-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

24. IL PERIODO DEI PERSIANI E DEI TURCHI



Mentre come abbiamo visto nelle precedenti pagine il centro dell'impero intristiva sempre più a causa delle lotte incessanti per il trono, lotte che vale sempre meno la pena di seguire nei loro particolari, la vita intellettuale dell'Islâm veniva coltivata in quelle province che godettero dei benefici di un governo stabile e durevole.
Si aggiunga che le condizioni di vita erano generalmente più favorevoli sui confini del mondo islamico che non nelle regioni centrali, molto agognate, dei paesi sedi di antica civiltà.
Così la Transoxania, Bochârâ e Samarkand godettero, sotto l'illuminato governo dei Sâmânidi, di una relativa tranquillità dall'819 al 1005.

Fondò questa dinastia un Persiano, convertitosi all'Islâm sotto il primo degli Abbâssidi. I suoi quattro nipoti furono investiti da Ma'mûn, circa nell'819, dei governatorati di Samarkand, Farghâna, Shâsh e Herât.
Achmad, governatore di Farghâna, riuscì ad annettervi anche Samarkand ed a conquistare Kashgar. Il suo secondo figlio Ismail acquistò, nel 903, il Chorâssân dal sâffîride Amr, nonché il Tabaristân per mezzo di una vittoria sull'alide Muhammed ibn Said. Quest'ultima regione fu tolta ai suoi successori dai Bujidi; ed anche nel loro paese nativo essi videro ridursi la loro potenza via via che cresceva quella della dinastia nazionale turca degli Ilekchân, nel Turkistân.

Pure nella prima metà del X secolo, sotto i sovrani Nassr II e Nûch I le terre dei Sâmânidi erano sedi di fiorente cultura. I terreni nella pianura della Transoxania, abbondantemente irrigati, erano già da tempo si erano aperte all'agricoltura e, lavorate a dovere, davano ricchi prodotti. Qui si risvegliò il sentimento nazionale dei Persiani, per così lungo tempo asservito dall'egemonia politica e religiosa degli Arabi.
È vero che già fin dall'inizio della signoria degli Abbâssidi, i Persiani avevano preso il primo posto così nell'amministrazione dello Stato come nella vita intellettuale. Ma di tutte le loro produzioni venivano a godere gli Arabi, giacché la lingua del Corano non si poteva ormai più far sparire né dalla vita pubblica né dalla letteratura.

Fu in oriente che i Persiani ripensarono per la prima volta alla dignità della loro lingua materna. Veramente la nobiltà locale non aveva mai cessato di coltivare le superbe memorie nazionali degli eroi e re leggendari; né il popolo poteva aver dimenticato l'arte della canzone.
Ma era riservato alla corte dei Sâmânidi per far risorgere questo patrimonio spirituale.

Sotto Nassr II fiorì Rûdaki [Rudeghi], il primo poeta lirico persiano di cui si abbia più precisa notizia. La sua lingua é ancora mista di parole arabe, e la metrica - come quella dei suoi successori - é modellata sulla metrica araba; ma egli predica una serena filosofia, che si riscalda, ad onta dei precetti dell'Islâm, non solo all'amore della donna ed al canto, ma anche al vino.
Rûdaki é anche il creatore del più fertile campo della letteratura persiana, l'epico-didattico. Egli rifece in versi persiani l'antico e famoso libro indiano di favole Kalîla e Dimna, già prima tradotto in arabo, sotto il primo abbâssida, dal suo compatriota Ibn al-Mukaffa, come pure il racconto di Sindbâd.

Però nel campo scientifico l'arabo mantenne anche qui in Oriente la supremazia. E in arabo scrisse i suoi libri filosofici e il suo canone della medicina, fondamentale per l'arte medica nell'Europa medioevale e tuttora autorevolissimo in Persia, il celebre filosofo e medico Ibn Sînâ [Avicenna], che cominciò la sua carriera presso l'ottavo Sâmânide, Nûch ibn al-Manssûr.

Lo stesso malanno per cui eran caduti gli Abbâssidi, fece cadere anche i Sâmânidi. Al pari di quelli, essi dovevano ricorrere, per il reclutamento delle truppe, alle force fresche e ancora intatte dei Turchi, tanto più che regnavano su vaste regioni già molto popolate da Turchi.
Come già a Bagdâd, tutti i posti di ufficiale furono a poco a poco occupati dai Turchi, che passarono poi anche nella amministrazione civile, creandovi seri pericoli per il loro fare dispotico. Il sâmânide Abdelmelik I (954-961) aveva nominato a comandante supremo del Chorâssân l'ex-schiavo turco Alptigin.

Dopo la morte del suo signore egli si ritirò a Ghazna; fra le montagne del Sulaimân, dove suo padre già era stato governatore. La morte lo colse troppo presto perché egli di lassù potesse divenire pericoloso per i Sâmânidi. Ma il suo antico schiavo e poi suo genero Sabaktigîn, a cui riuscì di soppiantare tutti gli altri eredi, ingrandì nel frattempo la propria potenza mediante conquiste nell'India.
Cominciò con la presa della città di Bost nel Sig'istân, il cui sovrano lo aveva chiamato in aiuto contro un usurpatore; non avendo questi pagato il tributo promesso in ricompensa del servizio prestatogli, perdette ogni dominio.

Successo di gran lunga maggiore ebbero le sue spedizioni in India, dove le discordie dei Râg'pûti gli spianarono la via verso un ricchissimo bottino, conquistandosi nello stesso tempo la fama di antesignano dell'Islâm contro gli infedeli.
Sua mano destra era fin da allora il figlio Machmûd, cui il Sâmânide affidò nell'anno 994 l'amministrazione del Chorâssân. Morto Sabaktigîn nel 997, gli successe il figlio maggiore Ismâil; ma essendosi egli mostrato incapace e scialacquatore, suo fratello Machmûd lo invitò ad abdicare, e l'anno dopo ve lo costrinse con le armi. Sette mesi dopo la morte di suo padre, Machmûd salì al trono come sultano. Nello stesso anno era morto anche Nûch, ed a Manssûr suo successore Machmûd chiese semplicemente la cessione della sua antica provincia del Chorâssân. Ma prima che si giungesse a questo, il SàSà fu accecato da un ufficiale turco, e sostituito nel trono da suo fratello Abdelmelik. Allora Machmûd, dandosi l' aria di difensore della legittimità, cacciò da BaIch il ribelle insieme al suo nuovo signore, e vi stabilì egli stesso la propria residenza.

Abdelmelik fuggì a Buchârâ, dove cadde nelle mani di llekchân, signore del Turkístân e venne trasportato a Urkend. L'ultimo dei Sâmânidi, Muntassir, fu ucciso verso il 1004, dopo alcune disgraziate avventure.

Machmûd ottenne poi dal califfo la sanzione ufficiale che ancora gli mancava per regnare, e il nome onorifico di Jemin ad-Daula.
La vita di Machmûd fu occupata in incessanti spedizioni guerresche. A più riprese penetrò nell'India: nel 1001 conquistò il Kâbulistân, poco dopo il Multân e il Kashmir, sempre intento a soppiantare il brammanesimo coll'Islâm.
Nel 1006 dovette difendere i suoi possessi settentrionali contro Ilekchân, cui inflisse una sanguinosa sconfitta nella pianura di Balch. Subito dopo ritornò in India, assoggettò il Peng'âb, spingendosi nelle sue scorrerie al di là del Gange per un buon tratto.
Nel 1025 chiuse le sue conquiste indiane con la presa del Guzerât. Nel frattempo aveva estesa la sua potenza anche a settentrione, conquistando il Chwârism a oriente e la Georgia ad occidente. Nel 1026 aveva strappato Rai al Bujide Mag'd ad-Daula, portandolo prigioniero a Ghazna.

Machmûd, il ricco guerriero, non era restio alle arti della pace. Non solo adornò la sua capitale Ghazna di magnifici edifici; seppe anche trattenere alla sua corte poeti e dotti. Turco, era devoto alla Sunna e preferiva quindi la letteratura araba alla persiana, i cui rappresentanti per lo più seguivano la Shia; perseguitò ardentemente non solo gli Shiiti, ma anche altri eretici, come gli Ismaeliti, dediti al misticismo, e i liberi pensatori mutasiliti. Però é molto dubbio se egli fosse in grado di intendere per esempio il libro di Jemînî, nel quale il suo maestro di posta di Gang'-Rustâk, Muhammed al-Otbî, aveva celebrato le sue gesta; poiché quest'opera é uno dei primi esempi di quello stile sovraccarico di insipidissima retorica e di immagini ampollose, penetrato, nell'età della decadenza, anche nella storiografia araba secondo il modello dello stile burocratico persiano e che ha messo in tanto discredito la gonfiezza orientale.

Ad ogni modo egli non seppe affatto apprezzare il massimo dei poeti persiani, l'epico Firdaussi [Firdusi], suo suddito e invano aspirante a guadagnarsi il suo favore. Le leggende iraniche dei re e degli eroi eran state fino allora tramandate soprattutto oralmente. Ma un abbozzo se ne aveva già nelle opere in prosa in medio persiano. Nel 957 un alto impiegato di Manssûr, al-Mamari, aveva incaricato quattro scrittori di elaborare in un'opera in prosa, in neo-persiano, tutte quelle tradizioni; destinando tale opera ad Abû Manssûr, figlio di Abd ar-Rassâk l'antico signore di Tôss.

Il primo tentativo di rivestire questa materia di una contenuta forma poetica si deve al poeta Dakiki, che viveva alla corte del sâmânide Nûch ibn Manssûr (976-997) e professava ancora la fede di Zoroastro. Ma egli fu ucciso dal suo servo, quando aveva scritto appena mille versi. Il suo lavoro fu allora assunto da Firdaussî di Tôss, verso l'anno 990, quando il poeta aveva circa 60 anni; e compiuto undici anni dopo.
Egli dedicò il suo S'zâch-Nâme (Libro dei Re) al sultano Machmûd, celebrato in molti passi del poema come il più potente e benigno sovrano. Ma la ricompensa sperata mancò; solo assai tardi gli toccò un magro regalo, di cui egli accusò ricevuta con un'aspra satira, fatta precedere alla sua opera immortale, per dettarne l'elogio del sultano. In seguito si recò in occidente, alla corte del bujide Baha ad-Daula e qui compose il poema Fussuf e Zâlicha. Passò gli ultimi anni nella sua città natale, dove mori circa il 1020.

L'opera di Firdaussi, che abbraccia in forma poeticamente perfetta tutti quanti i ricordi mitici e storici del suo popolo, senza cadere mai, quantunque otto volte più estesa dell'Iliade, in una tecnica dozzinale, fu sempre, e a buon diritto, celebrata dai Persiani come il massimo capolavoro della loro letteratura. Tutta quanta la poesia epica posteriore sia persiana che turca risente dell'imitazione dello S'zâch-Nâme.

Ad oriente e nel centro dell'impero i Persiani, che sotto i Bujidi si erano mostrati incapaci di tener testa all'irrompente anarchia, furono presto soppiantati del tutto dai Turchi. Lo stesso regno dei Sâmânidi era ormai ridotto preda di questi nomadi. Sotto i Chân di Ilek e i sultani di Ghazna cresceva una nuova generazione, destinata a dominare su tutta l'Asia anteriore.
Circa nell'anno 1000, il condottiero turcomanno Selg'ûk era emigrato con la sua tribù dalle steppe dei Kirghisi verso Jand nella provincia di Buchârâ, convertendosi con tutti i suoi all'Islâm.
Alla mente semplice dei nomadi si confaceva la dottrina chiara e sobria della Sunna, che essi abbracciarono con tutta la forza della loro anima ancora incorrotta e capace di entusiasmo.

La tribù di Selg'ûk prese parte alle lotte fra i Chân di llek e i sultani di Ghazna. I nipoti di Selg'ûk, Toghrulbek e Dâ'ûd riuscirono, fallito il tentativo di impadronirsi di Samarcanda e di Buchârâ, a strappare il Chorâssân a Massûd, figlio e successore di Machmûd di Ghazna (1037). La preghiera fu recitata in nome di Dâ'ûd a Merw, in nome di Toghrulbek a Naishâpûr.
Scoppiati di lì a poco dissensi dinastici tra i Ghaznavidi, i Selg'ûkidi poterono rafforzarsi a loro spese, impadronendosi del Chwârism e del Tabaristân e nel 1043 anche dell'Irâk persiano: né costò loro molta fatica il togliere di mezzo, in Persia, la dinastia dei Bujidi.
Nel 1049 conquistarono l'Armenia, poco dopo l'Àdharbaig'ân, trasportando la loro residenza sempre più ad occidente, prima a Rai, poi a Ispahân.

Non desta meraviglia che il califfo di Bagdâd, Kâim (1031-1075) desiderasse come protettore il nuovo padrone dell'oriente, in luogo del suo tutore bujida, che del resto era già stato spogliato di ogni autorità dall'ufficiale turco Bassâssîrî. Trovandosi Toghrulbek nell'anno 1055 a Holwân, il califfo gli offrì la chutba, cioè la menzione del suo nome nella preghiera, per la Babilonia.

L'ultimo dei Bujidi, al-Malik ar-Rahïm, morì in prigione a Rai (1058). Non fu però così facile ai Selg'ûkidi di sbarazzarsi di Bassâssîri. Egli sconfisse Kutulmish, nipote di Toghrulbek, presso Sing'âr (1056), muovendo poi contro il fratello di lui, Inâl, cui era stato affidato il governo del Môssul. Indottolo a ribellarsi, e mentre Toghrulbek muoveva contro il fratello, assalì (1058) la capitale sguernita di truppe, rapì il califfo, lo condusse ad Arra in Armenia e fece recitare, sebbene contro sua voglia, la preghiera in nome del fâtimide Mustanssir, sovrano dell'Egitto.
Ma Toghrulbek, preso prigioniero il fratello, lo punì con la morte; poi ritornò a Bagdâd e liberò il califfo. Bassâssîri, fuggito a Wâssit, cadde poi in battaglia.

Toghrulbek morì nel 1063; gli successe il nipote Alp Arslân, figlio di Dâ'ûd. Egli ampliò i confini del suo regno in ogni lato: ad oriente sottomise il principato di Subrân tra Bost e Kabul ; ad occidente condusse egli stesso e ripetutamente la lotta, invero mai cessata, contro i Bizantini, e strappò ai Fâtimidi i loro possessi in Mesopotamia e Siria, fino a Damasco. Durante una spedizione al di là dell'Oxus, intrapresa per la riconquista della sua terra natale, fu assassinato da un ribelle che lui voleva far giustiziare (dicembre del 1072).

La tutela sul figlio minorenne Melikshâh era stata da lui affidata al vizir Nizâm alMulk, che era stato al servizio di suo padre. Sotto il governo di Nizâm al-Mulk la Persia e la Babilonia godettero ancora una volta di una certa prosperità. Il vizir o Atâbeg, come si chiamò quale tutore del sultano, deve certo in parte la sua fama al favore in cui tenne i dotti, in specie i teologi, per i quali fondò scuole eccellenti (Medresse) in tutte le città più importanti dell'impero.
Più celebre di tutte la medresse Nizâmîja a Bagdâd, dove insegnava una cospicua schiera di dotti illustri. Così alla letteratura araba toccò una buona rifioritura anche sotto il governo dei Turchi. Insegnava allora a Bassra il grammatico Harirî, insigne ravvivatore del genere letterario delle Makâme, di quelle descrizioni della vita vagabonda piene di spiritose allusioni, note anche in Germania attraverso i rifacimenti del Rückert (Die Verwandlungen des Abû Said, Le trasformazioni di A. S.).

Speciale protezione da parte di Nizâm al-Mulk favorì l'attività dell'ultimo grande pensatore teologo dell'Islâm, Ghazâli, prima a Naishâpûr, poi alla scuola Nizâmîja di Bagdâd. Da quest'ultimo ufficio egli si dimise nel 1095, per cercare di veder chiaro, mediante la libertà di una vita vagabonda, nel suo pensiero combattuto tra la fede e la scienza. Da allora la filosofia, coltivata nella gioventù ma il cui fanatismo non lo aveva lasciato soddisfatto, cedette sempre più davanti alle profondità di un esaltato misticismo. Egli infuse nuova vita alle sobrie dottrine dell'ortodossia, sì che non a torto fu detto il secondo fondatore dell'Islâm.

Le scienze esatte furono coltivate meglio di tutti dal matematico e astronomo Omar Chayyâm, che in onore del sultano Melikshâh G'elâl ad-Din chiamò «èra g'elâlica» il suo calendario riformato in base all'anno solare; fama ancor più grande gli procacciarono, presso i suoi compaesani di Persia, le geniali quartine che in tono ora frivolo ora profondo predicano la serena gioia della vita e sciolgono in un mistico panteismo le massime fondamentali dell'Islâm.
Da vari anni si sono a buon diritto conquistate grande popolarità nel mondo inglese per mezzo della traduzione di Fitz-Gerald e ultimamente l'ambasciatore tedesco al Marocco, Fr. Rosen, le ha introdotte anche in Germania.

Pur sotto il governo di Nizâm al-Mulk l'amministrazione dell'impero lasciava molto a desiderare: il che ammise egli stesso in una curiosa memoria, da lui composta, per desiderio del sultano, in lingua persiana poco prima della sua morte, ma pubblicata solo 22 anni più tardi. Presupponendo l'autore già note le circostanze di fatto, la sua opera non c'insegna moltissimo circa l'ordinamento interno dell'impero. Ammonisce il sultano, perché non conceda ai suoi amici personali, quali consiglieri irresponsabili, di influire sugli affari dello Stato. Gli raccomanda di richiamare in vigore l'antica istituzione dei maestri di posta cui era fatto obbligo di riferire alle autorità, istituzione già abbandonata dal padre suo Alp Arslân ; ed altresì un più preciso controllo per parte di agenti segreti.

Pare che sull'amministrazione della giustizia ci fosse molto da dire: infatti egli ammonisce di non affidare la decisione dei processi ad un mamlûk (schiavo) inviato dalla corte, per essere costui naturalmente sempre proclive ad approfittare di tale incarico per estorcere compensi. Ma anche dei giudici di carriera non può tacere l'inclinazione ad abusare del loro ufficio. E a ragione lamenta il cumulo di uffici non di rado ricorrente già sotto gli Abbâssidi. Riguardo all'esercito apprendiamo il fatto importante che accanto ai soldati esistevano anche truppe feudali. L'autore, le cui cognizioni storiche mostrano anche altrove notevoli lacune, é in errore nel ritenere del tutto nuova tale istituzione, esistita invece già sotto gli Abbâssidi, sebbene solo abusivamente e per ripiego. Pare che fosse sconosciuta durante il regno dei Ghaznavidi ; ma divenne poi fondamentale per lo stato per i Turchi d'occidente, in specie per gli Osmani.

Ma sotto il governo di Melikshâh l'impero nutrì in seno un nemico, che poi doveva per lungo tempo seminare lo spavento per tutta l'Asia anteriore. Non a torto nella sua memoria Nizâm al-Mulk aveva messo in guardia il sultano contro le trame delle sètte shiite. Della Shia, in origine partito dinastico, poi palladio degli ideali nazionali dei Persiani, si erano spesso serviti arrivisti senza coscienza per nascondere le loro mire egoistiche e sovversive. Fra i predicatori shiiti che giravano per il paese cercando di guadagnarsi le masse con l'annunzio di un Machdî che sarebbe venuto a punire le ingiustizie dei sovrani, si fece avanti in quel tempo Hassan Sabbâch.

La leggenda lo mette insieme a Nizâm al-Mulk e ad Omar Chaijâm, del quale sarebbe stato amico di gioventù. Pare che in Egitto fosse stato guadagnato alla causa dei Fâtimidi; comunque, nel 1090 lo troviamo in Persia come loro emissario. Con una schiera ancor esigua di seguaci si accampò davanti alla fortezza montana di Àlamût, il « nido di avvoltoi », nel distretto di Rûdhabâr, a nord di Kaswin e ingiunse all'ufficiale di Melikshâh, cui era affidato il comando, di prestare omaggio al fâtimide Mustanssir. Avendo costui rifiutato, egli s'impadronì della fortezza, stabilendovisi da dominatore. Secondo il modello della propaganda fâtimida, lo Shaich al-G'ibâl, «il maestro (o, più spesso, il vecchio) della montagna» organizzò qui il proprio ordine, dividendolo in gradi. La cerchia più ristretta degli iniziati professava una certa libertà al disopra di ogni vincolo morale e religioso; gli adepti, che servivano loro di strumento, venivano invece educati nel più rigido fanatismo. L'uccisione di coloro che il Maestro indicava come nemici della vera fede, era messa loro avanti come opera gradita a Dio: chi la compiva, si assicurava le gioie del paradiso.

Questi omicidi si chiamarono Fidâî, «sacrificanti sé stessi», ovvero Hashashî (donde «assassini»), gli esaltati dallo hashîsh, il narcotico contenuto nella canapa. La banda riuscì in breve tempo ad impadronirsi di altri castelli, in Persia e in Siria. Ai vani tentativi, da parte del governo selg'ûkida, di sopprimerla, si rispose nel 1092 con l'assassinio di Nizâm al-Mulk. Non è del tutto escluso che il sultano stesso, cui, da maggiorenne, l'onnipotenza del suo ministro riusciva molesta, fosse a cognizione dell'assassinio. Ma due anni dopo moriva anche il sultano.

Melikshâh aveva designato a successore Barkjarok; che però dovette affermare il suo diritto con le armi, prima contro la madre del suo fratellastro quattrenne Machmûd e poi contro suo zio Tutush, signore di Damasco. Il califfo Muktadi, dichiaratosi pronto a riconoscere Machmûd, pagò poi tale atto con la morte, quando Barkjarok fini per trionfare (1094).
La lotta contro Tutush durò ancora un anno e terminò con la morte di lui in battaglia presso Rai in Persia, dopo che la Mesopotamia era già stata conquistata e il califfo di Bagdâd costretto a includere nelle preghiere il nome del nuovo signore. Barkjarok riconquistò poi il Chorâssân, dove suo zio Arslân Arghûn si era reso indipendente; ma nel 1099 gli si sollevò contro il fratello Muhammed che, alleatosi con l'altro fratello Sang'ar, dopo due battaglie disgraziate lo costrinse a rifugiarsi fra i monti del Damaghân.
Dopo un avvicendarsi di battaglie, nel 1103 si concluse la pace: il regno venne diviso tra i fratelli. Ma morto l'anno dopo Barkjarok, lasciando un figlio minorenne, Muhammed riunì in mano sua tutto il potere.

Sotto il suo regno (1105-1118), l'Oriente godette ancora di una discreta pace. Muhammed si occupò anche di toglier di mezzo i piccoli stati parassiti delle regioni lontane, continuamente in ribellione. Nel 1108 sconfisse il condottiero arabo Abu Sadaka della famiglia dei Banû Mazjad, che muovendo da Hilla presso l'antica Babilonia si arrogava la signoria sulle tribù beduine della Mesopotamia. Ma però neppure a lui riuscì di estirpare il peggior cancro dell'impero, gli Assassini. Fece bensì demolire in più luoghi i loro castelli e nel 1118 le sue truppe bloccarono la stessa Alamût. Ma prima che la fortezza si arrendesse, Muhammed morì, il 18 aprile, in età di 37 anni, forse di veleno propinatogli dai seguaci degli Assassini. Alla notizia della sua morte le truppe tolsero l'assedio, non sapendo ancora a chi dovessero obbedienza.

Di lì a poco l'impero dei Selg'ûkidi si sfasciò. La potenza dei singoli principi di questa casa passò del tutto ai loro tutori, gli Atâbegi, alcuni dei quali, con la loro saggia amministrazione, riuscirono a mantenere in discrete condizioni le province minori.

Ma di sfascio e all'incirca nello stesso periodo
era accaduto anche in Spagna e in Africa


L'ISLAM NELLA SPAGNA E NELL'AFRICA SETTENTRIONALE > >

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