-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

131. LA SVEZIA E IL RE GUSTAVO ADOLFO

 

Fra i tanti "signori della guerra" e i mercenari a loro servizio, che in queste guerre dal 1618 stavano insanguinando il territori dell'Europa, re di Svezia Gustavo Adolfo è una de quelle figure che emergono in modo particolare nella marea delle personalità e dei caratteri perché parlano al nostro sentimento e costituiscono come l'elemento lirico della storia.
Per quanto fosse profondamente religioso egli era alieno da ogni fanatismo. In politica non era affatto un idealista. Nella vita privata non indulgeva ad alcuna delle passioni che erano allora di moda negli ambienti principeschi e corrompevano la nobiltà. Persino la caccia non lo assorbiva eccessivamente, cosicché deve ritenersi vero quanto di lui si diceva che cioè fino al momento della sua assunzione al trono si era principalmente dedicato agli studi scientifici e artistici.

Di suoi amori e trascorsi giovanili non si ha notizia. Egli avrebbe desiderato sposare la contessa Ebba Brahe, ma visto che sua madre era contraria a queste nozze, si consolò unendosi con Margherita Kabeliau, figlia di un mercante olandese, che gli partorì un figlio che morì poco dopo.
Circa Cristina Flemingh, alla quale egli indirizzò dei versi, non sappiamo nulla di preciso. Il suo posteriore matrimonio con Eleonora di Brandenburgo fu un atto politico; quando la chiese in moglie non l'aveva neppur ancora vista, e perciò essa gli fu indifferente per tutta la vita, mentre la principessa lo amò con tenerezza addirittura fanatica. Tanto più peraltro si deve ammirare la virtù ch'egli ebbe di sapersi mantener casto. Non poche benemerenze egli si era già acquistate, allorché si decise e volle assumersi la missione di umiliare la casa d'Absburgo, della cui potenza aveva sentito il grave peso nelle sue lotte in Polonia.

Allorché poi Wallenstein comparve sul Baltico Gustavo comprese subito che per la Svezia era questione di vita o di morte impedire un aumento di potenza dell'imperatore sulle sponde di quel mare. I mezzi di cui poteva disporre non erano grandi, ma egli possedeva un tesoro che nessuna delle potenze belligeranti poteva vantare: era un principe nazionale.
Il suo esercito non era un'accozzaglia di soli mercenarii non affratellati da alcuna comunità di sentimenti e di idee, ma il nucleo principale di esso era composto di bravi contadini svedesi che andavano contenti incontro alla morte per la gloria della loro patria e del loro re.

Gustavo Adolfo e i suoi soldati svedesi prendevano la guerra sul serio e non come un affare o come una occasione per riempirsi il borsellino. Al re era persino riuscito di moderare alquanto le abitudini dissolute di vita che da un decennio si erano insinuate negli eserciti mercenari. Lui odiava ogni mollezza e si allenava alle fatiche come un soldato semplice.

Se lo coglieva una febbre, la scacciava intensificando i suoi esercizi di scherma. Il suo stile nel parlare e nello scrivere era conciso e chiaro, ricco di immagini e di sentenze, ma non di rado anche aspro; egli possedeva in alto grado il dono di quella suggestiva eloquenza popolare che tanto ascendente procura nei contatti diretti con un popolo poco colto.
I successi non ingenerarono in lui superbia e altezzosità, ma egli non mancò di dare la sensazione della sua potenza ed autorità col rivestirsi di una certa dignità esteriore. Di solito calmo e misurato, andava tuttavia soggetto talora a quei temibili scoppi di collera impetuosa propri della razza germanica. Se recava però un torto a qualcuno era immediatamente pronto a dargli soddisfazione.

L'esercito di Gustavo Adolfo determinò una grandissima influenza nel campo dell'arte militare. Il re non ritenne opportuno modificare l'organizzazione della sua milizia cui era assente il raggruppamento delle truppe in grossi e pesanti reggimenti simili ai grossi eserciti mercenari; le sue unità tattiche erano invece più piccole, ma in compenso abili, più numerose e mobilissime. Ciò agevolava anche l'uso dell'artiglieria campale che cominciava a sentire il bisogno di procedere sotto la protezione delle fanterie.
La sua cavalleria non era composta di gente buona unicamente a lanciarsi a capofitto alla carica disordinatamente, salvo poi a perdersi d'animo e mettersi in fuga se l'ostacolo resisteva, ma era formata di soldati saldi e tenaci, sempre pronti a tornare alla prova se un attacco non riusciva.

Conscio dell'importanza dell'artiglieria, il re si preoccupò sempre di avere a disposizione un sufficiente numero di cannoni. Si sono voluti mettere a confronto Wallenstein e Gustavo Adolfo come generali. Ma è un'impresa condannata a priori a riuscire poco concludente per il fatto che é difficile dimostrare che Wallenstein possedesse qualità militari e capacità tattica e strategica di qualsiasi genere.
Volendo caratterizzare la posizione che i due occuparono rispettivamente nella storia della guerra, si può dire che gli eserciti di Wallenstein rappresentano l'ultima estrinsecazione del merceranismo accompagnata da quella degenerazione che di rado é risparmiata alle organizzazioni corporative morenti, mentre con Gustavo Adolfo spunta l'elemento storico nuovo degli eserciti nazionali. Per il momento si tratta tuttavia di un esercito nazionale che é esclusivamente al servizio di un principe; ma esso é già animato da uno spirito di solido patriottismo oltre che da spirito di cameratismo militare.

Il 6 luglio 1630 Gustavo Adolfo occupò Usedom e Wollin, il 21 luglio Stettino col consenso forzato di Bogislav, l'ultimo duca di Pomerania.
Contemporaneamente egli comunicò ai principi tedeschi protestanti, con i quali si era già prima posto in relazione, la sua intenzione di venire in aiuto a quelli che avevano perduto i loro domini a causa della religione che professavano, di reclamare l'abolizione dell'editto di restituzione e di impedire ogni restrizione delle disposizioni della pace di Augusta.

Era evidente che egli non poteva raggiungere i suoi scopi se prima - mediante una serie di alleanze con i principi protestanti - non si creava una base strategica ed una giustificazione giuridica internazionale del suo intervento negli affari interni della Germania.
E certamente un gran numero di signori e città protestanti si sarebbero subito messi dalla sua parte se i due principi elettori di Sassonia e di Brandenburgo avessero dato il buon esempio; tanta più che soltanto essi potevano spianare al re la via dell'invasione perché i loro territori erano adiacenti alle prime posizioni da lui occupate che comprendevano una zona profonda poche miglia sulla costa del Baltico.

Ma per il principe di Brandenburgo non si poteva dare avvenimento più preoccupante dello sbarco di Gustavo Adolfo accompagnato dall'occupazione della Pomerania, perché era da prevedere che il re di Svezia alla morte di Bogislav avrebbe ostacolato in ogni modo il passaggio di quel ducato al cognato del principe.
Quanto al principe di Sassonia, questi non aveva voluto ammettere che potenze straniere si ingerissero negli affari interni della Germania; ma non aveva considerato che allora i principi protestanti avevano tanto più il dovere di provvedere essi medesimi alla difesa dei loro diritti e dei loro correligionari.
Troppo tardi si diede da fare in questo senso invitando per l'8 gennaio 1631 tutti i protestanti ad un convegno a Lipsia. Era sua intenzione di creare un partito speciale per imporre condizioni di pace sia all'imperatore come al re svedese sostenendo che non si doveva più lasciare avanzare in territorio germanico. Il progetto era certamente giustificato in astratto, ma il principe nella sua presunzione non s'accorse che per effettuarlo occorreva averne la forza e che invece le forze ch'egli possedeva non erano tali da fare troppa impressione né sull'imperatore e la Lega, né su Gustavo Adolfo.

Malgrado tutto però il re di Svezia non avrebbe potuto reggere ancora a lungo rimanendo inattivo, aggrappato alla costa ed alla foce dell'Oder, se non gli si fossero offerte delle buone occasioni per spingere avanti gradatamente alcuni reparti di truppe ed ampliare così la sua base di occupazione. Le guarnigioni imperiali dislocate nella Marca si arresero al primo avvicinarsi degli svedesi. Con l'occupazione di Francoforte sull'Oder il re riportò un successo strategico assai vantaggioso perché in tal modo dominò così la strada che conduceva nella Slesia, e così la strada che dalla Lausitz portava nella Marca.

Le truppe imperiali che ancora esistevano in alcune piazze della Pomerania, del Brandenburgo e delle regioni vicine, erano in stato di dissoluzione. Il tesoro imperiale non aveva mezzi per pagarle e il paese esausto non era più in grado contribuire con altro denaro.
La Lega possedeva tuttavia da 20 a 24 mila uomini, ma erano sparpagliati su una vasta estensione e non se ne potevano radunare che 15 o 16 mila.

L'occasione all'inizio delle ostilità in grande stile fu data dalla città di Magdeburgo. Il margravio Cristiano Guglielmo di Brandenburgo, che era stato amministratore dell'arcivescovado ma nel 1627 era stato deposto dal capitolo del duomo, sperò di rientrare in possesso del beneficio con l'aiuto degli svedesi. In seguito alle manovre ed istigazioni del suo cancelliere Stallmann, appoggiato dal clero evangelico, e dietro assicurazione che un notevole corpo di truppe svedesi era in movimento per venire a difendere la città, questa si decise il 1° agosto 1630 a stringere alleanza con Gustavo Adolfo.

Per incarico del re il 19 ottobre giunse a Magdeburgo il maresciallo Falkenberg per dirigere la difesa della città contro gli imperiali. Questi peraltro constatò subito l'assoluta insufficienza dei mezzi allo scopo disponibili perché la città non aveva denaro e possedeva 400 uomini soltanto. Informò il re circa la situazione, ma Gustavo Adolfo non credette di potere ancora avanzare fino all'Elba. Fu dunque un inganno teso alla città se le si fece credere il prossimo arrivo di un esercito svedese liberatore, allorché il maresciallo imperiale Pappenheim comparve sotto le sue mura e costrinse a far abbassare le armi alle poche truppe che Falkenberg aveva potuto dislocare all'esterno.

Falkenberg disponeva in tutto di 2.400 soldati, mentre Tilly poteva mettere in movimento occorrendo 24.000 uomini. Le fortificazioni di Magdeburgo erano incomplete e trasandate, a renderle valide non sarebbe bastata l'intera popolazione, qualora avesse voluto prendere le armi. Falkenberg sapeva bene che la città era perduta; ma, dal momento che non poteva essere salvata, Gustavo Adolfo decise di sacrificarla e di far sì che nelle mani degli imperiali non cadesse che un mucchio di rovine.
Allo scopo organizzò con amici personali e con marinai e pescatori rimasti senza pane, protestanti fanatici, una fazione che si impegnò segretamente a compiere la distruzione.

Il 18 maggio l'araldo imperiale annunziò al consiglio cittadino che nella notte dal 19 al 20 si sarebbe dato l'assalto alla città, ove questa non si arrendesse. Falkenberg riuscì ad evitare durante tutto il 19 che il consiglio cittadino votasse per la resa. Quando fu passato il termine utile, e fu annunziato da ogni parte che il nemico era in procinto di forzare il fossato e le trincee, Falkenberg senza aver prima organizzato una qualsiasi difesa, si lanciò con le sue scarse truppe contro gli assalitori.
Vi cercò e trovò la morte; ma contemporaneamente da numerosi tetti della città si levarono colonne di fuoco. Gli amici di Falkenberg erano al lavoro; e la loro opera di incendiarii, favorita da un uragano, devastò in tal modo la città che già nella giornata successiva, salvo il duomo e le capanne dei pescatori, un cumulo di rovine desolate rimase a segnare il luogo ove era stata Magdeburgo.

Subito dopo cominciò la depredazione da parte dei vincitori. Nessun generale, neppure l'imperatore, avrebbe potuto rischiare di negare ai soldati questo diritto riconosciuto dalle consuetudini, quello di saccheggiare per tre giorni consecutivi una piazzaforte conquistata con le armi alla mano.
Fra i vincitori di Magdeburgo si trovavano, oltre a numerosi polacchi e croati, non pochi di quei soldati che alla scuola di Wallenstein erano stati abituati ai più terribili saccheggi; e la loro furia fu esaltata al massimo grado dal fatto che da mesi non percepivano la paga spettante, da settimane non vivevano che di pane e acqua, che erano ricoperti di cenci, mentre ora avevano a portata di mano l'agognato bottino.

Tuttavia le descrizioni delle atrocità commesse in questo saccheggio sono come di solito esagerate, la massa degli abitanti di Magdeburgo non perì per mano dei vincitori, ma morì soffocata nelle cantine e nei granai dove si era nascosta. L'assassino di tutta questa gente fu Falkenberg, il cui misfatto (l'incendio distruttivo) peraltro produsse in gran parte i frutti desiderati, giacché la conseguenza della distruzione di Magdeburgo fu la battaglia di Breitenfeld in cui restò annientato il sinora imbattuto esercito di Tilly.

L'espugnazione e l'incendio di Magdeburgo, l'autore vero del quale soltanto ai giorni nostri si é potuto identificare, fu un avvenimento che persino in quell'epoca abituata alle maggiori atrocità della guerra provocò scandalo ed orrore.
I protestanti della Germania settentrionale furono presi da grande trepidazione non solo per i crudeli metodi di guerra che essi ritenevano adottati ora dai cattolici, ma anche e sopra tutto perché sospettavano che l'imperatore e la Lega volessero procedere senza riguardi a distruggere i risultati della pace d'Augusta ed a sovvertire lo stato di cose esistente nei riguardi confessionali.

Le voci che sinora si erano levate contro l'ingerenza di Gustavo Adolfo negli affari interni della Germania, tacquero immediatamente. Dal pulpito e mediante opuscoli di propaganda derivanti anch'essi in massima parte da predicatori venne gettato il grido d'allarme e diffusa la sensazione che erano in gioco la libertà religiosa e i possedimenti ecclesiastici incorporati ai territori protestanti.

Gustavo Adolfo aveva intanto mandato avanti celermente i preparativi per la sua avanzata. La prima condizione per poterla effettuare era per lui di essere completamente sicuro del principe di Brandenburgo, e quindi reclamò la conclusione di un trattato di alleanza a senso del quale le truppe e le fortezze brandenburghesi fossero sottoposte al suo esclusivo comando.
Giorgio Guglielmo si schernì a lungo e non si smosse neppure quando suo cognato marciò su Berlino, prese tutte le disposizioni per bombardare la città e gli dichiarò che d'ora in poi lo avrebbe trattato come un nemico (19 giugno 1631).
Solo la mediazione delle dame della corte berlinese riuscì a riconciliare i due parenti. Il principe, che aveva sempre sperato che la Sassonia conducesse in porto un accordo tra l'imperatore e i principi protestanti partecipi del convegno di Lipsia, si persuase finalmente che tale accordo si sarebbe per lo meno fatto attendere un pezzo e che nessuno si sarebbe mosso per aiutarlo a difendersi contro Gustavo Adolfo; perciò aderì a tutte le richieste di suo cognato, compresa quella di dare il suo consenso al trattato fra la Svezia e il duca di Pomerania, per quanto vedesse con ciò quasi svanire la speranza di raccogliere l'eredità di quel ducato, giacché il Brandenburgo non sarebbe stato mai in grado di indennizzare la Svezia delle spese incontrate per cacciare gli imperiali dalla Pomerania.

Durante queste trattative una rapida avanzata di Tilly avrebbe messo in serio imbarazzo Gustavo Adolfo e sembra che Pappenheim l'avesse consigliata. Ma lo sperimentato condottiero esitò perché non si sentì abbastanza forte e perché dovette preoccuparsi delle minacce che si profilavano da parte avversaria non lontano ed anche alle spalle del suo esercito.
Il maggior pericolo rappresentava per lui la congiunzione delle truppe del langravio di Assia-Kassel con quelle dei fratelli Guglielmo e Bernardo di Weimar che fin dal giugno erano arrivati con 7.000 uomini in Assia. Tuttavia alla fine di luglio e nei primi giorni di agosto Tilly tentò con le sue avanguardie di prender contatto col nemico sulla bassa Elba; ma già i primi combattimenti riuscirono così sfavorevoli alle truppe imperiali e ne scossero talmente il morale che al comandante parve indispensabile prender la via della ritirata verso sud.

Ma ben presto Tilly vide sorgere il pericolo di essere colto sul fianco dai Sassoni. Il principe Giovanni Giorgio infatti si era alleato col re di Svezia mediante il trattato di Torgau (1° settembre) cui aveva dato la sua adesione anche la Francia. In virtù di questo trattato Gustavo Adolfo assunse il comando supremo dell'esercito sassone garantendo al principe il rispetto della sua sovranità sul paese. Poche settimane dopo i due alleati si incontrarono a Duben e convennero di sferrare un attacco immediato contro l'avversario che in quel momento si trovava nei pressi di Lipsia. Gustavo Adolfo mise in campo 27.000 uomini, il principe di Sassonia 20.000.

Anche Tilly aveva raccolto tutte le truppe che aveva potuto mettere assieme. Particolarmente pregevole era il corpo di 10.000 uomini recatogli dall'Italia dal conte Fürstenberg. Questi soldati provenivano dal Mantovano. Qui in un secondo assedio di Mantova il maresciallo Aldringen si era per tradimento impadronito della città, dopo che Gallas aveva inflitto a Goito e Valeggio una grave sconfitta all'esercito veneziano che accorreva a liberarla. Purtroppo anche in questo caso non fu possibile rifiutare ai soldati il loro diritto al saccheggio, ed essi distrussero ciecamente uno dei centri dove con maggior ricchezza si rispecchiava tutto lo splendore del rinascimento italiano. Non si potrà forse mai accertare quanti tesori d'arte figurativa siano andati perduti nel sacco di Mantova. Allora il valore venale degli oggetti rubati fu calcolato almeno a 18 milioni di scudi. La sventura dell'Italia fu aggravata poi dallo scoppio di una formidabile pestilenza.

L'imperatore tuttavia non trasse alcun vantaggio dalla vittoria delle sue armi. Cariche di tesori, le sue truppe rivarcarono le Alpi per proseguire una guerra che arrecò alla Germania danni altrettanto gravi quanto all'arte italiana la rapina di Mantova.
Non sarebbe stato nelle intenzioni di Tilly di battersi subito con Gustavo Adolfo; ma il generale Pappenheim fu di parere contrario e il 17 settembre 1631, accettò battaglia a Breitenfeld presso Lipsia. Il suo esercito aveva lo schieramento abituale e ormai noto; alle due ali la cavalleria, al centro le fanterie ordinate in masse profonde e perciò poco agili e incapaci di sviluppare un fuoco rapido e intenso.

Tilly aveva deciso di farsi attaccare dal suo nuovo avversario tenendosi sulle alture a nord-est di Lipsia, e quindi ordinò a Pappenheim di ritirarsi immediatamente, mandandogli un rinforzo di alcune migliaia di cavalieri. Ma ciò non fu più possibile, ed anzi lo stesso Tilly dovette abbandonare la sue buone posizioni per salvare il suo collega. Egli concentrò il primo attacco contro i Sassoni ed ottenne uno splendido successo; l'intero corpo dell'esercito, malgrado il valore personale di Arnim, si scompigliò e si diede a fuga precipitosa. Ma nell'inseguimento Tilly offrì il fianco scoperto agli svedesi. Gustavo Adolfo si gettò sull'incauto, e mediante la combinazione del fuoco di moschetteria e delle cariche di cavalleria - tattica nuova sui campi di battaglia tedeschi - ottenne risultati stupefacenti. I moschettieri sparavano contemporaneamente su tre file e col fuoco serrato scompaginavano le masse di fanteria nemica, nei cui ranghi poi gli squadroni lanciati a briglia sciolta compivano una terribile opera di distruzione e di morte.

L'esercito imperiale perdette in questa battaglia da 10 a 12 mila uomini rimasti sul campo e 7.000 prigionieri.
Si può facilmente immaginare l'impressione che questo avvenimento fece nell'ambiente protestante. Il re di Svezia agli occhi della massa apparve come l'angelo inviato da Dio per la difesa della loro fede e la punizione dei reprobi. Perciò la marcia che ora il re iniziò verso il Reno si trasformò in un vero trionfo. Egli prese questa direzione perché era convinto che nessuna minaccia poteva venirgli dalla parte della Boemia e dell'Austria, dal momento che l'imperatore non aveva là che qualche reggimento e non possedeva più in sostanza un esercito.
Era sicuro poi che la Lega allo stato delle cose avrebbe dovuto tenere immobilizzate le sue truppe per la difesa dei singoli territori dei suoi membri. Fra questi, i paesi renani erano i più debolmente muniti; e su di essi puntò il re perché poteva più facilmente impadronirsene e perché impadronendosene avrebbe tenuto in scacco l'unico nemico che poteva ancora mettere in linea contro di lui forze di una certa entità.
Infatti Massimiliano di Baviera si sarebbe trovato nell'impossibilità di sguarnire il suo territorio e marciare verso l'Elba finché incombeva sul suo fianco la minaccia di Gustavo Adolfo e del suo esercito vittorioso.

Wallenstein dopo il suo licenziamento era ritornato nel suo ducato di Friedland. Questo non era un semplice aggregato di possedimenti, ma dal 1627 rappresentava una nuova unità politica, avendo l'imperatore concesso di introdurvi una legislazione territoriale ed una propria organizzazione giudiziaria; anche amministrativamente esso era autonomo e non dipendeva affatto dal governo di Praga. La capitale era Gitschin, centro degli uffici amministrativi. Qui si erano trasferiti pure molti dei generali e seguaci di Wallenstein, acquistandovi delle abitazioni con l'aiuto del duca. Artigiani e architetti trovarono nel ducato abbondante lavoro e ottimo guadagno, e numerose famiglie dedite alle industrie e ai commerci vi immigrarono non solo dalle contrade vicine ma persino dall'Olanda e dalla Francia.

Per sontuosità e bellezza artistica superava di gran lunga gli edifici di Gitschin il palazzo di Wallenstein a Praga che anche oggi costituisce uno dei più pregevoli monumenti della capitale boema. La sua corte emergeva non solo per il numero ma per l'alto rango dei funzionari che vi erano addetti; gran maggiordomo ne era il conte Paolo di Lichtenstein, gran tesoriere un conte Harrach, grande scudiero il conte Hardegg e vice scudiero il barone di Breuned. Erano tutti ben pagati, avevano cocchio e cavalli a disposizione e sedevano alla stessa tavola del duca.

Subito dopo lo sbarco di Gustavo Adolfo gli amici di Wallenstein (non lui in persona) cercarono di mettersi in relazione col re, essendo convinti che il duca avrebbe colto volentieri ogni occasione per vendicarsi dell'affronto ricevuto e per far sentire ai suoi nemici la propria potenza. Documenti rinvenuti negli archivi svedesi e sassoni ci mettono oggi in grado di conoscere sufficientemente il lavorio fatto da costoro per render possibile e realizzare una intesa tra il duca ed il re. Anima di tutte queste manovre furono Raschin ed il vecchio conte di Thurn.
Naturalmente Wallenstein si guardò bene dal mettere in giro documenti scritti di propria mano in merito a simili trattative, ma si servì sempre di interposte persone, per lo più del generale von Arnim. Raschin assicura che Wallenstein tramite suo comunicò al re di esser pronto ad attaccare le truppe imperiali che si trovavano nella Slesia, se egli metteva a sua disposizione un corpo di 12 a 14 mila uomini.

Ma Gustavo Adolfo declinò l'offerta perché non si fidava proprio per nulla di Wallenstein.
Ma per il re di Svezia fu un errore non avere accolto tale proposta che gli avrebbe dato indubbiamente il modo di condurre rapidamente a vittorioso termine la campagna contro l'imperatore. Wallenstein infatti oltre al corpo svedese posto dal re a sua disposizione avrebbe di certo messo assieme anche un corpo di truppe proprie, e la così detta armata slesiana dell'imperatore non sarebbe stata allora in grado di resistere ad un esercito così forte. Se poi il re, invece di marciare verso il Reno, avesse preso la direzione del Danubio, e qui sgominato gli ultimi residui dell'esercito della Lega e poi puntato decisamente su Vienna, lui e Wallenstein si sarebbero trovati in condizione di dettare la pace generale che da ogni lato era invocata.

Ma Gustavo Adolfo era già troppo impegnato per poter modificare i suoi piani, e poi voleva manifestamente vedere prima se gli riusciva di ottenere senza l'aiuto di quel parvenu l'instaurazione della pace generale e l'incremento della sua potenza sul Baltico. Egli aveva già nel gennaio 1631 concluso a Barnwald un'alleanza per cinque anni con la Francia per la difesa degli amici comuni, per la libertà del commercio sul Baltico e per la restaurazione dei principi oppressi. Per il raggiungimento di questi scopi il re si era impegnato ad impiegare un esercito di 30.000 fanti e 6.000 cavalieri ed aveva inoltre garantito di non arrecare attentato di sorta alla religione cattolica nei luoghi conquistati e di instaurare rapporti di amicizia col principe di Baviera e con la Lega, purché dall'altra parte si fosse tenuto un contegno uguale. Rispettivamente la Francia si obbligò a pagargli un sussidio annuo di 400.000 talleri, ed era questo l'unico denaro contante sul quale egli poteva far calcolo. Gustavo Adolfo dichiarò espressamente che avrebbe cercato il definitivo compenso alle spese di guerra sul Baltico e precisamente in Pomerania. L'opinione pubblica nell'ambiente protestante tedesco lo voleva imperatore. Non é possibile dire se le sue ambizioni arrivassero sino a questo punto, anche perché la morte prematura non gli diede probabilmente tempo di risolvere neppure nell'interno dell'animo suo la questione.

Quando Wallenstein apprese il rifiuto del re alla sua proposta si sentì offeso e decise di accettare l'incarico che l'imperatore gli offriva per mezzo del consigliere segreto Questenberg di trattare col maresciallo sassone Arnim un accordo col principe elettore di Sassonia. Arnim ad autunno inoltrato aveva invaso la Boemia ed il 15 novembre aveva occupato Praga, abbandonata pochi giorni prima dagli imperiali al comando del generale Maradas. Anche il principe di Sassonia arrivò alcuni giorni più tardi a Praga, ove fu immediatamente ripristinato il culto evangelico. Lo seguivano numerosi fuoriusciti, accorsi a riprendersi i beni loro confiscati. Ma la loro gioia durò poco perché nel dicembre rientrarono in Boemia, provenienti dalla Baviera, le truppe imperiali condotte da Gallas e Aldringen, che sinora erano rimaste sottoposte al comando supremo ed unico di Tilly, ed ora formavano un contingente autonomo separato dall'esercito della Lega.
Queste truppe stabilirono i loro quartieri d'inverno nel centro della Boemia ed impedirono così ogni ulteriore avanzata ai Sassoni che dovettero accontentarsi del possesso di Praga e di un certo numero di altre città della Boemia settentrionale.

Wallenstein, che all'arrivo dei Sassoni, per evitare ogni contatto con loro, aveva abbandonato Praga, si era pochi giorni schierato decisamente in favore dell'imperatore. Da tempo alla corte di Vienna Eggenberg non faceva più mistero che egli riteneva capace solamente Wallenstein di creare un nuovo esercito imperiale; ma i vecchi nemici del duca erano insorti e questa volta avevano trovato un fervido sostenitore della loro opinione contraria nel figlio dell'imperatore, Ferdinando III. Questi ambiva lui mietere allori sui campi di battaglia e voleva mettersi egli stesso alla testa dell'esercito. Sembra che ne siano derivate dispute in termini assai concitati, perché Eggenberg abbandonò la corte e si ritrasse a Graz.

Dopo la caduta di Francoforte sull'Oder e dopo la battaglia di Breitenfeld, allorché anche a Vienna cominciarono le trepidazioni, fu avanzata la proposta di affidare l'esercito imperiale al comando contemporaneo di Wallenstein e di Ferdinando III, ma quest'ultimo la respinse decisamente. Cedendo alle pressanti preghiere dell'imperatore Eggenberg ritornò a Vienna per trattare personalmente con Wallenstein la ricostituzione dell'esercito. Le istruzioni che egli ricevette e che ebbe incarico di comunicare a Wallenstein erano concepite in un tono tale che non si sarebbe più potuto capire se era un sovrano a parlare ad un suo servitore, o un imperatore al suo generale.

In una prima conferenza, avuta con Wallenstein a Znaim, Eggenberg non poté ottenere che il duca assumesse il comando per l'arco di tre mesi allo scopo di radunare un nuovo esercito. Il noto meccanismo degli arruolamenti funzionò con successo e in un trimestre del 1632 risuscitò di fatto il vecchio esercito di Wallenstein; non uno dei generali che dopo la dieta di Regensburg erano rimasti al servizio dell'imperatore esitò a mettersi agli ordini del duca, giacché nessuno dubitava che egli solo avrebbe potuto comandare l'esercito.

Ma per ottenere che Wallenstein accettasse definitivamente il comando occorsero sacrifici e concessioni ancor maggiori da parte dell'imperatore. E ad indurvelo contribuirono le notizie poco confortanti che giornalmente pervenivano dalla Baviera.
Dopo Breitenfeld Massimiliano di Baviera aveva cercato come meglio aveva potuto di colmare i vuoti dell'esercito di Tilly. Nell'aprile del 1632 si verificarono già i primi scontri con gli svedesi che a grado a grado avanzarono verso sud. Tilly si ritirò sulla piazzaforte di Ingolstadt, dietro la difesa del Danubio. Ma non riuscì ad impedire che Gustavo Adolfo con forze considerevoli passasse il fiume, dopo di che si venne a battaglia sul fiume Lech vicino ad Augusta (15 aprile 1632).

Essa finì con la completa distruzione dell'esercito della Lega. Tilly fu gravemente ferito; portato ad Ingolstadt poco dopo finì la sua vita terrena. Con lui spariva un bravo, fedele soldato, che era pienamente padrone dell'arte militare dell'epoca ed aveva disinteressatamente impegnato tutte le energie di cui era capace in servizio del suo sovrano e della causa cattolica; fu una delle figure più singolari della grande guerra dei trent'anni.
Dopo quest'esito fatale, Massimiliano si vide ridotto a contare esclusivamente sull'aiuto di Wallenstein.

Mentre si stava svolgendo la battaglia sul Lech l'imperatore firmava il documento contenente le concessioni che Eggenberg era autorizzato a fare a Wallenstein in un secondo incontro per indurlo ad accettare il comando. Di questo documento non si ha tuttora l'originale, ma se ne hanno soltanto parecchie copie ed estratti, che peraltro non coincidono pienamente tra loro nel contenuto. Tuttavia in certi punti principali la concordanza é innegabile. Al duca era conferito il comando supremo di tutte le truppe imperiali per quel determinato periodo di tempo che a lui piacesse di stabilire, giacché (dice uno dei testi esistenti) l'imperatore comprendeva come al duca riuscisse eccessivamente gravoso rimanere come prima al suo servizio per uno spazio troppo prolungato di tempo. Al duca era pure lasciato di determinare la misura della sua rimunerazione, e quanto alle ulteriori garanzie che desiderasse, Eggenberg era autorizzato a fissarle d'accordo con lui; l'imperatore dichiarava in proposito di non aver difficoltà a concedergli interinalmente in ipoteca, in sostituzione del Mecklenburgo, il territorio di Glogau o di Lausitz, od anche l'uno e l'altro, rimettendosi peraltro in proposito al suo senso di ragionevole discrezione.

Sulla base delle offerte imperiali vennero stabilite il 13 aprile a Góllersdorf tra Wallenstein ed Eggenberg le condizioni alle quali il primo acconsentì ad assumere il comando.
Subito dopo, negli ultimi giorni d'aprile, l'esercito si mise in marcia dalla Moravia verso la Boemia. Di chi era questo esercito? Si poteva chiamare l'esercito dell'imperatore? No; era una organizzazione corporativa indipendente, creata da Wallenstein come duca di Mecklenburg e feudatario dell'impero, creata in seguito a ripetute preghiere dell'imperatore ed arruolata a spese in parte dell'imperatore, in parte del duca, sottoposta all'assoluto comando di Wallenstein, di modo che l'imperatore non aveva rapporti con l'esercito e coi generali che vi servivano, ma unicamente con Wallenstein.

Il 22 maggio Wallenstein con una parte delle sue truppe giunse dinanzi a Praga. I sassoni non tentarono nemmeno una difesa e si ritirarono sul confine boemo-sassone. Poco dopo Wallenstein si congiunse con Massimiliano di Baviera per fronteggiare con le forze riunite il re di Svezia. I due eserciti alla metà di luglio si trovarono di fronte presso Norimberga. La posizione di Wallenstein era più favorevole di quella del re, perche egli aveva alle spalle una più ampia distesa di pianura e non si trovava esposto come il re alle molestie di una numerosa cavalleria.

Gustavo Adolfo, dopo che ebbe tentato invano più volte di adescare l'avversario e smuoverlo dalle sue ottime posizioni e dopo che ebbe ricevuto rinforzi di truppe sassoni, assiane e del Weimar, credette di avere la superiorità del numero ed attaccò le alture di Altenberg dove il duca si era annidato. Fu un infuriare di cannoni quale i più vecchi soldati non avevano mai visto. Il re sacrificò 3000 uomini nell'impresa, Wallenstein ne perdette 1500, ma il sopravvento rimase a lui che restò saldo nelle sue posizioni.

Gli svedesi sostarono ancora 14 giorni dinanzi a Norimberga perché la loro ritirata non avesse l'aria di una fuga. Ma ad onta di ciò vennero considerati battuti e la fama di Wallenstein salì di nuovo in auge. Indisturbato Gustavo Adolfo marciò verso il Danubio ed entrò nell'Alta Austria per unirsi ai contadini protestanti che erano nuovamente insorti contro la forzata cattolicizzazione.

Egli mirava a costringere Wallenstein ad accorrere per salvare Vienna. Un contingente svedese di 16.000 uomini con un reparto di sassoni era già penetrato nella Slesia e infatti non avrebbe trovato ostacoli sulla via di Vienna. Inoltre il re era in trattative e poteva da un momento all'altro concludere un'alleanza con Giorgio Rakoczy, il successore di Bethlen Gabor, morto nel 1629.

Vienna nell'ottobre si aveva motivo di temere la comparsa di 26.000 ungheresi e 20.000 turchi in aiuto del re di Svezia. Ma Wallenstein non si lasciò turbare da tutti questi timori. Egli si separò a Coburgo da Massimiliano di Baviera cui lasciò anche un corpo di 10.000 uomini al comando di Aldringen, perché potesse, se era necessario, contrapporsi al re; e personalmente prese la via della Sassonia, perché voleva prima d'ogni altra cosa castigare il fedifrago principe elettore. Il suo dominio per il passaggio di Arnim in Slesia era rimasto sguarnito di difensori, e quindi la cavalleria leggera del generale Holk e una dozzina di migliaia di uomini di fanteria agli ordini di Gallas bastarono per impossessarsene.
Wallenstein in persona conquistò Lipsia dopo un breve bombardamento della sua artiglieria e vi attese l'arrivo delle truppe di Pappenheim che sino allora si erano aggirate sul Reno e sulla Weser.
Ancora fino a poco tempo prima della battaglia di Lützen (del 16 novembre 1632) vi furon probabilità, maggiori di quanto si è per tanto tempo creduto, che un accordo tra Gustavo Adolfo e Wallenstein ponesse termine alla guerra o almeno creasse una situazione del tutto nuova i cui sviluppi sarebbero stati imprevedibili.
Il re infatti nel precedente settembre prese contatti con il conte Thurn per sapere se era disposto a prestarsi per tentare un accomodamento con Wallenstein. Questi acconsentì a trattare e designò come persona di sua fiducia Bubna. Dal referto di Raschin apprendiamo che il re effettivamente incaricò Bubna di offrire al duca di Friedland la corona di Boemia.
Ma Bubna non si recò subito al quartier generale di Wallenstein, e il suo ritardo mandò ogni cosa a monte perché nel frattempo intervenne la battaglia di Lützen e la morte del re.

Gustavo Adolfo marciò prima su Erfurt e poi da qui piegò ad est dirigendosi verso la Saale che varcò il 10 novembre presso Naumburg. Wallenstein era a Merseburg. In un consiglio di guerra qui tenuto prevalse il partito di evitare una battaglia campale e di provvedere piuttosto ad impedire la congiunzione degli svedesi con i sassoni. A questo scopo Pappenheim fu inviato con 8 reggimenti di cavalleria e 5 di fanteria ad Halle, dove egli poteva anche tener d'occhio i movimenti di altre truppe nemiche, ad esempio di quelle del duca di Lüneburg.

Ma il 15 novembre Wallenstein ebbe notizia che Gustavo Adolfo aveva lasciato Naumburg e che marciava su Lipsia. Pappenheim venne richiamato immediatamente; ed egli non perdette un istante ad accorrere, tanto che arrivò sul campo di battaglia all'inizio dell'azione e poté rinforzare l'ala destra dell'esercito di Wallenstein.
La battaglia divenuta ormai inevitabile, si svolse il 16 novembre 1632 nella pianura a sud-ovest della cittadina di Lutzen. I due eserciti si spiegarono in un ordine di battaglia molto semplice e l'azione ebbe il reciproco scontro quasi frontale. Il solo Pappenheim si trovò in grado di aggirare lievemente l'ala sinistra degli svedesi e lo tentò, ma già nei primi attacchi rimase mortalmente ferito e dovette essere portato via dal campo di battaglia.

La nuova tattica di Gustavo Adolfo che, come si era visto a Breintenfeld, consisteva nel disorganizzare e scompigliare le grandi masse di fanteria nemica, preparò anche in questa battaglia delle pericolose sorprese alle truppe di Wallenstein; in particolare il re guarnì i fossati laterali delle strade di squadre di moschettieri il cui tiro aggiustato ostacolò gravemente l'avanzata all'assalto dei pesanti reggimenti nemici ordinati su sette e persino su undici file in profondità.
Si continuò a combattere sino alle 2 del pomeriggio senza che alcuna delle due parti riuscisse ad ottenere notevoli vantaggi sull'altra. Il re, che era stato instancabile nell'animare ed incitare i suoi, si recò alla sua ala destra e sferrò un formidabile attacco che, data la mancanza di riserve da parte di Wallenstein, avrebbe potuto mettere in grave pericolo l'esercito cattolico, se la sua morte non avesse fatto prendere alle cose una piega inattesa.

A causa della sua miopia egli si spinse troppo vicino alle posizioni nemiche, cosicché una palla di moschetto lo colse in un braccio.

Le poche persone che lo attorniavano non riuscirono a portarlo fuori della linea del fuoco con rapidità sufficiente ad impedire che un manipolo di cavalieri nemici si precipitasse su lui e lo finisse a colpi d'arma bianca. Non si sa come abbiano fatto gli svedesi a salvare il cadavere del re ed a portarselo via. Questa circostanza diede allora, e dà tuttora, occasione di attribuire la morte di Gustavo Adolfo ad una mano assassina, che si è sospettato sia stata quella dello stesso duca Francesco Alberto di Lüneburg nelle cui braccia il monarca spirò.
Anche le dichiarazioni del paggio Leubelfink, che affermò di aver nascosto col suo corpo il cadavere del re, non rendono un quadro esatto dell'avvenimento. Persino i cappuccini vennero più tardi accusati di complicità nella morte di Gustavo Adolfo.

La battaglia continuò ad infuriare finché il levarsi della nebbia la rese impossibile. Bernardo di Weimar e il generale Knvphausen assunsero il comando dell'esercito svedese in luogo del monarca caduto e si tennero fermi con ogni sforzo sulle loro posizioni, cosicché al calar della notte Wallenstein si decise ad abbandonare il campo di battaglia: egli non volle sacrificare ancora neppure un uomo senza ragione, perché aveva bisogno di conservarsi un esercito il più possibile in piena efficienza.

Quella di Lutzen non fu una battaglia decisiva; ma la morte di Gustavo Adolfo, troncando repentinamente la sua prodigiosa carriera,
cambiò tutta la situazione d'Europa.

LA CATASTROFE DI WALLENSTEIN > >

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