-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

162. L'ASSEMBLEA NAZIONALE LEGISLATIVA - 1791-1792


La nuova costituzione varata il 14 settembre del '91 col giuramento del re, fu salutata con esultanza, poiché si sperava di aver conseguito quiete e felicità civile e che fosse pure finita la rivoluzione.
Ma le cose stavano del tutto diversamente da come credevano gli ottimistici benpensanti.
Da tempo il club dei giacobini aveva pensato e preparato le nuove elezioni. Già la varietà dell'ordinamento elettorale, la richiesta del giuramento civico, il timore di violenze tennero lontani dalle urne molte persone, principalmente tra i benestanti. Poi vi furono le influenze esercitate in larga misura. Si venne ad una vera caccia contro i conservatori e i moderati, i cui candidati furono intimoriti con minacce ed avvisi pubblici, e si sfruttò politicamente il manifesto di Pillnitz, pubblicato in quel tempo.
Con simili macchinazioni si giunse difatti a mettere le elezioni principalmente in mano alle classi inferiori che nutrivano simpatie verso i giacobini, e ovviamente a indirizzare verso sinistra l' esito delle elezioni stesse.

Se tuttavia i giacobini rimasero in minoranza, questo dimostra la forza dei veri sentimenti della nazione.
Il maggior numero dei deputati eletti erano inoltre delle incognite, per lo più erano avvocati e
giornalisti, giovani da 25 a 30 anni, eccitati dalle passioni di quei giorni. La destra della precedente assemblea era scomparsa. Fu sostituita dai rappresentanti del centro sinistra, dagli amici di Lafayette e di Barnave, valorosi, ma pochi di numero e guidati in sostanza dal di fuori, dal club dei «feuillants».

Tanto più forte si dimostrò la sinistra. Essa mirava alla vittoria della libertà sulle rovine della monarchia e perciò alla rovina della costituzione, alla caduta del trono, ad una prossima trasformazione violenta. Erano tutti giacobini e fin dall'inizio del 1792 si suddividevano in due gruppi: in quello dei Brissotisti (dal loro oratore principale Brissot) o Girondini (dal dipartimento della Gironda, da cui la maggior parte provenivano) e in quello dei rivoluzionari puri, i «risoluti» o gli «enragés».

I primi formavano la parte intellettualmente superiore; erano persone piuttosto con talento di oratore che di statista, dottrinari che s'inebriavano di libertà, fuori della quale non vedevano altra salvezza. Eran considerati come eminenti tra loro Brissot, abile giornalista, vivace, bonario e vano, Vergniaud, ardente ed affascinante oratore, Guadet ed alcuni altri. Questi tre hanno per un certo tempo addirittura influenzato e dominato l'assemblea; mentre essi a loro volta erano molto soggetti alla influenza della signora Roland e dell'abate Sieyès.
La signora Roland era piena d'ingegno e d'ambizione, nutriva odio personale verso Maria Antonietta e di conseguenza verso tutta la monarchia.

All'estrema sinistra sedeva un gruppo, che si riservava per il futuro; il sentimentale ed eloquente Couthon, il volgare Chabot ed altri, per la maggior parte strumenti di MARAT, DANTON, ROBESPIERRE.

Tra la sinistra e la destra stava il centro, dapprima prevalente per numero, che senza un forte carattere e senza convinzioni inclinava sempre di più verso la sinistra.
Fu una circostanza importante che Pétion fosse investito dell'ufficio di «maire» di Parigi e Danton di membro del consiglio comunale e di presidente della polizia. Con questo apparve facile e senza pericolo l'organizzare delle insurrezioni.

Robespierre si era procurato l'ufficio di procuratore generale in Parigi ed esercitava un'attività decisiva nel club dei giacobini. Le gallerie dell'assemblea furono aperte al pubblico e ben presto si riempirono di torme schiamazzanti di plebaglia, che intimorivano e salutavano con urli chi non parlava o votava secondo il loro desiderio.
Semplicemente per paura una grande quantità di rappresentanti della nazione si sottraeva alle votazioni e con questo si dava una immagine del tutto falsa dell'effettiva maggioranza dell'assemblea. E di fronte a tutti questi incitamenti stava un re debole, senza speranza e senza fiducia, che nella sua disperazione spiava se un soccorso potesse giungergli dall'esterno. Da ogni parte il futuro minacciava l'estrema rovina.

Un profondo abbattimento aveva colto la nazione. I girondini vedevano che occorreva un impulso violento per eccitar di nuovo le moltitudini e credevano di averlo trovato in una guerra esterna. Specialmente Brissot annunciava che la Francia era chiamata a condurre il mondo alla libertà ed alla fratellanza.
L'idea dell'unione dei popoli sotto la supremazia gallica, che viveva nell'animo dei Francesi fin dai giorni delle crociate, tornò di moda. Forse in questo si offriva l'occasione di rovesciare così incidentalmente la monarchia. Un motivo per una contesa con i vicini fu dato dagli emigrati, che sul Reno si esercitavano chiassosamente alle armi e di là minacciavano e intrigavano.

I girondini approfittarono con gran vantaggio di questi avvenimenti per unire sempre più la questione degli emigrati con quella di una guerra contro l'Europa monarchica. Il 9 novembre l'assemblea decretò che tutti gli emigrati, sotto pena della vita, dovessero entro il 1° gennaio 1792 ritornare in patria.
In tal modo i partigiani della Corona erano sacrificati e perciò il re si oppose. Questo riuscì opportuno ai suoi avversari, che poterono renderlo sospetto alla nazione e rappresentare il veto come una istituzione molesta.
Per metterlo ancora più alle strette il 29 novembre fu presa una decisione contro i preti, che rifiutavano il giuramento civico, alla quale Luigi negò nuovamente la sua sanzione.

Difficoltà anche maggiori gli si presentava una guerra esterna, che i girondini cercavano di render popolare con ardenti discorsi. Se costoro speravano di rovesciare il re con una guerra, Lafayette invece coi suoi amici contavano di rimettere in piedi la monarchia per mezzo delle armi.
Aveva ricevuto il comando supremo dell'armata del centro e voleva giovarsi di questa sua posizione. Ma anche lo steso Robespierre e alcuni suoi estremi erano contro la guerra, perché temevano che potesse procurare al re un esercito.

Frattanto l'ardore del Brissot operava efficacemente sugli animi e l'assemblea ordinò che si richiamassero 150.000 uomini alle armi. Il ministro della guerra Narbonne prendeva la cosa molto a cuore; ma lo sventurato re mandava segrete sollecitazioni a Vienna perché si evitassero decisioni estreme. L'imperatore Leopoldo, cognato del re, era in questo d'accordo con lui, mentre i girondini spingevano le cose sempre più avanti.
Per effetto della loro influenza si confiscarono i beni degli emigrati per procurarsi del denaro, il capo del gabinetto amico della pace, il ministro degli esteri, fu rovesciato come traditore della patria; cadde quindi l'intero ministero e il re indifeso, fu costretto ad accettare i consiglieri che gli s'imposero.

Il nuovo ministero era girondino puro, ossia nemico del re, ad eccezione di Dumouriez; tuttavia i veri maggiorenti del partito si riservarono per il parlamento, ponendo al governo soltanto uomini di secondo ordine. Fra questi é divenuto notissimo il ministro dell'interno, Roland, marito poco interessante di una donna interessantissima. Tutto il ministero fu per questo chiamato per celia il ministero della signora Roland. Poiché essa stessa non poteva prenderne apertamente la direzione, questa toccò in sostanza a Dumouriez, che prese il portafoglio degli' esteri. Era costui un avventuriero ricco d'ingegno, in, cui, come si vide più tardi, si nascondeva un abile generale; ambizioso, risoluto e scaltro, seppe solo tra tutti i suoi colleghi stare nello stesso tempo in intimi rapporti col re e con l'assemblea.

Il concetto che guidava il nuovo gabinetto era quello della guerra e di una guerra con la sola Austria. Forse si sarebbe potuta ancora evitare senza la morte inaspettata dell'imperatore Leopoldo. Ma dopo questa notizia si andò continuamente scendendo la china. Dumouriez tentò di allontanare la Prussia dall'Austria e di trattenerla nei suoi armamenti, ma invano. Il 20 aprile il re dovette presentarsi all'assemblea e fare la proposta della guerra contro l'Austria. Lo fece tremando, con le lacrime agli occhi, ma in mezzo al tripudio e alle acclamazioni di tutti i partiti.

Frattanto il malumore contro le manovre illegali aveva condotto nella provincia ad esplosioni violente, anzi ad una aperta guerra civile. Gli assegnati eran deprezzati, il denaro contante scomparso, il commercio e l'industria arenati; la carestia minacciava e la persecuzione dei preti, che rifiutavano il giuramento, aggiungeva alle calamità economiche anche quelle religiose.

Parigi si volgeva senza interruzione a sinistra. Il «maire» Pétion era uomo arrogante e maligno, presuntuoso e «virtuoso». Quando nel gennaio si dovette rinnovare la metà del consiglio comunale, ciò avvenne in senso democratico; i giacobini più ardenti Manuel e Danton pervennero allora all'ufficio di procuratore generale.
Migliaia di picche furono distribuite agli uomini del basso ceto e venne di moda il berretto rivoluzionario rosso. I soldati colpevoli di un reggimento svizzero furono posti in libertà, condotti alla presenza dei consiglieri municipali e glorificati da una festa dell'assemblea. Fu questa la prima vera festa della rivoluzione, la prima, a cui molte altre seguirono.

Sempre più si assottigliava quel che ancora rimaneva del potere regio. Il ministero in modo nascosto o palese minava l'autorità del re, le gazzette girondine e giacobine bollavano le persone che lo attorniavano col nome di «comitato austriaco», che rivelava al nemico tutti i piani di guerra; chiedevano l'abolizione della guardia del corpo e il concentramento di 20.000 federati presso Parigi.

L'ultimo provvedimento avrebbe significato senz'altro la distruzione della monarchia; questa trovò un sostegno in Dumouriez e nella guardia nazionale, che non andava d'accordo con i giacobini. Perciò il re si fece finalmente animo a licenziare il suo ministero girondino e affidare la formazione di un nuovo gabinetto a Dumouriez.
Questi affrontò all'inizio ogni sorta di attacchi nella Camera, ma presto non vedendosi abbastanza sostenuto dal re, debole e assalito da tanti lati, rinunziò al suo ministero e se ne andò al campo quale generale di divisione.
Con lui era caduto l'ultimo sostegno del trono.

I girondini, privati del potere, soffiavano nel fuoco, gli abitanti dei sobborghi cominciarono a muoversi e il 20 giugno 20.000 di loro comparvero nell'assemblea nazionale, proclamandovi l'onnipotenza del popolo; mossero poi verso le Tuileries, ne forzarono l'ingresso, invasero le scale e si scontrarono con la guardia reale, misero il re in una situazione estremamente critica.

Luigi angosciato si era ritirato nel vano di una finestra, difeso da alcune guardie nazionali, mentre la moltitudine eccitata gli lanciava ingiurie e minacce. Una picca fu agitata intorno al suo volto, gli si cacciò in testa un berretto rosso e lo si costrinse a bere alla salute del popolo. Per delle ore intere egli si rassegnò a tanti maltrattamenti; finalmente Pétion si fece vedere e adulando quei "cittadini sovrani" li convinse a ritirarsi.

Verso sera i regali consorti, così duramente provati, si gettarono piangendo l'uno nelle braccia dell'altro. Durante questo ignominioso avvenimento un giovane capitano di artiglieria era andato su e giù impaziente; egli disse che con tre o quattro cannoni avrebbe disperso tutta quelle canaglie. Quel capitano si chiamava Napoleone Bonaparte.
L'impressione prodotta da quella giornata fu enorme. Finalmente ogni animo spregiudicato vide dove si andava. Si scatenò una vera tempesta d'indirizzi a favore del re, Pétion e Manuel furono destituiti dal loro ufficio e si levò un grido, che chiedeva la chiusura del club dei giacobini. Cominciò un moto di reazione e vi fu di nuovo un momento, in cui si poteva rimettere in piedi la monarchia. Mancava soltanto un condottiero. Ad un tratto comparve a Parigi Lafayette.

Tutti credettero che egli fosse venuto per attaccare battaglia contro i democratici con un colpo di stato; le guardie nazionali si posero a disposizione del loro antico capo. Ma invece di approfittare di queste disposizioni e d'impadronirsi del potere, Lafayette si recò nell'assemblea nazionale, dove fu violentemente attaccato. La corte lo accolse freddamente, la regina gli espresse apertamente la sua sfiducia. Gli alleati naturali non s'incontrarono, ma si respinsero reciprocamente. Senza aver fatto od ottenuto alcuna cosa, Lafayette dopo due giorni (il 30 giugno) se ne partì di nuovo.

La sinistra, che per il suo arrivo era stata presa dallo spavento, respirò. Vergniaud pronunciò uno splendido discorso, in cui il re era rappresentato come l'alleato dello straniero, come l'avversario della Francia, e in cui si dichiarava la patria in pericolo, invitando ognuno a combattere contro i nemici interni ed esterni.
Di fatto la patria fu dichiarata in pericolo, cioè lo stato d'assedio fu decretato in tutta la Francia. La Corte rimaneva irresoluta di fronte a tutto questo. Quando il ministero vide che non poteva giovare al re, si dimise, né il capo dello Stato ne formò uno nuovo.
Invece il partito a lui nemico convocò un direttorio insurrezionale, che in sostanza aveva Danton per capo. Diverse migliaia di federati si raccolsero in Parigi, in parte era una agitata ciurmaglia, che più volte venne a conflitto con la guardia nazionale. Le sezioni, che in origine erano state riunioni di elettori parigini, continuavano ad adunarsi illegalmente. All'inizio i moderati vi avevano preso il sopravvento, ma appena le sezioni furono dichiarate una istituzione permanente, i migliori cittadini non si fecero più vedere, di modo che i sovversivi arrofittando della loro assenza presero decisioni incendiarie, come se provenissero da tutti.

Anche la guardia nazionale fu resa più democratica, facendovi entrare i cittadini passivi, ossia privi di diritti politici, e perfino dei federati. Mentre i volontari propriamente detti si recavano al campo, giungevano a Parigi sempre nuove bande di federati e il 30 luglio anche i temuti Marsigliesi, accolta di gente della peggiore risma.
Qui è il caso di osservare che nulla ha di comune con essi la «marsigliese», quel fiero canto, divenuto poi l'inno della rivoluzione e della nazione.

La Marsigliese nacque nella casa del sindaco Dietrich, di Strasburgo. Era suo ospite il tenente del genio CLAUDE JOSEPH ROUGET de' l'Isle. Fu lui scrivere a musicare (in parte con antiche poesie e secondo una vecchia melodia.) e a intonare per la prima volta quello che lui chiamò "Il canto di guerra per l'Armata del Reno". Ma Rouget, era però un simpatizzante della monarchia. Tanto da finire in carcere durante il Terrore, anche se riuscirà a cavarsela e non finire ghigliottinato.
Il canto era piaciuto
ai volontari di Marsiglia (l'inno si chiamerà appunto "La Marsigliese") fu presto conosciuto a Parigi, divenne popolare, e fu adottato come inno nazionale il 14 luglio 1792. - Ma nella Restaurazione e anche dopo, subì due volte la revoca a causa delle sue connotazioni rivoluzionarie.

I girondini videro con spavento che i loro ausiliari divenivano la potenza principale e toglievano loro di mano la direzione degli avvenimenti. Cercarono di barcamenarsi prima da una parte e poi dall'altra: di accostarsi alla Corona, ma ne ebbero un rifiuto e spinti di nuovo pieni di rabbia a sinistra pensarono di deporre il re.

In tal senso giunsero tuttavia alla decisione che tutto doveva avvenire in bell'ordine e tramite vie legali. Questo per tentare di calmare i «risoluti».
Il direttorio insurrezionale decise che ciascuna delle sezioni eleggesse un comitato per determinare le misure da prendere. Ma ciò avvenne in un modo del tutto illegale di notte, quando i moderati erano lontani, e così entrarono nei comitati i rivoluzionari più esagitati, come Hebert, Marat, Robespierre, Billaud, ecc.

Questa riunione illegale prese possesso il 10 agosto del palazzo comunale, dove si adunò presso al consiglio eletto legalmente, per dominarlo ben presto. Si aggiunsero alle altre delle ragioni esterne. Il duca di Brunswick, che comandava l'esercito prussiano, pubblicò un manifesto, che aumentò l'eccitazione. Apertamente si chiese la deposizione del re, che non vi aveva avuto alcuna parte. E perché non si riuscì con le buone, i giacobini ricorsero alla violenza e decisero di assalire le Tuileries.

Il 10 agosto, poco dopo la mezzanotte, si suonarono le campane a stormo e tuonarono i cannoni, ma la gente accorreva in piccolo numero, perché l'impresa non era senza pericolo. Mandat, comandante della guardia nazionale, uomo di sentimenti realisti, aveva difatti messo il palazzo in stato di difesa e disposte in modo abile specialmente le guardie svizzere.
Per i giacobini era importante privare i difensori del loro capo. A questo scopo Mandat fu chiamato al palazzo municipale; egli vi andò ma prima ancora di arrivarci fu ucciso con un colpo di arma da fuoco alle spalle.

Poi gli uomini mandati dalle sezioni cacciarono il consiglio comunale e presero il suo posto. Ed allora si mossero contro le Tuileries. Se il re avesse preso con mano ferma lui il comando, molto si sarebbe potuto salvare, poiché gli insorti si avvicinavano in piccolo numero. Ma non era l'uomo adatto e il suo contegno guastò tutto. Invece di difendersi, quell'uomo timido timido abbandonò la sua dimora e si mise sotto la protezione dell'assemblea.
Le guardie nazionali, che avrebbero anche senza Mandat, ancora continuato a difenderlo, diventate inutili si allontanarono pure loro; rimasero soltanto gli Svizzeri con alcuni volontari. Contro di loro si scagliarono le masse di assalitori; gli Svizzeri spararono due salve e con un attacco alla baionetta fecero sgombrare la piazza del Carosello. Pur da soli ne avevano avuto ragione. Avevano difeso il Palazzo.

Le cose non andavano quindi affatto male, ma quando nell'assemblea nazionale all'angustiato re Luigi si strappò l'ordine che gli Svizzeri dovessero sospendere il fuoco e ritirarsi le cose precipitarono. Questo significava abbandonare la sua guardia personale. Così i "veri" difensori, abbandonati a se stessi dal re che avevano difeso fino all'ultimo, furono trucidati o fatti prigionieri. A questi Svizzeri, che pur stranieri morirono con fedeltà soldatesca esemplare per un re, che non era il loro re, Thorwaldsen ha dedicato in Lucerna uno splendido monumento, che raffigura un leone morente.

Appena furono liberi gli accessi delle Tuileries, la plebaglia si riversò all'interno devastando ogni cosa e uccidendo gli ultimi che vi si erano attardati.

In mezzo al fragore di questi avvenimenti l'assemblea con 284 soli deputati presenti continuava la sua seduta e deliberava la convocazione di una «Convenzione», che stabilisse una costituzione nuova; deliberava inoltre la sospensione del re e il suo trasferimento al palazzo del Lussemburgo, nominava un educatore del Delfino e un ministero girondino con Danton, ministro della giustizia.

Con la convocazione delle assemblee elettorali primarie per la Convenzione, l'assemblea aveva di fatto abdicato. Al suo posto venne il consiglio comunale, che desiderava la repubblica e fece trasferire il re nell'antico edificio del Tempio. Si era compiuta una nuova trasformazione rivoluzionaria e si cominciò un'opera di distruzione «senza riguardi».

Questi avvenimenti si erano succeduti contro il volere della provincia e della maggioranza dei Parigini. Ventimila Francesi si unirono in una petizione di protesta. Mancava però un capo. Come tale, poteva soltanto esser preso in considerazione Lafayette, sostenuto dall'esercito. Se si fosse gettato rapidamente su Parigi e avesse disperso i patrioti, l'assemblea e la guardia nazionale si sarebbero certamente unite a lui. Ma Lafayette non era uomo da azioni audaci, voleva soltanto farsi guida del partito monarchico nella provincia.

Per questo indusse l'autorità di Sedan ad una pubblica protesta e fece prestare alle truppe un nuovo giuramento di fedeltà alla costituzione. I suoi avversari raccolsero risolutamente il guanto di sfida e lo dichiararono deposto dal suo comando. Venne così a mancargli il terreno sotto i piedi, ed egli non seppe far di meglio che fuggire oltre i confini con gli ufficiali del suo partito.
Cadde però in mano agli Austriaci, che - difronte a tante ambiguità - lo gettarono come delinquente politico in un carcere, dove fino al 1797 ebbe tempo di meditare sulla pericolosità e sulla insufficienza della sua opera.

Uno storico geniale ha così dipinto le condizioni disordinate di Parigi in quel tempo: «Un monarca buono, ma debole - una regina piccola nei giorni fortunati e grande soltanto nella sventura - principi di sangue regale, che mendicavano di essere accolti nel club dei giacobini - uomini che portavano nomi splendidi e che abbandonavano il re nel pericolo - favoriti della folla con passioni da principi - gaudenti depravati - persone avide di cariche e di onori - genii disconosciuti - esistenze fallite - donne ambiziose, uomini effeminati - ideologi incorreggibili - realisti intriganti, e tutti, tutti brigavano il favore della folla, che ieri ancora nella polvere, oggi sul trono, doveva spiegare presto l'umore capriccioso, la vanità e la crudeltà come di un despota asiatico».

Con la fuga di Lafayette era scomparso il pericolo per parte della provincia, ormai priva di un capo, e le cose andarono di male in peggio. L'assemblea nazionale continuò le sue sedute, ma il potere era in mano del consiglio municipale, costituito da 288 uomini oscuri, guidato da MARAT, DANTON, ROBESPIERRE.


Tra loro era di gran lunga più importante DANTON, che con la persona gigantesca e robusta per quanto già rovinata, con la voce tonante, col contegno imponente ricordava Mirabeau. Era infatti il "Mirabeau della plebe", il tribuno delle vie e delle barricate. Con una volontà vigorosa e una visione chiara di ciò che si poteva raggiungere, ogni mezzo gli sembrava giusto. Senza darsene pensiero versava fiumi di sangue, se questo poteva giovare ai suoi fini, alle sue dottrine. Uomo bonario e dedito ai godimenti nella propria famiglia, quando era eccitato dispiegava una energia illimitata di lavoro e di azione, per poi ricadere disgustato, snervato e indolente. Pieno di coraggio incrollabile e di ardente amor patrio, era tra gli uomini del terrore l'unico, che senza temerla conoscesse la bestialità della folla, e la sapesse frenare, perché la disprezzava e la disprezzò fin sul patibolo. Ma ora quella gli era devota e gli obbediva come un cane ringhioso e maltrattato.

Era del tutto differente MARAT, gazzettiere della peggiore risma, deforme, sboccato, scapigliato e dissoluto. Pieno di animosità addirittura personale contro ogni proprietario, si prendeva cura d'inoculare questa intima e fanatica rabbia nella moltitudine col suo notevole talento di giornalista e con una grande operosità intellettuale. Per far questo si serviva della stamperia reale, di cui si era appropriato. Il suo giornale «l'Amico del popolo», si pubblicava ogni giorno, otto pagine in ottavo, ed era redatto quasi esclusivamente da lui stesso.
Marat si vedeva estremamente di rado al club, all'assemblea o per le vie, ma scriveva e scriveva, giorno e notte, aizzava, denigrava e predicava senza posa l'assassinio e l'uccisione dei benestanti, che erano per lui tutti «traditori». La sua massima era che i poveri non avrebbero pane, finché non fossero scannati un terzo degli uomini.

Terzo in questa lega si presenta ROBESPIERRE, avvocato di provincia d'ingegno limitato, un dottrinario, un borghesuccio inselvatichito, che sapeva fare impressione sulla moltitudine senza esser popolare. Semplice di abitudini, incorruttibile, accurato nel vestire, dotato di un aspetto, che esprimeva «virtù» e superiorità, abile parlatore, capace di frenare turbe eccitate, cautamente riservato, un caratteristico talento demagogico, che avviluppava e disarmava per gradi le sue vittime per poi assalirle senza pietà. Vano, sprezzante e vendicativo, odiava chiunque fosse eminente per ingegno, nascita e ricchezza; anima poliziesca, freddo fanatico dell'uguaglianza.

Se Marat era un "delinquente" della penna, Robespierre lo era dell'azione, che egli sapeva sempre cavalcare con un'apparenza di diritto. Così quello che fra i tre era intellettualmente il più insignificante poté raggiungere la massima potenza e divenire per un certo tempo il dominatore della Francia.

Da Parigi venne l'ordine che non si avesse più alcun riguardo di fronte al tradimento. Quasi tutti i funzionari dei dipartimenti, che non erano devoti ai giacobini, furono allontanati dal loro ufficio, si soppresse ogni giornale che facesse opposizione e con le urla dei frequentatori delle tribune si intimidì l'assemblea.
Questa l'11 agosto pose il potere di polizia della capitale nelle mani del consiglio comunale, affidandogli la vigilanza sui delitti contro la sicurezza dello Stato. Nel luogo del giudice di pace fu posto un comitato di sorveglianza di 15 consiglieri municipali, al quale spettò un esteso diritto di inquisizione. Il 17 il consiglio comunale strappò la concessione che fosse istituito un tribunale rivoluzionario con illimitata competenza, senza appello, eletto dalle sezioni.

Dovunque cominciarono lo spionaggio, le denunzie segrete, le perquisizioni domiciliari e gli arresti. Ben presto si riempirono le prigioni. Il 31 agosto avvenne la prima esecuzione, la prima di una serie spaventosa, proprio interminabile.
Convenne dominare col terrore le imminenti elezioni alla Convenzione, poiché soltanto così poteva trionfare il partito dei patriotti, debole di numero, ma forte di audacia e di volontà.
Le elezioni preliminari dovevano cominciare il 27 agosto, quelle principali il 2 settembre. Perciò gli uomini violenti del partito presero la decisione di soffocare ogni opposizione con una strage in massa. La caduta di una piccola fortezza di frontiera fu esagerata per giustificare la decisione del consiglio comunale di una perquisizione domiciliare. In realtà si voleva soltanto porre le mani sui propri avversari politici. Si trovarono infatti poche armi, ma più di 3000 «sospetti» furono scaraventati in prigione. Lo stesso accadde nelle province.

Con grande angoscia i moderati raccolsero le loro ultime forze. L'assemblea nazionale in mezzo a una violenta eccitazione su proposta di Guadet sciolse il consiglio comunale ed ordinò che fosse fatta dalle sezioni una nuova elezione. Tuttavia il consiglio minacciato mosse una fiera protesta; il 31 agosto l'assemblea tenne fermo, ma soltanto il giorno dopo, il 1° settembre cedette e così il destino proseguì la sua via.

Il comitato di sorveglianza deliberò a sangue freddo il modo della strage. A causa dell'avanzarsi degli alleati per Verdun, la patria fu di nuovo dichiarata in pericolo. Il 2 settembre suonarono le campane a stormo, tuonarono i cannoni d'allarme, e i cittadini nulla presagendo di buono accorsero al Campo di Marte, mentre nel frattempo le bande dei "giustizieri" erano preparate e distribuite tra i vari luoghi.
Per dare al fatto l'apparenza di una giustizia popolare, si formarono nelle prigioni delle corti straordinarie giudiziarie, innanzi alle quali furono frettolosamente udite e sommariamente giudicate le infelici vittime, per essere poi tratte nel cortile e subito trucidate. Avvennero scene indescrivibili. La bestia umana celebrò le sue orgie più terribili. Miserabili avvinazzati e cenciosi, donne frenetiche, che ai loro figli facevano bere il sangue degli aristocratici, grida di gioia e ingiurie, gemiti e rantoli di moribondi. La gente migliore fu trattenuta da un timore opprimente.

La guardia nazionale non intervenne in alcun luogo con energia. Così la strage poté durare quattro giorni, finché 1400 infelici vi ebbero trovato la morte. Il tentativo di estendere anche nelle province queste uccisioni fallì del tutto. Qui le condizioni non erano ancora mature per simili atrocità. Forse perché si aveva più rispetto per le personalità locali, vi era meno cecità.

Gli averi degli uccisi e dei perseguitati affluirono al consiglio della comune di Parigi, ed inoltre i tesori delle chiese e dei castelli reali, perfino i diamanti della corona, molti milioni in tutto. Ma in massima parte scomparvero nelle tasche dei caporioni. Intanto i torchi fabbricavano degli assegnati per centinaia di milioni; si vietava di asportare l'oro e l'argento e di tener nascosti i cereali. La democrazia imperante trattava la vita e i beni dei suoi concittadini come se fossero una proprietà nazionale.
Era questo il frutto della libertà tanto strombazzata.

All'ultima ora l'assemblea nazionale, guidata dai girondini, si scosse e pubblicò una serie di disposizioni per il ristabilimento dell'ordine.

Troppo tardi !
Il 21 settembre la Convenzione occupò la sala delle sedute.
Era il giorno dopo della battaglia di Valmy.

LA CONVENZIONE - 1792- 1795 > >

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