-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

160. LE CAUSE DELLA RIVOLUZIONE


Le tre classi privilegiate che opprimono il popolo - Caricatura anonima del 1789

 

"Piogge torrenziali, inondazioni, bombardamenti a tappeto di grandine e siccità biblica sono i detonatori che fanno scoppiare quel cocktail esplosivo annotato nel gran libro della storia con il nome di Rivoluzione francese.
Fra il 1787 e 1788 sembra abbattersi sulla Francia di Luigi XVI l'ira di Dio. E' il prologo che apre il dramma storico del 1789. Il raccolto del secondo semestre dell'87 è pessimo, quello dell'88 disastroso. Alla metà dell'89 i prezzi dei cereali hanno una brusca impennata, il pane - già poco - diventa merce preziosa, proletari e contadini sono alla fame. La lunga miccia della miseria è completamente bruciata, e la bomba scoppia".



Questa è una delle tante versioni che i ragazzi studiano a scuola. Insomma la colpa la si dà al popolo bue che si ribella perchè - si arriva anche a fargli questa colpa dopo che lo si lascia nell'ignoranza - incapace di sollevarsi dalla sua miseria.

Ma non è cosa nuova che per due secoli, il dibattito fra i maggiori storici contemporanei, si è formato attorno a due questioni: la durata e il periodo in cui è avvenuta la rivoluzione francese e le categorie sociali che ne hanno preso parte.
Sulla prima siamo tutti concordi, le date sono note, ed è periodo tra il 1789 e il 1799: sono i dieci anni in cui sono accaduti gli avvenimenti più significativi.

In merito alla seconda questione invece - ci fa notare Giandomenico Ponticelli - esistono due scuole di pensiero a confronto: la storiografia classica ottocentesca, di cui anno fatto parte storici del calibro di Michelet, Mignet, J.N. Thierry, N.I. Kareiev, Aulard, le cui ricerche sono state la base per gli studi dei predecessori, che ne hanno elaborato i concetti ed in parte li hanno modificati: Albert Mathiez, Georges Lefevre, Albert Soboul, Geroge Rudè, Armando Saitta, Richard Cobb, ed in fine la scuola degli Annal di Fernand Broudel sono gli eredi storici della scuola ottocentesca. Onore che va riconosciuto oggi al massimo rappresentante contemporaneo Micheal Vavelle.
Di più recente formazione e la scuola dei cosiddetti “storici revisionisti” può essere identificato dai suoi esponenti di maggiore rilievo che sono Furet e Cobban.

Fu lotta di classe o lotta di classi?
La prima (composta da contadini, proletariato cittadino) la si può anche prendere in considerazione, ma questa classe fa sempre poco, e quando fa molto (cioè strilla, spacca tutto, si agita) lo fa solo quando viene strumentalizzata con la demagogia, che spesso la utilizza una parte ma subito dopo anche quell'altra, ed è facile trascinare le masse o da una parte o dall'altra, perchè spesso questa classe vivendo nell'ignoranza non sa distinguere le furbesche alchimie politiche e si fa incantare dal primo tribuno.
Invece "le" classi (aristocrazia, clero, borghesia) hanno dallo loro parte prima di tutto la capacità di fare la demagogia, inoltre hanno i mezzi, i denari, ed usano abbondantemente l'arte machiavellica, i ricatti, le malignità, la corruzione, i patti segreti (che loro chiamano fine diplomazia); infine l'esercito, le milizie governative e i mercenari sono sempre dalla loro parte. Hanno insomma il potere, e difficilmente si sporcano le mani nelle guerre, nelle rivoluzioni, nei tumulti civili, le fanno sporcare agli altri.
Se Barras non avesse convinto il giovane Napoleone a passare dalla sua parte, il Corso stava meditando di guidare lui il popolo per sbarazzarsi dell'infame Direttorio, invece passato dall'altra parte, il popolo lo prese a cannonate ad alzo zero.

L’interpretazione classica della rivoluzione francese vede principalmente lo scontro fra aristocratici e monarchia assoluta da un lato e borghesia e masse contadine ed operaie dall’altro. Nell’interpretazione di Marx la rivoluzione del 1789 fu certamente borghese e la borghesia fu la classe che dominò il movimento. In tali condizioni il proletariato non potè agire sulla base dei suoi stessi interessi e lo stesso "terrore” non fu che una maniera plebea di finirla con i nemici della borghesia”, Marx Engels “Neue Rhiunsche Zeitung”.

Le due forze sociali (borghesia e proletariato) sono accomunate da un urgente bisogno di libertà, di esprimere tutto il loro potenziale produttivo soffocato dall'antiquato e perverso sistema vigente. Ma borghesia e popolo non hanno di certo una stessa ideologia (e la prima non ha di sicuro quella comunistica) - ma sono mosse entrambe da motivazioni diverse pur se destinate a convergere nel momento cruciale.
La prima punta alla gestione del potere per rendere la macchina della Stato più funzionale alla propria attività che ha già imboccato la strada dell'imprenditoria premoderna; la seconda chiede soltanto, al momento, di essere sottratto alla fame, al flagello di tasse e decime che deve pagare al re, al nobile che vanta ancora diritti medievali, al clero.

Erano dunque questi i nemici della borghesia. L'aristocrazia e l'alto clero; a loro volta nemici di questa borghesia in continuo avanzamento nel settore economico, desiderosa di prendere in mano la politica per poi avere essa in mano il potere.
Ma anche all'intermo dell'aristocrazia vi erano insofferenze e ostilità, fra quelli della provincia (che non contavano più nulla) e quelli della corte (che non contavano nemmeno questi ma vivevano al di sopra dei loro mezzi). E ostilità vi erano nello stesso clero per gli stessi motivi, preti ricchi a Parigi e preti alla fame in provincia.

Allora i protagonisti di questi dieci anni di lotte sono queste tre classi in lotta fra loro, oppure quest’interpretazione non è sufficiente?
Per Cobban, la rivoluzione francese era soltanto “una lotta politica interna ai sopravvissuti ordini medievali”.
Ma non basta, perchè il punto di partenza è cercare di capire quali sono le classi che presero parte alla rivoluzione e se le lotte sono avvenute in una classe o fra classi.
La borghesia era sicuramente lo schieramento più eterogeneo, oltre ad essere costituita dagli artigiani delle grandi città francesi, i commercianti, i banchieri e la grande borghesia industriale e terriera; esisteva anche una folta schiera di professionisti (avvocati, medici, ingegneri, parlamentari, ecc.), e ovviamente in uno schieramento così variegato, non potevano non esserci delle differenze di opinione, anche sostanziali, rispetto alle idee radicali, ed a secondo degli interessi a cui erano legati decidevano se appoggiare o no queste idee.
A costituire il braccio armato della borghesia, c'era inoltre il nascente proletariato industriale, e le sterminate masse contadine, incontrollabili per natura, e - perchè incolte - anche facili a strumentalizzare.

Dall’altra parte c’èrano l’aristocrazia e l’alto clero, che difendevano i propri privilegi di classe, oltre che essere le due classi sfruttatrici per eccellenza, anche perchè la grande industria non era ancora nata, e in parallelo il grande vero numeroso proletariato nemmeno.
Alla borghesia non resta altro che capeggiare i malumori che nascono all'interno degli sfruttati, e rivolgerla contro i due avversari.

Come scriveva Antione P. Barnave nel suo libro “Introduction a la revolution Francaise”: una nuova distribuzione della ricchezza produce una nuova distribuzione del potere, così come il possesso di terra ha elevato l’aristocrazia, la proprietà industriale ha elevato il potere del popolo”.
Insomma a dare al popolo, al contadino, al proletariato, l'impressione che era una terribile potenza sono stati proprio i borghesi.
Perchè il popolo muove il primo dito solo quando è demagogicamente strumentalizzato, da solo non è capace di fare nulla, brancola nel buio, non ha la capacità di organizzarsi. Di modo che, esso è sempre il braccio armato del potere, sia esso in mano all'aristocrazia, al clero, o alla borghesia, che usa accortamente il populismo per scatenarlo a comando a proprio uso e consumo.

«Dopo noi il diluvio» si vuole che abbia detto la marchesa di Pompadour morente. È certamente dubbio che queste parole siano state pronunciate, ma esse rispecchiano l'opinione di quel tempo.
I tre mali atavici della Francia monarchica erano l'assolutismo, il feudalismo e il fiscalismo; la loro incapacità di adattarsi alle necessità di uno stato più moderno, produsse la rivoluzione.
Molto indietro risalgono in parte le radici del male, che raggiunsero il loro virulento vigore sotto Luigi XIV, di cui la prodigalità, il mal governo e le dissennate guerre scalzarono i fondamenti del regno.

Alla morte del «Re Sole» la Francia, il paese d'Europa più benedetto dalla natura, era desolata, spopolata e impoverita. Questa condizione di cose divenne poi peggiore in seguito alla forma assunta dal governo. Se prima la monarchia era stata il centro dell'unità nazionale, si mutò poi nel fine dello Stato, nello Stato in sé stesso. Il potere e i diritti esercitati dalla nobiltà negli stati provinciali furono annullati, gli Stati non furono più convocati, i parlamenti furono intimoriti e una opprimente burocrazia, dipendente dal re, si distese sul paese intero, credendo che questo fosse il solito "cortile di casa" e non una "nazione" che stava guardando con ammirazione e desiderio di imitazione altre "nazioni"; e con stupore perfino le sorgenti "nazioni" come quella nell'America del Nord.

Tutto era stato adattato alla personalità di Luigi XIV. Quando dopo di lui delle mani più deboli impugnarono lo scettro, si vide che il carico degli affari e la quantità dei doveri sorpassavano le forze di un solo uomo e sfuggirono perciò dalla sua mano. Il vero centro del governo fu ormai il consiglio regio e in un senso più largo la Corte. In quello si svolse l'assolutismo burocratico di Stato, in questo l'assolutismo esclusivo sociale. Versailles era la splendida città della Corte, in cui convenivano tutti quelli, che segnalati per nascita, per ufficio e per ingegno volevano far carriera. Di questi ultimi a dire la verità erano pochi, i più con le loro dame affollavano solo i palazzi, i cortili, le migliaia di stanze in un eterno ozio.

E non solo erano lontani i problemi della provincia, ma anche i fermenti della stessa Parigi erano lontani da Versailles e quindi distanti dai loro pensieri.


Da tutto questo ebbe origine una condizione di cose estremamente malsana. La classe media colta, la borghesia - ed era quella che veramente lavorava - era il nerbo dello Stato, ma si vide esclusa dalla Corte e lo fu tanto più, quando a partire dal 1760 l'ingresso alla Corte fu riservato solo all'antica nobiltà di nascita. Da una parte stavano il lavoro e il merito, l'energia che si fa valere, dall'altra il godimento, la frivolezza e l'insolenza, un'autorità grande ma solo per le nomine agli incarichi e la direzione degli affari. Tutto questo produceva un rancore ostinato del terzo stato contro la nobiltà e il clero, della ricca Parigi, onorata fino ab antico, contro la fortuna recente di Versailles.

Il territorio era diviso in province, disuguali per grandezza e per natura. A capo di ognuna stava un governatore, che di solito era uomo della primaria nobiltà, di grande splendore anche se di piccolo potere. Questa e l'intero governo stavano nelle mani di un intendente, che quasi sempre era un funzionario di origine borghese, allevato però negli uffici governativi dove si apprendeva il "sistema", "l'andazzo".
Per mezzo dei loro impiegati gl'intendenti formavano una specie di poliarchia eccessivamente numerosa, che abituò la popolazione ad aspettarsi tutto dall'alto (fa sempre così, chiunque esso sia in alto). Questa circostanza divenne poi importante per la rivoluzione.

In tempi di fermento poté avere origine una vera rabbia contro un governo debole, appunto perché debole; e in seguito il "terrore" trovò facile dirigere il proprio governo su quegli stessi sentieri, e che l'accentramento dispotico aveva molto bene preparato.
Al disordine e all'incertezza del governo corrispondeva quella del diritto. Era questo cresciuto nel corso di vari secoli e non era stato mai ordinato ad unità. Si costituirono così tre gradi subordinati di tribunali regi e altri tre di giurisdizione feudale. Ma in effetti il numero dei tribunali feudali era infinito, ognuno aveva il suo, mancava un limite sicuro della loro giurisdizione e della loro competenza e a ciò si univa ancora l'intromissione arbitraria della Corona. Ovviamente numerose come i tribunali erano le leggi. Non vi era in genere una condizione determinata del diritto pubblico.

Secondo la tradizione giuridica il potere regio era limitato da corpi di stato, che però nei fatti esso dominava dispoticamente; i supremi parlamenti giudiziari reclamavano secondo la legge un potere di sorveglianza, di cui la Corona si dava ben poco pensiero. I suoi modi di governo parvero un'usurpazione continua, poggiata sulla forza. Basi di questa forza erano i funzionari e l'esercito. Questo contava circa 170.000 uomini, a cui si aggiungeva anche una milizia. Il soldato semplice era malamente arruolato, gli ufficiali specialmente nelle armi principali si prendevano quasi esclusivamente dalla nobiltà, e in parte (soprattutto gli incapaci) compravano il loro grado. Spesso non s'intendevano del servizio e lo consideravano (evitando di dire un "mestiere") soltanto come un "collocamento", mentre i sottufficiali li guardavano con malanimo e se poi erano ignoranri anche con disprezzo.

La popolazione si divideva in privilegiati e non privilegiati. Quelli erano più o meno esenti da imposte, questi no. Vigeva il principio; «Le peuple de France est taillable' et corvéable à volonté».
Il primo posto era occupato dal clero, che si suddivideva in secolare e regolare, in alto e basso clero. La Chiesa possedeva circa un quinto dei beni fondiari e riscuoteva inoltre considerevoli entrate, che in complesso erano così distribuite che riceveva di meno chi lavorava di più. Gli uffici capitolari ragguardevoli e le abbazie erano considerate in sostanza come prebende per il collocamento della nobiltà. La media del clero superiore era priva di talento e indifferente in materia di religione, conservava esteriormente un contegno dignitoso, cadeva però anche nella frivolezza e viveva il più possibile non nella sede del suo ufficio, ma a Corte.

Come signori feudali, che non contribuivano del proprio, ma invece con le decime ed altre imposte partecipavano al dissanguamento delle classi inferiori, raccoglievano l'odio di queste. Le cose erano diverse per il clero inferiore. Questo aveva tutti i doveri e le cure della propria vocazione, ma era mal pagato, spesso malamente trattato ed era escluso dalle dignità superiori, come i sottufficiali dell'esercito. Il clero regolare era invece piuttosto in decadenza. All'infuori di quei gruppi, che si occupavano dell'educazione, degli studi e delle opere di beneficenza, viveva nell'indolenza e nell'ignoranza.

Quasi tutti i chiostri, conventi, abbazie, pieve, erano malvisti dal popolo delle campagne a motivo delle gabelle che imponevano, ma malvisti anche dalle persone colte per la loro inerzia. Ed a questo si aggiungeva ancora lo zelo della persecuzione e delle contese teologiche. Non vi è da meravigliarsi che la rivoluzione sopravvenuta ricevesse un'impronta fondamentale di ostilità di fronte al clero più che alla religione.
La nobiltà risultava da quella di nascita e da quella giudiziaria («noblesse d'épée etnoblesse de robe»). Nella prima si comprendeva un certo numero di famiglie con patrimoni principeschi, però nel suo complesso non era ricca. Ma poiché molte volte viveva con le rendite di certi diritti e gabelle varie (un forno, un mulino, il passaggio su un ponte, un viottolo, l'acqua di una roggia, ecc. ecc) si alienò l'animo del popolo. Il pregiudizio teneva il nobile povero lontano da lavori retribuiti, giammai, era un discredito lavorare; egli doveva cercare impiego nell'esercito, nella marina o nella chiesa e non poteva sposare una del ceto borghese, e quindi non poteva procacciarsi agiatezza col matrimonio.

D'altra parte il tenore di vita della nobiltà e della Corte causava grosse spese e quindi i suoi averi andavano sempre più diminuendo. Soltanto in alcune poche province, dove era solita dimorare nei suoi castelli gentilizi, la nobiltà godeva di una locale potenza politica, mentre il resto cercava i godimenti delle grandi città e della Corte. In media era di vedute limitate, piena di pregiudizi di classe e d'insolenza, sempre pronta a snudare la spada per il suo «onore» e per il suo re.
Ma appunto queste qualità generavano invidia ed irritazione. La nobiltà non era affatto unita nel proprio seno, la nobiltà di Corte mirava con disprezzo a quella campagnola e quella dei parlamenti si teneva in disparte.
La nobiltà di toga o parlamentare comprendeva i membri giudicanti dei tribunali superiori indipendenti, i consiglieri dei parlamenti. I suoi posti erano ereditari o potevano essere acquistati con brevetto regio. Come parlamento principale era considerato quello di Parigi, al quale si ricollegava una serie di consorterie provinciali.
La nobiltà di toga (più aperta al nuovo) faceva sposare ai suoi figli possibilmente delle ricche ereditiere del ceto finanziario, al quale essa si assomigliava nel volersi tenere lontana dalla Corte.
I parlamenti erano stati usati per elevarsi da umili principi. Era divenuta consuetudine che le ordinanze regie fossero iscritte nei loro registri. Ed erano loro a dare una validità giuridica alle ordinanze.
E proprio con questa funzione, essi elevarono le loro pretese, che alla registrazione dovesse precedere un esame delle ordinanze e che se era sfavorevole potessero sollevare delle obiezioni. Operando così erano divenuti una specie di contrappeso all'onnipotenza della Corona e questo li rendeva popolari, per quanto per loro indole potessero essere reazionari.

Il terzo stato si suddivideva negli abitanti delle città e in quelli della campagna. Le città erano di gran lunga preferite alla campagna, possedevano privilegi di ogni sorta e fin dal secolo XIV si erano molto accresciute. Parigi contava il maggior numero di abitanti, circa 650.000; la seconda città era Lione con 135.000, ricca di manifatture di seta; tutte le altre avevano meno di 100.000 abitanti. Nel comune la classe media ricca, la borghesia, possedeva quasi tutta la ricchezza, occupava gli uffici meglio retribuiti ed esercitava un potere assai esteso. Dei singoli mercanti riscuotevano entrate annue fino di un milione di franchi e più. Ma nonostante ciò, la borghesia viveva in un profondo malcontento. Si era imbevuta delle massime dei libri di tutto quel movimento intellettuale, era colta, aveva senso dell'arte, elevava le sue pretese e si sentiva perciò ingiustamente maltrattata rispetto alla posizione sociale superiore della casta sacerdotale e della nobiltà, frustrata per mancanza d'influenza politica, depressa per le continue usurpazioni dei poteri pubblici e al generale malgoverno dello Stato.

Perciò essa ha dato alla rivoluzione quasi tutti i capi e in questo il destino volle che essa conoscesse soltanto il pericolo, che veniva dall'alto, senza presentire quello che veniva dal basso e senz'avere un'idea giusta della prepotenza politica della Parigi turbolenta.

La monarchia aveva radunato nella capitale il maggior numero possibile di energie, ne aveva fatto il fuoco della vita politica e letteraria. Parigi era la più grande città commerciale e industriale con un proletariato numeroso. Nel campo del gusto, della moda, del teatro, della buona società aveva un primato assoluto. Da essa si attendevano tutti gl'impulsi, tutti i pensieri nuovi, nessuno si arrischiava a contraddire il suo giudizio; nelle province nulla poteva farle da contrappeso.
Ragioni molto più gravi di malcontento che non la popolazione delle città aveva quella delle campagne, che era circa quattro quinti della popolazione complessiva. Se calcoliamo che del suolo coltivato un quinto apparteneva alla Corona, un quinto al clero, un quinto alla nobiltà e due quinti al terzo stato, questi due quinti spettano quasi interamente alla popolazione delle campagne, e certo nella parte minore ai proprietari medi e in quella di gran lunga più considerevole a piccoli proprietari, contadini liberi e fittaioli dipendenti.
Le tabelle le abbiamo giù viste nel precedente capitolo (Nobilta' e Clero (560.000 soggetti) detenevano il 66% delle terre. I Piccoli proprietari (11.000.000 di soggetti) detenevano il 33%).

La popolazione rurale comprendeva tre gruppi: operai salariati, fittaioli e contadini. Tra questi gli operai salariati erano in miglior condizione, specialmente nelle grandi proprietà. Peggiore era in sostanza quella dei fittaioli, che dovevano pagare canoni considerevoli ai proprietari, restavano poveri e sovraccarichi di tasse e coltivavano scontenti e male i loro campi.
Né molto diversa era la sorte dei contadini, che sempre stavano su poderi troppo piccoli, senza un sufficiente capitale di esercizio e non avevano mezzi bastanti per vivere, ma solo tanti motivi per soffrire la fame.

L’unica libertà che aveva questa povera gente, era di scegliere il proprio sfruttatore.
Da questo punto di vista può essere utile la descrizione che fa Tocqueville della vita di questi contadini. 
“Immaginate, vi prego, il contadino francese del diciottesimo secolo, tanto appassionato innamorato della terra da consacrare all’acquisto di esso tutti i suoi i suoi risparmi e da acquistarlo a qualunque prezzo. Per comprarlo bisogna che prima paghi un diritto, non già al governo, ma ai signori del vicinato (i feudatari), estranei quanto lui all’amministrazione della cosa pubblica e quasi altrettanto incapaci.
Finalmente è suo: col grano vi mette dentro il suo cuore. Questo cantuccio di terra che gli appartiene nel vasto universo lo riempie di orgoglio e di indipendenza.
Intanto intervengono i medesimi vicini e lo strappano al suo campo per obbligarlo a lavorare altrove senza salario (corvees). Se vuol difendere i propri prodotti dalla loro selvaggina, essi glielo impediscono; e sempre loro lo attendono quando deve passare il fiume per domandargli il pedaggio. Li ritrova al mercato, dove gli fanno pagare il diritto di vendere le sue derrate; e quando, in casa sua, vuole usare per se il resto del grano, di quel grano che ha visto crescere sotto i suoi occhi, coltivato dalle sue mani, deve mandarlo a macinare al mulino e a cuocere nel forno di quegli stessi uomini (diritti di cui godono i signori feudali).
Una parte di quanto frutta il suo piccolo dominio va a costituire la loro rendita. Qualunque cosa faccia, egli incontra sempre sul suo cammino, a turbargli i piaceri, a disturbare il suo lavoro e a consumare i suoi prodotti, quegli incomodi vicini; e quando l’ha finita con loro, ecco che altri, vestiti di nero, si presentano e gli tolgono il fiore del suo raccolto. 
Figuratevi la situazione, il carattere, i bisogni, le passioni di quest’uomo, e calcolate, se vi riesce, i tesori di odio e di astio che ha accumulato nel cuore”.

La causa principale di rovina per i campagnoli erano appunto le gabelle ond'erano oppressi. E dopo queste, dovevano sostenere il peso delle leve per l'esercito, prestare servizi di lavoro, di trasporti, di costruzioni, pagare decime ed altre tasse regie e sopportare l'arroganza delle classi privilegiate. Regnavano inoltre un arbitrio e un'ingiustizia manifesta nella distribuzione delle imposte, così tra le singole persone come tra le differenti province, separate l'una dall'altra da frontiere doganali.

L'imposta più rovinosa era la «taille», che gravava direttamente sulla rendita. La tassa sulle bevande faceva sì che in regioni viticole fertilissime migliaia di jugeri di terreno restassero incolti; la tassa sul sale lasciava vendere il sale a vile prezzo nelle province che avevano saline, mentre doveva essere comprato forzatamente ad alto prezzo in quelle, che ne erano prive. Un vero e proprio esercito di impiegati era in lotta continua con i contribuenti. L'ordinamento tributario era il più irrazionale del mondo e mandava in rovina innumerevoli cittadini, senza giovare lo Stato, poiché si arricchiva soltanto una classe di capitalisti, che faceva delle anticipazioni all'erario per rivalersi poi con interessi usurai sui contribuenti. Questi appaltatori d'imposte hanno reso specialmente odioso l'«ancien régime ». La monarchia viveva di prestiti e di debiti.

Tirando le somme, erano malcontenti il basso clero, la nobiltà inferiore, la borghesia, la classe dei contadini, l'esercito e Parigi. Un malcontento così diffuso fu il «terreno di cultura», dove poté crescere così presto la rivoluzione. La riluttanza verso l'ordine costituito aumentò ancora in seguito alla letteratura, che illuminava le menti, e alle idee, che giungevano d'oltre Manica, dall'Inghilterra e più lontano ancora dall'America.

Il medio evo si fondava sull'autorità e sulla fede. Quando queste furono scosse dall'indagine e dal dubbio, le menti si allontanarono a poco a poco dall'ossequio verso il fatto e verso la tradizione e presero fiducia nelle proprie forze. Naturalmente si cominciò ad esaminare l'indole e i servizi della Chiesa, che fino a quel tempo aveva dominato. Sopraggiunsero le scienze naturali, che vollero calcolare, misurare, intendere, dimostrare.

Le due tendenze, quella critica filosofica e quella delle scienze naturali vennero dall'Inghilterra, ma rapidamente si svilupparono nel continente, specialmente in Francia, dove furono applicate alla politica e alla società. Con ardita libertà di pensiero l'inglese Locke aveva negato l'origine divina dello Stato, che spiegava essere solo una volontaria comunità di singoli uomini. Questa dottrina in Inghilterra condusse allo sviluppo della vita parlamentare, portata in Francia la spinse ad un sovvertimento.
Sempre più alto si levava il grido di guerra che ogni male aveva nel dispotismo la sua radice, e perciò la monarchia assoluta doveva essere abolita. Liberali e feudali si trovarono d'accordo in questa richiesta, che ebbe un'espressione eloquente nella letteratura.

Sotto Luigi XIV poeti e scrittori avevano appartenuto al seguito del re. La cosa poi cambiò. Prese il luogo della Corte l'opera d'illuminazione delle menti e questa fu sinonimo di giudizio sfavorevole sul governo. Si trovava sempre da ridire e da biasimare, si adoperavano le armi dello spirito e del ridicolo, scherzando col fuoco senza presentire l'incendio. E questo era tanto più minaccioso in quanto i letterati appartenevano alla miglior società e anche tra le signore divenne moda il rendere omaggio allo spirito del tempo.

Il rappresentante più splendido di questa specie di "begli spiriti" fu Voltaire, un parigino puro, dissolvente, maligno, che si atteggiava a profeta della libertà e della dignità umana.

Divenne l'idolo ammirato del progresso, accarezzato dai rappresentanti dell'assolutismo illuminato, messo infine dalla giovane rivoluzione nel suo Pantheon.
Al suo fianco combattevano il marchese d'Argenson, che chiedeva una democrazia nella monarchia, e il presidente di parlamento Montesquieu, il cui «Spirito delle leggi» ebbe un'efficacia mai avuta da alcun altro libro.
Egli vi loda la costituzione inglese, investiga la libertà politica e concepisce lo Stato come una creazione con fini elevati; domanda una rigorosa separazione dei tre poteri, il legislativo, l'esecutivo e il giudiziario.

Anche Turgot, barone dell'Aulne, era un pensatore maturo, amabile, il quale proclamava che il genere umano progredisce lentamente ad una maggiore perfezione, e stabiliva il principio del libero lavoro e della libera vendita. Al pari di lui gli economisti Gournay e Quesnay si volsero contro la tutela del sistema mercantile, allora dominante. Tuttavia ambedue furono superati dall'inglese Adamo Smith, il quale enunciò il principio che il lavoro é la sorgente della ricchezza e il creatore del valore economico. Con questo é divenuto il fondatore dell'economia politica moderna come scienza.

Tutti questi studi e tutte queste cognizioni si compresero nella maggiore opera letteraria del tempo, nell'«Enciclopedia», pubblicata dal Diderot, ma non priva di grandi controversie e di grandi ritardi per completarla.
La sua tendenza generale era di negare e di distruggere; essa estese in circoli più vasti le conquiste della scienza naturale e della critica universale. I seguaci della cosiddetta filosofia libera da pregiudizi, insegnata in quell'opera, ricevettero il nome di «enciclopedisti ». Un effetto, che giunse molto più oltre, ottennero gli scritti dell'amico del Diderot, di Gian Giacomo Rousseau, poiché penetrarono negli strati medi e inferiori della società.

La parola caratteristica di Rousseau era «natura»; egli non credeva ai benefici della cultura, ma la respingeva, non scuoteva le basi della società, ma chiedeva che fosse senz'altro abbattuta in nome di leggi eterne, troppo a lungo disconosciute. Contrariamente al concetto ecclesiastico stimava che l'umanità fosse buona in sé stessa; soltanto per aver lasciato un'esistenza primitiva di semplicità, ignara aveva perduto la sua felicità. Se nei singoli uomini si cancellasse la cultura, sarebbero guariti di tutti i loro mali. Egli negava la proprietà personale, la famiglia e il potere dello Stato, lasciando in vigore soltanto il diritto della nascita.

Una rivoluzione a Rosseau gli appariva come il ristabilimento dello stato normale, della verità originaria. Se Voltaire era stato l'annunciatore della libertà, Rousseau fu il predicatore eloquente di una fanatica uguaglianza. Da lui al comunismo non rimaneva che un passo e questo fu fatto dal Morelly nel suo codice della natura. Ampia diffusione ebbero gli scritti di Mably, che considerava la proprietà fondiaria personale come la radice di tutti i mali, poiché aveva prodotto la disuguaglianza dei beni con tutti i suoi vizi e i suoi difetti. Si dovevano perciò distruggere quelle istituzioni, che facevano ostacolo all'uguaglianza.

Per quanto le opere dei «begli ingegni» possano essere state sovvertitrici, non si deve però esagerare la loro effettiva influenza, poiché erano soltanto pochi coloro che le leggevano ed ancora meno quelli che le potevano comprendere ! Ma esse hanno tuttavia preparato la rivoluzione e tolto di mezzo gli ostacoli intellettuali, che le si opponevano. Paralizzarono i difensori dell'antico stato, del diritto storico, mentre additavano la via agli assalitori ed ispiravano loro la fiducia nella vittoria.

L'influenza dell'Inghilterra non si é limitata alla letteratura, ma ha acquistato una grande importanza anche nel campo politico; questo fu tanto più facile, perché i Francesi si fecero molte volte delle idee false intorno alle istituzioni e alle condizioni della nazione vicina e specialmente considerarono la sua costituzione come il massimo di libertà possibile in una monarchia.

Poi si sollevò davanti ai loro occhi meravigliate una pura democrazia nell'America del Nord e la Francia, pur avendo un carattere opposto, si schierò politicamente dalla sua parte. Naturalmente ebbero da ciò origine rapporti e relazioni della specie più diversa. Confusamente aleggiarono intorno le idee di una assoluta libertà, che infiammarono gli animi; divenne di moda il vestirsi alla foggia dei puritani.
Quale rappresentante principale delle idee americane d'indipendenza si dimostrò il marchese di Lafayette, ricco e di gran casato, che recatosi in aiuto ai ribelli con un bastimento, si era acquistato l'amicizia di Washington e il grado di generale. Gli amici del progresso acclamarono in lui il repubblicano di fatto.
Alla corte era malvisto e questo aumentò ancor di più la sua popolarità.

L'indole dello Stato e della società dell'«ancien régime» si riflette pure nello stile dell'arte di quel tempo, nel rococò. Si evita in esso ogni linea retta e vigorosa; tutto si contorce e si sovraccarica di ornamenti. I pittori si compiacciono nel riprodurre pastori e pastorelle dell'alta società, che certo piacciono, ma sono privi di verità, di vita; dipingono danze, sagre, amoreggiamenti. Ovunque eleganza, finezza e lusso, ma nessuna profondità, nessun vigore, nessuna schiettezza.
Se prendiamo tutto nel suo insieme, troviamo molte cose innaturali, molta debolezza, molti sconci e difetti, non però mali così gravi, che si potessero toglier di mezzo soltanto con la violenza. Se questo avvenne, dipese specialmente dall'avere l'agiata borghesia esagerato la propria forza e la propria capacità di governare e del non aver saputo la monarchia, dominare le difficoltà.

Gli ultimi decenni di Luigi XV avevano privato la Corona di considerazione e di stima e ingolfato lo Stato nei debiti.

Luigi XVI assumeva questa fatale eredità, appena ventenne e senza essere in alcun modo all'altezza di un simile compito. Anche nella sua ampollosa magnificenza aveva sì l'onesto desiderio di evitare le aberrazioni dei suoi predecessori, però non sapeva come fare. Serio e probo, non possedeva né cognizioni, né intelligenza o forza di volontà a sufficienza. Imbarazzato, lento a decidersi, e diffidente nella coscienza della sua debolezza, era doppiamente soggetto a cader facilmente nell'altrui dipendenza.

La Francia, sfuggita ad istituzioni antiquate, abbisognava di una giovane forza creatrice e in luogo di questa trovò soltanto bonarietà e debolezza. Stava a fianco del re Maria Antonietta, figlia di Maria Teresa, forse anche d'ingegno maggiore del marito, giovane, bella, ma imprudente, di poca cultura e spensierata. Quando divenne Delfina di Francia, scriveva ancora con grandi macchie d'inchiostro come una bimba alle prime scuole elementari. Era inoltre un'Austriaca, e l'Austria era considerata dai Francesi come una nemica ereditaria.

La sua origine destò diffidenza e fu sufficiente motivo che fosse male interpretato tutto il suo contegno e il suo procedere. I due coniugi erano in origine d'indole schietta, ma vivevano nell'atmosfera avvelenata di Luigi XV. I due all'interno della famiglia reale non trovarono alcun appoggio. Il conte di Provenza, fratello di Luigi XVI, era un frivolo scettico, pieno di odio contro la regina. Il secondo fratello, il conte d'Artois viveva come un dissoluto damerino, e il cugino del re, il duca Filippo d'Orléans, si segnalò all'inizio con una vita sregolata, per poi cooperare più tardi, con la sua sconcia ambizione, alla rovina del trono.

Il disagio finanziario fu il primo motivo di una lotta continua col parlamento di Parigi. II governo abbisognava di denaro e il parlamento chiedeva che fossero registrati gli editti regi e che gli fosse riconosciuto il diritto di dare su di essi il suo parere. Già sotto Luigi XV si giunse al punto che i consiglieri del parlamento interruppero temporaneamente i loro lavori. Nondimeno il re li esiliò e ne nominò dei nuovi. La Corona era ancora il potere più forte.
Luigi XVI richiamò i consiglieri ricalcitranti. Quest'atto fu piuttosto gradito al popolo, ma alquanto malaccorto, poiché rimanevano le ragioni di contrasto e quindi la lotta doveva divampare di nuovo. Questa ebbe anzi uno sfondo più ampio, perché il parlamento, ad onta dei suoi privilegi, appariva in certo modo come il rappresentante del terzo Stato, che tendeva ad innalzarsi, e come l'unico corpo nello Stato, che si arrischiasse ad opporsi politicamente alle misure del governo.

Caddero parecchi ministri e tutti i tentativi di riforma fallirono. Sempre più alto si levava il grido che un cambiamento efficace in materia d'imposte e di aggravi sarebbe possibile soltanto con la convocazione degli Stati generali. E intanto sempre più si accresceva il debito dello Stato e l'opinione pubblica sempre più si eccitava (o meglio fatta eccitare) contro la Corte. Inutilmente si affidò il ministero delle finanze allo spregiudicato de Calonne. Leggero e spiritoso stimò che se non si aveva denaro occorreva farsene prestare e che per trovar credito bisognava sembrare ricchi, spendere quindi molto per incassare tanto di più.

Contrasse dapprima un prestito di 100 milioni, poi uno di 120 e finalmente uno ancora di 80 milioni. Il disavanzo annuo salì a 100 milioni. L'opposizione del parlamento fu spezzata. Parigi e Versailles erano città brillanti, piene di eleganti cavalieri d'industria e di avventurieri galanti del conio di Cagliostro.
E mentre così il destino avanzava con passo inesorabile, fu ancora affrettato dall'effetto degli avvenimenti americani e dalla famigerata storia della collana.

Nell'anno 1783 terminò felicemente la guerra nord-americana; le truppe francesi ritornarono in patria con ricordi gloriosi e con le impressioni ricevute da una grande democrazia, liberale e austera di costume. Ciò avveniva mentre l'alleanza con l'Austria si sfasciava e la regina scongiurava i ministri di rinnovarla.
Di questo si diceva qualcosa nel pubblico, quando appunto il cardinale di Rohan, aristocratico, avido di piaceri, di mente limitata e ambizioso si fece truffare una preziosa collana di diamanti da un'astuta avventuriera sotto le spoglie della regina. Fu perciò imprigionato ed accusato di lesa maestà, ma il parlamento lo mandò assolto; il popolo giubilò perché sulla prima dama di Francia cadeva un ignominioso sospetto.

Intanto Calonne si era impelagato sempre più in immense spese e poiché nulla si poteva ottenere dal parlamento, pensò di ricorrere alla cosiddetta assemblea dei notabili, costituita da persone di fiducia nominate dalla Corona, ma non più convocata dai tempi di Enrico IV. Calonne sperava di servirsene come di alleati popolari contro il parlamento ricalcitrante. Ma Calonne aveva sbagliato i suoi conti.

Quando il 22 febbraio 1787 i notabili aprirono le loro sedute e conobbero il disavanzo, tenuto fino a quel momento segreto, e il debito pubblico di 1250 milioni e la necessità di procurarsi nuove somme colossali, i conservatori mossero censure e opposero rifiuti, mentre i liberali con Lafayette alla testa chiesero la convocazione degli Stati generali del regno. Si venne a scene violente, il cui eco risuonò per tutta la Francia.
Governo e classi privilegiate, da tanto tempo alleati insieme, si lacerarono in una contesa rabbiosa. Per infrangere la loro ostinazione Calonne promuoveva l'idea degli Stati generali, ma era troppo tardi. Fu licenziato e sostituito con Loménie de Brienne, l'oratore principale dell'opposizione.
Anche costui non poté trarsi d'impaccio. I notabili rappresentavano l'opinione che spettasse non solo a loro ma all'intera nazione pagare nuove imposte. Non rimase perciò altro partito che quello di scioglierli il 25 maggio.
Il loro contegno é stato fatale a loro stessi ed alla monarchia. Con le vaghe riforme amministrative da loro consentite Brienne si presentò al parlamento, ma subì un rifiuto e anche qui sentì chiedere la convocazione degli Stati generali. Brienne procedette energicamente ed esiliò i consiglieri.

A quel punto rumoreggiò più alta l'agitazione popolare. Il governo non sapeva come uscirne e cresceva intanto minaccioso il dissesto finanziario; lo spettro del fallimento dello Stato batteva inesorabile alle porte. Brienne divenne umile, il re ansioso, il parlamento ritornò con la coscienza di una piena vittoria, acclamato dalla folla. Andò fallito un nuovo prestito, la cui registrazione dovette essere ottenuta a forza con una seduta regale, nella quale non era permessa alcuna opposizione.
Tutti si trovarono d'accordo nel domandare gli Stati generali. Invano il governo cercò di riformare i parlamenti. Il presidente fece delle rimostranze e dichiarò che il re non poteva violare la legge fondamentale del suo stesso regno. Anche il clero dette un rifiuto e nelle province il conflitto divenne molto vivace.
A Vizille nel Delfinato si radunò di propria autorità un'assemblea provinciale, costituita dai tre Stati, nella quale il terzo Stato era rappresentato da altrettanti deputati quanti i due altri insieme. Essa chiese la convocazione degli Stati generali e provinciali e dichiarò illegali le tasse imposte senza il consenso dei primi.

Era questa un'aperta rivolta, che annunciava venti di tempesta. La passione popolare aumentò fino a produrre violenti tumulti di piazza. La misura era colma, Brienne fu congedato. La Francia si trovava in piena disorganizzazione. A questo aveva molto contribuito la stampa, di cui si servivano i ministri e i loro avversari, e in genere chiunque volesse aver voce in capitolo. Una vera inondazione di giornali si era riversata sul paese. Per ottenere l'appoggio del pubblico il governo aveva abolito la censura esercitata prima con gran rigore, cosicchè l'abolizione non giovò a sé, ma soltanto ai suoi avversari.

Insomma tutti erano in lite. D'accordo con Brienne si poté dichiarare: «non più Stati privilegiati né parlamento, ma soltanto la nazione e il re!». Coll'animo pieno d'imprevidenza, d'irritazione e di passione si navigava a seconda della corrente.
Succedette a Brienne il Necker, che era stato già una volta ministro. Il re per istinto monarchico diffidava di lui, che pure - essendo banchiere - era considerato come l'unico capace di trarsi d'impaccio in quella crisi finanziaria. Necker era un protestante ginevrino, di origine tedesca, che si era innalzato alla condizione di ricco banchiere. Appariva quindi di fatto come il rappresentante della borghesia, che non era in grado di comprendere storicamente la monarchia cattolica dei Borboni. Al pari dei suoi compagni di opinione politica, egli vedeva la salvezza negli Stati generali, fino alla cui convocazione bisognava destreggiarsi cil più possibile.
Per questo si procurò molto denaro e fissò la convocazione degli Stati generali al gennaio del 1789. Quando poi il parlamento volle di nuovo intervenire e richiese che gli Stati si adunassero nella forma feudale del 1614, perdette ogni popolarità. Senza presagirlo il parlamento aveva aperto alla democrazia il cammino verso la monarchia; passò allora senza rumore tra i morti.

Anche Necker non comprese che cosa presagissero gli Stati generali in quell'universale fermento, Ad ogni modo egli avrebbe dovuto tenere la direzione degli avvenimenti con mano ferma e con piena coscienza del suo fine; invece appunto questo non avvenne ed egli attese le conseguenze di quella lotta di due spiriti opposti. Così tra privilegiati e liberali divampò una contesa violenta intorno alla forma della rappresentanza e al rapporto numerico dei deputati. Per non muovere nessuno a sdegno, Necker decise di dare una doppia rappresentanza al terzo stato, ma non dette alcuna disposizione intorno al modo di votare, se per ordini separatamente o in una sola assemblea. Questa indecisione aumentò, com'era naturale, l' eccitazione degli animi. Comparvero in gran numero degli opuscoli, tra i quali fece molto rumore uno dovuto all'abate Sieyés «Che cosa é il terzo stato?». Il risultato a cui giunse fu sintetico ma molto chiaro, che "il terzo stato per intelligenza e per numero é tutto, che per importanza era stato fin allora nulla, ma che ormai voleva essere qualche cosa".

Le elezioni avvennero, come si può immaginare, in circostanze sfavorevoli. Da esse risultarono eletti 308 ecclesiastici, 285 nobili e 621 rappresentanti del terzo stato, quindi 1214 in tutto.

Nei due primi ordini formavano la maggioranza i membri dei gradi inferiori, quindi delle teste più o meno democratiche, tra i nobili i proprietari, tra gli ecclesiastici i parroci, uniti strettamente al terzo stato. In questo erano fortemente rappresentati i giureconsulti. Oltre a questi comprendeva 4 ecclesiastici e 15 nobili, tra i quali acquistarono fama grandissima l'abate Sieyés e il conte Onorato di Mirabeau.
Tutti costoro erano dapprima rappresentanti del loro ordine e non della nazione ed erano vincolati nel loro procedere dai cosiddetti «cahiers», che erano memoriali, dove gli elettori avevano enumerato i loro desideri e le loro lagnanze.

Più volte é stato detto che la rivoluzione si sarebbe potuta evitare o stornare fino all'ultimo, se la Corona avesse avuto sufficiente energia per reprimerla nei suoi principi oppure sufficiente generosità per acconsentire alle prime e giuste domande del popolo. Invece trasse il terzo stato dalla sua impotenza politica e poi lo mise in un angolo, trascurando di frenare con l'aiuto della borghesia le brame della plebaglia.
Tutto questo é vero, ma bi
sognava prendere le cose come erano.

Da un lato un corpo difficile a guidare, del tutto indisciplinato politicamente, con una moltitudine di capi ragguardevoli e ambiziosi. Tutto l'ambiente ricolmo di passioni frementi, di contrasti, di contraddizioni, di odio e per di più senza sufficienti cognizioni e senza profonda penetrazione.
Dall'altro lato un re debole, intimidito ed un ministro che, con idee poco chiare egli stesso, non aveva né attitudini di statista, né uno scopo ben determinato.
In sostanza questo governo senza principi, non aveva in alcuna parte appoggi sicuri, né tra i privilegiati, né nei funzionari, né nell'esercito, mentre il paese era in fermento e il basso popolo era sulla pericolosa china degli atti violenti.
Si può dire che già per il carattere del governo e per la qualità degli eletti lo Stato era ormai scosso nelle sue fondamenta.

E poiché le due cause agivano insieme,
la caduta della monarchia assoluta era certa.

Il 5 maggio del 1789 si aprivano le sedute
degli Stati Generali di Francia.

L'ASSEMBLEA NAZIONALE COSTITUENTE - 1789 - 1791 > >

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