-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

176. LA GUERRA CON LA PRUSSIA E LA RUSSIA - 1806-1807


27 ottobre 1806 - Napoleone a Berlino dopo la umiliante sconfitta dei Prussiani a Jena
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La battaglia di Austerlitz e la pace di Presburgo (del 26 dicembre 1805) decisero definitivamente la predominanza di Napoleone in Europa. Egli l'aveva conseguita fra pericoli esterni ed interni, perché il popolo francese si era aspettato da lui la pace ed in luogo di questa si era trovato in guerra con mezza Europa.
Prima del suo inizio un evidente malcontento era già sorto, ma poi gli splendidi successi riportati, e quello infine di Austerlitz riuscirono a far cambiare immediatamente gli umori. I reduci tornando dalla straordinaria battaglia di Austerlitz con vanto andavano dicendo a tutti "io c'ero!!".
Napoleone al ritorno fu accolto con esultanza entusiastica a Parigi. Ma lui stesso sentiva di non esser più semplicemente l'imperatore dei Francesi ma il signore di un vastissimo impero.

Guai ai deboli! Dovunque sentivano essi la sua possente volontà. A lui premeva di legare più strettamente alla Francia la Germania meridionale e d'introdurre la sua famiglia nella cerchia dei principi regnanti grazie a relazioni di parentela che è lui ad organizzare. Perciò il suo figliastro (figlio di Giuseppina), Eugenio Beauharnais, viceré d'Italia, dovette sposare la figlia del re di Baviera, il principe ereditario di Baden la nipote di Giuseppina e Girolamo, fratello di Napoleone, la figlia del re del Wurttemberg.
L'Italia era ancor di più della Germania il terreno delle concessioni del Corso. Massena invase con un esercito il regno di Napoli e costrinse la regina Carolina a rifugiarsi a Palermo. Giuseppe Bonaparte assunse il governo della terraferma napoletana prima come governatore, poi come re, restando tuttavia suddito francese.

I Francesi non riuscirono a conquistare la Sicilia, protetta da una flotta inglese. La terraferma veneziana con l'Istria e la Dalmazia fu riunita da Napoleone al regno d'Italia; il principato di Guastalla fu assegnato a sua sorella Paolina, principessa Borghese; Neutchâtel nella Svizzera al generale Berthier; i possedimenti papali di Benevento e di Ponte Corvo nel regno di Napoli a Talleyrand e a Bernadotte.
Si aggiunse a questo anche una serie di titoli ducali italiani, concessi a marescialli e a ministri; inoltre creò conti e baroni, ma tutti questi feudi nominali non conferivano alcun privilegio sovrano o di casta.
Per dotare di fondi i suoi favoriti si assicurò le proprietà fondiarie e le rendite in Italia. Queste nuove creazioni in territorio non francese esprimevano bene l'immensità dell'impero. Si dice che Napoleone abbia formato perfino il disegno di andare a Roma per ricevervi dal papa la corona d'imperatore d'Occidente.

Tuttavia il papa si oppose e Napoleone trovò opportuno per il momento lasciare in pace ancora lo Stato pontificio. La fece finita invece con l'Olanda, abbattendone la costituzione consolare e nominandovi re suo fratello Luigi con un atto di imperio.
Quel popolo, un tempo così consapevole del proprio valore e amante della libertà, il 24 maggio 1806 si adattò senza resistenza al volere del dominatore, come facevano tutti. Era soltanto logico che le sue detronizzazioni si estendessero alla Polonia e alla Germania. I principi della Germania meridionale ottennero ingrandimenti e pieni diritti sovrani, tuttavia a prezzo di una dipendenza più grave di quelle che avrebbe preteso da loro l'impero tedesco.

In questo Napoleone s'ispirò a un'antica idea di Richelieu, quella di uno sminuzzamento dell'impero vicino nella forma di una lega degli Stati medi e piccoli, escludendone le due grandi potenze. Dal lato dei Tedeschi le sue mire furono assecondate, specialmente dal Dalberg. Ebbe così origine una costituzione federativa, che Napoleone fece prima adottare dai singoli Stati, per sottoscriverla poi egli stesso a Saint-Cloud, il 19 luglio 1806.

La nuova «confederazione del Reno» comprendeva i paesi della Germania meridionale e il granducato di Berg, territorio bavaro-prussiano sul Reno inferiore, ricevuto da Murat, cognato di Napoleone. Ne rimasero esclusi i vari paesi settentrionali della Germania per potere adescare la Prussia, offrendole di formare una confederazione della Germania del Nord.
La maggior parte dei piccoli Stati immediati dell'impero entro i limiti della confederazione furono senz'alcun titolo giuridico assegnati ai sovrani maggiori come una dotazione graziosa. Gli affari della confederazione dovevano esser diretti a Francoforte da un consiglio federale, presieduto dal Dalberg, che ottenne Francoforte e il titolo di «principe primate».

I principi della confederazione si dichiararono indipendenti, ma innalzarono Napoleone alla dignità di protettore, che poteva accettare nuovi membri nella lega, nominare il principe primate e prescrivere gli armamenti delle truppe federali. Inoltre gli Stati della confederazione del Reno conclusero con la Francia un accordo, secondo il quale ogni guerra continentale di un contraente era comune a tutti. Gli Stati della confederazione dovevano fornire a Napoleone un numero determinato di truppe.

A lato del potente impero francese, dell'impero tedesco così sminuzzato non doveva durare nemmeno il nome. Il 1° agosto 1806 a Ratisbona gli Stati della confederazione del Reno proclamarono la loro uscita dall'impero e cinque giorni più tardi Francesco II depose la dignità imperiale, mantenuta fino allora, e prese il nome di Francesco I, imperatore d'Austria. Ebbe così una fine ingloriosa dopo un millennio d'esistenza il Sacro Romano Impero della nazione tedesca.

Forse finalmente sazio, Napoleone avrebbe allora fatto volentieri tregua e pace con l'Inghilterra. Fece dei passi in questo senso, mantenendo però intatti i suoi piani di dominio sul mare Mediterraneo. Si immischiò anche la Russia tuttavia le trattative si protrassero senza risultato. Di questo si valse Napoleone per lasciare acquartierato il suo esercito nella Germania meridionale a spese di questa, portandolo gradatamente fino a 170.000 uomini.
Nei fatti egli voleva con questo minacciare l'Austria e la Prussia. Specialmente una forte Prussia non andava bene con i piani del suo sistema imperiale. Nè voleva gartificarla di alcun rispetto.

In effetti da quando era alleata con la Francia la Prussia si trovava in una posizione molto penosa. Federico Guglielmo voleva la pace e si vedeva incatenato ad un uomo, che significava guerra e che gl'ispirava timore e avversione. Inutilmente l'Haugwitz cercava di riconciliarlo col nuovo stato di cose. Certo si riuscì a mantenere le antiche relazioni amichevoli con la Russia, ma invece si giunse a cattivi rapporti con gli Inglesi, che piombarono sulla fiorente flotta di commercio della Prussia e la presero come preda.

Fu immenso il danno prodotto dal blocco. Anche con la Svezia si giunse a forti contrasti, senza però giungere ad una rottura completa, per quanto quel vicino settentrionale riuscisse provocante e molesto.
In compenso di tanti sacrifici ed umiliazioni la Prussia aveva propriamente ottenuto soltanto il richiamo delle truppe francesi dall'Annover, poiché l'acquisto di questa regione dipendeva dalla pace definitiva. Anzi anche quel dubbio successo fu più che controbilanciato dal fatto che i Francesi rimanevano nella Germania meridionale e vi avevano messo piede fisso.

Le richieste della Prussia perché fossero allontanati si andarono perdendo inascoltate. Allora Murat, nuovo duca di Berg, rivolse le sue mire alle abbazie di Essen, di Werden e di Elten con i loro ricchi giacimenti di carbon fossile, le quali avevano come protezione una guarnigione prussiana. Murat iniziò ad avanzare con le sue truppe; vi giunse però prima il generale Blucher, che comandava in Vestfalia, e rialzò l'aquila prussiana. Questo fatto naturalmente produsse una sensazione penosa a Berlino e a Parigi. Ne seguirono trattative, che mostrarono abbastanza alla Prussia quello che doveva aspettarsi da Napoleone. Il contegno dell'Inghilterra e la fondazione della confederazione del Reno aumentarono le difficoltà.

Tuttavia Napoleone seppe calmare gli scrupoli della Prussia con la proposta che nella Germania del Nord si dovesse creare una federazione simile a quella meridonale. La Prussia acconsentì a questo progetto e sperò di ottenere finalmente una limitazione fissa delle due zone d'influenza.

Ma proprio in quel momento giunsero dalla Vestfalia e dalla Germania meridionale notizie dei grandi concentramenti di truppe ordinati da Napoleone, per le intenzioni di Murat di andare contro la contea di Mark, della Baviera contro Bayreuth, e per il rifiuto di vari Stati della confederazione del Reno circa alla proposta di una confederazione del Nord e così via dicendo.

Tutto faceva presagire di voler mettere nell'isolamento la Prussia per poi sopraffarla all'occorrenza. Si seppe infine che l'imperatore aveva offerto agli Inglesi anche la restituzione dell'Annover. Questo era troppo! Il 6 agosto fu pubblicato l'ordine di mettere sul piede di guerra una parte considerevole delle truppe prussiane. Già in molta parte del popolo si levavano opposizioni contro le usurpazioni del sovrano corso. Gli scritti dello Schleiermacher, del Fichte, dell'Arndt facevano profonda impressione.
Nella Germania meridionale venne fuori da un editore il libro «La Germania nel suo più profondo avvilimento».
Napoleone volle infrangere questo incomodo movimento degli spiriti. E poiché non si conosceva l'autore anonimo di quell'opuscolo, il suo editore, il libraio Palm fu tratto dinanzi a un consiglio di guerra e fucilato. Un alto grido d'indignazione risuonò per tutto il paese; la sollevazione degli animi giunse fino all'esercito prussiano, dove si manifestò in parte con una grave risolutezza, in parte con una presunzione boriosa della regina Luisa, acerrima nemica di Napoleone e con accese ammirazione e simpatie per il bel giovane zar Alessandro.

Il partito della guerra prese il sopravvento, in modo che il re stesso non poté più resistergli. Era rimasto in una continua corrispondenza epistolare con lo zar e il 12 giugno aveva già concluso con lui un trattato segreto. Allora lo zar respinse un accordo del suo ambasciatore a Parigi e, sostenuto dall'Inghilterra, aumentò le sue richieste di fronte a Napoleone. Napoleone nel rifiuto russo e negli armamenti prussiani vide chiaramente che si stava formando una nuova coalizione contro di lui.

A Berlino nel frattempo si desiderava guadagnare tempo e perciò si comportavano in modo conciliante verso la Francia. Tuttavia questo non bastava all'imperatore, il quale anzi richiese che la Prussia riponesse il suo esercito sul piede di pace, e senza che le truppe francesi lasciassero la Germania meridionale. Questa pretesa significava guerra e pose termine a Berlino a tutte le esitazioni. Ma poiché non si era ancora pronti a combattere, fu inviato un ultimatum, che doveva però giovare soltanto al nemico.
Napoleone lo accolse beffardo e riferendosi a chi aveva ispirato quell'arrogante e folle ultimatum (la regina Luisa) "sembra di vedere la regina Armida che, nella sua follia, dà fuoco al proprio palazzo".

La politica francese procedeva arditamente e con accortezza. E mentre essa teneva nell'incertezza gli uomini di Stato prussiani, gli eserciti dell'imperatore erano già in cammino. L'entrata di truppe prussiane nella Sassonia fu dichiarato casus belli. Infatti i prussiani già avevano varcato i confini per unirsi a quelle dello Stato vicino mentre lo zar assicurava che i suoi eserciti erano sempre pronti per correre subito in aiuto alla Prussia.
La Prussia da sola non era certo in grado di misurarsi col suo nemico. Questi poteva schierare eserciti superiori, formati dai migliori soldati immaginabili, condotti da marescialli provati in guerra e dal maggior genio militare dell'epoca.

Inoltre dal punto di vista strategico i Prussiani erano incastrati fra Bamberga e i paesi del Reno ed esposti a un duplice attacco. Perciò i Francesi potevano essere a Berlino prima ancopra dei Prussiani stessi. In circostanze simili sarebbe stato militarmente la decisione più giusto quello di ritirarsi fino alla congiunzione con i Russi.
Ma questa decisione non poteva calmare né l'incitamento del popolo, né l'orgoglio della casa Hohenzollern. Si decise quindi per la guerra offensiva e si operò in questa come avevano fatto gli Austriaci l'anno precedente. La conseguenza fu che la campagna prese lo stesso andamento, ma, date le circostanze, in modo molto più sfavorevole per la Prussia.

II governo faceva assegnamento sopra un quarto di milione di combattenti, tuttavia se ne raccolsero soltanto 217.000 con 500 cannoni. Il duca di Brunsvick ne aveva il comando effettivo, ma essendo presente il re il comando supremo spettava a lui. Si rinnovava così quel dualismo, che già era stato fatale nella guerra contro la Rivoluzione. E questo male fu accresciuto dal carattere di quei due. Federico Guglielmo III non s'intendeva di cose di guerra e perciò diffidava di sé, dei suoi generali e dell'esercito, mentre il Brunswick si era già prima dimostrato privo di risolutezza, e aveva allora più di 70 anni, Per mettere in confusione ancor di più il comando supremo, il comandante dell'esercito sussidiario, l'insignificante principe di Hohenlohe, fu spinto a oltrepassare i limiti della sua competenza dal suo capo di stato maggiore, l'ambizioso Massenbach.

Con ciò era naturale che sorgessero attriti, errori e disordini. L'esercito esteriormente pareva ancora quello di Federico il Grande, ma solo come quantità non qualità, non ne aveva lo spirito. I soldati erano contadinotti robusti, valorosi, ben addestrati, ma solo questo. I loro ufficiali formavano il fiore della nobiltà prussiana, il cui spirito di corpo animava anche i loro camerati borghesi. Però invecchiavano troppo nel loro grado e troppo spesso l'invidia e il favore della Corte lasciavano nell'ombra il merito e la capacità. La povertà dello Stato spingeva ad una parsimonia esagerata, e il nuovo modo di condurre le guerre in quell'epoca era passato in Prussia senza lasciare alcuna traccia.
Napoleone ammirava e conosceva ogni cosa di Federico II il Grande, e chi erano i suoi soldati. Ma quando li incontrò qui credendo di trovarli come allora ne rimase profondamente deluso. Non erano più quelli del "Grande", erano semmai solo dei fantasmi.

Si attenevano alla tattica per linee e si aspettavano meraviglie dall'«attacco per scaglioni», senza uscire dagli esercizi di parata e dagli addestramenti nelle piazze d'armi. Per tutte queste ragioni la Prussia non si trovava in una situazione da poter fare la guerra a Napoleone, e i dubbi del suo re sono altrettanto giustificati quanto la fiducia dell'imperatore francese nella vittoria. Federico Guglielmo avrebbe dovuto tirarne la sola conseguenza di evitare una decisione di prendere le armi in quelle circostanze.

Lo spiegamento strategico dei Prussiani fu fatto alla fine di settembre nella Turingia, tra la Werra e la Mulde. Brunswick guidava il corpo principale, Hohenlohe l'ala sinistra e il generale von Blücher l'ala destra. All'inizio si pensò andare arditamente contro la "grande armata" prima che si fosse riunita nella Germania meridionale, ma poi questo piano non si prese più in considerazione, preferirono mettersi sulla difensiva, fare la "guerra da seduti". Federico II sicuramente si rivoltava nella sua tomba.

In seguito al conflitto (questo sì, molto acceso) delle varie opinioni si finì col concentrarsi su un vasto territorio tra Eísenach e Jena, dove la riva della Saale con l'altopiano adiacente offriva delle buone posizioni.

Napoleone questi luoghi si era già recato a visitarli meticolasamente per più giorni. E alla sera pur essendogli stato preparato l'alloggio nel castello della città, preferì bivaccare fra i soldati. La stessa cosa aveva fatto alla vigilia di Austerlitz.

Mentre Federico Guglielmo aspettava ancora la risposta al suo ultimatum, i Francesi già si avvicinavano con 167.000 uomini e 280 cannoni. Napoleone, aveva iniziato a premere l'acceleratore e mirava a marciare direttamente su Berlino, quindi a urtare direttamente nel cuore del nemico e con questo sperava di spingerne il corpo principale verso ponente e quindi fuori della sua linea naturale di ritirata.
Appunto allora i Prussiani cominciarono a mettersi in movimento per avanzarsi sulla riva destra della Saale. Si venne così a vari piccoli combattimenti, a Saalfeld cadde sotto la sciabola di un cavaliere nemico il valoroso, ma leggero principe Luigi Ferdinando. Era il triste proemio di quello che si avvicinava.

Per uno spiegamento oltre la Saale ci si accorse che era già troppo tardi. Hohenlohe quindi concentrò le sue truppe a Jena e le due altre armate si congiunsero presso Weimar. Invece di accettare risolutamente la battaglia decisiva, che si presentava difficle e inesorabile, il comando supremo ordinò una pronta ritirata dietro l'Elba. Si posero in marcia e l'armata principale raggiunse a sera tardi la regione di Auerstadt.

Napoleone - che aveva già perlustrato tutte le strade, immaginava che il nemico non era molto lontano da Jena. E a Jena volle attaccarlo, mentre l'ingenuo Davout pensava di prenderlo di fianco e alle spalle. Questo duplice movimento condusse il 14 ottobre alla doppia battaglia di Jena e di Auerstadt. Guidati in modo deplorevole, i Prussiani furono vinti nell'una e nell'altra.
Le due metà dell'esercito fuggirono indietro, sempre più disgregandosi, cercando ciascuna un aiuto nell'altra. Quando l'armata principale conobbe il disastro di Jena, dovette mutare la direzione della sua fuga per non correre incontro e così cadere in mano al nemico. Ma questo nell'oscurità della notte si poté evitare soltanto in parte; tutto e tutti entrarono nella totale confusione, di modo che soltanto piccole frazioni poterono tenersi uniti e salvare la pelle.

L'armata più grossa, che la Prussia avesse mai messo in campo, era dispersa. Lasciarono sul campo un terzo delle loro forze, tra cui 30 generali.

Pure i soldati di Federico Gugliemo poco dopo furono sbaragliati. A torme isolate i soldati sconfitti correvano verso ponente; il re, non sapendo come provvedere ai casi suoi, cedette il comando supremo all'Hohenlohe e se ne andò a Küstrin, mentre il Brunswick, ferito mortalmente, si affrettava a raggiungere ad Altona, dove subito dopo vi morì. La fortezza di Erfurt si arrese, il corpo prussiano di riserva fu raggiunto presso Halle, Berlino fu occupata il 25 ottobre, e il 28 Hohenlohe, raggiunto presso Prenzlau da una debole avanguardia francese, le consegnò stupidamente i suoi 10.000 uomini.

Soltanto Blücher con la retroguardia dell'Hohenlohe trovò scampo andando verso ponente, attirando a sé quanti poté arrestare, ma il 6 novembre, dopo una valorosa resistenza non lontano da Lubecca, dovette pure lui abbassare le armi. Una fortezza cadeva dopo l'altra, anche la forte Magdeburgo con 24.000 uomini.

No lontano da queste parti, molti anni prima si era svolta la funesta battaglia di Rosbach, dove i francesi furono umiliati dai Prussiani di Federico il Grande. Qui avevano costruito a ricordo un monumento che ricordava quella terribile sconfitta della monarchia francese. Napoleone fece abbattere il monumento.

Ora Napoleone era signore del paese fino all'Oder ed anche oltre.


Nel giorno dopo la battaglia di Jena Napoleone impose agli Stati tedeschi del nord una indennità di guerra di 160 milioni; accolse con grande indifferenza il messaggio di pace di Federico Guglielmo, spogliò dei loro Stati il defunto duca di Brunswick, il principe di Orange e l'elettore di Assia; con maggior mitezza tuttavia trattò la Sassonia, come un naturale contrappeso alla Prussia. A quell'elettore accordò l'11 dicembre dei patti, in seguito ai quali la Sassonia entrò nella confederazione del Reno, fornì delle truppe ed ottenne la dignità di regno. Due giorni dopo avvenne l' ingresso dei piccoli ducati sassoni alla confederazione.

Nel frattempo Federico Guglielmo e la sua consorte si erano rifugiati a Konigsberg, e i Francesi si erano spinti oltre l'Oder. Quasi dovunque giungevano si aprivano loro le porte, così che finalmente rimasero al re appena 20.000 uomini di truppe da campo, alcune fortezze nella Slesia e nella Pomerania e la provincia della Prussia orientale.


Apparve allora che lo Stato di Federico II era stato troppo fedelmente adattato alla persona di quel gran re, con la sua instancabile energia, che tutto abbracciava, col suo sguardo acuto e penetrante, con le sue doti geniali. In mano ai suoi deboli successori si era atrofizzato. In nessun luogo si trova una mente e un'attività indipendente, in nessun luogo un vero amor patrio. Borghesi e contadini non si erano più evoluti, e non essendo più intraprendenti si erano ritrovati privi di ogni diritto. Si aspettava così tutto dall'alto. L'esistenza della collettività riposava sulla persona del principe; quando il re falliva, fallivano anche i sudditi. Erano andati persi i sostegni principali, perché vi era soltanto uno Stato, ma non però una nazione.


Dopo i primi successi vertiginosi Napoleone credette di poter dare presto alla Prussia il colpo di grazia. Le cose però andarono diversamente. Nel suo pericolo estremo, quasi annientata, essa si riebbe ed anche dal di fuori le venne un aiuto. Alcune fortezze opposero una valorosa resistenza, sopra tutte Kolberg, dove comandava il luogotenente colonnello Gneisenau. Alla fine d'ottobre 50.000 Russi varcarono la frontiera. Napoleone cercò d'opporsi col suo esercito e con i Polacchi a questo nuovo nemico. Promise il suo aiuto ai patriotti polacchi, lasciando però in dubbio la restaurazione del regno degli Jagelloni.
Nel novembre giunse egli stesso a Posen, per sollecitare la leva di truppe polacche. Nel frattempo invitava la Turchia ad una piena rottura con la Russia. Anche l'Inghilterra sentì il peso della sua mano. Napoleone occupò di nuovo l'Annover e le città anseatiche e il 21 novembre 1806 pubblicò il famoso decreto sul blocco continentale, che mirava ad opprimere il tenace regno insulare sotto il grave peso del continente. A questo fine però doveva averlo tutto a sua disposizione, quando fosse possibile. Quindi la guerra con la Russia veniva fino a un certo punto a proposito.

In tre colonne mossero verso oriente i Francesi e i confederati del Reno. Non lontani da Varsavia il 27 novembre 1806 si venne ad un primo urto. Gli alleati sotto Bennigsen si sottrassero abilmente ad una disfatta ma il 26 dicembre non riuscirono ad evitarla.
Le truppe del maresciallo Lannes (con 30.000 uomini) incontrano i russi guidati da Bennigsen (con 40.000 uomini) già schierati in ordine di battaglia intorno alla città di Pultusk. Qui si svolse un accanito combattimento durato l'intera giornata fino a sera, e solo per questo nella notte fonda i russi riuscirono a ritirarsi su Ostreolonka. Dopo i Prussiani, un 'altra figuraccia anche per i Russi.

I freddi invernali, il difetto di cibo, le strade impraticabili rendevano estremamente difficile ogni impresa; i soldati e il materiale da guerra soffrivano terribilmente, ridotti in una condizione desolante. Bene o male anche il capitano invincibile dovette adattarsi ad un potere maggiore del suo.

Al principio del 1807 in Varsavia e attorno a questa città Bonaparte pose i suoi quartieri d'inverno, che si stendevano largamente sul paese e giungevano fino a Graudenz e a Danzica. Napoleone voleva accordare qualche riposo al suo esercito, rimetterlo in buon assetto e rinforzarlo. Presto nella capitale della Polonia si condusse una vita allegra; feste inebrianti e amori di dame rallegrarono l'imperatore e i suoi generali.
Per le istanze di Federico Guglielmo il Bennigsen passò nella Prussia orientale, dove l'incauto maresciallo Ney gli sfuggì soltanto a mala pena e Bernadotte dovette abbandonare l'assedio di Graudenz. Invano cercò Napoleone di cogliere il Bennigsen di fianco; questi si ritrasse con una marcia forzata notturna; tuttavia finì col non potersene liberare e si dispose a combattere presso Preussisch-Eylau ("Battaglia di Eylau")

Qui il 7 e l'8 febbraio si venne ad una strage spaventosa.
Si affrontarono 64.000 russo-prussiani e 70.000 francesi. Svoltasi in mezzo a una bufera di neve, rimase indecisa fino a sera, poi la battaglia pareva vinta da Napoleone, quando giunse lo Scharnhorst con 6.000 Prussiani e gli strappò i maggior vantaggi di quella giornata. I Russi avevano perduto un terzo del loro effettivo, i Francesi ancora di più. Mucchi di morti e di moribondi giacevano al suolo coperti dalla neve come da un funebre lenzuolo. Per la prima volta Napoleone non aveva vinto sul campo. Egli pensava già alla ritirata, quando al mattino seguente vide che Bennigsen da parte sua l'aveva già incominciata. Così lui poté attribuirsi la vittoria, e Bennigsen si vantò di non aver perduto.

Napoleone definì la battaglia "Un inutile macello", e il giorno dopo visitando il campo pieno di cadaveri aggiunse "Se tutti i re vedessero un tale spettacolo, sarebbero meno avidi di guerre e di conquiste".

La dura esperienza dell'ultima battaglia ed altri avvenimenti diedero un po' di prestigio ai Prussiani fino allora disprezzati. Napoleone perciò desiderava separare la Prussia dalla Russia e le fece delle offerte di una pace separata. Tuttavia Federico Guglielmo si mantenne saldo nell'alleanza con Alessandro, e ambedue invitarono l'Austria ad unirsi con loro.
Se l'imperatore Francesco accettava, Napoleone non si sarebbe potuto sostenere così a lungo in oriente. Per sua fortuna l'Asburgo rifiutò. Dovevano ancora decidere le armi. L'inverno accordava agli alleati grandi vantaggi dal punto di vista militare, ma non ne approfittarono, lasciarono invece che si avvicinasse la primavera e i rinforzi dei francesi e con essi il loro danno.

Napoleone rimase inoltre anche nell'inverno molto attivo; sollecitò con ogni mezzo l'assedio di Danzica, finché questa non si arrese; fece richiamare 80.000 uomini in Francia oltre a far venir truppe da tutte le parti, perfino dalla Spagna. Portò così a 210.000 uomini l'esercito di prima linea e a 100.000 uomini quello di seconda linea, a cui gli alleati potevano soltanto opporre 130.000 combattenti.

Nel giugno volle avanzare, quando il Benningsen lo sorprese. Allora, quando era troppo tardi, il Russo si era posto in movimento e tentava di tagliar fuori il Ney. Nondimeno questi si aprì una via e raggiunse l'esercito principale, che prese così l'offensiva. Presso Heilsberg i Francesi furono respinti dal tenace valore dei Russi, ma li vinsero poi il 14 giugno presso Friedland.
Questa battaglia fu la Jena dei Russi e divenne la tomba dell'alleanza russo-prussiana.
70.000 Francesi contro 67.000 Russi-Prussiani dopo una serie di sanguinosissimi scontri, culminanti con la presa della città da parte dei Francesi i Russo-Prussiani al comando del russo Bennigsen, furono costretti a ritirarsi.
Quindici mila Russi rimasero sul terreno e nella fuga avvenne una quasi completa dissoluzione del loro esercito. Benningsen si perdette di coraggio e intimorito dagli eventi si affrettò a raggiungere i confini russi. Il 19 passò il Niemen presso Tilsit con i Prussiani già lì rifugiatisi, lasciando dietro di sé migliaia di soldati sbandati ed esausti.

Il debole Alessandro fu colto dal disgusto di nuove battaglie. Iniziò trattative con Napoleone, le quali condussero subito a un armistizio poi il 25 giugno ad un incontro dei due imperatori sopra una zattera posta sul fiume Niemen. Qui il vincitore si guadagnò l'animo dell'arrendevole zar, seducendolo col proposito di scrivere insieme una nuova storia del mondo: Cessazione del conflitto e unire le forze contro l'Inghilterra.
Sembra che Alessandro abbia detto "Odio gli inglesi come voi", "in questo caso la pace è fatta" rispose Napoleone.

In un secondo colloquio nel giorno seguente fu ammesso anche il titubante re di Prussia, però Alessandro si avvicinò sempre di più alle idee di Napoleone. La conseguenza fu un accordo tra Francia e Russia, stipulato il 7 luglio, espresso poi in un trattato di pace e in un trattato di alleanza. In quello la Russia riconobbe i nuovi Stati creati da Napoleone, la Prussia doveva riavere il suo territorio ad oriente dell'Elba, senza le province polacche, di cui si formerebbe il gran ducato di Varsavia.
Il trattato segreto obbligava la Francia e la Russia ad un'alleanza offensiva e difensiva contro l'Inghilterra e la Turchia, nel caso che queste non accettassero
le proposte di pace, che sarebbero state loro rivolte.

Queste proposte erano che l'Inghilterra restituisse tutte le conquiste fatte dal 1805 in poi e concedesse piena libertà di commercio sui mari, riacquistando in compenso l'Annover. Se essa rifiutava queste condizioni la Russia sarebbe entrata nel blocco continentale e insieme alla Francia avrebbe obbligato alla guerra commerciale, anche con la forza delle armi, gli altri Stati d'Europa ancora indipendenti.

Solo di rado, la storia ha visto in un tempo così breve un rivolgimento di tanta conseguenza. Si trattava addirittura di una divisione del mondo con esclusione delle altre potenze e ad un tempo di una guerra mondiale, essendo da aspettarsi che l'Inghilterra avrebbe indubbiamente reagito.

La Prussia si vide abbandonata senza difesa al formidabile nemico del suo alleato di ieri. Né il licenziamento di Hardenberg, né il colloquio del re con Napoleone, né l'umiliazione sua e della regina Luisa poterono mutare il suo destino.
L'umiliazione nei suoi confronti fu quella che Napoleone all'incontro non lesinò con i presenti dure espressioni all'indirizzo del re di Prussia e con particolare compiacimento, fece notare la debolezza con cui il re aveva affidato ai capricci di una donna (la regina Luisa) il regno di Federico il Grande. E a proposito della regina ebbe l'audacia di insinuare d'aver ammirato nella sua camera da letto il ritratto del bell'Imperatore Alessandro.


L'intrigante Luisa oltre che per il suo fascino, si era fatta sempre notare per l'accanita ostilità contro Napoleone. All'inizio dei bruschi rapporti del 1806, non aveva esitato a mettersi alla testa del partito militare, per tenere acceso il patriottismo tedesco contro la Confederazione del Reno, che rappresentava la Germania postasi sotto la tutela di Napoleone. Purtroppo il bellicismo della regina portò suo marito Federico Guglielmo III alla disfatta di Jena.

Il 7 luglio, quando la Francia e la Russia si furono messe d'accordo, i plenipotenziari prussiani conobbero atterriti l'estensione delle richieste francesi: cessione di metà del territorio, rinuncia al commercio con l'Inghilterra e pagamento dell'indennità di guerra ancora arretrata. La Prussia non poteva opporre alcuna resistenza e il 9 luglio sottoscrisse il trattato.

Se anche il mondo appariva diviso, ciò era pure avvenuto del tutto a vantaggio di Napoleone: il blocco continentale era soltanto nel suo interesse, la situazione della Turchia veniva a dipendere molto da lui ed anche per la Polonia la Russia aveva dovuto acconsentire all'erezione del granducato di Varsavia.
Più gravemente di tutti era colpito lo Stato di Federico il Grande. Con la perdita di territorio perdeva la sua precedente potenza politica ed era minacciato nella sua intima esistenza da una convenzione, che faceva dipendere i termini assegnati per lo sgombro del suo territorio dal pagamento delle indennità.

Durante un anno quel povero paese aveva già sopportato il terribile peso della guerra e dovuto pagare 100 milioni di talleri; ora c'era poi il pagamento di altri 150 milioni, mentre il blocco continentale gli troncava ogni via di guadagno. Si vide escluso da ogni azione a vantaggio della Germania del Nord, poiché gli Stati che ancora vi esistevano dovettero entrare nella confederazione renana oltre a ospitare e a provvedere a una guarnigione francese. Tutta la Germania settentrionale cadde in una sottomissione senza speranza. Tuttavia la Prussia dovette quasi compiacersi di essere sfuggita ad una distruzione completa, di cui Napoleone per un certo tempo ebbe a manifestare.

Se la Prussia non avesse accettato tutti queste condizioni perentorie
il suo nemico l'avrebbe veramente distrutta.
Lui era giunto al colmo della sua potenza


NAPOLEONE AL COLMO DELLA SUA POTENZA > >

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