-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

56. REGNI DEI VISIGOTI E DEI BURGUNDI

I VISIGOTI

Il nome Visi ha probabilmente il significato di uomini "nobili" o "degni" che erano all'interno di questa popolazione gotica. Tutti, agricoltori, pastori e guerrieri, erano raccolti in gau (una specie di clan) e governati da un capo il reiki coadiuvati dall'assemblea degli uomini liberi. Su di essi, che abitavano tra Dnestr e Danubio, si abbatterono nel 375 d. C. gli Unni.
Buona parte dei Visigoti. allora, sotto la guida di Fritigerno, passò il Danubio e, col permesso dell'imperatore Valente, si insediò in Tracia. Angariati dai funzionari romani, nel 378 si ribellarono e giunsero fin sotto Costantinopoli. Fermati da Teodosio, i Visigoti conclusero con questo imperatore un patto (382), per cui ottennero di rimanere nella Mesia e nella Pannonia.

Nel 395 fu proclamato capo Alarico, che saccheggiò la Grecia e poi ebbe dall'imperatore Arcadio il titolo di rappresentante imperiale. Alarico invase inoltre l'Italia nel 401 e nel 408; nell'anno 410 penetrò in Roma saccheggiandola. Poi spingendosi nel Meridione d'Italia fino a Cosenza, una malattia lo portò alla tomba, che i suoi prodi gli scavarono sotto il letto del fiume Busento dopo averlo prima deviato.

Il successore e cognato di Alarico, Ataulfo (410-415) condusse i Visigoti nella Gallia, sposò la sorella dell'imperatore Onorio, Galla Placidia (che era stata fatta prigioniera e tenuta in ostaggio da Alarico nell'assedio di Roma) e quindi passò in Spagna, ove fu ucciso. Il re Wallia (415-19) dopo aver combattuto Alani e Vandali, alla fine si stabilì in un territorio fra il Rodano e la Loira. (nell'attuale Franciasud-occidentale).

I Visigoti stanziandosi in questa zona misero il piede su un paese di antica civiltà romana, e stabilirono di mettere la loro capitale a Tolosa. Verso l'impero romano essi si trovavano nella posizione di federati con gli obblighi inerenti, ciò che non impedì loro di prendere talora le armi contro i Romani. Ad ogni modo si mantennero fedeli anche al momento in cui irruppe l'onda unno-germanica ed il loro re Teoderico I (419-51) lasciò la vita sul campo di battaglia.

Immediatamente l'esercito elevò al trono il figlio Torismundo (451-53), che però cadde assassinato due soli anni dopo. La corona passò sul capo di uno dei suoi uccisori, Teoderico II, il secondo re con questo nome (453-64), il quale fece stretta lega con l'imperatore d'Occidente, il gallo Avito, respinse il re Reciaro dei Suebi che si avanzava dalla Spagna e giunse inseguendolo sino nel Portogallo.
Sembrò per un momento che i Suebi dovessero soggiacere alle armi gallo-germaniche, quando il loro connazionale Ricimero in Italia fece sì che le sorti mutassero. Egli abbattè Avito e con lui la dominazione gallica e costrinse Teoderico a ritirarsi ed a riprendere l'antica posizione di federato.

In quell'epoca la Gallia si staccò definitivamente dall'impero romano, ed il magister militum Egidio, che aveva vinto i Goti, morì, si dice, di veleno. Lo seguì nella tomba Teoderico II. Egli é una figura di considerevole rilievo. Forte di corpo ed energico nell'agire rese indipendente da Roma il suo regno.

Gli successe sul trono suo fratello Eurico (464-84), lo stesso che lo aveva tolto di mezzo, uomo ambizioso, bellicoso e tenace.
F
ece prevalere la tendenza antiromana, tuttavia portò ad un alto grado di prosperità il regno dei Visigoti, e diffuse le sue milizie su buona parte della Spagna. Sotto Eurico fu raccolto il primo codice di leggi e fu applicato il sistema dell'attribuzione ai barbari dei due terzi delle terre.

Uno dei suoi eserciti combattè vittoriosamente i Suebi nella Spagna, un altro i Bretoni; tutto il paese tra la Loira ed il Rodano cadde in suo potere. Nell'anno 476 l'impero d'Occidente cadde sotto la spada di Odoacre; solo pochi residui si salvarono dal generale sfacelo, mentre da ogni parte si mettevano in movimento i Germani, fra i quali i più progrediti erano i Visigoti (visti sopra).

Eurico seppe approfittare di questa superiorità, e prima soggiogò la Spagna ad eccezione della regione montuosa a nord-ovest, dove si mantennero i Suebi. Poi sottomise la Provenza nel mezzogiorno della Gallia; così la bandiera gotica sventolò dalle foci del Tago sino alle Alpi Marittime.

Anche nei riguardi interni il governo di Eurico fu degno di rilievo, perché sotto di lui e per opera sua acquistò il sopravvento l'elemento romano. Ma invano, perché i provinciali cattolici (come del resto in Italia) rimasero come prima, ostili ai Germani ariani.
Il dissidio religioso minacciava l'esistenza stessa del regno divenuto troppo vasto, più di quanto tollerassero le sue forze. Morto il re, la potenza gotica decadde rapidamente per risorgere soltanto più tardi in condizioni più favorevoli nella Spagna.

Dopo la morte di Eurico salì al trono suo figlio Alarico II (484-507), una testa limitata, che si trovò di fronte in Italia un uomo di Stato dell'accortezza di Teodorico e nella Francia settentrionale un uomo del valore di Clodoveo. Mentre il Franco si espandeva da ogni lato, Alarico II rimase inerte, finché nel 567 fu da lui assalito con forze superiori e sanguinosamente e decisivamente sconfitto non lontano da Poitiers, nei piani Vocladici, forse nei pressi dell'odierna Vouillé. Alarico II stesso rimase ucciso sul campo. La battaglia fu considerata come una specie di giudizio di Dio, la leggenda cattolica la circondò di una aureola favolosa, nel mezzogiorno della Francia i cuori cattolici si volsero al vincitore, dalla cui parte passarono persino Bordeaux e Tolosa.

Lo splendore del regno Visigoto sembrò tramontato, tanto più che esso si trovò dilaniato anche da torbidi interni. Alla fine, sul cadere del 509 o sul principio del 510, vennero in suo aiuto gli Ostrogoti che vinsero i Franchi e ristabilirono l'ordine all'interno, sebbene al prezzo dell'egemonia ostrogota.
Solo alla morte di Teoderico il vasto regno gotico tornò a scomporsi nelle sue naturali suddivisioni. Amalarico rientrò in possesso dell'avito regno visigoto (526-31), salvo che abbandonò agli Ostrogoti tutto il paese ad oriente del Rodano.
Il territorio dei Visigoti di qua dai Pirenei chiamato d'ora in poi Septimania, non comprese tuttavia della Francia che l'angolo sud-occidentale con Narbona per capoluogo. Dopo ciò naturalmente gli estesi dominii che i Visigoti occuparono al di là dei Pirenei tornarono ad essere il loro paese principale, dove i provinciali si fusero con i dominatori venendo a formare un nuovo popolo di razza mista.
L'uomo più potente della Spagna era Teudis, che vi era stato mandato da Teoderico con pieni poteri. Costui si impadronì ora del trono e venne riconosciuto dal popolo (531-48). Egli riuscì a ricacciare indietro i Franchi che si erano avanzati fin oltre i Pirenei, ma poi cadde vittima di mano assassina, e la stessa sorte toccò ai suoi successori.

Seguirono tempi turbinosi: assalti dei Bizantini dal di fuori, e all'interno agitazioni dovute all'ambizione dei nobili ed all'urto delle due confessioni religiose. Sembrò per un momento che la religione ariana dovesse soccombere, quando si risollevò ancora una volta per opera di Leovigildo (567-586), che con mano ferma strappò il regno dalla rovina. Egli vinse i bizantini penetrativi dal sud, fiaccò la resistenza dei montanari del nord e nel 576 si volse contro il regno dei Suebi, che abbracciava l'odierna Galizia ed il Portogallo, assistito anche qui dalla vittoria.
Dopo queste prodezze fiaccò pure la potenza dei nobili e della chiesa, rese la corona ereditaria, vestì le insegne regie, si assise sul trono reale e fissò stabilmente la capitale a Toledo in grazia della sua situazione vantaggiosa.

Mentre sinora erano state coniate monete coll'effigie del lontano imperatore, d'ora in poi esse vennero sostituite da monete regie. Industria, commercio e vita intellettuale cominciarono a ridestarsi. È questa l'epoca in cui scrissero Isidoro di Siviglia e Giovanni di Biclaro.

D'un tratto tutto andò in rovina, persino l'esistenza del regno. Mentre Leovigildo cercava di diffondere l'arianesimo, suo figlio passò alla religione cattolica, chiamando in suo aiuto Suebi, Bizantini e tutti gli altri nemici del regno. Ma con mano ferrea Leovigildo abbatté tutto dinanzi a sè, prese prigioniero suo figlio, lo fece morire per mano del carnefice e ridusse il territorio dei Suebi a provincia gotica.
Un assalto tardivo dei Franchi e Burgundi, all'inizio fortunato, fu alla fine respinto. Mentre tuttora pendevano le trattative di pace si spense la poderosa figura di Leovigildo.
In lui divampava tutto l'ardore del sole spagnolo senza riguardi per alcuno, veemente e calcolatore, fu un non comune uomo di Stato, soldato e re. Egli non aveva risparmiato il proprio figlio per salvare la dottrina di Ario, e, ciò malgrado la sorte dell'arianesimo fu egualmente segnata perché il suo secondo figlio, Recaredo I (586-601), che gli successe sul trono, si converti pure lui al cattolicesimo.

Recaredo fece quanto Costantino aveva fatto prima di lui. Invano la religione ora oppressa si levò in aperta rivolta; essa fu sopraffatta dal peso della situazione avversa. Nell'anno 589 si adunò il terzo concilio di Toledo il quale rispecchiò una nazione unificata come non era mai stata prima. Corte e nobiltà si convertirono al cattolicesimo, gli ariani vennero colpiti di anatema. Così cadde l'ultimo presidio del vero e proprio spirito nazionale gotico.
Il regno dei Visigoti perdette il carattere germanico e si latinizzò. Latina divenne la lingua ufficiale dello Stato, la lingua della Chiesa, quella usata negli affari e la lingua letteraria; la lingua gotica all'inizio declinò nell'uso e poi gradatamente si spense del tutto.

Nella precipitosa romanizzazione la Chiesa cattolica assurse a straordinaria potenza. I concili spagnoli acquistarono un'influenza politica quale non l'ebbero i concili di alcun altro paese. Stato e Chiesa si collegarono strettamente.
I re successivi non regnarono che per brevi periodi di tempo. Soltanto con Sisibut (612-620) fu ristabilito l'ordine in precedenza turbato. Egli cacciò dal paese i Greci, cui
non rimasero che alcune località del mezzogiorno del Portogallo, costruì la chiesa di Santa Leocadia a Toledo ed egli stesso entrò nell'agone letterario. Religioso e fanatico, si propose di convertire anche gli Ebrei molto numerosi nella Spagna, ma così facendo accese una formidabile lotta interna che contribuì alla rovina dello Stato e ridusse la corona alla dipendenza del clero.

Nell'anno 633 si radunò il quarto concilio di Toledo sotto la presidenza di Isidoro di Siviglia; vi convennero 69 vescovi e vi furono emanate leggi per la Chiesa, per il trono, e contro i Giudei. A questi seguirono altri concili della stessa intonazione autoritaria, sinché salì al regno Chindasvindo (64-52), un dispotico vecchio di quasi 80 anni. Egli fiaccò con sanguinoso rigore tutte le resistenze clericali e indusse la quiete del terrore. Il clero cedette e nel settimo concilio di Toledo fece pace con lui aiutandolo a conseguire i suoi scopi. Fu emanato un codice uniforme per tutti ed attuata una riforma della giustizia. La strapotenza della Chiesa era fiaccata; essa divenne col resto del popolo solo un sostegno del trono.
Sotto il successore di Chindasvindo, Recisvindo (652-72) si radunò l'ottavo concilio di Toledo e funzionò come una specie di dieta del regno, carattere che i concili d'ora in poi conservarono abitualmente. In questo concilio si stabilirono norme relative all'elezione dei nuovi re, al giuramento che essi dovevano prestare, all'indirizzo cattolico che il governo doveva tenere, alla successione e simili altre norme.
In esso inoltre venne manifestato chiaro e netto il proposito di non contribuire a render potente nessuna delle case regnanti e ad indebolire apertamente le altre parti dell'organismo del regno. Simili idee riuscirono fatali ed ebbero effetti dissolventi.

Dopo la morte di Recisvindo l'assemblea dei grandi del regno elesse a re Vamba (672-80). Come altre volte, si ebbe una levata di scudi nella Septimania. Il re vi inviò il suo generale Paolo, ma questi si mise pure lui sotto la bandiera della rivolta. Allora si mosse Vamba in persona, abbatté tutto dinanzi a sé e dopo aspra resistenza prese prigione Paolo a Nimes. Secondo notizie di età più recente Vamba ha per primo combattuto anche contro i Mauri. In questa lotta, come in quella per il riacquisto delle città litoranee della Septimania si nota un considerevole sviluppo preso dalla marina gotica. E così pure il re seppe accrescere la potenzialità dell'esercito di terra che era stato trascurato dai predecessori. Se non che gli eccessivi sacrifici che egli domandava alle energie dei suoi sudditi e le sue ingerenze nel campo ecclesiastico gli generarono dei nemici, che si fecero strumento di uno dei suoi parenti, e questi lo costrinse a prendere l'abito monastico e si impadronì egli stesso del trono.

Poi il nuovo re, Ervig (680-87), convocò il dodicesimo concilio nazionale a Toledo. Qui vennero mitigate le rigide leggi di Vamba contro i disertori, allargato il diritto d'asilo spettante alla Chiesa, ed approvate e mandate ad effetto le misure proposte dal re contro gli Ebrei.
Sono queste le disposizioni più dure che fossero state emanate sino allora; in esse dominava visibilmente lo spirito dell'arcivescovo Giuliano di Toledo, un uomo un tempo appartenente alla religione mosaica. Assai più fatali al potere regio si rivelarono le deliberazioni del tredicesimo concilio che privò il re del diritto di punire di propria autorità i nobili e gli ecclesiastici oltre ad imporgli i altre limitazioni.
Sembra che Ervig sia rimasto profondamente turbato; egli sostituì la porpora colla tonaca monastica e designò ad erede del trono suo genero Eigica (687-701). Contro di lui il vendicativo arcivescovo Sisiberto di Toledo ordì una congiura; ma questa venne scoperta e gli fruttò la deposizione e l'esilio.

Si adunò il sedicesimo concilio. Esso votò misure violenti contro gli Ebrei che mantenevano rapporti con i loro correligionari d'oltre lo stretto, dispose cioè che i loro beni fossero confiscati, essi stessi ridotti a schiavi e privati dei figli. Con questi terribili decreti si chiude la storia documentata dei Visigoti; il resto è stato sfigurato dalla leggenda e dallo spirito partigiano (dei cattolici).

Già a proposito del successivo re Vitiza (701-710) i ragguagli che abbiamo hanno un contenuto e tendenze divergenti, per la ragione che forse ormai i mali da cui era affetto il regno presero proporzioni minacciose: una profonda immoralità nella società laica ma anche nello stesso clero, e una smisurata potenza ed enormi ricchezze nelle chiese ed in alcune famiglie nobili, di fronte alle quali gli uomini liberi si erano venuti riducendo nella condizione di semiliberi o addirittura di schiavi.

Al vorticoso infierire di tutti questi mali Vitiza tentò di portare un rimedio radicale, ma pare abbia dovuto soccombere nella lotta che a tale proposito si accese.
Si dice che Roderigo, figlio di un nobile accecato, abbia levato la bandiera della rivolta. Egli assunse il titolo regio (710-711), senza però arrivare ad essere riconosciuto da tutti contro i figli di Vitiza. Era troppo tardi per modificare radicalmente lo stato delle cose; il nodo che si era venuto avviluppando fu tagliato dalla spada dello straniero.

Di là dallo stretto il luogotenente maomettano Musa aveva completato l'assoggettamento dell'Africa e nell'anno 711 inviò nella Spagna il suo sperimentato generale Tarik. Questi occupò l'erto colle di Calpe, che da allora porta il nome del suo conquistatore, quello di monte di Tarik (Gebal-Tarik, d'onde Gibilterra), e si scontrò sul Salada, non lontano da Cadice presso Xeres de la Frontera con Roderigo, con il quale venne a battaglia il 25 e il 26 luglio. La leggenda fa durare la lotta più di una settimana. Il tradimento, pare, decise le sorti a favore della mezzaluna, e con la battaglia si decise anche la caduta del regno.
Roderigo rimase ucciso, ed il suo popolo si rivelò così imbelle che non pose in campo nessun altro esercito. In tal modo i Maomettani ebbero facile occasione di sottomettere una città dopo l'altra; i malcontenti e gli oppressi, soprattutto gli Ebrei, si mostrarono loro amici e aprirono perfino loro le porte. Solo nell'estremo nord, nei monti delle Asturie, i Cristiani riuscirono a mantenere le loro posizioni. Probabilmente anch'essi sarebbero caduti e già allora la conquista avrebbe varcato i Pirenei, dove avrebbe trovato un terreno favorevole nelle disastrose condizioni del regno franco, se Tarik e Musa non fossero venuti a discordia, per il che l'esercito maomettano fu richiamato.

Le stesse cause e passioni che avevano distrutto il regno gotico salvarono i suoi ultimi residui.
Il superbo, splendido Stato gotico venne minato anzi tempo dal suo flagello fondamentale, l'aristocrazia laica ed ecclesiastica. La potenza di questi due ordini oppresse e distrusse la classe degli uomini liberi, mentre non permise alla corona di acquistare mai forza sufficiente e stabilità.
Benchè i Visigoti siano stati i primi fra i Germani a formarsi un corpo di diritto privato, non giunsero invece mai a darsi una stabile organizzazione politica.

 

I BURGUNDI

 

Era anche questo un popolo germanico del gruppo orientale, forse affine ai Vandali, le cui prime notizie risalgono al I secolo d.C., allorchè risiedeva nella zona della Vistola.
Emigrò successivamente a S. e durante i suoi spostamenti, fu spesso in lotta con i Gepidi e con i Vandali stessi. Venuti in conflitto anche con i Romani all'epoca di Massimiano (287) e di Giuliano l'Apostata, riuscì a stabilirsi fra il Reno e il Danubio. Cerso l'inizio del V secolo sospinto dai Vandali, dagli Svevi e dagli Alani, penetrò nei confini dell'impero, fermandosi nei dintorni di Worms e Magonza. Qui i Burfundi si astennero di fare scorribande e collaborarono anzi con i Romani stessi. Essendo però penetrati in Metz e Treviri furono puniti da Ezio che li sconfisse, facendone cadere il regno. I sopravvissuti alla disfatta poterono insedirsi - con Roma consenziente - nella Sapaudia, zona presso il lago di Ginevra
, un territorio che abbracciava l'odierna Savoja ampliata nei suoi confini settentrionali ed occidentali. Su questo nuovo territorio, relativamente piccolo, regnarono due fratelli, i re Gundiok ed Ilperico.


Si erano appena qui sistemati alla meglio che avvenne l'invasione d'Attila, a respingere la quale i Burgundi prestarono il loro concorso. Seguirono tempi agitati, nei quali alcune volte mantennero un contegno amichevole, altre volte assunsero un'attitudine ostile verso l'Impero ed ampliarono il loro territorio.
Tuttavia i due re morirono decorati dello splendore di titoli romani, e tre figli di Gundiok si divisero il regno: Gundobado (474-516), Godegiselo ed Ilperico.
I Burgundi non erano portati alle guerre aperte, la loro dispersione e la stretta alleanza con l'Impero in decadenza ne indebolì ancor di più le forze, di modo che i Visigoti poterono ingrandire la propria potenza nella Gallia, conquistare la Provenza e tagliare così ai loro vicini le comunicazioni col mare.

Né questo bastò, perché costoro videro già sorgere accanto quella nuova forza che doveva trasformare da capo a fondo la situazione dell'Occidente europeo, il popolo dei Franchi sotto Clodoveo. Questi sposò la nipote di Gundobado, dalla quale fu spinto come si dice a convertirsi al cattolicesimo, la religione cioè che professavano i provinciali a differenza dei Visigoti e dei Burgundi.

L'elemento cattolico con ogni mezzo prese forza nella sua lotta contro la confessione ariana e la discordia si accese per regnare sovrana alla corte burgunda. Ilperico morì, Godegiselo si alleò proditoriamente con Clodoveo contro il fratello Gundobado, il quale fu costretto a cercare rifugio nell'estremo mezzogiorno del suo regno; il paese cadde in uno stato di semi-dipendenza dai Franchi.
Se non che sembra che una reazione del sentimento nazionale abbia risollevato le sorti del difensore dell'onore delle armi burgunde; egli assalì l'altro fratello Godegiselo che si era messo pure lui contro, lo uccise in una chiesa dove si era rifugiato, e liberò il popolo, di cui poi rafforzò la compagine mediante la sua nota legislazione e la tolleranza religiosa. Inoltre egli sostituì al diritto di successione al trono di tutti i figli la successione di un erede unico, verosimilmente in base al sistema del diritto di primogenitura; ovunque egli si impegnò di conciliare le varie pretese ed esigenze. Permise perfino che i suoi figli fossero battezzati nella fede cattolica.

Questo suo ravvicinamento al cattolicesimo pare abbia ravvicinato i due precedenti nemici. Gundobado infatti fu alleato di Clodoveo nella guerra contro il regno dei Visigoti. Siccome questi ultimi perdevano terreno, gli Ostrogoti accorsero in aiuto dei loro fratelli occidentali e sconfissero gli alleati presso Arles. Clodoveo fece un voltafaccia, si mise d'accordo con Teodorico, ed il Burgundo dovette dichiararsi fortunato di poter evitare altre perdite.
Nel 496 egli morì dopo quarant'anni di regno. Gundobado è la personalità più ragguardevole nella serie dei re burgundi; piuttosto legislatore ed amministratore anziché uomo politico e soldato capace, fu colto, mite e riservato. Per il regno il periodo del suo governo come unico sovrano rappresenta l'epoca del massimo splendore; dopo di lui cominciò la decadenza e non si arrestò più sino alla catastrofe finale.

Suo figlio successore, il cattolico Sigismondo (516-23), si rivelò privo di ingegno e di energia. Ne approfittò la chiesa cattolica per fare rapidi progressi, capitanata dal vescovo Avito di Vienne, precettore del re, ma più attaccato al papato che alla corona, devoto al papa come nessun altro vescovo della Gallia.

Infatti, nel 517, promotore sempre il vescovo Avito, tutti i vescovi cattolici del regno si radunarono in un grande sinodo ad Epao (Albon) e presero delle deliberazioni completamente ispirate agli intendimenti della Chiesa, ingerendosi persino nel campo temporale. In questa materia i vescovi si mostrarono indulgenti verso gli ariani perché loro interessava di moltiplicare al possibile le conversioni, ma intransigenti verso il governo col quale vennero in aperta rottura a causa degli impedimenti matrimoniali ecclesiastici; esso fu costretto alla fine a cedere. Ma non per questo ottenne l'attaccamento dei vescovi, giacché gli occhi di costoro erano rivolti verso il potente regno dei Franchi, da essi considerato come la cittadella della fede.

Anche i rapporti tra la popolazione laica romana e germanica difettavano di salda consistenza. Sicché la posizione di Sigismondo divenne estremamente difficile. Egli si era alienati i Burgundi che erano fondamentalmente ariani senza riuscire a conquistarsi i provinciali cattolici, e per di più aveva dei nemici su tutti i confini. In questi distretti egli cercò di avvicinarsi all'imperatore bizantino, ma anche qui non ottenne nulla, perché Teodorico mandò a vuoto i suoi progetti.

A tutto ciò si aggiunsero discordie nella stessa famiglia reale che completarono il disastro. Su istigazione della sua seconda moglie Sigismondo fece strangolare il proprio figlio di primo letto. La morte dell'erede del trono però fu causa ben presto al debole re di amaro pentimento e provocò profondo malcontento nel popolo, mentre i Franchi si preparavano a muover guerra ai Burgundi.
Dopo una disperata difesa Sigismondo si trovò vinto, fu consegnato al re dei Franchi Clodomero e da questo gettato in un carcere. A questo punto per soprappiù si fecero avanti anche gli Ostrogoti e si impadronirono di alcuni territori nel mezzogiorno del paese.

Ma si erano appena ritirati i Franchi che il fratello di Sigismondo, Godomaro, riannodò attorno a sé le forze del Regno e ne riconquistò la maggior parte con un improvviso e coraggioso attacco. Clodomero chiamò in aiuto suo fratello Teoderico, venne a battaglia presso Véséronce con Godomaro, che nel frattempo era stato proclamato re (524-32), e cadde nella mischia. Così il Burgundo rimase in possesso del suo regno.
Prudentemente egli provvide con sagge disposizioni a rafforzare il suo Stato gravemente indebolito, procurandone il ripopolamento con elementi germanici e favorendo l'arianesimo.
Lo stesso indirizzo egli seguì col riconoscere l'alta sovranità degli Ostrogoti, ottenendone in compenso la restituzione dei territori da costoro occupati. Ambedue i popoli avevano nei Franchi un comune nemico. Ma era già troppo tardi.

Nel 532 si riaccese la guerra tra i Burgundi ed i loro vicini del nord. Godomaro fu battuto ed il suo regno venne occupato. Gli Ostrogoti, impediti da lotte intestine, non poterono andargli in aiuto. Non si sa di preciso dove poi finì i suoi giorni l'ultimo re dei Burgundi.

Lo Stato burgundo era durato circa 90 anni, altrettanto quanto il regno dei Vandali.
Le ragioni della sua caduta furono: l'antagonismo tra Germani e Romani, tra cattolici ed ariani, l'indebolito spirito guerresco, le scarse qualità dei re e la posizione geografica sfavorevole.
Benché d'ora in poi soggetta ai Franchi, la Burgundia continuò a esistere come una delle parti costitutive del grande regno franco accanto alla Neustria e all'Austrasia. Ripetutamente il suo vecchio orgoglio nazionale scoppiò in aperta rivolta, senza tuttavia ottenere alcun risultato contro la strapotenza dei Franchi.

Maggiore importanza ebbe l'influenza benefica che la popolazione burgunda molto più incivilita esercitò sul suo barbaro vincitore. In Burgundia sorse l'abbazia di Luxueil, qual baluardo contro la barbarie austrasiana e non molto tempo dopo il chiostro di Cluny che diede all'intero cattolicesimo un nuovo indirizzo, intimamente religioso.

Terminata con questo capitolo la lunga carrellata sui barbari
ci attende ora il capitolo di una loro nuova stirpe

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