-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

L'EUROPA FRA DUE RIVOLUZIONI - ( 1830-1849 )


198. - 7) - LA FRANCIA
FINO ALLA CADUTA DELLA MONARCHIA NEL 1848

Dopo la rivoluzione del luglio 1830 (le famose "tre giornate") e la moderazione della eccitata tensione politica, durata quasi un anno, la Francia aveva, così parve, felicemente sposato l'ordine con la libertà.
Il paese rifioriva materialmente; gl'interessi superiori della coltura non erano trascurati; la situazione della Francia rispetto alle Potenze straniere migliorava, dato che Luigi Filippo apparve loro come forza preziosa per il mantenimento dei trattati e soprattutto dell'ordinamento esistente.

Della progressiva conquista dell'Algeria e della sua organizzazione coloniale abbiamo già parlato. Ora quali crepe hanno causato il crollo dell'edificio dopo a mala pena mezza generazione, e ancor prima della morte del fondatore?

Con il rifacimento della costituzione nel 1830 il predominio del clero e della nobiltà era stato abbattuto dalla prevalenza della borghesia, del ceto dei benestanti, e prima di ogni altro luogo nelle città.
Allora accadde, ciò che può verificarsi anche negli individui: il nuovo ceto dominante desiderò subito con tutta l'anima, di godere della propria importanza, di sfruttare i vantaggi della propria condizione e chiuse gli occhi egoisticamente ai propri doveri rispetto alla generalità; si accorse con dispiacere delle varie pretese annunciantisi delle classi che dietro il ceto prevalente si adoperavano a far valere la loro importanza politica.

La sovranità del popolo rimase del resto una frase; solo quello che si chiamava "pais légal" valeva politicamente. La diminuzione del censo elettorale da 300 a 200 franchi aveva quasi raddoppiato il numero degli elettori della Camera dei deputati portandolo in cifra tonda a 200.000.

Non soltanto la Camera dipendeva esclusivamente da questa minoranza, a dir così, sazia, poiché essa formava anche i consigli generali dei dipartimenti, creati negli anni successivi, e forniva pure i sindaci, ormai elettivi, dei comuni. La parte delle classi benestanti, che era ricca a milioni, uno statista francese poté, in un momento di oblio di sé stesso, battezzarla proprio il ceto Pericoloso.

Con questa frase l'importanza del denaro era espressa nel modo più significativo, in quanto la guardia nazionale, formata per il mantenimento dell'ordine pubblico, sia per le disposizioni legislative, sia per il costo dell'armamento, era diventata lo strumento esclusivo delle classi possidenti. Sebbene il Re nella nomina dei ministri non fosse costituzionalmente obbligato a sceglierli fra gli appartenenti al parlamento, la borghesia governava nondimeno in un modo, che dall'alto si evitò cautamente ogni pregiudizio dei propri interessi, quand'anche ciò sarebbe riuscito utile alla collettività.

Nell'arricchirsi doveva consistere l'unico accesso all'esercizio dei diritti politici. Il Re borghese é, in una certa maniera, soprattutto il Re di questa classe devota a lui e alla sua famiglia. La lotta dottrinale tende a tacere fra i gruppi. L'ambizione personale dei capi esercita tuttavia una parte, accanto alla quale le sfumature obiettive spesso scompaiono. Sono uniti nell'avversione contro quanto é democratico.
Il Re attempato, laborioso e prudente seppe fino all'ultimo maneggiare egregiamente questo strumento: impose il suo regio volere ai partiti autorevoli delle camere come ai suoi ministri.

Alla bramosia, manifestatasi nel partito progressivo, di un governo parlamentare il Re contrappose trionfalmente il suo principio costituzionale. Con i componenti dei partiti dinastici egli si ritrovò (ovviamente) sempre d'accordo nella difesa contro ogni ampliamento dei diritti politici.
Dei partiti sovversivi gli operai e gli studenti di militanza repubblicane prepararono fin dal principio tristi momenti al Governo, giungendo a dimostrazioni e violente sommosse.
Ma l'esercito fece il suo dovere; la legislazione se la sbrigò rapidamente con la limitazione della libertà di stampa e d'associazione (1836). I repubblicani, impotenti come partito, ripagavano, esaltati nel loro ideale, la repressione mediante una serie di criminosi attentati al Re, che essi stessi avevano innalzato sul trono, ma da tempo rimproveravano la freddezza rispetto alle giustificate lagnanze delle moltitudini.

Una specie d'intermezzo era formato da attacchi sarcastici della stampa, mediante la parola e la figura. Con l'imbavagliamento dei radicali il pericolo di una propaganda rivoluzionaria era molto diminuito; ciò che per Luigi Filippo era una condizione necessaria a conquistare alla Francia una posizione degna fra le
Potenze.
Riguardo ad arroganza dogmatica i legittimisti o carlisti erano da considerarsi eguali ai repubblicani. Questi elementi dell'alta aristocrazia, potenti per il possesso d'immense terre, avevano smesso la lotta attiva, giacché nel 1833 la propaganda realista dell'allora duchessa di Berry era finita in maniera sorprendente. Costoro si schieravano, quando tutto andava bene, in contrasto col tricolore nazionale, attorno alla bandiera gigliata, della quale consideravano alfiere il giovinetto conte di Chambord.

La loro gioventù rimaneva, non certo per il meglio loro e della patria, lontana per lo più dal servizio nell'esercito e negli uffici civili pubblici. La monarchia orleanistica non poteva attendersi da questo sistematico legittimismo, in alcuna circostanza, conciliazione o anche soltanto indulgenza.
Per il momento il bonapartismo non formava proprio un partito, ma piuttosto una speciale propensione d'animo, soprattutto da quando il figlio di Napoleone I, il duca di Reichstadt, con le sua morte immatura in Vienna nel 1832 aveva scoraggiato eventuali aspirazioni.

I subbugli, comprensibili solo come mezzo per attirare su di sé l'attenzione, erano subbugli che il nipote di Napoleone, Luigi Napoleone, unico figlio superstite del già Re Luigi d'Olanda, aveva, come pretendente suscitato nel 1836 a Strasburgo e nel 1840 a Boulogne, provocarono quasi soltanto scherno.

Se il Governo nel secondo caso ritenne di dover mostrare severità facendo condannare il principe dalla camera dei pari alla detenzione nella fortezza di Ham, questa divenne per l'interessante prigioniero occasione propizia a meglio comprendere e seriamente studiare se stesso e i propri fini.
Il Governo si sentiva così tanto sicuro che stimò lecito attribuirsi sentimenti della più entusiastica venerazione per il grande imperatore come gloria nazionale.

Il pomposo trasporto delle ceneri di Napoleone da S. Elena nella cattedrale degli Invalidi é soltanto l'ultimo atto di questa specie. Ma il buonapartismo era in sul crescere, giacchè con canzoni e opere storiche, con quadri e litografie era stata creata una leggenda del grande e buono imperatore. Fedeli all'origine dell'impero, i suoi partigiani esprimevano in parte una certa propensione per i campioni del suffragio universale.
Contro a tutti questi elementi essenzialmente avversi, la monarchia, priva di un suo particolare diritto, poteva appoggiarsi solamente sulla borghesia benestante. Ma, per quanto questa egoistica borghesia dovesse essere interessata al mantenimento della quiete e dell'ordine, si mostrava sempre più suscettibile rispetto alla politica, puramente personale del Re, non meno egoista: una politica considerata come indegna.

Le condizioni, allora piuttosto depresse in Francia, degli operai industriali suscitavano la compassioni, ma non la volenterosa assistenza del Governo e dei partiti che lo appoggiavano. Forse che l'assalto alla sconfitta dei cartisti inglesi rese ancor più grave la repulsione in Francia contro l'ampliamento del suffragio elettorale?

Fra la giovane regina d'Inghilterra Vittoria, il consorte di lei, e la famiglia d'Orleans si erano in reciproche visite annodati rapporti molto personali, che non solo offrivano a Luigi Filippo un appoggio all'interno del suo mondo dinastico, ma raffiguravano anche il simulacro di una cordiale intesa delle due Potenze occidentali.

Dopo numerosi cambiamenti ministeriali si consolidò dal 1840 al 1848 Francesco Guizot come capo del ministero costituzionale, ma in realtà come strumento di Luigi Filippo così nel bene, come nel male. Il Guizot fu un orgoglioso galantuomo, un notevole erudito, un oratore grave, ma questo ex ministro dell'istruzione, in grazia della sua operosità tra il Re e la borghesia divenne il campione di interessi materiali, operava per il meglio del ceto medio. Fu, ad esempio, tralasciata la conversione della rendita; l'abolizione della schiavitù nelle colonie; e si rinunziò perfino alla costruzione di strade ferrate dello Stato per non dover espropriare terreni ai proprietari.

Il Re e i deputati fornirono con parsimonia i mezzi occorrenti all'esercito e alla flotta. L'errore fondamentale rimase la grettezza della concezione sociale. Per l'elevazione materiale, spirituale e politica delle moltitudini, la così "attiva" macchina legislatrice, concluse poco.
Una legge del 1841 restrinse il lavoro industriale dei lavoratori quasi bambini. La legge scolastica ancora del 1833, schivò l'istruzione obbligatoria statale, obbligando i comuni a mettere in piedi le scuole elementari, e riversandogli pure il peso degli stipendi dei maestri. L'esito fu dunque insignificante nei grandi centri, e zero assoluto nei piccoli perchè privi di risorse.

 

L'avversario più pericoloso di Francesco Guizot (sopra nell'immagine a sx) nella camera dei deputati fu Adolfo Thiers (a dx), che sapeva meglio di Guizot parlare al cuore dei Francesi, specie quando poteva toccare la corda del patriottismo arrabbiato. Ma il Guizot era troppo solido; nonostante i tranquilli rapporti con l'Inghilterra dopo l'affare del matrimonio spagnolo, e l'avvicinamento, che ne derivò, alla politica del Metternich, le elezioni, come nelle precedenti, così come nel 1846, riportavano nella Camera una maggioranza governativa, ancora più forte. Ma fuori, nella vita nazionale, nel frattempo le cose erano molto cambiate.

Gli errori della politica estera e dell'apparente costituzionalismo personale servivano ad aggravare considerevolmente la credenza della cupidigia, che si attribuiva al Re, e della sua carenza di dignità. L'infortunio dell'amato principe ereditario, il duca d'Orleans, mise in avanti, come eventuale reggente per il proprio nipote, l'inviso duca di Nemours.

Il giornalismo e la letteratura esprimevano un crescente isolamento del Re verso il suo popolo, per quanto lo permettevano la legale libertà della stampa, limitata dalle cauzioni degli editori, dal bollo dei giornali, da processi giudiziari e dai provvedimenti di polizia contro la stampa stessa.

Di fronte a quegli ostacoli anche l'interessante tentativo del Girardin di costituire, con lo sviluppo degli annunzi economici, giornali a minor prezzo per la povera gente, andò a monte. Grandi processi contro la stampa dinanzi ai giurati offrivano ad arditi difensori l'opportunità di dare un colpo al sistema dominante.
Così un po' alla volta si raffreddavano i monarchici perfino tra le file della guardia nazionale, tanto più evidentemente, a dire il vero, quanto più fortemente al sentimento della dignità nazionale si accoppiava la convinzione della follia di una cocciuta negazione di fronte a quanti erano privi di diritti politici.

I pochi repubblicani, che, come Gamier Pages il vecchio, il Ledru-Rollin, il romantico Lamartine, trasformatosi più tardi in girondino, erano nonostante il censo arrivati alla Camera, vi avevano potuto, per rispetto al loro giuramento, manifestare solo di soppiatto la propria opinione. Costoro, come i loro compagni di fede, Arago, Carnot e altri, patrocinavano la pretesa del suffragio universale come l'unico mezzo per ottenere le riforme necessarie alla collettività.

Un giusto miglioramento della sorte « delle classi lavoratrici » formava dal 1840 o al più tardi dal 1842 un punto importante del programma dei repubblicani politici. Ma da soli i repubblicani, decimati dalla fuga, dall'esilio, dalla prigionia potevano poco, eppure quel programma possedeva persino a destra tanta attrazione, in quanto sembrava avere molta probabilità di riuscita con l'attuazione della repubblica.
Infinitamente più profonda era la sua efficacia sugli operai delle grandi città, che non importava neppure avessero coscienza di essere o di diventare repubblicani per lasciarsi attrarre ad una azione comune. Fino allora in conventicole segrete o nell'incontrarsi nelle carceri si erano abbeverati all'influsso delle idee comunistiche del Cabot.
Luigi Blanc aveva svolto nella sua Organisation du travail il sistema dei provvedimenti sociali da parte dello Stato: in primo luogo officine per tutti i rami del lavoro con aiuto dello Stato e con eguale pagamento di tutti gli operai; poi, col prevedibile incremento, graduale abolizione delle officine private dietro risarcimento.

Le classi trascurate si appigliano con slancio al pensiero dell'indipendenza del lavoro dal capitale privato e del diritto al lavoro nei sistemi del socialismo di Stato.
La letteratura aveva, per suo conto, preparato la strada, come già il Lamennais. Anche Giorgio Sand circa il 1840 si riscaldava per le riforme politico-sociali nei suoi romanzi; e pure Eugenio Sue prese a soggetto per i suoi lettissimi libri: la miseria. Nonostante il multicolore di queste opinioni, era cosa facile per gli amici della repubblica e del suffragio universale acquistare con quei richiami numerosi e potenti alleati.
Anche i costituzionali monarchici, rappresentati alla camera dei deputati preferibilmente dal centro sinistra, persero la calma e la pazienza, sconcertati dalla fermezza del Governo e della sua maggioranza parlamentare a non lasciarsi strappare nella questione delle riforme neppure la più piccola concessione.

Dal maggio 1847 i liberali dinastici, che si appropriarono con ardore gli insegnamenti della grande agitazione del Cobden in Inghilterra, si avvicinarono agli uomini della sinistra e della estrema sinistra con l'intenzione di trasportare lo scontro dal terreno della Camera, che non lasciava adito ad alcuna speranza, tra il popolo.
Un impegno della sinistra su una modestissima diminuzione del censo elettorale, come lo volevano i costituzionali, era impossibile. Abbastanza prudenti i radicali si appagarono della domanda imparziale di una riforma elettorale.

Per infiammare l'opinione pubblica si dovevano offrire dei banchetti ai deputati liberali. Il sincero timore di un ringiovanimento di istituzioni insufficienti, la considerazione partigiana che il sistema di Luigi Filippo avrebbe dominato il potere parlamentare mediante l'apparenza del costituzionalismo, velarono lo sguardo ai moderati rispetto ai pericoli minaccianti in un appello alle forze disorganizzate sparse sul suolo vulcanico del paese.
Essi non presentivano che il passaggio dalla tribuna parlamentare alla sala del banchetto avrebbe finito con il condurre sulla strada. I radicali erano per parte loro gli ultimi a darsene pensiero.

Nel luglio 1847 incominciarono i cosiddetti banchetti per la riforma: col novembre, mentre i costituzionali iniziarono a tirarsi indietro, essi assunsero per opera dei radicali un tono irriverente.
Sintomi di corruzione nella più alta amministrazione e nella più raffinata società accrescevano la tensione.
Nella sessione parlamentare all'inizio del 1848 il Governo, che teneva ancor saldamente in mano i suoi fedeli, osò, adempiendo
letteralmente alla costituzione, scagliare contro ai suoi avversari nel discorso della corona, applaudito dalla maggioranza, la parola dell'ostile e ceca passione monarchica.
Ciò obbligò formalmente l'opposizione, che si stava separando, a riunirsi.

Parigi stessa, la potente città, gigantesca fin dalla grande rivoluzione, ingranditasi ancora di più, doveva esser teatro di una dimostrazione, mediante un banchetto festivo per i deputati liberali con la vigilante assistenza della guardia nazionale. Venne fissato il 22 febbraio 1848.

Quanto si fosse lontani dall'idea di attaccare la corona é dimostrato dal fatto che, di fronte al divieto del Governo, il giorno prima, la opposizione scoraggiata rinunziò al banchetto.
Il Governo non attribuì alcuna importanza alle dimostrazioni degli operai, che, nonostante la rinunzia, il 22 febbraio accorsero dai sobborghi curiosi e baldanzosi dinanzi alla Maddalena e sulla piazza della Concordia; neppure quando era già corso del sangue la mattina del 23 febbraio nelle scaramucce fra la moltitudine e le truppe raccolte .

Accanto alle truppe doveva, nel piano preparato dal Governo per ogni caso, prendere il suo posto anche la guardia nazionale parigina. Ma alla generale non rispose la maggioranza devota agli Orleans, ma la minoranza favorevole alla riforma.
Addirittura proprio dai battaglioni della guardia nazionale si udirono levarsi le grida "viva la riforma" e "abbasso il Guizot"; anzi questa presunta guardia protettrice della monarchia borghese impedì col suo atteggiamento minaccioso alle truppe di procedere contro i dimostranti.

Quanto più il vecchio Luigi Filippo era stato cocciuto davanti a discrete ammonizioni, tanto più é spiegabile il suo improvviso abbattimento, quando l'opinione della guardia nazionale (che era nella stima della monarchia borghese) si avvicinava inaspettatamente al punto di congelamento.
E cosa poteva ancora fare?
Doveva Luigi Filippo far tirare schioppettate contro queste guardie gallonate del suo stesso trono?

La sera del 23 fu annunziata la sostituzione del Guizot con un ministero favorevole alla riforma. Allora in una dimostrazione davanti al ministero degli esteri le truppe poste a proteggerlo tiravano alcune fucilate contro la moltitudine trionfante quale risposta ad una provocazione troppo audace.

D'improvviso, gli umori mutarono; al grido "ci si assassina", la folla si disperse in disordine lasciando sul selciato alcuni morti. I cadaveri furono trascinati per le vie al lume delle torce, in mezzo a grida di vendetta contro la monarchia traditrice.

La mattina seguente Parigi era tutta coperta di barricate (24 febbraio). Una riforma, la cui attuazione inizialmente fu affidata al Thiers, dopo che anche lui fu contestato, ci si provò Odilon Barrot, ma era ormai impossibile farsi ascoltare.

La rivoluzione, a cui poco prima anche i più temerari non avevano pensato, trionfò. Dinanzi al popolo cedettero le truppe comandate dal maresciallo Bugeaud, piuttosto svigorite per l'incertezza del Governo e per le considerazioni personali dei loro ufficiali; che addirittura si affratellarono con la folla rivoltosa, forse perchè convinti di una lusinghiera conciliazione.

La sera il Re, costernato del tutto dai consigli dei suoi parenti e di tanti importuni, effettuò la propria abdicazione in favore del nipote minorenne, il conte di Parigi.
Troppo tardi. La madre del conte di Parigi, la duchessa d'Orleans, con i figlioli, quando fu assalito il palazzo reale, si mise in salvo rifugiandosi nell'aula dei deputati, nel palazzo Borbone, dove, in mezzo alla confusione e allo sconforto, nessuno dei ministri osò proporre la proclamazione del conte a Re.

Quando i proletari armati, già cacciati via una volta, penetrarono la seconda volta nel palazzo Borbone, i deputati, eccettuata la pattuglia di repubblicani, si dispersero in disordine. A fatica la principessa d'Orleans con i figlioli fuggì dal palazzo e , come gli altri membri della famiglia reale, dalla Francia.

Già i capi delle società segrete, i caporioni dei rivoluzionari troneggiavano nel municipio. Conforme alla domanda che partiva di là, e nel palazzo Borbone dai repubblicani (specie giornalisti, che si erano anche guadagnato il Lamartine) con un'acclamazione tumultuaria, fu proclamato un Governo provvisorio; i componenti del quale si installarono nel municipio, senza esserne impediti dalla forza armata perchè unitasi ai rivoluzionari, e non intendevano in nessun modo fosse diminuito il loro premio della vittoria.

Nella distribuzione degli uffici toccarono posti importanti ai radicali, ma il Lamartine ebbe gli affari esteri, il Ledru-Rollin gl'interni. Soprattutto Luigi Blanc e Marie rappresentarono l'elemento socialista dentro il Governo della proclamata repubblica, salvo la votazione popolare.

Nella luna di miele della rivoluzione l'effettiva dittatura del Governo provvisorio si sottrasse alla sorveglianza di una giunta popolare, ma appena sufficiente, tra i dissensi intestini e nella violenta lotta al di fuori, a mantenere il movimento della macchina statale e l'ordine. Una speciale giunta operaia, e poi un parlamento operaio furono sperimentati. Il ristagno del lavoro obbligò allo esperimento delle officine operaie nel Montmartre.
Il diritto di coalizione, di recente conseguito, fu applicato alla forzata chiusura degli stabilimenti privati ancora aperti. Quelle officine operaie statali di stampo socialista, estorte come emanazione del diritto al lavoro, divennero un nido di preparazione a buon mercato di violentissimi tumulti.

Accanto all'aumento del 45% sulle imposte statali dirette, nulla contribuì più dei milioni gettati via in quell'istituzione ad eccitare le classi possidenti, soprattutto del ceto agricolo, contro l'ordinamento dello Stato imposto al paese così di sorpresa.
Quanto vi era di sano nelle idee sociali divenne per i benestanti oggetto di disprezzo, che produsse conseguenze di lunga durata. E mentre si rassegnavano alla dura necessità, speravano nell'assemblea nazionale costituente, predisposta per la fine di aprile primi di maggio.

Le moltitudini attirate a Parigi volevano invece la repubblica sociale, cioè la continuazione dello sciopero pagato, anche senza o contro il voto del paese, e si agitavano inoltre per il differimento delle elezioni.
Al Governo provvisorio non riusciva agevole destreggiarsi fra questi scogli. Il Lamartine dovette più volte contrapporre alle esigenze dei rossi tutta la sua popolarità. All'estero egli cercò di tranquillizzare con la sua dichiarazione che la Francia, se non riconosceva i trattati del 1815, riconosceva però la base territoriale da essi formata come fatto.

Due volte i rossi tentarono un assalto con una dimostrazione armata per sostituire al Governo provvisorio una giunta per il pubblico bene. Ma, in grazia di certi dissensi fra i capi e l'energico atteggiamento della guardia nazionale, i tentativi furono repressi.

Il 4 maggio 1848 fu aperta l'assemblea nazionale, la quale formò al posto del Governo provvisorio una giunta esecutiva di cinque persone.
In questo modo si era di nuovo gettata una base legale dell'ordinamento nazionale.

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199. 8) - SFACELO DEGLI ANTICHI POTERI
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