-------------------------------------- STORIA UNIVERSALE --------------------------------------

104. GLI SLAVI SUD-OCCIDENTALI (MORAVI E BOEMI)

Nella cartina sopra i regni alla fine del XIV secolo

Se quelli a nord, come abbiamo visto nel precedente capitolo, non avevano la stoffa di conquistatori e di fondatori di Stati e si fecero alla fine conquistare, gli slavi a sud, anche questi per lo scarso sentimento di solidarietà nazionale, per la mancanza di una autorità superiore coordinatrice, per gli scoppi di continue inimicizie e contese, fra di loro o con le tribù confinanti, essendo volubili, privi di iniziativa e di energia, indolenti e superficiali, schivi di ogni giogo, sospettosi di qualsiasi organizzazione gerarchica superiore al loro interno, vivendo in questo stato di eccessiva libertà individuale, alla fine giunsero alla completa disgregazione e furono ben presto pure loro preda dei vicini. Ma non è una rarita che questo accade in una nazione, malgrado la prodezza del suo popolo, il loro numero, la loro resistenza fisica, la loro laboriosità, e tante altre virtù.

Il ramo più meridionale degli Slavi occidentali comprende i Boemi e più a sud di essi fino al Danubio e più oltre nella stessa Ungheria i loro cugini di origine, i Moravi e gli Slovacchi. Il IX secolo e le spedizioni di Carlo Magno trovarono costoro non meno disgregati e disorganizzati dei loro connazionali del nord; ma in Moravia sorse in seguito, alla stessa epoca come in Polonia, una monarchia che ridusse in posizione subordinata non solo i capi dei vari cantoni, ma anche l'assemblea popolare.

Le guerre intraprese contro Rostislavo di Moravia subirono le medesime sorti di quelle mosse in seguito a Boleslavo I e III di Polonia: l'indolente principe slavo cioè evitò di accettare battaglie campali, e i Tedeschi devastarono il suo paese ed incendiarono invano le sue fortezze; la stagione avversa e la penuria di derrate alimentari li costrinsero alla ritirata che effettuarono con enormi perdite; il principe prometteva ai suoi moravi fedeltà e pace, ed invece si alleava perennemente con i feudatari ribelli.
Nell'869, in una delle vittoriose avanzate dei Tedeschi, si arrese a loro il nipote di Rostislavo, Sventopelk, lasciando allo sbando l'esercito e il territorio, e siccome Rostislavo si preparava a punirlo, anticipò la sua mossa e con un tradimento permise ai Tedeschi di catturarlo; però ben presto si volse egli stesso contro i Tedeschi e li vinse; alla fine nell'874 promise al re un vago tributo, pace e fedeltà.

Mantenne la parola durante i successivi dieci anni, mentre estendeva la sua dominazione sugli Slovacchi ed i Polacchi fino al Gran (in Ungheria) ed all'Oder (nella Slesia). Poi sottomise alla sua alta sovranità la Boemia, togliendola alla Baviera, e, date le strette relazioni che nonostante le montagne c'erano tra i Boemi ed i Serbi, venne come naturale conseguenza una ulteriore espansione verso la Saale.
Così sorse una grande signoria slava governata da un sovrano accorto ed energico che costituiva, un pericolo permanente per i Tedeschi. Tuttavia questo principe continuò dapprima a riconoscere l'alta sovranità tedesca e rese omaggio agli imperatori o re in occasione della loro presenza sul Danubio anzi Arnolfo gli confermò la sovranità sulla Boemia.

Ma le cose cambiarono nell'892: Sventopelk rifiutò obbedienza ad Arnolfo; questi nell'892 ed 893 invase la Moravia, avendo alleati molti Ungheresi. Poco dopo (894) morì Sventopelk e la sua morte fu accolta con gran giubilo in Germania. Immediatamente i Boemi defezionarono passando nel campo tedesco; per di più nell'898 scoppiò una guerra accanita tra i due figli di Sventopelk per contendersi l'eredità, nel corso della quale il più giovane di essi chiamò in Moravia i Bavaresi.

Dopo tre anni di guerra fratricida, nel 901 i due fratelli conclusero tuttavia la pace, ma le forze della Moravia si trovarono stremate, ed esse nel 906 non poterono fare proprio nulla davanti all'impeto di un nuovo nemico, i Magiari. La catastrofe fu repentina e completa, la Moravia scomparve d'un tratto e per sempre dalla scena; essa divenne un'appendice della Boemia e gli Slovacchi una misera contribuens plebs dei Magiari.
Solo uno dei rami di questi Slavi occidentali riuscì a salvare fin oltre il Medio-Evo la sua nazionalità ed indipendenza, cioè i Boemi, i quali, pur avendo subito le più gravi traversie e pur essendo stati spesso dati per spacciati, riuscirono nonostante a mantenersi tenacemente in vita. Ed essi furono non solo il popolo slavo intellettualmente più elevato fra quelli appartenenti alla loro stirpe in Occidente, ma furono anche il primo popolo europeo che entrò in lizza per la libertà di coscienza col movimento degli Ussiti, episodio che assegna ai Boemi un posto d'importanza nel quadro della storia universale. (ne abbiamo parlato nelle pagine dedicate allo scisma, al Cap. 87 )

La natura stessa aveva fatto della Boemia una vera e propria fortezza imprendibile, fino a che la guarnigione rimase ferma e fedele. Un tempo il paese era stato occupato dai Galli Boj, di razza celtica, ed il loro ricordo si conserva ancora oggi nel nome dato alla Boemia dai vicini (Béheim, da Bojoheim).
Nel primo secolo d.C. vi dimoravano, forse soltanto nella parte meridionale, i Marcomanni di stirpe sveva, come i Quadi dimoravano in Moravia; ma di questo passaggio di popolazioni germaniche nessuna traccia si è conservata ad esempio nella toponomastica, prova che esso fu transitorio, fuggevole. I Marcomanni ed i Quadi infatti emigrarono ben presto verso il Danubio. Dell'immigrazione slava manca ogni memoria; il popolo si considerava autoctono, mentre proveniva dal nord e dal nord-est.

Nel paese dominava all'inizio una folla di capi senza un'autorità superiore; la sua ulteriore storia antica si compendia nell'assoggettamento degli altri dinasti compiuto dai capi di un cantone centrale giacente sul corso inferiore della Moldava nei distretti di Hochburg e Praga, e nella graduale unificazione del paese; questo ramo predominante era quello degli Czechi, che faceva discendere la sua dinastia dall'agricoltore Przemysl (vale a dire Prometeo).
La venerazione per l'aratro è caratteristica per dimostrare l'antico spirito democratico degli Slavi; i loro principi mitologici non sono come per i Germani semidei ovvero eroi, ma sono agricoltori che insegnarono al popolo a superare tempi calamitosi.

Gli antichi boemi non pensarono mai a scuotere la dominazione bavarese. Le cose mutarono quando Sventopelk di Moravia si impadronì della Boemia ed il suo arcivescovo greco-slavo Metodio battezzò i principi degli Czechi (in senso stretto i principi del cantone di Praga), ma il mutamento fu transitorio perché i figli di Borivoj dopo la morte di Sventopelk ritornarono alla dipendenza di Arnolfo e la liturgia slava non poté alla lunga reggersi neppure essa, fu soppiantata dalla liturgia romana e la Boemia cadde sotto la giurisdizione del vescovo cattolico di Regensburg.

Nel X secolo essa poi riconobbe il suo antico obbligo di versare un tributo di 120 buoi e 5000 marchi, nonostante varie ribellioni di Boleslavo I, l'uccisore del proprio fratello Venceslao (929) che proprio dal vescovo venne fatto martire e santo e protettore del paese.
Questo violento Przemyslide ed suo figlio e successore Boleslavo II completarono l'unificazione della Boemia togliendo di mezzo gli ultimi capi-cantone; Boleslavo II in specie infierì contro i figli di Slavnik.
Era uno di questi anche Woitech-Adalberto ; il suo secondo nome tedesco gli derivava da quello del suo padrino, il vescovo locale, giacché era stato creato a Praga un apposito vescovado dipendente dall'arcidiocesi di Magonza. Ma il vescovo Adalberto, un tipo di asceta, disgustato per la tolleranza che l'autorità del paese accordava al commercio pubblico degli schiavi, per la bassa morale che vi regnava e per le barbare pene in vigore, abbandonò Praga per dedicarsi all'opera di conversione dei popoli tuttora pagani e poco dopo (nel 997)
predicando in Prussia fu ucciso e si guadagnò la corona del martirio.

La signoria dei Przemyslidi si estese ben presto oltre i confini della Boemia e sembrò dover prendere ulteriore sviluppo (Cracovia era già caduta sotto il dominio boemo) quando incontrò un avversario invincibile nel duca di Polonia, Boleslavo I. Questi conquistò la Boemia, la Moravia e la Slovachia, e se non poté mantenere la prima, trasmise le due ultime ai suoi figli. Ma la rapida dissoluzione della Polonia diede nuovamente motivo ai Przemyslidi di rifarsi; il bellicoso Brezislavo riconquistò per sempre la Moravia, e la sua potenza aumentò smisuratamente, finchè Enrico III ripristinò lo statu quo ante.

Ma piuttosto difficile riuscirono alla Boemia, dopo la morte di Brezislavo, le spartizioni del territorio tra i suoi figli e loro discendenti che si protrassero per un secolo e mezzo, né a nulla giovò che i territori assegnati ai rami cadetti fossero distaccati dalla sola Moravia (Brúnn, Olmútz, Znaim, Jamnitz, Lundenburg) ed il ramo primogenito continuasse a tenere Praga con la dignità ducale e conservasse l'alta sovranità sugli altri.
I conflitti tra il diritto di conferma spettante all'imperatore tedesco, ed il diritto elettorale spettante alla nobiltà ed al popolo e le liti tra parenti, gettarono il paese in una insanabile confusione, disgregarono la sua compagine, tanto che alla fine la Moravia ed il vescovado di Praga si staccarono dalla dipendenza della Boemia e passarono alla dipendenza diretta dell'impero.

Tuttavia alcuni principi, mettendo a profitto le lotte interne della Germania, ad es. col prestare fedelmente aiuto ad Enrico IV, riuscirono ad ottenere il titolo regio (all'inizio soltanto temporaneamente), a sostituire al tributo un ausilio di 300 uomini per le spedizioni in Italia ed a ridurre la conferma ed il riconoscimento imperiale ad una semplice formalità.

Ottocaro I (dal 1197) riuscì finalmente a rimettere piede in via definitiva a Praga, a ridurre in soggezione il vescovo ed il margravio di Moravia e ad ottenere nel 1212 da Federico II l'erezione della Boemia a regno ereditario. Con lui inizia un nuovo periodo di grandezza della Boemia; i Tedeschi, che in precedenza vi erano immigrati in numero molto scarso, vi affluiscono ora numerosi, specialmente nelle città, e colonizzano le campagne, le corti dei re e dei grandi si cominciano a germanizzare.
Il tedesco divenne di moda, e persino i castelli che la nobiltà campagnola slava fondò, ricevettero dei nomi tedeschi che diedero a quelle famiglie un'apparenza di origine teutonica (Rosenberg, Sternberg, Walstein, ecc.). Fortunate circostanze affrettarono, specialmente sotto il nipote del primo re, Ottocaro II (1253-78), la carriera ascendente della Boemia. Questo Przemyslide infatti, assicurandosi la mano della sorella dell'ultimo Babenberg, acquistò diritto alla successione d'Austria e seppe realizzarla ad onta della opposizione del re d'Ungheria
; in seguito poi al patto di successione concluso con suo cugino Ulrico III, duca di Carinzia e Carniola, entrò nel 1269 in possesso anche di questi territori ed i re di Germania, in partibus, come ad es. Riccardo di Cornovaglia, gli confermarono tale acquisto.

Ottocaro II tentò di precorrere i tempi ed arrivare a risultati che soltanto la storia posteriore sanzionò. Il suo regno infatti, che si stendeva dall'Erzgebirge fin quasi all'Adriatico, é quello che formò in seguito la monarchia d'Austria (la cisleitana, naturalmente senza la Galizia), ed egli, come il più potente principe dell'impero, aspirò alla corona reale ed imperiale di Germania, che in seguito la casa d'Austria ereditò effettivamente e conservò costantemente; tuttavia appunto la sua accresciuta e temibile potenza fu causa che la curia ed i principi elettori opponessero un irremovibile rifiuto ad accettarlo come candidato al trono germanico.
Ottocaro del resto non si segnala soltanto per gli ampliamenti territoriali che seppe conseguire; egli fu pure un abilissimo organizzatore e seppe farsi una salda base nella borghesia (tedesca) e nella classe dei contadini; sotto di lui Praga salì ad una floridezza straordinaria e le scuole di questa città erano già a suo tempo famose; l'elemento tedesco poi era in già così numeroso e così da lui ben visto da fargli dire che agognava il momento che sui ponti di Praga non si sarebbe più veduto neppure un boemo.

Ma appunto questa tedescofilia doveva riuscire letale al re; egli si trovò attorno una nobiltà malcontenta e malfidata quando entrò in guerra con Rodolfo d'Absburgo, il nuovo re di Germania eletto senza il suo concorso e contro la sua volontà (fu l'unico dei sei elettori a non partecipare).
Invano prima di affrontare le battaglie decisive egli ebbe pregiudizi di nazionalismo slavo, facendo diramare dalla sua cancelleria un'eloquente esortazione ai principi slesiani e polacchi, in cui faceva appello al loro sentimento nazionale, li metteva in guardia contro l'insaziabile avidità dei Tedeschi che avrebbe minacciato la Polonia non appena fosse caduto il baluardo che le frapponeva la Boemia.

Sui piani di Marchfeld la nobiltà boema, preoccupata soltanto dei suoi interessi di classe, abbandonò slealmente il suo re che cadde insieme a gran numero di nobili polacchi.
Ma da questa repentina caduta, aggravata dal malgoverno della reggenza brandeburghese che prese in mano le redini dello stato in nome del figlio del re, la Boemia si risollevò e salì di nuovo ed anche più grande splendore senza alcun merito personale di questo sovrano, Venceslao II, cui anzi Dante rinfacciò che il suo cavalleresco padre era stato fin da quando era in fasce più uomo di lui nell'età matura.
Ciò nonostante il nuovo re, già possessore della Boemia, della Moravia e dell'alto Lausitz, vide ridotti a sempre più stretta soggezione i dinasti slesiani: nè basta, perché l'elemento cittadino tedesco ed una parte della nobiltà della Piccola Polonia gli offrì il principato di Cracovia (1291) e poco dopo (1300) gli venne offerta la Grande Polonia con la Pomerania, nella quale occasione la nobiltà si richiamò espressamente alla stretta affinità linguistica (vale a dire nazionale) che intercedeva tra Boemi e Polacchi.

E ad onta dell'opposizione della curia Venceslao, che aveva sposato la figlia del re di Polonia, fu incoronato re di Polonia dall'arcivescovo di Gnesen, un acerrimo nemico di tutto ciò che sapeva di tedesco. Che anzi, all'estinguersi della dinastia degli Arpadi, suo figlio ereditò anche la corona d'Ungheria; questa a dire il vero andò perduta nelle mani di Roberto d'Angiò, ma la Polonia rimase integra a Venceslao.
Nel 1305 mori questo debole re, e suo figlio Venceslao III non arretrò neppure dinanzi alla necessità di grandi sacrifici pur di conservare la Polonia, ma nel 1306, durante la sua spedizione in Polonia venne assassinato ad Olmitz non si sa da chi né per qual ragione, e con lui si estinse la dinastia dei Przemyslidi, come in Ungheria si era estinta quella degli Arpadi ed in Polonia quella dei Piasti.

Seguirono gravi perturbamenti in Boemia; un Absburgo non riuscì a sostenersi e nemmeno Enrico di Carinzia, marito di una Przemyslide; soltanto un terzo straniero, Giovanni di Lussemburgo, figlio dell'imperatore di Germania, cui venne offerta la Boemia insieme con la mano di un'altra Przemyslide, ottenne di ristabilire nel paese un governo durevole; nessuno dei tre aveva smesso di portare il titolo di re di Polonia, quasi in attesa di una nuova riunione dei due paesi che avrebbe dovuto staccare completamente dell'impero tedesco la Boemia.

Giovanni di Lussemburgo, tipo di cavaliere errante più che di re, dissanguò in modo gravoso il suo regno con le sue guerre altrettanto interminabili quanto poco fortunate; l'unico risultato sostanziale da lui ottenuto fu l'assoggettamento l'uno dopo l'altro dei dinasti slesiani che preparò la completa dominazione della Boemia sulla Slesia. Suo figlio invece, re Carlo di Lussemburgo, mentre fu patrigno per l'impero, fu vero padre per la sua terra natale, la Boemia; educato a Parigi e imbevuto di spirito e cultura francese, rivolse tutte le sue cure alla sua prediletta Boemia, si mostrò addirittura parzialmente nazionalista nelle idee e negli atti. Il paese fu da lui abbellito con sontuose opere edilizie, fiorirono le arti (scuola di pittura di Praga) e i commerci, nonché l'agricoltura, le industrie minerarie e persino la sericultura.
Il coronamento di tutta quest'opera fu da un lato la pubblicazione del suo codice, la Maiestas Carolina, che peraltro doveva aver vita legale molto breve, e dall'altro lato la fondazione dell'Università di Praga (1348) che era destinata a gareggiare con l'università di Parigi negli studi scolastici e teologici.
L'istituto era stato fondato da Carlo soltanto per la sua Boemia e riccamente dotato, ma per molti decenni esso rimase il vero e proprio centro universitario comune a tutta l'Europa centrale ed all'Europa orientale cattolica (soprattutto alla Polonia), malgrado che dietro il suo esempio fossero state istituite altre università a Vienna, a Cracovia, ecc.

Il livello della cultura e dell'incivilimento si elevò straordinariamente. In sostanza questa cultura era un ramo germogliato dal tronco della cultura tedesca; basta pensare che per tutto il XIII secolo la Boemia fu visitata e percorsa dai cantori tedeschi, che vi si introdussero e radicarono lo spirito e i costumi della cavalleria tedesca, e che soprattutto l'elemento cittadino, la cui ricchezza era una spina negli occhi della invidiosa nobiltà del contado, era prevalentemente tedesco.

Tuttavia a poco a poco si svegliò e si formò una coscienza nazionale come si rileva dalla letteratura che acquista uno stampo nazionale, pur riannodandosi a modelli epici, didattici e drammatici tedeschi. La letteratura medioevale boema é la più ricca e ragguardevole fra le letterature slave, anzi é in fondo l'unica letteratura che meriti tale nome; il XIV secolo segnò l'epoca del suo massimo fiorire. Le sue principali produzioni sono epopee, sia originali, sia tradotte dal tedesco, leggende, favole (l'Esopo boemo, con le sue mordaci puntate contro gli « stranieri »), poesie didattiche e satiriche e traduzioni di scritti religiosi; meno coltivata fu invece la lirica e la drammatica.
Si ebbe pure una letteratura latina non priva di valore, specialmente dopo che vide la luce la cronaca del decano Kosmas (m. nel 1124), ed una letteratura teologica anche più ricca, per la massima parte uscita dagli ambienti universitari.

Questa elevazione del livello della cultura preparò lentamente una trasformazione completa della società boema nel campo della religione e della vita nazionale. La scostumatezza e la mondanizzazione del clero (re Carlo ed il suo arcivescovo - giacché il re aveva elevato il vescovado di Praga, prima soggetto ad altra giurisdizione, ad arcivescovado autonomo avente come vescovado suffraganeo quello di Olmiitz - avevano già deciso una secolarizzazione o confisca dei beni ecclesiastici per metter freno alla vita lussuriosa e dissipata del clero), lo scisma della chiesa, l'influenza di Wycleff che trovò gran seguito appunto fra i Boemi, l'esempio dei Valdesi che attraverso l'Austria immigrarono in Boemia, lo zelo di predicatori moralisti, del tedesco Corrado Waldhauser, del boemo Mlilitsch ed altri, le controversie teologiche in seno alla stessa università, ravvivarono straordinariamente l'interesse per i problemi religiosi e per la fede.

Un nobile campagnolo, Tommaso di Stitny, più moralista che filosofo, ne fa la migliore testimonianza con la sua instancabile attività letteraria. Ma allora nessuno prevedeva ancora l'imminente conflitto.
Nel frattempo Carlo era morto; i dominii personali della casa di Lussemburgo, anch'essi opera sua, andavano dall'Adriatico sin quasi al Mar Baltico (in seguito all'acquisto della marca di Brandeburgo).
Ancora una volta il suo successore sul trono di Boemia, Sigismondo divenne imperatore di Germania e trascurò più che suo padre l'impero volgendo tutte le sue cure alla Boemia. Qui intanto gli attriti nel campo religioso e teologico si inasprirono e ben presto vi si associò l'antagonismo nazionale.

L'elemento slavo dell'università, i professori boemi con alla testa Giovanni Hus, si mostrarono sempre più infervorati ed esigenti nelle loro idee di riforma della chiesa, abbracciarono sempre più le dottrine di Wycleff, mentre l'elemento tedesco rimase intransigentemente ortodosso.
L'organizzazione dell'università di Praga dava ai Tedeschi una forte preponderanza, perché a loro attribuiva tre voti in confronto dell'unico voto di cui disponevano i Boemi. I professori slavi ed Hus provocarono però ed ottennero d'accordo con re Venceslao IV una riforma che invertisse le proporzioni, che assicurasse cioè ai Boemi tre voti lasciandone uno solo alle altre « nazioni » (1409); al che i Tedeschi risposero abbandonando in massa l'università di Praga (fondazione dell'università di Lipsia ed altre).

L'università aveva già condannate come eretiche le dottrine del Wycleff, ma Hus non ne tenne il minimo conto perché non riconosceva alcuna autorità all'infuori della sacra scrittura. Quando alla fine l'arcivescovo di Praga volle intervenire era troppo tardi; il movimento religioso partito dall'università di Praga si propagò sempre più largamente nel paese. L'illibato rettore dell'università, l'eloquente predicatore che le masse correvano ad ascoltare nella sua cappella di Bethlehem a Praga, aveva all'inizio ricevuto ogni sorta di incoraggiamenti dall'arcivescovo e dal re per la sua propaganda di riforma della disciplina ecclesiastica.
Ascoltando il suo giudizio circa l'inconsistenza di un preteso miracolo avvenuto a Wilsnack l'arcivescovo aveva vietato i pellegrinaggi verso quel luogo dove era sorto subito una chiesa; ma lo zelo di Hus divenne sempre più pericoloso; da ultimo - la sua aperta condanna del mercato delle indulgenze inaugurato dai papi a Praga minacciò la decisiva rottura (come più tardi nel caso di Lutero). Hus fu costretto ad abbandonare Praga minacciata per causa sua dall'interdetto, si ritirò in campagna e si diede a diffondere le più pure dottrine con gli scritti, lettere, ecc. La sua attività si estese pure alla letteratura nazionale, si preoccupò persino della purezza della lingua e combinò un magistrale alfabeto per la lingua boema (più tardi generalmente adottato); ma tutto ciò passò in seconda linea di fronte alla propaganda dei suoi ideali religiosi.

Citato dinanzi al concilio, si presentò accompagnato da un salvacondotto di re Sigismondo per discolparsi; ma venne gettato in prigione, e, non avendo voluto ritrattare senza riserve le sue idee, fu dopo lunga prigionia, nella quale si rivelò la grandezza del suo carattere, condannato al rogo come eretico; imperterrito sino all'ultimo egli subì il supplizio da glorioso martire (luglio 1415). L'anno successivo fu bruciato anche il suo allievo Jeronimo di Praga, che non si tenne però all'altezza di Hus.

Naturalmente il concilio e la curia ottennero l'effetto opposto a quello cui avevano mirato. Proprio il rogo di Hus appiccò la scintilla a quel vasto incendio dei movimento ussita che ora invase il popolo boemo, non esclusa la stessa nobità, e che ad ogni tentativo di estinzione divampò sempre più potente.
Tre elementi concorsero a renderlo indomabile. Anzitutto l'entusiasmo religioso per cui i «soldati di Dio», nella fiducia illimitata che avevano circa la bontà della loro causa, si trovarono a priori ad avere un morale immensamente più elevata dei loro tiepidi avversari, quindi sicura garanzia di vittoria.
Genuina espressione di tale entusiasmo e il canto di guerra degli ussiti: «Voi che siete soldati di Dio», col ritornello « hur auf sie », da cui deriva il moderno «urrà».
In secondo luogo il ravvivato sentimento nazionale; la questione religiosa prese il carattere di una questione nazionale; un vero terror panico fece fuggire tutti i Tedeschi dalla Boemia; Praga, Pilsen, ecc. si trasformarono d'un tratto in città esclusivamente boeme senza più alcuna traccia di elemento tedesco. Che anzi l'ussitismo ricondusse alla memoria dei Boemi la loro origine slava e li indusse ad offrire la corona boema al re di Polonia o ad uno dei suoi prossimi parenti.

Gli ussiti inoltre chiamarono responsabili i Tedeschi per lo sterminio della razza slava sull'Elba e sull'Oder. In terzo ed ultimo luogo la superiorità militare delle fanterie pesanti ussite e del loro «tabor» (barricata circolare di carri) contro il quale si infranse lo slancio della cavalleria medioevale; Zisca di Troznow, il quale come altri condottieri degli assiti aveva nel 1410 combattuto nelle schiere polacche contro la Prussia, cancellò il ricordo del suo più lontano passato, assai meno glorioso, con le splendide vittorie da lui riportate su Sigismondo e sui nuovi crociati spinti dalla curia.
Infatti la curia che considerava questi «eretici» peggiori dei Turchi e dei pagani organizzò contro di loro delle crociate, e gli stessi legati del papa con la tonaca addosso condussero i nuovi cavalieri della croce, causando così sempre nuovi disastri.

Praga giubilante accolse come un re il vincitore. Nè la sua morte rallentò il fuoco dell'entusiasmo nazionale; anche in seguito gli ussiti continuarono a riportare splendide vittorie e in ultimo, irritati da queste continue invasioni punitive straniere, strariparono nei paesi vicini e devastarono tutto fino in Sassonia e nel Brandeburgo, arrivando perfino alle coste del Mar Baltico (1433) soltanto la morte di Procopio, il successore di Zisca, segnò il declinare della potenza dei « taboriti ».

Tuttavia in definitiva il popolo boemo scontò a prezzo assai caro tutte queste vittorie. Il movimento ussita infatti non era riuscito ad abbattere completamente in Boemia e specialmente in Moravia l'elemento cattolico e ad imporre a tutto il paese la nuova confessione.
Ciò aveva lasciato aperto l'adito, presto o tardi, alla eventualità di una reazione cattolica, ed il cattolicesimo aveva particolarmente molti sostenitori nella nobiltà. Di più nel seno stesso dei partito ussita si produsse col tempo una profonda scissione tra moderati e radicali. I primi, rappresentati dalla popolazione di Praga e dalla nobiltà, cercarono ben presto di venire, con la mediazione del loro re, ad un accomodamento con la curia e con il concilio; i taboriti invece, i seguaci di Zisca e dei suoi successori, reagirono nell'opposto indirizzo e reclamarono sempre più intransigentemente e spingendo alle estreme conseguenze logiche le loro richieste, la completa separazione dalla chiesa.
Si manifestarono idee sempre più estreme contro la monarchia e fenomeni sovversivi dell'ordine sociale; le organizzazioni bellicose dei taboriti costituirono un pericolo sempre più grave per Praga, il conflitto si acuì e trovò la sua risoluzione nella battaglia fratricida di Lipan (1434); i taboriti furono sterminati dalla coalizione della borghesia di Praga e dei cattolici, ed il fiore della gioventù boema rimase così inutilmente sacrificato.

Tuttavia per il momento la Boemia conseguì ancora un grande successo. Re Sigismondo e la curia compresero finalmente che con la forza non sarebbero mai riusciti a concluder nulla contro i Boemi. Perciò il concilio di Basilea si persuase a venire con essi ad un compromesso e nei CompacIata accordò agli ussiti quanto essi avevano chiesto nei loro quattro articoli di Praga, cioé per così dire nel programma minimo che fin dall'inizio della lotta (1420) essi avevano formulato: anzitutto la facoltà di comunicarsi tra laici usando il calice (ciò che fece chiamare questi ussiti «calixtini» o «utraquisti», vale a dire seguaci delle due forme di comunione), in secondo luogo la libera predicazione del vangelo nella lingua nazionale; in terzo luogo la riduzione dei possedimenti ecclesiastici; e da ultimo l'instaurazione di costumi più casti sopra tutto mediante l'eliminazione delle abitudini scandalose del clero.

Ma si trattò di una pace malsicura, di un compromesso fragile perché non accontentò nessuno; gli utraquisti non videro in esso che un primo acconto su ciò che desideravano, Roma lo considerò un atto di condiscendenza solo momentanea da cancellarsi in seguito (alla prima occasione) ad ogni costo. Una sola persona trionfò veramente, Sigismondo, il quale finalmente (1436) fu riconosciuto re in tutta la Boemia. Ma nell'anno seguente egli morì, e con lui si estinse la sua dinastia. In virtù di un patto di successione gli successe Alberto d'Absburgo, il quale fu pertanto il primo che radunò sotto il suo scettro i territori costituenti l'odierna Austria (salvo che aveva la Slesia invece della Galizia) ; ma anch'egli morì presto con la moglie incinta e soltanto postumo gli nacque un erede, Ladislao.

La minaccia dei Turchi costrinse gli Ungheresi a scegliersi subito un altro sovrano ed il re di Polonia accettò la loro corona; con ciò si apri l'era della rivalità tra gli Absburgo ed i Jagelloni per la Boemia e l'Ungheria.
L'avversione all'eresia che nonostante il (vago) compromesso di Basilea gravava tuttora sulla Boemia aveva impedito l'avvento dei Jagelloni al trono boemo; fu istituita una reggenza in nome del re minorenne Ladislao e affidata a Giorgio Podiebrad, e quando Ladislao appena ventenne morì nel 1456 Podiebrad venne eletto re, il primo e l'ultimo ussita che sia salito su un trono.

Ma nel frattempo l'odio contro l'ussitismo si era anche maggiormente inasprito, e Podiebrad ben presto si vide a mal partito; invece di applicare le concessioni del compromesso di Basilea, papa Pio II lo dichiarò nullo e di nessun effetto, anzi colpì di anatema il re boemo eretico e dopo questo atto primo pensiero nel papato fu quello di trovare il braccio secolare cui affidare l'esecuzione della condanna ecclesiastica, e siccome la debole autorità dell'imperatore tedesco non era assolutamente in grado di farlo, la curia pose gli occhi prima sul re di Polonia e poi sul re d'Ungheria.

Una parte degli stessi sudditi di Podiebrad, gli slesiani tedeschi (specialmente Breslavia) e la nobiltà cattolica che strinse una lega contro il proprio re, incitavano da un pezzo il papa a ricorrere ad un esecutore straniero, e tutta la politica di Podiebrad, di questo governatore e re tanto benemerito del suo paese, aveva consistito nel cercare di impedire una coalizione che perennemente lo minacciava, nell'architettare tutti i possibili espedienti per consolidare la sua posizione di fronte alle intenzioni aggressive del papato.
Ma ben presto Podiebrad si convinse che non avrebbe potuto assicurare il trono ai suoi discendenti, anzi conservarlo egli stesso, se non a prezzo del sacrificio del compromesso di Basilea, vale a dire a prezzo del tradimento della propria causa; ed allora egli preferì rinunziare a vedere i suoi succedergli sul trono e lo offrì al re di Polonia per il figlio, purché stringesse alleanza con lui.

Ma in Polonia non si mostrarono disposti ad altro che a mantenere una benevola neutralità, e la lega della nobiltà cattolica boema elesse re nel 1469 Mattia di Ungheria, un tempo amico di Podiebrad. La morte di quest'ultimo (1471) non eliminò la scissione in seno alla nazione boema, perché il partito «nazionale», gli utraquisti, elessero a loro volta sulle orme del loro defunto re, Vladislavo, un Jagellone, che pur non essendo utraquista, confermò il concordato di Basilea.
Ne seguì una guerra tra Mattia e Vladislavo. Mattia mantenne fino alla morte il titolo di re di Boemia ed il possesso della Moravia, della Slesia e dell'Alto e Basso Lausitz, mentre Vladislavo non fu che re della Boemia in senso stretto, la quale non fece peraltro un grande acquisto, trattandosi di un vero re fantoccio a null'altro di buono che a mettere il polverino sugli atti scritti degli altri. E le cose peggiorarono ancora quando alla morte dell'energico Mattia l'incapace Vladislavo divenne pure re d'Ungheria ed abbandonò Praga per trasferirsi ad Ofen.

Così il popolo boemo aveva sacrificato la sua unità nazionale per amore di un semplice fantasma, e rimasto senza guida ed indirizzo era destinato ad andare incontro a nuove catastrofi; solo il nome del grande martire continuò a sfolgorare di magico splendore (per tentare di smorzarlo i gesuiti gli hanno contrapposto un santo cattolico inventato, S. Giovanni di Nepomuk), e dal germe ch'egli aveva seminato, dal suolo fecondato dal sangue dei taboriti, crebbe e maturò ancora un frutto squisito, la posteriore «Unità» dei così detti fratelli boemi, il cui carattere veramente cristiano fu pienamente riconosciuto anche da Lutero, per quanto non condividesse affatto molte delle loro idee nel campo dogmatico.

I migliori e più illibati figli della Boemia e della Moravia (ancora nel XVII secolo un uomo del valore di Comenio) appartennero a questo indirizzo; ma ben presto i fratelli boemi, accusati di eresia, furono perseguitati a causa delle loro credenze e da ultimo costretti al forzato esilio; anche i più tiepidi fra gli utraquisti li attaccarono e li perseguitarono per il loro deciso rinnegamento dell'anticristo romano, per la loro coerenza nel seguire le orme di Hus.

Per la semplicità della loro vita, per i loro principi di pietà, per le cure solerti dedicate all'educazione della gioventù, per i loro sentimenti veramente fraterni spogli di qualsiasi esteriorità, essi hanno scritto la più bella pagina nella storia religiosa dell'Europa.

Quanto ai domini costoro non si discostarono gran che dalle dottrine cattoliche, ma assai più seriamente e sinceramente attuarono nella vita pratica i dettami del cristianesimo sul tipo delle comunità cristiane del tempo degli antichi apostoli. Di idee all'inizio piuttosto esaltate e non esenti da velleità comunistiche ("il ricco, essi dicevano, non è che un amministratore di beni destinati ai poveri") le mitigarono in seguito, ma anche in questo secondo loro indirizzo continuarono, da cristiani - forse migliori di tutti i loro avversari - a disinteressarsi dello Stato con cui non vollero aver che fare, rifiutandosi di prestare servizio militare, di prestar giuramento e di assumere cariche pubbliche.

La dottrina dei fratelli boemi era semplice, la loro morale perfetta. Le accennate lotte religiose e scismi che occuparono tutto il secolo assorbirono tutta la vita intellettuale della nazione; per opera di Hus, di Pietro Cheltschizky (il padre spirituale dei fratelli boemi) tutto il movimento intellettuale e letterario venne incanalato in un indirizzo esclusivamente religioso; non si ebbe più traccia di una letteratura profana. L'università di Praga, a causa della sua tinta utraquista, decadde completamente dall'antico splendore, ma il livello della cultura generale si elevò straordinariamente, giacché anche il più comune utraquista non mancò di mettersi in grado di attingere dai libri i principii della sua confessione e di servirsene per l'educazione del proprio sentimento religioso.

E per quanto questi «eretici» siano stati condannati e perseguitati, la loro arte militare fece scuola, i mercenari boemi furono ambiti nelle guerre europee; oggi ancora alcuni nomi di strumenti bellici conservano il ricordo di questi innovatori nell'arte della guerra e dell'organizzazione e il modo di combattere della loro fanteria; dal loro «tabor» (trincea circolare di carri) data la moderna tattica.

Nessun popolo in Europa seppe poi dare altrettanta prova di elevato sentimento nazionale; è tipico a tale proposito l'atto di uno dei loro generali che fece ardere dei prigionieri di nazionalità boema perché si erano arruolati contro il re di Polonia, vale a dire contro un re slavo, un loro connazionale.

 

Terminato questo capitolo sugli slavi sud-occidentali
scendiamo ancora più in giù, in quelli meridionali

GLI SLAVI MERIDIONALI > >

PAGINA INIZIO - PAGINA INDICE