-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

171. - TUTTI CONTRO LA FRANCIA - LA 2a COLAZIONE - 1798-1799


Alla scellerata occupazione di Roma, Pio VII indignato caccia via i francesi
che vogliono apuntargli la coccarda e privarlo del potere temporale. Poi verrà arrestato.
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Quando a Parigi Sieyés venne a sapere le condizioni della pace di Campoformio, esclamò «Questo trattato non é una pace, ma un appello ad una nuova guerra! ».
Le questioni che agitavano il mondo erano rimaste indecise, e i Francesi non avevano proprio nessuna intenzione di mantenere gli obblighi contratti. Per la Germania si dimostrarono specialmente funesti i patti segreti. Le condizioni qui erano piuttosto misere sopra ogni misura. Allo sminuzzamento in piccoli Stati si univa la rivalità tra l'Austria e la Prussia, che intralciava ogni cosa, lo spirito retrivo a Vienna e la ristrettezza di mente degli uomini di Stato sulla Sprea.

Nel novembre del 1797 morì Federico Guglielmo II lasciando il regno al figlio Federico Guglielmo III, consorte della regina Luisa. Il nuovo re aveva 27 anni, era onesto e leale, ma di poca levatura, bramoso di pace ma nello stesso tempo desideroso di accrescere il proprio stato.
In Russia era morta Caterina, ed era salito al trono Paolo I, autocrate malamente educato, irascibile e violento, di mente superficiale. La sua inimicizia verso i Francesi esplose, quando la flotta di Bonaparte occupò Malta, di cui egli era protettore.
Furibondo abbandonò la politica tradizionale, che era con Caterina sempre stata contraria alla Porta e si unì con essa contro la Repubblica Francese.

L'Inghilterra a causa della guerra lunga e dispendiosa si trovava in una crisi monetaria, l'Irlanda le minacciava una sollevazione, la Francia costruendo una flotta si stava forse preparando a uno sbarco. Dei rumori di armi se ne era ormai più che sazi.
Nell'ottobre del 1796 il Direttorio per arrecargli ancora più rovina, proibì l'importazione delle merci inglesi. Con questo recava un grave danno al vicino, ne irritava sensibilmente l'orgoglio e dava alla guerra un carattere nazionale, quale non aveva avuto prima.

Intanto la Repubblica procedeva nella via delle conquiste. Per le sue istigazioni e qualche nobile borbonico locale anti-papale scoppiarono in Roma vari tumulti, in uno dei quali fu ferito un generale francese (Duphot). Subito il generale Berthier, che presidiava la neonata Repubblica cisalpina, ebbe l'ordine di occupare Roma, e lo fece rapidissimamente, il 15 febbraio 1798, proclamandovi la Repubblica romana o tiberina. Il Direttorio applaudiva, e onorava il Berthier col titolo di Liberatore del Campidoglio. Il sacrilegio e il saccheggio dilagarono per la Città santa, come quando v'erano penetrati nel 1527 i Lanzichenecchi, guidati da un altro francese, il conestabile di Borbone.
Non senza giusto sdegno CARLO BOTTA scrive: « Quanto di più nobile e di più prezioso adornava i palazzi del Vaticano e del Quirinale, fu rapinato. Fu la cupidigia degli agenti del Direttorio veramente barbara. Dal Vaticano, edificio magnifico di undicimila camere, furono tolti, non solamente tutto il prezioso mobilio e i servizi di stoviglie, ma anche le ricche e preziose suppellettili; non solamente gli arredi mirabili di busti, di quadri, di statue, di cammei, di marmi, di colonne, ma perfino i serramemti e i chiodi, di modo che l'Istituto Nazionale di Roma, che per non so qual derisione fu poco poi creato, volendo sedervi dentro, dovette far rimettere porte, finestre e chiodi, dove un appetito insaziabile li aveva tolti. Così quella sede nobilissima di romani pontefici, quella veneranda depositeria delle opere di Raffaello e di Michelangelo, quell'ornatissimo ricovero di quanto Grecia ed Italia avevano prodotto di più prezioso, di più gentile, di più grazioso, si rappresentava agli occhi dei presenti atterriti quale deserto e saccheggiato abituro. E queste cose faceva non la guerra, ma la pace, non la nimicizia, ma l'amicizia, non la barbarie, ma una vantata civiltà'...
« Come il Vaticano, fu poi spogliato Montecavallo, fu spogliato Castel Gandolfo, fu spogliata la nobil sede di Terracina. Come gli arnesi più squisiti, così il più misero vasellame di cucina furono involati, né più risparmiati i sacri arredi; i vasi sacri della cappella Sistina e delle altre cappelle pontificie ebbero a provare i toccamenti dei profani violatori; gli abiti sacerdotali stessi si diedero alle fiamme per cavarne i metalli preziosi coi quali erano tessuti. Passava il sacco dai palazzi dello Stato e del papa, a quei dei suoi parenti, ed anzi a quelli di coloro, o prìncipi romani o cardinali che fossero, che più si erano dimostrati costanti nel far argine alle dottrine che avevano servito di mossa, e tuttavia servivano di fondamento alla rivoluzione. Il palazzo di città, quei del principe e del cardinale Braschi, quello del cardinale York furono con eguale avarizia depredati. Soprattutto miseramente guasto e devastato fu quello della villa Albani, di cui era signore il cardinale e principe di questo nome. Quanto vi si trovava di più prezioso per materia o per lavoro fu tocco e rapito dalle avare mani dei forestieri; contro l'Albani si scagliavano particolarmente, perché l'avevano conosciuto affezionato al pontefice, e mantenitore della opinione, che più nell'Austria che nella Francia, che più nell'imperatore Francesco che nel Direttorio, il papa avesse a fidarsi ».
"Il generale Cervoni, avventuriero côrso e commissario francese, si presentava a Pio VI per offrirgli una pensione di 300.000 lire a patto che rinunciasse ad ogni sovranità temporale. Faceva anche il gesto per appuntargli al petto la coccarda francese. "Io non conosco altra divisa per me (rispose il papa) che quella di cui la Chiesa mi ha onorato. Voi avete ogni potere sul mio corpo, ma l'anima mia é superiore ad ogni attentato. Non ho bisogno di alcuna pensione. Un bastone invece del pastorale ed una rozza veste bastano a quello che deve morire sotto il cilicio e la cenere ».
Il 19 febbraio i commissari francesi intimarono a Pio VI di uscire da Roma. Il papa rispose: "Infermo e decrepito, non potrò soffrire i disagi di un viaggio; lasciatemi rimanere qui come pastore del mio gregge, lasciatemi morire in mezzo al mio popolo". Ma il mattino seguente una masnada di soldati scortò il vecchio pontefice fino a Siena, dove fu alloggiato nel convento degli Agostiniani, sotto la custodia del granduca Ferdinando III. Tre mesi dopo, essendo stato diroccato il convento da un terremoto, Pio VI fu trasferito alla Certosa di Firenze, ove rimase dieci mesi.

Il Papa fu poi condotto prigioniero nella Francia meridionale. A Roma in ogni maniera si estorceva del denaro e una sollevazione dei cittadini fu presto repressa. La preda fatta dai Francesi comprendeva 60 milioni di franchi e numerose opere d'arte. Anche nell'Italia settentrionale era molto il malcontento verso i cosiddetti liberatori. La Camera della Repubblica Cisalpina rifiutava di accettare un trattato finanziariamente gravoso; comparve allora anche lì il generale Berthier, epurò l'Assemblea e costrinse i rimanenti ad approvare il trattato.
Lo Stato era ormai vassallo della Francia. Anche la Confederazione svizzera fu occupata sotto il nome di Repubblica Elvetica; dovette procurare la somma di 23 milioni,
mentre Ginevra veniva riunita alla Francia.

Si giunse al punto che il Consiglio generale svizzero invocò l'aiuto dell'imperatore Francesco. In tutta l'Europa cominciò a sollevarsi l'opinione pubblica contro questi violenti benefattori dei loro vicini. Anche lo stesso Carnot dal suo esilio biasimava altamente la sfrontatezza, che si usava verso i paesi esteri.
Fin dal 16 dicembre 1797 teneva le sue sedute il congresso di Rastatt per dare ordine agli affari tedeschi. Nel frattempo i Francesi si spandevano
per tutta la riva sinistra del Reno, occupavano Magonza ed assediavano Ehrenbreitstein. Tutti gli Stati tedeschi e la Francia erano rappresentati al Congresso; le ragioni dell'Impero erano qui sostenute dal Metternich.

Si venne a trattative interminabili, a brutti intrighi e ad intimidazioni brutali. Si abbandonò la base dei confini precedenti dell'Impero e il 9 marzo 1798 la riva sinistra del Reno fu ceduta alla Repubblica. Le perdite subite dai principi del clero temporali là residenti, dovevano essere risarcite con l'incameramento degli Stati ecclesiastici ad oriente del Reno, e in questo ognuno cercava di afferrare per quanto era possibile il favore della Francia.

Ma poiché i sovrani ecclesiastici avevano seguito sempre le parti dell'Austria, l'Imperatore dichiarò di esser pronto a rinunziare a guadagni territoriali in Germania, se anche la Prussia avrebbe fatto lo stesso. La Prussia si rifiutò di farlo, per cui la decisione toccò finalmente ai rappresentanti della Francia, i quali sfruttarono la loro posizione insolentemente e senza riguardi.

La situazione si complicò ancora quando la popolazione di Vienna lacerò la bandiera dell'ambasciata francese e l'inviato indignato lasciò la città. Soltanto a gran pena si poté mantenere la pace. Ma nei fatti la guerra era già nell'aria. Invano intervennero l'Inghilterra e la Russia. E poiché le usurpazioni francesi continuavano, l'Austria e la Russia si videro spinte ad andar oltre.

Lo zar Paolo cominciò ad armarsi, l'Austria il 6 luglio 1798 interruppe a Seltz le trattative separate, si avvicinò al Re di Napoli, trattò coll'Inghilterra ed anche con la Prussia per indurle a passi risoluti contro la Francia.
Federico Guglielmo respinse questa proposta, come pure un'altra francese, e mantenne il suo contegno di neutralità armata.

Diversamente non si trattenne Paolo, il quale voleva dimostrare al mondo che i soldati russi erano altrettanto perfetti come erano stati quelli di Federico il Grande. L'ambasciatore inglese a Pietroburgo guadagnò nuova influenza. Lo Zar si alleò con la Porta, mandò attraverso i Dardanelli una flotta per bloccare Corfù ed un esercito oltre la frontiera austriaca, il quale avanzava lentamente verso Brunn. Ma erano soltanto 25.000 uomini dei 60.000 promessi.

Specialmente l'Inghilterra spingeva l'umore capriccioso dell'autocrate russo a concludere una solida alleanza tra la Gran Bretagna, la Russia, l'Austria e se fosse stato possibile anche con la Prussia, per riportare la Francia ai suoi antichi confini e fermarla nelle sue ambizioni.
Ma il contegno dell'Austria rimaneva incerto e quindi la seconda coalizione indugiava ad attuarsi. Anche l'Inghilterra e la Russia pur incontrandosi spesso non si accordavano nelle loro mire, tuttavia alla fine di dicembre giunsero a concludere un trattato.

Invece l'Inghilterra e l'Austria non potevano accordarsi. Seguì poi la vittoria presso Abukir, Nelson sbarcò a Napoli e i Maltesi ne proclamarono il re loro sovrano legittimo.

La Francia non era pari alla coalizione, che si andava formando; possedeva circa -180.000 uomini di truppe, ai quali si potevano aggiungere ancora 50.000 alleati. Le sue forze però erano disperse dal Mare del Nord fino all'Italia meridionale. Per rafforzarsi il governo chiamò al servizio militare tutti gli uomini abili alle armi da 20 a 25 anni ed ordinò una leva di 200.000 uomini, ma se ne presentarono soltanto 50.000. Questa situazione sfavorevole fu accresciuta ancora da ostilità tra la Repubblica e gli Stati Uniti.

La situazione era estremamente minacciosa, quando l'impulso decisivo venne da Napoli. Nelson con 5000 Napoletani veleggiò verso la Toscana per farla insorgere contro la Francia. Il 22 novembre 1798, 40.000 Napoletani sotto il generale austriaco Mack varcarono i confini dello Stato pontificio ed occuparono Roma. Ma ben presto. si raccolsero i Francesi, respinsero gli invasori e li seguirono nel loro proprio paese. Il Re Ferdinando e i suoi ministri dovettero fuggire a Palermo.
Nella capitale vi fu un gran sottosopra, finché dopo un accanito combattimento con i Lazzaroni la conquistarono i Francesi, ricevuti entusiasticamente dai democratici.

Già il 23 gennaio fu proclamata la Repubblica Partenopea. Quando però i liberatori richiesero 60 milioni d'indennità e si dettero a saccheggiare ovunque, i Napoletani si rivoltarono con veemenza in continue sollevazioni senza però potersi levare dal collo il giogo straniero.

Questi avvenimenti provocarono il Direttorio a una condotta più aspra nel Piemonte. Promosse con mezzi violenti le agitazioni democratiche e trattò il Re sabaudo così male che questi abdicò e si ritirò in Sardegna. Subito cominciò la spoliazione del paese; oltre 10 milioni furono portati dentro il tesoro dello Stato. Anche in Piemonte per l'indignazione degli abitanti si venne a dei conflitti.

Così aggiungendosi un motivo all'altro, l'Austria si decise finalmente a ricorrere alle armi. Si convenne che le forze russe ed austriache sotto il comando dei generale russo Suvorow si presenterebbero nell'Italia settentrionale e che una seconda armata russa con l'aiuto degli Inglesi avrennero combattuto sul Reno.

Gli uomini piuttosto rozzi del Congresso di Rastatt da lungo tempo erano divenuti senza scopo, eppure questi arroganti plenipotenziari francesi rimanevano ostinatamente sul luogo, fin quando il 1° marzo due eserciti passarono il Reno. L'Austria dichiarò la guerra e l'Imperatore interruppe le relazioni.
Quei plenipotenziari dovevano scontare amaramente la loro precedente insolenza. Il capo di un reggimento austriaco di ussari comandò loro di lasciare il Paese entro le 24 ore. Nel farlo durante la notte, furono assaliti lungo la strada da una imboscata di ussari o emigrati in uniforme di ussari; due plenipotenziari furono uccisi e il terzo gravemente ferito. I valori e le carte andarono perduti. Chi sia stato il vero autore dell'assassinio degli inviati francesi non é stato mai messo in chiaro; é difficile che il losco piano sia stato ideato in alto luogo, ma certamente non avvenne contro il desiderio del gabinetto di Vienna.

Già infuriava largamente la guerra. All'inizio i Francesi sotto il Jourdan furono vittoriosi su l'Inn, ma furono poi battuti disastrosamente dall'arciduca Carlo presso Stockach e dovettero ripassare il Reno.

Molto peggio andarono le cose in Italia. I Francesi disponevano qui, é vero, di 160.000 uomini, ma li tennero sempre disseminati. Schérer si ritirò davanti agli Austriaci fin dietro l'Adda e cedette il comando supremo al Moreau. E per sua sventura gli comparve subito davanti Suvorow con i rinforzi russi.
Suvorow fu in certo modo il Blücher della Russia, popolare, ardito, irresistibile, portato alle stelle dai soldati. Con Suvorow una sconfitta dietro l'altra piombava su i Francesi. Persero Milano e Torino e Moreau a forza di arretrare dovette alla fine accontentarsi di mettersi in salvo col resto delle sue truppe verso la costa ligure.
Vi accorse Macdònald dall'Italia meridionale con 36.000 uomini, ma Suvorow lo vinse in una battaglia di tre giorni e lo ricacciò oltre gli Appennini. Esausto e in disordine, dopo marce penose, si congiunse con Moreau a Genova. Il vittorioso Russo ottenne il titolo di Principe d'Italia.
Mentre le forze francesi liquidato Moreau furono poste sotto il comando del generale Joubert.

Le repubbliche cisalpina, romana e partenopea andarono in rovina. A Napoli ci fu una terribile reazione contro i filo-francesi. Nelson imprigionò i capi democratici, il Re Ferdinando comparve nella capitale e mise a morte centinaia di suoi avversari; anche i moderati che avevano appena appena espresso qualche simpatia alla repubblica dovettero salire il patibolo. Napoli non si é mai riavuta da questo periodo sanguinoso di terrore, nel quale dovettero soccombere le sue migliori energie e Nelson macchiò il suo nome e quello della Gran Bretagna con il non far nulla, e col sopportare se non a sostenere gli eccessi dei Borboni.
Languiva egli innamorato nei legami della bella Lady Hamilton, intima amica della Regina.

Intanto Alessandria e Mantova caddero nelle mani degli alleati. Certo si avanzò arditamente da Genova l'ambizioso Joubert, ma presso Novi subì dal solito Suvorow una disastrosa sconfitta. Il Piemonte fu definitivamente perduto.

Queste vittorie del russo celavano però il declinare della coalizione. Gli Austriaci egocentrici, orgogliosi, obbedivano di malavoglia a uno straniero. L'Imperatore Francesco considerava in genere i Russi come un semplice corpo ausiliare e Suvorow come subordinato agli ordini della Corte di Vienna. Suvorow invece si sentiva russo, batteva possibilmente una via propria e riceveva istruzioni da Pietroburgo, Vienna la ignorava. Questo condusse a dissidi.

La Russia e l'Inghilterra desideravano che possibilmente si ristabilissero gli antichi confini territoriali, l'Austria invece (prima di uccidere l'orso voleva già la pelle) voleva estendere il suo potere nell'Italia settentrionale e in quella centrale. Quindi l'Inghilterra adottò il concetto di una netta separazione tra i due eserciti. Per questo Suvorow doveva recarsi nella Svizzera settentrionale e prendere là il comando supremo della intera armata russa.
Con 50.000 Russi sotto Suvorow e 30.000 Austriaci sotto l'arciduca Carlo, insieme si poteva invadere la Francia. L'Imperatore, Paolo e il Thugut si accordarono in questo, ma il sospetto e gli intrighi guastarono tutto. Mentre 30.000 Russi entravano nella Svizzera l'arciduca doveva ritirarsi di là per assediare Magonza, in modo da tenersi vicino all'Olanda per ogni possibile evento in quel paese.

Questo fu la causa che la Russia aumentasse ancora di più il suo riserbo. Per la diminuzione delle forze combattenti i Russi non erano più nella Svizzera molto superiori al nemico, e in Italia si poneva di nuovo tutto in gioco.
Suvorow irritato cominciò la sua marcia attraverso la regione alpina. La natura selvaggia e la resistenza dei Francesi accumularono difficoltà quasi insormontabili contro di lui e i suoi soldati abituati alle pianure, combattevano ogni giorno in mezzo alle più grosse difficoltà. L'ostinazione di Suvorow e l'abnegazione dei suoi soldati tuttavia riuscirono a forzar la via oltre il Ponte del Diavolo e il San Gottardo. Nondimeno mentre qui si dominava a gran fatica il destino, l'altro russo, Korsakoff presso Zurigo fu stretto molto vicino e gravemente battuto dal Massena. Nello stesso tempo sul fiume Linth Soult vinse una divisione austriaca scacciandola dalla Svizzera.

Suvorow ricevette questi messaggi di sventura presso Altdorf non lontano dal lago dei Quattro Cantoni. Abbandonando cannoni e carri si arrampicò sui monti della Muotatal, ma vi trovò Massena con forze superiori, non gli rimase che da scegliere soltanto tra la resa o il tentativo di porsi in salvo per ripidi sentieri in mezzo ai precipizi. Suvorow scelse quest'ultimo partito e per il passo di Panixer raggiunse i Grigioni con 15.000 veterani sfiniti, laceri e mezzo morti di fame. Da Coira Suvorow se ne andò verso Lindau e più oltre nei quartieri d'inverno. Non volle aver più che fare con gli Austriaci.
Era così andato a vuoto del tutto un piano di guerra che prometteva una sicura vittoria, se vi fosse stata una abile cooperazione dei due eserciti; questa calamità fu la tomba della seconda Coalizione.

Anche nel Nord gli alleati avevano concluso proprio nulla. Qui si iniziava una impresa anglo-russa contro l'Olanda; 12.000 Inglesi sotto il duca di York sbarcarono all'Helder, s'impadronirono della flotta olandese, respingendo i Francesi. Quando poi comparvero anche 17.000 Russi, si prese l'offensiva, che non fu però fortunata per la mancanza di coesione nella direzione degli eserciti alleati. Il Duca si ritirò e i partigiani della Casa di Orange nella stessa Olanda non osarono sollevarsi, mentre la Prussia non prestò quell'aiuto che invece tutti attendevano.

La campagna fallì pienamente. York sgombrò l'Olanda, ma conservò la flotta olandese e i Russi furono alloggiati nelle isole Normanne. Tutta la collera dello Zar Paolo si scaricò sopra l'Austria, che, seguendo le sue mire particolari, ignorando ogni strategia in cooperazione aveva prodotto tanto male.
Il 23 ottobre scrisse all'Imperatore Francesco che si ritraeva dall'alleanza con una potenza, la quale metteva più in alto il suo egoistico ingrandimento che non il vantaggio dell'Europa.

Suvorow e Korsakoff ricevettero l'ordine di rimpatriare. Alla Corte di Vienna si credeva di potere ancora meglio mirare al proprio fine anche da soli, così non avrebbero duvuto spartire nulla con chicchessia. Il 4 novembre il generale austriaco Melas vinse i Francesi sulla Stura e li separò in due parti.
Ancona come a volersi proteggere si arrese, ma ad una flotta russa ormai fuori dall'alleanza. L'Imperatore Francesco chiese la sua consegna, che i Russi però rifiutarono. Aumentò così il dissidio; ma nei fatti l'Austria dominava veramente in Italia. Soltanto sulle cime delle Alpi Marittime e dell'Appennino Ligure stavano ancora alcune milizie francesi.

Ma ad un tratto mutò tutto lo scenario.
Il 9 ottobre 1799, Bonaparte sbarcò sulla costa francese. Anche a lui avevano giovato le mire particolari degli alleati, e ancora di più i contrasti. Se la flotta russa avesse aiutato a bloccare i porti egiziani, difficilmente il leone sarebbe scappato dall'Egitto. Ma come gli Austriaci per terra, così i Russi per mare miravano al loro vantaggio. Preferivano acquistare le Isole Ionie, Malta, Ancona e la stessa Corsica, piuttosto che sacrificarsi alla causa comune, che alla luce degli ultimi fatti questa causa era poi solo austriaca.

L'anno 1799 era stato il più pericoloso anche per la Repubblica Francese. Discordia all'interno, un governo debole e disprezzato, tutti i paesi vicini bramosi di esser liberati dalla loro oppressione; il miglior esercito e i migliori generali erano lontani. Se la coalizione nemica avesse fatto il suo dovere la vittoria sui francesi sarebbe stata sicura anche senza la pusillanime Prussia.

Così invece di abbattere l'avversario l'alleanza operò in senso opposto e aprì alla rivoluzione - personificata nel suo maggior figlio - la via per sollevarsi fino alle stelle.

Seguiamo ora questo figlio della rivoluzione
in questa ascesa verso il firmamento dei condottieri di tutti i tempi,
che ha già iniziato, che seguita e che seguiterà a stupire il mondo.

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