ENRICO BERLINGUER
BIOGRAFIA
IL
COMPROMESSO STORICO
LA "QUESTIONE MORALE"

LA SUA VOCE
"...ci vuole un governo di unita'
nel quale siano presenti anche i comunisti..."


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di Luca Molinari

Enrico Berlinguer nacque a Sassari nel 1922 in una famiglia agiata della media borghesia cittadina (aristocratica ma antifascista) - (cugino di Francesco Cossiga di sei anni più giovane)

L’aria che respirò fin da bambino fu quella dell’antifascismo democratico e liberale del padre Mario, esponente dell’Unione Democratica Nazionale di Giovanni-Amendola, poi del Partito d’Azione e, dopo la Seconda Guerra Mondiale, del Partito Socialista Italiano. 

La cultura democratica ed antifascista portarono il giovane Enrico ad assumere atteggiamenti contestatari nei confronti del sistema ed ad aderire (a 14 anni), in forma segreta e clandestina, al Partito Comunista Italiano di cui diventerà uno dei massimi dirigenti.

Trampolino di lancio di questa futura carriera sarà un incontro con Togliatti procuratogli proprio dal padre Mario.

La carriera di Berlinguer è quella del perfetto funzionario togliattiano; inizia con cariche a livello locale, entra in Parlamento, viene cooptato nel gruppo dirigente del Partito ed infine fa una veloce carriera politica ai vertici di quest’ultimo.

Alla morte di Togliatti sostituì Giorgio Amendola nel ruolo di coordinatore del Partito divenendone, negli anni della segreteria di Luigi Longo, il numero due.

Durante gli ultimi anni della segreteria Longo, quando il vecchio esponente comunista era malato, assumerà la guida effettiva del PCI di cui sarà nominato ufficialmente segretario nel 1972 ed inizierà subito un nuovo corso per la politica comunista pur mantenendo una forte continuità nelle tradizioni e nei comportamenti.

Di togliattiano non ebbe solamente il cursus honorem, ma anche, soprattutto, la formazione in cui furono presenti anche molti elementi di derivazione crociana che fecero di Enrico Berlinguer prima di tutto un attento osservatore delle vicende italiane ed un fine intellettuale.

Partendo dalle considerazioni togliattiane sulla fragilità della democrazia italiana ed analizzando la crisi cilena del 1973, Berlinguer progettò fin dal 1974 l’incontro tra cattolici, laici e comunisti che avrebbe dovuto essere la condizione per l’inizio di un periodo di ripresa e di sviluppo della democrazia italiana basato su di un compromesso di portata storica.

Purtroppo la tragica fine dell’onorevole Moro impedì che ciò avvenisse ed aprì le porte agli anni rampanti del craxismo e della corruzione.

Come Togliatti, Berlinguer affidava ai partiti un ruolo pedagogico e di mediazione politica e sociale. La mediazione doveva essere di carattere alto e nobile in grado di impedire derive reazionarie nelle classi meno mature dal punto di vista politico e culturale.

Il
“Compromesso Storico” avrebbe avuto come principale interlocutore il mondo cattolico e ciò doveva essere inteso come la naturale continuazione del tentativo di rapporto verso tali settori iniziato con il voto a favore dell’articolo 7 della Costituente da parte del PCI nel 1947 e del successivo discorso di Bergamo ai cattolici da parte di Togliatti.

Il dialogo ed il rapporto con i cattolici non era soltanto di carattere strategico, ma aveva anche una comunanza di caratteri di base come è verificato dal rapporto epistolare esistente tra Berlinguer ed il Vescovo di Ivrea, monsignor Bettazzi, ed i discorsi tenuti dallo stesso segretario comunista ad Assisi, alle “Marce della Pace” organizzate da Aldo Capitini.

Inoltre alcuni cattolici furono candidati nelle liste del PCI come indipendenti a partire dal 1976; Adriano Ossicini, Mario Gozzini ed Antonio Tatò furono i principali esponenti di quel tentativo di coniugare le istanze solidaristiche del messaggio evangelico cristiano con la ricerca di una più forte ed equa giustizia sociale della tradizione socialcomunista: era il cosiddetto cattocomunismo tanto odiato da Craxi, prima, e, poi, da Berlusconi.

Questa apertura culturale dei comunisti in politica interna andava di pari passo con una nuova politica estera più slegata da Mosca (in tale ottica va interpretato l’appoggio dato alla “Primavera di Praga” e la condanna del successivo intervento reazionario sovietico, maggiormente aperta a livello di integrazione europea e basata sulla ricerca di rapporti politici non solo con i partiti comunisti europei, che furono, anch’essi, di nuovo modello (l’ Eurocomunismo > > ), ma anche con la socialdemocrazia ed il laburismo europei, in primo luogo con la S.P.D. di Willy Brandt ed il Labour Party di Harold Wilson.

Altro tema cardine della politica berlingueriana fu la “questione morale”, ossia la denuncia della corruzione e dell’inefficienza del sistema democratico dei partiti politici.

Ciò non avvenne in un’ottica qualunquistica e demagogica, ma semplicemente fu il campanello d’allarme, insieme con la richiesta di una maggiore austerità economica, di ciò che sarebbe potuto venire se la politica non si fosse saputa regolare facendo, così, venire meno il legame con il paese reale.

Le parole usate dallo stesso Berlinguer per descrivere ed analizzare il fenomeno sono esaustive e descrivono chiaramente il fenomeno in questione.

Berlinguer, nel corso di una ormai famosa intervista ad Eugenio Scalfari, ebbe a dire, nel 1981, quanto segue:
“I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le Università, la RAI TV , alcuni grandi giornali…..Bisogna agire affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un’avversione verso il movimento democratico dei partiti”.

L’invito non fu accolto dalla classe politica dominante che, anzi, preferì parlare di moralismo usando toni a dir poco squallidi.

Anche il tema del risanamento economico, da intendersi anche come la ricerca di un nuovo modello di sviluppo compatibile non fu capita, ma anzi fu, addirittura, avversata: solo uomini come Ugo La Malfa, Paolo Baffi e Bruno Visentini ascoltarono, capirono e compresero il messaggio di Enrico Berlinnguer.

Esso era, in sostanza, un disperato appello per la salvezza e la difesa delle nostre istituzioni repubblicane e del nostro vivere comune, in poche parole della idea stessa di democrazia.

Se avessero ascoltato Berlinguer ci si sarebbero risparmiato i “folli anni ‘80” e la successiva fase caratterizzata da “Tangentopoli”.

Altro tema in cui Berlinguer fu precursore fu quello del decentramento politico, amministrativo e fiscale nel quadro di una maggiore responsabilizzazione dei centri di spesa locale.

Al convegno fiorentino del novembre 1982 organizzato dalla Confindustria sul tema “Lo Stato e i soldi dei cittadini” ebbe a dire: “E’ poi indispensabile che i Comuni – i quali peraltro sono l’unico settore dello Stato le cui spese sono rimaste al di sotto del tetto d’inflazione programmato – possano disporre di una autonoma capacità impositiva, secondo una linea generale che tenda a responsabilizzare sempre di più tutti i centri di spesa”.

La figura di Berlinguer è stata negli ultimi tempi oggetto di dibattiti e di convegni. Per tutti deve rimanere il ricordo di un uomo che ebbe indiscussi esempi di lungimiranza politica, che seppe arrivare prima a capire fenomeni e questioni che altri intuirono troppo tardi o che non capirono mai.

Come ha scritto Sandro Curzi. “Invece aveva ragione, non suggeriva alcun cilicio agli italiani e alla società moderna, e nemmeno voleva che qualcuno si spogliasse dei propri beni. Invitava piuttosto a riflettere sulla limitatezza complessiva delle risorse, a trovare una misura nel consumo: misura morale prima ancora che economica”.

Berlinguer morì nel 1984 ed ai suoi funerali parteciparono volontariamente e spontaneamente oltre un milione di cittadini che volevano esprimere il proprio affetto per un grande politico, anzi meglio, per un grande uomo che Indro Montanelli aveva definito “un uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre alle prese con una coscienza esigente, solitario, di abitudini spontanee, più turbato che alettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede” di cui ci resta un programma sociale, politico, economico, etico e morale non scritto basilare per il futuro democratico e di progresso del nostro Paese.
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Luca Molinari
Per "Cronologia"

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in anticipo di anni:
"LA QUESTIONE MORALE"

14 GENNAIO 1977 - Se ad alcuni sembrò un grosso errore quello dell'autunno del '73 nel momento in cui BERLINGUER adottò il compromesso storico quale politica del proprio partito (con molti dissenzienti all'interno), l'intervento al Teatro Eliseo di Roma in questo 14 gennaio tolse ogni dubbio.

Il leader del maggior partito dell'opposizione proponendo nel suo discorso al Paese una politica di "austerity" e invitando ad appoggiare la lotta agli sprechi e a porre un freno al consumismo individuale esasperato,  sorprese un po' tutti. Alcuni pensarono al plagio, altri che era sotto ipnosi DC, e se da una parte ha sconcertato tutti i comunisti italiani e non ha incontrato il favore della classe operaia, dei lavoratori e di molti militanti del partito, dall'altra fa diventare ancora più arroganti i suoi nemici-alleati, che ora si possono permettere il lusso di avere l'interlocutore delle masse a loro disposizione, a completo servizio per far mandare giù i peggiori rospi a una  buona metà dell'elettorato italiano della sinistra.

ANDREOTTI con il suo governo non sfiduciato da Berlinguer, meglio di Moro - benchè sua l'idea iniziale di questo strano connubio ("comunisti sì, ma sempre fuori dal governo")   sfoggiando  molto qualunquismo con quell'ironia che l'ha reso famoso, si potrà permettere di rimanere - fra una crisi e l'altra - sulla  poltrona per tre anni tenendo fuori dalla porta il maggior rappresentante della classe operaia.
E pur molto abile e acuto nella politica estera (non meno di Fanfani) Andreotti è e rimarrà nei successivi anni sempre del tutto inadatto a qualsiasi forte azione di governo senza prima aver concordato con atteggiamenti prelateschi alcuni  provvedimenti molto spesso impopolari, con i comunisti prima, e con i socialisti dopo. "Accordi spesso poi violati" (lo scrive Berlinguer).

Un sistema quello di Andreotti basato sull’immobilità e sull’eternità del potere e su un molto italico, ma poco edificante "tirare a campare" che è una sua citazione, come lo è quell'altra più giustificante "io non sarò un granchè, ma in giro non vedo dei giganti"".

Non potrebbe fare diversamente. La Casa Bianca  costantemente in allarme con i progetti di Moro, continua ad affermare che l'ingresso dei comunisti al governo avrebbe intaccato le relazioni tra Washington e Roma, e ANDREOTTI non ha la stessa forza e la stessa dignità nazionalista di MITTERAND che dopo aver affermato che non avrebbe mai escluso dal governo la classe operaia del paese e un partito come il PCF, l'ha detto e l'ha anche fatto facendo entrare quattro comunisti nel gabinetto di Mautoy; e di fronte allo stesso veto americano ha risposto "La politica della Francia   appartiene alla Francia e resterà alla Francia!" Altra classe!

Andreotti fa invece nell'ombra dei corridoi i suoi giochi, le sue intese, i suoi patti, i più incredibili accordi, diventa  forte solo lì dentro; il segretario dei comunisti lo utilizza e poi lo scarica, come dirà Berlinguer nella stessa intervista che leggeremo sotto "poi ci fu un'inversione di tendenza e gli accordi con noi non furono più rispettati ma furono violati.  Credevamo che la Dc potesse davvero rinnovarsi e modificarsi, cambiare  metodi e politica, decidersi a porsi all'altezza dei problemi veri del paese. Non ho difficoltà a dire che abbiamo sbagliato".

BERLINGUER cade tuttavia nella trappola, è un igenuo. Al suo partito non verrà dato un solo sottosegretario, né ora né mai. Eppure a Roma in questo 14 gennaio, lui chiede agli italiani sacrifici, invita all' "austerita", parla di "nuovi modi di governare", cita "nuovi modelli di sviluppo", come se lui veramente contasse qualcosa nella "stanza dei bottoni", mentre  tutti quelli che ascoltano sono ben coscienti che tutte queste cose non le potrà certo fare con Andreotti, né tantomeno con la DC se lui - il capo di un partito di alcuni milioni di elettori che hanno mandato dei deputati alla Camera - continuerà a far uscire nei corridoi i suoi parlamentari per far passare i paradossali governi, detti della "non sfiducia".

Si ricrederà, e riconoscerà di aver sbagliato solo quando passati i  tre anni,  con una piega amara sulla bocca e nella voce, con un velo di rimpianto, rilascerà un intervista a Eugenio Scalfari il 28 luglio del 1981. Che vale la pena di anticipare per capire l'ambiente economico-politico che sta nascendo ora e sta cristallizzandosi non solo dentro la Dc ma anche radicalizzandosi dentro un altro partito, il PSI che CRAXI sta già pensando di far crescere molto in fretta passando all'alleanza con la destra democristiana - quella del "preambolo" - per accrescere il potere del suo partito nella spartizione e nella lottizzazione dello Stato.

"LA QUESTIONE MORALE" 
(Berlinguer nella famosa intervista a Scalfari)

BERLINGUER: "I partiti non fanno più politica! La si faceva nel '45, nel '48 e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, scontri di idee ma illuminate da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c'era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c'era lo sforzo di capire la realtà del Paese e di interpretarla. Oggi non è più così: i partiti hanno degenerato....I fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchina di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società, della gente; idee, ideali, programmi pochi o vaghi; sentimenti e passione civile, zero.
Gestiscono interessi, i più disparati, i più contradditori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun apporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si é ormai conformata su questo modello, non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l'iniziativa: sono piuttosto federazioni di correnti, di camarille, ciascuna con un "boss" e dei "sotto-boss". La carta geopolitica è fatta di nomi e di luoghi. I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal Governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la RaiTv, alcuni grandi giornali.
Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se é utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi."


SCALFARI: "Da far accapponare la pelle questa realtà; anche se é un quadro  in gran parte realistico. Ma come mai gli italiani sopportano e preferiscono questo stato di cose degradato all'ipotesi di vedere il PCI insediato al governo? Perchè non siete voi alla guida del paese?". 

BERLINGUER:  "Molti italiani si accorgono benissimo del mercinomio che si fa dello Stato, delle sopraffazioni, dei favoritismi, delle discriminazioni. Ma gran parte di loro é sotto ricatto. Hanno ricevuto vantaggi (ottenuti attraverso i canali dei partiti e delle loro correnti) o sperano di riceverne, o temono di non riceverne più.  Una prova? Confronti il voto dei referendum e quello delle elezioni politiche e amministrative. Nel primo non comporta favori, non coinvolge i rapporti clientelari, non mette in gioco interessi privati. E' un voto libero  e fornisce l'immagine di un paese liberissimo e moderno. Nel secondo il quadro cambia, anche a distanza di poche settimane. Guardi in Sicilia al referendum per l'aborto quasi il 70% ha votato a favore, eppure poche settimane dopo il 42 % ha votato DC".
"Sta di fatto che noi, per i nostri errori, nel '77 vedemmo indebolirsi il nostro rapporto con le masse nel corso dell'esperienza delle larghe maggioranze di solidarietà. Nel '79 rischiammo persino una sconfitta che poteva metterci in ginocchio. Durante i governi di unità nazionale noi avevamo perso il rapporto diretto e continuo con le masse. Ce ne siamo resi conto. Posso assicurare che un'esperienza del genere noi non la ripeteremo mai più".


Purtroppo disse queste cose nel 1981.
Non aveva ancora visto il 2000 !!

ECONOMIA e SOCIETA' - Sul fronte delle attività legislative, inizia così un triennio miserevole. La comprensione per quella "solidarietà nazionale", quell''utopistica idea berlingueriana non trova nessun riscontro nella nazione, anzi fa emergere fra i cittadini l'individualismo più sfrenato. Provvedimenti, leggi, misure, sono (con tanta demagogia) tutte orientate  all'austerità,  tutte partorite sempre con difficili trattative tra le parti (reciprocamente diffidenti - spesso violando accordi), fra l'altro condotte queste trattative  solo in particolari momenti di emergenza, e spesso sempre in ritardo rispetto alle intuitive scelte che invece la collettività ha già fatto.

Del resto con l'inflazione che sta correndo al 20 percento annuo, più nessuno crede a qualsiasi tipo di  provvedimento o a qualche  riforma improvvisata che possa sanare la situazione a breve termine. E neppure si vedono in giro uomini capaci di invertire certe tendenze. Il contenimento della spesa pubblica è ormai sfuggita di mano ai politici e alle istituzioni. Gli interessi iniziano a gravare sul bilancio e a portarsi via tutte quelle entrate racimolate in fretta e furia con altre tasse e altri aumenti o risparmiate con i provvedimenti d'austerità;  come la disincentivazione della scala mobile, il blocco delle liquidazioni, le riduzioni delle festività pagate ecc. (concordate con Berlinguer e con il sindacato di sinistra)

Inoltre le Regioni quest'anno raddoppieranno la loro dotazione finanziaria sottraendola agli investimenti produttivi.  Inizia  insomma tra i cittadini di ogni categoria, la legge della jungla, e  sta cominciando "una guerra" in cui ognuno ha preso i suoi personali provvedimenti  per combatterla. Scavando le proprie trincee: chi acquistando case e beni rifugio e chi  aprendo un'attività improvvisandosi venditore, artigiano, commerciante. Il lavoro "nero" e la vendita "in nero" attecchisce e allarga il suo regno con la complicità degli imprenditori.. Perfino dentro alcune aziende pubbliche: via gli anodini e i timorosi impiegati, e spazio a quelli che avevano la disinvoltura nell'operare, e  la determinatezza nell'agire. (Chi scrive, dopo dieci anni in una grande multinazionale tedesca, diventa manager di un'azienda pubblica cui occorreva "questa determinatezza
", anche se i veri dirigenti non si esponevano mai, stavano nell'ombra, abulici. Io che ero reduce di 10 anni come ispettore per tutto il territorio nazionale, avevo le idee chiare e il necessario dinamismo commerciale, e del resto per questo mi avevano chiamato. Ma poi trovai dentro gli anodini, i leccapiedi dei politici, i compromessi più strani, e le strategie commerciali tutte in funzione politica. Dovevo accontentare certi fornitori _ anche se non c'era nessuna convenienza) e non altri, solo perchè erano protetti dai politici locali e nazionali.
Mi dicevano: "Apprezziamo la sua strategia commerciale, validissima, ma noi dobbiamo tenere presente le nostre realtà territoriali, è su queste che noi dobbiamo lavorare"
Mi veniva da piangere, fino al punto di licenziarmi, e mettere finalmente una mia azienda. La prima in Italia a vendere e a far conoscere i computer. 1980).

Tutto quanto sopra, nell'anarchia assoluta, e spesso senza  osservare leggi, concessioni, autorizzazioni, norme, e infischiandosi dei controlli fiscali e sanitari (utili solo per far chiudere i concorrenti che non stanno al gioco).
Il clientelismo dei "padrini" della politica locale conosce in questo triennio i  migliori anni. Con il prossimo poi toccherà il vertice, quando il controllo delle Unità Sanitarie passerà ai comuni, che, pur non avendo una lira in cassa, possono però ricorrere allegramente alle banche con il credito garantito dallo Stato (e qui il debito pubblico inizia a scavare le grandi voragini nei conti pubblici che erediteranno poi i figli e nipoti ben oltre il 2000).

Anarchia: ma come affermava Prezzolini nel suo Codice della vita italiana " Tutto il male dell'Italia viene dall'anarchia. Ma anche tutto il bene". Infatti, se la "barca" Italia seguita a navigare in questi anni bui della politica, il merito va agli italiani, all'individualismo dei singoli cittadini, e non alla classe politica abulica avvinghiata agli incarichi e sempre più spesso distaccata dalle responsabilità nazionali,  solo  attenta al "feudo" del proprio seggio elettorale, dove maggior tempo e impegno sono spesi  nei convegni di corrente, nel presiedere assemblee, organizzare incontri, fare gli organigramma dei dirigenti di una miriade di enti, giunte, amministrazioni locali.

Arturo Carlo Jemolo in una sua analisi (Anni di prova, 1969) lo aveva previsto: "Spappolamento della statualità", "Fine della sovranità interna", "Marcia a ritroso di uno stato moderno". Cioè la fine (tanto auspicata dagli idealisti) dello Stato centralizzato ma non la fine (tanto temuta da un manipolo di potenti) del potere centralizzato" (che in certi casi viene comodo e vi ricorre).  Buone le riforme sulle Regioni, ma demagogiche e formali. Sostanzialmente al lato pratico di fatto i poteri sono rimasti   e sono condizionati e gestiti dal "governo" centrale, politicamente, finanziariamente e amministrativamente.
Perfino la Corte costituzionale è intervenuta limitando le autonomie regionali (nessuna meraviglia - i costituzionalisti hanno l'imprinting del ventennio).

I vari rappresentanti locali (spesso opachi funzionari ex trombati, ex portaborse)  per ottenere qualcosa sono sempre costretti con il cappello in mano a recarsi nella capitale, più precisamente all'Ufficio regionale della Presidenza del consiglio, luogo dove, dopo il primo governo Andreotti, c'é una grossa novità: d'ora in avanti è nominato capo gabinetto del Presidente del Consiglio il ragioniere generale dello Stato. Questo significa che il premier non solo ha la supervisione di tutta la spesa pubblica ma anche di  come sono ripartiti e dove vanno a finire i soldi.
Significa una forte concentrazione di potere in un solo uomo, che diventa il monarca assoluto, esautorando o svuotando di potere tutti gli altri uomini dei vari dicasteri.

Ed ecco quindi a Roma  nascere quella (per loto vitale - altro che "patto sociale") necessità tra maggioranza e opposizione di promuovere "incontri", redigere mozioni, fare"compromessi" per  poter dirottare ognuno nella propria regione, fette di risorse, finanziamenti, denari pubblici, e crearsi i propri faccendieri locali che li gestiscono  con l'ormai collaudato sistema clientelare (che Berlinguer ha confermato sopra - purtroppo dimenticandosi di dire - però- che in alcune regioni "rosse" il "sistema" non era poi molto diverso).

A Roma, per non intralciarsi reciprocamente (mentre in alcune regioni e città con maggioranze esigue o con singolari "inciuci", esistono certi ostacoli), i maggiori rappresentanti dei partiti e delle correnti decidono loro come fare le giunte. E se in alcune province, comuni e regioni  le giunte che si insediano sono delle vere e proprie eresie ideologiche (gli "inciuci"), in altre, questi connubi ipocriti e opportunistici non lo sono affatto, anzi sono fonte di benessere per molti: per il territorio, per la popolazione e per i tanti faccendieri in ascesa che vanno a insediarsi in una miriade di enti locali e a creare   quell'autogoverno selvaggio chiamato del "doppio stato" o "democrazia consociativa" nel quale fino a quando fa comodo, i funzionari che vi operano, sono immuni da controlli  in certi determinati territori che sono personali "riserve di caccia" come se fosse un loro "feudo"..

Può accadere che un  manager onesto (apolitico) dentro  un azienda pubblica scopra  una contabilità in nero e alcuni intrallazzi ai vertici. Nel denunciarla al partito d'opposizione (unica garanzia - lui crede - che possa fare esplodere lo scandalo e correre ai ripari) è indubbiamente convinto di trovare appoggi per una denuncia pubblica. Invece non accade nulla. La sua denuncia, la sua circostanziata documentazione, pur ritenuta preziosa per una destituzione, è messa nel cassetto, in attesa di tirarla fuori in future contrattazioni sulle varie poltrone come arma di ricatto.
Questa é la "democrazia consociativa"! E il fatto appena esposto non è una favola ma un'esperienza vissuta dall'autore che scrive. Una delle tante che accadevano in Italia proprio in questo triennio di buia politica consociativa; del "compromesso". "Io non parlerò dei tuoi loschi affari, ma in cambio voglio quella "poltrona" in quell'ente, in quell'assessorato, in quella banca, in quell'azienda pubblica".

Era insomma nata quell'Italia che nei prossimi anni farà poi piangere
i nostri figli, i nostri nipoti e i nostri pronipoti.

Bibliografia
Sergio Lepri - 50 Anni attraverso le notizie e i documenti dell'Ansa
Storia d'Italia, Dall'Unità a oggi, Einaudi
Storia d'Italia, cronologia 1815-1990, De Agostini
Quotidiani: CorSera, Repubblica, La Stampa.
Settimanali: Espresso.

VEDI ANCHE IN FONDO PAGINA DEL DRAMMA DI MORO
ANALISI: Moro-Berlinguer, LA FINE DELLE IDENTITA' DIVISE > >

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