-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

35. GUERRA TOTALE A CARTAGINE


"Delenda Carthago" - Gli attuali resti di Cartagine
"...fu rasa al suolo; sul luogo fu passato l'aratro e nei solchi fu sparso del sale".

L'Antioco Epifane e Giuda Maccabeo sono e ci si presentano come figure dotate di carattere individuale ed il mondo ellenistico in genere non mancò di personalità ben distinte dai tempi di Alessandro in poi; del pari nell'antica storia greca dai tempi di Esiodo abbiamo una serie di figure personali che si differenziano l'una dall'altra per caratteristiche individuali.

Al contrario la storia più antica di Roma non ci offre che dei tipi generici di uomini e nessuna personalità spiccata; ciò é poco probabile che dipenda unicamente dall'indole della nostra tradizione; sembra invece che gli uomini dell'antica Roma in complesso si assomigliassero fra loro assai più che non i loro contemporanei greci.

La prima personalità marcata dalla storia romana più antica si incontra a tempo della grande guerra Sannitica, è Appio Claudio, il censore del 310 a. C. Dopo di lui tornano a mancare in Roma distinti caratteri individuali sino a C. Flaminio e a P. Cornelio Scipione Africano; da questo momento in poi invece le personalità si presentano uguali. Perché questo ? La ragione non sta solamente nel fatto che in quest'epoca si inizia la storiografia contemporanea in forma letteraria, ma nella circostanza che effettivamente gli uomini erano divenuti diversi sotto l'influenza della cultura greca che allora era penetrata in Roma; questa cultura anche se ha individualizzato i Romani, ha creato pure antitesi di caratteri.

Ancor più individuale delle splendide figure di Scipione e di Flaminio ci appare la ringhiosa figura di Catone il Vecchio nella sua ruvidezza nativa; essa contrasta all'invasione dell'ellenismo, e tuttavia contro la sua volontà ne è trascinata. Quest'uomo é con tutte le forze dell'animo attaccato alle tradizioni del carattere nazionale e dei costumi romani ed avverso alle nuove correnti che si incarnano negli Scipioni; e vi si aggiunge la sua diffidenza contro questo ambiente di persone elevate.
Per nascita egli non era più un contadino, ma l'indole contadinesca si perpetuava in lui vigorosa; egli salì grado a grado sempre più in alto e negli ultimi anni di sua vita fu forse l'uomo più potente del mondo; ma rimase contadino sino all'ultimo anelito, un contadino con tutte le doti di vigoria e con tutti i difetti del tipo. Tuttavia con qualche sprazzo di quello che sarà in seguito il patrimonio delle nuove generazioni.

I Filosofi ateniesi che nell'anno 155 a. C. si recarono a Roma erano padroni della cultura e dei metodi filosofici del loro tempo; ed a Roma di filosofia non solo se ne capiva poco, ma addirittura nulla. Per conseguenza essi fecero in Roma l'effetto di profeti ed ebbero anche la sorte comune dei profeti; la loro attività venne accolta più volentieri che in patria.
Quando giunse a Roma l'accademico Carneade, lo stoico Diogene ed il peripatetico Critolao, la gioventù romana accorse immediatamente desiderosa di ascoltarli; Carneade aveva la parola calda e veemente, Critolao la frase fine e tornita, Diogene parlava con semplicità e sobrietà; Carneade in particolare riempì la città del suo frastuono al pari di un uragano impetuoso. I Romani padri dell'ultima generazione, videro di buon occhio che la loro gioventù approfittava della cultura greca; solo Catone se ne adombrò e temette che la gioventù romana dimenticasse dall'operare e
dalla guerra per darsi all'oratoria, e quando vide che persino un senatore, C. Acilio, domandava di poter servire da interprete ai Greci in senato, il suo sdegno traboccò; egli fece in modo che il senato definisse rapidamente la questione che li riguardava affinché costoro se ne tornassero alle loro scuole ad ammaestrare i figli degli Elleni e la gioventù romana potesse nuovamente ascoltare soltanto come prima la parola delle leggi e dei magistrati. Così i filosofi furono messi complimentosamente alla porta; alla narrazione di Plutarco dobbiamo se sappiamo il senso di queste cerimonie.
Tuttavia il ringhioso Catone, il quale temeva che i Romani si sarebbero infiacchiti qualora le loro menti fossero rimaste invase dalla produzione letteraria greca, fu alla fine pure lui soggiogato suo malgrado da essa e cedette un po' alla sua influenza.

Dopo la guerra annibalica Publio Scipione ebbe in senato una autorità assolutamente predominante; alla sua influenza é dovuto se la guerra contro Antioco fu affidata a Glabrione e poi a suo fratello Lucio ed a lui medesimo. Catone e P. Scipione erano quasi coetanei. Catone era nato nel 234 a. C. e Scipione forse un anno prima; Scipione ebbe sin dal 211 un importante comando nella Spagna e nel 205 a. C. divenne console, mentre Catone non lo fu che dieci anni più tardi, nel 195.

L'antagonismo fra i due uomini si era già delineato quando Catone, consolare, si recò nel 191 in Grecia in qualità di tribuno militare agli ordini di Glabrione, e dopo la guerra Catone iniziò subito, nel 189, la lotta contro Glabrione e due anni dopo contro lo stesso Scipione. La questione portata in campo verté sull'uso fatto del bottino conquistato nella guerra contro Antioco e sui rapporti di P. Scipione con il re.
L'opposizione contro gli Scipioni, di cui Catone era l'anima, ricorse perfino al potere dei tribuni nei comizi plebei per punire gli abusi che si verificavano nel corso delle guerre. Chi può garantire che gli Scipioni non si fossero personalmente arricchiti a spese del bottino di guerra? In questa materia la soluzione prettamente giuridica della questione, e qual fosse verso il 190 a. C. lo stato di diritto nei riguardi delle prede belliche, è resa malagevole dal fatto che la questione stessa fu dibattuta per la prima volta proprio in occasione della celebre causa dei processi contro gli Scipioni, i quali erano processi politici intentati solo col proposito deliberato di screditare, compromettere ed abbattere gli Scipioni.

E Catone ottenne il suo scopo. Nell'anno 184 fu condannato L. Scipione e soltanto l'intercessione del tribuno Ti. Sempronio Gracco lo salvò dal carcere. Contro P. Scipione l'accusa non venne portata avanti, ma egli politicamente fu eliminato; Catone poi divenne censore ed in tale qualità tolse il cavallo di comando a L. Scipione.
P. Scipione abbandonò Roma e si ritirò nella sua villa di Literno in Campania, dove mori nel 183 in età di 52 anni. Anche morto egli non volle tornare a Roma; vietò a sua moglie di seppellire le sue ossa nella tomba degli Scipioni a Roma; il vincitore di Annibale fu sepolto sulla comune spiaggia di Literno.

Nell'intercedere contro l'imprigionamento di L. Scipione il tribuno Tiberio Gracco dichiarò di essere e di voler rimanere nemico degli Scipioni; ma dopo la morte di Scipione Africano ne sposò la figlia, Cornelia, la madre dei Gracchi.
Nell'anno stesso in cui scendeva nel sepolcro P. Cornelio Scipione Africano, nel 183, morirono di veleno anche Annibale e l'acheo Filopemene; fu l'anno dei tre grandi morti.

Nel concludere la pace con Antioco i Romani avevano da lui reclamato la consegna di Annibale, ma Antioco lo aveva lasciato fuggire a Creta, rifugiando presso re Prusia di Bitinia; avendo però Flaminino reclamato anche da questo re la sua consegna, Annibale si uccise bevendo il veleno.

Benché i Romani non si fossero valsi della loro vittoria in Oriente per far conquiste territoriali, pure vi dominavano con la propria influenza.
Messo fuori dalla politica greca, e, malgrado il contegno tenuto nella guerra contro Antioco, non indennizzato dai Romani neppure delle perdite subite in Tracia, re Filippo di Macedonia ventilò costantemente in suo cuore la vendetta e si preparò alla guerra contro Roma; i Romani da parte loro furono in procinto di aprire la guerra fin dall'anno 183, ma il re, cui per il momento non sembrò idonea la situazione ai suoi fini, riuscì a tenere ancora in piedi la pace con l'opera di suo figlio Demetrio ch'era in favore dei Romani. Ma non cessò dai suoi preparativi e approntò tutto sia dal punto di vista militare come da quello finanziario; inoltre concepì il disegno di scatenare sull'Italia i popoli danubiani, principalmente i Bastarni. Che la colonia romana di Aquileia, fondata nel 181, fosse destinata a premunirsi contro questi progetti non é da escludersi.

Filippo mori nell'anno 179 senza aver raggiunto l'agognato scopo di prendersi la rivincita sui Romani; gli successe non il figlio minore Demetrio favorito da Roma (suo padre lo aveva fatto giustiziare sin dal 181), ma Perseo; egli ereditò un eccellente esercito ed un'ottima situazione finanziaria. Re Perseo cercò di stringere relazioni con gli Stati ellenistici e ne strinse alcune anche in Grecia; i Romani cominciarono a temere ch'egli minacciasse la loro egemonia sui Greci; contro di lui li istigò re Eumene II di Pergamo nella visita fatta a Roma nel 172, ed essi decisero di muovergli guerra. Perseo non riuscì più ad evitarla ed essa si aprì nel 171.

Eumene e re Prusia di Bitinia vennero in aiuto dei Romani, re Genzio d'Illiria in aiuto di Perseo. La guerra giunse alla sua fase decisiva soltanto nel 168, ad opera del console L. Emilio Paullo, figlio del vinto di Canne. Il 22 giugno 178 a. C. Perseo rimase completamente disfatto a Pidna e fu preso prigioniero a Samotrace. Nel 167 Paullo trascinò Perseo a Roma davanti al suo carro di trionfo, poi fu internato ad Alba sul lago Fucino dove morì nel 165. Questa fu la fine degli Antigonidi.

I Romani divisero la Macedonia in quattro repubbliche, che non avevano fra loro né commerciumconnubium; anche il territorio illirico preso da Roma a re Genzio fu suddiviso in tre Stati.
Rodi si era cimentata pochi mesi primi della battaglia di Pidna ad ingerirsi per farsi mediatrice di pace, ed ora dovette pagare il fio di questo passo compiuto, per quanto non avesse patrocinato la causa di Perseo.
Persino Catone prese a cuore la causa dei Rodii, ma nonostante ciò essi perdettero i loro possedimenti sulla costa della Caria.

Anche la lega Achea aveva tenuto un contegno corretto verso i Romani, ma nonostante un migliaio circa di notabili achei caddero in sospetto di aver parteggiato per Perseo: essi andarono a Roma per provare la propria innocenza, ma furono trattenuti in ostaggio e internati nelle città italiche.

Polibio, il figlio dello stratega acheo Licorta, era entrato già in Grecia in relazioni di amicizia con i figli di Emilio Paullo, specialmente con Publio, che era stato concesso da Paullo in adozione al figlio di Scipione Africano, privo di prole, con Scipione Emiliano dunque, il futuro Africano minore; e queste amicizie tornarono ora a vantaggio di Polibio, che poté rimanere a Roma, fu accolto nella società che circondava gli Scipioni e divenne un ammiratore dello Stato romano e della sua aristocrazia.

Il bottino recato a Roma dalla Macedonia da Emilio Paullo fu così vantaggioso per le finanze romane che d'ora in avanti non venne più riscossa dai cittadini romani l'imposta diretta, il tributum.

La caduta della Macedonia mutò anche lo stato dei rapporti di Roma verso Cartagine. Dal tempo della fuga di Annibale da Cartagine, dal 196, questi rapporti erano stati buoni; il partito antiromano aveva sempre più perduto terreno e si era venuta a stabilire una buona intesa perché questo tornava a vantaggio degli interessi materiali; il commercio ed il benessere di Cartagine presero un nuovo e poderoso sviluppo, ed anche molti Italici si domiciliarono a scopo di commercio in Cartagine che era ormai la più grande città mercantile dell'Occidente.

Malgrado gli incitamenti di Annibale, Cartagine non aveva preso parte alla guerra di Antioco contro Roma e rimase con questa per più di 20 anni ancora in buone relazioni. Finché stette in piedi la Macedonia e vi fu la possibilità di una coalizione della Macedonia e di Cartagine, i Romani ebbero interesse a non irritare i Cartaginesi. Ma con la battaglia di Pidna essi furono invasi dal sentimento dell'onnipotenza, e da questo momento non ebbero più riguardi di sorta per alcuno; anche il mercante romano ospite, cominciò ora a comportarsi brutalmente verso i suoi concorrenti.

In Roma il partito degli Scipioni era tornato nuovamente in auge per opera di Emilio Paullo, ma tuttavia chi in senato divenne l'uomo più potente fu il vecchio Catone; e fu sventura per Cartagine che, a quanto pare, nel 152 una legazione conducesse personalmente Catone nella grande città.
Egli rimase stupito della floridezza di Cartagine, delle sue ricchezze e risorse, e si formò in lui la convinzione che Cartagine costituiva un pericolo minaccioso per Roma; per questa ragione cominciò ora a ritenere necessaria la distruzione di Cartagine e manifestò in senato il suo convincimento fermo, ripetendo in tutte le occasioni possibili il suo famoso ceterum censeo. Si sa che il console, se presiedeva il senato, non aveva facoltà di far proposte, questo diritto spettava invece ai senatori, che, richiesti dal presidente del senato della loro opinione, rispondevano facendo una proposta. E ad ogni proposta essi avevano diritto di aggiungerne altre. Ora si immagini l'impressione che doveva produrre il costante contegno di un uomo come Catone, che ogni volta interrogato in senato sugli oggetti posti all'ordine del giorno faceva sempre seguire alla relativa proposta l'altra, quella di distruggere Cartagine. Giacché questo voleva dire il suo ripetitivo ceterum censeo: .."inoltre io ritengo che si debba distruggere Cartagine". Catone il Vecchio si assunse così la missione di scavare con le sue mani la fossa a Cartagine.

L'altro che si accollò la stessa opera fu il re numida Masinissa, ovviamente con le proprie mire. L'ex utile alleato dei Romani, completò l'accerchiamento del territorio cartaginese con l'occupare le Emporie a sud della piccola Sirti, ed i Romani nel 161 lo lasciarono fare. In seguito accampò altre pretese sulle grandi pianure attorno al Bagrada e sulla regione delle cinquanta città che si stendeva ai due lati del fiume Tusca; e questa volta i Romani furono chiamati a decidere. Si cominciò con una lunga serie di trattative diplomatiche, le quali invece posero capo in definitiva alla guerra.
Catone incolpò i Cartaginesi (in effetti le pretese erano solo Masinissa con i suoi partigiani) di violazione dei vecchi trattati, ed in questa occasione vennero estratti dall'archivio degli edili gli antichi trattati con Cartagine che Polibio ci ha tramandati volti in greco. Alla fine i Cartaginesi per non essere coinvolti in una guerra con Roma, perdettero la pazienza e bandirono i partigiani e con loro lo stesso Masinissa. Assaliti in seguito da lui, osarono difendersi; ma - paradossalmente - la pace conclusa da Annibale aveva loro vietato di far guerra senza il permesso dei Romani! Pur mettendosi contro Masinissa e schierandosi con Roma questi cartaginesi fornirono il pretestuoso casus bellis ai romani.

Nell'anno 150 infatti i Romani decisero di dichiarare la guerra a Cartagine. Ma né Catone né Masinissa erano destinati ad assistere alla caduta di Cartagine; Catone morì nei 149 e Masinissa al principio del 148.

Allo scopo di passare in Africa, i consoli nel 149 si recarono dapprima in Sicilia, a Lilibeo. Ed a recarsi sull'isola venne invitato dal console Manio Manilio lo storico Polibio, che nel 150 era tornato in Grecia, probabilmente perché lo si voleva utilizzare come ingegnere nell'assedio di Cartagine; ma, giunto a Corfù, Polibio seppe che i "pacifisti" Cartaginesi avevano come garanzie offerto ostaggi, e, ritenendo che la guerra non avrebbe avuto più seguito, se ne tornò nel Peloponneso.

Se non che la guerra scoppiò ugualmente, perché i consoli approdati in Africa con una inaspettata arroganza, avevano ingiunto ai Cartaginesi di abbandonare la loro città e di andarsi a domiciliare altrove, a 15 chilometri di distanza dal mare! A questo punto contro questa sopraffazione Cartaginesi abbandonarono tutte le idee pacifiste e si difesero col coraggio della disperazione, ed anche nel successivo anno 148 i Romani ottennero con quella pesante ingiunzione pochi risultati; allora fu deciso di eleggere console per il 147 Scipione Emiliano e di affidargli la direzione della vera e propria guerra.

Scipione aveva già partecipato alla spedizione in Africa nel suo primo anno, nel 149, col grado di tribuno militare; é nell'estate del 149 pure lui si recò a visitare Masinissa, e Polibio, che nel frattempo era arrivato in Africa, lo accompagnò.
A quel che sembra poi, fallisce nel 149 la spedizione che condusse Polibio lungo la costa d'Africa per la via dell'attuale Gibilterra fin nell'Oceano Atlantico. Al suo ritorno egli rimase aggregato allo stato maggiore del console e proconsole Scipione e prese attiva parte all'assedio di Cartagine negli anni 147 e 146.
Al momento dell'assalto dato alla città per cacciarne gli abitanti, il primo a porre piede sulle mura nemiche fu Tiberio Gracco, il futuro tribuno. Cartagine venne distrutta, spopolata e il suo territorio annesso allo Stato romano come provincia sotto il nome di Africa.

Questo in sintesi i tre anni fino alla distruzione:



Data: 149 a.C. - 146 a.C.
Luogo: CARTAGINE (Colonia fenicia dell'Africa, sull'dierno golfo di Tunisi)
Eserciti contro: ROMANO e CARTAGINESE
Contesto: TERZA GUERRA PUNICA
Protagonisti:
M. MANILIO (Comandante romano)
L. MARCIO CENSORINO (Comandante romano)
L. CALPURNIO PISONE (Console romano)
L. OSTILIO MANCINO (Ammiraglio romano)
P. CORNELIO SCIPIONE EMILIANO (Console romano)
LELIO (Comandante romano)
ASDRUBALE (Comandante cartaginese)
ASDRUBALE (Nipote di Massinissa, comandante cartaginese)

Dopo che i consoli romani respinsero duramente un appassionato appello alla clemenza, pronunciato dal cartaginese Bannone, le porte della città vennero sbarrate e le mura presidiate. Furono liberati gli schiavi e vennero nominati due generali: l'esule Asdrubale fu persuaso a dimenticare il passato e a prendere il comando delle truppe dislocate nella campagna, mentre la difesa della città fu affidata ad un altro Asdrubale, nipote di Massinissa.
La richiesta di tregua di un mese fu respinta dai Romani. I consoli attesero per qualche tempo che la città, disarmata, si arrendesse. Infine, nell'estate del 149 a.C., Manilio e Censorino mossero contro la città con l'esercito e la flotta. Subito si resero conto di avere di fronte un ostacolo più duro del previsto. Le mura di Cartagine erano quasi inespugnabili e la sua posizione naturale era pressochè inattaccabile.
La città copriva la metà meridionale di una penisola che si protende da ovest nel golfo di Tunisi; il versante settentrionale è protetto da ripide alture. A sud di queste alture si trovano i sobborghi della città, chiamati Megara, poi la collina di Byrsa su cui si ergeva la cittadella, quindi la parte più bassa con la piazza del mercato e i porti e, infine, oltre le mura meridionali, una lingua di terra sabbiosa che formava una barriera lungo il lago interno di Tunisi. L'istmo che collegava la penisola con il continente era stretto ed era attraversato dalla triplice fortificazione delle mura occidentali della città, alte 14 metri e larghe 10.
Il console romano Manilio si accampò a nord dell'istmo, mentre Censorino si era disposto con la flotta alla sua estremità meridionale, nel lago di Tunisi. Dopo un assalto senza esito dall'istmo, si diede inizio ad un assedio vero e proprio, ma l'aria malsana del lago stagnante costrinse Censorino a spingersi oltre la barriera di sabbia, in mare aperto, dove la sua flotta subì dei danni in seguito a un attacco cartaginese.
Quando Censorino ritornò a Roma per le elezioni, il nemico attaccò di notte l'accampamento del suo collega Manilio, e solo grazie all'abilità di Scipione si potè rimediare alla difficile situazione.
Nel 148 a.C., il console L. Calpurnio Pisone giunse in Africa con l'ammiraglio L. Ostilio Mancino per assumere il comando delle operazioni, in sostituzione di Manilio e di Censorino. Con scarsi risultati, i nuovi arrivati attaccarono le città che rimanevano ancora fedeli alla capitale. Per di più Mancino si trovava in difficoltà. Sbarcato sulla costa a nord di Cartagine, era penetrato nel sobborgo di Megara, ma era stato tagliato fuori e costretto in una difficile posizione.
Tale era il malcontento a Roma per la conduzione della guerra che, quando Scipione decise di candidarsi all'edilità curule, fu proposto ed eletto console dal popolo, sulla base dei suoi successi militari.
Al suo arrivo in Africa, giusto in tempo per liberare Mancino, Scipione decise di prendere per fame la città, ormai accerchiata, con un assedio ininterrotto.
Nel frattempo Asdrubale riuscì a occupare una forte posizione sull'istmo, davanti alle mura occidentali della città. Scipione si accampò di fronte; poi, allo scopo di conquistare il controllo dell'istmo, effettuò un attacco notturno contro la parte nord-occidentale delle mura.
Nella primavera del 147 a.C., circa 4000 romani penetrarono a Megara: ciò causò un tale panico che Asdrubale si rifugiò in fretta nella città, abbandonando la sua posizione avanzata. Nell'inverno del 147 a.C. Scipione sconfisse un piccolo presidio nemico nella città di Nepheris, conquistandola. A questo punto le tribù libiche si affrettarono ad arrendersi a Roma. L'agonia di Cartagine era ormai vicina.
Nella primavera-estate del 146 a.C., Scipione diede l'ordine dell'assalto finale. Mentre Asdrubale appiccava il fuoco alla parte meridionale del porto, dove si aspettava l'attacco, il comandante romano Lelio riuscì più a nord a sfondare le mura. Da qui avanzò verso la piazza del mercato, mentre i difensori fuggirono verso la collina di Byrsa.
Per sei giorni e sei notti i Romani avanzarono gradualmente nella parte alta della città, bruciando e distruggendo tutte le abitazioni. Dopo sette giorni la cittadella si arrese e 50 mila tra uomini e donne furono ridotti in schiavitù. L'incendio di Cartagine divampò per più di dieci giorni; le rovine furono rase al suolo; sul luogo fu passato l'aratro e nei solchi fu sparso del sale. Cartagine fu cancellata dalla faccia della terra

La distruzione di Cartagine cade all'incirca nel luglio del 146 e Polibio vi assistette. Poco dopo ritornò in Grecia, giacché anche la conquista di Corinto, avvenuta probabilmente nel settembre 146, é da lui narrata come testimonio oculare.

Le cose di Macedonia si erano nel frattempo intorbidite per l'intervento di un pretendente, Andrisco, il quale si spacciava per figlio di Perseo. Egli ebbe anche fortuna e vinse nel 149 i Romani; soltanto il pretore Q. Cecilio Metello riuscì a sopraffarlo nel 148, anch'egli a Pidna.
Dopo questi fatti i Romani avocarono direttamente a sé il governo della Macedonia, vi aggregarono l'Epiro e la parte dell'Illiria con esso confinante, di modo che la provincia di Macedonia si estese dall'Egeo all'Adriatico. E dopo la guerra corinzia al governatore della Macedonia fu affidata anche la sorveglianza sulla Grecia.

Dopo Arato divenne stratega della lega achea Filopemene. Nella storia egli ci si presenta attraverso l'aureola luminosa che gli ha diffuso intorno Polibio; ma che uomo era egli realmente?
Torniamo a qualche anno prima. Gli Iloti affrancati nella Laconia da Cleomene e da Nabide ebbero nell'anno 189 ingiunzione dagli Achei capitanati da Filopemene di sfrattare entro un termine stabilito; quelli che non si affrettarono ad ubbidire e rimasero oltre il termine vennero catturati e venduti come schiavi; circa tremila. Così operò Filopemene, e così era fatto l'«ultimo dei Greci ». Egli morì, al pari di Scipione e di Annibale, nel 183 a. C. I Messenii avevano defezionato dalla lega achea, e Filopemene, che era sceso in campo contro di essi, cadde nelle loro mani e fu fatto morire di veleno. Nelle esequie portò l'urna con le ceneri di Filopemene il giovane Polibio, figlio di Licorta. Dopo la morte di Filopemene divenne stratega della lega achea Licorta e tale era ancora a tempo della battaglia di Pidna.

Nessun uomo politico di temperamento positivo poteva in questo momento disconoscere la necessità di procedere cautamente riguardo a Roma; ma é altresì vero che anche le più grandi potenze per la vastità e varietà degli impegni contemporanei non possono intervenire sempre e dappertutto e che di una simile situazione possono trarre profitto anche i più deboli. Licorta si fece propugnatore per la lega achea di una linea di condotta politica di questo genere; in opposizione a lui invece Callicrate sostenne una politica di sottomissione incondizionata a Roma. I mille ostaggi internati in Italia sottrassero alla lega gli ultimi residui di forza. Già nell'anno 160 una legazione achea si era recata a Roma per implorare dal senato il loro rimpatrio, ma senza nulla ottenere. Il rimpatrio non fu concesso agli Achei che nel 150, quando lo stesso Catone lo patrocinò, dichiarando essere indifferente che "questi canuti Achei fossero accolti da tombe romane oppure achee". Egli però non attribuendo nessuna importanza a questo rimpatrio, sbagliò clamorosamente, perché dopo diciassette anni di esilio i "canuti" ostaggi quando tornarono in Grecia avevano il cuore pieno di odio contro i romani.

Fra i reduci non furono i moderati, come Polibio o Stratio, quelli che riuscirono a prevalere; anzi venne immediatamente eletto stratega della lega un fanatico, Dieo, e questi insieme col suo correligionario politico Critolao, portò all'estrema rovina la lega achea. Vollero affrancarsi da Roma e credettero che a causa della guerra con i Cartaginesi i Romani non fossero in grado di pensare ad altro. Contro la volontà del senato e malgrado l'ammonimento di Metello, lo stratega Damocrito mosse guerra a Sparta; per questo fatto il senato punì gli Achei staccando dalla lega Sparta, Corinto ed Argo; in occasione poi dell'assemblea della lega tenutasi a Corinto nel 147 si ostentò verso i legati romani persino la mancanza dei consueti riguardi.

Malgrado il nuovo ammonimento di Metello lo stratega Critolao decise di ricominciare la guerra contro Sparta, ed allora, i Romani nella primavera del 146 incaricarono il console L. Mummio di portar la guerra agli Achei. Di Critolao non si sa che cosa sia divenuto dopo la sua sconfitta ad opera di Metello; il suo successore Dieo poi fu vinto da Mummio nella battaglia di Leucopetra sull'Istmo. Dieo si tolse la vita e Corinto cadde nelle mani di Mummio, all'incirca nel settembre del 146; la città fu completamente spopolata e distrutta, tutti gli abitanti venduti come schiavi.

La lega achea venne disciolta, e nel riordinamento delle cose in Grecia si acquistò molte benemerenze Polibio; come uomo di fiducia d'ambedue le parti egli rese ai suoi connazionali servigi analoghi a quelli resi agli Joni a suo tempo da Ecateo di Mileto dopo l'esito infelice della loro insurrezione sotto Dario. La soprintendenza sulla Grecia venne affidata al governatore della Macedonia, poiché una provincia d'Acaia fu costituita solo in seguito, da Cesare.

Roma dopo le guerre puniche ormai dominava
dalle Alpi all'Africa, dalla Spagna alla Grecia.
Inziavano gli anni di prosperità

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