-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

51. LA CADUTA DELL'IMPERO D'OCCIDENTE

E' questa la fase che non muta per nulla le condizioni dell'umanità, chiude semplicemente un periodo storico, che per riverenza a quello Romano, è indicato come la "Caduta dell'Impero Romano". Ma questo imperio universale di Roma - e l'abbiamo visto nelle precedenti pagine - era da tempo annientato, l'umanità aveva subito per esso immensi dolori, e la sua caduta fu soltanto il trionfo della barbaria. Infatti se noi ci ostinassimo a vedere di questo momento grandioso e terribile soltanto gli eccidi, le invasioni, le rovine, sarebbe tutta una tempesta di nomi e di date, senza un protagonismo evidente, senza un nesso, senza nessuna coscienza di una fermentazione qualsiasi di un avvenire.

Poi nel "dopo", muterà soltanto lentamente la figura sociale dell'uomo, e l'individualismo dei barbari creerà, attraverso gli errori e agli orrori, nuove nazioni e nuovi rapporti. Quanto al paganesimo idolatra anche se viene sostituito da il fanatismo di una nuova religione, quella cristiana, questa è anch'essa - attraverso gli errori e agli orrori - dilaniata subito in molte eresie.
Tuttavia, contemporaneamente si verificarono due tendenze: la Chiesa con le sue istituzioni maturò la doppia organizzazione della società in Chiesa e Stato che sarà tipica in tutto il Medio Evo; mentre i Barbari invasori scesi in massa perchè attratti dalla società occidentale svilupparono nei loro territori gli stessi tipi di vita politica e contribuirono all'espansione territoriale di questa stessa società occidentale.
"In queste due tendenze, nella creazione delle istituzioni che formarono la base più remota della nostra esistenza politica e sociale, e nella riunione dell'Occidente in una società di Stati e di popoli, sta il significato storico di quest'epoca".
Se fino ad ora all'antico osservatore il corso dello sviluppo della civiltà parve muoversi dall'Oriente all'Occidente, l'osservatore moderno dovrà correggere questa visione: tutte le maggiori creazioni della nuova civiltà sorgeranno d'ora in poi in Occidente, irradiando la sua influenza sulle terre vicine e da queste anche in quelle lontane. Il romano-barbaro fu insomma nucleo e centro.

 

Assistiamo dunque ai primi tentativi fatti dai popoli occidentali per darsi un'organizzazione politica.
È chiaro che uno Stato nel quale la vita intellettuale deperiva ogni giorno di più senza speranza ed i miseri resti della cultura soggiacevano direttamente o indirettamente al dispotismo di una chiesa invadente, non poteva neppure aver la vigoria necessaria per far argine durevolmente e con successo alla decadenza materiale in cui fecero a gara per immergerlo anche altri fattori: guerre, pestilenze, carestie, terremoti, l'oppressione delle imposte e l'opera dissanguatrici della plutocrazia, della burocrazia e della gerarchia.

I primi sintomi di questa decadenza si manifestano sin dal V secolo dell'impero col diminuire della popolazione e si aggravano poi sempre più specialmente per il fatto dello spopolamento delle campagne. Persino la fertile Italia centrale sotto questo riguardo si riduce in condizioni assai simili a quelle che, giusta la descrizione del geografo Straboni, fin dal principio dell'impero regnavano nell'Elladi e nella Sicilia immiserite e desolate.
Pur ammesso che Plutarco, quando deplora la miseria dominante nella sua epoca, subisca l'influenza delle condizioni particolarmente infelici della sua patria greca, non può negarsi che già le istituzioni alimentari dell'età di Traiano e di Adriano parlano un linguaggio eloquente.
E come le tavole alimentari ci porgono una prova anche della forte diminuzione del numero dei liberi proprietari, così i lamenti di Plinio il Giovane sul crescente deprezzamento delle terre e sulle difficoltà di trovare buoni coloni, ci dimostrano la grave diminuzione della popolazioni agricola in genere. Sulla fine del II secolo in Italia ed altrove c'erano già tante terre incolte, che l'imperatore Pertinace nell'anno 193 diede facoltà a chiunque di occuparle a titolo di libera proprietà.
Così Strabone che designa il Lazio, ad eccezione di alcuni tratti paludosi, come un paese dotato di prospere colture, alla fine del I secolo invece l'impaludamento della spiaggia latina ed etrusca era già così avanzato che esse erano tristemente famose per la malaria. Da un editto del 395 poi emerge che allora nella provincia della Campania, che comprendeva anche l'antico Lazio, più di un milione di iugeri di terra (24 miglia quadrati) erano paludosi ed abbandonati.

E come in Italia, altrettanto eloquente è la decadenza dell'agricoltura e la diminuzione della popolazione nelle province. La Spagna, un tempo intensamente coltivata, alla fine del II secolo é descritta in una biografia di Marco Aurelio come un paese «esaurito», e nel IV secolo Lattanzio deplora - come un fenomeno tipico del tempo - che i coloni oppressi abbandonassero i campi e le terre coltivate si trasformassero in foreste.

E con lo spopolamento delle campagne procede di pari passo quello delle città medie e minori; anch'esse sono spesso deserte, e un esempio drastico ne offre la campagna romana. Dione Crisostomo descrive lo stato di decadenza di una di queste città nell'isola di Eubea in maniera che può dirsi tipica: le campagne già desolate alle porte della città e gli stessi terreni entro le mura ridotti in gran parte a prati o pascoli! Nel ginnasio cresce il grano, cosicché le statue degli dei e degli eroi sono all'estate nascoste entro le messi. Sulla piazza vien portato il bestiame a pascolare dinanzi alla curia; ovunque in città miseria, assenza di lavoro e case vuote! Ma anche città maggiori subirono la stessa sorte, come ad es. la fiorente città commerciale di Gades, che nel IV secolo Avieno dice essere «ormai misera e piccola, abbandonata dagli abitanti, un cumulo di rovine».

Roma stessa dal V secolo comincia a diventar spopolata ad alla fine arrivò un tempo in cui vide i suoi palazzi imperiali, gli edifici pubblici, e numerose case private, lasciati in abbandono e vuote, cadere irrimediabilmente in rovina e sul foro e sul Campidoglio pascolare le greggi !
Un altro sintomo di generale decadenza é il pauperismo, che vediamo dilagare specialmente nelle grandi città, e che in esse venne ancora maggiormente aggravato da un irrazionale sistema elemosiniero attuato dallo Stato e dalla Chiesa che favori ed eccitò in modo malsano la tendenza già di per sé esistente nella popolazione rurale ad emigrare
nelle grandi città, dove un tozzo di pane era quasi sempre assicurato.

Si pensi ad es. alla descrizione fatta da Crisostomo delle orde di mendicanti che riempivano ad Antiochia le vie conducenti alle chiese, ed ai lamenti di Ambrogio di Milano sulle torme di vagabondi svogliati di lavorare che si affollavano arrogantemente alle porte delle chiese, e che però la chiesa stessa moltiplicava sconfinatamente col suo sistema di elemosine elargite a casaccio.

Si consideri un po' che agli occhi di Paolo da Nola il lungo corteo delle masse di plebe chiedente l'elemosina che si affollava e si spingeva verso la basilica di S. Pietro, «il patrono delle nostre anime» (!), é addirittura un bello spettacolo! Certo lo Stato non poteva assolutamente lasciarsi guidare dagli stessi princìpi; questo a datare da Valentiniano (382) e sotto Giustiniano fece operare delle vere e proprie retate di mendicanti per sfollarne le capitali e cercò di ricondurre con la forza al lavoro ed all'aratro quelli che erano abili a lavorare.

Ma fu opera vana, giacché le condizioni sociali - ed era un sintomo l'abbandono delle campagne - divennero sempre peggiori. E come sarebbe riuscito lo Stato, se malgrado l'enorme peso sotto il quale il suo assolutismo teneva oppresso il popolo, non era più in grado di difendere nemmeno l'ordine pubblico contro le masse disperate?

A datare dalla fine del III secolo e durante il IV secolo infierì in Africa ed in Gallia la rivoluzione agraria, che poi nel V secolo si estese anche alla Spagna. Agricoltori liberi, schiavi, coloni, abbandonano l'aratro e prendono le armi per prendersi una vendetta sanguinosa nei confronti dei loro oppressori. Si svolgono delle vere e proprie guerre del genere di quelle dei contadini, delle rivolte che in parte non poterono essere più sedate, come quella formidabile dei Bagaudi nella Gallia, che ricorda la Jacquerie. Intere province si riempirono di bande armate, che sgominate in un punto, riapparivano presto in un altro e seminavano ovunque il terrore e l'angoscia fra i proprietari.

Si é in presenza di uno dei più gravi fenomeni patologici sociali quando lo stesso contadino, che - proprio lui - costituisce l'elemento più conservatore della società, dispera dell'ordine di cose esistente e si fa portabandiera del sovvertimento di esso.
E di fronte a questo risultato non appare eccessivamente esagerata l'affermazione di Salviano che "il potere esercitato in nome dello Stato non sembrava dovesse servire ad altro che a spogliare il popolo, anzia spogliare i poveri". Non desta pertanto meraviglia che non solo dal punto di vista sociale, ma anche da quello morale, tra poveri e ricchi si sia aperto un abisso sempre più profondo. E la dissoluzione dei vincoli sociali fu accompagnata da quella dei vincoli che legavano il cittadino allo Stato. In un ambiente ove lo Stato non soddisfaceva più ad alcun ideale, dove milioni di uomini immiseriti nutrivano la convinzione che lo Stato e le classi dominanti non si curavano della loro miseria, anzi la aggravavano, non poteva esservi più posto per l'amor di patria.

Di qui lo spaventoso dilagare di una corrente profondamente antipatriottica, in un'epoca in cui sarebbe stato difficile mantenere in piedi l'impero anche con l'aiuto del patriottismo dotato del più alto grado di abnegazione. A dire il vero chi poteva temere dei barbari era la sola minoranza abbiente. Le grandi masse ben poco interesse avevano al mantenimento in vita dell'impero. Al contrario. Esse si auguravano spesso evidentemente la vittoria dei Germani e talvolta, come ad es. fecero con i Bagaudi, aiutarono addirittura gli invasori.

Salviano ci informa che "la popolazione romana della Gallia disertò in massa presso i barbari «cercando presso di loro l'umanità romana, perché non poteva più a lungo sopportare l'inumanità barbarica dei Romani».
Analogamente ci vien detto che nella Spagna i sudditi romani preferivano vivere nella povertà sotto i Goti piuttosto che tollerare più a lungo il peso delle imposte romane. E nella sua relazione intorno ad una ambasciata dell'impero d'Oriente alla corte del re unno Attila (446) il greco Prisco narra di un provinciale da lui incontrato là, che gli dichiarò apertamente di preferire di gran lunga vivere fra gli Unni piuttosto che in patria, perché qui il povero non aveva difesa contro il ricco e lo Stato abbandonava i deboli all'arbitrio dei forti.

Ed alla stessa modo delle masse pensarono spesso anche le loro guide spirituali. Quando si trattò dell'interesse religioso, esse si misero senz'altro d'accordo con i barbari, specialmente quelli che erano perseguitati come «eretici» cui non rimaneva altro rimedio per salvare la loro religione che ricorrere all'aiuto dei barbari.
Così ad es. i Donatisti si posero dalla parte dei Vandali ariani che erano penetrati attraverso la Gallia e la Spagna fino in Africa (429). Ma anche fra gli ortodossi si manifesta la stessa indifferenza politica. «Che ci importa - dice Orosio, il discepolo di Agostino - se i barbari rompono i confini e straripano nell'impero? Non presenta forse ciò il vantaggio che le chiese dell'Oriente e dell'Occidente si riempiono di Unni, Svevi, Vandali, Burgundi e di innumerevoli altri fedeli di altre nazionalità? Non si ha da stimar ciò addirittura come una grazia della provvidenza divina? E di vero come avrebbero questi popoli potuto arrivare altrimenti a riconoscere la vera fede? Che lo Stato ne risenta danno non può lasciare che perfettamente indifferenti noi che aspiriamo soltanto alla vita eterna ».

Di fronte all'assoluta insostenibilità di una situazione simile, non può che destar meraviglia l'ottimismo con cui una parte delle classi più elevate la guardavano tuttavia dissimulando serietà. Così ad es. - poco prima della presa di Roma da parte di Alarico - il prefetto Simmaco, riferendosi sulle condizioni della città, non sa mai abbastanza vantare i progressi della cultura, lo sviluppo degli studi scientifici, le meraviglie della tecnica e della civilizzazione, e - non lo si crederebbe possibile! - la morale delle classi dominanti del suo tempo. «Noi viviamo in un'età che é l'amica di ogni bene, e se vi sono dei mali, la colpa non é nè delle singole persone, nè dell'epoca».

Vero é che altri erano pessimisti; ma il pessimismo in questo caso spesso non fece che accrescere la brama di gustare più che fosse possibile i godimenti del momento. Après nous le déluge; é questo anche qui il motto di una società decadente, una disposizione d'animo che fece a Salviano l'impressione come se il mondo romano avesse sorbito il noto veleno («sardonico»). «Ei muore e ride».

Non si comprende di fronte a tutto ciò come si possa tuttavia considerare la caduta definitiva dell'impero soltanto quale opera dei Germani, mentre si tratta prima d'ogni altro di una dissoluzione interna. È quindi pure completamente errata quella teoria che crede di poter spiegare il tramonto della cultura antica col dire che gli antichi per le poco avanzate conoscenze scientifiche e per la loro tecnica poco progredita non riuscirono a farsi padroni delle forze della natura, il che loro avrebbe conferito una incondizionata superiorità sui barbari.

Se le legioni - dice questa teoria - invece che delle picche, fossero state armate anche soltanto di un fucile a pietra, se invece delle catapulte si fossero avuti sia pure i cannoni del XVI secolo, i barbari invasori sarebbero stati rimandati a casa colla testa rotta.
I guerrieri nordici dunque e i cavalieri delle steppe asiatiche sarebbero stati impotenti contro l'impero romano, malgrado che la sua putredine ammorbasse fino alle stelle ! Quasi che tutto dipenda dalle armi e non piuttosto da chi porta queste armi.

Ora é chiaro senz'altro che in uno Stato, nel quale per la durata di secoli gli eserciti erano stati reclutati fra volontari e non si era ricorso alla leva che in caso di estrema necessità, la capacità militare dell'immensa maggioranza del popolo non poteva a meno di decadere completamente; ed il fatto che da ultimo sia stato imposto ai figli di soldati e di veterani il servizio militare come un obbligo ereditario e si sia pure assoggettato al reclutamento il paria della società, il contadino, non era certo idoneo ad elevare il valore intrinseco dell'esercito.
Il grosso della popolazione agricola venne assoggettato al reclutamento nel senso che la prestazione di un certo numero di reclute fu imposta come una tassa ai proprietari fondiari. Essi pagavano «in corpi umani», prestando il contingente fissato di reclute con altrettanti coloni, e siccome avevano libera scelta, questa, data la corruzione dei funzionari pubblici, dava naturalmente spesso per risultato che essi trattenevano presso di sé gli uomini più validi e mandavano all'esercito la parte meno buona.
Anche se spesso essi per la mancanza di lavoratori non si trovavano neppur in grado di pagare questa tassa di sangue senza lasciar incolte le terre, ragione per la quale lo Stato era costretto a fare numerose eccezioni e ad accettare denaro invece di uomini.

Non desta quindi meraviglia che il materiale di uomini che rimaneva dopo quanto era disponibile, per gli eserciti fosse per numero e qualità di gran lunga inferiore alle esigenze, che le diserzioni fossero all'ordine del giorno e si dovessero marcare le reclute col tatuaggio per renderne meno agevole la fuga e trattenerle sotto le insegne, quando pure non si preferì rinunciare a simile gente arruolando invece con il denaro avuto in cambio dai padroni dei barbari validi ed agguerriti.

Ed il risultato finale é appunto questo: il continuo moltiplicarsi degli elementi barbarici nell'esercito, imbarbarimento che peraltro non ne accrebbe affatto sempre la potenzialità militare. Questi eserciti barbarizzati non avevano più nulla da vedere con l'accurata organizzazione, disciplina e istruzione tattica delle antiche legioni romane.
Nemmeno dell'armamento del legionario romano i mercenari barbari vollero saperne; elmo, corazza, gambali furono da loro messi da parte come un sovraccarico incomodo. Così pure essi non vollero più portare il piccone ed i pali da trincea e persino il tascapane in cui il legionario romano recava seco le vettovaglie per alcuni giorni. Gli approvvigionamenti dovettero essere tutti trasportati dietro l'esercito su carri e bestie da soma, di modo che il treno di queste truppe s'ingrossò smisuratamente ed esse, se le salmerie restavano compromesse o non riuscivano a tenersi in contatto, erano esposte al pericolo della fame.

Al posto delle unità tattiche dell'antico esercito organizzato secondo i dettami dell'arte militare subentrano informi masse che differiscono ben poco dagli antichi «cunei» dei Germani. Era facile ora che un corpo d'esercito romano che mutava guarnigione, col suo seguito di donne, bambini e masserizie trainate su carri da bovi, somigliasse per la sua pesantezza più ad una popolazione in movimento di migrazione che non ad un esercito in marcia. Si aggiunga che fra queste truppe germaniche al servizio di Roma i rapporti nazionali con i Germani nemici dell'impero e gli interessi nazionali furono spesso più forti del giuramento di fedeltà da esse prestato.

Così ad es. a principio del V secolo un reparto di truppe romano-germaniche cedette spontaneamente ai Germani i passi dei Pirenei ch'era destinato a difendere. Non meno pericolosa della barbarizzazione delle truppe fu quella avvenuta del corpo degli ufficiali sino ai più alti gradi - si pensi a Stilicone! -, che implicava costantemente la possibilità che ogni potere effettivo finisse in mani germaniche e all'imperatore non restasse che una vuota parvenza di potere; pericolo questo che diveniva maggiore se si trattava di capi di considerevoli orde guerriere di barbari che - come avvenne sotto Teodosio per i Visigoti nella penisola balcanica - erano stanziati in qualità di «federati» entro i confini dell'impero coll'obbligo del servizio militare.

Con quanta velocità tali federati potessero trasformarsi in ribelli ce lo dimostra l'esempio del visigoto Alarico, salito ad alto grado servendo nell'esercito romano e scelto poi dai suoi connazionali a loro duce supremo; egli per ottenere a forza il riconoscimento delle sue pretese, devastò prima la Grecia, poi invase ripetutamente l'Italia, e quando Onorio in risposta alle concessioni fattegli da Stilicone mandò quest'ultimo al supplizio, marciò direttamente su Roma e vi fece persino mettere su un usurpatore nella persona del prefetto Attalo (409).
Anche in questo caso si vide lo spettacolo che le truppe germaniche al servizio romano passarono ai Germani, tanto che Onorio si trovò costretto a cercar rifugio dietro le mura di Ravenna. É ben vero che Alarico non raggiunse il suo scopo, malgrado avesse rinunziato al suo imperatore, malgrado la sua presa di Roma (410) e la seria minaccia di conquistare la Sicilia e l'Africa; egli mori improvvisamente nella bassa Italia, e si dice che i suoi Goti lo seppellissero nel letto del Busento.

Ma anche sotto il suo successore Ataulfo, che passò in Gallia e sposò la sorella di Onorio, Placidia, rimasta prigioniera in occasione della presa di Roma, non si arrivò ad un accordo definitivo coll'impero. Esso si ebbe soltanto sotto Vallia (dal 415) che restituì Placidia, entrò al servizio dell'impero e si assunse l'incarico di combattere i Vandali, Alani e Suebi che avevano invaso la Gallia; in compenso di tale servizio, Onorio fu costretto a concedere ai Goti una gran parte dell'Aquitania, la regione posta fra Tolosa e Bordeaux.

Da questo momento il processo di dissoluzione dell'impero, dovuto agli stanziamenti di barbari, si estende sempre più dappertutto e la profezia di Tacito: «il fato incombe minaccioso all'impero» comincia ad avverarsi. Come i Visigoti, si dovettero ora accogliere nella Gallia anche i Burgundi ed i Franchi. Costoro, é ben vero, erano considerati come federati, come soldati dell'imperatore, e il loro stanziamento fu fatto nella forma degli acquartieramenti romani, in cui al soldato spettava la terza parte dell'edificio, salvo che qui, trattandosi di quartieri permanenti, vi si aggiunse la terza parte del suolo. Anche i loro condottieri e re valevano semplicemente come generali imperiali. Ma anche questa forma non resse a lungo e i federati si trasformarono abbastanza facilmente in nemici, appena le tristi condizioni finanziarie dell'impero impedirono di soddisfarli di quanto era loro dovuto per convenzione.

Se ciò malgrado sotto Valentiniano III, il figlio di Placidia (da seconde nozze) si riuscì a mantenere alla meglio la superiorità dell'impero di fronte ai Goti, Franchi e Burgundi, lo si dovette soltanto all'arte diplomatica di Ezio, il generale dell'impero, alle rivalità reciproche degli stessi barbari, ed alla circostanza che Ezio poté gettare sui Germani un nemico estremamente pericoloso, il popolo mongolico degli Unni che allora era avanzato fino al Reno.
Col loro aiuto egli sterminò quasi i Burgundi stanziati nella regione di Worms e Speier, una catastrofe di cui conserva ancora l'eco la leggenda dei Nibelunghi, ma che non impedì che i Burgundi fossero più tardi tuttavia abbastanza numerosi per estorcere da Ezio il proprio stanziamento nella Savoia (443), dove formarono uno Stato a parte che resse all'incirca per la durata di un secolo.

E` ben vero che il pericolo unno, divenuto minaccioso al pari dei Germani ed ai Romani per l'avido spirito di conquista di Attila ricondusse ancora una volta i federati all'osservanza dei loro impegni ed Ezio poté unitamente a Visigoti, Franchi, Burgundi e Sassoni dare ad Attila una grande battaglia a Troyes (451), che costrinse il temuto nemico a tornare indietro. Ma, morto poco dopo Attila (453) dopo una invasione in Italia rimasta priva di risultati e sfasciatosi il regno degli Unni, si ruppe ogni freno.
Dal Danubio dilagarono gli Ostrogoti che erano stati accolti come federati nella Pannonia, la Rezia e il Norico furono occupati da Alemanni, Turingi, Eruli, Rugi, ed altri; un crollo di cui ci dà una viva idea la vita di S. Severino. Sul Rodano avvenne l'espansione dei Burgundi, nella Gallia meridionale e nella Spagna si estesero i Visigoti, e finalmente nel nord della Gallia i Franchi i quali sotto il re Clodoveo si impadronirono dell'ultimo residuo della Gallia ancora tenuto da un romano, Siagrio (la regione tra la Somma, la Senna e la Loira) e con ciò posero definitivamente termine alla signoria romana d'oltr'alpe (486).

Neppure in Italia il potere imperiale, ridotto ormai ad una forma vuota di contenuto, fu capace di fare argine alla generale disorganizzazione. Basta un solo fatto ad illustrare lo stato di completa impotenza e di disorganizzazione qui regnante, il fatto che Genserico, il re dei Vandali, oltre ad assoggettare l'ultimo baluardo dell'impero in Africa, Cartagine, riuscì ad occupare persino Roma senza incontrar resistenza ed andarsene carico di bottino. La stessa corona imperiale, dopo l'assassinio di Valentiniano (455) divenne un trastullo in mano dei re germanici e delle truppe unno-germaniche e dei loro condottieri. Dal re dei Visigoti, dai generali germanici e dai «patrizi», il suebo Ricimero, il burgundo Gundobado, e il pannonio Oreste, una volta al servizio unno e saliti sino alla carica di magister militum e di patrizi, furono l'uno dopo l'altro esaltati, ovvero governarono in vece dell'imperatore, finchè l'ultima di queste ombre di imperatori, il fanciullo Romolo, soprannominato Augustolo (vale a dire il piccolo imperatore), insediato sul trono dei Cesari da suo padre Oreste, fu detronizzato dai mercenari germanici, Eruli, Sciri, Turcilingi, Rugi, e dal loro generale Odoacre, indi relegato in una villa in Campania (476).

L'ultimo imperatore a pensione di un capo di barbari germanici e l'Italia nelle mani della soldatesca germanica, che ora ottenne qui anch'essa quanto i federati avevano da un pezzo ottenuto in provincia e che essa aveva invano chiesto all'imperatore: il domicilio stabile e la concessione di un terzo delle terre !

Peraltro l'idea dell'impero romano fu ancora abbastanza forte per indurre Odoacre ad un formale riconoscimento dell'impero permanente a Bisanzio. Per Costantinopoli egli non era che un funzionario (patricius) che governava una provincia in nome dell'imperatore, e lo Stato di questo re italico di nazionalità germanica fu uno Stato romano-germanico al pari del regno ostrogoto di Teodorico che gli successe e degli altri regni germanici, uno Stato in cui lo spirito romano sopravvisse nell'amministrazione e nella chiesa altrettanto quanto nella lingua e nella letteratura; continuità, cui soltanto era legata la possibilità di un rinascimento della cultura.


Solo così poté avvenire che nel tempo stesso che re germanici imperavano a Parigi, a Tolosa, a Ravenna ed a Cartagine, si andassero formando le basi di una nuova civiltà romano-germanica. Il braccio dei barbari poté infrangere la forma esteriore dello Stato dei Cesari, ma ciò che esso celava ancora in sé di contenuto immortale si salvò e si perpetuò in una nuova epoca della storia.

Ma chi erano veramente questi altri popoli barbari ?
Nei prossimi capitoli parleremo proprio di questo


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