ANNI 1230 - 1237

CONDIZIONI ITALIA - I PREDICATORI - EZZELINI
BATTAGLIA DI CORTENUOVA

CONDIZIONI DELL' ITALIA NEL QUARTO DECENNIO DEL SEC. XIII - S. SEDE, IMPERO E COMUNI; GUELFI E GHIBELLINI; LOTTE TRA CITTÀ; FRA GIOVANNI DA VICENZA - RIBELLIONE DI ENRICO VII E SUA MORTE - VICENDE DEGLI EZZELINI - FEDERICO II ESPUGNA VICENZA - SUO RITORNO IN GERMANIA - EZZELINO S' INSIGNORISCE DI PADOVA - RITORNO DELL' IMPERATORE - BATTAGLIA DI CORTENUOVA
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------

CONDIZIONI DELL'ITALIA
NEL QUARTO DECENNIO DEL SEC. XIII


Nella pace firmata a S. Germano (del 23 luglio del 1230) tra il Pontefice e Federico II, anche le città della Lega Lombarda erano state incluse.
Con quella pace pareva che un'era nuova dovesse aprirsi per l'Italia poiché i tre grandi contendenti - Papa, imperatore e comuni - avevano posato le armi ed erano venuti agli accordi; ma quella di S. Germano non era stata una pace vera, con una carta non aveva eliminato in un giorno le cause del dissidio.
Queste permanevano ed erano profonde e soltanto le armi avrebbero potuto risolvere la situazione.
I tre contendenti stavano sempre di fronte; ma in posizioni nettamente distinte come al tempo di Alessandro III, Barbarossa, Comuni.
E tutti palesavano nell'agire delle profonde contraddizioni.
Il Pontefice aspirava, non meno di prima, al predominio della Santa Sede e se, costretto dalle necessità del momento, stipulava un trattato con l'eterno rivale, poi più tardi ne accettava gli aiuti (come a Viterbo). Si teneva in intimo contatto con la Lega Lombarda, i cui Comuni potevano se manovrati bene costituire potenziali alleati contro l'impero, e nello stesso tempo stroncava a Roma quelle stesse aspirazioni che tenevano vivi i comuni settentrionali.

Federico II era più che mai deciso di ridurre all'obbedienza i comuni lombardi e come mezzo per attuare i suoi propositi non disponeva soltanto delle sue forze del regno di Sicilia, di Germania e delle città italiane del nord a lui fedeli, ma anche di quelle che le erano nemiche ma che avevano all'interno suoi partigiani - i Ghibellini - che sostenevano la causa imperiale e lottavano contro quelli a favore della causa papale. E i Comuni, fedeli o nemici, alla fine, erano fermamente tutti risoluti a non perdere i diritti sanciti nel trattato di Costanza; ma spesso la risolutezza, la volontà e la loro forza erano insidiate e indebolite dalle discordie interne dei due grandi partiti, il GUELFO e il GHIBELLINO, e dalle guerre municipali che in quel tempo mettevano Cremona contro Milano e Mantova, Bologna contro Modena, Parma contro Piacenza e Reggio, Padova contro Verona, Verona o Padova contro Vicenza, Venezia contro Ferrara, senza contare quelle che imperversavano tra Pistoia e Lucca e tra Firenze e Siena.

Le città erano sempre divise apparentemente in due, ma spesso erano come quelle clessidre, travasata una parte, basta un tocco, si capovolgono e inizia lentamente un altro travaso.
Così nelle città, bastava un nulla, e subito ricominciava il trasformismo; si svuotavano di sostenitori imperiali e all'improvviso si riempivano di partigiani papali, oppure arrogantemente volevano essere autonome, ma in quest'ultimo caso appena sorgevano contrasti interni, o una o l'altra fazione era pronta a chiamare il papa o l'imperatore per farsi aiutare a sconfiggere gli avversari; e questo fino al prossimo capovolgimento.

Stando così le cose la pace di San Germano non poteva considerarsi che come una tregua, e come tale certamente la consideravano il Papa, l'imperatore e le città, che aspettavano solo il momento propizio per romperla.
"In mezzo a tanti interessi in contrasto e a tante lotte, coloro che pensavano ad una pace vera e duratura erano i due ordini di S. DOMENICO e di S. FRANCESCO, i primi più dei secondi, che si servirono di eloquenti e persuasivi predicatori per "disarmare, atterrire gli spiriti" (moderni) delle popolazioni. Notissimi fra questi predicatori furono S. PIETRO MARTIRE, S. ANTONIO di PADOVA, fra ROLANDO di CREMONA, FRA LEONE che pacificò i cittadini di Piacenza, FRA GHERARDO che mise la concordia fra gli abitanti di Modena e fece sì che a Parma fossero richiamati i fuorusciti e si riformasse lo statuto, municipale. Ma colui che si acquistò notorietà maggiore fu il domenicano… fra GIOVANNI DA SCHIO, conosciuto col nome di fra GIOVANNI DA VICENZA.

"Iniziò - scrive il Sismondi - le sue prediche a Bologna l'anno 1233; e ben presto i cittadini, gli abitanti delle vicine campagne e soprattutto le persone addette ai piccoli impieghi e all'artigianato, attratti dalla sua eloquenza, gli si accalcarono attorno, portando croci e bandiere in mano e, disposti non solo ad ubbidire alla voce dell'apostolo di pace, ma ancora ad eseguirne i suoi ordini. In mezzo a questa folla così profondamente commossa dai suoi sermoni si vedevano tutti coloro che a Bologna nutrivano antiche animosità, odi e rancori, andare a deporli ai suoi piedi e giurare pace verso i loro acerrimi nemici. Gli stessi magistrati gli presentavano gli statuti della città affinché li riformasse come meglio credeva togliendo tutto quanto poteva essere la causa di nuovi contrasti, liti, rivolte.

"Frate Giovanni si recò in seguito a Padova, preceduto dalla sua fama. Andarono a incontrarlo fino a Monselice i magistrati con il carroccio; e fatto salire il predicatore su questo sacro carro, lo accompagnarono in trionfo nella loro città, che a quel tempi era la più potente della Marca Trivigiana. Tutto il popolo, si riversò nel grande Prato della Valle, ascoltò la predica della pace, applaudì agli inviti della riconciliazioni, che cancellarono all'istante le passate inimicizia, e poi chiesero a frate Giovanni di riformare i loro statuti; quello che poi lui fece in moltissime altre città; si recò infatti, a Treviso, a Feltre, a Belluno, ed ottenne gli stessi successi a Camino, Conegliano, Romano di San Bonifacio; ed i signori, come le città, lo scelsero arbitro delle loro contese; le repubbliche di Vicenza, Verona, Mantova e Brescia, dove si recò, gli diedero questo privilegio; in ogni luogo fu pregato di riformare gli statuti municipali, di mutarli a suo giudizio, aggiungendo o togliendo tutto quello che lui riteneva giusto: finalmente gli fu in ogni luogo chiesto d'intervenire alla solenne assemblea dei popoli lombardi, che lui convocò per il giorno 27 agosto 1233 nella campagna della Paquara, in riva all'Adige, tre miglia distante da Verona.

"Mai era stata tentata un'impresa così nobile ed alta come era quella di pacificare venti popolazioni nemiche con il solo suscitare i sentimenti religiosi, con i soli motivi del cristianesimo, con il solo uso della favella; un così grande spettacolo non si era mai visto agli occhi degli uomini. Le intere popolazioni di Verona, Mantova, Brescia, Padova e Vicenza si trovarono radunate nella campagna di Paquara, ed i cittadini di queste repubbliche avevano alla loro testa i propri magistrati con il carroccio. Gli abitanti di Treviso, Venezia, Ferrara, Modena, Reggio, Parma e Bologna vi erano giunti con i loro stendardi; i vescovi di Verona, Brescia, Mantova, Bologna, Modena, Reggio, Treviso, Padova, il patriarca d'Aquileia, il marchese d'Este, i signori da Romano e quelli della Venezia vi erano pure loro intervenuti con i loro vassalli.

"Frate Giovanni si era fatto preparare in mezzo alla piazza un pulpito altissimo dal quale, se crediamo agli storici contemporanei, la rimbombante sua voce, che sembrava venire dal cielo, fu - si disse- miracolosamente udita da tutti i presenti. Prese per testo le parole della scrittura, "io vi dono la mia pace, io vi lascio la mia pace"; e dopo avere con eloquenza fino allora mai udita, fatto uno spaventoso quadro dei mali della guerra, dopo avere dimostrato che lo spirito del Cristianesimo era uno spirito di pace, facendo valere l'autorità della Santa Sede di cui era investito, in nome di Dio e della Chiesa ordinò ai Lombardi di deporre le loro animosità; dettò un trattato di pacificazione universale, per assicurare la cui esecuzione fece sposare al marchese d'Este una figlia d'Alberico da Romano; invocò l'eterna maledizione per i sovvertitori di questa pace; invocò le distruttive pestilenze sulle loro greggi e dannò i loro mercati, le loro messi, i loro vigneti ad una perpetua sterilità.

"Fin qui i comportamenti di frate Giovanni andavano esenti da ogni sospetto, né si poteva ancora accusarlo di cupide od ambiziose mire; pareva che il suo zelo non mirasse ad altro che alla gloria di Dio e all'amore degli uomini; ma l'assemblea pose fine alla gloriosa sua carriera. L'entusiasmo da lui eccitato, la pace universale che aveva concluso, gli fecero concepire troppo alta opinione di se stesso; si credeva nato non solo per pacificare, ma anche per governare gli uomini.
Tornato in Vicenza subito dopo l'assemblea, entrò nel Consiglio del comune, e chiese che gli fosse affidato un illimitato potere nella repubblica, con i titoli di duca e di conte.
Intanto si spargeva la voce in giro (chissà da chi lo possiamo solo immaginare) che questo sant'uomo aveva con le sue preghiere fatto tornare in vita i morti, che aveva guarito moltissimi infermi; ed il popolo analfabeta e credulone, lontano dal nutrire sospetti intorno alle intenzioni del santo, gli affidò tutta la sua autorità sperando di vedere diviso tra tutti i cittadini le cariche e gli onori, la giustizia e la perfetta eguaglianza.

Fra Giovanni prese a riformare gli statuti della città, ma la sua opera non è che soddisfaceva molto. Poi da Vicenza si recò pure a Verona, e anche qui chiese ed ottenne la suprema signoria, in forza della quale fece tornare in città il conte di San Bonifacio, allora esiliato; chiese ostaggi alle fazioni nemiche; mise guarnigioni nei castelli di San Bonifacio, d'Illasio e di Astiglia; accusò che erano eretici sessanta cittadini delle principali famiglie di Verona e li condannò lui stesso facendoli bruciare sulla pubblica piazza; poi pubblicò molte leggi e statuti."Intanto i Vicentini non tardarono ad accorgersi che il nuovo signore, invece di accrescere i privilegi del popolo, si stava creando e accrescendo una propria signoria; a questi dubbi si aggiunsero i timori dei Padovani, che consigliavano di scuotersi da dosso un così vergognoso giogo. Mentre fra Giovanni si trovava a Verona, il podestà di Vicenza, UGUZIO PILIO, introdusse in città i nemici dei signori da Romano e le milizie padovane per fortificarsi contro il nuovo sovrano.

Un altro monaco, frate GIORDANO, priore di San Benedetto a Padova, che anche lui con lo stesso sistema aveva nel governo di questa città ottenuto dei poteri, geloso forse della gloria o della potenza del suo confratello, incoraggiava malumori a Vicenza.
Frate Giovanni messo sull'avviso, accorse con alcuni soldati per reprimere i sediziosi, si era impadronito del palazzo del podestà e già era in preda al saccheggio, quando giunsero a Vicenza le milizie padovane, scacciarono i soldati di frate Giovanni, e lui fatto prigioniero. Per intercessione del Papa fu ben presto rimesso in libertà, ma la sua prigionia aveva ormai distrutto il suo predominio sia a Verona come in Vicenza, fu costretto a restituire gli ostaggi che aveva ricevuto e le fortezze dove aveva creato dei presidi. Si ritirò a Bologna, dopo aver perso ogni gloria, ma purtroppo dopo avere innescato nelle città della Lega tante guerre; più di quante la laceravano prima che desse inizio alle sue predicazioni".

Ma a Roma è quello che volevano! La pace di S. Germano - come si è detto - non era stata che una tregua: l'anno prima i deputati di dodici città, riunitisi il 2 dicembre a Milano, avevano dichiarato nemiche Modena, Parma e Cremona che parteggiavano per l'impero; e l'anno dopo la pace, la Lega Lombarda, convocato un parlamento a Bologna, stabiliva di armare un esercito di diecimila fanti, tremila cavalli e millecinquecento balestrieri, di vietare ai comuni che si nominassero podestà ghibellini, di chiudere ai Tedeschi i valichi delle Alpi e di respingere ad ogni costo qualsiasi attacco degli imperiali.
Questo dimostrava chiaramente come i Lombardi non credevano alle promesse della pace del 23 luglio 1230, dubitavano - non a torto - delle intenzioni pacifiche dell'imperatore. Se non ci fossero stati altri motivi, le decisioni prese nel convegno di Bologna sarebbero state sufficienti a provocare lo scoppio delle ostilità tra la Lega e Federico, perché l'imperatore fin d'allora avrebbe mosso guerra ai comuni.

LA RIVOLTA DEL FIGLIO DI FEDERICO (ENRICO VII)
RIBELLIONE E MORTE DI ENRICO VII

Ma ci fu l'improvvisa ribellione di suo figlio Enrico VII, in Germania, e tutte a lui furono rivolte le attenzione e l'attività dell'imperatore. Non si conoscono i veri motivi dell'atteggiamento del giovane Enrico contro Federico, che dagli storici si attribuisce alla gelosia del principe contro il fratellastro CORRADO, prediletto dell'imperatore, o agli indugi del padre nel cedergli una delle due corone o al desiderio del giovane di formarsi un regno indipendente o, infine, ai consigli di tutti coloro che in Germania erano malcontenti della politica imperiale e facevano facilmente presa sul debole carattere di Enrico.
Perdonato a Civitate, presso Aquileia, dal padre che lo aveva minacciato di gravi punizioni per non essersi presentato alla dieta di Ravenna del 1° novembre del 1231, Enrico nella dieta di Boppart del settembre del 1234 si dichiarò ribelle a Federico, ma non trovando appoggi in Germania, cercò e trovò alleati in Italia nei comuni della Lega Lombarda con la quale il 18 dicembre di quello stesso anno stipulò un accordo. In virtù di questo i Lombardi si impegnavano di riconoscere Enrico loro re, di combattere per lui dentro i confini d'Italia e di non aiutare nessuno contro di lui; il ribelle, dal canto suo, riconosceva i comuni della Lega, dichiarava suoi nemici i loro nemici, specie i Pavesi e i Cremonesi, si obbligava a non far pace senza il consenso degli alleati, rinunciava a qualsiasi credito che l'impero potesse reclamare dai Comuni e prometteva di non esigere da loro né tributi né pegni né milizie.

Le due parti si obbligavano di mantener fede all'accordo per mezzo del giuramento, il quale doveva essere rinnovato se, trascorsi dieci anni, Enrico non avesse ancora ottenuto la corona imperiale. Avuta notizia della ribellione del figlio, Federico marciò verso la Germania dove Enrico con un esercito aveva dato l'assalto alla città di Worms. Ma al comparire dell'imperatore l'esercito del ribelle si sbandò ed Enrico, abbandonato da tutti, implorò il perdono (1235) e questo fu concesso; ma essendosi accorto che l'ingrato figlio continuava a tramare, Federico lo spedì in Puglia, prigioniero nel castello di S. Felice; dopo cinque anni nel 1240 a Nicastro, e dopo altri due anni il ribelle cessava di vivere mentre stava per essere nuovamente trasferito al castello di Martorano.

Punito il figlio, Federico la sua attività la impiegò nel pacificare la Germania; ad Ottone il giovane, figlio di Ottone IV, concesse, come ducato ereditario, Brunswich, Gisler e la contea di Stade e nella dieta di Magonza del 15 agosto 1235, riuscita imponentissima per il numero degli intervenuti - ottantacinque principi e prelati, dodicimila cavalieri e i deputati delle città lombarde ghibelline - fece compilare una nuova costituzione. L'anno dopo Federico si preparò a scendere in Italia contro quelle città della Lega per punirle dell'accordo stipulato con il figlio ribelle.
Nell'estate del 1236 Federico muoveva alla volta dell'Italia e per la valle dell'Adige giungeva a Trento; qui gli andarono incontro i più potenti signori di parte ghibellina dell'Italia settentrionale, i fratelli ALBERICO ed EZZELINO da ROMANO, Sulle vicende e su questa famiglia diamo un breve accenno, poi riprenderemo i fatti di Federico.

ORIGINI E VICENDE DEGLI EZZELINI

(vedi anche la biografia completa QUI)
Il fondatore della casa dei da ROMANO che nel secolo XIII si rese così tragicamente celebre, fu un certo Ezzelo, che nel 1036 scese nella penisola al seguito di Corrado II. Era un povero cavaliere tedesco che come riferisce un cronista padovano, non possedeva altro all'infuori del suo cavallo; ma il premio dei servigi resi all'imperatore ricevette in feudo le terre di Onara e di Romano, nella Marca Trevigiana, alle quali poi si aggiunsero Bassano, Marostica ed altri territori."Anche i signori di Romano e di Onara finirono per appartenere a quella minore nobiltà, sorpresa un bel giorno e minacciata dalle vittorie borghesi. Eppure fu appunto in mezzo a questi sovvertimenti della nuova vita popolare che seppero anche loro cogliere le occasioni per ingrandirsi e porre gli elementi della loro prevalenza nella Marca Trevigiana.

Troviamo infatti che EZZELINO II, detto "IL BALBO", nipote dell'avventuriero disceso con Corrado, muta in quello di cittadino il diritto di "Signore" esercitato dai suoi predecessori a Bassano, è inoltre aggregato alla cittadinanza di Vicenza, di Padova, di Treviso, comanda con Anselmo di Dovara le milizie della Lega contro il Barbarossa. D'allora in poi il casato dei Romano cerca d'intervenire in tutte le faccende, in tutte le contese interne ed esterne della città della Marca; e rende sempre più frequenti le sue relazioni con gli altri feudatari di quelle contrade, con i signori di CAMINO, con i MONTECCHI, con i CAMPOSAMPIERO, con i SAN BONIFAZIO, con gli ESTENSI.


"Con tutti questi, secondo che dettano o i privati interessi o la forza degli eventi, si combinano alleanze, si stringono parentele, oppure si fa guerra; la guerra si può dir continua, normale; le inimicizie vengono da ogni parte esercitate in tutte le maniere, con le devastazioni dei territori, con le aggressioni, con i tradimenti, con gli scorni, con gli stupri (Lanzani)".

Romanzesca è l'origine dell'inimicizia tra le famiglie dei Romano e dei Camposampiero e risale al tempo di Ezzelino II, suocero di Tisolino di Camposampiero. Un figlio di quest'ultimo, di nome Gherardo, doveva sposare Cecilia, orfana di Manfredi, ricco signore di Abano; ma Ezzelino, saputa la cosa, corruppe i tutori di lei e fece ottenere al proprio figlio la mano della fanciulla. Del tradimento Gherardo si vendicò: pochi mesi dopo, recandosi la sposa nelle proprie terre sulla riva destra del Brenta, si appostò in agguato presso il castello di Sant'Andrea, assalì e scompigliò la scorta di lei e, catturata violentata e disonorata, la rimandò al marito, che ovviamente la ripudiò.

"Sotto EZZELINO III, detto "il Monaco" - scrive il Lanzani - le ambizioni, le rivalità, le vendette di quella turbolenta famiglia mettono sottosopra tutta la Marca Trevigiana. Erano i tempi in cui si era riversata sull'Italia la peste guelfa e ghibellina, e la Marca era travagliata dalle guerre di Padova con Verona, di Treviso con Vicenza. Ezzelino prese parte a tutte, assecondato talvolta dalla buona sorte, altre volte respinto dalle milizie nemiche nelle sue terre e assediato nei propri castelli, ma non si era mai perso d'animo nell'avversa fortuna, sicuro sempre del fato della sua casa, e quando le armi non erano sufficienti, era capace di ricorrere agli inganni ed ai tradimenti per avere la supremazia sugli avversari. Fra questi il più potente, e però il più inviso, era il MARCHESE d' ESTE. Il primo campo di battaglia dei due rivali fu Verona. Delle due fazioni che avevano diviso la città, il marchese sosteneva quella del conte di SAN BONIFAZIO.

EZZELINO si schierò con i MONTECCHI. Ma nella lotta che ne seguì la fortuna arrise così tanta al Marchese Estense, che poco mancò che il casato dei Romano fosse obbligato a rinunciare per lungo tempo a qualunque disegno di vendette o di maggiori ingrandimenti. Infatti, nel 1207 i Montecchi furono cacciati insieme con il loro partigiano, e la carica di podestà di Verona fu data allo stesso marchese".
Poco dopo, aiutato dai SALINGUERRA, potente famiglia di Ferrara, Ezzelino riuscì a impadronirsi di Verona; ma non vi rimase a lungo, perché AZZO d' ESTE, alla testa di un fortissimo esercito reclutato nella Marca Trevigiana, in Lombardia e in Romagna, rientrò il 28 settembre di quell'anno nella città, e dopo un sanguinoso combattimento nelle vie, ne scacciò il rivale; poi mosse quindi su Vicenza che si arrese e stava per marciare su Bassano quando Ottone IV, calato in Italia, mise fine alla guerra.

Della sconfitta patita EZZELINO si rifece più tardi, ingrandendo i suoi domini nella Marca Trevigiana quando scoppiò la lotta tra Innocenzo III ed Ottone IV. Nel 1221, stanco delle lotte, si ritirò tra le mura di un convento lasciando la signoria ai suoi due figli EZZELINO IV ed ALBERICO.
Sotto Ezzelino IV i Romano raggiunsero il più alto grado di potenza. Prode nelle armi, spietato coi nemici, fedele con gli amici, abilissimo negli intrighi, tenace negli odi, fermo nei propositi, egli era uomo pieno di ambizioni, bruciato dal desiderio di assicurarsi il primato fra i signori della Marca.
Erano passati pochi anni da quando era succeduto al padre quando le contese interne di Verona gli offrirono l'occasione d'intervenire nelle faccende di questa città.

I Montecchi avevano cacciato un'altra volta il conte di San Bonifazio: questi si rivolse per aiuto al marchese d' Este, quelli chiesero il soccorso di EZZELINO che, accorso nel 1226 con le sue milizie, sconfisse per ben due volte l'Estense e rimase a Verona con la carica di podestà, dignità che nel medesimo tempo il fratello ALBERICO conseguiva in Vicenza.

Due anni dopo, nel 1228, vediamo Ezzelino muover guerra ai Camposampiero e portar via loro il castello di Fonte. Nella lotta, a difesa dei Camposampiero entrarono i Padovani. Assediato a Bassano e non in grado di resistere alle forze nemiche, dietro consiglio del Padre e della repubblica di Venezia, restituì Fonte alla famiglia rivale e giurò obbedienza e fedeltà a Padova, ma l'anno dopo, ottenuta la cittadinanza di Treviso, trascinò questa città a conquistar Feltre e Belluno, vassalle dei Padovani, provocando così tra Padova e Treviso una guerra che ebbe fine per l'intromissione della Lega Lombarda.Ma non appena terminava una guerra se ne accendeva un'altra.

"A Verona era successo ad Ezzelino nell'ufficio di podestà il veneto GIUSTINIANI. Si propose costui di rappacificare gli ordini cittadini; ma i Montecchi trovarono che lui favoriva gli avversari e la città andò di nuovo sottosopra. Si combatte dentro le mura; il podestà Giustiniani viene espulso, Ezzelino fa prigioniero il San Bonifazio. I fuorusciti chiedono aiuto ai Padovani e accorre il marchese con milizie di Mantova; dappertutto combattimenti, assedi, devastazioni; infine si fa in mezzo nuovamente la lega, la quale ottiene che tutti si restituiscano a vicenda i prigionieri, e che Brescia, Mantova, Verona, Treviso, Padova, Ferrara, stringano tra loro pace e concordia, accogliendo in alleanza anche i Romano. Senonché anche i confederati lombardi erano naturalmente indotti a favorire gli interessi guelfi ed a combinare pertanto più accordi più sinceri con gli avversari dei Romano. Era il tempo in cui le cose dell'impero sembravano rimettersi bene nell'alta Italia, e la fiducia era rientrata nell'animo dei Ghibellini.
E' per questo motivo che Ezzelino, il quale soltanto per guadagnar tempo non aveva respinto l'intervento dei confederati, allorquando fu intimata una dieta federale a Bologna, ricusò di comparirvi a prestare il giuramento di fedeltà, e si dichiarò con Salinguerra contro la lega.
Fu questo il segno di nuova guerra nella Marca. I Mantovani vanno contro Verona e ne incendiano le borgate; da una parte muovono contro i Romano le milizie di Padova, da un'altra quelle di Vicenza. Ma i Padovani sono sconfitti in battaglia dai Trevigiani guidati da Alberico. Ezzelino già vittorioso dei Mantovani ad Opeano, accorre da Verona, batte i Vicentini, s'impadronisce del castello di San Bonifazio.

Federico, lieto di quei successi e che le vittorie dei Romano tenessero aperto ai suoi vassalli tedeschi il varco d' Italia, aveva preso i suoi aderenti in grande protezione, li incoraggiava con privilegi, minacciava i loro nemici. Non vi era punto della Marca, ove non ci fosse guerra e scompiglio, quando echeggiò il grido di pace del domenicano GIOVANNI di SCHIO. E conosciamo bene il risultato delle predicazioni e dei trionfi del frate di Vicenza: e sappiamo che l'incendio delle contese civili e municipali tornò a divampare subito dopo la pacificazione di Paquara (Lanzani).
(Pace e incendi, che abbiamo accennato sopra prima di iniziare questa breve sintesi, sugli Ezzelino e che ritroveremo ancora in altre pagine, quando cadranno in disgrazia).

GUERRA TRA FEDERICO E LA LEGA LOMBARDA

Da Trento, dov'era giunto nell'estate del 1236, Federico con le milizie germaniche e con quelle che gli aveva condotte Ezzelino, scese a Verona, dove entrò il 16 agosto di quell'anno e di là, ingrossato il suo esercito con le forze fornitegli dai Montecchi, si spinse oltre il Mincio per unirsi alle milizie di Modena, di Cremona, di Pavia, di Reggio, poi invase il territorio di Mantova e quello di Brescia, saccheggiandoli e devastandoli.
Delle città della Lega, Milano mosse il suo esercito, forte di cinquantamila uomini, a protezione della linea dell'Oglio; Padova e Vicenza, approfittando dell'assenza di Ezzelino dalle sue terre e da Verona, inviarono sul territorio di questa città le loro milizie comandate dal marchese d' Este. Imitando la tattica del nemico, Federico II a sua volta marciò velocemente su Vicenza, sprovvista delle sue migliori soldatesche ed, essendosi la città rifiutata di aprirgli le porte, le prese d'assalto. Fiaccamente difesa, Vicenza fu conquistata (1 novembre del 1236) e Italiani e Tedeschi gareggiarono tra loro nel saccheggiarla.Era a questo punto la guerra contro i comuni della Lega, quando giunse dalla Germania la notizia che il duca d'Austria si era ribellato. Non volendo che l'incendio, oltre le Alpi, prendesse proporzioni più vaste, desideroso di spegnerlo, Federico partì per la Germania, lasciando in Italia un corpo di Tedeschi e di Pugliesi ed affidando ad Ezzelino l'incarico di continuare le operazioni contro i Comuni.

L'improvvisa partenza di Federico diede animo ai Guelfi. Il conte di S. Bonifazio, alleato con i Mantovani, assalì e massacrò il presidio cremonese del borgo di Marcaria; i Padovani diedero il governo ad un consiglio di sedici tra i più illustri cittadini, presieduto dal podestà GHISLIERI e consegnarono il gonfalone del comune al marchese AZZO D'ESTE, cui affidarono pure l'incarico di difendere la Marca. Ma la maggior parte dei sedici parteggiavano segretamente per l'imperatore e, mentre l'Estense si trovava fuori Padova, il podestà si accorse che i suoi consiglieri avevano iniziato in segreto trattative con i nemici.

Convocati, chiese a loro il giuramento di fedeltà, che fu prestato nelle mani dello storico ROLANDINO, cancelliere del comune; avendo però il Ghislieri comandato di recarsi a Venezia per ricevere dal Doge i nuovi ordini, uno solo ubbidì mentre tutti gli altri, riparati nelle proprie fortezze, si ribellarono alla parte guelfa.
La defezione dei nobili più influenti sgomentò il popolo (anche se non era la prima volta) il quale, allo scopo di provvedere alle sorti delle città, riunitosi in assemblea, nominò un nuovo podestà nella persona di MARINO dei BADOERI, veneziano. Ma la sostituzione del Ghislieri non fu di alcuna utilità alla città, né le giovò la resistenza che, nel febbraio del 1237, il nuovo podestà oppose alle truppe di Ezzelino. Non pochi erano, nella città, i fautori dell'impero e questi fecero sì che il governo ritornasse nelle mani dei nobili ghibellini che si affrettarono, com'era naturale, a scendere a patti con Ezzelino, offrendogli di consegnargli la città purché fossero rispettati lo statuto e gli antichi diritti del comune nonché le persone e le proprietà dei cittadini e la liberazione dei prigionieri.
Accettati i patti, il 24 febbraio Ezzelino, alla testa delle truppe imperiali, entrò a Padova, baciandone, prima di porvi piede, la porta.

L'atto del vincitore sembrò una promessa di pace, ma non fu proprio per niente una pace.
EZZELINO, resosi padrone di Padova, ricompose il consiglio del comune con persone fedeli ai suoi voleri e indicò come podestà il CONTE di TEATINO, napoletano; mise in città una guarnigione di Tedeschi e di Saraceni dell'esercito imperiale; si fece consegnare ostaggi dalle principali famiglie di parte guelfa, che chiuse nelle sue fortezze o mandò nell'Italia meridionale; confiscò i beni e fece abbattere le case di tutti coloro che per sfuggire al tiranno avevano abbandonata la città, e, infine, fece imprigionare l'abate GIORDANO di S. Benedetto, venerato dal popolo e considerato dai Guelfi quasi loro capo.

Caduta Padova nelle mani di Ezzelino, anche Treviso cadde in suo potere e in brevissimo tempo il signore di Romano si poté dire arbitro di Verona, di Vicenza, di Bassano, di Pavia e di Treviso e costituì una minaccia gravissima per la Lega Lombarda.FEDERICO II intanto aveva ottenuto dei rapidi successi in Germania, il duca d'Austria era stato debellato, e convocata a Spira una dieta nel giugno del 1237, e aveva provveduto (messo in carcere il primogenito) alla successione facendo eleggere il secondogenito CORRADO re dei Romani.

Composte le faccende tedesche, nell'agosto del 1237 l'imperatore ricomparve in Italia. Conduceva con sé duemila nuovi cavalieri germanici, ai quali unì presso Verona diecimila Saraceni fatti venire dalla Puglia, le milizie di Ezzelino e quelle delle città amiche dell'impero. Era un esercito poderoso quello che si preparava a combattere contro la Lega e molti dei nemici dell'imperatore ne furono atterriti. Il conte di SAN BONIFAZIO passò dalla parte di Federico, Mantova fece atto di sottomissione e in compenso ebbe l'amnistia per i suoi cittadini, la conferma di tutte le consuetudini e privilegi e il diritto di eleggere il proprio podestà; Bergamo, in cui erano prevalsi i nobili, seguì l'esempio di Mantova.L'imperatore iniziò le ostilità penetrando nel territorio bresciano, dove espugnò fra altre località il castello di Montechiari. La sua strategia era quella di tagliare innanzitutto le comunicazioni tra Brescia e Milano, e per effettuarlo puntò verso Pontevico dove pose il campo. Il suo piano però fallì per la rapidissima mossa dell'esercito della Lega che, passato l'Oglio, gli sbarrò il passo a Manerbio, occupando una posizione decisamente molto vantaggiosa.
Per quindici giorni i due eserciti rimasero a guardarsi, separati da un fiume paludoso. Era novembre del 1237; l'inverno si avvicinava e rendeva difficili le operazioni di guerra; per giunta l'esercito di Federico essendo così numeroso, cominciava a difettare di vettovaglie. Due scelte poteva fare Federico: o andare nei quartieri d'inverno ad aspettare la primavera o dare battaglia subito.

Ma sia una che l'altra presentava dei gravi inconvenienti. Sospendere le ostilità significava dar tempo agli avversari di rafforzarsi e correre il pericolo di perdere i vantaggi conseguiti; attaccare era lo stesso che andare incontro ad un insuccesso per le ottime posizioni che occupava il nemico. Federico stabilì di dar battaglia in un luogo favorevole al suo esercito e, fatta sparger la voce che andava a Cremona per passarvi l'inverno, abbandonò il campo e passò l'Oglio.

LA BATTAGLIA DI CORTENUOVA

I collegati caddero nell'inganno. Due giorni dopo la partenza dell'imperatore, sicuri che fosse andato a Cremona, lasciarono Manerbio e si misero in cammino per tornare alle loro città; ma la mattina del 27 novembre del 1237, giunti fra Guinzano e Cortenuova, si videro assaliti dalle truppe imperiali che avevano risalito la riva destra dell'Oglio fino a Soncino.

Pur trovandosi in una posizione sfavorevole e in condizioni di evidente inferiorità, costretto ad accettar battaglia, l'esercito della Lega, riordinatosi alla meglio presso Cortenuova, fece fronte agli imperiali.Formavano l'avanguardia dell'esercito di Federico, i Saraceni, i quali furono i primi ad assalire e per quanto il loro assalto fosse violento, i collegati combattendo accanitamente, lo respinsero. Sopraggiunto l'imperatore con il figlio Enzo, con Ezzelino e con il meglio dei suoi cavalieri, fu rinnovato l'assalto contro le milizie dei comuni, ma anche questa volta non cedettero e la battaglia, con grande strage da ambo le parti, durò a lungo e sarebbe durata ancora di più e senz'alcun vantaggio dell'uno e dell'altro esercito se, minacciate di fianco dai Bergamaschi (che erano già passati dalla parte del vincitore), le truppe della Lega non fossero state costrette a ripiegare su Cortenuova.

A proteggere il ripiegamento stava, all'entrata del borgo, di fronte al castello, stretta intorno al carroccio milanese, la "falange dei forti", una compagnia comandata da ARRIGO di MONZA e composta di giovani audaci e risoluti delle principali famiglie di Milano, i quali al pari dei guerrieri della morte che a Legnano avevano sconfitto il Barbarossa, avevano giurato di cadere anziché arrendersi. E i forti, sebbene premuti dall'intero esercito imperiale, si difesero con tale bravura che, sopraggiunta la notte, mantenevano ancora le loro posizioni.

Col calar delle tenebre la battaglia fu sospesa. Federico, che non voleva perdere il frutto del primo vantaggio, deciso a ricominciare il combattimento il giorno dopo, ordinò ai soldati di dormire con le armature addosso; ma i collegati, malgrado le loro prove di valore e la magnifica resistenza della falange dei forti, non erano in condizioni di sostenere una seconda battaglia; perciò il podestà di Milano diede ordine di ritirarsi approfittando della notte.Il terreno era molle, fangoso per le piogge novembrine abbondanti cadute e i carri dei bagagli e il pesante carroccio, non potendo procedere speditamente, avrebbero reso lenta la marcia ed esposto l'esercito in cammino ad un assalto che poteva riuscir disastroso. Fu deciso pertanto di lasciare a Cortenuova carri e carroccio, ma a quest'ultimo, prima di partire, i Milanesi tolsero tutti gli ornamenti, i vessilli, le insegne.
Sul far dell'alba Federico trovò il villaggio deserto e mandò la cavalleria all'inseguimento. Fu nella ritirata che i collegati ebbero le perdite maggiori; raggiunti dal nemico, subirono la sorte di tutti gli eserciti quando stanchi, sfiduciati e disordinati, si ritirano. Il numero dei morti fu grande e non meno grande quello dei prigionieri; fra questi si contarono trecento nobili di Milano, di Alessandria, di Novara e di Vercelli e il podestà stesso di Milano, ch'era PIETRO TIEPOLO, figlio del doge di Venezia.

A diecimila calcola il numero dei morti e dei prigionieri Pietro delle Vigne nella lettera spedita ai principi germanici per annunziare la vittoria imperiale e non ci sembra una cifra esagerata. Sarebbe stata però più grande se i superstiti, sbandati e spietatamente inseguiti dai Bergamaschi, non fossero stati aiutati da PAGANO DELLA TORRE, signore guelfo della Valvassina, il quale li accolse nei suoi territori, li fece ristorare e poi lui stesso li accompagnò a casa, guadagnandosi la gratitudine dei Milanesi; e che fu con questo gesto la prima entrata in scena della grandezza dei TORRIANI. Dopo la giornata di Cortenuova, FEDERICO II andò a collocare i quartieri d'inverno a Cremona. Credeva di aver dato con quella vittoria un colpo decisivo alla Lega Lombarda e volle trionfare alla maniera degli antichi imperatori romani.

Teatrale fu l'ingresso che egli fece nell'amica Cremona, né poteva mancare quello ch'egli considerava il maggior trofeo: il carroccio. Questo fu trascinato da un elefante che reggeva una torre sulla cui sommità sventolava lo stendardo imperiale; mentre sul carroccio, nudo di ornamenti, all'alto dell'antenna, stava legato il podestà, con un laccio al collo; intorno e dietro di lui molti prigionieri, anche loro con il capestro; venivano dopo le milizie che avevano preso parte alla battaglia, i cavalieri italiani e tedeschi dalle armature scintillanti e da ultimo, circondato dai Grandi, Federico a cavallo con la corona in testa. Triste fu la sorte riserbata a PIETRO TIEPOLO: dopo avergli inflitta quest'ignominia nell'ingresso a Cremona, l'imperatore lo mandò in varie prigioni della Puglia e, infine, lo fece morire sul patibolo, attirandosi (era il figlio del Doge) l'odio della Repubblica di Venezia.

Il carroccio milanese, accompagnato da una lettera imperiale, fu spedito a Roma perché fosse di monito al Pontefice, il grande protettore dei guelfi, e attestasse ai Romani la sua potenza. Per decreto del Senato fu collocato nel Campidoglio come, ai tempi -felici della capitale del mondo- era di solito fare con le spoglie dei vinti. Milano però non era stata conquistata. Era tuttavia pronta a giurare fedeltà all'imperatore.
Ma l'imperatore la voleva conquistare e punire, non dimentico di Barbarossa, e come lui ostinato.

I risultati li leggeremo nel prossimo capitolo...

nel periodo dal 1238 al 1250 > > >

Fonti, citazioni, e testi
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
RINALDO PANETTA - I Saraceni in Italia, Ed. Mursia

GREGORIUVUS - Storia di Roma nel Medioevo - 1855

L.A. MURATORI - Annali d'Italia
MAALOUF, Le crociate viste dagli arabi, SEI, Torino 1989
J.LEHMANN, I Crociati,- Edizioni Garzanti, Milano 1996
STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
 
+ VARIE OPERE DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE 
 

PROSEGUI CON I VARI PERIODI