-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

77. CHIESA E INCIVILIMENTO - L'INFLUENZA

"Fate in modo che il mondo intero comprenda e sappia che se voi potete legare e sciogliere il cielo, voi potete sulla terra togliere e dare a ciascuno, secondo i meriti gli imperi, i reami, i principati, i ducati, le contee e tutte le possessioni degli uomini. I Re e i potenti della terra, si guardino dal tenere in poco conto l'amministrazione e l'organizzazione della Chiesa".
Lettera di Gregorio VII ai vescovi nel 1080.

 

La Chiesa romana è indubbiamente la più grandiosa di tutte le organizzazioni ecclesiastiche che la storia conosca, quella che più felicemente ha resistito all'avvicendarsi dei tempi. Modellata come fu sull'organizzazione politica dell'impero romano, deve essa medesima essere considerata quale una organizzazione prevalentemente politica, malgrado che i suoi fini immediati fossero d'indole religiosa.
E' lecito quindi istituire un paragone fra questa chiesa e gli Stati, ed allora occorre convenire che essa nel Medio-Evo li superò tutti per potenza e perfezione d'organizzazione.

Ma l'ammirazione che va tributata alla chiesa per tale sua potenza lascia naturalmente impregiudicato il giudizio sulla bontà e sui risultati della sua politica, e sotto questo aspetto non si può a meno di constatare con amarezza che i papi troppo spesso hanno abusato delle sacre istituzioni che erano chiamati a custodire per il conseguimento di fini schiettamente terreni e talora non sempre nobili.

Ma la potenza non si acquista senza violenza e non si mantiene senza violenza. Bisogna quindi sapersi moderare nel giudicare l'opera della Chiesa, anche quando, di fronte a molti atti della politica papale - dalla lettera di papa Stefano III su re Desiderio (VIII secolo) e dalla falsificazione della pretesa donazione di Costantino, al pontificato di Bonifazio VIII - ci sentiremmo trascinati dallo sdegno a formulare i giudizi più severi. Soprattutto é necessario non separare l'opera ulteriore della Chiesa dall'opera da essa compiuta come potenza politica e non dire che i popoli avrebbero potuto godere i benefici della religione e delle dottrine cristiane anche se la chiesa non avesse assunto quel carattere politico.

Il fatto é che la chiesa ha compiuto la sua opera di incivilimento mediante quell'organizzazione che metteva capo ai papi.
Gli Stati romano-germanici dell'VIII e IX secolo erano organismi imperfetti con scarse funzioni e scarsi mezzi, e soprattutto la loro organizzazione militare, giudiziaria ed amministrativa era inadatta al governo di territori di grande estensione. L'espansione dello Stato seguita alle vittorie dei Franchi aveva ingenerato uno stato di cose poco soddisfacente persino sotto un sovrano della tempera di Carlo Magno e vi era il pericolo che questo enorme ingrandimento dello Stato provocasse la sua decadenza o degenerasse nelle mani di sovrani energici in un brutale assolutismo.

La tendenza dispotica trovò un certo ostacolo nel feudalesimo, ma é assai dubbio che quest'ultimo sarebbe riuscito a controbilanciarla senza l'aiuto della Chiesa. La Chiesa impose ai sovrani, anche i più energici, dei limiti che essi non poterono varcare senza sentir pericolare le proprie basi. Allo scopo essa seppe giovarsi del feudalesimo e nel tempo stesso, mediante l'organizzazione della giurisdizione ecclesiastica, con le decretali pseudoisidoriane, con la rivoluzione scatenata da Gregorio VII e con analoghi espedienti e lotte, riuscì a rendere largamente indipendenti dall'autorità civile gli ecclesiastici ed in particolare i vescovi ed abati dotati dai re di feudi e diritti di autorità politica.

In queste lotte la Chiesa poté valersi dell'opera di molti uomini fra i più intemerati ed intelligenti, colmi del più puro e sacro entusiasmo. Ma essa combatté pure con le falsificazioni, con l'abuso delle armi spirituali e con ogni sorta di inganni e violenze, versando inoltre e facendo versare fiumi di sangue. In breve essa si é macchiata di tutte le colpe di cui solo uno Stato può macchiarsi; ma appunto con le sue pretese e le sue ostilità ha contribuito anche notevolmente allo sviluppo del diritto pubblico medioevale.

I concili generali e provinciali, la partecipazione dei principi ecclesiastici alle diete ed ai consigli della corona, alle funzioni giudiziarie ed amministrative dello Stato, lo sviluppo del diritto canonico, l'integrazione della giurisdizione penale mediante i giudizi sinodali, l'estensione delle competenze dei tribunali ecclesiastici, l'opera dei monasteri; questi ed altri fatti analoghi sono prove così evidenti dell'influenza esercitata dalla Chiesa sul diritto pubblico e sulle istituzioni dello Stato e dei comuni che non é necessario insistervi ulteriormente.

Molti sono i compiti che gli Stati non si sarebbero proposti se non avessero avuto accanto la Chiesa, ovvero senza di essa non avrebbero avuti i mezzi per adempierli. Altrettanto evidente è l'influenza esercitata dalla Chiesa sulla vita individuale e sociale, sulle arti, sulle lettere ed in tutti gli altri rami della cultura.
Per questa ragione la Chiesa viene non di rado designata come l'unica depositaria della cultura in quei secoli. Ma ciò é esagerato, e non é vero neppure senza le opportune limitazioni nello stesso campo della cultura letteraria e religiosa.

La poesia, nonché le idee e le istituzioni religiose attinsero non poco dal tesoro delle idee religiose e degli ordinamenti giuridici degli antichi Germani, e sopra tutto una idea più profonda dell'indole della divinità nei suoi rapporti con gli uomini.

Si ricordi che gli antichi Germani concepirono il loro Dio non come il cupo giudice dei teologi cui sta a cuore la sola osservanza del dogma, non come il dio vendicativo del vecchio testamento, ma come la potenza superiore ad ogni altra che é guida luminosa della vita umana.
Anche nella figura di Satana, nella materia delle penitenze ecclesiastiche, nell'organizzazione giuridica delle chiese e dei loro beni, negli usi che accompagnano il culto dei santi e le feste religiose, si riscontrano non poche tracce dell'influenza germanica.

Lo stesso si può dire per gli altri rami dell'incivilimento. Le istituzioni fondamentali dirette a mantenere la pace pubblica, l'ordine in seno alle famiglie ed alle comunità e nelle campagne, le istituzioni corporative, l'organizzazione commerciale, comunale, giudiziaria e militare, e finalmente l'istituto che é la garanzia di tutto questo ordinamento, la monarchia col suo banno e con le limitazioni poste al suo potere in virtù dei diritti dell'assemblea degli uomini atti alle armi; tutte queste istituzioni d'ordine furono creazioni dell'incivilimento laico, in parte della civiltà romana, in parte della civiltà germanica, oppure frutti del processo di ravvicinamento e fusione dell'elemento germanico e romano.

La chiesa ha bensì esercitato notevole influenza su tutte queste istituzioni e sotto molti aspetti le ha arricchite e migliorate, ma in sostanza esse erano e rimasero creazioni e sfere d'attività proprie della società laica. Nel campo della morale e del diritto l'influenza della chiesa fu sotto molti riguardi benefica in quanto mitigò le asprezze del diritto e raffinò i sentimenti morali, ma in altri riguardi fu deleteria.

Il matrimonio fu svalutato dall'idea proclamata dalla chiesa del maggior valore morale del celibato, e per di più esso rimase abbandonato agli arbitrii clericali per effetto della dottrina ecclesiastica degli impedimenti esagerati sino all'assurdo.

Da quando il vescovo Avito di Vienne, verso il 500, dichiarò incestuose le nozze contratte da un cittadino di Grenoble con la sorella della defunta sua prima moglie e colpì di pene ecclesiastiche ambedue i coniugi che avevano già vissuto 30 anni come legittimi sposi, la Chiesa ha turbato non poche coscienze nei paesi germanici e latini e mutato in pena e vergogna la felicità di molte unioni.
Furono vietate anche le nozze con la vedova del proprio fratello e tra zii e nipoti, che non ripugnavano allora e non ripugnano tuttora al senso morale comune.

Le lotte, cui come sopra accennammo diede luogo il matrimonio del conte di Hammerstein e l'abuso che fu fatto dei principii ecclesiastici in materia di impedimenti di parentela per impedire matrimoni di avversari della Chiesa o per liberare i suoi partigiani da matrimoni scomodi stanno a testimoniare il lungo processo di degradazione che la famiglia e l'onore domestico ebbero a sopportare per le influenze della chiesa medioevale.
Il clero nel suo orgoglio considerava il celibato, che gli era stato in realtà imposto per ragioni politiche, come un merito e stimava coloro che vivevano nello stato coniugale come cristiani di qualità inferiore a confronto di preti e monaci.

Era questo un modo di pensare che non vedeva nel matrimonio che l'unione sessuale, trascurandone il contenuto etico che consiste nell'intima comunione della vita dei coniugi sotto tutti i rapporti, anzi in molti scritti dei chierici sul matrimonio questo lato morale del matrimonio é completamente perduto di vista.
Per converso il celibato forzoso produsse nel clero una malsana eccitabilità degli appetiti sessuali ed una deplorevole concupiscenza. Deve ascriversi a merito del ceto laico di non essersi mai lasciato trascinare dalla Chiesa in questo campo di idee false, e di avere continuato invece a battere la via segnata dalla natura, mostrando inoltre di comprendere la vera essenza morale del matrimonio.

Significante é poi la poco benefica influenza esercitata dalla Chiesa in materia di giuramento. Ognuno si aspetterebbe di vedere alla più elevata concezione della divinità corrispondere un raffinamento delle idee sul valore del giuramento ed una maggiore serietà del suo impiego. Ma nulla fece in questo senso la Chiesa; il giuramento continua ad essere considerato dal lato meramente estrinseco e si prosegue nel campo del diritto a farne un uso così eccessivamente frequente da dovere degenerare di necessità in abuso.
E tale inconveniente fu aggravato ancora dalla diffusione del culto delle reliquie e dall'andazzo di giurare su di esse, nonché dal dogma che il papa poteva sciogliere dal giuramento, congiunto al modo come i pontefici fecero uso di questo preteso loro diritto.

Deleterio ancora per il sentimento morale dei popoli fu l'abuso fatto dalla Chiesa dei privilegi ecclesiastici e delle pene spirituali. E finalmente va pure accennato che le credenze popolari all'esistenza di spiriti benigni e maligni, che accanto a molto di rozzo e di primitivo celavano pure molto di elevato e di gentile, degenerarono per merito delle costruzioni apparentemente scientifiche di filosofi ecclesiastici e teologi nella orribile credenza medioevale nelle streghe.
La Chiesa diffuse alcuni dei sublimi principi proclamati da Cristo, ma mescolati con usi e riti religiosi o con concetti filosofici, derivanti in parte dal giudaismo, in parte dalle tradizione pagane dei vari popoli e dai sistemi dei loro filosofi, ed estranei invece o addirittura contraddittori alla dottrina di Cristo e degli apostoli.

Si pensi qual torrente di idee estranee non poté a meno di introdursi in questa dottrina in seguito alla elaborazione fattane anche da un solo uomo come S. Agostino, da un uomo cioè che era figlio di una cartaginese ed era rappresentante altrettanto geniale quanto eloquente delle idee dominanti nella società colta dell'Africa romana del IV secolo. Le idee di Cristo circa la preghiera ed il digiuno, la sua avversione alle pretese ed ai maneggi dei sacerdoti, il suo motto «il mio regno non é di questo mondo» ; tutti questi ed altri dettami e principi di Cristo e dei suoi apostoli dovettero essere eliminati con interpretazioni che ne violentavano il senso per poter ricavare dalla dottrina di Cristo il dogma della chiesa medioevale e per ricondurre alla sua persona e giustificare con le sue massime l'autorità gerarchica e le pretese dei pontefici romani.

Ma anche così sfigurata la dottrina cristiana della chiesa rappresentò un enorme progresso sulle idee religiose pagane; e per di più, denobilitando la dottrina di Cristo, che nella sua purezza non sarebbe stata accessibile che a poche intelligenze elette, la Chiesa la rese adatta a penetrare nelle menti delle masse ed a toccare l'anima del popolo. Se pure alle anime più delicate e sensibili ripugnarono le contraddizioni insinuatesi nella dottrina cristiana per la mescolanza di elementi estranei, esse seppero per lo più in quei secoli adattarvisi.

Non vi é dubbio che la Chiesa medioevale, ad onta di tutti i suoi lati manchevoli e dei suoi traviamenti, ha procurato al mondo un grande progresso religioso. L'accentuazione dell'inanità delle cose terrene, l'esaltazione agli occhi degli uomini della vita d'oltre tomba portarono nella rozza ed incolta società dell'epoca - continuamente ripiena di guerre e di strepito d'armi - una nota di nobiltà e di mitezza che talora sollevò per un momento persino i peggiori dalla loro bassezza.
Ciò non significa che preti e monaci abbiano cercato di alleggerire dai gravi pesi gli oppressi agricoltori, abbiano liberato i prigionieri e protetto coloro che erano minacciati da pene crudeli. Può darsi che alcuni di essi abbiano fatto anche questo, ma in complesso gli ecclesiastici si servirono della schiavitù e delle varie torme di servitù della gleba allo stesso modo dei laici, e non pochi preti e monaci godettero la triste fama di essere spietati verso i propri soggetti. Né vale opporre il proverbio: «sotto il pastorale si vive bene» ; se esso é contraddetto dai fatti.

Anche a procurare la mitigazione delle crudeli pene correnti nel Medio-Evo, quali il taglio delle mani e dei piedi, il taglio del naso e delle orecchie, l'accecamento, la Chiesa non si adoperò come si attenderebbe, anzi nel procedere contro gli eretici essa soffocò ogni sentimento di giustizia e di pietà. Ma se in ciò gli ecclesiastici si mostrarono figli del loro tempi, predicarono tuttavia il perdono e la pietà e non mancarono casi in cui seppero richiamare sé stessi ed altri a sentimenti di mitezza e si adoperarono a far trionfare i principi del cristianesimo sulle tendenze vendicative e feroci dell'epoca.
Le opere poi di carità e d'amor del prossimo che furono compiute da uomini come S. Severino e S. Martino di Tours e da altri mille noti ed ignoti eroi ed eroine della fede nei secoli successivi, accumularono nel cuore del popolo un tesoro di amore e di venerazione che va considerato esso stesso come un risultato di grande valore, cioè come un preziosissimo elemento di cui la chiesa adornò il carattere delle masse popolari.

Queste opere sono pure una prova dello spirito religioso della Chiesa medioevale e rappresentano il massimo che a tal riguardo una religione abbia mai saputo fare. Diciamo una religione e non una chiesa, giacché una chiesa indipendente dallo Stato come quella medioevale non ha precedenti cui possa paragonarsi.
Dal punto di vista della sua organizzazione la Chiesa romana costituisce un fenomeno unico nel suo genere. Essa era venuta su lottando con lo Stato romano pagano, ma cercando di configurarsi a sua immagine, e doveva la sua organizzazione politica alla nobiltà romana che cercò in questo campo un compenso alla influenza politica da essa posseduta nell'impero sino al IV secolo ed andata poi perduta nella generale rovina del mondo romano.
E la creazione di queste istituzioni ecclesiastiche, il loro adattamento alle condizioni interne dei vari paesi, la conquista della loro autonomia e la difesa di tale indipendenza di fronte ai vari Stati, impose agli uomini della Chiesa la necessità di svolgere un vasto programma pratico altrettanto importante quanto difficile.

Questa serie di attività pratiche indispensabili li richiamò continuamente, ad onta di tutti i vaneggiamenti della scolastica dominante nella loro teologia, alla realtà della vita. Ciò valse a far sì che si formassero uomini di Stato dotati in modo sorprendente della capacità di vestire l'una sull'altro l'armatura e l'abito sacerdotale e di combattere a seconda della necessità con la spada e con le armi spirituali.
E di fronte ad essi anche i principi laici furono costretti ad impiegare mezzi meno comuni e più accorti. Nel ceto ecclesiastico inoltre e nelle istituzioni ecclesiastiche questi principi trovarono non pochi ottimi consiglieri e non pochi elementi utili al mantenimento dell'ordine pubblico, che arricchirono gli Stati di una quantità di forze che senza la Chiesa non avrebbero mai trovate.

L'evoluzione degli Stati romano-germanici non é immaginabile senza la cooperazione della Chiesa, come non é immaginabile senza di essa il rapido ingresso degli Slavi e degli Stati nordici nella sfera della civiltà occidentale.

Alla realizzazione dell'accentramento dell'autorità spirituale in Roma servì molto l'adozione del latino come lingua ufficiale della Chiesa. Ciò peraltro non poté a meno di spogliare del loro intimo valore le pratiche religiose e ridurle in gran parte a semplici formalità esteriori. Ed il fatto che la Chiesa, la quale ben vedeva tale inconveniente, lo abbia tuttavia provocato, il fatto che abbia privato la religione di quella efficacia benefica che essa può solo esercitare quando il popolo é in grado di comprendere e sentire ciò che dicono le preghiere e le formule religiose, é forse la prova più forte di quanto prevalesse nella Chiesa medioevale l'elemento politico e l'interesse di raggiungere la potenza politica.

A questi fini politici servì pure l'introduzione del celibato degli ecclesiastici, e ciò costò anche più caro, perché la chiesa per lunghissimo tempo dovette chiudere gli occhi sui traviamenti morali dei preti. A masse costoro cercarono di rifarsi mediante unioni illegittime della mancanza di una famiglia legittima e scaddero moralmente ancor più per le ipocrisie ed altre transazioni con la propria coscienza cui erano costretti per tale equivoca posizione.

Il celibato mirò a fare dei preti una classe sociale a parte che doveva essere qualcosa di superiore agli altri uomini. Ma ciò rimase pura teoria. Di fatto la massa dei preti rappresentò una parte tutt'altro che splendida nella società medioevale. Costoro, come vedemmo nel precedente capitolo, erano per lo più dei poveri diavoli e per giunta esposti spesso alla satira per i loro concubinati e relazioni illegittime. Ed anche la pretenziosa santità degli alti prelati non mancò di trovare aspri critici tra gli uomini di Stato e cittadini di sano criterio.

L'influenza della chiesa sulla cultura scientifica dei popoli fu grandissima, ma l'indole ed il valore di questa influenza sono variamente giudicati.
Nell'interesse del proprio progresso la chiesa si vide costretta a cercare di conciliare le sue dottrine con le dottrine e le idee dei filosofi e dei poeti dell'antichità che anch'essi godevano di grande autorità nell'ambiente in mezzo al quale la chiesa si svolgeva. Ma l'impresa era per sua natura insolubile perché gli antichi avevano del mondo e degli uomini un concetto diverso da quello dei dottori della chiesa medioevale.
E quindi una dopo l'altra generazioni di teologi e filosofi del medio-evo tentarono invano di arrivare a tale risultato con metodi dialettici pieni di contraddizioni, che noi oggi ripudiamo come metodi scolastici.

Questi scolastici si affaticarono bensì (ed alcuni con ammirevole ingegno) attorno al problema del libero arbitrio e ad altri grandi problemi che presenta la vita umana, ma rimasero in ciò vincolati a certe regole e dottrine di scuola; di modo che in definitiva i loro sforzi non si presentano come tentativi di comprendere la vita analizzandola nella sua essenza reale, ma come tentativi di svolgere un compito scolastico.
E se uno scienziato educato ai metodi moderni dichiara di apprezzare i loro sistemi, noi crediamo che si tratti di una illusione.

Lo stesso medio-evo ebbe il sentimento della contraddizione tra i due elementi, l'antico e il nuovo, che frustrava ogni sforzo della scienza del tempo. Di S. Girolamo si racconta che ebbe in sogno una spaventevole visione, in cui gli fu rimproverato di non essere un cristiano, ma un ciceroniano. E Sidonio Apollinare, appassionatissimo delle lettere e fecondo scrittore, all'atto della sua consacrazione a vescovo, credette di dover fare il voto di non cantare d'ora in poi che le lodi dei santi. Ed altri molti ancora nel V e VI secolo nutrirono gli stessi sentimenti; ond'é che si tentò di trattare argomenti cristiani, prendendo a modelli Virgilio ed altri poeti pagani, per soddisfare al bisogno di libri didattici e di opere letterarie, senza turbare o macchiare la propria anima con argomenti pagani.

Anche uomini eminenti come papa Gregorio I condivisero gli stessi scrupoli. Ma tale tendenza esclusivista non riuscì mai a trionfare, perché la chiesa non poté fare a meno dei tesori di sapere accumulati nella letteratura antica, allo stesso modo che non poté fare a meno di essa come scuola di formazione delle menti. La stessa dottrina ecclesiastica era in fondo un insieme del movimento scientifico dei primi secoli dell'impero.

In seguito vennero le controversie sollevate dagli ariani relativamente alla persona di Cristo, che nel IV secolo trascinarono migliaia di persone ad accapigliarsi per questioni di parole; dopo (dal V al VII secolo) le dispute tra monofisiti e monoteisti che sott'altra forma riprodussero le controversie provocate dall'arianesimo; e tutti questi conflitti teologici ed altri analoghi costrinsero la chiesa ad affrontare una quantità di problemi teorici e quindi a coltivare la scienza per avere a mano tutto l'apparato scientifico necessario alla lotta.

Vi contribuì pure il fatto che molti dei grandi padri della chiesa dei primi secoli, a cominciare da Origene (verso il 200) per finire a S. Agostino (verso il 400) erano usciti dalle file dei dotti. Da quando poi Roma cominciò addirittura a pretendere per sé il supremo governo di tutta la cristianità e suscitò per questo le opposizioni di altri vescovi (tanto che fra altri i vescovi dell'Africa settentrionale dimostrarono nel 424 con una dotta polemica la falsificazione degli atti prodotti da Roma in sostegno delle sue pretese), e più ancora da quando il vescovo romano vide sorgersi contro nel vescovo di Costantinopoli il rivale che poteva largamente giovarsi della sapienza antica, la chiesa occidentale si vide nell'impossibilità di rinunziare a coltivarsi scientificamente.

Noi sappiamo che il periodo carolingio ebbe infatti una specie di rinascimento letterario, in cui non si rievocarono soltanto i trastulli poetici dell'epoca imperiale, ma si ripresero anche i suoi sani tentativi di lavoro scientifico. E lo stesso deve dirsi per i secoli successivi. Questo movimento scientifico non mirò tuttavia in linea di massima a indagini nuove; la verità, tutto ciò che valeva la pena di essere saputo, si credette già conosciuto dagli antichi e depositato nei loro scritti; di modo che si perseguì con l'unico scopo di impadronirsi di questo tesoro di sapienza e di inquadrarlo nelle verità rivelate.

Uno spirito arguto ha detto che la scolastica fu il tentativo di far passare il cammello della fede per la cruna dell'ago della ragione; essa non fu infatti una filosofia seria ma una vuota dialettica, una speculazione soltanto apparente per parte di gente che in realtà si trovava vincolata ad un dogma indiscutibile cui tutto doveva ridurre.
Ma tutto ciò non fu senza eccezioni. Il XII e XIII secolo fu un periodo di grande movimento scientifico che offrì modo anche ai veri talenti, anche ai veri pensatori, di difendere la propria originalità. Col proposito di piegarsi all'occorrenza al volere della chiesa, ma con la speranza che la scienza si sarebbe potuta da ultimo conciliare col dogma, persino preti e monaci si spinsero arditamente sino alle soglie della vera scienza.

Molti dei più famosi scolastici insieme con tutto il seguito dei loro ignoti ma fedeli discepoli proclamarono con audace franchezza ciò che credevano di aver scoperto e difesero le loro opinioni con energia. «Alla scolastica non mancò certo il coraggio delle proprie opinioni; se mai le si può imputare più giustamente la eccessiva smania di dir cose nuove ed originali ».
A quel tempo il dogma ecclesiastico non era del tutto fissato, e molte dottrine che ora hanno assunto carattere dogmatico imperativo erano tuttora oggetto di discussione. Non solo intelletti del genere di quello di Abelardo osarono trarsi addosso il sospetto di eresia, ma lo stesso Bernardo di Chiaravalle e persino S. Tommaso d'Aquino furono imputati di false dottrine.

Bernardo di Chiaravalle stette fermo nella sua opposizione al dogma della immacolata concezione della vergine Maria e lo combattè obiettando giustamente che allora anche per i suoi genitori, nonni ed ulteriori antenati si poteva in base alle stesse ragioni pretendere l'immacolata concezione.
Ma la contraddizione intima tra il dogma della chiesa e la filosofia di Aristotele e lo spirito di tutta la letteratura classica porse pure incentivo ad una fioritura di sottigliezze e di vani artifizi, cui diede continuo alimento la predilezione delle scuole e delle università per le dispute. Spesso si enunciarono e sostennero tesi, senza credervi seriamente, e tanto più si potè essere sicuri di raccogliere plauso, quanto più queste tesi erano audaci e si riusciva alla fine a dimostrare che erano conciliabili con il dogma ecclesiastico.

Una volta (verso il 1200) Simone di Tournay, avendo sostenuto a Parigi idee addirittura rischiose circa la trinità, e sentendo che gli ascoltatori si congratulavano con lui per l'acume con cui aveva saputo conciliare quei principii con la dottrina della chiesa, scoppiò in una risata e disse: «O Gesù, Gesù, come ho ben difeso oggi la tua dottrina; ma veramente se volessi attaccarla, saprei addurre prove anche più forti e ragioni anche migliori».

Sembra pur vero che costui sia stato uno dei tipi più temerarii di questo indirizzo, ma neppure i migliori si salvarono dalla stessa malattia. Tommaso d'Aquino, che è celebrato come la più forte colonna della chiesa, trattò con la stessa disinvolta dialettica l'assurda quanto oscena questione: se taluno poteva diventar padre senza perdere la verginità, e se ciò poteva avvenire soltanto per miracolo (miraculose) od anche naturalifer. Che ciò potesse avverarsi per miracolo non aveva bisogno di dimostrazione, dal momento che v'era stata una donna vergine e madre. Ma poteva avvenire anche naturalifer, vale a dire con l'aiuto di un demone Incubus (quia daemon Incubus potest furari semen viri virginis in somnis polluti et transfundere in matricem mulieris).

A chi volesse rimproverare essere una futilità rievocare in luce dopo secoli un'aberrazione di questo genere del gran padre della chiesa risponderemo che non è questo il solo caso in cui Tommaso d'Aquino argomenta in tale forma, ma lo fa di frequente, e che sicuramente nel passo da noi citato egli riteneva di aver ragionato a fil di logica. Il fatto poi che persino un uomo del valore di Tommaso d'Aquino si sia potuto smarrire in simili trastulli più che sgradevoli dimostra con particolare chiarezza quanto grande fosse il predominio dell'accennata maniera.

E che non si sia trattato di un fenomeno isolato varrà a provarlo un altro esempio, più vecchio di un paio di secoli, desunto da Anselmo di Canterbury, contemporaneo di Gregorio VII e famoso assertore delle sue idee. Nello scritto Cur deus homo?, una delle opere più lette ed apprezzate della teologia medioevale, Anselmo si propone la domanda, perché delle tre persone della trinità il solo figlio sia divenuto uomo, e non anche ad es. il padre. E risponde perchè altrimenti si sarebbero avuti due figli in seno alla trinità, il figlio di Dio ed il figlio di Maria. Ed inoltre in tal caso si sarebbero avuti due nipoti, vale a dire Dio Padre sarebbe divenuto nipote dei genitori di Maria, ed il figlio di Dio nipote di Maria. Per noi oggi queste cose rasentano la bestemmia, ed anche allora non mancava chi ne provasse offesa al proprio sentimento.
Fra gli stessi dotti vi fu chi lamentò tale abuso di virtuosità dialettica. Un poeta del tempo, appunto per questi temerarii acrobatismi logici, caratterizzò gli scolastici addirittura come i precursori dell'anticristo.

Anche la chiesa protestò, proibì più d'una volta lo studio di Aristotele, ma poi finì sempre per cedere alle tendenze dell'epoca. La cosa del resto non desta meraviglia perchè essa riteneva, che ad onta di tutto avrebbe finito per rimettere in carreggiata gli aberranti. Nè si ingannò perchè, almeno esteriormente, ciò le riuscì sempre, e non pochi dotti dovettero pubblicamente riconoscere come errori i loro scarti dogmatici e ritirare quanto avevano sostenuto.

Tutto ciò non significa che la scolastica sia priva di ogni importanza. A parte che non impedì per molta parte il movimento scientifico, anche essa medesima servì a soddisfare il bisogno umano di ridurre a sistema armonico i fatti che si ritengono acquisiti alla nostra conoscenza. Certo si trattava di fatti diversi da quelli cui noi oggi diamo valore, ma anche in seno alla scolastica trovarono rappresentanti i principali contrasti di indirizzi generali della mente umana, ed in particolare anche l'indirizzo materialista con la conseguente negazione del dogma; di esso fu apostolo influentissimo il filosofo marocchino Averroe (m. 1198), che si dice abbia avuto tra i suoi ammiratori pure un papa.

Ma l'abitudine delle esercitazioni dialettiche come fine a sè stesse e lo sforzo continuo di conciliare contraddizioni realmente inconciliabili non potè a meno di pervertire anche dei forti talenti. Sopratutto quel metodo di interpretazione dei passi biblici pel quale ad esempio sotto il racconto di una sconfitta degli ebrei si leggeva la predizione di una sconfitta degli Inglesi o dei Francesi, ovvero si violentava il senso originario delle parole per attribuire loro un significato morale od allegorico, doveva necessariamente far perdere il gusto per la realtà e per l'esattezza dei fatti.

L'abuso del metodo era così generale e smodato che finì per invadere il campo della vita pratica, e perciò si fu costretti a vietare espressamente con norme di diritto di interpretare i testi altrimenti che ad litteram. Non meno dannoso al gusto del vero fu il metodo di argomentare per mezzo di semplici paragoni. Ad esempio: Un animale con due teste è un mostro; quindi la cristianità non può avere due capi; quindi il papa deve esserne l'unico capo; e quindi ancora l'imperatore deve stare al di sotto di lui.

Oggi nessuno oserebbe argomentare con simili platealità in questioni tanto gravi; invece per gli scolastici la cosa era più che ordinaria, e ciò spiega e giustifica lo sdegno e il dileggio con cui uomini schiettamente devoti e spiriti non pervertiti dalla scuola attaccarono questi prodotti della scolastica e tutto l'indirizzo scolastico.
Ma, ad onta dell'accennato pervertimento del gusto per il vero e per il reale, la scolastica ebbe un valore non disprezzabile come palestra adatta ad eccitare ed acuire l'ingegno umano ed a renderlo specialmente capace di maneggiare concetti astratti. La scolastica quindi, a parte il valore che il suo lavoro scientifico presentò per quei tempi, ebbe l'importanza di una palestra della mente che preparò la produzione filosofica e matematica e le conquiste dell'epoca moderna.

Quando si parla di scolastica si ha principalmente in vista la teologia e la filosofia di quei tempi, ma l'appellativo è applicabile pure al metodo scientifico dell'epoca in generale. Lo si vede spiccatamente dai grammatici, i quali invece di muovere da una serie di casi concreti per indurne le regole od illustrarle, si perdono in costruzioni e speculazioni aprioristiche, seguendo questo sistema persino nell'insegnamento pratico.
Anche i giuristi ed i medici subirono l'influenza dannosa degli stessi metodi, ma in misura minore. Ed in complesso, malgrado tutto, si ebbe un notevole incremento del patrimonio delle conoscenze, ed esse vennero anche messe a profitto per la vita pratica. Così gli studi giuridici vennero utilizzati nelle grandi lotte tra i re e la chiesa, e gli uomini educati alla loro scuola furono uno dei principali sostegni delle nuove forme di governo che si andarono diffondendo nel XIII secolo. Non pochi nei loro scritti si liberarono dai ceppi della scolastica e Federico II ad es. nel sopra citato libro relativo alla caccia col falcone si manifesta completamente immune da influenze scolastiche.

La tendenza della scolastica fu coeva alla maggiore diffusione della coltura letteraria e scientifica nel ceto laico ed in buona parte ne fu una conseguenza. Nel periodo dall'VIII all'XI secolo, dominato dall'economia in natura che col suo complicato meccanismo assorbiva quasi tutta l'attività individuale, il ceto laico non potè istruirsi, ed è quindi naturale che l'istruzione sia divenuta allora un monopolio della chiesa che ne sentiva il più urgente bisogno.
Solo in Italia le condizioni di fatto furono alquanto più favorevoli alla diffusione della cultura tra i laici. Ma dalla metà del XII secolo e specialmente nel XIII il ceto laico prese anche negli altri paesi una molta più attiva parte allo studio scientifico e lettorario. Ed in Germania pure vedemmo come un laico sia stato capace di scrivere un'opera come lo Specchio sassone, ed abbia fiorito un poeta del valore di Gualtieri von der Vogelweide.

I conflitti che accompagnarono la contesa per le investiture, le cognizioni acquistate nelle guerre e nei pellegrinaggi in lontane terre, lo sviluppo della poesia popolare, il moltiplicarsi dell'uso delle scritture nei giudizi e della corrispondenza nelle relazioni commerciali, contribuirono poi ad accrescere la cultura laica, ma soprattutto vi influì la formazione di una classe professionale di dottori che comprese laici e chierici, ed il sorgere delle università che costituirono dei grandi seminarii di cultura scientifica.

Le università del XII e XIII secolo non furono, come spesso si afferma, una creazione della chiesa, La chiesa ebbe indubbiamente una grandissima parte nella loro formazione, ma vi contribuirono anche altri fattori: lo sviluppo dei comuni, l'oculatezza dei principi, le esigenze della vita giuridica, e sopra tutto da un lato l'energia delle tendenze scientifiche dell'epoca e dall'altro le ugualmente forti tendenze corporative.
Le università sorsero sotto forma di corporazioni del ceto professionale dei dottori, che allora venne a costituirsi accanto ai vecchi gruppi della società e che fu il principale rappresentante dell'accennata tendenza scientifica. Le università sono quindi un fenomeno analogo alle corporazioni d'arti e mestieri ed alle gilde mercantili. Il loro campo di attività erano le artes liberales in antitesi alle artes illiberales coltivate dagli artigiani.

La corrente scientifica dell'epoca trovò nelle università dei centri di richiamo dei migliori ingegni di tutti i paesi e vi creò delle organizzazioni per lo studio delle scienze che sono rimaste acquisite in perpetuo al patrimonio della civiltà. La passione dello studio si diffuse largamente nel XII secolo e con straordinaria veemenza. Migliaia e migliaia di persone affrontarono noncuranti tutti i disagi e pericoli allora inerenti al soggiorno all'estero per farsi avviare da un famoso dottore allo studio delle opere di Aristotele e dei codici di Giustiniano, e farsi iniziare ai misteri della teologia e della filosofia.

Non si studiava di regola per prepararsi ad una determinata professione, ma semplicemente per studiare. Si cominciava con la grammatica latina e con la lettura di alcuni passi di poeti e prosatori latini, poi con questo ben scarso corredo di cognizioni si passava allo studio della logica e delle altre discipline filosofiche, poi agli studii di medicina, agli studi giuridici, e da ultimo agli studi teologici. Pochi del resto compivano tutto il corso così organizzato. A seconda dell'indirizzo personale degli studi dell'insegnante nell'una scuola prevaleva l'insegnamento umanistico, nell'altra l'insegnamento filosofico. La medicina occupava un posto importante soltanto in poche scuole, come quelle di Salerno e Montpellier, ed il diritto romano fu principalmente coltivato nelle scuole italiane che assunsero un carattere più specializzato.

Già nell'XI secolo il desiderio dello studio aveva cominciato a radunare attorno ad insegnanti di gran fama numerosi scolari d'ogni nazione. Anche in Germania, in Inghilterra e specialmente in Francia ed in Borgogna sorse una classe di eruditi che fecero dell'insegnamento un mestiere, allo stesso modo che avveniva in alcuni paesi d'Italia in cui l'uso si era conservato per tradizione dall'epoca romana. Nel XII secolo aumentò il numero delle scuole e l'affluenza degli scolari.
Il nord della Francia fu teatro principale di questa attività didattica. Scuole famose furono create da Gerberto a Reims, dal suo allievo Fulberto a Chartres, e dal costui allievo Berengario (1088) a Tours e poi a Parigi. L'italiano Lanfranco insegnò a Pavia diritto romano, poi apri una scuola in Normandia; in seguito abbandonò la vita laica per entrare nel monastero di Bec, la cui scuola sotto di lui divenne un centro di studii frequentatissimo; e qui Lanfranco rimase finchè nel 1070 Guglielmo il Conquistatore lo elevò alla dignità di arcivescovo di Canterbury.

Il suo successore in questo arcivescovado, Anselmo (1093-1109) era anch'egli un italiano che aveva - acquistandosi fama - insegnato nelle scuole francesi. Quelli di Lanfranco e di Anselmo sono però rari esempi di carriera fortunata toccata a questi scolari nomadi. I più ebbero una esistenza tribolata, persino ingegni eminenti come Abelardo. Dopo aver frequentato diverse scuole Abelardo all'età di 23 anni si recò a Parigi per seguire le lezioni del famoso filosofo Guglielmo de Champeaux. Ben presto egli si sentì superiore al maestro, fondò una scuola propria a Melun, superò tutti gli ostacoli con cui il suo maestro irritato tentò di attraversargli la via, e salì a gran fama prima a Melun, poi a Corbeil e finalmente nella stessa Parigi dove successivamente insegnò.

Abelardo era laico, contrasse con la sua adorata Eloisa un legittimo matrimonio, e si ritirò in convento solo dopo che i parenti di Eloisa lo mutilarono. I suoi nemici nel 1121 ottennero di farlo condannare come eretico. Egli si piegò al volere della chiesa e poi nel 1125 aprì scuola in un eremo, scuola cui ancora affluirono numerosi allievi che si costruirono delle capanne attorno per poter rimanere vicini all'ammirato maestro.

Dall'Inghilterra venne nel 1136 giovanissimo a Parigi Giovanni di Salisbury e vi sbarcò penosamente per 12 anni la vita dando lezioni e prestando analoghi servigi per poter frequentare le lezioni di Abelardo e di altri insegnanti. Poco dopo aveva lasciato Parigi il giovane principe e futuro vescovo Ottone di Frisinga, che vi aveva studiato all'incirca dai 16 ai 20 anni in compagnia di un numeroso seguito di chierici.
Anche in Inghilterra, in Germania ed in Italia molti dottori salirono a grande celebrità. Tutte queste scuole si assomigliavano più o meno, v'era libertà di movimento dall'una all'altra, ma regnava altresì fra loro buona dose di rivalità provocata da gelosia di mestiere. Insegnanti e scolari erano in prevalenza, non però esclusivamente, chierici; salvo che i laici spesso prendevano in seguito l'abito monastico o assumevano una dignità ecclesiastica dopo essersi acquistata fama ed aver contratto relazioni influenti.

Di frequente avveniva che famosi dottori ritornassero a sedere tra gli allievi di un altro maestro che insegnava una materia da loro non ancora completamente conosciuta, dal quale speravano, di imparare qualcosa di più. E viceversa spesso uno scolaro si dava all'insegnamento. Cosi venne a formarsi una classe di insegnanti di professione.

Verso la metà del XII secolo nelle scuole frequentate da una popolazione studentesca molto numerosa, e soprattutto a Bologna ed a Parigi, si manifestò la necessità di organizzare ed assoggettare a precise norme didattiche e disciplinari queste masse turbolente, composte di elementi talora pretenziosi, talora indigenti all'estremo. Queste scuole pertanto assunsero il carattere di corporazioni, universitates, per l'amministrazione autonoma dei loro affari interni e per garantire agli scolari stranieri quella stessa protezione che la città garantiva ai proprii cittadini.
A Bologna ed in altre Università i soli scolari forestieri appartenevano all'universilas scholarium, non i figli dei cittadini, che appartenevano alla universitas civium. A Bologna inoltre i professori erano membri dei collegi di dottori della città e quindi anch'essi non facevano parte dell'universilas scholarium. Essi erano al servizio del comune specialmente nelle funzioni di giudici e di medici, ma contemporaneamente erano membri dello studium generale Bononiense, dell'università intesa come istituto scolastico. L'Università di Bologna era quindi un istituto composto dell'universitas scholarium e dei collegi cittadini di dottori che si distinguevano per facoltà.

Il più antico privilegio a favore degli scolari forestieri delle università è quello emanato (per Bologna) nel 1158 dall'imperatore Federico I con la costituzione «Habita», a senso della quale tutti coloro che si recavano per ragione di studi in città straniere erano posti sotto la protezione dell'imperatore ed in specie non potevano essere imprigionati per debiti contratti dai loro connazionali. Verso la stessa epoca ovvero alcuni decenni più tardi fu regolata a Bologna, a Parigi ed altrove l'abilitazione all'insegnamento di coloro che avevano frequentato le università, mediante esami e conferimento di titoli e di diritti.

In origine non si conferivano che due gradi: quello di baccalaureus e quello di magister o doctor. Fra questi due venne a collocarsi poi un ulteriore grado: quello di licentiatus. La genesi di esso è la seguente: al candidato il quale aveva superato l'esame per il grado di magister o doctor, venne in uso di accordare soltanto la licentia, cioè il diritto di farsi dichiarare formalmente magister o doctor, di acquistare questi titoli che nel XII e XIII secolo erano equivalenti.
Ma siccome quest'atto solenne esigeva forti spese, molti omisero di acquistare il grado di magister o doctor, rimanendo nella condizione di licenziati; di modo che quello di licentiatus divenne un grado a sè. Questi licenziati vennero chiamati a cariche ed a posti di insegnanti per i quali in origine era necessario il grado dottorale, spesso con l'obbligo di acquistare quest'ultimo entro un termine stabilito. Un residuo di questi usi si ha nella consuetudine delle facoltà teologiche evangeliche di accordare il solo grado di licenziati, e di conferire poi honoris causa ai licenziati chiamati ad insegnare il titolo di dottori.

Tutta questa materia fu regolata in parte con deliberazioni delle corporazioni, in parte dalle autorità civili ed ecclesiastiche, sotto la cui protezione o nel cui territorio si trovava la scuola o che la avevano fatta sorgere, e finalmente con ordinanze e privilegi degli imperatori e dei papi.

A Parigi regnò per tutto il XII secolo illimitata libertà di insegnamento. Per aprire una scuola era necessario soltanto il permesso del signore territoriale del luogo ove si desiderava insegnare. Fama particolare acquistarono peraltro le scuole del cancelliere della cattedrale e dell'abate di S. Genoveffa, e nelle loro adiacenze, negli immobili della cattedrale o del monastero, aprirono allora delle scuole altri valenti maestri, dopo avere naturalmente ottenuto il permesso del cancelliere o dell'abate.
Così nel XII secolo sorsero a Parigi due quartieri scolastici specialmente tenuti in considerazione: quello del cancelliere si trovava sull'isola della Senna e veniva chiamato inter pontes; quello dell'abate era situato in collina e si chiamava in monte. Chi non voleva chiedere il permesso all'abate od al cancelliere, ovvero chi non lo aveva potuto ottenere, poteva insegnare in altri punti della città; ma i centri principali scolastici rimasero i due indicati.
Avendo però verso il 1200 un grave tumulto scoppiato tra cittadini e scolari resa manifesta la necessità di una organizzazione legale delle scuole, il re conferì al vescovo la giurisdizione sugli scolari di tutte le scuole di Parigi, ed il vescovo la delegò poi al cancelliere del suo capitolo in qualità di suo rappresentante stabile.

In proposito occorre ancora rilevare quanto segue: Il canonico che fungeva da cancelliere della cattedrale di Parigi aveva esercitato sinora una certa autorità solamente sulle scuole dell'isola della Senna; ora invece fu investito di una autorità su tutte le scuole di Parigi, che però era anche qualitativamente diversa, giacchè si sostanziava nella giurisdizione, cosa che prima non gli spettava neppure sui dottori e scolari dell'isola della Senna. Questa innovazione fu introdotta dal re con un privilegio che esentò gli scolari dalla giurisdizione regia e cittadina, assoggettandoli a quella del vescovo.

Veramente gli scolari di condizione ecclesiastica erano già prima sottoposti alla giurisdizione vescovile, ma evidentemente ve ne erano molti laici oppure di carattere ecclesiastico dubbio. Dopo il privilegio ad ogni modo bastò la qualità di scolaro per esentare dalla giurisdizione regia e cittadina. Fu pure creato un tribunale speciale per gli scolari, in seno allo stesso foro ecclesiastico, con un giudice unico, il cancelliere.

Il privilegio, come si vede, considerò gli scolari come una classe a parte, ed essi vennero in seguito a ciò ad organizzarsi corporativamente, a formare una universitas, una corporazione scolastica analoga alle gilde di artigiani e mercanti. Il cancelliere acquistò anche alcuni poteri di sorveglianza su tale corporazione. In base al privilegio del 1200 ed in base ad ulteriori privilegi del re e dei papi si sviluppò poi nel corso del XIII secolo tutto un sistema di corporazioni di varie specie in seno all'università parigina, di modo che questa venne ad assomigliare piuttosto ad una confederazione di corporazioni che ad una corporazione unica. Tali corporazioni si suddividono in due gruppi: facoltà e collegi.

Le facoltà erano 4 secondo la classificazione delle quattro scienze; filosofia ovvero artes liberales, medicina, giurisprudenza e teologia.
I collegi assomigliavano alla collegiate delle grande chiese, ed erano corporazioni a scopo di vita e studi comuni composte di persone dedite allo studio, insegnanti e scolari.
La facoltà filosofica era inferiore a tutte le altre, perchè tutti gli scolari dovevano cominciare da essa e vi ricevevano per lo più quell'istruzione propedeutica che oggi si impartisce nei ginnasi.
Ma era la più numerosa e comprendeva la massima parte di quegli elementi che studiavano per amor della scienza e non soltanto per scopi professionali. Essa abbracciava quattro nazioni: Galli, Inglesi, detti in seguito Tedeschi, Piccardi e Normanni, ciascuna delle quali formava una corporazione a parte; tutti peraltro si eleggevano un capo comune, il rettore. Questo rettore della facoltà delle arti liberali si trasformò nel corso del XIII secolo in rettore dell'Università.

Analoga a quella dell'università di Parigi fu la genesi dell'Università di Oxford, ma il suo ordinamento fu in parte diverso. A Bologna, Modena, Padova ed in altri luoghi lo studio venne organizzato dai comuni, che procedettero allo scopo a convenzioni con gli scolari, assoldarono professori ed ottennero privilegi dal papa e dall'imperatore. A Napoli l'Università venne fondata da Federico II come istituto d'istruzione dello Stato, a Lerida dal re e dal comune d'accordo.

Lo svolgimento delle scuole fu dunque assai vario, ma il risultato fu ovunque lo stesso; la formazione di una numerosa classe di dottori, cui le organizzazioni universitarie arrecarono un considerevole aumento di autorità ed influenza. Questa classe comprendeva ecclesiastici e laici. Alcuni di questi laici godevano di benefici ecclesiastici e spesso prendevano anche gli ordini minori allo stesso modo dei titolari di molti canonicati, che non erano preti.

Ma l'appartenenza ad una università non attribuiva ad alcuno carattere ecclesiastico, e nessuna Università ammetteva soli ecclesiastici. A Bologna è ben vero che poteva essere eletto rettore solamente un ecclesiastico, ma bastava che avesse ricevuto i soli ordini minori e non avesse moglie legittima. La necessità ch'egli avesse almeno gli ordini minori e perciò esteriormente appartenesse al ceto ecclesiastico era dovuta unicamente a ragioni amministrative. I professori di Bologna potevano essere ammogliati, quelli di Parigi invece no; il che si spiega, giacchè l'Università di Parigi aveva maggiori vincoli con la chiesa per l'autorità e l'ingerenza spettante al cancelliere della cattedrale e per i benefici di cui godevano i collegi.

I titoli conferiti dalle università, in ispecie quelli di dottore in teologia, di doctor utriusque iuris (romano e canonico) o di uno dei due diritti, ma anche quelli di dottore in medicina e di magister artium, vennero considerati come una specie di titoli nobiliari, che collocavano la persona in un rango più elevato della società. «Le leggi suntuarie considerarono i dottori come nobili: nelle solennità a loro era assicurato un posto d'onore e la precedenza; nei processi godevano in molti luoghi di privilegi».
Ciò peraltro ebbe anche per conseguenza che si cercò di limitare a pochi la promozione a dottore, sottoponendola al pagamento di fortissime tasse, e che nell'agire così si esclusero i poveri di mezzi. Tuttavia i grandi talenti seppero superare queste difficoltà. La scienza divenne d'ora in poi una via per innalzarsi di grado sociale, per acquistarsi influenza e ricchezza, e la grande venerazione che circondò i principi delle scienze giovò a tutta la classe degli studiosi.

Inoltre coloro che avevano fatto degli studi trovarono a centinaia e ben presto a migliaia occupazione al servizio dei comuni, di numerose corporazioni e di signori grandi e piccoli. Lo sviluppo della burocrazia, l'apertura di nuove scuole, l'uso sempre crescente delle scritture nei giudizi e nei commerci, l'incremento stesso di questi commerci; questi ed altri fattori della rinascente società medioevale furono altrettante occasioni che eccitarono un sempre maggior numero di persone a darsi agli studi senza lasciare lo stato laico. Naturalmente ciò non escludeva che costoro ottenessero dei benefici ecclesiastici.

La Chiesa aveva concentrato nelle sue mani ricchezze cosi enormi, e specialmente così grandi possedimenti immobiliari, che lo Stato ed il popolo non avrebbero potuto adempiere ai loro fini più essenziali, non esclusa la protezione della stessa chiesa, senza mettere a contributo le risorse di quest'ultima. Come nell'VIII secolo essa dovette contribuire all'allestimento degli eserciti con cui i re carolingi respinsero l'invasione dei Mori, assicurarono la pace e soggiogarono i Sassoni, così lo Stato feudale del Medio- Evo non potè fare a meno del suo concorso.
Una parte considerevole delle signorie territoriali consisteva in feudi ricevuti dalla chiesa; la classe dei ministeriali si svolse in gran parte su terre della chiesa o al servizio di chiese o di signori che possedevano feudi della chiesa; non poche città sorsero su possedimenti di chiese e monasteri; e finalmente i beni della chiesa dovettero anche servire a dotare le scuole e la classe colta che da esse usciva.

Come la pioggia si sprigiona dalle nuvole per cadere sulla terra e poi si risolve ancora in vapore per tornare a ridursi in pioggia, con un circuito analogo i beni affluivano per donazione alla chiesa per poi tornare nuovamente a servire sotto le forme più svariate a scopi civili.

Qui va ancora rilevato che i suoi beni servivano anche a dotare tutta una classe di funzionarii, soldati, consiglieri, favoriti, professori e studenti, che in parte prendendo gli ordini minori assunsero una veste ecclesiastica esteriore senza diventare veramente ecclesiastici, in parte rimasero laici pur godendo di benefici ecclesiastici. Ambedue questi gruppi contribuirono notevolmente ad attenuare la distinzione tra clero e ceto laico ed a preparare il terreno ai tempi nuovi.

Un accenno a papa Gregorio VII.
Gregorio VII, lo abbiamo letto nelle precedenti pagine, non compare nell'anno 1000, lui nasce a Soana dopo, fra il 1014 e il 1020, ma è l'assoluto protagonista non solo del primo secolo del millennio, ma anche dei successivi secoli. Uno dei grandi papi in assoluto. Al pari del suo omonimo "il Magno" (anno 590) nella riforma dei costumi ecclesiastici e nella lotta alle investiture fu un vero rivoluzionario poichè sconvolse nel profondo delle realtà, considerate - ormai per tradizione secolare - legittime.
Si afferma che la "provvidenza", nel quadro desolante degli avvenimenti intorno a questa fatidica data, abbia poi scelto (per la seconda volta) l'uomo giusto al momento giusto. Una luce nella "notte" nel grande Medio Evo.

Uomo colto su moltissime discipline, GREGORIO VII quando sale (con un carisma già straordinario e una grande esperienza - lo abbiamo letto nelle pagine precedenti) sul soglio pontificio nel 1073, proclama se stesso "servo dei servi di Dio". E pur evidenziando un assoluto disinteresse per il potere temporale, Gregorio mette le basi dello Stato pontificio, e lo fa (c'era l'esigenza urgente di un mutamento profondo - problema che Silvestro II e gli altri avevano lasciato insoluto ) lo fa rompendo gli argini e mettendo in crisi l'assolutismo e la sacralità del potere imperiale.
Uscì poi alla fine dalla lotta sconfitto (morì in esilio a Salerno nel 1085) ma non piegato.

Iniziamo con una sua lettera di fondamentale importanza storica inviata ai vescovi nel 1080. Gregorio ha quasi sessant'anni ed é quasi alla termine del suo pontificato ma é in questa lettera che troviamo tutto il suo carattere e tutta la sua opera nella lunga storia travagliata, ma fondamentalmente positiva, delle autonomie comunali. Tutta la civiltà occidentale ha compiuto in tre quarti di secolo, per l'intervento di Gregorio, un sostanziale salto qualitativo.
Il tono autoritario e fermo non va dunque interpretato negativamente.

Così inizia quella lettera: "Fate in modo che il mondo intero comprenda e sappia che se voi potete legare e sciogliere il cielo, voi potete sulla terra togliere e dare a ciascuno, secondo i meriti gli imperi, i reami, i principati, i ducati, le contee e tutte le possessioni degli uomini. Spesso voi avete tolto ai perversi e agli indegni i patriarcati, le primazie, gli arcivescovati, i vescovati, per darli a uomini veramente religiosi. Se voi giudicate di cose spirituali, quale potenza non dovete avere sulle cose terrene? Sappiano oggi i re i potenti della terra come voi siete grandi e quale sia la vostra autorità. Che essi si guardino dal tenere in poco conto l'amministrazione e l'organizzazione della Chiesa".

Se parole di questo tenore venissero pronunciate oggi, quale giustificazione teologica del potere temporale, verrebbero sicuramente qualificate come "reazionarie". In realtà, nel secolo undicesimo, esse costituirono la base di un rinnovamento rivoluzionario in senso "democratico", quale raramente si é verificato in altre epoche storiche.
Nell'usare "democratico" molti - se sono legati a un certo genere di storia medioevale, molto critica sulla Chiesa - potrebbero sorridere; ma questa raccomandazione di fermezza rivolte da Gregorio ai vescovi, insieme con il gesto clamoroso delle scomuniche e deposizioni di re e imperatori, sottintendevano, infatti, anche all'emancipazione dei sudditi cristiani alla soggezione indiscriminata al potere dei sovrani "ingiusti" e a quello del clero "corrotto" che Gregorio combatteva.

Nell'anno 1000 e dintorni non c'era una sola Chiesa (riferendoci ai chierici) ma due, una indegna, l'altra irreprensibile, una falsa e l'altra autentica, una opportunista conservatrice, l'altra onesta e progressista. Bisogna dunque parlare di una e anche dell'altra cercando di separarle. Purtroppo molti storici ci raccontano la scelleratezza di una, mischiata all'altra, e dato che quella abietta (trasformista) non fu mai spazzata via, ma in ogni epoca alternativamente si restaurò con alcuni personaggi che dietro le loro virtù nascondevano ben altre ambizioni, il lettore superficiale di tutta un erba ha fatto un fascio. Spesso si sente dire "la Chiesa ha fatto questo di positivo ma ha fatto anche quest'altro di negativo", dimenticando che c'erano due Chiese, quindi non separando le responsabilità di una dall'altra si rischia di avere una distorsione dei fatti, che portano a dei ricorrenti pregiudizi.

Se andiamo ad analizzare scrupolosamente i conventi, le abbazie, gli arcivescovati e la stessa gerarchia ecclesiastica romana dei successivi secoli (ancora oggi) non è difficile scoprire che dentro sono vissuti contemporaneamente elementi conservatori e individui progressisti, sempre in lotta, e che hanno condizionato alternativamente prima la stessa vita religiosa, e parallelamente quella civile, politica ed economica. Di papi intransigenti - spesso su tutto - ne conteremo a decine e di papi progressisti ne annoveremo altrettanti. Questa "guerra" non è mai cessata. (non dimentichiamo l'elezione di papa Giovanni XXIII, il suo Concilio Vaticano II, e le sue aperture alle masse anche comuniste - tutto fortemente contrastato da un episcopato integrista conservatore)

Ma ritorniamo a questo periodo. L'intransigenza nel valersi gli imperatori dei due poteri per loro inscindibili, il religioso e il politico, fornirà alla Chiesa il primo movente per opporsi alla loro politica "imperialistica". Nasce qui il germe della lotta per le investiture.
Delle due spade, una simbolo del potere spirituale l'altra di quello temporale, Carlomagno aveva saputo valersi, ma aveva avuto il buonsenso di non immischiarsi nelle faccende del clero. Con i suoi successori i due poteri si sono invece confusi a danno della Sede apostolica. Una confusione dovuta all'anarchia sempre più estesa.
Concedendo investiture a destra e a manca, i re di Germania, del Sacro Romano Impero, hanno creato uno strapotere dei vescovi tedeschi e una chiesa nazionale teutonica ostile a quella romana (Quando poi apparirà Lutero, questa ostilità latente per un paio di secoli, gli verrà utile)
Di sacro non c'era più nulla, di romano neppure e in quanto all'impero era un'anarchia totale.

Gregorio, lo abbiamo letto nelle precedenti pagine degli annali, non compare nell'anno 1000, lui nasce a Soana dopo, fra il 1014 e il 1020, ma è l'assoluto protagonista non solo del primo secolo del millennio, ma anche dei successivi secoli. Uno dei grandi papi in assoluto. Al pari del suo omonimo "il Magno" (anno 590) nella riforma dei costumi ecclesiastici e nella lotta alle investiture fu un vero rivoluzionario poichè sconvolse nel profondo delle realtà, considerate - ormai per tradizione secolare - legittime.
Si afferma che la "provvidenza", nel quadro desolante degli avvenimenti intorno a questa fatidica data, abbia poi scelto (per la seconda volta) l'uomo giusto al momento giusto. Una luce nella "notte" nel grande Medio Evo.

Uomo colto su moltissime discipline, GREGORIO VII quando sale (con un carisma già straordinario e una grande esperienza - lo abbiamo letto nelle pagine precedenti) sul soglio pontificio nel 1073, proclama se stesso "servo dei servi di Dio". E pur evidenziando un assoluto disinteresse per il potere temporale, Gregorio mette le basi dello Stato pontificio, e lo fa (c'era l'esigenza urgente di un mutamento profondo - problema che Silvestro II e gli altri avevano lasciato insoluto ) lo fa rompendo gli argini e mettendo in crisi l'assolutismo e la sacralità del potere imperiale.
Uscì poi alla fine dalla lotta sconfitto (morì in esilio a Salerno nel 1085) ma non piegato.

Iniziamo con una sua lettera di fondamentale importanza storica inviata ai vescovi nel 1080. Gregorio ha quasi sessant'anni ed é quasi alla termine del suo pontificato ma é in questa lettera che troviamo tutto il suo carattere e tutta la sua opera nella lunga storia travagliata, ma fondamentalmente positiva, delle autonomie comunali. Tutta la civiltà occidentale ha compiuto in tre quarti di secolo, per l'intervento di Gregorio, un sostanziale salto qualitativo.
Il tono autoritario e fermo non va dunque interpretato negativamente.

Così inizia quella lettera: "Fate in modo che il mondo intero comprenda e sappia che se voi potete legare e sciogliere il cielo, voi potete sulla terra togliere e dare a ciascuno, secondo i meriti gli imperi, i reami, i principati, i ducati, le contee e tutte le possessioni degli uomini. Spesso voi avete tolto ai perversi e agli indegni i patriarcati, le primazie, gli arcivescovati, i vescovati, per darli a uomini veramente religiosi. Se voi giudicate di cose spirituali, quale potenza non dovete avere sulle cose terrene? Sappiano oggi i re i potenti della terra come voi siete grandi e quale sia la vostra autorità. Che essi si guardino dal tenere in poco conto l'amministrazione e l'organizzazione della Chiesa".

Se parole di questo tenore venissero pronunciate oggi, quale giustificazione teologica del potere temporale, verrebbero sicuramente qualificate come "reazionarie". In realtà, nel secolo undicesimo, esse costituirono la base di un rinnovamento rivoluzionario in senso "democratico", quale raramente si é verificato in altre epoche storiche.
Nell'usare "democratico" molti - se sono legati a un certo genere di storia medioevale, molto critica sulla Chiesa - potrebbero sorridere; ma questa raccomandazione di fermezza rivolte da Gregorio ai vescovi, insieme con il gesto clamoroso delle scomuniche e deposizioni di re e imperatori, sottintendevano, infatti, anche all'emancipazione dei sudditi cristiani alla soggezione indiscriminata al potere dei sovrani "ingiusti" e a quello del clero "corrotto" che Gregorio combatteva.

Nell'anno 1000 e dintorni non c'era una sola Chiesa (riferendoci ai chierici) ma due, una indegna, l'altra irreprensibile, una falsa e l'altra autentica, una opportunista conservatrice, l'altra onesta e progressista . Bisogna dunque parlare di una e anche dell'altra cercando di separarle. Purtroppo molti storici ci raccontano la scelleratezza di una, mischiata all'altra, e dato che quella abietta (trasformista) non fu mai spazzata via, ma in ogni epoca alternativamente si restaurò con alcuni personaggi che dietro le loro virtù nascondevano ben altre ambizioni, il lettore superficiale di tutta un erba ha fatto un fascio. Spesso si sente dire "la Chiesa ha fatto questo di positivo ma ha fatto anche quest'altro di negativo", dimenticando che c'erano due Chiese, quindi non separando le responsabilità di una dall'altra si rischia di avere una distorsione dei fatti, che portano a dei ricorrenti pregiudizi.

Se andiamo ad analizzare scrupolosamente i conventi, le abbazie, gli arcivescovati e la stessa gerarchia ecclesiastica romana dei successivi secoli (ancora oggi) non è difficile scoprire che dentro sono vissuti contemporaneamente elementi conservatori e individui progressisti, sempre in lotta, e che hanno condizionato alternativamente prima la stessa vita religiosa, e parallelamente quella civile, politica ed economica. Di papi intransigenti - spesso su tutto - ne conteremo a decine e di papi progressisti ne annoveremo altrettanti. Questa "guerra" non è mai cessata. (non dimentichiamo l'elezione di papa Giovanni XXIII, il suo Concilio Vaticano II, e le sue aperture alle masse anche comuniste - tutto fortemente contrastato da un episcopato integrista conservatore)

Ma ritorniamo a questo periodo. L'intransigenza nel valersi gli imperatori dei due poteri per loro inscindibili, il religioso e il politico, fornirà alla Chiesa il primo movente per opporsi alla loro politica "imperialistica". Nasce qui il germe della lotta per le investiture.
Delle due spade, una simbolo del potere spirituale l'altra di quello temporale, Carlomagno aveva saputo valersi, ma aveva avuto il buonsenso di non immischiarsi nelle faccende del clero. Con i suoi successori i due poteri si sono invece confusi a danno della Sede apostolica. Una confusione dovuta all'anarchia sempre più estesa.
Concedendo investiture a destra e a manca, i re di Germania, del Sacro Romano Impero, hanno creato uno strapotere dei vescovi tedeschi e una chiesa nazionale teutonica ostile a quella romana (Quando poi apparirà Lutero, questa ostilità latente per un paio di secoli, gli verrà utile)
Di sacro non c'era più nulla, di romano neppure e in quanto all'impero era un'anarchia totale.

L'alba dell'anno Mille trovò un mondo nel caos. La leggenda che a Satana gli avevano messo le catene e si sarebbe slegato dopo dieci secoli sembrava quasi confermarlo. Il mondo era il vecchio Stato carolingio, ma questo impero del franco-germanico, nell'anno 1000 si era frantumato negli pseudo regni della Germania, mentre quelli di Francia e Italia erano sminuzzati in ducati, contee e marchesati indipendenti e rivali. L'antica unità sovrana aveva ceduto il posto a un agglomerato di potentati, l'organizzazione della società feudale aveva decentrato il potere. I nobili investiti di una autorità quasi totale nel feudo, pur vassalli, erano legati al re solo per dovere di fedeltà, di tributi in denaro e di aiuto armato, e avevano creato col tempo una gerarchia alla cui testa si trovavano solo loro: i principi.
Anche una buona parte della Chiesa si era feudalizzata, da quando il sovrano iniziò ad appoggiarsi agli ecclesiastici per indebolire i grossi feudatari laici, creando così i principi-vescovi e i vescovi conti.

I due poteri, nell'anno 1000, spirituale e temporale, Stato e Chiesa, sono sempre inscindibilmente uniti; ma la supremazia é del primo sul secondo. Ottone lo ha stabilito mezzo secolo prima, nel suo "Privilegium", per cui lui imperatore - così i suoi successori - hanno il diritto di eleggere non solo i vescovi ma persino il pontefice. La stessa Sede apostolica è anch'essa ridotta a un vescovato di cui il re può concedere o togliere l'investitura.
E' il periodo dove dappertutto si formano chiese locali, i vescovi diventano autonomi in Francia (chiesa gallicana), in Germania e in Italia. Più della metà non sono più preti, ma laici e spesso sono i figli o i nipoti dei potenti feudatari o degli stessi preti, che diventano perfino papi.

Questo improvviso laicizzarsi del clero genera due gravi mali: il nicolaismo e la simonia. Il diacono eretico NICOLA d'Antiochia, contrario al celibato dei preti dà nome al primo male; il ciarlatano SIMON che cercò di comprare i miracoli di San Pietro, dà nome al secondo.
Quando il sovrano investe un suo vassallo di feudo ecclesiastico (un'abbazia, una chiesa, una città), confondendo i due poteri, gli conferisce anche l'investitura religiosa, lo crea cioé vescovo o abate, prerogativa che una volta spettava al papa. Ma fa ancora di più: arriva a vendere il feudo al miglior offerente, per il semplice motivo che il feudo degli ecclesiastici non é ereditario. Si fanno quindi le gare per conquistare a soldi sonanti i feudi ecclesiastici. Grandi famiglie si accaparrano vescovati, abbazie, città, e perfino (come vedremo con Marozia nel 931) la Sede apostolica per i loro figli. Naturalmente questi prelati sono ben lontani dall'essere uomini di Dio: vivono nel lusso, s'interessano più di guerra che di anime, si divertono, hanno moglie e più spesso concubine, sperperano i beni della Chiesa in feste o per fare la dote ai figli. Questo nell'alto clero. Quello basso dov'era possibile e c'erano le condizioni, non offriva di sicuro esempi migliori.
Di religiosità cristiana neppure l'ombra, la giustizia inesistente o grossolana , la scienza ridotta a magia, e i sudditi non godevano di nessuna libertà anche se non erano servi della gleba (quelli che prima si vendevano insieme al podere), ma artigiani, commercianti, piccoli imprenditori, salariati ecc.

Ma arrivò Gregorio, prendendo di petto i "carrieristi e i simoniaci" con il suo "Dictatus papae".

E' la sua prima rivoluzione. Con intelligenza pari solo al coraggio, Gregorio cambiò la storia del Medioevo, riabilitando la Chiesa, ma soprattutto mettendo in crisi le vecchie e insufficienti strutture politiche dell'Impero. Insomma il vero millennio inizia con lui.

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LA RIFORMA GREGORIANA

Nei manuali di Storia medievale, normalmente, la Riforma gregoriana viene vista in maniera positiva, poiché con essa -si dice- Gregorio VII seppe "por fine" all'anarchia ecclesiastica dei due secoli precedenti. E, altrettanto naturalmente, si fa capire che questo era l'unico modo per risolvere il problema dell'anarchia.

Che un problema di anarchia effettivamente esistesse, nessuno può metterlo in dubbio. La chiesa romana era in balìa delle famiglie nobiliari più potenti della capitale.

Tuttavia, gli storici raramente si chiedono le motivazioni socio-culturali di tale anarchia. Ragionando in termini esclusivamente politici, essi ne addebitano le cause allo scarso prestigio, alla indebolita autorevolezza della chiesa istituzionale: di qui il giudizio positivo nei confronti della svolta autoritaria di Gregorio VII.

Lo storico, al massimo, giudica negativamente quegli aspetti dogmatici che oggi risultano, in virtù dell'avvenuta secolarizzazione dei costumi e dei valori, particolarmente sgraditi. Ma il valore della riforma in sé non viene messo in discussione.

Assai raramente uno storico riesce a supporre che l'anarchia ecclesiastica avrebbe potuto essere risolta con un maggiore senso democratico della vita sociale, civile e quindi nell'ambito della stessa chiesa.

Di regola lo storico dà per scontato che la chiesa non è capace di democrazia, in quanto non è mai stata (se non nella primissima fase) un'istituzione democratica; per cui egli ritiene inevitabile il ricorso alla forza quando si tratta di risolvere problemi di organizzazione interna (specie se questi portano all'anarchia).

Gli storici ritengono che la chiesa cattolica, a livello istituzionale (cioè a prescindere dai suoi singoli esponenti) si sia sempre posta nella storia solo in maniera politica. Poste le cose in questi termini essi non possono che avere, nei confronti dell'anarchia, un giudizio analogo a quello della stessa chiesa.

Gli storici (solo italiani?) fanno molta fatica ad accettare le due seguenti idee: 1) che la religione debba restare separata dalla politica (questa, per loro, è stata un'acquisizione del secolarismo, che la chiesa romana ha dovuto accettare obtorto collo); 2) che nell'ambito della religione sia possibile vivere un'esperienza democratica, cioè non anarchica (come nel protestantesimo) né autoritaria (come nel cattolicesimo).

Ora, quali furono le cause dell'anarchia ecclesiastica italiana? Esse vanno cercate nel desiderio anticristiano, espresso quasi sin dalle origini, della chiesa romana, di poter disporre di un certo potere patrimoniale da considerarsi come fondamento del proprio potere politico. Non a caso la chiesa romana s'è trasformata, con la svolta costantiniana, da chiesa perseguitata a chiesa privilegiata, sino a diventare, già con Teodosio, chiesa persecutrice.

Ufficialmente la chiesa romana come istituzione non s'è mai opposta a questo ruolo di potenza economico-politica: chi ha provato a farlo è stato o emarginato, o perseguitato o strumentalizzato.

Uno storico, se vuole essere obiettivo, non deve mai limitarsi a costatare i fatti, cercando di dimostrarne la loro intrinseca necessità, ovvero l'impossibilità di seguire vie alternative. Occorre invece che si sforzi di chiarire i seguenti aspetti:

1. ogni fatto, al momento di porsi, non è necessario, ma frutto della libertà;
2. di fronte alla necessità di risolvere determinati problemi vi è sempre la possibilità di seguire più di una soluzione;
3. una soluzione diventa più probabile di un'altra, perché vengono compiute delle scelte, più o meno consapevoli, più o meno autonome;
4. quando si tratta di scegliere una determinata soluzione, le condizioni storiche ereditate dal passato esercitano inevitabilmente una loro influenza, la quale però non può essere considerata decisiva, in ultima istanza, ai fini della scelta da compiere;
5. una soluzione ad un certo punto viene presa perché le contraddizioni risultano insopportabili;
6. per trovare la soluzione migliore ci si può avvalere della "memoria storica" e/o del "desiderio di liberazione" (le due cose non sono in antitesi e possono non essere complementari: la "memoria" p.es. può venir meno, il "desiderio" no);
7. la decisione di adottare una soluzione che poi si rivela sbagliata, non pregiudica mai di per sé e definitivamente la possibilità di riadottare una soluzione migliore;
8. le migliori soluzioni (anche se sono sbagliate) sono quelle che vengono adottate col maggior consenso popolare, poiché esse educano le masse a credere nella democrazia.

Nel caso della Riforma gregoriana gli storici addebitano le cause dell'anarchia ai seguenti fattori:

1. vescovadi, pievi, abbazie... venivano concessi secondo le regole del clientelismo (favori personali ecc.: oggi diremmo "voti di scambio");
2. la gestione del patrimonio ecclesiastico non rispondeva alle esigenze dell'utilità sociale (è una conseguenza del punto precedente);
3. le stesse cariche ecclesiastiche spesso venivano comprate (simonia), erano oggetto di contesa tra le famiglie più in vista (assenza quasi totale di vere vocazioni);
4. alcuni storici aggiungono, inspiegabilmente, che forte era la corruzione dei preti cosiddetti "concubinari", considerando "anormale" il matrimonio dei preti: come se di fronte ai divieti ancora informali della chiesa istituzionale al matrimonio non fosse inevitabile passare dal matrimonio legittimo al concubinato monogamico.

Gli storici apprezzano la Riforma gregoriana anche per un'altra ragione: con essa si sarebbe favorita l'unificazione di un territorio, eliminando i particolarismi tipici delle situazioni sociali anarchiche.

In realtà l'unificazione (qualunque essa sia, anche nazionale) non può essere, di per sé, considerata migliore della frammentazione. Quel che bisogna guardare è il contenuto socio-politico delle cose: esistono unificazioni positive perché politicamente democratiche; altre negative perché realizzate in maniera autoritaria (senza considerare che ciò che appare politicamente "democratico" non è detto lo sia anche sul piano socio-economico).

Stesso discorso vale per la frammentazione: una divisione democratica del territorio è sempre da preferire a una unificazione imposta con la forza delle armi.

L'unificazione può essere accettata solo quando è il frutto di un processo popolare e quindi di una larga partecipazione democratica. Ma anche quando essa si realizza, è sempre a livello locale che si verifica quotidianamente l'uso del potere democratico.

AGOSTINISMO E RIFORMA GREGORIANA

L'agostinismo, intorno al mille, era entrato profondamente in crisi: la riscoperta dell'aristotelismo, sul piano ideologico, e la riforma autoritaria di Gregorio VII, sul piano politico (cui seguiranno, sul piano militare e commerciale, le crociate), furono le due risposte che la chiesa cattolica diede alla crisi dell'agostinismo.

Sarebbe interessante, in tal senso, verificare concretamente il motivo per cui tale crisi abbia prodotto dei risultati così sconvolgenti per la religione (nei suoi aspetti etici e conciliari). L'agostinismo non è stato semplicemente "riformato" ma addirittura "soppresso", "dimenticato", come fosse una cosa irrimediabilmente superata. Al punto che la sua successiva riscoperta avverrà soltanto nell'ambito protestante, in maniera del tutto strumentale, al fine di giustificare la rottura col cattolicesimo. In ambito cattolico la riscoperta dell'agostinismo (si pensi al giansenismo) non è avvenuta senza influenze calviniste e senza un certo rifiuto per la dimensione politica della fede (il che di per sé non è negativo, se il credente s'impegna come cittadino nella società civile: era forse questo il caso dei giansenisti?).

La rottura operata dal papato nei confronti dell'Alto Medioevo agostiniano fu traumatica, ma ancora più lo fu quella nei confronti dell'ortodossia bizantina (nel 1054). E' difficile non pensare, in tal senso, che fra i motivi che sollecitarono il movimento delle crociate non vi fosse anche quello (ufficioso) coltivato dall'intellighenzia clericale e integrista, di dare una "lezione armata" alla confessione che non aveva voluto accettare il primato di Pietro e di Roma.

Ricordiamo che fu Urbano II nel 1095 a bandire la prima crociata, ma il concetto come dovere della cristianità occidentale di andare in aiuto dell'impero greco e di liberare il Santo Sepolcro era già stato di Gregorio VII.
Nel 1074 fece appello a vari principi esortandoli a raccogliersi con i loro eserciti attorno alla sua persona per marciare verso Costantinopoli, e di là passare in Asia in aiuto dei cristiani.
Veramente lo scopo principale di Gregorio VII, più che di liberare la Terra Santa, era quello di ridurre i cristiani di Oriente all'ubbidienza a S. Pietro ed al suo rappresentante in Roma.
Lo zelo di Gregorio mirava a liberare le comunità cristiane orientali, non solo dai Turchi, ma anche da tutto ciò che impediva là loro unificazione con Roma. E nello stesso tempo egli tendeva ad ottenere che in occasione della progettata impresa tutti i principi cristiani riconoscessero nel papa una autorità a loro superiore, o meglio il loro sovrano feudale, gli prestassero il giuramento di fedeltà e si ponessero ai suoi ordini.

Lasciamo ora questo capitolo
e ritorniamo all'Impero

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