-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

16. VITA INTELLETTUALE, ECONOMICA E SOCIALE
Prima, durante e dopo la guerra del Peloponneso (periodo 435-390 a.C. )


Accanto alla filosofia propriamente detta, che qui sotto appena accenniamo, ma della quale parliamo nell'apposita tabella a parte, si ebbero in questo periodo altri studi: filologici, politici, storici, letterari, grammaticali e in generale di erudizione. Studi che sono ancora oggi presenti nei banchi di scuola di tutte le nazioni civili

Ci piace qui citare una bella pagina di attilio De Marchi in Gli Elleni:
"Se un greco dell'età di Pericle risorgesse oggi, proverebbe una lieta meraviglia a vedere quanta parte della civiltà sua fu ed è nutrimento della civiltà nostra, come nelle nostre scuole si leggono ancora i versi di Omero che egli leggeva, e si discutono i problemi filosofici posti da Socrate, e tante parole che egli usò risuonino con poche alterazioni sulla bocca non solo dei dotti, ma anche del volgo inconsapevole, e come le sue statue, anche mutilate, siano disputate a prezzo d'oro dai musei, e sia gioia del mondo civile ogni volta che dal suolo della sua patria risorge una bella forma di dio o un frammento di un suo poeta.
"E con lieta meraviglia vedrebbe anche come il presente nostro si ricolleghi così strettamente al suo passato; si potrebbero cancellare dalle pagine della storia Menfi e Ninive, ma non questo periodo d'oro della storia di Atene sezza essere costretti a pensare la cultura, l'arte e il pensiero ......"
"E con meraviglia, non lieta ma pensosa, vedrebbe quel greco come dopo tanti secoli e tante vicende, molte cose sono immutate dai suoi tempi: che lotte di classe si combattono ancora come già nella città sua, e dagli intellettuali e dal popolo si vagheggiano ricostruzioni ideali della società come già fecero Platone, e il popolo si inganna con le arti stesse usate da Cleone, e pur fra i tanti inni di pace, ancora i ministri dei parlamenti odierni dimostrano la necessità di essere armati come già Pericle dalla tribuna ateniese"


Lo sviluppo politico e lo sviluppo intellettuale sono l'uno e l'altro connessi; e quindi non poteva mancare che con l'iniziarsi della reazione nella vita pubblica incominciasse anche una reazione contro la sofistica. Alle masse le nuove dottrine erano state sempre sospette; esse erano convinte che ogni "sofista", vale a dire ogni maestro di filosofia ed eloquenza, fosse un uomo depravato, un corruttore della gioventù. Nè è a dire che questa opinione difettasse di una certa apparente giustificazione esteriore.

La retorica infatti come tale resta indifferente verso la morale; l'oratore come oratore non ha che un compito solo, quello di persuadere gli uditori della giustizia della causa ch'egli perora, senza preoccuparsi se essa è buona o cattiva. Fin qui gli avversari dei sofisti non avevano poi tanto torto quando giudicavano che la nuova arte andava a parare a questo, a « far diventare la migliore quella che era la causa peggiore ». Vero è che chi era estraneo a questi studi non poteva vedere come i sofisti, appunto per evitare l'accennato pericolo, si studiassero di impartire ai loro discepoli oltre l'istruzione oratoria anche una valida educazione morale. Scandalo ancor maggiore suscitavano le dottrine naturalistiche. L'affermazione di Anassagora, che le stelle erano null'altro che masse ardenti di pietra, fu considerata dalla pubblica opinione come una bestemmia, e per questa causa gli fu fatto quel processo che lo costrinse ad abbandonare Atene, malgrado avesse per protettore Pericle. Tuttavia egli trovò asilo a Lampsaco; in quella Grecia asiatica dove regnava maggiore liberalità di pensiero. Quando per colmo poi Diagora di Melo osò negare l'esistenza degli Dei, un decreto del popolo ateniese lo mise al bando e pose una taglia sulla sua testa.

Queste misure di polizia non avrebbero naturalmente potuto arrecar danni di sorta alla scienza. Fu invece la scienza stessa che spianò la via ai suoi avversari. La speculazione si era arditamente cimentata con i più alti problemi; ma le faceva difetto il fondamento empirico, e quindi i vari sistemi vennero uno dopo l'altro distrutti dalla critica, sinchè si arrivò alla fine a disperare della possibilità di una vera conoscenza reale della natura. La scienza era in via di distruggere sè stessa.

Sono un'espressione di questa corrente della pubblica opinione le Baccanti del vecchio EURIPEDE, una delle ultime tragedie ch'egli scrisse. In esse egli rinunzia all'indirizzo di pensiero per il quale aveva combattuto nelle prime file durante tutta la sua vita e predica il ritorno alla pia fede dei padri. Se non che ciò era altrettanto impossibile quanto il ritorno alla costituzione dell'epoca cavalleresca cui ambiva la reazione politica. L'opera compiuta dalla sofistica aveva troppo profondamente trasformata la società. Qual conto si facesse della religione negli ambienti delle persone colte ci è indicato da incidenti come quelli della decapitazione delle erme e della parodia dei misteri; e che in fondo anche le masse non la pensassero molto diversamente lo vediamo dalla secolarizzazione dei tesori dei templi, che fu allora fatta quasi dovunque nel mondo greco. Un secolo prima una cosa simile sarebbe stata impossibile. L'esigenza del sentimento religioso peraltro non era venuta meno, e quanto più essa non trovò soddisfazione nella religione dello Stato, altrettanto aprì l'adito all'accezione di altri culti. Il mondo greco si empì di sacerdoti orfici mendicanti e di indovini che promettevano l'eterna felicità a chi loro prestava fede e minacciavano quelli che restavano increduli di eterna dannazione. Eleusi ebbe ora il suo periodo di massimo splendore; ad assistere ai misteri che ivi si celebravano affluivano fedeli da tutta l'Ellade.

Considerazione non minore acquistarono i misteri in onore dei « grandi Dei » (cabiri) che si celebravano nell'isola di Samotrace. E così pure trovarono sempre più adito in Grecia culti stranieri: quello egiziano di Ammon, quello della madre degli Dei frigia Cibele e quello del pari frigio di Sabazio, il culto delle dee tracie Cotito e Bendis e del ciprio Adonide. Tutti i momenti processioni in onore di questi Dei percorrevano le vie di Atene fra un frastuono assordante; nell'occasione della festa di Adonide la città risuonava dei pianti delle donne per il dio che la falce della morte aveva toccato nel fiore della gioventù. Grande era il concorso anche alle cerimonie notturne inerenti ai culti frigi e traci, ed in particolare vi accorrevano pure le donne; sotto il manto della religione si annidava qui la più sfacciata immoralità. Di quando in quando le autorità intervennero a far opera repressiva ; ma non si poteva limitare la libertà di culto ai numerosi stranieri residenti ad Atene, ed anche nella cittadinanza ateniese quei culti avevano messo radici già troppo profonde perchè fosse ormai possibile porvi riparo. Da ultimo si finì per accoglierne parecchi nella religione dello Stato, il che per lo meno rese possibile esercitarvi un controllo.
Le classi colte naturalmente aborrivano con disgusto da tutto ciò: ma se in esse moltissimi si mostravano indifferenti per le cose religiose, v'erano tuttavia altri in numero considerevole che sentivano il bisogno di una dottrina che conciliasse il sapere con la fede.

In questo indirizzo si svolse in Atene a datare dal principio della guerra del Peloponneso l'opera di SOCRATE (Atene 470/469-399).
Suo padre era uno scalpellino statuario, arte alla quale Socrate si applicò anche con felice successo. Ma il filosofo Critone avendo scoperto in lui il genio, gli fece buttar via gli scalpelli e lo impegnò nello studio della filosofia.Nome allora ristretto a quella sola parte che trattava dei corpi celesti. Ma Socrate presto avedno preso disgusto di questo studio, per ragione delle difficoltà che lo accompagnavano e dell'incertezza delle conclusioni, come per la sua poca utilità nella comune vita umana, si dedicò ad un'altra specie di filosofia, cioè alla cognizione dell'uomo. Con queste vedute studiò accuratamente le passioni, e si affaticò per assicurare con solidi principi le nozioni del bene e del male. Quindi egli è giustamente ricordato come il padre della filosofia morale. E vi inculcò i precetti con candore, semplicità e precisione. La sua profonda cognizione del cuore umano, rinforzata dalla sua grande esperienza del mondo, fu quella che gli dette quell'apparente spirito di profezia. Lo stesso oracolo di Delfo lo dichiarò il più saggio degli uomini.
Tuttavia pur occupandosi di filosofia, non trascurò mai i suoi doveri civili.

Egli era una natura profondamente religiosa; già da fanciullo egli credeva di avere delle ispirazioni e questa voce divina (« demone ») lo accompagnò per tutta la vita. Se lo spirito divino lo invadeva, era il caso ch'egli restasse immoto per ore ed ore, completamente estraneo al mondo, rapito in un'estasi intima. Seguendo il comando di questa voce, egli abbandonò come abbiamo già detto il mestiere di scalpellino che aveva imparato da suo padre per potersi dedicare interamente all'opera di ammaestrare e migliorare i suoi simili. Ciò peraltro non lo fece da vero e proprio insegnante (ne ebbe mai una vera e propria scuola), o come si diceva allora, da sofista; ad una simile attività non sarebbe bastata la sua scarsa cultura, nè d'altra parte essa sarebbe stata conforme alle sue inclinazioni. La sua consuetudine invece fu di starsene da un capo all'altro della giornata sulla piazza o per le vie, dove attaccava discorso con chiunque voleva - e di oziosi ve n'erano a dovizia nella grande città - ma anche con chi non voleva, su un tema qualsiasi che l'occasione gli offriva.
In grazia delle sue grandi doti dialettiche e del continuo esercizio gli riusciva facile di prendere nelle sue spire chiunque si impegnava in una discussione con lui; persino sofisti di fama si trovarono a mal partito a stargli contro. Ben presto pertanto egli divenne una figura a tutti nota nella città. Naturalmente non poteva mancare che gli si affollassero attorno numerosi giovani, in parte uscenti dalle migliori famiglie; ed anche in altri ambienti divenne un ospite di cui era ambita la compagnia e che trovava accesso nelle case più civili. Per il suo insegnamento egli non pretese mai onorario, nè poteva farlo dal momento che non teneva corsi regolari e usava la piazza come aula. L'estrema semplicità delle sue esigenze ("di quanti imbarazzi io non bisogno") lo pose in grado di vivere col modesto reddito del suo piccolo patrimonio.

Per l'intelligenza dei problemi di scienze naturali egli difettava della necessaria preparazione; come tutte le altre persone devote del suo tempo egli opinava che fosse empietà occuparsi di simili argomenti. E, secondo lui, era anche cosa superflua, perchè malgrado ogni studio non è possibile arrivare a conoscere la verità e quand'anche la si potesse conoscere, non ci servirebbe a nulla. Egli mancava completamente di senso per la natura; le piante, egli soleva dire, non mi possono insegnar nulla. In generale egli professò uno schietto utilitarismo. Noi dobbiamo fare il bene perchè ci è utile. Non v'è alcuno che di proposito voglia arrecar danno a sè stesso; basta quindi ammaestrare gli uomini sul loro vero interesse, perchè essi agiscano conformemente a questo interesse, vale a dire virtuosamente. Dopo di che la virtù altro non è che la conoscenza del vero utile, cioè del bene. Perciò essa si può insegnare. Del fatto che nel petto dell'uomo, accanto alla fredda ragione, esistono anche delle passioni, Socrate non si diede alcun pensiero; come egli si dominava completamente, così esigeva che facessero gli altri.

Occorreva però stabilire che cosa fosse utile per noi; e questo Socrate considerò come il suo compito più importante. Egli credette di poterlo assolvere indagando « quel che propriamente fosse ciascuna cosa », e ritenne che a tal uopo bastasse precisare con una definizione ogni concetto che era espresso dal linguaggio. Egli non comprese che con tale metodo non si può pervenire ad acquistare il sapere, ma tutt'al più ad ottenere una terminologia scientifica, e quindi tutto si risolse in un gioco di parole. È questa la causa per cui l'intera socratica riesce tanto ingrata a noi moderni. Naturalmente egli trovò quel che andava cercando coscientemente od incoscientemente, la conferma della morale vigente nel popolo; al di sopra di essa egli non si è elevato. Questa morale pertanto è conforme alla volontà divina; ed è perciò che Socrate dice pure che noi dobbiamo agire virtuosamente, non perchè questo ci è utile, ma perchè è grato agli Dei. È qui la vera e propria sostanza della dottrina socratica.

Naturalmente anche l'esistenza degli Dei, come tutto il resto, esige la prova; Socrate, seguendo Anassagora, la trova nell'ordine opportuno del mondo, che non può essere se non opera di un autore intelligente; oltre a ciò egli si richiamava al consensus gentium. Del resto non si interessò ulteriormente ai problemi teologici ed accettò in tutto e per tutto le forme della religione vigente; anche riguardo alle cose d'oltre tomba non istituì speculazione di sorta, perchè, egli diceva, non se ne poteva saper nulla.
Un uomo simile doveva necessariamente farsi molti nemici; quanti infatti non potevano perdonargli di averli messi nell'agone della discussione con le spalle a terra; e per di più egli non aveva mai fatto mistero del disprezzo che nutriva per gli ordinamenti pubblici vigenti e per gli uomini che si trovavano alla testa delle cose. Tanto vero che non mancarono neppure gli attacchi diretti contro la sua persona; così ARISTOFANE scrisse una apposita commedia contro di lui (le Nuvole, rappresentata nel 423), nella quale reclama addirittura un tribunale d'inquisizione.

Malgrado ciò Socrate riuscì a vivere in Atene indisturbato sino al settantesimo anno. Soltanto la democrazia restaurata dopo la caduta dei trenta procedette contro di lui; fu accusato di negare l'esistenza degli Dei dello Stato e di corrompere la gioventù col suo insegnamento. Fra gli accusatori il più influente era Anito, un ricco conciapelli, che verso la fine della guerra del Peloponneso era arrivato alla carica di stratega, poi aveva guidato a fianco di Trasibulo gli esiliati democratici a File ed al Pireo e da quel tempo era divenuto uno degli uomini politici dirigenti; egli, personalmente stimabile per carattere, era evidentemente convinto sinceramente del pericolo che le dottrine socratiche presentavano per lo Stato, dottrine di cui, data la deficienza in lui di una cultura elevata, non comprendeva nulla. I giudici naturalmente per la maggior parte ne capivano anche meno; malgrado ciò Socrate fu condannato con una maggioranza minima di voti, e se la sentenza suonò sentenza di morte fu soltanto dovuto al contegno sdegnoso dell'accusato. Probabilmente neppure Anito aveva avuto di mira di arrivare a tanto; per lo meno è certo che Socrate fu fatto custodire in prigione con così poca cura che gli sarebbe stato facile fuggire. Ma egli non volle saperne affatto di fuga, e così la sentenza fu eseguita (primavera del 399).

Per tutta la vita Socrate si era dedicato all'istruzione della gioventù, e non si stancava di metterli in guardia da quei presuntuosi che si davano grandi arie e importanza e che appropriandosi del nome di filosofi, pretendevano di essere sapientissimi in ogni scienza, si vantavano di poter argomentare su qualsiasi cosa, e vendevano i loro insegnamenti a carissimo prezzo. Socrate con il suo straordinario candore, si adoperava per screditare questi vanitosi parolai ignari di ogni scienza, ponendo loro semplicissime domande e ben presto li confondeva e li portava a sragionare. In questo modo li esasperò, cosicchè essi unirono i loro sforzi per abbatterlo, e quando venne l'occasione furono solleciti a procurargli la condanna.

Ma il processo di Socrate partorì l'effetto contrario a quello voluto da colui che lo aveva provocato. Fu infatti soltanto col martirio subìto dal maestro che le dottrine socratiche ottennero la vera consacrazione; i suoi discepoli levarono d'ora in poi verso di lui gli occhi come verso un santo e, ciascuno a suo modo, proseguì la sua opera. Ne venne che la socratica nel corso del decennio successivo diventò una delle forze che diedero l'indirizzo alla vita intellettuale della nazione. E mentre Socrate si era limitato all'insegnamento orale e non aveva lasciato scritti, quindi non aveva esercitato la sua influenza che su una ristretta cerchia di persone, i suoi discepoli si rivolsero al gran pubblico. Il loro scopo dapprima non fu altro che di rendere accessibili al pubblico i dialoghi tenuti da Socrate e di farlo il più possibile nella forma semplice da lui usata, giacchè appunto in essa era riposta in gran parte la loro particolare efficacia di persuasione.
Così il dialogo divenne la forma d'arte propria della letteratura socratica. In essa campeggia sempre quale figura principale che guida l'andamento del dialogo lo stesso Socrate. Pubblicarono dialoghi di questo genere gli ateniesi Eschine e Senofonte, l'eleate Fedone ed altri, attenendosi strettamente a quanto aveva insegnato il maestro, benchè naturalmente, a ragion veduta o no, vi abbiano aggiunto non poco del proprio.

Della forma medesima si servirono poi anche quelli fra i discepoli di Socrate che si diedero a svolgerne ulteriormente la dottrina con lavoro originale; anche qui la figura principale é sempre Socrate, ma la dottrina che forma la sostanza dei ragionamenti non è più la dottrina di Socrate, ma quella del suo discepolo. Molti di questi dialoghi, specialmente i dialoghi di Platone, sono dal punto di vista dello stile opere d'arte di primo ordine, ma essi, malgrado tutta l'arte impiegatavi, non riescono a farci dimenticare che si tratta di dialoghi finti e a darci l'illusione del dialogo vero; alla lunga l'eterno succedersi di domande e risposte diviene insopportabile. Platone stesso deve aver sentito questo inconveniente ; per lo meno è certo che nei suoi ultimi scritti egli ha conservato la forma di dialogo soltanto come una veste esteriore, mentre nella sostanza espone concatenatamente la sua dottrina.

Socrate non aveva mai pensato a ridurre a sistema la sua dottrina; ciò non fu fatto se non dai suoi discepoli. Fra coloro che si cimentarono a tale compito, quelli che più da vicino si attennero all'insegnamento del maestro fu l'ateniese ANTISTENE (436-360). Egli era stato in origine retore, scolaro di Gorgia, e soltanto in età matura si era messo al seguito di Socrate. Egli elevò a principio direttivo del vivere umano quella completa mancanza di esigenze che il maestro aveva mostrato. "Tutte le cose esteriori -egli dice- sono indifferenti, quanto più ce ne renderemo indipendenti, tanto più saremo liberi e quindi felici. Quel poco di cui realmente abbiamo bisogno nella vita è facilmente procurabile; un pezzo di pane ed un mantello, sia pur misero e consunto quanto si voglia. Gli animali e i selvaggi invero non vivono altrimenti eppure spesso sono più sani di noi uomini inciviliti. Futili del pari sono tutte le differenze sociali; tutti gli uomini sono fratelli, lo schiavo vale precisamente altrettanto quanto l'uomo libero, purché possegga il retto giudizio, cioé la virtù".

A modello di virtù etiche Antistene proponeva Ercole, ma ripudiava la religione comune siccome immorale e, non sgomento della sorte toccata al maestro, ebbe il coraggio di dirlo apertamente. « Se potessi trovare Afrodite, la ucciderei », diss'egli ad un tratto. Vero è che nemmeno lui seppe emanciparsi dall'autorità di Omero; é perciò si studiò di dimostrare che i postulati principali della sua dottrina si riscontravano in lui, il che naturalmente non era possibile ottenere se non introducendovi le più audaci interpretazioni allegoriche. Antistene sostenne queste idee con la parola e con gli scritti, ma principalmente tentò diffonderle col suo esempio; peraltro, data la rigida austerità dei suoi postulati, non riuscì a raccogliere attorno a sè che una piccola schiera di seguaci. Dal ginnasio del Cinosarge, un sobborgo di Atene, dov'egli insegnò, i suoi seguaci furono più tardi chiamati cinici, nome che loro si attagliava a perfezione anche perché essi non vivevano in realtà meglio dei cani.

Fra gli scolari di Antistene, DIOGENE di Sinope (413-323) superò il maestro per assenza di bisogni e per rigorismo, e per questo esercitò su molti un fascino demoniaco; vero é che altri lo chiamavano un «Socrate da manicomio». Ad ogni modo egli divenne uno degli uomini più famosi di tutte le età, popolare per la sua stravaganza dei costumi e la spregiudicata indipendenza verso le istituzioni e i potenti. Proprio per questo suo atteggiamento, sul piano sociale Diogene predica un comunismo estremo, esteso alla comproprietà delle donne e dei figli; il suo era un messaggio rivoluzionario, che costituì un preludio all'etica stoica e (per qualche aspetto) a quella cristiana.

Tenne una via diametralmente opposta ARISTIPPO di Cirene (435-366). Anch'egli, quando si fece uditore di Socrate, era uomo già maturo, sofista e retore, e non subì che un'influenza superficiale dalle dottrine socratiche. Egli era un esteta, che considerava quale sommo bene il piacere; salvo che, egli diceva, non dobbiamo a tal riguardo lasciarci trascinare dalle passioni, ma dobbiamo godere con giudizio; il saggio deve soprattutto sapersi dominare. Egli si mostrò indifferente ai problemi religiosi, e si curò poco anche di diffondere la sua dottrina; salvo sua figlia, non lasciò discepoli. Tuttavia il suo sistema ebbe più tardi non pochi seguaci ed esercitò specialmente una grande influenza sopra EPICURO (341-270 a.C.)

Ma l'allievo di Socrate che sorpassa di gran lunga gli altri in grandezza è PLATONE (427-347). Appartenente ad una stimabile famiglia ateniese, strettamente imparentata con Crizia, Platone condivideva pienamente col suo maestro l'avversione alla democrazia dominante, tanto che si astenne da ogni partecipazione pratica alla vita pubblica. Per converso egli, al pari di tanti altri suoi contemporanei, disegnò una costituzione modello, che non lascia nulla a desiderare in fatto di radicalismo, ma in fondo altro non è che la costituzione spartana idealizzata. La speranza di poter vedere realizzati questi suoi disegni lo condusse a Siracusa alla corte di Dionisio. Quando si convinse alla fine della inattuabilità del suo ideale politico, elaborò in tarda età un secondo progetto di costituzione, nella quale ha maggiore riguardo per le condizioni sociali esistenti al suo tempo, ma che naturalmente rimase lettera morta altrettanto quanto il primo.

Potentissima invece fu l'influenza esercitata da Platone sullo svolgimento del pensiero greco. La sua stessa posizione sociale gli permise di formarsi un orizzonte più vasto di quello che aveva avuto dinanzi agli occhi il suo maestro, e lo salvaguardò da quella unilateralità alquanto modesta che si riscontra in Socrate. Vero è che egli condivise pienamente con lui il disprezzo per le scienze della natura e per tutti i sistemi che vi si basavano; ma non per questo egli rinunziò alla concezione del sistema dell'universo. A tal uopo egli prende le mosse dal metodo socratico della determinazione dei concetti; queste astrazioni poi in lui si condensano in entità aventi una esistenza a sè, in « idee », come egli le chiamò. Esistono secondo lui altrettante idee quante sono le specie di concetti; l'idea del cavallo, del sudiciume, della piccineria, della malvagità; l'idea somma è quella del bene che sta alla pari con quella della divinità. Il mondo sensibile sorge dal fatto che l'«artefice dell'universo» riproduce nella materia le idee.

Anche nei riguardi delle cose d'oltre tomba Platone non volle tenersi pago all'agnosticismo socratico. Chè anzi seguì le dottrine orfico-pitagoriche della trasmigrazione delle anime. Ne derivò che naturalmente la sua etica assunse un carattere diverso dell'etica socratica. Anche Platone crede che soltanto il sapere può condurre alla virtù, e soltanto la virtù alla felicità; ma, mentre Socrate aveva tenuto presente solo la vita di questo mondo, per Platone tutto ciò si risolve in una preparazione alla vita dell'al di là. Così il nucleo religioso della dottrina socratica è giunto in Platone al suo pieno svolgimento ed ha impreso quella via che coll'andare del tempo condusse poi al cristianesimo.

A sede dell'esercizio della sua attività di maestro Platone si scelse il ginnasio dell'Accademia alle porte di Atene. Qui ben presto affluirono in gran numero i giovani da ogni parte del mondo greco, e molti di essi furono più tardi i corifei della vita intellettuale della nazione. Nel ginnasio dell'Accademia, oltre alle discipline filosofiche, si insegnava come propedeutica anche la matematica. In seguito Platone acquistò vicino al ginnasio un giardino che rimase poi per secoli la sede della sua scuola; egli con ciò divenne il fondatore della prima università.
Accanto all'opera di insegnante, Platone spiegò un'attività letteraria molto feconda. Nessuno dei suoi predecessori e contemporanei ha scritto tanto, se si eccettua il solo Democrito. Per lo più i suoi sono brevi scritti polemici, tendenti a combattere ad oltranza le dottrine dei « sofisti » e delle altre scuole socratiche. Opera di maggior mole egli non ne compose se non sull'argomento che più gli stava a cuore e per il quale invece aveva la minore vocazione, la riforma dello Stato e della società.

Per quanto immensa sia stata l'influenza che la dottrina di Platone ha esercitato anche sullo svolgimento del pensiero umano posteriore, pure essa era troppo al di fuori del mondo per poter avere una efficacia profonda sui suoi contemporanei. La vita intellettuale del IV secolo non porta lo stampo della socratica, ma della sofistica; e questo già per la circostanza che la sofistica perseguiva in prima linea scopi pratici. Protagora, è vero, morì mentre era tuttora in corso la guerra del Peloponneso; ma PRODICO, IPPIA, TRASIMACO, GORGIA, sopravvissero di alcuni decenni alla fine della guerra, e rimasero sino alla loro morte i più celebrati intelletti dell'Ellade. Dalla scuola di Trasimaco uscì l'ateniese POLICRATE, che seguendo l'esempio del suo maestro pubblicò orazioni destinate a servir da paradigma; fra l'altro egli scrisse una requisitoria contro Socrate a giustificazione della sua condanna, e questa naturalmente provocò una viva polemica dall'altra parte. Se non che la semplicità della dizione, in uso nella scuola di Trasimaco, non corrispondeva al gusto dell'epoca, e quindi l'indirizzo di Gorgia ebbe il sopravvento.

Fra i numerosi discepoli di lui salì alla massima fama l'ateniese ISOCRATE (436-338) ; egli divenne per i contemporanei (e per i posteri il vero e proprio modello classico dell'eloquenza, ed ha esercitato sullo svolgimento della prosa greca, e per conseguenza della prosa di tutti i popoli civili, una influenza decisiva, anche perchè campò quasi cent'anni. A questo risultato egli giunse con l'attenersi alla sostanza dello stile gorgiano, alla maniera artefatta del periodo, che però spogliò di quel sovraccarico di ornamenti di cui si era compiaciuto Gorgia. Certo, inutilmente cercheresti in lui vigore di affetti ; le sue orazioni, le quali del resto non erano in gran parte destinate affatto ad essere pronunziate, sono lavori di tavolino accuratamente architettati. Ma appunto per questo ci lasciano freddi mentre fra i contemporanei incontrarono ammirazione sconfinata.
Da vicino e da lontano affluirono a lui i discepoli, per la massima parte appartenenti alle più elevate classi sociali; ed i suoi successi come maestro non furono minori di quelli ottenuti come scrittore. E benchè egli impartisse ai suoi scolari una educazione principalmente formale, pure non mancò di porre ogni studio per farne dei forti caratteri. Alla fine della sua lunga carriera egli poteva vantarsi che una larga serie degli uomini che si trovavano alla testa della nazione doveva a lui la sua educazione. Egli esercitò sulla sua epoca un'influenza assai più profonda che non Platone, cosa che a quest'ultimo seppe non poco amara. La ragione di ciò sta non solo nel fatto che Isocrate insegnava un'arte di utilità pratica immediata, ma sopra tutto nella circostanza che egli tenne l'occhio rivolto costantemente alla vita reale ed ai bisogni del momento, mentre Platone si costruì un mondo ideale. L'uno pertanto visse per il presente, l'altro per il lontano avvenire.

Oltre all'insegnamento, anche l'avvocatura offrì ai sofisti un campo di attività assai rimunerativo. Molti di essi si cimentarono in ambedue i campi; ma si sa che in generale un buon teorico riesce un cattivo avvocato e viceversa. Per conseguenza l'arte forense ben tosto si specializzò. Gli avvocati avevano già precocemente usato pubblicare o far pubblicare le loro arringhe come modelli. Così aveva fatto ANTIFONE, quello stesso che fondò ad Atene l'oligarchia dei quattrocento, a giudizio di TUCIDIDE il più grande avvocato del suo tempo, ma tuttora impigliato nell'ampollosità retorica che è caratteristica degli inizi della sofistica ed alla quale non seppe sfuggire neppure lo stesso Tucidide. In seguito, dopo la restaurazione della democrazia, pubblicò le sue orazioni Lisia, seguace dell'indirizzo di Trasimaco; egli, rinunziando deliberatamente ad ogni pompa retorica, seppe ottenere i massimi effetti coi più semplici mezzi stilistici ; vero è che fu anche un cavillatore scaltro e senza coscienza, per il quale ogni mezzo era buono purchè potesse tornar utile alla causa del suo cliente.

Anche Isocrate cominciò la sua carriera come avvocato, ma s'accorse ben presto che non era nato per questa professione. Nel corso poi del cinquantennio successivo Atene produsse una lunga serie di avvocati di prim'ordine, le cui orazioni vennero più tardi giustamente giudicate come opere classiche. Fra essi il primo posto spetta a DEMOSTENE (384-322) e ad IPERIDE (380-322 circa) ; ambedue furono pure fra i più eminenti parlamentari della loro epoca e vanno debitori della loro fama letteraria più alle orazioni tenute dinanzi all'assemblea popolare che alla loro eloquenza forense. Mentre Demostene riesce efficace principalmente per la foga degli affetti, noi ammiriamo in Iperide la semplicità e naturalezza e la trasparente chiarezza dello stile.

Sta pienamente alla pari con entrambi, ESCHINE (circa 390-320), che era venuto su come funzionario amministrativo e prese parte attiva alla vita politica, senza peraltro professare l'avvocatura; delle sue stesse orazioni non ne pubblicò che tre, ed anche queste soltanto per il fatto che le aveva pronunziate in causa propria, per giustificarsi dinanzi all'opinione pubblica. Esse, per la loro grazia e finezza prettamente attica, son forse tutto ciò che di più perfetto è pervenuto sino a noi dell'eloquenza greca. Certo noi non dobbiamo esigere da questi uomini la professione di principii morali eccessivamente rigidi ; si pensi che erano avvocati e uomini politici, e come tali non ebbero scrupolo di «far divenir la migliore quella che era la causa peggiore», se ciò tornava utile ai loro fini. Se quel che dicevano era poi vero o no, riusciva loro perfettamente indifferente.


LA STORIOGRAFIA

Un altro campo letterario che ora divenne dominio esclusivo dei sofisti fu la storiografia. TUCIDIDE (460 o 455-396) aveva già aperto la serie; egli a dire il vero non era sofista di professione, ma un gran signore, guerriero ed uomo di Stato pratico, e quindi potè creare un'opera che forse se non fu mai eguagliata nell'antichità, certamente non fu mai superata.
Era nato ad Atene, alcuni dissero ch'egli discendesse dalla casa del gran Milziade che si segnalò nella prima guerra coi Persiani, altri dissero discendente dal tiranno Pisistrato.
Il genio per lo studio e l'amore per la gloria furono le passioni che a preferenza di qualunque altra s'impadronirono dell'anima di Tucidide. Si racconta che trovandosi a Olimpia a udire ERODOTO (485-425) prerompesse in lacrime, e che da quel momento facesse il serio proponimento di studiare e scrivere. Tuttavia si dedicò anche alla vita pubblica e nel 424 comandò la flotta ateniese per proteggere le coste della Tracia contro gli Spartani, la quale tuttavia riuscirono a sbarcare ad Anfipoli e a occupare la città; Tucidide incolpato di negligenza, fu condannato all'esilio dove restò per venti anni. Rientrò in patria nel 404, al termine della guerra.
Nel luogo del suoi esilio iniziò a scrivere una "Istoria" affatto imparziale dei più importanti avvenimenti. Fu così diligente nel redigere i suoi scritti, che non risparmiò né fatiche né spese per procurarsi i documenti autentici, indispensabili alla sua opera. Una "Istoria" divisa in otto libri sulla guerra del Peloponneso, che però s'interrompe nell'anno 411 e che fu poi continuata da Teopompo e da Senofonte.
Nella sua opera Tucidide unì alla profondita del pensiero il genio dell'artista e il rigore del metodo scientifico. Si sforzò di stabilire la verità dei fatti e di ricercarne le cause. Volle che la sua opera fosse utile, secondo l'antico concetto della storia, perchè il lettore potesse giudicare il passato e prevedere il futuro.
Le molte lodi a questa sua opera sono anche per il metodo energico delle sue nazrrazioni, e per il fuoco, sempre uguale, col quale anima le sue descrizioni, con dolcezza di stile, con la grazia e l'eleganza dell'espressione. Le notizie che offre non sono soggette ad essere reputate né dubbie né alterate; Tucidide è ammirabilmente imparziale tanto verso i suoi concittadini, quanto verso i partigiani di Cleone che tanto si diede da fare per farlo bandire da Atene.
Ad Atene tornò dopo il suo esilio, ci visse gli ultimi suoi giorni e all'età di ottanta anni vi morì.

Un successore non indegno di Tucidide fu FILISTO da Siracusa, l'amico e il ministro dei due Dionisi; questi scrisse la storia della sua isola natale, trattando, come è naturale, con particolare amore la storia dei suoi tempi nella quale egli aveva avuto parte così eminente.

L'opera di TUCIDIDE, come abbiamo detto sopra, rimasta incompleta, trovò un continuatore nel socratico SENOFONTE (430-354), che in grazia della carriera militare percorsa fu spinto ad occuparsi di storia, un ramo d'attività intellettuale cui si tennero completamente estranei tutti gli altri discepoli di Socrate. Partito giovanissimo nell'assedio di Ciro, alla sconfitta e morte di questi si trovò improvvisamente a organizzare e guidare -poi la narrò- la ritirata dei diecimila Greci dall'interno dell'impero persiano fino in patria, in un libro assai celebrato (Anabasi) il quale mette l'autore in un'evidenza maggiore di quel che comporterebbero i suoi meriti, per quanto lodevoli certamente essi siano stati.

Poi si dedicò alla incompleta opera di Tucidide, ma Senofonte non era affatto pari al compito di completare un'opera come quella; egli ci offre poco più di una raccolta di materiali, quelli che il caso gli aveva messi a portata di mano. Portati assai notevoli si ebbero poi, nell'epoca di Filippo e di Alessandro, ad opera degli allievi di Isocrate, EFORO di Cuma nell'Eolide (400-330), e TEOPOMPO di Chio (378-304). Eforo, previo un vasto apparato di indagini, iniziò a scrivere una storia universale in 30 libri, compito questo al quale nessuno si era ancora cimentato. Egli lasciò da parte come fuori del campo della storia vera e propria i tempi mitici e cominciò la sua narrazione per quanto concerne la Grecia dal « ritorno degli Eraclidi » nel Peloponneso, mentre persino un Tucidide aveva tuttavia considerato la guerra troiana come un fatto pienamente storico. Anche in altri riguardi egli espresse principii critici perfettamente esatti, benchè poi, come di solito avviene, non li abbia sempre seguiti. A lui però mancava il requisito più essenziale per uno scrittore di storia; egli era un semplice erudito e non si intendeva affatto di cose politiche e specialmente di cose militari. Tuttavia ciò non menomò il successo della sua opera presso i contemporanei ed i posteri; del resto quel che essa offriva era qualcosa di assolutamente nuovo, una enciclopedia del sapere storico in tutto lo splendore della elocuzione isocratica; la storia greca più antica in seguito visse nella coscienza della nazione ellenica sostanzialmente così come la aveva narrata Eforo.

TEOPOMPO al contrario fu uomo pratico, un oratore di fama panellenica ed uno degli uomini politici dirigenti della sua città natale che aveva relazioni con tutti i maggiorenti della sua epoca. E pertanto -più tardi- egli si pose a narrare la storia di quest'epoca. La trama principale di questo racconto fu, come è naturale, costituita dalle gesta di Filippo di Macedonia ("Storie Filippiche") che avevano aperto un nuovo periodo storico; egli però prese in considerazione, non solo gli avvenimenti militari ed i negoziati diplomatici, cosa cui ancora si era limitato Tucidide, ma anche la storia interna degli Stati ("Storie Elleniche"). Peraltro, dato il carattere passionale dell'autore, l'opera era ben lungi dal presentare un colorito di rigorosa obiettività; essa era piena di smodate invettive, ma deve appunto perciò aver costituito una lettura attraentissima, ed infatti essa fu sempre considerata come uno dei primi capolavori della storiografia greca.

La metafisica e l'etica, se anche furono coltivate nelle scuole dei retori, lo furono soltanto come materie accessorie, e quanto alle scienze naturali e alla matematica, gli stessi fondatori della sofistica non se ne erano impregnati. La scuola di Democrito, al quale le scienze naturali andavano debitrici di così grandi portate, si immerse dopo la morte del maestro sempre più in una sterile scepsi. Invece la matematica e l'astronomia furono al pari di prima coltivate con ardore nella scuola pitagorica. La sua teoria della forma sferica della terra fu ora generalmente accolta nella scienza, e con ciò fu posta la base all'edificio di una geografia scientifica, la cui erezione venne infatti immediatamente intrapresa da ARCHITA di Taranto (428-347) - ultimo pitagorico - trovò la soluzione geometrica della duplicazione del cubo) e da EUDOSSO di Cnido (408-355 - elaborò la teoria delle proporzioni, esposta poi da Euclide), i due più grandi matematici di quest'epoca. Il pitagorico ECFANTO di Siracusa progredì persino al punto di illustrare il movimento della terra attorno al suo asse.
ERACLIDE da Eraclea del Ponto (390-310 - fondatore di una scuola di Eraclea), allievo di Platone, lo seguì su questa via e lo sorpassò perfino, sostenendo che i due pianeti interni Mercurio e Venere si muovono attorno al sole; egli arrivò quindi ad un passo dall'intuire il sistema eliocentrico (Copernico lo citò tra i suoi precursori)

Fuori di qui però queste dottrine incontrarono una quasi generale ripulsa; persino un uomo come Eudosso si mostrò chiuso ad esse, e per spiegare il movimento dei pianeti preferì ricorrere alla teoria che i corpi celesti circolassero su 27 sfere concentriche, situate intorno alla terra immota nel centro dell'universo ; ciascuna di queste sfere aveva, oltre alla rotazione giornaliera attorno alla terra, anche un movimento proprio comune a tutte. Vero è che ben presto si avvide che le 27 sfere non bastavano; ed allora il numero di esse fu via via aumentato a 56, finchè alla fine, verso il 200 a. C., APOLLONIO di Perge distrusse tutto questo sistema artificioso di universo incassato in una serie di cavi sferici e vi sostituì la sua teoria degli epicicli (il così detto «sistema tolemaico»).

Le scienze biologiche, come è naturale, furono principalmente coltivate nel campo dei medici. Anche a questo riguardo spetta ad Eudosso uno dei primi posti; ed accanto a lui al suo allievo CRISIPPO. Però la scuola di Cnido, alla quale essi appartenevano, non riuscì ad eguagliare quella di Cos. Qui vi dominarono, é ben vero, incondizionatamente le teorie del grande Ippocrate, tanto che i suoi seguaci poterono essere addirittura caratterizzati col nome di « dogmatici » ; ma parecchi di loro, come DIOCLE di Caristo e PRASSAGORA di Cos, furono tuttavia uomini di notevole dottrina che apportarono contributi molto validi all'anatomia ed alla fisiologia. Peraltro in queste scuole si continuò a rifuggire dal sezionamento del cadavere umano; e quindi Prassagora fece partire i nervi dal cuore e fu avverso alla teoria, affermata già cento anni prima dal pitagorico ALCMEONE da Crotone, che il cervello fosse la sede della facoltà di pensare.

È ad un medico, ARISTOTELE da Stagira (384-322), che la filosofia greca va debitrice di non essersi sin da allora sprofondata nelle paludi della teologia e della scepsi (atteggiamento mentale di dubbio conoscitivo, che però può essere punto di partenza per un' ulteriore e più approfindita ricerca). Suo padre Nicomaco era medico del re alla corte macedone; ma il figlio non si sentì attratto dalla professione paterna, ed appena divenuto maggiorenne (367) si recò ad Atene, dove per l'appunto Platone era all'apogeo della sua gloria; gli rimase accanto, discepolo fedele, sino alla sua morte (347). Ma anche qui Aristotele alla lunga non trovò quel che cercava

Platone nei suoi anni più vecchi si immerse sempre più nella mistica pitagorica dei numeri, e suo nipote SPEUSIPPO, che dopo la morte gli successe nella direzione dell'Accademia, si inoltrò ancora su questo stesso terreno oltrepassando il suo maestro. In questa atmosfera nebulosa Aristotele non poteva sentirsi a suo agio; egli quindi abbandonò Atene e poi aderì all'invito fattogli dal re Filippo di Macedonia di assumere la cura dell'educazione dell'erede del trono Alessandro (343).
Ma non seppe togliersi dal cuore Atene; appena finita la sua missione ed appena le condizioni politiche lo permisero, egli vi ritornò ed aprì una scuola propria nel ginnasio del Liceo (335). E qui insegnò, circondato da una numerosa schiera di discepoli, per lo spazio di dodici anni, finchè l'insurrezione di Atene contro la Macedonia, avvenuta dopo la morte di Alessandro, lo costrinse a cercar rifugio in Calcide (323); qui vi mori poco dopo di malattia (322).

Nella sua gioventù Aristotele scrisse dei dialoghi, alla maniera di Platone, che vediamo, celebrati come opere d'arte stilisticamente perfette, ma che non sono arrivati sino a noi; in seguito l'insegnamento non gli lasciò tempo di scrivere nulla di simile e fu costretto a limitarsi a redigere le sue lezioni, ovvero a farle redigere dai suoi scolari, e quindi la forma vi fu naturalmente trascurata. Nessun altro pensatore greco, salvo Democrito, ha posseduto tanta versatilità d'ingegno quanto lui; le lezioni di Aristotele abbracciarono tutto il campo del sapere del suo tempo, ad eccezione soltanto della matematica e della medicina, ed in ogni ramo egli ha fatto opera fondamentale. I suoi scritti occupavano circa 400 rotoli di papiro, mentre Democrito e Platone non ne lasciarono che circa 50 per ciascuno.

Il sistema filosofico di Aristotele è un compromesso fra la dottrina di Platone e le esigenze delle scienze naturali. Le « idee » sono state da lui trasportate dal mondo trascendentale nel mondo reale. Tutte le cose, egli dice, constano di materia e di forma, ma l'essenziale è la forma, poichè una materia senza forma non è concepibile, mentre è ben concepibile una forma senza contenuto di materia. Pertanto la materia informe esiste solo potenzialmente; essa diviene reale sol quando assume una forma. La materia inoltre oppone resistenza agli sforzi della forma di realizzarsi in essa, e quindi esistono due specie di tutti i fenomeni ; cause finali che procedono dalla forma, e cause meccaniche che procedono dalla materia. Però le forme non sono fra loro equivalenti; le forme inferiori dipendono dalle superiori, e quindi risalendo nella scala di esse si arriva alla fine ad una forma suprema, la quale non è altro che forma, scevra di ogni contenuto di materia, e che, immota essa stessa, è la generatrice di ogni movimento. Questo « primo movente », come lo chiamava Aristotele, è identico con la divinità.

Con questa teoria peraltro il concetto della divinità evapora completamente, giacché un essere supremo che dà soltanto l'impulso alla formazione dell'universo, ma non si dà, ulteriore pensiero del suo andamento, non può più formare oggetto di una religione. Altrettanto profondamente si stacca il pensiero di Aristotele dalla dottrina platonica dell'anima. L'anima è per lui la « forma » del corpo; tuttavia essa è composta di diverse parti. Le parti dell'anima di grado inferiore, che noi abbiamo comuni con le piante e con gli animali, nascono in una col corpo per via della generazione e quindi muoiono anch'esse col corpo; invece l'elemento più elevato dell'anima, la ragione, penetra nel corpo « dal di fuori » e perciò non resta coinvolto nella distruzione del corpo. Siccome poi tutto ciò che costituisce la nostra individualità, memoria, fantasia, sentimenti piacevoli e dolorosi, la stessa volontà, vanno annoverati fra le parti inferiori dell'anima, ne viene che per Aristotele non è possibile parlare di una immortalità personale; ciò perchè la ragione, che sola rimane dopo la morte, non è capace di sensazioni di sorta.

Coerentemente a queste dottrine, l'etica aristotelica è priva di qualsiasi sostrato teologico. Il sommo bene è la felicità, che si può raggiungere agendo conforme a ragione, e - più precisamente la felicità massima sta nella coltivazione della scienza. « Virtù » è quella qualità dell'anima che ci rende capaci di agire rettamente; per acquistarla non basta, come, riteneva Socrate, la mera conoscenza delle cose, ma occorre che la volontà sia dall'abitudine indotta ad ubbidire alla ragione. Una vita felice poi presuppone anche un ordinamento dello Stato conforme a ragione. Lo Stato ideale, ambito da Platone, è peraltro inattuabile; occorre tener conto delle condizioni sociali quali sono di fatto. La dottrina dello Stato quindi deve muovere dallo studio dello stato di cose esistente.

A questo scopo Aristotele fece raccogliere dai suoi discepoli moltissimo materiale, la descrizione di 158 costituzioni che pubblicò per renderne possibile a tutti l'utilizzazione. In base a questi materiali egli scrisse poi la sua « Politica », la quale appunto per il metodo induttivo da lui adoperato, divenne il modello cui si uniformarono tutti gli altri studi dello stesso genere. Il risultato naturalmente fu che nessuna costituzione é di per sè buona o cattiva, purchè non degeneri in un predominio assoluto di una classe ; la garanzia massima di buon governo è offerta da una forma di Stato che pone il potere nelle mani della classe media; è questa perciò per Aristotele la « costituzione » (o politie) per eccellenza.

Il suo libro poi svolge i principii di una teoria del diritto pubblico; la sovranità dello Stato è suddivisa nei tre poteri che la esercitano, il potere deliberante, il potere esecutivo ed il potere giudiziario e sono esaminate le funzioni dei singoli organi corrispondenti. È singolare vedere come Aristotele in questi studi rimanga completamente schiavo dell'ordine di idee tradizionali che identificava lo Stato con la città; sembra che il suo sguardo non sappia elevarsi alla considerazione di figure più complesse di Stati, come il dominio attico e siracusano, per quanto la sua stessa città natale, Stagira, appartenesse al dominio soggetto al regno macedone, il quale appunto al tempo in cui egli scriveva la sua politica aveva ridotto ad unità l'Ellade su base federativa e portava le sue armi vittoriose nell'Asia.
Non meno fondamentale è l'opera compiuta da Aristotele col suo sistema di logica benchè esso sia molto formalistico e si limiti in sostanza al metodo di trarre dai principii generali le conseguenze particolari con esatte illazioni. A complemento della logica scrisse la sua teoria della retorica e poi anche una teoria dell'arte poetica, sulla base di indagini di storia letteraria che furono in seguito proseguite dai suoi discepoli.

In mezzo a tutte queste cure egli non trascurò di coltivare le scienze naturali. Nei suoi scritti zoologici egli ci ha dato una anatomia comparata, una fisiologia ed una sistematica naturale del regno animale, che nelle sue linee fondamentali ha avuto valore in tutti i tempi avvenire. Nel campo della botanica fece opera analoga, benchè neppure alla lontana di pari valore, il suo discepolo Teofrasto, servendosi in parte di ricerche e collezioni di materiali del maestro. Anche di fisica e di chimica Aristotele si occupò molto profondamente, tuttavia il suo indirizzo segna qui un regresso di fronte a Democrito, giacchè egli abbandonò l'idea dell'unità qualitativa dalla materia e tornò nuovamente alla teoria degli elementi. Nell'astronomia egli non vi portò concetti originali, anzi non fece che complicare di più la già complicata teoria dalle sfere di Eudosso, ripudiando invece la dottrina del movimento della terra attorno al suo asse. Giunse persino a ritenere le stelle esseri animati.
Con l'opera di Aristotele era restaurato il connubio tra la filosofia e le scienze naturali che dopo Democrito era rimasto troncato. Per quanto Aristotele fosse rimasto ancora impigliato nel platonismo, pure la via era tracciata, ed i suoi discepoli trassero tutte le conseguenze della dottrina dal maestro.

Meriti non minori si acquistò Aristotele nei riguardi dell'organizzazione del lavoro scientifico. Egli non si limitò ad insegnare, ma sopra tutto si studiò di allevare nei suoi discepoli dei collaboratori che associassero le loro forze convergendole tutte al raggiungimento di uno stesso scopo. Egli ebbe la fortuna di trovare nel suo successore TEOFRASTO (373-287) un uomo eminentemente adatto a proseguire proprio sotto questo riguardo l'opera del maestro. Sotto la sua direzione la scuola del Liceo divenne il centro di ogni indagine scientifica; sull'esempio di questa scuola fu allora istituito quel Museo alessandrino, nel quale la coltivazione delle scienze fondata da Aristotele trovò una sede duratura allorché la scuola d'Atene andò in decadenza.

Per gli approfondimenti sulla
FILOSOFIA vi rimandiamo ai link nella tabella dedicata

QUI ACCENNEREMO BREVEMENTE
LA POESIA - LA TRAGEDIA - LA COMMEDIA - L'ARTE - LA MUSICA
E INFINE ALCUNI ASPETTI ECONOMICI E SOCIALI

I Greci consapevoli del valore artistico della parola e della sua efficacia nella pratica della vita, curarono tale pregio e sentirono che la parola pur avendo sempre uno stesso valore acquistava importanza diversa a seconda delle condizioni nelle quali era usata. Nutrito dall'entusiasmo, il parlare diventa pieno di ritmica musicalità, un linguaggio che "crea", e dal verbo poièin che significa appunto fare, creare, chiamarono questo linguaggio poesia, cioè creazione.

Anche nella poesia i Greci toccarono vette sublimi, mai raggiunte da un altro popolo. Nella civiltà greca arte, mitologia, religione, filosofia, costituirono per molto tempo quasi una cosa sola; e non diventarono discipline distinte, autonome se non partecchi secoli dopo. Studiando la letteratura greca bisogna tener conto della quantità di opere e di aspetti che sembrerebbero non avere relazioni con il mondo esclusivamente letterario. Di più la mancanza di unità propria dei greci anche nel campo politico si riflette anche nel campo letterario. Pur possedendo chiara e ferma coscienza della loro origine comune i Greci non arrivarono mai a costituire uno Stato unitario. Ma il vincolo principale che collegò le varie stirpe dell'Ellade fu proprio la letteratura e la poesia. Il popolo greco come sappiamo era distinto in "città", diviso dall'origine, oscura, in alcune grandi stirpi che avevano tradizioni e disposizioni e dialetti diversi. Tre stirpi principali esercitarono una cospicua attività nel campo letterario; gli Ioni, gli Eoli e i Dori. Anche quando parliamo di lingua greca ci riferiamo al
dialetto attico, mancando, una vera lingua nazionale, essendoci solo dialetti parlati nelle varie regioni.
La stirpe degli Ioni ebbe la prevalenza morale sulla Grecia e il
dialetto ionico diede la base fondamentale del nuovo linguaggio, che a lungo andare diventò lingua nazionale, cioè una lingua comune, (o dialetto attico) quando la potenza politica dei Greci decadde e la civiltà ellenica si diffuse per i nuovi paesi.
Verso la fine dell'indipendenza greca, tutti o quasi, usarono, almeno scrivendo, il dialetto attico, pur continuando ognuno a servirsi del proprio per il discorso. Avvenne insomma nella Grecia quel che avvenne in seguito in Italia, dove il dialetto toscano prevalse e diventò la lingua italiana. E accadde come in Italia, vedi il nostro Manzoni, che andò a "risciacquare nelle acque dell'Arno" i suoi "Promessi Sposi"). Quando uno scrittore componeva una sua opera nel suo dialetto, per renderla più famosa, doveva necessariamente risciacquarla in
dialetto attico.

Retorica, filosofia e scienze speciali ebbero il predominio nella vita intellettuale del IV secolo; di fronte ad esse la poesia fu meno curata. Non è a dire che la produttività in questo campo sia però diminuita; la folla esigeva ora come prima che le fossero elargiti i suoi abituali trattenimenti teatrali ed a questo scopo vennero scritti anche in questo periodo innumerevoli drammi. Ma la tragedia rimase assolutamente schiava dell'indirizzo inaugurato da EURIPIDE (480-406), e naturalmente le imitazioni non poterono eguagliare l'originale, per quanto meritevoli di considerazione siano la opere di parecchi poeti di quest'epoca. Ne seguì che invalse l'uso di rappresentare accanto alle produzioni nuove anche tragedie del tempo classico, di regola naturalmente quelle di Euripide.

Migliori furono i contributi portati dalla commedia. Le commedie di ARISTOFANE (455-388) e dei suoi contemporanei con le loro continue allusioni ad avvenimenti dei propri tempi erano già divenute inintelligibili alla generazione venuta subito dopo di loro, e soprattutto non rispondevano più al sentimento dal decoro più raffinato della nuova epoca. Venne quindi abbandonato l'uso del costume grottesco dagli attori col suo fallo colossale e l'aziona scenica fantastica fu surrogata da una favola che, sebbene non badasse per il sottile alla verosimiglianza, pure si mantenne nei limiti dal possibile. Anche la tinta politica di questo genere d'arte andò sempre più dileguandosi, la commedia divenne uno spettacolo di carattere meramente civile, di intrattenimento (diremmo noi oggi "nazionalpopolare"), che perciò non ebbe più un determinato colore locale, di modo che le varia produzioni poterono essere date su tutti i teatri nonostante che esse, come avveniva di regola, fossero state principalmente create avendo in mira il pubblico ateniese. Nel complesso anche in questo campo la produzione non si elevò al di sopra del livello della mediocrità, finchè nell'epoca succeduta ad Alessandro non si ebbe in MENANDRO (342-290) un nuovo poeta classico della commedia.

Aristofane fu chiamato il principe della commedia antica, come Menandro fu detto quello della nuova.
Il primo quando venne col suo genio rinnovò e perfezionò la commedia. Egli diede al genere una forma del tutto singolare di queste rappresentazioni; con colori differenti trattò i medesimi soggetti. Si piangeva alla Niobe di Euripide, e si rideva a quella di Aristofane. Le commedie che compose furono una cinquantina di cui 11 a noi pervenute esprimenti la più schietta e briosa gioia di vivere. Fra queste ricordiamo le
Nuvole, il Pluto, gli Uccelli, le Rane, i Cavalieri, gli Acarnesi, la Pace, le Donne in Senato, Lisistrata, le Vespe e altre.
La prima elencata fu quella fatale a Socrate. E' controversa fra gli antichi scrittori se Aristofane si decidesse di porre in ridicolo Socrate in teatro, dietro le insinuazioni di Melito; oppure lo facesse per vendicarsi della disapprovazione che il filosofo dava intorno alle maniere indecenti con le quali il nostro compositore di commedie peccava a danno del pubblico costume. Comunque sia la cosa, è certo che nessun poeta fece dell'arte sua un così indegno traffico.

Aristofane compose espressamente per Socrate le
Nuvole. Nella commedia introduce un personaggio chiamato Socrate, il quale figura come un filosofo sciocco, ridicolo ed empio; gli fa parlare il linguaggio dell'impostura, e le più stomachevoli stranezze nel declamare alcume massime. Non contento di ciò lo rappresenta come un uomo che adora le nuvole che per lui sono la divinità. Inoltre lo dipinge mentre ammaestra con la retorica un giovane dissoluto, e i frutti di tale insegnamento sono che il giovane nega un debito al suo creditore, e percuote il proprio padre, provando al primo che nulla gli deve, ed al secondo che è rivestito di competente autorità per così trattarlo. Fa di Socrate un ritratto perfetto di un filosofo irreligioso e di un retore libertino. Un carattere che Aristofane regala gratuitamente al saggio Socrate per renderlo ridicolo e dispregevole al pubblico.
Questa rappresentazione eccitò il popolo che vi accorreva sempre in gran folla. A una rappresentazione prima che si svolgesse il processo a suo carico, ci andò anche Socrate, e nonostante la indegna parodia, mantenne l'impertubabilità fino alla fine, che poi al processo progredì fino all'eroismo. Certamente una prova luminosissima di fermezza d'animo.


Torniamo alla Poesia. Il primo periodo corrisponde all'età eroica con gli inni e le lodi agli dei. Nell'età monarchica cominciò ad esistere una poesia profana che cantava gli eroi, cioè la epica, con in mezzo tante leggende popolari che raccontavano e ingrandivano quelle imprese, aggiungendovi l'elemento meraviglioso. Erano questi gli
aedi e i rapsodi, e ve ne furono prima e dopo Omero. Lo stile è conforme all'indole semplice di quei tempi, anche se talvolta tocca la vera sublimità.
Dopo l'invasione dorica nel Peloponneso, vi fu in Grecia un gran movimento di popoli: si fondarono nuove colonie, divennero vivissimi i commerci; abbattuti i tiranni sorsero le repubbliche democratiche: e come l'epica aveva cantata le gesta dei re, sorse una nuova poesia che rappresentò i sentimenti del popolo, ormai giunto a libertà: questa nuova poesia fu la
lirica.
Al principio del IV secolo, ANTIMACO di Colofone, ardì contrapporre con la sua Tebaide all'epopea omerica un'epopea moderna, e con la sua Lyde (poema erotico) una elegia moderna alla elegia ionica. Presso i suoi contemporanei egli incontrò poco successo, benché non gli sia stato negato il plauso dei migliori. E perciò appunto fu suo il futuro. Un secolo dopo la Lyde era su tutte le bocche, ed essa ha esercitato una influenza decisiva sullo svolgimento della letteratura nell'epoca alessandrina. Per il momento Antimaco non trovò successori; l'epopea non venne ulteriormente perfezionata e la lirica si limitò a comporre libretti per musica.

Ma prima che sorgesse la vera lirica, vi fu una poesia che i Greci non consideravano tale: essa consiste nelle elegie nel giambo, due generi di tenore opposto.
L' "
elegia" era nata come lamento funebre, servì in seguito a esprimere i contenuti più vari: patriottico, amoroso, civile, narrativo-celebrativo, ed erotico-erudito.
Il "
giambo" era invece un genere tipico dell'invettiva (sembra che il suo inventore fu Archiloco di Paro - VII sec . a.C. - il poeta dell'amore e dell'odio). La poesia giambica era comparsa nella commedia attica antica, poi cedendo all'epigramma la sua iniziale virulenza, si traformò in semplice parodia. Solo molto più tardi ritornò all'antico spirito con Catullo, Orazio, Marziale; fino ai tempi moderni con Carducci.

A proposito della poesia giambica è opportuno parlare anche della favola sviluppatasi nel Vi sec. I Greci venendo dall'Asia, in quei luoghi appresero alcune favole, poi con la loro fantasia le seppero abbondantemente moltiplicare, per esprimere velatamente e allegoricamente molte verità morali. Venne un ESOPO di origine Frigia, il quale girando per i vari luoghi della Grecia imparò a conoscere quasi tutte le favole, alcune delle quali erano note solo localmente: e, aggiungendone altre di sua invenzione, le andò poi tutte raccontando. Infatti Esopo non scrisse favole, egli va definito come raccoglitore e compositore di favole a voce. Solo più tardi e in questi tempi dell'erudizione ( IV sec.), alcuni osservando l'importanza delle favole, credettero opportuno di farne raccolta per iscritto e così nacquero diverse raccolte di favole cosiddette
esopiche.
Altre le scrissero Esiodo, Archiloco, Simonide d'Amorgo, Babrio. All'inizio del I sec. a introdurre le favole presso i Romani fu poi Fedro, un macedone che era giunto a Roma come schiavo di Augusto.
Sono tutte favole che sono degli ingenui e garbati apologhi di animali, suggellati da una morale, dove si esaltano la prudenza e la moderazione, ma anche l'astuzia e l'oppressione dei deboli da parte dei potenti.

LA POESIA DRAMMATICA - LA TRAGEDIA


TESPI (non sappiamo l'anno della sua nascita, Orazio nell'Arte Poetica la fissa nel 566 a.C. - Aristotele, riferisce che organizzò e vinse il primo concorso drammatico in Atene nel 534 a.C.) A Tespi viene attribuito l'onore di essere stato il primo poeta tragico e l'inventore della Tragedia, o meglio l'inventore della separazione dell'attore dal coro in una embrionale azione drammatica.
Fu contemporaneo di Susarion; entrambi trattarono la tragedia, ma a Tespi viene attribuito di esserne stato l'inventore, poichè prima di lui questa specie di dramma non si riduceva che in alcune canzoni.
Tespi (secondo Orazio, ma sembra che sia una notizia infondata) si trasferiva da una città all'altra con un carretto sul quale innalzava un palco; due attori con i visi imbrattati di feccia di vino cantavano dei cori, il cui soggetto era quasi sempre preso dalla storia.
Dopo qualche tempo vi aggiunse un terzo attore, il quale separatamente dai cori recitava dei versi; questa innovazione unitamente ad altre libertà irritò molto Solone. Egli tento di persuadere il popolo a non assistere a simili rappresentazioni, dicendo: "Se noi onoriamo la menzogna nei nostri spettacoli, la troveremo ancora nelle nostre promesse più sacre"; ma nonostante che in questo veto contenesse la più purgata morale, non fu valida per ottenere ciò che Solone si era proposto.
Dopo Tespi, ricordiamo Frinico (ma di lui si sa poco), Cherilo e Pratina, che scrissero drammi satirici. Furono questi poeti che prepararono la nuova tragedia.

Il tipo di tragedia che Tespi aveva lasciata nell'infanzia, aquistò consistenza e una maggiore regolarità nelle mani di ESCHILO (Eleusi 525- Siracusa 456) poeta Ateniese. Prima di dedicarsi interamente Melpomene, aveva seguito Bellona; e nelle battaglie di Salamina, di Maratona e di Platea, fece conoscere che il valore era unito alle altre belle qualità del suo spirito. Ma la celebrità non arrivò con le sue gesta militari, ma dall'arte tragica. Si narra che scrisse 90 tragedie; quaranta furono reputate degne di premio. Di queste noi ne possediamo soltanto sette:
Prometeo legato allo scoglio, I sette contro Tebe, I Persiani, Agamennone, Le Coefore, L'Eumenidi, Le Supplici.

Eschilo fornito dalla natura di uno spirito vivace, e nutrito nella sua gioventù con la lettura di quei poeti che più si avvicinavano ai tempi eroici, si era imbevuto delle loro idee per tutto ciò che riguardava il sorprendente e il prodigioso. Raramente ci furono tragedie di argomento contemporaneo o realistiche. Le storie mitologiche e di quell'età che lo avevano preceduto, ebbero grande influenza nelle sue produzioni. Le vendette atroci, i grandi delitti, e tutte le veemenze sociali, gli servirono come materiali per animare i suoi tragici quadri, tutti ispiranti un terrore profondo e salutare. Egli fu spesso inosservante delle regole che poi vennero stabilite per la tragedia: eppure non è difficile rilevare che alcune non gli erano affatto ignote, e che, se non per assoluta convinzione, almeno per senso intimo seppe seguirle. Infatti egli non si permise mai di insanguinare la scena. Riguardò l'unita d'azione e di tempo, come essenziali; ma l'unità di luogo volle reputarle poco importante, o almeno non sempre necessaria.

Il dialogo sotto Tespi, fu limitato fra due persone; Eschilo aumentò questo numero fino a cinque, che si succedevano nella scena regolarmente, senza che il discorso venisse interrotto. Questo è uno dei passi più importanti, e tutti i generi teatrali debbono all'intelligenza ed al genio del tragico Ateniese. Anche il vestire degli attori ebbe una essenziale riforma. Prima di Eschilo essa era capricciosa, mentre lui la istituì analoga al soggetto, alle circostanze ed ai tempi dell'azione.
Il suo teatro non era mobile come quello di Tespi, ma fisso, e lo ornò di macchine e di decorazioni. Nell'arte del gesto egli intervenne raffinandolo facendolo bene apprendere agli attori.
L'effetto prodotto dalle sue rappresentazioni erano perfettamente d'accordo con quelle ch'egli si proponeva di ottenere. I suoi eroi per volere del cieco fato, compievono involontariamente anche grandi delitti, eppure non destavano orrore bensì compassione, e perciò riuscivano interessanti. Destavano compassione perchè tutti vedevano in essi altrettanti automi che agivano per volontà del Fato.
Una trattazione aristotelica della tragedia, chiama questo atteggiamento catarsi. Purificazione, liberazione o rasserenamento delle passioni. Per il filosofo la tragedia assolve una funzione di liberazione in quanto in essa lo spettatore rivive le passioni allo stato contemplativo.

L'immaginazione di Eschilo era forte ma disordinata e anche un poco selvaggia, abbondante di prodigi e poco verosimili i suoi drammi. Fu così talmente libero nell'usare certe espressioni che alla fine fu accusato di volgarità e empietà e condannato a morte. A sottrarlo dalla pena fu il fratello Aminia. Si ritirò in Sicilia, cordialmente ricevuto alla corte di Gerone, presso cui morì all'età di 69 anni nel 456.
Anche la sua morte, stando alla leggenda è inverosimile, come alcune sue tragedie. Si narra che essendo stato avvertito che doveva morire sotto le rovine di una casa, l'abbandonò e si assise nei campi, ma qui un aquila che aveva in bocca una testuggine, osservando la testa calva del nostro poeta, la credette una pietra dove lasciar cadere sopra la sua preda per romperne il guscio, e nel colpo il nostro tragico finì di vivere.

Se nella tragedia si rappresentavano grandi virtù e vizi in un ideale vita e ambiente, nella Commedia invece attori e vita, vizi e virtù, tutto era reale e comune.
SOFOCLE nato a Colono presso Atene (496-406), ancora in giovane età entrò quasi per caso in gara con Eschilo, più vecchio di lui di trent'anni e già famosissimo per tutta la Grecia.
Era un militare. Dopo aver comandate le armate ateniesi, dopo aver esercitato anche la carica di Arconte, essendosi gli Ateniesi resi padrone dell'isola di Sciro, stabilirono per ricordare annualmente un simile evento si indicesse un concorso di compositori di tragedie. Sofocle -fino allora sconosciuto- fu riconosciuto il migliore anche a preferenza del noto Eschilo che si trovava quel giorno nel numero dei competitori. Da quel momento Sofocle lasciò ogni altro impegno e si dedicò interamente a scrivere per il teatro, che stava allora diventando di gran moda e un oggetto di molta importanza. Sofocle il premio lo vinse per altre 20 volte. E - si narra- per un eccesso di gioia per aver vinto un ennesimo premio nel 406, all'età di 91 anni cessò di vivere.
Anche di Sofocle si conservano -delle centoventi che compose- solo sette tragedie:
l'Edipo re, l'Antigone, l'Edipo a Colono, l'Elettra, l'Aiace furente, il Filottete e le Trachinierine. Rispetto ad Eschilo, Sofocle è un tragico perfetto, sovrano dell'espressione dei sentimenti.
Profondo conoscitore del cuore umano, fece che su di una sola persona girasse tutto l'intreccio, e che esclusivamente su questa sola persona si dovessero provare sentimenti di pietà, di sollecitudine e di timore. Ebbero quindi origine le tre tanto ricordate unità delle composizioni greche, cioè di luogo, di tempo e di persona. Eschilo le aveva già osservate, ma Sofocle seppe trattarle con maggior esattezza e con più ricercato artificio.
Il terzo dei grandi tragici, fu EURIPIDE (480-406) nato a Salamina nel giorno stesso nel quale i Greci riportavano la strepitosa vittoria in quel luogo contro i Persiani. Quantunque non molto più giovane di Sofocle, e talora in antagonismo con lui nei concorsi, tuttavia segna già la decadenza. Egli introdusse una novità, il prologo, che prima di lui era una parte della tragedia e svolgeva il principio dell'azione; con lui diventò quale lo intendiamo noi, e cioè il poeta faceva con esso intendere agli spettatori l'argomento del dramma in pochi versi. Tolta la curiosità della catastrofe, perchè già annunciata nel prologo, fu necessario a Euripide adottare un intreccio complesso e artificioso, attraverso una strana successione di fatti inaspettati, e tutto ciò a scapito della verosomiglianza. Nondimeno Euripide, appunto per il suo carattere artificioso e retorico, fu nei tempi posteriori, in cui la vera arte era scaduta, studiato più di Eschilo e di Sofocle, artisticamente a lui superiori. Questo è il motivo per cui di Euripide si conservò un maggior numero di drammi, una ventina; le Fenicie, l'Oreste, la Medea, l'Andromaca, l'Elettra, l'Ippolito, l'Ifigenia in Aulide, l'Ifigenia in Tauride, l'Ercole furioso, le Troadi e l'Alceste.Di Euripide abbiamo pure un dramma satirico, Il Ciclope.
Euripide possedeva una grande abilità nell'esprimere le passioni amorose, specialmente quando dovevano spiegare una particolare tenerezza; al patetico seppe unire il sublime. Tuttavia fu continuamente censurato, ed anche esposto al ridicolo, a quel punto Euripide stabilì di abbandonare Atene ritirandosi alla corte Macedone, ove fu accolto con tutti gli onori. Lì finì i suoi giorni dopo aver vissuto 78 anni.
Si vuole che la sua morte sia avvenuta tragicamente, come le sue tragedie; inoltratosi in una valle solitaria una muta di cani lo assalirono e fu da questi sbranato.

Dei poeti tragici minori non è qui il caso di parlare, anche perchè sono di gran lunga inferiori ai tre sommi di cui abbiamo parlato sopra, e perché di loro non restano che scarsi frammenti. Per la "Commedia" viene ricordato EPICARMO di Coo (524-435) - massimo esponente della commedia dorica siciliana) , il quale venuto in Sicilia alla corte di Gelone, scrisse molte commedia in dialetto dorico. Venne poi SOFRONE siciliano a scrivere i mimi, commedie che rappresentavano con la maggior imitazione scene della vita siciliana, escludendo temi mitici, e contenente molti proverbi. E sotto tale aspetto Sofrone fu precursore di Teocrito, per i suoi idillii dialogici, che sono pure altrettanti bozzetti della vita particolare e popolare siciliana di quel tempo. Ci sono di lui rimasti un centinaio di frammenti. Un suo grande ammiratore era Platone.
Ma la "Commedia" giunse ad aver la perfezione presso gli Attici, dove ebbe una storia che si divide in tre stadi: attica antica, media, moderna. L'antica era personale e politica. Si mettevano sulla scena uomini di Stato col loro nome, con la loro figura, col loro vestito; insomma gli attori erano fotografie dei personaggi rappresentati.

La "Commedia" aveva, quanto alle sue parti, il
prologo, come la tragedia di Eschilo e Sofocle, poi le altre parti dialogate. C'entrava anche il coro, che aveva una sua parte tutta speciale, che solo di rado mancava, detta parabasi. Essa consisteva in ciò che, quando l'azione era già avviata, in modo da destare interesse e curiosità, improvvisamente il corifeo o un attore speciale interrompeva l'azione, e passando dinanzi agli spettatori esprimeva le idee del poeta intorno l'argomento della commedia e lo scopo di essa, ecc. Quanto alla commedia attica di mezzo osserviamo che, mutati i tempi, non si permise più la satira personale politica, quale si manifestava soprattutto nel coro e nella parabasi, che esprimevano i pensieri del poeta; quindi si bandirono queste due parti. Con la commedia attica nuova il carattere personale scompare affatto : si satireggia il peccato e non il peccatore : invece di prender di mira i vizi gravi di un uomo solo, si satireggiano i piccoli vizi comuni a una intera classe. Si ebbe così la commedia di costume o di carattere, secondo il concetto moderno. Anch'essa come la media mancava di coro e di parabasi; del resto, a formarsi un concetto chiaro della sua natura, basta ricorrere all'imitazione che ne fecero i comici latini; giacchè della commedia di cui parliamo, come dell'attica media, non sono rimasti che scarsissimi frammenti.

Principale autore della commedia
attica antica, per tacere di Eupili e Cratino, di cui poco sappiamo, fu il già citato Aristofane; di lui rimasero come detto sopra undici commedie, le sole commedie greche che giunsero fino a noi. Da esse noi ricaviamo il carattere della commedia attica antica. La sua vis comica, lasciata libera a sè stessa, è senza dubbio quanto di più vivace si possa immaginare : al suo confronto ogni altro autore può sembrare quasi privo di spirito. Certo è che con la sua libertà egli scrisse anche cose tanto licenziose da superare la licenza di qualunque romanzo verista. Per la commedia attica dell'età di mezzo non possiamo che ricordare i nomi di Antifone e Alessi, dei quali non restano che frammenti; della nuova menzioneremo sopra gli altri Menandro, fine e arguto (imitato da Plauto) e Filemone e Difilo, pur essi imitati dai commediografi romani. Il dialetto di tutte le commedie è attico puro.

L'ARTE FIGURATIVA

Contributi assai più notevoli arrecò l'arte figurativa. Atene rimase come lo era prima della guerra, la sua sede principale, benché peraltro lo Stato, a causa delle penose angustie finanziarie dalle quali non riuscì più a districarsi dopo la guerra del Peloponneso, non abbia potuto più esercitare a suo favore un'azione promotrice di qualche rilievo.
Anche Sparta e Tebe fecero ben poco per l'arte. In generale, coerentemente all'indirizzo di idee dell'epoca, la costruzione dei templi, nella quale l'arte del periodo precedente aveva prodotto le sue opere massime, cominciò ad essere ora meno curata; in sostanza tutto si limitò alla riedificazione di templi distrutti da incendi o da terremoti. Così tutta l'Ellade contribuì alla ricostruzione del santuario delfico, quando questo rimase abbattuto dal terremoto del 373. Il tempio di Atena Alea a Tegea fu ricostruito sontuosamente dopo l'incendio del 395 sotto la direzione di Scopa ; da allora esso fu tenuto come il più bel tempio del Peloponneso.
L'attività maggiore in questa materia fu spiegata nella Ionia, che era ritornata ora ad essere, come prima della fatale insurrezione dell'anno 500, la regione economicamente più fiorente del mondo greco. Il tempio di Apollo presso Mileto, che era rimasto un ammasso dì rovine dal tempo della sua distruzione ad opera dei Persiani, fu ricostruito in dimensioni colossali dagli architetti Peonio e Dafnide. Altrettanto si fece dopo l'incendio del 356 per l'Artemisio di Efeso, il santuario più venerato dell'Asia Minore; il nuovo edificio, eretto sotto la direzione di Democrate, fu ritenuto nei tempi posteriori come una delle sette meraviglie del mondo.
In compenso l'opera degli architetti dové cimentarsi in un altro campo. Lo sviluppo dell'arte drammatica fece si che ogni città greca volesse avere il suo teatro in pietra. Ebbe fama del più bello fra questi edifici il teatro costruito verso la metà del IV secolo da Policlito iuniore nei luoghi sacri ad Esculapio presso Epidauro ; esso in grazia della sua felice compagine è arrivato sino a noi quasi completo.

Ed alla fine anche Atene si decise a costruire il suo teatro, che sinora mancava di ordini di sedili in pietra e di un palco scenico fisso; l'opera fu iniziata dopo la guerra dei confederati e fu terminata a tempo di Alessandro. Anche lo stadio per le gare ginnastiche e per le corse dei carri fu eretto allora. Specialmente la monarchia pose all'architettura nuovi compiti, o a dir meglio richiese da essa la stessa opera che le aveva chiesta nell'età micenea. Famosi furono i palazzi che si fecero edificare re Archelao di Macedonia a Pella e Dionisio a Siracusa; anche ricchi privati cercarono di imitarne l'esempio.

Il portato più grandioso dell'architettura di quest'epoca fu però la tomba che Mausollo di Caria si fece erigere nella sua capitale Alicarnasso dagli architetti Piteo e Satiro; sopra una vasta base quadrilaterale vi si ergeva un tempio di stile ionico, coronato da una quadriga. In seguito esso, come l'Artemisio d'Efeso, fu tenuto come una delle meraviglie del mondo. Questa tomba è stata distrutta a tempo dell'invasione turca, ma ha legato in eterno il suo nome - mausoleo - a tutte le tombe dello stesso genere.

L'ingegno dei Greci, essenzialmente plastico, doveva necessariamente trovare la sua migliora forma esplicativa, la sua più energica affermazione nell'arte scultoria, che toccò infatti un grado di perfezione, mai più raggiunto da alcun altro popolo. Come i Greci vivevano interamente, si può dire, della vita pubblica, la scultura fu di questa il rispecchio più fedele e più vivo, e si volse di preferenza a ritrarre gli dei, che Omero aveva umanizzato, e gli uomini e gli avvenimenti eroici. Poichè l'ideale di ogni artista greco era l'armonia e la bellezza delle forme corporee, questa egli si curava di rendere costantemente con uniformità d'espressione plastica, e di chiudere in uno stesso armonico giro di linee. La scultura greca trasse all'inizio dalla religione le prime ispirazioni, con le varie immagini degli dei poste nei templi, i frontoni si popolavano di statue, le metrope si fregiarono di bassorilievi.

Ma nel periodo della gloriosa epoca di Pericle, si attenua il carattere religioso. È a tal riguardo significativo il fatto che ora non furono più erette se non per rara eccezione statue d'oro e di avorio (con eccezione della Dea Pallade Atena e lo Zeus di Fidia) che presentassero agli occhi dello spettatore l'immagine della divinità in tutta la sua grandezza sovrumana. Statue degli dei di bronzo e di marmo ne furono senza dubbio costruite ora come prima in gran quantità; ma quelli che gli artisti modellavano non erano più dei, sebbene uomini idealizzati e spesso le immagini cadono nel manierato. Dal punto di vista tecnico l'arte aveva indubbiamente fatto notevoli progressi; essa era ora capace di riprodurre l'espressione dei sentimenti dell'animo. Accanto a quest'arte si sviluppò pure il genere del ritratto, favorito dall'uso che sempre più invalse di erigere statue in onore non solo degli dei, ma bensì di uomini benemeriti. Anche grandi letterati vennero in quest'epoca onorati in tal modo; e così anche dopo, al tempo di Alessandro.

Questo periodo della gloriosa epoca periclea, che coincide con il secondo periodo della scuola attica, ha il suo più grande rappresentante in Fidia, che dà all'arte un mirabile impulso, un'espressione di verità e di vita, quale non si era mai vista prima di lui. Anche se è il più famoso scultore dell'antichità, della sua vita si hanno poche notizie. Nato intorno al 500 a.C. in Atene sappiamo che gli fu maestro il grande argico Agelada. Amico di Pericle, ebbe da lui l'incarico di abbellire il Partenone, ed ecco dal suo scalpello creatore sorgere, nel tempio sull'Acropoli, Pallade Atena. Poi al tempio di Olimpia il famoso Zeus. Molte sue opere non sono giunte fino a noi. I frammenti che ci restano dei bassorilievi del tempio di Teseo e delle sculture del Partenone, sono oggi al Museo Britannico di Londra, ma bastano a darci un'idea dell'arte insuperabile del maestro.
Mirabili le cariatidi dell'Eretteo. Scolpì anche molte Veneri. Per questi capolavori i Greci dissero Fidia divino; tuttavia ciò non impedì che l'ingratitudine popolare gli avvelenasse gli ultimi anni della vita (lo accusarono di essersi trattenuto l'oro e l'avorio delle statue)
Il carattere dello stile fiadiaco fu, secondo Plinio, la grandiosità e la magnificenza anche nelle cose piccole.
Prosecutore dell'arte fidiaca fu Alcamene, Callimaco e Policleto; ma forte fu l'influsso della grande genialità di Fidia nelle scuole che fiorirono in Atene e nelle Cicladi. La Venere di Milo esce appunto da una di queste scuole.

Fra i maestri plastici di questo periodo emerge SCOPA, originario dell'isola di Paro, l'isola dei marmi. Egli diresse la ricostruzione del tempio di Atena a Tegea e poi verso il 350 lavorò al Mausoleo di Alicarnasso. Di lui si ricordano anche altre opere in gran numero; particolarmente celebrati furono i suoi gruppi in marmo, dei quali ci può dare un'idea il gruppo delle Niobidi esistente a Firenze, malgrado resti incerto se l'originale da cui esso deriva sia dello stesso Scopa, oppure sia opera d'altri che imitarono la sua maniera.
Più famoso ancora fu l'ateniese PRASSITELE (verso il 350). La sua statua di Afrodite nel tempio di Cnido, con la quale egli osò per primo porgere senza velo agli occhi dello spettatore le bellezze della dea...

...ha esercitato sui contemporanei e sui posteri un fascino di illimitata ammirazione.
Anche un particolare della Venere di Cnidia (oggi in Vaticano) porge a noi oggi la possibilità di farci un'idea della perfezione della sua arte nel trattamento del marmo.


Accanto a questo originale stile di un maestro come Prassitele, i bassorilievi di stele sepolcrali attiche che ci sono pervenuti meritano invece posto modesto; sono lavori di artisti anonimi; in gran parte semplici operai dello scalpello, ma anche su di essi si diffonde il riflesso di una grazia e di una bellezza di forme che le epoche posteriori non hanno mai potuto eguagliare, e perciò sono proprio essi che dànno l'impressione più forte di quanto doveva essere alto il grado di capacità dell'arte attica di quel tempo.

Mentre gli artisti ateniesi lavorarono principalmente in marmo, nell'Argolide continuò a fiorire l'arte della fusione in bronzo, che aveva avuto là la sua patria fin dall'antichità. Il più grande maestro di questa tecnica fu ai tempi di ALESSANDRO LISIPPO di Sicione, uno degli artisti più fecondi dell'antichità, il figuratore della maschia bellezza, che nessun altro, anche in altri tempi, mai superò. Egli studiò di riprodurre al vero la realtà; a tale scopo creò un sistema proprio di proporzioni e col suo aiuto conferì alle sue figure uno slancio ed eleganza mai raggiunta da alcuno prima di lui. Egli infatti modellò a preferenza figure di atleti, e la copia in marmo di una di queste opere, il così detto Apossiomeno, esistente in Vaticano, è la più adatta a darci un'idea del carattere dell'arte sua. Anche il tipo ideale di Ercole è una creazione di Lisippo. Ma il genere nel quale produsse i suoi capolavori fu il ritratto; Alessandro non si volle far ritrattare che da lui, e Lisippo ha infatti modellato una lunga serie di statue del gran re. Dopo la vittoria al Granico gli fu commessa l'esecuzione del monumento ai caduti nella battaglia; esso era costituito da un gruppo di 25 cavalieri; è questo forse il più grande gruppo statuario eseguito sino allora.
Secondo Plinio, Lisippo scolpì più di 1500 statue, avendo come collaboratori i suoi figliuoli e alcuni discepoli.

Ma alla testa di tutte le arti in quest'epoca la pittura primeggiò in misura molto maggiore di quel che avesse fatto nel periodo precedente a datare da Polignoto; è a lui che Teofrasto dà il vanto d'inventore della pittura; lui ad usare nei suoi dipinti almeno tre colori fondamentali, il rosso, il giallo e il blu, a cui aggiunse un nero. Nel mescolarle seppe ottenere le tinte intermedie. Secondo Aristotele, Cicerone e Quintiliano, Polignoto si rese celebre principalmente per la bella forma delle sue figure, e perchè dava molto carattere alle stesse. Proprio Aristotele diceva "Passate dinanzi ai pittori che dipingono uomini come li vedono, e fermatevi davanti a Polignoto che li dipinge più belli".
Pausania dedica sette capitoli per narrare in successione i soggetti dipinti nella Laschè.

Tuttavia la scasezza di documenti rende la storia della pittura greca assai difficile, ed esercitò poca influenza sull'arte posteriore dell'Occidente (qualcosa poi a Roma, a Ercolano, in Licia) mentre si può dire che la scultura rimase, fino ai giorni nostri, il modello insuperato, e l'architettura greca successivamente non ebbe che una sola antagonista: la gotica.
La pittura sia per la natura stessa dell'arte pittorica, condannata a un rapido deperimento, sia perchè la tecnica così complessa, comprendente ad un tempo la prospettiva, la teoria dei colori e delle ombre, fosse ancora bambina, tuttavia si trovava ora nel pieno possesso della tecnica e quindi era meglio che la plastica in grado di riprodurre il vero e gli elementi psicologici. Se non che a suo riguardo, data la caducità delle opere di quest'arte, ci è negato quasi ogni possibilità di formarci un giudizio proprio; tuttavia le stele sepolcrali di recente scoperte a Pagase ci fanno per lo meno conoscere la tecnica della pittura di quest'epoca, per quanto questi lavori di dozzina restino certamente indietro di molto alle opere dei maestri dell'arte. A capo del movimento pittorico rimasere per qualche tempo gli Joni, che sfoggiarono figure variamente colorate, e il loro talento di narratori.
Anche a Calcide nell'Ubea l'arte della pittura era notevole, e narrava gesta di eroi.
A qual grado salisse l'arte della pittura, la si vede nei cosiddetti vasi a figure nere, che ci offrono una singolare varietà. Composizioni mitologiche e scene d'ambiente sono le rappresentazioni preferite.

Come uno dei più grandi pittori ci è segnalato ARISTIDE di Tebe, il cui fiorire coincide con l'ascensione politica della sua città in seguito alla liberazione dalla signoria di Sparta; egli è citato come il primo che avrebbe saputo conferire ai tratti del viso una espressione vivente.

Non meno grande di lui fu EUFRANORE di Corinto, che, lavorò soprattutto ad Atene, dove dipinse una serie di affreschi famosi; anche come scultore egli produsse molte buone opere. Il suo discepolo, l'ateniese NICIA, lo superò forse come pittore; egli seppe ottenere grandi risultati mediante effetti di luce, e specialmente le sue figure di donne erano in sommo grado celebrate. Anche a Sicione la pittura fu coltivata con entusiasmo; qui esisteva una specie di Accademia, che sotto la direzione di PANFILO salì a tale fama che da ogni luogo vi affluirono scolari. In essa si dava particolare importanza alla correttezza del disegno, ma non perciò si trascurava la tecnica del colorito. Qui fu perfezionata infatti la « pittura encaustica », nella quale si adoperavano colori a cera e si mescolavano fra loro mediante assicelle di metallo arroventate, ottenendo così colori di uno splendore che non fu poi raggiunto nuovamente che dalla pittura ad olio. Il discepolo di Panfilo, PAUSIA, produsse in questa tecnica opere di gran valore; erano specialmente famosi i suoi fiori.

Anche APELLE di Colofone ebbe la sua educazione artistica, o per lo meno la completò a Sicione alla scuola di Panfilo. Di qui egli venne chiamato a Pella dal re Filipppo e in seguito, dopo la liberazione della Jonia ad opera di Alessandro, ritornò nella sua patria. L'opera sua più più famosa fu l'Afrodite emergente dalle onde, da lui dipinta per il tempio di Esculapio a Cos, e che fece degno ed ammirato riscontro all'Afrodite di Prassitele. Nè meno grande egli fu come ritrattista cortigiano, e si narra che Alessandro gli cedette la sua più bella schiava Campaspe, la quale gli servì di modello per la celebre Venere Anadiomene. Assai pregiati furono i ritratti del suo munifico Alessandro il Grande. Con Apelle la pittura greca raggiunse l'apogeo della perfezione.
Sempre a Sicione dalla omonima scuola pittorica, abili caposcuola come Eupompo e Melanzio diedero grande importanza alla pittura idealista e all'insegnamento dell'arte, fondando una specie di accademia, visitata anche dagli stranieri.
E sempre la "Scuola Attica" (così chiamata benchè i suoi principali rappresentanti non vivessero ad Atene) diede splendidi frutti spingendosi oltre le tendenze psicologiche di Parrasio, compiacendosi di soggetti malinconici. Il già citato Eufranore e Nicia erano di questa scuola.


LA MUSICA

La storia della musica Greca si divide in tre periodi: il primo abbraccia l'epoca mitica e giunge fino alla migrazione dei Dori (1000 a.C.); il secondo va fino alla guerra del Peloponneso e il terzo quello della decadenza fino alla conquista romana.

Tralasciamo l'epoca mitica. All'inizio del VI secolo, in Grecia, Olimpo il Giovane era celebrato quale inventore del genere enarmonico, e Terpandro (nativo di Lesbo e che visse a Sparta) il vero padre della teoria musicale, Egli infatti compose delle melodie (nomi) che durarono per tradizione lungo tempo e alle quali fu ascritta, a somiglianza delle melodie indiane, grande influenza sulla morale e sul costume. A lui si tributava pure l'onore di essersi servito di una notazione musicale e di aver aggiunto altre tre corde all'antica lira di quattro corde. Subito dopo, importanti per lo sviluppo della musica e specialmente per la teoria fu Pitagora, il celebre filosofo e matematico di Samo (580-504 a.C.) il quale nei suoi lunghi viaggi in Egitto e in Asia ebbe occasione di studiare la musica di quei paesi e di conoscerne i sistemi, che egli introdusse con alcune modificazioni nella sua patria: fu il primo che trovò i rapporti numerici fra i toni, servendosi del monocordo (cassetta risonante, sulla quale era tesa una corda, a cui si potevano applicare ponticelli mobili alteranti il tono della corda medesima).

Ai tempi di Pisistrato e ancor di più di Pericle il sorgere e lo svilupparsi della tragedia nazionale rappresentano l'epoca del maggior fiorire della musica greca.
L'importanza dei cori è massima in Eschilo, minore in Sofocle e in Euripide. Che i cori venissero cantati è ormai cosa certa, e sembra pure sicuro che la musica fosse scritta dai poeti tragici o almeno da loro designata, togliendola da canzoni popolari note, che si adattavano alla situazione e ai sentimenti espressi nelle loro tragedie. I cori consistevano in tre parti: strofa, antistrofa, ed epodo; le prime due erano cantate dai cori separati che si univano nell'epodo.
Benchè la musica greca non conoscesse la melodia nel senso moderno della parola non è ammissibile che la musica dei cori fosse semplicemente una recitazione cadenzata, ma deve essersi avvicinata per il carattere della sua poesia esprimenti considerazioni generali e sentimenti astratti, al genere melodico lirico; sembra poi che tanto i cori quanto la parte recitata fossero accompagnati da strumenti, probabilmente flauti e cetre. Alcune opere artistiche ce ne danno ampia testimonianza, come la bellissima suonatrice di flauto oggi al Museo Nazionale di Roma ... o nelle decorazioni del vaso di Duride, oggi al Museo Reale di Berlino.
In entrambe le due opere i musicanti hanno in mano flauti e cetre.

Con la decadenza delle repubbliche greche cominciò pure l'epoca di decadenza della musica. La voce dei saggi che piangevano i tempi passati, era soffocata dalla folla che donava corone d'alloro al citaredo Frimi, al cantante Mosco, all'etera Taide, e innalzava un tempio alla flautista Lamia.
Poi sotto i Macedoni l'arte musicale perde ogni importanza fra gli uomini di cultura, e diventa un semplice sollazzo della plebe nei vari festeggiamenti e nelle chiassose baldorie.
Restano solo qualche appassionato dotto che seguita a meditare sulle questioni teoriche musicali, e rivive il passato, come Aristosseno (detto l'Armonico 350 a.C.) che scrive e ci lascia tre libri di Elementi di armonia, in cui, a differenza delle teorie pitagoriche, viene istituito a giudice supremo l'udito e non le leggi matematiche; come più tardi (200 a.C.) Alipio, un frammento del quale sembra contenere un sistema di notazione musicale con lettere; come più tardi fece Plutarco (49 d.C.).

Alla Grecia era pure riservata la gloria di essere la prima a occuparsi di estetica musicale e a studiare la sua influenza sull'animo, sull'educazione e sullo sviluppo del carattere. Platone ascrisse alla musica una potenza morale: essa deve influire sul carattere, informarlo al bene e ispirare odio e ribrezzo per il male. Aristotele, d'accordo in genere con tali massime, riconobbe altresì nella musica lo scopo di dilettare (negato però da Platone) e, dilettando, di nobilitare l'animo.

Il sistema musicale greco si fonda sul tetracordo, serie di quattro toni corripondenti a quella della lira. Esso consiste in due toni e un semitono. La scala greca è composta di due tetracordi o congiunti da un tono comune o con un intervallo di un tono intero fra l'uno e l'altro.
I Greci avevano sette gamme, o toni, da essi chiamate modi; questi comprendevano due tetracordi separati, ossia otto note, o una estensione d'ottava, e servivano a determinare se non la tonalità nel senso che noi attribuiamo oggi a questa parola, almeno il punto di partenza di ciascun tono o frammento della scala. I sette modi erano i seguenti:

Il metodo di notazione era formato col mezzo di lettere dell'alfabeto distese, capovolte, modificate in vari modi e variava secondo le voci e gli strumenti. L'esecuzione comprendeva la musica vocale accompagnata da strumenti a corda pizzicati (i Greci non conoscevano l'archetto) o da strumenti a fiato. L'antica questione se i Greci abbiano conosciuto l'armonia nel senso moderno della parola sembra essere decisa negativamente.
Questa opinione ormai universalmente accettata, ebbe la miglior conferma nella scoperta (1893) dell' Inno ad Apollo, trovato a Delfo, probabilmente del II secolo a.C.: esso è inciso su una pietra e contiene oltre al testo anche i segni musicali sopra ogni sillaba, corrispondenti a quelli che abbiamo di Aristosseno. Il suo valore è inestimabile, perchè è l'unico monumento genuino d'importanza, che ci resta della musica greca. Gli altri frammenti conservatici sono i tre inni di Mesomede, pubblicati per la prima volta da Vincenzo Galilei nel Dialogo della musica antica (1581), un frammento dell'Oreste di Euripede, uno scolio scoperto sopra un epitaffio a Tralles e pubblicato nel 1891 da O. Crusius, e altri frammenti quasi indecifrabili scoperti nel 1893 a Delfo insieme con l'inno ad Apollo.

Le speranze che si nutrivano, d'aver trovata la chiave della musica greca, furono quasi interamente deluse e bisogna concludere che o noi non siamo capaci di decifrare quei frammenti o il nostro modo di sentire la musica è affatto differente da quello dei greci.
Quanto agli strumenti suonati dai Greci, aggiungeremo che oltre agli strumenti a corda (a pizzico) e a fiato (flauti, clarinetti, trombette, corni) essi ebbero più tardi anche strumenti simili ad organi. Tuttavia gli strumenti più prediletti dai Greci furono però quelli a corda (lira e cetra). Meno amati, e importati dall'Asia Minore, quelli a fiato.
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Fatta questa breve carrellata di questo periodo nel mondo intellettuale, ne facciamo ora un'altra sulle condizioni economiche e sociali.


CONDIZIONI ECONOMICHE E SOCIALI DEL IV SECOLO

Al cinquantennio di sviluppo pacifico interceduto fra la battaglia di Platea e lo scoppio della grande lotta fra Atene e Sparta era seguito un periodo di guerre quasi incessanti. Ma per quanto grandi siano stati i sacrifici materiali da esse imposti alla nazione ellenica, pure le sue energie vitali furono abbastanza feconde per colmare in breve tempo i vuoti.
Atene stessa, che più d'ogni altra città aveva subito i danni della guerra del Peloponneso, si riebbe assai presto da questi colpi; essa rimase al pari di prima il centro del commercio greco e dell'industria greca ed ancora al tempo di re Filippo di Macedonia era ancora quel che era stata al tempo di Pericle, la più grande e la più ricca fra le città elleniche.

Anche se per un certo tempo essa era stata superata da Siracusa, quando questa città era divenuta sotto Dionisio la metropoli dell'Occidente greco; ma gli sconvolgimenti interni che scoppiarono in seguito alla spedizione di Dione e la distruzione del dominio siracusano che ne fu conseguenza arrecarono in Siracusa un grave regresso, dal quale la città non si riebbe se non dopo che Timoleone ebbe ristabilito l'ordine (vedi più avanti). Ed allora le altre città siciliane passarono in secondo ordine di fronte a Siracusa; Acraga e Gela non furono mai in grado di riparare completamente i danni della conquista cartaginese, e Selinunte rimase da quel tempo soltanto l'ombra di quella città importante che prima era stata. Peggiore ancora fu la condizione in cui ridussero le città greche d'Italia i progressi dei Lucani. Esse, o caddero addirittura nelle mani dei barbari, o per lo meno perdettero gran parte del loro territorio, dai cui prodotti avevano sinora tratto il loro benessere.

La sola Taranto, che in grazia del suo splendido porto era l'emporio del commercio fra la Grecia e la Bassa Italia e dove in conseguenza di ciò si era sviluppata una industria fiorente, rimase immune dalla generale decadenza; ché anzi furono questi appunto i giorni del suo massimo splendore, perché le città che avevano sinora rivalizzato con lei andarono decadendo. Analogamente Efeso, cadute nella guerra del Peloponneso le barriere che avevan tenuto la costa asiatica distaccata dall'interno, divenne la prima città dell'Asia greca, Mitilene e Chio conservarono la loro antica importanza. A Rodi, la terza grande isola della costa dell'Asia Minore, le popolazioni locali si unirono nell'anno 408 a formare uno Stato unitario e fondarono una nuova capitale che prese il nome dell'isola e grazie alla sua favorevole posizione sulla grande via commerciale che dall'Egeo conduce in Oriente divenne presto una fiorente città.

Molto più gravi furono i danni arrecati dalle guerre all'agricoltura. Ogni invasione nemica significò, oltre le ruberie, le requisizioni di vettovaglie, una radicale devastazione della campagna; gli edifici erano incendiati, abbattuti gli alberi fruttiferi, distrutte le viti. Occorsero lunghi anni prima che le conseguenze di questa catastrofe potessero essere riparate, tanto più se si pensa che era proprio la proprietà fondiaria quella che doveva sopportare il peso principale delle imposte dirette, le quali spesso in tempo di guerra raggiunsero una misura oppressiva. Tutto ciò non potè che provocare la rovina di numerosi proprietari. Nè meno rovinosi furono gli sconvolgimenti interni che in quest'epoca scossero la maggior parte degli Stati greci.

Dopo simili rivoluzioni i seguaci del partito vinto dovettero di frequente andare a centinaia in esilio, le loro proprietà furono confiscate e messe all'asta a prezzo irrisorio. Ne derivò che l'aristocrazia fondiaria, che nel quinto secolo, malgrado le forme democratiche, aveva continuato nella stessa Atene a portarla ad essere protagonista così nel vita pubblica come nella società, perdette in gran parte le sue ricchezze come conseguenza la sua influenza. Subentrarono al suo posto uomini nuovi che erano pervenuti a ricchezza mediante il commercio e l'industria, come politici, avvocati o condottieri di mercenari.

L'inizio di questo sconvolgimento sociale è indicato in modo abbastanza caratteristica dalla funzione dirigente che a datare dalla guerra del Peloponneso cominciarono ad assumere nella vita politica di Atene uomini usciti dal ceto industriale; i conciapelli Cleone ed Anito, il fabbricante di lucerne Iperbolo, il fabbricante di strumenti musicali Cleofone, il vasaio Cefalo ed altri. Erano uomini ricchi o per lo meno benestanti ed influentissimi, ma l'opinione pubblica non li considerava socialmente completi, perchè non erano di buona famiglia. Naturalmente essi difettavano anche di cultura; ed è stata questa la causa per cui i demagoghi di tal genere scomparvero dopo la guerra corinzia dalla scena politica; essi furono soppiantati da avvocati cresciuti alla scuola dei sofisti. Essi pure in gran parte venivano fuori per nascita dal ceto industriale, come ad esempio Demostene, ma di ciò ora nessuno più si faceva scrupoli; ora era considerato gentleman chiunque fosse ben educato ed istruito, indipendentemente dalle condizione dei suoi antenati.

Questa democratizzazione della società ebbe per conseguenza che gli antichi ideali dell'epoca cavalleresca andarono sempre più attenuandosi. I grandi giuochi continuarono bensì ad essere frequentati con ardore, ma i vincitori non vennero più celebrati quali eroi nazionali. Anche lo spirito guerriero della nazione cominciò a decadere sempre più a misura che il commercio e l'industria fiorivano. Gli Ateniesi a datare dalla guerra corinzia hanno fatto le loro campagne d'oltre mare servendosi quasi esclusivamente di mercenari, e persino la lega del Peloponneso accordava in questi casi a chi era tenuto al servizio militare la facoltà del riscatto.
Ciò peraltro non voleva significare affatto un regresso del patriottismo ; per la difesa della patria i Greci erano ora pronti come prima a combattere, salvo che ritenevano non doversi impiegare truppe di leva per le « guerre coloniali ». Nei paesi poco progrediti economicamente, come l'Arcadia e l'Acaia, peraltro si perpetuò l'antico spirito bellicoso e l'inclinazione al mercenarismo; chiunque potesse pagare aveva agio di arruolare quanti mercenari voleva.

La crescente ricchezza delle classi più elevate provocò un aumento delle esigenze riguardo ai comodi della vita. Le case vennero arredate con maggior comfort, le pareti adornate di affreschi ; ricchi privati cominciarono a costruirsi dei palazzi che fecero passar nell'ombra gli edifici pubblici. Il dispendio per le mense nelle ricorrenze festive crebbe a dismisura, e in conseguenza l'arte culinaria fu coltivata con solerzia e i bravi cuochi furono pagati assai lautamente. V'eran molti che avevano adottato come una specie di mestiere quello di procacciarsi un buon numero di inviti a questi banchetti, di regola persone di buona famiglia decadute che mettevano a servizio dei loro ospiti le proprie doti di uomini di società ; questi «parassiti», com'eran chiamati, divennero ora delle figure caratteristiche, specialmente della società ateniese, e non pochi vi rappresentarono una parte eminente. Anche negli ambienti che non appartenevano alla « buona società » si prendeva per lo meno molto interesse a sapere come andavano queste feste, e quindi la commedia non si stancò di descriverle con una prolissità senza fine.

Le signore per bene rimasero per altro anche in quest'epoca escluse dalla società e confinate nella sfera ristretta della casa ; ciò almeno ad Atene e presso la grandissima maggioranza delle altre popolazioni del mondo greco ; soltanto a Sparta e nella Macedonia esse godevano di maggiore libertà. Per conseguenza le etère divennero l'anima della società ed in quest'epoca, particolarmente ad Atene, vi rappresentarono una parte di una importanza quale non avevano avuto prima nè ebbero poi. Qui l'uomo trovava quel che invano avrebbe cercato nella propria casa, un ambiente femminile intellettuale. Molte di tali etére acquistarono una celebrità panellenica, come Laide sul passaggio dal V al IV secolo ; alquanto più tardi Frine, l'amica di Iperide e di Prassitele, che si dice l'abbia presa a modello per la sua Afrodite di Cnido, e Pizionice, che seguì il tesoriere di Alessandro, Arpalo, a Babilonia, dove fu circondata di onori principeschi.

Le classi inferiori della cittadinanza non intendevano restare semplicemente a guardare, e quindi, specialmente negli Stati a regime democratico, le feste furono solennizzate con sempre crescente splendore. Si dice che a Taranto vi fossero più feste che non giorni dell'anno, e se si prescinde dall'esagerazione evidente di questo modo di dire, le cose non andavano in sostanza diversamente ad Atene. Inoltre invalse ora l'uso di distribuire denaro fra il popolo nelle ricorrenze festive per permettere ai popolani di sollazzarsi una giornata. Ad Atene si finì per destinare a questo scopo tutti gli avanzi del bilancio.
Queste elargizioni, dette « teorica » dal fine di consentire ai poveri l'intervento al teatro, divennero a questo modo il cancro roditore della finanza pubblica; non fu più possibile la formazione di un fondo di riserva e quindi in caso di bisogni straordinari, soprattutto in caso di guerra, non rimase che ricorrere alla tassazione diretta.

A tale scopo nel 377, in occasione della fondazione della nuova lega marittima, fu fatto nell'Attica un censimento del patrimonio immobiliare e mobiliare generale, che risultò pari a 5750 talenti, e costituì da allora la base della tassazione. Naturalmente l'imposizione di simili tasse non venne approvata se non a malincuore e nei casi di estrema necessità, di modo che le casse dello Stato si trovarono quasi costantemente in magra. Avvenne persino di dover sospendere il funzionamento dei tribunali perché non vi era denaro per pagare le diete ai giudici. Anche i generali vennero provveduti di fondi insufficienti e si videro costretti a mettere a contribuzione nemici ed amici per poter pagare il soldo alla propria gente, cosa che naturalmente rendeva a priori impossibile un'azione militare metodica. Fu in massima parte dovuto a queste difficoltà finanziarie se Atene non riuscì nel IV secolo a riacquistare il suo predominio, marittimo, malgrado vi si fosse messa tante volte sulla strada in maniera così promettente.

Si aggiunga che le spese di guerra andarono sempre più elevandosi a misura che crebbe l'uso di impiegarvi truppe mercenarie. Atene assoldò per la prima volta truppe di questo genere nella guerra corinzia, quando occorse sull'istmo una guarnigione permanente servizio questo che non si volle addossare ai cittadini. Persino Sparta nei tempi delle maggiori angustie seguite alla battaglia di Leuctra impiegò varie volte soldati mercenari. Mantennero numerosi eserciti permanenti di mercenari i tiranni : Dionisio di Siracusa, Giasone e il suo successore Alessandro di Fere, poi i re d'Egitto ed i satrapi dell'Asia Minore ; anche il re di Persia arruolò normalmente per le sue guerre mercenari greci dopo che la superiorità di essi rispetto alle truppe asiatiche si fu rivelata in maniera così splendida a Cunara.

Quest'uso fece sì che si venne formando una classe di ufficiali di professione, ed è appunto ai condottieri di mercenari che l'arte militare greca deve in gran parte i progressi da essa fatti in quest'epoca. Già nella guerra del Peloponneso era emerso che le truppe leggere e la cavalleria, adoperate a dovere, erano talvolta più proficue delle fanterie pesanti che sinora avevano deciso la sorte delle battaglie; per conseguenza ora si procedé ovunque, persino nella conservatrice Sparta, all'istituzione di corpi di cavalleria. E dopo ciò emerse la necessità di rendere più mobile la fanteria di linea. Per il primo Ificrate attuò questa innovazione; egli diede ai suoi mercenari, in luogo della pesante armatura metallica, un giustacuore di tela ed un leggero scudo di cuoio e li armò di una lancia più lunga, e per il combattimento da lontano aste da lanciare (ne fece tesoro, Filippo di Macedonia, e suo figlio Alessandro allestendo le famose "falange").

È a questi « peltasti », così chiamati dalla foggia del loro scudo (« pelta »), che Ificrate dovette quella vittoria, riportata a Corinto sugli Spartani, che creò la sua fama di gran generale. Il nuovo armamento divenne ben presto d'uso generale negli eserciti mercenari; esso invece non potè riuscire ad introdursi negli eserciti cittadini perché ormai i militi erano addestrati a combattere all'antica maniera ed inoltre in questi eserciti difettava per lo più l'esercizio e la disciplina necessaria. Invece re Filippo di Macedonia armò sul tipo preciso dei peltasti di Ificrate la parte migliore delle sue fanterie, così detti « ipaspisti », mentre alla massa di fanteria di linea, la così detta « falange », diede loro un'armatura anch'essa più leggera, ma nel tempo stesso la munì di lance di una lunghezza mai vista fino allora (« sarise »), tanto che le punte delle aste delle sei prime file sporgevano contemporaneamente sul fronte della linea di battaglia. È ben vero che a questo modo fu sacrificato il vantaggio della maggiore mobilità delle truppe, ma in compenso non vi era nulla che potesse resistere all'urto di una massa simile se avanzava in ordine serrato.

I progressi poi della meccanica provocarono una rivoluzione nella guerra d'assedio. Si cominciarono in quest'epoca a costruire i così detti « arieti » per aprire brecce nelle mura, e torri di legno che si muovevano su ruote che venivano accostate al fronte della linea nemica per eseguire un tiro di maggiore efficacia. A tale scopo furono costruiti strumenti di lancio capaci di gettare a discreta lontananza giavellotti o palle di pietra e di piombo, e nei quali la forza d'impulso era ottenuta con la tensione di corde elastiche di peli intrecciati. È con l'aiuto di simili macchine che i Cartaginesi presero Selinunte (408) e Messene (396), e Dionisio prese Motie (397). Invece nell'Oriente greco rimase ancora per lungo tempo in uso di limitarsi al semplice accerchiamento delle piazze forti, e soltanto al tempo di Filippo divenne anche qui consuetudine generale di dare l'assalto con le macchine. Dopo tale cambiamento le fortezze perdettero in parte la loro precedente importanza, e la strategia riuscì a proporsi degli scopi che precedentemente non si sarebbero mai potuti raggiungere.
Soltanto questi progressi dell'arte militare resero poi possibile la conquista dell'Asia compiuta da Alessandro.

Come conseguenza di tutto ciò in quest'epoca la carriera politico-amministrativa cominciò a separarsi dalla carriera militare. Naturalmente anche ora un generale vittorioso potè acquistare una influenza politica dirigente, come avvenne per Epaminonda a Tebe, ovvero, sebbene in misura ben diversa, per Timoteo ad Atene; ma un uomo non tecnico di cose militari non potè più neppur pensare ad assumersi il comando di un esercito. Ne derivarono spesso conflitti fra l'amministrazione civile e militare che purtroppo riuscirono fatali alla buona condotta delle guerre. Sotto questo riguardo la monarchia aveva un vantaggio sulla repubblica ; Filippo colse i suoi successi in gran parte per il fatto di essere egli stesso re, generale e primo ministro.

In generale in quest'epoca l'idea monarchica cominciò a guadagnare sempre più terreno nella pubblica opinione. La democrazia e l'oligarchia avevano degenerato in tirannia di classe, ed era difficile dire quale delle due forme di governo rappresentasse il male peggiore. Guerra e rivoluzione regnavano in permanenza nel mondo greco ; le città repubblicane predominanti, Sparta, Atene, Tebe, si erano mostrate ugualmente incapaci di porre fine ad un simile stato di cose.
Solo la monarchia poteva forse ancora procurare la salvezza. Non fece che interpretare questa corrente di idee Senofonte, quando in un romanzo storico ("Ciropedia"), il cui eroe è Ciro il Vecchio pose innanzi agli occhi della nazione l'esempio di un re e di un generale ; ed il grande successo che l'opera ebbe, malgrado essa sia piuttosto noiosa, dimostra meglio d'ogni altro che tali idee avevano una larga diffusione.

Nello, stesso senso operò un altro dei, più influenti corifei della nazione, Isocrate. Egli aveva, un tempo creduto di vedere la salvezza dell'Ellade nell'antico ideale di Cimone, nella concorde azione di Atene e di Sparta, ma si era alla fine dovuto convincere che questo ideale era affatto irrealizzabile. E quindi anch'egli pose le sue speranze nella monarchia, dapprima volgendo lo sguardo a Giasone di Fere, poi a Dionisio di Siracusa, sinché da ultimo trovò in Filippo di Macedonia l'uomo che aveva la forza e la volontà di liberare la nazione dal marasma dovuto al frazionamento in tanti piccoli stati gelosi e di rivolgere verso l'Oriente le energie di tutta l'Ellade unita.

Ma prima di questa "grande avventura", dobbiamo tornare al nostro anno 390, quando i Greci con le loro discordie intestine, produssero fatalmente la perdita dell'indipendenza nazionale. A unirsi per rovinarla - gelosi della loro grandezza - i Lacedemoni insieme ad altri Stati, come Tebe, che per un breve periodo, principalmente ad opera di Epaminonda riuscì a dominarla.
Ma morto questo duce, la Grecia ricade nella sua passata condizione. Quanto le discordie abbiamo esausto le forze dei Greci, chiaramente appare dalla umiliazione che soffrirono gettandosi ai piedi del re di Persia e chiamando questo sovrano -da sempre atavico nemico- arbitro delle loro contese.
Solo Atene, durante la relativa tranquillità, procuratele dalle continue guerre dei suoi vicini, avendo riacquistato una parte della sua antica potenza, torna a governare gli altri Stati, nella suprema lotta contro il nuovo pericolo che minaccia la libertà della nazione, e che viene da un oscuro paese settentrionale, fino a questo punto tenuto in dispezzo come barbaro, e posto fuori dal grembo della civiltà greca.

Cioè la MACEDONIA.

Le vicende politiche di questo paese sono molto oscure. Ma sappiamo che essa fu vassalla della Persia, avversa al primato marittimo di Atene, partigiana di Sparta nella guerra del Peloponneso, travagliata da interne discordie e minacce esterne, finchè FILIPPO II, impadronitosi della potestà regia, vi ristabilì la quiete e pose solide fondamenta allo Stato.


Per la Grecia ha inizio un nuovo capitolo.
Che andiamo a narrare nella prossima puntata, tutta dedicata ai nuovi eventi, sia politici che militari

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