-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

167. IL DIRETTORIO - 1795-1799
GUERRA E RELAZIONI ESTERNE -
CONDIZIONI INTERNE - COLPO DI STATO


Il 18 brumaio - (9 nov. 1799) - Svolta autoritaria (Colpo di Stato)
Napoleone irrompe nella sala dei 500, minacciando e scatenando la tempesta.


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Dopo l'uscita di scena di Robespierre e dei suoi seguaci, sembrò finito il tempo del terrore e dei rancori; ed infatti furono gli orientamenti più moderati dell'opinione pubblica in sintonia con la Convenzione a far varare una nuova Costituzione. Questo orientamento moderato fu chiamata la "normalizzazione termidoriana". Ed in effetti apparentemente la Convenzione cercò di riportare alla normalità il paese, ponendo fine al regime del terrore, con la soppressione dei tribunali rivoluzionari, con l'abolizione delle leggi speciali sui sospetti, con la riduzione dei poteri del Comitato di salute pubblica.

Questa costituzione varata nell'agosto 1795 (anno III) era la migliore che la Francia avesse fino a quel tempo posseduta, ma conteneva un germe mortale nell'eredità del passato e nella troppo rigorosa separazione dei poteri. Due terzi dei deputati della Convenzione passarono nelle nuove camere e i Direttori, che erano stati uomini del periodo del terrore, non avevano facoltà né di prorogare né di sciogliere il corpo legislativo. Gli stessi per essere in numero di cinque mancavano di unità, e per il fatto che - come stabilito - ogni anno uno di essi lasciava la carica per essere rimpiazzato con un altro, non si poteva di certo raggiungere alcuna continuità.

Tre cose hanno poi dominato la storia del Direttorio: la lotta fra il metodo costituzionale di governo e quello rivoluzionario, il fallimento dello Stato e il sorgere di Napoleone.

La sollevazione delle sezioni nel vendemmiaio rese i migliori cittadini ancor più nemici al governo ed aprì un abisso tra cittadini e militari. I termidoriani si erano mutati in giacobini, i quali contro il voto del paese si mantenevano con la violenza al timone dello Stato. La maggior parte degli elettori era costituita da fittaioli e da contadini, che in seguito all'abolizione delle imposizioni feudali e al prezzo moderato di acquisto dei beni nazionali avevano fatto grossi guadagni e rimanevano piuttosto affezionati alla repubblica, e avversi alle irrequiete e utopistiche confusioni dei terroristi. Da questo fu determinato l'esito delle elezioni. La voglia di quiete agiva con così tanta efficacia che i capi dei moderati furono eletti in 72, 69 e 52 collegi.

Tuttavia appunto questo riuscì fatale, poiché nel caso di ulteriori elezioni la decisione non spettava più al popolo, ma alla Convenzione con la sua maggioranza giacobina, questa opportunisticamente si avvalse del suo diritto senza riguardi per rafforzare le sue stesse file.

Il 26 ottobre - come era stato deciso - si sciolse la Convenzione. Nel giorno seguente il nuovo corpo legislativo elesse al suo interno 250 membri del consiglio degli anziani. Questi occuparono la sala delle Tuileries, che aveva già servito per le sedute della Convenzione, mentre i cinquecento si adunarono nella sala cavallerizza, già sede della Costituente e della Legislativa.
Doveva riuscire di grandissima importanza la scelta dei direttori, poiché, data l'opinione della cittadinanza avversa al radicalismo, la sinistra poteva farsi una "assicurazione" tramite gli uomini del proprio colore. E difatti grazie a un'abile manovra di partito furono messi nei 5 uffici di direttori Larevelliére-Lépeaux, Carnot, Rewbell, Barras e Letourneur, che posero la loro dimora comune nel palazzo del Lussemburgo e nominarono i ministri.

Tra i direttori quello che risaltava di più era il Barras, il vincitore nominale degli insorti del vendemmiaio. Era un nobile di antica famiglia provenzale, un ufficiale galante, che si era unito ai giacobini. Bello di persona e imponente di contegno, si dimostrò vano, avido di godimenti, senza vero coraggio e senza veri principi politici, soltanto sempre intento a rimanere a galla. Presso di lui compariva il Rewbell, avvocato alsaziano, di principi dubbi anch'egli, ruvido, presuntuoso, vendicativo, versato negli affari e di forte volere, che per quattro anni esercitò un dominio grandissimo sul Barras e sul Larevelliére. Questi apparteneva prima alla Gironda ed essendo in origine giureconsulto, poeta e botanico si era rivolto poi alla teologia, aveva studiato molto, ma prodotto poco, ed era ripieno della coscienza del suo sapere. Egli si ostinava a voler fondare una nuova religione.
Letourneur, ufficiale del genio, debole e insignificante, si teneva unito al Carnot.

CARNOT di gran lunga superava i colleghi per ingegno ed operosità e si era guadagnato quel posto non per le sue opinioni, ma per i suoi meriti. Si avvalevano di lui perché la guerra era ormai dappertutto. Accorto ed immutabile, con la sua onoratezza conferiva al Direttorio la necessaria autorità. Ma Carnot era paralizzato dalla sua precedente condotta nel comitato di salute pubblica, la quale offriva specialmente al Rewbell un'arma infallibile contro di lui.
Quindi le persone dei direttori fin dal primo momento erano già in dissidio tra di loro. Poi vi era la questione della maggioranza che era formata dal Rewbell, dal Barras e dal Larevelliére, mentre la minoranza dal Carnot con il Letourneur.

La nota dominante era data dallo spirito e dall'opinione del Rewbell. I primi tre volevano continuare il governo rivoluzionario, in opposizione alla borghesia, senza soddisfare le esigenze dell'estrema sinistra; gli altri due si avvicinavano di più al «nuovo terzo», che voleva una repubblica costituzionale.
Era tuttavia grande l'estensione del potere assegnato a queste autorità superiori. Carnot prese il carico della guerra e dell'esercito, Rewbell della giustizia, delle finanze e degli affari esteri, Larevelliére dell'istruzione, dei culti e dell'industria, Barras della polizia.

La presidenza e la rappresentanza esteriore si avvicendavano ogni tre mesi, mentre il direttore, che ogni anno doveva cedere il posto, era determinato dalla sorte e sostituito mediante una nuova elezione delle camere.
Il Direttorio affrontò arditamente e minacciosamente il corpo legislativo; per questo si mantenne sveglio e aumentò pure il sentimento di una loro reciproca rivalità.

I direttori dettero ai propri partigiani e alle loro creature tutti gl'impieghi dei loro settori e i commissariati. Ma come se non bastasse, iniziò la corruzione e la disonestà dall'alto al basso, dai governanti fino agli ultimi scrivani. Si può dire che il Direttorio é stato uno dei governi più corrotti, che la storia conosca.
Quasi in nessun luogo si trovava onestà, ma contese e contrasti dovunque: tra un direttore e l'altro, fra loro e le camere, i tribunali ed anche tra i funzionari.

Il corpo legislativo, che fin allora aveva esercitato il potere esecutivo per mezzo dei suoi comitati permanenti e dei suoi plenipotenziari, dovette cederlo al Direttorio. Al pari del governo questo si divideva in rivoluzionari e costituzionali. Questi ultimi si componevano del maggior numero dei deputati del «nuovo terzo» e di quelli appartenenti già alla destra della Convenzione; aderivano ad esso, come fu già detto, Carnot e Letourneur.
Poiché questi pur avedno la minoranza interna della vecchia Convenzione avevano dietro di sé la maggioranza del popolo, si poteva sperare che essi presto avrebbero trionfato del tutto grazie al rinnovamento annuale di un terzo.
Il loro scopo era di terminare la guerra esterna e quella interna e di mettere in vigore la costituzione.

Di fronte a loro stavano quelli dell'antica maggioranza della Convenzione, i tre altri direttori, il maggior numero dei ministri, dei commissari e via dicendo. Come autori dei regicidi temevano il ritorno della monarchia, e come terroristi la vendetta del popolo. Mantenersi al timone dello Stato significava per loro semplicemente provvedere alla propria conservazione. I loro mezzi principali di combattere erano le denigrazioni e gli atti di violenza.

Insomma questo forte contrasto fra moderati e rivoluzionari ha compenetrato l'intera storia del direttorio e in buona parte l'ha determinata.


GUERRA E RELAZIONI ESTERNE

Le cose andavano a seconda alla maggioranza del governo. Vi era guerra all'esterno e all'interno, ma nessuna che ponesse in pericolo l'esistenza della repubblica, a loro bastava solo mantenere l'agitazione e l'eccitamento. All'interno lavoravano sott'acqua i realisti, che erano entrati in relazione col generale Pichegru (come già narrato in altre precedenti pagine) per una controrivoluzione; però il Direttorio, entrato in sospetto, destituì il comandante dal suo ufficio.
Il realismo trovava sempre il terreno più favorevole nella Vandea, dove lo sbarco del conte d'Artois e il rinnovamento delle leggi contro i preti e contro gli emigrati avevano fatto nuovamente divampare l'insurrezione.
Tuttavia il contegno mite e minaccioso ad un tempo del generale Hoche diradò le file dei combattenti, finché i loro capi Stofflet e Charette non furono finalmente presi e fucilati.

Con questi ultimi atti, dopo le convulsioni durate tre anni si ristabilì alla fine la tranquillità, e l'armata dell'interno divenne disponibile per l'Italia e per il Reno.

La guerra esterna era per il Direttorio una condizione di vita. Da lungo tempo non era più una guerra difensiva, ma si era mutata in una guerra di spoliazione e si voleva farla in uno stile grandioso. I grossi eserciti del Reno, discendendo il Danubio, dovevano spingersi verso Vienna, mentre si stavano completando nello stesso tempo due imprese accessorie, quella di Napoleone Bonaparte in Italia e quella di Hoche contro l'Irlanda.
Riuscì però fortunata solamente la campagna di Bonaparte, che per come era stata condotta dall'astro nascente Corso, acquistò una importanza inaspettata, mentre la sorte avversa sugli altri teatri della guerra raffreddò talmente l'ardore del Direttorio che si pensò di fare addirittura la pace con l'Austria.

Fu una fortuna inaspettata che la Spagna assalisse l'Inghilterra e si unisse con la Francia, raddoppiando la potenza navale di questa. Fu concluso anche un trattato col Portogallo e l'Austria fu costretta dal Bonaparte (dopo che questi inaspettatamente era giunto quasi a minacciare Vienna) ad accettare i preliminari di pace di Leoben, a cui seguì presto la pace definitiva.
Questi patti coronarono le vittorie strepitose, riportate da Bonaparte in Italia. Moreau, che era considerato come il migliore stratega, combatté nel 1796 con tutt'altra fortuna e a causa della sua simpatia per Pichegru (il controrivoluzionario ormai uscito allo scoperto con la sua fuga) parve quasi anche lui sospetto.
Diversa fu la sorte di Hoche, che all'inizio si tenne ancora in prima linea, finché sciupò inutilmente le sue energie contro l'Irlanda. Così Bonaparte rimase solo.
Dopo la pace con l'Austria la sola Inghilterra stava ancora in armi; era però stanca della guerra e i suoi titoli di Stato erano scesi al 48 °/e. Aprì pertanto nel luglio 1797 dei
negoziati a Lilla, che erano vicini ad un buon risultato, quando il contrasto fra i costituzionali e la sinistra, in seguito al colpo di Stato del 4 settembre fu deciso in favore dell'ultima e quindi la continuazione della guerra.

I tre direttori scorsero appunto in questa la loro salvezza, con grave danno della Francia. Con una permanente bancarotta di Stato, avevano veramente aperte soltanto due vie: o ristabilire le condizioni normali o procurarsi il denaro dall'estero. Seguire la prima via avrebbe significato una vittoria dei moderati, quindi rimaneva soltanto l'ultima. Già nell'anno 1796 il modo allora consueto di fare una guerra di spoliazioni e di conquista aveva fornito somme così considerevoli che gli eserciti in un certo modo modificarono totalmente il sistema: invece di ricevere loro denaro dal governo, erano loro ad alimentare le entrate del governo.

Questa cosa in sé stessa poteva essere non spiacevole, ma trasformava i generali in dominatori del Direttorio, e uno di questi che s'intendeva più degli altri di spoliazioni, era il Bonaparte. Egli riconosceva del tutto apertamente questa situazione. Ma fin dall'inizio l'aveva giustificata col dire che da Parigi lui non riceveva nulla, e quando insistette per avere denari gli dissero di procurarselo dov'era. Cioè in Italia. Initile dire che la giustificazione poteva reggere all'inizio della campagna, quand'era partito con degli straccioni e con quattro soldi, tanto per Parigi la sua era solo una campagna accessoria, il Direttorio guardava sul Reno, e da qui si aspettava cose grandi, non non Italia.
Ma quando Napoleone non solo spoliava o chiedeva contribuzioni agli italiani per far campare i suoi soldati, ma inviava a Parigi carichi di oggetti preziosi, opere d'arte e quant'altro, la sua giustificazione non reggeva più. E se lo faceva non era solo per contribuire alle casse del governo, ma per acquistarsi benefici, gloria e potere. E ci stava anche riuscendo, a Parigi qualcuno già presagiva qualcosa di grosso da parte di quest'uomo, che come diceva Barras aveva addosso il "moto perpetuo" e leggeva le gesta degli Imperatori Romani.

Come dovremmo meravigliarci che il governo acconsentisse di buon grado al suo piano contro l'Egitto? Allontanavano così il generale che a loro riusciva più pericoloso.

Le condizioni generali ci spiegano inoltre come il Direttorio considerasse la pace di Campoformio soltanto come un gradino per ulteriori usurpazioni e spedizioni predatrici. E gli tornava comodo se da queste parti fosse scoppiato un nuovo incendio universale. Aveva o no Napoleone messo quasi un piede in Austria?


CONDIZIONI INTERNE

All'interno il Direttorio incontrava difficoltà sopra difficoltà, la più grave delle quali era la misera condizione delle finanze. L'agricoltura, l'industria e il commercio languivano, le imposte si riscuotevano irregolarmente e si adoperava il denaro, molto denaro per il governo e per gli eserciti (anche quelli sbagliati); se ne erano, per quanto in modo temporaneo, messi in campo quattordici. Si dovevano perciò aumentare le entrate. Questo si fece con prestiti forzosi, con la vendita di beni nazionali e con pasticci finanziari di ogni genere, specialmente con il più semplice di tutti, la stampa di nuova carta moneta.
Fino alla fine di settembre del 1792 erano stati spesi 2700 milioni di assegnati; a questi si aggiunsero 3300 milioni nei sette mesi successivi. In tutto la Convenzione ne aveva posti in circolazione per 7274 milioni. Ma questo era un semplice preludio, perché il Direttorio aumentò la somma a circa a 45 miliardi
e mezzo. Molte centinaia di operai erano occupati nella loro fabbricazione.

All'inizio dell'anno 1795 il loro corso scese al 18% e nel luglio dello stesso anno gli assegnati non avevano più alcun valore. Il 22 febbraio 1796 in cambio di cento «livres» di assegnati si ricevevano soltanto 29 centesimi in moneta di rame. Da questo fatto ebbero origine condizioni disperate. L'inondazione della carta monetata condusse al suo deprezzamento; nessuno voleva accettare i biglietti così disprezzati, scomparve ogni misura del valore, la fame e la miseria irrigidirono ogni vita, mentre speculatori senza coscienza accumulavano fortune principesche e i governanti con i loro partigiani si appropriavano senza vergogna del denaro altrui.

Quando il governo vide che le cose non andavano più avanti, prese una decisione eroica, quella di distruggere la lastra per stampare gli assegnati, l'autrice di ogni male, cosa che avvenne solennemente il 18 febbraio 1796. Per compenso si creò una nuova carta monetata, che ottenne il nome di «mandati», ma ben presto anche questa rimase priva di ogni valore come la prima.

Oltre alla questione del denaro, nel periodo del Direttorio ci si impegnò molto negli affari religiosi, in quelli relativi agli emigrati e al comunismo. Quando i termidoriani ebbero concesso, almeno sulla carta, il libero esercizio della religione, era ricomparsa una folla di preti refrattari al giuramento, ridando così a poco a poco vita al cattolicesimo, desiderato da nove decimi dei Francesi.
A questo movimento si oppose il Direttorio con la legge del 25 ottobre 1795, che conteneva le prescrizioni più rigorose contro gli odiati preti. A dire il vero queste non furono applicati, finché il colpo di Stato del settembre 1797 non pose tutti gli ecclesiastici in un vero pericolo.
Oltre alla chiesa cattolica (romana) vi era quella costituzionale o nazionale (Gallicana), che, non mostrando una speciale attività, non solo deperiva, ma si stava muovendo verso il suo tramonto.

Allora il direttore Larevelliére tentò di fondare una nuova comunità religiosa, quella dei "teofilantropisti". Pregavano costoro il dio della natura, esaminavano la loro coscienza, pronunziavano prediche, leggevano scritti di libera filosofia e conservavano gli usi del battesimo, del matrimonio e della sepoltura. Era insomma uno scimmiottare quella precedente. Nulla di nuovo.

Il Direttorio si é occupato anche degli emigrati. Tutti i comuni dovevano redigerne una lista. Chiunque stesse su questa incorreva nell'esilio e nella confisca dei beni, mentre i loro parenti rimasti in Francia perdevano i diritti civici. Queste liste contavano talora oltre 100.000 nomi, il maggior numero dei quali non erano emigrati, mentre quelle dei parenti ne comprendevano almeno 300.000. La registrazione di questi nomi dette origine a scandali senza pari. Ma la disgrazia volle che gravi interessi dello Stato e dei privati si connettessero a quelle liste. Perciò anche i cittadini fedeli alla costituzione non osavano abolirle, ma cercavano soltanto di limitarle, cosa che, data la corrente contraria, non riuscì.
La cancellazione spettava essenzialmente al Barras e al ministro della giustizia Merlin, che regolavano la loro attività a seconda della somma ricevuta. Una congiura che porta il nome dell'abate Brottier fu svelata all'autorità.

Facevano riscontro agli emigrati i partigiani dell'estrema sinistra, ai quali pure a loro la società sembrava del tutto guasta, ma solo per la ragione che vi erano ancora dei ricchi e dei poveri, dei governanti e dei governati.
Il loro principale oratore era Gracco Babeuf, giovane immaturo e ambizioso, di un passato dubbio. Si gettò nell'opposizione e fu il fondatore del comunismo moderno o almeno fu considerato come tale, sebbene in verità cercasse soltanto di sviluppare teoricamente lo stato di fatto esistente nel periodo del terrore.
Secondo costui l'uguaglianza é la base dell'esistenza umana; la proprietà privata costituisce l'onta della disuguaglianza. Essa deve quindi cessare ed ogni possesso deve essere trasferito nella collettività. Anche l'attività fisica deve essere ugualmente regolata. L'uso del denaro contante è vietato sotto pena di morte. I fanciulli devono essere tolti alla famiglia ed allevati in istituti dello Stato; le città devono essere distrutte, per potere abitare soltanto in villaggi.
Simili idee il Babeuf le espose con abilità giornalistica in scritti volanti e nel suo giornale il «Tribuno del popolo», e le sue parole suonavano seducenti a molti, soprattutto a quelli che non erano favoriti dalla fortuna.
Nel club del Pantheon, che era un ramo di quello dei giacobini, quelle parole trovarono un'eco e condussero alla costituzione di una «società degli eguali».

Sollecitati da una vivace agitazione demagogica e dal malcontento dominante, nella primavera del 1796 i capi credettero di poter contare su 16.000 compagni pronti a combattere. Si posero d'accordo con la polizia di Grenoble e fissarono il giorno, in cui la rivolta doveva scoppiare. Ma la congiura fu svelata e molti furono imprigionati. Allora i partigiani del Babeuf cercarono di ottenere il loro scopo sollevando un reggimento di dragoni. Anche questo tentativo falli ed ebbe termine con la punizione dei caporioni. Babeuf morì sul patibolo.

Ma sembra quasi che Barras e forse anche Rewbell abbiano avuto delle relazioni con i congiurati. Abbiamo detto "sembra", tuttavia fu a loro molto utile il processo per pronunciare alcuni discorsi incendiari. Non uguali ma molto simili a quelli di Babeuf.

Nel marzo e nell'aprile 1797 si ebbe a rinnovare per la prima volta il Direttorio e il Corpo legislativo. Le nuove elezioni dettero una maggioranza vitale al partito fedele alla costituzione, che nominò direttore Barthélemy, al posto di Letourneur.
Barthélemy, autore principale della pace di Basilea, era un uomo onesto, ma senza esperienza di governo e senza quella sfrontatezza, di cui si aveva bisogno nel suo ufficio. Egli si attenne alla parte di Carnot. La nuova maggioranza costituzionale delle camere si scindeva in partito di destra e in partito del centro. La destra, prevalente nel consiglio dei cinquecento, elesse presidente il generale Pichegru e formò il club di Clichy; chiese poi la piena abolizione della legislazione rivoluzionaria.
Il centro dominava nel consiglio degli anziani e si adoperava per ritornare gradatamente in una condizione ordinata di cose.

Al di fuori di questi due partiti rimaneva quello direttoriale o della Convenzione, e comprendeva la sinistra e una parte del centro. I suoi membri più ragguardevoli si raccoglievano nel Cercle constitutionnel: Sieyés, la signora di Staël, Talleyrand, Beniamino Constant e altri. La destra e il centro avevano la maggioranza nelle camere e riuscirono a far approvare una serie di provvedimenti moderati e a scoprire molte scellerataggini e baratterie. Con questo si pose in un contrasto sempre più forte col Direttorio e disgraziatamente anche col vittorioso Bonaparte, che fin allora era stato esitante tra i due partiti, ma poi in un ordine del giorno gettò il guanto di sfida ai cinquecento.
Proclamava doversi difendere la costituzione e muovere guerra a tutti i nemici della repubblica. Scrisse ai direttori che era loro dovere di salvare lo Stato dai realisti e per questo egli poneva la sua armata a loro disposizione. Nell'agosto il dissidio era arrivato al punto che la decisione spettava alla violenza.
Tuttavia il Barras non desiderava restare un'altra volta obbligato al Bonaparte e perciò si rivolse all'Hoche, che marciava verso Parigi con delle truppe di linea. Appena questi ebbe varcato l'estremo limite, al quale gli era lecito solo avvicinarsi a Parigi, si levò un gran rumore.

Carnot sottopose l'Hoche a un interrogatorio e Barras lo lasciò in asso. Il generale si ritrasse amareggiato e morì subito dopo il 19 settembre; la via era libera al Bonaparte.
Questi mandò il generale Augereau suo subordinato alla capitale, dove il Direttorio gli accordò il comando delle forze militari di Parigi. Il 4 settembre (18 fruttidoro) di buon mattino s'impadronì delle Tuileries ed imprigionò il Pichegru insieme ad altri capi dei moderati. Barthélemy rifiutò di fuggire, Carnot si mise in salvo nella Svizzera.

Già nella sera del 3 settembre 1797 i tre altri direttori avevano dichiarato di sedere in permanenza; il tentativo dei presidenti delle due camere di tenere seduta fu represso con la forza. Furono arrestati un certo numero di deputati e di altre persone malviste. I tre direttori pubblicarono un manifesto, dichiarando che si era ordita una congiura realista, che però era andata a vuoto per la vigilanza del governo.

Il partito del Direttorio aveva ormai mano libera; si radunò nelle due camere come «parlamento mozzato» (rump parlament). Circondati da soldati e intimiditi dai messaggi dei direttori i deputati approvarono i decreti del 19 fruttidoro. In virtù di questi decreti furono esiliate più di cento persone, fra le quali Carnot, Barthélemy, Pichegru, Cochon ed altri, furono comminate le pene più severe a preti e ad emigrati, fu tolta la libertà della stampa; in 49 dipartimenti furono annullate le elezioni e destituiti i pubblici funzionari.

Seguì poi il fallimento dello Stato, per il quale due terzi dei debiti furono di fatto cancellati con immenso pregiudizio dei creditori. La penuria di denaro e la tirannia resero i governanti sordi e indolenti ad ogni spinta dell'onore e della coscienza.
Furono eletti direttori due avvocati radicali, Merlin e François de Neufchâteau. Il colpo di Stato era pienamente riuscito, gli uomini della Convenzione erano esultanti; il Direttorio aveva ottenuto un potere quasi illimitato. Bonaparte taceva. Aveva certo desiderato il colpo di Stato, ma non i decreti del 19 fruttidoro.

Gli effetti di questo repentino cambiamento si videro ben presto. All'estero fu rinnovata la guerra contro l'Inghilterra; all'interno quasi tutti i posti di funzionario dei 49 dipartimenti furono occupati da partigiani del governo; in ogni distretto fu istituito un tribunale militare contro gli emigrati, e gli ecclesiastici incomodi furono mandati a Cayenna o alle isole Ré e Oléron.
Si calcola ad oltre 10.000 il numero dei preti, contro i quali dal settembre 1797 al novembre 1799 furono emanati ordini di incarcerazione.
Con ogni mezzo si voleva sradicare il cristianesimo. Perciò le domeniche e le feste religiose dovevano essere soppresse a vantaggio dei decadi e delle feste repubblicane; in poche parole s'introduceva un paganesimo formale, "conforme a ragione".

Tuttavia la grande maggioranza della popolazione si teneva in disparte od era ostile. Anche la stampa sentì aggravarsi sopra di sé la mano del nuovo governo. In pochi giorni furono sequestrati 42 giornali e i loro editori e redattori condannati all'esilio.
Il corpo legislativo cadde in uno stato di piena dipendenza. L'uomo più ragguardedevole che vi apparteneva, Sieyés, aveva avuto grande parte nel colpo di Stato.

Erano imminenti per il marzo e l'aprile 1798 le nuove elezioni di quasi due terzi dei deputati. Le previsioni del governo a questo riguardo erano tristi. Ma non pensava minimamente a lasciarsi rovesciare e prese quindi le misure opportune. Dovunque il suo partito era in minoranza, doveva presentare un candidato proprio e dichiarare che l'elezione non era stata libera. A questo modo avveniva artificiosamente una doppia elezione, la cui decisione riservava a sé il corpo legislativo, naturalmente sempre a favore dei candidati del Direttorio.

Siccome anche questo non procurò la vittoria, fu discussa e approvata in fretta e in furia una legge, secondo la quale le elezioni erano il risultato di una congiura realista e perciò in parte nulle e da integrare in senso repubblicano. Questo secondo colpo di Stato é noto come quello del 22 floreale. E data una diffusa stanchezza fin dall'inizio riuscì bene.

Dal settembre 1797 quanto più il Direttorio governava con poteri illimitati, tanto più la sua azione diveniva nefasta; i disavanzi e le spese aumentarono in proporzioni esorbitanti. Questi eccessi a poco a poco allontanarono di nuovo dal Direttorio il corpo legislativo; questi sollevò un'opposizione sempre più vivace contro le dilapidazioni e le corruzioni, finché il governo abbandonò alcuni dei suoi protetti di peggior fama.
Alle difficoltà molteplici si unì il nuovo divampare della guerra esterna, dovuto in gran parte all'assenza del Bonaparte, che con le sue truppe migliori era allora in Egitto. Per procurarsi dei soldati fu pubblicata una legge di leva, che obbligava al servizio militare tutti i cittadini celibi dello stato fra 20 e 25 anni, e per classi, cominciando da quella più giovane.
La scelta degli ufficiali spettava solo ai soldati. La legge in se stessa eccellente poteva essere male applicata in quelle condizioni disperate. La prima leva era fissata a 200.000 uomini; invece dopo otto mesi di sforzi se ne raccolsero solo 37.000. Ovunque dominavano renitenza e diserzione; lo spirito bellicoso della Francia sembrava estinto.

Il Belgio maltrattato e dissanguato rispondeva all'ordine di leva con aperta ribellione, che si dovette reprimere senza misericordia. Anche nella stessa Francia tutto era disorganizzato. I funzionari del Direttorio si mostravano incapaci, incolti, disordinati e avidi.
Si trascurarono importanti spese dello Stato, le scuole, gli ospedali, la manutenzione delle strade e dei canali. I tribunali erano in parte sprovvisti di titolari oppure ne avevano solo in misura insufficiente, ed inoltre venivano intimiditi dall'alto e dal basso.
I preti erano perseguitati, imprigionati e costretti a giurare fedeltà alla costituzione dell'anno III. Molti fuggivano, altri dicevano la messa nelle foreste. Il culto dei decadi non trovò favore in qualche luogo. Non vi era libertà né politica né religiosa.

Nessuno più dei contadini aveva guadagnato dalla rivoluzione, eppure seguitavano a lamentarsi di essere oppressi dalle gabelle dei nobili che a dire il vero più nessuno di essi riscuoteva, e proprio per questo alcuni stavano molto ma molto peggio degli stessi contadini.
Nelle città regnava in parte una indigenza indescrivibile; non vi era più un sistema ordinato nei mestieri nè più un commercio onesto, il credito era distrutto, gli assegnati non avevano più alcun valore.
Anche Parigi aveva un aspetto sporco, trascurato e meschino; molte botteghe non erano più illuminate, di notte non si accendevano nemmeno più i lampioni.

D'altra parte per l'abolizione delle corporazioni di mestieri e delle limitazioni del commercio si erano formate molte piccole "aziende" fantasma e con lo sfruttamento senza coscienza dell'altrui miseria alcune avevano accumulato grandi ricchezze.
La moralità era caduta molto in basso. Gli uomini si comportavano in modo brutto e disonesto, e si davano a una vita licenziosa e le donne alcune per la disperazione, altre per bisogno e altre facendo esplodere la loro latente natura erano cadute senza freno nell'indecenza.
Infine una metà della Francia viveva in uno stato di anarchia, spremuta da bande di ladroni, di chouans e di renitenti di ogni sorta, contro i quali la polizia e le autorità erano impotenti.
Gli animi erano colti da una cupa disperazione. Digrignando i denti si sopportava un governo che si disprezzava.

Veramente soltanto con le sue vittorie contro i nemici esterni il Direttorio si era acquistato fin d'allora una specie di diritto ad esistere. Ma poi anche questo gli mancò nel 1799, poiché sul Reno ed in Italia gli eserciti della repubblica furono battuti. La situazione appariva disperata, quando si fecero le nuove elezioni al corpo legislativo.
In tale situazione critica ritornarono ad essere eletti quasi tutti gli esclusi dal colpo di Stato dell'anno precedente ed inoltre anche un numero considerevole di antichi termidoriani, che nel frattempo erano divenuti nemici giurati del Direttorio.
Per disgrazia di questo la sorte decise poi l'eliminazione del Rewbell, l'unico che con forte volontà e con impavida energia avrebbe potuto affrontare possibilmente la tempesta che si avvicinava. Il suo posto fu preso dal Sieyes, che politicamente passava per l'uomo di maggior considerazione ed inoltre per la sua onestà quello più inattaccabile.
Sieyés era un abate ed é stato una delle figure più singolari della rivoluzione, lui a concepire una svolta autoritaria con il pieno appoggio di Napoleone. Insignificante di persona e con una voce esile e debole, non aveva il dono di guidare le moltitudini; eppure dagli inizi della rivoluzione e durante tutto l'impero si era mantenuto cooperatore instancabile nella direzione degli avvenimenti, usando sempre un accorto riserbo, quando non si sentiva sicuro al suo posto. Preoccupato dalle idee politiche astratte, avido, d'intelligenza chiara ma ristretta e dominato palesemente dai pregiudizi delle classi medie, odiava nobili e (lui abate) anche i preti, disprezzava le volubili opinioni popolari, ed era sempre pronto a dire in una situazione qualsiasi una frase risonante.

Sieyés si atteggiava come un difensore nato della libertà e un artefice di costituzioni, così che la sua nomina a direttore era come confessare alla nazione che la costituzione esistente era sbagliata. E che per cambiarla ci voleva una svolta, anche brusca.
Con la sua elezione ebbe subito inizio una vivace opposizione contro gli altri direttori. "Epurazione della classe dei funzionari e castigo dei principali colpevoli" furono la sua parola d'ordine del momento. E difatti si riuscì ad obbligare tre dei direttori a dare le loro dimissioni, così che rimasero in ufficio solamente Barras e lui Sieyés.
Tutto questo però giovava poco al governo, perché il nuovo Direttorio era chiaramente diviso, anzi Sieyés e uno dei nuovi direttori, il Roger Ducos si adoperavano appunto a rovesciarlo. Il popolo lasciava correre le cose per il loro verso; le camere erano sempre in movimento, e alcuni
sentivano la loro potenza rispetto agli altri, e così nel consiglio dei cinquecento prendevano di nuovo il sopravvento i giacobini, sebbene fossero in minoranza.

Nominarono un comitato degli undici, che pareva volesse far rivivere l'autorità dell'antico comitato di salute pubblica. Si chiedeva che fosse fatto il processo agli ex-direttori e ai loro sottoposti. Sieyes si trovava sempre più nella retroguardia. Il corpo legislativo pubblicò un decreto assurdo sui parenti degli emigrati, che dovevano restare come ostaggi ed essere spogliati dei beni, decreto che specialmente nell'occidente e nel mezzogiorno rese più sciagurata la loro condizione.
Oltre a questo un'imposta progressiva sulle rendite arrecò altri disordini e danni, poiché soltanto un terzo della somma prevista giunse nelle casse dello Stato. Anche il club dei giacobini risorse sotto altro nome. Nel caffe Godeau si adunavano gli anarchici. Si giunse a tumulti di piazza; pareva quasi che si volesse ritornare al tempo del terrore. Allora il consiglio degli anziani si scosse e fece chiudere la sala delle sedute del club dei giacobini. Tuttavia questo osò mettere la sua sede di là della Senna nella chiesa dei giacobini.

I moderati, diretti dal Sieyés, non sapevano trarsi d'impaccio se non ricorrendo alla spada di un generale; gettarono gli occhi sul Joubert, giovane, valoroso e pieno d'ingegno. Questi ottenne il comando dell'armata d'Italia e doveva battere il Suvoroff per tornar poi vincitore a Parigi e rovesciare il partito giacobino. Mentre Joubert si trovava in Italia, si venne ad aspri dissidi tra il consiglio dei cinquecento di colore giacobino e quello degli anziani, che si era accordato con Sieyés, con Cambacéres, ministro della giustizia, e con Fouché, ministro di polizia. Di questi uomini il Fouché si dimostrò il più astuto e il più intraprendente (rimase sempre a galla, prima, durante e dopo Napoleone).
Un tempo giacobino furente e sanguinario, aveva poi con sottile sagacità subdorato che il giacobinismo era sopravvissuto a sé stesso. Era perciò pronto e propenso ad abbattere i suoi antichi compagni.

La Parigi termidoriana dopo un attimo di spavento capisce al volo che "i giacobini ministri non sono ministri giacobini" per dirla alla Mirabeau. Ed ecco che dalle esangui labbra di Giuseppe Fouchè da Nantes, scende il verbo soave della pacificazione, dell'ordine, della sicurezza sociale e personale.
Il suo primo motto è: "LOTTA ALL'ANARCHIA". La libertà di stampa sarà limitata e controllata per non correre il rischio di artificiose polemiche che portino alla eccitazione delle masse. . La maggior parte dei tranquilli cittadini francesi conclude che è proprio così e finisce per accantonare il problema facendo spallucce a chi tenta di tirare in ballo il povero ministro Fouchè in quelle vecchie storie. I pacifici fanno notare che la conversione è completa, ma i veri repubblicani protestano violentemente. I giacobini agitano ancora le acque minacciando perfino il direttorio.
E' ancora una volta il CLUB DEI GIACOBINI che agita le acque. In esso si assiste ad un festival di concioni e conferenze piene di minacce al Direttorio, ai Ministri, ai Militari venduti, ai Circoli Culturali proliferati dopo la caduta di Robespierre, alle Meretrici di lusso che organizzano feste per far fare affari ai loro amanti importanti. 
Barras, che dirige il Direttorio è preoccupato, convoca i colleghi Direttori e tutti i Ministri per analizzare le tensioni che vanno sorgendo, in primo luogo a Parigi. Le preoccupazioni di Barras sono condivise da tutti perché tutti sono tirati in ballo dalla Vox populi giacobina. Che fare?. Tutti si voltano verso Fouchè chiedendogli un parere. Egli rimane impassibile nel silenzio generale e risponde sillabando: "Il Club va chiuso d'autorità". Tutti lo guardano increduli e gli chiedono quando intende procedere a questa audace misura."Domani", risponde Fouchè con tutta calma.
Ed infatti la sera dopo Fouchè, l'antico presidente dei Giacobini, si reca nel Club radicale di Rue de Bac. In quei locali ha pulsato il cuore della Rivoluzione. E Fouchè, entratovi con i suoi questurini, rivede, quasi in un incanto, tutti i suoi vecchi amici morti o esiliati: Robespierre, Danton, Marat, Collot, Saint-Just, Chaumette…, Baboeuf. Per un attimo Egli ha chiuso gli occhi quasi a fissarne i volti nel ricordo….ma riaprendoli si trova davanti al vociare di quelli che sono rimasti. Sbracati, malvestiti, discutono ad alta voce tutti assieme in una baraonda generale. Fouchè batte violentemente il bastone su un tavolo e misura l'assemblea balzata in piedi con una gelida occhiata d'ordinanza.
Senza esitare Fouchè sale sulla tribuna e per la prima volta dopo sei anni i giacobini tornano a sentire la sua voce: " Il Club dei Giacobini è sciolto. Avete cinque minuti per sgomberare!" La sorpresa è così grande che nessuno fa opposizione e tutti se ne vanno imprecando sottovoce tra due file di questurini decisi a tutto. Fouchè ora sorride alzando gli occhi al cielo come mostrandosi disponibile a non esagerare: "Con i chiacchieroni e gli ubriachi basta solo un pizzico di energia". Ora la sala è vuota e solo lui è rimasto all'interno.
Dopo un'ultima occhiata egli si avvia verso il portone, lo chiude personalmente e... si mette la chiave in tasca. LA RIVOLUZIONE FRANCESE E' FINITA !


Però tutto ad un tratto i moderati perdettero terreno, per essere stato ucciso in Italia il Joubert. Questo indusse i cinquecento a render loro la pariglia, guidati dal Jourdan, il vincitore di Fleurus. Il 14 settembre (28 fruttidoro) questi propose nel consiglio degli anziani di dichiarare la patria in pericolo e di nominare un comitato di sicurezza generale.

Se la proposta fosse passata, il Direttorio sarebbe stato rovesciato. Riuscì però al presidente dopo una scena violenta di aggiornare la seduta ed, essendosi poco dopo calmati gli animi, la proposta cadde. Frattanto i giacobini avevano posto in moto gli strati inferiori del popolo, ma poi non accadde nulla.
Così le cose si trascinarono senza una decisione, quando improvvisamente giunse la notizia che Bonaparte era sbarcato presso Fréjus. Moreau disse allora al Sieyés: «Questo e il vostro uomo; egli farà un colpo di Stato».

Da tempo Bonaparte aveva compreso che in Egitto nulla si poteva concludere
e aveva nello stesso tempo presagito di essere destinato a condurre la missione di ordine nella nazione francese, e che era questo che desideravano i cittadini.
Perciò nel più profondo segreto fece con audacia la traversata e il 9 ottobre 1799, raggiunse felicemente la costa francese. Giungendo poi a Parigi il 19 ottobre, fu accolto da un entusiasmo così clamoroso, fuori da ogni previsione.
Nemmeno il consiglio dei cinquecento si poté sottrarre all'entusiasmo generale e nominò suo presidente Luciano Bonaparte, fratello del generale.

Al Direttorio non rimaneva che accogliere solennemente, ma con animo combattuto il generale, che tornava in patria. Dopo che Napoleone ebbe esaminato nei dettagli lo stato delle cose, si unì con Sieyés per rovesciare il Direttorio e per cambiare la costituzione.
Come strumenti di questa svolta autoritaria dovevano servire il consiglio degli anziani e l'esercito. I generali Murat, Lannes, Leclerc e Berthier andavano persuadendo in questo senso gli altri ufficiali, e vi riuscirono con tutti, tranne con Bernadotte, che si tenne in disparte. Meno sicuri si era del Direttorio e delle Camere.

Dopo che tutto fu accuratamente predisposto, il 18 brumaio (9 novembre) un membro del consiglio degli anziani tenne un discorso, nel quale si affermava l'esistenza di una terribile congiura giacobina. In seguito il Corpo legislativo fu convocato a Saint-Cloud, e il generale Bonaparte fu nominato comandante di tutte le truppe di Parigi.
Con un seguito brillante cavalcò verso le Tuileries e in un suo discorso agli anziani espresse senza mezzi termini l'idea che la repubblica stava correndo verso alla sua rovina, ma che il consiglio degli anziani l'avrebbe salvata!
"Io e i miei soldati desideriamo un ordinamento dello Stato, fondato sulla libertà e sull'eguaglianza, e giuro qui davanti che tale sarà d'ora in avanti il mio impegno".
Anche i generali del suo seguito gridarono: «Lo giuriamo!». Quando uno dei deputati richiese il giuramento di fedeltà alla costituzione, il presidente troncò ogni spiegazione. Al grido di «Viva la repubblica» si separarono e il generale passò in rassegna le truppe.

Sieyés e Ducos sottoscrissero la decisione del consiglio, Barras fu costretto a dimettersi e gli altri due direttori furono tenuti dai soldati prigionieri nelle loro case. Con questo atto il Direttorio aveva cessato di esistere. Nel consiglio dei cinquecento Luciano Bonaparte impedì ogni discussione e aggiornò le sedute.

Alla sera i due partiti presero le loro misure. Bonaparte, Sieyés, Ducos e il loro partito si posero d'accordo sull'istituzione di tre consoli e sul mutamento della costituzione, senza decidere quali misure si dovessero prendere.
Dall'altra parte Bernadotte raccolse intorno a sé un certo numero di deputati giacobini dei cinquecento, e voleva chiedere a Saint-Cloud che il comando militare fosse diviso tra lui ed il Bonaparte, per mettere quest'ultimo in scacco.

Pure la maggior parte dei cinquecento, si recò a Saint-Cloud, discutendo sugli avvenimenti con grande agitazione. Quando fu aperta la seduta intorno a un certa ora, risuonarono grida selvagge e a gran voce si giurò di nuovo fedeltà alla costituzione esistente.
Anche presso gli anziani le cose non andavano lisce. Si strepitava in ogni banco e la situazione diveniva sempre più pericolosa, quando all'improvviso Bonaparte con due generali entrò nella sala e chiese la parola.

Ma al cospetto di quella grande assemblea così agitata perdette la calma e parlò abbastanza confusamente. Disse che la costituzione era stata più volte violata, che gli anziani potevano salvare la Francia; finalmente fece appello alle baionette e a tutti quelli che lo amavano domandò di seguirlo. Ma anche i suoi partigiani rimasero un po' perplessi.

Nell'altra sala i cinquecento discutevano vivacemente sulle dimissioni di Barras, quando ad un tratto comparve anche lì sulla porta Bonaparte con dei granatieri. Le intenzioni dovevano forse essere molto chiare. Allora si scatenò la tempesta. Da tutte le parti risuonava il grido: «Abbasso il dittatore! Fuori della legge! Fuori della legge!».
Vari deputati furibondi si precipitarono sul generale; lo percossero e lo urtarono, finché quelli che lo accompagnavano lo condussero via mezzo svenuto. Nella sala continuava a infuriare la tempesta, senza che si giungesse ad una conclusione.
Finalmente Luciano Bonaparte depose le insegne della sua dignità di presidente e si lasciò condurre al sicuro dai soldati. Fuori suo fratello stava già predisponendo in suo favore i suoi soldati schierati. Chiese loro qualcosa. Una parte di questi fecero un passo avanti e si dichiararono disposti a eseguire qualsiasi suo ordine, ma i granatieri del Corpo legislativo rimasero fermi, indietro. Il suo destino pendeva da un filo. Se Jourdan od Augereau avessero guidato contro Bonaparte quelli che stavano ancora temporeggiando, il corso della storia sarebbe stato diverso.

Invece di loro due, comparve Luciano Bonaparte, e annunciò come presidente dei cinquecento che dentro quella sala una minoranza di partigiani dell'Inghilterra minacciava la maggioranza e che la forza avrebbe dovuto venire in aiuto.
Impugnò poi teatralmente una spada, la rivolse contro il bambino del fratello e giurò che lo trafiggerebbe, se egli violasse la libertà della Francia. Fuori rullarono i tamburi; condotti da Murat i soldati entrarono nulla sala con la baionetta innestata. I deputati spaventati si dispersero.
Il colpo di Stato era compiuto!

Occorreva sostituirlo subito con qualche cosa di costituzionale. Luciano corse presso gli anziani ed ottenne dei singolari suggerimenti: che Bonaparte, Sieyés e Ducos fossero nominati consoli provvisori, che il Corpo legislativo fosse prorogato fino al 21 febbraio e si costituisse un comitato legislativo deliberativo.
Nel frattempo una parte dei deputati più arrendevoli e maneggiabili del consiglio dei cinquecento si era riunita
alla luce di tre candele sotto la presidenza di Luciano; aperta in quel modo la seduta, si prese una deliberazione simile a quella degli anziani, salvo che le due Camere avessero insieme a nominare il comitato, che doveva sbrigare tutti gli affari urgenti di polizia, legislazione e finanza ed elaborare la nuova costituzione.
Tutto questo fu approvato dagli anziani verso l'una dopo mezzanotte ed un'ora più tardi i tre consoli giurarono fedeltà alla repubblica, alla libertà, all'uguaglianza e... alla rappresentanza del popolo ancora da mominarsi.

La nazione ormai desiderava solo più essere liberata dal giogo della minoranza giacobina. A chi poi appartenesse per diritto guidarla apparteneva ormai al futuro.

Su Napoleone in Italia e la guerra con l'Austria
dedicheremo i successivi capitoli.

Ora noi qui, prima di procedere in avanti verso questo futuro
dobbiamo tornare indietro di alcuni anni per capire
ciò che stava avvenendo nel resto d'Europa.


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