-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

38. POMPEO E IL GIOVANE CESARE

Nell'anno in cui Sulla aveva governato lo Stato da console a norma della costituzione le cose erano andate lisce; ma ciò fu dovuto solamente all'autorità personale di quell'uomo straordinario. Sulla era appena ritornato alla vita privata che subito ricominciarono le difficoltà, e con lui ancor vivo (morirà pochi mesi dopo) uno dei consoli dell'anno 78, M. Emilio Lepido, aveva già iniziato l'agitazione contro la costituzione sullana.
La lotta si aprì dinanzi alla salma stessa di Sulla alla cui sepoltura con solenni onoranze Lepido si oppose. Tuttavia di fronte alla resistenza dell'altro console, il sullano Q. Lutazio Catulo, l'agitazione promossa da Lepido non ebbe molto successo; egli non riuscì che a far ristabilire le frumentazioni, le quali però subito dopo la sua caduta furono nuovamente abolite, per essere nuovamente ripristinate ancora nell'anno 73, e questa volta per sempre.

La caduta di Lepido avvenne poco dopo, quando egli, da proconsole, a principio del 77 marciò su Roma e giunto alle sue porte reclamò la restaurazione della potestà tribunizia nei suoi diritti antichi. Il senato lo pose al bando, il proconsole Catulo lo sconfisse nelle vicinanze di Roma e Pompeo in Etruria; egli trovò la morte in Sardegna. Il suo legato M. Perperna guidò i residui del suo esercito a mettersi sotto le bandiere di Sertorio in Ispagna.

Il mariano Q. Sertorio, uomo dotato di alte qualità militari e politiche, si era recato nell'anno 83 nella Spagna che gli era toccata in sorte di governare come propretore per l'anno 82; qui non aveva potuto tener testa ai Sullani ed era passato nella Mauretania, ma nell'anno 80 era ritornato nella Spagna mettendosi a capo dei Lusitani insorti a quel tempo. A poco a poco si era reso padrone della Spagna tenendo fronte efficacemente agli eserciti romani; la sua fama giunse fino in Oriente; egli entrò in relazioni con i pirati della Cilicia e re Mitradate si alleò con lui. Sertorio organizzò nella Spagna un governo completo, non escluso un apposito senato. Per aver ragione una buona volta di lui Roma si decise a mandare in Spagna il giovane Pompeo.

Cn. Pompeo, figlio di Cu. Pompeo Strabone, noto per la parte avuta nella guerra sociale e console dell'anno 89, era nato nel 106; non aveva dunque ancora 23 anni quando nell'83 corse a mettersi sotto le bandiere di Sulla appena tornato in Italia. Non aveva ancora gestito alcuna magistratura, nemmeno la questura, quando alla fine del 77 fu mandato in qualità di proconsole contro Sertorio. Qui la sua fortuna fu la gelosia di Perperna verso Sertorio. Seguì l'assassinio di Sertorio a seguito di una congiura ordita da Perperna medesimo nell'anno 72. Pompeo poi ebbe facilmente ragione di Perperna e, riassoggettata la Spagna, poté ritornarsene nell'anno 71 in Italia.

Al suo ritorno si imbatterono e caddero nelle sue mani i residui dei gladiatori e schiavi che da due anni funestavano di guerra l'Italia. Gladiatori fuggiti dalla scuola dei gladiatori di Capua, prigionieri traci, Galli e Germani erano stati ingrossati da un grosso numero di schiavi fuggiti da ogni parte ed avevano per ultimo raggiunto il numero di 70.000 uomini. La guerra aveva desolato la bassa e la media Italia e persino Roma stessa che ne fu ad un certo punto minacciata. I Romani erano riusciti a fermare un loro capo il gallo Crisso, ma il trace Spartaco aveva sconfitto nell'anno 72 ambedue i consoli; il senato tolse a loro due la direzione della guerra e li sostituì col pretore designato M. Licinio Crasso investendolo di imperio proconsolare. Questi era riuscito poi ad annientare Spartaco, ma i superstiti dell'esercito in fuga di quest'ultimo furono poi quelli catturati da Pompeo, il quale poté così ascriversi la gloria di aver condotto a termine definitivamente la guerra.

Frattanto in Oriente si era riaccesa la guerra con Mitradate. Re Nicomede di Bitinia aveva lasciato per testamento il suo regno ai Romani, ma Migravate contrastò loro l'eredità. Il comando supremo nella guerra contro di lui venne affidato ad uno dei più autorevoli Sullani, L. Licinio Lucullo, che aveva già retto un comando militare contro Mitradate sotto Sulla, e che gestiva il consolato dell'anno 74 a. C.
Tutti questi generali, Pompeo, Crasso, Lucullo, erano notoriamente dei Sullani, ed anche in Roma continuò a regnare la supremazia del senato e la reazione sullana. L'opposizione tuttavia non tacque ed uomini di idee moderate, come C. Aurelio Cotta, giunsero persino al consolato; una legge da lui proposta quale console nel 75 a. C. e condotta in porto aprì nuovamente ai tribuni l'adito alle magistrature curuli e fece con ciò la prima breccia nella costituzione sullana.

Con particolare calore e veemenza promosse una agitazione per il pieno ripristino dei diritti della potestà tribunizia il demagogo C. Licinio Macro nel suo tribunato dell'anno 73 ; anche nello scrivere la storia egli recò seco lo spirito di parte della sua epoca e falsificò la storia del V e del IV secolo, specialmente quella della lotta fra patrizi e plebei, camuffandola con i colori della politica graccana e post-graccana. Ma una positiva efficacia il movimento contro la costituzione sullana l'acquistò solamente quando gli interessi personali dei più potenti sullani vennero a trovarsi in contrasto con essa ed incontrarono ostacoli nel senato.

Il giovane Pompeo era tornato dalla Spagna con grandi pretese. Senza aver mai coperto precedentemente una magistratura o seduto in senato reclamò il consolato, e allo stesso ambiva anche Crasso; ma le sue vittorie nella guerra di Spartaco non lo raccomandavano al senato, che già cominciava a considerare pericolosi i generali vittoriosi.
Trovandosi almeno sotto questo riguardo in situazione uguale, Crasso e Pompeo s'intesero fra di loro, fecero un voltafaccia e promisero ai popolari la restaurazione della potestà tribunizia; e di fronte a uomini che si trovavano a capo di due eserciti vittoriosi anche gli avversari non osarono opporsi. Pertanto il 1° gennaio del 70 a.C. Pompeo e Crasso ebbero il consolato; al periodo della reazione segue ora l'inizio di una nuova era.

I nuovi consoli mantennero quanto avevano promesso; con una legge proposta da entrambi ripristinarono la potestà tribunizia nel pieno assetto che aveva prima di Sulla. E l'agitazione contro i tribunali di senatori venne ravvivata dal processo contro Verre. Questi aveva gestito la pretura nell'anno 74 e poi aveva governato come propretore la Sicilia, rimanendovi in carica tre anni a causa dei torbidi che avevano accompagnato la guerra dei gladiatori. Durante questo tempo egli si era permesso di fare estorsioni che eccedevano persino di gran lunga la misura delle angherie che si era soliti sopportare dai governatori provinciali romani; per perseguirlo in giudizio i provinciali si rivolsero a M. Tullio Cicerone, nato nel 106 ad Arpino, compaesano di Mario, un Volsco, che era stato nel 75 questore a Lilibeo e si era fatto ben volere in Sicilia.

Egli accettò di sostenere l'accusa, benché la difesa fosse stata assunta da un uomo della forza di Q. Ortensio, da 25 anni oratore di gran credito, anzi riconosciuto dal suo tempo come il primo fra gli oratori. Ma di fronte alle prove schiaccianti recate da Cicerone lo stesso Ortensio non fu in grado di tenergli testa, Verre non attese la condanna e se ne andò in esilio. Forti di questo scandalo, gli avversari dei tribunali di senatori se ne avvalsero per rimarcare che se Verre aveva osato commettere tante estorsioni era perché contava sull'assoluzione da parte del tribunale dei suoi pari.
A quel punto il pretore L. Aurelio Cotta, fratello di quel C. Aurelio Cotta che da console nell'anno 75 era riuscito a fare il primo passo sulla via della restaurazione della potestà tribunizia, propose una legge che ebbe l'appoggio di Pompeo e fu votata, a senso della quale si lasciava un terzo dei posti di giudici ai senatori, ma se ne accordava un terzo ai cavalieri ed un terzo ai tribuni erari che possedevano il censo più prossimo al censo equestre; fu una legge egregia che, come osservammo sopra, con le sue liste miste sottrasse una buona volta i tribunali alle influenze politiche partigiane e ne fece degli organi della sola giustizia.
Tuttavia non fu una legge partigiana e radicale perché non escluse del tutto i senatori dai tribunali come aveva fatto Gaio Gracco, ma dal punto di vista politico significò l'abolizione del monopolio della giustizia concesso al senato da Sulla, non meno partigiano ed unilaterale di Gracco nella sua politica, salvo l'indirizzo diametralmente opposto. La reazione sullana si era retta in piedi dieci anni; con la restaurazione della potestà tribunizia e l'abolizione dei tribunali di soli senatori essa era caduta.
Il senato non era stato capace di difendere la posizione che gli aveva elargito il genio di Sulla; ebbe conferma la massima che nessuno può mantenere una supremazia non conquistata con le proprie forze. Quel senato che aveva conquistato il mondo si era conquistata da sé anche la sua posizione egemonica ed era maestro nell'arte di governare.
Ma era tale ancora il senato di adesso ? Era il medesimo ancora capace di stare al timone dello Stato ? O questo ora gli era sfuggito ed era passando in altre mani ?

Il primo esempio di alleanza del partito popolare coll'imperio militare era stato quello di Mario; egli era stato investito del comando supremo nella guerra contro Giugurta non da un decreto del senato, ma da una legge tribunizia. Ed ora lo stesso fatto doveva rinnovarsi riguardo a Pompeo in proporzioni colossali. Secondo la costituzione sullana il console era prima d'ogni altro un presidente del senato; ma Pompeo era divenuto console senza essersi mai seduto in senato, e nell'assumere la carica aveva dovuto farsi redigere da Varrone uno schema circa il modo come andavano dirette le sedute del senato.

Per poter rimanere in Roma ed influire decisamente sulla politica generale egli rinunziò per l'anno 69 alla provincia proconsolare che gli spettava. Se non che ben presto s'accorse che le sue attitudini non erano né quelle di un uomo parlamentare né quelle di un demagogo e che stava meglio al suo posto in un campo militare e sul teatro di una guerra.
La sua ambizione quindi si volse al conseguimento di un comando militare di vasta portata; e siccome non avrebbe potuto ottenere mai nulla di simile dal senato, ma soltanto dal popolo e da un plebiscito, quello che ai suoi giovani anni era stato ammiratore di Sulla passò a calcare le orme di Mario e si alleò col tribunato; e a quanto pare con successo, se nell'anno 67 il tribuno A. Gabbino propose di affidargli la guerra contro i pirati cilici che infestavano il Mediterraneo, investendolo di un imperio proconsolare della durata di tre anni su tutto il Mediterraneo e dalle coste fino a dieci miglia geografiche nell'entroterra; un imperio di tale misura era superiore al potere di tutti i governatori provinciali.

Quando Gabinio fece per la prima volta parola del suo progetto in senato, poco mancò non rimanesse ucciso; anche il popolo vi si ribellò per il timore di andare incontro ad una tirannia di nuovo genere, ma si lasciò poi indurre al contrario parere dall'intervento in favore della proposta di Gabinio di C. Giulio Cesare, che già si era acquistata l'aura popolare.

Cesare era nato nell'anno 100, nell'anno del 6.° consolato di Mario; sua madre Aurelia era sorella di C. e L. Aurelio Cotta, console del 75 e del pretore del 70 a. C. La sorella di suo padre, Giulia, era moglie di Mario ed egli era unito in matrimonio con la figlia di Cinna, Cornelia. Per questo fatto egli era stato proscritto da Sulla, ma poi ben presto graziato.
Nell'anno 68 fu questore nella Spagna; prima di partire per la provincia aveva osato nel pronunziare le orazioni funebri per la sua zia Giulia e per sua moglie Cornelia fare l'apoteosi di Mario e di Cinna ottenendo il plauso del popolo.
Egli ora prese partito per Pompeo contro il senato. Ed il senato dové rinunziare anche all'idea di paralizzare la proposta di Gabinio mediante l'intercessione tribunizia per non esporre il tribuno consenziente ad intercedere alla stessa sorte che Tiberio Gracco aveva fatto toccare a M. Ottavio.

Così la legge Gabinia passò e conferì a Pompeo uno straordinario potere; ma é anche vero che il suo operato non fu da meno delle grandi speranze poste in lui. Dopo la vittoria su re Antioco e la distruzione della flotta dei Seleucidi i Romani avevano lasciato andare in decadenza la loro marina, di modo che, malgrado il loro dominio mondiale non avevano potuto più esercitare efficacemente la sorveglianza per la sicurezza del Mediterraneo. Il covo della pirateria era la Cilicia selvaggia, d'onde i pirati muovevamo ad infestare tutto il Mediterraneo e da ultimo avevano persino messo in pericolo il regolare procedere dell'approvvigionamento di grano per Roma; in Oriente alcuni anni prima lo stesso Cesare era una volta caduto nelle loro mani.
Pompeo ora liberò prima in 40 giorni dai pirati il bacino occidentale del Mediterraneo e poi passò in Oriente, sconfisse i pirati presso Coracesio, ed in 49 giorni anche il bacino orientale era tornato sicuro. Sulla base di questo successo Pompeo cercò di ottenere il comando supremo nella guerra contro Mitradate in luogo di Lucullo.

Lucullo aveva da principio condotto questa guerra con grande successo, egli aveva soggiogato persino lo stesso regno del Ponto e costretto Mitradate a fuggire presso suo genero Tigrane re d'Armenia; Lucullo sconfisse Tigrane presso Tigranocerta, ma i suoi soldati si ammutinarono e lo costrinsero a tornare indietro, cosicché quanto era stato acquistato andò nuovamente perduto.

A questo punto, nell'anno 66, Pompeo fece presentare dal tribuno C. Manlio una legge che affidava a lui in sostituzione di Lucullo la direzione della guerra contro Mitradate. Anche questa volta Ortensio parlò contro, ma Cesare parlò a favore, ed il pretore Cicerone con la prima orazione da lui, già salito in fama come avvocato, pronunziata in materia politica, l'orazione de imperio Pompeij a noi pervenuta, raccomandò l'accoglimento della legge, che passò malgrado l'opposizione del senato.

Pompeo si trasferì nell'Asia Minore e sconfisse in vicinanza dell'Eufrate Mitradate, che fuggì nella Colchide e di qui nel suo regno bosforano. Ma egli non cessò di concepire disegni grandiosi; si proponeva cioé di invadere l'Italia dal Nord-Est con alleati i Celti del Danubio; ma a tal punto gli si ribellò suo figlio Farnace che il vecchio re abbandonò volontariamente la vita, vita densa di opere, posto dagli stessi Romani davanti a tutti i re con i quali aveva dovuto guerreggiare il popolo romano e stimato come il più gran re dopo Alessandro.

Dopo la vittoria di Pompeo e la fuga di Mitradate, Tigrane venne ad accordi con Pompeo e Pompeo con i Parti. Egli poi mosse attraverso l'Armenia verso la Caucasia per combattere gli Iberi, gli odierni Georgiani, e verso la Colchide; la sua spedizione contro gli Albani arrivò vicinissimo alle sponde del Mar Caspio. È soltanto dalla guerra mitradatica che i Greci ed i Romani cominciarono ad avere una conoscenza più precisa dell'Armenia e della Caucasia. Dei grandi laghi della Caucasia meridionale aveva per primo sentito parlare verso il 400 a. C. Ctesia, il medico di Artaserse II a Susa, ed aveva comunicato questa notizia ad Aristotele; in seguito i 10.000 di Senofonte nella loro marcia di ritorno dopo la battaglia di Cunassa attraversarono le montagne dell'Armenia e della Caucasia per raggiungere il Mar Nero. Ma conoscenze più precise dell'Armenia e della Caucasia non si ebbero se non a seguito della spedizione di Pompeo.

Pompeo aveva preso con se l'uomo che doveva scrivere la storia delle sue gesta, il greco Teofane di Mitilene; questi lo accompagnò nella sua spedizione e subito dopo la fine della guerra, nell'inverno del 63-62, allorché il quartier generale di Pompeo era ad Efeso, scrisse la sua opera. Essa era destinata a preparare il terreno per il momento del ritorno di Pompeo ed a mettere dinanzi agli occhi dei Greci e dei Romani le grandi gesta dell'uomo che aveva vinto Mitradate e Tigrane, e sulle orme di Alessandro, di Giasone e di Ercole, era penetrato sino in regioni inesplorate.
Dopo aver condotto a termine questa guerra Pompeo entrò nella Siria e pose fine al regno dei Seleucidi.

Con la morte di Antioco VII Sidete, la potenza di quel regno era fiaccata, Antioco aveva attaccato l'Arsacide Fraate II, ma aveva trovato la morte nella Partia nell'anno 129; il regno dei Parti non ebbe in seguito a subire più attacchi da parte dei Seleucidi ; la catastrofe di Antioco Sidete fa epoca così nella storia dei Parti come in quella della Siria. Le due generazioni viventi ancora in Siria come casa dei Seleucidi passarono tra lotte di successione al trono finché la loro dinastia fu nell'anno 83 sostituita temporaneamente da quella di re Tigrane d'Armenia.
Gli Armeni appartengono allo stesso gruppo della razza indoeuropea dei Mesi, Traci, Misii, Frigii ed immigrarono nel paese dall'Europa, ma furono assorbiti precocemente nei costumi, nella cultura, nella religione, ad influenze iraniche e la loro lingua accolse una buona parte di vocaboli iranici. Essi trovarono in Armenia una popolazione antecedente che non era né di razza semitica né di razza indoeuropea e si fusero con questa; da tale fusione é derivato loro quel tipo che noi siamo usi a chiamare semitico, benché originariamente non sia stato semitico e non si incontri presso i popoli di pura stirpe semitica, come gli Arabi. Questo cosiddetto tipo semitico invece ha origine dalla razza che precedette in Armenia la popolazione indoeuropea e nella Siria settentrionale gli Aramei semitici, i Sirii, e da essa lo derivarono così gli Armeni come gli Aramei.

Dopo aver appartenuto al regno degli Achemenidi, l'Armenia entrò a far parte dell'impero di Alessandro che predispose al suo governo un satrapo, ma già prima della battaglia di Ipso del 301 a. C. essa aveva un proprio re. In seguito il Seleucida Antioco si arrogò un diritto di alta sovranità sull'Armenia; i suoi strateghi Artassia e Zariadride si divisero il paese; Artassia ebbe la parte orientale, la grande Armenia, Zariadride l'occidentale, la piccola Armenia; quando poi Antioco si sottomise ai Romani essi assunsero il titolo regio. Dopo un secolo Tigrane tornò ad unificare i due territori ed Antioco Gripo pose termine alle contese fra i cinque figli del Seleucida coll'impadronirsi (così chiamato dagli stessi Sirii) del regno dei Seleucidi.
Sotto il suo governo la Siria godette di 14 anni di pace, dall'83 al 69 a. C., ma la vittoria di Lucullo a Tigranocerta gli riprese la Siria che Lucullo restituì ancora una volta ad un Seleucida, Antioco XIII Asiatico. Ma questi non riuscì a mantenersi sul trono e cadde nelle mani di Sampsigeramo di Emesa ; e quando Pompeo nell'anno 64 entrò in Siria non volle accettare la sua domanda di essere restaurato nel regno, ed eresse la Siria a provincia romana. Così finirono i Seleucidi; dei grandi regni ellenistici non esisteva ormai che il solo regno egiziano dei Tolemei.

Per via di madre derivava dai Seleucidi re Antioco di Commagene. Egli si era alleato con Tigrane e per questa ragione Lucullo lo aveva assalito nella sua capitale Samosata. Tuttavia il re riuscì a guadagnarsi la benevolenza di Pompeo che lo conservò nel possesso dei suoi domini, anzi glieli ampliò. (A fine Ottocento é stato scoperta la colossale tomba erettasi da Antioco di Commagene sulla cima del Nemrud-dagh).

Pompeo pose i quartieri d'inverno ad Antiochia ove rimase nell'inverno dal 64 all'inizio del 63 a.C.; nella primavera dello stesso 63 marciò verso il sud; a Damasco vennero al suo cospetto le parti allora contendenti nella Giudea.

Come ci é già noto, contro Antioco Epifane di Siria era salita al potere la stirpe dei Maccabei, degli Asmonei. Nell'anno 182 a. C. il Maccabeo Simone riuscì ad ottenere l'esenzione da imposte verso il regno dei Seleucidi, il giogo degli infedeli era stato tolto ad Israele ed il figlio di Simone, Giovanni Ircano I, nel 129 a. C., dopo la morte di Antioco Sidete, rese completamente indipendente la Giudea.

In mezzo agli sconvolgimenti del decadente regno di Siria la Giudea conservò la propria autonomia. Simone era divenuto sommo sacerdote, stratega ed etnarca dei Giudei, nella casa degli Asmonei si perpetuò ereditariamente la potestà spirituale e la temporale così riunite, ed Aristobulo I, che nel 104 a. C. successe a suo padre Giovanni Ircano, assunse la, corona reale.
Con i Romani i Giudei avevano cominciato ad aver relazioni quasi un secolo prima; poco dopo la vittoria di Giuda Maccabeo sopra Nicanore, il generale di Demetrio I Sotere. Essi avevano nel 161 a. C. mandato una ambasciata a Roma per sollecitare una alleanza coi Romani, ma questi ultimi non poterono aderire perché i Giudei non costituivano uno Stato indipendente, ma giuridicamente erano sudditi dei Seleucidi, già amici allora ed alleati di Roma; fu però emanato un senatoconsulto concepito in senso
amichevole verso i Giudei ed ai loro legati venne accordato salvacondotto per il ritorno in patria.

Al tempo in cui Pompeo riordinava le cose di Siria regnava nella Giudea Aristobulo II nella doppia qualità di sommo sacerdote e di re, ma si trovava in guerra con suo fratello maggiore Ircano II; i due fratelli pertanto decisero di sottoporre la loro contesa a Pompeo e si recarono da lui a Damasco; con essi però comparvero dinanzi a Pompeo anche delegati del popolo giudaico.
Dei due partiti giudaici i nobili Sadducei animati da idee progressiste simpatizzavano in complesso con i Maccabei, mentre il partito democratico nazionale dei Farisei, rigidi seguaci della legge giudaica, era loro avverso ; ma ora i delegati tutti del popolo ebreo chiesero a Damasco l'abolizione della dignità reale. Pompeo per il momento non prese alcuna decisione, ma essendosi Aristobulo levato contro di lui, marciò su Gerusalemme e prese la città.

La curiosità di vedere come fosse fatto il dio dei Giudei lo trascinò ad offendere in modo gravissimo il sentimento religioso dei Giudei coll'introdursi nel santuario del tempio. Sono di quest'epoca i così detti salmi di Salomone che noi possediamo ancora in una versione greca. Il non aver Pompeo trovato nel santuario alcuna effigie di divinità fece nascere la credenza che i Giudei fossero atei, ateismo che, convalidato dall'assenza di raffigurazioni esteriori nel loro culto, fu loro rinfacciato poi universalmente dai Greci e dai Romani.

La decisione che finalmente Pompeo adottò sulle sorti della Giudea tornò a favore di Ircano II, cui egli concesse il territorio giudaico, benché diminuito di estensione, con la veste di sommo sacerdote senza titolo regio e sotto la soprintendenza del governatore della Siria. Così a datare dal 63 a. C. la Giudea cadde sotto il dominio indiretto dei Romani.
Vero é che poco dopo, nel 57 a. C., Ircano II fu spogliato di tutti i poteri politici dal proconsole di Siria A. Gabinio, che non gli lasciò che la cura del tempio ed incorporò il territorio giudaico alla provincia di Siria; soltanto in grazia di Cesare, che gli confermò la dignità di etnarca e di sommo sacerdote, egli riacquistò i suoi poteri politici. In luogo del debole Ircano governò in realtà Antipatro e dopo il suo assassinio, avvenuto nell'anno 43 a.C., suo figlio Erode.

Erano Idumei quelli che Giovanni Ircano per primo verso il 126 aveva costretti ad adottare la circoncisione e ad abbracciare la fede giudaica. Nell'anno 40 i Parti presero prigioniero Ircano, lo internarono ed insediarono sul trono Antigono, figlio di Aristobulo II. Questi governò dal 40 al 37 a. C. come re di Giudea e sommo sacerdote, ma quale vassallo dei Parti.
Antonio poi nominò re Erode, che conquistò nell'anno 37 Gerusalemme; Antigono venne mandato al supplizio. Erode era imparentato con la casa dei Maccabei per aver sposato la principessa Mariamme, ma non era di stirpe giudaica, e nel suo intimo non fu amico del giudaismo; egli venne a transazione con l'ellenismo, anzi fu di prevalenti tendenze ellenistiche; ebbe per ministro un infedele, un pagano, Nicola di Damasco. Naturalmente per questo fatto ebbe contro di sé i Farisei, ma anche i Sadducei non gli furono amici a causa delle loro velleità maccabee. Egli cercò e trovò sostegno nei Romani ; massima incrollabile della sua politica fu di mantenersi sempre con loro nelle migliori relazioni.

Mentre Pompeo era occupato a regolare le cose di Giudea, il re d'Egitto Tolemeo XIII Neo Dioniso, soprannominato Aulete, il suonatore di flauto, gli inviò doni e lo pregò di aiutarlo a sedare una insurrezione degli Alessandrini, ma un compito simile non poteva allettare il vincitore di Mitradate, e d'altro canto, date le inesauribili risorse dell'Egitto, non era il caso di pensare a sbrigarsela così di passaggio con questo paese come con la Siria e con la Giudea ed incorporarlo al dominio romano. Inoltre a suo favore i Romani dai tempi della battaglia di Pidna e della famosa ambasciata di C. Popilio Lena possedevano ugualmente una influenza decisiva in Alessandria. Essi si erano poi ingeriti ripetutamente anche nelle lotte di successione al trono fra Tolemeo VI Filometore e suo fratello Tolemeo VIII Euergete II, detto Fiscone (dal grosso ventre), e Fiscone, che dal 163 si era visto ridotto alla sola Cirene, quando nell'anno 145 dopo la morte di Filometore riacquistò il trono d'Egitto, si mantenne sempre nei migliori rapporti coi Romani.
Allorché Scipione Emiliano, durante il viaggio compiuto negli anni 140-138 con la missione di ispezionare gli Stati alleati d'Oriente, visitò l'Egitto, Fiscone lo accolse con i massimi onori e Scipione riportò dal paese l'impressione che, ove l'Egitto avesse avuto principi degni di un simile regno, avrebbe potuto elevarsi alla massima potenza.
Fiscone non si mostrò gran che meticoloso nella scelta dei mezzi per liberarsi dei suoi nemici; e prima di ogni altro colpì i partigiani di Filometore. È per questo che grammatici, filosofi, geometri, musici, pittori, maestri di ginnastica, medici ed altre persone che esercitavano arti, abbandonarono in gran numero Alessandria e portarono le loro attività nelle isole e nelle città. Poco ben visto dagli Elleni, Fiscone protesse gli Egiziani e tale favore tornò a vantaggio anche della chiesa egiziana, ma tuttavia egli la tenne in pugno e così fecero pure i suoi successori che seguirono le sue orme.
L'eccellenza della sua amministrazione é stata di recente di nuovo messa in luce, e già A. v. Gutschmid lo aveva caratterizzato come uno scellerato, ma tuttavia come modello di uomo di governo. Egli favorì il commercio e l'immigrazione e domiciliò in Egitto dei commercianti stranieri. La navigazione non raggiungeva ancora direttamente l'India ed i Sabei servivano da intermediari dello scambio tra l'India e l'Egitto; ma Fiscone mandò persone direttamente in India, fra le quali Eudosso di Cizico. E la vedova di lui che poi gli successe al trono, Cleopatra III, inviò là quest'ultimo per la seconda volta nel 116-113 a. C. ma le tempeste lo gettarono sulle coste meridionali dell'Etiopia.
Al ritorno Eudosso progettò di compiere partendo da occidente un giro di circumnavigazione della Libia e cercò di interessare all'impresa le grandi città mercantili d'Occidente. E poté infatti imprendere il viaggio; ma non sappiamo fin dove sia arrivato; egli da parte sua credette erroneamente di aver compiuto il giro.

Mentre Cleopatra regnava sull'Egitto e su Cipro, un figlio naturale di Fiscone, Tolemeo Apione regnava a sua volta su Cirene; egli morì nel 96 a.C. senza lasciar figli e legò per testamento il suo regno ai Romani. Questi accettarono l'eredità e presero possesso dei beni della corona, ma non ebbero volontà di assumere la diretta amministrazione e difesa del paese e diedero la libertà alla pentapoli cirenaica.
Soltanto quando emerse che queste città non erano più in grado di governarsi da sé, Roma organizzò nell'anno 79 la Cirenaica a provincia.

Frattanto Cleopatra regnò con suo figlio Tolemeo X, Sotere II Latiro, in Egitto, mentre conferì Cipro al figlio minore Tolemeo XI, Alessandro I. Nell'anno 108 invece Sotere II é destinato a regnare su Cipro ed Alessandro I passa in Egitto; nel 101 quest'ultimo fece uccidere la madre Cleopatra, ma a sua volta nell'89 fu cacciato da Alessandria da una rivoluzione e trovò la morte nell'anno seguente. Sotere II ora tornò a riunire nelle sue mani il regno di Cipro con quello d'Egitto. Dopo la sua morte gli successe come re di Cipro il figlio Tolemeo, ed in Egitto l'altro figlio Tolemeo XIII Neo Dioniso, l'Aulete; come nell'anno 116 si era distaccato definitivamente dall'Egitto Cirene, così nell'80 se ne staccò per sempre Cipro.

Sotto il mal governo di Aulete l'Egitto decadde sempre più, e già Crasso nell'anno 65 aveva comcepito di erigerlo a provincia: l'edile curule Cesare avrebbe dovuto dopo lo scadere della sua carica recarsi ad ordinare la nuova provincia, e nell'anno 63 la legge agraria del tribuno Q. Servilio Rullo mise gli sguardi avidi sull'Egitto. Appunto nel 62 Aulete tentò invano di ottenere l'aiuto di Pompeo contro i suoi sudditi, e Pompeo, benché non abbia voluto aderire, intuì tuttavia le difficoltà della questione egiziana molto più chiaramente che non i capi della democrazia della capitale.
E nelle idee di Pompeo si mostrò in seguito concorde anche Cesare col trattamento ch'egli fece all'Egitto e ad Aulete; da console infatti nell'anno 59 propose una legge che riconosceva Aulete re ed alleato ed amico del popolo romano; a Tolemeo, di Cipro invece una legge dell'anno 58, dovuta al tribuno P. Clodio, tolse il regno ed il suo patrimonio privato; Catone venne incaricato di incamerarli.

Fu appunto questo atto compiuto dai Romani contro Cipro che provocò l'insurrezione degli Alessandrini contro Aulete che non aveva fatto nulla per impedirlo; egli ora, nell'anno 58, cercò scampo a Roma, mentre al trono d'Egitto salivano due sue figlie; per desiderio di Pompeo però il governatore della Siria, A. Gabinio, lo restaurò sul trono, dove morì nell'anno 51. Gli successe il figlio Tolemeo XIV, regnando insieme con la sorella e moglie Cleopatra VII, e rimasto lui affogato nel Nilo a principio del 47, lo sostituì sul trono e nel talamo il fratello minore Tolemeo XV; dopo l'uccisione di quest'ultimo avvenuta nel 44 Cleopatra regnò da sola finché in seguito si uni in matrimonio con Antonio e se lo associò nel regno.

Dopo aver sistemato le cose della Giudea Pompeo era nell'anno 63 a.C. passato nell'Asia Minore; nell'estate del 62 poi prese la via di ritorno in Italia e sbarcò sulla fine dell'anno a Brindisi. Dal momento della sua partenza (nel 66) per la guerra mitridatica egli era rimasto estraneo alla politica della capitale, dove le cose nel corso di tre anni avevano proceduto senza alcuna ingerenza dell'uomo più potente dell'epoca, che combatteva e vinceva in Oriente.

A Roma era nel frattempo stato eletto console per l'anno 65 Cicerone, che durante la sua pretura del 66 proprio lui aveva patrocinato il disegno di affidare a Pompeo il comando supremo nella guerra contro Mitradate; da quasi trent'anni era questa la prima volta che saliva al consolato un uomo che non appartenesse per nascita all'alta aristocrazia senatoria. Ancora nell'anno 66 egli era iscritto al partito popolare, come dimostra l'appoggio dato alla legge Manilia, ma sin dall'epoca anteriore alla sua elezione a console egli preparò il suo passaggio al partito degli ottimati che completò durante il suo consolato, e ovviamente nel consolato gli ottimati lo sostennero contro L. Sergio Catilina.

La congiura catilinaria fu ordita da nobili rovinati che volevano liberarsi senza spesa dei propri debiti; costoro avrebbero bensì potuto provocare fastidiosi disordini in Roma ed in Italia, ma difficilmente mettere in pericolo lo Stato; questa congiura tuttavia acquistò una maggiore importanza politica per il fatto che con tutta verosimiglianza Crasso ed il giovane Cesare, pur rimanendo dietro le quinte, ebbero a vedere con essa.
Con l'appoggio prestato a Cicerone gli ottimati impedirono l'elezione di Catilina a console per l'anno 63, e Catilina non poté conseguire il consolato nemmeno per l'anno seguente. Cicerone considerò sempre, ma a torto, come l'opera massima della sua vita la repressione della congiura di Catilina; in realtà la sua personalità non salì a vera importanza politica se non molto più tardi, dopo la morte di Cesare, nella lotta contro Antonio.
Coll'aver fatto giustiziare senza deliberazione comiziale, e dietro una semplice sentenza del senato, dei cittadini romani egli si alienò per sempre l'animo dei popolari, i quali in seguito lo ripagarono esiliandolo nell'anno 58.
Ed anche gli ottimati, per i quali egli in definitiva rimase sempre un homo novus, lo abbandonarono; per disciplina di partito essi sarebbero stati costretti a sostenerlo se per la soppressione dei Catilinari egli si fosse basato soltanto sul senatusconsultum ultimum che, secondo il concetto degli ottimati, impugnato dai popolari, esentava da ogni responsabilità.

Ed invece Cicerone provocò dal senato l'emanazione di una sentenza che esso non aveva diritto di emanare e per troppa precauzione si chiuse ogni via d'uscita. Momenti importanti nel dibattito contro i Catilinari segnarono le orazioni del pretore designato, Cesare, contro il loro supplizio e l'appoggio che invece ad esso diede con la sua parola il giovane M. Porcio Catone.

Tuttavia non con Cicerone, ma con Crasso e con Cesare ebbe a fare i conti Pompeo al suo ritorno dall'Asia. Nel gennaio del 61 egli giunse dinanzi alle porte di Roma ed il 28 e 29 settembre 61 celebrò uno splendido trionfo. All'atto del suo ritorno l'Italia era nelle sue mani ed egli avrebbe potuto farsi assoluto padrone di Roma; né gli mancava l'ambizione, ma gli fece difetto la necessaria risolutezza di carattere.

Era questo il punto critico della sua carriera. Sorto sotto Sulla e sotto la reazione, egli era salito in auge in grazia del favore dei popolari e con l'aiuto della demagogia, per quanto personalmente non avesse le qualità necessarie ad esercitarla. Ma a quel tempo aveva 23 anni, mentre ora ne aveva 46 di anni !! e dinanzi al generale che ritornava cinto dell'aureola della vittoria si apriva la via dell'onnipotenza democratica, quella via che più tardi fu battuta da Cesare; ma Pompeo si lasciò sfuggire il momento opportuno: egli sbarcando aveva congedato a Brindisi il suo esercito !

Quanto avevano trepidato gli ottimati di fronte all'imminente ritorno di Pompeo! Come si vede, non ve n'era motivo. Con il congedamento dell'esercito egli si era privato d'ogni potere ed ora gliene furono fatte sentire subito le conseguenze; egli non poté ottenere né la conferma delle disposizioni date in Asia, né la concessione degli appannaggi ai suoi veterani. L'una e l'altra cosa non riuscì ad ottenere se non alleandosi con Crasso e con Cesare, ai quali fu costretto ad accostarsi nuovamente.

Cesare era divenuto pontefice massimo nell'anno 63 a.C. e pretore nel 62; nell'anno seguente andò come governatore nella Spagna, il che lo pose in grado di pagare i suoi debiti; qui vi combatté con successo ed acquistò il diritto al trionfo. Nell'estate del 60 tornò dalla Spagna e pose la sua candidatura al consolato per l'anno 59. Preferì rinunziare al trionfo, prima del quale non avrebbe potuto entrare in città; questo perchè per la candidatura era necessario che si presentasse personalmente in città. La rinunzia al trionfo non gli costò fatica, ai suoi occhi il potere valeva molto di più che gli onori esteriori.

Pompeo ora si intese con il console designato Cesare e con Crasso: questo triunvirato di Pompeo, Crasso e Cesare non é come quello di Antonio, Lepido ed Ottaviano dell'anno 43 una magistratura ufficiale, ma un mero accordo privato; ma ciò malgrado impresse la sua impronta alla politica degli anni seguenti e preparò la dissoluzione della Repubblica.

Gli ottimati erano riusciti a porre accanto al console Cesare un collega ricalcitrante in M. Calpurnio Bibulo, ma era un uomo del tutto incapace. Nel suo consolato dell'anno 59 Cesare, passando sopra completamente al senato, fece a mezzo di leggi votate su sua proposta confermare le disposizioni prese da Pompeo in Asia e concedere l'appannaggio ai suoi veterani. Le leggi agrarie di Cesare distribuirono a costoro le terre pubbliche della Campania, ed ancora oggi nella pianura di Caserta si vedono le tracce di questa assegnazione; della commissione incaricata della ripartizione delle terre fece parte lo stesso Pompeo.

Per l'anno 58 spettava a Cesare una provincia consolare, ed il senato credette di poterlo rendere innocuo col conferirgli una provincia insignificante, ma esso aveva fatto i conti senza lo stesso Cesare. Questi di fronte a ciò si rivolse al popolo e si riaccese così la lotta democratica dei corpi legislativi contro il governo aristocratico del Senato. Una legge del tribuno P. Vatinio assegnò a Cesare la provincia della Gallia cisalpina, e visto questo, il senato vi aggiunse del suo la Narbonese nel timore che, se non l'avesse concessa di sua iniziativa, sarebbe stata concessa a Cesare anche questa provincia con un'altra legge di Vatinio a suo favore.

Nell'anno 58 Cesare passò in Gallia. Il suo proconsolato gli diede l'opportunità di accrescere il dominio di Roma con il più importante acquisto territoriale che si potesse fare in Occidente e di crearsi nel compiere la conquista della Gallia un esercito fidato e affezionato alla sua persona.

Ma al suo ritorno Cesare si mostrò ben diverso da quello che era stato Pompeo al ritorno a Brindisi dalla guerra mitridatica;

dopo l'assoggettamento della Gallia, al suo ritorno
Cesare volle stendere la sua mano alla corona.

LA CONQUISTA DELLA GALLIA E L'ANARCHIA DELLA CAPITALE > >

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