-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

45. LA REAZIONE: NERVA, TRAIANO E GLI ANTONINI


Traiano - sullo sfondo le sue gesta nel bassorilievo della Colonna Traiana

Assassinato Domiziano, sembrò che la reazione contro l'eccesso dell'assolutismo, che con una formula divenuta peraltro già convenzionale fu vantata quale una «restaurazione della libertà», dovesse produrre e sviluppare delle nuove buone energie tuttora esistenti nel mondo romano.
Il vecchio imperatore Nerva (96-98), proveniente dalle file dell'opposizione senatoria, apre la serie di una successione di principi che andarono debitori del trono, non all'elemento fortuito della nascita o alla volontà dei soldati, ma alla designazione del predecessore, per lo più unita all'adozione.

Si verificò una specie di selezione, dalla quale non uscirono eletti che uomini di provato valore. «Sotto i Giulii ed i Claudii- dice Tacito nel suo Agricola - noi eravamo in certo modo nel dominio ereditario di una famiglia ».. « Ora invece - egli dice nelle sue Historiae - troviamo un certo compenso alla libertà, repubblicana divenuta impossibile nella scelta del principe che cade ogni volta felicemente sull'uomo migliore ».

Lo spirito del nuovo sistema si rivela già nel fatto che Nerva e il suo successore Traiano (98-117) rinunziando all'esercizio della giurisdizione penale sul senato, e Traiano introducendo il voto segreto nelle elezioni dei magistrati, conferirono al senato una maggiore autonomia ed ammisero anche sotto altro riguardo una larga libertà di parola e di opinioni nello scrivere.
Si poté persino impunemente far di nuovo l'apologia degli uccisori di Cesare, Bruto e Cassio. Un testimonio come Tacito parla della «rara felicità di quest'epoca» in cui si era tornati a poter pensare quel che si voleva ed a dire quel che si pensava. Ché anzi Tacito - nell'Agricola - arriva persino all'affermazione entusiastica che Nerva aveva saputo combinare due cose che da un pezzo erano state ritenute estremi inconciliabili, il principato e la libertà!

Nessuno potrà disconoscere quanto vi è di dottrinario in questa formula; ma il fatto che realmente le cose avevano preso una piega fortemente e durevolmente migliore ha per testimonio le stesse opere di Tacito. Giusta una bella frase del Ranke esse costituiscono « come una pietra terminale collocata tra due epoche diverse ». L'oggetto principale della trattazione storica di Tacito, l'antagonismo tra monarchia e libertà civica, é appunto svolto in conformità alle vedute di questa nuova era e col pieno ed alto sentimento della riacquistata libertà di parola sono fatti valere di fronte al sovrano arbitrio del potere assoluto i diritti degli oppressi.

E realmente se anche il governo di Nerva e di Trajano non potesse accampare a sua gloria altro titolo che quello di aver reso possibile il sorgere di opere storiche del valore delle opere di Tacito, esso si sarebbe per questo solo fatto acquistata l'immortalità. Questo monumento intellettuale conferisce al regno di Trajano maggior splendore che la stessa superba colonna trionfale erettagli sul suo foro grandioso e che sino ai giorni nostri ha proclamato e proclama a Roma ed al mondo la sua gloria militare.

La pomposa orazione, con cui Plinio il Giovane nell'anno 100 al momento di assumere il consolato fece l'apologia del sistema di governo di Traiano, contiene senza dubbio, molta retorica intento a presentare tutto sotto bei colori, ma dopo tutto quello che era avvenuto prima ha tuttavia non poca importanza che un console abbia potuto proclamare essere pensiero del principe che la legge era al disopra anche di lui, ch'egli non era per l'appunto che princeps non padrone dello Stato e che non intendeva parificarsi agli dei, ma essere un semplice mortale come tutti gli altri ! Qual bella testimonianza dello spirito cui era informato il nuovo sistema di governo, Plinio vanta specialmente le istituzioni alimentari, introdotte già da Nerva e considerevolmente ampliate da Trajano. Mentre fino allora soltanto la plebe della capitale aveva fruito dell'assistenza del principe a pro dei poveri, ora questa assistenza fu estesa a tutta l'Italia sotto forma di pia istituzione vennero cioè impiegati in vari comuni dei capitali sotto garanzia ipotecaria e coi loro interessi si sopperiva alle spese di educazione dei fanciulli poveri d'ambo i sessi allo scopo di porre argine alla diminuzione progressiva della popolazione libera d'Italia; una politica che é esaltata anche in un noto bassorilievo rappresentante l'Italia coi suoi figli, cui l'imperatore stende benignamente la mano.

La moderata condotta civile e politica di Trajano riesce tanto più simpatica quanto più luminosa é l'aureola onde i successi come generale e come organizzatore circondarono la sua persona. Il regno di Trajano é caratterizzato dalla attuazione di un vasto sistema di rafforzamento e di allargamento dei confini spesso minacciati, una rete di fortificazioni che fu poi ulteriormente perfezionata da Adriano e dagli Antonini.
In prosecuzione delle fortificazioni di confine già erette sotto i Flavi nelle regioni del Tauno, del Meno inferiore e del Neckar, fu ora costruita sistematicamente la linea di difesa della Germania superiore fino alla Rezia, il limes, che si estendeva colle sue palizzate, torri e campi trincerati per un percorso di circa 550 chilometri dal basso Reno sino al Danubio e per lungo tempo assicurò il pacifico progresso della romanizzazione dei territori cui serviva da scudo.

Contemporaneamente mediante la costruzione della grande strada militare che muove da Magonza, «il ponte di passaggio dei Romani dalla Gallia nella Germania», la Gallia fu messa in comunicazione più stretta con la linea del Danubio, e così pure il confine del basso Danubio fu fortificato per tutta la sua estensione sino al Mar Nero con la conquista e colonizzazione della Dacia, vale a dire della pianura meridionale ungherese, della Transilvania e della Rumenia, e con la costruzione di palizzate e castelli. Capitale della Dacia divenne Zarmizegetusa nella Transilvania che fu trasformata nella colonia romana Ulpia Traiana.

Le province danubiane della Pannonia e della Mesia fortemente spopolate vennero metodicamente riorganizzate col promuovere in grande l'immigrazione, con la costruzione di strade, città, ecc. Ancora oggidì il Tropaeum Traiani ad Adamkilissi nella Dobrugia non lungi da Torni, divenuta famosa per l'esilio di Ovidio, ed il monumento ai soldati di Traiano caduti, stanno a testimoniare questi gloriosi successi.

Anche in Oriente, al confine sud-orientale della Palestina, la soppressione dello Stato cliente di Roma di Nabat, che si estendeva dalla penisola arabica sino a Damasco ed aveva una grande importanza per il commercio con l'India, e la sua erezione a provincia sotto il nome di Arabia, acquistò all'incivilimento, vale a dire qui all'influenza dell'ellenismo, vasti territori che vennero del pari garantiti con un esteso sistema di fortificazioni di confine.
Al contrario non poterono essere mantenute le province della Mesopotamia e dell'Assiria conquistate da Trajano nelle sue guerre con i Parti. Ciò oltrepassava le forze militari dell'impero, tanto più che contemporaneamente scoppiò una formidabile insurrezione dei Giudei, nuovamente fanatizzati con speranze messianiche, nell'Asia anteriore, in Egitto, nella Cirenaica, insurrezione che Trajano non riuscì a domare prima della sua morte.


Adriano


Soltanto Adriano (117-138) incamminò verso la sua soluzione la questione giudaica, sempre di non poca importanza per la politica orientale di Roma. Per sradicare completamente il giudaismo dalla Palestina e seppellire per sempre ogni speranza di restaurazione del tempio nazionale giudaico, la città che era sorta sul posto della distrutta Gerusalemme attorno all'accampamento delle legioni romane, venne trasformata in colonia romana, Aelia Capitolina, e ad essa fu assicurata una impronta esclusivamente pagana con l'erezione di un tempio a Giove sul Morijah, con lo stanziamento di veterani, Fenici, Siri, ecc.
Al luogo di Jeova subentrarono Giove e Mercurio, Apollo e Dioniso, Astarte e Serapide. Né da questo momento esiste più una provincia della Giudea; essa si chiama d'ora in poi Syria Palaestina. Elia Capitolina inoltre era chiusa ai Giudei; essi non vi potevano entrare che una volta all'anno.

Contro queste misure gli Ebrei portati alla disperazione si sollevarono ancora una volta sotto il Rabbi Eleazar e l'ultimo grande eroe nazionale d'Israele, Barkocba, in cui una parte dei credenti vedeva addirittura il Messia finalmente apparso sulla terra; ma ciò non poté mutare le sorti dei Giudei, per quanto essi siano riusciti ad impossessarsi di nuovo transitoriamente di Gerusalemme. Il loro paese nella feroce guerra di religione e di razza fu completamente ridotto un deserto. Per i piani desolati e per i borghi distrutti errarono da allora lo sciacallo e la iena.

Se si prescinde da questa guerra, il regno di Adriano ebbe un carattere quasi pienamente pacifico. Egli si limitò in sostanza a completare il sistema di difesa di confine sul Reno e sul Danubio con trincee del genere di quelle del limes. E come questo fu condotto a termine sotto il suo regno, così la Britannia fu a nord messa al sicuro nei riguardi militari con la costruzione del grandioso vallo, il così detto muro di Adriano: un sistema di trincee, fossati, torri e castelli che tagliava l'isola per tutta la sua larghezza dalle foci della Tyne sino al golfo di Solway ed era collegato nelle sue varie parti da una strada militare.

Anche alla migliore difesa dei confini dell'Africa contro le invasioni delle tribù barbare fu provveduto con la concentrazione degli eserciti africani e l'istituzione di un grande campo trincerato a Lambesi.

Di pari passo con quest'opera diretta ad assicurare la pace Adriano esplicò una fervida attività organizzatrice e riformatrice nel campo dell'ordinamento militare ed amministrativo. Da un lato cioè l'esercito fu reso più agguerrito e capace mediante vaste riforme intese a migliorarne la disciplina, la tattica, ecc., e dall'altro anche l'amministrazione imperiale fu resa più efficace con i larghi perfezionamenti introdotti nel corpo dei funzionari imperiali, corpo che venne pure in molti punti organizzato su nuove basi escludendone i liberti sino allora impiegati in gran numero nei servizi domestici e di corte e conferendo tutti i posti più elevati (eccetto i comandi delle legioni riservati a legati d'ordine senatorio) sino alle somme cariche di prefetto d'Egitto e di prefetto del pretorio, il rappresentante dell'imperatore, a candidati appartenenti al ceto medio ricco (il così detto ordine equestre).

Non è tuttavia da credere che Adriano abbia abbandonato tutto al governo dei funzionarli sopprimendo la propria iniziativa. Tutt'altro! Raramente un principe fu così esperto di tutte le minuzie amministrative come lui e così sollecito di conoscere di persona i popoli da governare, di farsi un concetto proprio dei paesi e delle persone. Egli dedicò una lunga serie di anni a percorrere le vaste regioni dell'impero dai confini della Scozia fino alla Mauretania ed al Mar Rosso, dall'Oceano Atlantico a Palmira nel deserto siriaco, ovunque creando, ordinando, migliorando e beneficando; al dire esagerato dei contemporanei un Ercole errante, un secondo Dioniso!

Anche da un altro punto di vista questi viaggi di Adriano sono importanti, perché essi attestano che era subentrato un concetto nuovo del rapporto tra l'orbis terrarum soggetto a Roma e Roma stessa. Se Roma e l'Italia per i Romani avevano sinora voluto significare per così dire un mondo a sé per il cui utile soltanto esistevano le provincie, d'ora in poi invece l'impero appare sempre più come un tutto unico, in cui per necessità intima si svolge una graduale parificazione delle province all'Italia, parificazione compiuta peraltro soltanto da Caracalla.
È in un certo senso un concetto politico cosmopolita, cui si accompagnò poi anche un indirizzo di cultura cosmopolita ed universale.

Il modo di come Adriano metteva a riscontro Atene quale centro principale della cultura intellettuale e Roma quale centro principale della potenza materiale, il suo amore entusiastico per l'ellenismo, la sua irresistibile passione di conoscere tutto ciò che era degno di essere appreso e veduto, tutto ciò caratterizza Adriano come il rappresentante tipico di un'epoca di incivilimento veramente universale.
Caratteristica per indicarci le tendenze personali dell'imperatore, come in genere quelle dell'epoca, è la grandiosa sua villa di Tivoli, la dimora preferita della sua vecchiaia, dove si immergeva volentieri nei ricordi della sua vita di viaggi. La vasta area su cui questa villa si estendeva comprendeva una copia di interessanti edificii ed opere d'arte a imitazioni delle più importanti opere orientali, egiziane e greche; una specie di microcosmo dell'arte ed una miniera straordinariamente ricca di ritrovamenti archeologici per l'avvenire, una miniera della quale si sono arricchiti i musei vaticano e capitolino, la Farnesina e la Villa Albani, le ville d'Este sul Quirinale e a Tivoli. Soltanto quest'ultima ha circa 100 statue e bassorilievi provenienti dalla Villa Adriana !
Senza dubbio di fronte a simili creazioni del capriccio di un principe si rimane esitanti. Un così enorme sciupio di mezzi per diletto di uno solo non può non essere giudicato in tutti i casi una stravaganza, tanto più se si pensa nel tempo stesso al monumento colossale che Adriano eresse alla propria grandezza, il mausoleo che per le sue dimensioni ricorda le tombe orientali, l'odierno Castel S. Angelo, ovvero alla città di Antinoopoli, destinata ad eternare la memoria del bel giovinetto Antinoo, da lui prediletto e morto anzi tempo, del quale l'arte greca fece un tipo ideale e gli orientali una divinità.

Se non che, per quanto possa essere criticabile in questi atti la prevalenza dell'elemento dell'interesse personale, non bisogna d'altra parte dimenticare che a fronte di questa opera dettata dal sovrano capriccio stanno opere di interesse eminentemente generale e che il regno di Adriano arrecò grandi benefici nei più svariati campi della vita, ad es. con le riforme sociali che tornarono a vantaggio specialmente dello strato più basso e più oppresso della popolazione, gli schiavi. Egli ribadì nuovamente il divieto per i padroni di uccidere gli schiavi. Punì i maltrattamenti degli schiavi e dispose che la legge, applicata più volte rigorosamente proprio nell'epoca imperiale, che ordinava in caso di uccisione del padrone il supplizio di tutti gli schiavi della casa, rimanesse limitata a quegli schiavi soltanto che avrebbero potuto recare aiuto al padrone.
Fu inoltre vietata la vendita degli schiavi per mandarli nell'arena contro le fiere, quella delle schiave a lenoni di mestiere, e l'applicazione arbitraria della tortura agli schiavi; e finalmente venne pure rinnovato il divieto già emanato prima, di evirarli. È un indirizzo umanitario introdotto nel diritto che poi sotto Antonino fece ulteriori progressi.

La mano felice che ebbe Adriano, che era privo di prole, fu quella di scegliere i suoi successori, Antonino Pio, da lui adottato (137-161) e Marco Aurelio a sua volta adottato da Antonino vivo ancora Adriano e per suo interessamento (161-180).
Il regno di questi due uomini, durato circa mezzo secolo, ha entro certi limiti una stessa fisionomia, in quanto cioè sotto di essi il principato assume una impronta patriarcale, civica e - in confronto all'indole focosa di Adriano - una tinta di freddezza e di calma, che peraltro, specialmente in Marco Aurelio, non manca di una certa idealità.


Marco Aurelio


Nella persona di Marco Aurelio si realizzò in certo modo l'ideale platonico, che i filosofi dovessero essere re, ovvero per lo meno che i re dovessero essere filosofi; si ebbe il connubio del potere politico con la filosofia. È perciò che la politica di benessere sociale cui dedicò tutto sé stesso Marco Aurelio eccede per così dire i limiti di quello che é il semplice interesse pubblico.
Essa è informata ad un principio etico più elevato, più vasto, al principio morale filosofico, al concetto dell'umanità. Lo Stato, quale organo supremo di umano incivilimento, appare a Marco Aurelio destinato a mitigare «i mali dell'umanità». E sotto questo aspetto può dirsi più specialmente di lui quel che lo scrittore di viaggi Pausania disse già a lode di Antonino, che cioè egli fu il «padre degli uomini».

Caratteristica in questo nuovo indirizzo di idee è l'influenza che acquistò su Marco Aurelio la dottrina del liberto e filosofo popolare Epitteto ed il notevole libro dei «soliloqui » che Marco Aurelio ci ha lasciato. Di fronte a ciò che era stato in passato il cesarismo, fa una impressione profonda vedere in che modo qui l'imperatore parla di Catone e di Bruto, di Trasea e di Elvidio e a proposito di questi martiri della libertà sviluppa un ideale di Stato in cui domini isonomia (uguaglianza di fronte alla legge) ed isegoria (libertà di parola) è l'ideale di un principe che «ami sopra ogni altro la libertà dei sudditi».

Non si può certo disconoscere che in tutto ciò vi è una certa dose di dottrinarismo, ma è peraltro una esagerazione grottesca quella di uno dei suoi generali, che si levò inutilmente a pretendente contro di lui in Oriente, che lo chiamò uno scribacchino ed un parolaio, o quella di alcuni dei suoi ufficiali che per beffa lo chiamavano la «vecchia filosofa » perchè in campo sprecava il tempo a scrivere dissertazioni filosofiche.

Può darsi che Marco Aurelio si sia immerso in questioni filosofiche ed abbia prestato orecchio alle velleità del retore africano Frontone, presente alla sua corte, più di quanto sembrasse compatibile con i compiti di imperatore; ma é certo che egli, assistito come era da un senso eminente del dovere e dall'abnegazione nel lavoro, riuscì ad adempiere in sommo grado anche a questi compiti, i quali per l'appunto allora furono resi estremamente più difficili da terribili crisi, da guerre pericolose sull'Eufrate e sul Tigri, da guerre sul Danubio, da ribellioni in Gallia ed in Egitto, da pestilenze, carestie e ristrettezze finanziarie.

Le sue inclinazioni filosofico-letterarie non gli impedirono di passare una gran parte del suo regno negli accampamenti militari e di guidare personalmente le guerre contro i barbari che tentavano forzare i confini del Danubio.
Una serie intera di popoli, Marcomanni, Quadi, Sarmati, in parte anche Ermunduri, Vandali, Langobardi, ci si presenta a quell'epoca in atto di compiere un poderoso movimento di avanzata contro l'impero, dal quale ebbero a soffrire gravi danni il Norico, la Dacia, e che con le sue ultime propaggini si estese fin nell'Italia superiore.
Occorsero lunghi anni di fiere lotte per arrivare alla fine a respingere vittoriosamente questa colossale invasione. E questo risultato vittorioso è in sostanza merito della tenace perseveranza di Marco Aurelio. Da questo punto di vista la colonna a lui eretta in Roma, i cui bassorilievi ci descrivono gli eventi di questa grande lotta, non è affatto un'opera di vanità personale e di adulazione cortigiana.

Vero è che lo Stato romano da questo tempo in poi si adoprò per tener quieti i barbari per una via che, date le condizioni dell'epoca, era forse inevitabile, ma che in seguito si rivelò fatale per esso; il sistema cioè di domiciliare Germani ed altri barbari nelle desolate e spopolate regioni di confine dell'impero. Questi coloni erano di regola legati alla gleba, vincolati alla terra, ed obbligati al servizio militare, di modo che il sistema - cominciato ad applicarsi nei paesi danubiani - portò ad un progressivo imbarbarimento dell'esercito e di un sempre maggior numero di regioni di confine.


Commodo

Ma nel farlo non si ottenne una pace durevole ai confini. Il figlio e successore di Marco Aurelio, COMMODO (180-192), ottenne bensì una formale sottomissione dei Marcomanni e dei Quadi, ma questo successo si rivelò ben presto illusorio, tanto più che questo primo imperatore nato sul trono non era nemmeno lontanamente l'uomo capace di condurre a termine un'opera di così grande importanza con serietà ed energia. Dopo la morte di suo padre, avvenuta a Vindobona, il suo desiderio più ardente fu quello di voltar le spalle al più presto possibile a quel paese barbaro, dove la gente - come diceva il suo medico Galeno - «aveva delle facce così legnose» e di correre ad immergersi nei piaceri della capitale.

Quella che ora avviene nella storia del principato è una caduta straordinariamente precipitosa. All'imperatore filosofo succede un inetto commediante, più gladiatore e atleta che principe. Egli si fece raffigurare persino sulle monete in veste di lottatore contro le fiere e contro Ercole e si produsse pubblicamente come gladiatore; sua dimora preferita era la caserma dei gladiatori.
Lasciò le cure del governo ad altri, all'inizio al prefetto del pretorio Perenne, e dopo la caduta di questo ad uno schiavo frigio liberato, Cleandro, che elevò al grado di prefetto del pretorio. Fu instaurato un vero e proprio governo di favoriti e servitori, che dissanguò lo Stato con un vergognoso sistema di ruberie, con la vendita delle cariche e dignità ed ogni sorta di estorsioni. Se il principe si ingerì personalmente nel governo lo fece sempre più esclusivamente per riparare con ingiuste condanne e confische alle conseguenze della sua dissipazione ovvero per quietare la diffidenza e la paura, fenomeni psicologici che anche questa volta si manifestano compagni inevitabili della tirannide.

Ed in Commodo questa codarda inquietudine era così grande che non esitò un momento a sacrificare il suo favorito Cleandro al primo tumulto popolare provocato da una carestia; in luogo di Cleandro acquistarono poi influenza decisiva un Egiziano, il maggiordomo Eclecto e la concubina dell'imperatore, Marcia. Oltre a ciò la mania cesarea di Commodo arriva ad assumere, proprio come in Caligola, forme grottesche. Mentre si faceva raffigurare sulle monete in veste di un dio, accettava gli onori più assurdi immaginati dalla più bassa adulazione, come ad es. che Roma, dopo un incendio devastatore scoppiato durante il suo regno, avrebbe dovuto chiamarsi in onore del suo imperiale «restauratore» Colonia Commodiana !

L'epilogo peraltro fu anche qui come sempre che Commodo coll'ingigantirsi del sentimento della propria sconfinata potenza crebbe di pari passo la paura verso possibili invidiosi di tanta fortuna, e la paura trascinò il codardo principe a sempre nuove gesta sanguinarie, che non risparmiarono neppure le persone che lo circondavano più da vicino e crearono attorno a lui un'atmosfera di terrore e di inquietudine che divenne intollerabile per coloro che si sentivano sotto quest'incubo.
Quando la stessa Marcia e i più intimi familiari di corte non si sentirono più sicuri della propria vita, fecero strozzare Commodo da un atleta nella notte precedente al 1° gennaio 193, il giorno in cui Commodo si proponeva, muovendo dalla caserma dei gladiatori, di assumere il suo consolato in costume da gladiatore.

Ma la sua morte non è che pose termine all'incubo diffuso anzi,
mancando un erede al trono e con tanti ambiziosi che volevano salirci
le preoccupazioni semmai aumentarono.

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