-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

28. LA CULTURA OTTOMANA DURANTE L'IMPERO

 

Dalle pagine precedenti Sulaimân (SOLIMANO) emerge che fu solo un un grande guerriero, mentre invece fu anche un valente organizzatore (oltre che "Grande" e "Magnifico" fu chiamato infatti anche "Il Legislatore") che portò a compimento le istituzioni iniziate dai suoi antenati e ne creò delle altre che per il suo tempo erano molto moderne.
Non molto dissimile da quelli d' Europa, il fondamento dello stato era pur sempre il feudalesimo; e quando Sulaimân dopo la morte di Zapolya si annetté l'Ungheria, cominciò subito a Buda la distribuzione dei Timâr. Erano questi i feudi minori che rendevano da 3000 a 20.000 aspri annualmente e i cui proprietari dovevano contribuire alla leva con due o quattro cavalieri. Solo per meriti personali il vassallo poteva aspirare ad un fondo maggiore detto Siâmet; ma il figlio doveva ad ogni modo ricominciare col possesso di un piccolo Timâr. Cioè doveva conquistarsi i propri meriti, si evitava così che finissero in mano di uno stolto i grandi possedimenti, e solo perchè quello ne era l'erede (vedi anche più avanti).

Il Saîm, che rendeva fino a 100.000 aspri e più, doveva contribuire con un soldato per ogni 5000 aspri. Un aspro d'argento corrispondeva normalmente a un quarto di drachma. Sotto Muhammed (Maometto II) II, 40 aspri equivalevano ancora ad un ducato, ma sotto i suoi successori il mercato monetario peggiorò tanto che 60 aspri valevano quanto un ducato.

Sotto Sulaimân I (Solimano) i suoi feudi d'Europa potevano fornire circa 80.000 cavalli, quelli d'Asia circa 50.000. Nelle province persiane conquistate non riuscì però a formare nuovi Timâr (feudi), giacché in quelle regioni devastate nessuno voleva assumersi gli obblighi ad essi inerenti.
Queste milizie feudali a cavallo formavano originariamente il nucleo dell'esercito osmano. Erano armate di arco e frecce, il cui uso durò più a lungo presso gli Asiati, di una lancia leggera, di una spada corta cui talvolta si aggiungeva una mazza ferrata, e di un piccolo scudo rotondo.
Solo a poco a poco vennero in uso la corazza e il casco, mentre prima si portava solo il turbante. Dovere principale del vassallo era l'aver cura dei cavalli; la negligenza la si poteva scontare perfino con la vita.

Questi feudi militari erano riuniti nelle varie regioni in bandiere o Sang'âk, il cui numero da 2 salì più tardi fino a 250. Al disopra dei sang'âk-big (capi) stavano originariamente solo i due begler-beg ("Signore dei Signori") quello di Anatoli e quello di Rûmili ; residenti il primo a Kuhâhija, il secondo a Sofia.
Al begler-beg di Rûmili spettava il grado più elevato e la rappresentanza del sultano, cosicché anche i principi dovevano inchinarsi ai suoi ordini.

Solo quando l'impero si estese sempre più in Asia, furono qui nominati altri begler-beg, inferiori di grado a quello di Anatolia, sebbene disponessero di eserciti più numerosi. Più tardi ancora diversi sang'âk furono riuniti in Pashalyk (pasciati), che arrivarono a 21 e introdussero un elemento di dissoluzione nella amministrazione dello stato, che in origine tendeva ad un rigido accentramento. Il sistema feudale, che aveva dato ottima prova nel piccolo regno primitivo degli Osmani, decadde rapidamente col continuo accrescersi dell'impero. Il sovrano doveva affidare ai begler-beg l'investitura almeno dei feudi minori, la cui rendita non superasse i 6000 aspri.

Ma i begler-beg non avevano scrupoli di concedere i Timâr vacanti, invece che a guerrieri di provato valore, a dei loro favoriti, spesso a schiavi, dai quali non erano certo da aspettare compensi militari. Presto andarono anche oltre, e cacciarono via proprietari validi sulla cui origine osmana ci fosse anche il più lieve dubbio. A tali abusi Sulaimân I cercò di rimediare col Kânûnnâme (Regolamento), emanato nel 1530; questo sottraeva ai begler-beg il diritto della investitura arbitraria; in avvenire essi dovevano solo rilasciare un certificato (Teskere) all'avente diritto al feudo, in base al quale la Porta stessa avrebbe poi rilasciato l'atto d'investitura (Berât), provvedendo a registrarlo.

I diritti ereditari dei figli dei vassalli vennero rigorosamente fissati. In nessun caso un feudo poteva passare direttamente dal padre al figlio; questi poteva pretendere solo un feudo minore, salvo ad ampliarlo con la prestazione di servizi militari o altri meriti personali. Questo feudo iniziale era più o meno grande se il padre era morto sul campo di battaglia oppure nel suo letto. Un Timâr si assegnava anche a figli minorenni che però lo perdevano qualora, compiuti i 19 anni, non avessero prestato servizio militare o dimostrato di essere indegni per altre ragioni.

Ma anche questo editto non eliminò tutti gli abusi. Molti dei piccoli vassalli trascuravano di presentare alla Porta i Teskere loro rilasciati dal Begler-beg ; e, naturalmente, i funzionari della Porta non rilasciavano il Berât gratis. Quando a più figli di un Sipâhi (spahi) defunto si concedeva l'investitura di piccoli Timâr, risultanti dallo smembramento dei beni paterni, avveniva che non si badasse se i proprietari si presentavano o no per turno al bando. In Asia si finì persino per ammettere, in feudi simili, il diritto di successione da parte di donna. Ma anche i proprietari di feudi maggiori cercavano sempre più di sottrarsi ai loro obblighi. L'intendente di finanza del sultano Achmed I, Aini, lamenta nel suo Kânûnnâme il fatto che di dieci Timâr, che si contendevano le rendite al momento della raccolta, poi non si faceva vivo un solo uomo al momento di prestare il servizio militare.

Ma le premure di Aini e del gran visir Nassûch-Pasha non valsero nemmeno a riordinare i ruoli di rassegna; e forse la morte violenta di Nassûch (1614) dipese, almeno in parte, da questi audaci tentativi di riforme.
Così avvenne che, in luogo delle milizie feudali, il nucleo dell'esercito fosse costituito sempre più dai mercenari. Di questi, la truppa più antica erano i Sipâhi della Porta, a cavallo.
Busbeck (*) loda la bellezza dei loro cavalli, i cui finimenti brillavano di oro, argento e gemme. I cavalieri indossavano vesti di broccato o di seta scarlatta, giallo-giacinto o blu-scura. Erano armati di arco e frecce, di un piccolo scudo, di una lancia leggera, per lo più di color verde, di una spada corta incrostata di gemme, e di una mazza ferrata pendente dal pomo della sella.
Le armi da fuoco furono usate per la prima volta nella spedizione persiana del 1548, ma senza alcun successo. Solo le guerre europee costrinsero gli Osmani ad adottare la nuova arma (ovviamente acquistate in Europa); restando però l'arco e le frecce quella prediletta dei Sipâhi fin verso la fine del XVI secolo.
(*)
Diplomatico e scrittore fiammingo (1522-1592), ambasciatore di Ferdinando alla corte di Solimano II: raccolse manoscritti ed iscrizioni, fra cui il celebre Monumeufum Ancuranum

I quattro squadroni prima formati da Urchân erano stati notevolmente accresciuti, in specie durante le grandi spedizioni di Selim e di Sulaimân; nel 1534 se ne contavano 11.500. Le tre prime divisioni si reclutavano tra gli Ic'-Oghlâm, i giovanetti cristiani fatti prigionieri in guerra ed educati nel Serraglio; la quarta, una speci di legione straniera, formata di rinnegati, godeva di minor considerazione. Questa milizia decadde molto durante le guerre contro i Persiani.
All'avvicinarsi dei nemici, lo shâch soleva ordinare la devastazione delle proprie province e il ritiro degli abitanti verso l'interno del paese; cosicchè l'approvvigionamento degli uomini e dei cavalli riusciva difficilissimo ai nemici. Fin dal 1586 vi si aggiunse la ribellione dei Sipâhi, che non si calmarono prima che fosse soddisfatto il loro desiderio di avere il sultano stesso a capo della spedizione in Persia.

Fra il XVI e il XVII secolo le difficoltà finanziarie della Porta la costrinsero a sospendere il pagamento dei soldo; sì che i Sipâhi con frequenti rivolte dichiararono di non poter più far fronte alle spese della campagna. Così con lo scorrere degli anni si accentuava sempre più la sproporzione fra l'effettivo di questa milizia e il numero che appariva dai ruoli.
Lo spirito dell'antico nomadismo asiatico, assai attenuato dalla cultura e dalla disciplina nelle milizie feudali e nei Sipâhî, sopravviveva intatto negli Aking'i, l'avanguardia a cavallo, formata di uomini senza soldo, compensati solo con l'esenzione dalle tasse e quindi ridotti al saccheggio: fittaioli dei beni feudali, che cercavano di rifarsi, come soldati di ventura, della miseria in cui li costringeva l'oppressione dei loro padroni.

Le loro orde portarono nel 1477-78 tutti gli orrori della devastazione nelle fertili pianure della «Terra ferma» veneziana e negli altopiani delle Alpi stiriane; misero a ferro e a fuoco, per un secolo, l'Ungheria e trascinarono schiavi centinaia di migliaia di cittadini.
Non diversamente si comportarono le truppe ausiliari delle province tributarie di Moldavia e Valacchia, dei Tatari della Crimea, di Georgiani e Kurdi.
Il chân di Crimea teneva sempre pronti 50.000 uomini, per piombare, ad ogni occasione propizia, sul fianco dei Polacchi. Lo stesso aiuto era offerto dai Georgiani e Kurdi contro i Persiani.

Ma il nocciolo dell'esercito era pur sempre formato dai giannizzeri: i giovanetti cristiani, che via via dovevano mantenerne l'effettivo, si educavano nelle quattro «scuole di paggi» di Adrianopoli, del vecchio e nuovo Serraglio e di Pera. Gli alunni si dividevano in cinque classi; l'educazione, per quanto severa, umanissima, poiché si voleva farne non degli invalidi o dei vili, ma degli uomini. La classe superiore, quella dei paggi del corpo del Sultano, non comprendeva mai più di 25 a 30 giovanetti; era la scuola preparatoria per i più alti uffici dello stato e della corte e da essa era uscita la maggior parte dei gran visir.
Per il reclutamento di questi paggi si stabilirono norme fisse solo da Selîm I in poi. Ogni cinque anni, poi più spesso e finalmente ogni anno, si arruolavano ragazzi cristiani in Europa, in ispecie in Albania e Grecia, più tardi anche in Ungheria; da tale contribuzione erano esenti solo alcune località privilegiate da particolari trattati, come Istambul, Galata e Rodi.
All'inizio si prendeva da chi aveva tanti figli, un ragazzo ogni cinque, in seguito tutti gli abili. Si capisce che non mancavano gli abusi. I funzionari permettevano che i genitori ricchi riscattassero i loro figli; d'altra parte non tutti gli arruolati erano poi inviati alle scuole dei paggi; i funzionari ne vendevano molti, per conto proprio, ai mercanti di schiavi.

La posizione privilegiata che attendeva i giannizzeri attenuava molto la durezza della leva; anzi i Turchi stessi ne sentivano invidia, si che non di rado cercavano di far passar per cristiani i loro propri figli. Solo con Murâd IV la leva dei giovanetti fu soppressa (1638).
Il limite d'età per l'entrata degli Ag'em-Oghlân nel corpo dei giannizzeri, fissato all'inizio a venticinque anni, fu abbassato quando le guerre persiane ebbero guastato la compagine dell'esercito. Trattandosi di una truppa scelta, il loro numero non oltrepassò quasi mai i 15.000. E ad aumentarlo si opponeva anche la indisciplina molto presto manifestatasi tra di loro: non solo imponevano prepotentemente donativi sempre maggiori ad ogni ascensione al trono, ma costrinsero per esempio Selîm I, durante la spedizione persiana (1515), a far decapitare il gran visir, il giudice militare e il loro proprio generale.

Si dovette perfino dividerli perché fossero meno pericolosi: una parte di essi fu assegnata a guarnigioni di confine: così per esempio nel 1581 solo 4000 risiedevano a Istambul. Un passo avanti sulla via della decadenza fu fatto col permetter loro, verso la fine del XVI secolo, di contrarre matrimonio. Ne venne di conseguenza che la qualità di giannizzero si ridusse presto ad essere semplicemente ereditaria, senza riguardo alla capacità fisica o ai meriti. Le disgraziate-guerre persiane di Murâd III fecero sì che si aumentasse tale milizia senza più alcun criterio di scelta, tanto che nel 1660 essa contava 54.222 uomini. Ne erano segnati nei ruoli quasi altrettanti che non pretendevano soldo, accontentandosi solo della esenzione da tasse; pur non prestando servizio in tempo di guerra, erano però sempre pronti a cooperare col grosso dell'esercito in caso di ribellioni.

Poiché il soldo andava continuamente diminuendo, i giannizzeri si vedevano sempre più costretti a guadagnarsi la vita con un mestiere, mentre gli ufficiali cercavano di migliorare la loro posizione servendo presso ambasciate straniere.
Mentre nella fanteria le armi da fuoco vennero in uso soltanto poco a poco, gli Osmani volsero fin dall'inizio molta cura all'artiglieria; già Muhammed II aveva fatto venire, per questa arma, fonditori e istruttori dalla Germania e dall'Ungheria. Il corpo dei Topg'i o artiglieri era già formato sotto Bâiezid II e sotto Selim I contava non meno di 1000 uomini. Sulaimân (Solimano) si occupò quindi specialmente della formazione di una artiglieria leggera da campo e del traino animale ad essa necessario.

Un grave peso per gli eserciti osmani erano state sempre le sterminate salmerie, marciando essi in Ungheria e in Persia per lo più attraverso regioni già più volte saccheggiate. Così per esempio per l'esercito che assediava Vienna nel 1529 erano necessari non meno di 22.000 cammelli solo per il trasporto della farina; né inferiore era generalmente il numero dei muli. La cura di questi animali era affidata al corpo dei Voinak, quasi tutti contadini bulgari, che servivano senza soldo, in compenso dell'esenzione da tasse o di altri privilegi.

L'avanguardia dell'esercito in marcia era formata dall'artiglieria leggera col corpo degli armaioli (G'ebedg'i) ; li seguivano i giannizzeri col loro Agha (capitano), i due giudici militari e i computisti. Veniva quindi il sultano in persona, circondato dalle milizie di corte e dai paggi del corpo. Seguivano le insegne: la bandiera dello stato, da Selim I in poi la bandiera del profeta, e i sei stendardi dei differenti corpi dell'esercito nonché i sei vessilli dei mercenari Sipâhi. Il centro era chiuso dal gran visir e dagli altri visiri col loro numeroso seguito. Dopo di questi i due Begler-beg di Rumelia e Anatolia con la massa della cavalleria feudale; la precedenza toccava al primo nelle spedizioni in Europa, al secondo in Asia. La retroguardia era formata dalle colonne dei bagagli e dell'approvvigionamento.

All'inizio della battaglia i due Begler-beg si mettevano in prima fila; l'ala sinistra era considerata come posto d'onore. Ciascuna delle due ali era rinforzata da una divisione di artiglieria da campo e di Àking'i. Venivano poi i Sipâhi, lasciando i giannizzeri un po' all'indietro del centro. Dopo di loro stava il sultano con le insegne e i dignitari della Porta.
Tutti i cronisti europei elogiano la disciplina dell'esercito osmano. Non vino, non gioco, non cortigiane, che invece non mancavano mai negli eserciti europei. La guerra contro gli infedeli era veramente sentita come dovere religioso; il che nell'età migliore dell'esercito osmano molto contribuì ad assicurargli la vittoria sui cristiani.

Tutta la loro storia chiamava gli Osmani a combatter per terra, e solo la forza delle circostanze, non la loro inclinazione, li spinse sul mare. La vittoria dei Veneziani presso Gallipoli (29 maggio 1416) li convinse della necessità di crearsi una flotta. Ma solo Muhammed II (Maometto II) rese il nome osmano rispettato anche sul mare. Nella primavera del 1456, 180 velieri salparono da Gallipoli per devastare le coste dell'Egeo.
Selim I continuò con energia gli armamenti, e Sulaiman portò il numero delle navi a 300. Sotto di lui, come già dicemmo, il corsaro Chairaddin Barbarossa, Begler-beg del mare, rese temuto il nome osmano fino alle coste della Spagna. Però alla flotta ostana mancava propriamente la spina dorsale costituente la forza marittima dei loro avversari latini: una potente flotta commerciale.
In compenso loro erano molto superiori per ricchezza di materiali, poiché le foreste sulle rive del Mar Nero rappresentavano, nonostante la pirateria, un inesauribile rifornimento di legname. I metalli necessari erano forniti dalle miniere della Moldavia e della Valacchia; la tela per le vele doveva però importarsi in parte dalla Francia.

La direzione dei cantieri era per lo più nelle abili mani dei Veneziani; gli operai tutti Greci, con lo svantaggio però che non avevano stabile impiego negli arsenali, ma venivano via via raccolti secondo il bisogno. Ciononostante l'Europa ebbe non di rado a stupire della velocità con cui lavoravano i cantieri osmani; ma la accuratezza nella scelta del materiale e nella esecuzione lasciavano molto a desiderare.
Il vero tarlo della marina osmana fu però sempre la disonestà dell'amministrazione, mantenutasi quasi ininterrotta fino al Novecento. Già sotto Selim I la costruzione e l'armamento delle singole navi era lasciato ai capitani, dei quali, a mo' d'esempio, nel 1592 ben 460 riscuotevano la paga per sé e per le loro galere, mentre appena 150 prestavano realmente servizio.
La ciurma era formata per intero di cristiani, Italiani e Greci per lo più fuggiaschi, attirati in grosse schiere a Pera dalla cospicua caparra offerta per ogni armamento di navi osmane. Un elemento ancor più infido della ciurma erano i galeotti cristiani incatenati ai banchi delle navi; sotto Selim II erano in tal numero da fornire personale per 40 navi, ma dall'inizio del XVII secolo in poi andarono rapidamente decrescendo.

Ai vuoti così prodottisi si cercò di rimediare con una leva regolare dei sudditi. Tutto l'impero fu diviso in distretti, ciascuno dei quali doveva mettere a disposizione della flotta un numero di uomini via via fissato secondo il bisogno. Gli arruolati potevano riscattarsi, nel qual caso il capitano li sostituiva con schiavi assai più a buon mercato. Essendo l'Europa già fin troppo sfruttata dalle leve per l'esercito di terra, sulla flotta s'imbarcavano per lo più degli Asiatici, ma era gente già quasi tutta infiacchita e inadatta al gravoso servizio.
Prese quindi sempre maggior sviluppo il sistema della sostituzione, ridottosi infine ad una tassa sulla flotta, assai redditizia. Quasi tutti i corpi dell'esercito di terra furono via via chiamati a servire sulla flotta; miglior prova dettero i giannizzeri la cui audacia, in specie nell'abbordaggio, era molto temuta dagli avversari cristiani.

La flotta osmana consisteva di navi da battaglia pesanti, o maone (la più grande, costruita nel 1575, conteneva 567 rematori) e di incrociatori leggeri, C'ekdiri e Kadriga, con in media 150 rematori. L'artiglieria di bordo fu all'inizio tanto leggera, che per servirla bastavano 20 bombardieri su ciascuna galera. Ma dopo le disgraziate esperienze della battaglia di Lepanto, l'efficienza bellica delle navi fu rinforzata anche per tale motivo, in modo che almeno il numero dei pezzi fosse proporzionato a quello dei Veneziani.

Una parte essenziale della flotta osmana era costituita, fin dal tempo di Barbarossa, dai vascelli corsari dei Barbareschi d'Africa. Ogni volta che il sultano si preparava ad una guerra marittima, questi corsari si schieravano con la sua flotta, per danneggiare, protetti da essa, il commercio fatto dai cristiani. Essendo i loro velieri benissimo equipaggiati, il loro aiuto fu all'inizio non sgradito. Ma presto la loro indisciplina li mise in discredito presso la Porta, tanto che anche in tempo di pace causarono continui imbarazzi diplomatici


Insieme allo sviluppo della flotta era cresciuta l'autorità del suo capo. Questi fu nei primi tempi il béi del Sang'âk di Gallipoli. Barbarossa, come Begler-beg del mare, ottenne presto la giurisdizione sulle isole di Metellino, Rodi e Negroponte, finché la sua autorità abbracciò 14 sangiaccati. Pur conducendo l'armamento della flotta con una certa onestà, egli riusciva a fare cospicui risparmi; sì che quest'ufficio divenne uno dei più redditizi ed ambiti di tutta la gerarchia burocratica.
Dopo la catastrofe di Lepanto (di cui parliamo nelle pagine europee del medesimo periodo) la flotta fu riorganizzata con mirabile energia e in breve tempo, senza che però avesse modo di ristabilire la sua fama con un colpo decisivo. La sua attività fu sempre più limitata alla sorveglianza delle coste; nel 1576 delle 300 galere solo 40 erano ancora in pieno armamento; le altre, disarmate, marcivano nei depositi e sui cantieri.

A capo dell'esercito e dello stato sorto dall'unione feudale stava il sultano. Dapprima gli stessi emiri osmani erano stati feudatari dei sultani selg'ûki di Ikonium; ma già Urchân si era arrogato le prerogative sovrane col diritto monetario e con la menzione del proprio nome nella Chutba, la preghiera pubblica del venerdì. Muhammed II aveva poi assunto il titolo di sultano (1473) dopo la vittoria sui Turcomanni; e Selim coronò la potenza della sua dinastia con la dignità di califfo (1507). La fedeltà verso il sovrano, radicata nel carattere nazionale dei Turchi, venne ancor rafforzata da questa sanzione religiosa della sua potenza; sì che i sudditi gli obbedivano come a nessun altro monarca contemporaneo dell'Occidente.

Disponeva pure senza limite di tutte le forze dello stato; e soltanto da quelle effettive, in specie dai giannizzeri, gli furono talvolta frapposti ostacoli. Teoreticamente egli era persino considerato come il proprietario economico dello stato; sì che il prodotto netto delle imposte, dedotte le spese correnti, andava a finire nel suo tesoro, la Chazna dalle sette torri. Sulle cifre del bilancio delle imposte osmane non abbiamo dati precisi. Per gli ultimi anni del regno di Muhammed II, il bizantino Chalkondylas calcola tutte quante le rendite dello stato a quattro milioni di ducati; secondo notizie veneziane, questa somma era già salita, verso la metà del XVI secolo, a 10-15 milioni, dei quali 2 milioni finivano annualmente nel tesoro del sultano.
Alcuni sultani, e specialmente Murâd III, vi immagazzinavano somme enormi, sottraendole alla circolazione. In occasione però di pubbliche calamità il tesoro era messo a dura prova e le esigenze dei giannizzeri lo vuotavano spesso, via via che un nuovo sovrano saliva al trono. La pubblica opinione si aspettava poi dal sultano, come ovvio dovere, grandiose costruzioni di edifici; dovere a cui pochi vennero meno.

Tutta la potenza politica, però, stava in teoria, e per lungo tempo stette anche di fatto, solo nelle mani del sultano. S'intende che col rapido sviluppo dell'impero dovesse sempre più crescere d'importanza l'ufficio del visir che all'inizio aveva solo esercitato le funzioni di primo consigliere ed aiuto.
Già Muhammed II nella legge fondamentale dello stato del suo Kânûnnâme innalzò il "gran visir" a vero e proprio reggente dell'impero; quale plenipotenziario del Pâdishâch riuniva nelle sue mani tutti i fili della amministrazione e decideva con piena indipendenza e autorità in tutti gli affari di stato, escluso il diritto di vita e di morte. Come simbolo del suo potere il gran visir custodiva il sigillo di stato con la Tughra, o sigla del sultano regnante. Anche il cerimoniale di corte gli assicurava la rappresentanza del sultano. Al pari di questi, riceveva in giorni fissi di ciascuna settimana gli omaggi dei funzionari di corte e dello stato, né si mostrava in pubblico senza uno sfarzoso seguito.
Il suo palazzo, in cui invitava a consiglio gli alti funzionari dello stato, divenne in tal modo la vera sede del governo, la "Sublime Porta".

Sulaiman I nel diploma col quale nominava gran visir Ibrâhim pasha, figlio di un greco di Parga (1529), trasferì a lui anche una notevole parte della sua propria sovranità. Per lunghi anni egli esercitò il suo ufficio sostenuto dalla piena e amichevole fiducia del sultano. Ma i dissensi familiari che ne rattristarono gli ultimi anni, scossero anche la sua posizione. Venne in sospetto, certo infondato, di aspirare prima alla corona d'Ungheria, e poi persino al trono stesso di Osman. II 15 marzo 1536 lo si trovò ucciso nel suo alloggio, da lui tenuto nel serraglio stesso, accanto al sultano.

Solo l'altro suo successore, Muhammed Sokolli, slavo dei dintorni di Ragusa, riuscì ad acquistare altrettanta potenza, sapendo però guardarsi dai pericoli per i quali l'altro era dovuto soccombere. Più che la potenza, gli premeva accrescere la sua ricchezza. Mediante la corruzione riuscì a portare ad un'altezza favolosa i redditi già di per sé cospicui del suo grado. I Pasha delle province dovevano ricomprarsi ogni anno il loro posto per mezzo di regali e si dice che quello del Cairo abbia pagato annualmente a Muhammed 100.000 zecchini.
Gli uffici rimasti vacanti per la morte dei loro titolari si conferivano a chi offriva di più. Si aggiungano i donativi delle potenze straniere. L'imperatore tedesco dovette segretamente triplicare il dono annuale che nell'ultima conclusione della pace era stato fissato in 3000 talleri. Venezia comprò nel 1573 per 15.000 ducati una pace vergognosa. L'esempio dato dal più alto funzionario dello stato esercitava naturalmente un'influenza corruttrice su tutti i rami della amministrazione.

Caduto Muhammed l'11 ottobre 1579 anch'egli per mano assassina, sebbene - come pare - per vendetta personale, anche l'importanza dell'ufficio decadde rapidamente. Ne ebbero colpa i funesti intrighi di harem dei quali solo un secolo più tardi Muhammed Kóprili liberò lo stato.
Nel trasmettere al gran visir la sua quasi illimitata potenza, Muhammed II, allo scopo di porvi un argine gli mise presto a fianco i visiri della Cupola. Tale intenzione però non fu raggiunta. Le tre code di cavallo, simbolo esteriore della loro dignità, li faceva uguali al gran visir; ma la loro influenza non fu mai considerevole. All'inizio in numero di quattro, salirono più tardi a sei. Cercando di frequente di ottenere per altre vie quel che la posizione ufficiale non concedeva loro, ebbero assai spesso una parte ragguardevole negli intrighi che di continuo minacciavano e scuotevano la potenza del gran visir.

Specie di resti dell'antica età nomade era il Divano (Diwân) che nei casi importanti, specialmente nella decisione della pace e della guerra, si soleva ancora tenere a cavallo. Adunanza di popolo all'inizio, il Divano si ridusse sempre più ad un consiglio di ministri, la cui presidenza già da Muhammed II, sul finire del suo regno, fu per lo più affidata al gran visir. Vi prendevano parte solamente le cosiddette «colonne dell'impero» (Erkâni dewlet) cioé i due giudici delle milizie (Kadiasker), quello di Anatoli e quello di Rûmili, ai quali dopo le grandi conquiste di Selim si aggiunse un terzo per l'Africa. II: i due Begler-beg per l'Asia e per l'Europa. III: i due Defterdâre per le due parti dell'impero, essi pure in seguito aumentati di un terzo per l'Africa. IV: L'Agha dei giannizzeri come rappresentante dell'esercito. V : il Kapudânpasha o Begler-beg del mare, ufficio dapprima creato per Chairaddin Barbarossa, come rappresentante della flotta. VI: il Nishâng'i per la firma del Sultano.

Il Divano teneva seduta regolarmente per quattro giorni della settimana, dal sabato al martedì, in una sala del secondo vestibolo dei serraglio. Le discussioni, interrotte due volte da una mensa in comune, duravano dal mattino al tardo pomeriggio. Ciascun suddito aveva libero accesso alle sedute e poteva presentare istanze e reclami, la cui evasione era per lo più assegnata alle singole sezioni. Da che il sultano cessò di presiedere le adunanze, riceveva il Divano in udienza solenne, al termine de' suoi lavori settimanali, per udire il rapporto sulle decisioni prese.

Per il fatto che i due governatori generali di Asia ed Europa facevano parte, con diritto al voto, del Divano, ad esso veniva pur sempre a toccare una certa influenza sull'amministrazione delle province. Ma se la venalità dei funzionari era grandissima nel governo centrale, nelle province non aveva spesso misura. Se il pasha doveva ogni anno ricomprare la sua carica dal gran vizir, egli si compensava del prezzo pagato a spese dei propri subalterni, che alla loro volta lo estorcevano dai loro sottoposti.
Ciascuno dei 20 Begler-beg, anzi ciascuno dei 290 sang'âk-beg, voleva intorno a sé una corte, alle cui spese doveva provvedere il proprio distretto amministrativo. I loro sottoposti, i subâshi, pure loro mettevano a profitto le loro funzioni di polizia per commettere svergognate estorsioni.

Peggio ancora andavano le cose nelle località, le cui rendite erano state affittate dai sang'âk-beg, per un tempo determinato, a privati. Ma ben di rado il popolo oppresso insorgeva per difendersi con la forza, come per esempio nel 1578 in Cipro, dove e Greci e Turchi riuniti fecero letteralmente a pezzi il Begler-beg, odiato per la sua cupidigia e crudeltà.
Al pari di tutta quanta l'amministrazione dello stato, anche la giurisprudenza ebbe in origine un fondamento militare. A capo della gerarchia giudiziaria stava pertanto, anche in età più tarda, il giudice delle milizie, carica istituita già da Murâd I. Muhammed II e Selim I gli posero poi a fianco un collega per l'Europa ed uno per l'Africa. La competenza di questi giudici delle milizie non si limitava alle questioni militari, ma si estendeva anche a tutta quanta la giurisprudenza civile. Nominavano tutti i funzionari della giustizia, i Kâdi e i loro sostituti o Nâib; e formavano anche la suprema corte d'appello, limitata solo dal potere giudiziario del gran visir e del sultano. In ordine gerarchico seguivano subito i grandi Molla, giudici della capitale e delle città principali della provincia, e i piccoli Molla, giudici nelle dieci città di provincia di second'ordine, come Bagdad e Sofia. La magistratura inferiore si divideva nelle tre classi dei Mufattish o giudici istruttori, dei Kâdi (giudici) propriamente detti e dei loro rappresentanti, Nâib.
Il Kâdi esercitava nella propria diocesi il sommo potere giudiziario. Solo e senza assistente decideva, secondo i precetti del diritto ecclesiastico (Sheri Sherif) basato sul Corano e sulla Sunna, in processi civili e criminali e sbrigava anche tutti gli affari notarili, la copia di testamenti e di altri atti.

I vantaggi della rapida procedura propria alla giustizia osmana erano controbilanciati dalla corruttibilità dei giudici; invano già Bâiezid I, nel 1394, aveva cercato di ovviare a questo antico cancro della giurisprudenza islamica mediante tasse giudiziarie fisse.
Al di sopra di tutta la gerarchia giuridica e teologica degli Ulema stava il Mufti o Shaich (sceicco) ul-islâm, ma la sua autorità era del tutto teorica. Gli spettava di dare il parere (Fetwa) su controversie giuridiche, ma non aveva facoltà di fare eseguire la propria sentenza. Indubbiamente nessun giudice avrà osato di non dar corso alla sua decisione.
Muhammed II e Sulaiman I confermarono al Mufti la sua posizione eccezionale a capo di tutta la burocrazia. In realtà i rappresentanti del potere sovrano avevano tutto l'interesse ad appoggiare la sua autorità, essendo essi stessi obbligati a ricorrervi in difficili situazioni politiche. Così Seliim II fece legittimare dal Mufti Abû Suûd la violazione della pace, dei tutto ingiustificata, all'inizio della guerra di Cipro contro Venezia.

Spettava al Mufti anche la conferma dei funzionari ecclesiastici della capitale, mentre nelle province l'incombenza toccava ai giudici delle milizie. La nomina vera e propria era all'incontro lasciata ai fondatori delle moschee. Il numero degli impiegati del culto dipendeva unicamente dalla grandezza della moschea. In piccole comunità specialmente di campagna un Imam solo accudiva a tutte le funzioni religiose; in templi maggiori si aveva una divisione di lavoro: l'Imam si limitava in questo caso a dirigere le cinque preghiere quotidiane. Superiore di grado gli era il predicatore del venerdì (Chatib) a cui toccava pure di mantener vivo lo spirito religioso della comunità con altri esercizi di devozione. Ai servizi umili accudivano i sacrestani (Kaijim) accanto ai quali i gridatori (Muessin) formavano una classe speciale.

La preparazione alle cariche ecclesiastiche era già regolata da una venerabile tradizione e confermata poi da Muhammed II mediante un editto speciale. La istruzione preparatoria si impartiva nelle Medresse per lo più annesse alle moschee e fondate in buon numero e con nobile gara nella capitale e nelle province dai sultani e dai visiri. Gli alunni si dividevano in tre classi. Gli studenti veri e propri si chiamavano Softa, con una contaminazione, non dei soli scrittori europei, delle parole Sûfi « mistico » e suchta; in persiano, « arso ».

Secondo il censimento fatto sotto Murâd II essi ammontavano in tutto l'impero a 90.000. Sopra di essi stavano i ripetitori, MuId. Al termine dei suoi studi il giovane riceveva il titolo di Dânishmend « sapiente » e poteva scegliere fra le tre carriere di maestro, sacerdote o giurista. Chi però voleva entrare in una delle classi superiori dei piccoli o grandi Molla, doveva, come Dânishmend, studiare altri sette anni in una Medresse.
Sostenendo un esame dinanzi al Mufti il candidato poteva fare assegnamento su di un posto di Mudarris, professore o maestro in una Medresse. Questi si dividevano alla loro volta in dieci classi graduate secondo l'importanza delle città: da quelle di grado più alto uscivano i piccoli Molla.

Maggiore influenza del sacerdozio ufficiale esercitavano sulla vita religiosa del popolo gli ordini dei Dervish, fin da tempi antichi molto diffusi nell'Asia minore e poi anche nella Rumelia, quali i Nakshbandi, i Maulawi e i Bektâshi.
Il sistema della graduazione delle dottrine esoteriche fu sempre coltivato con gran successo negli ordini islamiti. Mentre nei circoli degli iniziati non si aveva ritegno a trarre le ultime conseguenze del panteismo mistico, le quali non solo sferzavano la dogmatica dell'Islâm, ma anche scioglievano i credenti dai suoi precetti morali, il senso religioso veniva nutrito nel popolo per mezzo di pratiche estatiche. Pur concedendo che vi abbia talvolta avuto non piccola parte lo sfruttamento della superstizione e che di questa si siano giovati poco coscienziosi capi di Ordini per scopi puramente materiali, non si potrà però negare che gli ordini stessi, in quello stato di barbarie, abbiano spesso esercitato un'efficacia morale.

La vita scientifica degli Osmani difettava quasi interamente di originalità e si muoveva nelle vie fisse della tradizione. Per il Muslim scienza significava non già l'acquisto di nuove cognizioni, ma il dominare il più estesamente possibile una materia tramandata.
Più di tutto é apprezzato il sapere religioso e la legge sacra da esso inseparabile e che signoreggia anche la legge civile. Essendo tutta quanta la letteratura canonica composta in lingua araba, anche i dotti osmani, quando scrivevano di teologia, si servivano costantemente dell'arabo; solo i libri edificanti destinati ai laici erano composti nella lingua nazionale. Non audacia o profondità di pensiero, ma costante diligenza fu la virtù dei dotti osmani.

Gli Osmani tuttavia riconobbero gli Arabi come loro maestri nelle scienze esatte; nella storiografia invece cercarono di imitare i modelli persiani. Gli storici più antichi scrissero addirittura in persiano; più tardi si venne ad usare la lingua materna, ma il lessico era in tali opere riboccante di voci arabe e persiane e lo stile imitava la gonfiezza della retorica iranica.
Dal lato pratico gli Osmani hanno prodotto opere insigni per la storiografia. Su quasi tutti i più importanti avvenimenti della loro storia possediamo monografie dettagliate e pregevolissime composte da testimoni oculari, per lo più alti funzionari che avevano preso parte personale allo svolgimento di quei fatti. Già per tempo si cominciò inoltre ad esporre sistematicamente tutta quanta la storia dell'impero; la prima opera di tal genere fu scritta dal dervish Achmad Ashikpashasâde sotto Bâiezid I.
Dal XVI secolo in poi la Porta stessa provvide alla redazione delle storie mediante la nomina di storiografi ufficiali, il primo dei quali fu il precettore dei principi, giudice delle milizie e Mufti Saadaddin, morto nel 1599.

Nel XVII secolo la scienza profana degli Osmani si ravvivò attingendo, per quanto in misura ancora assai modesta, anche a fonti occidentali. Il più grande dotto di questa età, Hâg'g'i Chalifa, che come funzionario dell'amministrazione militare aveva fatto le campagne dell'Asia venendo così a conoscere coi propri occhi una gran parte dell'impero, si fece tradurre anche brani di geografie occidentali da un rinnegato francese, per la sua Geografia universale da lui composta nel 1655.

Ancor più scarsa che nel campo scientifico fu la originalità degli Osmani in quello delle belle lettere. Certamente ci sarà stato, come c'é oggi, anche nei secoli antichi un tesoro di canti e racconti popolari in lingua turca, ma «le persone colte» disprezzavano tali produzioni. Ci sono conservati diversi saggi soltanto di racconti popolari in cui le gesta di sultani e generali, eroi dell'antichità e santi venivano narrate per lo più con poco riguardo all'esattezza storica e con grottesche esagerazioni.

Come gli Arabi nella scienza, così nella poesia i Persiani eran tenuti per i modelli la cui imitazione formava l'unico degno compito di uno spirito intelligente. Con la solidità loro propria gli Osmani hanno approfondito lo studio della poesia persiana, producendo opere insigni nell'interpretazione filologica dei classici, della quale si resero specialmente benemeriti Surûri, fiorito sotto Sulaiman I e il bosniaco Sûdi. Essi cercarono inoltre di imitare tutti i singoli generi della poesia persiana; perfino il laudatore scherzoso della ghiottoneria, Abû Isschâk, trovò un imitatore fra gli Osmani.
Per un po' di tempo insieme alla forma si conservò anche la lingua persiana e Selim I, il vincitore di C'aldarân, ha lasciato un grande Divano in questa lingua. La Ghazele, considerata come la corona di ogni creazione poetica, in cui si provarono anche diversi sultani e di cui il più insigne rappresentante é il celebre Bâki (morto nel 1600) si mantiene in fama coniando e riconiando un mondo ristretto di sentimenti e di pensieri.

Gli Osmani benché mai molto numerosi, seppero dominare ampie regioni, in grazia del sistema dei feudi militari che li spartiva in ogni dove come proprietari facoltosi. I sudditi cristiani o râjâ della campagna, in specie nelle province più remote, erano oppressi da gravi servitù, senza contare la mancanza dei diritti politici. Il testatico che pagavano per assicurarsi la protezione dello stato, era nell'anno 1590 di uno zecchino. In compenso godevano della protezione militare degli Osmani, poiché il servire come soldati era un onore riservato a questi ultimi.
È vero che la classe dominatrice non era rigidamente chiusa e la sua posizione non dipendeva da un privilegio di nascita, ma dalla fede nell'Islâm. Chi si professava musulmano ne faceva senz'altro parte e il sultano, mediante l'imposta sui giovanetti per il corpo dei giannizzeri, veniva ad accogliere nella classe dominante ogni anno anche a viva forza la parte migliore dei râjâ.
Nella capitale e nei suoi dintorni, dove contro gli arbitri amministrativi poteva facilmente invocarsi l'aiuto del potere centrale, i cristiani e in specie i Greci, godevano di piena libertà civile e religiosa.

Battesimi, nozze, funerali e pellegrinaggi si tenevano apertamente e il più delle volte persino pomposamente. Nelle feste solenni le autorità turche ponevano presso le porte delle chiese una guardia di giannizzeri, perché nessuno disturbasse il servizio divino.

Col commercio e l'industria i Greci della capitale avevano in parte riacquistato grandi ricchezze; il traffico del vino e l'affitto, molto redditizio, di certe entrate del tesoro erano esclusivamente nelle loro mani. Nella seconda metà del XVI secolo l'appaltatore delle gabelle, Michele Kantakuzenos, favorito del gran visir Muhammed Sokolli, si era fatta una posizione addirittura principesca. Disponeva di innumerevoli uffici ed impieghi; nominava e destituiva patriarchi metropoliti e vescovi ed esercitava un dominio assoluto su intere province come la Moldavia e la Valacchia; il suo palazzo di Anchioli gareggiava in splendore con lo stesso serraglio imperiale.
É vero che più tardi, non senza sua colpa, precipitò da tanta altezza. Già nel 1576 era stato imprigionato per ritardati pagamenti di appalti, ma fu liberato per intercessione del gran visir. Due anni dopo accusato dal Chân dei Tatari di loschi intrighi politici nella Moldavia e Valacchia, fu, per ordine del sultano, catturato e impiccato sulla porta del suo splendido palazzo.

Poiché lo Stato osmano non si curava per principio di questioni confessionali, possiamo capire come all'inizio del XVI secolo divenne un vero rifugio della libertà di coscienza per gli ebrei cacciati dalla Spagna e Portogallo. Nel 1590 il ghetto di Istambul contava già quasi ventimila abitanti. Gli ebrei ebbero accesso al palazzo del sultano prima come giocolieri e giullari, specialmente sotto Selim II cui piacevano molto tali svaghi. Ma essi seppero rendersi indispensabili anche come medici e il medico di origine tedesca Nathan Salomo Askenazi esercitò grande influenza politica presso Muhammed Sokolli. Sotto Selim II, l'ebreo Joset Nassi si acquistò una posizione simile a quella di Michele Kantakuzenos. Il suo vero nome era Juan Miguez; immigrato circa il 1550 già assai ricco, dal Portogallo a Costantinopoli.
Sotto Selim di cui Miguez aveva saputo abilmente sfruttare la smania dei divertimenti quando costui era ancora principe ereditario e governatore di Kutâhia, gli fu assegnato l'affitto del decimo del vino insieme ai redditi di dieci isole dell'arcipelago. Aveva facoltà di assumere per gli europei il titolo di duca di Naxos, facendosi qui rappresentare da uno spagnolo come suo governatore.

Anche dopo la morte di Selim, egli continuò a godere delle sue entrate, poiché, essendo egli senza figli, il suo patrimonio doveva in ogni modo tornare al tesoro del sultano. Gli Armeni, pur diventando concorrenti più pericolosi dei Greci e degli Ebrei nel mondo degli affari, vi avevano allora una parte ancora assai modesta. Avevano un loro proprio patriarca obbligato a un canone annuo di mille ducati; molti di essi si guadagnavano la vita, come servi dei commercianti al minuto. Mentre i râjâ della capitale sapevano generalmente assai bene adattarsi alle circostanze, in quelli delle province era tuttora vivace la speranza nella liberazione dalla signoria straniera.

Ogni volta che le potenze europee conseguivano qualche successo lottando colla Porta, i Greci della penisola balcanica erano pronti a mettersi insieme con loro. Ma i veri rappresentanti delle idee di libertà, erano, come abbiamo visto, gli Albanesi presso i quali essi non morirono nemmeno dopo che furono caduti sotto alla più grave oppressione.
Presso gli Slavi, in specie presso i Serbi, l'idea della libertà si mantenne vivace in grazia alla loro poesia nazionale che in ardenti colori esaltava le lotte contro i Turchi e soprattutto le gesta dell'eroe leggendario Murko.

Dobbiamo quindi qui ritornare proprio a Selim II
e alle sue imprese contro l'occidente, iniziando dalla battaglia di Lepanto
dove inizia pure la decadenza degli Osmani.

LA DECADENZA DEGLI OSMANI - FINO AL XVIII SEC. > >

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