-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

IL NUOVO PREDOMINIO E LA NASCITA DEI RANCORI


235. 44) - * DEVOLUZIONE INTERNA DEGLI STATI EUROPEI
* L'INFLUENZA CLERICALE


"Ma non iscorgono essi che uccidono se medesimi colle proprie mani? ...."
"Io volevo preparare la fusione dei grandi interessi dell'Europa ....
"L'Europa sarebbe diventata di fatto un popolo solo..."
(Il profetico Napoleone - Memoriale di Sant'Elena - 1816)
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1900-1918 - Nell'incapacità di mettersi d'accordo, crollarono infatti tre imperi storici.
Le grandi dinastie dell'Europa centrale ed orientale furono spazzate via, l'inghilterra ridimensionata.
Fu la fine del dominio dell'Europa sulla scena mondiale.

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ATTENZIONE - Vi facciamo notare che questo capitolo
è stato scritto nel 1910 dal Prof. E. Brandenburg, dell'Università di Lipsia,
in "Storia Universale - Lo sviluppo dell'Umanità" (i 6 volumi curati da Pflugk-Harttung)
Cioè non era ancora scoppiata la Prima Guerra Mondiale.
Questo ci aiuta a fare un'analisi della situazione europea alla vigilia del conflitto.
Il lungo Capitolo successivo "Espansione Europea nel passato e nel presente"
è invece del Prof. D.K. Lamprecht, Università di Lipsia
anche questo apparso nei volumi citati sopra.

 

INGHILTERRA
I singoli Stati europei hanno risentito in grado diverso l'influsso degli eventi della politica mondiale nel loro svolgimento. Abbiamo già visto quanto strettamente la mutazione interna della Russia si riconnetta con la sua sofferta sconfitta subita dai Giapponesi. E da sofferta da lì a breve divenne tragica.
Fra gli altri Stati l'Impero britannico ha risentito la più forte efficacia dagli spostamenti di forze internazionali. Il venire a galla della corrente imperialista e la crescita della potenza e dell'estensione dell'Impero britannico stanno, come sappiamo, nella più stretta connessione causale. I grandi successi esterni della politica, rappresentata dal Chamberlain, dovevano necessariamente operare efficacemente sull'imperialismo.
Lo zelante appoggio, che le colonie avevano dato alla madrepatria durante la guerra boera,
fece rispuntare in Inghilterra l'idea che era ormai giunto il momento opportuno per attuare il disegno di una più stretta unione economica fra madrepatria e colonie.
Che le camere di commercio dell'Impero britannico in un congresso a Londra, alla fine del giugno 1900, si dichiarassero favorevoli alla costituzione d'uno stabile consiglio dell'Impero, composto dei rappresentanti di tutte le colonie, e a una efficace cura dei rapporti commerciali per entro l'Impero, non poteva che incoraggiare i seguaci di queste idee.

Chamberlain sapeva che il conferimento di vantaggi economici, massime la preferenza ai prodotti coloniali sul mercato inglese, formava la premessa per reali concessioni politiche delle colonie. Ora il parlamento inglese aveva introdotto un dazio sui cereali per la durata della guerra boera per coprire le spese oltre modo alte. Chamberlain pensava di mantenere questo dazio per l'estero anche dopo la conclusione della pace e di abolirlo soltanto per i cereali delle colonie; questo sarebbe stato un atto, come lo desideravano le colonie, soprattutto il Canadà.
Una conferenza dei ministri delle colonie (1902) espresse il suo parere favorevole al disegno del Chamberlain; ma egli urtò nell'opposizione più vivace dei suoi colleghi inglesi, soprattutto del cancelliere del tesoro Ritchie, tanto che dovette abbandonare il suo progetto e permettere l'abolizione di ogni dazio sui cereali.

L'intimo motivo di tutti gli ostacoli a cui andò incontro Chamberlain, dipendeva da ciò che la massa della popolazione inglese credeva fermamente nel dogma del libero scambio. Specialmente il ceto operaio inglese, che con i suoi voti aveva un peso decisivo, non voleva vedere rincarare con i dazi sui cereali e sul bestiame i viveri, solo per avvantaggiare così gli abitanti delle colonie.

Chamberlain credette in ultimo di aver trovato un mezzo per dileguare i dubbi dei lavoratori; egli pensava di adoperare il ricavato intero di questi dazi per un'assicurazione degli operai, e così restituire ai lavoratori ciò che veniva loro, tolto con il rincaro dei viveri. Ma anche questa sua idea ebbe scarsa accoglienza, perché gli Inglesi non erano ben disposti, conforme a tutta la loro tradizione, in favore d'una diretta assistenza statale, e perché la fedeltà al libero scambio era troppo saldamente radicata perfino negli strati inferiori della popolazione.

Allorché Chamberlain non poté spuntarla con i suoi propositi nel ministero stesso, rinunziò col settembre 1903 al suo ufficio per potersi dedicare tutto, come privato, alla propaganda delle sue idee. Egli si adoperò, instancabile e fino all'estremo esaurimento delle sue forze fisiche, negli anni successivi, con discorsi e scritti, in pro' del suo programma.
Intanto l'esito delle prossime elezioni dimostrava che fino allora non gli era riuscito di persuadere le moltitudini del popolo inglese della sua bontà. Soprattutto il congresso delle maestranze britanniche esprimeva la sua opinione del tutto contraria al disegno del Chamberlain.

Ma con le dimissioni di Chamberlain era venuto a mancare al Gabinetto lo spirito direttivo. Nella politica interna, in generale, il ministero conservatore non aveva conseguito nessun grande successo. Solo era riuscito il conferimento all'Irlanda dell'autonomia delle parrocchie, introdotta prima in Inghilterra, ed una nuova legge per l'Irlanda aveva ancor più agevolato gli affittavoli l'acquisto delle terre e aveva posto a disposizione del Governo 100 milioni a tale scopo; all'incontro il favore concesso alle scuole confessionali aveva prodotto del malumore in molta parte della popolazione.
Ma tuttavia il peggio fu che la concordia entro il seno del Governo era del tutto svanita. Per ciò il ministero fu costretto nel dicembre del 1905 a dimettersi, e i liberali sotto la direzione del Campbell-Bannerman, sostituito nel 1908 dall'Asquith, assunsero il Governo.

Essi sciolsero il Parlamento, e le elezioni del gennaio 1906 dettero una schiacciante maggioranza al partito liberale.
Ai 400 liberali si contrapponevano nel nuovo parlamento solo 158 conservatori ed unionisti, 83 irlandesi, e 29 socialdemocratici. Con questo mutamento ministeriale divenne impossibile un più vasto sforzo per attuare i disegni imperialistici fino ad altri migliori momenti.
Il Governo tenne nel maggio 1907, è vero, una conferenza coloniale già prima convocata, ma con una tattica temporeggiatrice impedì ogni decisione. Ritirando tutte le truppe e navi da guerra inglese dal Canadà il nuovo ministero rallentò ancor più e vincoli con questa colonia mentre il Canadà stesso già si accingeva a costruirsi autonomamente una propria flotta.

La cura principale del nuovo Governo inglese fu rivolta a un ulteriore perfezionamento delle istituzioni della madrepatria conforme alle tendenze democratiche.
Una nuova legge del 1907 mise a disposizione delle contee notevoli mezzi per comprare maggiori possessi e per dividerli fra piccoli possidenti. L'Irlanda non doveva ottenere nessun parlamento, ma solo una parziale autonomia, e un'assemblea elettiva a Dublino; contro i grandi proprietari della regione si prospettò, in certe circostanze, l'espropriazione. Con questi provvedimenti radicali, come pure con gli sforzi di togliere alle scuole confessionali ogni appoggio dello Stato, il ministero venne in conflitto con la Camera alta, e per ciò Bannerman ebbe l'idea, che già prima di lui aveva incidentalmente avuta il Gladstone, di restringere di molto le funzioni della Camera alta e di lasciarle soltanto un veto sospensivo contro le deliberazioni di quella bassa; d'altra parte, questi desideri, non sono stati attuati.
Se però consideriamo alla data 1907 la condizione dell'Impero mondiale britannico, bisogna convenire che i disegni del Chamberlain, nonostante tutti gli ostacoli, che si opponevano, hanno offerto l'unica possibilità per mantenere anche nel futuro unito l'Impero: poiché straordinariamente forti sono gl'interessi particolare delle singole parti.

CANADA'
Il Canadà, nel caso di una guerra contro gli Stati Uniti, non è possibile in nessun modo tenerlo. Il forte elemento della popolazione, francese e cattolico, fa sì che questa un po' per volta incomincia a sentirsi una nazione diversa dall'inglese, che non vorrebbe dipendere né dalla madrepatria, né dal grande Impero limitrofo americano. Economicamente però gli Stati Uniti hanno un ascendente sempre più forte sul Canadà, il cui commercio con l'Unione ovviamente cresce più presto che quello con la madrepatria. L'avvenire del paese sta, in sostanza, nell'enorme superficie incolta del sud-ovest; dove esiste un eccellente terreno per colture di grano, che ricopre una superficie cinque volte più vasta della Francia.
Alcuni esperti hanno calcolato che questo terreno può nutrire comodamente 120 milioni di uomini, e, se é completamente utilizzato, può abbondantemente soddisfare l'intero fabbisogno di grano dell'Inghilterra. A ciò si aggiunge l'esistenza di grandi boschi, che diventa sempre più notevole, quanto più negli Stati Uniti il bosco scompare a causa delle colture che vi predomina.

Ma da chi questo grosso territorio é colonizzato? Non dagli Inglesi; poiché la popolazione inglese, abituata alle città, non é addirittura più adatta a una colonizzazione di grandi campagne; l'emigrante inglese va nelle città per vivervi nella maniera solita della sua patria: questo suolo é invece colonizzato dagli Stati Uniti. Qui i coloni hanno fatto le loro esperienze nel selvaggio Occidente del loro territorio; hanno provato tutti i metodi per la coltivazione di simili terreni, e ora varcano la frontiera: comprano il terreno tuttora poco costoso, e vi si stabiliscono.

Nel Canada occidentale ora oltre un terzo della popolazione proviene dagli Stati Uniti, e probabilmente lo sviluppo del paese proseguirà nella stessa direzione. Questa nuova popolazione però non ha nessun interesse che il Canadà apparterga politicamente all'Inghilterra, ma si adopererà o per l'unione agli Stati Uniti o per la completa indipendenza del paese. L'annessione agli Stati Uniti é per il momento impedita dalla politica protezionista dell'Unione, svantaggiosissima per il Canadà.
Se questa politica dovesse una volta cessare, e il vasto mercato americano schiudersi al grano del Canadà, anche un avvicinamento politico non sarebbe impossibile. Tuttavia non sono nel Canadà per nulla favorevoli le previsioni di un consolidamento, semmai di una spontanea continuazione della sovranità inglese.

AUSTRALIA
Un po' diversamente stanno le cose in Australia. La scoperta dei campi auriferi fino dal 1851 ha esercitato una decisiva influenza sul carattere di questo paese. Una forte índustria delle miniere aurifere é cresciuta; si sono formate grandi città, ed esiste una potente classe operaia, che in conseguenza della ricchezza delle miniere ritrae alti salari e gode di un elevato tenore di vita. In questa colonia, che é popolata più massicciamente, Vittoria, nel 1901 il 51 % della popolazione viveva nelle città con più di 20.000 abitanti, mentre la campagna era scarsamente popolata. La conseguenza di ciò é che le città dominano economicamente e politicamente; e in esse gli operai saldamente organizzati in maestranze.
In realtà non c'è nessun paese, in cui gli operai abbiano una posizione così predominante, come in Australia: prescrivono i salari agli imprenditori; contano su un gran numero di seggi nelle rappresentanze popolari e nei ministeri, e lavorano a trasformare in statali le più importanti industrie e a influire, per mezzo dello Stato, sul contratto di lavoro; allontanano infine il più possibile con rigide leggi sull'emigrazione e alti dazi protettivi operai e merci straniere, per mantenere alti i salari e i prezzi delle merci.

Se il socialismo in qualche luogo può sperare di provare le sue teorie con un serio esperimento, questo luogo é l'Australia. Nella campagna all'incontro domina la grande coltura estensiva. L'agricoltura retrocede del tutto verso la pastorizia, che é esercitata dai grandi proprietari di mandrie, sul suolo scarsamente popolato. Ai circa 4 milioni di uomini, che abitano l'Australia, si aggiungono non meno di 93 milioni di pecore e 10 milioni di bovini. In conseguenza di questo predominio della pastorizia e del latifondo la campagna ha un carattere aristocratico; manca una vera e propria classe di coloni massari.
Ma ora avanzano verso il Pacifico in masse sempre più forti i popoli straordinariamente numerosi della razza gialla: giungono all'inizio come pacifici immigranti e offrono a basso prezzo agli imprenditori le proprie braccia. I capitalisti desiderano attrarre nel paese questi operosi lavoratori indiani, cinesi e giapponesi; il partito operaio dominante desidera naturalmente tenerli lontani e ottiene il suo scopo con rigide leggi sull'immigrazione.
In realtà si potrebbe dubitare che l'Australia sarebbe assalita dalla razza gialla, appena che questa fosse lasciata immigrare liberamente. Ma ci si deve domandare, se i pochi milioni di Europei saranno in grado d'impedire a lungo l'accesso al continente australiano ai molti milioni della razza gialla, anche usando tutti gl'immaginabili provvedimenti coercitivi.

Indubbiamente l'Australia sarebbe debole di fronte a un attacco del Giappone. Il timore di un simile conflitto lega l'Australia alla madrepatria, la cui potente flotta é indispensabile per la sua difesa. Ma i partiti dominanti nell'interesse della propria autorità si opporrebbero assolutamente a qualsiasi più rigida subordinazione alla vigilanza inglese. Sino dal 1900 i territori del continente australiano insieme con la Tasmania formano una confederazione, che é organizzata come quella canadese.
Già in occasione della sua fondazione si giunse a violente questioni con l'Inghilterra, poiché in Australia non si voleva ammettere l'appello al supremo tribunale britannico. Queste esitazioni furono dà ultimo superate con l'assegnazione di alcuni seggi nel tribunale supremo a cittadini delle colonie. Ma l'Australia deve considerare con il maggiore dispiacere la politica generale inglese dell'ultimo decennio, che si fonda sulla salda alleanza dell'Inghilterra col Giappone in tutti i problemi della politica mondiale.
Si può benissimo prevedere un momento, in cui l'Inghilterra possa trovarsi davanti alla scelta di rinunziare a questa alleanza o al suo dominio sull'Australia.

Per il momento é, d'altra parte, indiscussa l'aspettativa degli Australiani che, nel caso d'un conflitto col Giappone, godranno la protezione della madrepatria, e questa aspettativa salda la confederazione all'Inghilterra.
All'incontro, nell'aspirazione di tener lontano dal mercato australiano gli articoli industriali inglesi si trova un elemento separativo, che renderà precaria soprattutto ogni più stretta unione economica.

 

SUDAFRICA
Anche nel Sudafrica là situazione é scabrosa. Là popolazione bianca è relativamente piccola di numero e inoltre divisa per il contrasto fra Inglesi e Boeri. È impossibile in questo clima fare a meno dei lavoratori negri per l'agricoltura, per la pastorizia e l'industria. Anche qui la scoperta delle miniere aurifere e dei campi diamantiferi ha operato trasformazioni e creato grandi centri industriali. Gl'imprenditori hanno pure cominciato ad attirarvi lavoratori cinesi e indiani. Ancora non si sono sviluppate nel paese altre industrie indigene. Tuttavia esso ha gran bisogno di macchine, di materiale ferroviario, e di consimili prodotti della madrepatria. Dall'assoggettamento degli Stati boeri in poi l'Inghilterra gode d'un dazio preferenziale di 25 %, che deve assicurarle questo mercato.

Siccome il paese non produce nessuna eccedenza di cereali e di bestiame, l'attuazione del piano del Chamberlain non gli arrecherebbe alcun vantaggio. Un forte partito nel Sudafrica lavora in favore di una completa indipendenza. Il ministero Bannerman é venuto incontro a queste speranze, in quanto nel 1906 ha concesso l'autonomia amministrativa alla colonia del Transvaal e nel 1907 a quella dell'Orange. L'unione di tutte le colonie sudafricane in una sola confederazione é ormai solo questione di tempo; e allora si deciderà, se l'Inghilterra potrà conservare, di fronte al partito dei coloni africani, ancora la sua sovranità su questo Stato. Se oltre a ciò teniamo conto ancora del forte malcontento della popolazione delle Indie orientali verso il dominio inglese, malcontento che anche nell'ultimo decennio si é manifestato con sempre nuove pericolose insurrezioni, e dello stesso umore della popolazione indigena dell'Egitto, scorgiamo che la situazione dell'Impero mondiale inglese non é così splendida, come può sembrare a un primo sguardo.

Allo scoppiare di una grande guerra mondiale agevolmente gli interessi contrapposti della madrepatria e delle singole colonie potrebbero trasformarsi in forze centrifughe e preparare gravi imbarazzi al Governo.
Già soltanto per questo é appena ammissibile che uno statista saggio si assuma la responsabilità di scatenare un così simile conflitto senza urgente motivo, per quanto a qualche Inglese possa sorridere l'idea di annientare, con una guerra preventiva, le flotte crescenti di altre Potenze, finché la propria marina possiede ancora un'indiscussa superiorità.

FRANCIA
Nella vita statale francese le questioni coloniali, se prescindiamo dal periodo più recente, avevano un'importanza di gran lunga minore che in Inghilterra; il centro di gravità stava nelle relazioni europee e nell'evoluzione interna della madrepatria: dove il parlamento era il fattore predominante, e tutta la vita interna del paese dipendeva dagli spostamenti della potenza dei vari partiti.
La caduta del Boulanger e le elezioni del 1889 avevano dato una grande maggioranza ai repubblicani moderati; ma questa maggioranza si divideva in un gruppo più radicale e in uno più conservatore e non poteva accordarsi in un programma per un'azione positiva. Tutta la sua attività si esauriva nel respingere le pretese, che mettevano avanti i partiti estremi da destra e da sinistra. Per parecchi anni la vita interna statale della Francia ristagnò completamente; solo al principio del periodo intorno al 1890 si veniva preparando un nuovo aggruppamento dei partiti.

Fino allora l'efficacia parlamentare dei socialisti francesi era stata impacciata dal loro spezzettamento in quattro gruppi, chi si combattevano l'un l'altro. Quando nel 1893 giunsero nuove elezioni, questi gruppi si accordarono in un comune atteggiamento, e riuscirono con una temporanea rinunzia ad una esecuzione rigida del programma comunista, soprattutto in rapporto alla proprietà rurali, ad acquistare seguaci fra i contadini e a strappare ai borghesi delle città numerossisimi voti. Contemporaneamente si staccò dal partito monarchico un'ala sinistra, che apertamente riconobbe la repubblica, i cosiddetti ravvicinati.
A tutto questo diede impulso Papa Leone XIII, che in ogni luogo mirava a rafforzare l'influsso del cattolicesimo nei parlamenti; egli raccomandò ai cattolici francesi di riconoscere la vigente forma di Governo, affinchè potessero tanto più sicuramente conseguire ascendente con le loro opinioni sul parlamento e sull'amministrazione. Da ciò derivò la possibilità di una alleanza fra i ravvicinati e i repubblicani moderati. Inoltre siccome i capi dell'attuale maggioranza erano fortemente compromessi dallo scandalo del Panamà, le elezioni produssero una composizione del tutto nuova del parlamento.

A dire il vero, li varie sfumature della vecchia maggioranza repubblicana conservavano tuttora la prevalenza numerica; ma esisteva un forte partito socialista di 55 deputati, mentre dai vecchi monarchici, di cui rimanevano circa 60, si separarono circa 38 ravvicinati. Ma fu specialmente importante che si avverasse un completo mutamento di persone. La metà della Camera risultava fatta di nuovi deputati, e perciò dunque nuovi personaggi arrivavano in prima fila.
La Sinistra socialista, chi si presentava numerosa e compatta, esercitò una forte efficacia sulle opinioni dei repubblicani radicali: i quali dovevano temere di perdere del tutto i loro aderenti nel corpo elettorale, se non potevano esibire risultati positivi, conformi al programma democratico.
Essi per ciò pretesero dai moderati un maggiori rispetto delle loro opinioni e ottennero che entrassero nel ministero soci del loro gruppo.

Ai socialisti condannati sulla basi delle precedenti leggi eccezionali fu concessa amnistia e con il progetto di un'imposta progressiva sulle entrate venne fatto il tentativo di soddisfare una parte delle esigenze radicali.
Intanto i moderati e anche il Senato opposero una tenace resistenza a questa riforma, chi essi spacciavano per socialista. Il Senato dopo lungo tempo rientrò per la prima volta come fattore risolutivo nella vita politica, quando, respingendo una imposta, obbligò il ministero Bourgeois, dominato dai radicali, a dimettersi (1896).

Ma anche il suo successore Mélini, che in generale si appoggiava sui moderati e sulla destra, venne incontro alla Sinistra, in quantoche condusse a buon fine l'assicurazione coercitiva contro gl'infortuni; invece non riuscì a venire a capo di una duratura riforma dell'ordinamento tributario senza toccare la tassa di ricchezza mobile.

L'affare Dreyfus poi determinò l'ulteriore svolgimento dei rapporti fra i partiti francesi. Era in sé un episodio meschino che un capitano ebreo, addetto allo Stato maggiore, perché avrebbe svelato all'estero segreti militari, fosse punito con la condanna a morte, commutata dal Presidente con la deportazione a Caienna. Ma ben presto si sparsero voci affermanti che la condanna era avvenuta per errore e aveva colpito il capitano Dreyfus soltanto perché era ebreo e di opinioni repubblicane; che inoltre nel corpo degli ufficiali predominava una tendenza clericale e camuffatamente monarchica, che con estrema intolleranza si impegnava di tenere lontani quanti la pensavano in modo diverso.
Quando Emilio Zola s'interessò della cosa e venne fuori pubblicamente con queste accuse contro lo Stato maggiore, fu processato e condannato alla pena di una lunga reclusioni. Ma ormai non era più possibili seppellire nel silenzio la faccenda; e la suprema Corte decise di sottoporre a revisione il processo del capitano Dreyfus. Però anche il nuovo processo davanti al tribunale di guerra di Rennes finì con la condanna dell'accusato, quantunque a una pena più mite, che gli fu condonata dal Governo (1899).
Questi avvenimenti condussero a violente discussioni nella Camera, e a un celere avvicendamento di ministeri, finché in ultimo ci fu la rivelazione che nel processo si sarebbe fatto uso di documenti falsificati, provocò un'eccitazione generale contro lo Stato maggiore e portò al potere un gabinetto composto di radicali, alla testa del quali fu posto il Waldeck-Rousseau.
Che egli tendesse ad appoggiarsi del tutto sulla sinitra escludendo i moderati, lo dimostrò prendendo nel suo gabinetto come ministro del commercio un socialista dichiarato, il Millerand.

Egli considerava suo fondamentale compito di infondere nell'esercito lo spirito repubblicano, senza comprometterne la capacità o la disciplina.
Il Generale Gallifet, segnalatosi nella guerra del 1870, l'aiutò come ministero della guerra a conseguire la meta. L'immensa difficoltà era questa, che l'esercito alla massa del popolo francese appariva come la rocca dell'indipendenza nazionale; e questo strumento indispensabile per la guerra di riscossa contro la Germania si considerava intangibile, dato che la Destra poteva lanciare il rimprovero di essere un traditore della patria contro chiunque l'attaccasse, mentre in verità questo esercito era guidato da uno spirito ostile alla repubblica. Quasi tutti gli ufficiali erano filo-monarchici.

Il Gallifet, e, dopo il suo ritiro, il Generale André, si adoperarono con estrema rigidezza a purificare il corpo dagli ufficiali monarchici. Il processo Dreyfus fu ripreso per la terza volta e da ultimo fornì la prova persuasiva che il Dreyfus era del tutto innocente ed era stato condannato solo per le più svergognate falsificazioni, che avevano la loro origine nello stesso Stato maggiore.
Egli fu completamente riabilitato e riammesso nell'esercito. Ma in tutte queste lotte si era dimostrato che i monarchici possedevano il più saldo sostegno nel clericalismo e che l'educazione clericale della gioventù era quella che manteneva vivo questo spirito anche nell'esercito. Perciò la lotta contro i monarchici portò con sé come conseguenza necessaria la lotta contro gli influssi clericali ancora superstiti nell'insegnamento e contro i rappresentanti di questa tendenza, gli ordini religiosi e le congregazioni.

Anche dopo la legge Ferry sull'insegnamento continuava tuttavia in Francia la libertà d'insegnamento, introdotta nel 1850, cosicché accanto alle scuole statali, guidate da laici, esistevano parecchie scuole di ordini religiosi, in cui predominava completamente lo spirito clericale.
Il Waldeck-Rousseau iniziò la lotta contro gli ordini religiosi presentando una legge sulle associazioni, che imponeva a tutti gli ordini esistenti la prova della loro utilità e congiungeva la loro esistenza al conseguimento di un permesso dello Stato.
Fu pure reso oltremodo difficile l'acquisto di proprietà fondiarie, e proibito a tutti gli ordini, che non ricevevano il consenso statale, d'impartire l'insegnamento. La legge entrò in vigore il 1° luglio 1901; ma solo una parte degli ordini religiosi si conformò alle sue disposizioni e fu riconosciuta.

Contro gli altri si procedette senza riguardi; furono chiusi edifici e scuole, e vennero costretti i religiosi ad abbandonare i chiostri; tutte le domande arretrate per ottenere il permesso furono respinte dalla Camera. Con tutto ciò rimanevano ancora molte scuole di ordini, che avevano chiesto del tempo per chiudere e avevano ricevuto una certa tolleranza.

Gli ordini disciolti ottennero in parte, anche eludendo la legge, nuove scuole, dichiaratamente laiche. Si riconobbe quindi che non si sarebbe potuto farla finita radicalmente con l'insegnamento clericale, se non si aboliva del tutto il principio della libertà dell'insegnamento.
Siccome nel maggio 1902 il Waldeck-Rousseau, si disse per ragioni di salute, ma sostanzialmente perché non voleva andare tanto oltre, si ritirò, Combes assunse la presidenza del ministero.
Combes impose a tutti i Comuni l'obbligo di costruire un edificio scolastico; chiuse 1600 altri istituti religiosi, che fino allora erano stati tollerati, e nel dicembre 1903 presentò un disegno di legge sulla completa laicità delle scuole popolari. Il quale fu approvato dalle Camere e il 7 luglio 1904 pubblicato; fu così proibito, senz'eccezione alcuna, di impartire l'insegnamento a tutti gli appartenenti a ordini religiosi, e resa obbligatoria la frequenza delle scuole di Stato aconfessionali.

Si comprende che la Chiesa cattolica considerò soprattutto questi provvedimenti come una lotta contro la sua posizione nella vita del popolo francese. Veramente papa Leone XIII aveva consigliato di venire incontro al Governo e permesso agli ordini religiosi di chiedere le necessaria approvazione; ma ancor durante il suo pontificato il conflitto si aggravò per una contesa intorno all'interpretazione del concordato del 1801, che dava al Governo il diritto di nominare i vescovi.
Il Papa usò nelle sue bolle di conferma più volte una espressione, che poteva far apparire il diritto del Governo come un semplice diritto di presentazione; contro di ciò il ministero sollevò una protesta, senza ottenere nessun risultato (febbraio 1903).
Poco dopo Leone XIII morì (20 luglio 1903). Il suo successore Pio X era, in paragone, un temperamento assolutamente non politico, un rigido credente, un ecclesiastico un po' limitato, che aborriva del tutto i risvolti i mondani.
Che Pio X fosse stato elevato sulla sedia pontificia non era cosa favorevole a uno scioglimento pacifico del conflitto con la Francia.
Quando nel 1904 il presidente Loubet volle fare un viaggio a Roma e in questa occasione volle visitare il Re d'Italia, il nuovo Papa fece ufficialmente partecipare a tutte le corti cattoliche che ogni visita di un capo di Stato cattolico al Quirinale significava un'offesa alla Curia.

Il Governo francese rispose col richiamo del suo ambasciatore da Roma, mentre per il momento si conservava l'ambasciata stessa. Ma quando Pio X ebbe citato a Roma due vescovi francesi, sospetti di simpatie liberali, e li ebbe invitati a rinunziare al loro ufficio, il Governo francese dichiarò inammissibile quest'atto, perché íl Papa aveva usato un diritto di deposizione, che secondo il concordato non gli spettava.

Poiché il Papa rifiutò di ritirare i suoi provvedimenti, il ministero decise l'abolizione dell'ambasciatore presso il Vaticano, espulse la nunziatura pontificia da Parigi, e denunciò nell'autunno del 1904 il concordato, perché sarebbe stato violato da parte del Papa.
La denunzia del concordato creò una completa incertezza nelle relazioni fra Stato e Chiesa e rese necessario un nuovo ordinamento.

Prima che si giungesse a questo punto, Combes fu rovesciato nel gennaio del 1905, perché nell'infondere nell'esercito lo spirito repubblicano aveva adoperato mezzi inammissibili, soprattutto un vasto sistema di spionaggio. Ma il suo successore Rouvier apparteneva alla medesima tendenza politica, e il ministro dell'istruzione del nuovo gabinetto, Benvenuto Martin, presentò fin dalla primavera del 1905 una legge, che stabiliva la completa separazione dello Stato e della Chiesa; legge approvata dopo violente discussioni ed entrata in vigore il 9 dicembre 1905.

Questa legge garantiva il libero esercizio di tutti i culti e prometteva loro protezione contro ogni molestia: ma al tempo stesso stabiliva che lo Stato non garantiva più a nessuna confessione sovvenzioni o stipendi. La Chiesa cattolica come tale non venne più riconosciuta quale una personalità della vita pubblica, ma in ogni Comune si dovevano formare associazioni per il culto, soggette ai comuni principi del diritto d'associazione.
Il patrimonio della Chiesa cattolica, incluse le chiese, parrocchie ed altri edifici e tutti gli oggetti preziosi esistenti in essi diventava proprietà dello Stato, e rispettivamente dei Comuni; ma poteva essere affidato alle costituende associazioni cultuali in godimento.

Gli ecclesiastici, fino allora stipendiati dallo Stato, ricevevano una pensione, commisurata alla durata del loro ufficio. La Chiesa cattolica veniva disciolta così in una serie di associazioni religiose locali; ma in compenso abolito ogni diritto dello Stato alla nomina degli ecclesiastici o alla sorveglianza dei rapporti fra loro o con i loro superiori ecclesiastici.

Per stabilire l'entità del patrimonio della Chiesa, fu disposto un esatto inventario di tutti gli oggetti appartenenti alle chiese, e nei mesi successivi fu eseguito in parte con l'uso della forza e in mezzo alla più viva eccitazione della popolazione.
A causa dei provvedimenti troppo brutali, che aveva usato, il Rouvier fu rovesciato nel marzo del 1906, e sostituito dal Sarrien, poi dal Clemenceau; ma anche il nuovo Governo tenne fermo alla rigida esecuzione della legge di separazione, e le nuove elezioni del maggio 1906 fruttarono un forte aumento della Sinistra, su cui si basava il Governo.

Ora il più importante problema era questo, come i poteri ufficiali della Chiesa cattolica si sarebbero comportati di fronte a questi provvedimenti. Un'assemblea di vescovi francesi si dichiarò, a grande maggioranza, favorevole ad assoggettarsi alla legge di separazione, perché anche con essa era possibile una vita religiosa, conciliabile coi canoni ecclesiastici.
Ma l'ultima decisione dipendeva dal Papa; e Pio X dichiarò, nella sua bolla «Gravissimo officii munere» dei 1° agosto 1906, che la legge di separazione era inconciliabile con i diritti della Chiesa.

Pio X vietò la formazione di associazioni culturali, ma dette istruzioni ai vescovi di adoperare tutti i mezzi legali per conservare il servizio divino. Come motivo del suo rifiuto della legge il Papa indicò che la decisione definitiva, se un'associazione cultuale dovesse considerarsi come legittima tenutaria di chiese e di edifici serventi a scopi religiosi, era rimessa non alle autorità ecclesiastiche, ma allo Stato; per ciò esisteva la possibilità che questi edifici contro la volontà della Chiesa fossero assegnati ad un'associazione ereticale.

Dopo questo attacco di Pio X, il Governo espulse l'incaricato d'affari Montagnini, che era tuttavia rimasto a Parigi, ne sequestrò le carte, e pubblicò alcuni documenti, che dimostravano che egli aveva tentato di spingere i cattolici di Francia e dell'estero alla resistenza contro il Governo.

Siccome nello spazio concesso dalla legge non si formarono associazioni cultuali cattoliche, il patrimonio ecclesiastico fu di fatto sequestrato, ma nella pratica non fu opposto nessun ostacolo all'esercizio del culto divino nelle chiese. Tuttavia questo fu, per il momento, soltanto tollerato dallo Stato, mentre alle associazioni cultuali, se si attenevano alle disposizioni della legge, spetterebbe il diritto del godimento del patrimonio ecclesiastico.

La lotta contro lo spirito monarchico clericale nell'esercito portò quindi in Francia alla lotta contro l'influenza ecclesiastica nell'insegnamento e finalmente contro la Chiesa stessa.
Qui é stata tentata la soluzione del grave problema delle relazioni dello Stato e della Chiesa, che si accorda col pensiero fondamentale della moderna vita statale e tuttavia non tocca la libertà di coscienza dei singoli.
Che essa si affermi, dipenderà dal fatto, se le elezioni dei prossimi anni conserveranno la presente maggioranza nel parlamento.
Se altri popoli potranno, imitare l'esempio della Francia, deve apparire molto dubbio, data la diversità delle condizioni di fattori giuridiche nei singoli paesi.


GERMANIA
La direzione della politica dell'Impero stava dalla caduta dI Bismarck in poi nelle mani dell'Imperatore Guglielmo II stesso; ai supremi funzionari dell'Impero rimase sì la possibilità di influire sulle sue deliberazioni frenando o modificando, ma gl'impulsi determinanti partivano sempre dall'Imperatore. Come cancelliere dell'Impero fino dal 1894 stava a capo dell'amministrazione il principe Clodoveo di Hohenlohe-Schillingsfürst, il quale sempre si affaticò a comporre i contrasti, ma per la sua tarda età si ritirò nel 1900; e poco dopo mori.
Il suo successore fu Bernardo voi Bülow (più tardi, prima innalzato al grado di conte, poi di principe), che aveva incominciato la carriera diplomatica al servizio imperiale ancora sotto Bismarck, e da ultimo era stato ambasciatore a Roma.
Come abile diplomatico, come valente ed efficace oratore era molto adatto a trovare sempre una via di uscita da situazioni difficili; e si fece un tattico segnalato sul terreno parlamentare. Ma idee nuove anche lui non le ha avute nella direzione della politica dell'Impero.

Per il parlamento la caratteristica durante il decennio 1895-1906 fu il predominio del Centro, fondato su ciò che era impossibile formare, senza questo partito, una maggioranza. Se il Centro volle consolidare il suo influsso, dovette mostrare buona volontà nelle questioni della conservazione della capacità difensiva dell'Impero; quindi, in generale, i bisogni dell'esercito e della marina durante questo periodo sono stati soddisfatti, senza troppo gravi difficoltà. D'altra parte, il Governo ha dovuto accordare la fissazione annua della cifra dei presenti sotto le armi e la definitiva introduzione della ferma di due anni; ciò che significava un'essenziale rafforzamento dell'influenza parlamentare. Con le leggi sulla flotta del 1898 e del 1900 é stata accresciuta la flotta di combattimento dell'Impero tedesco a 34 navi di linea e 32 incrociatori; la flotta dell'estero a 13 incrociatori, e la riserva é stata ingrandita a 4 navi di linea e 7 incrociatori.
Secondo il piano marittimo del 1873 l'armata contava 8 fregate corazzate, 6 corvette corazzate; 7 monitori, 20 corvette, 6 avvisi, 18 cannoniere, 2 navi scuola d'artiglieria, 3 brigantini a vela e 28 torpediniere. Il 1884 fu iniziato con la costruzione di una maggiore flottiglia di torpediniere. L'Imperatore stesso promosse col massimo zelo la costruzione della flotta e mirò a creare una potenza marittima che, nel caso di una guerra, fosse in grado di difendere efficacemente le coste tedesche contro un attacco.

Di maggiore importanza per la difesa delle coste fu anche l'ultimazione del canale del nord-est, incominciato nel 1887. Il 21 giugno 1895 avvenne la solenne apertura per parte dell'Imperatore Guglielmo II. Era molto diffusa l'opinione che le richieste affacciate dal Governo non bastassero affatto a questo scopo; e si formò la lega navale tedesca con il compito di illuminare la popolazione sull'importanza della potenza marittima e di influire sui gruppi parlamentari con la sua agitazione.
In realtà il freno, che l'opinione pubblica e i partiti negli anni precedenti opponevano a tutte simili esigenze, ha poi ceduto ad una migliore comprensione. Ma, se prescindiamo da ciò, il periodo della prevalenza del centro ha da vantare poco meriti positivi. Certo il codice civile fu terminato e posto in vigore col 1.° gennaio 1900, ma era un'opera preparata da lungo tempo, le cui basi erano state poste nello spazio tra il '70 e l'80, e che in questo tempo aveva ricevuto soltanto la sua rifinitura formale.

All'incontro l'attuazione di un ordinamento unitario della giustizia penale militare fu una conquista veramente nuova; ma dovette esser comperata con la concessione alla Baviera di uno speciale Senato nella corte suprema militare. L'abolizione del divieto alle associazioni politiche di stringersi fra loro in federazione fu soltanto l'adempimento d'una promessa già fatta. Il proseguimento del sistema economico, fino allora vigente, fu garantito con l'accettazione della nuova tariffa doganale, che in mezzo a gravi ostacoli e di fronte all'ostruzione esasperata della democrazia sociale e dell'ala sinistra dei liberali giunse in porto nel 1902 e servì di base per il rinnovamento dei trattati di commercio con gli Stati limitrofi.
La resistenza degli elementi di sinistra fu provocata dall'elevazione dei dazi sui cereali da 3,50 a 5 marchi il quintale, che rappresentava una concessione alla tendenza agraria, cioè ai conservatori e al Centro. Gli avanzi, che si sarebbero ottenuti dai dazi oltre la media degli ultimi cinque anni, dovevano destinarsi all'istituzione di un'assicurazione dei lavoratori, delle vedove e degli orfani. Queste certo non sono grandi opere per un periodo di dieci anni. Ma ogni altra cosa che fu intrapresa fu incompleta.

Nelle questioni finanziarie il Centro persistette nella sua vecchia tattica di impedire la completa indipendenza dell'Impero dai singoli Stati: per ciò una vera riforma finanziaria non poté approdare. La legge del 1904 abolì, é vero, la famigerata clausola di Franckenstein, in quanto assegnò le entrate doganali e dell'imposta sui tabacchi al netto all'Impero; ma però esso fu obbligato ad assegnare ai singoli Stati il ricavato dell'imposta sull'acquavite, del diritto di bollo e della tassa sui tini da fermentazione.
Siccome così le spese dell'Impero anche ora non potevano esser coperte dalle sue proprie entrate, i contributi matricolari dovevano rimanere in vigore nella vecchia forma. Non si poté nemmeno venire a capo d'un «perfezionamento», a cui si tendeva da molte parti, di questi contributi tenendo conto della capacità economica, invece della semplice cifra della popolazione dei singoli Stati.

Siccome il Centro, concorde, in questa cosa, con i Governi della maggior parte dei singoli Stati, era contrario ad ogni introduzione di imposte dirette dell'Impero, mentre il crescente peso dei debiti e l'aumentante deficit dell'Impero e la crescente elevazione dei contributi matricolari disordinava tutto il bilancio degli Stati, fu necessario nella primavera del 1906 metter mano a imposte indirette. Si introdusse una soprattassa dei biglietti ferroviari, documenti di noleggio, interessenze, e un'imposta sulle sigarette e sulle automobili; inoltre un aumento della tassa sulla birra e di quella sulle borse e del porto postale nel servizio locale; ed infine un'imposta imperiale sulle eredità.

Ma tutto ciò non bastava a supplire alle spese dell'Impero, poiché il provento di queste imposte fu notevolmente inferiore al preventivo, mentre le spese salivano sempre di più. L'ordinamento delle finanze imperiali su una sana base è uno dei compiti principali, che l'Impero tedesco dovette risolvere nel successivo periodo.
Ancor meno si progredì nell'avviamento ad una unione ferroviaria tedesca. Quantunque gli esercizi ferroviari di molti Stati particolari fossero, a causa della loro modesta rete ferroviaria, improduttivi, e quantunque l'Assia desse l'esempio di congiungersi all'amministrazione prussiana delle ferrovie, nel finanziariamente andò tutto bene, pure nei singoli Governi prevalse il timore di dover sacrificare, nell'unione con le ferrovie comuni, troppo della loro indipendenza.
Non si arrivò neppure alla comunione dei capitali per l'esercizio, come da ultimo fu proposto dalla Prussia e discusso in conferenze dei singoli Stati. E anche la legislazione sociale si é del tutto arrestata.

All'incontro il Centro più volte ha tentato d'influire, conforme alle proprie idee, sulla politica dell'Impero; ha ottenuto l'abolizione del paragrafo 2 della legge sui gesuiti (1904), cosicché l'Ordine come tale fu proibito in Germania né poteva avere alcuno edificio, anche se i singoli gesuiti, che dimoravano nell'Impero, non potevano più essere soggetti alla vigilanza della polizia ed essere espulsi.

Il tentativo di maggior portata del Centro di ottenere, mediante la così detta proposta di tolleranza, la completa liberazione della Chiesa cattolica da ogni vigilanza statale, e la possibilità dell'istruzione di scuole private confessionali, naufragò dinanzi all'opposizione del Consiglio federale. Il partito non ebbe egualmente nessun buon successo con la sua tendenza ad assoggettare ad una rigida sorveglianza ecclesiastica le espressioni della vita spirituale nella letteratura, nell'arte plastica e nel teatro. soltanto fu con la cosiddetta lex Heinze proibito (1900) la vendita di figure oscene ai ragazzi sotto i 16 anni.
Il Centro stesso ha proseguito durante il periodo del suo predominio parlamentare la sua trasformazione interna nella direzione già prima riconosciutale; gli elementi democratici sono arrivati sempre più in prima fila; come loro principale capo può considerarsi il deputato Erzberger, il quale ha sempre più respinto nell'ombra i capi più vecchi.

Da questa trasformazione democratica del partito risulta che un procedere di conserva fra Centro e conservatori è divenuto sempre più scabroso, mentre il Centro in occasione della riforma del sistema elettorale per la seconda Camera bavarese non ha sdegnato l'alleanza con la democrazia sociale, nonostante il diverso modo di considerare la vita. (più tardi lo farà anche all'ascesa del nazismo di Hitler).

In Prussia i conservatori mantenevano la loro posizione dominante nel parlamento, in grazia del sistema elettorale fondato sulla divisione in tre classi. Essi opposero una tenace resistenza alla costruzione, urgentemente richiesta dall'industria renano-vesfalica, della rete di comunicazioni fluviali della Germania del nord-ovest, poiché vi scorgevano un danno della Germania orientale e almeno chiedevano un compenso; solo a fatica, infine, fu approvato dalla Dieta nazionale una parte del cosiddetto canale centrale, cioè il tratto da Dortmund ad Annover.
Nel dibattitointorno alla legge sulle tasse scolastiche venne soprattutto in discussione il carattere confessionale delle scuole popolari. Siccome, in questo caso, Centro e conservatori facevano sul serio causa comune, fu impossibile ai partiti liberali spuntarla: si dovettero accontentare che le scuole aconfessionali venissero garantite giuridicamente nella loro esistenza là dove già esistevano.

Il trattamento dei Polacchi all'interno del territorio tedesco divenne una questione importantissima della vita statale prussiana, e indirettamente un problema generale tedesco. Non era gran che pericoloso che migliaia di Polacchi fossero occupati nei poderi della Germania orientale, nel periodo della raccolta, come lavoratori stagionali; costoro si trattenevano soltanto per breve tempo nel territorio linguistico tedesco, e poi ritornavano nella loro patria. Peggiore era la grande affluenza di Polacchi nel territorio industriale renano, dove il numero dei Polacchi, domiciliati stabilmente, saliva così di numero che sorsero gazzette e associazioni polacche proprio nel mezzo al cuore della Germania.

Ma il pericolo principale era costituito dal veloce aumento della stirpe polacca nelle province della Prussia occidentale e nella Posnania e nella Slesia superiore, prevalentemente abitate da Polacchi. Poiché qui la tendenza a staccare questi territori dall'Impero tedesco e a ristabilire l'antico Stato polacco aveva commosso gli animi, ed era appoggiata illimitatamente dal clero cattolico, che in questi paesi era di origine prevalentemente polacca.
Per evitare i pericoli qui nascenti il Governo aveva fatto approvare proprio nel 1886 una legge sulla colonizzazione, per cui furono messe a disposizione speciali somme di denaro per comprare terre polacche nella Posnania e nella Prussia occidentale.
Queste somme furono due volte accresciute di 100 e 150 milioni di marchi (1898 e 1902). Ma con tutto ciò questo provvedimento non ebbe il successo desiderato. La semplice presenza della commissione di colonizzazione e la domanda di terre polacche, di conseguenza cresciuta, fece salire i prezzi in modo straordinario; inoltre i Polacchi usarono il denaro ricevuto per ricomprare dai possidenti tedeschi le loro terre, cosicché in pratica non si verificò quasi per nulla un notevole spostamento delle condizioni fondiarie in favore dell'elemento tedesco.

Nel conflitto scolastico, scoppiato a Vreschen nel 1901, si ebbe un saggio di forza dell'elemento polacco. Il Governo aveva stabilito che in tutte le scuole, dove i ragazzi capivano abbastanza bene il tedesco, tutto l'insegnamento, anche quello religioso, si impartisse in lingua tedesca. Per ordine dei genitori e degli ecclesiastici i bambini polacchi della cittadina di Vreschen rifiutarono di rispondere in tedesco. Le conseguenze furono punizioni contro i ragazzi e i genitori.
Ma da parte del clero questo procedimento fu interpretato come un oltraggio alla religione del popolo, poiché l'insegnamento religioso in un lingua incomprensibile ai ragazzi non aveva nessun valore. Questa era un'aperta alterazione della condizione di fatto, perché appunto la sufficiente conoscenza della lingua tedesca per parte dei ragazzi formava la premessa per l'applicazione di quell'ordinanza governativa.

La battaglia fu combattuta anche nella stampa con straordinaria violenza e degenerò alla fine in un completo sciopero degli alunni delle scuole polacche nella provincia di Posen. Il numero degli alunni, che si rifiutarono di rispondere in tedesco, salì temporaneamente a 40.000. Ma in seguito alla calma persistenza del Governo nelle sue ordinanze e ai danni che derivavano agli alunni stessi per la non promozione loro alle classi superiori e ai Comuni per la nomina di insegnanti supplenti, lo sciopero un po' per volta scemò e fini col cessare.

Era tuttavia un sintomo inquietante dell'aggravarsi dei contrasti nazionali in queste parti dello Stato. A rafforzare i propri strumenti per la lotta il Governo nel 1908 si fece approvare dalla Dieta prussiana una legge, per la quale gli fu riservato un limitato diritto di espropriazione contro i proprietari fondiari polacchi. Si sperò usando questo mezzo di far ribassare il prezzo delle terre fino a un limite normale e con un procedimento sistematico di riconquistare del tutto al germanesimo singole regioni.

Il predominio del Centro nell'Impero finì, verso la fine del 1906, in maniera inaspettata e rapida. Il motivo fu offerto dal contegno di questo partito nelle questioni coloniali. La Germania in questi anni ebbe a combattere contro una pericolosa insurrezione degli indigeni dell'Africa di sud-ovest; solo con grande fatica e con molti sacrifici era riuscita a padroneggiare la rivolta, e occorreva tuttavia un considerevole contingente di truppe per ristabilirvi completamente la calma.
Il Governo chiese 29 milioni di marchi al Parlamento per terminare la lotta. Il Centro non aveva mai mostrato molta comprensione dei problemi coloniali, ma aveva sempre preferito solo gli interessi delle missioni cattoliche a quelli del germanesimo nelle colonie. Soprattutto negli ultimi mesi i capi del Centro avevano attaccato sulla base di notizie, fornite dai missionari, tutta l'amministrazione coloniale tedesca e alcuni dei suoi rappresentanti in particolare in maniera violenta e, in grandissima parte, infondata.

Era loro riuscito di cacciare dal suo officio il direttore dell'amministrazione coloniale; ma nel suo successore, fino allora capo della banca di Darmstadt, consigliere segreto Dernburg, ebbero un energico avversario. Il quale si oppose ai loro attacchi in parlamento con molta durezza, e rivelò senza alcun riguardo i loro sforzi di acquistare, per vie oblique, influenza nel conferimento degli uffici coloniali in modo da procacciarsi l'odio inconciliabile del partito.
Per far sentire al Governo la sua potenza, il Centro cancellò dalla somma richiesta per l'Africa del sud-ovest, appoggiato dai democratici sociali, 9 milioni, e chiese una forte diminuzione delle truppe, perché - sostennero - la situazione bellica si sarebbe da sola migliorata.

L'Imperatore vide in questa decisione un'ingerenza nel suo potere di capo supremo delle forze armate e deliberò di sciogliere la Dieta dell'Impero (13 dicembre 1906). Nella battaglia elettorale, che allora incominciava, apparve chiaramente che la maggioranza del popolo tedesco aveva compreso l'importanza delle colonie per l'ulteriore sviluppo della Germania.
Le elezioni del gennaio 1907 produssero uno spostamento non indifferente della forza dei vari partiti. Il Centro mantenne, é vero, in grazia all'eccellente disciplina dei suoi elettori, le sue posizioni integralmente; ma i democratici-sociali, che erano cresciuti fino a 81, perdettero quasi la metà dei loro seggi e ne conservarono solo 43. In conseguenza di ciò fu possibile formare una maggioranza di conservatori e liberali, tanto più che anche l'ala sinistra dei liberali era disposta ad andare d'accordo con il Governo nelle questioni delle colonie e della difesa dell'Impero.

Tutti i gruppi conservatori e liberali insieme, il così detto blocco, disponevano di 216 su 397 voti. Così si ebbe di nuovo una maggioranza senza il Centro. Il segno esteriore della situazione mutata fu questo: che non venne eletto presidente un deputato del Centro, ma un conservatore.
D'altra parte è stato qualche volta proprio difficile tenere uniti i diversi elementi, che costituiscono il partito del blocco; ma l'abilità del principe Bülow é riuscita. Per la messa in valore delle colonie con ferrovie e per l'istituzione d'un ufficio coloniale dell'Impero iniziarono ad essere concesse somme notevoli. Inoltre la nuova maggioranza ha poi completato nell'estate del 1908 la legge imperiale sulle associazioni, che significa non solo l'unificazione di questa importante materia, ma in tutto e per tutto un considerevole miglioramento della legislazione sulle associazioni, secondo la concezione liberale.

La prova della capacità vitale del blocco sarà, se pure gli riuscirà, di fare approdare col suo aiuto una efficace riforma dell'ordinamento finanziario dell'Impero, e di porre mano a un'ulteriore elaborazione della legislazione sociale.

AUSTRIA-UNGHERIA
La vita statale dell'Austria-Ungheria anche negli ultimi decenni dell'800 è stata dominata dalla lotta delle nazionalità, che qualche volta furono così violente che parve fosse vicino a sfasciarsi. Soprattutto l'Ungheria si é conquistata combattendo una sempre maggiore autonomia; in occasione dei rinnovamenti del compromesso essa ha ogni volta conseguito un rallentamento della lega doganale e commerciale, cosicché al presente Cisleitania e Transleitania hanno sì, leggi doganali simili, ma non più alcuna dogana comune.

L'Ungheria ha pure ottenuto la sua completa uguaglianza nella direzione della banca comune e ha preparato una separazione bancaria. La lotta divenne violenta specialmente, quando gli Ungheresi fecero il tentativo di spezzare anche l'unità dell'esercito. Già nel 1888 non volevano permettere che gli esami per ufficiali in Ungheria si facessero in lingua tedesca; allora vennero loro fatte solo alcune piccole concessioni.
Ma allorché in Ungheria il partito dell'indipendenza sotto la guida di Francesco Kossuth acquistò influenza, questo tentativo fu rinnovato. L'agitazione si rivolse massimamente contro la lingua tedesca come lingua di comando; si domandò che nella metà transleitanica dell'Impero vi dovessero essere solo ufficiali e truppe magiare.

L'Imperatore Francesco Giuseppe respinse aspramente queste pretese con un ordine del giorno all'esercito del 16 settembre 1903 e insistette sull'unità dell'esercito austro-ungarico. Passo passo ha poi tuttavia attenuato le pretese di fronte ai Magiari; concedendo loro di porre particolari insegne sulle bandiere; e per questo si dichiararono soddisfatti i moderati sotto la guida di Stefano Tisza.
Ma il partito dell'indipendenza non si volle accontentare di questo modesto regalino; e siccome per le elezioni del 1905 esso divenne il partito più forte del parlamento, il Tisza si vide costretto a ritirarsi. L'Imperatore convinse, il barone Geza Fejervary a salire al potere e a tentare l'esperimento di un Governo, senza maggioranza parlamentare.
Il Fejervary scorse l'unica possibilità di spezzare la potenza del partito dell'indipendenza nel mutamento del sistema elettorale. Con la rigida attuazione del suffragio universale le nazionalità non magiare dell'Ungheria avrebbero ottenuto una rappresentanza più forte e avrebbero reso possibile una diversa formazione di partiti.

Quando l'Imperatore diede il suo consenso a questo tentativo, il partito dell'indipendenza si sbigottì, e allora si dichiarò disposto a rinunciare alla lingua magiara come lingua di comando; per ciò gli fu sacrificato il Fejervary, e il conte Alessandro Wekerle fu posto alla testa d'un nuovo Governo (1906).

Anche Wekerle ha promesso di attuare il suffragio universale, ma poi non ha adempiuto la promessa e verosimilmente ha cercato di trasformare il suffragio in modo da garantire il predominio del magiaro.

Accanto alla crescente autonomia dell'Ungheria si cominciò ad osservare però anche l'aggravarsi dei conflitti nazionali nella Cisleitana. Sotto il ministero Taaffe che era in ufficio dal 1879, le minori nazionalità furono preferite ai Tedeschi, e come noi sappiamo anche i Cechi appoggiarono questo ministero e misero da parte il loro particolare scopo (l'autonomia della Corona di Venceslao) per accontentarsi provvisoriamente dei vantaggi, che il Taaffe offriva loro.
Ma un po' alla volta si levò nella stessa Boemia una forte opposizione contro questo atteggiamento dei deputati cechi. Si formò il partito dei giovani cechi sotto la guida del Gregr, che esigeva comp
leta autonomia della Boemia, riforme democratiche, soprattutto il suffragio universale, rottura della triplice alleanza, e accordo con la Russia e con la Francia.

Sebbene questo partito portasse in parlamento soltanto un piccolo numero di deputati, si conquistò una certa considerazione col suo atteggiamento rumoroso e provocatorio nelle discussioni. La lotta nazionale toccò il colmo, a causa dell'agitazione dei giovani cechi, nella Boemia; i Tedeschi si astennero del tutto dalle sedute della Dieta giacché vi fu una maggioranza ceca.
Solo nel 1890 Taaffe riuscì ad indurli a ricomparirvi fugacemente, perché desiderava formare con essi e con i vecchi cechi una maggioranza contro i giovani cechi.

Come la formazione del partito dei giovani cechi, così il sorgere d'un gruppo socialdemocratico (già nel 1888) fu un indizio dell'ingrossare della corrente democratica. L'uno e l'altro fenomeno preoccupò l'Imperatore Francesco Giuseppe, il quale pretese dal Taaffe energici provvedimenti per combattere la democrazia.
Il Taaffe fece vani tentativi per formarsi una salda maggioranza
appoggiandosi alla quale avrebbe potuto attuare una tale politica; quando i suoi sforzi fallirono ebbe l'idea che, traendo nuove masse di elettori dai ceti più bassi del popolo, avrebbe collocato gli interessi economici in prima linea e frenato i contrasti nazionali.
Taaffe per ciò propose all'Imperatore un forte ampliamento del diritto elettorale. Ma l'Imperatore temette di allontanarsi così del tutto dalla via che egli voleva tracciare; poiché la conseguenza di un ampliamento del diritto elettorale poteva andare a rafforzare i partiti democratici.

Anche tutti i feudali avversavano il disegno del Taaffe; non meno però anche i Tedeschi, che temevano di perdere una parte dei loro seggi di fronte agli Slavi, e i Polacchi, che paventavano lo stesso di fronte ai Ruteni. Il Taaffe non poté resistere all'alleanza di tutti questi elementi, e nell'ottobre del 1893 dovette dimettersi.
Allora fu formato un ministero composto di Tedeschi e Polacchi di tinta aristocratico-clericale, alla testa del quale all'inizio fu messo il principe Windischgratz, poi col 1895 il conte polacco Badeni. Questi cercò d'uniformarsi alle intenzioni dell'Imperatore; ma pure lui fu risospinto sulla strada, che il Taaffe aveva voluto battere.

Era impossibile costituire una salda maggioranza, e il problema dell'ampliamento del suffragio elettorale tornò alla ribalta, dopo che era stato più volte portato avanti. Così Badeni decise di concedere almeno un acconto a coloro che esigevano il suffragio universale. La legge riformatrice del 1896 aggiunse alle esistenti quattro curie con 353 una quinta con 72 deputati, che dovevano eleggersi con il suffragio universale.
Gli effetti di questa riforma elettorale non corrisposero però alla speranza dei suoi autori. I partiti democratici aumentarono di numero, non solo i giovani cechi e i sociali democratici, ma anche i vecchi tedeschi radicali miranti a una violenta difesa contro lo slavismo, e il gruppo clericale-democratico degli antisemiti e i cristiani sociali sotto la guida del borgomastro di Vienna Lueger.

Con questa composizione del parlamento Badeni si vide costretto a formare, in ogni caso, una maggioranza mediante concessioni ai partiti, e, siccome era all'ordine del giorno la questione del rinnovo del compromesso con l'Ungheria, fece ai Cechi per guadagnarsene il voto, la concessione di emettere un'ordinanza sulle lingue per la Boemia (1897); secondo la quale in tutta la Boemia nei rapporti delle autorità con il pubblico si doveva usare la lingua di colui che si fosse rivolto alle autorità, cosicché ogni tribunale e ogni autorità amministrativa avrebbe dovuto trattare le questioni e deciderle in ceco, quando un Ceco le si fosse rivolto.

Ora siccome i Tedeschi imparavano poco il ceco, ma tutte le autorità avrebbero dovuto essere bilingui, ciò avrebbe portato alla sostituzione di una gran parte degl'impiegati tedeschi con dei cechi. Tanto da questo punto di vista, quanto perché ritenevano illegale l'ordinanza, pubblicata senza l'approvazione del Consiglio dell'Impero, i Tedeschi si appigliarono nel Consiglio dell'Impero allo strumento di lotta parlamentare più grave: all'ostruzionismo, impedendo con lunghissimi discorsi, talora anche con grida e rumori, ogni ordinata discussione nel parlamento.

Il presidente polacco Abrahamowicz tentò d'accordo con Badeni di spezzare l'ostruzionismo con una modifica del regolamento e fece addirittura allontanare con la forza alcuni deputati tedeschi dalla sala delle adunanze. Il 27 novembre fu approvata con una votazione, contraria al regolamento, la cosiddetta lex Falkenhayn, sulla cui base un distaccamento di polizia entrò nell'aula e arrestò tre deputati.

La popolazione di Vienna per questi fatti precipitò in tale agitazione, che da tutte le contrade tedesche dell'Austria giunsero così vivaci proteste contro la condotta del Governo che l'Imperatore decise di congedare Badeni.
In seguito a ciò avvennero di nuovo dei disordini a Praga, dove questo atto parve una debolezza di fronte ai Tedeschi.
Il compromesso con l'Ungheria non poté avere nessuna conclusione parlamentare e dovette esser messo in vigore mediante un'ordinanza forzata dell'Imperatore.

Il pericolo comune almeno spinse in breve tutti i Tedeschi a un atteggiamento uniforme. Tutti i partiti si accordarono nel maggio 1899 in un programma, secondo il quale la questione delle lingue in Boemia doveva esser sciolta, così che il tedesco rimanesse come lingua dell'esercito e come lingua per il servizio interno; per il servizio esterno però la Boemia sarebbe stata divisa in due territori nazionalmente separati, uno ceco e uno tedesco.

Siccome il clero slavo si era dimostrato il principale sostenitore della lotta contro il germanesimo, essi chiedevano pure che nelle contrade tedesche potessero esser nominati soltanto preti tedeschi. Si succedettero rapidamente vari ministeri, ma nessuno riuscì a farsi una maggioranza parlamentare. L'ordinanza sulle lingue di Badeni fu abrogata nell'ottobre del 1899, ma la legge sulle lingue, che l'anno dopo presentò il signor von Kórber e che si fondava in una tripartizione della Boemia, in un territorio linguistico ceco, in uno tedesco, e in uno misto, trovò una violenta opposizione nei Cechi, i quali vi scorgevano una rottura dell'unità del regno boemo, e ricorsero, a loro volta, all'ostruzionismo.

Anche lo scioglimento del parlamento modificò poco questa situazione; solo a stento in questo periodo poterono sbrigarsi problemi, come la costruzione di vie fluviali e l'acquisto delle ferrovie, e ogni volta per far cessare l'ostruzionismo ceco fu necessario comprarlo con speciali concessioni. Il bilancio per un largo periodo non fu approvato a tempo e dovette essere autorizzato egualmente con una forzosa ordinanza imperiale.

Tutti gli schemi di compromesso di von Kórber furono respinti dai Cechi; anche il tentativo dei Tedeschi di costringere, con l'ostruzionismo nella dieta boema, i Cechi a cedere nel Consiglio dell'Impero, non ebbe l'esito desiderato. Tale quale come Kórber, il suo successore, barone di Gautsch, non poté effettuare qualcosa di rilevante.
Solamente l'avvicinarsi del termine, in cui doveva rinnovarsi il compromesso con l'Ungheria, portò una indubbio mutamento. Poiché tutti i partiti compresero che la Cisleitania avrebbe economicamente perduto questo compromesso, se essi, divisi fra loro, si fossero contrapposti alla Ungheria.

Siccome contemporaneamente nella questione dell'esercito ungherese le tendenze dei Magiari a staccarsi dalla monarchia erano evidentemente ritornate a galla, molti autriaci riportarono alla ribalta il patriottismo austriaco.

Ma al tempo stesso si fece anche strada il vecchio concetto che l'accesso delle masse popolari alla vita politica avrebbe mitigato i contrasti nazionali. Perché anche in Ungheria come arma contro i Magiari fu progettata l'introduzione del suffragio universale, i partiti democratici dichiararono un'ingiustizia, se la Cisleitania dovesse restare col vecchio sistema elettorale. Il Governo all'inizio resistette, ma poi cedette.
Il barone di Gautsch propose una nuova legge elettorale, che, fondandosi sul suffragio universale, doveva assicurare a ogni nazionalità un numero determinato di seggi. La maggioranza concordava in linea di massima, ma a causa della distribuzione dei mandati fra i singoli popoli non si giunse a nessuna intesa.
Né al barone di Gautsch, né al principe di Hohenlohe riuscì di dominare queste difficoltà. Solo il barone di Beck riuscì a fare approvare la nuova legge elettorale nel dicembre 1906; per la quale la Camera dei deputati era composta di 516 deputati, di cui 233 tedeschi, 259 slavi e 24 appartenenti alle altre nazionalità. I collegi elettorali furono delimitati in modo che possibilmente vi prevalesse solo una nazionalità; e furono adottate speciali cautele contro qualsiasi modifica della distribuzione dei collegi elettorali.
Tutti i deputati dovevano nell'avvenire essere eletti sulla base del suffragio universale ed eguale.

Le prime elezioni dopo la nuova legge, all'inizio del 1907, hanno spazzato via dal parlamento un gran numero di capi partito. Cresciuti in maniera straordinaria i social-democratici e i clericali; i primi hanno conquistato 87 seggi; i secondi 96; poiché le moltitudini del proletariato urbano tendono al socialismo, la popolazione campagnola dei contadini ha tendenze clericali.
Del resto anche nel nuovo parlamento predominò una tremenda dispersione; vi si contarono non meno di 33 diversi gruppi politici.
Il funzionamento del parlamento fu provvisoriamente assicurato, mediante il compromesso ottenuto dopo violente lotte nell'estate del 1907, per il quale il tedesco venne riconosciuto come la lingua ufficiale parlamentare, perchè esso solo é compreso da tutte le nazionalità austriache.

Il bilancio poté, per la prima volta, essere approvato legalmente, e nel ministero vennero assunti alcuni capi partito. Per la mutata composizione del parlamento, si verificò una radicale trasformazione nella vita interna statale dell'Austria-Ungheria. Tuttavia apparve inverosimile che i conflitti nazionali, così profondamente radicati, potessero essere estirpati dalle discussioni parlamentari; e molti attenti osservatori non negavano il pericolo che, alla scomparsa dell'Imperatore Francesco Giuseppe, i conflitti nazionali avrebbero potuto ancor di più aggravarsi, fino a portare alla dissoluzione l'unità dell'Impero. (come sappiamo avvenne proprio questo, prima che terminasse la prima guerra mondiale)

ITALIA
In Italia rimase, dopo che il ministero Cairoli fu rovesciato per il suo contegno francofilo nella crisi tunisina, al potere il Depretis per quattro anni (1883-1887). Egli si appoggiò sulla sinistra monarchica; combatté irredentisti e socialisti; e patrocinò nelle relazioni esterne l'accordo con Germania e Austria, come era stato avviato dalla conclusione della triplice alleanza.

Nella politica interna il suo ministero fu sterile e non rese un gran servizio alla nazione abbandonando le ferrovie a società private. L'ala sinistra del partito sotto la guida di Francesco Crispi combatté il gabinetto sempre più vivacemente e costrinse il Depretis, allorché insuccessi coloniali ebbero scosso la sua posizione, a prendere nel suo ministero Crispi e Zanardelli (1887).

Poco dopo morì il Depretis, e il Crispi allora divenne il vero capo della Sinistra e il presidente del ministero. Egli accrebbe la lotta contro il clericalismo; ottenne l'approvazione di un codice penale unico per tutta l'Italia; cercò di mantenere l'efficienza dell'esercito e dell'armata, e di conseguire, nella incombente era della politica mondiale, possessi in oltremare anche per l'Italia.

In seguito alla costosa politica estera il deficit aumentò; quando il Crispi fu per questo attaccato violentemente e nella sua difesa criticò con aspre parole la politica estera dei suoi predecessori, ebbe un voto di sfiducia e dovette dimettersi (1891).
Allora fu fatto, per la prima volta dopo 15 anni, l'esperimento di affidare la formazione del nuovo gabinetto a un membro della Destra, il marchese di Rudinì, anch'egli siciliano. Per assicurarsi la maggioranza prese nel suo ministero anche un capo della Sinistra, il Nicotera. Con tutto ciò né lui, né il successore Giolitti non poterono mantenersi a lungo; e nel 1893 Crispi ritornò alla testa del Governo.

Il suo intento era quello di dare risalto ancor più forte al carattere democratico della monarchia con la trasformazione del Senato in un'assemblea elettiva, e con l'introduzione di diarie per i deputati. Ma egli considerò suo principale ufficio, allora, come prima, la battaglia contro il socialismo, da un lato, e il clericalismo dall'altro.
Mentre egli gridò ai clericali il suo «Roma intangibile», cercò con leggi eccezionali, con una parziale abrogazione della libertà di stampa e di riunione, e con il divieto di tutte le associazioni socialiste operaie, di impedire l'ulteriore propagarsi del socialismo.

Quantunque le elezioni del 1895 assicurassero al ministero una forte maggioranza, Crispi cadde poco dopo per la sua politica estera. Il tentativo di assoggettare l'Abissinia, di cui abbiamo già parlato, andò a monte e portò al rovescio di Adua.
Siccome il ministero aveva preparato di propria autorità, senza interrogare la Camera, questa spedizione, il rovescio significava la caduta del ministero Crispi (marzo 1896). Crispi visse ancora vari anni, senza far più parte della politica; e morì nel 1901.

Di nuovo tornò al Governo il Rudinì; ma di fronte alla crescente agitazione clericale e socialista le sue forze non ressero a lungo; specie la sommossa di Milano (1898), dove occorse adoperare 40.000 uomini per ristabilire l'ordine, mostrò la necessità di energici provvedimenti preventivi.
Per attuarli, nel giugno 1898, fu nominato presidente del consiglio dei ministri il Generale Luigi Pelloux, e fornito di pieni poteri dittatoriali per un anno. Egli tentò di spuntarla ottenendo una duratura limitazione della libertà di associazione e di stampa e un aggravamento della legge penale di fronte alle perturbazioni dell'ordine pubblico.
Ma l'estrema Sinistra seppe impedire, con un furioso ostruzionismo, il legale disbrigo delle proposte. Quando il Pell0ux fece mettere in vigore i vagheggiati provvedimenti con un decreto regio, il Consiglio di Stato lo dichiarò nullo. Siccome il Pelloux anche nei successivi dibattiti parlamentari non poté padroneggiare l'ostruzionismo, nel giugno 1900 si dimise; e si formò un ministero di ripiego.

Subito dopo, l'assassinio del Re Umberto, generalmente amato, per mano di un anarchico a Monza (29 luglio 1900) mostrò come fossero forti le tendenze distruttive in Italia. A lui tenne dietro il figlio, Vittorio Emanuele III, che però, come suo padre, si mantenne dentro la rigida linea costituzionale.
Il Governo fu con la primavera del 1901 di nuovo in mano dello Zanardelli, che rinunciò al tentativo di combattere soltanto con provvedimenti coercitivi gli elementi radicali. Egli abolì il dazio sulle farine, che aveva suscitato grande malcontento, e riprese la via della legislazione sociale con la restrizione del lavoro delle donne e dei ragazzi (1902).

Era tanto più indispensabile la concordia dei partiti attaccati all'indipendenza dell'Italia, in quanto in quel tempo apparve un nuovo pericolo. Papa Leone XIII morì il 20 luglio 1903, e quantunque il successore Pio X persistesse nel vecchio atteggiamento ostile al Regno d'Italia, dette ai vescovi facoltà di permettere ai credenti di partecipare alle elezioni, se lo ritenevano opportuno.
Così iniziò subito a formarsi anche in Italia un gruppo parlamentare clericale, che nel 1904 contava solo 12 deputati, ma indubbiamente sarebbe cresciuto con la progressiva partecipazione alle elezioni degli elementi ortodossi. Quando questo gruppo in ascesa giungerà ad una maggiore potenza, si imporranno alla vita interna statale dell'Italia compiti difficili e del tutto nuovi.

Per quanto s'attiene all'economia gli ultimi anni hanno arrecato all'Italia un importante ripresa e rinnovamento. Sotto l'ultimo ministero Giolitti é stato ristabilito l'equilibrio nel bilancio dello Stato, e avviato il riscatto delle ferrovie; con tutto ciò si poterono assegnare notevoli somme al rafforzamento dell'esercito e della flotta. Fra le promesse una riforma del sistema tributario, progettata da lungo tempo ma mai varata.

SPAGNA
La Spagna dopo la grande sconfitta del 1898 non si é più rimessa. La condizione economica altrettanto brutta, e causa delle continue rivolte di disoccupati; la provincia della Catalogna ha rinnovato la sua antica tendenza ad una posizione particolare all'interno dello Stato; i carlisti hanno rialzato un'altra volta il capo; e la lotta fra radicali e clericali é diventata più acuta che mai. Il crescente numero di voti repubblicani è una conseguenza di queste spiacevoli condizioni.

PORTOGALLO
Alla stessa data le cose vanno allo stesso modo in Portogallo; dove il debito dello Stato è cresciuto così tanto che lo Stato non può più pagare gl'interessi, senza trascurare le rimanenti sue spese indispensabili; esso ha dovuto ammettere una specie di controllo finanziario dei creditori stranieri (1902). L'esperimento del presidente dei ministri Franco di stabilire l'ordine, dopo lo scioglimento del Parlamento, per la via di una temporanea dittatura, provocò grande malcontento, e dette l'impulso all'assassinio del Re Carlo e del Principe ereditario il 1° febbraio 1908.
Franco fuggito dal paese, il nuovo Re Manuele si é accordato con la maggioranza parlamentare; ma rimase impossibile determinare in che maniera si potesse riparare allo squilibrio finanziario.

BELGIO
Nel Belgio le lotte parlamentari si aggirarono fondamentalmente attorno al diritto elettorale e alle scuole. Nel 1893 e nel 1899 si adottarono riforme del suffragio elettorale; s'introdusse il suffragio universale con il voto plurimo e il sistema proporzionale.
In seguito a ciò aumentarono notevolmente i voti clericali e socialisti, e i liberali furono sopraffatti tanto nel parlamento, quanto nelle amministrazioni comunali.
Dal 1894 sorse una salda maggioranza clericale, che subito deliberò una legge scolastica, la quale introdusse in tutte le pubbliche scuole l'insegnamento religioso sotto la vigilanza ecclesiastica e garantì alle scuole private clericali degli ordini e delle corporazioni religiose lo stesso sussidio statale delle scuole comunali.
I socialisti cominciarono a sperare a uno spostamento delle forze parlamentari dall'introduzione del suffragio elettorale eguale per tutti; ma il loro sforzo per costringere ad accettarlo mediante lo sciopero generale (1902) é fallito.

PAESI BASSI
Anche qui i medesimi problemi erano in prima linea. Una nuova legge elettorale del 1896 diminuì molto il censo e aumentò il numero degli elettori da circa 280.000 a circa 600.000. La conseguenza fu la vittoria dei liberali nelle successive elezioni; costoro attuarono nella nuova legge sulle scuole elementari del 1900 l'obbligo di frequentare le scuole dello Stato e ottennero l'obbligo del servizio militare personale con l'abolizione dei rimpiazzi.
Dal 1901 al 1905 rimase al potere un gabinetto conservatore-clericale; i suoi atti principali furono l'approvazione di una legge, per cui erano puniti gli scioperi nei servizi pubblici (1903), e il riconoscimento dell'uguaglianza delle cosiddette Università libere e di quelle dello Stato.
Le elezioni del 1905 tuttavia restituirono il potere ai liberali. L'avvenire della dinastia rimase incerto, poiché dal matrimonio della Regina Guglielmina col Principe Enrico di Meclemburgo a tale data non erano ancora nati figli.
DANIMARCA. Qui il vecchio conflitto fra la Corona e la seconda Camera, per quanto in forma mitigata, scoppiò di nuovo nel 1897 e finì con la ritirata del Governo. Anche qui sembra che il principio parlamentare, per cui i ministri debbono essere presi dalla maggioranza, cominciò ad avviarsi un po' alla volta alla vittoria.

SVEZIA - NORVEGIA
Di maggior valore furono gli avvenimenti in Svezia e Norvegia. Le tendenze della Norvegia di staccarsi del tutto dall'unione con la Svezia, assunsero sempre più salda figura, dato che nel 1897 il partito radicale ebbe ottenuto nel parlamento la maggioranza di due terzi e con ciò la possibilità di modificare la costituzione.
In Norvegia si pretese con sempre maggiore vivacità una particolare rappresentanza consolare all'estero e una bandiera speciale. Ma il Re Oscar e il parlamento svedese coerentemente respinsero ambedue le richieste.
Quando la Svezia negli anni seguenti rafforzò il proprio esercito e introdusse la coscrizione generale, ciò fu in Norvegia considerato come una minaccia e aumentarono ancor più i malumori.

Nel 1905 i Norvegesi rinnovarono la loro richiesta di consolati particolari. Siccome il Re non volle sanzionare la legge deliberata dal parlamento, il ministero si dimise, e il Re non trovò alcuno che volesse assumersi la formazione di un gabinetto in contrasto col parlamento.
La maggioranza parlamentare allora dichiarò che, siccome non esisteva un ministero costituzionale, il Governo del Re Oscar doveva considerarsi come decaduto e sciolse l'unione; un plebiscito confermò questa deliberazione, e il Re Oscar riconobbe nell'ottobre 1905 la separazione della Norvegia.
Poche settimane dopo il Parlamento elesse Re il Principe Federico Carlo di Danimarca, che prese il nome di Acone VII.

SVIZZERA
Qui é stata attuata negli ultimi anni una serie di notevolissimi provvedimenti organici: l'assicurazione obbligatoria su gli infortuni, con la partecipazione della confederazione; il riscatto di tutte le maggiori ferrovie per parte della confederazione; l'assicurazione militare, e un codice civile unico (1907). L'istituzione del referendum ha avuto efficacia di freno sulla legislazione; però non ha affatto impedito le grandi riforme.

CONSIDERAZIONI CONCLUSIVE

La storia interna dei popoli europei dalla rivoluzione francese in poi è contraddistinta da una progressiva evoluzione democratica di tutta la vita. La produzione industriale per i bisogni delle moltitudini ha dato una forma del tutto diversa alla vita economica.
Nella politica le masse hanno preso parte attiva alla vita dello Stato; la trasformazione dell'esercito mercenario nell'esercito nazionale ha legato così strettamente il destino di ciascuno a quello della collettività che lo Stato é divenuto, in senso del tutto diverso dal precedente, una forza vitale determinante per ognuno.

Noi osserviamo per ciò nel XIX secolo il trapasso degli Stati più importanti al sistema parlamentare. Già prima del 1871 tutti gli Stati dell'Europa occidentale lo hanno attuato, e l'Inghilterra ha trasportato le forme costituzionali nelle sue grandi e popolate colonie; negli ultimi anni la Russia si é avviata sulla medesima strada, e, fuori della cerchia della civiltà europea, Giappone, Persia e Turchia hanno effettuato il loro passaggio al costituzionalismo; persino la Cina si sta preparando una costituzione.
Ma anche sotto il predominio del sistema parlamentare sono concepibili gradi diversi di influenza delle moltitudini. La crescente democratizzazione si affermò soprattutto nel progressivo ampliarsi del diritto elettorale; dalle elezioni, fondate sul censo e sulle classi, si giunse senza arrestarsi al suffragio universale ed eguale di tutti i maschi adulti.
Questa meta é completamente raggiunta nell'Impero tedesco, nell'Austria, nella Francia, in Italia e in una serie di Stati minori; in altri paesi sono esclusi dal diritto elettorale tuttavia gli sprovvisti di mezzi o i del tutto ignoranti-analfabeti, o vi esiste una disuguaglianza nel diritto al voto in favore
nel diritto al voto in favore dei possidenti; cionostante dovunque é iniziato l'assalto contro questi residui di sistemi aristocratici anteriori, e in qualche luogo il sesso femminile annunzia già le sue legittime pretese.

I veri e propri baluardi dell'aristocrazia negli Stati costituzionali sono le Camere alte, che solo in pochi paesi derivano dalle elezioni generali, mentre i loro membri, per lo più, debbono i propri seggi alla nomina del monarca, a diritti ereditari di singole famiglie o alla presentazione da parte di corporazioni privilegiate.
Poiché un mutamento nella loro composizione era difficilissimo negli Stati monarchici, le Camere basse hanno per lo più mirato, a scemarne l'influenza. In Inghilterra, la patria vera del sistema delle due Camere, é stato di recente già discusso, se non si dovesse anche formalmente togliere di mezzo la uguaglianza giuridica della Camera alta e lasciarle soltanto un veto sospensivo contro le deliberazioni della Camera bassa.

Di fronte ai Parlamenti i Governi all'inizio assunsero da per tutto una posizione molto indipendente; ma un po' alla volta ha acquistato terreno il principio, elaboratosi principalmente in Inghilterra, che il monarca debba prendere i suoi ministri dalla eventuale maggioranza della Camera bassa.
In Francia e in Italia, come pure nei minori Stati, questa massima é considerata oggi come naturale; ma anche in Austria, dopo l'esito delle ultime elezioni, il ministero è stato completato con appartenenti ai partiti più forti, e perfino nell'Impero tedesco il principe Bülow ha dichiarato che egli dovrebbe andarsene, se il blocco si sfasciasse o non l'appoggiasse più.
Il medesimo orientamento lo scorgiamo nell'evoluzione dei partiti. Ancora nella prima metà del secolo precedente i partiti erano, essenzialmente, organismi aristocratici; i conservatori rappresentavano l'aristocrazia rurale, i liberali il possesso e la cultura cittadina.

Certamente vi erano democratici o radicali, ma erano pochi di numero e consistevano per lo più di dottrinari o ritenuti spostati; fra le stesse moltitudini, di cui volevano rappresentare gli interessi, trovavano poco seguito. Solo dalla metà del XIX secolo in poi si sono fatti avanti ambedue i grandi partiti di massa, i quali ora hanno passo passo portato via il terreno ai partiti più vecchi e li hanno costretti ad una trasformazione interna: il clericalismo e il socialismo.

I clericali si appoggiano alle opinioni religiose e ai facili sentimenti delle moltitudini che con quelle opinioni sono state educate. Essi avevano probabilità di buon successo solo dove le organizzazioni ecclesiastiche erano forti e potenti e non si vergognavano di sfruttare prediche, confessione e cura delle anime senza alcuno scrupolo per fini politici.
Per ciò il clericalismo é a casa sua nei paesi cattolici; qui però, sostenuto dalla ceca fede del popolo nei dogmi e dalla tradizionale venerazione per il clero, é un vero fenomeno popolare e una poderosa forza politica.

La partecipazione delle moltitudini alle manifestazioni attive della politica ha rafforzato la potenza della Chiesa cattolica e ne ha consolidato di nuovo le fondamenta. Un tempo la Chiesa governò i popoli nella più stretta alleanza con i Sovrani e con l'aristocrazia; ora, che il centro di gravità della vita politica si é sempre più chiaramente trasferito nelle rappresentanze popolari, la gerarchia cercò di legare i suoi fedeli aderenti in salde organizzazioni nei parlamenti e di conservare con il loro aiuto l'antica influenza.

Con sicuro istinto i clericali adottarono già di buon'ora nel loro programma le provvidenze sociali per offrire alle masse anche vantaggi economici. Appena la Chiesa si sentì abbastanza forte, incominciò ad attaccare il carattere puramente laico dello Stato moderno, la libertà della scienza e la libera arte profana e a minacciare la cultura moderna con una nuova irruzione di idee medioevali. Gregorio XVI e Pio IX condannarono solennemente la libertà di coscienza come radice di tutti i mali, ed egualmente la libertà di parola, di stampa e di ricerca, come pure la pretesa dello Stato a regolare l'insegnamento e il matrimonio.

Il concilio vaticano del 1870 rifinì la costituzione della Chiesa stessa in una forma assolutistica, e abbassò i vescovi a semplici esecutori della volontà papale. Lo svilupparsi di un orientamento più libero, più fortemente propenso alla cultura moderna dentro il cattolicesimo stesso é stato così messo in difficoltà, forse reso impossibile.
Dove negli ultimi tempi si agitava fra i cattolici uno spirito più libero, qui esso é stato combattuto da Roma, e oppresso; l'enciclica di Pio X contro i «modernisti» del 1907 significa la proscrizione di ogni tendenza ad una individuale conoscenza.

Tutto ciò sarebbe stato del tutto impossibile, se gli ambienti colti avessero conservato dentro la Chiesa cattolica quell'influsso, che possedevano nel secolo XVIII; solo perché la gerarchia, a causa della crescente potenza politica delle moltitudini credenti, era esonerata da ogni riguardo verso le persone colte, essa poté intraprendere la lotta contro lo Stato moderno e la civiltà moderna.

Lo Stato di fronte a questi attacchi si é visto costretto da per tutto a provvedimenti di difesa, poiché esso non si voleva lasciar di nuovo sottomettere alla supremazia ecclesiastica, faticosamente abbattuta. Ma siccome non poteva di nuovo togliere di mezzo l'influsso politico delle moltitudini di credenti e non poteva ottener nulla con semplici provvedimenti coercitivi, ha conseguito reali successi soltanto dove gli é riuscito di strappare, con un nuovo riordinamento delle scuole su basi aconfessionali, la giovane generazione all'influenza ecclesiastica.

Mentre in Germania, in Austria, nel Belgio e nei Paesi Bassi la lotta non ha scosso la posizione della Chiesa cattolica, anzi in parte l'ha fortificata, in Francia é stato fatto con un temporaneo buon successo il tentativo di conseguire lo scopo per la stessa via appena qui accennata.
Ma é apparso sempre più evidente anche negli altri paesi che il futuro campo di battaglia per la battaglia risolutiva fra il clericalismo e la civiltà moderna sarà il terreno dell'educazione della gioventù.
Se la Chiesa in queste lotte ottenne così notevoli successi, lo dovette innanzi tutto all'esistenza nei parlamenti di partiti clericali, che sono divenuti per lo Stato moderno nemici pericolosi nel suo proprio accampamento, e gli sono sempre piombati alle spalle in ogni conflitto con la Chiesa.

Già prima del 1870 esistevano tali partiti in Francia e nella penisola pirenaica; il centro diventò il punto di raccolta degli elementi cattolici-ortodossi nella Germania; in Austria e nel Belgio le nuove leggi elettorali hanno arrecato un poderoso incremento ai clericali, e in Italia é incominciata solo negli ultimi anni l'attività politica di costoro.
Anche qui, essi possono, soprattutto se verrà allargato ancora il diritto elettorale, conseguire tuttavia grandi successi. Papa Leone XIII ha avuto, per primo, il grandioso pensiero di far operare tutti questi partiti clericali secondo piani comuni e conforme alle parole d'ordine, provenienti da Roma: ha influito decisivamente sulla condotta politica dei monarchici francesi, e tentato di dare in qualche occasione delle direttive anche al Centro tedesco.

Se dovesse riuscire a procedere oltre su questa via, il pericolo clericale diverrebbe ancor maggiore che non sia già. Il secondo grande partito di masse, quello socialista, si appoggia ai bisogni economici e ai desideri delle moltitudini. I socialisti francesi ed inglesi avevano già dichiarato, nella prima metà del XIX secolo, la comunione dei mezzi di produzione come l'unica disposizione, che possa assicurare al lavoratore l'intera frutto del suo lavoro ed emanciparlo dallo sfruttamento dei pochi.
Carlo Marx poi aveva tentato di dimostrare scientificamente che questa grande trasformazione dell'economia politica non era solo desiderabile, ma doveva necessariamente avvenire conforme alle leggi dell'evoluzione storica.
Egli costruì dogmaticamente l'edificio dottrinale del socialismo; e in innumerevoli discorsi e scritti agitatori fu dai suoi apostoli decantata al popolo la panacea sociale.

I marxisti insegnavano che anche la scomparsa di ogni disuguaglianza sociale e politica sarebbe la naturale conseguenza della rivoluzione sociale. Nella nuova società comunista doveva innalzarsi sulle fondamenta di una educazione uniforme il nuovo Stato democratico, con una burocrazia scelta esclusivamente dal popolo, dotato di piena libertà di parola, di stampa, di fede e di associazione, difeso mediante una milizia, comandata da ufficiali eletti.

Questo fine doveva conseguirsi possibilmente senza violenza, attraverso gli irresistibili effetti dell'evoluzione economica, predetta dal Marx; questa doveva condurre al concentramento del capitale in poche mani, al completo impoverimento delle moltitudini e finalmente all'espropriazione dei pochi possidenti e al trapasso del potere statale nelle mani del proletariato.
Con lo Stato esistente, che sarebbe soltanto un'organizzazione di sfruttatori, l'avviamento marxista non voleva avere nulla a che fare; anzi doveva combatterlo con tutti i mezzi, legalmente ammissibili. Finché esso esisteva, il proletariato doveva lavorare alla costruzione delle sue organizzazioni e alla sua ulteriore educazione, affinché nell'ora risolutiva fosse maturo e preparato ad assumere il dominio.

Per ciò i marxisti con il rigettare il bilancio avrebbero tagliato allo Stato esistente i mezzi di vita; ciò che indubbiamente, finché erano in minoranza, non poteva avere che il valore di una dimostrazione.
Ma non tutti i socialisti volevano aspettare così pazienti il momento che il dominio sarebbe caduto, come un frutto maturo, in grembo al proletariato.
Già i cartisti inglesi, poi Luigi Blanc e Ferdinando Lassalle esigevano che il popolo reclamasse subito la sua partecipazione alla vita politica per esercitare influenza ed accelerare, dominando lo Stato, il processo di trasformazione sociale.
Essi domandavano a tal fine, innanzi tutto, l'immediata introduzione del suffragio universale, eguale, diretto e segreto, l'illimitata subordinazione dei Governi alle deliberazioni delle rappresentanze popolari, e quindi attiva cooperazione del partito al miglioramento delle classi lavoratrici nello Stato presente.

Ambedue le tendenze si contrappongono aspramente ancor oggi (1910), entro il partito, quasi dappertutto; specie in Germania la lotta, che in tutti i congressi del partito degli ultimi anni si presenta fra radicali e «revisionisti», si riconnette a questa vecchia antitesi.

Col rapido svolgersi dell'economia capitalista, con l'accumulazione di grandi ricchezze nelle mani degli imprenditori e con la sempre più aspra tensione delle energie del lavoratore. si sviluppava nel proletariato una disposizione, favorevole all'accoglimento delle teorie socialistiche.
Il crescere degli stabilimenti, il lavorare insieme di migliaia di uomini nelle medesime fabbriche o nei medesimi luoghi agevolava l'intesa, la propaganda e l'organizzazione.
Il numero sempre maggiore degli stabilimenti e dei lavoratori procurava ai partiti socialisti sempre più notevoli reclute. Ma oltre il cerchio dei lavoratori industriali il socialismo non ha sviluppato nessuna salda forza di attrazione.

Contadini e lavoratori rurali, come pure gli artigiani cittadini restarono, in generale, lontani da questo partito, e si strinsero, se non avevano opinioni clericali, o non erano affatto indifferenti politicamente, ai più vecchi partiti borghesi.
La progressiva industrializzazione dell'Europa occidentale spiega il forte aumento dei voti socialisti fin dal periodo fra l'80 e il 90. A ciò si aggiunse che verso questo stesso periodo i diversi gruppi dei socialisti francesi si accordarono; che la social-democrazia tedesca con la fine della legge contro i socialisti (1890) tornò ad avere maggiore libertà d'azione; che in Austria e in alcuni Stati minori modifiche del diritto elettorale conferirono al proletariato maggiore influenza.

Negli ultimi anni anche in Inghilterra, dove il movimento delle maestranze fino allora non politico, mirante solo al conseguimento di vantaggi economici aveva signoreggiato il proletariato, si era formato un partito socialista operaio sotto la guida di Keir Hardie; altrove i partiti borghesi-radicali, affini ai socialisti, hanno le redini in mano, come in Italia.
In congressi nazionali e internazionali vengono esaminate in comune le questioni sugli ultimi fini e sui mezzi tattici del partito, e sembra che questo si avvicini sempre più all'ideale proposto dal Marx che il partito debba unire i proletari di tutti i paesi sotto la sua bandiera.

Tuttavia, l'effettiva influenza parlamentare dei socialisti non corrisponde sempre e da per tutto al numero dei voti, di cui essi dispongono. I rigidi marxisti non attribuiscono anzi alla cooperazione parlamentare nello Stato presente alcun valore; i socialisti sono per il loro programma anche così fortemente separati dagli altri partiti che difficilmente possono entrare in coalizioni, mentre essi da soli non hanno ancora conquistato la maggioranza in nessun luogo.
La loro efficacia parlamentare é stata finora più notevole in Francia, dove si sono decisi ad un lavoro comune con le Sinistre borghesi e hanno addirittura mandato dei compagni nei loro ministeri; minima é invece in Germania, dove tutti gli altri partiti rifiutano di collaborare con la socialdemocrazia, perché questa in ogni occasione ostenta il proprio carattere antimonarchico.

In Baviera i clericali, é vero, hanno concluso alleanze elettorali con la socialdemocrazia, ma tuttavia in parlamento, ove da soli dispongono della maggioranza, non hanno ammesso alcuna collaborazione .

Anche per i partiti più vecchi é, con l'esordire del clericalismo e del socialismo, spuntata un'altra era. Per non essere del tutto schiacciati, anche essi dovettero accogliere nel loro programma desideri ed esigenze, che finora erano loro state estranee, ma corrispondevano agli interessi degli operai, artigiani e contadini.
Per la conservazione della potenza di questi partiti tutto stava che essi introducessero quell'ampliamento del programma, prima che lo sviluppo dei partiti, che si costruivano sulle masse, fosse compiuto e avesse loro preclusa ogni influenza in basso.

La caratteristica dell'evoluzione inglese, nel XIX secolo, consiste in ciò che nella Gran Bretagna, paese industrialmente moltissimo progredito, dove le esigenze dei lavoratori si preannunziarono molto tempo prima, anche i vecchi partiti hanno iniziato prima la propria trasformazione interna e così hanno conservato un notevole influsso sulle masse.

Sul continente i partiti borghesi non compresero così presto la situazione: erano molto giovani, appena da poco mediocremente organizzati e tuttavia gonfi di spirito dottrinario, quando le masse incominciarono ad agitarsi.
Nella debolezza assai maggiore dei parlamenti continentali di fronte ai Governi, essi avevano mirato, innanzi tutto, all'affermazione dei propri diritti contro la gerarchia superiore, e non prestarono sufficiente attenzione a ciò che fermentava in basso fra il popolo.

Così rimase ai partiti, che si venivano formando, occasione di organizzarsi liberamente e di presentarsi alle moltitudini come gli unici veri rappresentanti dei loro interessi.
La debolezza della democrazia sociale in Inghilterra, in confronto con quella degli Stati continentali, si spiega con questo diverso atteggiamento dei partiti più vecchi. Per lo più i conservatori hanno per primi riconosciuto la necessità d'integrare il loro programma dal loro sociale; i liberali fin dall'inizio li hanno seguiti lentamente, ma un po' per volta hanno rinunciato al loro vecchio dogma del dovere dello Stato di non immischiarsi nelle faccende economiche e sociali, e, dopo che questo fatto si fu verificato, poterono più facilmente dei conservatori accordare una politica sociale efficace con l'orientamento fondamentale del loro indirizzo politico.

La legislazione protettrice dei lavoratori, attuata principalmente in Inghilterra, e l'assicurazione degli operai introdotta nell'Impero tedesco mostrano chiaramente quanto hanno tenuto conto dei bisogni delle masse lo Stato esistente e i vecchi partiti.
Le opinioni dei liberali rispetto alla politica estera sono andate incontro a una grande trasformazione; essi hanno imparato a vedere che senza eserciti e senza flotte e senza un saldo potere esecutivo lo Stato moderno non può sussistere.

In Inghilterra infatti la giovane generazione dei liberali é di gran lunga più vicina all'imperialismo oggi rispetto a quello di ieri dello stesso Gladstone e dei suoi coetanei.
In Germania i liberali nazionali hanno, per primi, tenuto conto risolutamente dei nuovi bisogni; ma recentissimamente anche i partiti progressisti hanno rinunciato in grandissima parte al loro odio dottrinario contro il « militarismo e il navalismo », e così hanno reso possibile la politica del blocco.

Se si osservano tutti questi fenomeni della più recente vita politica in Europa, se ne riceverà subito l'impressione che il movimento democratico, che prende radice con la rivoluzione francese, ha resistito anche dopo il 1870, anzi, perfino la poderosa lotta attorno alla superficie del globo terrestre ancora senza padrone, e il perfezionamento del sistema degli Stati mondiali, a cui il nostro tempo é giunto, non hanno recato nessuna modifica notevole.

Ma tuttavia esistono forti indizi che l'evoluzione democratica ha varcato già il suo colmo, e che sotto la pressione dei contrasti della politica mondiale dovunque si fanno di nuovo avanti elementi aristocratici o si stanno formando.
Solo nei minori Stati, che non sono quasi stati toccati dalla politica mondiale, le lotte attorno all'ampliamento del diritto elettorale, attorno alla dipendenza del Governo dal parlamento e al predominio sulla scuola hanno formato il contenuto essenziale della vita politica.
Nei grandi Stati invece é sorto da per tutto un nuovo fenomeno, che sotto alcuni rispetti si riconnette alle tradizioni del XVIII secolo, e che si é soliti battezzare come «imperialismo».

La sua fortuna é collegata strettamente col trionfo delle opinioni democratiche e con lo sviluppo economico del XIX secolo, come con l'espansione coloniale. Infatti sul terreno della politica estera per l'appunto il progresso della democrazia ha portato a risultati inattesi.
I capi di questa tendenza prima avevano sempre detto che il crescente influsso delle moltitudini e lo scadimento di una aristocrazia avida e prepotente avrebbe condotto a una diminuzione dei contrasti internazionali e in modo graduale all'affratellamento dei popoli e alla pace universale.

Solo i Sovrani, i Generali e gli Imperi avrebbero un interesse alla guerra e alla conquista; la massa invece vorrebbe vivere pacificamente, accudire al proprio lavoro e goderne i frutti. È avvenuto (e sta avvenendo) precisamente il contrario.

Con la crescente democratizzazione dello Stato e della società i contrasti fra i popoli sono divenuti sempre più aspri, e il pericolo di una guerra pesa minaccioso sull'umanità più che mai.

I motivi di ciò sono facili a scoprirsi. Influsso delle masse significa sempre predominio di sentimenti e di opinioni nella politica. I contrasti nazionali e i conflitti delle razze sono per questi motivi divenuti tanto più aspri, perché - per quanto possano asserire in contrario anche i tribuni socialisti - le masse popolari sono le vere e proprie rappresentanti dell'esclusivismo e della segregazione nazionale (spesso perfino in piccole regioni)
Basta guardare soltanto ai Bianchi e ai Neri o ai Bianchi e agli Asiatici orientali in America, agli Inglesi e agli Irlandesi, ai Tedeschi e ai Polacchi, ai Baschi e ai Spagnoli. Vive sempre nelle masse qualcosa di quel sentimento primitivo e forse inestirpabíle, per cui l'uomo di diverso colore che parla un'altra lingua, di diversa religione non é soltanto uno straniero, ma un potenziale, subdolo, infido, nemico.

Le aristocrazie possono mostrarsi superiori a tutte queste differenze, non le masse; per ciò il XVIII secolo fu cosmopolitico, il XIX nazionalistico.
Ma contrasti e guerre fra masse nemiche sono cose del tutto diverse dalle lotte di singoli Sovrani per la conquista e la gloria; esse toccano i popoli nel più profondo. Basta pensare soltanto che perfino Federico il grande ha detto che la nazione non dovrebbe accorgersi, se il Sovrano fa la guerra, per comprendere quanto l'éra democratica anche sotto questo rispetto si sia allontanata da quella aristocratica.

Da quando non più eserciti mercenari, ma popoli in armi combattono le guerre, queste sono divenute di gran lunga più terribili, ma non più rare.
(e qui l'autore non immagina lontanamente quanto terribile sarà quella che è molto ma molto vicina a scoppiare - Ndr.)

Anche le trasformazioni economiche operarono nella stessa direzione. Da quando una gran parte della popolazione europea vive dell'industria, la lotta per i mercati non é più un affare di singoli fabbricanti o mercanti, ma da essa dipende il destino personale di milioni di uomini; e costoro lo sanno.
Se le poderose quantità di merci, che un popolo industriale, come l'inglese, quotidianamente produce, non trovassero più d'improvviso compratori, per una gran parte, centinaia di fabbriche dovrebbero rimanere silenziose, e molte centinaia di migliaia di operai rimarrebbero sul lastrico senza pane.

Di qui lo sforzo sempre più urgente degli Stati industriali a estendere le proprie colonie, che devono loro offrire materie prime a prezzo modico e un mercato sicuro; di qui lo sdegno di un popolo, se un altro gli strappa con l'operosità o con l'astuzia un mercato, che fino allora esso aveva rifornito.

In ciascuno di questi eventi, in realtà, sono in gioco gli interessi vitali delle masse; le quali possono esigere dallo Stato che in questi casi le protegga. È segno quindi di un completo disconoscimento delle condizioni reali, se i capi socialisti tentano di persuadere le masse che la politica estera e coloniale é per loro senza importanza ed è soltanto un passatempo dei governanti.
Senza considerare questa connessione il moderno imperialismo non si può comprendere a dovere.

La sua idea nucleare é questa: che tutte le energie di una nazione, politico-militari, economiche e spirituali, devono essere considerate insieme raccolte e unitariamente, affinché non soggiaccia nella lotta per l'esistenza e per la potenza.
L'ideale degl'imperialisti, che, d'altra parte, non é stato mai attuato e certo non può essere attuato, é il grande Stato, poggiante su una base nazionale, che domina tanta parte della terra da poter produrre nel proprio territorio tutto ciò che gli abbisogna, spacciare nel proprio territorio le sue merci, e procurare alla sua popolazione il margine necessario per il nutrimento nel proprio suolo.
Un simile impero - siamo realisti- può soltanto crearsi, e conservarsi con l'uso di mezzi violenti. Per ciò l'imperialismo abbisogna di forti eserciti e flotte, di un Governo che regga, concorde, lo Stato, e saldamente lo tenga in pugno, e, come indispensabile premessa della sua vita, la ferma convinzione nei suoi cittadini dell'illimitato diritto all'esistenza e precisamente del valore dominante della loro nazione. (gli inglesi in questo sono campioni -

Sono forti energie aristocratiche, che l'imperialismo scatena, e di cui abbisogna; un saldo potere statale e una aristocrazia, abituata al comando, sono necessari per mantenere l'unità di così grandi imperi; e tutto il popolo dominatore di un impero mondiale forma di nuovo, dentro l'impero stesso, un'aristocrazia (in certi casi l'aristocratico di ieri è il capitalista, industriale, banchiere di oggi), alla quale serve la massa dei popoli soggetti, considerati come inferiori.

Per ciò l'imperialismo ha dovunque portato a un rafforzamento dei Governi, anche se prescindiamo del tutto dalla Russia, dove anche la rivoluzione (quella del 1905) finora é riuscita a scuotere ben poco l'autorità dello Zar.
C'é mai stato da un secolo e mezzo un Re inglese più potente e più ricco d'influsso personale come Edoardo VII? O dalla guerra civile in poi negli Stati Uniti un Presidente di così straordinaria autorità, come Teodóro Roosevelt?

E la politica estera dell'Impero tedesco negli ultimi decenni non é stata diretta del tutto secondo le intenzioni personali dell'Imperatore Guglielmo II?

Un'impronta prevalentemente democratica fra le grandi Potenze europee l'ha solo la Francia, e anche là c'é un'aristocrazia parlamentare, che di fatto governa; egualmente in Italia, dove per le elezioni fondate sul censo, essa é contraddistinta come tale ancor più crudamente.
L'aumento degli eserciti e delle flotte, in cui signoreggerà sempre uno spirito autoritario, opera già in sé conforme a un ideale antidemocratico. Anche nel territorio economico la forza del ceto degl'imprenditori é cresciuta considerevolmente a causa delle unioni dei datori di lavoro e dei cartelli.

Negli scioperi, grandi manovre fra le masse lavoratrici e i dirigenti del processo lavorativo, quasi dovunque negli ultimi anni sono stati sottomessi i lavoratori.
L'ideale della democrazia pura, la completa autonomia del popolo, é inattuabile, come l'ideale dell'imperialismo.
Con ogni organizzazione si accompagnano necessariamente forze aristocratiche, che, in verità, prendono nelle loro mani la direzione, per quanto possano curare gl'interessi delle masse e darsi l'aria di non fare, se non ciò che la maggioranza vuole. Nei partiti democratici stessi, che sono anche organizzate con lo scopo di lottare per la potenza, queste forze si possono scorgere abbastanza chiaramente.
I clericale hanno i loro preti, e i socialisti stanno sotto la guida di gruppi, relativamente piccoli, di scrittori e di parlamentari, che in parte prima, sono stati una volta operai, ma ora vivono degli stipendi delle casse del partito o dei proventi della loro attività di scrittori. Ora queste forze aristocratiche, operante in ogni società organizzataa, sono tanto più necessarie e salde, quanto é più grande la comunità, che debbono tenere insieme.

La democrazia si troverà sempre il meglio possibile nello Stato piccolo; mentre lo Stato grande genera e richiede aristocratici. Per ciò queste energie, per la formazione di imperi mondiali e la loro lotta per la potenza, sono state rafforzate notevolmente negli ultimi decenni, e probabilmente cresceranno tanto più di vigore, quanto più questa lotta diviene aspra, e quanto più per ciò sono indispensabili forze dirigenti alle masse popolari interessate. Poiché non c'é niente che fa pensare a una cessazione di queste lotte in un tempo non troppo remoto.

Veramente la superficie terrestre disponibile, per il momento, é già distribuita; ma una così simile distribuzione non é mai definitiva. Indubbiamente la grande lite fra la razza bianca e quella gialla sovrasta ancora di là dalle frontiere dei loro rispettivi territori; e nessuno sa, se i popoli maomettani, momentaneamente soggetti, si curveranno a lungo andare alla signoria europea.

Che gli Stati Uniti lavorano a staccare tutte le colonie europee sul suolo americano dall'influenza delle madrepatrie; che la Russia, appena si sia riavuta in qualche modo, tenderà di nuovo ad un porto, libero dai ghiacci, sull'Oceano Pacifico e al dominio del Bosforo; che l'Austria-Ungheria e l'Italia vorrebbero aumentare la loro efficacia nei Balcani; che l'Italia desidera occupare Tripoli, e la Francia il Marocco; che la Germania prenderebbe volentieri delle colonie, le quale fossero abitabili per i bianchi, e potessero accogliere la sua corrente emigratoria; che in fine l'Inghilterra vorrebbe atterrare ogni Potenza, che minacci anche soltanto alla lontana la sua talassocrazia; tutti questi sono segreti di Pulcinella.

E chi può fin da oggi giudicare quali mutazioni possano essere prodotte nei rapporti fra i popoli e nella tecnica della guerra dopo le recentissime grandi invenzioni? Il problema di un velivolo guidabile, che ha già occupato intere generazioni, è oggi veramente prossimo alla sua soluzione. L'entusiasmo, con cui l'intera Germania salutò i tentativi del conte Zeppelin e i primi felici successi, la sublime volontà di sacrificio, sono certo, in gran parte, da riconnettere a una pura ammirazione per la gesta compiute; ma vi ha, senza dubbio, contribuito anche la speranza nazionale che in gravi conflitti futuri possa risultare per il popolo tedesco un vantaggio dal possesso di un simile strumento di lotta. Quindi la lotta proseguirà; e probabilmente diventerà sempre più dura.

Non meno inferiori le speranze e gli entuasiasmo degli americani per i primi esperimenti di aeromobile dei fratelli Wright. Alcuni teorici già prevedono, che in una prossima guerra, l'arma vincente di una nazione sarà l'aeromobile, in grado di far piovere sul nemico dall'alto terrore e distruzioni.

Questo stato di cose non verrà modificato neppure dal movimento pacifista degli ultimi anni, che ha avuto la sua più nobile espressione nei due congressi per la pace all'Aia nel 1899 e nel 1907.
Certo é stato possibile regolare saldamente gli usi della guerra terrestre e fissare per casi meno importanti di contese fra gli Stati un procedimento arbitrale; ma già la proposta di disarmo é fallita. E se ve ne saranno degli altri di congressi, prima o poi falliranno anche quelli.
In tutti i conflitti veramente importanti e concernenti e rapporti di potenza fra i popoli e le Grandi Potenze dovrà, come prima, esser l'unico arbitro il Dio della guerra.

La più forte garanzia che non scoppierà una guerra mondiale e che i conflitti particolari anche in seguito, come negli ultimi decenni, rimarranno circoscritti al loro territorio originario, sta nello stretto intreccio degl'interessi economici di tutti i paesi e nell'esistenza di parecchie Grandi Potenze, di cui nessuna é così strapotente da poter incominciare una guerra senza grave pericolo per se stessa.

Naturalmente queste garanzie non sono incondizionate, e soprattutto di fronte a grandi conflitti di razza non basteranno di certo. Poiché in simili casi non sono in gioco soltanto mercati e territori da dominare, ma anche gl'interessi spirituali della vita e la caratteristica culturale dei popoli. E la vittoria in una lotta simile sarà dalla parte, dove operano le più forte energie, morale e organizzatrici.
Sarà la tecnologica potenza delle armi di una nazione che farà la differenza, e questa nazione vincente avrà il dominio, oltre l'arroganza.

Garanzie? Patti? Trattati? - Anticipiamo qui, ciò che disse uno dei vincitori poco prima della fine della Grande Guerra, quando a tutte le Nazioni Wilson propose la sua "creatura". - Winston Churchill fu perfino sarcastico "Una Lega delle Nazioni? essa non è il sostituto della supremazia della flotta inglese"; e il Times dell'11 dicembre aggiunse chiaramente quali erano stati gli scopi della Gran Bretagna nella guerra:
"Una cosa è chiara: questa guerra non è stata vinta per la civiltà ma per il dominio inglese dei mari. Perciò per quanto riguarda questo Paese, non può esser messa in discussione l'eventualità di spuntare l'arma che in questa guerra ci ha dato la vittoria".
Purtroppo per loro, non sapevano che l'inizio del declino, proprio in quel giorno, era iniziato, e che la lenta decadenza avrebbe trasformato l'inghilterra in una colonia di una nuova emergente potenza: gli Stati Uniti d'America.

Retorici, poeti, romanzieri, o semplici giornalisti dalle colonne dei loro giornali, dissero a fine guerra che gli eroi non erano caduti invano, che l'umanità si era inebriata di luce raggiante dell'avvenire e che il futuro sarebbe stato migliore. Purtroppo l'attesa di questo futuro sereno tardava a venire, anzi all'orizzonte di questa nuova alba già si stavano formando nubi minacciose.

A vedere certi sguardi dei "biscazzieri" di Versailles, a loro importava poco il tanto sangue versato, il mare di lacrime di tanti pianti, quello che interessava era una catalogazione di crediti, il possesso di un bacino minerario, una serie di privilegi doganali, una flotta marina o aerea. E ogni cosa aveva un costo.
Uno di loro, SHUTS delle Nazioni Unite, a Wersailles, fece un'amara constatazione "l'intera Europa, oggi, sta per essere liquidata per 2 miliardi di sterline". Insomma l'Europa era stata messa in vendita.
Ed anche Sir GEORGE (inglese) fece il suo commento: "Ho la sensazione crescente che gli USA si stiano comportando da prepotenti".

E fu profeta quando lo stesso George scrisse: "Non riesco ad immaginare più grave motivo di una guerra futura se non il fatto che il popolo tedesco, che si è dimostrato uno dei più forti e potenti del mondo, possa trovarsi circondato da tanti piccoli stati formati per lo più da popoli che non abbiano mai avuto prima un governo stabile, ma che comprendono un gran numero di tedeschi desiderosi di riunirsi con la madre patria" ( Lloyd George, "The Truth About the Peace Treaties", Vol I, p.622").

Mentre lo diceva un arrabbiato caporale austro-tedesco, stava già maledicendo la mano di chi aveva firmato la pace, ed entrava nel Partito Arbeitpartei; il caporale era Adolf Hitler, e con lui nei primi iscritti il generale Lundendoff, il decorato Hermann Goring, i fratelli socialisti Otto e Gregor Strasse, Alfred Rosemberg, Rudolf Hesse, Julius Streicher, l'anno dopo Joseph Goebbels. Volevano loro risolvere i problemi della Germania.

Nel frattempo anche in Italia erano iniziati altri più gravosi e complessi problemi di carattere politico, economico, di ordine pubblico e, soprattutto, di carattere sociale. Tutto era diventato vecchio, la classe politica, l'Italia liberale, la borghesia, e dopo quattro anni o di trincea o di sacrifici, erano diventati "vecchi" anche gli italiani; e perfino quelle ventate di sano socialismo dei primi anni del secolo erano diventate antiquate, o almeno per gli italiani che al fronte si erano ormai emancipati, acculturati, e molti avevano imparato perfino a leggere o a udire cos'era il sindacalismo, i partiti e di conseguenza anche "a credere alle utopie" (lo dirà Nenni, più tardi).
Il Paese, finita la guerra, per tutta una serie di questi motivi, non era solo inquieto, ma per molte altre ragioni, pur sempre legate a quelli; era nel disordine e stava vivendo un clima quasi insurrezionale, facendo così sperare ad una compagine politica la "Rivoluzione del proletariato", e ad un'altra una "Rivoluzione dei borghesi o piccolo-borghesi ", o come si iniziò a dire della "classe media" o "ceto medio emergente", cioè piccoli borghesi aggressivi, che pure loro in trincea avevano imparato qualcosa: a reagire aggredendo. E li avevano pure premiati, con i migliori posti di comando nell'emergente partito fascista di Mussolini.

Ne riparleremo ampiamente nei capitoli di quel particolare periodo.

 

Noi qui dobbiamo riprendere la storia di questo periodo 1900-1913
La situazione in Europa

segue:

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