-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

VERSO LE NUOVE NAZIONALITA' - ( 1849 - 1871 )


209. 18) - LA GUERRA DEL 1866 E LA NUOVA GERMANIA

La decisione intorno ai ducati non sarebbe stata così propizia alla Germania, se l'Imperatore Napoleone non fosse stato contemporaneamente impegnato (e impigliato) nelle agitazioni messicane.
Quantunque la secessione degli Stati meridionali schiavistici non si accordasse proprio per nulla con il sistema di felicità mondiale che sognava Napoleone III, l'imperatore francese nel 1861, allo scoppiare della guerra civile americana, poiché l'aumento della potenza degli Stati Uniti lo riteneva un pericolo per la civiltà europea, favorì più risolutamente dello stesso Palmerston e dell'opinione pubblica inglese gli Stati meridionali in lotta con i nordisti.

Secondo il suo disegno, Inghilterra e Francia dovevano costringere, se occorreva, con la forza l'Unione nordista alla condiscendenza verso gli Stati meridionali; però il Governo inglese ricusò un'aperta ingerenza nella guerra civile in Occidente.
Siccome Napoleone da se solo non osava prendere un'iniziativa, afferrò tanto più avidamente l'occasione di sfruttare a suo vantaggio le agitazioni messicane.

Benito Juarez, l'energico presidente della repubblica del Messico, aveva, fiducioso nell'appoggio dell'Unione, sfidato i Governi europei con la sospensione del pagamento degli interessi del debito pubblico, aveva lasciato impunito un attentato contro l'inviato francese, e vessato gli stranieri dimoranti nel suo paese con ogni genere di aspri provvedimenti.
Per la difesa delle stipulazioni internazionali e per la protezione del capitale europeo si unirono Francia, Inghilterra e Spagna nella convenzione londinese del 31 ottobre 1861.
Allorché il Juarez ebbe lasciato senza risposta l'ultimatum degli alleati, le tre Potenze si unirono per compiere una spedizione comune nell'America centrale. A dire vero, la massima espressa nel 1823 dal presidente dell'Unione, Giacomo Monroe, che cioè gli Stati Uniti non avrebbero da quel momento tollerato nessuna ingerenza dei paesi europei negli Stati americani, riconosciuti come indipendenti, non aveva impedito ai Governi europei di esercitare una pressione, mediante l'invio di navi da guerra, sugli Stati americani morosi nel pagamento degli interessi del debito pubblico: però fino allora non era mai stata fatta una spedizione europea di così vaste proporzioni sul suolo americano.

Non c'era nessun timore del resto che l'Unione venisse in aiuto del suo vicino; poiché le sue forze militari erano occupate nella guerra di secessione. Però anche il Juarez poteva sicuramente contare che l'armonia delle Potenze assalitrici sarebbe presto svanita.
Mentre gli Inglesi e gli Spagnoli non covavano nessun proposito ostile contro l'indipendenza della Repubblica, in Francia Napoleone stava già in relazione con i seguaci di una propaganda monarchica con l'intento confessato di dare al paese «nell'interesse della civiltà» un sovrano.

Quando questi progetti si manifestarono più evidenti, le truppe spagnole e inglesi sgombrarono il suolo messicano: mentre i Francesi iniziarono da Veracruz la marcia nell'interno. Più che la guerra causò di gran lunga maggiori vittime il veleno prodotto dal sole tropicale, cioè la febbre gialla.
Dalla Francia si dovevano inviare sempre nuove truppe, e spendere per armamenti e per il mantenimento delle milizie circa 400 milioni di franchi: ma Napoleone non volle rinunziare alla guerra, con la quale si sarebbe restituita alla razza latina di là dell'oceano l'antico splendore.
Solo nel giugno 1862 i Francesi, dopo innumerevoli combattimenti, giunsero nella capitale, a Messico. Una giunta, composta dal General Forey di monarchici, decise la trasformazione della repubblica in una monarchia ereditaria.

Il sovrano era già stato trovato da Napoleone. L'arciduca Massimiliano d'Austria, fornito di mirabili doti, ambizioso, però soggetto a una certa esaltazione fantastica, il quale già come Governatore del Lombardo-Veneto si era, per quanto invano, affaticato con zelo ed intelligenza a conciliare la popolazione con la dominazione austriaca, parve l'uomo adatto ad attuare nel paese degli Aztechi la creazione napoleonica.

Sventuratamente anche la moglie dell'arciduca, Carlotta del Belgio, aveva un carattere avventuroso. Napoleone seppe far credere a Massimiliano che un principe della casa di Carlo V, il cui dominio si era esteso nell'occidente anche al favoloso regno dell'oro, si prestava a meraviglia a diventare il salvatore e il rigeneratore di un paese dilaniato da una perpetua guerra civile.
Malgrado la dissuasione della sua famiglia e dei suoi amici, Massimiliano accettò la corona imperiale del Messico, dopo che il plebiscito della popolazione messicana, da lui pattuito, ebbe dato per l'abile manipolazione dei Francesi una enorme maggioranza in favore del nuovo sovrano.

Nel maggio del 1864 Massimiliano e Carlotta approdarono a Veracruz: ma alla splendida accoglienza da parte di una moltitudine giubilante seguì una delusione dopo l'altra. Tanto il clero, prima onnipotente nel Messico, quanto il comandante supremo delle truppe d'occupazione francesi, il Bazaine, non vollero lasciarsi spogliare della autorità direttiva; l'intrigante maresciallo si vuole che per un certo tempo abbia accarezzato il disegno di divenire egli stesso imperatore o almeno presidente: «Il destino del maresciallo Bazaine», dice la principessa Agnese di Salm-Salm, moglie di un aiutante imperiale «non avrebbe mancato di suscitare interesse, se egli avesse commesso solo quel male, di cui un tribunale non del tutto imparziale lo ritenne colpevole; ma egli ha perduto ogni titolo alla simpatia per il modo come si comportò al Messico».

Il neo-imperatore, indubbiamente guidato da motivi nobili, si dette ogni cura per guadagnarsi l'affezione del popolo, per diffondere la cultura e ristabilire la tranquillità e l'ordine.
Tuttavia il rancore di tutti i partiti e lo stato dello finanze deplorevole oltre misura, annullarono questi sforzi, e i combattimenti con il Juarez instancabilmente intento alla rovina della signoria straniera non finivano mai, nonostante felici ma isolati successi. Anche le trame degli Stati Uniti impacciavano ogni iniziativa: ad es. fu impedita da una protesta del Governo americano la formazione di una legione straniera austriaca.

Il peggio fu, quando Napoleone non poté nascondere che la sua creazione non era vitale, e così egli ritrasse le sue mani da essa, e in aperto contrasto con le promesse fatte in precedenza non concesse più né aiuti finanziari, né militari.

Malgrado tutte le rimostranze e le preghiere il Bazaine sgombrò del tutto il Messico. Il Governo imperiale, rispose, si deve «regolare proprio da sé stesso». Massimiliano non volle abdicare, per non abbandonare i suoi seguaci a un lugubre destino. L'imperatrice Carlotta volle ricordare al seduttore francese ancora una volta il suo dovere e si recò nel luglio del 1866 a Parigi: ma non avrebbe potuto scegliere un momento più sfavorevole.
Le vittorie prussiane in Boemia, che avevano rivelato all'Europa stupita la intima energia della Prussia, inquietavano Napoleone di gran lunga più che la sorte del suo protetto.

Afflittissima per il cattivo esito del suo tentativo, che significava la catastrofe dell'impero messicano, Carlotta scese a Roma, dove papa Pio IX poté benedirla, ma non aiutarla.
Le notizie del Messico arrivavano sempre più fosche; allora nell'infelice, che si attribuiva la colpa principale della fatale avventura, scoppiò la follia; Carlotta fu portata al castello di Miramare sotto custodia.

Frattanto gli eventi nel Messico avevano preso per l'imperatore la più triste piega; né gli giovò il gettarsi, - cosa che egli fece - del tutto nelle braccia del partito clericale. Con amare parole maledisse la leggerezza, che gli aveva fatto credere alla sincera affezione e alla lealtà di Napoleone.
La nuova della triste sorte di sua moglie lo fece ammalare, ma la notizia di una grave sconfitta del suo generalissimo Miramonn in lotta col comandate repubblicano Escobedo l'indusse ad alzarsi dal letto in fretta e a muover contro al vincitore, con l'intenzione di cercare la morte onorata del soldato; purtroppo invano! Per il tradimento di un suo confidente, il colonnello Lopez, Massimiliano cadde nelle mani dell'Escobedo.

Sulla sorte, che l'attendeva, non poteva farsi alcuna illusione; egli stesso aveva più volte fatto giustiziare capi militari juaristici e quindi ora aveva offerto al Juarez il diritto di vendicarsi.
Il tribunale di guerra condannò infatti Massimiliano e i Generali Miramon e Meja alla fucilazione stataria.

Le preghiere dell'infelice per la liberazione dei fedeli compagni, come pure la protesta, che varie Potenze europee, e perfino l'Unione americana, elevarono contro il supplizio di un sovrano di sangue reale, vennero rigettate. «Se tutti i Re e le Regine d'Europa», disse il Juarez alla principessa Salm che in ginocchio lo pregava per la vita dell'Imperatore, «fossero al suo posto, non potrei risparmiargli la vita; non sono io, che lo faccio: é il popolo e la legge! ».

Il 19 giugno 1867 la sentenza del tribunale di guerra fu eseguita in Queretaro. Fu accolta solo la richiesta dell'imperatore Francesco Giuseppe per la consegna del cadavere di suo fratello; che fu rimpatriato dall'ammiraglio Tegetthoff sulla fregata Novara, la stessa nave, che tre anni prima aveva portato nel Messico la coppia imperiale. Il 18 gennaio 1868 Massimiliano fu sepolto nella cripta sepolcreto della Chiesa deI Cappuccini a Vienna.

La rovina della sua opera fu per Napoleone un gran colpo. Egli dovette sentirlo tanto più dolorosamente, poiché nel tempo stesso lo statista prussiano, la cui superiore energia spirituale, durante la sua dimora parigina, nessuno aveva conosciuto e neppure intuito, si levò in tutta la sua grandezza.
All'incontro Napoleone aveva scosso non solo la fede nella sua saggezza politica, ma aveva anche perduto la fama della sua consapevole energia nell'esecuzione dei suoi disegni per l'incertezza della sua condotta nelle faccende messicane; egli doveva dire a sé stesso che la direzione della politica europea minacciava di sfuggirgli di mano.
Tanto più angosciosamente voleva impedire che anche lo scioglimento della questione tedesca si compiesse senza la sua decisiva cooperazione o addirittura contro la sua volontà.

L'opinione pubblica in Austria e negli Stati mezzani tedeschi era rivolta soprattutto sul Rechberg, perché egli in tutto il corso della faccenda dello Schleswig-Holstein in parte volontariamente, in parte costrettovi dalle abili mosse del Bismarck, era stato avallatore della politica prussiana.

Anche nel parlamento fu sollevato contro il ministro il rimprovero che egli faceva soltanto «una politica d'imbrogli». Effettivamente era nell'intenzione del Rechberg di lasciare alla Prussia il premio della lotta dell'ultima guerra per ottenere così la garanzia della Prussia per il resto del dominio austriaco nell'Italia superiore.

Questa sarebbe stata, dal punto di vista austriaco, una sana politica, ma il partito tedesco nel Consiglio dell'impero austriaco temeva di danneggiare con così egoistiche pretese l'influenza austriaca in Germania. Quando gli attacchi dei Kuranda, dei Muhlfeld, Berger e altri contro il presidente dei ministri diventarono sempre più frequenti e violenti, il Rechberg, per desiderio dell'imperatore, si dimise nell'ottobre del 1864.

Il Bismarck elogiò in lui una schiettezza rara nei diplomatici, quantunque anche egli fossi stato, come dice Amleto, spleenetic and rash in grado straordinario. Come successori del Rechberg fu nominato il luogotenente della Galizia, conte Alessandro von Mensdorff-Ponilly.
Alle rinnovate insistenze del Governo austriaco che i diritti acquistati con la pace viennese da ambedue le grandi Potenze dovessero trasferirsi al principe ereditario di Augustenburg, la Prussia rispose evasivamente che si doveva assicurare prima certe guarantigie per i propri interessi statali ed economici per parte del futuro principe del territorio del Baltico.

Bismarck nel febbraio 1865 indicò come tali concessioni la trasmissioni alla Prussia della supremazia militare, come pure del sistema postale e telegrafico nello Schleswg-Holstein, e la cessione di un territorio occorrente per fortificare lo stretto di Alsen, il porto di Kiel e un canale nordico sul Baltico. Queste richieste prussiane del febbraio furono però respinte tanto dall'Austria, quanto dal duca Federigo.

Il duca medesimo avrebbe, a dire il vero, volentieri concesso i vantaggi militari e commerciali, bramati dalla Prussia, tanto più sollecitamente giacchè non ignorava che una parte della nobiltà dello Schleswig-Holstein e soprattutto l'università di Kiel desideravano la più stretta unione con la Prussia: ma per riguardo agli umori prevalenti in Germania non osò confessarlo apertamente.
D'altra parte Bismarck credeva fermamente che l'Austria non avrebbe mai ammesso spontaneamente che il duca facesse così ampie concessioni alla Prussia. Non aveva quindi, come Massimiliano Lenze (ben a ragioni si suppone) il Bismarck a priori nessuna intenzione di mirare a un'intesa.

Veramente il duca Federigo, quando nel giugno 1864 visitò la corte berlinese per sollecitare il proprio riconoscimento, aveva ricevuto una buona accoglienza da parte del Re Guglielmo, ma il Bismarck non aveva lasciato sorgere dubbio alcuno che egli nell'ospite scorgeva non un legittimo sovrano, ma soltanto un pretendente, col quale si potrebbe concludere non un pubblico trattato, ma invece soltanto un accordo privato.

Questi umori furono naturalmente peggiorati ancora perché il duca Federigo sfuggiva dal prendere decisamente parti alla contesa delle due grandi Potenze e ora rivolgeva le sue speranze a questa, ora a quella.
Il dissidio si era ormai così tanto acutizzato che faceva temere si arrivasse agli estremi. Anche gli Stati mediani e meridionali della Germania si opponevano, sotto la guida del Beust e del von der Pfordten, alla mania d'ingrandimento della Prussia!

Il 5 aprile 1865 la Dieta federale espresse la sua «fiduciosa attesa» che le due Potenze predominanti avrebbero rimesso finalmente l'amministrazione dello Holstein al legittimo sovrano: e contemporaneamente il conte Mensdorff sollevò rimostranze in Berlino, quando la Prussia faceva intraprendere lavori fortificatori a Kiel. La risposta fu che la Prussia faceva ciò che l'Austria avrebbe potuto fare a ogni istante; poiché doveva esser permesso a tutti e due i comproprietari di usare dei porti del territorio conquistato per il vantaggio della propria marina.

Già fin dal maggio 1865 fu discusso in Berlino il problema della guerra. Il capo dello Stato maggiori Moltke assicurò il Re che l'esercito riteneva possibile l'esito vittorioso di una campagna e che l'esercito non desiderava altro che un'aperta annessione dei ducati e come necessaria conseguenza la guerra.

All'incontro l'opinione popolare non era favorevole a simili mezzi violenti. Nella Camera dei deputati fu ripetuta in tutti i toni la frase "A questo ministro neppure un soldo!"
Con questa ostlità dovette fari i conti anche Bismarck, e quando per di più gli giunsero notizie sfavorevoli da Parigi e da Firenze, offrì ancora una volta, con meraviglia di tutta la Germania, la mano per un'intesa con l'Austria. Con la mediazione dell'inviato austriaco a Monaco, conte Blome, si concluse, durante il soggiorno del Re Guglielmo ai bagni di Gastein il 14 agosto 1865, un trattato, con il quale doveva eseguirsi una spartizione delle pretese delle due Potenze sui ducati elbani.
I diritti, acquistati con la pace di Vienna, dovevano «restando impregiudicata la continuazione dei diritti delle due Potenze sul complesso di ambedue i ducati, passare all'Austria per quanto s'atteneva allo Holstein, alla Prussia per quanto concerneva lo Schleswig »; il Lauenburg fu ceduto, con la riserva del consenso degli Stati, alla Prussia mediante un compenso in denaro di due milioni e mezzo di talleri imperiali danesi.

La decisione di Gastein fece da per tutto l'impressione più sfavorevole immaginabile. Nei ducati lo smembramento dei paesi inseparabili per sempre fu sentita come un atto violento intollerabile; a Berlino e a Vienna i rappresentanti del popolo si sdegnarono della condotta arbitraria dei Governi; anche Inghilterra e Francia levarono proteste contro «il disprezzo così dei sovrani come dei popoli».
Soltanto Re Guglielmo fu soddisfatto, perché era stata evitata la rottura con l'Austria, e con tutto ciò era stato ottenuto un acquisto notevole per la Prussia. Per dare un visibile segno della sua soddisfazione elevò al grado di conte il Bismarck, il quale però era tutt'altro che lieto dell'infausta tappatura delle crepe dell'edificio.

Per quietare Napoleone Bismarck si recò a Biarritz, e riuscì a convincere Napoleone che il consolidamento della Germania nordica sotto la direzione prussiana e un accrescimento della potenza prussiana in questa sua naturale sfera d'influenza rispondeva anche all' interesse francese.
Egli volle rappresentare l'accordo con l'Austria di fronte a Napoleone e ancor più apertamente dinanzi all'ambasciatore italiano Nigra solo come una concessione a esigenze del momento.
Il conferimento dell'ordine dell'aquila nera a Vittorio Emanuele, in cui i sovrani dei Regni della Santa Alleanza avevano fino allora scorto uno scandaloso «mandatario della rivoluzione», fu un aperto segno che la Prussia aveva abbandonato la politica proseguita da un cinquantennio, e perseguiva nuovi scopi e fini, che tenevano conto della corrente nazionale.

A Vienna si capì troppo tardi che il trattato di Gastein era stato per l'Austria solo un dono... vago. Il lontanissimo Holstein era per l'Austria una catena al piede, mentre la Prussia col possesso dello Schleswig e dell'eccellente porto di Kiel aveva guadagnato una posizione dominante sul mare e la possibilità dello sviluppo a potenza marittima. Per non perdere un compagno d'armi, l'Austria aveva sacrificato la simpatia del partito della grande Germania, ed ora questo alleato non aveva scrupolo alcuno di cercare di avvicinarsi ai nemici dichiarati dell'Austria.
Allora parve indispensabile di non procedere d'accordo più a lungo con statisti di ventura, ma di riunire piuttosto di nuovo attorno a sé gli antichi amici. Nello Holstein fu attuata, appoggiata dal Governo viennese, una vivace propaganda contro lo scioglimento illegale della questione dello Schleswig-Holstein: fu dato ogni possibile aiuto al duca di Augustenburg e mobilitata la Dieta federale per il suo insediamento.
I Tedeschi austriaci dovevano assecondare tanto più zelantemente la politica tedesca del loro Governo, perché ogni insuccesso in Germania favoriva le propensioni centrifughe della monarchia imperiale, e il nuovo ministero Belcredi anche senza ciò era troppo propizio a fare a Magiari e Slavi nefaste concessioni.

Non si può dire che nella Germania meridionale e centrale, nella primavera del 1866, ci fossero vivaci simpatie per l'Austria; gli umori popolari non erano più quelli del 1859, però tuttavia era un potente cemento - particolarmente nei paesi cattolici - l'astio contro la Prussia e il suo ministro intrigante.
Mentre il Bismarck lavorava con la tensione di tutte le forze del suo spirito al felice scioglimento della questione tedesca, il popolo lo derideva e l'oltraggiava come traditore della Germania. La dieta tedesca, convocata nel dicembre a Francoforte, dichiarò obbligo di tutte le rappresentanze popolari tedesche di «non consentire imposte o prestiti, che potessero favorire la politica, fino allora seguita, di oppressione di fratelli tedeschi».

Nella stessa Prussia tutti i partiti concordavano che il Re aveva commesso un pericoloso sbaglio nella scelta del suo primo consigliere: i liberali si apprestavano a una lotta al coltello con le idee feudali, rappresentate dal Bismarck; ai conservatori doleva che uno statista prussiano, un nobile brandenburghese procedesse in pieno accordo, per vie oblique diplomatiche, con un Bonaparte, e scorgesse il vantaggio del proprio Stato in una propaganda rivoluzionaria.

Evidentemente Napoleone non sapeva bene che cosa dovesse pensare del ministro diffamatissimo e come egli dovesse atteggiarsi davanti a lui: «Egli é molto cortese» -scrisse dopo il colloquio di Biarritz - « e però ingenuo; non ha. alcuna traccia di sentimento, ma assai spirito; egli mi ha conquistato!».

Evidentemente Napoleone, secondo il proverbio: «Fra' due litiganti il terzo gode!» riteneva una guerra fra le due Potenze tedesche la crisi più desiderabile fra tutte le contingenze, e poiché non dubitava della superiorità delle armi austriache, era disposto a rassegnarsi all'alleanza della Prussia con l'Italia.

Frattanto le relazioni tra Prussia ed Austria avevano preso un andamento minaccioso. Una nota prussiana del 26 gennaio 1866 dichiarava al Gabinetto viennese che le cose non potevano durare come fino allora erano andate; l'agitazione assecondata dal Gablenz nello Holstein minacciava gli interessi prussiani, e se il Governo viennese non rimediava, la Prussia avrebbe dovuto, sciogliendo l'antico legame, riacquistare la piena libertà della sua condotta.

Quando da Vienna giunse un rifiuto nudo e crudo, fu convocata nel castello reale di Berlino per il 28 febbraio un'adunanza di ministri e di generali per esaminare la questione della guerra e della pace. La conclusione fu quella del voto che tutto si doveva fare per mantenere la pace; ma contemporaneamente partì una richiesta al Governo italiano, perché mandasse a Berlino un uomo di fiducia per perfezionare al più presto possibile la naturale alleanza dei due avversari dell'Austria. Nel marzo il Generai Govone giunse a Berlino; ma le trattative non andavano avanti.

Il Re Guglielmo provava sempre nuovi scrupoli a rompere la pace federale. Quando il Gabinetto inglese si offrì di nuovo come mediatore, il Re credette di doversi accontentare di un trattato di amicizia generica con l'Italia. Anche la reciproca diffidenza impediva si formasse un legame più stretto.
Gli statisti italiani temevano che Bismark volesse sfruttare l'alleanza solo per una pressione al fine di ottenere dall'Austria una spontanea rinunzia allo Holstein; all'incontro Bismarck non era privo di preoccupazioni che l'Italia volesse conseguire la cessione della Venezia, senza neppur cavar la spada per il nordico alleato.
Anche se l'alleanza fra la Prussia e l'Italia, come diceva Vittore Hugo, era chiesta "da un grido della natura", tuttavia l'influenza di Napoleone sull'Italia non permise si formasse un sincero accordo fra gli Stati che non avevano altro aiuto che in sé.

L'Italia unita non era solo legata alla Francia per dovere di gratitudine, ma ne dipendeva anche nei rapporti economici. Bismarck capì che non si poteva giungere allo scopo se non con un'intesa con Napoleone; soltanto con un procedere sempre cauto e graduale si potevano conseguire i grandi successi prussiani, senza spingere il geloso vicino nel campo del nemico.
C'erano delle dichiarazioni precisissime di Napoleone III che egli non voleva tollerare la fondazione di una Germania unita sotto la direzione prussiana, e al tempo stesso il russo Oubril assicurava a Berlino che lo Zar Alessandro non avrebbe permesso una radicale trasformazione politico-militare della Germania.

Allora Bismarck lasciò fuori del tutto dal gioco diplomatico la parola Germania, e parlò solo di «sfera d'interessi settentrionali germanici».
Napoleone credette di considerare come un buon successo la divisione della Germania, poiché riteneva cosa naturale di poter prendere sotto la propria protezione il Mezzogiorno.
Che l'ambasciatore prussiano von der Goltz abbia offerto all'imperatore francese la cessione della Prussia renana o del Palatinato renano, è stato affermato da parte francese, ma non dimostrato. Napoleone stesso sembra aver fatto solo la riserva che un accrescimento della Prussia dovesse congiungersi con una rettifica della frontiera francese.

In generale, la politica imperiale precisamente nel 1866 rivela notevole debolezza e incoerenza. Questa mancanza di energia e di coerenza nella condotta di Napoleone spiega l'esito così inaspettatamente favorevole per la Prussia.
Per Bismarck era evidente che solo con la guerra si poteva dare alla Prussia l'egemonia sulla Germania. Quando qualcuno gli disse che egli, se spingeva le cose troppo oltre, avrebbe finito con l'essere impiccato dal popolo, rispose: «Che importa, purché la corda, da cui penderò, stringa forte la Prussia e la casa di Hohenzollern ad una Germania unita e salda!».

Bismarck si trovava però ancor quasi solo con la sua concezione della missione tedesca della Prussia e con la sua crescente politica guerresca. Il conte Mensdorff dette, per mezzo del duca Ernesto di Coburgo, al Re di Prussia l'assicurazione che l'Austria non pensava alle ostilità; mentre da Pietroburgo venivano seri ammonimenti; ancor più imperiosamente la Regina Vittoria esprimeva il desiderio che la pace fosse conservata in Germania.

Il potente vecchio partito conservatore cercava di lavorare contro l'influenza del turbolento ministro con ogni mezzo; Luigi di Gerlach e Senfft-Pilsach procedettero, per un certo tempo, addirittura in pieno accordo (cosa che fino allora entrambi avevano considerato come qualcosa d'impossibile) con i rappresentanti della politica dei Coburgo.
Invece il Bismarck riassunse ancora una volta, in un rapporto al Re del 22 aprile, tutti i motivi contrari a proseguire tuttavia nella politica dell'attesa. «La pace può mantenersi durevolmente soltanto, se ambedue le parti lo vogliono; l'Austria deve ora per ragioni d'opportunità desiderare di non vederla turbata; ma chi, come il servitore umilissimo della Vostra Maestà, ha da 16 anni potuto conoscere a fondo la politica austriaca, non può dubitare che a Vienna l'inimicizia contro la Prussia sia diventata il primo, si potrebbe dire, l'unico fine dello Stato; essa si manifesterà apertamente, appena che il gabinetto viennese trovi più propizie le circostanze di quanto siano oggi».

Il General Manteuffel colorì la cosa più crudamente ammonendo il Re di una ripetizione di Olmütz, cosicché questi, sdegnato della lettera nervosa ordinò al Ministro di spiegare a quel reazionario le differenze fra la situazione del 1851 e quella presente: «Ella deve dire al Manteuffel che, se in Prussiano ora mi sussurra all'orecchio Olmutz, io abbandono immediatamente il Governo! Altri, cioè i miei nemici, grideranno Olmütz; debbono consentirvi i Prussiani?».

Queste parole dimostrano chiaro che il Re era disposto ad offrir la mano per un'equa intesa con l'Austria e ad accontentarsi del piccolo vantaggio del territorio dell'Eider. Forse non si sarebbe neppure arrivati al duello fra le due grandi Potenze tedesche, imposto da cent'anni dalla storia, se l'Austria stessa, eccitata dal prolungamento della presenza dell'italiano Govone a Berlino, non avesse posto sul piede di guerra l'esercito del sud.
E anche il pacifico Re Guglielmo sentì come un'offesa che l'Austria buttasse da una parte le sue propoate per la riforma federale come un mattone del tutto inservibile.

Bismarck poteva dare agli Italiani notizie sempre più confortanti e l'alleanza fu conclusa l'8 aprile per la guerra contro l'Austria a condizione che ad essa non si porrebbe fine finché l'Italia non avesse conquistato tutta la Venezia e la Prussia altrettanto territorio austriaco.
Anche le trattative con Napoleone offrivano la speranza che il vicino occidentale sarebbe rimasto a vedere gli eventi imminenti, con l'arme al piede. Bismarck, come aveva già fatto prima, non lasciò sussistere, di fronte ad allusioni a certe offerte dell'Austria, dubbio alcuno che la Prussia non avrebbe mai consentito alla cessione di Magonza o di Colonia, quantunque non rigettasse a priori un miglioramento di frontiera a beneficio della Francia.
Cercò anche di placare i suoi vecchi avversari, i liberali, lasciando che intravedessero qualcosa dei suoi progetti tedeschi. Quando però il capo della lega nazionale, Rodolfo von Bennigsen, espresse il parere che alla guerra non si sarebbe potuto affatto venire, perché il Bismarck aveva contro di sé la pubblica opinione, il Bismarck rispose: «Non si spara con la pubblica opinione contro il nemico, ma con la polvere e col piombo!».

Tuttavia Bismarck era costretto già per un riguardo al suo regio padrone a entrare sempre in nuovi disegni di mediazione di Governi secondari e non tedeschi. In Austria le tendenze guerresche erano di gran lunga più vivaci e diffuse che in Prussia.
Il momento per attaccare sembrava particolarmente propizio. Non c'era più da dubitare che la Prussia avrebbe fatto causa comune con l'Italia: ma per questo la terza Germania, i Governi e gli elementi popolari con orientamenti nazionali stavano saldamente dalla parte dell'Austria. Il timore dell'unione della Germania sotto la direzione prussiana, che avrebbe infallibilmente portato con sé l'azione di collegamento dei più deboli, spinse i principi tedeschi nel campo austriaco.

Parevano tornati i giorni, quando il Barbarossa impiegava tutta la potenza dell'impero per castigare l'altezzoso rappresentante del particolarismo, il duca guelfo, che aveva annientato i suoi superbi disegni italiani. A dire vero, la politica bavarese tentennava. Il giovano Re, giunto al Governo da appena due anni, un focoso visionario della poesia e dell'arte, non si occupava affatto di questioni politiche.
Il ministro von der Pfordten non ignorava che la Baviera avrebbe trovato maggior tornaconto a stare con la Prussia, e opinando che l'esercito austriaco non avrebbe potuto misurarsi con quello prussiano, si trovava piuttosto isolato fra i suoi compatrioti.
Ma Bismarck non poté e non volle acconsentire alle condizioni bavaresi. Il rifiuto della proposta che la Confederazione fosse divisa in tre grandi gruppi, dei quali il terzo si componesse degli Stati meridionali tedeschi sotto la direzione bavarese, sortì come conseguenza l'abbandono della Baviera.

Nondimeno il von der Pfordten dichiarò ancora il 7 giugno la sua incertezza da quale parte la Baviera si sarebbe posta allo scoppio della guerra: e non a torto è stato detto che l'insuccesso bavarese nella direzione della guerra nella campagna del Meno debba ascriversi all'incertezza della direzione della politica bavarese, perché non aveva preso provvedimenti abbastanza tempestivi per prepararsi alla lotta.
Anche la Sassonia ebbe la peggio, perché il von der Pfordten volle accordare solo un'indiretta copertura della Sassonia mediante lo schieramento di un corpo bavarese presso Coburgo; quindi deviò la ritirata dei Sassoni nella Boemia. Il Württemberg si schierò con la maggior risolutezza dalla parte dell'Austria. Nella dieta di Stoccarda il ministro von Varnbüler si lasciò andare a minacce contro il «nemico di tutti i Tedeschi»; il suo Vae victis! fu un inconsulto grido di battaglia.

Anche la posizione della Sassonia non era dubbia. Il Beust vedeva nel perseverare nel vecchio diritto protettivo federale la politica relativamente più sicura. Anch'egli si era dato da fare per riunire un «terzo gruppo» per la difesa della Confederazione; ma le conferenze di Bamberga nel maggio del 1866 avevano fatto emergere soltanto l'insanabile confusione degli Stati mezzani. Siccome allo stato delle cose l'Austria era interessata al mantenimento della costituzione federale, e la Prussia la minacciava, la Sassonia si schierò col «principio conservatore », cioè con l'Austria.

Il granduca Federigo di Baden era già, per il suo matrimonio con la figlia del Re Guglielmo, in più stretto contatto con la corte berlinese. Nondimeno aveva dovuto cedere alla indignazione della maggioranza del popolo contro la politica antitedesca del Bismarck, e chiamare a capo del ministero l'austriacante conte Edelsheim.

Quando scoppiò la grande contesa, il granduca Federigo reputò questione d'onore e dovere nazionale tentare di tutto per ottenere un accomodamento fra gli ostili fratelli. Siccome però anche il -desiderato tanto- colloquio con il Re Giovanni in Pillnitz, rimase infruttuoso, pure lui dovette, tenendo conto degli umori eccitati del popolo, schierarsi dal lato dell'Austria.

Nell'Annover la seconda camera chiese la neutralità: ma la speranza di un accrescimento territoriale indusse la Corona ad accostarsi all'Austria. Egualmente il granduca dell'Assia - Darmstadt e l'elettore dell'Assia Cassel si decisero; mantenendosi fedeli alla Confederazione.
Gli eventi precipitavano; il fato tedesco si compiva! Il 1° giugno il gabinetto viennese trasmise a Francoforte la dichiarazione che, "siccome tutti gli sforzi d'intendersi con la Prussia erano andati a vuoto, rimetteva alla dieta federale l'arbitrato sulla sorte dello Schleswig-Holstein": ciò che costituiva una rottura del trattato prussiano-austriaco del 14 agosto 1865.

Bismarck proclamò perciò abolita la divisione del territorio; e truppe tedesche avanzarono nello Holstein, donde gli Austriaci dovevano allontanarsi in fretta. L'11 giugno l'Austria presentò a Francoforte la proposta, inconciliabile col diritto federale, di una mobilitazione generale contro la Prussia; la Prussia dichiarò che ne avrebbe considerato l'accettazione come una dichiarazione di guerra.
Il 14 giugno avvenne la votazione. La proposta dell'Austria fu, quantunque in una forma alquanto attenuata, approvata con nove voti contro sei. Allora l'inviato prussiano von Savigny proclamò sciolta la confederazione tedesca; "l'unità nazionale - egli aggiunse con una faccia soddisfatta, veramente singolare in quel momento - non deve per ciò considerarsi come rovinata"; quindi posò la proposta prussiana per la riforma federale sulla tavola della Camera e abbandonò la sala.

La guerra cominciò.
Sulla base dell'eccellente opera dell'austriaco Friedjung sulla "Lotta per l'egemonia in Germania" oggi siamo in grado di giudicare più liberamente della difficile crisi, in cui il nuovo Impero tedesco e l'Austria, saldamente legata ad esso, costruirono le fondamenta della loro successiva compagine. Ma la Prussia procedeva di pieno accordo con l'Italia, dato che la comunanza d'interessi era più forte della reciproca diffidenza.

Vi erano ancora dubbi, prima ancora dello scoppio dell'ostilità, da qual parte si sarebbe schierato Napoleone. Furono intraprese trattative con ambedue le parti; qua e là si richiesero condizioni e si fecero promesse.
Dallo scritto, indirizzato da Napoleone l'11 giugno al ministro degli esteri, Drouyn de L'Huis, e da questo poi letto al Corpo legislativo, si può riferire almeno questo che l'Imperatore non voleva contrastare una più salda unione della Germania, come un ingrandimento della Prussia nel nord, purché fosse conservata la posizione molto autorevole dell'Austria nella confederazione tedesca.

La guerra non era popolare né nel nord, né nel sud; nondimeno il Re Guglielmo e il suo consigliere non si videro delusi nella loro fiducia. Tuttavia il dovere lo richiese, ognuno in Prussia fece l'obbligo suo, e apparve luminosamente ciò che educazione e disciplinatezza, opportuno armamento e approvvigionamento e saggia ripartizione di forze erano in grado di operare.
Dalla parte della Prussia il Re Guglielmo in persona prese -con il suo capo di stato maggiore Moltke- il supremo comando.
Le forze militari austriache in Boemia erano condotte dal Benedek, il cui giudizio e previdenza sono stati posti in una luce di gran lunga più favorevole dalla ricerche del Friedjung. Egli si rifiutò fermamente d'assumere il comando supremo, perché gli mancava la cultura militare per un compito così importante; ma non poté ottenere altro che gli fosse posto a lato il capo di Stato maggiore Krismanic, il quale con la sua saccenteria gli tolse anche i meriti, a cui doveva l'antica sua fama.
Il comandante supremo era a tutta prima convinto della superiorità dell'avversario; le sue preghiere per una rapida conclusione della pace, al fine di evitare una catastrofe, non trovarono però alcun ascolto in Vienna.

L'arciduca Alberto prese invece il comando delle scelte truppe austriache in Italia. Il comando supremo non solo delle milizie bavaresi, ma di tutte quelle riunite sul teatro della guerra della Germania di sud-ovest venne affidato al vecchissimo bi-zio del Re Luigi II, il principe Carlo di Baviera, un principe cavalleresco, che si era segnalato per il valore personale nella guerra d'indipendenza, ma che non conquistò come comandante nessun alloro. Indubbiamente si potrà pronunziare un giudizio sicuro intorno al suo comando soltanto, se una volta mediante la concessione senza riserve dei relativi carteggi, saranno posti completamente in chiaro i rapporti degli Stati meridionali tedeschi fra loro e con le grandi Potenze belligeranti.

Infatti non si trattò mai di una cooperazione metodica, unitaria delle forze militari degli Stati tedeschi del sud e del centro. L'esercito annoverese doveva congiungersi in Turingia con quello bavarese, ma fu trattenuto così a lungo da un corpo prussiano-coburghese, finché dalla Prussia non giunse un rinforzo, e gli Annoveresi immediatamente dopo una vittoria riportata a Langensalza (27 e 28 giugno), si dovettero arrendere.
Il Generale Vogel von Falckenstein, capo dell'esercito prussiano del Meno, seppe egualmente impedire così a lungo la congiunzione dei Bavaresi ai contingenti tedeschi del sud e austriaci, comandati dal principe Alessandro di Assia, finché sui campi di battaglia della Boemia non avvenne la decisione.

Nella Lusazia si era concentrato un esercito prussiano sotto il principe Federico Carlo, nella Slesia un secondo sotto il principe ereditario, presso Torgau nella Sassonia prussiana un terzo sotto il Generale Herwarth van Bittenfeld; il 22 giugno cominciò da tutte e tre le parti l'entrata nella Boemia. Il comando supremo austriaco avrebbe dovuto, in qualunque circostanza, tentare di approfittare del pericoloso isolamento degli eserciti nemici avanzanti. Eppure non fu nemmeno convenientemente sfruttato lo scacco, che il Generale Gablenz inflisse, il 27 giugno, a Trautenau al suo compagno d'armi nella guerra danese, Bonin.
Il giorno successivo a Skalitz si offrivano ancora una volta al Benedek tutti i mezzi per conseguire la vittoria. La via battuta dal Moltke, dice il Delbrück, ebbe - a Skalitz - un punto, dove sfiorò il pauroso abisso della completa disfatta. Ma il Benedek credette inopportunamente di dover frenare il suo temperamento per non sconvolgere il piano del prudente suo capo di Stato maggiore, e si lasciò sfuggire l'occasione di distruggere con i suoi 70.000 uomini i 30.000 Prussiani che gli stavano di fronte.

Così egli si lasciò soprattutto scappare di mano la vittoria, poiché, dopo la congiunzione degli eserciti prussiani, la vittoria doveva toccare alla loro forza superiore.
Il 2 luglio gli eserciti del principe Federigo Carlo e dello Herwarth si scontrarono presso Gitschin nel grosso delle truppe austriache; l'esercito del principe ereditario, che si trovava in ritardo di un giorno di marcia, doveva avanzare il più celeremente possibile sul campo di battaglia.
Il 3 luglio prima dell'alba cominciò la battaglia decisiva fra il villaggio di Sadowa e la piccola fortezza di Kóniggratz sull'Elba.

Ai Prussiani spettava il difficile compito di prendere la posizione degli Austriaci e dei Sassoni, coperta dalle alture boscose di Chlum e dalle paludi della valle della Bistrizza e difesa da 250 bocche da fuoco. Il Re Guglielmo in persona dirigeva l'assalto, che riuscì solo lentamente e costò enormi sacrifici.
Per valore gli Austriaci non erano inferiori ai loro avversari; se questi alla fine ottennero il sopravvento; lo dovettero non soltanto alla superiorità del loro fucile ad ago, ma molto più alla loro vigorosa disciplina militare e alla educazione più salda delle energie spirituali. Non ebbe torto il professore Peschel se, in un saggio sull'insegnamento della recentissima storia della guerra, sostenne la tesi che a Kroniggratz il maestro di scuola Prussiano aveva vinto quello austriaco.
Anche il Friedjung respinge l'obiezione che la vittoria abbia arriso ai Prussiani per l'intromissione tempestiva dell'esercito del principe ereditario, quindi «solo per un caso». Il Moltke poteva e doveva contare sul suo arrivo. Certo la marcia incredibilmente rapida dell'esercito slesiano sul terreno inzuppato dalla pioggia fu un'azione militare di prim'ordine. Quando il principe ereditario a mezzanotte entrò in battaglia, gli Austriaci si videro minacciati sul fianco sinistro e alle spalle nella maniera più grave. Invano la cavalleria austriaca si gettò contro gl'irrompenti da tutte le parti; il suo impetuoso valore non poté più impedire che la ritirata, ordinata dal Benedek, si convertisse in un completo dissolvimento.

Dopo che in Boemia era avvenuta la decisione, le operazioni sul teatro di guerra occidentale avevano solo un'importanza subordinata. I Prussiani sotto il Vogel von Falckenstein, più tardi sotto il Manteuffel, giunsero fra scontri vittoriosi fino a Würzburg, mentre un altro corpo sotto il granduca di Mecklenburgo, penetrando dal nord-est in Baviera, occupò tutte le città fino a Norimberga.

Ma in Italia, nella valle dei Po le cose non si svolsero altrettanto bene. L'Italia era scesa in campo con un esercito di 220 mila uomini al comando del gen. Alfonso Lamarmora; ma venne diviso in due corpi che praticamente restarono indipendenti. Il primo corpo partendo dal Mincio e il secondo, al comando del Cialdini, risalendo dal Basso Po, avrebbero dovuto convergere sul Quadrilatero e qui attanagliare gli austriaci, mentre un corpo di volontari italiani al comando di Garibaldi operando indipendentemente contemporaneamente avrebbe marciato verso l'Adige e verso il Trentino.
Nell'Adriatico una flotta italiana di circa 90 unità, al comando dell'ammiraglio Persano, fronteggiava già quella austriaca dell'amm. Tegetthoff.
Il 24 giugno il gen. Lamarmora, passato il Mincio con le sue forze spiegate su un fronte di alcune decine di km., mosse all'attacco del nemico che credeva di trovare sulla difensiva. Invece quasi nella stessa ora l'arciduca Carlo aveva messo in movimento il suo esercito deciso a prendere l'iniziativa dell'attacco. Così tutto l'esercito austriaco si scontrò con il solo primo corpo italiano.
Ne derivò una battaglia d'incontro, che finì dopo un aspro sanguinoso combattimento presso Custoza col ripiegamento degli italiani, ordinato per una erronea interpretazione dal Lamarmora, ma non rispondente alla reale situazione.
Il secondo corpo del Cialdini era infatti ancora integro e saldo e Garibaldi dopo avere sconfitto gli austriaci ad Ampola e a Bezzecca si accingeva a marciare su Trento, dove avrebbe bloccato rifornimenti dal nord della val d'Adige, e preso alle spalle gli austriaci a sud.
Conscia di questa situazione e sgomentata della vittoria prussiana di Sadowa l'Austria offrì un armistizio a Vittorio Emanuele II; ma questi per lealtà verso l'alleato lo rifiutò e il corpo di Cialdini proseguì l'avanzata nel Veneto spingendo un Corpo di Armata, comandato dal gen. Raffaele Cadorna, fin sull'Isonzo.

L'arciduca Alberto che era corso in Boemia per cercare di porre riparo alle sconfitte del gen. Benedek veniva intanto anche lui battuto dai Prussiani a Kóniggratz. Furono allora iniziate trattative per una tregua.

Fu un merito della politica in grande stile del Bismarck che la guerra del 1866 divenisse così fruttuosa nelle sue conseguenze. Mediante la sua condotta, furono conseguiti dalla Prussia, nonostante le velleità di intervento di Napoleone, un guadagno di quattro milioni di sudditi e la direzione della Germania nordica.
Conveniva ora prima organizzare il nord senza il sud; la sistemazione unitaria degli elementi omogenei era la naturale preparazione ad un ulteriore allargamento; quando salde istituzioni costituzionali si fossero una volta radicate nel settentrione, si sarebbero poi estese più facilmente al mezzogiorno.

Per la divisione della Germania c'era da fare assegnamento anche su Napoleone, poiché «egli sperava», dice il Bismarck nei suoi Pensieri e ricordi, «di costituirsi in una confederazione della Germania meridionale una filiale francese ». Per ciò fu concluso addirittura con la mediazione francese tanto l'armistizio di Nikolsburg (26 luglio), quanto la pace di Praga del 23 agosto 1866.
Per altro quando Bismarck chiese l'incorporazione della Sassonia, dell'Assia-Cassel, di Nassau e dello Annover, il negoziatore francese, Benedetti, raccapricciato, gridò che non si viveva più nel periodo di Federico il grande, quando ognuno si pigliava ciò che gli pareva.

Ma appena che il Bismarck ebbe acconsentito alla continuazione dell'intatto regno di Sassonia, furono concessi alla Prussia i rimanenti ingrandimenti di territorio, Inoltre l'Austria cedé alla Prussia i suoi diritti sullo Schleswic-Holstein, si obbligò a risarcire le spese di guerra e dette il suo consenso che la Venezia, lasciata a Napoleone, si unisse col Regno d'Italia.

L'Austria si separò dall'unione politica con la Germania, il cui riassetto restò compito della Prussia. Non volendo esagerare, Bismarck si oppose all'ingresso trionfale delle truppe prussiane a Vienna, premendogli non fosse reso più difficile il riannodamento di amichevoli rapporti con l'Impero austriaco.

Già dopo la battaglia di Kóniggrâtz, allorché il Moltke disse al Re Guglielmo: «Vostra Maestà ha guadagnato non solo la battaglia ma la campagna!» il Bismarck aggiunse: «La lite è risolta; ora bisogna ristabilire l'antica amicizia con l'Austria! ».

Per riaccostarsi all'Austria non era per nulla suonata l'ora; però sul Meno, che ormai separava la nuova « confederazione della Germania del nord » dagli Stati meridionali, fu fin d'allora gettato il ponte.
Ancor prima che si arrivasse alla pace di Praga, si conclusero dalla Baviera, dal Württemberg, dal Baden e dalla Assia-Darmstadt con la Prussia trattati di alleanza difensivi e offensivi, i quali per rispetto alla Francia dovevano per ora esser tenuti segreti.
I sacrifici, che la pace impose agli Stati più deboli, apparvero più leggeri, quando Bismarck fece la rivelazione che Napoleone ancora il 6 agosto aveva fatto dichiarare dal Benedetti che egli intendeva di lasciar mano completamente libera al Gabinetto berlinese per l'acquisto dell'Assia renana e del Palatinato bavaresi.

Per quanto tra il popolo tedesco la considerazione dei fattori reali della vita politica potesse avere tuttavia numerosi avversari, pure i circoli dirigenti fortunatamente riconobbero che si doveva porre da parte astio e malumore e che il profondo rivolgimento di tutti i rapporti tedeschi esigeva anche un cambiamento immediato della politica dei singoli Stati.
Quasi da per tutto vennero al potere nuovi ministri, il cui programma mirava ad una relazione più stretta e onorevole con la Prussia, anche se ripugnavano alla rinunzia dell'indipendenza.
L'educazione di tutte le forze militari tedesche secondo lo spirito e il modello dell'organismo militare prussiano fu l'acquisto più importante dei successivi anni. Nel settentrione si compié felicemente il trapasso dalla politica prussiana a quella tedesca. «Solo la Germania» dichiarò il Re Guglielmo dopo l'incorporazione dell'Annover, «deve avere guadagnato ciò che la Prussia ha conquistato! ».
Era questo il momento più notevole nell'evoluzione storica della Germania.

Ma anche nello Stato vinto la giornata di Koniggratz produsse una risolutiva mutazione favorevole al principio di nazionalità. Il cattivo successo delle armi austriache operò un mutamento del sistema nell'interno della monarchia; la costituzione di febbraio, sospesa durante il ministero Belcredi, venne rimessa in vigore, però soltanto per i paesi della corona di qua della Leitha.
Con l'Ungheria fu nel giugno 1867 concluso un compromesso che compose la contesa costituzionale scoppiata fino dal 1848 in sostanza secondo i desideri separatistici e le proposte di Francesco Deak e del suo partito.

L'Andrassy, il ribelle proscritto del 1848, divenne il primo presidente della Camera dei deputati ungheresi: il Festetits capeggiò un ministero indipendente ungherese.
La fastosa incoronazione di Francesco Giuseppe e la sua consorte Sissi, a Re e Regina d'Ungheria l'8 giugno 1867 ad Ofen fu la consacrazione del nuovo dualismo costituzionale.

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