-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

32. ROMA E CARTAGINE - L'INFLUENZA ELLENISTICA

Nel mare Egeo i Fenici (che d'ora in avanti chiameremo cartaginesi) avevano dovuto cedere il posto ai Greci, il mercante greco superò il fenicio; ed anche nel bacino occidentale del Mediterraneo Fenici e Greci furono concorrenti. I Fenici vennero in Occidente prima dei Greci; essi fondarono colonie nell'occidente della Sicilia nel paese degli Elimi e nel IX secolo sulla costa settentrionale dell'Africa; qui Utica ci si presenta come la più antica colonia, mentre è più recente la colonia di Tiro, Cartagine, la nuova città che secondo la tradizione risale all'anno 814 a. C.
I Fenici nella stessa epoca, con una ottima base sulle coste africane, passarono pure nel mezzogiorno della Spagna, nella regione di Tartesso che corrisponde alla regione del Guadalquivir tra il Guadina ed il Cabo de la Nao a mezzogiorno di Valencia.

Verso la metà dell'VIII secolo fanno la loro apparizione in Sicilia anche i Greci; essi ne occuparono l'oriente ed il centro, il territorio dei Siculi e Sicani; verso il 630 a. C. il samio Coleo scoprì per i Greci anche Tartesso, e verso il 600 i Focesi asiatici fondarono la città di Massalia nel mezzogiorno della Francia: e si comprende, perché il golfo e le isole circostanti erano più che un invito a fissar qui stabile dimora.
Anche sulla Riviera poi incontriamo Greci e Fenici gli uni accanto agli altri: Monaco, già nota verso il 500 a. C. al fondatore della geografia e della storia greca, Ecateo di Mileto, era fenicia, qui i Fenici adoravano il loro Melcart. Siccome i Fenici potevano sbarrare ai Greci la via tra la Sicilia occidentale e l'Africa, divenne per i Greci altrettanto più importante esser padroni dello stretto fra la Sicilia e l'Italia, fra Messana e Regio.

Fra le città fenicie d'Occidente dominò Cartagine; essa si assunse la protezione delle altre e per questa via le sottopose alla sua egemonia; Cartagine fu pure quella che sostenne la lotta contro gli odiati concorrenti, i Greci di Sicilia: nel 480, a Salamina e ad Imera, nella madre-patria greca e in Sicilia, si decisero contemporaneamente le sorti dell'unica questione se dovesse prevalere l'Oriente o l'incivilimento greco.
Furono giorni che segnarono la risoluzione di un momento critico di importanza universale; la questione che allora stette in gioco fu di vedere se l'Oriente avrebbe oppure no forzato il passo dell'Ellesponto; e se ciò fosse avvenuto, se avessero vinto i Persiani iranici alleati ai Fenici semiti, il Mediterraneo sarebbe divenuto un lago orientale e quindi orientale la storia dei secoli avvenire.

Ma lottando aspramente con tutte le loro forze, i Greci seppero resistere e spezzare l'urto dell'Oriente d'ambo le parti, anche se la pagò con una catastrofe economica. Questo sfacelo degli Ateniesi sollevò Siracusa in Sicilia al grado di prima fra le città elleniche d' Occidente, e la flotta siracusana divenne la più potente forza marittima ellenica.
Quasi indipendente dalla madre patria, la lotta si concentrò in Sicilia tra Siracusa e Cartagine, entrambe aspiranti alla dominazione esclusiva sull'isola. Alla tirannide dei due Dionisi seguì a Siracusa la signoria di Agatocle.

Nato nel 361 a. C. questi divenne nel 317 generale in capo delle milizie siracusane con poteri illimitati e riprese la lotta con Cartagine. Nell'anno 311 i Cartaginesi mossero contro Siracusa e la bloccarono, ma Agatocle portò la guerra nel paese stesso del nemico e passò con la flotta in Africa nel giorno antecedente all'ecclissi totale di sole avvenuta il 15 agosto 310 a. C.
Agatocle sconfisse i Cartaginesi presso Tunisi e prese una quantità di piccoli centri cartaginesi; re Ofela di Cirene gli prestò aiuto, ma poi scoppiò tra loro la discordia e la guerra; in essa Ofela perdette la vita nel 309 a. C., mentre il suo esercito passava ai servizi di Agatocle; nell'anno 308 questi prese Utica.
Se non che il blocco di Siracusa, proseguito dai Cartaginesi, lo costrinse nel 307 a tornare in Sicilia; nell'estate del 307 egli riportò qui splendidi successi nei territori siciliani sottoposti al dominio cartaginese; ma a loro volta i Cartaginesi misero a mal partito le truppe da lui lasciate in Africa, di modo che egli fu costretto a recarsi ancora in Africa, dove però fu battuto e costretto nell'autunno del 307 a ritirarsi oltre mare. La pace del 306 restituì ai Cartaginesi quanto avevano perduto della Sicilia.

Cionostante Agatocle riuscì non solo a mantenere ma a consolidare ed assicurare la propria signoria in Siracusa, assumendo anche il titolo di re; egli fu uno dei principi più potenti e ricchi del suo tempo, sopratutto in grazia della sua flotta e dei suoi mercenarii; unì in matrimonio sua figlia Lanassa con re Pirro d'Epiro, e questi in seguito tentò di assicurare ad Alessandro, il figlio avuto da Lanassa, l'eredità di Agatocle che era morto nel 289 a. C. in età di 72 anni, e di fondare un regno greco-occidentale di tutti i paesi ellenici.
Abbiamo già visto come egli fosse quasi sul punto di raggiungere il suo scopo, quando tutto l'edificio crollò, prima sull'isola poi nella penisola; in Sicilia rimasero in piedi e di fronte le due precedenti potenze, Siracusa e Cartagine.

Quello dei Cartaginesi era un popolo mercantile e militarmente potente che si era costituito un dominio e governava questo dominio nell'interesse dei suoi commerci. Di fronte alla gran massa del popolo stava una classe dominante, dalla quale uscivano gli alti magistrati ed i membri dei consigli cittadini, una nobiltà di carattere plutocratico. La popolosa città aveva accanto ai cittadini moltissimi schiavi; i primi avevano sì il diritto di farsi un governo, ma non avevano quasi nessuna partecipazione attiva all'esercizio dei diritti politici; l'assemblea popolare non concorreva che alla nomina dei suffeti ed era chiamata a decidere soltanto se fra i suffeti e il consiglio vi era dissenso.

Tuttavia malgrado questa scarsa partecipazione al governo, il popolo era contento perché in grazia dello sviluppo del commercio e delle industrie godeva di un notevole benessere materiale, e la deduzione di colonie di tanto in tanto sfollava la città dall'esuberanza di popolazione.
A capo della Stato si trovavano due re, due magistrati annui, i suffeti, i giudici; ed a lato di essi la gerusia, il consiglio dei trenta. Oltre questo vi era un altro consiglio più ampio, di trecento membri, il quale però non si adunava mai da solo, ma era convocato soltanto a deliberare insieme con il consiglio dei trenta; forse era a queste assemblee collettive che spettava la nomina dei suffeti, con la riserva della successiva approvazione dell'assemblea popolare.

Verso il 450 a. C. era poi sorto il tribunale di stato dei 104 che salì alla massima importanza e potenza, anche rapporto ai suffeti. Distinta dalla carica dei suffeti era quella di capo delle forze militari: un suffeta poteva bensì divenir comandante anche dell'esercito ma non era necessario che il generale in capo fosse suffeta. Questi generali erano muniti in guerra di poteri sovrani, ma sottostavano alla sorveglianza di una commissione delegata presso di loro dal consiglio. Una costituzione, come si vede, aristocratica, oligarchica; ma la ricca aristocrazia cartaginese era di origine industriale e commerciale, mentre l'aristocrazia romana aveva carattere agricolo e terriero.
Nella famiglia Magone e più tardi in quella dei Barca si ebbe uno spunto di tendenza alla concentrazione monarchica del potere pubblico.

Il conflitto tra Roma e Cartagine era una necessità psicologica. Nell'anno 338 i Romani avevano spezzato la lega latina ed assoggettato il Lazio alla loro egemonia; a ciò erano seguite due generazioni di lotte e di conquiste; il Sannio e l'Etruria finirono sottoposte a Roma, le città greche della bassa Italia erano state pure quelle aggregate a Roma, ultima Taranto nel 272; i Romani erano dunque arrivati allo stretto che separa l'Italia dalla Sicilia. Di sicuro non solo per guardare il panorama che si gode dall'ultimo lembo calabro.

Dopo un' era di guerre e di conquiste durata per tanti decenni non era da attendersi che i Romani avrebbero smesso la loro abitudine di conquistare: essi posero gli occhi sull'isola che si stendeva oltre lo stretto, e per loro non poteva esser questione che di avere una occasione per lanciare al di là i propri eserciti; l'epoca della delimitazione delle sfere d'influenza tra Roma e Cartagine, quale era quella compiuta nel 306 a. C., era ormai tramontata.
Dopo l'uscita di Pirro dalla Sicilia si era impadronito del potere in Siracusa Gerone, e la vittoria da lui riportata sui mercenarii di Agatocle, i Mamertini di Messana, gli aveva fruttato nel 269 l'elevazione al trono. Stretti dai Siracusani, i Mamertini in seguito ondeggiarono tra i Cartaginesi e i Romani; ma i Romani potevano forse tollerare che Messina cadesse in potere di Siracusa, ma nessun costo invece che divenisse possedimento cartaginese; perciò il popolo romano decise di varcare lo stretto, e nell'anno 264 cominciò quella guerra tra Roma e Cartagine che dopo circa 120 anni doveva finire con la caduta di
Cartagine.

Gerone stesso si alleò con i Romani, e questi fin da dopo la caduta di Agrigento concepirono il disegno di cacciare completamente i Cartaginesi dall'isola. Se non che senza una flotta propria era impossibile aver ragione della potenza marittima cartaginese, ed essi benché nell'anno 309 in occasione della riorganizzazione dell'esercito compiuta da Appio Claudio avessero istituito due duoviri navali, pure non possedevano navi da guerra.
Ma ora con rapida ed energica risoluzione costruirono immediatamente una flotta militare del tutto nuova come concezione, erano navi da guerra, la cui caratteristica principale era l'impiego dei ponti d'abbordaggio che furono una sorpresa per i Cartaginesi visto che loro possedevano soprattutto navigli di tipo commerciale.
Con questa flotta i Romani ottennero nel 260 a Mile la loro prima grande vittoria navale; possediamo ancora una copia dell'iscrizione in onore del vincitore, C. Duilio, su una lapide eseguita nei primi tempi dell'impero.
Trascinandosi per le lunghe la guerra in Sicilia, i Romani per venire ad una decisione passarono nel 256 essi medesimi in Africa ed il console M. Atilio Regolo prese Tunisi; i Cartaginesi domandarono la pace. Ma le esorbitanti pretese romane fecero fallire i negoziati, e con l'aiuto di mercenari greci guidati dal lacedemone Santippo i Cartaginesi tentarono l'ultima carta, e riuscirono a sconfiggere i Romani ed a prender prigioniero Regolo; nel 255, un anno dopo il loro arrivo, i Romani avevano già sgombrato l'Africa.

Ma tornarono sull'isola non certo per riposarsi, anzi ripresero la lotta e spinsero energicamente la guerra in Sicilia; l'importante conquista di Panormo nel 254 a. C. fece cadere nelle loro mani la costa settentrionale dell'isola, ed a Panormo appunto il console L. Cecilio Metello conseguì una splendida vittoria; nell'anno 249 i Romani conquistarono anche l'Erice ed iniziarono la guerra d'assedio nell'occidente della Sicilia. I Cartaginesi si tennero fermi a Lilibeo ed a Drepana; Amilcare Barca occupò il Monte Pellegrino a cavallo di Palermo e si impadronì nuovamente dell'Erice; Lilibeo e Drepana, strategiche fortezze marittime, non potevano esser prese né con la forza né per fame finché la flotta cartaginese restava libera di muoversi sul mare.

Le finanze dello Stato romano si andavano stremando, ma la generosità e l'abnegazione dei privati permise a Roma di creare con i loro contributi una nuova potente flotta, e con essa nel 242 il console C. Lutazio Catulo andò allo scontro e vinse i Cartaginesi alle isole Egadi. Con ciò le sorti della guerra erano ormai decise; e nel trattato di pace del 241 i Cartaginesi rinunziarono alla Sicilia ed alle isole poste tra la Sicilia e l'Italia; la Sicilia, ad eccezione del territorio di Siracusa, divenne dominio romano, fu la prima provincia romana.

Alla ritirata dei Cartaginesi dalla Sicilia seguì immediatamente in Africa una rivolta dei loro mercenari ed una sollevazione dei Libici; anche nella Sardegna le truppe cartaginesi si ammutinarono e chiesero aiuto ai Romani. Questi non si fecero pregare due volte, era ciò che normalmente aspettavano: un qualsiasi pretesto, cioè bastava che qualche gruppetto chiedesse aiuto per subito correre a darglielo. Cosicche misero subito a profitto le angustie in cui Cartagine era stata gettata dalla guerra dei mercenari e occuparono nel 238 la Sardegna. Quando i Cartaginesi accusarono i Romani che quell'occupazione era vero e proprio un atto di pirateria, a Roma sostennero che la Sardegna, come isola situata tra la Sicilia e l'Italia, era stata loro attribuita nel trattato di pace di Lutazio Catulo, mentre in realtà essa giaceva al di fuori della linea che congiunge la punta occidentale della Sicilia con l'estremo confine nord-occidentale d'Italia e nel trattare quella famosa pace si era inteso riferirsi alle piccole isole sparse accanto alla Sicilia, soprattutto alle Lipari.

Nulla esacerbò gli animi dei Cartaginesi contro Roma quanto questa brutale prepotenza perpetrata in piena pace e l'interpretazione ipocrita e doppia del trattato che aggiungeva alla violenza lo scherno.
I Cartaginesi non furono per il momento in grado di tradurre in atto l'ira che covavano contro i Romani; questi ultimi intanto, dopo avere occupato la Sicilia e la Sardegna compresa la indifesa Corsica, estesero il loro dominio anche a nord e ad oriente, nella pianura del Po e al di là del Mare Adriatico.

Nell'Illiria, a Scodra, a sud del Montenegro, era salito a grande potenza re Agrone; egli ebbe fortuna anche contro gli Etoli, e sua moglie Teuta, che gli successe sul trono, permise alle navi illiriche il saccheggio di qualsiasi costa straniera e l'esercizio della pirateria, della quale rimasero vittime nel mare Adriatico anche molte navi mercantili italiche. Ad una missione romana che si era recata presso di lei per sporgere reclamo al riguardo essa rifiutò ogni soddisfazione e fece perfino assassinare uno dei legati (230 a.C.); gli Illiri intanto occuparono persino Cercira. Visto ciò, i Romani inviarono oltre mare ambedue i consoli con una forte flotta ed un poderoso esercito; Cercira venne loro consegnata da Demetrio di Faro, il dinasta greco di quest'isola dalmata che vi comandava il presidio illirico.
Toccando Apollonia ed Epidamno i Romani si avanzarono verso il nord,Teuta riuscì a sfuggir loro, ma l'anno seguente (228 a.C.) chiese ed ottenne la pace, e dovette cedere la massima parte del suo territorio, obbligandosi a non oltrepassare con più di due navi, per di più non armate, l'altezza di Lisso, poco più a sud di Scodra.

Di quanto Teuta aveva ceduto la maggior parte fu data a Demetrio di Faro, ed una serie di città greche, come Cercira, Apollonia, Epidamno, divennero alleate dei Romani. Questi ultimi ora per la prima volta cercarono di allacciar relazioni con Etoli, Achei, Corinzii ed Ateniesi; i Corinzii concessero loro l'adito ai giuochi istmici; nell'opinione dei Greci dunque in quest'epoca i Romani non erano dei barbari, ma erano considerati anch'essi di origine greca. Demetrio di Faro era salito in auge in grazia dei Romani, ma in seguito passò dalla parte della Macedonia. Ed allorché egli si diede ad infestare le acque greche, nella quale peraltro lasciò la vita il console Atilio.


L'altro console invece in Italia invase il territorio dei Boj; costoro nell'anno successivo, 224 a.C. , si videro costretti a sottomettersi e i Romani occuparono la città dei Boj di Clastidium sul Po. Essi proseguirono vittoriosamente la guerra e agli ordini del console C. Flaminio vinsero nel 223 gli Insubri con tanto successo che i Galli implorarono la pace, ma fu loro negata. Dopo ciò gli Insubri si rinforzarono reclutando nuovi mercenari transalpini, 30.000 Gesati, e nel 222 assediarono Clastidium; ma accorse in aiuto di questa il console M. Claudio Marcello, sconfisse i Gesati e liberò la città: la memoria di questo avvenimento si perpetuò in un dramma del contemporaneo Nevio.
Nello stesso anno l'altro console, Cn. Cornelio Scipione, conquistò la capitale degli Insubri, Mediolanum, e gli Insubri si sottomisero. I Romani provvidero ad assicurarsi il possesso del territorio dei Boj con la colonizzazione di Mutina ed a custodire la linea del Po con l'occupazione di Piacentia e Cremona che furono del pari trasformate ora in colonie, vale a dire in fortezze di confine.

Così i Romani avevano sottomesso nel 241 la Sicilia cartaginese, nel 238 la Sardegna, nel 222 il territorio dei Celti e nel 219 si erano annessi una parte del territorio illirico. Con le loro precedenti conquiste e con quella del territorio italico aveva proceduto in parallelo la formazione di nuove tribù rustiche, il cui numero si chiuse nel 241 a.C.; si ebbero allora 35 tribù, 4 urbane e 31 rustiche.
I paesi conquistati fuori d'Italia invece vennero organizzati in modo diverso; i loro abitanti furono resi sudditi e le regioni erette a province. I provinciali non erano né cittadini romani né alleati, ma erano sudditi, e benché la conquista delle province fosse stata fatta dalle armi di tutti gli Italici, della lega romano-italica, tuttavia esse non divennero province della lega, ma province romane.
In esse non imperano che i Romani; questi ultimi assunsero il governo di tali regioni e ne trassero pure copiosi vantaggi materiali. I fondi provinciali furono assoggettati ad imposta, essi pagavano ai Romani un vecligal che venne giustificato in teoria col principio che al popolo romano spettava sul suolo provinciale un dominio eminente, un dominium soli.

I Romani peraltro non organizzarono l'amministrazione provinciale fin dal 241 o dal 238, ma soltanto nel 227 a. C.; il governo delle province fu attribuito a pretori. L'incremento del traffico e il conseguente moltiplicarsi eccessivo degli affari aveva fatto si che alla fine della guerra di Sicilia fosse aggiunto un collega al pretore investito della giurisdizione civile. Questi due pretori si divisero le competenze nel senso che uno di essi istruiva le liti tra cittadini romani, l'altro tra cittadini e stranieri.
E con l'anno 227 a. C. vennero ad aggiungersi alti due pretori con la competenza di governatori provinciali per la Sicilia e la Sardegna. Questi ultimi riunivano in propria mano l'impero militare e la potestà civile ed avevano ciascuno ai propri ordini un questore; e quando nel 212 Roma si impadronì in Sicilia anche del territorio siracusano, il pretore di Sicilia ebbe un secondo questore per Siracusa.

Ma non in tutte le province romane, e nemmeno nella stessa Sicilia, le città erano soggette tutte al governo provinciale; v'erano cioè città federate o libere, che non soggiacevano all'imposta verso Roma, stati che erano sovrani come quelli della lega italica, salvo che come questi avevano anch'essi una sovranità limitata nei riguardi militari e della politica estera.
Queste città federate o libere furono le sole a scampare all'oppressione dei governatori provinciali romani. Senza dubbio fra costoro se ne ebbero di quelli che non angariarono i provinciali, ma un tale sistema era comunque oppressivo, e l'oppressione divenne sempre più grave a seconda che più dispendiosa si andò facendo la carriera delle magistrature romane, la quale non fruttava nulla finché il governo di una provincia non offriva la possibilità di rifarsi di tutte le spese passate.

A ciò si aggiunse il sistema di appalto delle imposte che diede luogo ad ulteriore dissanguamento delle province. L'amministrazione provinciale dell'aristocrazia senatoria romana divenne pertanto un flagello per i paesi soggetti e fra essi più gravemente ne soffrirono quelli che erano stati più precocemente soggiogati; più d'ogni altro la Sicilia, la regione così doviziosamente favorita dalla natura, ma anche il paese d'Europa più tormentato dalle vicende della storia. Soltanto il governo imperiale arrecò sollievo alle province introducendo il sistema degli stipendi fissi ai governatori provinciali e prendendo a cuore gli interessi dei provinciali in contrapposto al sistema di spietato e spudorato egoismo seguito dalla repubblica aristocratica.
Peraltro negli anni tra la guerra di Sicilia e la guerra annibalica si manifestò per la prima volta in seno al governo centrale romano una opposizione contro l'esclusivo predominio dei Senato; questa opposizione si incarnò nella persona di C. Flaminio ed ebbe l'espressione più energica nel programma suo di tutelare gli interessi della classe agricola di fronte alla nobiltà.

Fu Flaminio infatti che nel suo tribunato del 232 riuscì a far decidere contro la volontà del senato l'assegnazione a coloni dell'agro gallico tolto ai Senoni; non avendo voluto il senato deliberare in questo senso, Flaminio gli forzò la mano presentando la relativa proposta ai comizi plebei e facendola qui votare. Fu questa la prima invasione del potere legislativo nel campo amministrativo, il primo esempio di una tattica che in seguito Tiberio Gracco applicò soltanto costrettovi dalla necessità e suo fratello Caio coscientemente e sistematicamente; invasioni che in seguito divennero abituali e scossero e minarono dalle fondamenta il governo del senato.
Polibio, il quale fu spettatore, disapprovandola, della riforma graccana, attribuisce a Flaminio la colpa di aver introdotto nella vita pubblica questa demagogia e di aver fatto volgere al male le cose. E Flaminio fu realmente il precursore dei Gracchi e come essi esercitò una ulteriore e grandissima influenza sulla costituzione dello Stato. Assistito dall'aura popolare, egli fece carriera, e nel 227 divenne pretore.

Erano appunto allora stati istituiti accanto ai due pretori destinati ad esercitare la giurisdizione civile in Roma due altri posti di pretore per il governo delle province di Sicilia e di Sardegna. A Flaminio eletto pretore toccò in sorte la provincia di Sicilia; egli così fu il primo governatore della Sicilia e per la sua amministrazione si guadagnò la gratitudine dei provinciali. Pochi anni dopo, nel 223, salì alla testa della repubblica con l'elezione al consolato, e da console allora conseguì la sua vittoria sugli Insubri. Né qui doveva fermarsi la sua carriera; egli era destinato a salire anche più alto, a coprire la più elevata magistratura della repubblica, la censura; e vi giunse nel 220. In questa censura egli (e non il console omonimo del 187 a. C.) collegò con Roma il territorio gallico da lui colonizzato, costruendo la via Flaminia che cominciava presso l'odierno Corso e finiva ad Ariminum, la più importante strada militare in direzione del nord e del mare Adriatico.

Ma soprattutto Flaminio fece allora quella riforma dell'ordinamento centuriato che era destinata a rimaner salda per i secoli seguenti. Vennero cioè ora dischiuse ai plebei anche le sei antichissime centurie patrizie dei cavalieri, e principalmente Flaminio ristabilì, il nesso interrotto dal tempo di Appio Claudio delle centurie con l'ordinamento tributivo e la proprietà fondiaria; con ciò egli rese omaggio alla idea romana dalla preponderanza politica della proprietà fondiaria, giacché dall'epoca di Q. Fabio Massimo Rulliano, dall'anno 304 a. C., i cittadini privi di proprietà fondiaria erano racchiusi tutti nelle quattro tribù urbane e, dato il numero attuale delle tribù, non potevano disporre che di quattro voti su trentacinque.
Flaminio intese tutelare gli interessi agricoli, e principalmente gli interessi dei piccoli agricoltori; egli spezzò la prevalenza assoluta della prima classe del censo. Flaminio quindi ci si presenta come un propugnatore degli interessi agrari, ed effettivamente come un precursore di Tiberio Gracco, e chi vede in quest'ultimo la figura di un grande patriota deve dissentire da Polibio e dall'opinione generata dall'odio dei senatori che lo considerarono la causa prima di tutti i mali futuri, e deve invece vedere in Flaminio l'uomo politico oculato che comprese essere la classe agricola la fonte vitale della potenza romana e cercò di impedirne l'indebolimento.

L'ordinamento di Flaminio ebbe vita durevole, esso elevò ed accrebbe i diritti politici degli agricoltori, ma non poté esercitare influenza di sorta sulle loro condizioni economiche, e queste si fecero molto penose con la conquista del mondo operata dallo Stato romano; dovremo in seguito vedere come mai si spieghi che la signoria mondiale di Roma sia tornata a detrimento dell'agricoltore romano.
Ma ora noi siamo a distanza di circa un secolo ancora da questa acuta crisi, che scoppiò soltanto allorché Roma aveva soggiogato anche l'Oriente greco.

Con la vittoria politica di Roma sui Greci andò unita la conquista di Roma da parte della cultura greca. Graecia capta ferum victorem cepit et artes intulit agresti Latio; lo spirito nazionale Latino fu trasformato dall'influenza dello spirito greco e dall'assorbimento della cultura greca.

Sulla nascita dell'ellenismo abbiamo già accennato qualcosa nell'ultimo capitolo sulla Grecia, e prima di entrare nel periodo della guerra annibalica, è utile soffermarsi quanta importanza ebbe la cultura ellenistica.


IL PRIMO SECOLO DELLA CULTURA ELLENISTICA

Dopo aver indicato, come abbiamo fatto in quelle pagine i caratteri generali dell'ellenismo, se ora distinguiamo singoli periodi di questa cultura, non é per negarne l'unità di carattere, ma soltanto per distinguere l'età in cui avviene la fusione dell'Oriente e del mondo ellenico in un ambiente comune di cultura intellettuale dall'età in cui questa cultura ellenistica entra con Roma in rapporti di reciproca influenza.
L'ellenismo aveva raggiunto il suo completo sviluppo quando si propagò a Roma, quando ellenizzò lo spirito nazionale romano, ma alla fine anch'esso risentì gli effetti della dominazione romana sui Greci e delle influenze che esercitarono questa dominazione e l'acquistata conoscenza del carattere romano. Pertanto alla formazione dell'ellenismo succede l'ellenizzazione di Roma e da ultimo, sino ad un certo punto, una romanizzazione dell'ellenismo.

Predomina anzitutto in questo periodo l'indirizzo speculativo universale, che si estrinseca nella filosofia e nella religione, giacché se la religione non coincide con la speculazione e con la filosofia, é anche vero che è impossibile una netta separazione tra religione e metafisica, né vi é ancora mai stata una religione che non abbia presentato una forte dose di contenuto metafisico. E le scienze speciali anche in quest'epoca si distinguono nei due gruppi delle scienze della natura e delle scienze dello spirito.

Su fondamento astronomico si forma la cosmologia e la geografia sistematica; anche le indagini matematiche già preludono alle scoperte dei tempi più recenti e la filologia condivide la tendenza all'esattezza con le scienze che si usa chiamare esatte, mentre la forte tinta drammatica degli avvenimenti storici e la profonda impressione destata dalle personalità che vi agiscono esercitano la loro influenza sulla letteratura storica nella quale inoltre l'Oriente e il mondo greco si trovano accomunati.

Atene, che impresse la propria impronta alla cultura del quinto e del quarto secolo, conserva il suo posto nella filosofia e nella commedia; nel resto il primato passa ad Alessandria, nelle scienze come nella poesia. La tendenza moderna dell'epoca si fa sentire anche nell'arte ellenistica.
La continuità della tradizione che si mantenne costante nelle scuole filosofiche fu agevolata dal loro carattere di corporazioni; esse erano società religiose; l'accademia platonica era un tiaso delle muse; erano persone giuridiche fornite di patrimonio proprio, tanto che l'imperatore Giustiniano, quando nell'anno 529 d. C. vietò in Atene l'insegnamento della filosofia confiscò il patrimonio dell'accademia platonica.

Nella scuola peripatetica successe ad Aristotele Teofrasto; della filosofia aristotelica aveva esercitato su lui l'influenza più forte il lato empirico, egli fu uno studioso della natura, un botanico, ed utilizzò le maggiori nozioni botaniche arrecate dalla spedizione d'Alessandro, mentre le opere di scienza naturale di Aristotele, la sua geografia e la zoologia, non risentono ancora dei risultati di questa spedizione e nei riguardi dell'Asia rappresentano lo stato delle conoscenze raggiunto verso il 400 a. C. per opera del medico di Artaserse II, Ctesia di Cnido.
L'indirizzo empirico di Aristotele manifesta la sua influenza anche negli studi storico-letterari dei peripatetici e Dicearco di Messina nella sua opera sulla vita greca tentò un saggio di storia della civiltà. L'accademia platonica invece piegò verso lo scetticismo e per ragioni pratiche Epicuro ripudiò ogni indagine metafisica. Suo scopo principale fu di liberare gli uomini
dal timore degli dei, e pur non negando l'esistenza di essi, negò tuttavia il loro intervento nelle cose del mondo e nelle sorti degli uomini. Se il suo individualismo ripose il sommo gene nel piacere con ciò egli intese in prima linea la tranquillità dell'animo, di cui ritenne prima ed essenziale condizione la virtù.

Epicuro fu un uomo nobile e di qualità distinte, la cui memoria é stata a torto molto maltrattata dai posteri, mentre egli ha aiutato molti a trovare ciò che cercavano, la tranquillità dello spirito in mezzo alle tempeste della vita. Se non che un quietismo di tal genere non è sentito come una esigenza da una società dotata di vitalità cosciente e non rappresenta una forza operante nella storia. Sotto questo riguardo il sentimento del dovere predicato dalla Stoa costituisce qualcosa di superiore alla dottrina epicurea. Non è che lo stoicismo, quale fu fondato e sviluppato da Zenone e da Crisippo, non apprezzi la tranquillità dell'animo, essa è la felicità che arride alla virtù ; ma se si pone mente che per la Stoa il sommo bene consisteva nella virtù e che unico male essa considerava la malvagità, si scorge come la dottrina stoica delle cose indifferenti, degli adiaphora, dovesse avere una grandissima portata pratica. Se la vita e la salute non sono da ritenersi beni, se la morte e il dolore non contano come mali, non vi era filosofia meglio adatta di questa ad una vita battagliera, che non cerca di evitare i pericoli ma li guarda coraggiosamente in faccia;

e si comprende perciò la poderosa influenza che in seguito la filosofia stoica esercitò sui Romani.

E d'accordo coi sentimenti e le esigenze dei tempi si trovò quel cosmopolitismo del la scuola stoica, che, in contrasto con le idee unilateralmente elleniche di Aristotele, noi riscontriamo in Zenone di Cizio nell'isola di Cipro e in Crisippo di Soli nella Cilicia; cosmopolitismo che del resto si comprende in loro, poiché nella loro patria dimoravano da antico gli uni accanto agli altri, barbari ed elleni. Né gli stoici rifuggirono dai rapporti coi governanti e dallo intervenire con gli scritti nell'agone politico; Perseo, discepolo di Zenone, ebbe strettissimi rapporti con Antigono Gonata, e Sfero di Boristene giustificò con una sua pubblicazione la riforma sociale di Cleomene di Sparta.

La religione non era per gli stoici cosa distinta dalla filosofia, e tuttavia essi avevano della divinità un concetto diverso da quello inerente alla religione del popolo greco; essi criticarono questa religione con la stessa severità di Xenofane di Elea, ma cercarono ciò malgrado di mantenerla in piedi con un sistema di interpretazione allegorica.

Da lunga data Omero era divenuto per i Greci il libro dei libri, il sacro testo della fede religiosa, ma le figure delle divinità omeriche, che provano dolori e piaceri come gli uomini e soggiacciono agli stessi errori degli uomini, erano per la Stoa come una pietra dello scandalo, e quindi essa costrinse Omero nel letto di Procuste dell'interpretazione, come in seguito fece l'ortodossia con la bibbia; il metodo dell'interpretazione allegorica naturalmente cancellò da Omero ed insinuò in Omero tutto quel che credette. E l'interpretazione fisica dei miti usata dagli stoici è stata ancora una volta risuscitata in vita nel XIX secolo negli studi comparati delle religioni sulla base della linguistica; in ambedue i casi è stato esagerato in modo unilaterale un principio che in misura limitata è di giustificata applicabilità. Gli scritti di questi stoici non hanno cercato di influire con la bellezza della forma; nell'unire una sconfinata fecondità ad una trascuratezza della forma difficilmente superabile Crisippo ricorda il grande fisiologo Giovanni Múller.

In forma assai più efficace ed attraente scrisse la sua critica razionalistica alla fede negli dei Euemero, l'amico di Cassandro, che in seguito visse nell'ambiente tolemaico. La sua tesi fu che gli dei sono uomini divinizzati; nè essa è assolutamente falsa, ma è soltanto smisuratamente esagerata; anche le religioni più attive non sono alla lunga rimaste esenti da divinizzazioni di uomini, ma l'elevazione di uomini al rango di dei non è la radice prima del culto divino in generale. E siccome per Euemero gli dei originariamente furono dei re, ne venne che per lui i Faraoni erano sempre stati nel novero degli dei dell'Egitto e che Alessandro il Grande era figlio di Ammone.
Euemero si trova all'in
gresso dell'ellenismo con i suoi re di natura divina, concetto che spesso si manifesta esteriormente nei soprannomi di costoro; Antioco Epifane, ad es., é così chiamato perché considerato un dio apparso sulla terra; e venne un tempo in cui la figura del dio sceso a dimorare in terra divenne cosa di tutti i giorni. (se non proprio Dio-Re, Re per volontà divina)

Gli estremi si toccano, e nel suo sentimento di indipendenza Diogene non avrebbe ceduto il passo ad un dio vagante per la terra; l'ideale della filosofia cinica ebbe larga efficacia sulle grandi masse e ad esse si indirizzò nella forma della diatriba cinica creata da Bione di Olbia ed a noi nota tramite Telete, ed accolta e perfezionata dalla satira romana.

La scienza dell'epoca, al pari della poesia alessandrina, ebbe invece un carattere esclusivo.
In tutti i sensi lo stesso deve dirsi per la matematica, nel cui territorio non esistono vie regie, come ebbe a dire Euclide al primo Tolemeo. All'ingresso e alla fine del terzo secolo a. C. stanno Euclide ed Archimede, che trovò la morte nella presa di Siracusa per parte dei Romani. Quanto le scoperte matematiche di Archimede abbiano precorso l'epoca moderna ce lo ha insegnato un papiro recentemente trovato, contenente uno scritto di Archimede sinora sconosciuto; egli aveva già scoperto il calcolo integrale, e quindi la contesa fra il Newton e il Leibnitz per la priorità dell'invenzione del calcolo differenziale si è decisa nel senso che il calcolo infinitesimale era già stato scoperto dai Greci, da Archimede.

Più grandiosa ancora peraltro fu l'opera di completamento del sistema eliocentrico, dovuta sulle tracce di Pitagora ad Aristarco di Samo ed a Seleuco di Babilonia; vero è che lo stoico Cleante reclamò che gli Elleni mettessero in istato d'accusa per empietà Aristarco perché osava smuovere dal suo posto il centro dell'universo.
Le scienze naturali descrittive invece non presentano nell'epoca alessandrina quei progressi che sembrava dovesse maturare l'elaborazione dei frutti della spedizione di Alessandro compiuta all'inizio del periodo. Aristotele nei suoi scritti non ne ha ancora traccia; così nella zoologia come nella geografia egli rappresenta lo stato delle conoscenze cui era anteriormente arrivato verso il 40o a. C.
Ctesia di Cnido, il medico del re persiano Artaserse II a Susa.
Ma il discepolo di Aristotele, Teofrasto, poté utilizzare le cognizioni botaniche arrecate dalla spedizione di Alessandro: alla spedizione di Nearco egli andò debitore della conoscenza della vegetazione del golfo Persico. E ad Alessandria Eratostene di Cirene riformò la cartografia, la geografia, nome da lui creato per primo: la carta dell'Asia anteriore compilata da Eratostene era basata sulle informazioni geografiche e sulle misurazioni compiute durante la spedizione d'Alessandro; una più ampia conoscenza dell'Oriente non fu arrecata che in seguito dal l'impero partico. Nelle sue misurazioni della sfera terrestre poi Eratostene utilizza il lavoro antecedente dei Tolemei, la misurazione del meridiano fra Siene ed Alessandria fatta operare dal governo egiziano.

Assistito dal consiglio di Demetrio di Falero, che conosceva le scuole filosofiche ateniesi e si era rifugiato ad Alessandria, già il primo Tolemeo organizzò lo studio delle scienze nel suo paese con l'istituzione del museo alessandrino. Fu qui raccolta una biblioteca quale il mondo non aveva ancora mai vista; all'opera di ordinare gli scritti seguì l'indagine letteraria e il lavoro filologico diretto a fissare il testo ed illustrarlo. L'esempio di Alessandria venne imitato a Pergamo. Ma la grande biblioteca alessandrina non si conservò fino all'epoca imperiale romana; il Califfo Omar non ha potuto, come si narra, riscaldarsi col fuoco dei suoi libri, per il semplice fatto che essa non esisteva più già da un pezzo; essa era rimasta distrutta dalle fiamme nell'anno 47 a. C. al momento dell'insurrezione degli Alessandrini contro Cesare.

Al lavoro di biblioteca ed agli studi storico-letterari Callimaco accoppiò la poesia. I tempi nei quali l'aggettivo « alessandrino » era sinonimo di erudizione pedante e di negazione della poesia sono ormai tramontati; abbiamo imparato a comprendere la profondità delle ricerche degli Alessandrini ed a gustare la finezza della poesia alessandrina. Nel genere epico è pur vero che questa poesia é mera imitazione, e noi non degneremmo forse d'attenzione l'Argonautica di Apollonio di Rodi, se possedessimo ancora altre argonautiche più antiche; ma Teocrito mantiene anche oggigiorno tutta la sua freschezza originaria. Certo « non gli passò per il capo di dar tinta cittadina alla poesia pastorale, e i suoi pastori sentono di gregge in modo sommamente naturale », come dice il Wilamowitz.

Le scoperte dei papiri hanno rimesso in luce i mimi di Eronda, e le medesime hanno in maniera insperata ampliato le nostre conoscenze delle commedie di Menandro. Egli non volle accedere alla chiamata del primo Tolemeo e restò fedele alla sua patria Atene: la commedia attica non emigrò ad Alessandria.

Fu un'epoca grandiosa quella di Alessandro, dei diadochi e degli epigoni; ed uomini dotati d'acuto spirito osservatore e maestri della parola ne hanno conservato la memoria. Come la leggenda si formi attorno agli uomini subito e contemporaneamente agli avvenimenti, mentre è ancor vivo il suo oggetto, ognuno sa per l'esempio di Federico il Grande anche Alessandro tuttora vivo fu avvolto dalla leggenda, in parte invero tendenziosa e costruita di proposito; ne troviamo già le tracce in Callistene d'Olinto, il nipote di Aristotele, che ancora non sospettava la sua sorte tragica; la incontriamo in forma grottesca nelle favole di Onesicrito di Astipalea.
Le basi sicure per un giudizio sull'opera militare del gran re furono poste dal primo re d'Egitto, Tolemeo, figlio di Lago, ed Aristobulo di Cassandra colori il quadro con la descrizione dei paesi attraversati da Alessandro e dei loro popoli. A questa storia d'Alessandro, che era orientata in senso macedone, si contrappose con Clitarco il punto di vista ellenico congiunto con una tendenza al sensazionale, cui già aveva ceduto Onesicrito, ed allo splendore della forma ed all'arte dell'eloquio.

Dopo il re fu la volta dei suoi grandi generali, e se le figure dei diadochi stanno dinanzi ai nostri occhi come vive, se noi possiamo districare con piena sicurezza il complicato e confuso tramestio di quei decenni, lo dobbiamo alla magistrale narrazione della storia dei diadochi scritta dal compaesano ed amico di Eumene, leronimo di Cardia.
Insieme con la storia della madre-patria greca dei tempi di Epaminonda aveva narrato la storia di Alessandro e dei suoi successori anche Duride, il tiranno di Samo, in forma sentimentale e teatrale. E nei riguardi della storia degli epigoni abbiamo la narrazione di Filarco in antitesi alle me
morie di Arato; Filarco, l'ammiratore di Cleomene di Sparta, sottopose a critica il racconto di Arato e perciò si espose alla critica di Polibio che era cresciuto in mezzo alle tradizioni della politica achea fondate da Arato. Mentre poi è ancora improntato allo spirito degli studi aristotelici il libro di Dicearco di Messina intorno alla vita dei Greci, la prima storia dell'incivilimento greco, Ecateo di Abdera invece ci fa già entrare coi suoi studi sull'Egitto nella sfera ellenistica.

E se in questo caso era un Greco, che in Egitto cercava di orientarsi nei riguardi dell'Egitto, sotto il secondo dei Seleucidi ed il secondo Tolemeo il babilonese Berosso e l'egiziano Manetone impresero a far conoscere agli Elleni la storia della loro patria.

Anche nelle arti figurative dell'ellenismo la Grecia resta molto indietro all'Oriente, soprattutto all'Egitto e ad Alessandria; nei riguardi della pittura dobbiamo contentarci di giudicare sulle imitazioni esistenti nelle pitture murali di Pompei in luogo degli originali andati perduti. Anche nella plastica riscontriamo una forte predilezione per lo stile di genere ed una forte corrente realistica.

Già il primo secolo dell'ellenismo quindi ha quel carattere moderno che é nell'indole generale della cultura ellenistica.

E questa modernità è ora pronta per essere colta al volo dai Romani
che sono in procinto di sbarcare in Grecia.

Ma prima di questo passo i Romani devono sbarazzarsi dei Cartaginesi;
quindi dobbiamo ritornare ai fatti di guerra, alla

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