-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

L'EUROPA DOPO DUE RIVOLUZIONI - ( 1849 - 1871 )


206. 15) - LA GUERRA AUSTRO-FRANCESE DEL 1859
E LA FORMAZIONE DEL REGNO D'ITALIA


Dalla vittoria di Magenta all'entrata trionfale a Milano

La repressione della ribellione nel Lombardo-Veneto dopo l' "avventura" del '48 e '49 di Carlo Alberto, non aveva prodotto un'effettiva pacificazione del paese. Nella letteratura, nella stampa e nelle discussioni della Camera si operò pubblicamente per il rinnovamento e l'unificazione dell'Italia non meno audacemente e risolutamente delle manovre in segreto (ritenute insidiose) della Carboneria.
Un dissidio avvenne solo in quanto il Mazzini e i suoi seguaci aspiravano fermamente alla repubblica, mentre l'Associazione nazionale, fondata nel 1857, con il lombardo Giorgio Pallavicino quale presidente e Giuseppe Garibaldi vice-presidente faceva propaganda per uno Stato monarchico unitario sotto la direzione della casa di Savoia.

Ma ambedue i partiti brontolavano per la tiepidezza di Napoleone, che cercava sempre di rimanere in buoni rapporti con i giovani italiani e non mostrava mai di voler venire in aiuto agli amici dell'unità e della libertà.
Per vendicare la carboneria contro il suo ex aderente ora traditore, il mazziniano Felice Orsini attuò contro l'Imperatore un attentato mediante una bomba, il quale provocò numerose vittime, ma non ottenne lo scopo propostosi. Condannato a morte, l'assassino diresse a Napoleone una lettera, in cui lo scongiurava a non differire più a lungo la liberazione d'Italia. Quando la lettera, con meraviglia di tutti i non iniziati, fu pubblicata sul Monitore, l'Orsini espresse la gioia che provava, di poter ormai
morire tranquillo, giacchè poteva ritenere che i suoi desideri in favore dell'Italia avevano avuto un'eco nel cuore di Napoleone.

Sotto la scure l'Ordini gridò viva la Francia, mentre il suo complice Pieri riuscì a vedere l'unità d'Italia. Indubbiamente dall'attentato dell'Orsini in poi si scorge sia nella politica interna, sia in quella estera di Napoleone III un mutamento. Allorché il Re di Sardegna, Vittorio Emanuele in uno scritto diretto al Della Rocca, destinato in realtà a Napoleone, ebbe negato ogni complicità nel fatto dell'Orsini, l'Imperatore pronunziò parole tranquillanti.
Il Cavour procedette severamente contro la stampa radicale, e difese alla Camera con un magnifico discorso la sua moderazione; in sintesi questo il suo pensiero dominante: "l'Italia, che non potrebbe far senza di alleanze, troverebbe amici convenienti solo, se essi non fossero urtati dalla sfrenatezza di politici fantastici".

Dopo ciò Napoleone invitò il ministro sardo nel luglio a un abboccamento ai bagni di Plombières nei Vosgi. In un colloquio di più ore si giunse a un perfetto accordo nelle rispettive questioni, sebbene non si concludesse un vero e proprio trattato formale. Napoleone dette solo la solenne promessa di appoggiare con energia il regno Sardo, se esso fosse costretta a sfoderare la spada per liberare l'Italia dagli Austriaci e dai principi alleati con loro.
Invece degli antichi Governi doveva formarsi una confederazione di quattro regni, della Sardegna ingrandita del Lombardo Veneto, d'un regno dell'Italia centrale sotto la duchessa di Parma e del regno di Napoli sotto il principe Murat; la presidenza doveva esser concessa al Papa, come signore della sovrana città di Roma.

Ovviamente Napoleone non voleva dare il suo aiuto disinteressatamente: egli chiese come compenso la cessione della Savoia e di Nizza, e quando Cavour obiettò che una parte di quei territori per lingua e costumi era italiana, l'avvocato del principio di nazionalità rispose che quelle erano questioni secondarie.
Ora dai diplomatici sardi e francesi fu scandagliato come i Governi europei pensassero di comportarsi in caso di guerra. A Berlino si espose efficacemente come forse il prossimo avvenire avrebbe apportato non solo per l'Italia, ma anche per la Germania la decisione nazionale; come l'Austria rappresentasse il morto passato, mentre Prussia e Sardegna significavano il futuro; il Governo prussiano dovrebbe quindi unirsi ai suoi naturali alleati nella lotta contro l'antico avversario, l' Austria.

L'invito trovò però a Berlino una fredda accoglienza. Non stava più alla testa dello Stato il romantico sempre oscillante, Federico Guglielmo IV; assente per una malattia cerebrale, si era ritirato dal Governo nell'ottobre del 1857, e il 7 ottobre del 1858 era stata affidata la reggenza a suo fratello, Guglielmo, principe di Prussia.
Però anche a questo politico soldatescamente franco e moderato gli suscitava avversione un'alleanza con dei ex cospiratori ed insorti.
Con tutto ciò il marchese Pepoli, fiduciario del Cavour, poté portare da Berlino la certezza che la Prussia non di sarebbe posta con la spada sfoderata dalla parte dell'Austria.

A Pietroburgo il contegno ostile della corte viennese durante la guerra di Crimea non era stato dimenticato. Quantunque allo Zar anche la liberazione d'Italia e la parte di liberatore di Napoleone non fossero simpatici, il principe Napoleone poté almeno ottenere l'assicurazione che la Russia sarebbe rimasta neutrale e si sarebbe adoperata a conseguire la neutralità della Germania.

Opposizione allo svolgimento della questione italiana fu sollevata proprio solo là, dove meno si sarebbe aspettata, cioè in Inghilterra. Per verità i liberali erano generosi di amichevoli consigli per il nuovo ordinamento dell'Italia, ma i conservatori, che stavano al potere, pendevano dalla parte dell'Austria.

L'Impero austriaco era stato salvato dalla tempesta rivoluzionaria del 1848 e del 1849 per opera di alcuni energici militari, Iellacic, Haynau, Radetzky. E il principe Felice Schwarzenberg con energia e prudenza aveva rialzato l'autorità dell'Austria, caduta troppo in basso in Germania e fra le Potenze straniere.
Un decennio più tardi il deputato Ignazio Kuranda giudicò esattamente ed equamente i lati luminosi ed oscuri del Governo schwarzenberghiano: «Quando quest'uomo energico, audace, temerario, questo magnifico e fortunato giocatore fu riuscito a rialzare la potenza dell'Austria, che era caduta così in basso e a farne sventolare la bandiera da Ancona a Rendsburg egli poté per un momento dire con orgoglio: « Io sono il restauratore della potenza austriaca! ».
Quest'orgoglio però lo trascinò troppo in là, lo portò a quel medesimo errore, che commise il sistema metternichiano, cioè all'errore di veder tutto nella potenza esterna e non in quella interna.

Questo errore l'indusse ad abrogare il fondamento, su cui si sarebbe potuto costruire, cioè la costituzione del 4 marzo 1849, e ad elevare il Governo ad una onnipotenza, da credere di essere esclusivamente l'Austria.
L'annientamento di ogni e qualunque rappresentanza popolare in Austria, la trasformazione della medesima in uno Stato rigidamente assoluto le tolse tutti i frutti dei buoni successi schwarzenberghiani ».

Il successore dello Schwarzenberg (morto il 5 aprile 1852), il conte Carlo di Buol-Schauenstein, si era, quale inviato in Inghilterra, educato alla scuola del Palmerston. Era da considerarsi un felice successo che gli riuscisse d'avviare rapporti più amichevoli fra l'Austria e le Potenze occidentali. Ben presto diventò da attivo passivo: il Buol divenne lo strumento di Napoleone e del Palmerston: ciò che durante la guerra di Crimea, come già è stato narrato, ebbe per conseguenza la rottura della Santa alleanza.

L'Austria sopportò per gli armamenti e per lo schieramento delle truppe immensi sacrifici; dopo di ciò dovette vedersi accanto nelle trattative di pace il suo emulo in Italia con diritti eguali ai suoi, e pochi anni dopo Napoleone la "ricompensò" a Magenta e a Solferino.
Fu un momento di decisiva importanza, quando l'Imperatore Napoleone al ricevimento dei diplomatici stranieri il 1° gennaio 1859 rivolse all'ambascitore austriaco Hübner le parole: «Io deploro che le relazioni del mio Governo con quello austriaco non siano più così buone, come prima: ma la prego di dire al suo Imperatore che le mie personali disposizioni per lui non sono cambiate »!

L'effetto del discorso fu straordinario. Senza dubbio Napoleone stesso in seguito si dette ogni premura di diminuire il significato ostile del suo saluto di capo d'anno; però è ingiusto dedurne la conseguenza che in realtà non si volesse l'effetto allarmante, che si ebbe.

Le rivelazioni del Chiala sulle segrete trattative di Plombières non permettono sorga alcun dubbio con quali intenzioni si comportasse Napoleone. Anche l'aggiunta al discorso del trono sardo, che l'Imperatore subito dopo il capo d'anno raccomandò al suo alleato: «che il Re, non ostante tutto il rispetto ai trattati, non poteva rimanere insensibile al grido di dolore che da tutte le parti d'Italia, si levava verso di lui», ci fornisce una prova incontestabile che per lui si trattava in sostanza di versar olio nel fuoco.
Già l'11 gennaio il maresciallo Castellano a Lione fu avvertito di tenere truppe pronte a marciare. Quando contemporaneamente il principe Napoleone, cugino dell'Imperatore, soprannominato il «principe rosso», perché si compiaceva della parte di Filippo l'Eguaglianti, si recò a Torino, l'opinione generale suppose che si trattasse non solo del matrimonio con la figlia di Vittorio Emanuele Clotilde, ma di un'alleanza militare per la guerra all'Austria.

In realtà questa era la verità; il 18 gennaio fu firmato il trattato di alleanza. A Vienna eran stati dolorosamente sorpresi dalla fanfara francese di capo d'anno. Quando non ci fu più da dubitare della gravità della situazione, si fece di tutto per rafforzare la posizione dell'Austria nell'Italia superiore: però la preparazione militare procedette con lentezza, perché non si disponeva ancora di una ferrovia alpina. Con tutto ciò il Governo imperiale austriaco credette di poter operare di sorpresa; presentò, mentre erano tuttavia in corso le trattative diplomatiche, il 23 aprile, un ultimatum a Torino, contenente la precisa richiesta dell'immediato disarmo della Sardegna.

Era la guerra! Quella che stavano aspettando Cavour e il Re. Vi furono vari tentativi per evitarla, principale quello della Russia che propose un Congresso delle Cinque Grandi Potenze per l'esame delle controversie. Ma anche questa proposta cadde perché il Piemonte, sostenuto dalla Francia, chiese di parteciparvi.

Allora il gen. Giulay che aveva adunato presso il confine piemontese un esercito di 170.000 uomini, il 29 aprile varcò il Ticino con l'intento di sorprendere e battere il piccolo esercito piemontese, che non superava i 60.000 uomini, e di occupare Torino prima che arrivassero i francesi. Ma la sorpresa era già prevista.
Egli trovò infatti, subito, una resistenza insospettata, e non soltanto negli avamposti piemontesi, ma nelle stesse popolazioni. Impressionante fu soprattutto la inondazione del Vercellese, dove l'ing. Noè aprì i canali Sartirana e diede libero corso alle acque che invasero e allagarono la pianura.

Frattanto l'esercito francese affluiva e si radunava tra Casale, Alessandria e Valenza. Napoleone III il 12 maggio era in Alessandria e si disponeva a marciare come il suo celebre zio su Pavia, Piacenza e Lodi coll'intento di dividere in due tronconi l'esercito austriaco. Ma Giulay intuì le sue intenzioni e rinunziando alla marcia su Torino da Vercelli ripiegò verso Voghera.

Da questo fatto derivarono i primi scontri. Il primo avvenne a Montebello, dove un corpo austriaco comandato dal gen. Urban si incontrò con l'avanguardia della divisione francese Forey, di cui facevano parte dieci squadroni di cavalleria sarda dei reggimenti Aosta, Novara e Monferrato. Dopo una lotta drammatica, per il valore e il sacrificio degli squadroni sardi, la vittoria restò al Forey. Urban fu costretto a ripiegare.

Dopo ciò Napoleone e Vittorio Emanuele marciarono direttamente su Palestro, Vinzaglio e Confienza, dimostrando di dirigersi, anziché a Pavia, a Milano.
Ormai; gli, eserciti nemici, quasi di pari forze, poiché Napoleone, anziché 200.000 uomini, come gli accordi, ne aveva portati solo 120.000, erano di fronte. Combattimenti vittoriosi a Vinzaglio, Confienza e Palestro rivelavano però la superiorità morale degli alleati.

Notevole fu il combattimento di Palestro. Le alture di questo paese, dominanti la via Vercelli-Milano erano occupate dai sardi al comando del gen. Cialdini. Attaccati alle 9 del mattino del 30 maggio opposero una resistenza accanitissima. Si accese una vera e propria battaglia, che già per la superiorità delle forze volgeva in favore degli austriaci quando accorse in rinforzo, chiamato da Cialdini, il 3° reggimento degli zuavi condotto personalmente da Vittorio Emanuele II, che gettatosi nella lotta con mirabile impeto decise delle sorti della giornata.

Gli austriaci furono costretti a ripassare il Ticino. Vittorio Emanuele fu dagli zuavi proclamato per il valore dimostrato caporale d'onore. Per sfuggire all'accerchiamento Giulay ripiegò su Milano, ma a Magenta fu costretto dai francesi ad accettare battaglia. Tutto il 4 giugno si combatté accanitamente con varia sorte. Ma per il tempestivo accorrere sul campo di battaglia del gen. Mac Mahon, che fu perciò creato duca di Magenta, la vittoria arrise alla fine ai francesi, al cui soccorso era accorsa verso sera anche la divisione sarda del gen. Fanti.

Milano era perduta per Giulay, a cui non restò che la ritirata generale verso il Quadrilatero. A Milano l'8 giugno entrarono vittoriosi Vittorio Emanuele II e Napoleone III.


Mentre questi fatti si svolgevano, Garibaldi operava con i Cacciatori delle Alpi. Partito il 20 maggio da Biella, passava, il Ticino a Sesto Calende il 23, e il 26 si scontrava con una divisione austriaca su tre brigate comandate da Urban, e la batteva prima a Varese e poi a Como, infine seguendo le falde prealpine marciava verso Bergamo e Brescia.
Le notizie delle vittorie alleate corsero subito per la penisola suscitando entusiasmi. Ma già fin dal primo squillo di guerra l'Italia centrale si era levata in piedi.
Il Granduca di Toscana non aveva atteso l'arrivo dei francesi sotto gli ordini del principe Girolamo Napoleone per allontanarsi da Firenze.
Il duca di Modena e la duchessa di Parma lo seguirono fuggendo dai loro Stati. Il 12 giugno Bologna diede il segnale della rivolta e questa si propagò nella Romagna. I Legati pontifici fuggirono. Allora a Bologna si costituì un Governo Provvisorio Centrale.

Frattanto Giulay con il suo esercito si era chiuso dentro le fortezze del Quadrilatero, ove fu sostituito nel comando dallo stesso imperatore Francesco Giuseppe giunto da Vienna, che diviso l'esercito in due corpi ne schierò uno sulle alture di Solferino e l'altro su quelle di San Martino con propositi offensivi.

Ma anche l'esercito franco-sardo, che si era riordinato sul Chiese, avanzava offensivamente, sicchè il 24 giugno, tra Chiese e Mincio avvenne una battaglia d'incontro. A San Martino i Piemontesi e a Solferino i Francesi lottarono tutta la giornata. Alla sera gli austriaci erano costretti a ripassare sulla sinistra del Mincio senza essere però inseguiti dagli Alleati, stanchi e senza riserve.
Agli Austriaci, battuti anche da Garibaldi sullo Stelvio e al Tonale, non restò che di chiudersi entro Verona; gli alleati invece passato il Mincio investirono Peschiera, e già progettavano un'invasione del Veneto che avrebbe aperto la strada di Vienna minacciata allora dalla insurrezione in Ungheria, quando invece il 6 luglio, improvvisamente, Napoleone III offerse a Francesco Giuseppe, in Verona, una tregua; e il giorno 11 incontratosi con lui a Villafranca stipulò l'armistizio e i preliminari di una pace, senza la partecipazione di Vittorio Emanuele, che fu soltanto informato a cose fatte.

Quali le cause della decisione di Napoleone? Molte e di diversa natura: politiche, militari e sentimentali. Il re di Prussia non potendo resistere alle pressioni della stampa che lo incitava a intervenire in favore dei consanguinei austriaci, mentre armava sul Reno comunicava alle corti di Londra e di Pietroburgo che avrebbe offerto la sua mediazione armata sulla base dell'ordinamento territoriale esistente e di riforme politiche in Italia; lo zar Alessandro non taceva il suo malumore per gli eccessi rivoluzionari degli italiani; e lo stesso Napoleone era turbato perché per via di questi eccessi vedeva svanire il suo proposito di costituire in Toscana un regno per suo cugino Girolamo.
Inoltre pare che egli fosse impressionato dallo spettacolo tragico dei campi di battaglia coperti di morti e di feriti. A tutto ciò si aggiungevano difficoltà di natura militare, soprattutto in relazione alla difficoltà che presentava l'assedio del Quadrilatero. Ai 17.000 morti e feriti che avevano avuto gli alleati (gli austriaci ne avevano avuto 13.000) altri se ne sarebbero aggiunti.

A ciò si aggiunga che la guerra anche in Italia minacciava di prendere uno sviluppo maggiore di quello che lo Stato Maggiore francese aveva previsto.
L'Esercito austriaco, benché vinto, non solo non era distrutto, ma in condizioni ancora di affermarsi. Inoltre stava per ricevere fortissimi rinforzi. Il 10° e il 4° Corpo, passate le Alpi, erano in marcia verso il quadrilatero e in marcia erano pure una grande quantità di singoli battaglioni e di volontari delle varie province dell'impero.

Vero é che anche Napoleone, risalendo dalla Toscana, era vicino, inoltre un certo numero delle divisioni degli eserciti di Lione e di Parigi avevano già ricevuto l'ordine di partire e che infine in tutte le città italiane erano in costituzione legioni di volontari. Ma tutto ciò richiedeva tempo e una non lieve opera di organizzazione.
Soltanto Vittorio Emanuele II e il suo ministro Cavour non vedevano ostacoli e continuavano a essere protesi con tutte le energie, verso la meta finale.
Così mentre i Corpi francesi passavano il Mincio e si attestavano davanti a Villafranca, a Valeggio, a Goito e a Castel Nuovo, i Sardi cominciarono l'attacco di Peschiera, prendendo posizione a Ponti e iniziando subito il fuoco.

Intanto una flottiglia di cinque cannoniere, giunta scomposta dalla Francia e ricomposta sulle rive del Garda, veniva varata, perché prima cooperasse all'investimento di Peschiera e caduta questa risalendo il Mincio si portasse di fronte a Mantova.
Sennonché mentre questi movimenti avvenivano per preparare il secondo periodo della campagna, le ragioni d'indole politica e sentimentale acquistavano predominio nell'animo di Napoleone, sicchè egli l'11 luglio acconsentì cha la sola Lombardia fosse ceduta alla Sardegna, la Venezia rimanesse sotto la dominazione austriaca; anche i principi cacciati di Toscana e di Modena avrebbero dovuto - però senza l'uso delle armi - essere restaurati; quindi tutti gli Stati italiani, compresa l'Austria, avrebbero avuto una costituzione, imitata da quella della confederazione germanica, sotto la presidenza del papa.

L'effetto dei preliminari di Villafranca, definitivamente fissati il 10 novembre a Zurigo, fu disastroso per l'alleato della Francia. Istituire una confederazione italiana con l'Austria quale membro più potente non significava altro che rimettere l'Italia sotto l'odiata dominazione straniera.
Per non dover partecipare all'esecuzione dell'obbrobrioso trattato il Cavour uscì infuriato dal ministero; tanto più liberamente e audacemente egli poteva come uomo di parte operare in favore dell'unità.
Ma mentre egli prima si era rassegnato all'idea di uno Stato federale italiano, da quel momento in poi non ci fu per lui ché una esigenza nazionale: l'assoluta unità politica. Per evitare il ritorno dei vecchi sovrani le province dell'Italia centrale ricorsero al plebiscito. Il risultato a Firenze e Bologna, Parma e Modena fu eguale; un'immensa maggioranza decretò l'unione con il regno di Sardegna sotto la reale dinastia sabauda, chiamata per volontà del popolo a regnare sull'Italia.

Vittorio Emanuele poté inizialmente solo esprimere le sue grazie per l'unanime omaggio dei suoi connazionali e manifestare il suo augurio che anche le grandi Potenze non si sarebbero opposte a lungo ad autorizzare una domanda così giusta. Napoleone, - ricordiamoci - chiamato anche lui, mediante un plebiscito, sul trono, non poteva assolutamente rifiutare il proprio consenso all'espressione della volontà del popolo italiano.


La corte viennese non era in grado, per quanto sdegnosamente deplorasse lo scandalo europeo, d'imbarcarsi in una nuova guerra per amore dei suoi protetti.
Il congresso europeo combinato per ordinare le faccende italiane non si radunò. Siccome nel frattempo il fermento nelle città italiane cresceva sempre e il carbonaro coronato aveva da temere il sorgere d'un secondo Orsini, egli fece sapere nel febbraio 1860 al Re Vittorio Emanuele di non volersi opporre più a lungo al nuovo ordinamento dell'Italia, purché si tenesse conto della pretesa «storica» della Francia sulla Savoia e su Nizza.
Sottomettendosi a tale imposizione fu data questa promessa. Avvenne allora, sulla base di un solenne plebiscito, l'annessione della Toscana, di Parma, di Modena e della Romagna al regno di Sardegna, e della Savoia e di Nizza alla Francia.

Anche a Napoli l'intera popolazione si volse minacciosa contro la dinastia, perché si rifiutava d procedere d'accordo con la casa sabauda. In nessun altro contemporaneo l'irresistibile entusiasmo per la libertà del popolo italiano era così vivacemente personificato, come in Giuseppe Garibaldi.
Se già prima lo sfrenato eroismo di questa testa ardente si era spesso trovato in conflitto con il calcolo diplomatico del Cavour, ora egli aveva una ragione speciale di odiare il ministro, che, indubbiamente soltanto costrettovi dalla situazione politica, aveva ceduto alla Francia Nizza, proprio la città natale di Garibaldi.
Con tutto ciò, quando la patria chiamò, il bravo patriota soffocò in sé l'avversione e l'odio, e divenne il braccio d'Italia, la cui testa era il geniale statista.

Le ultime lotte della evoluzione territoriale dell'Italia producono l'impressione di un'epopea, composta dalla storia medesima. Con il consenso (non ufficiale e tantomeno formale) del Cavour Garibaldi sbarcò con 1096 volontari, l'11 maggio, a Marsala in Sicilia, e in tre mesi s'impadronì dell'isola; quindi si volse contro il continente, e tre settimane dopo entrava in Napoli.
In ogni tempo la marcia trionfale da Marsala a Napoli sembrerà un'azione favolosa. Né meno famoso fu il dominio delle proprie passioni del dittatore. Come illimitato signore di milioni di giubilanti sudditi egli aveva in mano anche le rendite di tutto il reame, eppure pose tutti questi tesori e l'intera sua potenza ai piedi del Re, alla cui monarchia, col sacrificio del suo ideale repubblicano, si era convertito.

Portò soltanto con sé, per ricordo, nella sua Caprera un sacchetto di sementi. Con la morte nel cuore, ma ubbidiente al divieto del Cavour, rinunziò al disegno di estendere la spedizione dei Mille anche a Venezia, la rocca dell'oppressione austriaca, e soprattutto a Roma, il centro d'Italia e del mondo. Ma sulle altre parti d'Italia ormai stese il suo scettro Vittorio Emanuele, che, conforme alla deliberazione della rappresentanza popolare in Torino, assunse il 14 marzo 1860 il titolo di "Re d'Italia per volontà della (nuova) nazione".

Senza dubbi, subito, il solo Governo inglese si dichiarò apertamente e risolutamente favorevole alla trasformazione d'Italia. Napoleone temeva che il Cavour non avrebbe potuto a lungo trattenere i patrioti, inebriati dai loro successi, da un attacco contro Roma, che lo stesso Napoleone aveva, per ingraziarsi il clero francese, fornito una guarnigione francese.
Per ciò egli venne di nuovo fuori col disegno di un congresso europeo per ordinare in maniera duratura le condizioni politiche d'Italia, ma i suoi sforzi si spezzarono dinanzi alla concorde opposizione dell'Austria e dell'Italia.

Lo Zar Alessandro era così indignato dell'arbitrario procedere dei rivoluzionari italiani da superare l'astio per l'ingratitudine austriaca. Nell'ottobre avvenne in Varsavia un convegno dei monarchi di Russia, Austria e Prussia.
Sembrava che i giorni della Santa alleanza dovessero risorgere, sebbene non fosse il caso di parlare di un sincero accordo nel modo di procedere delle tre Potenze.
Alessandro, di fronte ai vasti desideri dell'Austria, si dimostrò non meno freddo che il principe reggente di Prussia, cosicché dovette abbandonarsi il pensiero di riprendere la guerra solo per riconquistare all'Austria il predominio in Italia.

Ma questa sconfitta nella politica estera frutta allo Stato austriaco il maggior profitto. Il Governo (dallo scoppiar della guerra in Lombardia stava al timone il conte Giovanni Bernardo di Rechberg, già collega geloso del Bismarck a Francoforte, «un signore collerico, ma leale») si vide costretto a romperla finalmente una buona volta, col sistema metternichiano, per rialzare la monarchia dall'avvilimento, in cui era precipitata, a ricercare la cooperazione del popolo e a passare dall'assolutismo gerarchico-militare a forme moderatamente costituzionali.

Così in un certo senso si può parlare anche di un risorgimento dell'Austria dopo la sconfitta di Magenta e Solferino.

segue:

LE NUOVE NAZIONALITA'
207. 16) - LA NUOVA ERA IN PRUSSIA E AUSTRIA

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