-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

120. CARLO V, IL PAPATO E LA RIFORMA

Se la scissione in Germania si stava accentuando, anzi, vescovi, preti e monaci, erano tutti impegnati a rafforzare la propria nuova organizzazione religiosa, il papato invece, prima minacciava a destra e a manca, poi proclamava la ferma intenzione di riordinare la disciplina ecclesiastica, ma poi non faceva nulla.
Ne approfittarono le grandi potenze europee, che con il pretesto delle eresie, o alleandosi con o combattendo il papato; e questo - quando perdeva con uno - repentinamente cambiava spesso alleato) ognuno poi mirava a una cosa sola: al predominio assoluto.
Il papato seguitava a guardare obbliquamente chi erano i nemici della Germania per allearsi con loro e quindi sfruttare la situazione.

Abbiamo gia preannunciato che la guerra che era in corso tra Carlo V e Francesco I stava toccando il culmine delle sue drammatiche vicende. E drammatiche diventarono quelle italiane, con la penisola trasformata in un campo di battaglia di stranieri.

Mentre si svolgevano in Germania gli eventi già narrati, la guerra tra Francesco I e Carlo V era in pieno svolgimento. In data 8 maggio 1521, era stata stretta una alleanza segreta tra l'imperatore e papa Leone X, ma quest'ultimo, sette mesi dopo, veniva a morire. L'elevazione al trono pontificio di Adriano VI (gennaio 1522), olandese di nascita e ottimo sacerdote, pareva fatta per cercare di dare tranquillità e sicurezza all'Impero nella sua aspra lotta contro la Francia da un lato e contro l'eresia religiosa dall'altro. Infatti l'esercito imperiale, rafforzato dagli avventurieri svizzeri, dopo aver vinto in parecchie battaglie gli eserciti francesi, teneva il predominio nel ducato di Milano e nella riviera ligure, rafforzando così la sua posizione in Italia. D'altra parte, Adriano VI, desideroso di pacificare la cristianità, si adoperava a mitigare i danni della riforma protestante e proclamava la ferma intenzione sua di riordinare la disciplina ecclesiastica.
Ma, in realtà, le forze di Francesco I non erano fiaccate dagli imperiali: la Francia tentava ad ogni ora nuove resurrezioni, e spingeva contro l'Impero le orde ottomane, che, in questi anni, invadevano vittoriosamente l'Ungheria. Mentre in Germania i riformatori, lungi dal cedere alle lusinghe pontificie, si adoperavano a rafforzare, come s'è visto, la loro organizzazione religiosa.

Bisognava dunque continuare la guerra generale, che già da parecchi anni era accesa, e nel 1523 si formava una grande lega contro la Francia, alla quale, oltre l'imperatore Carlo V, presero parte il nuovo pontefice Clemente VII, Enrico VIII, Ferdinando arciduca fratello di Carlo V, Venezia, Firenze e Genova. La Francia era invasa da tutte le frontiere, e il valore sfortunato di Baiardo, se anche le dava, nella memorabile battaglia, nuovo prestigio, la obbligava tuttavia ad abbandonare ogni dominio in Italia.

Nel frattempo ad Adriano VI, che resse la Chiesa per poco più di venti mesi, era succeduto Giulio de' Medici, cugino di Leone X e capo della repubblica fiorentina, col nome di Clemente VII (1523). Questo avvenimento stringeva sempre più l'intimità degli accordi tra l'Impero e la Chiesa, contro i comuni nemici.
Francesco I riusciva a respingere gli invasori e portava il suo esercito in Italia, per assediare la cittadella di Pavia, desideroso di riprendere il suo predominio in Italia. .

La battaglia di Pavia (febbraio 1525), fu un terribile massacro, inconsueto per le battaglie dell'epoca, che solitamente si concludevano con molti duelli e pochi morti. A Pavia invece si creò subito un carnaio.
Francesco si battè come un leone ed ebbe il suo cavallo ucciso sotto di sè, e probabilmente sarebbe stato ucciso lui stesso se non lo avessero riconosciuto per la bardatura e la ricchezza della sua corazza. Il comandante Antonio de Leyva lo fece circondare e lo dichiarò prigioniero "Maestà, vi siete battuto con coraggio ed eroismo. Ora consegnatemi la spada". Sul campo di battaglia quella notte rimasero diecimila i morti. La metà della miglior nobiltà guerriera di Francia era stata uccisa o fatta prigioniera. Francesco venne rinchiuso nel piccolo castello di Pizzighettone sull'Adda, prima di essere condotto in Spagna, a Madrid.

Il disastro delle armi francesi e la prigionia del re fecero l'Europa accorta e sospettosa della straripante potenza di Carlo V (soprattutto a causa della potentissima fanteria spagnola; largamente armata di archibugio, fatto che conferiva una enorme superiorità alle truppe ispaniche) onde prima Enrico VIII si distaccò dall'alleanza, e poi gli Stati d'Italia e gli Svizzeri si unirono per far liberare il re e garantire la libertà della penisola. Un cambio di bandiera, insomma.

Concluso il trattato di Madrid (14 gennaio 1526) fu liberato il reale prigioniero, ma per riacquisire la libertà Francesco fu costretto a lasciare in ostaggio i suoi figli a Carlo, ed anche per questo oltraggio, Francesco tornato in patria giurò vendetta all'imperatore e cominciò ad organizzare subito una nuova offensiva. Cercò alleati ovunque, raccogliendo tutti coloro che temevano lo strapotere di Carlo in una lega (denominata "lega di Cognac il 22 maggio 1526) di cui fecero parte: Firenze, Venezia, oltre a due ex-alleati di Carlo, il duca di Milano e infine papa Clemente VII. L'inghilterra con riserve.

Parve che da ogni parte dovessero insorgere le forze contro l'Impero, che era lacerato dai dissensi religiosi e minacciato dai Turchi sulle frontiere del Danubio, e che la direttiva di quelle forze dovesse essere presa da Francesco I, restituito nella sua potenza (infatti come vedremo nel prossimo capitolo il tanto cattolico Francesco strinse un alleanza con il grande imperatore degli Ottomani, Solimano II. Il turco aveva già conquistato Rodi, invaso l'Ungheria, riuscito ad assediare Vienna, ricevette l'incitamento di Francesco di invadere la Germania).

Ma per il momento con quelli della lega di Cognac, non accadde nulla. Il re di Francia si limitò a dare pochi soccorsi agli Stati italiani, lasciando che questi subissero tutte le vendette degli eserciti imperiali; e gli eserciti imperiali raccogliticci, senza ordine amministrativo e senza disciplina, ben poco giovavano alla dignità e alla pace dell'Impero.
Anzi nella necessità di raccogliere truppe, l'Impero si rivolgeva principalmente a quelle parti della Germania e della Svizzera, dove ormai dominava la Riforma.

Luterani erano i soldati, che venivano raccolti, a nome dell'Impero, dal Borbone e dal Frundsberg, e luterani erano in grande maggioranza i lanzichenecchi che, nel maggio del 1527, daranno il sacco sanguinoso e barbarico a Roma.

Il trattato concluso a Cognac, pareva volesse delineare un equilibrio delle forze nazionali e straniere in Italia, per ricondurre una pace stabile. Il re di Francia si era garantito il possesso di Asti e l'antica autorità su Genova; Francesco Sforza rientrava a Milano, dando nuovamente indipendenza al ducato; Venezia e il papa avrebbero ripreso gli antichi possessi e diritti; Firenze, ritornata all'indipendenza, per difenderla sarebbe stata favorita dalla protezione della lega.

Questo disegno avrebbe, distrutta la potenza di Carlo V in Italia e avrebbe restituito a Francesco I tutto il suo prestigio e un vero predominio in Italia. Ma, fondandosi solo sull'equilibrio italiano, si presupponeva negli Stati italiani concordia, preparazione militare, spirito di sacrificio.

Nell'anno precedente, contro la potenza di Carlo V, si era già formata una congiura, a cui avevano partecipato Venezia, Francesco Sforza, la Francia, Clemente VII, ed altri numerosi principi italiani, e in quella congiura era sembrato di vedere una vera riscossa nazionale; ma, in verità, anche allora, a parte la scarsezza dei mezzi, si era visto che mancava ogni spirito di concordia.
D'altra parte, la preparazione militare era deficiente, poiché era evidente che non si poteva aver fiducia nelle armi raccolte qua e là, eredità di tempi ormai superati.
Queste forze erano tenute insieme da un eccellente condottiero, Giovanni dalle Bande Nere, ma non erano in grado di garantire, la continuità dei propositi e la forza di resistenza, necessarie ad una impresa così vasta come a quella ideata contro la potenza imperiale. Vi furono pertanto molte incertezze e dispersioni.

Nel frattempo il Connestabile di Borbone, a capo delle milizie imperiali, aveva rinsaldato il suo dominio su Milano; mentre da Siena le milizie di Carlo V tenevano a bada i Medici a Firenze. Sulla fine di settembre del 1526, un colpo di mano su Roma, diretto dai Colonna, aveva obbligato Clemente VII a rinchiudersi in Castel S. Angelo e a ritirarsi dalla lega. Era evidente che mancava ogni possibilità per resistere sul serio alle forze dell'Impero, sostenute dalle ricchezze immense della Spagna e dalla volontà e determinazione di Carlo V. Tuttavia pur con una politica incerta Clemente VII dimostrò che aveva subìto a malincuore l'umiliazione della sua prigionia e che favoriva ancora, non senza speranze, gli interessi della lega.

Nell'autunno del 1526, vi fu un nuovo peggioramento nelle condizioni degli alleati. Giorgio Frundsberg, con grande audacia, promettendo pochi denari ma molte speranze di gloria e di bottino, riunisce a Bolzano oltre diecimila uomini, venuti da ogni parte, e principalmente dalla Spagna e dalla Germania protestante, e discende per la via delle Giudicarie, passa il Po, sfuggendo alle milizie della lega, e si avvia verso l'Italia centrale. Giovanni delle Bande Nere, ferito nel resistere a questa invasione, muore (30 novembre 1526), e la raffazzonata lega - senza un autorevole capo - perde così uno dei suoi migliori capitani.

Queste vicende, che indebolivano la situazione degli alleati antimperiali, avrebbe consigliato al pontefice Clemente VII una pace immediata o una guerra ad oltranza, invece respinte le proposte di pace, gli imperiali invasero il regno di Napoli. Quanto al continuare la guerra al papa mancavano i mezzi per farla veramente; la Francia non mandava gli aiuti promessi, mentre Venezia - con tanti suoi problemi - era occupata in diverse e vaghe trattative. Si venne così solo alla proposta di una tregua, che fu conclusa verso la metà di marzo del 1527.

Sennonché la tregua non fu accettata dai lanzichenecchi del Frundsberg, i quali, dopo il ritiro di questo capitano, erano ora diretti dal Connestabile di Borbone, fedele a Carlo V, e che, rimasti privi di paga, ardevano dal desiderio di lanciarsi sul bottino promesso di Firenze o di Roma.
Conoscendo questa situazione una somma di 30.000 ducati, fu inviata dal pontefice per gli assetati di paga, convinto di fermarli a Siena; ma fu come una goccia d'acqua in un terreno arido. Il Borbone chiedeva 150.000 ducati, e dichiarava che altrimenti avrebbe dovuto mettersi in marcia con i suoi lanzichenecchi, lasciando incerto se si sarebbe diretto prima su Firenze o immediatamente su Roma.

A Firenze, sotto la minaccia della invasione, si costituiva un governo meno instabile ma le truppe esitavano a uscire all'assalto, di modo che i lanzichenecchi del Borbone giungevano indisturbati a Montevarchi e si dirigevano su Roma. L'assalto di 14.000 banditi fu dato il 6 maggio 1527, ma restò ferito a morte lo stesso Borbone; e la marmaglia pur senza una guida non rinunciarono a quanto era stato promesso e bramavano, scalarono le mura e piombarono nella città Leonina.

Invano il nuovo comandante, il principe di Orange, si sforzò di tenere a freno quella accozzaglia di violenti tedeschi, spagnoli e anche avventurieri italiani, condotti da Fabrizio Maramaldo, da Sciarra Colonna e da Luigi Gonzaga, con bande rinforzate da un buon numero di predoni, che fiutando l'aria di saccheggi erano soliti accorrere con chiunque quando vi era la prospettiva di un grosso bottino. E a Roma questo bottino c'era !

Clemente VII, con tredici cardinali e con numerose persone della Corte e del popolo, come abbiamo già detto, si era già messo in salvo, rinchiudendosi in Castel S. Angelo. Il giorno 5 maggio, quando si seppe che Guido Rangone, venuto con le truppe della lega fin sotto le mura di Roma, si era diretto verso Otricoli, non osando combattere senza l'appoggio di nuove milizie, a Roma non fu più possibile trattenere l'orda selvaggia, e questa si gettò sulla preda, mettendo a ferro e a fuoco tutta la città, predando le ricchezze e uccidendo gli inermi cittadini. Il sacco durò, indisturbato, parecchi giorni, con orge e massacri, e fu sospeso soltanto da trattative di resa, iniziate da Clemente VII il 5 giugno ma non condotte poi a termine.

Soltanto il disgusto, provocato in tutta la cristianità da questa azione selvaggia, di cui l'imperatore Carlo V respinse la responsabilità (tuttavia aveva festeggiato alla notizia della presa di Roma), e la peste, sopravvenuta nella città, anche a danno degli invasori, misero fine alla tragica vicenda, che si trascinò per molti anni con le sue terribili conseguenze.

Durante la presa di Roma, il vice-re di Napoli Lannoj scrisse all'imperatore per esortarlo ad un gesto azzardato, la soprressione del potere temporale: "E' giuntoi il momento di liberare il papa e il sacerdozio dai pericoli del mondo; di dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio". Ma Carlo V, che era un cattolico convinto, per quanto la politica lo portasse talora ad agire poco confermemente agli interessi religiosi, non accettò il consiglio; non intendeva combattere o distruggere il papato; ma voleva solo dare una lezione e costringere Clemente VII ad essere suo alleato. Per dimostrare il suo dolore per il saccheggio di Roma, prendeva il lutto e ordinava pubbliche preghiere.


La colpa di questi avvenimenti, che parevano spingere indietro nei secoli le sorti della civiltà, all'epoca dei barbari, fu addossata prevalentemente agli errori del luteranesimo e alla politica incerta e troppo indulgente di Carlo V.

Questa era dunque la difesa che il potente imperatore Carlo V faceva alla povera cristianità dolorante! Ma il ricorso alle forze dei Luterani (i lanzichenecchi) , non meno che a quelle delle altre regioni cattoliche, indicava ormai il progresso che la riforma protestante aveva conseguito, poiché essa si era guadagnata di fatto l'indulgenza e il riconoscimento dell'imperatore, fino al punto da essere di aiuto.
Infatti con queste milizie Carlo il 20 giugno 1528, riuscì a respingere un nuovo attacco portato dai francesi a Milano (battaglia di Landriano) e di lì a poco anche quello della potente flotta di Genova, guidata dall'ammiraglio patrizio Andrea Doria, che passò agli imperiali in cambio di denaro e di garanzie d'indipendenza per la repubblica aristocratica che intendeva instaurare a Genova.

Questo riavvicinamento dell'Impero alla Riforma era giustificato da varie circostanze. Nella lotta contro i contadini, cattolici e luterani si erano trovati congiunti, e molte contrasti erano stati superati. D'altra parte, un gran numero di grandi dell'Impero erano passati alla Riforma e se Carlo V avesse voluto tenere un contegno rigoroso, avrebbe dovuto rinunciare a molte forze che gli erano utili, e a quanto pare necessarie.

In realtà, l'Impero non poteva offrire al cattolicesimo in Germania nessuna seria difesa. La dieta di Norimberga, che si era chiusa il 14 aprile 1524, aveva confermato le decisioni di Worms; ma non era che pura apparenza. Nella sostanza si era subito sminuito il valore di questa decisione, indicendo un'altra dieta a Spira, e domandando di convocare un concilio in Germania, sotto gli occhi dei principi tedeschi, in parte favorevoli a Lutero, e privi dalla vigilanza del pontefice.
Nella prima dieta di Spira, che fu tenuta nel 1526, apparve chiaramente questo riavvicinamento. Cattolici e protestanti si presentavano su una linea di uguaglianza, e l'accordo provvisorio (interim), che ne era il risultato, consentiva ai principi «di vivere e di comportarsi, riguardo all'editto di Worms, come a ciascuno dettava la propria coscienza religiosa e la fede promessa all'imperatore».

Ogni Stato veniva così a conservare la sua libertà religiosa, e i seguaci di Lutero potevano trionfalmente asserire di aver avuto dall'Impero un pubblico riconoscimento. Ed erano infatti quasi tutti luterani, come si è appena detto, quei lanzichenecchi, condotti da Giorgio Frundsberg, che, un anno dopo, si lanciavano contro il Papa e contro la Chiesa cattolica, infamandosi con il triste sacco di Roma.

Gli errori della politica pontificia e l'interesse contingente dell'Impero giustificavano questi avvenimenti. Clemente VII aveva stretto una lega con Francesco I, proprio alla vigilia del suo disastro a Pavia, e l'Impero era stato poi minacciato da una lega di potentati, che gli poteva essere fatale.

Il sacco di Roma e le nuove incursioni di eserciti stranieri sull'Italia erano stati il risultato di una lotta combattuta senza programma preciso e senza risoluzione fra gli alleati antimperiali incerti e divisi, e Carlo V.
Il pontefice Clemente VII ebbe il senso dell'inefficacia di questa lunga guerra, che aveva prodotto soltanto terribili danni; e - sperando in chissà cosa - si riaccostò all'imperatore, fino ad invitarlo a scendere a Bologna a prendere da lui la corona imperiale e d'Italia.

La pace veniva conclusa il 29 giugno a Barcellona. Ne furomo mediatrici Luisa di Savoia, madre del re, e Margherita d'Austria, zia dell'imperatore, e per questo motivo fu detta anche "Pace delle due dame".

Il papa rientrava nel dominio di alcune città del suo Stato, che gli erano riconsegnate da Venezia e dal duca di Ferrara; si lasciava incerta la situazione del ducato di Milano; l'imperatore veniva confermato nel possesso del regno di Napoli, e guadagnava ancora una volta un predominio assoluto su tutti gli Stati italiani.

Riguardo allo spirituale, si convenne che Carlo V e il fratello Ferdinando, prima coi mezzi pacifici, poi con la forza, avrebbero soffocato l'eresia; e i monarchi in cambio ricevevano per questo il privilegio delle entrate dei beni ecclesiastici col diritto di imporre nuove gabelle, sotto il titolo di crociata.
Alla pace di Barcellona seguirono altri accordi. Col trattato di Cambrai (5 agosto 1529), Francesco I riabbracciava i figlioli, rimasti fino all
ora in ostaggio, ma era costretto a malincuore a riconoscere il predominio imperiale.

Nel frattempo l'esercito turco, che aveva assediato Vienna, si era dovuto ritirare. (di questo parleremo in un altro capitolo)
Dopo che Carlo V, riconciliatosi col pontefice, ebbe concluso la pace con la Francia e il pericolo turco fu, almeno per il momento, allontanato, egli si rivolse con rinnovato interesse alla scissione religiosa, che minacciava di lacerare l'Impero, e convocò a Spira una seconda dieta, la quale si raccolse nell'aprile del 1529 e riprese in esame la questione dell'osservanza dell'editto di Worms.

In questa dieta, si cominciò col limitare gravemente la libertà, che era stata concessa nel 1526; si impose a tutti coloro, che vivevano negli Stati cattolici, l'osservanza dell'Editto; si tollerò soltanto che gli Stati divenuti luterani mantenessero la propria religione, ma si impedì al luteranesimo di allargarsi su nuove terre.

L'Austria soprattutto aveva preso una atteggiamento rigoroso contro la Riforma, e voleva condannate anche le dottrine che, sotto l'ispirazione di Lutero, Ulrico Zwingli era riuscito a far prevalere nella Svizzera, e che avevano guadagnato numerosi seguaci nella Germania meridionale.

Contro queste risoluzioni, cinque grandi principi della Germania e 14 Città libere presentarono una solenne protesta. Erano fra questi principi il duca di Sassonia e il marchese di Brandeburgo, e tra le città vi erano i centri più importanti della Germania. La protesta ebbe una forte eco in tutto il paese, e i protestanti poterono da allora ben dire, benché impropriamente, che ogni tedesco era un seguace delle nuove dottrine.

Tuttavia Carlo V, che stava per raggiungere il colmo della sua potenza e che, appunto nel 1529 (5 novembre), aveva ricevuto in Bologna dall'ambiguo Clemente VII, solennemente (con la città tutta in festa, con addobbi straordinari curati dal famoso Giorgio Vasari) la corona di Re italico e quindi quella di imperatore, non disperando di raggiungere un accordo con i protestanti, convocò una dieta ad Augusta per la primavera di quell'anno, e questa dieta si radunò nel giugno del 1530.


La riunione poi detta "Confessione di Augusta"

Intervennero numerosi i luterani più moderati, desiderosi di arrivare ad una conciliazione; e tra essi era, principalmente, Melantone. Si era già avviato anche Lutero, per intervenire all'assemblea, ma l'Elettore Giovanni, suo protettore, lo aveva convinto a fermarsi a Coburgo, città della sua signoria, giudicando pericoloso che lo scomunicato, senza salvacondotto, si presentasse davanti all'imperatore.

L'assemblea era riuscita imponente; e, benché nel programma fosse compresa anche la questione della guerra ai Turchi, tuttavia si sapeva che l'argomento principale sarebbe stato il problema della pace religiosa. Erano presenti anche gli inviati del papa, e i principi più potenti e i prelati più eminenti della Germania cattolica.
Durante il periodo della dieta, Lutero stette quasi in solitudine in casa, tormentato dai dolori fisici di una malattia di cuore, che già gli si era manifestata, pur dedicandosi spesso agli studi. Agli ecclesiastici suoi detrattori, intervenuti alla dieta, egli aveva diretto una esortazione, in cui, dopo aver dato avvertimento di non eccitare il popolo, capace di scatenare una insurrezione simile alla drammatica guerra dei contadini, esaltava sotto vivaci colori lo spirito di sacrificio dei nuovi sacerdoti della riforma. «Sappiate, scriveva, che i predicatori luterani sono uomini pii, incapaci di fare qualsiasi male. Eretici così pii mai non conosceste. Pregate Dio che ve li conservi. Noi vi lasceremo le vostre qualifiche, i vostri titoli di principi e signori, poiché nulla da voi esigiamo, e altro non chiediamo che la libertà di predicare l'Evangelo».

E concludeva: «Ecco quanto avevo da dirvi, in via amichevole. Vi scongiuro di pregare con noi il Signore, affinché ci accordi la grazia e il senno necessari per lavorare in così grave situazione per la sua gloria e per la salvezza nostra. Voi sapete che papa Adriano ha confessato, per bocca dei suoi nunzi, a Norimberga, che la Corte di Roma era la causa di una quantità di abusi e di disordini, offrendosi a lavorare per una riforma. Voi sapete che Dio ha costituito principi e magistrati, non per distruggere, ma per edificare, non per fare tirannia, ma per far prosperare il genere umano. Seguite questi principi, e noi vi aiuteremo a ristabilire il vostro ascendente sul popolo ».

Erano questi accenti caldi e sinceri, ma non certamente appropriati a spianare la via ad una seria riconciliazione. Piuttosto che proposte di accordi, erano ammonimenti e rimproveri, che acquistavano un accento ancora più aspro, in quanto provenivano da un frate considerato apostata.
Intanto i lavori dell' assemblea, nell' attesa dell'imperatore, erano incominciati, e Melantone vi aveva già espresso il suo animo mite e la sua tendenza conciliante. Carlo V giunse ad Augusta in ritardo, il 15 giugno solennemente incontrato e accolto dai principi e prelati e benedetto dal nunzio pontificio Campeggi.
Ricorrendo, nel giorno seguente, la festa del Corpus domini, l'imperatore si mostrò, nella solenne processione, con la torcia in mano, sotto il baldacchino, seguito dai principi cattolici. Mentre i principi protestanti si erano astenuti.
Se questo doveva essere un modo per contarsi, era sbagliato perchè i servili principi sarebbero andati con l'imperatore dovunque lui fosse andato.

Venne così il giorno, in cui si dovevano prendere le decisioni sulla questione della pace religiosa. Allora si manifestarono le tendenze concilianti di alcuni dei seguaci di Lutero; e a loro nome Filippo Melantone presentò una professione di fede, in 28 articoli, che fu detta Confessione augustana. Era un tentativo per raggiungere un accordo tra un cattolicesimo, assoggettato a qualche profonda revisione, ed un luteranesimo moderato.
La confessione d'Augusta si iniziava con un preambolo, in cui si accennava al desiderio di conciliare i contrasti e ridurre le parti alla verità della fede cristiana. Seguiva quindi l'esposizione della dottrina luterana, quale i dottori la credono e la insegnano negli Stati protestanti, conforme alla parola di Dio contenuta nella Sacra Scrittura; e si aggiungeva: «Se gli altri principi e Stati faranno lo stesso, noi dichiariamo di voler con essi loro conferire amichevolmente, rimosso ogni spirito di contenzione, per potere, con l'assistenza di Dio, definire tutte le difficoltà e giungere all'unità della fede. Che, se così non facessero, e si rifiutassero a trattare di religione mediante scritti e conferenze amichevoli, noi dichiariamo innanzi a Dio e in buona coscienza che non intendiamo di avere alcuna parte nella mala riuscita di questo affare, mentre siamo disposti a contribuire con ogni nostro potere al suo prospero evento. Ciò che confidiamo sarà riconosciuto da Vostra Maestà Imperiale, al pari che dai nostri amici Elettori, principi e altri Stati, e in genere da tutte le persone che sono animate da zelo sincero della religione cristiana».

A questo punto seguivano i 28 articoli, in cui erano principalmente messi in luce gli elementi comuni delle fede cristiana. Anche i punti più controversi tra le due interpretazioni religiose erano esposti con somma prudenza. Si affermava "... la libertà dell'uomo di condurre una vita esteriormente onesta e di scegliere fra le cose che sono soggette alla ragione; ma si aggiungeva che, senza la grazia, senza l'assistenza e l'operazione dello Spirito Santo, l'uomo non può rendersi accetto a Dio, nè temere Dio, né credere con sincerità, né eliminare dal suo cuore la mala concupiscenza che gli è innata".

Si osserva che falsamente i luterani erano accusati di voler proscrivere le buone opere, poiché anzi si metteva in contrasto la nuova predicazione, che raccomandava le buone azioni, con l'antica, che si limitava a raccomandare rosari, culto di santi, pellegrinaggi, vita monastica, digiuni e simili puerilità. Sennonché si aggiungeva che i luterani credono che la grazia si ottiene con la fede, senza le opere, poiché solo con la fede si ottiene l'amore di Cristo, unico mediatore fra gli uomini e Dio. Si ammetteva come cosa utile e giusta la memoria dei Santi; ma si negava che la loro implorazione fosse comunque ammessa come fonte di remissione di peccati e come appoggio efficace alle salvazione eterna.

Non si negava in principio la vita monastica, che veniva esaltata nella purezza e nella libertà dei tempi agostiniani, ma si affermava che tutti coloro, i quali non si sentono disposti alla vocazione del celibato, erano liberi di contrarre matrimonio.

Infine, si taceva sui problemi tanto dibattuti delle indulgenze, dei pellegrinaggi, degli abusi di scomunica, delle contestazioni fra monaci e parroci.
L'atto portava le firme dell'Elettore di Sassonia, del Margravio di Brandeburgo, del Duce di Luneburgo, del Langravio di Assia, del principe di Anhalt, e delle città di Norimberga e di Reutlingen. Non c'era da stupirsi, che Melantone avesse affermato che la dottrina da lui riassunta non si discostasse da quella della Chiesa cattolica.

Ma Lutero vigilava. Nel suo spirito rigido e intransigente, egli temeva ogni accostamento con i suoi inconciliabili nemici, i cattolici. Dal castello di Coburgo, dove egli conduceva la sua vita di studio, simile a quella che aveva condotta qualche anno prima nella Wartburg, egli non si stancava di raccomandare agli amici suoi di non cedere e di ritornare liberi da ogni compromesso.

Contemporaneamente alla confessione di Melantone, egli pubblicava un commento al Salmo secondo, dove indicava che, trattando col papa e coi suoi seguaci, si trattava con veri demoni, tanto nelle azioni di costoro prevalgono le astuzie del diavolo. E a Melantone dichiarava che si era troppo concesso; mentre gli avversari nulla concedevano, anzi chiedevano dai riformisti un avallo puro e semplice delle loro dottrine e delle loro persecuzioni.
Egli aggiungeva che, per trattare una conciliazione, si sarebbe prima dovuto richiedere che il papa rinunciasse al papato. E aggiungeva perentorio alla fine: «Troncate, troncate e tornate a casa».

Le lunghe dispute religiose approdarono a nulla. I seguaci di Lutero piuttosto delusi abbandonarono la dieta, convinti ormai che la nuova fede non poteva sperare riconoscimento e successo, senza la guerra; mentre, essendo stata condannata come eretica anche la nuova confessione introdotta da Melantone, Carlo V emanava un altro editto che annullava la vendita dei beni ecclesiastici e comminava l'esilio e la morte ai ribelli.

Era ormai piena la rottura, irrimediabile, fra i cattolici e i luterani. I principi e le città luterane si strinsero allora nella lega, che, dal luogo dove si concluse, si disse di Smalcalda (22-23 dicembre 1530).
Con questa lega, Filippo d'Assia cerca di unire in una sola forza la cristianità contro l'imperatore, e cerca appoggio nelle città anseatiche, in Danimarca, in Svizzera, in Francia, in Inghilterra. Ormai il protestantesimo non é più soltanto un movimento religioso che trascina con sé qualche conseguenza politica. Esso é una forza politica europea, pronta anche alla guerra, e questa forza segna la decadenza dell'autorità fino allora esercitata dall'Impero, che, col distacco effettivo, se non nominale, della Germania, con la formazione indipendente dei nuovi Stati nazionali, con la decadenza dell'Italia, perde ogni funzione sovrana e si riduce ad un nome vano senza soggetto.

La lega protestante, che abbraccia gran parte della Germania, diventa dunque una forza politica. Oltre il Langravio di Assia, vi partecipavano l'Elettore di Sassonia, i duchi di Brunswick Luneburg, i conti di Mansfeld, il principe di Anhalt, le città di Magdeburgo, di Brema, di Lubecca, di Strasburgo, di Costanza, di Memmingen, di Lindau, di Ulma, di Reutlingen, di Bibrach. A questa lega, presto si aggiunse il re di Francia, il quale stava per liberarsi dai vincoli della pace di Cambrai, e, a capo della sua nazione, ormai divenuta unitaria, era intento ad impedire, con tutte le forze, la realizzazione del sogno di Carlo V.
Questi, infatti, raggiunto con la incoronazione imperiale il colmo della potenza, aveva concepito il sogno di trasformare il potente prestigio, da lui guadagnato, in una signoria diretta ed effettiva, per cui tutta l'Europa soggetta all'Impero avrebbe dovuto essere organizzata in un solo e vasto Stato, lo Stato imperiale, e su tutto e su tutti avrebbe dovuto dominare, con l'aiuto della retta fede, il grande monarca universale.

Nei primi di febbraio del 1526, Carlo (aveva 26 anni) si era unito in matrimonio con la ventitreenne principessa Isabella del Portogallo e un anno più tardi, per l'esattezza il 21 maggio 1527, nacque a Valladolid l'erede di Carlo, Filippo; il bimbo avrebbe dovuto portare gioia e spensieratezza, invece Carlo che era profondamente cattolico fu rattristato e costernato in quei giorni per il quasi contemporaneo saccheggio di Roma (6-12 maggio).

Quanto al "grande monarca universale" Carlo V non si accorgeva che questo sogno era più che mai lontano dalla realtà. Proprio allora la Germania si era divisa in due campi, uno dei quali avverso all'Impero, e quest'ultimo si univa in lega con Francesco I, ossia col monarca più potente, che avversava questo sogno cesareo; e ne impediva ogni realizzazione.

Passi giganteschi aveva fatto la riforma anche nella Svizzera; ma qui non per influsso di Lutero, ma bensì per la predicazione e per l'azione di un sacerdote svizzero, Ulrico ZWINGLI, il quale era nato a Wildehausen (San Gallo) nel 1484, aveva conseguito la laurea a Basilea nel 1502, e, come curato di Glarus e di Einsielden, aveva tuonato contro il servizio militare mercenario dei suoi compatrioti. Stabilitosi a Zurigo nel 1518, Zwingli, ispirato dalle dottrine di Lutero, si era opposto con tutte le sue forze al traffico delle indulgenze, e aveva dichiarato, che si proponeva di spiegare la dottrina cristiana servendosi esclusivamente dei testi della Bibbia.

A differenza di Lutero, Zwingli non si scagliava contro gli umanisti, anzi si sforzava di servirsi della dottrina umanistica per giungere ad una spiegazione più elevata e più perfetta dei testi sacri; e si avvaleva di tutte le forze politiche per dirigere la vita religiosa e civile del suo cantone.

Ma queste dottrine si ponevano ormai arditamente sulla strada dell'eresia. Nel 1522, giovarsi, che si era già unito in matrimonio segreto, si pronunciava contro il celibato dei preti e si lanciava nella predicazione contro la vita del monacato, contro la confessione, contro le feste dei santi; e, poiché una parte del Consiglio della sua città si era dichiarato a suo sfavore, egli non esita a sostenere una pubblica disputa, il 29 gennaio 1523, sotto la presidenza del borgomastro. Il Gran Consiglio si pronunciò a favore di queste dottrine; e gli avversari, non potendo opporre che l'autorità della Chiesa, dovettero dichiararsi vinti.

Nel medesimo giorno, i pubblici poteri del cantone di Zurigo emanavano l'ordine a tutti gli ecclesiastici di non predicare d'ora innanzi che secondo la Santa Scrittura; e a questo modo si sanciva, in pratica, l'abbandono dell'antico sistema religioso, e se ne introduceva un altro indipendente, sotto la direzione di Zwingli.
Si realizzava così, nel cantone di Zurigo, grazie all'alleanza col potere laico, una profonda riforma religiosa. I monasteri venivano soppressi, e questi cedevano i loro privilegi sovrani all'autorità cantonale.

D'altra parte, le dottrine di Zwingli venivano così specificate: se la Bibbia era come per Lutero, la base unica della dottrina religiosa, Zwingli si dimostra anche più rigoroso, in questo, in quanto non accetta nemmeno ciò che non appariva in contraddizione con quel testo sacro; ripudia ogni culto esterno; disconosce ogni gerarchia religiosa, proclamando il libero esame; e vede nell'eucarestia un semplice simbolo, un segno di unione spirituale con Dio. E mentre Lutero lascia appena intravedere qualche traccia del principio della predestinazione, invece Zwingli afferma che la salvezza è una grazia speciale che Dio accorda agli eletti, predestinati alla loro missione umana e immortale prima ancora della creazione del mondo.

Le dottrine di Zwingli guadagnano rapidamente anche altri cantoni: San Gallo, Appenzel, Toggenburg, Glarus, Sciaffusa, e i Grigioni; mentre le influenze si facevano sentire anche a Berna e a Basilea. Tuttavia queste dottrine trovavano forti avversari, principalmente a Lucerna e nei paesi che aderivano a questo cantone. Si venne così ad una lotta aperta nella Svizzera, fra i cantoni cattolici e quelli che seguivano le dottrine di Zwingli. Zurigo e il suo riformatore non allentarono tuttavia la loro propaganda e si prepararono alla guerra; la quale, sospesa per un certo periodo dalla disfatta toccata a Francesco I a Pavia, per cui si raffreddarono le simpatie per Carlo V e per l'Austria, scoppiò tuttavia furibonda nel 1529; e trascinò con sé anche le varie alleanze fra le due parti in lotta.

Lungi dallo stabilire una libertà religiosa di qualsiasi natura, anche la dottrina di Zwingli come quella di Lutero, aveva dato origine ad una pura chiesa di Stato. Il pastore del Grossmunster, Ulrico Zwingli, dominava a Zurigo, il Gran Consiglio e il Comune, di modo che, sotto forme democratiche, si nascondeva una vera teocrazia, simile a quella che più tardi doveva istituire Calvino a Ginevra.

Ormai, nel giugno 1529, l'esercito di Zurigo e dei suoi alleati stava contro a quello dei cinque cantoni avversari, quando, per intermediario del landamanno di Glarus, si concluse una pace, che consentì anche alla religione riformata una perfetta uguaglianza, e il diritto libero della predicazione.

Poco più tardi, nel 1531, scoppiò una nuova guerra, nella quale doveva morire valorosamente anche lo stesso Zwingli; e allora fu possibile una pace definitiva, in cui fu riconosciuta una perfetta parità di condizioni alla religione cattolica e alla religione riformata, impegnandosi i seguaci di Zwingli a cessare ogni altra propaganda fra i cattolici.
Così anche nella Svizzera, come già in Germania, le idee riformiste trionfanti avevano prodotto quella conseguenza, che fu così fatale al progresso della Germania tra il secolo XVI e il XVIII, e cioè la scissione politica, per cui gli Stati riformisti si opposero con odio profondo agli Stati cattolici, impedendo quella fusione, che avrebbe garantito certamente un più sicuro progresso a tutti gli Stati e sicuramente meno guerre.

Leggeremo nel prossimo capitolo
i progressi di questa riforma in Germania e negli altri Paesi occidentali

PROGRESSI DELLA RIFORMA IN GERMANIA
E NEGLI ALTRI PAESI OCC.LI > >

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