-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

20. LA GRANDE SPEDIZIONE IN ASIA


NUOVI OBIETTIVI DELLA SPEDIZIONE - ALESSANDRO IN IRCANIA (estate 330) - SATIBARZANE, SOTTOMISSIONE E RIVOLTA (settembre 330) - LA FINE DI FILOTA E PARMENIONE (Ottobre 330) - LA TRAVERSATA DELL’HINDU-KUSH E LA FINE DI BESSO (inverno 330- estate 329) - GUERRA IN SOGDIANA estate- inverno 329 - CAMPAGNA FINALE CONTRO SPITAMENE (primavera- autunno 328) - INVERNO A MARACANDA – UCCISIONE DI CLITO (autunno 328 ) - LA QUESTIONE DELLA PROSKYNESIS E LA CONGIURA DEI PAGGI (estate 327)

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I NUOVI OBIETTIVI

Una volta conclusa la crociata contro i Persiani, Alessandro cambiò radicalmente lo scopo della spedizione. Per diritto di conquista e di successione doveva legalmente prendere possesso dell’impero Achemenide, comprese le satrapie orientali che si erano rese indipendenti dal potere centrale. Un nuovo impero, che non aveva ancora una capitale rigorosamente definita, ma che faceva centro in Babilonia doveva prendere il posto di quello precedente: coloni Greci dovevano venire richiamati dall’Ellade per insediarsi nei nuovi territori, in città che il comando Macedone intendeva fondare esattamente identiche a quelle greche, ad eccezione del fatto che non avrebbero costituito comunità autonome, ma sarebbero dipese politicamente dal regno. A dimostrazione del cambiamento della natura del suo potere Alessandro iniziò a firmarsi come “signore d’Asia”, in una dedica a Lindo, mentre alcune zecche dell’Asia emisero monete con il titolo di Re, che in precedenza non aveva invece voluto imprimere sui conii. Il nuovo impero doveva inglobare le satrapie dell’Asia orientale, e dell’India, per prevenire che potenze ostili si formassero nei territori Iranici e calassero sull’indifesa Mesopotamia.

Alessandro inoltre, pur non avendo una mentalità da mercante, capiva che l’impero non poteva reggersi a lungo sui tesori razziati a Persepoli e Susa e che si dovevano ristabilire le reti tributarie e mercantili che avevano reso possibile ai Re Persiani l’accumulo della loro fortuna. In particolare, dall’India venivano le spezie, la seta, il cotone e le gemme, tutti tesori il cui afflusso doveva essere controllato direttamente, senza che una potenza ostile, come poteva essere quella che Besso e Satibarzane stavano costruendo, potesse ostacolarlo. Naturalmente, queste necessità potevano solo essere malamente comprese dai nobili ufficiali e dall’esercito Macedone, che ritenevano fossero stati ormai raggiunti gli obiettivi della campagna, ma per il momento Alessandro ebbe successo nell’usare il suo ascendente per convincere i suoi uomini a continuare.

L’inseguimento di Dario aveva condotto Alessandro nel vasto corridoio tra il deserto dei Parti e il Mar Caspio, lungo il quale correva la strada diretta che portava in Battriana. La regione era stepposa, l’agricoltura era praticabile solo in poche zone irrigabili, conosciute e utilizzate dalle popolazioni locali, le quali praticavano prevalentemente la pastorizia e vivevano in vilaggi non dotati di mura. Ogni regione tuttavia aveva una cittadella fortificata, detta Avarna in lingua locale, situata in genere in punti elevati e quasi inattaccabili.

Nelle campagne contro l’impero Persiano Alessandro aveva vinto la resistenza armata grazie a battaglie campali o ad assedi di centri urbani sviluppati. Ma le popolazioni iraniche e Battriane abitualmente evitavano la battaglia in campo aperto e ad agivano in gruppi di qualche migliaio di uomini, per sfuggire facilmente ai grossi contingenti che davano loro la caccia e sopraffare i piccoli distaccamenti di guarnigione, rendendo l’occupazione stabile del territorio da parte del nemico un’impresa impossibile. I metodi usati da Alessandro si adattarono di conseguenza: organizzazione di reparti di piccole e medie dimensioni, che con la loro mobilità dovevano non tanto inseguire gli imprendibili avversari, ma piombare all’improvviso sui villaggi che costituivano le loro basi di rifornimento, e sottometterli col terrore e la violenza. Ciò aumentava il rischio che gli squadroni isolati potessero essere sopraffatti, rendeva la guerra particolarmente crudele perché diretta contro la popolazione civile, ma d’altronde era l’unico sistema conosciuto allora come oggi per sottomettere un popolo che non accetta lo scontro in campo aperto.

 

ALESSANDRO IN IRCANIA (estate 330)

 

Non appena l’esercito macedone, sgranatosi per parecchi chilometri durante l’affannoso inseguimento di Dario, fu finalmente riunito, Alessandro si diresse verso l’Ircania e la Partia, che formavano un’unica satrapia. Con questo percorso si allontanava momentaneamente dalla Battriana, dove Besso e Satibarzane si diressero indisturbati, ma probabilmente voleva prima stabilire i contatti con gli altri ufficiali Persiani che si erano staccati dal seguito di Dario e che si erano recati nelle loro satrapie con gli ormai apolidi mercenari Greci. Frataferne, satrapo d’Ircania e Partia, Autofradate governatore della Tapuria, Artabazo, suocero di Memnone e padre di Barsine, insieme ai suoi figli Ariobarzane, Arsame e Cofen, si recarono in tempi diversi all’accampamento Macedone a rendere omaggio al nuovo Re dell’Asia. Alessandro ricompensò i satrapi, lasciando loro le cariche e prese Artabazo nel suo seguito, mandandolo poi a trattare la resa degli ultimi 1500 mercenari Greci, che avevano seguito Re Dario in tutte le sue vicissitudini, e che erano ora finalmente disposti a consegnarsi purché fossero lasciati liberi. Alessandro li costrinse ad arruolarsi a forza nel suo esercito ma almeno risparmiò loro il destino dei colleghi catturati al Granico che ancora languivano nelle miniere del Pangeo.

I Mardi, che abitavano il territorio montuoso della catena dell’Elburz, che, contrariamente al resto dell’Iran era ben irrorato dalle piogge ed era quindi ricco di boschi e corsi d’acqua, rifiutarono di sottomettersi e riuscirono persino a rapire Bucefalo, il cavallo preferito da Alessandro, ma, avendo sperimentato i metodi repressivi adottati dal Re macedone contro le azioni di guerriglia, dovettero scendere a patti, restituirgli il cavallo e pagare il tributo.

L’entrata dell’esercito nella capitale dell’Ircania, Zadracarta avvenne senza resistenze. La leggenda ebbe molto da dire sul breve soggiorno del Re in questa città. Si fece venire una regina delle Amazzoni con un seguito di 300 soldatesse e con l’espresso desiderio di generare un figlio da colui che aveva fama di essere l’uomo più forte del mondo, desiderio che prontamente Alessandro accondiscese giacendovi per 13 notti. Si iniziò anche a parlare apertamente dei mutamenti di costume da parte del frugale Re macedone di un tempo, attratto dai banchetti e dalla crapula, preso dal piacere del vino e dall’ebbrezza, seguito da un harem di 360 concubine, come il Gran Re persiano.

Ma soprattutto venne fuori lo scandalo, in questo caso ben documentato, dell’adozione di costumi Persiani da parte di Alessandro. Siccome si considerava Re dell’Asia, e voleva in tale veste rendersi accettabile ai sudditi asiatici, adottò una forma di abbigliamento che costituiva una via di mezzo tra quella Macedone e quella Persiana; al diadema semplice di Filippo ne sostituì uno doppio, tenne il copricapo macedone, ma portò una tunica color porpora con fascia bianca. Rifiutò di portare i paramenti dei Re Persiani, come la tiara, il manto dalle maniche lunghe detto kandys e i pantaloni larghi, poiché non si considerava affatto un successore di Dario.

In realtà intendeva fondare un regno nuovo, che fondesse nel culto della propria persona razze, società e costumi differenti, per cui non disdegnava di adottare aspetti da lui apprezzati del cerimoniale persiano, come pure usanze dei popoli che veniva a scoprire e che gli risultavano gradite. Iniziò pure a rendere accessibile alla sua persona i sudditi Asiatici e a reclutare questi nell’esercito sotto il suo comando, tenendoli in reparti rigorosamente distinti da quelli macedoni. Questi provvedimenti, lo resero particolarmente inviso alle truppe macedoni, che consideravano questo cambiamento sia moralmente indecoroso (abbandono dei costumi ancestrali per adottare quelli di popoli considerati inferiori e corrotti) che politicamente pericoloso. Lo spazio dato ai nuovi sudditi Asiatici, l’introduzione di cerimonie in cui il subordinato diventava un suddito inchinandosi davanti al Re con la Proskynesis, erano visti da molti ufficiali come una minaccia per le loro libertà e privilegi. Alessandro cercò di introdurre queste novità nel modo più cauto, dapprima adottando i costumi Persiani quando riceveva i nuovi sudditi in privato, poi anchein pubblico, ma senza pretendere le stesse forme di adorazione (cioè la Proskynesis) anche dai Macedoni, con i quali continuava a trattare con la stessa familiarità di prima. Tuttavia non poté evitare che nell’esercito serpeggiasse un malcontento sempre maggiore, che avrebbe trovato modo di manifestarsi più tardi in congiure e pronunciamenti.

 

SATIBARZANE, SOTTOMISSIONE E RIVOLTA (settembre 330)

 

Quando Alessandro mosse da Zadracarta per affrontare la coalizione dei satrapi ribelli, ebbe subito modo di verificare che questa era morta prima di nascere. Nella città di Susia, a est di Zadracarta- da identificare forse con la moderna Meshed- ricevette l’atto di sottomissione di Satibarzane, satrapo di Aria e assassino di Dario, che aveva apparentemente rinnegato l’amicizia con Besso. Alessandro si rallegrò di questa insperata sottomissione, che gli consentiva di continuare a puntare a nord-est verso la Battriana, avendo alle spalle una regione pacificata. Perdonò pertanto Satibarzane e lo confermò al governo dell’Aria, avendo cura di attorniarlo del solito piccolo nucleo Macedone, costituito dall’etero Anassippo e 40 lanciatori di giavellotto, ospitati nella capitale Artacoana.

Nel frattempo gli giunsero notizie di Besso da altri disertori persiani: il battriano, aveva assunto il titolo di regale di Artaserse e si era proclamato erede degli Achemenidi e “Signore dell’Asia” in concorrenza con Alessandro. Non era ormai più possibile una soluzione pacifica del problema: il sedicente Re dell’Asia doveva essere abbattuto prima che potesse dare una qualche forma concreta al suo potere. L’esercito macedone mosse allora verso la Battriana lungo la via diretta, da Ovest a Est. Un indugio si rese necessario per la morte di Nicanore, figlio di Parmenione e comandante degli scudati. Alessandro, sempre attento a rendere i dovuti onori funebri ai suoi fedeli ufficiali lasciò indietro Filota con 2600 uomini per preparare al defunto un sontuoso funerale. L’esercito quindi ripartì, ma prima che fosse percorsa molta strada, Alessandro fu informato della ribellione di Satibarzane, che aveva annientato il piccolo presidio Macedone e fatto insorgere l’intera provincia. Sebbene le perdite erano state limitate, lo smacco per il nuovo Re dell’Asia era piuttosto grave.

L’errore di valutazione fatto nel dare fiducia ad un traditore come Satibarzane che forse aveva finto di sottomettersi al macedone in accordo con Besso, avrebbe potuto portare a gravi conseguenze se l’esercito si fosse inoltrato ancora di più in lungo il cammino, ma il caso fortuito della morte di Nicanore aveva causato un ritardo nella marcia che si sarebbe rivelato benefico per Alessandro. Questi, lasciò a Cratero il grosso dell’esercito e con i contingenti più veloci – la cavalleria etera, i sarissofori, gli Agriani e le schiere falangite di Aminta e Ceno- ritornò sui suoi passi, puntò a sud nel cuore dell’Aria e arrivò davanti ad Artacoana in pochi giorni. Satibarzane non era riuscito a radunare abbastanza truppe in così poco tempo e dovette fuggire nelle regioni più montuose della satrapia insieme a 2000 cavalieri Battriani. Il suo tradimento fu pagato dalla popolazione locale, che subì saccheggi e uccisioni, mentre la capitale Artacoana riuscì ad ottenere il perdono.

La regione ebbe in Arsame un nuovo satrapo, ma questa volta si lasciò qualcosa di più di un presidio a vigilare sulla sicurezza della zona. Una vera e propria città fu fondata, dotata di coloni tratti dai soldati al seguito dell’esercito, che all’occasione potevano trasformarsi in truppe d’occupazione e stroncare ulteriori rivolte. La città fu battezzata Alessandria d’Aria, sorge presso l’odierna Herat e fu la prima di una serie di fondazioni di coloni-soldati, che dovevano coltivare la terra e fungere da presidio contro le popolazioni locali.

 

LA FINE DI FILOTA E PARMENIONE
(Ottobre 330)

 

Una volta assoggettata l’Aria, Alessandro non ritenne prudente puntare di nuovo sulla Battriana, ma decise di sottomettere tutte le rimanenti satrapie iraniche, per evitare di essere nuovamente sorpreso alle spalle da una rivolta mentre marciava contro Besso. A sud ovest dell’Aria si estendeva la satrapia della Drangiana, governata da Barsente, un altro dei congiurati che avevano deposto Dario, che all’arrivo degli invasori Macedoni fuggì addirittura presso gli Indi; idea rivelatasi pessima perché essi si sbarazzarono dell’ingombrante profugo, consegnandolo ad Alessandro. Questi intanto si ricongiunse col contingente di Cratero ed entrò a Frada capitale della Drangiana verso la fine d’Ottobre. Fu in questa città che si svolse la congiura di Dimno, causa apparente della rovina del casato di Parmenione e di un rimpasto nella corte. Questi aveva organizzato un complotto contro Alessandro tentando di coinvolgere il suo amante Nicomaco, che ne aveva invece informato il fratello Cebalino. Questi riferì a Filota i nomi dei congiurati implorandolo di riferire dell’accaduto al Re, ma Filota, pur promettendo di riferire immediatamente della congiura non fece nulla, né per quel giorno né per quello successivo, nonostante avesse avuto occasione di parlare più volte con Alessandro. Cebalino riuscì però ad arrivare al Re tramite un altro suo attendente ed immediatamente iniziarono le indagini e gli arresti.

Alessandro fece prendere in consegna Dimno che giunse però a lui già cadavere, giacché riuscì a suicidarsi prima di fare rivelazioni. Rimanevano le testimonianze di Nicomaco e Cebalino, che riguardavano personaggi di secondo piano ma non Filota; il suo comportamento era stato molto sospetto ma poteva anche essere attribuito a semplice negligenza. Curzio Rufo sostiene che fu Cratero a suggerire al Re l’arresto di Filota. Alessandro si decise a questo passo e fece mettere in catene il comandante della cavalleria degli Eteri. Seguì il processo in cui Alessandro, attenendosi alle procedure in vigore presso i Macedoni, radunò l’esercito che doveva giudicare il crimine di delitto capitale e si presentò come accusatore e parte lesa. In questi casi non poteva emettere la sentenza di morte, di pertinenza dell’assemblea anche se con il peso della sua posizione poteva influenzare i giurati. Le fonti discordano sul tipo di “prove” o testimonianze che inchiodarono l’imputato; Arriano parla genericamente di fatti irrefutabili, mentre le altre fonti dicono che nessuno degli altri congiurati riconosciuti tali, fece il nome di Filota. La tortura ottenne un miglior effetto: Filota non reggendo al dolore confessò il proprio coinvolgimento, e questo bastò a fugare i dubbi di coloro che lo credevano innocente. Nella condanna a morte fu incluso anche Parmenione, che, trovandosi ad Ecbatana aveva ignorato completamente tanto la faccenda del complotto che l’esito del processo, ma, poiché era padre di Filota e al comando di un contingente di 18000 uomini, si poteva essere sicuri che si sarebbe ribellato sia da innocente che da colpevole alla notizia della morte del figlio. I sicari mandati da Alessandro riuscirono a raggiungere Ecbatana e ammazzare l’anziano ufficiale prima che questi avesse avuto sentore dell’accaduto e, soprattutto, a placare la reazione delle truppe, leggendo una dichiarazione d’Alessandro in cui era descritto tutto il complotto.

Filota e Parmenione furono le vittime più illustri, ma anche parecchi altri “congiurati” e loro parenti furono uccisi o si diedero da soli la morte per prevenire la condanna che inevitabilmente colpiva i familiari dei condannati. Alessandro abolì questa crudele regola, ma non poté tuttavia impedire che l’esito della vicenda lasciasse un forte strascico di malumori. Dal suo punto di vista si era sentito tradito da persone di fiducia, per cui non poteva più esserci perdono per alcuno che fosse stato colto in fallo. Alessandro il Lincestide, che si trovava agli arresti fin dai tempi in cui era stato accusato di complotto durante la campagna in Asia Minore, ma che non era mai stato formalmente processato, venne ora condannato a morte dall’assemblea e ucciso a colpi di lancia.

Le uccisioni non furono tuttavia indiscriminate. Alcuni ufficiali come Aminta, Attalo e Polemone, tre fratelli amici di Filota furono processati ma riconosciuti innocenti e reintegrati nelle precedenti funzioni. Alessandro non si fidò più ad assegnare la cavalleria degli Eteri ad un solo potente ufficiale: il corpo venne diviso in due ipparchie a capo delle quali furono posti Efestione e Clito, mentre Tolemeo figlio di Lago divenne guardia del corpo al posto di uno dei congiurati. Le truppe che erano state sotto il comando di Parmenione vennero richiamate e in un paio di mesi raggiunsero Alessandro.

 

LA TRAVERSATA DELL’HINDU-KUSH E LA FINE DI BESSO
(inverno 330- estate 329)

 

Dalla città di Frada l’esercito reale continuò verso sud, attraverso territori stepposi, fino a raggiungere il fiume Helmand, che nasce dai monti dell’Hindu-Kush per perdersi in terreni paludosi intorno al lago Seistan. Il fiume scorre da nord –est a sud ovest, e Alessandro fece piegare l’esercito in direzione delle sorgenti del fiume, approfittando del terreno fertile intorno al lungo solco vallivo per trovare i necessari rifornimenti. Finalmente ritornava ad avvicinarsi alla Battriana, il suo obiettivo finale che rimaneva sempre lontanissima. La traversata fu abbastanza pacifica, nuove colonie come Prophtasia e Alessandria di Aracosia furono fondate senza impedimenti, i satrapi delle regioni più meridionali mandarono l’atto di sottomissione e furono lasciati nei loro possessi, mentre l’Aracosia ebbe un satrapo macedone, Menone, protetto da 600 cavalieri e 4000 fanti. Ancora una volta scoppiò il bubbone dell’Aria. Satibarzane era tornato dalle montagne con i suoi 2000 cavalieri e aveva ripreso a devastare la regione.

Questa volta Alessandro era pronto all’evenienza, mandò un distaccamento di cavalleria, e di fanteria leggera, 6600 uomini in tutto al comando di Erigio, e richiese a Frataferne, satrapo di Partia, di collaborare con le proprie truppe. Satibarzane non riuscì a sottrarsi allo scontro e venne ucciso con la sua schiera, dopo essersi personalmente battuto in duello con Erigio. La regione venne poi tolta ad Arsame, il cui comportamento era sembrato per lo meno ambiguo, e data al Macedone Stasanore, perché i fatti avevano dimostrato che in questa regione era impossibile fidarsi dei nobili locali. L’esercito reale proseguì con sempre maggiore difficoltà verso la Battriana. Dopo aver superato un alto valico coperto di neve, che separava il bacino dell’Helmand da quello del Kabul, giunse infine ai piedi del massiccio dell’Hindu Kush, un’imponente catena montuosa, collegata al sistema dell’Hymalaya e Karakoram, le cui vette si innalzano ben oltre i 7000 metri. Era insomma arrivato nel cuore dell’attuale Afghanistan, un nodo strategico da cui partivano le strade verso la valle dell’Helmand e l’Iran, verso la Battriana attraverso l’Hindu Kush, e soprattutto verso l’India attraverso il comodo passo Khyber . La grande importanza della regione portò Alessandro a fondare una nuova Alessandria, detta del Caucaso (che gli antichi erroneamente confondevano con l’Hindu Kush) nei pressi dell’odierna Charikar. Qui l’esercito svernò, in attesa di passare l’immane bastione montuoso. Besso aveva raccolto un esiguo esercito di 7000 cavalieri Battriani e milizie Sogdiane, e con essi decise di fare terra bruciata nelle lande settentrionali dell’Hindu Kush, in modo da rendere impossibile il sostentamento dell’esercito invasore. Tuttavia questa tattica non bastò a fermare Alessandro; nella Primavera del 329 l’esercito reale in soli sedici giorni varcò la catena montuosa presso il passo di Khawak, alto 3500 metri e piombò sulla città di Drapsaka. Besso si fece cogliere totalmente impreparato, tanto che non pensò nemmeno a difendersi, ma fuggì oltre fiume Oxo (odierno Amu Darjia) rifugiandosi nella satrapia settentrionale della Sogdiana, presso il satrapo Spitamene. Tutti i Battriani sembrarono sottomettersi e Alessandro entrò senza resistenze nella capitale Battra (l’odierna Balkh).

L’esercito aveva sofferto moltissimo durante la traversata, e molti uomini e, soprattutto donne del seguito erano cadute per il freddo e gli stenti, ma la mancanza di combattimenti seri consentirono alle truppe di riprendersi presto. La regione fu affidata al satrapo Artabazo, già collaboratore di Alessandro, molto avanti ormai nell’età, ma che s’era dimostrato uno dei pochissimi notabili iranici dotato di efficienza e di lealtà. Alessandro poteva quindi sentirsi ben protetto alle spalle, quando decise di inseguire Besso in Sogdiana e varcare il largo e inguadabile fiume Oxo, servendosi di zattere improvvisate, fatte di pelli d’animale, esattamente come aveva fatto sul Danubio. Il sedicente successore di Dario non aveva certamente brillato di senso strategico e di capacità organizzative, ed era stato soprattutto incapace di crearsi un forte seguito presso i notabili iranici e Sogdiani per i quali diventato utile solo come merce di scambio, per ottenere l’impunità. Dataferne e Spitamene infatti lo consegnarono ad un piccolo distaccamento Macedone comandato da Tolemeo, che lo spedì in ceppi e con una corda al collo ad Alessandro. Il Re dell’Asia lo fece quindi mutilare e mandare a Ectabana, dove fu condannato al supplizio da una corte di notabili Persiani, tra cui il fratello di Dario.

 

GUERRA IN SOGDIANA
(estate- inverno 329)

 

Il bilancio della primo anno seguito alla caduta dell’impero persiano era tutto sommato positivo per il nuovo re dell’Asia. Non meno di otto satrapie erano cadute con scarsissima resistenza e modesto spargimento di sangue nell’esercito invasore; bene o male quasi tutti i satrapi erano stati costretti a collaborare e gli assassini di Dario, che avevano tentato una qualche resistenza, erano stati tutti puniti. La sottomissione della Sogdiana non appariva un compito più difficile di quello incontrato nelle altre satrapie; in effetti tanto la capitale Maracanda, che le altre cittadelle della regione si erano sottomesse pacificamente e avevano accettato delle guarnigioni. Alessandro si era diretto quindi a nord- est, verso il fiume Iassarte dove intendeva fondare una colonia militare in questa regione remota per proteggere il territorio conquistato dalle incursioni dei nomadi Sciti e Massageti.

Prima ancora di dare il là ai lavori ricevette la notizia di un misterioso contingente di 7000 cavalieri Sogdiani che scorrazzava nella regione mentre gli abitanti locali, esattamente come gli Afghani del giorno d’oggi, avevano annientato alcuni distaccamenti isolati di Macedoni per rifugiarsi poi sulle montagne. Alessandro fece allora chiamare i più autorevoli capi tribù Sogdiani, tra cui Spitamene e Catane intendendo usare la loro autorità per spegnere i bollori dei rivoltosi. Ma proprio Spitamene era il vero ispiratore della rivolta, e, quindi, non solo non si presentò, ma spinse tutti gli altri rappresentanti tribali a fare lo stesso e a dare l’assalto contemporaneamente alle guarnigioni Macedoni nelle città Sogdiane. Colte di sorpresa esse furono tutte annientate, eccetto quella della capitale Maracanda, che venne posta sotto assedio da Spitamene stesso. Alessandro dovette seguire la tattica molto rischiosa di dividere il proprio esercito, affidando dei contingenti ai suoi subordinati.

All’inizio la tattica funzionò. Cratero fu mandato a Ciropoli, Meleagro e Perdicca posero sotto assedio le città ribelli mentre Alessandro stesso con una forza mobile aiutava l’uno o l’altro dei suoi distaccamenti,. In breve sette cittadelle Sogdiane furono riconquistate e punite con brutali massacri, senza che questo facesse cessare la rivoltà. Spitamene stava ancora assediando Maracanda, mentre gli Sciti al di là dello Iassarte, provocati dalla costruzione della fortezza di Alessandro e allettati dalle difficoltà che il Macedone stava attraversando, mossero in armi contro di lui. Pensando che il pericolo più serio fossero gli Sciti, Alessandro rinunciò a muovere di persona contro Spitamene, mandandogli contro un contingente di 3000 uomini al comando di Menedemo, ma questi fu attratto in un’imboscata dal sogdiano presso il fiume Politmeto, perdendo ben 2300 uomini. Alessandro, ferito gravemente durante uno degli assedi era riuscito tuttavia a battere l’esercito degli Sciti e a uccidere 1000 di loro insieme al comandante Satrace, ma alla notizia del disastro occorso al suo contingente, ritornò a marce forzate verso Maracanda, soltanto per scoprire che Spitamene si era dileguato al suo arrivo. L’esercito macedone inseguì il fuggitivo senza concludere nulla, e si rifece per rappresaglia sulla popolazione civile che viveva intorno al fiume Politmeto, che venne sterminata.

 

CAMPAGNA FINALE CONTRO SPITAMENE
(primavera- autunno 328)

Alessandro dovette sospendere la campagna per svernare a Battra, durante il durissimo inverno nelle steppe asiatiche. Non furono mesi d’inattività quelli trascorsi nella capitale della satrapia, perché consentirono al re macedone di ottenere con la diplomazia, se non la sottomissione, almeno l’alleanza di alcune tribù Scitiche e del Re dei Corasmi Farasmane, il cui popolo era stanziato sul corso inferiore dell’Oxo. L’anno successivo Alessandro ritornò a invadere la Sogdiana, la cui popolazione si era nuovamente ribellata. Anche stavolta non rinunciò al proposito di dividere l’esercito in cinque colonne, che avrebbero dovuto debellare le resistenze armate in tutta la regione per poi riunirsi a Maracanda. Efestione comandava la prima schiera, Tolemeo la seconda, Perdicca e Ceno le altre due, mentre egli stesso con la quinta marciò direttamente sulla capitale della Sogdiana.

L’occupazione fu fatta senza incidenti, ma Spitamene non era lì. Comprato l’aiuto di 600 cavalieri Massageti, invase la Battriana, proprio mentre Alessandro lo cercava invano in Sogdiana. Con una rapidità degna del suo avversario Spitamene sopraffece la guarnigione di un fortino di confine e giunse davanti alle porte di Battra. Un drappello composto da alcuni eteri e mercenari con più audacia che ragionevolezza uscì all’attacco, ma dopo un iniziale successo, fu attratto in un’imboscata da Spitamene, perdendo 67 uomini. Ma Alessandro aveva lasciato Cratero in Battriana con un adeguato contingente e l’esperto ufficiale macedone intervenne prontamente contro il Sogdiano. Questa volta Spitamene non riuscì a fuggire facilmente dagli inseguitori Macedoni e in uno scontro perse oltre 150 uomini. Era sua intenzione sobillare ancora una volta la Sogdiana, ma Alessandro vi aveva lasciato guarnigioni piuttosto numerose e un corpo mobile al comando di Ceno. Spitamene raccolse 3000 tra Sciti, Sogdiani, Battriani e Massageti nella fortezza di Gabe, e attaccò nuovamente durante l’autunno, ma venuto a battaglia con Ceno, fu sconfitto in modo decisivo. I Battriani e i Sogdiani al suo seguito lo abbandonarono e i Massageti lo tradirono, tagliandogli la testa che venne mandata ad Alessandro. Trovò così la morte il più indomito e abile avversario che i Macedoni avessero conosciuto nella loro guerra di conquista.

INVERNO A MARACANDA – UCCISIONE DI CLITO
(autunno 328 )

Il bilancio dell’anno trascorso non era particolarmente roseo per l’esercito invasore. La Sogdiana e la Battriana erano state sottomesse ma niente affatto pacificate, nonostante la durissima repressione, e le perdite causate dalla guerriglia erano state appena compensate dall’arrivo di un contingente di 20000 uomini dall’Europa. Il periodo trascorso a Maracanda, invece che rilassare gli animi portò a nuove tensioni all’interno dell’esercito macedone, tra Alessandro e i suoi ufficiali più anziani. L’occasione fu offerta da un banchetto in cui gli uomini bevevano in abbondanza e la conversazione era priva di inibizioni. Alessandro mostrava un’inclinazione sempre maggiore a bere in queste cene, e del resto anche suo padre era un notorio ubriacone, per cui il fatto in sé non suscitava scandalo. L’alcool del resto aveva un effetto anestetico sui dolori che il Re doveva provare per le numerose ferite subite, e lo aiutava a rilassare la mente dalle questioni militari e amministrative che lo tenevano impegnato tutta la giornata. In una di queste occasioni scoppiò una disputa tra alcuni ufficiali giovani e anziani: seguiamo il resoconto di Plutarco:

 

“Durante il simposio, mentre tutti bevevano senza ritegno, furono cantate le poesie di un certo Pranico… che erano state composte per far ridere la compagnia e a scorno dei generali sconfitti recentemente dai barbari… Alessandro e i suoi fidi si divertivano ad ascoltare e incitavano il cantore a proseguire. Clito a questo punto era già ubriaco, oltre ad essere un uomo violento, iroso e superbo per natura. Anch’egli s’irritò quanto mai e disse che non stava bene, trovandosi fra barbari e nemici, oltraggiare dei soldati macedoni, che erano molto migliori di chi li derideva, anche se erano stati sfortunati. Alessandro replicò che difendeva se stesso quando chiamava fortuna la viltà. Clito balzò in piedi e disse :- Eppure questa mia viltà ti salvò la vita, o illustre figlio degli dèi, quando avevi già voltato la schiena alla spada di Spitridate; ed è il sangue di questi Macedoni, queste loro ferite, che ti hanno reso tanto grande, da rinnegare tuo padre Filippo e proclamarti figlio di Ammone”

 

Era abbastanza da provocare la reazione del Re macedone quando era sobrio, e Clito aggiunse altri sinceri ma poco opportuni commenti sul nuovo corpo di guardie Persiane e sui vestiti di foggia asiatica che il Re aveva preso a indossare. Alessandro replicò a parole per poi perdere la testa e gridare al complotto e cercò di farsi dare un’arma per mettere a tacere il provocatore (durante i banchetti gli ospiti erano disarmati). Gli amici comuni tentarono di portare via a forza Clito dal banchetto, ma questi riuscì a divincolarsi e a ritornare nella sala dove Alessandro, che era riuscito a procurarsi una lancia, gliela immerse nel petto. Il fatto suscitò un grande scandalo a corte, dove era considerato inammissibile, perfino per un Re, ammazzare un suo ospite al banchetto, soprattutto un uomo a cui doveva la vita e con cui aveva rapporti di parentela. Lo stesso Alessandro fu così prostrato dal dolore e dalla vergogna che cercò di suicidarsi, trattenuto a stento dalle sue guardie del corpo. Naturalmente l’episodio contribuì a scavare un solco con quella parte dell’esercito che disapprovava il suo operato e i suoi atteggiamenti tirannici e satrapeschi.

 

SOTTOMISSIONE DELLA SOGDIANA
(Gennaio 327- Estate 327)

 

La morte di Spitamene aveva posto fine alla resistenza mobile dei Battriani, ma c’erano ancora numerose fortezze, che comandate da signorotti indipendenti a qualsiasi autorità, sfidavano la potenza macedone. Alessandro, che già mirava all’India e voleva pertanto chiudere in fretta la campagna sogdiana, intraprese una spedizione invernale, nella quale con grande difficoltà conquistò la cosiddetta “Rocca della Sogdiana”, in cui fece prigioniera, in mezzo ad altri nobili, Rossane, figlia del regolo sogdiano Oxiarte, considerata una delle più belle donne dell’epoca. Alessandro convolò rapidamente a nozze con l’avvenente fanciulla, pensando forse di abbinare la passione al calcolo politico, dato che i matrimoni erano sempre un ottimo modo di riconciliarsi con le popolazioni locali e mostrare ad esse che il nuovo Re aveva intenzione di tenerle in considerazione. Il padre di Rossane ovviamente accettò di servire sotto Alessandro e convinse un altro capo locale, Choriene, a consegnare il proprio fortino, il cui assedio sarebbe costato altrimenti molto sangue Macedone. L’ultima cittadella Sogdiana fu infine conquistata da Cratero. La conquista fu suggellata da diverse fondazioni di colonie, popolate da veterani dell’esercito ormai non più adatti ai combattimenti, che dovevano allo stesso tempo coltivare la terra e proteggere in armi la satrapia dall’invasione degli Sciti e dalle rivolte locali. Nello stesso tempo, Alessandro dispose che 30000 indigeni locali fossero educati e istruiti all’uso Macedone, per farne sudditi fedeli al pari degli altri.

 

LA QUESTIONE DELLA PROSKYNESIS E LA CONGIURA DEI PAGGI
(estate 327)

Alessandro era il signore dell’Asia per i suoi sudditi Iraniani, e questi gli tributavano omaggio con il gesto della proskynesis, consistente in un bacio rivolto alla punta delle dita della propria mano e ad una riverenza, che poteva essere un inchino leggero o addirittura una prostrazione a terra del suddito davanti al sovrano. Naturalmente i Macedoni e i Greci non avevano mai tributato un simile onore ad Alessandro; la proskynesis era conosciuta in Ellade, ma veniva riservata soltanto agli Dèi. Quando Alessandro cercò di introdurla chiunque sospettò che fosse un nuovo sistema per farsi riconoscere l’origine divina. In verità Alessandro cercava di dare un’immagine coerente della propria regalità. Poiché trattava i Macedoni familiarmente e non esigeva da loro alcuna riverenza riconoscibile, creava scandalo agli iraniani che avevano una concezione profondamente diversa del comportamento di un Re verso i suoi sudditi; Alessandro sapeva che questo avrebbe potuto comportare che non prendessero sul serio la sua autorità. Per queste ragioni, e non per ottenere un sottinteso riconoscimento della sua origine divina, tentò di introdurre l’usanza della proskynesis anche per i sudditi greci e macedoni. Il tentativo incontrò notevoli resitenze, che si focalizzarono intorno alla figura del filosofo Callistene, storico della spedizione e primo diffusore della leggenda di Alessandro figlio di Ammone. Il problema che questi incontrava come libero uomo greco e come filosofo nell’eseguire la proskynesis, era che lo considerava un gesto da schiavi, e il simbolo di tutto quello che gli Elleni rigettavano del dispotismo Persiano. I Macedoni, che non avevano alcuna simpatia per un filosofo, tanto più se Greco, per interesse comune solidarizzavano con il suo punto di vista, e alcuni di malavoglia si prestarono a fare la riverenza, altri si comportavano in modo sprezzante, come Leonnato, guardia del corpo di Alessandro che dileggiò in pubblico un Persiano che si prosternava davanti al Re, causandone quindi la sua ira. Alessandro dovette lasciare perdere questa forma di adorazione, che chiaramente era stata accolta con grande sfavore, ma considerò Callistene con forte sospetto, anche perché iniziarono a circolare voci su presunti discorsi antitirannici tenuti dal filosofo durante dei convivi. Più tardi, in modo fortunoso si salvò dalla congiura dei paggi reali, giovani di alta nobiltà Macedone addetti alla cura della sua persona, che avevano deciso di pugnalarlo mentre dormiva.

L’origine del loro risentimento sembra sia stata personale. Uno di loro, Ermolao, aveva ucciso durante una caccia un cinghiale su cui Alessandro stava dirigendo il colpo, ed era stato punito per questo affronto alla dignità regale con una buona dose di frustate. Ferito nell’orgoglio aveva coinvolto un pugno di giovani nell’atto proditorio, che non era andato a segno soltanto perché uno di loro si era deciso a rivelarlo. Già l’esempio di Pausania mostra che i Macedoni non andavano troppo per il sottile quando si trattava di vendicare un affronto personale, fosse pure il Re responsabile di questo, ma Alessandro quando ebbe in mano tutti i congiurati non poteva credere che avessero agito per motivi così futili e che non ci fosse un suggeritore dietro a loro. I giovani furono torturati perché saltasse fuori il nome di Callistene, e sembra che effettivamente i carnefici riuscissero a far confessare alcuni dei paggi. Immediatamente essi furono lapidati dall’assemblea dei Macedoni, mentre la sorte di Callistene cambia a seconda delle fonti, anche se tutte concordano nel dire che in qualche modo fu levato di mezzo. Questo episodio molto truce non portò, sembra, a ulteriori tensioni tra Alessandro e la sua corte, ma procurò molta infamia postuma al sovrano Macedone, che venne in seguito dipinto dai filosofi di scuola peripatetica amici di Callistene come un tiranno sanguinario, una nuovo Serse che doveva unicamente alla propria fortuna i successi conseguiti.

 

La campagna in Battriana con la sua durezza e crudeltà aveva segnato profondamente sia Alessandro che le sue truppe, eppure non ne aveva spento la volontà di proseguire verso nuove mete. L’India, l’estrema regione che una volta aveva fatto parte dell’Impero Persiano, era vicina, e le sue ricchezze parevano pronte a cadere in mano ai suoi conquistatori.

 

L'INVASIONE DELL'INDIA (Estate 327-Primavera 326) - LA CAMPAGNA CONTRO PORO (Primavera 326) - LA BATTAGLIA DELL'IDASPE (Maggio 326) - MARCIA SULL'IFASI (Estate 326) - PREPARATIVI PER LA DISCESA DELL'INDO (Novembre 326) - LO STERMINIO DEI MALLI (Novembre 326- Febbraio 325) - VERSO L'OCEANO (Marzo-Luglio 325)


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L'INVASIONE DELL'INDIA (Estate 327-Primavera 326)

Prima di varcare il passo Khyber e entrare in India, Alessandro sentì il bisogno di riorganizzare l'armata che aveva guidato attraverso l'Iran e la Battriana e di adattarla al clima e al terrno differente. Bruciò tutti i carriaggi colmi di bottino che impedivano la sua mobilità e congedò un gran numero dei suoi veterani ormai inutilizzabili, riforgiando la sua armata con l'impiego di parecchie migliaia di cavalieri iranici. Le forze combattenti ammontavano a circa 40000 uomini, mentre gli ausiliari e i non combattenti portavano il totale a 120000 uomini. Dopo aver varcato un'altra volta la catena dell'Hindu Kush, prendendo la strada di Bamian e della Valle di Ghoroband, Alessandro divise le sue forze. Mentre le truppe pesanti, al comando di Perdicca ed Efestione, mossero insieme ai bagagli attraverso la valle del Kabul fino all'attuale Charsadda, Alessandro alla testa di truppe armate più alla leggera si spinse più a nord, attraverso le regioni dello Swat, abitate da popolazioni montanare indiane estremamente bellicose e restie a sottomettersi.

Arriano e Curzio ci raccontano di innumerevoli cittadelle sottomesse durante la marcia, in genere impossibili da identificare con villaggi moderni. La maggiore impresa della spedizione fu la cattura di Aorno, una fortezza posta su un picco apparentemente inaccesibile, vicino alla valle dell'Indo. Nello stesso tempo, Perdicca ed Efestione che, avevano compiuto un percorso più facile, avevano costruito un ponte sull'Indo, e su esso, nella Primavera del 326, Alessandro passò nel territorio del Punjab, che come dice il nome, è una regione composta da cinque fiumi, affluenti dell'Indo che convogliano su di esso le acque della catena Hymalaiana.

LA CAMPAGNA CONTRO PORO Primavera 326

Il territorio in cui era penetrato l'esercito macedone era dominato da tre potentati: quello di Ambhi che si estendeva tra l'Indo e L'idaspe (Jhelum), che aveva in Taxila la sua capitale, quello di Poro (Paurava), tra l'Idaspe e l'Acesine (Chenab), e quello di Abisare, situato a nord-est di quello di Poro, ai confini dell'attuale Kashmir. Nella Primavera del 326Alessandro entrò nel regno di Ambhi, da lui poi ribattezzato Taxila, e ricevette un'accoglienza amichevole dal sovrano, che lo equipaggiò con elefanti e truppe. I regni di Taxila e Poro erano in relazioni ostili e per questa ragione Alessandro poteva contare in Taxila come un valido alleato. Poro non era rimasto inerte e si era preparato a respingere l'inevitabile attacco con tutte le forze del suo regno, mentre Abisare preferì una tattica più attendista, pronto a soccorrere il vincitore dello scontro che si andava profilando.
Alessandro raggiunse l'Idaspe, proprio mentre stava iniziando la lunga stagione delle piogge monsoniche e il fiume si stava gonfiando. Sull'altra sponda il Re indiano aveva schierato le sue truppe al completo, circa 30000 uomini e 200 elefanti, che costituivano la sua arma più temibile. Attraversare il fiume su zattere davanti al nemico non era un piano che avesse prospettive di successo, perché l'esercito sarebbe stato attaccato appena uscito dal fiume senza potersi schierare, e gli uomini e i cavalli sarebbero stati spazzati via dagli elefanti; bisognava cercare un guado non sorvegliato.

Dopo avere tenuto desta l'attenzione del nemico con falsi attacchi, guidati da piccoli "commandos" di truppe, Alessandro ordinò ai suoi soldati di fare un rumore continuo e spostarsi in continuazione, in modo da abituare gli Indiani a non dare troppo peso a queste continue manovre. Poi, dopo avere lasciato Cratero al comando del corpo principale dell'armata, guidò una forza d'assalto composta da 5000 cavalieri e 6000 fanti equipaggiati con barche e zattere, verso un guado, situato una ventina di chilometri più a monte del punto in cui era accampato l'esercito indiano.

LA BATTAGLIA DELL'IDASPE. Maggio 326

Il guado si presentava particolarmente difficile: erano iniziate le piogge monsoniche e il fiume stava rapidamente crescendo di livello; i fanti e i cavalieri si videro costretti ad attraversare con l'acqua fino al petto e pure i cavalli soffrirono non poco la violenza della corrente. Una volta passati tutti senza perdite, Alessandro dispose le truppe per la marcia, con gli arcieri e la cavalleria in testa, mentre la fanteria seguiva in formazione. Gli esploratori indiani avevano informato re Poro che gli invasori avevano forzato il fiume, ed egli, probabilmente non consapevole della reale consistenza del corpo di sbarco, inviò contro di loro un contingente composto da 2000 cavalieri e 120 carri, guidati dal suo stesso figlio, che si rivelò inadeguato al compito.
Gli Indiani si batterono coraggiosamente ma furono alla fine sconfitti e volti in fuga perdendo tutti i carri, mentre lo stesso figlio di Poro cadde in battaglia. Una volta appreso l'esito dello scontro Poro capì che la minaccia principale veniva da Alessandro e non dalle truppe macedoni ancora schierate dall'altra parte del fiume, per cui risolse di muovere l'intero esercito contro di lui, dopo avere lasciato una schiera esigua a custodia del fiume di fronte a Cratero.

Ecco come Arriano descrive la battaglia:
"Come (Poro) s'imbatté in un terreno dove non si vedeva fango, reso invece completamente uniforme dalla sabbia e resistente alle irruzioni e alle conversioni dei cavalieri, là dispose l'esercito. Primi sul fronte erano gli elefanti, distanti l'uno dall'altro un centinaio di piedi per costituire una linea sul fronte dell'intera falange e suscitare ovunque il terrore nei cavalieri di Alessandro.. Dopo gli elefanti Poro schierò la fanteria, non sul medesimo fronte delle bestie, ma in seconda linea, in modo che più o meno le schiere risultassero inserite negli intervalli. Al di là degli elefanti egli aveva disposto fanti anche sui lati, mentre su ciascun lato della fanteria sistemò la cavalleria e davanti a questa, su ambo i lati, i carri." Alessandro di fronte ad uno schieramento di questo genere, che si presentava inespugnabile frontalmente, attese dapprima alcuni reparti che avevano guadato il fiume successivamente e che, una volta arrivati portarono la forza della sua falange a 10000 uomini, poi sempre secondo Arriano:

"Essendo superiore nella cavalleria, ne prese la maggior parte ela spinse contro l'ala sinistra dei nemici, volendo attaccare in quel punto. Quindi inviò Ceno sul lato destro con la formazione della cavalleria sua e di Demetrio, con l'ordine di incalzare i barbari non appena essi, vedendo la loro massa di cavalieri, fossero avanzati sul fianco con i loro. Alessandro quindi affidò il comando della falange dei fanti a Seleuco , Antigene e Taurione, ma ordinò di non prendere parte all'azione prima di aver visto la falange dei fanti e dei cavalieri nemici scompigliati dalla sua cavalleria." Già si trovava a tiro di freccia ed inviò gli arcieri a cavallo, circa 1000 sul lato sinistro degli Indiani per sconvolgere i nemici schierati in quel punto con il fitto lancio dei dardi e la carica della cavalleria. Poi egli stesso si spinse celermente sul lato sinistro con i cavalieri eteri..Intanto gli Indiani radunarono i cavalieri da ogni parte e cavalcarono parallelamente ad Alessandro per contrastarne l'attacco. Allora gli uomini di Ceno, secondo gli ordini ricevuti, apparvero alle loro spalle..così gli Indiani non riuscirono a sostenere l'urto dei cavalieri di Alessandro ma furono risospinti verso gli elefanti, come verso un muro amico."

A quel punto con la cavalleria invischiata in mezzo alla fanteria e agli elefanti, l'esercito di Poro pareva caduto nella confusione, per cui alla falange Macedone parve opportuno attaccare frontalmente. Tuttavia la resistenza degli elefanti non fu piegata facilmente. Le bestie, colpite dai dardi e dalle frecce e impazzite dal dolore presero a calpestare amici e nemici, ma quelle che caricarono la falange riuscirono a penetrarvi dentro, nonostante la barriera delle sarisse, e menarono strage tra i fanti macedoni. Alcuni ufficiali come Seleuco non avrebbero mai più dimenticato il terribile combattimento e la forza degli elefanti Indiani, e in seguito avrebbero cercato in tutti i modi di entrarne in possesso, considerandoli un'arma risolutiva. L'impasse della battaglia fu risolta da Cratero che fece guadare il fiume al grosso dell'esercito e piombò sugli ormai spossati Indiani. Essi non vennero meno perché il loro sovrano combatté indomito fino alla fine. Tuttavia, dopo avere perso altri due figli e molti degli ufficiali e dignitari del regno, ferito in più punti, decise di venire a patti.

Alessandro, anche perché colpito dall'orgogliosa risposta di Poro, che quando gli fu chiesto che sorte desiderasse, rispose di volere essere trattato da Re, non solo gli risparmiò la vita, ma gli aggiunse altro territorio, oltre a quello che già possedeva, e lo riconciliò con Taxila. Per festeggiare la vittoria Alessandro ordinò la fondazione di due città, Nicea e Bucefala; quest'ultima in ricordo del suo valoroso cavallo Bucefalo, caduto in battaglia.

MARCIA SULL'IFASI (Estate 326)

Il successo fu celebrato anche da un'emissione di decadracme d'argento raffiguranti Alessandro a cavallo che impugna una sarissa contro Poro, che si ritira sul suo elefante, mentre sul retro Alessandro, in veste di Re dell'Asia, appare con un fulmine in mano. La vittoria, nonostante fosse stata ottenuta sopra uno dei tanti regoli della regione, gli fece davvero credere che fosse la consacrazione della sua spedizione, e con un ulteriore appello ai suoi soldati, li spinse a fare un ultimo sforzo per raggiungere i confini dell'Oceano che riteneva ormai prossimi. Eppure, nonostante un mese di riposo, le continue piogge monsoniche, iniziate a Giugno, erosero lentamente il morale dei suoi soldati che mostrarono ben poca gioia nel riprendere la marcia. Alessandro ricevette doni propiziatori da Abisare, varcò altri due fiumi del Punjab, l'Acesine e l'Idraote, sottomise le tribù a oriente di questo fiume ed espugnò la città di Sangala, sterminando le popolazioni che gli opponevano resistenza. Il tutto mentre perduravano le insistenti piogge monsoniche che facevano marcire armi ed equipaggiamento dei soldati e che causavano la proliferazione di serpenti ed animali molesti che rendevano penosa e pericolosa la marcia.

Avvicinandosi all' Ifasi, il quarto fiume del Punjab, iniziò a ricevere rapporti che contraddicevano in pieno la sua convinzione di essere vicino ai confini della terra. Oltre il Punjab si stendevano altre terre e altri popoli intorno al fiume Gange e si mormorava dell'esistenza del regno dei Gandaridi il cui Re era in grando di schierare un numero di soldati e, soprattutto, di elefanti di parecchie volte superiore all'esercito di Poro. La prospettiva di combattere battaglie su scala ancora più vasta di quella dell'Idaspe, che aveva procurato ai Macedoni un sacro terrore per gli Elefanti e un certo rispetto per le capacità combattive degl Indiani quando ben guidati, li indusse a manifestare con un silenzio passivo un forte dissenso nei confronti del loro sovrano. Riuniti nell'assemblea militare avevano il pieno diritto di porre veti ad Alessandro e questi poteva convincerli, ma non obbligarli a proseguire.

Alessandro parlò al cuore dei suoi veterani macedoni, ma nemmeno il suo carisma e la sua eloquenza fecero il miracolo di convincere uomini ormai logorati da anni di fatiche e spaventati dall'idea di sopportarne di più gravi a vargare l'Ifasi. Per bocca di Ceno, valoroso e provato ufficiale, l'esercito macedone comunicò la sua intenzione di non proseguire. Alessandro se voleva arrivare al Gange poteva contare solo sulle sue truppe asiatiche, che, pur componendo la maggior parte dell'esercito, non erano sufficientemente sicure ed affidabili. La tradizione racconta che per tre giorni rimase ritirato nella tenda, inaccessibile persino ai suoi amici. Il quarto giorno cedette: fece celebrare dei sacrifici per conoscere la volontà degli Dei circa il proseguimento dlla marcia e questi diedero risultati contrari.

Ora che aveva un pretesto onorevole per motivare la sua ritirata, fece costruire dodici giganteschi altari agli Dei che lo avevano assistito nella sua avanzata fino all'India e diede ordine di ritornare verso l'Indo. Il valoroso Ceno morì di lì a poco per una malattia presa nel malsano ambiente Indiano e Alessandro gli tributò un grandioso funerale.

PREPARATIVI PER LA DISCESA DELL'INDO Novembre 326

Il ritorno in occidente non si svolse lungo la via percorsa all'andata. Se Alessandro non ebbe successo nel convincere il suo esercito a procedere oltre l'l'Ifasi, riuscì tuttavia a spingerlo a percorrere l'Indo fino alla foce. In un modo o nell'altro voleva raggiungere i confini dell'Oceano e soprattutto verificare se esistesse una rotta, percorribile dalle navi, che collegasse l'India al Golfo Persico e all'Egitto. La parte seguente del viaggio avrebbe avuto quindi un carattere esplorativo; con l'aiuto della manodopera fornita dai suoi nuovi alleati indiani e dei genieri al seguito del suo esercito sarebbe stata allestita una grande flotta per discendere il fiume Indo fino all'oceano.

La prima esigenza di Alessandro fu di salvaguardare i territori sottomessi o alleatisi con lui, in modo da pararsi le spalle. Filippo, figlio di Machata, controllava come satrapo la linea di comunicazione verso la Battriana, la regione della valle del Kabul e una fetta di territorio a est del fiume. Taxila, Poro e Abisare furono confermati nei loro possedimenti in cambio dell'aiuto fornito per la costruzione di navi e per il rifornimenti dell'esercito. Prima di intraprendere conquista dell'India Meridionale, l'esercito ricevette ulteriori rinforzi dall'Europa: 7000 fanti mercenari assoldati dal tesoriere Arpalo, 6000 cavalieri dalla Grecia e dalla Tracia e ben 23000 fanti Greci, nonché due tonnellate e mezzo di rifornimenti medici e 25000 armature istoriate d'oro e d'argento che fece subito distribuire ai suoi fanti scudati.

L'imponente esercito che con i nuovi complementi aveva sicuramente compensato le perdite d'inizio campagna, era ora affiancato da una poderosa flotta che tra barche, zattere e vere e proprie navi assommava a 18000 unità, allestita in un tempo veramente breve, prima dell'inverno del 326. Partendo dal dominio di Re Poro la flotta iniziò a discendere l'Idaspe, mentre l'esercito la seguiva appresso diviso in tre reparti al comando di Efestione, Cratero e Filippo.

LO STERMINIO DEI MALLI (Novembre 326- Febbraio 325)

Se c'erano ancora dei dubbi divenne ben presto chiaro che gli invasori Macedoni non erano benvoluti in India. Le popolazioni che abitavano la parte meridionale del Punjab non erano rette da regoli locali, ma avevano un governo repubblicano ed erano perennemente in lotta fra loro. Alessandro sottomise con una certa facilità le popolazione dei Sibi edegli Agalassi, ma trovò ben presto una resistenza maggiore nelle popolazioni successive. Visto il comune pericolo incombente le tribù più importanti, quelle degli Ossidraci e dei Malli, che abitavano intorno alla confluenza dell'Acesine con l'Idraote, avevano deciso di sospendere le loro lotte e, unirsi contro il nuovo pericolo, fortificandosi nelle loro cittadelle.

Alessandro a quanto pare non volle scendere a compromessi e decise di dare un esempio di terrore, sterminando ogni volta la popolazione delle città che riusciva a prendere d'assalto. I Malli si opposero con risolutezza ma senza riuscire a respingere l'assalto: due cittadelle caddero facilmente nonostante la disperata resistenza dei difensori e vennero rase al suolo. In una di esse si era scoperto che era stata la casta dei bramani a organizzare la resistenza fino all'ultimo uomo. Questa mattanza ebbe il culmine nell'assedio della città principale deio Malli, di cui le fonti non riportano il nome, ma che è stata identificata con l'odierna Multan. Alessandro stesso guidò i suoi uomini, scalandone le mura della cittadella, come aveva fatto a Tiro. Insieme a lui combattevano sugli spalti i suoi ufficiali Peuceste e Leonnato e il soldato Abrea. Gli altri macedoni non riuscivano a raggiungerli perché le scale che avevano posto dietro di loro erano crollate per il troppo peso e i quattro macedoni vennero fatti segno ad un lancio di proiettili da parte dei difensori.

Forse in quel momento Alessandro si era visto perduto qualunque cosa avesse fatto, o forse aveva perso la testa nella foga del combattimento e pensava di vincere da solo. Sta di fatto che, con un gesto più temerario che coraggioso, balzò dalle mura all'interno della cittadella in mezzo ai nemici, atterrando in piedi vicino ad un albero che gli dava parziale protezione. I Malli lo tempestarono di frecce e una di queste raggiunse il bersaglio penetrandogli nel petto. Peuceste saltò anch'egli giù dal muro e con il suo scudo lo protesse dall'ondata di frecce successiva e dopo poco tempo anche Leonnato prestò la sua assistenza, mentre Abrea morì per un colpo di freccia scagliato da vicino. Finalmente gli altri Macedoni, utilizzando i pioli delle scale rotte e altri mezzi d'emergenza, scalarono il muro ed entrarono nella città, salvando il loro temerario Re.

Le fonti dicono che, credendo morto Alessandro, i soldati si vendicarono sulla popolazione sterminandola tutta quanta, comprese le donne e i bambini, ma in verità non c'era bisogno della vendetta per comportarsi a Multan come avevano fatto altrove. I Malli furono distrutti per la fama che avevano di essere un popolo potente, coraggioso e ingovernabile. Il loro massacro aveva lo scopo di terrorizzare le tribù vicine e indurle a non opporre resistenza, e difatti gli Ossiadraci si sottomisero rapidamente, così come tutte le popolazioni della regione non ancora attaccate.

Alessandro fu ridotto in fin di vita dal colpo ricevuto e solo la perizia di Perdicca nell'estrargli la freccia lo salvò da morte sicura. Il Re Macedone dopo qualche giorno ebbe la forza di mostrarsi in piedi davanti al suo esercito, che attendeva visibilmente preoccupato notizie riguardo il suo stato di salute, ma dovette aspettare molti mesi prima di riprendersi e fu davvero fortunato che la ferita non si infettasse. Finalmente la sanguinosa campagna ebbe termine nel punto in cui l'Acesine si congiunge all'Indo, in cui fu fondata l'ennesima Alessandria detta di Opiene.

VERSO L'OCEANO (Marzo-Luglio 325)

Dal punto in cui l'Indo riceve l'Acesine, il fiume che convoglia le acque di tutto il Punjab rimangono ancora duemila chilometri da percorrere prima di arrivare alla foce. L'ambiente diventa sempre più desertico man mano che si procede verso sud, perché l'influsso del monsone apportatore di piogge si fa sempre più labile fino a diventare nullo. A est dell'Indo si estende il deserto di Thar e a sud la regione del Sind. C'era un considerevole numero di popolazioni stanziate lungo la sponda dell'Indo, e l'esercito macedone dovette letteralmente aprirsi una strada in mezzo ad esse per giungere verso la foce. I Un breve riassunto di queste imprese, contrassegnate dal solito contorno di massacri è dato da Diodoro Siculo

"Dopo, giunto nel territorio del Re Musicano, (Alessandro) uccise il dinasta, che era caduto nelle sue mani e ne assoggettò il popolo. Successivamente invase il regno di Porticano (chiamato da Arriano, Ossicano) ed espugnò due città al primo assalto, quindi, dopo aver lasciato saccheggiare le case ai soldati, le fece bruciare; catturato lo stesso Porticano, che si era rifugiato in un luogo ben difeso, lo uccise mentre combatteva. Espugnate tutte le città a lui soggette, le distrusse, incutendo un grande terrore alle popolazioni limitrofe. Poi devastò il regno di Sambo e , dopo aver distrutto la maggior parte delle città ed averne ridotto in schiavitù gli abitanti, uccise più di 80000 barbari. Queste sono le sventure subite dal popolo dei Bramani; i superstiti lo pregarono con le fronde in segno di supplica, ed egli, puniti i principali responsabili, perdonò agli altri le colpe. Il Re Sambo si sottrasse al pericolo fuggendo con trenta elefanti nella regione al di là dell'Indo".

Da Arriano sappiamo che questa repressione non era stata immotivata. Sambo e Musicano dopo essersi sottomessi in un primo tempo, si erano ribellati per la spinta dei bramani, provocando la terribile reazione di Alessandro. La velocità e la spietatezza di Alessandro nel punire chi gli si opponeva indusse il governatore di Patala, una città che sorgeva nel delta dell'Indo presso l'odierna Hyderbad,a porre se stesso, i propri averi e il suo regno nell mani del conquistatore e, ricevette la conferma nelle proprie cariche, con il solo obbligo di provvedere al mantenimento dell'esercito occupante. A quanto pare però in seguito preferì fuggire dalla città seguito da parte della popolazione.

Nel frattempo Alessandro prese la decisione di rimandare Cratero in Carmania, con la fanteria pesante, gli elefanti, alcuni arcieri e cavalieri eteri, in quanto, secondo Arriano, erano ormai inabili a combattere. Il contingente al suo comando avrebbe dovuto passare per la moderna città di Kandahar e la fertile valle dell'Helmand. Alessandro intanto raggiunse Patala, che a causa della sua posizione favorevole all'imboccatura del delta dell'Indo, decise di trasformarla in un vero e proprio porto con annessi cantieri navali. Tentò anche di rimediare ai guasti causati dalla sua discesa cercando di recuperare i contadini e gli abitanti fuggiaschi per indurli a fare ritorno nelle città. Il delta dell'Indo era allora diviso in due rami principali.

La flotta non disponeva di piloti locali, essendo questi tutte fuggiti, per cui dovette procedere alla cieca e prese il ramo destro del fiume. Nonostante l'assistenza di un corpo di fanteria leggera agli ordini di Leonnato che affiancava la flotta offrendole protezione e sostegno logistico, le difficoltà iniziarono quasi subito. Una tempesta scatenatasi subito dopo la partenza danneggiò parecchie imbarcazioni, causando la distruzione di alcune navi, mentre altre finirono arenate sulle rive del fiume. Inoltre, avvicinandosi alla foce la flotta sperimentò la consistenza delle maree oceaniche di cui non aveva la minima esperienza. La bassa marea sorprese molte navi all'interno di un canale lasciandole in secca, né l'arrivo dell'alta marea portò un grande vantaggio, perché la barra di marea sfasciò parecchi navigli.

Alessandro che seguiva con preoccupazione le traversie della flotta, fece riparare le imbarcazioni danneggiate presso l'isola deltizia detta Ciluta, e proseguì con le navi in migliori condizioni verso la foce, che venne finalmente raggiunta. Presso l'isola di Ciluta dopo avere compiuto solenni sacrifici agli Dei e innalzato altari a Teti e all'Oceano, Alessandro proclamò di avere raggiunto il termine della spedizione. Rimaneva da affrontare soltanto il ritorno, per il quale era necessario approntare una base logistica di partenza in un territorio ben lontano dall'essere pacificato.

Alessandro spese i mesi estivi del 325 nel tentativo di costruire tale base intorno a Patala. Anche l'altro braccio dell'Indo venne esplorato e lo si trovò assai più agevole da percorrere perché meno soggetto al fenomeno delle maree. Alcuni reparti dell'esercito furono mandati in avanscoperta ad aprire pozzi lungo la costa e a reperire grano e altri rifornimenti che sarebbero dovuti bastare all'armata per quattro mesi. Il Re si informò sull'itinerario più corto per raggiungere da sud le capitali della Persia, Persepoli e Susa e fece mandare un ordine ai satrapi di Gedrosia e Carmania di provvedere ai rifornimenti.

TERMINA L'"AVVENTURA" - MORTE DI ALESSANDRO > > >

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