-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

75. POTENZA DELLA CHIESA - LE CHIESE - I MONACI - LE ERESIE

Abbiamo visto nei capitoli precedenti, in continuo aumento l'autorità della Chiesa. Ma quali appoggi ebbe, e come giunse a questa autorità, che non era solo spirituale ma anche temporale, e che in sostanza voleva dire anche potenza. Ma con quali uomini e con quali mezzi ottenne questo risultato? la risposta anche se breve e non esauriente è il contenuto di questo capitolo. Dove non si fa alcun commento su i fatti teologici e quindi lasciamo da parte la potenza della Fede e dei princìpi religiosi, ma ci soffermiamo invece sulla potenza politica esercitata, e che in ultima analisi la si esercita quando essa dispone di patrimoni e di denaro, oppure con l'anatema li si toglie agli altri.

Nel corso dell'epoca carolingia nei paesi già da un pezzo cristianizzati posti ad occidente dell'Elba fu completata l'organizzazione del culto e la suddivisione dei vescovadi in parrocchie, e questa organizzazione più perfetta venne poi nel periodo dal X al XIII secolo trasportata ed applicata man mano nei territori conquistati al cristianesimo dalle colonizzazioni e dalle missioni.
Dii tale organizzazione può servire come esempio la diocesi di Costanza, del cui sviluppo storico, in base ai ricchi dati statistici offerti dal vescovado, è stata pubblicata di recente una esposizione che risale fino al XIII secolo, e che permette anche di capire, almeno nei tratti più salienti, lo svolgimento della diocesi medesima nei secoli antecedenti sino al X.
Per integrare il quadro, ove occorra, e come termine di controllo, è utile e giova per le stesse ragioni la storia della diocesi di Brandenburg.

II vescovado di Costanza era il più vasto tra i vescovadi tedeschi. Esso abbracciava un territorio di 800 miglia quadrate ed arrivava a mezzogiorno fino al Gottardo, a nord sino a Ludwigsburg. Un registro delle decime dell'anno 1275 ci presenta il vescovado suddiviso in arcidiaconati, e questi in diaconati affidati ai singoli parroci. Le chiese parrocchiali erano state organizzate dai vescovi, ma nei paesi germanici erano sorte in origine come chiese private dei signori territoriali, erano state erette da loro su terreno proprio.
Secondo la tradizione, che aveva le sue radici nell'antichità pagana germanica, il signore che aveva provveduto alla costruzione e dotazione della chiesa, nominava anche il parroco. Normalmente a costui era data anche una casa parrocchiale con giardino ed orto.

Sotto l'influenza dell'indirizzo cluniacense affermatosi nell'XI secolo e delle ulteriori riforme del XII e XIII secolo i diritti del signore feudale vennero più o meno a ridursi ai diritti di patronato, i quali anzi non potevano essere esercitati se non con il controllo e la cooperazione del vescovo. Nel tempo stesso aumentò l'autorità e l'ingerenza del vescovo anche sulle originarie chiese private e l'amministrazione parrocchiale resa più uniforme. Questo processo di subordinazione del basso clero al vescovo costituisce il pendant dell'esaltazione dell'autorità pontificia al di sopra dei vescovi e del raggruppamento dei monasteri in congregazioni ed ordini.

Il parroco riscuoteva le decime dal distretto sottoposto alla sua giurisdizione, ed accanto alla cura delle anime, aveva l'amministrazione dei beni e dei diritti spettanti alla parrocchia e la rappresentava. Per questa ragione il parroco venne chiamato rector ecclesiae, od anche, perché investito di cura d'anime, plebanus.
In non pochi casi, che si moltiplicarono anzi col tempo, il rector ecclesiae affidava la cura d'anime ad un vicario che percepiva una parte dei redditi della parrocchia e che per il suo ufficio talvolta é designato anch'egli col nome di plebanus. La parrocchia fu considerata come un feudo, allo stesso modo che già nell' VIII secolo molti beni di monasteri.

L'ufficio passava in seconda linea di fronte ai beni destinati alla sua dotazione. Ma nell' VIII secolo nell'impero carolingio l'impiego dei beni dei monasteri così infeudati venne regolato da una deliberazione della dieta dell'impero nel senso che una parte dei medesimi dovesse servire ad armare dei vassalli tenuti a prestare il loro braccio al re nella lotta contro la pericolosa invasione dei saraceni dalla Spagna.
Invece il conferimento delle parrocchie medioevali non venne fatto dal re ed in servizio dello Stato, ma dipese dalla protezione del patrono o di potenti personaggi ecclesiastici e laici. Questi infeudamenti di parrocchie furono fatti in tutti i paesi in parte a persone, in parte a monasteri e ad altre chiese privilegiate.

All'atto dell'organizzazione della amministrazione ecclesiastica nel territorio slavo Ottone I attribuì le decime ai vescovi e ad alcuni monasteri, specialmente a quello di S. Maurizio a Magdeburgo; e costoro dovettero a loro volta pensare a dotaste i parroci dei singoli luoghi. Probabilmente questa aggregazione delle nuove parrocchie stabilite nel detto territorio a scopo di conversione della popolazione pagana a così ricchi istituti ecclesiastici come il monastero di S. Maurizio a Magdeburgo fu consigliata dal fatto che, data la poca sicurezza del paese conquistato e la non ancora avvenuta conversione o la conversione soltanto apparente della popolazione, non si poteva contare molto su un regolare e sufficiente gettito delle decime.

Lo stesso sistema deve essere stato adottato per altri territori dello stesso genere, e così sorsero delle parrocchie istituite ab initio come vicariati. Il loro numero fu aumentato dalle parrocchie incorporate a monasteri, capitoli di cattedrali e simili altri istituti, perché anche queste furono per principio e permanentemente coperte da vicari, che percepivano solo una parte delle rendite, mentre le parrocchie autonome potevano sempre ritornare sotto un parroco che esercitasse pure la cura d'anime e quindi percepisse pure l'intero reddito.

Lo sviluppo economico del XII e XIII secolo non poteva a meno di far si che in molti paesi le decime rendessero assai più di quanto occorreva ad un semplice ecclesiastico, tanto più che ai parroci affluivano anche altri redditi. La loro ricchezza consigliò di utilizzare questi benefici agli scopi sopra ricordati. Le prestazioni della chiesa ai più svariati fini di benessere e perfezionamento generale costituiscono la forma con cui le energie economiche nazionali furono chiamate a contribuire a tali fini. Dopo che una così vasta parte del patrimonio nazionale era stata messa nelle mani della chiesa, questa non poteva sottrarsi a tale compito.
Le dotazioni di ospedali ed università ne offrono degli esempi. Ma questa libera disposizione dei benefici ecclesiastici aprì l'ingresso a gravi abusi. I relativi beni non vennero destinati soltanto a scopi di interesse generale, ma già nell'VIII e IX secolo li vediamo convertiti arbitrariamente a vantaggio personale di favoriti o di potenti signori.

Nel XII e XIII secolo questo abuso dilagò ancora di più. Le ricchezze sempre più grandi che la chiesa aveva accumulate in grazia di donazioni, dispense, indulgenze e con l'estensione della giurisdizione ecclesiastica, stuzzicò la cupidigia dei grandi e dei loro dipendenti e favoriti. Non di rado più parrocchie vennero concesse ad una sola persona che le faceva poi amministrare da vicari; di modo che egli riscuoteva la massima parte delle rendite di più chiese, senza far altro in compenso che adempiere ad alcune formalità.

Frequentemente le parrocchie furono conferite a persone che erano ancora troppo giovani per ricevere gli ordini sacri, od anche che non avevano nessuna intenzione di abbandonare la vita laica. Delle parrocchie della diocesi di Costanza nel XIV secolo un conte Corrado di Friburgo ne aveva sei, un conte Goffredo sette, un signore di Tieringen cinque, un conte Rodolfo di Zimmern nove. In altre diocesi si ripeteva lo stesso fenomeno, e le autorità ecclesiastiche non fecero mai un serio tentativo di eliminare questo sconcio, per quanto i concili provinciali si fossero spesso sforzati di combattere molti di questi abusi così stridenti.

Nel procedere alla nomina del vicario il parroco badava di solito più alle sue comodità ed a cercare un uomo di poche pretese finanziarie che non a procurarsi una persona idonea all'ufficio di plebanus, ed amava tenerla soggetta a sua discrezione. Perciò i concili provinciali reclamarono ripetutamente che anzitutto i vicari fossero nominati stabilmente e non potessero come ora essere licenziati ad arbitrio del parroco, che in secondo luogo l'arcidiacono competente o il vescovo ne accertasse e dichiarasse prima la idoneità, e che infine fosse deputata al vicario una congrua portio dei redditi del beneficio, sufficiente ai suoi bisogni ed al pagamento delle prestazioni dovute all'arcidiacono ed al vescovo.

Le parrocchie, così in Germania, come in Francia, in Inghilterra ed altrove, erano pertanto solamente nella minoranza dei casi coperte da parroci che percepivano l'intero reddito del beneficio e gestivano personalmente l'ufficio. E queste erano di regola le parrocchie che avevano un buon reddito, talora anzi esagerato. La maggior parte invece delle parrocchie erano in mano di persone o istituti che percepivano il grosso delle rendite e facevano amministrare il culto da un vicario (plebanus) spesso pagato miseramente, poco istruito ed in posizione precaria e di soggezione, perché abbandonato all'arbitrio del titolare della chiesa.

Gli sforzi fatti dai concili per proteggere i vicari contro i parroci attestano quanto costoro avessero bisogno di tutela, ma non riuscirono a sradicare il male.
E questi inconvenienti non erano da lamentare nelle sole parrocchie di campagna; essi si ripetevano per gli istituti cittadini dotati di parecchie parrocchie. A Strasburgo ad esempio esistevano nel XIV secolo dieci parrocchie, ed in tutte queste chiese i parroci facevano amministrare il culto e la cura d'anime da «sostituti miseramente pagati». Per il popolo ignorante questo semplice plebanus, bastava e avanzava; non occorreva insomma un teologo per riptere all'infinito pagine della Bibbia o la vita di qualche santo.

Per una sola parrocchia (S. Andrea) non siamo in grado di dire con certezza se avvenisse la stessa cosa. E nel XIII secolo le cose non devono essere andate diversamente. Sappiamo che già nel 1217 la parrocchia di Santa Aurelia fu aggregata «alla mensa del capitolo di S. Tommaso». Le sue rendite quindi servirono a dotar meglio la mensa di questi canonici, e la cura delle anime della parrocchia venne affidata ad un vicario. Tre parrocchie: il Duomo, S. Tommaso e S. Pietro, avevano dei capitoli di canonici laici, S. Stefano un capitolo di dame nobili, e le altre chiese, salvo forse quella di S. Andrea, vennero nel corso del XIV secolo aggregate a capitoli sull'esempio della chiesa di Santa Aurelia.
Non sappiamo poi se il parroco di S. Andrea amministrasse personalmente il culto ovvero percepisse solamente le rendite ed affidasse la cura d'anime a vicari temporanei o stabili.

Comunque sia, anche la chiesa di Strasburgo ci offre un quadro che somiglia più ad un mercato di benefici che non ad una istituzione per la cura delle anime. Questa cattiva impressione aumenta ancora se guardiamo alla maniera come erano conferiti i canonicati delle tre chiese del Duomo, di S. Tommaso, e di S. Pietro, e scrutiamo la vita che conducevano questi canonici.
Nel capitolo del Duomo nel XIII secolo (e probabilmente già prima) non vennero accolti se non conti e baroni e ne furono tenuti lontano persino i membri di famiglie della classe dei ministeriali, malgrado che questa sia stata spesso così potente.
Papa Gregorio IX nel 1231 impose coattivamente l'accettazione di un ecclesiastico di origine plebea, proclamando il giusto principio che nelle cariche ecclesiastiche ciò che importava non era la nobiltà dei natali, ma la nobiltà della vita incorrotta; ma non fece neppure il minimo tentativo per abolire radicalmente quel preteso diritto del capitolo del duomo.
I capitoli di S. Tommaso e di S. Pietro non ammettevano per lo più nel proprio seno che figli di patrizi di Strasburgo. Il conferimento dei posti vacanti era normalmente fatto con criteri nepotistici od analoghi. Una famiglia che era riuscita una volta ad installarsi nel capitolo di un duomo, poteva in circostanze normali considerarsi sicura di perpetuarvi la sua presenza per secoli; e infatti troviamo per parecchi secoli rappresentati nei capitoli dei duomi ad esempio i nomi dei Geroldseck, degli Ochsenstein, dei Lichtenberg, Kyburg, Rappoltstein, Tierstein.

I più fra i canonici del duomo «potevano chiamarsi fra loro cugini; molto spesso sedevano nello stesso capitolo due e non di rado tre fratelli». Per l'occupazione di molti posti vacanti, e specialmente delle cariche di decano e proposto del duomo, assai rimunerative, avvennero aspre contese tra le grandi famiglie nobili, e spesso aperte a selvagge guerre locali.
Così nell'anno 1338 e negli anni dal 1370 al 1372. Le famiglie più potenti dell'Alsazia e la città di Strasburgo presero le armi per la questione se doveva essere proposto del duomo un Ochsenstein ovvero un Kyburg.

Come nel XVI e XVII secolo la casa di Baviera ed altre case principesche pretesero che certi vescovadi fossero una specie di appannaggio della propria discendenza, allo stesso modo quei conti e baroni considerarono le grasse prebende del capitolo del duomo come una preda spettante alle proprie famiglie. Gli interessi spirituali in tali questioni passavano in ultima linea. Né le cose andavano diversamente per gli altri capitoli. E siccome ad essi erano state, salvo una, incorporate tutte le parrocchie di Strasburgo, queste servivano ad interessi familiari privati, erano in certo modo secolarizzate. I vicari delle chiese di Strasburgo, quelli cioè che veramente amministravano la cura d'anime, (i plebanus) venivano tolti dalla normale classe artigiana della città, di scarsa istruzione, ed anche alcuni stranieri ottennero talora queste funzioni. Costoro erano scarsamente retribuiti, almeno in proporzione alle grandi ricchezze delle chiese di Strasburgo.

Due considerazioni suscita il complesso dello svolgimento descritto. La prima é che i cluniacensi, Gregorio VII, ed i suoi successori e partigiani vollero giustificare le riforme tendenti a restringere l'ingerenza dei re nella nomina dei vescovi soprattutto con la ragione che tali ingerenze erano dannose alla chiesa, mentre l'abuso di accumulare cariche ecclesiastiche e benefici nelle mani di una sola persona e di conferirli per favoritismo o per denaro non solo non diminuì dopo la vittoria dei gregoriani, ma crebbe notevolmente, in particolar modo nel XIII secolo.

Sotto gli Ottoni ed i Salii le nomine alle alte cariche ecclesiastiche furono sempre fatte con criteri più onesti ed obiettivi, che non dopo la lotta per le investiture e specialmente nel XIII e XIV secolo.
La seconda e capitale considerazione è che nel medio-evo la massa dei preti, che amministravano normalmente il culto e nel tempo stesso rappresentavano la chiesa presso il popolo, a parte la scarsa istruzione, era priva di uno stipendio sufficiente a permetterle di acquistare una posizione autorevole ed influente nella società.


Le enormi ricchezze della chiesa vennero utilizzate e sperperate per dotare fino all'eccesso le alte cariche della gerarchia e per scopi diretti alla conquista del potere politico.

L'ordinamento della chiesa era una creazione dell'aristocrazia dell'impero romano o per lo meno acquistò la sua forma definitiva al momento in cui questa aristocrazia non trovò più collocamento soddisfacente nella carriera degli uffici dello Stato e lo cercò nella carriera ecclesiastica.

Negli Stati romano-germanici poi queste tendenze aristocratiche trovarono nuovo alimento nell'organizzazione aristocratica della società e nel feudalesimo. E le enormi ricchezze di cui già poteva disporre la chiesa nel VI e VII secolo favorirono questo processo che indubbiamente tornò gravemente a danno delle funzioni spirituali della chiesa.

Tutto ciò spiega come, ad onta della sua meravigliosa grandiosità, l'organizzazione della chiesa abbia finito per partorire gli stessi inconvenienti di cui fu causa l'organizzazione degli Stati di quel tempo, e come i papi, che pur seppero arrivare a tanta potenza nel campo della politica estera, godessero di così poca autorità effettiva in ciò che costituiva la missione vera e propria della chiesa.

Ed i papi si sono persino curati poco di perseguire quest'ultimo fine; e si capisce, perché erano essi stessi colpevoli in misura non lieve dell'abuso di distribuire i benefici ai loro favoriti ovvero di farli servire agli scopi della loro politica. Raggiunti questi primi obiettivi, i secondi erano quella della "potenza".

GLI ERETICI

Prendendo partito da incidenti come il conflitto, sopra ricordato, accesosi verso il 1000 fra i vescovi di Magonza e di Hildesheim, il papato nel XII e XIII secolo, mediante le limitazioni arrecate al diritto dei capitoli di eleggere i titolari dei posti vacanti ed altre misure analoghe, mirò ad abbassare gli ecclesiastici di tutti i paesi al livello di meri agenti della volontà della Santa Sede, ma non riuscì completamente nell'intento se non qua e là.

In Francia ed in Inghilterra vi si oppose la corona, cresciuta in autorità e potenza; e dove, come nell'impero germanico l'insubordinazione dei grandi signori ecclesiastici e laici rese la corona troppo debole per potersi efficacemente opporre alle pretese di Roma, i grandi ebbero spesso forza sufficiente per opporsi essi stessi.
L'anatema e l'interdetto non atterrì i principi ecclesiastici non molto di più dei principi laici. Con queste armi i papi non riuscirono a spuntarla anche contro i vescovi se non quando trovarono aiuto in circostanze favorevoli. Innocenzo III, persino al tempo delle lotte per la successione al trono tra Filippo di Svevia ed Ottone IV, il quale aveva pur posto ai suoi piedi le sorti dell'impero, non poté imporre sempre la sua volontà nemmeno in questioni puramente ecclesiastiche.
Egli costrinse bensì i vescovi di Magonza, Colonia, Wúrzburg, Besancon, Passau a giurargli obbedienza, li minacciò e castigò con sospensioni e scomuniche; ma questi fatti non stanno tanto a dimostrare l'autorità che effettivamente godeva il papa, quanto gli sforzi che egli faceva per conquistarla e le resistenze che incontrava.

Molti dei vescovi non si piegarono neppure di fronte a quelle misure estreme ed altri si disimpegnarono valendosi delle stesse armi che il papa aveva usato contro di loro, l'abuso dell'autorità spirituale e delle forme dei diritto.
Il vescovo Wolfger di Passau si sottrasse ai pericoli che gli andava preparando Innocenzo III prestandogli un giuramento che con tutta verosimiglianza fu uno spergiuro. L'arcivescovo di Colonia in analoghe condizioni fece notevoli concessioni alla città di Colonia, e così Innocenzo III indirettamente contribuì allo sviluppo dell'autonomia di essa che doveva poi imporre nuove e durevoli limitazioni ai poteri del vescovo.

Ovunque si penetra a fondo nei particolari delle lotte ingaggiate da Innocenzo III e dai suoi successori si rileva quanto fosse poco saldo l'edificio apparentemente così grandioso della potenza dei papi.

La chiesa inglese fu così costante nell'opporsi allo sperpero dei benefici inglesi a vantaggio di favoriti del papa che si ha l'impressione che nel XIII secolo la curia abbia logorato inutilmente in questa lotta la maggior parte delle sue energie. Questa impressione suscita poi in ogni caso la vita del vescovo di Lincoln, Roberto Grosseteste, il maestro e protettore dei grandi fracescani inglesi di quel tempo, che visse nel centro del movimento letterario, politico ed ecclesiastico della sua epoca.
E l'impressione ci è rinsaldata dal contegno brusco tenuto dall'Università di Oxford verso gli agenti di Roma, e dalla risposta data dalla città di Londra all'interdetto fulminato contro di essa da papa Onorio:
«Non si accettano ordini del papa quando si tratta di affari di Stato».

E quando il vescovo di York fu scomunicato perché si opponeva allo sfruttamento della chiesa inglese da parte della curia, sfruttamento che aveva oltrepassato ogni misura sotto il debole governo di Enrico (1217-72), «gli Inglesi tanto più lo benedissero, quanto più il papa lo scomunicava».

I grandi uomini di Stato del presente periodo, Stefano Langton, Uberto de Burgh, Simone di Monforte, il vescovo Grosseteste, il filosofo Ruggiero Bacone ed il famoso monaco Malthaeus Parisiensis, il più grande degli storiografi inglesi del medio-evo, e tutti coloro che partecipavano attivamente alla vita pubblica, erano concordi nello sdegno contro la curia per le sue smisurate pretese e per le sue ingerenze perturbatrici della chiesa e dello Stato.

Era appunto nell'Inghilterra e nella Francia che papa Innocenzo IV aveva cercato appoggio nella lotta contro Federico II, e questi due regni per gelosia verso l'imperatore o per motivi occasionali di nessun conto glielo avevano concesso; ma ambedue i paesi si ribellarono poi contro il papato reso intollerabilmente arrogante dai suoi successi.

A quel tempo vediamo più decisamente affermarsi anche la teoria che il papa avesse il potere di prosciogliere gli uomini da ogni giuramento e dalla fede ai patti. Chi violava il giuramento nell'interesse del papa, il vassallo che ad onta del suo giuramento di fedeltà abbandonava il suo signore e lo combatteva in servizio del papa, non commetteva peccato.

Questa teoria e l'applicazione fattane dai papi non poteva a meno di muovere a sdegno i re ed i popoli e turbare le coscienze, tanto più che la politica dei papi, come quella di tutti gli Stati militarmente deboli, faceva dei frequenti e spudorati voltafaccia. Si comprende pertanto, come allora si siano generalizzate delle idee che ebbero un rappresentante tipico in Ezzelino da Romano e che risaltano dai cupi quadri della vita dei grandi signori, disegnati dagli accusatori dei Templari a principio del XIV secolo, e dai non meno cupi accusatori di papa Bonifacio VIII.

Non meno deleterio fu l'abuso fatto dalla chiesa dell'acquistata ingerenza in materia matrimoniale. Il processo di divorzio del re Lotario II di Lorena nel IX secolo noi lo vediamo ancora trattato dinanzi ad un tribunale civile, e fin nell'XI secolo perdurò il concetto fondamentale che il matrimonio era un istituto di carattere civile.
Ma la chiesa, con la dottrina degli impedimenti, e sopra tutto con l'estensione data agli impedimenti per ragione di parentela; poi con la teoria della natura sacramentale del matrimonio che essa riuscì a far trionfare completamente nel XII secolo; da ultimo con l'organizzazione migliore della giurisdizione ecclesiastica e con l'estensione delle sue competenze, si procacciò una quantità di occasioni e di pretesti per ingerirsi nelle questioni di successione delle famiglie regnanti, e nelle questioni di famiglia dei principi, nonché dei cittadini e contadini, che costituì una continua tentazione per abusarne.

Numerosi sono gli esempi che, da Gregorio VII sino alle questioni matrimoniali di Ottocaro di Boemia sotto papa Alessandro IV, ci dimostrano come la competenza di giudicare sulla validità o nullità dei matrimoni, le dispense dagli impedimenti di parentela ed il rifiuto di queste dispense, fossero divenuti semplicemente uno dei tanti strumenti di guerra della curia di questo periodo che li adoperava secondo i bisogni della "sua" guerra personale a questo o a quell'altro sovrano.
La spudoratezza con cui si abusò per gli interessi della curia dei giuramenti e del matrimonio ha forse indubbiamente contribuito a far germogliare quella letteratura irriverente ed a far dilagare quella satira che ha particolarmente contribuito alla decadenza della generale devozione verso la chiesa e verso le autorità ecclesiastiche.

Già ai tempi di Barbarossa gli scolari impertinentemente cantavano:
Roma mundi caput est, sed nil capit mundi. -
Cum ad Papam veneris habe pro constanti
non est locus pauperi, soli favet danti.

(vale a dire : Roma é la capitale del mondo ma é colma di sozzure. Se vuoi qualcosa dal papa, tienti bene a mente che ai poveri Roma non dà ascolto, ed appoggia solo chi paga).

Ed all'inizio del XIII secolo Gualtiero von der Vogelweide mosse ai papi aspre censure analoghe. Egli era un devoto, ed anche un entusiasta delle crociate, tanto che ancora nella vecchiaia manifestava il desiderio di andare a guerreggiare in Terra Santa. Ma quando Innocenzo III aizzò la guerra civile tra le fazioni di Filippo di Svevia e di Ottone IV, Gualtiero accusò i preti «di scomunicare chi volevano e non chi dovevano».
"Il papa, egli dice ancora - non é più un pastore é divenuto un lupo tra le sue pecore; egli lega i vescovi e i prelati nella rete del diavolo, mercanteggia la grazia divina, segue gli insegnamenti del libro nero che gli ha dato il diavolo. I preti menano una vita dissoluta; il papa stesso aumenta il numero dei miscredenti; egli raccoglie denaro per la Terra Santa, ma la Terra Santa ne vedrà ben poco, perché la massima parte andrà a finire nelle mani dei preti. Pazzi e stolti i Tedeschi se concorreranno a tale colletta per la Terra Santa".

Analogo ed anche più acerbo é il linguaggio di Gualtiero in altri passi; né lui rimase il solo a pensarla così; gli stessi sentimenti erano largamente diffusi nella società. A Utrecht, a Basilea, a Regensburg ed in altri luoghi i cittadini si sollevarono contro i vescovi ed i monaci che predicavano contro l'imperatore; ed a Federico II non mancarono sino alla morte numerosi partigiani, consiglieri e soldati. Per quanto questo o quello dei suoi aderenti si lasciasse intimorire dalla scomunica, tuttavia l'imperatore conservò il sopravvento ed il papa non riuscì a vincerlo.

Dopo la morte di Federico II il papa poté distruggere il suo impero, ma non fu in grado di sostituirvene un altro. Egli aveva così di frequente minacciato ai fedeli dell'imperatore le ire del cielo, che costoro finirono per abituarsi ed impararono a tenere in non considerazione tali minacce.

In Italia, come in Inghilterra, in Francia, in Germania e nei paesi nordici, dappertutto incontriamo uomini che non si lasciavano più atterrire da queste armi spirituali; ma molti rimasero con la convinzione che la scomunica papale era un sopruso; anche se alcuni al momento della morte ebbero qualche rimorso di coscienza.

Allorché re Sverrir di Norvegia, che era stato scomunicato, sentì avvicinarsi la morte, si fece mettere sul suo trono (era il 9 marzo 1202) e disse: «Quando sarò morto, lasciate il mio viso scoperto, e permettete ad amici e nemici di esaminare se sul mio cadavere si trova qualche traccia dell'anatema con cui mi hanno colpito i miei nemici, giacché allora io non la potrò certo nascondere ».

Gli abusi della curia, l'ingordigia e la lussuria di molti ecclesiastici, favorirono il sorgere ed il diffondersi di eresie e scismi, che andarono sempre aumentando dal XII secolo in poi.

Le sette più influenti dovettero la loro origine al convincimento che i preti ed i monaci si erano mondanizzati e non servivano a Dio come si doveva e che delle vere abitudini cristiane di vita non avrebbero potuto risorgere se non in virtù della grazia di Dio e per opera personale dei fedeli. Immergendosi totalmente in Dio ed abbandonandosi alla sua volontà, rinunziando al mondo e serbando una condotta da santo, così soltanto il cristiano poteva entrare in una più intima comunione con Dio. In taluni prevalse la tendenza mistica, in altri la tendenza ascetica ed alle opere di carità. e di abnegazione.
Erano le stesse tendenze che nel XIII secolo si manifestarono negli ordini dei mendicanti ed in molti gruppi affini, nel seno della chiesa e tra laici. Si può dire soltanto un caso che Pietro Valdus da Lione, il pio condottiero dei «poveri», perseguitati dai papi con particolare furore, non sia stato venerato come un santo, ma perseguitato come un eretico.

E viceversa i fondatori e capi degli ordini dei mendicanti furono non di rado ad un pelo di essere condannati come eretici. Anche il profeta Gioacchino da Fiore in Calabria (m. 1202), ammirato non solo dalle folle, ma anche dai grandi della terra e da tre papi, fu sospettato di eresia per parte di influentissimi gruppi monastici, e nel XIII secolo fu per lungo tempo dibattuto se la chiesa lo dovesse santificare ovvero condannare come eretico. Tanto poco tranquilla era la chiesa internamente nell'epoca in cui aveva tratto in sua mano il potere temporale.

Al culmine della loro potenza i papi si videro minacciati da una ventata di eresie, ed allora si abbandonarono ad un furore cieco. Nei centri ove queste eresie si diffondevano essi non agirono da pastori che cercano di ricondurre sulla retta via gli smarriti, ma come padroni cui siano fuggiti degli schiavi. Terribili furono le torture inflitte agli infelici dichiarati colpevoli di eresia, nè i loro giudici si commossero al vedere che essi sopportavano tutto per amore di Cristo, ed anche mentre le loro carni ardevano nelle fiamme del rogo invocavano il nome di Dio.

Dalle persecuzioni contro singoli eretici Roma si passò poi allo sterminio di intere città e regioni in cui gli eretici erano o si affermava che fossero in prevalenza. E come vi infierirono i suoi carnefici!
Fra tutti questi orrori é cupamente famosa la terribile crociata contro gli Albigesi della Francia meridionale e contro il conte di Tolosa sospetto di esserne il protettore. Quando nel 1208 le orde selvagge assoldate dalla chiesa espugnarono Béziers e si diedero ad un massacro che non risparmiava ne età ne sesso, molti degli infelici abitanti protestarono angosciosamente di non appartenere alle sétte ma di esser fedeli alla Chiesa. I soldati chiesero all'abate Arnaldo di Citeaux, il legato del papa che capitanava la crociata, che cosa dovessero fare, giacché essi non erano in grado di accertare chi fosse realmente fedele alla chiesa. L'abate rispose: «Uccideteli tutti; Dio sceglierà i suoi».

E nella sua relazione a papa Innocenzo III egli scrisse a proposito di tale ecatombe «che la vendetta di Dio aveva mirabilmente imperversato sulla città (ultione divina in eam [civitatem] mirabiliter saeviente)».

Questa furia di persecuzione ebbe come strumento di esecuzione della gentaglia che avrebbe dovuto per il solo fatto del suo carattere morale ripugnare alla chiesa, se il sentimento cristiano non fosse stato in essa soffocato dalle idee preconcette sulla missione e potenza della Chiesa e dalle basse cupidigie che si nascondevano sotto questi scopi apparenti o vi si accompagnavano.
Avventurieri avidi di conquistarsi dei territori, vicini nemici piombavano sui paesi che Roma aveva colpito di scomunica, e chi aveva interesse ad abbattere un suo nemico cercava di metterlo in sospetto di eresia ed otteneva un decreto di persecuzione dei pretesi eretici.

Cosi furono distrutti i valorosi contadini di Stedingen e le loro terre ubertose andarono ripartite allo stesso modo di quelle degli Albigesi. È incalcolabile la quantità di sangue che è stata versata nel XII e XIII secolo in nome della Chiesa o per istigazione di essa. Tuttavia é vero che la Chiesa cercò volentieri di conservarsi le mani lorde di sangue, affidando al braccio temporale le esecuzioni delle punizioni inflitte agli eretici che condannava. Ma le autorità civili che mettevano questi infelici nelle mani del carnefice, agivano dietro ordine della Chiesa.

Nei concilio Laterano del 1215 Innocenzo III aveva fatto stabilire che le autorità secolari (saeculares potestates quibuscunque fungantur officiis) dovessero giurare di sterminare nei territori soggetti alla loro giurisdizione tutti gli eretici loro designati dai giudici ecclesiastici. «Chi rifiuta di prestare questo servigio dovrà essere scomunicato dall'arcivescovo e dai vescovi della provincia. Il papa proscioglierà dal giuramento di fedeltà i costui vassalli e permetterà ai cattolici di occupare il paese e purificarlo dagli eretici (vasallos ab eius fidelitate denunciet absolutos et terram exponet catholicis occupandam)».

Richiamandosi a questo decreto conciliare ed in parte ripetendolo letteralmente, Federico II emanò nel 1220 una costituzione sulle pene temporali cui sarebbero andati incontro gli eretici: l'infamia e la confisca dei beni.
Con un editto posteriore emanato per la Lombardia Federico comminò contro gli eretici la morte sul rogo; e la stessa pena venne poi introdotta in Germania. La cosa più terribile era poi che il procedimento del tribunale ecclesiastico privava gli accusati quasi di ogni possibilità di scolparsi. Nel processo in cui Filippo il Bello fece condannare come eretici i Templari le indegnità di questo sistema si rivelarono in tutta la loro scandalosa evidenza; ma migliaia di altri infelici vennero ugualmente maltrattati conservando le forme esteriori della giustizia.
All'accusato non si facevano conoscere chi fossero i testimoni che lo avevano fatto incriminare. A testimoniare vennero ammessi anche delinquenti e spergiuri. Le testimonianze degli eretici, se queste erano a discarico, non si ammettevano ( e bisogna dire che nessuno si offriva di farlo per non essere a sua volta accusato di eresie e finire pure lui sotto processo), mentre si ammettevano se erano a carico;in questo caso anche se loro stessi erano eretici.

Nell'XI e nel XII secolo si seguirono ancora le forme normali del procedimento giudiziario, le quali però lasciavano ben poca speranza all'accusato, dal momento che spesso per discolparsi altro mezzo egli non aveva che la prova del fuoco o dell'acqua bollente. E l'assurdità di tutto ciò a lungo andare divenne così stridente che Innocenzo III vietò tale procedura. In sostituzione venne nel XIII secolo introdotta la tortura ed un sistema probatorio che non lasciava a priori via di scampo all'accusato, era il più adatto a far perdere ogni senso di giustizia al popolo e sopra tutto agli stessi inquisitori.

«Questa procedura era una caricatura di procedimento giudiziale, la più iniqua forse che la crudeltà e l'arbitrio abbiano mai saputo inventare».

Inoltre furono istituiti tribunali straordinari d'inquisizione ed affidati agli ordini dei domenicani e dei francescani; questi tribunali erano muniti di poteri del tutto eccezionali e perciò ebbero frequenti e gravi conflitti con i vescovi di cui venivano a limitare la giurisdizione. Si ebbero pertanto ora due specie di tribunali d'inquisizione l'una accanto all'altra: il tribunale del vescovo e quello dell'inquisitore straordinario.

Il modo con cui essi procedevano era sostanzialmente uguale, ma per rigore si segnalarono particolarmente le commissioni straordinarie dei frati mendicanti. Nel corso del XIII secolo esse acquistarono tale potenza che tutte le autorità dovettero piegarsi dinanzi a loro e mettersi ai loro servizi. A mala pena i più alti prelati della stessa curia poterono sottrarsi ai loro artigli o strappar loro una vittima.

Nel breviario Romano approvato dal Concìlio di Trento a pagina 498 sez. IV. Notturno II. (edizione di Venezia anno 1740) esiste una lettera di S. Domenico di Guzman, patrono di Torquemada e di Arbuez, diretta a Papa Onorio III, nella quale, con un cinismo spaventevole, con una crudeltà tanto freddamente calcolata da far inorridire, egli traccia di sé medesimo un ritratto ributtante ed orribile.
"Beatissimo Padre. Linguadoca, 7 Aprile 1217
Con l'aiuto del Signore, io e miei compagni non cesseremo mai dallo sbarbicare dal campo della chiesa, quest'erba velenosa che merita il fuoco, prima in questa vita poi nell'altra. E per consolare la santità vostra dalle cure gravissime dell'Apostolato le accennerò quel poco di bene che con l'aiuto di Dio (Tieni ben conto lettore di quell' aiuto di Dio ed aiuto del Signore che questi sacrilegi invocano ad ogni momento, facendo complice loro l'Onnipotente e l'infinito!) abbiamo operato in queste infelici provincie tanto desolate dall'eresia. Affrancati dal duca di Monfort già trentasettemila di questi nemici della religione cattolica stanno a bruciare nelle fiamme dell'inferno, e così diradate le nuvole pare che il sole della retta fede cominci a risplendere in queste contrade.

"Il piissimo duca è tanto infervorato dallo zelo cattolico che, dovunque ha sentore si annidino di queste fiere, accorre colle sue truppe e dà loro la caccia. Essi o resistano o fuggano son sempre raggiunti e puniti. Non si usa pietà ai corpi di gente che non ne usò alle anime fedeli, cui uccise col mortifero veleno dell'errore.
Egli li sottopone prima a tormenti per costringere la loro ostinazione a manifestare gli aderenti. È impossibile immaginare quanto lo spirito satanico s'impossessi di loro, e li renda fermi nella infernale impenitenza. Non si lasciano fuggire un accento dalla sacrilega bocca che il demonio chiude con una mano di ferro (Che coraggio! Che costanza! Povere vittime infelici!). Un vecchio, posto alla tortura, e quasi stritolato sotto ad una macina, rideva ed insultava i santi ministri, i quali gli ricordavano l'obbligo della fede.

Un'altra giovinetta di Belial, alla quale i soldati del Duca in punizione di aver alimentato le carni di un eretico strapparono dall'ossa con una tenaglia quelle carni maledette, sorrideva, metteva dentro le mani alle proprie piaghe e diceva di sentirne refrigerio; sicché i soldati a meglio refrigerarla seguirono per un'ora a rinnovarle quella consolazione senza poterla indurre a manifestare, dove fosse l'iniquo, che essa aveva albergato ed alimentato.

I poveri soldati sono instancabili nell'opera della fede (Ed anche ciò si chiama disciplina negli eserciti di tutte le età) e la sera dopo la preghiera e dopo innumerevoli meriti acquistati, sono da me benedetti con la papale benedizione che V. S. mi concedette di largire nel suo nome santissimo (Che depravazione! Che sacrilegi!).

Io crederei, Beatissimo Padre, che a rimunerare in qualche modo la fede ardente del sig. Duca, V. S. dovesse avere la benignità di conferire o a lui, o a suo fratello Don Rodrigo canonico della cattedrale di Tolosa, la sacra porpora la quale egli si ha già acquistato con le sue escursioni tingendola nel sangue maledetto di quegli sciagurati.

Basta che in questi paesi si senta il suo nome perché gli eretici Albigesi tremino da capo a piedi. Il suo costume è di andare per le corte spacciando in un sol colpo i più arrabbiati. Quanti gliene capitano nelle mani costrìnge a professare la nostra fede con la formola ingiunta da V. S. Se ricusano, li fa battere ben bene mentre che si accende il rogo. Quindi interrogati se si sien pentiti ed ascoltato che no, conchiude: O credi o muori. Li mettono ad ardere a fuoco lento per dare loro tempo di pentirsi, e di meritare l'eterno perdono.

Alcuno di questi miserabili, benché assai raramente, sullo spirare ha dato segni di ritrattazione e di orrore della morte che meritamente subiva; ed io mi consolavo nel Signore osservando quegli atti che potevano essere indizio di pentimento. Quando più essi si dibattevano tanto più noi godevamo nella speranza che quelle brevi pene fruttassero loro il gaudio eterno, dove speriamo di trovarli salvi nel santo paradiso quando al Signore piacerà di chiamarci agli eterni riposi.

Intorno poi agli altri che furono sedotti, e perciò meno rei, non si costuma di condannarli subito ma per esercitare con essi quella carità, che il nostro Salvatore comanda, da principio si risparmia loro la vita ed invece si adoprano alcuni tormenti i quali per quanto siano gravi alla carne sono infinitamente più lievi degli altri riserbati allo spirito nelle fiamme eterne.
Si adoprano rotelle, eculei, letti di ferro, stirature, tanaglie ed altre simili mortificazioni del corpo che secondo la legge del nostro Signor G. Cristo dev'essere macerato in terra per averlo glorioso nella vita eterna.
In altra mia mi farò un dovere di rallegrare il cuore della Santità Vostra, con più minuta narrazione di questa opera che il Signore si compiace di fare per nostro mezzo (È veramente il Carnefice, il Dio dei preti).

Intanto prostrato al sacro piede della S. V. imploro per me e per questi miei collaboratori e compagni, l'apostolica benedizione e mi dichiaro"

Dalla S.V.
Re dei Re e Pastore dei Pastori
l'ultimo dei servi e figli
DOMENICO GUSMAN

(Documento tolto alla "Favilla" giornale di Mantova.)

Gli inquisitori nel loro cupo mestiere usarono di una quantità di stratagemmi, e sopra tutto quello di spingere alla delazione con l'assicurazione della grazia divina della povera gente che non sapeva, in una materia così piena di sottigliezze teologiche e di controversie, che con una sola parola o con un semplice atto rendeva sospetta se stessa o i suoi conoscenti.

Così avveniva che molti accusavano se stessi per acquistarsi più facilmente la grazia divina; ma, quel che è più, i genitori accusarono i figli, i figli i genitori, gli amici gli amici. Costoro si lasciavano carpire l'accusa perché erano suggestionati dalle prediche e dal contegno della commissione inquisitoria, ovvero erano intimiditi dalle minacce degli «aiutanti » di questi inquisitori, che non di rado erano reclutati tra persone equivoche dal momento che non si trovava facilmente chi volesse prestarsi a un simile obbrobrioso ufficio.

Sotto l'egida dei privilegi delle commissioni queste spie divennero un vero flagello dei popoli, sopra tutto dopo che Innocenzo III ebbe concesso agli inquisitori il diritto di assolvere questa gente se si fosse resa colpevole di reati comuni. Una innocente abitudine, una parola fraintesa od un atto occasionale potevano bastare a render sospetti. E non vennero perseguitati soltanto gli affiliati a sette religiose che praticavano un culto diverso o si astenevano dal praticare il culto comune; anzi la caccia preferita degli inquisitori e dei loro segugi fu quella diretta a scovare gli eretici non palesi, che esteriormente cioè si comportavano correttamente, ma nell'intimo del loro animo professavano idee eretiche ovvero le manifestavano se si trovavano in mezzo a persone (considerate da loro) fidate.

Il fiorire delle sette e le conseguenti persecuzioni degli eretici furono un portato dell'eccessivo esclusivismo della chiesa in materia di dogmi e di istituzioni ecclesiastiche e della sua pretesa, continuamente contraddetta dai fatti, che fosse possibile dimostrare scientificamente veri questi dogmi.
Tale dialettica piena di sottigliezze e di cavilli non poteva a meno di suscitare opposizioni. E perciò la chiesa preferì togliere subito ai laici la possibilità di riflettere sui dogmi rivelati vietando le versioni della bibbia (Del Vecchio Testamento).
«Dio ha voluto appositamente - scrisse Gregorio VII quando vietò che si usasse nel culto la lingua slovena - che alcuni passi delle sacre scritture fossero oscuri (sacram scripturam quibusdam locis esse occultam) per evitare che, essendo in tutto chiara, scadesse nella stima delle genti o fosse fraintesa dai meno accorti, inducendoli a perdizione».

Innocenzo III proibì nel 1199 l'uso di versioni francesi degli evangeli, delle lettere di Paolo, dei salmi, del libro di Giobbe o di altri libri della bibbia, che erano molto diffuse a Metz nel ceto laico. Questi divieti nel corso del XIII secolo furono più volte ripetuti ed in forma più generale; ma essi non fecero che privare del necessario alimento, intellettuale proprio i più religiosi fra i laici. Le persecuzioni degli eretici perciò anche sotto questo riguardo condussero all'abbassamento intellettuale ed alla rozzezza dello stesso ambiente ortodosso.

Altra origine ebbero le numerose deviazioni dal dogma ortodosso che videro la luce nei libri e nelle dispute dei dotti. Di fronte ad esse la chiesa si mostrò più moderata, considerando la maggior parte di queste audaci manifestazioni di principii e di opinioni eretiche come chiacchiere dottrinarie fatte senza seria intenzione di difenderne la verità. E tali erano infatti, giacche la loro fonte deve trovarsi nei metodi scientifici del tempo che allettavano, anzi costringevano a queste vane schermaglie.
Perciò i papi con appositi privilegi concessero alle Università il diritto di assolvere i propri membri quando si fossero resi colpevoli dell'esposizione di false dottrine e fossero incorsi in pene spirituali.
I tribunali d'inquisizione dei francescani e dei domenicani non diedero luogo soltanto agli accennati conflitti con i vescovi, ma si accapigliarono anche tra loro. Essi si invidiavano reciprocamente i successi e l'influenza acquistata con l'esercizio della giurisdizione speciale. Gli inquisitori che conducevano giorno e notte una vita monastica tutta occupata da esercizi spirituali e preghiere diedero spesso al mondo spettacoli di alterchi insensati e di basse passioni.

Su che vasta scala l'arbitrio e la partigianeria teologica dovesse regnare in tutti questi tribunali e con quanta facilità una frase potesse essere fraintesa o abusata, lo si può indurre dalla violenza con cui i teologi d'allora disputarono ad esempio circa il dogma dell'immacolata concezione di Maria, come dal fatto che l'Inghilterra dovette vedere per anni ed anni in lotta con Roma il suo venerato vescovo Roberto Grosseteste, ovvero ancora dagli esempi di processi contro eretici di cui abbiamo notizie più dettagliate.

Particolarmente famoso é rimasto il processo per eresia intentato contro uno dei più celebri teologi di quei tempi, orgoglio dell'ordine dei domenicani, l'Eckhardt (1326). L'accusa si basava su sottigliezze scolastiche di nessuna importanza religiosa, se pur si può dire che avessero un senso qualsiasi: ma quanto più le questioni erano futili, tanto più la lotta vi si svolgeva attorno accanita. E per simili inezie moltissimi vennero condannati, a cominciare dal monaco Godescalco (IX secolo) sino alle vittime del XIII e XIV secolo. L'Eckhardt era allora il più famoso insegnante della scuola tenuta dai domenicani a Colonia, ed aveva tanta autorità che poté osare di tener testa al tribunale dell'inquisizione e di appellarsi al papa.
Il tribunale, benché il suo appello lo ritenesse frivolo, non osò non inoltrarlo ed il papa quando lo ricevette avocò alla curia la decisione.
L'Eckhardt morì prima di questa decisione, ma già condannato per avere in venti luoghi manifestato dottrine eretiche e sospette di eresia. Ma prima di morire aveva già ritirato tutto quello che aveva potuto dire di contrario al dogma ortodosso (o almeno così fu poi detto, forse per non farne un pericoloso martire)

Verso la stessa epoca morì nelle stesse condizioni un altro celebre domenicano, Tolomeo da Lucca, allievo di S. Tommaso, di cui completò lo scritto De regimine principum rimasto incompleto. Egli era vescovo di TorceIlo ed in occasione dell'elezione controversa dell'abbadessa di un convento di monache, aveva ostinatamente rifiutato di accettarla e quindi di obbedire agli ordini del suo superiore, il patriarca di Grado. Per questo fatto fu scomunicato e si sottomise anche lui (ma non sappiamo come) prima di morire (1322).

Queste lotte e le altre anche più violenti circa le nomine ai benefici più cospicui erano all'ordine del giorno in tutte le province della chiesa e gli ultimi esempi ora accennati che si riferiscono al XIV secolo sono tipici ed anche in maggior numero per i due secoli precedenti.

MONACHISMO ED ASCETISMO

Una attenuante possono trovare gli abusi che sopra abbiamo visto moltiplicarsi in materia di benefici ecclesiastici nella considerazione che le chiese e le fondazioni ecclesiastiche erano in buona parte state fondate dalla classe dirigente ovvero per lo meno erano state arricchite dalle sue donazioni. Essa perciò aveva, secondo le idee del tempo, il diritto di sfruttarle per il collocamento dei propri figli e delle proprie figlie. Lo stesso fenomeno si rileva anche più chiaramente nella storia delle istituzioni monastiche.

In sé i monaci non erano ecclesiastici, ma laici; però le istituzioni monastiche furono un prodotto della coscienza religiosa medioevale, e vennero a formare parte integrante dell'organizzazione ecclesiastica del Medio-Evo. I monasteri perciò erano soggetti alla sorveglianza delle autorità ecclesiastiche. Inoltre molti monaci avevano pure gli ordini sacri e vi erano gruppi di preti che facevano vita comune sotto forme monastiche.

Il monachismo deve la sua origine al bisogno del cuore umano di attutire, mediante una rigida disciplina del corpo, gli stimoli degli appetiti sensuali. Ut arctiori se vita et eremi squalore constringeret, dice la Vita Sturmi del giovane bavarese, che poi sotto la guida di Bonifacio fondò il monastero di Fulda. «Divenire più accetto a Dio ed avvicinarsi a lui meglio di quello che fosse possibile nel tumulto della vita ed in mezzo alle tentazioni ad essa inerenti necessariamente ».

È questo un fenomeno che il cristianesimo ha comune con l'islamismo e con le religioni dell'India, ma sotto forme in complesso più temperate. In ciò si può certo vedere una prova della maggiore attitudine del cristianesimo ad assumere forme più civili; ma la spiegazione di tale più mite concezione dei castighi della carne non va ricercata soltanto in questo. La più sana costituzione politica e sociale della cristianità occidentale ha preservato la Chiesa cristiana dal cadere nelle esagerate folli di torture e flagelli inflitte al proprio corpo che si vedono tuttora praticate spesso nell'India ad onta del carattere elevato della religione.
Peraltro nel Medio-Evo non mancano esempi che ci dimostrano come anche la Chiesa dei popoli romano-germanici corse il pericolo di smarrire in questa materia la retta via.
Basta ricordare la crociata dei fanciulli che, in omaggio ad una fantastica interpretazione di alcuni passi della bibbia, votò ad una morte crudele migliaia di bambini o li condannò ad una fine anche peggiore come la schiavitù. Fu un olocausto di sangue umano non meno orribile dei sacrifici umani del culto di Baal.
Oppure basta pensare agli scandalosi spettacoli che accompagnarono la fede nel potere soprannaturale delle reliquie, al fanatismo che induceva i devoti a manomettere le chiese per rubarvi delle reliquie, alla fabbricazione ed al mercato di supposte reliquie; od anche agli orrori delle persecuzioni degli eretici ed alle conseguenze delle scomuniche e degli interdetti.

Già i termini in cui erano concepite le formule di questi anatemi ripugnano al senso morale di un animo incivilito. La passione religiosa e l'orgoglio od il fanatismo ascetico abbrutisce il cuore umano allo stesso modo che ogni altra passione ed ogni altro eccesso.

Ma la chiesa fu preservata dall'accennato pericolo e fu aiutata a superarlo dalle tradizioni della cultura dell'antichità classica che di volta in volta si ravvivarono, e poi dal già ricordato buon senso dei popoli occidentali e dall'incivilimento laico, che manifestò le sue energie nella sempre rinnovata restaurazione degli ordinamenti politici e sociali decadenti ed offrì alla chiesa sempre nuove risorse e le impose sempre nuovi compiti.
Ma sopra tutto la chiesa trovò per combattere quel pericolo una forza in sé stessa, nello spirito cioè delle istituzioni romane cui era debitrice l'organizzazione grandiosa della Chiesa. I vescovi ed in ultima analisi lo stesso papa avevano il massimo interesse a non lasciare che quelle tendenze mistiche prendessero il sopravvento, per quanto Roma abbia saputo ravvivarle e sfruttarle quando si trattava di sollevare le masse contro un sovrano temporale o di infiammarle di entusiasmo per le crociate.

L'ascetismo, questo bisogno o questa brama di rendersi accetto a Dio con la più assoluta rinunzia a tutte le naturali aspirazioni del cuore ed a tutti gli agi della vita materiale, ovvero (come lo caratterizza l'allievo e biografo dell'arcivescovo Bruno di Colonia, il fratello dell'imperatore Ottone I) il desiderio di combattere da solo a solo col diavolo (singulari acie contra diabolum dimicaturi solitariam vitam appetere), ebbe la sua manifestazione più schietta nell'anacoretismo.

Gli anacoreti o eremiti furono un fenomeno assai più diffuso nei secoli antecedenti ed in Oriente che non nel nostro periodo ed in Occidente, ma non ne mancarono neppur qui e nell'epoca di cui ci occupiamo, come non mancarono esempi di esagerazione di tale tendenza. È difficile giudicare convenientemente questi fenomeni, perché talvolta essi suscitano il ribrezzo e lo scherno, talvolta eccitano l'ammirazione e la compassione. Perciò ci limitiamo a ripetere le parole di Ernesto Dúmmler, il quale conosceva come nessun altro il periodo comprendente il IX e X secolo e lo ha giudicato sempre con serenità e benevolenza.

Nella sua opera « L'imperatore Ottone I », egli scrive a pag. 550:
«Il sentimento religioso non si manifestò soltanto nel culto esteriore e nel monachismo, tanto più che questo non fu regolato se non a poco a poco. Non mancarono infatti accanto ai monaci, spesso assai numerosi, gli eremiti, maschi e femmine, che cercarono nella solitudine delle foreste o di una cella la soddisfazione delle loro tendenze ascetiche e col crudele trattamento di se stessi si acquistarono la massima venerazione ed il massimo seguito... Per molti questa vita solitaria non fu che un periodo di preparazione al chiostro, che poi riempirono del loro spirito ascetico... Presso S. Gallo visse da anacoreta la rigida Wiborada, che S. Udalrico frequentò come maestra (m. 926), dopo di lei la sua parente Rachilde (m. 946), poi Kerilde (952-1008), Perehterat (m. 980), Cotelinda (m. 1015), nonché ecclesiastici, come Hartker (m. 1011). Presso il monastero di Drubeck dimorò Sisu, una eremita che per 64 anni non lasciò la sua cella, mai scaldata da fuoco, e che da ultimo, benché immobilizzata e preda, ancor viva, dei vermi, continuò ad essere maestra celebrata del popolo (m. 16 febbraio 1020) ».

Si pensi in quale stato di sudiciume dovesse ridursi questa gente e quale lacrimevole ristagno e sconvolgimento dovesse subire il loro spirito. Era immensamente pericoloso che il popolo esaltasse come esempi da prendersi a modello e come maestri degli uomini così squilibrati e spesso semplici santi di mestiere. Va quindi lodata l'energia di cui diede prova la chiesa esercitando incessantemente una attiva sorveglianza su questi eremiti d'ambo i sessi e reprimendo gli abusi.

Di fronte al monachismo, l'anacoretismo rappresentò nel medio-evo una parte secondaria; e ciò forse per la circostanza che le tendenze ascetiche trovarono soddisfazione ad opera di alcuni fondatori di ordini monastici, i quali si ritirarono con i loro monaci nelle solitudini, fabbricandovi, invece di conventi, delle celle separate e misero così i loro compagni nella possibilità di vivere sostanzialmente da eremiti senza rinunziare ad ogni ordine e sorveglianza.

Così ad esempio S. Romualdo, nato a Ravenna verso il 950, fondò parecchi chiostri che consistevano in gruppi di celle di quel genere, ma erano sottoposti ad una regola comune e subordinati ad un superiore; il che valeva ad evitare i peggiori pericoli dell'anacoretismo.
Il più famoso di tali chiostri fu quello di Camaldoli presso Arezzo, i cui monaci ottennero nel 1072 dal papa la conferma della loro regola. A questi frati solitari Camaldolesi somigliavano i Carmelitani, il cui ordine fu fondato sulla fine del XII secolo da un crociato italiano sul monte Carmelo in Palestina, ed i Certosini che S. Bruno di Colonia raccolse attorno a se nel 1086 in una selvaggia gola montana presso Grenoble.

I fondatori di questi ordini di colorito ascetico avevano per lo più conosciuto precedentemente molto del mondo e delle sue opere. S. Romualdo usciva da una nobile famiglia ed aveva avuto non pochi contatti con i grandi della terra, e S. Bruno di Colonia aveva goduto di una posizione assai autorevole a Colonia ed a Reims che allora erano centri importanti della vita pubblica francese e tedesca, aveva fatto degli studi e diretto una scuola, prima di darsi alla vita da eremita.
Ad uomini come questi intendeva alludere Gualtiero von der Vogelweide quando fa deplorare da un eremita i mali che aveva procurati alla chiesa la donazione di Costantino. Ed essi godettero di una particolare fiducia, sicuri come si era che, inaccessibili alla corruzione ed al timore, avrebbero espresso liberamente il proprio giudizio e difesa la causa del giusto. Ed infatti spesso i principi chiesero a essi consigli, e così poterono rientrare in contatto con le vicende della vita, isolandosi dalle quali un cuore umano non può che inaridirsi o smarrirsi.

Oltre questi uomini che liberamente si erano proposto come ideale il più rigido ascetismo, cercarono rifugio nei romitaggi le esistente spezzate, oppresse dal peso di un grave delitto o di una grave colpa, che altra via non trovavano per sfuggire alla miseria e alla vergogna ovvero che altrimenti credevano di doverla far finita con la vita. A quel tempo la si finiva con la vita rinchiudendosi in una cella od in un convento e non come oggi col suicidio appena vi è una banale depressione. Ed indubbiamente la cella risolveva da questo lato dei problemi per i quali l'età nostra non ha saputo trovare una soluzione migliore.

Ma ben diversa era l'influenza che l'ascetismo esercitava su coloro che, ancor giovani e di scarsa intelligenza, si davano alla vita ascetica, spintivi dalla sorte avversa o dalla moda. Costoro, invece di acquistare maggior purezza di sentimenti mistici, divenivano schiavi di un rozzo fanatismo.
Gli antichi anacoreti della Tebaide avevano un proverbio: che cioè un monaco era capace di tenere a bada una legione di diavoli, un eremita dieci legioni.

E quando una volta un ragazzo fu ritenuto dai monaci capace di far miracoli, il vecchio abate lo fece frustare e tener rinchiuso per sette giorni affinché non diventasse troppo orgoglioso e che si prendesse troppo sul serio.
Fu pertanto una fortuna per la chiesa medioevale che l'anacoretismo, ad onta dell'ammirazione delle masse e della venerazione tributata da imperatori e principi ad es. ad un S. Nilo e ad un S. Romualdo, abbia assunto uno sviluppo assai inferiore al monachismo.

La vita claustrale rappresentava una forma di ascetismo più mite, ed evitava quell'inaridimento del cuore che non può a meno di sopraggiungere nell'uomo che non pensa che a sé, che non si preoccupa se non di sé stesso, sia pure che creda di farlo unicamente per la salute della propria anima.
Il monastero imponeva la necessità di occuparsi dei propri confratelli non solo, ma per lo più costringeva anche ad avere contatti di vario genere con l'esterno. Ed è questo anzi il punto che occorre tenere ben presente se si vuol comprendere l'importanza dei monasteri nel Medio-Evo.

L'originario scopo dei chiostri fu certamente quello di procurare un rifugio alle anime placide che desideravano ritirarsi dal mondo e dedicarsi completamente alla contemplazione delle cose eterne. Se non che i chiostri avevano beni da amministrare e diritti da tutelare. E così ebbero continuamente da fare con città, villaggi e feudatari che confinavano con i loro possedimenti ovvero che illegalmente volevano concorrere all'uso dei loro boschi, delle loro acque, dei loro pascoli, o contestavano i loro diritti. I loro vassalli, advocati, ministeriali spesso si permettevano eccessi che obbligavano il convento ad intervenire, i loro servi pure davano da fare, sia che volessero sposare persone della loro condizione soggette ad altro padrone, sia che commettessero dei delitti o viceversa rimanessero vittime di violenze e chiedessero protezione.

Di qui una serie di occupazioni cui anche il più desideroso di solitudine non poté sottrarsi, perché si trattava dei beni della chiesa, o, come si soleva dire, del santo cui era dedicato il convento. Così i conventi divennero centri di aziende agricole che ebbero grandissima influenza sull'economia generale e sul progresso dei popoli. Non pochi di essi vennero fondati a bella posta perché servissero da pionieri dell'esecuzione di grandi opere. Come Bonifacio un tempo aveva fondato nelle foreste della Germania conventi di frati e di monache agli scopi della conversione, conventi nei quali si sviluppò un dilettantismo letterario insieme con un febbrile entusiasmo religioso ed un ardente spirito di proselitismo, così nei secoli X-XIII, quando si intraprese e si conseguì la conversione degli Slavi e dei popoli nordici, i conventi servirono non solo come centri da cui irradiava la predicazione, ma anche come centri di colonizzazione ed esplicarono talune forme di lavoro artistico e scientifico.

Non tutti i conventi celavano dei dotti entro le loro mura, ma di rado vi mancavano completamente persone abili in questo o quel ramo di lavoro e che sapessero leggere e scrivere. Molti conventi in Inghilterra, Francia, Germania, Italia e regioni adiacenti furono spesso le uniche scuole esistenti sopra una vasta estensione di territorio, gli unici custodi della tradizione letteraria e rappresentanti di una forma di letteratura. Gli unici a conservare preziosi manoscritti di ogni epoca.

I monasteri di Fulda, Hersfeld, Corvey, Gandersheim, Quedlinburg, in Sassonia e Turingia, furono nel periodo dal IX al XII secolo, ed ancora nel XIII, centri di vita intellettuale assai superiore a quelli comuni, ed un grande contributo alla colonizzazione dei paesi slavi dettero nel XII e XIII secolo i monasteri dei cistercensi.
Sotto variatissime forme si resero poi benemeriti in Germania i monasteri di S. Gallo, Reichenau, Gembloux, Prum, Magdeburgo e molti altri; e lo stesso deve dirsi per l'Inghilterra, la Francia e l'Italia quanto ai monasteri di Canterbury, S. Eduardo, Bec, S. Albano, Monte Cassino, S. Dionigi, etc.

Se non che dopo due o tre generazioni in un monastero la disciplina di solito decadeva. Ne incontriamo prove talora curiosissime; vicende gravi e futili questioni come quelle che possono agitare comunità di dieci, venti, trenta od anche più persone. Il convento di Schónau vicino ad Heidelberg, in seguito ad una congiura dei conversi, malcontenti perché non erano stati loro forniti gli stivali cui avevano diritto, ebbe a subire vicissitudini così incresciose che in seguito ne fu soppresso il racconto nei manoscritti.

E molti altri conventi sciuparono il tempo e l'attività in analoghe futilità ed in analoghe beghe. Ma non pochi altri subirono ben più serie vicende. Essi furono sconvolti da gravi lotte interne tra partigiani dell'impero e partigiani della Chiesa, o da conflitti dogmatici, o più spesso da tentativi di rigoroso ristabilimento della regola non più osservata con esattezza. Specialmente questi tentativi procurarono spesso ai monasteri i più gravi guai, giacchè celavano delle mire dispotiche o attinenti alle rendite. E non di rado vicini invidiosi approfittarono dell'occasione per piombare sui conventi come avvoltoi, talora sotto la maschera di riformatori, talora senza questa maschera.

Non bisogna credere di trovare nella generalità dei monaci quell'ideale di purità di sentimenti e di santità che ci immaginiamo debba accompagnare una vita dedita alle pratiche di devozione. Queste pratiche diventano un'abitudine e perdono la parte migliore della loro efficacia se non sono congiunte all'energia intellettuale e morale.

Vediamo infatti ancora oggigiorno dei popoli il cui livello morale é assai basso, e che pure passano la loro vita nella stretta osservanza giornaliera di riti e forme religiose. Non bisogna farsi dunque una idea troppo elevata del monaco medioevale, né desumerne il tipo dalle caratteristiche di talune figure ideali del genere.
Lo zelo e l'abnegazione, che in certi momenti prevalgono, non liberano l'uomo dalle sue debolezze, tanto meno poi quando egli si isola, come non può a meno di fare un monaco che vive in un convento, anche se quest'ultimo non rifiuta ogni contatto con la vita.
La clausura monastica é contro la natura. Solo uomini eccezionalmente predisposti per indole alla vita contemplativa possono riuscire a persistervi per tutto il corso di una lunga vita. Forse questo si può dire riguardo a quel Nilo, che visse con un manipolo di eremiti presso Gaeta, ed osò levare con fermezza la voce contro Ottone III ed il suo papa Gregorio V per il duro trattamento fatto all'antipapa.

Ma persino degli spiriti eminenti, ed indubbiamente ripieni di uno zelo altrettanto sincero quanto ardente, come Pier Damiani, Gregorio VII ovvero S. Bernardo, non vi riuscirono, per tacere di altri che, come papa Urbano III, cedettero agli impulsi dell'odio ed al desiderio di vendetta.
In Gregorio VII il dispregio ascetico delle cose terrene si univa ad una indomabile ambizione di dominio, e noi vedemmo che né il suo cuore né le sue mani rimasero monde dalle brutture che affliggono la vita terrena.

Anche peggio sio può dire di quell'esercito di monaci che sotto la sua guida mosse in guerra contro l'ordine politico esistente. Dagli scritti del vescovo Bonizo di Sutri, un fervente gregoriano, scritti che per alcuni avvenimenti storici non sono, é vero, una fonte molto attendibile, ma ci riescono preziosi in quanto ci permettono di gettare uno sguardo nella vita di quei tempi, emerge un quadro ripugnante dell'invidia reciproca, dell'ipocrisia e della multiforme miseria morale di questi santi, asceti di carriera.
Lo stesso Bonizo ci dimostra con la sua indole quanto poco giovi la devozione ascetica a preservare l'uomo dalle debolezze proprie della natura umana.

Analoghe impressioni riceviamo leggendo la cronaca dell'abate Ugo di Flavigny, che comincia dall'anno 1090. Da giovane egli aveva accompagnato in Normandia il suo abate, un gregoriano convinto, che si recava colà, incaricato di restaurare nel paese l'autorità del pontefice romano; ma aveva dovuto veder fallire la missione «perché lo stesso papa si lasciò corrompere».

A Roma il denaro aveva ancora una volta trionfato sui principi. Da abate di Flavigny lo scrittore ebbe poi modo di sperimentare quanto poco le azioni dei suoi amici politici, i partigiani del papa, fossero in armonia coi principi che portavano in processione, di modo che egli alla fine, disgustato, si staccò da loro e passò a militare nel partito imperiale.

È impossibile giudicare particolareggiatamente chi nei conflitti tra questi due campi avversi di chierici e monaci avesse la maggior parte di colpa; ma l'impressione complessiva non muta; le loro caratteristiche negative sono innegabili, e per quanto si voglia essere benevoli e riconoscere che il frasario degli scrittori, composto di luoghi comuni, possa aver ingrandito e peggiorato molte cose, pure non si può a meno di arrivare alla conclusione che tra semplici cittadini si vive meglio che non tra santi e persone che pretendono di essere santi.

L'onesto lavoro per i fini della vita terrena che sono più consoni alla sua natura e più proporzionati alle sue forze addestra l'uomo ad essere padrone di sé e lo preserva dal pericolo della presunzione meglio dell'esclusiva contemplazione delle cose eterne e dell'assorbimento della sua attività nel coltivarle.

La stessa chiesa medioevale ha dovuto sperimentare questa verità di fronte al fanatismo di certi gruppi di eretici ch'essa ha fieramente perseguitato, ed anche il protestantesimo ebbe a fare analoghe esperienze di fronte a fanatici ortodossi ed eterodossi che presentano molte somiglianze con i fanatici medioevali.

Le occupazioni della vita ordinaria, la cura assidua degli interessi economici del monastero, e l'insegnamento o la coltivazione di arti e di studi scientifici furono perciò le migliori ausiliarie per mantenere la disciplina nei chiostri. Ma non bastarono a togliere ogni inconveniente. Lo dimostrano già le numerose falsificazioni di documenti in essi perpetrata; e che non si possono scusare dicendo che nel Medio-Evo non si badava tanto per il sottile a queste cose, giacché secondo il diritto longobardo e franco i falsificatori di documenti erano puniti con il taglio della mano, quando il reato non rivestiva il carattere di tradimento, nel qual caso era comminata la pena di morte.
Se una scusante si vuol cercare alla sconfinata impudenza con cui chierici e monaci hanno accumulato falsi su falsi, si può anzitutto osservare che una parte delle falsificazioni fu operata per sostituire documenti andati perduti in seguito a sottrazioni od incendi, ovvero per procurarsi una prova di diritti non documentati ma realmente spettanti ai conventi e minacciati dalle usurpazioni di potenti vicini; ed in secondo luogo che i laici per lo più non sapevano leggere e scrivere e quindi era grande la tentazione di toglier loro con la penna quanto essi difendevano con la spada.

In realtà peraltro tutto ciò non vale a giustificare il mal fatto. Anche in monasteri famosi per la loro religiosità ed eminenti per l'influenza esercitata sul progresso della cultura, come quello di Reichenau, ed anche in centri principalidell'organizzazione ecclesiastica, come Roma, Reims, Magonza, Treveri, si é falsificato senza limiti e senza riguardi. Questa ondata di slealtà pesa come una grave macchia sulle chiese e sui monasteri del Medio-Evo.
E l'arma della falsificazione fu adoperata, non solo nella lotta contro il potere civile o per abbattere ostacoli che offrivano le leggi civili, ma anche nei conflitti e nelle rivalità fra varie chiese e vari monasteri.

Già la quasi abitudinaria amplificazione delle leggende relative ai santi protettori dei singoli monasteri era in fondo una falsificazione, per quanto più scusabile delle altre. Ogni nuova edizione della leggenda (ed occorreva spesso ricopiarla perché il manoscritto si consumava con la giornaliera lettura che se ne faceva in refettorio) offriva una buona occasione per moltiplicare il numero dei miracoli del proprio santo affinché non apparisse da meno del santo della chiesa vicina o del monastero salito in maggior fama (ovviamente con gli stessi mezzi)

Ma anche in queste frivole rivalità si verificarono fatti poco lodevoli. Il biografo del vescovo Agrizio, che scrisse ai tempi di Gregorio VII, narra:
«L'arcivescovo Bruno di Colonia, fratello di Ottone I, fece rubare il santo chiodo dal reliquiario di S. Elena e lo fece sostituire con uno somigliante. Ma il chiodo, che il custode corrotto dal vescovo cercava di nascondere sul petto, cominciò d'un tratto a sanguinare e coprì di sangue il custode infedele».
Questa assurda storia é tipica per caratterizzare con qual disinvoltura questi costruttori di leggende asserivano le cose più insensate, e nel tempo stesso ci documenta che lo scrittore riteneva capace un vescovo così pio come Bruno di Colonia di rubare delle reliquie.
Né questo é il solo esempio del genere. Il famoso Einhard fece rubare delle reliquie in Roma, e ci racconta come il fedele servitore che per suo incarico compì il furto si preparò all'impresa con preghiere e digiuni per assicurarsi l'aiuto di Dio, poi penetrò di nottetempo nella chiesa, sollevò la pesante lapide sepolcrale che nascondeva le agognate reliquie e riuscì a fuggire valicando le Alpi con la preda preziosa.

Le menzogne che preti e monaci andavano spacciando sui miracoli delle reliquie furono ripetutamente stigmatizzate dalla stessa chiesa. L'abate Guiberte del monastero di S. Maria a Negent presso Laon, un monaco di eminenti qualità, benché non fosse alieno dal credere ai miracoli e sostenesse egli pure di averne visti fare con l'impiego delle reliquie (era il periodo del trionfo dei gregoriani sull'impero e della prima crociata), assistette a così sfrontate mariuolerie perpetrate da preti e monaci con le reliquie ed i miracoli, che si sentì costretto dalla sua coscienza ad insorgere. Nello scritto «De Sanctis et pignoribus Sanctorum» egli mostrò come bastasse spesso la più piccola occasione perché si cercasse di far credere al miracolo. Così egli stesso vide che, essendo - e chissà sa come - corsa la voce che un anonimo ragazzo da poco morto fosse in odore di santità, i contadini dei dintorni cominciarono ad accorrere in massa in pellegrinaggio alla sua tomba ed a portare donativi.

Allora l'abate della chiesa coi suoi monaci fabbricarono dei miracoli compiuti da questo ragazzo per attirare ancora più gente. Furono ingaggiati degli uomini che dovevano fingersi sordi e pazzi o rattrappiti nelle mani e nei piedi e dovevano poi lasciarsi risanare miracolosamente. Fu provveduto a diffondere le notizie di queste guarigioni, mandando in giro con ostentazione le barelle che erano servite a trasportare gli storpi, accompagnate da sfrontati piazzisti incaricati di bandire come al mercato i miracoli.

Di un'altra chiesa lo scrittore narra una analoga gherminella. La chiesa aveva bisogno di restauri, e per procurarsi il denaro necessario fu dato incarico ad un prete di pochi scrupoli di predicare le meraviglie delle reliquie della chiesa e di incitare i contadini a portare il loro obolo per la sua restaurazione. Costui arrivò alla sfrontatezza di mostrare durante la predica a quella povera gente una piccola custodia in cui disse trovarsi un pezzo del pane che Cristo aveva masticato coi suoi propri denti. Se qualcuno non voleva credervi, poteva chieder se era vero all'abate Guiberto che tutti conoscevano come un gran dotto. Guiberto confessa che arrossì di vergogna di fronte a tale richiesta, ma tacque per un riguardo verso le persone che avevano incaricato il prete di predicare.
Alcuni secoli più tardi, alludendo a questo passo di Guiberto, un pio benedettino diede sul XII secolo questo giudizio complessivo: «La cupidigia del denaro (nefanda pecuniarum libido) dominava in quest'epoca ed accecava preti e monaci sino al punto da trascinarli a tentare (con simili trucchi) di rendere più famose le proprie chiese».

Ed il concilio Laterano del 1215 esortò i vescovi a non tollerare «che coloro i quali visitavano le chiese per adorare le reliquie venissero ingannati con miracoli inventati e con falsi documenti, come accadeva in molti luoghi allo scopo di far denaro».
Importa rilevarlo: la riforma della chiesa operata da Gregorio VII e dagli Innocenzi non eliminò l'inconveniente delle accennate falsificazioni e l'uso di questi trucchi. Anzi le leggende crebbero di numero e sul mercato delle reliquie fiorirono gli articoli più inverosimili: il latte di Maria, fiori che Maria aveva in mano all'atto dell'annunciazione, denti ed ossa di santi, anche di santi che non erano mai vissuti, ed oggetti assurdi come il coltello con cui gli armigeri avevano stracciato la veste di Cristo, un frammento dell'eclisse egiziana, e dei pretesi residui della circoncisione di Cristo.

Che era stato trovato e ben conservato (come lo poteva essere è un mistero - ma la provvidenza fa questo e altro ) il pezzo di prepuzio di Gesù Cristo, toltogli quando - al pari di tutti maschietti ebrei- era stato circonciso. Le discussioni di quegli ecclesiastici in un consesso subito formatosi furono accanite, ma la vinse la corrente che diceva essere una testimonianza inoppugnabile. Sembra che poi questa reliquia si sia moltiplicata e che ben 5 o 6 chiese in giro per l'europa ne possiedono una. Compresa l'Italia, a Roma dove ne giunse una e fu venerata; precisamente nella chiesa di CALCATA sulla Cassia, alle porte di Roma (vicino all'odierno autodromo di Vallelunga). Lì è rimasta questa reliquia venerata da tutto il paese fino a pochi anni fa (1970) nel giorno appunto della Circoncisione di Gesù Cristo, che come sappiamo cade il giorno 1° Gennaio; e proprio in tale giorno la reliquia veniva mostrata ai fedeli, finchè un bel giorno il parroco della chiesa, comunicò ai propri fedeli che era stata rubata, cosa che molti non credettero e commentarono che essendo diventata quella reliquia un po' imbarazzante (oltre che poco credibile a nostri giorni) era stata messa da parte.

Questo traffico di reliquie assumeva forme sempre più sconvenienti a misura che la disciplina nei conventi diveniva più rilassata, e di solito i monasteri dopo alcune generazioni finivano per cadere nell'indisciplina e nel completo disordine. Ciò avveniva soprattutto nel IX e X secolo perché non esisteva una sorveglianza organizzata sui monasteri. Questi seguivano bensì tutti la regola di S. Benedetto nella forma data ad essa nel IX secolo da Benedetto da Aniane, ma ogni convento si governava da se. È perciò che nel X secolo il chiostro di Cluny nella Borgogna si fece promotore di una riforma che era ispirata ai più alti ideali della vita religiosa e che cercò di assicurare il mantenimento della disciplina nei conventi riunendoli in una congregazione sotto la sorveglianza dell'abate di Cluny. Il sistema servì poi di modello alla formazione di altre congregazioni. Ma il rimedio non giovò a lungo.

Già S. Bernardo ritenne che l'ordine di Cluny rappresentasse un pericolo per la disciplina monastica e cercò di restaurarla fondando l'ordine dei Cistercensi. Sui primi tempi l'ordine diede splendida prova specialmente per il modo come era organizzata la sorveglianza; ma erano appena passate tre o quattro generazioni ed anche quest'ordine era in via di decadenza in seguito alle ricchezze accumulate.

Le speranze dei fedeli si volsero così agli ordini mendicanti, che vennero fondati nei primi decenni del XIII secolo, e che a causa del voto di povertà e del divieto di possedere denaro e beni sembravano dovere essere garantiti contro i pericoli della ricchezza da cui gli altri ordini non avevano saputo difendersi. Con gli ordini mendicanti spunta un nuovo concetto dell'organizzazione monastica; chi voleva entrarvi doveva cioè rinunziare all'appartenenza ad un determinato convento; chi si votava a S. Francesco od a S. Domenico apparteneva all'ordine tutto intero, e quindi poteva essere impiegato dall'ordine in vari paesi e destinato a varie funzioni.

S. Domenico e S. Francesco d'Assisi, i fondatori dei due grandi ordini di frati mendicanti, furono due personalità assai diverse per indole. Erano entrambi di sangue latino, il primo uno spagnolo, il secondo un italiano. S. Domenico fu spinto a fondare il suo ordine dalla constatazione delle vaste proporzioni assunte dall'eresia in Francia e si propose come fine immediato la lotta per la difesa della chiesa.

S. Francesco invece fu spinto da vicende ed inclinazioni personali a perseguire quell'ideale di povertà che aborriva da tutti gli splendori non solo del mondo, ma anche della chiesa cattolica. In lui si nota una tendenza avversa all'organizzazione sociale che richiama alla mente Tolstoi e gli idealisti anarchici dei nostri giorni; ma egli non sconfinò dal campo degli ideali religiosi. Lo circondava l'aureola del santo che trionfa delle tentazioni del mondo, che con la preghiera, la fede e l'amore sconfinato per tutta l'umanità costruisce un ponte tra il cielo e la terra. Egli cominciò la sua carriera con un atto che presenta una somiglianza alquanto sospetta con la leggenda di S. Crispino, e con l'impeto travolgente della sua predicazione e con l'umile amorosa assistenza dei poveri e dei derelitti, e conquistò ai suoi ideali un gran numero di giovani ed anche uomini che avevano fatto già esperienza della vita.

Con l'aiuto dei grandi papi Innocenzo III ed Onorio III, e soprattutto per loro incitamento, S. Francesco formò dei suoi seguaci un ordine, cosa che originariamente non era nelle sue intenzioni. Egli disse d'aver visto nell'estasi un angelo imprimergli le stimate di Cristo, e quando poco dopo morì i suoi seguaci non trovarono più limiti nella loro venerazione.
Appena due anni dopo la sua morte (m. 1226) papa Gregorio XI lo santificò, ed alcune generazioni più tardi il capitolo generale del suo ordine approvò un libro che cercava di dimostrare come S. Francesco fosse stato sotto molti aspetti simile a Cristo ed in alcuni riguardi lo avesse persino superato.

Tutto questo è in armonia col quadro dell'Italia nel XIII secolo che il suo ciclo di eroi, accanto ai tipi dei grandi condottieri come Ezzelino da Romano, degli audaci mercanti, come il doge di Venezia che guidò la crociata del 1203, e dei grandi papi, abbia avuto anche il tipo del santo mendicante.
Il clero ed i vecchi ordini monastici si erano mondanizzati. Le pretese al predominio universale che accampò a quei tempi la chiesa, sotto Innocenzo III ed Innocenzo IV, non potevano essere mantenute e difese con l'aiuto di simili ausiliari. Perciò la fondazione degli ordini mendicanti sembrò un'àncora di salvezza per la chiesa, e di fatti essi le resero i massimi servigi sia nei riguardi politici, sia nei riguardi della sua vera missione, la cura d'anime e la cultura ecclesiastica, benché anche sotto la forma dell'inquisizione.

I papi li dotarono di estesi poteri ed a loro affluì dapprincipio in massa la più eletta gioventù, specialmente alle università e scuole affini. Ma non era ancor trascorso il XIII secolo, e già contro di loro si vedono levarsi le più aspre accuse ed accumularsi numerose prove che dimostravano come avesse avuto ragione il poeta, che aveva salutato con l'entusiasmo il sorgere di questi ordini, ad esprimere il timore che anch'essi avrebbero probabilmente battuto lo stesso iter tritum, vale a dire seguito quella stessa strada che aveva condotto gli altri ordini monastici al traviamento verso la potenza e la ricchezza, il peccato e la colpa.

Mundus et religio, il clero secolare ed il clero regolare, erano le due classi in cui si accentrava l'esercizio dell'autorità spirituale e il godimento dei privilegi ecclesiastici. Fin da principio tra questi due gruppi, pur legati da vincoli di solidarietà, si produssero in frequenti lotte e rivalità. Precipuamente molti conventi cercarono di sottrarsi all'autorità del vescovo e mettersi alla diretta dipendenza del papa. Ed i papi favorirono volentieri queste tendenze per procurarsi in questi monasteri degli strumenti sicuri per esercitare lontano e direttamente la propria influenza.
Così avvenne sin dall'VIII secolo per il monastero di Fulda nell'Assia ed in seguito per molti altri conventi in tutti i paesi. Un passo ulteriore su questa via fu fatto col sottrarre all'autorità dei vescovi gli ordini mendicanti nella loro totalità. Tra questi ordini ed il clero secolare si accese pertanto una lotta i cui inizi risalgono allo stesso XIII secolo, che si rinnovò continuamente e spesso mise in agitazione intere città ed interi paesi, e di cui il famoso conflitto scoppiato verso la metà del secolo tra i dotti domenicani ed i professori dell'Università di Parigi appartenenti al clero secolare non costituisce che un episodio.

E ben più importante fu il perpetuo conflitto provocato dal privilegio concesso ai due ordini di predicare ed esercitare la cura delle anime dappertutto, di seppellire nei propri cimiteri anche gli amministrati delle parrocchie e di seppellire laici rivestiti dell'abito dell'ordine. Con ciò essi sottraevano ai parroci una parte considerevole delle loro rendite e della loro influenza.
In occasione del citato conflitto scoppiato a Parigi papa Innocenzo IV aveva dovuto convenire che i mendicanti, sino allora favoriti col criterio parziale da Roma, si erano resi colpevoli di molte usurpazioni. Ma il suo disfavore non pose affatto fine alla lotta. I mendicanti conservarono i loro privilegi e papa Martino IV li confermò ed ampliò con la bolla Ad fructus uberes, che gettò il clero francese in una fiera agitazione.
I vescovi protestarono che i privilegi dei mendicanti portavano la disorganizzazione nelle loro diocesi e rendevano impossibile di mantenere l'ordine nelle parrocchie. In realtà il motivo principale è che temevano di trovarsi con meno parrocchiani e quindi incassare meno donativi.

Anche ora essi trovarono degli alleati volenterosi nei professori di teologia dell'Università di Parigi e si proposero di prendere energiche deliberazioni quando si adunarono nel concilio nazionale francese del 1290. Ma qui il rappresentante della curia, Benedetto Gaetani, quello che pochi anni dopo salì al papato col nome di Bonifacio VIII, li fulminò in concilio con le sprezzanti parole che "l'unico membro sano dell'organizzazione della chiesa erano gli ordini mendicanti. I vescovi dovevano ubbidire. Roma concedeva i suoi privilegi dopo matura riflessione, Roma non procedeva alla leggera ma con i piedi di piombo (pedes non plumeos sed plumbeos)".

Il concilio si lasciò intimidire. In sostanza però i vescovi, se non potevano negare che l'organismo della chiesa era afflitto dai mali da capo a piede, avevano ragione a ritenere che questa macchia era comune alla stessa curia ed anche agli ordini mendicanti. Gli ordini mendicanti non difettarono anche nella seconda metà del XIII secolo e nel XIV secolo di uomini eminenti, come i domenicani Alberto Magno e Tommaso d'Aquino, ovvero i francescani Bonaventura e Ruggiero Bacone; ma non é meno certo che essi non arrecarono quella guarigione dei mali della Chiesa che dà loro si aspettava. Ché anzi essi medesimi rimasero contagiati dagli stessi mali e sotto molti aspetti li aggravarono. Dato ciò, é naturale che i vescovi non potessero tollerare che costoro con i loro privilegi sconvolgessero l'organizzazione ecclesiastica, era naturale che non volessero rinunciare alla sorveglianza sui membri di questi ordini che esercitavano tanta influenza nelle loro diocesi con la predicazione e col confessionale ed in molte occasioni, non esclusi i conflitti tra vescovi ed autorità civile o tra vescovi e città, prendevano le parti contrarie ai vescovi.

Gli ordini mendicanti misero sotto molti riguardi in contatto il clero con il ceto laico e contribuirono perciò notevolmente ad affrettare quell'evoluzione, già prodottasi in seguito al progresso economico e sopra tutto intellettuale del ceto laico, che doveva attenuare, se non sopprimere, l'antitesi tra clero e laici. Questa antitesi aveva le sue origini nella posizione dominante, in quella specie di autorità tutoria, che il clero aveva acquistato sui laici principalmente in materia ecclesiastica e che gli aveva fruttato un complesso di privilegi in fatto di giurisdizione, di imposte e di obblighi personali ed in molti altri riguardi della vita pubblica.
Questa posizione privilegiata dei clero, in grazia dei dogmi della chiesa e del metodo dominante di giustificare simili cose con arbitrarie interpretazioni di passi della bibbia e con semplici analogie, era divenuta poi così salda che era ben difficile scuoterla. I conflitti tra i papi ed i vescovi che difendevano la loro indipendenza, lo spirito del diritto romano e l'evoluzione sociale avevano bensì fatto qua e là qualche breccia nella posizione del clero; ma sotto questo aspetto ebbe una particolare importanza il dissidio tra il clero secolare e gli ordini mendicanti. Questi ordini si videro guardati dal popolo come i veri rappresentanti della vita religiosa e si posero perciò sotto vari riguardi in più intimo contatto col popolo.

Soprattutto (a cominciare dal 1221) essi aggravarono al loro ordine in forma meno vincolata sotto il nome di terziari e terziarie numerose persone dei due sessi che desideravano partecipare ai benefici inerenti alla professione ecclesiastica pur rimanendo di condizione laica. Queste schiere di semi-monaci e semi-monache crearono un visibile trait-d'union tra clero e laicato. Anche una quantità di commercianti presero non di rado nel XIII secolo gli ordini minori, perché, dato che chierici e monaci pure loro esercitavano gli stessi commerci, essi non potevano sperare utili dalla loro attività se non si procuravano le stesse esenzioni da dazi ed imposte di cui godevano i loro concorrenti del ceto ecclesiastico.

Gli ordini minori non impedivano loro di continuare nella vita laica e semplicemente offrivano ad essi il modo di fruire di parecchi privilegi del clero. Al processo di parificazione tra clero e laicato contribuì pure l'abitudine invalsa per la quale molti membri di corporazioni ecclesiastiche non prendevano che gli ordini minori ed anche nessun genere di ordini, e la consuetudine di conferire cariche ecclesiastiche aanche a ragazzi che non potevano essere in alcun modo ordinati. Ma più che altro agi nello stesso senso la maggior diffusione che l'istruzione andò prendendo tra i laici nel XII e XIII secolo e principalmente la formazione di una vasta classe di dotti comprendente laici ed ecclesiastici.

Sino al XII secolo il clero era stato press'a poco l'unico a saper leggere e scrivere, a conoscere il latino ed a coltivare le scienze teologiche; questo gli aveva assicurata una grande preponderanza sul ceto laico. Nei secoli XII e XIII invece un numero sempre maggiore di laici, favoriti dal fiorire delle Università, ebbe modo di conoscere e trattare con indipendenza di giudizio i metodi ed i risultati delle scienze teologiche e filosofiche, il cui esclusivo possesso aveva circondato il clero di tanto prestigio.
Nelle Università inoltre i dottori di teologia, per lo più eminenti rappresentanti del clero, non costituivano che un gruppo di più vaste corporazioni comprendenti chierici e laici. Tutto ciò peraltro non valse a colmare pienamente il vuoto che separava le due classi, anzi la maggior potenza acquistata dai preti sotto gli Innocenzi tornò ad acuire le differenze.
Possiamo dire che nel XIII secolo fu semplicemente posta la prima base della futura parificazione; ma l'antitesi tra clero e laici rimase tuttavia una delle caratteristiche più spiccate dell'organizzazione sociale del tempo.

Sarebbe però erroneo credere che i privilegi spettanti agli ecclesiastici, anche di infima origine, a confronto di qualsiasi laico, sia pure il più nobile, abbiano prodotto in seno al clero una parificazione che non teneva conto delle differenze di classe sociale. Certo, uomini di bassa origine pervennero talora alle più alte dignità ecclesiastiche; ma furono casi eccezionali. In complesso invece la Chiesa si è adattata alle esigenze dell'organizzazione sociale medioevale con le sue distinzioni di classi: gli uffici ecclesiastici più elevati e più riccamente dotati non vennero mai conferiti, salvo eccezioni relativamente scarse, che a persone provenienti dalle classi nobili, e molti conventi e capitoli erano riservati per statuto o per consuetudine solo a determinate sfere della nobiltà.

Molti chiostri vennero sin dal'inizio fondati ad esclusivo uso di una famiglia, cioè con lo scopo di dare un idoneo collocamento ed assicurare una rendita sufficiente ai maschi della famiglia che non potevano conseguire un feudo conveniente ed alle donne che non trovavano un conveniente matrimonio. I chiostri insomma facevano l'ufficio delle moderne assicurazioni ed istituti analoghi e servivano quindi a tutelare il mantenimento della vecchia organizzazione di classe.

Il movimento delle crociate ed i bisogni nuovi da esse generati provocarono il sorgere di uno speciale gruppo di ordini monastici, gli ordini cavallereschi ecclesiastici, composti di cavalieri che continuarono a cingere la spada benché avessero fatto voti monastici, e sotto molti riguardi conducessero od almeno fossero obbligati a condurre vita monastica.

L'ordine più antico é quello dei Giovanniti che sembra uscito da una organizzazione di frati serventi dedicatisi alla cura dei pellegrini ammalati degenti nell'ospedale di S. Giovanni. All'inizio del XII secolo nella loro regola venne incluso anche l'obbligo di combattere contro gli infedeli.
Essi acquistarono rapidamente grandi privilegi e ricchezze; nel 1187 dovettero abbandonare Gerusalemme dinanzi alle armi di Saladino, ma si mantennero sino al 1291 a Tolemaide in Siria. Dal 1291 al 1309 difesero Cipro, poi Rodi e dal 1522 in poi Malta.

A queste varie sedi successive é dovuta la varietà di denominazioni che il loro ordine ebbe. A Gerusalemme essi indubbiamente resero notevoli servigi a favore degli infermi ed a vantaggio della chiesa, ma dovettero sostenere pure molte lotte con i vescovi locali ed anche con i litigiosi re. Orgogliosi delle loro ricchezze, del numero dei loro guerrieri e dei loro castelli, delle loro relazioni e dei loro privilegi, questi cavalieri assunsero l'attitudine di una potenza autonoma in seno alla vacillante monarchia gerosolimitana e di fronte al pretenzioso ma debole episcopato locale, col quale vennero a conflitto per avere arbitrariamente trasformato il limitato privilegio loro concesso di celebrare messa anche in tempo di interdetto nel diritto generale di non tener conto degli interdetti emanati dai vescovi.

Questo conflitto ci rivela uno degli espedienti con cui il mondo finiva per sottrarsi alle vessazioni inerenti a questo genere di pene ecclesiastiche, che erano divenute intollerabili in seguito al continuo abuso di tali pene. Da che parte poi stesse la ragione o il torto nelle controversie tra l'ordine degli Ospitalieri ed i patriarchi ed i re di Gerusalemme è impossibile giudicare. Le due parti intanto vi portavano la stessa misura di sentimento d'orgoglio, e la situazione era spesso così complicata che anche un uomo di buona volontà poteva trovarsi costretto ad elevare delle pretese che ad altri sembravano ingiuste.
L'ordine del resto diede prova di abnegazione; esso seppe raccogliere ed organizzare una considerevole massa di forze per la lotta contro l'Islamismo.

Lo stesso deve dirsi dei Templari. L'ordine dei Templari fu fondato nel 1119 allo scopo di proteggere coloro che si recavano in pellegrinaggio a Gerusalemme ed in origine ebbe la sua sede nel palazzo reale della città che doveva trovarsi dove una volta sorgeva il tempio di Salomone. L'ordine nel corso dei secoli XII e XIII salì a grande potenza e ricchezza e perciò suscitò ben presto l'invidia dei grandi, così ecclesiastici come laici. Ci si dice che verso la fine del XIII secolo avesse raggiunto il numero di 20.000 cavalieri, fra i quali non pochi uscivano da nobili famiglie e godevano di influentissime relazioni.

Nella lotta contro papa Bonifacio il re Filippo il Bello sollecitò ed ottenne l'appoggio dei Templari; e così pure numerosi altri potenti e semplici cittadini invocarono la protezione dell'ordine, pagandola a prezzo di donativi o di impegni contratti verso di esso. I Templari avevano estesi possedimenti e largo seguito principalmente in Francia; qui l'ordine rappresentava quasi uno Stato nello Stato, le immunità giurisdizionali e gli altri privilegi ed esenzioni dei suoi possessi turbavano e sconnettevano l'organizzazione ecclesiastica ed impacciavano l'attività amministrativa dei funzionari regi.

Re Filippo, che mirava a risollevare in Francia l'autorità della corona, si trovò costretto a preoccuparsi di questo stato di cose, per il quale si sentiva ostacolato nella sua opera dalla politica dell'ordine necessariamente ispirata a criteri indipendenti (giacché l'ordine non era una istituzione francese). E siccome aveva visto che per respingere vittoriosamente le pretese di papa Bonifazio aveva trovato sufficiente sostegno nella nobiltà, nelle città ed in una notevole porzione del clero, così osò ora iniziare quella lotta contro l'ordine che gli deve essere stata prospettata quale necessaria ed imprescindibile da molti dei suoi consiglieri.

Papa Clemente V era in quel periodo in piena balia del re francese e fu costretto a servirgli da strumento per la distruzione dei Templari. Già in materia di politica estera della Francia papa Clemente aveva rappresentato questa parte miserevole, obbligandosi a scomunicare il conte di Fiandra qualora avesse violato il trattato concluso col re Filippo IV ed a non proscioglierlo dall'anatema se non su richiesta del re di Francia.
Anche più servile egli si dimostrò nella questione dei Templari. L'ordine annoverava migliaia di uomini per la giovane età gagliardi e propensi alle avventure cavalleresche ed ai godimenti, per lo più uscenti dalle classi sociali elevate e quindi abituati alla vita propria di queste classi; tutta gente che per il ristagno della lotta contro i maomettani in Oriente era in sostanza disoccupata e viveva in Francia godendosi le ricchezze dell'Ordine.

Nessuna meraviglia perciò che molti di costoro, mettendo un po' nel dimenticatoio la regola dell'ordine, sperperassero in eccessi quell'esuberante energia che non trovava impiego altrove. Ciò offrì il pretesto ad accuse da parte del re, che il papa compiacentemente assecondò, benché entrambi un momento prima nei loro rapporti con l'ordine avessero dimostrato di considerarlo come un potente sostegno della chiesa.

Non è il caso di riferirequi i particolari della terribile tragedia che ne seguì; basterà accennare che nelle fiamme che incenerirono il generale dei Templari, Giacomo di Molay, perì anche in gran parte il papato medioevale. Questi roghi liberarono dai residui del medioevo il terreno su cui sorse poi l'edificio della monarchia della Francia moderna.

A potenza analoga a quella dei due ordini sopra ricordati salì pure l'Ordine Teutonico; e ciò pochi decenni dopo che esso era stato fondato durante la crociata del 1191. Gli imperatori Enrico VI e Federico II lo dotarono di copiosi privilegi e possedimenti, ed in occasione della conquista e conversione della Prussia quest'ordine contribuì alla colonizzazione tanto quanto pochi re e principi seppero fare.
I Gran Maestri dei tre grandi ordini cavallereschi, i Templari, i Giovanniti ed i cavalieri dell'Ordine Teutonico, ebbero nel XIII secolo una parte importante nei negoziati tra imperatori e papi, intervenendovi spesso come avrebbero fatto dei principi di potenze indipendenti.
Ciò che poi soprattutto va rilevato é che anche questi ordini, data la loro vita semi-monastica e semi-cavalleresca, contribuirono a quel processo che era destinato a cancellare l'antitesi tra clero e laicato e prepararono la via alla più liberale organizzazione della società moderna.

E proprio di questo
parleremo nel prossimo capitolo

LO STATO - LA SOCIETA' - IL DIRITTO > >

PAGINA INIZIO - PAGINA INDICE