delle inesistenti, nel senso che non esistano».

Con ciò intendeva dire che ogni conoscenza è relativa, dipendente dal soggetto della cognizione. Quindi sono possibili moltissime concezioni delle cose, che possono soggettivamente essere tutte ugualmente legittime. Ma naturalmente da ciò non consegue affatto che Protagora negasse la possibilità di una conoscenza oggettiva; tutta l'attività da lui spiegata come indagatore e maestro é chiara testimonianza del contrario. Altri invece si spinsero sino al completo scetticismo. Così il discepolo di Empedocle, Gorgia da Leontini (470-370), tentò di dimostrare che non vi é in genere nulla di esistente; e che se anche qualcosa esistesse, noi non lo potremmo conoscere, e se potessimo conoscerlo, non potremmo comunicarlo.

Questi dubbi teoretici sulla possibilità della conoscenza ebbero l'effetto di alienare sempre più gli studi dal campo delle scienze naturali. Essi trovarono un compenso nello sfruttamento del campo della vita intellettuale umana, dove si può dire che vi era ancor tutto da fare. Senza dubbio il seme che un tempo aveva sparso Ecateo aveva nell'intervallo germogliato e fiorito: la storiografia era stata coltivata con ardore e gli avvenimenti grandiosi delle guerre persiane fecero sì che essa abbandonasse la considerazione delle epoche mitiche per rivolgersi allo studio del passato recentissimo.

«Per non far cadere in oblio le grandi e mirabili gesta degli Elleni e dei barbari» Erodoto d'Alicarnasso compose nell'età di Pericle quell'opera che lo ha reso immortale, la prima narrazione storica ordita su vasto piano che sia mai stata scritta. La lotta fra Greci e Persiani vi é concepita come un episodio della grande lotta fra l'Europa e l'Asia che per l'autore iniziò col ratto di Jo perpetrato da marinai fenici; peraltro Erodoto lascia da parte i tempi mitici e comincia con l'assoggettamento delle città ioniche ad opera dei re della Lidia. Egli procede in seguito a descriverci la nascita e lo sviluppo dell'impero persiano e passa poi al suo vero e proprio tema, la narrazione delle guerre dei Greci contro Dario e Serse. L'opera termina con la liberazione della Jonia in conseguenza della battaglia di Micale. L'esposizione é ravvivata con l'intesservi copiosi materiali geografici ed etnografici che l'autore stesso aveva raccolti in gran parte in lunghi viaggi. Nell'ordinare la materia egli prese a modello l'epopea, come pure nella concezione dell'ordinamento universale del mondo le sue idee sono in fondo le antiche idee omeriche.

Anche Erodoto vede ovunque la mano della divinità che governa e piega tutto a sua volontà; naturalmente egli non condivide più le ingenue credenze di Omero, ma da vero figlio dei suoi tempi considera le cose dal punto di vista razionalistico di Ecateo, per il quale non esistono più miracoli. Invano quindi si cercherebbe in lui una indagine penetrante delle cause reali degli avvenimenti, tanto più che egli difettava completamente di cognizioni politiche e militari; Erodoto in sostanza si limita a riprodurre le relazioni delle sue fonti di informazione e dappertutto campeggiano le sue simpatie per Atene e il suo entusiasmo per la democrazia. Ma queste relazioni egli le ha intessute insieme a formare un quadro pieno di vita, che strappò già l'ammirazione dei suoi contemporanei e che anche oggi ci soggioga con la potenza del suo fascino irresistibile; egli è il fondatore della storiografia considerata come forma d'arte e sotto questo aspetto rimase per tutte le epoche successive un modello raramente agguagliato.

Ma già la speculazione aveva cominciato a scalzare le basi sulle quali riposava la concezione erodotea dell'ordinamento universale del mondo. Un'epoca così rivoluzionaria come l'attuale, che tutto quanto esisteva chiamava dinanzi al tribunale della sua critica, doveva di necessità arrivare alla conclusione di sottoporre ad esame anche la consistenza delle basi della fede religiosa. Dopo che Xenofane per primo aveva iniziato la lotta contro le concezioni antropomorfistiche, la filosofia le aveva battute, sbrecciate e ne aveva già sgombrato il campo. Con Anassagora poi il concetto della divinità aveva preso la figura evanescente di un'anima del mondo che ha delineato il sistema fondamentale dell'universo ma non interviene nell'andamento ulteriore delle cose.

Protagora di Abdera, quello stesso che per primo aveva formulato il problema della conoscenza, fece ancora un passo più avanti.
«Riguardo agli Dei, egli dice, non so affermar nulla, né che esistano, né che non esistano, né di che natura siano; giacché molto si oppone a che ce ne possiamo formare un giudizio, l'oscurità dell'argomento e la brevità della vita umana».
Per lui dunque non v'è prova sufficiente dell'esistenza degli Dei; vero é però che non si ha nemmeno una prova contraria decisiva. Ma ognuno vede come chi pensava a questo modo, l'aveva già fatta finita con la religione; come é possibile invero adorare degli esseri che forse nemmeno esistono?

Le conseguenze piene di questo principio furono poi tratte verso l'epoca dell'inizio della guerra del Peloponneso da Diagora di Melo: egli fu il primo ch'ebbe il coraggio di negare apertamente l'esistenza degli Dei. Da allora questa questione continuò a formare oggetto di viva discussione nell'ambiente colto; e sappiamo infatti che Euripide ne trattò varie volte sulla scena. La speculazione vide ora sorgersi dinanzi il problema di spiegare l'origine della religione.
E mentre Prodico di Ceo faceva derivare la credenza negli Dei dal culto della natura, opinione che era si può dire messa a portata di mano dal senso trasparente della mitologia greca, invece l'Ateniese Crizia, lo zio di Platone, spiegava la religione come "una invenzione di uomini accorti, fatta allo scopo di costringere col timore degli Dei le masse a regolare le loro azioni secondo le esigenze dell'ordine morale".

Con questo l'antica credenza che faceva originare la legge morale da un comando della divinità restava convertita nella credenza contraria. E dopo ciò era sgombra la via per procedere ad una critica delle idee morali correnti. Uno sguardo soltanto alle tradizioni culturali così profondamente divergenti l'una dall'altra che presentavano i vari popoli bastava per dimostrare come le leggi e le consuetudini tradizionali non offrissero una misura idonea a confrontare il valore morale delle nostre azioni. Ne derivò che si pervenne a contrapporre alla norma positiva umana un diritto naturale, e che fu ritenuto che esso solo potesse arrogarsi titolo ad avere vigore assoluto.

Rimaneva la questione di vedere che cosa dovesse intendersi per diritto naturale. È chiaro che in natura ciò che vale é il solo diritto del più forte, e infatti già allora non mancarono quelli che volevano intendere in questo senso il diritto naturale e predicavano la teoria del superuomo cui tutto é permesso. Ma naturalmente non si trattò che di voci isolate. In contrapposizione a tale tendenza Protagora fece rilevare come occorresse porre mente al fatto che noi non viviamo nello stato di natura come gli animali, ma viviamo nella società umana, la cui sussistenza non é possibile senza il rispetto dei diritti degli altri; che nel fatto questo sentimento è anche insito per natura nella grande maggioranza degli uomini, di modo che chi non lo possiede deve essere espulso dalla società come un appestato. "Tutti gli uomini per natura sono fratelli - dice un altro rappresentante della sofistica, Ippia - e soltanto la legge positiva ha creato delle barriere fra di loro".

Le idee che qui vengono poste a base della filosofia morale sono, come si vede, quelle stesse che nella vita pubblica avevano portato al trionfo della democrazia.
Ma in un altro senso ancora, e del pari in modo efficacissimo, la democrazia reagì sulla vita intellettuale. In quest'epoca, più che mai che in precedenza, la padronanza della parola fu un requisito indispensabile per chiunque volesse acquistarsi influenza e potere od anche volesse soltanto sostenere con successo la propria causa in giudizio. Qui infatti si trattava di parlare davanti ad una assemblea di parecchie centinaia di giurati, che appartenevano per la massima parte alle classi inferiori della cittadinanza, e per lo più non possedevano il grado di cultura necessario per poter seguire una dimostrazione di carattere giuridico alquanto complicata; tutto quindi dipendeva dall'abilità con cui le parti sapevano presentare la questione nel proprio interesse.

Ne derivò che la riflessione fu portata ad indagare a che cosa fosse dovuta l'efficacia della parola, e se non fosse possibile sopperire con l'arte alla mancanza di attitudini naturali oratorie ovvero perfezionare meglio la capacità naturale che già si possedeva. Il grande Empedocle fu uno dei primi che si sia affaticato alla soluzione di questi problemi; egli pose le basi sulle quali poi il suo discepolo Gorgia costruì l'edificio delle sue dottrine, mentre a Siracusa Corace ed il suo allievo Tisia crearono e svolsero la teoria dell'oratoria forense. Lo scolaro di Parmenide, Zenone di Elea, fu il fondatore dell'arte della prova, della dialettica. Contemporaneamente ed in maniera autonoma questi stessi problemi vennero presi in considerazione nell'Oriente del mondo greco. Qui l'arte oratoria ebbe il suo primo e grande maestro in Protagora, al quale tennero dietro ben presto numerosi successori, come Trasimaco di Calcedone, Prodico di Ceo, Ippia di Elide, per citare soltanto i nomi più famosi.

Tutti questi uomini cominciarono ora ad esplicare la loro attività come maestri di eloquenza e trovarono presto numerosi discepoli. Naturalmente essi non si appagarono del ristretto campo d'azione che la propria città natale poteva loro offrire. Poeti, artisti e medici avevano da antico usato peregrinare per tutto il mondo greco in cerca di fama e di onore, e i maestri della nuova arte dell'eloquenza seguirono il loro esempio. Vero é che ciò non fu fatto senza una certa dose di réclame; ma il pubblico vi era abituato e la voleva anche. Come i rapsodi recitavano le loro poesie adorni di vesti sontuose, la corona sul capo, il bastone alla mano, così i «maestri della sapienza» (sofisti), giusta il nome che si erano attribuito, cercarono di destare l'attenzione con le fogge studiate; per dare prova della loro maestria essi si mostravano pronti a parlare estemporaneamente su qualsiasi tema o a sostenere con chiunque volesse il contraddittorio su qualunque questione.

Uomini come Protagora peraltro ben presto non ebbero più bisogno di ricorrere a simili mezzi; ovunque arrivassero, essi videro aprirsi dinanzi a loro tutte le porte e la gioventù più eletta accorse ad udirli.
Il lavoro intellettuale era stato sempre ricompensato in Grecia. Pindaro e Simonide si fecero pagar bene i loro canti, i poeti drammatici che riuscivano vittoriosi sul teatro ateniese, ebbero considerevoli premi in denaro, e soprattutto i medici guadagnavano già a quel tempo molto con l'esercizio della loro arte. Naturalmente anche i sofisti non vollero prestare gratuitamente il proprio insegnamento; gli onorari da principio erano molto alti e si mantennero tali finché furono pochi quelli che insegnarono la nuova arte, ma poi vennero via via abbassandosi e persino i più famosi fra i sofisti, come Gorgia, non giunsero con la loro professione di insegnanti che a conseguire un moderato benessere.

La gioventù greca ebbe pertanto ora per la prima volta la possibilità di approfittare di una istruzione di grado più elevato. Sinora i giovani delle classi sociali migliori avevano avuto presente come unico ideale quello di conquistarsi delle vittorie nei giochi nazionali; per conseguenza essi passavano quasi intera la giornata nella palestra, mentre la loro educazione intellettuale si limitava al saper leggere e scrivere, a un po' di musica ed alla conoscenza dei principali poeti. Le dottrine dei filosofi e dei matematici non si erano fatta strada oltre una cerchia ristrettissima di persone e persino uomini di posizione sociale assai elevata erano per lo più in tali materie della più crassa ignoranza.
Fu rara eccezione che Pericle si sia fatto iniziare da Anassagora allo studio delle scienze naturali ed abbia disputato con Protagora su argomenti etici; molti anzi gliene fecero un biasimo. Ma già nella generazione successiva l'avere una qualche familiarità con l'eloquenza divenne un requisito necessario per chiunque tenesse ad apparire uomo colto; anzi il movimento non si limitò alla sola eloquenza, poiché gli uomini sommi che operarono questa trasformazione della vita intellettuale ellenica sapevano benissimo che la vera educazione retorica non basta a far di un uomo un oratore. Perciò Protagora pose assidua cura a dare ai suoi allievi una rigorosa educazione morale per far sì che venissero su uomini di carattere, capaci di guidare rettamente così la propria famiglia come lo Stato.

Ippia fece ancora un passo più avanti ed estese il suo insegnamento anche alla matematica, all'astronomia ed alla musica, mentre invece Gorgia e Trasimaco si limitarono piuttosto alla retorica nello stretto senso del termine. La ginnastica peraltro non venne affatto esclusa dall'educazione dei giovani; ma si cercò di stabilire un certo equilibrio fra l'educazione intellettuale e l'educazione fisica.
La nuova cultura, essendo destinata a servire soprattutto a scopi pratici, restò naturalmente limitata al sesso maschile. Non mancarono tuttavia voci che reclamassero una migliore educazione anche per le fanciulle; ma era ben poco fattibile, di fronte ai pregiudizi esistenti, soddisfare simile esigenza. Vi furono bensì donne che ebbero il coraggio di sfidare questi pregiudizi ed andare a scuola dai sofisti, ma ciò facendo posero in gioco il loro buon nome e non poterono poi lagnarsi se l'opinione pubblica le metteva in un sol fascio con le etére.

La più celebrata fra queste donne emancipate fu Aspasia di Mileto; essa venne ad Atene verso il 440 e seppe affascinare talmente Pericle con le doti del suo spirito ch'egli per lei ripudiò la propria moglie legittima ed accolse in sua casa Aspasia che da allora divenne l'anima della società ateniese in quella parte che prendeva interesse alla nuova cultura.


L'apparizione dei sofisti produsse nella vita intellettuale ellenica un rivolgimento così profondo e nel tempo stesso così repentino che forse in tutta la storia universale non si riscontra un altro fenomeno simile. Gli antichi pensatori ionici avevano per lo più spregiato ogni forma di pubblicità nell'insegnamento ed avevano messo a parte delle loro dottrine soltanto una ristretta cerchia di discepoli; i tentativi che Xenofane e dietro il suo esempio Parmenide ed Empedocle avevano fatti per popolarizzare i risultati delle proprie indagini erano in complesso riusciti vani o per lo meno avevano avuto una efficacia limitata all'occidente del mondo greco. Soltanto la scuola dei sofisti ha veramente contribuito al trionfo del nuovo indirizzo del pensiero ellenico. La vecchia generazione che verso la metà del secolo aveva già raggiunta l'età matura si mostrò, salvo poche eccezioni, schiva della nuova cultura o per lo meno non vi prese interesse di sorta, mentre la grande maggioranza della gioventù nascente vi si abbandonò incondizionatamente.

Una profonda scissura pertanto si delineò in quest'epoca per tutto il mondo greco; due indirizzi di pensiero quasi diametralmente opposti si stavano a fronte. Sofocle ed Euripide scrissero contemporaneamente per il teatro attico; la differenza di età che correva tra loro non arrivava a venti anni, e tuttavia fra l'uno e l'altro correva un abisso; tutta la mentalità del poeta più vecchio é impregnata delle idee del passato, mentre il più giovane rispecchia le idee cui era destinato ad appartenere l'avvenire.

I drammi di Euripide sono l'incarnazione poetica della nuova cultura; egli portò sulla scena tutti i problemi che si dibattevano nelle scuole dei sofisti senza curarsi dei pregiudizi della folla che non era per lo più in grado di seguire i voli del suo pensiero; così pure pose al servizio della sua musa la nuova arte retorica. Egli ha quindi forse contribuito alla diffusione delle nuove idee in misura maggiore che non i più famosi fra i sofisti del suo tempo; ma ottenne tale risultato a costo della rinunzia alla popolarità, popolarità che fu così largamente profusa al suo rivale Sofocle.

Analogo a quello dei due grandi tragici é il rapporto che corre fra i due grandi storici di quest'epoca. Tucidide é appena di vent'anni più giovane di Erodoto, ma ha fatto il tirocinio della scuola dei sofisti. In lui la divinità non ha più alcuna parte in scena; la storia é per lui "semplicemente un prodotto di fattori etici e politici". Al posto della narrazione ingenua e leggiadra di Erodoto subentra in lui lo stile rigorosamente preciso e, se si vuole, alquanto manierato che veniva insegnato nella scuola dei sofisti. Inoltre Tucidide ha su Erodoto il vantaggio di intendersi di politica e di cose militari. Egli apparteneva ad una nobile famiglia ateniese e raggiunse la suprema carica dello Stato; un insuccesso militare gli procacciò l'esilio che lo tenne per venti anni lontano dalla Patria. Egli utilizzò questi ozi involontari per scrivere una storia della grande guerra fra Atene ed i popoli del Peloponneso, quella stessa guerra che gli era stata tanto fatale. Le sue relazioni lo posero in grado di raccogliere ottimi materiali ch'egli elaborò con spirito critico ed in complesso anche con imparzialità; se ciò malgrado la sua narrazione risente ovunque delle sue personali simpatie ed antipatie, nessuno vorrà fargliene carico qualora pensi che Tucidide scriveva storia contemporanea.

A lui pertanto rimane intatta la gloria di aver fondato la storiografia scientifica; la sua opera occupa il primo posto nell'intera letteratura storica pervenuta sino a noi dall'antichità. Inoltre essa é l'unica grande opera che ci sia rimasta del periodo della sofistica; d'onde deriva che noi facilmente ascriviamo a merito dell'autore pregi dei quali egli andava debitore alle correnti di pensiero dell'epoca che lo guidavano ed in mezzo a cui viveva.

Come la storia considerata quale scienza, così anche la linguistica é una creazione della sofistica. La coltivazione stessa dell'arte retorica non poté a meno di incitare spontaneamente i sofisti alla riflessione circa la struttura e l'origine del linguaggio, e infatti già Protagora prese a fare indagini di questo genere. A lui per primo sono dovute le distinzioni delle parti del discorso, dei generi, del nome e dei tempi e modi dei verbi. Egli si occupò pure della questione se il linguaggio dell'uomo sia un dono di natura ovvero soltanto una creazione dell'intelletto umano, e si decise per quest'ultima alternativa, traendone per conseguenza il diritto di correggere le anomalie dell'uso comune linguistico.
Questi studi poi fecero sì che si procedesse oltre a coltivare la letteratura ed in particolare ad attendere all'interpretazione ed alla critica delle epopee omeriche. Verso la fine del secolo Glauco di Reggio scrisse la prima storia della letteratura.

In generale intorno a quest'epoca cominciò a formarsi una letteratura tecnica assai ragguardevole. La grande collezione di opere mediche, a noi tramandata sotto il nome di Ippocrate, é sorta nel corso del quinto secolo e principalmente nella seconda metà di esso, in parte per influenza diretta della sofistica. Policlito e Parrasio trattarono la teoria della loro arte, Ictino scrisse intorno al Partenone. Dei manuali di matematica e di retorica si é già fatto cenno sopra. Apparvero in questo periodo persino libri di cucina.

Chi ebbe la potenza di intelletto di padroneggiare e di fondere nella sua mente tutto questo svariato sapere fu DEMOCRITO di Abdera (460-370 circa). Egli fu un genio universale, come nel secolo seguente Aristotele; come quest'ultimo era a un tempo naturalista e filosofo, o, giusta il linguaggio del tempo, sofista; grandissimi furono i suoi contributi in un campo e nell'altro, massimo quello di aver saputo fondere in un sistema unico organico i risultati delle scienze naturali e della speculazione teoretica, un fine che Aristotele non riuscì a raggiungere completamente. I suoi innumerevoli scritti abbracciarono tutti i rami di scienza del tempo: matematica, astronomia, geografia, medicina, biologia, fisica, filosofia teoretica, etica, filologia, arte. Il suo pensiero speculativo risente dell'influenza esercitata su di lui dal suo grande concittadino Protagora, e specialmente nell'etica si é attenuto strettamente a lui.

"Nulla - egli dice - é in sé stesso buono o cattivo, ma é tale solamente in rapporto alle sensazioni che le cose destano in noi. Il diritto del più forte ha senza dubbio fondamento nella natura, ma é tenuto a freno dallo Stato, dalla cui esistenza dipende tutto il nostro benessere o la nostra iattura. Perciò la prima virtù consiste nell'adempimento dei doveri verso la comunità ed i suoi singoli membri; chi viola questo dovere, chi ruba , od uccide, merita di essere messo a morte come una bestia feroce. E quel che é detto poi rapporti fra uomini vale anche per i nostri rapporti con gli animali; é permesso uccidere soltanto quelli che « fanno o vogliono fare l'ingiusto ». Né noi dobbiamo far ciò che é giusto per timore delle pene del Tartaro, che sono una chimera, e neppure per timore delle punizioni umane, ma soltanto perché é giusto e per rispetto di noi stessi. La coscienza di aver fatto il nostro dovere ci largisce quella serena tranquillità d'animo («eutimia») che é il massimo bene che a noi sia dato raggiungere. Ciò perché la felicità e l'infelicità non dipendono da cause esterne; nella nostra stessa anima alberga il nostro demone buono o cattivo. Soltanto i godimenti dello spirito possono arrecare soddisfazione durevole, come la contemplazione di belle opere d'arte e sopra tutto l'indagine scientifica; poiché « la cultura é un ornamento nella prospera fortuna, nell'avversa un rifugio ».

Anche nelle scienze naturali il pensiero di Democrito prende le mosse dalla teoria della relatività di Protagora. "I sensi ci ingannano con le apparenze, ma dietro il mondo dei fenomeni esiste il mondo reale che a noi é dato scrutare col nostro pensiero. In realtà altro non esiste che la materia ed il vuoto; e la materia consta di corpuscoli infinitamente piccoli che sono eterni ed immutabili e che perciò Democrito chiama «atomi » ". Essi sono identici per qualità, ma diversi per forma, misura e quindi anche per peso; in virtù di questo peso essi precipitano in giù nel vuoto, ma con velocità differente e per conseguenza si agglomerano in corpi. Il peso e la durezza dei corpi dipendono dalla quantità d'atomi di cui constano e dalla varia misura d'addensamento degli atomi; il loro gusto e colore dall'impressione che gli atomi a seconda della loro grandezza e figura destano nei nostri sensi. E siccome non esistono che atomi ed il vuoto, anche la nostra anima non può constare che di atomi, atomi per vero di natura finissima il cui movimento genera il pensiero".

Ecco dunque creato un sistema di spiegazione della natura di una semplicità e rigore logico grandiosi. Per esplicare la formazione del cosmo basta a Democrito, accanto alla materia qualitativamente uniforme, una sola forza naturale, dimostrabile empiricamente, la gravitazione. Ma soltanto la scienza moderna gli ha reso a questo riguardo giustizia; i suoi tempi non erano ancora maturi per una simile dottrina. Giacché al momento appunto in cui il sistema spuntò, il mondo era sazio sino al tedio di filosofia della natura ed altri problemi erano sorti ad attrarre il suo principale interesse.

Il sistema di Democrito poi in sostanza non era altro che una ipotesi, che se soddisfa le esigenze della nostra mente, non poteva essere provata. Così avvenne che alla teoria atomica non fu prestata quasi alcuna attenzione da parte dei contemporanei, e gli stessi discepoli lasciati da Democrito si perdettero sempre più in dubbi nei riguardi della possibilità della conoscenza e trascurarono il sistema di filosofia naturale del maestro, cosicché un secolo più tardi Epicuro lo trasse dall'oblio e lo pose a fondamento della sua dottrina.

La poca fortuna del sistema atomico ebbe anche un'altra ragione. Democrito visse nella lontana Abdera sulla costa tracica e, mentre fece lunghi viaggi a scopo di studio, rifiutò invece di farsi maestro ambulante come il suo concittadino Protagora. Ne derivò che fuori della sua patria egli rimase sconosciuto e principalmente non fu noto nemmeno in Atene.

Ora Atene era allora divenuta per l'appunto il centro scientifico della nazione come da lungo tempo era il centro della sua vita artistica. Qui vi fiorì nell'età di Pericle Anassagora, qui vi insegnarono, sebbene per lo più di passaggio, i più grandi sofisti, qui vi era la sede principale del commercio librario ellenico che proprio allora cominciava a svilupparsi. Solo chi sapeva conquistarsi fama in Atene poteva giungere a mettersi a capo del movimento intellettuale della nazione.

Quanto diversa era invece Sparta. Anch'essa un tempo si era trovata alla testa della vita intellettuale; ma questo tempo era tramontato da un pezzo. Dall'epoca della guerra persiana Sparta non ebbe più che un pensiero, quello di non lasciare annidare nel paese il cattivo genio della rivoluzione e per conseguenza si circondò di una specie di muraglia cinese opponendosi a qualsiasi innovazione.
Allo stesso modo che - malgrado si fosse in un'epoca di economia monetaria sviluppatissima - gli Spartani non tollerarono la circolazione dell'oro e dell'argento e tennero fermo alla loro antica moneta di ferro, così non vollero saperne né della nuova musica, né della nuova cultura; tanto vero che la maggior parte degli Spartani non sapeva neppur leggere e scrivere.

Sparta - lo abbiamo già detto - non aveva che un pensiero, di impedire che Atene diventasse egemone di tutta la Grecia.
Con questo pensiero piuttosto comune, gli spartani non vollero sapere nulla della nuova cultura ateniese, né musica, nè arte, né poesia, né architettura, nè filosofia; nulla del nuovo sapere. Perfino negli scambi commerciali nel loro paese non tollerarono la circolazione delle monete d'oro e d'argento.

Tutto questo, portò a creare in due tre decenni un profondo abisso tra Sparta ed il resto della Grecia. In tutto il secolo V e IV a Sparta - la città che aveva donato alla nazione un Tirteo ed un Alemano - non un solo uomo si segnalerà nel campo intellettuale.


Come abbiamo detto alla fine del precedente capitolo, in entrambi i due paesi, dimorando nell'animo le gelosie, le invidie, i fomiti di cupidigia, le ambizioni favorite dalla forza (ognuna credeva di essere il più forte), ed infine l'ignoranza, furono poi proprio queste le cause principali della nuova sanguinosa guerra . . .

LA GUERRA DEL PELOPONNESO > > >

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