-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

* STORIA DEGLI EGIZI IN BREVE

* UNA SINTESI CRONOLOGICA

* LA GUERRA DEGLI HYKSOS: una lezione da imparare

L'EGITTO

FONTI DELLA STORIA D'EGITTO - IL PAESE - ORIGINI DEGLI EGIZI - VITA - USI E COSTUMI - STORIA - L'ANTICO IMPERO - IL MEDIO IMPERO - IL NUOVO IMPERO - LA RELIGIONE - LETTERATURA, SCIENZE E INDUSTRIE - LE ARTI - L'EGITTOLOGIA - GLI SCAVI
(la cartina a fondo pagina)

 

 

FONTI DELLA STORIA D'EGITTO.
- La storia della civiltà egiziana, più antica d'ogni altra, viene considerata giustamente come una conquista della scienza moderna. Sino alla fine del secolo XVIII, se ne seppe poco più di quanto ne scrissero Erodoto e Diodoro Siculo, e le opere di questi antichi, pieni di evidenti contraddizioni e di favole, erano fonti poco sicure e troppo incomplete. Si possedeva inoltre una cronologia in lingua greca, scritta al tempo di Tolomeo Filadelfo da un sacerdote egizio chiamato Manetone; ma a quel documento, che fa risalire i primi re di Egitto a 5000 anni avanti l'era cristiana, non si attribuiva, allora, alcun valore storico. La Genesiera per tutti il racconto fedele dei primi tempi dell'umanità, e si credeva in modo assoluto che il popolo ebreo fosse quello che aveva avuto per primo una civiltà.

La spedizione del generale Bonaparte in Egitto diede origine agli studi e alle scoperte che dovevano permettere una ricostruzione sicura della storia antichissima di quel paese. G. F. Champollion, essendo riuscito a trovare la chiave della scrittura geroglifica egizia, rese possibile ai ricercatori del suo tempo e ai futuri la lettura di tutti i documenti scolpiti e scritti che l'aria pura e asciutta della valle del Nilo conservò, in gran numero, sulla pietra e sul papiro. Si controllarono allora i rac
conti degli scrittori greci e la cronologia di Manetone, e si constatarono l'esattezza di quest'ultima e la puerilità di certe favole riferite da Erodoto e da Diodoro. Questi due storici, il primo specialmente, rimangono nondimeno preziosi per quanto concerne i costumi dell'Egitto nella loro epoca e per le descrizioni di ciò che videro coi loro occhi.

I documenti che si hanno oggi per la storia antica dell'Egitto sono di due specie : quelli che servono per la storia generale (liste di re, racconti di guerre, codici religiosi e civili) e quelli che dipingono la vita privata degli abitatori della regione. I primi consistono in scritti sul papiro o sulla pietra (il Papiro di Torino, la Sala degli Antenati nella Biblioteca Nazionale di Parigi, la Tavola di Abido nel Museo Britannico, la Tavola di Saqqarah, al Museo del Cairo, e un numero rilevantissimo d'iscrizioni che registrano sui resti di monumenti d'ogni genere gli avvenimenti dei diversi regni). I documenti relativi alla vita privata sono i bassorilievi, con geroglifici esplicativi, che coprono le pareti delle tombe sotterranee e che descrivono minutamente l'esistenza quotidiana degli Egizi. A questi documenti si aggiungono infine le opere manoscritte, letterarie o didattiche e gli oggetti e le opere d'arte che si trovarono negli scavi, da quelli della fine del '700 a quelli recentissimi della Valle dei Re.

La cronologia della storia d'Egitto rimane tuttavia alquanto confusa, per il fatto che, nel gran numero delle dinastie registrate da Manetone e controllate sui papiri, alcune regnarono forse simultaneamente. Manetone rimane ad ogni modo fino ad oggi la guida più sicura per questa cronologia, che però, nelle interpretazioni degli egittologi più autorevoli presenta differenze superiori a 1800 anni per la data del primo re. Mentre il Boeckh la colloca a 5702 anni prima di Gesù Cristo, il Lepsius la fissa a 3892. Noi resteremo, col Mariette e col Le Bon, fra questi due punti estremi, e adottando la cronologia di Manetone, considereremo la data di 5004 anni avanti Gesù Cristo, come quella dell'assunzione al trono di Menes, fondatore della prima Monarchia egizia.

Si annoverano in Egitto ventisei dinastie reali da quest'anno 5004 fino al 527 a. C., che vide i Persiani impadronirsi della vallata del Nilo. Queste ventisei dinastie si dividono in tre periodi principali : l'antico Impero, che comprende dieci dinastie, dal 5004 al 3064: il medio Impero, con sette dinastie, dal 3064 al 1703; e il nuovo Impero, con nove dinastie, dal 1703 al 527. Dopo la conquista dei Persiani, nel 527 prima dell'èra nostra, si contano ancora cinque dinastie, comprese quelle dei vincitori, e ciò porta a trentuno il numero delle dinastie egizie.

ORIGINI DEGLI EGIZI.
- Erodoto chiamò l'Egitto un dono del Nilo. ll paese infatti deve unicamente alle acque di questo fiume la sua fertilità, che favori il formarvisi di una densa popolazione con precoci sviluppi civili.
Il Nilo corre in una angusta valle, della larghezza massima di 16 chilometri, chiusa ai due lati da due catene di rupi poco elevate : la Libica a occidente, che protegge la regione dalle sabbie del deserto; l'Arabica, a oriente, che offre ai porti del golfo antistante - quello di Berenice al sud, quello di Miosormos al nord - difficile passaggio. Così giace l'Egitto a forma di un'isola in un mare di sabbia, naturalmente protetta dal deserto e dal mare, fecondata dal contatto del fiume divino.
Il quale, verso il solstizio d'estate, comincia a gonfiare; all'equinozio d'autunno ha raggiunto la massima altezza e ha inondato tutti i terreni che lo circondano, assecondato da canali di derivazione, da serbatoi artificiali, dagli antichissimi strumenti che sono la schaduf, mossa dalla mano dell'uomo, il noriah, mosso da buoi, i quali servono a sollevare l'acqua nei tratti di territorio elevato ed a spandervela.

Nell'alto e nel medio Egitto non piove talvolta per anni e anni; la volta del cielo serba inalterato il suo profondo azzurro, la temperatura è calda e non di rado ardente nel giorno. La valle resterebbe inaridita senza l'intervento della pacifica inondazione.
Alla fine di settembre, le acque si ritirano. Nella fanghiglia nerastra, si fanno le semine: da febbraio ad aprile si raccolgono le messi, abbondantissime, che fecero dell'Egitto il granaio di Roma. E ancora il Nilo, oltre a essere fonte di vita ubertosa alla pianura, offriva ai trasporti, alle comunicazioni fra i suoi abitanti le vie più facili e non interrotte, sule quali i venti del nord, per nove mesi dell'anno, facilitavano la navigazione.

Molto si discusse e si discute tuttora sulle origini degli Egizi. Gli egittologi più competenti, e specialmente il Maspero li ritengono un popolo di sangue misto, nel quale però predomina il sangue semitico, cioè quello dei discendenti di Sem, figlio di Noè. Gli Egizi avrebbero dunque origine asiatica, mentre i Greci li credettero di razza africana, venuti dai paesi del sud e dall'Etiopia. Le statue trovate nelle tombe, i personaggi scolpiti nei bassorilievi che ornano i monumenti, dimostrano che gli Egizi antichi somigliavano ai fellah a contadini dell'epoca nostra. Quando il Mariette scoprì una delle statue più celebri dell'arte egizia, i suoi operai credettero di riconoscervi un loro contemporaneo, e lo chiamarono Sceik el Beled, il capo del villaggio.

Secondo il Maspero, "l'Egizio era generalmente alto, magro, slanciato. Aveva le spalle larghe e robuste, i pettorali salienti, il braccio nervoso e terminato da una mano fine e lunga, l'anca poco sporgente, la gamba secca ed asciutta : i particolari anatomici del ginocchio ed i muscoli del garretto sono visibilmente forti, come nella maggior parte dei popoli camminatori. I piedi erano lunghi, ed appiattiti all'estremità per l'abitudine di marciare senza calzature. La testa è spesso troppo grossa in proporzione del corpo; il viso ha un'espressione mite e istintivamente triste, la fronte è un po' bassa, il naso è corto, gli occhi appaiono grandi e bene aperti, le gote tonde, le labbra grosse ma non soverchiamente sporgenti; la bocca, un po' lunga di taglio, conserva un sorriso rassegnato e quasi doloroso. Questi lineamenti, comuni alla maggior parte delle statue dell'antico e del medio Impero, si rinvengono più tardi in tutte le epoche.
Alla dolcezza della fisionomia corrispondeva il carattere. Gli Egizi erano pazienti, operosi, sottomessi ai loro capi, spensierati e superstiziosi. L'amore per la famiglia era molto sviluppato. La donna, contrariamente a quanto generalmente si verifica presso i popoli orientali, veniva onorata, circolava liberamente, senza velo sul viso, e dirigeva la casa, nella quale era sovrana. Il rispetto e l'affetto per la madre erano considerati dagli Egizi come sacri doveri.

VITA - USI E COSTUMI.
- I costumi erano semplici. Le classi inferiori, assai sobrie, vivevano specialmente di stiacciate di durah, cotte nella cenere calda; abitavano in capanne di forma quadrata fatte di mattoni di fango misto con paglia triturata e disseccati al sole; capanne basse, con tetto piano, di foglie di palma. Le case dei ricchi, più comode, somigliavano alle case arabe odierne e avevano aperture soltanto su cortili interni.
Il modo di vestire ci e reso noto dalle statue, dai dipinti murali e dai bassorilievi. Gli uomini delle classi elevate indossavano una specie di gonnellino a pieghe minute, chiamato calasiris, e una tunica con maniche; quelli delle classi inferiori portavano soltanto un pezzo di stoffa legato a mezzo il corpo, che non arrivava al ginocchio. Le donne portavano lunghe gonne strette, con bretelle. I fanciulli andavano nudi. La calzatura consisteva generalmente in una suola di cuoio legata al piede con due strisce di pelle. Tutti si annerivano le orbite con l'antimonio, per attenuare gli effetti della luce troppo viva sugli occhi. I ricchi portavano grossolane parrucche intrecciate, per difendersi il capo contro i raggi del sole.

L'ANTICO IMPERO.
- Come quella degli altri popoli, la preistoria egiziana ha carattere mitico. Nella leggenda, sono, gl'iddii stessi che governano il popolo. Il paese non è unificato. Appare diviso in tante province, che i Greci chiamarono poi nómoi. Ognuna di queste province fu governata dai suoi propri dii-re, che ebbero, in origine, ciascuno una fisionomia distinta da quella degli altri.
I primi reggitori si perdono nella nebbia della favola o della leggenda religiosa. Si sarebbero avute, secondo gli annalisti egiziani, tre dinastie, le prime due divine, degli dèi maggiori e minori (Ra, Shu, Sibu, Osiride, Situ, Horus od Horos); la terza semidivina, dei geni o eroi o mani, alla quale avrebbe appartenuto Menes di Thinis (5000 a. Cr.), capostipite della dinastia thinita. Gli si diedero approssimativamente a successori quei re (Faraoni, figli di Ra, il dio Sole) di cui si trovarono i nomi nei monumenti più antichi, e ne sarebbero sorte successivamente tre dinastie, le due prime thinite, la terza menfita, così chiamata dall'aver fondato Menfi, la prima capitale del regno.
E la storia segue a tessersi di leggende e a mischiarsi con queste, e gli avvenimenti terreni si alternano coi celesti e soprannaturali. Monumenti di quest'epoca protostorica sono le suppellettili rinvenute nelle tombe di Abido, di Neggadè, di Kom-el-Ahmar, che ci mostrano la civiltà più antica, dell'epoca in cui gli utensili di metallo erano usati insieme con gli oggetti e le armi in pietra. Le iscrizioni e le sculture attestano già la prima tecnica, i primi intendimenti artistici. Gli ultimi re di quest'epoca assoggettarono i principi delle varie circoscrizioni, senza toglier loro i diritti feudali, ma costringendoli ad esser loro vassalli e a riconoscere il loro diritto di regalità assoluta.

L'ultimo re della terza dinastia, Snofru, passò l'istmo e lavorò primo le miniere di rame e di turchesi del Sinai, fonte inesauribile di ricchezza per l'Egitto. Ma la sua fama è offuscata da quella che il tempo ha steso su Kuphu (Cheope), su Khàfri (Chefrene), su Menkeri (Micerino), della quarta dinastia, che eressero le tre grandi piramidi dell'altopiano di Gizeh.
Queste piramidi sono moli enormi di milioni di metri cubi di pietra, che centinaia di migliaia di braccia - di prigionieri di guerra e di liberi - per decine e decine d'anni sovrapposero, perchè il faraone avesse una tomba degna della sua potenza; sono opere che sorprendono, ancor più che per il loro aspetto colossale, per la struttura e per la scienza architettonica impareggiabile di cui sono testimonianza. Infatti le camere e i meandri interni, sotto il peso secolare di miriadi di tonnellate, non subirono la benchè minima deformazione.

I re della IV e della V dinastia continuarono le opere dei loro predecessori, e guerreggiarono contro i nomadi dell'Asia. Ma ormai la potenza menfitica comincia a decadere.
Il trapasso dalla V alla VI dinastia avvenne tra grandi tumulti. Pepi I, secondato dal ministro Uni - che lasciò la narrazione delle opere sue e di quelle del suo signore - nella penisola del Sinai turbata ristabilì l'ordine, assoggettò in parte il paese di Cush (l'Etiopia) e la Nubia, debellò le tribù vaganti della Siria; i suoi successori immediati, Mirinri, Sokarimsaf e Nofirkeri Pepi II, seppero conservare in tutta la grandezza l'eredità grandiosa, ma a tale compito furono impari i monarchi che vennero in seguito.
Sokarimsaf II fu ucciso in una rivolta : a vendicarlo salì sul trono la sorella e moglie Nitagrit - la bella dalle guance di rosa - la Nitori greca, della quale la leggenda ha fatto una delle eroine più singolari. Piuttosto che la raffinata vendetta che si prese sugli assassini del fratello, gioverà ricordare che essa fece terminare la piramide di Menkeri, la fece ricoprire di lastre di porfido e volle riposarvi composta in un sarcofago di basalto azzurrino, sopra la camera funeraria del tempio.

Ben poco si sa delle quattro dinastie che successero alla VI. Lotte e rivolte sanguinose si moltiplicano e si succedono; la potenza dei monarchi di Menfi si restringe sempre più, e infine essi sono costretti a rifugiarsi in Abido. Con la IX dinastia, città dominante divenne Hakhninsuten, l'Eracleopoli dei Greci, però senza che mutasse lo stato di anarchia nel quale - come si può desumere dagli scarsissimi documenti - da molti anni si trovava il paese.

IL MEDIO IMPERO.
- Le città del basso Egitto si erano a poco a poco staccate dai monarchi di Menfi, non solo per sete d'indipendenza, ma per necessità di conservazione. Esposte alle frequenti scorrerie delle tribù Cuscite, senza che l'autorità suprema provvedesse a proteggerle, avevan dovuto levare eserciti per difendersi. Tebe, posta a nord dell'ultima cateratta, nel luogo di convegno delle carovane provenienti dal mar Rosso, e situata sul Nilo, parte a destra - dove oggi sono Luxor e Karnak - e parte a sinistra - Gurnak, Medinet - era in condizioni tali da poter giungere al primato, e vi giunse.

L'XI dinastia sorse in quella città. Ebbe per capostipite Entuf I, semplice nobile. Il suo potere si estese in breve a tutto l'Alto Egitto, mentre la dinastia di Eracleopoli conservava il possesso del Delta. Questi principi tebani si tennero, di fronte alla dinastia di Eracleopoli, nella condizione di vassalli rivoltosi, finchè Entuf IV si proclamò indipendente, assumendo addirittura il titolo di dio buono, padrone dei due paesi (Alto e Basso Egitto).
Finalmente sotto Monthouptu IV (Nibkhruri), l'Egitto fu di nuovo unificato.

La XII è senza dubbio la maggior dinastia del medio Impero. Gli Amenehmat e gli Usortesen (nomi portati con numeri diversi da quasi tutti i re di questa dinastia) furono forti in guerra e civilizzatori in pace. La prosperità pubblica e privata ci è attestata dalle iscrizioni ufficiali, numerosissime, che decantano grandi vittorie, aumenti di territorio, ricchezze acquistate, nonchè dalle tombe monumentali che quei re si costruirono.
Amenemhat I e suo figlio Usortesen I guerreggiarono con fortuna contro i Libi, i Nubiani e i nomadi dell'Asia e fecero nuovamente scavare le miniere di rame e di turchesi. Una linea di fortezze sorse a segnare da questo lato i limiti dell'impero e ad impedire le incursioni dei predoni del deserto. Ad Usortesen IlI spetta il vanto di avere conquistato la Nubia definitivamente. A lui spetta pure l'iniziativa dei rilievi del Nilo verso mezzodì, che Amenemhat III, figlio suo, tradurrà in atto con la costruzione di un immenso serbatoio per regolare l'irrigazione di tutta la parte del paese che è posta a occidente del Nilo, al disopra di Menfi, là dove la catena libica s'allarga digradando nell'oasi detta il Fayum. Questo serbatoio è il cosiddetto lago Meride, che l'ignoranza dei Greci attribuì a un ipotetico re Miri, mentre quel nome significa semplicemente lago, come l'altro nome, Hunit, col quale è ricordata quell'opera, vale inondazione.
Le dighe che trattenevano questo lago artificiale ebbero perfino cinquanta metri di spessore, e i loro avanzi si estendono ancor oggi per più di una cinquantina di chilometri : in mezzo sorgevano sopra due enormi piedistalli le colossali statue di Amenemhat III e della regina consorte, alle quali il Nilo, al momento della piena delle acque, veniva a lambire i piedi, come a vincitori. Erodoto considerava il lago Meride come la più grande meraviglia dell'Egitto. Il Labirinto che lo stesso re volle costruire, palazzo di più di tremila camere, la cui immensa facciata di calcare bianco si rifletteva nel lago, passa in seconda linea di fronte a tale opera. Con Amenemhat IV e sua sorella Sovkunofriu, appena tredici anni e qualche mese dopo la morte del grande Amenemhat III, si spense ingloriosamente la XII dinastia.

Nella XIII dinastia, i re di nome Nofiatotpu si alternano con i Sovkhotpu, che continuano l'opera dei loro predecessori.
Ancora una volta il centro della dominazione si sposta, ridiscendendo verso le città del delta - Mendes, Sais, Bubaste, Tanis, Xois - che mantengono la prosperità ormai secolare.
A mettervi fine dilagarono dall'istmo le tribù dei pastori semiti. Oriunde della Caldea, attraversato il deserto, dalla Caldea al Giordano, precipitarono sulla Siria annientandone i popoli; occuparono tutta la regione dall'Eufrate all'Egitto, travolsero la resistenza della XIV dinastia, invasero il Delta, s'impadronirono di Menfi, dove il loro capo Shalati fondò una dinastia che viene annoverata come la XV, sebbene l'alto Egitto conservasse la propria autonomia, contemporaneamente, sotto una lunga serie di re tebani.

Gli Egizi, che in ogni tempo avevano dovuto lottare contro i nomadi saccheggiatori, cui davano il nome di Shasu, o Shous, diedero questo nome anche ai nuovi invasori. II re di questi fu il re dei Shasu (Hiq-Shasu), donde i Greci trassero il nome di Hyksos, che vale a designare i re Pastori.
Dopo alcuni anni di guerre e di saccheggio, costoro cercarono di rassodare il loro governo. A tale scopo, per impedire il rinnovarsi d'una invasione dei fratelli vaganti per il deserto, e per lasciare traccia della saggezza e della potenza sua, Shalati fondò presso l'istmo una città forte, Avaris, e accanto ad essa un campo trincerato capace di duecento quaranta mila uomini.
I vincitori semiti adottarono insensibilmente (più che per partito preso, per fatto che la civiltà loro era inferiore a quella dei vinti) gli usi, le reggi, la religione degli Egizi, ma non per questo riuscirono ad assicurarsi la benevolenza degli orgogliosi nipoti d' Horus.

Tre dinastie semitiche - dalla XV alla XVII dominarono da Tanis, nel Delta, per 500 anni, mentre in Tebe tenevano accesa la fiamma della resistenza gli eredi dei faraoni gloriosi. Non valse a schiacciare il loro ardimento il trionfo di Apopi lI (XVI dinastia); Tinaà Soqnunri I si proclamò indipendente; un suo successore tolse Menfi ai Pastori e infine, dopo sei secoli di dominazione straniera, Ahmosi I, fondatore della XVIII dinastia tebana, diede l'ultimo corpo alla dominazione degli Hyksos nel Delta, ricacciandoli nel loro campo trincerato, da dove dopo una lunga resistenza, ridotti a bande disorganizzate, alcuni ripassarono l'istmo, altri rimasero nel paese subendo duramente la schiavitù che i loro padri avevano un tempo inflitta agli Egizi.
Così 18 secoli prima della era nostra, l'Egitto fu riunito a sarda compagine sotto un unico re nazionale, che attese, liberato il paese dal giogo straniero, a guarirlo darle piaghe di una lunga lotta.



IL NUOVO IMPERO.
- Gli inizi del nuovo impero furono dominati dallo spirito militare sviluppatosi nella guerra contro i Semiti : le armi assunte da Ahmosi, o Ahmes I, sono deposte soltanto dopo che tre bellicose dinastie si sono stancate e cinque secoli sono trascorsi.
Amenotpu, o Amhenotep I, figlio di Ahmosi estese la sua signoria sull'Etiopia. Le frontiere meridionali furono dalla seconda spinte fino arra quarta cateratta; le leggi, i costumi, la religione egizia si stabilirono sulle rive dei Nilo Azzurro e vi si radicarono così profondamente che più tardi parrà ai Greci che la civiltà abbia risalito il corso del Nilo, discendendo dall'Etiopia.

Tutmosi o Totmes I, nipote del vincitore degli Hyksos, conduce i suoi sudditi a combattere fin nel paese loro gli effimeri dominatori d'Egitto. Là, nel territorio fra l'Eufrate e l'Oronte, dal deserto al mare, nel paese che sarà poi detto Siria, erano stabilite in gran numero le tribù semitiche, che degli antichi abitatori avevano lasciato sussistere radi gruppi sui monti.
Al sud della Libia erano i Therachiti; a sinistra del Giordano, sul vasto altopiano declinante al deserto arabo gli Ammoniti, i Moabiti e alcune tribù d'Israel, di cui il gruppo principale è ancora poco importante nel paese di Palestina, dal Giordano declinante sul mare. Gli Edomiti, gli Amaleciti, verso il mar Rosso, erano gli avanzi dei Shasu antichi: da settentrione a mezzogiorno s'intrecciava agli altri il popolo numeroso e potente dei Cananei, con le tribù degli Hiviti, abitatori delle alte valli del Giordano e del Nazana, dei Girgasei, ad oriente del fiume, degli Amorrei raggruppati in forti regni attorno a lebus (Gerusalemme), a Qodshu, (Kadesh. a Kreshbon. Lungo le coste era stanziato il popolo di Punt o Puni.

Se questo gran numero di popoli autonomi rese più facile la conquista, fu però insieme una delle cause della debolezza di questa. L'assimilazione non si potè effettuare mai : il re d'Egitto era costretto ad accontentarsi di dichiarazioni di fedeltà e di affezione, da parte dei re di quei luoghi, e di determinati tributi. Di tanto in tanto, qualche principe rompeva i patti, tentava di sollevare in favor suo i popoli circostanti : quindi nuovo intervento militare, nuova sottomissione, nuovi patti, nuovi giuramenti. Una rivolta annientava tutta l'opera compiuta dagli Egizi e costringeva a ricominciar da capo. Troviamo che la maggior parte dei combattimenti prendono nome da Magidi, o Mageddo, e da Qudshu, le due città forti del paese: da quella i popoli della Siria tentavano la prima resistenza; ricacciati indietro - Magidi era sul Giordano e Qodshu sul Tigri - ritentavano da qui la fortuna.

Queste furono le condizioni in cui si trovarono a reggere l'Egitto i tre Tutmosi o Thotmes, il I, il II, il III. Tutmosi III fu certamente il più grande dei faraoni conquistatori, e sotto di lui l'Egitto giunse all'apogeo. Gli successero Tutmosi IV e Amenhotpu III, che, come quasi tutti i re antecedenti, fecero costruire monumenti enormi e restaurare gli antichissimi. Templi con vaste sale, cinti da peristili grandiosi, cui s'accedeva per lunghi viali fiancheggiati da sfingi, e con grandi porte dai piloni istoriati, sorsero in tutto l'Egitto e specialmente a Tebe. Qui Amenhotpu III iniziò la costruzione del famoso tempio di Ammon, ed eresse due gigantesche statue, una delle quali, spezzata più tardi, divenne poi Greci il famoso colosso di Memnone, il quale, al sorger del sole, mandava suoni armoniosi (forse per il rapido succedere del caldo diurno al freddo della notte.

Dopo Amenhotpu IV, re effeminato, che si diede quasi esclusivamente alle pratiche religiose e volle far trionfare il culto del sole, la XVIII dinastia andò svigorendosi e si estinse in una serie di piccoli re che vennero fiaccati nelle guerre civili e lasciarono che si staccassero successivamente dall'Egitto tutte le conquiste dei loro padri.
Ma sorse la XIX dinastia, nella quale Ramsete I, suo figlio Seti e suo nipote Ramsete II il Grande, o Sesostri, furono re gloriosissimi. In realtà assai meno gloriosi, però, di quanto si credette secondo la tradizione d'Erodoto, e certamente meno dei re della XVIII dinastia. Seti e Ramsete II non fecero infatti che guerre difensive, e conservarono le conquiste dei Tutmosi e degli Amenotpu, senza accrescerne il numero. Le loro lotte più accanite furono combattute in Siria contro i Khiti, che avevano soltanto allora acquistata la supremazia su tutte le altre popolazioni, e dominavano da Kadeh fino a Karkemis.

Ramsete Il fu, giovanissimo, chiamato dal padre a condividere il potere e s'acquistò molta fama sui campi di battaglia, benchè risultino immaginarie le spedizioni al Danubio e ai mari delle Indie, che gli vengono attribuite da Erodoto.
La maggiore e la più autentica gloria di questo re rimane quella di avere arricchita di monumenti la valle del Nilo. In ogni città egli fece costruire templi al dio locale, riedificò Tanis, l'antica capitale dei re pastori e, sopratutto in Tebe, lasciò grandi segni della sua potenza edificatrice. Il Ramesseum è opera sua; suo è il completamento del tempio d'Ammone che Amenhoptu Il aveva iniziato; suoi i due celebri obelischi che vi si ammiravano; del suo regno è la famosa sala ipostila sorretta da centotrentaquattro colonne. Non solo: ma nella Siria si trovano ancora monoliti grandiosi che portano il suo nome, e in Nubia sono sue le enormi colonne di venti metri d'altezza che adornano l'entrata del tempio sotterraneo di Ipsambul.

Ma il popolo schiacciato dal peso della guerra, affranto dalle fatiche delle costruzioni, scoppiava in rivolte sanguinose. Gli stessi schiavi seviziati trovavano nell'eccesso dei loro mali l'energia della ribellione: i libri d'Israello risuonano di lamenti e di imprecazioni violente contro il gran re. E lo sfacelo, inevitabile, avvenne sotto il figlio suo Minephtah, succeduto sessantenne al padre. Approfittando della debolezza interiore, Siculi, Achei, Sardi, Lici, Tirreni con una grande flottiglia si avanzarono nel Delta, dove però toccarono sconfitte gravi. Ma l'autorità regia essendo indebolita, pullulavano nell'Egitto numerosi staterelli, a capo dei quali con titolo regio si posero alti funzionari dello Stato e pretendenti delle estinte dinastie. È, in questo tempo di anarchia che a torme gli schiavi semiti moltiplicatisi, gli Israeliti, gli losefiti, gli lehuditi abbandonano la terra d'Egitto, il Goshen lungamente abitato, ed esulano verso il Sinai. È l'Esodo famoso che la tradizione fa guidare da Mosè.

Un Siro, lrisu, fra tanta confusione s'impadronì del potere. Ma lo tenne poco tempo perchè Nakhtsiti, discendente di Ramsete lI, fondatore della XX dinastia, gli s'oppose risolutamente e lo spodestò.
Suo figlio, Ramsete III, salito al trono nel 1311 a. C., è l'ultimo gran faraone di Egitto: nei suoi trentadue anni di regno lottò contro i Shasu del deserto, contro i Libi, contro le solite federazioni siriache. Facevano parte dell'esercito confederato Danai, Tirreni, Ioni, Siculi, Sardi, Lici, Pelasgi, Cananei, Amorrei, Khíti. Battuti e respinti, questi popoli rivolsero la prora verso occidente e gli uni (Achei, Danai, Ioni, Pelasgi) occuparono, per cominciarvi una storia ben più gloriosa, le isole e le coste greche; altri (Siculi, Sardi) approdarono nelle isole italiche che portano ancora oggi nel nome impressa la loro memoria, e altri ancora, i Tirreni, fondarono nel continente nostro una civiltà famosa (Etrusca).

Cinque re Ramsete (IV-VIII) e un Miamun-Miritum si succedettero rapidamente. L'impero del Nilo, vecchio ormai di più di quaranta secoli di storia, si andava esaurendo, incalzato da popoli giovani e turbolenti che volevano la loro parte di ricchezza e di fama. Influenze straniere - libiche, etiopiche, semitiche - lo pervadevano, nei costumi, nelle idee, nella lingua, nella religione; schiavi, affrancati, stranieri cominciavano a occupare le alte cariche, la preponderanza sacerdotale cresceva.

Allora si vide l'impero diviso in due. Un gran sacerdote d'Ammone, Herhor, prese nell'Egitto il titolo di re, e i suoi discendenti si sforzarono di conservare il potere mentre una XXI dinastia, stabilita nel Delta, disputava loro il Basso Egitto. Tebe diventò la capitale dell'autorità religiosa. Però la stirpe dei grandi sacerdoti d'Ammone non riuscì nel suo tentativo d'usurpazione, ma si ritirò in Etiopia e vi fondò un regno che ebbe Napata per capitale, e che essa strappò all'unità d'Egitto.
La XXII dinastia, che s'è intanto stabilita nel Delta, vi soggiorna, e vi edifica od amplia nuove città Tanis, Bubaste, Sais. Tebe è definitivamente abbandonata, e l'opera della sua lenta distruzione incomincia. I secoli che si succedono non fanno altro che aggiungere a tanti morti, splendori, il mistero del silenzio e della rovina e i resti grandiosi dell'antichissima città eccitano ancor oggi la curiosità appassionata dello storico e del viaggiatore.

Con la XXII dinastia, bubastica, che ebbe a capo Shashonqu I, o Sheshonk, siro d'origine, crebbe nel Delta l'influenza semitica, mentre appunto si sfasciava la compagine d'Israele. Gerusalemme fu saccheggiata dagli Egizi; i tesori di Salomone ornarono la reggia faraonica. Dopo Shashonqu nessun re ebbe più ardire di rivendicare l'antica supremazia sulle province bagnate dall'Oronte e dal Giordano e l'istmo pelusiaco ridivenne confine dell'impero. Per impedire una nuova usurpazione sacerdotale e per tenere i sudditi più soggetti, i sovrani bubastici iniziarono il sistema di distribuire le più alte cariche ai loro parenti o d'appoggiarsi alle milizie straniere, di libi, di etiopi. Ma in tal modo si fini col creare tanti principati a beneficio dei rami cadetti e collaterali del Faraone, che si resero a poco a poco indipendenti dall'autorità centrale, assumendo anche il titolo regio.

Con la XXIV dinastia parve l'Egitto risorgere tant'era stata l'ignavia dei nove re bubastici della XXIII dinastia, tanita. Tafnakt, signore dapprima della piccola città di Nutir, s'impadronì di tutte le fortezze dove si trinceravano i capi indipendenti dei nomi del Delta e costrinse gli altri principi a riconoscerlo come re. Egli fu il fondatore della XXIV dinastia, saitica. I principi spodestati invocarono l'aiuto dei re sacerdoti di Navata. Pisuki-Miamun, che allora regnava, discese il Nilo, affondò la flottiglia avversaria, e sottomise l'Egitto fino a Menfi e quindi tutto il Delta: Tafnakt, battuto, si ritirò nella città di Sais. Pisuki fu riconosciuto re della valle nilotica: l'etiopica Napata prevalse sulle più gloriose capitali della civiltà, su Tebe, su Abido, su Menfi.
Il figlio di Tafnakt, Bokenranf, riuscì a sottrarsi al giogo del nuovo re nubiano Kashto, ma per breve tempo, chè Shabaku, o Sabacone, figlio di Kashto, sceso in Egitto, lo sconfisse in Sais e lo bruciò come ribelle. Così l'Etiopia potè imporre una intera dinastia, la XXV, all'Egitto.

Inorgoglito dal successo, Sabaku concepì il pensiero di ristabilire la dominazione faraonica nell'Assiria. Appoggiandosi a tutti i nemici di Shalmanushshur e di Sharukin che gli succedette, al re di Israele, a quello di Tiro, a quello di Damasco, tentò di riuscire nel suo intento, ma a Raphia in Assiria ebbe da Sharukin tale sconfitta che si salvò a stento. I principi del Delta approfittarono della sua debolezza per sollevarsi, sicché, quando morì, Shabaku lasciò al figlio, oltre all'Etiopia, solo Tebe coi nomi vicini, in mezzo a venti altri principati sorti sulle rovine del regno ch'era stato suo, e l'eredità letale di una lotta contro la terribile potenza assira. Un successore di Sharukin, Sinakheirba (Sennacheribbo) s'inoltrò fino a Pelusio e avrebbe facilmente sconfitto il re del Delta, abbandonato dai suoi stessi capi militari, se un avvenimento, che parve miracoloso, non l'avesse costretto a ritirarsi: una miriade di topi, narra la tradizione, invase l'accampamento assiro, rosicchiò tutte le corde degli archi e gli oggetti di cuoio, disarmando in tal guisa l'esercito.
Le divisioni che desolavano la valle del Nilo ne resero però facile la conquista ai successori, i quali l'attraversarono da vincitori. Tebe subì due volte il saccheggio, da parte di quei barbari.

Psamitik o Psammetico I, fondatore della XXVI dinastia, discendente dai re di Sais, riuscì a ricacciare nell'Etiopia i re di Napata, prepotenti, e a sconfiggere quei piccoli sovrani indigeni che si erano divisa la valle del Nilo; restituì la tranquillità alle città e alle campagne, attese ai pubblici lavori necessari alla prosperità del paese; restaurò i templi, protesse le arti e i commerci. Il suo regno (651-611) segna un periodo di vera rinascenza politica, artistica, intellettuale.
Approfittando del decadimento dell'Assiria, egli aveva occupato il paese dei Filistei e sarebbe andato più oltre, se il favore da lui concesso a mercenari greci non avesse mosso i soldati egizi a sdegno, al punto che emigrarono in Etiopia, dal re di Napata. Cosicchè Psamitik
dovette quindi rifar da capo l'esercito e ristabilire su salde basi il suo potere per lasciarlo forte e ben organizzato al figlio, Niko o Necho I. Questi ebbe il genio e il volere degli antichi faraoni, ma non fu assecondato dalla nazione sfinita e sopraffatta da influenze straniere. Creatasi una flotta nel 608, entrò nell'Assiria, dove combattè contro ii re di Giuda, che sconfisse sotto Magidi. Gli Egizi proseguirono trionfalmente fino a Qodshu, fino all'Eufrate.

Necho fu l'iniziatore di un grande progetto: scavare un canale che unisse il mar Rosso al Mediterraneo, ritentando con ciò un progetto già formato da Seti I, il capo della XIX dinastia. L'opera era troppo colossale, e Necho si arrestò, dopo avervi, a quanto si dice, fatto perire centoventimila operai.
Una delle sue imprese, non meno straordinaria, riuscì meglio. Egli fece eseguire il primo periplo intorno al continente africano, e i suoi marinai partiti dal mar Rosso, vi ritornarono passando per le colonne d'Ercole. Ma questo regno sì sfarzoso finì male. Battuto da Nabucodonosor, Necho dovette abbandonare le sue conquiste in Assiria.

Un'ultima epoca di prosperità era ancora riservata all'Egitto. Ahmosi II, o Amasis, uomo di bassa estrazione che una rivolta aveva collocato sul trono, diede alla valle del Nilo i suoi ultimi giorni di grandezza e di gloria politica. Parvero così belli quegli ultimi giorni all'Egitto, dopo tanto accasciamento e le avversità sofferte, che cancellarono quasi dalla sua memoria gli antichi secoli di gloria. Erodoto, giudicandone, come sempre, da ciò che gli raccontavano i sacerdoti, dichiara che "giammai l'Egitto fu più fiorente e più prospero che sotto il regno d'Amasis ».

Se il greco aveva ragione particolare di lodarlo, perchè egli consentì che gli Elleni, gli impuri, fondassero sul fiume sacro una loro città, Naucratis. vivace del cinguettio e della coltura dei Greculi, e mandò grandi doni ai templi dell'Ellade per prepararsi alleanze, non per questo la lode tributata ad Ahmos può ritenersi partigiana. Egli ristabilì la supremazia egizia su Cipro (Asi); all'interno restaurò gli antichi edifici, ornò Menfi d'un tempio d'Iside, a Sais circondò il tempio di Keith di magnifici propilei, ai quali si giungeva fra una duplice schiera d'enormi sfingi.

La pace che, vivente Ciro, egli era riuscito a conservare con i Persiani fu rotta quando Cambise salì al trono. Questo re, avido di conquista, s'avviò contro l'Egitto per costringere il re a sottomettersi. Gli Egizi nutrivano speranza che gli invasori perissero nel deserto precedente l'istmo: un condottiero greco, Fanete d'Alicarnasso, che aveva disertato le file dei Faraoni, suggerì ai Persiani, d'accordarsi con il capo arabo del luogo e di comprare da lui il passaggio e le vettovaglie a peso d'oro, sì che essi giunsero fino a Pelusio senza trovare ostacoli. In quei giorni l'ultimo grande sovrano d'Egitto morì: il figlio Psammetico III, abbandonato dal tiranno di Cipro e da quello di Samo, non seguito dall'entusiasmo del popolo terrorizzato da fenomeni naturali reputati di malaugurio, combattè tuttavia eroicamente. Ma dovette battere in ritirata disastrosamente, attraverso i canali del Delta : l'ultima sua resistenza a Menfi fu fiaccata. Nel 527 a. C. la valle del Nilo era ridotta in servità.
Cambise trattò con onore Psammetico, lasciandogli esercitare il governo in suo nome, ma avendo questi tramato contro di lui, lo mise a morte e diede il paese da reggere a un satrapo, Aryadne.

Nei molti anni di vita servile che visse ancora. l'Egitto mostrò quanto salda e tenace fosse la sua razza e quanto la sua civiltà fosse assorbente. Nei 193 anni di insediamento, i persiani adottarono gli dèi, gli usi, le arti dei vinti; da Alessandro a Cleopatra, durante la lunga dominazione greca lo sviluppo della civiltà nuova - sorta dal connubio dell'ellenica e dell'egizia - fu meraviglioso, e mirabile fu l'influsso d'idee, d'abitudini che l'Egitto fece poi subire ai Romani per quattrocento anni.

Certo la decadenza della civiltà egizia fu preparata da due o tre secoli d'anarchia e dall'invasione progressiva dell'influenza cristiana, ma gli dèi, la lingua e le arti vivevano ancora. Essi scomparvero violentemente l'anno 389 dell'èra nostra, allorchè l'imperatore Teodosio, per facilitare la propagazione della religione cristiana, ordinò di distruggere tutti i templi d'Egitto. Monumenti che erano sfuggiti a cinque mila anni di lotte e invasioni, perirono in nome d'un dio nuovo, di quelli giganteschi ne rimasero in piedi i pochi avanzi che i propagatori della nuova fede non riuscirono a distruggere, limitandosi a martellare sulle mura indistruttibili le immagini degli antichi dèi.

Cinquemila anni di civiltà svanivano e nel tempo stesso che gli dei venivano proscritti, i templi rovesciati, le scuole chiuse, i sacerdoti e i dotti dispersi, andava dimenticata la lingua egizia, a tal punto che, per quattordici secoli, il significato dei geroglifici andò totalmente perduto. La dominazione cristiana degl'imperatori d'Oriente durò 250 anni, e fu pur l'Egitto un periodo di notte buia.


LA RELIGIONE.
- Fondamento della religione dell'antico Egitto era il culto del Sole, Ra, l'Elios dei Greci, il capo degli dèi, simbolicamente raffigurato con teste d'animali (montone, sparviero, ibis, vacca) su corpi umani. Si distinguono quindi varie categorie di dèi: dèi del cielo, della terra, del Nilo, delle acque, degli astri e dei morti. Ciò non avveniva però in modo assoluto, onde un dio poteva appartenere contemporaneamente a più classi diverse e rivestiva pure forme diverse: o di animali o di uomini o di vegetali o di natura mista, e talora anche di oggetti naturali o di cose fabbricate dall'uomo, come una freccia, una mazza, una piuma, un coltello.
Tutte le divinità erano ritenute superiori all'uomo per qualità fisiche, psichiche, intellettuali, ma soggiacevano alle stesse passioni, malattie e miserie degli uomini, all'odio, all'amore, alle lotte, alle ferite, alla morte, salvo a prolungar la loro vita indefinitamente, rinnovandola col potere dei talismani e della magia. Esse reggevano il mondo e la vita e qualcuna aveva anche potere superiore sulle altre. Così Ra, il sole; Ftah, dio della luce; Osiride, signore della vita; Iside, la madre terra fecondata ogni anno da Osiride; Tifone, il dio rosso, il calore disseccante, a cui Osiride soggiace, finchè Oro o Horus, lo sparviere, l'inondazione, lo ridesti a nuova vita. E questi si dividevano fra loro i territori e la popolazione. Il culto degli dèi si sviluppò storicamente, così che il dio particolare d'ogni singola sede diveniva per un determinato periodo il capo di tutti gli dèi. Così fu di Ammone, il dio di Tebe, quando erano di Tebe i Faraoni regnanti; di Ftah, il dio di Menfi; di Osiride, il dio di Tais e di Abido; del greco Serapide, il dio di Alessandria. Si mantenevano e adoravano nei principali centri del culto certi animali, come per esempio, Api, il toro, a Menfi.

Talora l'unicità del dio si divideva in due gemelli maschi, come Anurit-Shu a Thini, o maschio e femmina, come Shu-Tafnuît a Eliopoli. Gli dèi avevano ciascuno la propria famiglia, ordinariamente composta di un dio, di una dèa e del loro figlio. Così Ftah e Sochit e il loro figlio Imhotpu a Menfi. Tutte queste triadi, di cui ognuna aveva un suo proprio culto in un dato territorio, finirono per confondersi in se stesse: i figli, procedendo dai genitori, ed essendo per ciò di egual natura di questi, furono ritenuti pur eguali a questi: quindi, invece di costituire tre forme distinte, si riunivano in una sola identica divinità. Questo dio in tre persone, o meglio la figura principale della triade, era chiamato il dio, uno o unico, come il dio Ammone a Tebe, e il dio Ftah a Menfi. Ciascun «dio unico» rimaneva però il dio supremo di quel territorio, di quella città, non un dio nazionale riconosciuto e adorato da tutto il paese.

Nella più remota antichità, prima ancora di Menes, la scuola teologica di Eliopoli, la più antica dell'Egitto, aveva tentato di riunire i principali dèi in un sistema cosmogonico, che spiegasse l'origine e la esistenza del mondo. Aveva messo a capo di tutti Ra, il sole, e intorno gli aveva aggruppato otto fra dei e dee, come suoi discendenti. Ne risultò un'ennéade, conosciuta per mezzo dei monumenti col nome di ennèade di Eliopoli. La stessa scuola collocò poi in due altre enneadi le divinità minori, geni piuttosto che dei, quelli che regolavano la creazione e il destino dei morti. Gli altri territori (nomi) accettarono la riforma della scuola di Eliopoli, sostituendo a Ra ciascuno il proprio dio principale: Ammone a Tebe, Ftah a Menfi, ecc. Così vi furono tante enneadi locali quante circoscrizioni territoriali contava l'Egitto. Questi dei vegliavano sui morti e sui vivi.

In origine, ciascun territorio aveva il suo dio dei morti, che non era altri che il dio supremo del luogo, passato dalla vita alla morte, il quale accoglieva i suoi soggetti defunti in un inferno o in un paradiso, dove potevano entrare essi soli, non cioè i morti dei territori vicini. In seguito, col diffondersi della leggenda di Osiride e di Situ, tutto l'Egitto riconobbe Osiride come il dio dei morti, e il dominio suo (i « prati di lalu ») come soggiorno di questi, mentre i nomi degli dei e degli inferni locali furono associati alle località e ai personaggi del mito osirico. Così Ftah come dio dei morti fu chiamato Sokar-Osiride o Ftah-Sokarg-Osiride.
Il popolo egizio era così familiarizzato con l'idea della morte che la vita gli appariva come una aspettativa di quella. L'idea della morte, come la concepivano gli Egiziani, non aveva del resto nulla di terribile e di ripugnante. Essa li spaventava tanto poco che si compiacevano di conservare nella loro casa le mummie dei loro morti, per lunghi mesi, prima di chiuderle definitivamente nella tomba. Riservavano a una mummia il posto d'onore in un banchetto, senza che la presenza di questa, muto commensale, dalle pupille fisse e dal viso colorito che nascondeva la faccia sinistra del cadavere, raffreddasse pure in minimo grado la gaiezza del banchetto.

La concezione della vita ultraterrena variò, del resto, in Egitto, da epoca ad epoca. Generalmente la sopravvivenza umana era immaginata in forme diverse: come un "doppio", come un insetto o un uccello (gru o sparviero), come un'ombra nera, come uno spettro luminoso. Si credeva che questo essere sopravvivente si mettesse a giacer nella tomba col corpo che aveva animato in vita, o lo lasciasse per andare a raggiungere il paradiso del suo dio. Come gli era stato attaccato in vita, così lo era in morte, e non se ne distaccava se non quando il corpo era decomposto.

Da quest'idea di continuazione dell'individualità, di là dalla tomba derivò necessariamente la conservazione dei cadaveri, l'imbalsamazione, la mummificazione, spinta dagli Egiziani a un grado di perfezione che nessun altro popolo raggiunse, e derivò pure il bisogno di nasconder le salme mummificate in luoghi sicuri entro camere scavate nella roccia o, trattandosi di re, principi o dignitari, negli ipogei, dentro le piramidi colossali. E, siccome la mummia non era indistruttibile e, disfacendosi, si distruggeva con essa anche l'anima, si collocavano dentro le tombe statue di pietra o di legno raffiguranti il morto, che potevano eventualmente servir di sostegno e di aiuto al "doppio" sopravvivente. Quante più statue si mettevano dentro le tombe tanto maggiori possibilità aveva il « doppio » di perpetuare la sua esistenza ultreterrena. D'altro lato, l'egiziano credeva fermamente a un perfezionamento graduale dello spirito, operato durante cicli di tempo d'una lunghezza immensa. L'intervallo fra la nascita e la morte non era nulla accanto alla vita anteriore e futura dell'essere umano. L'anima si presentava dopo la morte a un tribunale divino ed errava per secoli e secoli soggetta a mille prove, prima di gustare la gloria del cielo o di piombare nel nulla.

Il Libro dei morti contiene previste appunto tutte le prove che l'anima deve attraversare prima di essere assimilata agli dei, tutti i magici incantesimi, tutte le preghiere miracolose, tutte le litanie ch'essa deve pronunciare per trionfar dello spirito del male, e per far si che si aprano le venti porte della casa d'Osiride.

LETTERATURA, SCIENZE E INDUSTRIE.
- Gli antichi Egizi ebbero come espressione grafica del pensiero, per i loro bisogni e rapporti epistolari quotidiani, per le loro iscrizioni, i geroglifici, a base di figurazioni e di ideogrammi. E fin dai primordi della sua storia l'Egitto ebbe collezioni di opere scritte, che divennero innumerevoli sotto la XII dinastia (l'età aurea) e sotto la XVIII e la XIX (l'età argentea): libri religiosi, poemi, annali, storie, trattati morali e giudiziari, raccolte epistolari, romanzi. Vero è che la letteratura egiziana e di una desolante freddezza, così da sembrare il più spesso, esercitazione di scribi, di retori, senza idee chiare e vigorose, senza sentimenti forti e decisivi, quasi un ingegnoso accozzamento di parole. I libri egizi più antichi sono quelli del papiro Prisse, la morale di Kaquimma e gli avvertimenti di Ftahoptu, raccolte di precetti utilitari per ben vivere e ben prosperare. Li segue appresso, superandoli nella diffusione, il Libro dei morti, il cui vero titolo e : « Il libro dell'uscita alla luce », espressione efficace dell'idea che gli Egiziani si facevano della morte. Più che dal punto di vista letterario, questo libro, composto di inni, preghiere, scongiuri, considerazioni di indole svariatissima, e importante per quanto c'insegna circa le idee religiose degli Egizi.

Di tipo analogo sono altre opere, rinvenute nelle tombe: Le lamentazioni d' Iside e di Nebthal, il Libro di ciò che vi è nell'emisfero inferiore; il Libro di ciò che vi è nell'emisfero superiore, (descrizioni, queste due ultime, del viaggio del Sole: la notte e il giorno), ecc. Il documento poetico più importante che vanti l'Egitto e il poema epico di Pentar (dell'età di Ramsete li), che canta, in uno stile potente, uno degli episodi più salienti della guerra contro gli Ittiti : i marmi dei templi di Luxor, di Karnak, di lpsambul, e i papiri ce l'hanno conservato integralmente. Pochi e freddi i frammenti lirici che si conoscono; d'importanza maggiore, quantunque non eccellano per concezione le opere storiche (Memorie di Sineh; In qual modo Thutii prese la città di loppe, e altre). Interessantissime alcune novelle, pitture dei facili costumi, degli amori libertini, fra le quali il racconto dell'avventura di Stui, il figlio del re, e di Tbubui, la figlia del gran sacerdote di Bubaste.
Ma una delle forme letterarie predilette dell'egiziano antico era l'epistolografia. Si hanno lettere sopra ogni sorta di argomenti, di padre a figlio, di maestro a discepolo, di scriba a scriba, di legato a re. Le Istruzioni di Amenemhat, il fondatore della XII dinastia, al figlio Nsetten, si orientano appunto nell'orbita di tale forma letteraria.

Le nostre cognizioni intorno al sapere scientifico degli Egizi sono limitate, come gli avanzi dei loro trattati di tal genere. Certo e però che, se consideriamo quelle opere che dovettero essere l'applicazione delle loro conoscenze teoretiche, troviamo ch'essi dovettero possedere una cultura, un sapere scientifico superiore. In fatto d'ingegneria idraulica, sappiamo che costruirono canali e laghi artificiali, opere mirabili; in fatto di geometria e di architettura, che sapevano pur valutare la superficie della Terra e costruire edifici come le Piramidi; in proposito delle loro loro idee astronomiche, ci e noto che essi sapevano orientarsi esattamente, calcolare la durata dell'anno, ecc.; in fatto di chimica, sappiamo che usavano i mordenti e risolvevano gli ossidi.
Afferma Diodoro Siculo non esservi stato al suo tempo altro paese in cui l'ordine e il moto degli astri fossero osservati con maggior esattezza che nell'Egitto. Ivi infine (e questo ci dicono le più recenti scoperte) si conoscevano e si praticavano altresì la medicina, la farmacia, la ginecologia, la veterinaria, scienze che avevano i loro trattati e ricettari relativi.

L'industria vi aveva pur essa un magnifico sviluppo. Dai monumenti coevi alla IV dinastia si apprende che l'Egitto possedeva già fin da quel tempo arnesi agricoli, industriali e militari assai perfezionati, che si serviva di tutti gli animali domestici che noi conosciamo, e coltivava la vite, i cereali, i legumi; fabbricava il vetro, fondeva, lavorava e cesellava i metalli, possedeva vere manifatture di stoffe e di tessuti d'ogni sorta, di terre smaltate, di stoviglie grossolane e fini. Gli Egizi sapevano batter l'oro in lamine così sottili da ornare le incisioni dei papiri, e filarlo così fino da poter usarne nei ricami. Anelli, spille, braccialetti gareggiano poi di perfezione coi lavori di oreficeria dei nostri giorni. E prodigiosa era la loro abilità nella fabbricazione delle pietre false, ottenute colorando il vetro con ossidi metallici.

Quanto progredite fossero presso quel popolo l'arte dell'ebanisteria e tutte le arti decorative, ce lo attesta la sontuosità delle abitazioni private, dei mobili di legno prezioso, lavorati a tarsia, dipinti, dorati. Industria molto estesa e lucrosa era certamente quella della fabbricazione del papiro; industrie minori diffusissime, quelle della fabbricazione dei profumi, delle pomate, degli unguenti, delle tinture, dei fiori artificiali, e così via.

LE ARTI.
- Non meno della letteratura fiorivano in Egitto le arti plastiche : la scultura e la pittura monumentali o applicate all'industria, e specialmente l'architettura, che sulle rive del Nilo esplica i primi segni, lascia le prime tracce di attività artistica. La storia dell'architettura egiziana abbraccia molti periodi. Da principio, presso ciascuna città si aprivano catacombe, ch'erano lunghi corridoi facenti capo a sale vastissime, sostenute da pilastri massicci. Quando i nuovi sovrani trasportarono la sede del governo a Menfi, fecero elevare con grandi spese montagne artificiali, perchè servissero loro da tomba, come le montagne scavate avevano servito ai loro predecessori. Tale è l'origine delle Piramidi. In ciascuna di esse era serbato uno spazio sufficiente per ricevere il corpo del re e quelli della famiglia reale.
La costruzione delle Piramidi consisteva in piani disposti in forma di terrazze elevantisi ad angolo retto per terminare in forma piramidale. I materiali impiegati in questi imponenti edifici sono generalmente pietre, qualche volta mattoni. Alle tre principali Piramidi abbiamo già accennato.
Un secondo periodo di gloria dopo l'antico incomincia, verso l'anno 3000 a. Cr., col Medio Impero. Esso e segnalato dall'imponente obelisco del re Sefurtisen I, a Eliopoli, monumento interessante, poichè rappresenta le prime tendenze verso forme architettoniche più caratteristiche. Infatti si trova che il pilastro unito tende a prendere una forma geometrica, che, elevandosi da una base quadrangolare, va diminuendo verso l'alto e termina col cono piramidale. Si riscontra già a quest'epoca l'edificio a colonne (tomba di Beni-Hassan).

Tra il secolo XVI e il XII a. Cr. l'architettura arriva al più splendido periodo nella costruzione dei templi. Un vasto recinto murale, coronato da una cornice potente, dà all'insieme un carattere imponente e misterioso. Nessuna finestra nel colonnato; ma iscrizioni misteriose variopinte, figure di divinità e di sovrani coprono i muri come un gigantesco tappeto. Piloni di forma piramidale e obelischi indicano l'entrata, alla quale spesso conduce un'anticorte a cielo aperto, circondata da gallerie riparate. In seguito si incontra una sala più vasta, il cui soffitto e posto sopra colonne aventi più di 20 metri d'altezza. Da questa sala si passa al santuario, che comprende camere di diversa grandezza, e la cui parte remota si compone di celle strette, basse, oscure. Colà la statua della divinità si trova immersa in un'ombra misteriosa. Tutta la superficie dei muri, il soffitto e le colonne sono rivestiti di disegni, i cui colori vivi e l'arduo simbolismo accrescono l'imponenza di questi monumenti.
Oltre ai templi sono architettonicamente notevoli le tombe dei re e delle regine della dinastia tebana, situate dentro caverne. Un labirinto, formato di strette gallerie, conduce da un'anticorte alla camera sepolcrale chiamata a "sala d'oro". I muri sono coperti di dipinti che rappresentano le principali azioni della vita del principe; in mezzo s'innalza il sarcofago. Altri notevoli monumenti s'incontrano nella parte meridionale dell'Egitto, specialmente nella Nubia: per es.. il tempio che si trova nell'isola di Elefantina e il monumento di Ipsambul, con quattro colossi seduti, alti 65 piedi, immagini di Ramsete il Grande, il Sesostri dei Greci.

L'ultimo periodo dell' architettura egiziana ha rapporto col regno dei Tolomei. Ricordiamo, come esempio, il tempio dell'isola di Zoleo. Fra i monumenti di quest'ultima epoca notiamo certi santuari che constano di una cella circondata da un colonnato. Ne esistono a File e a Denderah.
La scultura e la pittura erano applicate all'architettura. Le figure che vi prevalgono, o sono accosciate in posa tranquilla, guardanti oggi all'immensità del deserto (tali le sfingi) ovvero appaiono in atto di rigido postura. La statuaria però, sia in bronzo che in pietra tenera o dura o granito nero, in terracotta o in legno, è ricchissima: uomini, animali divinità, idoli spesso con teste animalesche, secondo i miti locali; o scene di vita quotidiana, di guerra, di oltretomba, in bassorilievi finemente eseguiti, ma senza prospettiva. Gli occhi sono talvolta di cristallo o di smalto nero, i cui riflessi e trasparenze dànno alle figure una singolare, intensa espressione di vita. La più antica scuola di scultura è la menfita, ed e quella che ha opere ispirate più direttamente dalla natura, più espressive e perfette come lo Scriba del Louvre, le Statue regali del museo di Ghizeh, tutti veri e propri capolavori scultori, per la verità del gesto e l'espressione dei visi.
Le statue dei primo impero tebano son già meno originali, più compassate e più rigide. La seconda epoca tebana si distingue per due tendenze opposte : l'una tutta grazia e finezza, come si può vedere nelle statue di Amenote I, della regina Atsopsitu, di Tutmosi III, nei bassorilievi dei templi di Luxor, ecc.; l'altra piena di vigore e grandiosità esagerata, quali si notano nelle gigantesche sfingi, nelle enormi statue monolitiche, nei colossi di Amenote III, di Memnone, di Ramsete II a Tanis, a Tebe, a Ipsambul. Poi l'arte scultoria decade sensibilmente: le figure sono uniformi, convenzionali, prive di vita e di espressione. L'epoca saitica segna un rinascimento nel campo della scultura, e riprende le tradizioni menfite, sebbene con imitazione troppo arida e manifesta. Tebe allora produce la statua in alabastro della regina Amenerta e la Tueri in serpentino verde del museo di Ghizeh. Coi Tolomei l'arte egizia si ammollisce e si fiacca per l'infiltrazione dell'arte greca e poi sorge una scuola che, pur non rinunciando alle tradizioni faraoniche, subisce in tutto l'influsso greco e diviene imitatrice.
Dal secolo II dell'èra nostra non abbiamo che opere manierate e goffe. La scultura egiziana e l'architettura muoiono insieme, sul principio del secolo III, al primo diffondersi del cristianesimo. La pittura egiziana non si afferma, non sta a se indipendentemente, ma proviene dall'architettura. Nondimeno è notevole il disegno, e così la purezza e l'ardimento della linea, tali da riprodurre chiaramente i tratti caratteristici dell'uomo e degli animali. Mancava l'idea esatta della prospettiva. La figura aveva gli occhi e il busto di prospetto e il rimanente della testa e del corpo invece erano di profilo. Nei quadri dei templi o degli ipogei i piani non erano proiettati su una superficie piana, gli uni dietro agli altri, ma stavano separati e sovrapposti. La fantasia degli Egiziani, scarsa in genere nelle arti maggiori, si spiega fecondamente nell'arte decorativa, dove in special modo sono vari e straordinari i motivi presi dalla flora.

GLI SCAVI.
- Da quando la celebre iscrizione trilingue della stele di Rosette veniva, nel 1822, decifrata dallo Champollion, l'egittologia, di cui questi e meritatamente considerato come il fondatore, ha compiuto un cammino meraviglioso. Da un lato si ebbero, nel vasto campo dell'epigrafia egiziana, quel fervore di studi, quell'indefessa e sapiente opera di decifrazione che tanta luce hanno proiettata sul mistero dell'Egitto antico, dai primordi della sua storia fino all'epoca alessandrina : dall'altro, l'attività delle missioni archeologiche, le quali sottoposero il suolo dell'Egitto a lungo esame, a serie, scrupolose, disciplinate indagini, costringendolo a darci i tesori che da secoli e secoli chiudeva nel grembo inesplorato. Lunga è la serie dei benemeriti e degli illustri: dal Lepsius, che verso la metà del secolo XVIII dava alla luce la sua grande opera sui Monumenti dell'Egitto e della Nubia, dal Maspero, che nel 1887 pubblicava la sua ammirabile Archéologie egyptienne, al Mariette, al Pétrie, al Beauregard, all'Ebers e a molti altri.
Ma, mentre fin verso il 1890, l'orizzonte delle nostre cognizioni era limitato, si può dire, dalle Piramidi e dai monumenti dei re menfiti, nel successivo trentennio il progresso degli studi egittologi e stato veramente prodigioso. Nuova luce sulle prime dinastie faraoniche ci venne dagli scavi che misero a nudo i monumenti del periodo thinita, i quali, rivelando un Egitto anche più antico, ci avviarono a nuove scoperte riflettenti pur l'epoca che diremo prethinita o predinastica. Fu nell'estremità occidentale della metropoli di Abido, nella località detta Omn-el-Gaab, in mezzo ai frammenti d'una quantità di vasi in terracotta e in terra cruda, che Amélineau e Pétrie, dal 1895 al 1903, e successivamente Morgan a Neggadeh, Quibell a Kom-elAhmar, Garstany a Beit-Khallaf, Barsanti e Maspero a Sakkarah e Zauiet-el-Aryan, rinvennero nuovi documenti interessantissimi, che ci riconducono all'epoca dei primi Faraoni.

Lo stato di quell'antica civiltà, la storia di quelle dinastie ci si mostrano ora con sufficiente chiarezza. Apprendiamo ch'era già divulgato l'uso dei metalli, oro, argento, bronzo, ma che si adoperavano pure contemporaneamente gli utensili di pietra e che il lavoro d'intaglio della selce aveva anzi raggiunto la perfezione. La costituzione civile e politica risulta eguale a quella dei tempi menfiti. La religione conta già una trentina di divinità. La tavoletta di avorio detta di Mini Menee ci mostra incise delle scene di riti funebri. La scrittura e a caratteri sillabici e a figurazioni ideografiche e le iscrizioni si decifrano facilmente al pari di quelle delle epoche posteriori. Si pervenne a conoscere le generazioni intermedie fra la VI e la XII dinastia, e nomi dimenticati di Faraoni si trovarono sui monumenti scoperti dell'epoca della XIII e della XIV dinastia.

Una lacuna d'ombra è ancora sugli Hyksos, o re pastori: terreno questo quasi interamente inesplorato. Per le scoperte di Karnak riferentisi al secolo III a. Cr. si potè ricostruire cronologicamente quel periodo della storia di Tebe che va dalla caduta della XX dinastia alla conquista persiana. Indi si poterono seguire tutte le fasi progressive della grande trasformazione della monarchia militare tebana in vero Stato teocratico impersonato nella serie dei grandi sacerdoti di Ammone.
Gli oggetti scoperti a Karnak (fra l'altro cinquecento statue, alcune delle quali sono autentici capolavori) hanno altresì dato modo di studiare la scultura tebana durante il periodo di oltre duemila anni e di vedere in che, per le sue speciali caratteristiche, si distingue dalle altre scuole d'arte egiziane. Al Maspero, succeduto in Francia, nella Direzione generale d'archeologia, al Mariette, organizzatore del servizio di conservazione dei monumenti egizi e scopritore del Serapeum, sono dovute le importanti ricerche e scoperte di Dabchur, a sud-est del Cairo, nel vasto territorio della grande necropoli menfita. Due piramidi colossali, costruite con mattoni crudi fatti col fango del Nilo, si rivelarono per le tombe di Usortesen III della XII dinastia e di Amenemhat III.

Nella prima delle due piramidi, la settentrionale, quattro tombe principali si aprono sotto il corridoio, mentre otto sarcofaghi di principesse erano deposti in cavità di minore importanza, in uno strato inferiore, ma in comunicazione con le tombe delle regine. Questi dodici sarcofaghi erano stati violati nell'antichità, ma i violatori non erano riusciti a impadronirsi di tutti gli oggetti. Avventuratamente gli stessi Egiziani avevano preso delle precauzioni contro gli eventuali spogliatori di tombe e deposto i gioielli di molte principesse in cavità praticate nel suolo stesso della galleria. Così si son potuti scoprire i più antichi e preziosi gioielli dell'antico Egitto, che oggi costituiscono uno de' migliori ornamenti del museo di Ghizeh. Confrontando questi gioielli con quelli dell'epoca dei Ramessidi, vediamo che i lavori più antichi sono i più belli, i più fini, i più squisitamente eseguiti. Il maggiore sviluppo artistico e dunque delle età più remote; i prodotti dei tempi posteriori non furono in genere che cattive copie delle opere più antiche.
Nell'altra piramide della necropoli mentita, posta a mezzogiorno, verso Menchiyeh, non furono trovate mummie che in due sole delle molte sue tombe, ma l'importanza di esse compensa dello scarso numero. L'una è di un re, Ra-Fu-Ab, di cui il ricordo era ancora perduto; l'altra e di una principessa regina, Nub-Hotep. Il feretro del re era coperto di lunghe fasce d'oro su cui erano riprodotti infinite volte i nomi e i titoli regali. La mummia, avviluppata d'una foglia d'oro, portava ancora il copricapo reale; li accanto erano gli scettri, il flagello, l'emblema della potenza sovrana. Ai piedi del sarcofago, una cassa contenente i vasi coi visceri del defunto. Il cofano inviolato portava ancora il suggello di Ainenemhat III della XII dinastia, segno che questo sovrano aveva presieduto ai funerali del suo predecessore o condominante. In un angolo eravi un gran tabernacolo (naos) di legno, dove riposava la statua del « doppio » del defunto: statua raffigurante un giovinetto di cinque o sei anni, scolpita in legno duro, quasi nero, ma di una esecuzione perfetta. Nella camera sepolcrale della tomba inviolata di Nub-Hotep, la regina, probabilmente la moglie di Ra-Fu-Am, si rinvenne un feretro di legno laminato d'oro che portava dei testi coi nomi e i titoli ripetuti della principessa. Accanto alla mummia erano gli scettri e il flagello ornato d'oro; al collo essa aveva sei monili d'oro massiccio, alla testa vasi di alabastro, a mezzo il corpo un pugnale dalla lama d'oro e una testa d'avvoltoio.

I maggiori progressi dell'egittologia riguardano specialmente le epoche a noi più vicine : la greca, la romana, la bizantina. Innumerevoli papiri usciti dalle rovine ci hanno fornito sufficienti lumi sulla costituzione civile e l'amministrazione dell'Egitto. Contratti in lingua greca e in lingua egizia e in carattere demotico o, per l'età bizantina, in cofto, ci hanno dato preziose indicazioni sull'organizzazione della famiglia, l'eredità, la proprietà individuale o collettiva. Registri d'imposte, circolari indirizzate dai ministri dei Tolomei ai loro funzionari in provincia forniscono chiare nozioni sul sistema e l'ordinamento finanziario. Lettere d'affari o biglietti familiari ci fanno sapere del regime alimentare e dell'intimità della vita domestica. Carte archiviali pubbliche o private contengono opere, ch'erano per noi andate perdute, di storici o poeti greci o versioni delle medesime. Papiri e pergamene portano documenti dell'epoca musulmana. Scritti greci, cotti, arabi si riferiscono al periodo della dominazione persiana.

Importanti risultati sono stati raggiunti dai lavori della missione archeologica italiana in Egitto, finanziariamente sorretta dal re e dai ministeri dell' Istruzione e degli Esteri e diretta da Ernesto Schiaparelli, con la collaborazione del Paribeni, del Breccia, direttore del museo di Alessandria d'Egitto, e di altri valenti investigatori. Ricerche e scavi furono praticati in specie nella necropoli di Menfi, presso la piramide di Cheope, nell'area dove sorgeva l'antica Eliopoli, nelle necropoli di Assiut e di Gau-el-Kebir, nell'area della fortezza di Ghebelen, a Tebe, nella parte meridionale e nelle prossime necropoli. A Eliopoli si rinvennero un edificio a volta delle prime dinastie, che faceva parte dei celebre santuario del Sole, onde trasse il nome la città; i ruderi del tempio del torello Mneris; avanzi di antichissime abitazioni del periodo predinastico e di quello coevo alle prime dinastie; a Ghizeh, alcune grandi tombe, e le prime tracce di sepolture di quella stessa necropoli, del periodo fra la VI e la XI dinastia. Assiut diede abbondante materiale per l'illustrazione dello stesso periodo. A Gau le tombe dei sacerdoti di Set recarono nuove nozioni sul periodo della XIII dinastia.

A Ghebelen si scopersero le fondamenta di una città e di villaggi che risalgono fino al periodo predinastico e ruderi del famoso antichissimo santuario di Hathor. Nella valle delle Regine, a Tebe, tombe di dignitari, quella della principessa Aahmesit, figlia di Seknenra, della XVII dinastia, che scalzò il dominio degli Hyksos; le tombe di tre principi figli di Ramsete II, ricche di dipinti, e quella della regina Nofertari, che per bei lavori d'arte e ottima conservazione è delle più notevoli del territorio tebano. Nella valle di Der-el-Medinet, insieme con precise indicazioni sulla confraternita dei Sotemash, addetti al servizio della necropoli, e con frammenti di vasi che lumeggiano i rapporti intercorsi fra l'Egitto e l'Egeo, si trovò intatta la tomba di Kha, architetto delle grandi costruzioni di Tebe e soprintendente ai lavori di quella necropoli, sepolto insieme con la moglie Mirit, sotto il regno di Tutmosi Ill. Questa tomba costituisce oggi un prezioso ornamento del museo egiziano di Torino.

Mille particolari sono emersi della quotidiana vita domestica di quel tempo e specialmente della dolce intimità dei due sposi, come se essi ci fossero contemporanei. Fu ritrovato ancora un piccolo archivio familiare con 52 papiri, dei quali 43 demotici e 9 greci, del periodo tolemaico. La Società italiana per la ricerca dei papiri, sorta con l'appoggio dell'Accademia dei Lincei, ha fatto poi, per mezzo di Schiaparelli e Breccia, Vitelli e Pistelli, preziosi acquisti di papiri al Cairo, a Ghizeh, a Medinet-el-Fayum, a Gau-el-Kebir, e sotto la direzione del Breccia e del Biondi ha promosso scavi altresì a Ghizeh (Menfi) e ad Aschmunein, l'antica Hermupolis Magna.

Nel 1923, la curiosità di tutto il mondo fu attratta dai risultati dei nuovi scavi di Luxor, nella famosa Valle dei Re, eseguiti da lord Carnarvon e dall'egittologo dott. Carter. Questi ricercatori riuscirono dopo sedici anni di lavori, a trarre alla luce meravigliosi tesori archeologici, avendo scoperto il sepolcro del faraone Tutankamen, della XVIII dinastia, che regnò sugli Egizi 3500 anni fa. Il museo del Cairo si arricchì, per questa scoperta, di una quantità ingente di oggetti, di gioielli, di statue, di preziosi lavori artistici, tutti relativamente ben conservati. Lord Carnarvon, mentre faceva continuare alacremente gli scavi, e quando già aveva trovata la mummia di Tutankamen, morì quasi improvvisamente (aprile 1923), vittima di un morbo misterioso che sembrò dar ragione alla superstizione dei locali, secondo la quale i Faraoni si vendicano sempre, inesorabilmente, contro chi osa disturbare il loro millenario riposo.

Bibliografia:
D. Cinti, Storia Universale
F. Harttung, Storia Universale - Lo sviluppo dell'Umanità


GLI EGIZIANI - Breve cronologia- dal 10.000 a.C. - 2000 d.C.

La storia dell'Egitto può dividersi, per comodità in 12 periodi.
Di questi 5 appartengono alla Storia antica e 7 alla Storia moderna.


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I 12 PERIODI
DELLA LUNGA STORIA EGIZIANA

CRITERIO - La determinazione delle date presenta grandi difficoltà per la scarsità di precisi punti di riferimento. Tuttavia essendo fra i primi gli egiziani a concepire la scrittura, fin dal 3000 a.C. ( si pensi che i Greci cominciarono a scrivere solo duemila anni dopo, nel 1000 a. C.) iniziamo ad avere delle testimonianze scritte dirette degli avvenimenti,  ma non complete. Significativi sono gli annali della V dinastia (il frammento é nel Museo di Palermo), prezioso come fonte le tre   liste dei sovrani della XVIII e XIX dinastia (oggi conservate ad Abido, al Louvre e al British M.), la più completa però é quella riportata nel "Papiro dei Re" del Museo Egizio di Torino (Uno dei più importanti del mondo. Una visita che un extraterrestre quando verrà sulla Terra non mancherà di visitare, ma che molti terrestri non hanno ancora fatto)  che ci indica  gli anni, i mesi e i giorni di regno di ogni sovrano fino alla XIX dinastia. Poi, indirettamente, perchè solo citata da autori successivi, spicca anche l'opera di Manetone vissuto nel III sec a.C.

 


E' suo il criterio di suddivisione della storia egiziana in trenta dinastie.  Abbastanza fedele come ricostruzione anche dopo i successivi ritrovamenti archeologici dei reperti che però Manetone non ebbe mai la fortuna di visionare perchè sepolti da decine di secoli e non ancora venuti alla luce quando lui scriveva. Ma indubbiamente in circolazione esistevano molti documenti, forse raccolti alla Biblioteca di Alessandria che venne completamente distrutta e incendiata dai Romani quando misero piede in Egitto. Sappiamo che in questa grande biblioteca vi erano conservati milioni di documenti di ogni epoca,  e a gestirla, nel corso di tre secoli, erano state chiamate le migliori menti dell'epoca: storici, filosofi e matematici che avevano incaricato circa 1000 appositi scribi viaggiatori di ricopiare in ogni luogo del mondo conosciuto opere dell'antichità. La stessa cosa aveva fatto Enmekar il principe sumero a Ur nel 2500   a. C. che aveva a disposizione 500 scribi. E altrettanto poi fecero gli Arabi a Baghdad nell'anno 800 d.C. dove raccolsero milioni e milioni di testi; per nostra fortuna, altrimenti quasi tutte le testimonianze della Cultura greca (e paradossalmente molta di quella latina) sarebbero andate distrutte.

1° PERIODO - ANTICO IMPERO EGIZIO o Protostoria. - 10.000 - 3500 a.C. - Nei remotissimi tempi, l'Egitto era abitato da gente di razza negra (popolazione camitica), cui si sovrapposero gli Egizi di stirpe mediterranea, influenzata da gruppi di beduini nomadi con  elementi semiti. Una migrazione che avvenne nel quinto millennio a.C. forse dalle prime carovaniere che scoprirono le terre  del Nilo e vi si insediarono prima con piccoli villaggi,   poi scoperto il "tesoro" del limo alluvionale che rendeva annualmente fertili i terreni, sorsero delle vere e proprie città inizialmente anche queste agricole poi via via sempre più urbane.  Questa fusione malgrado la diversità di razza riuscirono a fondersi in una unità salda e costruttiva, forse scaturita da due fattori importanti: i beduini portarono con se interessanti tecnologie di coltivazioni e gli stessi trovarono utile avere a disposizione le braccia dei camiti . Inizialmente gli insediamenti compaiono in due territori distinti uno a Nord e uno a Sud, ed entrambi diedero origine a due regni con capitali rispettivamente Buto e Hierakompolis.
La tradizione fa risalire la fondazione dell'Impero a Men (o Menes)  originario di This, che fondò Menfi, capitale. Dobbiamo a lui con quasi la certezza assoluta, la fusione dei due regni perchè in un reperto archeologico, Men compare  con una corona con la sua insegna che riporta entrambe  quelle dei due  precedenti regni.   Questo avvenne nel 2650 a.C. - Vennero poi 30 dinastie di re o Faraoni. (Furono quelli della IV dinastia a costruire le maggiori piramidi).

2° PERIODO - MEDIO IMPERO o antico regno.  Dal 2650a.C. fino al 1785 a.C. Si suole fare iniziare questo periodo con la III dinastia con re Djoser,  che ebbe alle sue dipendenze ministro e architetto Imhotep:  l'ideatore e costruttore della piramide Saqqarah (a tronchi sovrapposti) di Dyoser - Inizia poi la IV dinastia che termina nel 2480 a.C.. in cui primeggia Snofru,  noto per le sue spedizioni in Nubia. Alcuni  suoi successori, Cheope, Chefren e Mikerinos ancora più noti  per aver lasciato le grandiosi piramidi di Gizah (quelle più famose, poco distanti da Il Cairo). Questo antico regno termina   con la IX dinastia, un  periodo oscuro con regni di tipo feudale, con gravi crisi nel potere centrale, e proprio per questo  si verificarono  invasioni dei re pastori o Hakshsu o Hyksos (1785 a.C.), cui appartengono le dinastie  fino alla XVII  ( 1580 a.C.);  si estese ( e fu un errore) principalmente solo all'Egitto Inferiore con capitale Tebe.

Gli HYKSOS -  popolazione rozza (Hiq-Shasu - ovvero "re pastori") già infiltratasi da tempo sul territorio,   approfittarono della crisi per impadronirsi del potere. Riuscirono così in pochi anni   a modificare  la popolazione,  ma non abbastanza in un certo ambiente, quello  indigeno (soprattutto dell'Egitto superiore) che non sopportava questi "rozzi barbari", e che riuscì dopo una serie di piccoli scontri a  costituire una vera e  propria dinastia che iniziò a chiamarsi Dinastia Tebana e a riconquistare il potere prima sull'alto Egitto, poi divenuta potente, su tutto il resto del Paese. 

3° PERIODO - NUOVO IMPERO. - 1580-1085-663  a.C. -  Con le dinastie tebane iniziarono  le guerre esterne, con le quali furono conquistate: l'Etiopia, la Libia, la Nubia fino alla quarta cateratta del Nilo. L'apogeo della potenza egizia iniziata da Amosis, proseguita da Tuthmosis I, fu raggiunto da Tuthmosis III conquistando  territori fino al Tigri e Eufrate, quindi la Siria e l'intera Palestina, con la famose deportazioni in Egitto fra cui il popolo Ebreo (dalla Terra di Canaan)
Questo periodo inizialmente sereno fu turbato da due eventi: dal popolo degli ITTITI (vedi) e da una violenta crisi religiosa nel 1377 a.C. dal faraone Amenophis che promosse lo scisma religioso tra i seguaci di AMON e la sua fede nel dio Sole ATON, istaurando un sistema monoteistico. Il nuovo simbolo della nuova fede,  era naturalmente il disco solare da cui si dipartono all'intorno  lunghi raggi.
Fu una grande novità: prima perchè la religione era unica e monoteistica, poi il faraone non si considerò più - come i precedenti -  lui stesso un dio, ma solo un intermediario fra dio e l'umanità. (Due intuizioni che furono mutuate sia dalla religione mosaica, e dopo quasi 2000 anni anche da quella cristiana. Quest'ultima conservò e utilizzò lo stesso simbolo del disco solare trasformato ( solo nel 580 dopo Cristo) in teca contenente l'ostia, l'ostensorio della liturgia cristiana, che contrariamente a quello che si  pensa non prese il nome dall'ostia, ma l'incontrario fu chiamata ostia, perchè 1377 anni prima di Cristo ostiare corrispondeva all'etimo igizio mostrare. fare vedere;  mostrare il disco solare ai fedeli; la cristiana conservò anche l'abbassamento del capo, perchè nei primi riti di Aton all'aperto,  non era una proibizione guardare il sole, ma era un accorgimento,   perchè fissando il sole si rischia di perdere la vista. Nei successivi riti trasferiti all'interno dei templi i sacerdoti di Aton ricorsero  a un disco d'oro con i raggi attorno, appunto l'ostensorio ("far vedere") elevato in alto ("elevazione") ma l'abitudine di chinare il capo rimase,  e fu poi successivamente insieme all'oggetto, traslato anche nel rito cristiano.
(Un papa sconsolato dopo che erano passati già trecento anni dal bando costantineo del culto solare, introdotto a Roma nel 274 (vedi)  da Aureliano di ritorno dall'Egitto, nel 580 scriveva "quando i romani entrano in San Pietro rivolgono ancora lo sguardo e chinano la testa in segno di devozione verso il Sole". Risolse il problema un monaco, al centro, invece del disco in oro luccicante, mise una teca con dentro quello che prese in nome dal contenitore: l'"ostia" e "conciliò"' e accontentò così  l'adorazione sia dei pagani che dei cristiani)

Impegnati i  sacerdoti (spaccatisi nelle due religioni) in questa grandiosa riforma, dopo la scomparsa di Amenophis che mutò perfino il suo nome in Ekhnaton, i seguaci di Amon riuscirono nuovamente ad imporsi considerando eretici gli adoratori di Aton. Vinsero su ogni fronte compreso quello di far mutare al figlio di Ekhnaton, TutankhAton, il nome in TutankhAmon, e furono inutili i tentativi della madre Nefertiti. Nella contesa ci si mise in mezzo la "morte", prematura del giovane faraone, cui seguì un periodo di grandi incertezze,  finchè   Ramesse I,  iniziò la XIX dinastia, che portò sul trono il più famoso Ramesse II nel 1301;  il faraone  che ci ha lasciato gli splendidi monumenti di Abu Simbel, ma é anche, lui grande guerriero, l'autore di uno dei primi interventi militari nella storia dei popoli del Mediterraneo orientale: il conflitto che risolse  la "questione Ittita", ma che anche sposando una Ittita, fu poi anche la causa di tante crisi interne tra i nazionalisti intolleranti a questi matrimoni di stato.  Crisi che riportarono l'Egitto a mutamenti sociali, repressivi, di cattivo governo e alle intolleranze verso gli stranieri,  soprattutto gli ebrei che migrando verso le terre del Nilo erano divenuti numerosi. Infatti sotto il regno di Ramesse II e di suo figlio Meneptah I, gli Israeliti, sottoposti a persecuzioni di ogni genere, accusati poi di un delitto, abbandonarono il paese con  il famoso "esodo dall'Egitto" per far ritorno alla Terra di Canaan
Il regno  di questo e dei successivi faraoni, pur avendo sventato il pericolo ittita,   dal  1085  al 663 a. C., oltre che ad avere una serie di crisi,   scissioni interne  e un dominio della classe sacerdotale e feudale sempre più forte, si ritrovò uno Stato centrale con un  potere molto debole,  incapace di coordinare,  non avendo più la forza organizzativa di  far fronte ai numerosi attacchi esterni,
Alla ribalta, infatti,  nel corso di questi 400 anni, si presentarono nuovi popoli indoeuropei, tra cui i Sherden, gli Achei, i Tirreni, i Siculi e i Lici, detti "popoli del mare". Con Ramesse III della XX dinastia, si cercò di contrastarli, ma inutilmente, in Libia i "popoli del Mare" costituirono la loro prima colonia. Seguirono poi  le conquiste degli eserciti Assiri nel 671, e infine   Assurbanipal dopo alcuni anni, entrò a Tebe,  e l'intero Egitto fu vinto e sottomesso.

La capitolazione totale dunque avvenne tra il 663 e il 638 quando nonostante la dominazione assira,  Psammetico I, uno dei 12 principi  (a tanti erano arrivati ormai i contendenti nel Paese), riuscì a prevalere e ad unire di nuovo l'Egitto dando vita alla XXVI dinastia (l'ultima) ma solo per un brevissimo periodo: un secolo. L'ultimo re di questa dinastia fu Psammetico III e Psammetite, che a Pelusio fu sbaragliato da Cambise, re di Persia (525 a.C). Durante quest'ultimo periodo, capitale d'Egitto fu Sais. Sotto i Persiani, gli egizi  tenteranno più volte la riscossa , soprattutto con la 28a e la 30a dinastia, ma  inutilmente; erano destinati a scomparire.

4° PERIODO - ETA' ALESSANDRINA. - Allorchè i Persiani furono vinti da Alessandro, tutti i loro domini passarono a questo re, il quale entrò pure in Egitto, dove nella parte occidentale del Delta, iniziò (332 a.C.) la costruzione di una città, a cui diede il suo nome Alessandria. Morto Alessandro, Tolomeo Lago, fondò in Egitto una sua dinastia tramandando ai suoi discendenti il trono . Tra i suoi successori, detti Lagidi, (o dei Tolomei) si distinsero Tolomeo I, Sotero e Tolomeo III Evergete, sotto i quali la civiltà ellenica si estese molto in Egitto  in ogni sua espressione sociale e culturale. Alessandria divenne una delle più grandi città del mondo conosciuto non solo in grandezza e meraviglie,  ma famosissimo come centro di civiltà e di insegnamento. Celebre la sua biblioteca,  e ancora più celebri quelli che vi studiarono o ne ebbero la direzione: i grandi matematici e filosofi greci.... e anche romani fino al 395 d. C. nonostante l'incendio dei soldati di Cesare nel 48 a.C.

5° PERIODO - L'EGITTO SOTTO I ROMANI. - Nel 31 a.C. l'Egitto dalle mani dei Tolomei passò ai Romani per opera di Augusto, diventò provincia romana,  personalmente amministrata dall'imperatore. Prima ancora della caduta dell'Impero Romano, alla morte di Teodosio (395.d.C.), l'Egitto ormai sotto l'influenza del cristianesimo - fondamentalmente    bizantino -   entrò a far  parte dell'Impero d'Oriente fino al 640.

6° PERIODO - L'EGITTO SOTTO GLI   ARABI. - Nel 640 d. C., gli Arabi si rovesciarono dall'Asia nella valle del Nilo e conquistarono la regione. Dal 640 al 1250 fu tenuto dai Califfi arabi, scegliendo come capitale dell'Egitto il Cairo - (Curiosità-  la città fu fondata da un arabo nato in Sicilia).
Gli Arabi governarono fino all'arrivo dei Mammelucchi.

7° PERIODO - L'EGITTO DEI SULTANI MAMMELUCCHI. -  I Mammelucchi, subentrati agli Arabi nel dominio del paese, vi dominarono dal 1250 al al 1517. La stirpe dei Mammelucchi era una antica milizia   originariamente composta da schiavi arruolati nel Caucaso e nella Circassia. Si eleggevano da sè il commandante. Per  bravura militare o per l'incapacità degli arabi in declino,  riuscirono a impossessarsi dell'Egitto.  Dopo tre secoli di dominio,  benchè poi sottomessi dai TURCHI, continuarono ad esercitarvi un predominio di fatto per altri 3 secoli, fino al 1798 quando Napoleone li sconfisse alla battaglia delle Piramidi. Furono poi del tutto sterminati dal Califfo Mehemet-Ali nel 1811.

8°PERIODO - L'EGITTO IN MANO AI TURCHI - I Turchi, popolo di razza mongolide  dopo essere scesi dal Turkestan, iniziando da Bagdad, conquistarono tutti i califfati arabi.  Othman nel 13° secolo  diede origine al popolo che prese il suo nome OTTOMANI. Questi poi   invasero  i paesi vicini.  Iniziarono in Europa dal Cossovo nel 1354 contro i Serbi dominando sui Balcani dalla Serbia  alla Macedonia (Iugoslavia). Successivamente  misero fine all'impero bizantino conquistando prima Costantinopoli nel 1453 poi l'intero territorio interno tra il Mar Nero e la Siria, che prese da quel momento il loro nome: Turchia.
Portandosi poi a  Sud, conquistarono tutti i territori  mediterranei fino al confine libico,  quindi l'intero Egitto. Subentrarono così al potere dei Mammelucchi che rimasero comunque il Egitto politicamente i dominatori anche dopo la breve dominazione Napoleonica, apportando  nel Paese una grande   trasformazione con    la loro dinastia chiamata dei PASCIA', un insieme di caste nobili turche, mammelucche e musulmane. Nota come la Gran Porta.

9° PERIODO - L'EGITTO FRANCESE - Una breve parentesi nella storia egiziana. Nel 1798, i Francesi sotto il comando di Napoleone, sbarcarono nell'Egitto e se ne impadronirono; ma non lo tennero che per poco. Infatti, l'esercito francese, partito Napoleone, dopo due soli anni, dovette ritornare in Francia, lasciando il paese nella totale anarchia; in quella appunto accennata sopra (e sotto) dei PASCIA'. Dal 1800 al 1806 le vecchie e nuove caste diedero inizio a scontri e intrighi con un susseguirsi di reciproci assassinii e sterminii, per la lotta al potere. Fin quando la Gran Porta scelse l'uomo giusto per governare.

10° PERIODO - L'EGITTO DEI PASCIA'. -  La scelta fu felice. Dall'anno 1806 al 1849 si impose l'autorevolezza di Mehemet-Ali che rialzò alquanto le sorti dell'Egitto governando per quasi mezzo secolo. Morto lui suo successore fu l'omonimo figlio e, dopo, questo, sempre con l'assenso della Gran Porta, il nipote Abbas-pascià. Questa fu una scelta sbagliata. Arrogante, crudele, con grande maniacale fede musulmana, sconfinò dai sui compiti politici e si intrigò di cose religiose offrendo  motivo alla Gran Porta di intervenire e intromettersi nelle faccende di Stato proprio in un periodo molto difficile. Infatti, gli inglesi miravano ad allargare i propri domini coloniali, e per farlo, in una delle tante  frequenti viscerali contese  interne di alcune regioni, appoggiavano una delle parti in lite per poi   a conflitto concluso (sempre vincente con gli ingenti mezzi militari) insediarsi nei territori in rivolta.

In questo caso, la Turchia, infatti, istigata dagli inglesi, partecipò alle lotte che sconvolgevano il paese e ne ricavò danari e uomini per la sua guerra che allora combatteva contro la Russia. Abbas Pascià venne ucciso e gli successe Said pascià con simpatie per l'Occidente (era vissuto in Francia) che cercò di europeizzare l'Egitto introducendovi la civiltà del vecchio continente. Ricordiamo che sotto di lui fu iniziato il taglio dell'istmo di Suez (con i soldi messi a disposizione dai Rhoitchild inglesi). - Morto Said nel 1863, gli successe il principe Ismail pascià, anche lui educato in Francia , quindi propugnatore della civiltà europea. Nonostante questo, dopo aver inaugurato  Suez nel 1879, Gran Bretagna, Francia e Italia (per i grandi interessi che ormai si erano venuti a creare con l'istmo) ottennero dal Sultano di Costantinopoli la sua deposizione. Fu eletto Thewfik un uomo di comodo che pur nominato kedivè (una specie di re governatore) si trovò di fronte a una triste realtà: l'Egitto era incivilito alla superficie, si era ingrandito come territorio, ma politicamente ed economicamente era un paese vassallo di potenze straniere, dal Sultano svenduto  solo per ricavarne interessi personali. Come al solito,  accadrà spesso, e accadrà ancora:  disfarsi di progetti di civiltà (istruzione, tecnologie, sviluppo economico) e poi servirsi del materiale umano per organizzare lo "Stato" delle formiche ubbidienti,  ignoranti, incapaci di ribellarsi, fa sempre  comodo. Se poi si trova lungo il cammino anche dei complici forti, il gioco riesce meglio,  perfino tragico se gli alleati  possiedono  armi che inducono con le  intimazioni  -   a piegare la testa. Per avere questi sostegni i pretesti per intervenire come sappiamo sono più d'uno; l'abituale  é quello di aiutare un popolo di minoranza o di scontenti (che esiste in ogni paese),  ma il motivo vero è quello di mirare  all'abbondanza di ricchezze che il paese ha, e dove gli interessi economici sono molto alti, unilaterali, oppure concordati con governanti burattini che guidano una  popolazione  mortificata, dei soggetti oppressi trasformati  in disciplinati servi.

11° PERIODO - L'EGITTO INGLESE. - Nel 1881, voluta e tramata con stratagemmi, scoppiò una insurrezione militare comandata da Arabi  pascià. Nell'anno seguente, nel 1882, gli incidenti di Alessandria offrirono un ottimo pretesto di intervento della Gran Bretagna, che corse subito in aiuto di una minoranza, bombardò la città ed occupò militarmente il Cairo, poi tutto il resto dell'Egitto. A dominare  politicamente, economicamente e militarmente fu messo Lord Cromer, anche se con qualche incidente.  Infatti, i nazionalisti egiziani si organizzarono con un capo religioso musulmano, il Madhi (presero appunto il nome maddhisti), assediarono Chartum  nel 1895  e dopo quattro anni di guerriglia riuscirono a cacciare gli  anglo-"egiziani" nel 1898. Gli inglesi reagirono,   neutralizzarono il Canale di Suez, e allargarono la loro influenza  sul territorio e su tutte le attività economiche insediandovi Lord Kitchener che vi rimase fino al 1914 quando la Gran Bretagna  accrebbe ancora di più il suo dominio proclamando il protettorato sull'intero Egitto, deponendo il kedivè messo dal Sultano di Costantinopoli e ne nominò uno di propria fiducia, intitolandolo Sultano indipendente.  Cominciò cosi il  rigido dominio britannico, ma cominciarono pure dopo pochi anni, nel 1919, le gravi  sommosse dei nazionalisti per ottenere la totale indipendenza dell'Egitto.

12° PERIODO - L'EGITTO INDIPENDENTE - Per soffocare le insurrezioni nazionaliste gli inglesi il 16 marzo 1922 concessero un nuovo Statuto: si riconosceva l'indipendenza ma con un regime di cooperazione non proprio molto  trasparente. Non era sufficiente per calmare le agitazioni, che continuarono fino al dramma: l'assassinio di Sir Lee Stack il capo delle truppe britanniche in Egitto. La reazione inglese fu violenta e vendicativa. Chiese con un ultimatum mezzo milione di sterline di danni e la minaccia di chiudere tutte le paratie delle acque irrigative nel Sudan; che voleva dire separare fisicamente il Paese , che era poi quello a più alta densità di nazionalisti egiziani.  Pur essendo un governo fantoccio, in Parlamento c'era un rappresentante nazionalista: Zanglul, che alla minaccia sul Sudan, si dimise indignato , rendendo così il partito indipendentista ancora più forte e organizzato.
Nel 1925 gli inglesi per mantenere l'ordine pubblico inviarono Lord Allenby come Alto Commissario,  ma il partito nazionalista concentrando un numero enorme di egiziani indipendentisti cambiò tattica, scegliendo non la lotta brutale,   ma il riformismo parlamentare, fino a portare  il 10 giugno del 1926 lo stesso Zanglul a vincere le elezioni ed entrare nella Camera come Presidente con accanto  un fidato vice presidente e un primo ministro.  - Purtroppo morì poco dopo. Ripresero le agitazioni con molte provocazioni degli imperialisti; ma si calcò troppo la mano con la repressione, scoppiarono così altri incidenti, rivolte contro la polizia tutta britannica causando morti e feriti in diverse città; ricomparvero le unità navali davanti alla costa pronte a bombardare, scoppiò la  disobbedienza civile,  infine si chiuse il Parlamento e gli inglesi repinsero ogni incontro di trattative, di cooperazione e di pace sociale. Per quattro anni non vissero però nemmeno gli inglesi  tranquilli, ma sempre in stato di guerra, con la paralisi economica in ogni settore del Paese ormai in   ginocchio.
Un disgelo nel 1930, quando Re Fuad promulgò una nuova Costituzione, che con alterne vicende fu  abolita e riammessa più volte fino ad arrivare  al 26 agosto del 1936 quando fu firmato un soddisfacente Trattato con gli inglesi,  e subito dopo   l'8 marzo  del 1937, l'Egitto si appellò, chiese e ottenne di entrare a far parte della Società delle Nazioni per garantirsi da ogni successiva ingerenza degli inglesi sulle scelte del regolare governo espresso democraticamente a larga maggioranza. Il  successivo 29 luglio reggente (ma ancora una volta appoggiato dagli inglesi) fu nominato Re Faruk, con i dissidi sempre latenti all'interno dei nazionalisti pur convivendo con un responsabile equilibrio.

Il 16 aprile del 1938, a Roma,  l'Italia, l'Egitto e la Gran Bretagna firmarono   un trattato di buon vicinato. Compreso un patto di neutralità dell'Egitto in caso di guerra fra Stati europei. Putroppo con le emergenze dovute all'apertura delle ostilità alla Gran Bretagna nel 1940 da parte di Hitler, poi la successiva dichiarazione di guerra  agli inglesi  da parte Italiana (per l'Egitto la G.B. era e rimaneva un'alleata dell'Italia) imbarazzarono e complicarono le relazioni diplomatiche con i due paesi, oltre la Germania,  pur confermando l'Egitto la sua neutralità nel conflitto.
Tuttavia l'Egitto   nel 1943  venne a trovarsi  con la più importante e strategica e decisiva cerniera dell'intero conflitto mondiale:  da una parte gli anglo americani dall'altra le forze dell'Asse. In caso di vittoria degli italo-tedeschi, non conquistando,  ma solo approfittando  della neutralità, cioé di  attraversare l'Egitto, significava mettere la decisiva ipoteca sulla vittoria finale. Per buona sorte degli anglo-americani, a 100 chilometri dal confine, ad El Alemein,  fu combattuta la battaglia decisiva tra Rommel e Montgomery, bloccando quest'ultimo il sogno di conquista del tedesco con una disfatta, e a  Mussolini   "assolutamente  ottimista"  - già ad Alessandria con il cavallo bianco - non riuscì a ripetere il "discorso davanti alle Piramidi" di Napoleone.
Del resto gli era andata male anche al Corso, e pure lui era finito nella polvere a causa  degli  inglesi.

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GLI EGIZIANI
I soldati le armi e la guerra nell'Egitto antico

Conosciuti i carri e assimilata la tecnica, il giovane re Tutankhamon travolge i nemici
(Cairo. Museo Egizio. Pittura dalla tomba del Re)



di Orazio Ferrara

Gli Hyksos: una lezione da imparare

Per secoli gli influssi delle civiltà esterne sono relativamente pochi in quella società essenzialmente autarchica che è l'Egitto antico, per cui ancora più scarse, a maggior ragione, sono le novità apportate in un lungo arco di tempo alla sua struttura militare, organismo già di per se stesso tendenzialmente conservatore. Ciò viene, in larga misura, favorito dal compito soprattutto difensivo che ha davanti a sé per centinaia di anni l'armata egiziana. In un paese, alieno per tanta parte della sua storia da mire imperialiste, il suo ruolo è assai semplice: contenere e ricacciare le bande di nomadi predatori, provenienti dai deserti africani, e chiudere sul Sinai la porta ad un'eventuale invasione proveniente dall'Asia.

Così il guerriero delle prime dinastie è armato in modo fondamentalmente simile al fante che affronterà in battaglia gli invasori Hyksos. E quando, nel 1700 circa avanti Cristo, queste genti guerriere di stirpe oscura, guidate però quasi sicuramente da nobili indoeuropei, si presentano nel corridoio sinaitico, chiave dell'Egitto per un'armata nemica proveniente dall' est, per gli egiziani è il bagno di sangue e la disfatta.

Sconfitta dovuta senza dubbio alla struttura militare antiquata, su cui si abbatte, come un maglio distruttore, quella sconvolgente novità tecnologica costituita dal carro da guerra leggero a due ruote, trainato da cavalli, e di cui sono in possesso gli Hyksos. E’ dunque sull'onda amara di questa invasione che gli egiziani conoscono un nuovo modo di far la guerra e l'uso dei reparti carrati. Allora i vinti osservano in silenzio i vincitori nelle loro grandiose manovre militari che, secondo quanto scrive Manetone, si tengono ogni anno nella città fortificata di Avaris, e imparano. Non passerà molto tempo che, cacciati gli invasori, anche l'Egitto cullerà la sua ambizione imperialista e dilagherà nell'Asia, raggiungendo sotto Thutmosi III (1500 a. C.) l'apice della sua potenza militare.

Distretti militari, privilegi e ricompense

Nella rigida gerarchia della società egiziana la casta dei guerrieri viene immediatamente dopo la prima, che è quella dei sacerdoti. Tra le due caste è permesso il matrimonio ed i figli appartengono alla stessa casta del padre. Non tutti i distretti o “nomi”, cioè i territori agricoli che ruotano attorno ad una città e in cui è suddiviso da tempo immemorabile l'Egitto, danno soldati all'armata, ma soltanto alcuni distretti destinati esclusivamente a tale compito. La cosa è comune nel mondo antico; a questo proposito si ricordino le città dei carri da guerra del re Salomone, citate dalla Bibbia. Erodoto nel secondo libro delle sue “Storie” riporta l'elenco completo dei distretti militari egiziani e fa ascendere a circa 410.000 gli uomini atti alle armi, cifra che si ritiene eccessiva, dato che, anche nei suoi momenti migliori, l'armata egiziana non supererà mai i 50.000 effettivi. Probabilmente Erodoto si riferisce soltanto alla potenzialità del serbatoio umano maschile cui attingere.
Annualmente, in tempo di pace, i distretti sono tenuti a mandare al faraone complessivamente circa 2.000 guerrieri scelti, che costituiscono la sua guardia personale, a questi, dopo l'adozione del carro da guerra, si aggiungerà un reparto carrato forte di 600 veicoli. Sia in pace che in guerra ai soldati egiziani non viene corrisposta nessuna paga, d'altronde essi non conoscono la moneta, questa verrà adottata dopo Alessandro il Grande sotto i Tolomei.

Comunque i guerrieri godono di alcuni privilegi: dodici “arure” (circa tre ettari) di terra libere da imposte. Inoltre chi fa parte del corpo di guardia del faraone riceve ogni giorno un peso di cinque mine di grano abbrustolito, due mine di carne bovina e quattro aristeri (più di un litro) di vino. Infine a tutto ciò va aggiunto l'eventuale bottino di guerra: i nemici vinti che diventano loro schiavi e, per i più valorosi, preziose asce d'oro offerte dallo stesso faraone.

Le insegne di combattimento

Ogni “nomo” o distretto possiede da tempi remoti il suo emblema araldico, il quale viene dipinto o scolpito sulle insegne che si portano in guerra; per cui tutti i soldati originari di una stessa località marciano e combattono all'ombra dell’insegna, che ritrae l'animale o l'albero sacro del distretto di provenienza. Queste insegne militari sono generalmente delle lunghe aste di legno con sopra scolpita la divinità, come si rileva dal bassorilievo di una tavoletta di cosmetici, raffigurante la vittoria del mitico faraone Narmer. Tra le più famose ricordiamo l'insegna con la testa d’ariete, sotto la quale combattono i valorosi guerrieri del distretto tebano, il cui dio protettore è Amon adorato appunto nelle spoglie di ariete, e l'insegna con lo scarabeo dei battaglioni di Menfi, città in cui dimora Ptah il più antico degli dei, raffigurato in forma scarabeo. Con il tempo le insegne di combattimento si ridurranno alle cinque delle grandi divinità: Amon, Ra, Ptah, Sutekh e Phra. Esse daranno il proprio nome ad ognuna delle cinque grandi unità, ciascuna forte di circa 10.000 uomini, in cui durante il Nuovo Regno verrà suddivisa l'intera armata egiziana.

I conducenti di carri, l’élite combattente

Il primo tipo di carro da guerra egiziano è quasi esclusivamente una copia di quello usato dagli Hyksos: cassone leggero di legno, aperto dal lato posteriore, montato su due ruote a quattro raggi e trainato da due cavalli. Sul cassone, che è provvisto tra l'altro di una grande faretra fissa, prende posto un solo guerriero che funge da auriga e da arciere.
Dal 1400 circa a. C. vengono apportate una serie di piccole modifiche tecniche che migliorano enormemente le possibilità tattiche del carro da guerra: la ruota viene rinforzata ed ha sei raggi, sul cassone adesso possono prendere posto due guerrieri, un arciere provvisto di un grande arco ad una sola curvatura e un auriga, che in battaglia funge da scudiero proteggendo l'altro con uno scudo, ambedue indossano corazze di cuoio e bronzo. Inoltre il nuovo carro è completamente smontabi1e, affinché possa essere trasportato a dorso d'asino sul terreno accidentato.

Sia l’allevamento dei cavalli che la costruzione dei carri in Egitto sono di buon livello, tanto che Salomone, quando deciderà di fornire le sue armate di reparti carrati, si rivolgerà agli egiziani. “…e di consueto facevano salire ed esportavano dall'Egitto un carro per seicento pezzi d'argento e un cavallo per centocinquanta…". Così la Bibbia nel Secondo delle Cronache. .
I conducenti di carri, nella casta già privilegiata dei soldati, godono di una posizione prestigiosa, essi provengono dalle file della nobiltà e i più valorosi vengono assegnati alla protezione della sacra persona del faraone, questi è di una munificenza davvero regale per chi, tra essi, si copre di gloria in battaglia: perfino mille ettari di terra esenti da imposte. In tempo di pace dedicano particolare cura all'addestramento dei cavalli e agli esercizi in formazione su carri. Tatticamente i reparti carrati precedono ed affiancano la fanteria in marcia, per cui in battaglia si suddividono in appoggio ai vari corpi in cui è frazionata l'armata. Questa suddivisione costerà assai cara agli egiziani nella tragica giornata di Kadesch (1296 a. C.), quando sulle rive dell’Oronte si svolgerà la più grande battaglia di carri che la storia antica ricordi e che vedrà la superiorità tattica degli Ittiti, i quali genialmente concentreranno tutti i loro carri in un’unica massa d'attacco.

Vestimenta, armi di difesa e razione di guerra

I soldati egiziani portano come veste una semplice fascia di tela bianca, sorretta alla vita da una cintura, e lunga quasi fino al ginocchio. Gli ufficiali hanno inoltre sandali di cuoio e grandi mantelli. Soldati e ufficiali sono sprovvisti di elmi, portano soltanto un copricapo di tela per difendersi dal cocente sole africano. L'arma di difesa per eccellenza è il caratteristico scudo egiziano rettangolare con la parte superiore ricurva, esso è costituito da una pelle d'animale, generalmente d'ippopotamo, ma anche d'antilope come quello di Tutankhamon, stesa su un leggero telaio di legno. La facile deteriorabilità di questo scudo e quindi la eccessiva richiesta costringono l'Egitto a farne una produzione a livello industriale, per cui in tante pitture del tempo si vedono decine di operai intenti alla loro fabbricazione. Durante la marcia lo scudo viene appeso alla spalla mediante una striscia di cuoio.

Qualcuno ha parlato di uso da parte degli egiziani dello scudo rotondo, ma è in errore perché se in alcuni bassorilievi, specialmente del Nuovo Regno, si notano soldati con scudo circolare, queste raffigurazioni si riferiscono per lo più a contingenti mercenari assoldati dal faraone. E' il caso dei greci agli ordini di Psammetico I, e di Ramesse II con i suoi Sherdi.
L'uso delle corazze viene introdotto ai tempi del Nuovo Regno, ma esse resteranno sempre appannaggio della classe dei nobili. Le corazze egiziana di fattura molto semplice, con cuoio rinforzato da lamine di bronzo, devono essere molto efficienti se dobbiamo credere ad Erodoto, il quale scrive che esse sono richieste dagli ufficiali persiani, e quest'ultimi in fatto di armi non sono secondi a nessuno. Infine sono da citare gli amuleti, le sentenze su papiro, gli occhi mistici, gli anelli con lo scarabeo, le piume di animali sacri, che per il superstizioso soldato egiziano costituiscono l’estrema ultima difesa di fronte alle armi nemiche.
Povera come il vestimento è la razione di guerra che il soldato porta con sé in marcia: grano abbrustolito, acqua, pane di fichi pressati e uva secca, più cipolla ed aglio.

Armi di offesa

Arma di offesa, tenuta in somma considerazione dagli egiziani, è il grande arco ad una sola curvatura, esso è in dotazione agli arcieri, che sono, insieme con i conducenti di carri, anch'essi d'altronde arcieri, l'élite delle forze combattenti dell'armata. La predominanza degli arcieri sulla fanteria, quest'ultima armata sempre alla leggera con scudo, scarsamente resistente, e lancia di non pregevole fattura, è comune a tutta l'area dei popoli semitici ed è spiegabile con il tipo di guerra che si conduce nelle grandi e desertiche pianure afro-asiatiche. Comunque questa peculiarità della predominanza dell'arco di fronte alla lancia sarà fatale ai popoli camito-semitici, quando gli stessi si scontreranno con il fante pesantemente armato dei popoli indoeuropei. Infatti tutte le grandi vittorie di quest'ultimi, cominciando dagli Ittiti, passando per gli opliti greci, per finire alle falangi macedoni e alle legioni romane, su eserciti asiatici, generalmente più numerosi, saranno dovute nella maggior parte dei casi proprio alla carta vincente del fante pesantemente armato.
Gli arcieri egiziani per i loro archi, nei primi tempi, si servono di frecce di giunco con punta di pietra o di osso. Tale pratica non verrà mai del tutto abbandonata perché, in un paese povero di materie prime qual'è l'Egitto, è uno spreco economico enorme usare, per la punta delle frecce, il bronzo o il ferro.

Altra arma d'offesa è la lancia con asta di legno non molto lunga, circa m. 1,60, e con punta e manicotto di bronzo, che più tardi sarà sostituito dal ferro. Infine abbiamo, per gli ufficiali, la spada ricurva atta a colpire di taglio, questa, chiamata "khopesch", sembra caratteristica dell'armamento egiziano, ma in realtà è assai diffusa anche nell'area semitica; come è confermato dalla stessa Bibbia, che usa sempre letteralmente la frase "colpire di taglio” e quando descrive una spada a due tagli, atta a colpire di punta, la menzione come una rarità.
Anche la doppia ascia è un'arma abbastanza diffusa tra gli ufficiali dell'esercito egiziano. Dalle pitture murali della tomba di Nakht (circa 1400 a. C.) si rileva l'uso, come arma di offesa, del boomerang. L'armata disponeva inoltre di un corpo di frombolieri.

Esploratori e rifornimenti

Il compito di esplorare il cammino dell'armata in territorio nemico spetta ad un gruppo di soldati scelti guidati da un nobile di grado elevato, che per questa sua funzione prende il titolo di “mohar”. Al mohar, che usa il carro da guerra, spetta dunque di segnalare, per iscritto, direttamente al faraone i corsi d'acqua, le valli, le montagne, le città, le risorse, i passi del territorio nemico. L'accentrare nelle mani di un uomo solo una così delicata missione non è privo di pericoli, infatti Ramesse II, stando a quando racconta il poema di Pentaur, cadrà nella trappola di Kadesch per un grave errore (o tradimento?) del suo "mohar".
Le continue puntate offensive contro la Siria, obiettivo costante nella strategia del nascente imperialismo egiziano, pongono lo stato maggiore del faraone davanti a seri problemi logistici, in particolar modo l’attraversamento del deserto del Sinai, sprovvisto di sorgenti d'acqua. Per ovviare a quest’ultimo inconveniente l'armata egiziana organizza un vero e proprio reparto di truppe cammellate, addette esclusivamente al trasporto degli otri di pelle riempiti della preziosa acqua. Per quanto riguarda il materiale bellico di ricambio quale lance, spade, frecce e scudi, esso viene trasportato a dorso d'asino.

Fortificazioni, guarnigioni e accampamenti

Circondato da formidabili difese apprestate dalla natura: il deserto ad ovest, il mare a nord, le alte montagne a sud, l'istmo e il Sinai ad est, l'Egitto non avrà mai bisogno di importanti opere di fortificazioni per proteggere le sue frontiere. Si spiega quindi l'estrema povertà dell’architettura militare egiziana. Bisogna attendere l’ascesa di Sesostri III (1887 - 1850 a. C.) al trono dei faraoni per vedere un rudimentale sistema di fortezze costruite nel sud del paese, ma esse in realtà, più che per la difesa esterna, servono a rinsaldare il dominio egiziano sulla Nubia.

Sono i successivi faraoni della XII dinastia (1800 circa a. C.) a costruire, a più riprese, sull'istmo di Suez una poderosa muraglia difensiva detta "Muro del Principe", affinché - come si legge in una iscrizione del tempo - " i predoni del deserto arabico e siriaco non facciano più bere le loro greggi nel Nilo". Dato che è proprio lì, sull'istmo, la chiave dell'Egitto, acquista particolare importanza strategica la città di Pelusio. Però è soltanto durante il regno di Psammetico (651 a. C.) che essa godrà stabilmente di un corpo di guardia, in questo stesso periodo vengono dotate di una guarnigione permanente anche altre piazzeforti di notevole importanza, quali la città di Elefantina di fronte agli Etiopi e la città di Marea di fronte ai Libici. Ancora ai tempi in cui scrive Erodoto i corpi di guardia delle truppe di occupazione persiana risiedono negli stessi posti. Per i loro accampamenti gli egiziani adottano la forma rettangolare con la difesa di un argine di terreno rinforzato dagli scudi; tale schema è dovuto quasi certamente, come tante altre cose militari, agli Hyksos, come sembra confermare il ritrovamento, fatto dagli archeologi, nella parte meridionale del Delta del Nilo di un vasto accampamento militare degli Hyksos dalla forma rettangolare, circondato da un argine di terra battuta.

Addestramento, disciplina e trattamento dei prigionieri

L’addestramento per chi risiede nei distretti, destinati alla leva militare, comincia fin da bambino, e non deve essere molto piacevole se da un testo del Nuovo Regno leggiamo la seguente descrizione: “…quando egli (il soldato) è ancora in tenera età, viene preso e portato in una caserma. Qui deve abituarsi alle dure fatiche militari e per ogni lieve trasgressione il suo corpo viene battuto come un papiro. Deve abituarsi anche a portare carichi più pesanti di una soma di un asino e a bere acqua putrida... tutto ciò in previsione delle lunghe marce nelle assolate terre siriane".

Il reato più grave di cui può macchiarsi un soldato egiziano è quello di diserzione. La pena è, come in tutti i tempi e per tutti gli eserciti, la morte, con l'aggravante però per il soldato egiziano che i suoi genitori vengono condannati al lavoro forzato nelle miniere. Malgrado ciò questo reato non è poi tanto raro, anzi sotto il regno di Psammetico si ha addirittura una diserzione in massa del corpo di guardia della piazzaforte di Elefantina, stanco, secondo quanto scrive Erodoto, di non essere rilevato dopo tre anni di guarnigione. I disertori, per sfuggire all'immancabile vendetta del faraone, si arruoleranno poi sotto le insegne del re etiope di Napata.

Per quanto riguarda il trattamento dei prigionieri di guerra e delle città conquistate, gli egiziani ignorano, nel modo più assoluto, la spaventosa crudeltà dei popoli semiti, difatti i prigionieri diventano semplicemente schiavi dei vincitori, il che non è poco se si pensi soltanto per un attimo all’impalamento o alla scorticazione della pelle, praticati sistematicamente dagli eserciti assiri nello stesso periodo. Una delle rare eccezioni a questa benevolenza verso i nemici vinti è quella del faraone Meremptah (l238 a. C.), che, dopo aver sbaragliato i predoni libici, ordina per rappresaglia l'indiscriminata decapitazione di tutti i prigionieri. Ma, a parziale discolpa di quel faraone, sta il fatto che quei feroci predoni si erano resi responsabili di orribili torture nei confronti di indifesi contadini egiziani.

di Orazio Ferrara

 

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