ALDO MORO
MORI' COME UN MARTIRE
(ASCOLTANDO QUESTI TRE INTERVENTI DI ALDO MORO
SI POSSONO CAPIRE MOLTE COSE)

(richiede) RealAudio® o RealPlayer®)


ALDO MORO "...io temo l'emergenza!"




MORO Presidente
DC - Una carica che conta nulla!



Moro all'opposizione

( ha firmato la sua condanna !!!! )

 

più avanti:

"Pronto? qui Brigate Rosse"


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ALDO MORO
1916: nasce il 23 settembre a Maglie, in provincia di Lecce.
1934: consegue la maturità classica al Liceo "Archita" di Taranto.
1938: si laurea in Giurisprudenza presso l'Università di Bari discutendo una tesi su "La capacità giuridica penale". La tesi, ripresa ed approfondita, costituirà la sua prima pubblicazione scientifica e lo avvierà alla carriera universitaria.
1939: viene pubblicata la sua tesi di laurea e diventa Presidente della
FUCI (Federazione Universitaria Cattolica).
1941: ottiene l'incarico di Filosofia del diritto e di Politica coloniale presso l'Università di Bari.
1942: pubblica "La subiettivazione della norma penale" e ottiene la libera docenza in Diritto Penale.
1943: fonda a Bari, con altri amici "La Rassegna" che uscirà fino al 1945.

LA FAMIGLIA E LA POLITICA
1945: è un anno importante sul piano personale e professionale. Sposa Eleonora Chiavarelli, con la
quale avrà quattro figli, diventa Presidente del Movimento Laureati dell'Azione Cattolica, è direttore della rivista "Studium" di cui sarà assiduo collaboratore, impegnandosi a sensibilizzare i giovani laureati all'impegno politico. Pubblica "Il Diritto".
1946: viene eletto all'Assemblea Costituente. Fa parte della Commissione dei "75" incaricata di
redigere il testo costituzionale ed è relatore per la parte riguardante "i diritti dell'uomo e del
cittadino"
. E' anche vicepresidente del gruppo Dc all'Assemblea.
1947: si consolida l'impegno universitario. Pubblica "Appunti sull'esperienza giuridica: lo Stato e
l'Antigiuridicità penale"
. Diventa professore straordinario di Diritto Penale all'Università di Bari.

DEPUTATO
1948: nelle elezioni del 18 aprile viene eletto deputato al Parlamento nella circoscrizione
Bari-Foggia. Viene nominato sottosegretario agli Esteri nel quinto Gabinetto De Gasperi.
1951: pubblica "Unità e pluralità di reati" e diventa Professore ordinario di Diritto Penale
all'Università di Bari.
1953: viene rieletto al Parlamento e diventa Presidente del gruppo parlamentare Dc alla Camera dei
Deputati.
1954: parallelamente alla attività politica, intensificatasi negli ultimi tempi, prosegue con impegno e
dedizione gli studi giuridici. Pubblica, infatti, "Osservazioni sulla natura giuridica della execptio
veritatis".

MINISTRO
1955: diventa ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo Segni.
1956: Nel corso del VI Congresso nazionale della Dc che si svolse a Trento, consolidò la sua
posizione all'interno del Partito. Fu infatti tra i primi eletti nel Consiglio nazionale del Partito.
1957: diventa ministro della Pubblica Istruzione nel governo ZOLI. Si deve a lui l'introduzione
dell'educazione civica nelle scuole.
1958: rieletto alla Camera dei Deputati, è ancora ministro della Pubblica Istruzione nel secondo
Governo Fanfani.

1959: VII Congresso della Dc che si svolge a Firenze. Gli viene affidata la Segreteria del Partito,
incarico riconfermatogli anche dal successivo Congresso che si svolse a Napoli nel 1962 e che
manterrà fino al gennaio del 1964.

CAPO DEL GOVERNO
1963: rieletto alla Camera, è chiamato a costituire il primo governo organico di centro-sinistra,
rimanendo continuamente in carica come Presidente del Consiglio fino al giugno del 1968, alla guida di tre successivi ministeri di coalizione con il Partito socialista. Nel 1963 ottiene anche il
trasferimento alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Roma, in qualità di titolare della
cattedra di Istituzioni di Diritto e Procedura penale.
1968: viene rieletto alla Camera, ma le elezioni puniscono i partiti della coalizione e determinano la
crisi del centro-sinistra. La sua posizione nel Partito appare, in questi anni, un po' decentrata. Dal
1970 al 1974, assume, anche se con qualche intervallo, l'incarico di ministro degli Esteri ( dal 1970
al giugno 1972 nel II e III ministero RUMOR; dal luglio 1973 al maggio 1974 nel IV e V ministero
Rumor).
1974: ottobre, ritorna alla presidenza del Consiglio formando il suo IV ministero che dura sino al
gennaio 1976 ( governo bicolore con il PRI).
1976: presiede il suo quinto ministero che ha però vita breve: febbraio 1976- aprile 1976. 
E' un
governo monocolore democristiano. 

Nel luglio del 1976 viene eletto 
Presidente del Consiglio nazionale della Dc. (vedi l'amaro discorso)


LA FINE
1978: il 16 marzo ALDO MORO viene rapito dalle Brigate Rosse e gli uomini della sua scorta
barbaramente assassinati. E' un attacco al cuore dello Stato e alle istituzioni democratiche che Moro degnamente rappresentava. 
Viene rapito mentre si stava recando in Parlamento per partecipare al dibattito sulla fiducia del nuovo governo ANDREOTTI costituito con l'appoggio e l'ingresso del PCI nella maggioranza programmatica e parlamentare, da Moro ampiamente favorito. Il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia, lo statista veniva ucciso dalle Brigate Rosse. Il suo corpo viene rinvenuto nel bagagliaio di un'auto in via Caetani, emblematicamente a metà strada tra Piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure.

ALDO MORO
UN MARTIRE
DELLA DEMOCRAZIA

di Luca Molinari

Aldo Moro nacque a Maglie, in Puglia, nel 1916 e meglio di chiunque altro seppe condurre la propria attività politica all’insegna della moderazione, del dialogo e della ricerca del compromesso e dell’accordo tra le diverse parti politiche.

Fin dai tempi dell’Assemblea Costituente Moro applicò il dialogo e la ricerca di convergenza tra le parti in causa nella sua opera politica.

Alla Costituente rappresentò la Democrazia Cristiana di cui era stato eletto deputato e si fece promotore delle istanze più solidali del gruppo vicino alle posizioni di Giorgio La Pira e di GIUSEPPE DOSSETTI; era il “personalismo cattolico” per cui il ruolo e la funzione dello Stato erano da vedere nel rispetto della persona umana: lo Stato era in funzione dell’uomo e del cittadino e non viceversa.
 
L’opera del giovane Aldo Moro fu di straordinaria utilità per l’evoluzione e la buona riuscita dell’Assemblea Costituente.

Fin dalla fine degli anni ’40 Moro ricoprì importanti cariche pubbliche politiche e di governo: fu sottosegretario, ministro ed infine segretario generale organizzativo dello “scudo crociato” dopo la disfatta fanfaniana nel secondo decennio degli anni ’50.

Dalla segreteria di Piazza del Gesù, Moro iniziò a tessere una sottile ragnatela di peculiari rapporti politici il cui compito principale era il contribuire, pur mantenendo inalterato il ruolo fondamentale della DC, allo sviluppo della democrazia italiana.

Moro, uomo di potere e di governo, capiva i limiti ed i disagi del sistema politico e sociale della Repubblica italiana, della salvezza e dello sviluppo dell’Italia repubblicana era sicuro a patto che esso avvenisse all’insegna del dialogo tra tutte le forze politiche democratiche e tutte le parti sociali ed economiche legittimate alla partecipazione a tale processo di convergenza democratica.

L’elemento cardine e lo spirito della politica morotea consistevano nel progressivo e lento “allargamento delle basi della democrazia” italiana coinvolgendo e legittimando tutte le forze politiche democratiche e figlie della Resistenza componenti “l’arco costituzionale”.

Ciò doveva avvenire senza colpire o minare la centralità democristiana, che nell’ottica di Moro era vista come elemento base per la salvezza del sistema; la DC era “condannata a governare” per il bene del nostro Paese e della nostra Democrazia.

In nome di tale interesse supremo Moro cadde come un martire, martire della civiltà e delle proprie idee, alle quali fu fedele fino alla fine proprio come altri due famosi Martiri, questi però della fede, a cui sembra giusto affiancare lo statista pugliese: San Thomas Bechet e San Tommaso Moro (mai nessuna omonimia fu più appropriata!).

La politica morotea diede i suoi primi frutti all’inizio degli anni ’60 quando l’allora segretario democristiano si fece portavoce, dopo l’esperienza tambroniana del 1959, della “apertura a sinistra”, ossia del coinvolgimento dei socialisti del PSI di Pietro Nenni, che dopo i fatti d’Ungheria del 1956 si erano allontanati dai comunisti rompendo l’unità d’azione con il PCI ed imboccando la strada dell’autonomismo, prima, con i governi presieduti da Fanfani, nell’area della maggioranza di governo, poi, con i governi presieduti dallo stesso Moro, l’ingresso di ministri socialisti nell’esecutivo.

Moro diede al suo centro-sinistra un’impronta più moderata nel campo economico e sociale rispetto all’esperienza fanfaniana, ma fu all’avanguardia per quanto riguarda gli equilibri politici.

Il centro-sinistra subì un duro colpo dal tentativo di colpo di stato del generale Giovanni De Lorenzo (Piano Solo) che pose fine alla fase propulsiva di tale formula politica di governo.

Tappe fondamentali dell’incontro tra democristiani e socialisti furono i congressi dei due partiti, rispettivamente a Firenze ed a Napoli ed al teatro La Fenice di Venezia, l’incontro tra Nenni e Moro al residence della Camilluccia ed infine la convenzione degli economisti della sinistra democristiana di Pasquale Saraceno a San Pellegrino.

L’incontro tra Nenni e Moro doveva riprendere il filo interrotto di un dialogo mai nato tra don Sturzo e Turati, unica possibilità, nel 1922, di sbarrare il passo alle camicie nere di Benito Mussolini.

Finita la spinta propulsiva del governo con i socialisti vi fu la bufera del 1968 con la contestazione studentesca e l’autunno caldo del 1969 con le lotte operaie.

Aldo Moro fu uno dei pochi politici a capire la portata storica di quegli eventi che, forse, egli stesso aveva contribuito a provocare, avendo addormentato, dopo il 1964, il centro-sinistra convincendo i socialisti a rinviare le riforme strutturali del sistema, riforme che tanto stavano a cuore a Riccardo Lombardi ed ad Antonio Giolitti, “a data da destinarsi”.

In risposta a tale ondata impetuosa di richieste di innovazione del sistema e della vita italiana, il moderatissimo Aldo Moro formulò una nuova teoria politica: il progressivo incontro con il Partito Comunista allora guidato da Enrico Berlinguer.

Ciò doveva avvenire in tre differenti e successive fasi: astensione di tutti i partiti dell’arco costituzionale, quindi compresi anche i comunisti, su di un governo monocolore democristiano; successivo voto favorevole dei sopracitati partiti nei confronti del medesimo governo ed infine la partecipazione diretta di esponenti di tutti i partiti dell’arco costituzionale ad un nuovo ed innovativo governo.

Le prime due fasi (astensione e voto favorevole) di tale programma politico si realizzarono realmente e Moro le diresse in qualità di Presidente della DC, la terza fase, invece, non si ebbe mai: per impedirla menti e braccia crudeli la soffocarono nel sangue dello stesso Moro, che la avrebbe dovuta guidare dal Quirinale, essendo il candidato naturale dei partiti democratici alla successione del Presidente della Repubblica, che proprio nel 1978 vedeva scadere il proprio mandato, Giovanni Leone nell’oneroso ed onorato compito di ricoprire la Somma Magistratura dello Stato.

Ancora oggi nella vita politica italiana c’è il ricordo di quella immane tragedia; mai la vita pubblica repubblicana fu così duramente scossa: aleggia tuttora il fantasma di via Fani.

In una calda primavera di vent’anni fa si consumò l’evento più tragico della storia della Repubblica italiana: un gruppo di terroristi composto da brigatisti rossi, dopo averne trucidato la scorta, rapì Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, e, dopo più di un mese di prigionia, lo uccise causando una ferita nel tessuto democratico del Paese che non è stata più sanata.

Non è intenzione delle seguenti pagine analizzare la vicenda Moro dal punto di vista giudiziario e non si vuole nemmeno formulare giudizi morali sul comportamento dei differenti attori della vicenda.

Le righe che seguiranno hanno come obiettivo una breve e sintetica analisi storica-politica degli eventi precedenti all’omicidio del leader DC e delle conseguenze che tale atto ebbe nella vita del Paese.

Le elezioni del 1976 avevano visto l’affermazione del PCI di Enrico Berlinguer che era giunto a sfiorare il sorpasso sullo storico avversario, la DC in quel momento guidata dal moroteo Benigno Zaccagnini: furono le elezioni dei due vincitori.

I comunisti si facevano portavoce di richieste di rinnovamento della politica nazionale e furono i primi ad affrontare la denuncia della “questione morale”, ossia della disinvoltura con cui molti politici agivano.

All’inizio degli anni ’70, a seguito del colpo di stato reazionario effettuato in Cile dal generale Pinochet, Berlinguer si era fatto promotore di un accordo di sistema tra le grandi culture politiche di massa: comunisti, cattolici e socialisti; il
“compromesso storico" Vedi BERLINGUER >>.

I principali interlocutori del leader comunista furono Moro ed il leader repubblicano Ugo La Malfa, entrambi sostenitori di un forte rinnovamento del sistema politico italiano.

Il “compromesso storico” doveva servire alla legittimazione del PCI potendo rendere possibile un’alternanza ed una alternativa anche nella vita politica italiana.

Si prospettava una soluzione di tipo tedesco: negli anni ’60 in Germania(RFT) vi era stata una “grande coalizione” tra democristiani e socialdemocratici la cui conclusione fu una serie di governi a guida socialdemocratica.

I governi Andreotti (DC) che si formarono dopo le elezioni del 1976 ebbero, in un primo momento l’astensione di tutti i partiti dell’arco costituzionale (DC, PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI) che successivamente, tranne i liberali che si espressero contro, tramutarono tale voto in voto favorevole.
A tale esperimento si opposero numerose forze, sia palesi, sia occulte, tanto a livello nazionale quanto a livello internazionale.

La morte di Moro comportò la fine dell’esperienza della solidarietà nazionale e si assistette alla trasformazione dello scenario politico italiano.

Il ruolo riformatore dei comunisti italiani venne di molto ridimensionato(il PCI venne rimandato all’opposizione) e si affacciò nel panorama politico italiano l’on. Bettino Craxi il cui ruolo di “ago della bilancia” fruttò per tutti gli anni ’80 una notevole rendita di posizione.

Durante i cinquantacinque giorni del sequestro ci fu il dibattito e lo scontro tra la linea della fermezza e la linea favorevole alla trattativa: fu giusto non trattare, fare altrimenti sarebbe stato come legittimare, rinforzandole, le Brigate Rosse; ciò che è da condannare furono i ritardi e le omissioni che avrebbero potuto portare alla salvezza del Presidente democristiano.

Ancora oggi attorno al caso Moro esistono numerosi ed irrisolti misteri.

Non si sa neppure e non sembra, quindi, giusto esprimersi al riguardo nulla di preciso a riguardo della veridicità delle lettere inviate da Moro durante la prigionia.

Probabilmente ha ragione Alessandro Natta, anche se ciò può apparire di un grado di cinismo molto elevato, quando dice che la grande sfortuna di Moro, la cui sorte era ormai stata decisa al momento del rapimento, fu quella di non essere rimasto ucciso in via Fani, seguendo, così, il truce e tragico destino del maresciallo Oreste Leonardi e degli altri agenti della scorta.

Chi scrive, anche per ragioni anagrafiche, non può essere iscritto tra i nostalgici del compromesso storico ed è ben conscio dell’impossibilità e della difficoltà di avanzare ipotesi storiche postume, ma è altrettanto convinto che se la sorte dello statista DC, non avesse il dialogo tra i cattolici ed i social-comunisti, all’Italia ed agli italiani si sarebbero risparmiati i rampanti anni ’80, gli anni del craxismo imperante, della “governabilità craxiana” e del “successo senza moralismi”, alla fine dei quali gli Italiani si sono trovati pieni di debiti e con forti lacerazioni nel rapporto fiduciario tra cittadini ed istituzioni.

Sarebbe ora di poter trovare la verità conclusiva del caso Moro, appurando la verità e trovando tutti i responsabili di tale efferato atto di barbarie.

Aldo Moro e le altre vittime hanno il diritto di poter riposare in pace e gli italiani di conoscere la verità: lo sviluppo democratico dell’Italia non può avvenire mantenendo tali scheletri negli armadi.

Di Aldo Moro resta, come lo definì Papa Paolo VI, il ricordo di “un uomo mite e buono”, il cui pensiero politico è ora più che mai attuale ed utile all’Italia democratica e repubblicana.


Luca Molinari

 

IL DRAMMA

Prima una sintesi dell'intero anno, poi passeremo ai drammatici singoli mesi 

Il 1978 ! Inizia un anno tenebroso, un anno di tante tragedie  e di tanti  lutti che il terrorismo porta dentro molte famiglie. Fra queste sciagure: la tragedia di ALDO MORO. Inizia in un modo drammatico il 16 marzo, e si conclude con l'uccisione dello statista il 9 maggio; una data storica tristissima e atroce per ogni democratico, che sente e sa di aver perso non solo Moro (ce ne può importare poco o tanto) ma un punto di riferimento essenziale nel procedere nel faticoso cammino della democrazia italiana. A tutti, indistintamente questa democrazia nel pomeriggio di questo fatidico giorno è apparsa meno vera e anche meno civile.

Le sorprese non mancarono nei mesi successivi. A giugno dopo l'uscita di  un libro di una coraggiosa giornalista, CAMILLA CEDERNA,  venne alla luce lo scandalo "del palazzo", scatenando  una tremenda campagna stampa contro  l'inquilino del Quirinale, cioè contro la massima carica dello Stato. Impietose accuse, escono dal libro La carriera di un Presidente e distruggono veramente la carriera del Presidente LEONE che è "costretto" a dimettersi a pochi mesi dalla fine del suo mandato.

E' anche l'anno il 1978, in cui sulla cattedra di San Pietro, al soglio pontificio,  nell'arco di pochi mesi salgono tre Papi. Muore in agosto PAOLO VI. E' eletto GIOVANNI PAOLO I, Papa LUCIANI, che muore dopo soli trentatré giorni, a Settembre. In ottobre viene eletto GIOVANNI PAOLO II, il Papa "venuto dal freddo". E'  KAROL WOJTYLA, il primo papa polacco nella storia della Chiesa  e il primo papa straniero dopo 455 anni (dal 1523). Un uomo di "chiesa in trincea", e proprio per questo va a  rivoluzionare i rapporti chiesa-fedeli. Pur essendo un anticonformista il suo carisma  in breve tempo é così grande che non rimane confinato in un territorio limitato, ma per la prima volta il termine della Chiesa cristiana, "ecumenismo" rispecchia il suo significato etimologico, "che riguarda tutta la terra abitata, tutti i popoli.".

Nell'anno del "dopo Moro" e del "dopo LEONE",  al Quirinale, in luglio, sale  un socialista. E' SANDRO PERTINI. Con un lungo passato di oppositore al fascismo. Dopo molti anni di carcere e di confino, lo ritroviamo nell'ultimo anno della guerra mondiale a capo dei comitati della Liberazione dell'Alta Italia. Eletto quest'anno Presidente, conquisterà anche lui  "l'affetto" degli italiani con quella sua immagine di nonno burbero ma affettuoso, spartano ma non troppo; giulivo come un ragazzino ai  mondiali di calcio, ma severo e con estemporanee bacchettate ai politici, spesso con tanta retorica e demagogia. (Patetico quando non volle ricevere i parlamentari il cui nome risultava iscritto nelle liste P2, e che sapeva benissimo che erano fra quelli che lo avevano eletto.  Uno che era a capo di una commissione parlamentare non riuscì a varcare il portone del Quirinale. Ma restò comunque pervicacemente al suo posto, coperto e difeso dal suo partito. Del resto -scrisse Scalfari il 18 giugno su Repubblica- se certi partiti isolassero le mele marce, resterebbero quasi senza dirigenti"

Ma non dimentichiamo che Pertini ha 82 anni; ed è stato messo a fare il Presidente proprio per questo. Fare un ambiguo maquillage alla politica. Un MORO avrebbe sconvolto la politica. Un FANFANI l'avrebbe stravolta. PERTINI l'ha imbalsamata quel tanto che serviva agli uni e agli altri che per il loro gretto operato si giustificavano nel dire che avevano all'interno dei loro partiti le mele marce; ma spesso lo dicevano con lo scopo di isolare le mele sane.

ECONOMIA 1978 -  Le previsioni all'inizio dell'anno erano quelle di una netta ripresa per l'economia mondiale e per quella italiana. Questa c'era veramente stata nel corso dell'anno, ma molto blanda. In Italia la si chiamò "ripresina". Deludente ma sufficiente per stabilizzare la crisi. L'inflazione non ha avuto altre impennate, e la tendenza registrata a fine anno (il precedente '77 ha chiuso con un 18,11%) dovrebbe farla scendere nel '79, secondo le ottimistiche previsioni a un 13%. (sarà invece del 17,71% e il successivo 1980 del 21,14%. Altro che "ottimistiche").
E' scattato il "Piano Pandolfi" che mette sotto controllo la spesa pubblica.   Di trentamila miliardi  (15% del GNP) é il deficit del bilancio dello stato.
A fine anno, l'abile  Andreotti, controcorrente e quasi mettendo in crisi la maggioranza è riuscito a far entrare l'Italia nello SME, nel Sistema Monetario Europeo.
Come ci sia riuscito non è un mistero. Davanti ai tedeschi si calò le braghe sulla "fuga" di Kappler. Poi andò in Tv recitando la parte del finto tonto.

La novità più importante, per il momento solo apparente (ma che è l'inizio in sordina di un grande mutamento, formale e sostanziale nell'economia privata italiana, compresi i grandi gruppi) é il cambiamento di rotta che le unità produttive adottano dopo che GUIDO CARLI (passato dall'altra parte della barricata - da uomo di potere del governo a uomo della Confindustria) ha lanciato le sue romanzine ai politici dal pulpito dell'Assemblea degli industriali.  E' una dura requisitoria contro lo Stato assistenziale. Ed è' il rilancio del liberismo davanti a otto ministri che lo ascoltavano, che Carli con la sua filippica, ha letteralmente "schiaffeggiato". (Ma poi lo ritroveremo più avanti, accanto a loro, al governo, e farà nuovamente quello che faceva prima, o meglio quello che ora stanno facendo gli altri presi a "schiaffi").

ED ECCOCI AI TRAGICI FATTI


I 55 GIORNI DEL SEQUESTRO MORO

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Il sequestro del presidente della Dc avvenne il 16 marzo 1978,
giorno in cui il Parlamento si accingeva a votare un governo costituito anche dal Pci

LE BRIGATE ROSSE UCCIDONO MORO.
MA A CHI E' SERVITO QUESTO OMICIDIO?

di MARCO UNIA

Nel corso di due recenti interviste l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e il senatore a vita Giulio Andreotti hanno dichiarato che la linea della fermezza tenuta dallo Stato in occasione del sequestro Moro stava per essere abbandonata, ma l'assassinio del presidente della Democrazia Cristiana fu eseguito pochi giorni prima del realizzarsi di tale svolta politica. I due uomini politici, che nel marzo 1978 detenevano la carica di ministro degli Interni e di Presidente del Consiglio, sostengono infatti che lo Stato era ormai pronto a trattare con i sequestratori, sia pagando un riscatto economico sia abbandonando quella linea di intransigenza che aveva caratterizzato le precedenti trattative con le Brigate Rosse. Tali dichiarazioni, pur rimanendo nel campo delle congetture - trattando cioè non di quanto avvenne ma di quanto sarebbe potuto accadere- inducono una nuova riflessione sul sequestro dello statista democristiano e sulla lotta politica che si produsse all'interno dei partiti politici tra i fautori della trattativa con i brigatisti e la maggioranza degli intransigenti, che rifiutavano ogni dialogo con i terroristi.

Ma per poter ricostruire queste vicende è necessario in primo luogo ripercorrere con precisione tutte le tappe del sequestro, capire la psicologia dei personaggi coinvolti e la vastità della partita che si stava giocando, perché solo in questo modo sarà possibile giudicare se e come Moro poteva essere salvato e se davvero i partiti erano nelle condizioni e nella disposizione a trattare con i terroristi.

Aldo Moro viene sequestrato il 16 marzo 1978 verso le nove, mentre si sta recando alla Camera dei Deputati, che quel giorno è riunita per votare il nuovo governo di solidarietà nazionale, presieduto da Andreotti e del quale avrebbero fatto parte per la prima volta dalla nascita della Repubblica anche esponenti del PCI. In quella tragica mattina Moro viaggia a bordo di una Fiat 130 in compagnia dell'appuntato Domenico Ricci e del maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi ed è seguito da una macchina di scorta, sulla quale si trovano il brigadiere Francesco Izzi e gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera: tutto procede come ogni giorno, come sanno i terroristi, che conoscono le abitudini del presidente della DC.

Le Brigate Rosse hanno preparato per mesi l'operazione, hanno scelto Moro anche perché la sua scorta è meno numerosa di quella di Andreotti e di Fanfani (rispettivamente Presidente del Consiglio e Presidente del Senato), e hanno condotto diversi sopraluoghi nella capitale per scegliere il luogo dove effettuare il sequestro. Quando la macchina di Moro spunta in Via Fani, all'incrocio con via Stresa, ci sono nove brigatisti a tendergli l'agguato, 5 effettivi e altri quattro di copertura. Mario Moretti guida una 128 bianca che supera a tutta velocità la scorta e l'auto di Moro e inchioda davanti a quest'ultima, costringendo l'autista del presidente della Democrazia Cristiana a frenare e a fermarsi, dopodiché quattro brigatisti che indossano la divisa da pilota dell'Alitalia e che sono nascosti sul marciapiede escono allo scoperto e aprono il fuoco.

*Gli uomini della scorta e l'autista vengono uccisi senza avere praticamente il tempo di reagire, poi Moretti carica su un'altra macchina Moro e assieme ai compagni si dirige verso Piazza della Madonna del Cenacolo, dove lo statista è trasbordato su un furgone che lo porta fino nel parcheggio sotterraneo della Standa in via Colli Portuensi. A questo punto Moro viene messo in una cassa, caricato su un altro furgone e portato in via Montalcino, nell'appartamento-prigione che i brigatisti hanno preso in affitto qualche mese prima.

A questo punto sorge una prima domanda: perché le Br hanno sequestrato Moro e perché proprio colui che stava maggiormente adoperandosi per inserire il PCI nell'area di governo? Comprendere le motivazioni della scelta è compito difficile e ciò non dipende da una carenza di testimoni ma dalle diverse interpretazioni fornite da ciascuno di loro. Per Valerio Morucci, brigatista della colonna romana, il sequestro Moro è anzitutto una dimostrazione di forza, perché le Br "dovendo proporsi come forza egemone alla massa caotica del Movimento, dovevano puntare tutto su un operazione militare monstre". Lauro Azzolini dice invece che "Moro era il punto finale di molte cose nostre".

*"Per cominciare l'odio verso la DC nel movimento comunista, particolarmente duro per noi reggiani. Secondo: volevamo una azione capace di dimostrare al proletariato che la rivoluzione era a portata di mano. Terzo: attraverso Moro volevamo capire la struttura del potere. Quarto: volevamo il riconoscimento dei prigionieri politici." In mezzo a questi distinguo - tra i quali occorre anche citare la posizione di Mario Moretti, per il quale Moro era l'obbiettivo "perché era sua, almeno da vent'anni, la suprema gestione del potere in Italia, perché era il demiurgo del potere borghese"- tutti concordano sul fatto che la scelta del 16 marzo sia stata casuale e non simbolica. Quel giorno si doveva infatti varare il primo governo di solidarietà nazionale, ma i brigatisti dicono che per loro non era possibile prevedere esattamente il giorno in cui la Camera si sarebbe riunita e che fu solo una coincidenza la scelta di tale data. Ciò non significa che colpendo Moro le Br non volessero anche colpire il progetto politico del presidente della DC e di Berlinguer, perché quell'accordo tra i due principali partiti italiani sembrava a loro "l'accettazione da parte comunista di una politica subalterna."

*Ma motivazioni dei terroristi a parte, come reagì il Paese, i cittadini e le istituzioni a questo "attacco al cuore dello Stato"? Gli stessi politici, che come abbiamo visto si trovavano riuniti in seduta per la votazione, furono fortemente scossi dall'avvenimento tanto da decidere la sospensione per due ore delle dichiarazioni di voto, mentre nel frattempo Berlinguer incontrava a Palazzo Chigi Andreotti. Dopo la consultazione i politici decisero di proseguire nelle votazioni, anche perché era necessario non lasciare l'Italia senza guida in una situazione così delicata: dopo un brevissimo dibattito Giulio Andreotti fu eletto presidente del nuovo governo.

La maggioranza della società civile reagiva protestando contro il sequestro anche se forte era l'angoscia e lo smarrimento per quanto sta accadendo, gli operai parteciparono in massa allo sciopero proclamato dai sindacati, ma ci furono anche gruppi che accolsero con favore la notizia. Come ricorda Giorgio Bocca "a Milano per esempio, in alcune sezioni di fronte all'Unidal, fabbrica occupata, a Novate, al Giambellino, i compagni si radunano e stappano bottiglie di vino per festeggiare: il volantinaggio diventa facile, si passa dalle seicento copie normali per Milano, alle quattromila."

Molti giovani appartenenti al Movimento si avvicinano alle Brigate rosse, affascinati dalla loro efficienza militare e desiderosi di avventura più che animati da motivazioni politiche. In una posizione di neutralità, che è riassunta nel motto "né con le Br né con lo Stato" si schierano poi settori consistenti della borghesia laica, ostili alla DC ma non disponibili ad una svolta in senso rivoluzionario.

*Nei giorni successivi iniziarono a delinearsi con più precisione i contorni di una vicenda politica che per 54 giorni, fino al 9 maggio giorno dell'uccisione di Moro, fu al centro della vita del Paese e le cui conseguenze sarebbero durate a lungo , ben oltre la morte dello statista. Il 17 marzo le Br rivendicano il rapimento con una telefonata a "Il Messaggero" di Roma e con un comunicato in cui affermano che Moro, capo della DC, è lo strumento di una strategia imperialistica internazionale e che per questo verrà giudicato da un "tribunale del popolo". Le Brigate rosse ribadiscono la loro convinzione che in Italia sia operante il cosiddetto SIM, lo stato imperialista delle multinazionali e che questo abbia come suo referente il partito democristiano. Valerio Morucci, criticando i suoi compagni dell'epoca dice infatti: " Il progetto [del sequestro] nella sua rarefatta astrazione era perfetto. Partendo dalla premessa falsa ma dogmatica che esiste il SIM, tutto ne deriva: Moro è il perno insostituibile del progetto imperialistico, la DC non può fare a meno di lui, gli altri partiti non possono fare a meno della DC, dunque la partita è vinta in partenza, lo Stato sarà costretto a trattare, il prezzo sarà altissimo".

Lo Stato italiano tenta di reagire a quello che si configura come il più grave attacco mosso dalla nascita della Repubblica alle sue istituzioni. Il Ministro dell'Interno Cossiga costituisce un gabinetto di crisi di cui fanno parti anche i dirigenti del Sisde e del Sismi, la cui attività investigativa sarà poi molto discussa una volta che il sequestro si sarà tragicamente compiuto. Le indagini della polizia procedono nel vuoto, vengono arrestate persone che si rivelano completamente estranee ai fatti e talvolta l'attività degli agenti appare persecutoria.

*I partiti reagiscono al sequestro accentuando le misure di repressione, vengono immediatamente votate provvedimenti straordinari che ampliano i poteri di perquisizione, allungano il periodo di fermo, prevedono pene più severe per i sequestri. Queste norme creano profondo disagio negli ambienti garantisti, tra i giuristi, i sindacalisti e gli intellettuali riformisti, che fanno fatica ad accettare l'idea che per difendere la Repubblica si debba rinunciare ad alcune regole fondamentali della democrazia. Ai primi di aprile viene chiesto anche il silenzio stampa e vengono arrestate decine di persone solo con l'accusa generica di associazione sovversiva e molti avvertono il pericolo di una società che va militarizzandosi.

*Intanto il 25 e il 29 marzo le Br inviamo altri due comunicati, in cui chiamano all'insurrezione "l'avanguardia comunista del proletariato" e attaccano oltre alla DC anche il PCI. Dopo pochi giorni, siamo al quattro aprile, giunge un nuovo comunicato, accompagnato questa volta da una lettera autografa di Moro indirizzata a Cossiga in cui spiega d'essere prigioniero politico dei brigatisti e di essere sottoposto ad interrogatori in quanto presidente della Democrazia Cristiana.

I comunicati delle Brigate Rosse contro il PCI sono anche la conseguenza dell'atteggiamento di fermezza assunto dal partito comunista nei confronti dei rapitori e della partecipazione al governo Andreotti. Il PCI condanna duramente i brigatisti, ne prende le distanze, così come fa la CGL, propone le misure speciali per la sicurezza ed è pienamente solidale con la DC nel rifiutare ogni trattativa. Se quest'atteggiamento di intransigenza legalitaria è un dato di fatto inequivocabile, restano tuttavia ancora incerte le vere motivazioni che spinsero il partito comunista ad assumere questa posizioni così nette. Il sequestro Moro arriva in un momento in cui il partito sta cercando di passare dall'opposizione alla collaborazione di governo e di proporsi come partito riformista e vuole quindi prendere le distanze da un movimento rivoluzionario che ha le sue radici nella cultura comunista.

*Il PCI vuole e deve dimostrare di non essere il terreno ideologico di coltura per i brigatisti e così fa anche Luciano Lama, capo della CGL, che volutamente contrappone i partigiani - la cui eredità rivendica al PCI - alle Brigate Rosse. La strada della distinzione netta e totale comporta però delle difficoltà notevoli e degli estremismi ideologici, come ricorda Rossana Rossanda, del gruppo del Manifesto: "Anche il PCI era in difficoltà, sfidato o a capire l'origine popolare delle Brigate rosse, cosa che in piena ricerca di legittimità a governare non voleva fare, o ad appiattirsi nella difesa dello Stato che fino a ieri aveva più d'ogni altro denunciato."

Berlinguer e la dirigenza decidono di percorre fino in fondo quest'ultima strada, nonostante le numerose incertezze manifestate dalla base, o forse proprio per questo: con questo atto di forza le Br mettono in difficoltà il partito anche nelle fabbriche, perché le frange operaie estremiste possono ora contrapporsi al sindacato con maggior forza.

La difesa incondizionata dello Stato è però una strada tortuosa, per un partito che per anni aveva denunciato il suo malfunzionamento, e che ora dalle pagine dell'Unità "loda la polizia, i carabinieri, gli enti pubblici, la magistratura, la scuola. Tutto e tutti nel campo borghese devono essere capiti, giustificati, aiutati, nel nome della comune battaglia rigorista. Un silenzio totale cade sui contrasti tra i partiti e i leader dello stesso partito".

*Ma il sequestro Moro è un problema soprattutto della DC, anzi come lo definisce lo stesso Moro nella lettera indirizzata al segretario Zaccagnini, è un "tremendo caso di coscienza" per il partito, chiamato a decidere sulla sorte di uno dei suoi più autorevoli esponenti. Moro infatti, sin dal momento del suo sequestro non si rassegna alla prigionia e alla morte e anzi inizia lui per primo le trattative diplomatiche per riuscire ad arrivare ad una scarcerazione.

Il presidente della DC non si rassegna al destino di martire a cui paiono averlo destinato i suoi compagni di partito e di governo, che hanno deciso di non trattare con i brigatisti per arrivare alla sua liberazione. La DC si schiera compatta con Andreotti, che persegue nella politica di fermezza e le divisioni sono mascherate per la necessità di presentare un immagine di compattezza. Diverse sono le giustificazioni che inducono a non prendere in considerazione un dialogo con i brigatisti, anche se per tutti il principale problema è quello di non riconoscere dignità politica alle Brigate Rosse: il messaggio che deve essere dato al Paese è che le Brigate rosse sono un gruppo di assassini e non un movimento politico antagonista. Moro però non accetta quella che considera un ingiusta condanna a morte pronunciata nei suoi confronti e nelle successive lettere del 10 e del 20 aprile chiede al suo partito di trattare per la liberazione, perché in Italia "è in corso una autentica guerriglia" e perché è legittimo effettuare uno scambio di prigionieri che permetta di salvare delle vite umane.

La lettera a Zaccagnini, che è anche un suo caro amico, ha dei passaggi che lasciano pieni di doloroso stupore:
" […] Con profonda amarezza e stupore ho visto in pochi minuti, senza nessuna seria valutazione umana e politica, assumere un atteggiamento di rigida chiusura. L' ho visto assumere dai dirigenti, senza che risulti dove e come un tema così tremendo come questo sia stato discusso. Voci di dissenso, inevitabili in un partito democratico come il nostro, non sono artificiosamente emerse. La mia stessa disgraziata famiglia è stata in un certo modo soffocata, senza che potesse disperatamente gridare il suo dolore e il suo bisogno di me. Possibile che siate tutti d'accordo nel volere la mia morte per una presunta ragione di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi? Altro che soluzione di tutti i problemi. Se questo crimine fosse perpetrato. Si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. […] Io lo dico chiaro: per parte mia non assolverò e non giustificherò nessuno. Attendo tutto il partito a una prova di serietà e di umanità".

L'attesa dello statista e dell'uomo che disperatamente invoca gli amici per salvarsi è vana. Alle Brigate Rosse potrebbe essere offerto uno scambio di prigionieri politici ma nessuno rompe il fronte dell'intransigenza. Le parole di Moro feriscono, ma molti, anche tra i suoi amici, sono convinti che il presidente della DC non si trovi nella piena facoltà fisica e mentale, che l'autore delle lettere non sia il vero Moro. I giorni passano e la situazione resta bloccata, le indagini non avanzano, il fronte dell'intransigenza resiste, i brigatisti non riescono a riscuotere un consenso popolare per la loro azione.

Il 15 aprile le Br comunicano che il processo a Moro è concluso e che il prigioniero è condannato a morte. Il 18 aprile tutto sembra finito, il settimo comunicato delle Br rende nota l'avvenuta esecuzione del presidente della DC, il cui cadavere è stato gettato nel laghetto della Duchessa. Le forze dell'ordine scandagliano per giorni il lago e i mass-media danno grande rilievo alla notizia, ma poi si scopre che il messaggio è un falso e che è scritto su una macchina da scrivere diversa da quella usata dai brigatisti come segno di riconoscimento.
Le stesse brigate rosse diffondono il 20 un altro comunicato, definendo l'altro un "falso" prodotto dallo Stato e allegano una fotografia del prigioniero con in mano il quotidiano "La Repubblica" del giorno 19.

La diffusione del falso comunicato costituisce uno degli episodi oscuri della vicenda Moro, la cui responsabilità è stata attribuita a Tony Chicciarelli, falsario d'arte legato alla malavita, poi ucciso nel 1984 a Roma.
La vicinanza di Chicchiarelli ai servizi segreti italiani ha alimentato le ipotesi di un complotto di Stato, di una trama condotta da apparati deviati e finalizzata ad intralciare le indagini per la liberazione di Moro. Tuttavia non esistono al momento attuale certezze sulle motivazioni del depistaggio e anche i sequestratori dell'epoca non hanno spiegazioni certe da offrire. Anche Moretti si limita a fare delle ipotesi: "Sono state date parecchie interpretazioni di quel falso comunicato. Secondo alcuni erano i servizi segreti che per conto di Andreotti volevano far sapere a Moro: ti consideriamo già un cadavere. Oppure la P2 che voleva depistare gli indagatori, prolungare il sequestro e con esso la destabilizzazione. Io credo poco a questa tesi del permissivismo poliziesco premeditato, di un rallentamento delle indagini fatto ad arte. Eravamo in piena guerra, ci ammazzavamo a vicenda, si andava a una guerra senza prigionieri. Che permissivismo?"

Accanto a questo mistero si aggiunge sempre il 18 aprile 1978 la scoperta di una base delle Br in via Gradoli a Roma. In questo caso il mistero è determinato dalla segnalazione pervenuta nei giorni precedenti alla signora Moro del nome di Gradoli come possibile luogo di detenzione del marito.
Il nome era circolato durante una seduta spiritica tenuta a Bologna e la signora Moro aveva informato Cossiga, che aveva fatto fare ricerche infruttuose a Gradoli, comune nel Lazio. Due sono le domande che ancora attendono risposta per questo episodio: chi aveva fatto il nome di Gradoli durante la seduta e perché Cossiga non fece cercare a Roma presso via Gradoli?

La scoperta del covo disabitato delle Brigate Rosse non modificò comunque la situazione e non vi riuscì neppure il Papa Paolo VI, che il 22 aprile indirizzò ai sequestratori un messaggio pubblico chiedendo che liberassero Moro senza condizioni. Pio VI si rivolgeva con umanità ai terroristi, ma nelle sue parole non c'era alcuna proposta di dialogo con le Br: non c'era quella proposta di scambio di prigionieri politici che forse avrebbe potuto interessare i sequestratori. La decisione di non proporre scambi o altro genere di aperture era stata presa dal Papa o imposta dallo Stato italiano? Le ipotesi, ancora una volta, divergono: per alcuni Pio VI avrebbe voluto trattare e ne venne impedito, per altri come Cossiga nessuno interferì con le decisioni del Vaticano.

E i sequestratori come ricordano quell'appello? Ecco il commento di Moretti alle parole del Papa:
"Ad alcuni parve un riconoscimento, l'appello in apparenza era comprensivo, sostanzialmente però intransigente. Era stato Moro a prendere l'iniziativa, aveva scritto lui la lettera al Papa ricordandogli l'antica amicizia, dichiarandosi suo discepolo non solo in religione ma anche in politica, pregandolo di intervenire per sgelare il rigorismo del livido Andreotti, come lui lo chiamava. E il papa nel suo stile paludato rispondeva all'appello con una condanna: 'Liberate l'onorevole Moro semplicemente, senza condizioni'. Fu la sola volta che sentimmo per Moro una sorta di comprensione. Era infuriato, avvilito, si sentiva giocato, sacrificato e proprio da coloro su cui contava".

Ma fino a che punto si può credere a Moretti, sino a che punto la storia dell'uomo assassinato può essere ricostruita tramite le parole dell'assassino? Moro era davvero infuriato con il Papa? E poi, i terroristi avevano davvero intenzione di salvare Moro, questa possibilità era parte del sequestro o è solo il frutto di una ricostruzione fatta a posteriori dai terroristi per fornirsi un alibi e per accusare la classe dirigente dell'epoca di non aver agito per salvare il presidente della DC? Il 24 aprile infatti i brigatisti propongono uno scambio ma le condizioni poste, la liberazione di tredici prigionieri, sono palesemente inaccettabili.

Con queste richieste impossibili da realizzare, le Br dimostrano di non credere più nella possibilità di risolvere con una mediazione politica la vicenda Moro: sanno infatti benissimo che lo Stato non potrà mai accettare di liberare un numero così elevato di detenuti.
Il 27 aprile il PSI di Craxi prova a rompere il fronte del rigore, promovendo un progetto che preveda la liberazione di alcuni detenuti per motivi di salute. I dirigenti del PSI incaricano il giurista Vassalli di studiare le modalità con cui realizzare "un atto unilaterale di clemenza", che comprenda anche l'alleggerimento del regime carcerario. Ma le trattative non vanno avanti, non si trovano i contatti con i brigatisti e soprattutto la proposta non viene formalizzata in Parlamento.

Il 29 Moro scrive ancora a Zaccagnini chiedendo di non essere condannato a morte e il 30 è la famiglia dello statista democristiano a fare un appello perché si tratti la liberazione dell'ostaggio. Lo Stato è però sordo alle richieste, sostiene che non si può trattare per Moro perché altrimenti bisognerebbe poi trattare in tutte le altre occasioni simili.

( LEGGI PIU AVANTI DAL 1* MAGGIO IN POI )

Il 5 maggio arriva così l'ultimo comunicato delle Br in cui si dice che si sta eseguendo la sentenza di condanna a morte di Moro. Ma qualcuno dei sequestratori telefona ancora alla moglie nello stesso giorno per dire che basterebbe un piccolo spiraglio di trattativa per salvare il presidente della Democrazia Cristiana. Ma, come abbiamo visto, la famiglia Moro è impotente e nessuno l'ascolta.
Passano quattro giorni senza che nulla accada e il 9 maggio le Br decidono di uccidere Moro.

Azzolini spiega così la decisione: "La ragione per cui decidemmo di chiudere fu militare: avevamo la sensazione che la polizia fosse vicina alla prigione di Moro. C'era un visibile aumento dei controlli proprio nel quartiere dove stava la prigione e c'era le legge sul controllo degli alloggi."

La mattina del 9 maggio Moro viene ucciso nel garage di via Montalcini con undici colpi di arma da fuoco da Mario Moretti, in presenza degli altri tre carcerieri.
Nella stessa mattinata del nove una telefonata avverte il professor Tritto, amico del presidente della DC, che il cadavere di Moro si trova in via Caetani.


Pronto?..qui Brigate Rosse

Richiede plug-in

Ed è li, all'interno del bagagliaio di una Renault rossa che viene ritrovato il suo cadavere.

Anche per l'ultimo atto del loro assassinio i brigatisti hanno scelto un luogo altamente simbolico: via Caetani è infatti a metà strada tra Piazza del Gesù, dove si trova la sede della Democrazia Cristiana e via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista Italiano.
Il significato simbolico per le Br voleva essere questo: "Moro è scomparso dalla scena politica ma il suo cadavere in quel luogo significa che il fronte rivoluzionario dice no ad un accordo tra la DC e il PCI".
E con quel gesto le Br mettevano fine alla vita di un politico di grande levatura, ad un uomo che aveva dimostrato anche in carcere tutta la sua umanità e instradavano il loro destino su una via di brutale violenza da cui loro stessi sarebbero stati sconfitti.


MARCO UNIA

BIBLIOGRAFIA
Noi Terroristi, di Giorgio Bocca, Milano, 1985
L'affaire Moro, di Leonardo Sciascia, Palermo, 1978
Sequestro e uccisione di Aldo Moro, di Rossana Rossanda, Roma-Bari 1997

INFINE

UN PERSONALE RICORDO

Comunicato N.1 delle BR.

"Giovedi' 16 marzo un nucleo armato delle Brigate Rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo ALDO MORO, presidente della Democrazia Cristiana.
La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata.""

Di famigerato non avevano nulla!! ORESTE LEONARDI è stato istruttore oltre che amico, di chi sta scrivendo queste note,
alla Scuola Sabotatori del Centro Militare di Paracadutismo di Viterbo.
Un uomo eccezionale, di una gentilezza straordinaria.
Un uomo così, quando si ha la fortuna di incontrarlo lo si vorrebbe avere amico per tutta la vita.
Moro lo aveva capito, e se l'era scelto bene.
Nella mia vita io non avevo mai pianto,
ma il 16 marzo ho pianto con tanta rabbia contro una simile ingiustizia.
"Ciao Oreste!" ( ti ricordo QUI > > > > > >
(in memoria)


Capo scorta ORESTE LEONARDI
RAFFAELE JOZZINO - FRANCESCO ZIZZI -
GIULIO RIVERA - DOMENICO RICCI

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DOBBIAMO RITORNARE AL 1° MAGGIO
( UN LUNGO RETROSCENA E UN DOPO SCENA )

1 MAGGIO - Appello della famiglia MORO ai dirigenti DC. E' un accusa d'immobilismo ai sedicenti   "amici";  un invito a non considerare pazzo il loro congiunto, ma ad assumersi responsabilità,  convocando il Consiglio nazionale della DC come ha indicato lui, l'uomo che ne è ancora il suo Presidente; scrivendo "non serve negare la dura realtà, occorre invece affrontarla con lucido coraggio".

3 MAGGIO - La vicenda Moro passa dai partiti al governo, e dal governo al Parlamento. La direzione della DC, infatti,  ha deciso di lavarsene le mani del "caso Moro" e d'investire  il governo. Una mossa che annulla così il successo tattico ottenuto due sere prima da CRAXI alla sede della DC, quando una piccola ma autorevole parte democristiana sembrava  impegnata a dare un giudizio positivo sulle proposte indicate dai socialisti. Troviamo, infatti, FANFANI - l'unico della vecchia guardia - a difendere il suo storico "nemico" e a schierarsi con i socialisti per la rottura  del fronte della fermezza pur di salvare Moro, anche a costo di spaccare (ed è prevedibile che questo accada)  il suo partito, la DC (Vedi giorno 8).

ANDREOTTI ora svincolatosi da Piazza del Gesù, a nome quindi del governo che presiede,   in Parlamento, ai giornali e direttamente in Tv,  ribadisce un secco NO a qualsiasi trattativa.
CRAXI per la vita di Moro aveva chiesto alla DC; "ma almeno liberatene uno di brigatista, che non ha reati gravi di sangue, magari uno malato". Ma la DC non cede. NO! e poi NO!
Nell' "occhiello" sopra di Repubblica MIRIAM MAFAI racconta questa "notte drammatica"  alla sede della DC, che  però i democristiani   negano essere stata tale. " L'attacco di Craxi é stato molto duro, "spietato", "allucinante", diretto personalmente a Zaccagnini, il duro".

5 MAGGIO - Giunge alla stampa il Comunicato N.9. "Moro è stato condannato a morte. Concludiamo la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza". - Altre convulse trattative. Polemiche tra PSI e il PCI e gli altri partiti che insistono sulla necessità della fermezza. Il comportamento del PCI - secondo alcuni - fu negativo, secondo altri  "nell'aver scelto  Berlinguer questa linea  contribuì a salvare l'Italia dallo sfacelo sia pure a prezzo della vita di Moro (Montanelli). Ma forse la ragione principale era che se il PCI si schierava dalla parte dei brigatisti  si sarebbe detto che c'era connessione tra loro e l'area dei combattenti. Ed era l'ultima cosa che voleva fare Berlinguer dopo aver preso da tempo le distanze dai "figli ribelli". Il suo appoggio al NO non fu  una scelta volontaria ma una necessità. (forse anche "imposta" dai dirigenti sovietici che da tempo non gradivano che si stringessero rapporti con organizzazioni della lotta armata in Italia. E mentre circolavano in Italia voci secondo cui alcune basi delle BR erano ubicata in Cecoslovacchia, nello stesso tempo circolavano voci che c'erano forti pressioni dei sovietici sul PCI a non sollevare questa questione.

6-7 MAGGIO - Due giorni di stallo. L'attesa é plumbea. Ma quel gerundio (eseguendo) lascia però aperta la speranza. Chi si è attivato nel cercare una soluzione non demorde. Spiragli di ottimismo ci sono. Nelle stesse BR la linea dura è cambiata. CURCIO ha trovato con GUISO (suo avvocato,  che così inizia a fare la spola Torino- Roma per il PSI) la soluzione per far uscire fuori dal vicolo cieco le due parti: "basta che liberano un uomo solo, facendo intervenire magari la Caritas per salvare la faccia. Se non lo fanno vuol dire che Moro lo vogliono morto".

8 MAGGIO - Tarda serata, notte fonda. Viene deciso in poche ore il destino di Moro. FANFANI incontra a Palazzo Giustiniani i socialisti che hanno in mano la soluzione "Curcio-Guiso"  Nell'estremo tentativo di salvare la vita al collega, Fanfani ha deciso e si appresta a parlare e a leggere il mattino dopo, giorno 9 maggio, alla riunione della Direzione della DC, una dichiarazione con un riconoscimento delle BR come "formazione politica", e come tale l'eventuale scambio di due prigionieri di uguale valore politico. Leone aveva già la penna in mano per firmare la grazia alla terrorista in carcere, Paola Besuschio. SIGNORILE che guida la delegazione socialista dice che non basta solo Fanfani, ci vuole una dichiarazione ufficiale del Segretario politico del partito, Zaccagnini.
E qui siamo al punto critico. Al punto del non ritorno. Ancora poche ore e si assisterà o alla spaccatura della DC o al proseguimento della  la linea della fermezza, che significa firmare la definitiva sentenza di morte di Moro. Se c'era un perverso gioco politico - come aveva immaginato Moro - non poteva che finire così.

Sulla capitale, nella notte, in un certo ambiente, non vennero evocati i portatori di saggi consigli, ma si sollecitò la "signora" a intervenire con la falce in mano. Infatti, il mattino del 9, le BR, non attesero l'esito dell'intervento di Fanfani alla riunione della direzione DC. Alle ore 9 le BR uccisero Moro. E uccisero anche la speranza di un riconoscimento politico. Ora in caso di cattura non  potevano più appellarsi per questo e altri delitti alla convenzione di Ginevra come soggetti politici. All'orizzonte solo ergastoli. Addio sogno di diventare un partito rivoluzionario. Tutto finito. Con tanti errori. I protagonisti che li hanno commessi: ancora un mistero!

9 MAGGIO - Ore 13.30. Una telefonata anonima delle BR informa un amico della  famiglia Moro, che il corpo dello statista  si trova in via Caetani, vicino a Piazza del Gesù (sede della DC) e via delle Botteghe Oscure (sede del PCI). Questo luogo in cui é stato fatto ritrovare il cadavere di Moro é un  gesto di sfida  lanciato contro lo scudo crociato e i comunisti accusati di connivenza. (ma forse anche l'incontrario, con qualche "traditore" all'interno della DC)
Il suo corpo crivellato di colpi é dentro,  riverso, nel bagagliaio di una utilitaria Renault rossa. 
Si conclude così nel dolore e nello sdegno una delle pagine più oscure d'Italia, in questo 9 maggio 1978. Una data storica tristissima e atroce per ogni democratico che sente e sa di aver perso non soltanto Moro ma (amici e avversari)  un punto di riferimento essenziale nel procedere nel faticoso cammino della democrazia e della vita civile italiana.

Le polemiche che sono poi seguite su questa vicenda non hanno esaurito l'attenzione di ogni cittadino  nel corso dei successivi anni.
Sono emerse mille verità, dentro la DC, nelle file del PCI, e negli altri partiti, e tante contraddizioni anche dentro i brigatisti e perfino nelle stesse istituzioni, negli inquirenti.  Da molte (ma non tutte) carte venute alla luce, emergono responsabiltà e anche le possibili motivazioni di alcuni comportamenti ambigui e non certo trasparenti,   tenuti nel corso di questa emergenza o non tenuti affatto dai protagonisti e dai comprimari. Punti oscuri che subito sono stati tacciati da molti come fantasticherie dietrologiche. Ma altrettanti affermano che ci sono risvolti inquietanti che condizionano ancora in questi ultimi anni prima del Duemila molte scelte politiche, e che l'intreccio va ben oltre la sola componente politica. Molti affermano che siano in molti a sapere, ma a non parlare, e quando lo fanno è solo per depistare. Su Moro, chi sa deve ancora parlare, sempre che abbia il coraggio. Molti inizieranno a farlo dopo alcuni mesi, ma, o sono scomparsi in modi misteriosi, alcuni perfino uccisi, o gli sono piovute addosso altre incriminazioni per farli tacere, o sono state date ricompense e favori per l'omertà.

Rispulciando gli articoli del tempo (e anche con quelli degli ultimi anni '90) molti fatti hanno un inquietante intreccio fra Mafia e politica, economia e crinimalità organizzata. Passato e presente, storie lontanissime apparentemente  tanto diverse fra loro, si intrecciano in un bizzarro gioco (troppo facile definirlo e così liquidarlo) di coincidenze.
Forse il filo d'Arianna parte dalla prima vittima del 18 maggio del 1974 (rapimento di SOSSI - dove  lo Stato, si piegò, trattò la liberazione di 8 terroristi) con fatti e nomi di infiltrati   dentro le bande terroristiche che s'intrecciano o si scambiano i ruoli: inquirenti con brigatisti e viceversa. Pur avendo questi ultimi una matrice di sinistra, l'ipotesi è quella che siano stati utilizzati anche a loro insaputa da altri organismi.
(il primo di questi infiltrati è un fantomatico confidente di quello che poi diventerà il superdecorato Generale).

Il 22 di quello stesso mese di maggio il generale dei carabinieri CARLO ALBERTO DALLA CHIESA riceve l'incarico di formare il primo  nucleo antiterroristico contro le BR (di cui abbiamo già parlato appunto nel maggio 1974). Un uomo che non solo vuole organizzare il "nucleo"  tutto da solo perchè non sopporta le interferenze burocratiche e gerarchiche, ma messo a capo di questa unità é perentorio "Mi avete fatto comandante? gli uomini me li scelgo io!". Operando così, indubbiamente scontenta moltissimi, sia quelli che vorrebbero essere i protagonisti sia  quelli che  vorrebbero Dalla Chiesa al loro proprio servizio.
Il successivo 28 maggio sempre del '74 (dieci giorni dopo) ci fu la Strage di Brescia. La teste chiave  dell'accusa é una ragazza, che indicò l'autore dell'attentato (dopo quasi un anno) "un povero disgraziato, ingiustamente perseguitato, e assassinato prima di venire assolto" - Dirà il Giudice Giovanni Arcai), poi la ragazza tentennò, la sua accusa sembrò una punizione troppo pesante a un bullo, e a una sua ingenua bravata: volendo impressionare la ragazza che respingeva le sue avances gli aveva detto  facendo forse lo spaccone "sono stato io a mettere la bomba".
Poi di fronte a una accusa così tanto grave che avrebbe portato all'ergastolo il malcapitato, la ragazza  ritrattò, ma fu messa in galera per due mesi (!!) per reticenza. Messa sotto torchio da un emergente capitano, alla fine confermò, che il giovane, era un certo ERMANNO BUZZI. Un giovane per il quale, al processo di primo grado, venne chiesta dal pm la condanna  all'ergastolo, ma morirà in carcere strangolato. Il caso "strage di Brescia" fu chiuso. Il responsabile  morto. Giustizia  fatta.

Accanto alla ragazza scarcerata dopo aver "confessato", sui giornali apparirà il responsabile dell'indagine (Delfino, il primo a sinistra)  che così per la brillante operazione ottenne una   promozione.  ("i giudici criticarono il modo come furono condotte le indagini, i lunghi interrogatori a cui aveva partecipato  Delfino e le continua minacce di arresto rivolte agli indagati. Lo scrive L. Offeddu, sul Corriere).  Nel primo caso e anche nel secondo compare  dunque la figura di quello che sarà poi il pluridecorato Generale dei Carabinieri,   FRANCESCO DELFINO  (che nel '98 sarà coinvolto nella  vicenda del sequestro SOFFIANTINI, dove incredibilmente ritroviamo proprio quella ragazza, moglie dello stesso figlio di Soffiantini).

Ma ritroviamo ancora DELFINO a Roma nella vicenda Moro.  E dopo nemmeno un mese dalla tragica conclusione, il 6 giugno, lo troviamo promosso (ma non sappiamo per quale eclatante operazione), e sparisce dalla circolazione, inviato all'estero (dove?...)
A occupare l'intera scena é ora (con molte invidie) DALLA CHIESA, come vedremo più avanti.

TORNIAMO INDIETRO, IN APRILE all "emergenza Moro"- Si era deciso agli Interni (a dieci giorni dal sequestro Moro) di utilizzare  la strategia di un Piano messo già a punto mesi prima, e far scendere in campo come unità operative dei "nuclei" molto speciali.
Era il Piano di COSSIGA, il cosiddetto Piano Paters, (''Victor'' e ''Mike'')  un vero e proprio piano antiterroristico, nello stile anglosassone, con una struttura nazionale, ma essenzialmente con nuclei speciali molto particolari (autonomi dalle strutture periferiche e centrali,  dalle prefetture e dalle questure) che il ministro degli Interni era già intenzionato formare a inizio anno (non dimentichiamo che il 24 ottobre dello scorso anno era stata varata la riforma dei Servizi segreti, e che nel gennaio di quest'anno con largo anticipo (rispetto alla data fissata, il 22 maggio) Cossiga  con un decreto ha  sciolto tutti i vecchi Servizi, dando vita all'Ucigos. (Uff. centr. invest. generale operazioni speciali). Nello sciogliere e nel ricomporre le unità SISMI e SISDE, tra eliminazioni e promozioni di vecchi e nuovi incarichi non pochi  malumori si crearono nell'ambiente (alcuni noti, altri meno). Le nomine di uomini e costituzione dei reparti erano del resto di  esclusiva competenza di Cossiga.
Si parla di circa 400 rimandati "a casa", cioè a fare routine nei reparti.

L' anticipo di questo decreto  non fu sufficiente per creare con tempestività la struttura che in questa imprevista circostanza la situazione richiedeva. Cioè il pronto impiego. Si pensò prima ai Carabinieri. Poi alla Polizia. Poi Cossiga, decise di formare l'Unis, l'Unità d'intervento speciale  con un particolare battaglione di paracadutisti, il Consubin, e il Col Moschin.

Qui bisognerebbe chiederlo a Cossiga perchè !? - Come addestramento non esistevano in Italia "reparti" migliori come i Gis e i Nocs. E il primo a saperlo doveva essere proprio lui, visto che lo sa perfino l'autore che scrive perchè ne ha fatto parte). I motivi delle preoccupazioni di Cossiga, dovevano essere ben altri.  Non l'impreparazione dei reparti fatti di uomini in gamba, ma i generali e i colonnelli che li comandavano, con qualche ambizione frustrata nelle  nuove strutture che Cossiga stava creando, o con la determinata ambizione di guadagnarsela sul campo in questa occasione in qualsiasi modo. (forse a qualcuno non gli andava proprio di fare il "disoccupato", di essere stato emarginato, trovò così altri "capi".

Cossiga il "suo" Piano  in questa "emergenza Moro"........
....voleva renderlo subito operativo con i paracadutisti, quindi (come prevedeva la sua bozza) avrebbero operato "nuclei" in piena autonomia  rispetto a chi stava gestendo la crisi,  ma.... ("ingenuamente .... e si capisce anche perchè"   - lo afferma Cossiga - Corriere 15 marzo 1998) ...per correttezza lo sottoposi ad Andreotti per l'approvazione. "Piano che non diventò mai operativo, e gli uomini   non scesero  mai in campo (potevano intralciare i "disegni" degli altri"? Del capitano "Palinuro" in particolare? n.d.r.) per il rifiuto di Andreotti a firmare il famoso documento" (il M.I.G 1.78, che in seguito scomparve dalla circolazione).

Insomma i  paracadutisti allertati rimasero inattivi. Non così le normali varie unità che operarono con  la solita routine delle vecchie antiquate strutture come i commissariati di quartiere. Altrettanto vecchi erano i comandi pre-cossighiani. Si calcola che furono fatti in Italia in tutto il periodo 74.260 posti di blocco e 37.702 perquisizioni, di cui rispettivamente 6.296 a Roma con 6.933 identificazioni. 
Identificazioni molto blande che seguivano ancora un vecchio Piano di Ordine pubblico: il Piano Zero, creato ancora da Scelba al tempo della sua (patetica) lotta ai comunisti. Infatti, si tirarono fuori dagli schedari i  nomi di vecchi militanti comunisti e le  teste calde studentesche del '68, con un passato inquieto, e autori di fatti che neppure  loro se li ricordavano più.  Nelle perquisizioni altrettanta routine, basta ricordare quelle di via Gradoli o Via Montalcini. Bussarono due volte, non risposero, se ne andarono. Ci fu insomma qualche retata, molti posti di blocco, ma nulla di veramente concreto. Roma non se ne accorse nemmeno di questa emergenza. E il concreto quando veniva fuori (per caso) era inghiottito da un buco nero (gli episodi sono tanti, alcuni anche plateali).

Ma ad operare - e in parallelo - rimasero due vecchi gruppi, due protagonisti. Due nomi in particolare:  DALLA CHIESA e FRANCESCO DELFINO, entrambi con una fitta rete di infiltrati e confidenti in mezza Italia (il primo anche nelle carceri per la sua posizione di unico responsabile), che consentirono ad entrambi di ottenere  risultati investigativi tali, da diventare il secondo quasi un eroe (cioé Delfino, l'unico ufficiale dei carabinieri  insignito per meriti eccezionali guadagnati sul campo).
Mentre il primo, l'altro protagonista, al generale DALLA CHIESA,  il 10 agosto (vedremo dopo perchè e in quale singolarissima circostanza) ANDREOTTI con un decreto gli affidò l'incarico di "super-investigatore", cioè  "capo dell'anti-terrorismo", con Cossiga che aveva già dato le dimissioni il 10 maggio, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Moro. Una nomina quella di Dalla Chiesa che sollevò molte polemiche in certi "ambienti"; cioè dentro il suo ambiente.
Un fatto è certo: DALLA CHIESA durante la  "crisi Moro" ha operato in un modo particolare e con un referente ben preciso; e DELFINO ha operato con altri metodi anche lui singolari ma (qui sta la singolarità)  con lo stesso referente politico, che così era informato da entrambi.

(Chi propose la promozione a Delfino? Perchè? Chi lo mandò all'estero? A cosa fare? E chi lo promosse, lo fece su quali basi, e chi poi mandò a Roma in prescrizione l'accusa di cospirazione contro lo Stato nei suoi confronti? E chi sono quelli che lo accusarono e su quali basi, per quali motivi? Nelle cronache non apparve più nulla, e qui la Storia ha un buco. n.d.r.)

Entrambi, e sembra che non ci siano più dubbi, hanno utilizzato i loro uomini come infiltrati dentro i vari gruppi delle BR e AO, e quindi  molto informati sui movimenti  e le decisioni dei brigatisti, ognuno usando un suo metodo, e in un modo disinvolto gli incarichi che ricoprivano e con i mezzi messi a loro disposizione (insomma due galli nello stesso pollaio).
Entrambi erano per la stabilizzazione della politica andreottiani. Che poi cercassero ricompense per i servigi, anche su questo non ci sono ormai dubbi, visto che si diedero molto da fare, e i premi li ricevettero entrambi.
Che loro due entrassero poi in antagonismo, anche questo sembra  accertato perché é poi emersa poca trasparenza nella vicenda, con un Dalla Chiesa  promosso  Capo dell'anti-terrorismo, e con Delfino anche lui promosso a un alto grado, ma poi (stranamente) scomparso (a 26 giorni dalla morte di Moro) perché inviato all'estero. (In Turchia?)
"Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate rosse, dice che il generale dei carabinieri Francesco Delfino ''e' stato uno dei personaggi chiave di quei settori che hanno "utilizzato-ascoltato" le Br per loro fini, usava mezzi anticonvenzionali contro di noi ed era   un personaggio importante in una certa parte della Dc: quella di Andreotti".

Quanto al generale Dalla Chiesa, lui scopre (in ritardo e non si sa ancora come - se per una spiata, un infiltrato, una casualità, un rapporto segreto) via Gradoli e quello che c'era d'interessante nel covo, poi, dopo la morte di Moro, il 10 agosto é promosso con la delega del capo del Governo Andreotti, "Capo dell'anti-terrorismo" (vedremo dopo perchè e in quale circostanza), ma subito dopo  il 21 agosto incontra sul suo cammino un giornalista. E' MINO PECORELLI che dal giorno del sequestro Moro ha trasformato il suo foglio d'agenzia  in una rivista ("verità") d'assalto: OP, e dalle sue colonne non aveva risparmiato in precedenza attacchi proprio al generale Dalla Chiesa, che non lo nominava ma lo indicava come il generale "Amen". Non di meno gli attacchi ad Andreotti con articoli e messaggi criptici su affari segreti, un rosario di presunti finanziamenti poco chiari (Sir, Scandalo petroli, Italcasse ecc. ecc.)

Subito dopo, il 1° ottobre, Dalla Chiesa punta (!) su Milano e scopre (!?) non solo il covo delle BR, in via Montenevoso, ma dentro vi trova le lettere di Moro mai pervenute ai destinatari, gli interrogatori,  il suo memoriale con impietosi giudizi espressi su autorevoli politici, e la schedatura di molti uomini di partito, dirigenti, ufficiali dei carabinieri, magistrati, sindacalisti, imprenditori. Elenco sufficiente per compromettere molta gente (ma la fantomatica   lista della P2 di Gelli verrà fuori molto più tardi, nell'81).
Stranamente dal memoriale di Moro (quello che il generale consegna alla magistratura) non si accenna minimamente al protagonista dell'"anno più tenebroso": GIULIO ANDREOTTI. Moro cita molti suoi colleghi ma Andreotti non lo nomina mai una sola volta.

Pecorelli intuisce che da quel memoriale, manca qualcosa, e chi lo ha alleggerito ha sottratto il meglio: le parti più compromettenti e devastanti per la politica, cioè  il "caso Moro" - E a togliere la parte interessante ovviamente dev'essere stato chi ha ritrovato il memoriale.
(Pecorelli non sbagliava. Il segretario di Andreotti, EVANGELISTI, in sede di confronto con il senatore,  il 21 settembre 1993, davanti il P.M. di Roma, deponendo dirà che "in piena notte, alle 2,  Dalla Chiesa si precipitò a Roma portando ad Andreotti 50 fogli tolti dal memoriale ritrovato a Milano di cui solo una parte - quella che Pecorelli indicava "mal confezionato"   ha consegnato alla magistratura -  altri  fogli  interessanti Dalla Chiesa li ha trattenuti  per se (!!).
Questo particolare, lo confermerà in una deposizione la suocera per una confidenza fattagli dalla figlia, la moglie di Dalla Chiesa, assassinata  con lui).

Dalla sua rivista, PECORELLI , già da maggio aveva lasciato intendere  che sapeva molte cose sul delitto Moro, lanciando ambigui messaggi. Ma questa volta va' giù duro nei suoi articoli, e come al solito non fa nomi, ma palesemente fa intuire i destinatari.  Nel numero 27, 28, 29 di OP di ottobre, il giornalista attacca!
In sintesi sui tre numeri Pecorelli scrive "Non credo all'autenticità del memoriale, o alla sua integrità, e alle banalità che sono state riportate alla luce. Moro non può aver detto quelle cose e solo quelle cose arcinote;  non era stupido, dicendo solo quelle cose, sapeva che non sarebbe uscito vivo dalla prigione. Quindi c'è dell'altro.  Cosi' ora sappiamo che ci sono memoriali falsi  e  memoriali veri. Questo qui diffuso è anche mal confezionato.  Ma con l'uso politico di quello vero, (poi insinua)....e anche con il ritrovamento di alcuni nastri magnetici dove "parla" a viva voce Moro,  ci sarà il gioco al massacro. Inizieranno i ricatti. Con questa parte recuperata, la bomba Moro non è scoppiata come molti si aspettavano. Giulio Andreotti è un uomo molto fortunato".

Ma fino a quando? E conclude in uno dei suoi numeri (il 27) con una presagio inquietante e molto allarmante per Dalla Chiesa: (che sintetizziamo)


"...Ora c'è solo da immaginarsi...quale sarà il Generale dei CC che sarà trovato suicida con la classica revolverata che fà tutto da sè .... o con il solito incidente d’auto radiocomandato nelle curve.... o la sbadataggine di un camionista... o l' incidente d'elicottero ... Purtroppo il nome del Generale dei CC è noto: AMEN"
Il "purtroppo" sembra già una condanna a morte.

Il generale si risente per gli attacchi portatigli in precedenza e lo incontra. E' il singolare inizio di un intreccio tra Pecorelli e Dalla Chiesa. Un intreccio fatale. Fatto forse di intese e di chissà quale reciproca collaborazione.
Ci sono altri scritti di Moro in circolazione, e Pecorelli è convinto che siano finiti nelle carceri  per farli arrivare ai brigatisti in galera. Spinge Dalla Chiesa in quella direzione, e infatti, queste carte verranno scovate con vari trucchi nelle carceri di Cuneo dove soggiornano alcuni terroristi del processo alle BR di Torino. Con un fatto singolare. "Ospiti" a Cuneo ci sono due boss:  BUSCETTA e TURATELLO. In contatto con i   "boss" siciliani  STEFANO BONTADE (capo di Cosa Nostra, l'imperatore delle Tv locali, nome che stranamente nel 1998 tornerà alla ribalta nei processi Rapisarda- Dell'Utri- Berlusconi - vedi 1973), poi BADALAMENTI, i cugini SALVO e altri.
Tutti hanno e avranno un ruolo importante, e alcuni finiranno morti ammazzati, meno il primo che diventerà  la gola profonda al processo di Palermo Lima-Pecorelli - contro Andreotti   che il 27 marzo 1993 dopo la domanda della Procura  di autorizzazione a procedere controdi lui,  il 21 aprile del 1994  é rinviato a giudizio. Per 26 volte le immunità parlamentari in passato lo avevano protetto. - Questo giorno, il 21 aprile, segue il 20,  che è il giorno in cui Berlusconi ha ottenuto il voto di fiducia alla Camera  con il suo nuovo governo. In Italia si volta pagina. E Andreotti pur non logorato dal potere, questo glielo hanno tolto.

Torniamo a DALLA CHIESA e non dimentichiamo che è il responsabile della sicurezza nelle carceri italiane in questo periodo. Tutto è nelle sue mani, e muove  (con infiltrazioni, spostamenti di detenuti da un carcere all'altro, compresa la gestione del personale carcerario) a suo piacimento  il  "gioco", i "pallini", gli "ometti" e le "bocce" di una grande "partita". Che diventerà drammatica.
Pecorelli e Dalla Chiesa vengono entrambi a conoscenza di grossi segreti di Stato, da entrambi i canali  quelli politici e quelli mafiosi, e diventano forse i veri depositari della verità dei mandanti del delitto Moro e dei tanti intrecci tra Terrorismo, Politica, Mafia, Grandi Affari, Tv e P2.

Pecorelli ha previsto lo scenario, cioè l'uso politico di quelle carte con i ricatti. Ma sta giocando col fuoco, si è esposto troppo.  Il 20 marzo prossimo verrà "fatto fuori", eliminato, prima ancora di Dalla Chiesa.
(Quando uscirà, BUSCETTA, trasformato in pentito,  nell'interrogatorio reso il 6 aprile 1993 dichiarerà che "L'omicidio di PECORELLI è stato deciso da Stefano BONTATE (poi morto ammazzato n.d.r.)  nell'interesse di Andreotti (di cui Lima in Sicilia é il suo maggior referente elettorale - poi ammazzato anche lui.  n.d.r.). Il giornalista di OP,  stava appurando "cose politiche" troppo collegate al sequestro MORO")

Torniamo ancora al generale DALLA CHIESA. Dopo i grandi successi dell "Operazione Moro" e il successivo smantellamento delle BR, nell'82 sarà inviato in Sicilia, a combattere la Mafia, ma questa volta ha pochi poteri. Più che una promozione sembra una punizione.
In pieno agosto - ha bisogno di parlare, di dire qualcosa- e chiama il giornalista Bocca di scendere in Sicilia col primo aereo; poi gli confida "faccia sapere al Paese che mi hanno lasciato solo, non mi telefona nessuno";  passano soli pochi giorni, il 3 settembre, con la moglie  e l'agente di scorta sono assassinati, crivellati di colpi. I giornali riportano titoli cubitali: "Assassinato dalla Mafia"!! Mentre in Sicilia Dalla Chiesa non aveva ancora alzato nemmeno un dito contro la Mafia; e dirigenti dello Stato locale non lo avevano invitato nemmeno a prendere un caffè per collaborare con lui, perchè era senza poteri.

Badalamenti commentò "Lo hanno mandato a Palermo per sbarazzarsi di lui: non aveva ancora fatto niente in Sicilia che potesse giustificare questo grande odio contro di lui, così tanto da ammazzarlo. La Mafia non è come il terrorismo, con le ideologie. La Mafia significa tanto denaro e tanti voti a chi da Roma  la protegge  con certe leggi".
I modi come fare per  eliminare Dalla Chiesa  erano stati già tutti indicati da Pecorelli nel suo N.27 di OP, ma questo "tipo di eliminazione" proprio non lo aveva previsto.

Ma torniamo agli eventi di quella sera del'8 maggio, dove si sta consumando l'ultimo atto della tragedia di Moro. Non dimenticando cosa ha deciso di fare FANFANI  il mattino dopo...Riconoscere le BR, lo scambio di prigionieri, salvare insomma Moro. Abbiamo visto l'esito, ma....c'è dell'altro in quella sera,  Si disse poi, che quest'" altro", era romanzato....

Nel febbraio successivo, l'11, su l'Espresso (N.6) comparve con grande risonanza giornalistica un servizio di GIANLUIGI MELEGA dal titolo:  "Quella sera che stavano per catturarli tutti". Mise a rumore tutto il mondo politico per i tanti nomi che venivano citati e coinvolti. Sono rivelazioni (definite subito romanzesche, fatte da un mitomane) attribuite a un presunto brigatista, infiltrato, che,  nei giorni della prigionia di Moro, e dopo la sua morte, ha avuto contatti prima con il giornalista VIGLIONE (amico di vecchia data di Moro) e tramite questi con il senatore della DC CERVONE (anche lui molto amico di Moro) offrendosi di collaborare per salvare Moro e per far catturare l'intero stato maggiore delle Br durante una loro riunione. Addirittura si parla in quelle righe della liberazione di Moro la sera dell'8 o la mattina del 9 maggio, ma che poi   "un ordine era venuto dall'alto" perchè Moro venisse ucciso" (le BR non potevano non sapere che nella serata Fanfani.....aveva deciso e si apprestava  per il giorno dopo a riconoscerli come gruppo politico. Vedi giorno 8)

Il giorno dopo la pubblicazione,  il 13 febbraio (la notizia comparve sul Corriere d.S. in prima pagina) PASCAL FREZZA, questo il  nome del "fantomatico" confidente, fu arrestato a Bordighera, per truffa, mitomania e fu querelato. Viglione anche lui ebbe delle grane per l'intervista a Melega, ma fu assolto in appello, mentre Cervone scrisse in seguito  un libro "Ho fatto di tutto per salvare Moro". Ma non è che dice molto. Resta abbottonato. Del resto molti protagonisti hanno scritto libri solo per mandare dei segnali criptici a chi sa, non a chi non sa.

Ma nell'articolo Melega (basta rileggerlo a distanza di tempo) riporta un dettagliato intreccio - del tutto nuovo e sconosciuto all'epoca - di molti protagonisti della politica che si erano fortemente attivati per appoggiare (ma anche contrastare). Il "mitomane" accenna fra l'altro nelle sue confidenze dette poi "romanzate", che in via Fani avevano operato due gruppi, uno, Moro voleva rapirlo, l'altro, ucciderlo. E che questi ultimi erano elementi dell'arma travestiti che non lasciarono in vita nemmeno uno della scorta per non essere riconosciuti.
(Un particolare - ORESTE LEONARDI (il capo scorta) era stato fin dal 1957 l'istruttore principale onnipresente  della Scuola di Paracadutisti Sabotatori dei Carabinieri al Centro Militare di Viterbo. Sotto di lui sono passati in venti anni, tutti (compreso chi sta scrivendo questa cronologia) sottufficiali, ufficiali e ufficiali superiori.(Cioè tutti quelli che sfoggiano sul petto l'aquila argentata con il paracadute). Era, Leonardi, oltre che il migliore istruttore in circolazione,  direttore di lancio. Quindi conosceva tutti quelli che erano passati da Viterbo, unico Centro. Solo dopo venne creato il CMP di Pisa, ma dell'Esercito e non dei sabotatori Carabinieri che rimase sempre a Viterbo).

Poi il "mitomane" (e Melega ne parla nel suo articolo) accennò a nastri registrati di cui tutti ignoravano l'esistenza a quel tempo. E parlò di quella soggezione che nella prigione incuteva Moro, a loro carcerieri (dirà quasi le stesse cose la carceriera Braghetti vent'anni dopo), e  molti altri particolari che verranno alla luce solo in seguito; come i memoriali e le "carte compromettenti" che si trovavano nel covo, di cui tutti ancora ne ignoravano l'esistenza.

"...Alla notizia, Zaccagnini fu colto perfino da malore. L'operazione per acciuffare tutti nel covo doveva scattare l'11 agosto. Le sorprese, con quelle carte del covo non sarebbero certo mancate.
A guidare il blitz fu designato  improvvisamente  DALLA CHIESA con un reparto tutto suo. Il 10 agosto,  riceve l'incarico speciale di Capo dell'Antiterrorismo, con  la grande delusione del capo della Polizia PARLATO che aspirava  a quel posto. Tutto è pronto per l'operazione; ci si prepara a un vera azione  di guerra, e tutti gli "amici" di Moro sono d'accordo. Qualcuno uscì fuori con la frase "Anche Andreotti è d'accordo". Cervone trasalì. Pochi dovevano sapere di questa operazione.  C'è subito un brusco mutamento di atmosfera in poche ore.  Il fantomatico confidente manda a dire "non se ne fa più nulla".  Su tutto cala il silenzio.  Cervone e Viglione sono presi per citrulli e il presunto brigatista per mitomane. Il piano d'azione sembra "bruciato" e la "soffiata" é presa come una "panzana"
. (Melega, Espresso n. 6)

Ma DALLA CHIESA ora ha la nomina, e sembra che prenda  in mano seriamente l'operazione in una forma utonoma, e che voglia estromettere gli iniziatori. Lui forse ci crede al "mitomane". Forse prosegue da solo i contatti. Rimane il fatto - come abbiamo visto già sopra - che Dalla Chiesa dopo pochi giorni, il 13 settembre cattura ALUNNI,  il 1° ottobre (questa la data ufficiale !? ma era avvenuta prima- Strano ritardo) scopre il covo di via Montenevoso,  dove ci sono i famosi memoriali di Moro, e inizia l'intreccio con Pecorelli (raccontato sopra)  e poi seguono tutte le altre operazioni famose (Peci, Cattin,  ecc.) che scompagineranno le BR.

Tutti le successive "fortunate" (!?) operazioni   hanno la genesi da quel contatto, detto  "romanzato" di un falso terrorista "mitomane"  "millantato confidente" "truffatore". E Dalla Chiesa - abbiamo già letto sopra - al "mitomane" come eccellente risultato concreto, indirettamente deve la sua nomina. Su Viglione e Cervone cadde invece uno strano silenzio, il primo non scriverà più nulla, il secondo, prima chiederà insistentemente un'inchiesta parlamentare (mai fatta)  poi diventerà "muto". I motivi? sconosciuti.

Di questi personaggi non se ne parlò più. Scomparvero dalle cronache e da tutte le inchieste. Come non si parlò più di SERENO FREATO, CORRADO GUERZONI, NICOLA RANA; tutti amici intimi di Moro, il primo segretario particolare dello statista. Fin dal 4 maggio (pochi giorni prima dell'uccisione di Moro) furono convocati dai magistrati inquirenti, perchè risultava (come facevano a saperlo rimane proprio un gran mistero) che alcune modalità di ricevimento e successivi smistamenti dei messaggi autografi di Moro  partivano (!) dal "carcere del popolo" e arrivavano a destinazione,  e risultava (!!) che loro avessero un ruolo di collegamento ritenuto clandestino, complice e traversale.

Scomparvero dalla circolazione, e il primo (voleva dire forse qualcosa?) si ritrovò anche lui poi coinvolto in uno scandalo amministrativo per alcuni abituali favoritismi concessi (petroli). Si ritirò a vita privata e non ha mai più voluto incontrare nessuno. Vive in un silenzio tombale dopo aver acquistato alcune proprietà a Malta.
La Braghetti, uno dei  testimoni dei 55 giorni del sequestro di Moro, sul Corriere dell'11 marzo 1998, affermerà  in una intervista, "quella sera potevamo essere presi tutti", che è poi lo stesso titolo dell'articolo del "mitomane" di Gianluigi MELEGA sull'Espresso di venti anni prima. E sempre nello stesso giornale citato sopra, c'è la testimonianza messa a verbale di NICOLA D'AMATO, vice-capo di gabinetto per molti anni Palazzo Chigi (dal '64 all'84) che afferma davanti al collegio, che per la distruzione del documento del Piano Paters "Quell'ordine era venuto dall'alto". Che sono le stesse parole del "mitomane" di Gianluigi MELEGA, e le stesse  parole di PECORELLI che su OP dopo la tragedia scrisse  "Cossiga... il Ministro non poteva decidere nulla su due piedi... doveva sentire più in alto... e qui sorge il rebus: quanto in alto, magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso?"  (Cossiga confermerà in seguito (vedi giornale)  dopo anni,  chi non gli firmò il Piano Paters. 
P ECORELLI e poi MELEGA, allora sapevano anche questo venti anni prima?)

MINO PECORELLI, anche se lui era iscritto alla P2 - ma della LISTA P2 non si sa in questo periodo ancora nulla, perchè verrà fuori il 21 maggio 1981-   proprio per questo suo allusivo accenno "loggia" molti indicheranno in seguito  "alcuni" personaggi di essere i veri o i presunti responsabili della morte di Moro e di essere in connivenza con le forze eversive, vista la numerosa presenza di tanti piduisti di Gelli dentro il Comitato di crisi Moro e nei servizi. (Ma non dimentichiamo che un avviso di reato per l'assassinio di Pecorelli fu mandato proprio a GELLI considerato il capo della P2. Anche se.....

...scopriamo sulla stampa dell' epoca, CARLO BORDONI,  braccio destro (oltre che genero) di MICHELE SINDONA (che Gelli ha difeso per la non estradizione dall'America per non farlo finire in carcere in Italia - quando ci arrivò finì morto  avvelenato). Bordoni  davanti alla Commissione d'inchiesta parlamentare sulla P2 (il 29 settembre del '83) con rivelazioni shock provocò un gran clamore, infatti,  affermerà che "é GIULIO  ANDREOTTI  il vero capo effettivo della loggia segreta P2, e non LICIO GELLI". Andreotti sdegnato respingerà l'accusa.

"ALFREDO CARLO MORO, fratello dello statista, ricostruisce in un libro l'agguato di via Fani. Analizza il fronte della fermezza e quello delle trattative. Protagonista la DC. Sulle scelte del partito e su Andreotti il giudizio del memoriale di Moro "é assai pesante, come se alla base vi fosse il terribile sospetto di una sua diretta responsabilità in una strategia politica che, consciamente o inconsciamente, finiva con il risolversi nella sua eliminazione. Gli altri dirigenti della DC sono solo dei comprimari". Uno solo, per Carlo Moro, é il regista, "un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana" (Corriere d. S. 10.3.98, Corrado Stajano).

Prima o dopo verranno fuori dal Viminale tutti i faldoni relativi al rapimento di Moro, le relazioni, gli atti sulle BR e di AO di quel periodo, e quali strutture inquirenti operarono,  e forse scopriremo clamorosamente chi si nascondeva dietro il fantomatico nome di "Capitano Palinuro".
Molto attivo durante la crisi, che poi diventò colonnello e infine generale.

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LA FINE DELLE IDENTITA' DIVISE
Di Yuri Marcialis
* Premessa
* CAPITOLO I - Gli anni del miracolo
* CAPITOLO II - Il compromesso storico: i protagonisti
2.1 Enrico Berlinguer - 2.2 Aldo Moro
*
CAPITOLO III - Il dibattito storico
*
CAPITOLO IV - Le testimonianze dirette
* Conclusioni

Premessa

Questo lavoro ha lo scopo di tracciare delle linee guida nell’analisi del processo storico che aveva portato l’Italia a essere una democrazia compiuta, attraverso il coinvolgimento di tutte le forze politiche e sociali, senza alcuna preclusione nella gestione della cosa pubblica. Queste linee guida sono condotte cronologicamente attraverso l’analisi dei fatti salienti, ma soprattutto attraversano i mutamenti socio culturali che dalla fine degli anni cinquanta avevano portato in fibrillazione l’intero sistema politico italiano per la durata di almeno un ventennio.
L’Italia, posta al confine tra i due blocchi nei quali il mondo era diviso, rischiava seriamente una lacerazione profonda del proprio tessuto sociale; il secondo dopoguerra italiano era stato caratterizzato infatti dalle cosiddette identità divise. Soltanto un lungo processo storico sarebbe riuscito a porre rimedio ad una situazione che col passare degli anni rischiava di spaccare il Paese in due parti contrapposte. Questo lavoro vuole rimarcare il fondamentale ruolo storico che due politici, Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, erano riusciti a svolgere nel difficile compito di traghettare l’Italia oltre le divisioni ideologiche.
Nel primo capitolo (antefatti: gli anni del miracolo) si analizza la situazione italiana nei primi anni sessanta e i cambiamenti del tessuto sociale e culturale; erano di questo periodo i primi esperimenti di governo del centro-sinistra che avevano visto come protagonisti il PSI di Pietro Nenni e la DC di Fanfani e Moro. Attraverso i contributi di storici e uomini politici (come Ugo La Malfa

) viene delineato un quadro generale dei rapporti tra i partiti e tra partiti e società.

Nel secondo capitolo (il compromesso storico: i protagonisti) si approfondisce la situazione italiana di fine anni sessanta, la contestazione studentesca e il ruolo dei maggiori partiti italiani in una situazione incandescente. Le figure di Moro e Berliguer sono studiate attraverso l’analisi dei loro scritti e dei loro discorsi, per cercare di capire le ragioni di fondo che  avevano portato entrambi a pensare che l’unica strada percorribile sarebbe potuta essere quella del dialogo, delle collaborazione e dell’impegno comune per il bene dell’Italia.

Nel terzo (il dibattito storico) e quarto capitolo (le testimonianze dirette) prima si comparano le tesi degli studiosi che hanno cercato di approfondire il ruolo storico di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer e poi si riportano le testimonianze dirette di alcuni collaboratori dei due leader che in quegli anni lavoravano al loro fianco.

Nelle conclusioni si cercherà infine di tracciare un quadro complessivo dell’esperienza morotea e berlingueriana, nel tentativo di comprendere le motivazioni profonde che avevano spinto i due politici e che avrebbero condotto alla morte di Aldo Moro, provocando il fallimento dell’intero progetto. 

CAPITOLO I
Gli anni del miracolo
L’Italia che usciva dalla seconda guerra mondiale era un Paese profondamente segnato dalle ferite dei bombardamenti alleati e distrutto, non solo materialmente, dai nazisti. Un Paese sfiduciato e senza certezze per il futuro, la cui stessa unità era in forte discussione. Il sistema produttivo era sostanzialmente ottocentesco, agricolo e arretrato, e l’economia senza prospettive di crescita.
Il periodo della ricostruzione è caratterizzato da una società fortemente unita che si sacrifica per la propria rinascita. Il primo decennio del secondo dopoguerra era stato però segnato da una lacerante divisione di identità sociali in costante conflitto tra loro, da una parte la Chiesa
e la Democrazia Cristiana e dall’altra il Partito Comunista Italiano, che avevano nella Repubblica Italiana l’unico punto di vicinanza. Ma la base politica dei Governi, come nel resto dei paesi occidentali, rimaneva in capo ai partiti collegati alla Chiesa perché le credenziali anticomuniste e conservatrici erano affidabili e potevano vantare sia un passato antifascista che un programma sociale non socialista [1] .
I problemi riguardanti la struttura produttiva del Paese, arretrata, autarchica e bloccata dalle molte posizioni monopolistiche e le grandi differenze tra nord e sud impegnavano in maniera esclusiva tutte le forze politiche. Nei programmi della maggior parte dei partiti era auspicato il controllo statale, con diverse gradazioni, sull’economia. Pur coi limiti derivanti dalle diverse impostazioni ideologiche, il nodo fondamentale da sciogliere rimaneva quello di come limitare la proprietà privata dei mezzi di produzione. Gli obiettivi di pareggio della bilancia dei pagamenti e della piena occupazione verranno raggiunti, ma alla fine degli anni ’50 sarebbe persistito ancora un notevole divario tra il nord e il sud del Paese. Una politica economica orientata alla spesa e all’investimento produttivo avrebbe aiutato l’Italia a passare da un’economia chiusa a una sempre più integrata a livello internazionale; inoltre, grazie al Piano Marshall, arrivavano in Italia macchinari e Know-how che avrebbero aperto nuovi orizzonti per molte imprese.
L’estromissione delle sinistre dal governo, già dal 1947, aveva fatto in modo che in politica economica le forze moderate avessero il sopravvento e potessero attuare una restaurazione liberista, rifuggendo dall’uso degli strumenti di intervento statale in economia. Questa politica raggiungeva il suo apice col ministro del Bilancio Einaudi che sarebbe riuscito a raggiungere il successo nel campo del risanamento finanziario a costo però del tasso di disoccupazione che sarebbe continuato a crescere inesorabilmente [2]

Tra il 1955 e il 1965 la crescita del PIL sarebbe stata di circa il 6% annuo (uno dei più alti al mondo), facendo si che l’Italia diventasse un Paese industrializzato e per la prima volta il numero di addetti dell’industria avrebbe superato quello degli addetti in agricoltura. Questa crescita prodigiosa dapprima favorita dalla domanda interna e dagli investimenti in settori statici quali l’edilizia e l’agricoltura, sarebbe stata poi garantita dalla straordinaria domanda dei mercati esteri, dando vita al fenomeno dualistico della struttura produttiva. La suggestiva idea del “miracolo”, oltre che dalle scelte politiche, è vista da molti storici in maniera molto pratica come risultato del lavoro di un’intera società in movimento [3]

I beni di consumo diventavano un settore trainante e l’aumento della produttività favoriva un forte aumento dei profitti senza peraltro un adeguato assestamento dei salari, per loro natura poco flessibili; questa situazione consentiva alle aziende di sviluppare il fattore capitale (la tecnologia) più che il fattore lavoro. Questo circolo virtuoso, spontaneo e incontrollato, aveva come conseguenza la cosiddetta distorsione dei consumi che favoriva la produzione di beni di consumo privati e spesso di lusso, più facili da esportare, a discapito di un adeguato sviluppo di settori pubblici quali case, trasporti e scuole. La distorsione si evidenziava nella tipologia dei consumi individuali: comparivano i televisori in ogni casa ma continuavano a mancare i servizi igienici e tutto questo era reso possibile dal fatto che i beni secondari e di lusso risultassero in proporzione meno costosi di quelli primari; lo spirito di emulazione delle società più ricche era una costante e gli stili di vita borghesi si allargavano verso strati sempre più ampi della società.

L’Italia era in faticosa ricerca di una nuova identità collettiva, un’identità nazionale democratica che rispondesse ai macro cambiamenti in atto; la complessa società italiana era infatti caratterizzata da una sempre maggiore mobilità sociale e da un allargamento del ceto medio a discapito dei ceti più bassi. Come evidenzia Cecilia Dau Novelli “la sola categoria della lotta di classe non poteva comprendere un periodo che si stava affermando come la fine della classi tradizionali. E insieme con le classi la crisi stava investendo anche i partiti, che pur avendo costituito un elemento fondamentale di identità e disaccordo tra le masse e la repubblica nella prima fase democratica, stavano ora perdendo di efficacia a mano a mano che i vari soggetti si integravano direttamente nello Stato” [4] .
Era in atto un rimescolamento delle classi, in particolar modo stavano entrando in crisi i ceti medi tradizionali e emergeva sempre più forte il protagonismo sociale dei contadini e degli operai. I partiti però, abituati a ragionare non sugli individui ma sulle masse, non riuscivano a comprendere la portata dei fenomeni in atto; non capivano che oltre alla sfera economica era in forte cambiamento anche quella sociale.
L’alta mobilità sociale favoriva l’assottigliarsi delle differenze tra classi e faceva si che il ceto medio si allargasse e avesse confini sempre meno definiti, comprendendo al suo interno la quasi totalità degli italiani; al suo interno però si stratificava e raggruppava in modo tale che le proprie caratteristiche fossero quelle di una società complessa [5]
. Alla straordinaria dinamicità sociale faceva da contraltare un impressionante immobilismo delle istituzioni. La politica cercava faticosamente di mediare ma con risultati tanto insufficienti da spingere Pietro Scoppola a parlare di uno “sviluppo senza guida”, tra una realtà sociale in veloce e incontrollato mutamento e uno Stato che cerca di adeguarsi [6] .
I grandi mutamenti sociali erano influenzati anche dallo sconvolgimento della distribuzione geografica della popolazione, circa venticinque milioni di italiani erano stati coinvolti nelle migrazioni intercomunali [7]
Le periferie delle grandi città si allargavano in maniera caotica e disordinata, senza piani regolatori e diventavano terreno fertile per le ingiustizie sociali; l’inserimento degli immigrati meridionali metteva in evidenza il divario, non solo economico ma anche dei modi di vita e dei modelli culturali, fra il nord e il sud del Paese. Tuttavia nello stesso periodo iniziava una progressiva attenuazione delle differenze favorita dalle esperienze lavorative simili, dalla scolarizzazione e dalla diffusione dei consumi di massa, in primis la televisione [8] .
I mutamenti sociali investivano anche il mondo cattolico, il processo di secolarizzazione iniziato già negli anni cinquanta si andava evidenziando sempre di più. Si iniziava a deviare, soprattutto nel privato, dai precetti cattolici e la Chiesa mostrava segni di forte preoccupazione già a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta. Giovanni Battista Montini (arcivescovo di Milano e futuro Papa Paolo VI) evidenziava, come faceveno anche i partiti, il raffreddamento del comportamento dei credenti ma anch’egli senza capirne le motivazioni profonde: “dobbiamo riconoscere che grandissima parte dei nostri fedeli sono infedeli; che il numero dei lontani supera quello dei vicini, che il raggio pastorale in molte parti va gradatamente restringendosi” [9] . Il maggior mezzo di secolarizzazione era stato probabilmente la televisione, ma la Chiesa pur controllandola di fatto attraverso la Democrazia Cristiana, si era concentrata sulla censura di atteggiamenti e pose particolari piuttosto  che sull’imposizione di un modello di vita edonistico e consumistico; infatti, come lucidamente scriverà Pierpaolo Pasolini nel 1974, il Vaticano avrebbe dovuto censurare Carosello, il seguitissimo programma pubblicitario della Rai, attraverso il quale passava realmente la secolarizzazione del Paese.
L’avvento della nuova società del benessere era segnato dal distacco dalle ideologie resistenziali e per questo risultava poco comprensibile ai dirigenti politici che avevano combattuto il fascismo ed erano cresciuti nelle ristrettezze materiali e personali. Il Partito Comunista Italiano non riusciva a interpretare la disaffezione della classe operaia ai principi socialisti, Pietro Nenni a differenza di Togliatti era conscio che lo stalinismo era stata una conseguenza della dittatura del proletariato e che anche dal punto di vista sindacale, gli insuccessi non erano spiegabili soltanto con le minacce degli industriali, perché la classe operaia “quando vuole sa fronteggiare ogni forma di terrorismo padronale” [10]
La Malfa , uno dei politici più lucidi nell’avvertire il reale cambiamento del Paese, già all’indomani del XX Congresso del PCUS scriveva a Nenni per riflettere sull’opportunità di mantenere o no l’alleanza con il PCI. “Con l’affievolimento e forse la crisi della politica comunista, il posto di guida spetta ormai a voi, sulla base della stessa tradizione del vostro partito” [11] . La Malfa, fatto raro tra i politici del tempo, sarebbe riuscito a percepire la portata sociale, non solo economica, dei cambiamenti in atto e a intravedere la nascita delle nuove identità collettive emergenti e il conseguente declino delle identità divise, per questo sarebbe diventato uno dei punti di riferimento per la terza forza [12] .
Anche Giuseppe Saragat si sarebbe accorto delle nuove richieste emergenti di partecipazione, della società che cambia e che si libera dal fardello delle ideologie e avrebbe evidenziato il fatto che molti lavoratori cattolici desiderassero un allargamento della base democratica del Paese, auspicando “una politica che tenda all’inserimento nell’area di tale democrazia di lavoratori sino a ieri dominati dall’ipoteca di dottrine di carattere totalitario” [13]
Il risultato deludente alle elezioni politiche del 1953, dopo la legge truffa che garantiva un consistente premio di maggioranza, diede il colpo di grazia a un De Gasperi già in declino e favoriva un avvicendamento di generazioni con Fanfani, logorando gli stessi rapporti tra i partiti centristi [14]
. Negli anni successivi, la Democrazia Cristiana sarebbe stata accusata di voler attuare un socialismo bianco, favorendo un sempre maggior intervento pubblico in economia a discapito dell’iniziativa privata. L’apertura a sinistra era malvista dal Vaticano e, pur condannando l’apertura a sinistra, il solo Giovanni Battista Montini era favorevole ad un allargamento del consenso democratico, ritenendo utile che le classi dirigenti sentissero “il bisogno di elevazione delle classi lavoratrici, nel quadro di una economia sempre più rivolta al bene comune” [15] .
La Chiesa...
.....non comprendeva la società e diffidava da qualsiasi tipo di modernizzazione, in questo quadro Aldo Moro riusciva a emergere dimostrando di essere uno dei pochi uomini in grado di guidare in autonomia un partito di ispirazione cattolica e allo stesso tempo di farsi garante verso gli altri partiti laici di un normale rapporto tra Stato e Chiesa. Ma se da parte cattolica era sempre vivo lo spauracchio comunista, il PCI temeva l’isolamento politico; in effetti il processo di destalinizzazione avviato nel 1956 non aveva scalfito le certezze dei comunisti che presi dalla lotta di classe non si stavano accorgendo dei mutamenti della società, pensando soltanto ad allontanare il riformismo perché avrebbe potuto minare alla tensione ideologica delle masse [16] .
L’ala dura del PCI, nella persona di Giancarlo Pajetta, era fortemente contraria all’alleanza di centro-sinistra, sia perché aveva “venature riformiste, ma è sostanzialmente reazionario” e sia perché questo metteva il PCI in una posizione secondaria nei confronti del PSI e auspicava quindi di tessere “saldi collegamenti con i sindacalisti” e di “isolare i nenniani” [17]
in favore dell’ala impersonata da Riccardo Lombardi il quale sosteneva che le riforme sarebbero dovute essere di struttura per scardinare e modificare il sistema economico-sociale. In sostanza la posizione del PCI era ben riassumibile in alcune frasi di Togliatti che, dicendo “noi governiamo dall’opposizione”, spiegava di fatto il ruolo di un grande partito d’opposizione in una società complessa e articolata come quella italiana. Per quanto riguarda l’ingresso del PSI nel governo il segretario comunista aveva una posizione molto pragmatica e pensando che l’esperienza del centro-sinistra potesse produrre alcuni risultati, evidenziava come i comunisti non sarebbero stati così sciocchi da non raccoglierne i frutti fatti cadere dall’albero grazie al lavoro dei socialisti.
Il Partito socialista si rendeva conto che oltre alla lotta ideologica, la classe operaia poneva le giuste rivendicazioni di miglioramento individuale. Soltanto con la lucidità del giovane Enrico Berlinguer all’interno del PCI, a partire dai primi anni sessanta, comparivano le prime riflessioni sulla società che cambiava. Gli appartenenti alla nuova classe emergente, quarantenni che non avevano vissuto la lotta antifascista in prima persona e avevano aderito al PCI per una scelta meditata e provenienti da famiglie della borghesia medio-alta e con una buona formazione, avevano le capacità culturali e l’esperienza personale per comprendere a fondo la società del benessere. Berlinguer intuiva che l’attardarsi sullo scontro ideologico era inutile perché gli italiani aspiravano ai miglioramenti personali e al benessere individuale e ancor più tra i giovani che iniziavano ad allontanarsi dai partiti, preferendo altre forme di associazionismo politico [18]
La distanza tra i due grandi partiti di massa della sinistra italiana continuava ad aumentare, Nenni infatti riteneva infruttuosa l’alleanza coi comunisti nella società italiana e mirava a nuove alleanze. “Il centro sinistra può diventare un grande fatto nella società italiana” [19]
sosteneva Pietro Nenni e per questo il PSI rivendicava l’ingresso nel Governo per difendere gli interessi dei lavoratori; la famosa frase sulla necessità di entrare nella “stanza dei bottoni” riassumeva l’obiettivo del segretario socialista. Gli stessi americani avvertivano il progressivo e inesorabile distacco tra il PCI e il PSI e giudicavano Nenni, insieme con Aldo Moro, uno dei più abili politici italiani; ma proprio dalla metà degli anni sessanta il PSI non sarebbe più riuscito a darsi una ferrea organizzazione interna e il partito sarebbe andato incontro alla totale degenerazione correntizia [20] .
Aldo Moro, calmo e sicuro, tendeva a risolvere i contrasti col compromesso e la mediazione; come afferma Pietro Scoppola, era uno dei pochi che “avverte e denuncia spesso i pericoli di una passionalità e di una razionalità latenti nel Paese” [21] ed era percepito da tutti come il vero leader dell’allargamento a sinistra, l’unico che riusciva a dare coesione all’intera DC. Il centro-sinistra era una realtà e la caratteristica principale era quella di ampliare il consenso nei confronti dello Stato democratico; Moro accorgendosi del sensibile miglioramento del sistema economico, si illudeva di dirigere la politica governativa verso una correzione delle inique leggi del mercato al fine di appagare le esigenze legittime di larghi strati di popolazione [22] . Nasceva in quegli anni, anche in Italia, la prassi degli accordi trilaterali tra governo, industriali e sindacati, cioè tra quelle forze che ormai vengono definite parti sociali; questo neo-corporativismo garantiva una certa stabilità politica, ma a differenza degli altri Stati europei, il Partito comunista in Italia se ne era enormemente avvantaggiato [23] .
Infine Moro avrebbe affermato che, se dal punto di vista della singola azienda, la convenienza all’investimento giocava a favore delle zone e dei settori più avanzati era evidente come “questa convenienza privata non coincide più, in numero sempre più elevato di casi, con la convenienza economica e sociale” [24] dell’intera nazione. Questa vocazione statalista dell’ideologia democristiana avrebbe guidato per molti anni la politica economica dei governi, rimanendo sempre ancorata alla scelta democratica originaria, per questo il popolo italiano si identificava largamente con la DC. Gli anni del miracolo sono leggibili soltanto se si considerano come il superamento delle ideologie che, guardando agli individui come masse indistinte, non badavano alle aspirazioni e ai sogni personali e avevano quindi finito per perdere il senso dell’uomo; le ideologie avevano fallito laddove non erano riuscite a mettere l’uomo al centro della politica [25] .
 
CAPITOLO II
Il compromesso storico: i protagonisti
La radicalizzazione dello scontro sociale arrivava in Italia alla fine degli anni sessanta; l’aria di contestazione giunta dagli Stati Uniti si manifestava in maniera impetuosa anche nel vecchio continente ed in particolare in Francia e in Italia. L’Europa era un’area ormai altamente scolarizzata tanto che “tra il 1960 e il 1980 il numero degli studenti triplicò o quadruplicò, quando non si moltiplicò […] dalle cinque alle sette volte, come in Finlandia, in Islanda e Svezia e in Italia” [26] e in effetti i primi protagonisti della contestazione erano stati gli studenti universitari.
La differenza col movimento d’oltreoceano, caratterizzato esclusivamente dall’anti-imperialismo e dalla protesta contro la guerra del Vietnam era data dalla forte caratterizzazione ideologica in senso marxista-leninista e assumeva connotati sempre più ostili nei confronti del sistema borghese e capitalistico. Pur restando il momento di contestazione dello sviluppo, questo era anche il momento culminante della rottura con le istituzioni tradizionali e in particolare la scuola, la Chiesa e la famiglia; il cataclisma favorito dalla secolarizzazione aveva fatto si che le trasformazioni culturali ed economiche fossero strettamente interconnesse tra loro.
L’Italia era da anni in cerca di una nuova identità, tra boom economico, secolarizzazione ed evoluzione dei modi di vita ma il movimento studentesco non riusciva a rimarcare adeguatamente le rivendicazioni di tipo modernista e libertario, concentrandosi quasi esclusivamente su questioni ideologiche. La questione della scelta di campo era stata ormai superata al punto che gli stessi dirigenti del PCI che pochi anni prima si erano schierati apertamente contro la rivoluzione ungherese e a favore dell’intervento militare sovietico, nell’Agosto del 1968 avevano manifestato apertamente il proprio dissenso nei confronti dell’intervento sovietico in Cecoslovacchia. [27]
Dalla fine del 1968, grazie alle posizioni operaiste degli intellettuali e all’ideologia marxista, il movimento studentesco trovava nella classe operaia il proprio interlocutore di riferimento. Sulla scena politica irrompevano formazioni partitiche, che ponendosi alla sinistra del PCI, intendevano rimarcare il distacco dai partiti rappresentati in Parlamento e per questo venivano chiamati extraparlamentari: Potere operaio, Lotta continua, Avanguardia operaia [28] . Nel frattempo Enrico Berlinguer diventava vicesegretario del PCI guidato da Luigi Longo e riguardo al movimento degli studenti, preannunciando le sue future elaborazioni, avrebbe affermato nella tribuna elettorale del 16 Aprile 1968: “… lavoriamo per una nuova maggioranza puntando sullo sviluppo delle spinte unitarie che coinvolgono strati sociali e forze politiche di ogni orientamento […] il partito comunista è presente in tutte le lotte operaie e contadine e nel movimento studentesco […] facciamo parte di questo movimento con le nostre organizzazioni” [29] .
 
2.1 Enrico Berlinguer
Gli anni successivi all’inizio della contestazione studentesca vedevano Berlinguer assumere la guida del partito e nel mentre maturava in lui l’idea che le convinzioni di Togliatti sulla fragilità della democrazia italiana fossero non soltanto fondate ma anche meritevoli di urgente approfondimento. Come avrebbe affermato Luigi Longo “il compromesso storico segnava una svolta qualitativa nei confronti di quella mano tesa e di quella permanente attenzione al mondo cattolico, che pur aveva contraddistinto la linea togliattiana, sublimata dalla votazione dell’articolo 7 della Costituzione” [30]
Analizzando la crisi cilena avvenuta alla fine del 1972, Berlinguer progetta l’incontro tra laici, cattolici e comunisti. La situazione cilena e il golpe che aveva appena rovesciato Allende erano tema di acceso dibattito in Italia, soprattutto all’interno del movimento operaio che proprio in quegli anni era attraversato da forti divisioni, alimentate anche dall’interpretazione sulla vicenda cilena in relazione ai temi dell’unità delle sinistre.
Le differenze che intercorrevano tra l’Italia e il Cile non sfuggivano al gruppo dirigente comunista e in particolare a Berlinguer che evidenziava come “il Cile e l’Italia sono situate in due regioni del mondo assai diverse […] differenti sono anche il rispettivo assetto sociale, la struttura economica e il grado di sviluppo delle forze produttive, così come sono diversi il sistema istituzionale (Repubblica presidenziale in Cile, Repubblica parlamentare in Italia) e gli ordinamenti statali” [31]
Ma erano presenti alcune analogie importanti e per Berlinguer preoccupanti, prima fra tutte la dislocazione delle forze in campo. Da una parte le forze reazionarie dell’estrema destra che usavano ogni mezzo lecito e illecito come prassi nelle loro azioni; dall’altra, l’estrema sinistra e in particolare il Mir (Movimento de la izquierda revolucionaria), formata da giovani extraparlamentari che il dirigente comunista Volodia Teitelboin definiva “gente estranea al popolo che ha posizioni soggettivistiche e volontaristiche, che per proprio conto ha abolito le leggi dell’economia politica, che ignora la tattica e crede che la rivoluzione cominci dalla fine. Sono pochi, ma le loro azioni hanno enorme rilievo nella stampa reazionaria” [32] . Lo stesso Berlinguer temeva le strumentalizzazioni che potevano nascere a causa delle posizioni degli extraparlamentari italiani e il suo giudizio era ancor più severo quando diceva che “noi non siamo affetti da cretinismo parlamentare, mentre qualcuno è affetto da cretinismo extraparlamentare. Noi consideriamo il Parlamento un istituto essenziale della vita politica e non soltanto oggi ma anche nella fase del passaggio al socialismo e nel corso della sua costruzione” [33] .
Berlinguer sperava che i fatti del Cile potessero servire a facilitare il risveglio delle coscienze democratiche, perché avevano evidenziato come le classi dominanti borghesi e i partiti che le rappresentavano non avrebbero perso tempo a distruggere la libertà laddove i propri privilegi fossero stati minacciati. La presenza statunitense aveva inoltre aiutato tali forze reazionarie e andava quindi rilanciata una politica internazionale tesa a contenere le spinte imperialiste al fine di aiutare i popoli che lottavano per un nuovo assetto del mondo. La crescente volontà di autonomia dei paesi europei sotto l’influenza statunitense spingeva Berlinguer a credere che la distensione internazionale e la coesistenza fossero il primo passo verso il superamento della divisione del mondo in blocchi e zone d’influenza. Questa strada era l’unica in grado di avviare i processi di sviluppo democratico in tutti i paesi del mondo, a prescindere dal regime sociale interno, per affermare il diritto di ogni nazione all’autedeterminazione e per eliminare la possibilità di interferenza imperialista [34]
Per il segretario del PCI era necessario approfondire il significato e l’azione della via italiana al socialismo. Riteneva di primaria importanza per l’Italia “modificare gli interni rapporti di forza in misura tale da scoraggiare e rendere vano ogni tentativo dei gruppi reazionari interni e internazionali di sovvertire il quadro democratico e costituzionale, di colpire le conquiste raggiunte dal nostro popolo, di spezzarne l’unità e di arrestare la sua avanzata verso la trasformazione della società” [35]
L’analisi di Berlinguer si dispiegava a partire dalla lotta di liberazione, durante la quale solo l’unione delle forze democratiche (di ispirazione socialista e cattolica) aveva reso possibile una conclusione positiva per il Paese. Il coinvolgimento della stragrande maggioranza del popolo, soprattutto nei paesi dalla struttura economica e sociale articolata e complessa, era l’unica via perseguibile per rinnovare profondamente la società. La controprova la si aveva anche nei regimi di tipo totalitario di destra (la Germania nazista e l’Italia fascista), evidenziava Berlinguer, nei quali il coinvolgimento delle masse era stato un obiettivo strategico e obbligato [36] .
Solo “facendo nostra la bandiera della difesa della libertà e del metodo della democrazia” si poteva bloccare il tentativo dei gruppi sociali dominanti di rompere il quadro democratico atto a scatenare la violenza reazionaria e solo “tenendo nelle nostre mani la causa della difesa delle libertà e del progresso democratico” si poteva evitare la spaccatura verticale del Paese; insomma era necessario “ricercare ogni possibile intesa e convergenza fra tutte le forze popolari”. Secondo Berlinguer la via democratica al socialismo passava per la capacità del movimento operaio di compiere le proprie scelte in base alla situazione contingente e promuovendo “sia da posizioni di governo che stando all’opposizione, una costante iniziativa per rinnovare profondamente in senso democratico le leggi, gli ordinamenti, le strutture e gli apparati dello Stato” [37]
Ciò che Berlinguer proponeva non era una formula di governo o un modo per formare maggioranze parlamentari bensì la naturale continuazione del processo storico iniziato col voto all’articolo 7 della Costituzione repubblicana. L’analisi berlingueriana metteva in luce la necessità di grandi trasformazioni sociali, economiche e politiche oltre che un profondo rinnovamento della morale pubblica e dell’organizzazione sociale. Secondo il leader comunista questo non poteva avvenire senza l’accordo delle grandi forze sociali (operai, borghesia produttiva, contadini, giovani, donne) e politiche (comunisti, socialisti, cattolici e laici). Insomma era necessario assumere una corresponsabilità storica, non necessariamente di governo, che avrebbe impegnato tutte le forze democratiche a una solidarietà nazionale e a uno sforzo di comprensione reciproca che potesse consentire di trasformare il Paese [38]
La via democratica al socialismo secondo Berlinguer era un cammino progressivo che passava per il coinvolgimento di figure sociali e categorie economiche non definite (masse giovanili e femminili, esponenti del mondo della scienza e della cultura, popolazioni del mezzogiorno e delle isole) che seppur accomunabili, al loro interno non avevano omogeneità, in riferimento alla posizione professionale e spesso non appartenevano neanche allo stesso ceto sociale. Una politica di rinnovamento democratico che avrebbe visto coinvolta la stragrande maggioranza della popolazione doveva prevedere oltre che larghe alleanze sociali anche una serie di rapporti politici che potessero favorire la convergenza tra le forze democratiche, prevedendo anche un accordo politico-istituzionale.
L’esperienza cilena rafforzava in Berlinguer l’idea che l’unione delle forze della sinistra non sarebbe bastata a scongiurare il pericolo della deriva reazionaria e la fine della democrazia. In Italia era indispensabile prevenire quella saldatura tra il centro e la destra che avrebbe dato vita a un’alleanza organica di tipo clerico-fascista e invece era fondamentale portare le formazioni di centro su posizioni democratiche. Il leader comunista partiva dal presupposto che, quand’anche i partiti di sinistra avessero potuto raggiungere il 51% dei consensi, non si sarebbe potuto garantire la sopravvivenza e l’opera di un governo e da qui la sua famosa affermazione “non basta il 51%”. In effetti Berlinguer non avrebbe mai parlato di alternativa di sinistra bensì di alternativa democratica intesa come prospettiva politica di accordo e collaborazione tra le forze popolari di ispirazione comunista e socialista con quelle di ispirazione cattolica [39]
Si discuteva sul fatto che Berlinguer avesse avuto un consigliere politico, Franco Rodano, vero timoniere verso la rota di avvicinamento al mondo cattolico; questa eminenza grigia, aveva fondato un movimento di comunisti cattolici e poi un partito della sinistra cristiana per approdare infine nel PCI. Rodano in realtà, separando nettamente la religione dalla politica, fondava la sua fede cristiana su motivi spirituali e la militanza al PCI su motivi politici. Sostenitore convinto delle scelte berlingueriane, aveva come punto fermo della sua ricerca la rivoluzione nella democrazia e il segretario avrebbe rimarcato spesso gli assunti di Rodano in relazione alla necessità del superamento da parte del PCI dell’adesione acritica al marxismo-leninismo e contemporaneamente la necessità di liberare la DC dai vincoli e dai vizi del temporalismo e dell’integralismo [40] .
Berlinguer aveva ben presente che, oltre alla soluzione dei rapporti tra Chiesa e Stato e alla reciproca comprensione col mondo cattolico, era necessario affrontare il nodo del rapporto con la Democrazia Cristiana che comunque raccoglieva “nelle sue file o sotto la sua influenza una larga parte delle masse lavoratrici e popolari di orientamento cattolico”. Il legame tra la DC e i gruppi dominanti aveva un peso rilevante nelle scelte politiche del partito, ma anche le influenze di una larga parte del ceto medio oltre che dei giovani, dei contadini, delle donne e degli operai, attraverso sollecitazioni  e legittime aspirazioni facevano sempre più avvertire la propria influenza nelle scelte politiche della Democrazia Cristiana. L’analisi di Berlinguer evidenziava come la DC fosse una realtà molto varia ma soprattutto mutevole e che questi mutamenti sarebbero stati imputabili sia a una dialettica tutta interna al partito ma anche agli avvenimenti internazionali e ancor più  alle lotte e ai rapporti tra le classi e i partiti [41] .
Il leader comunista traeva la conclusione che il compito del PCI sarebbe stato quello di “isolare e sconfiggere drasticamente le tendenze che puntano o che possono essere tentate di puntare sulla contrapposizione e sulla spaccatura verticale del Paese, o che comunque si ostinano in una posizione di pregiudiziale preclusione ideologica anti-comunista, la quale rappresenta di per sé, in Italia, un incombente pericolo di scissione della nazione”. Berlinguer vedeva come improcrastinabile la necessità di un dialogo costruttivo e di un’intesa senza che questo dovesse obbligatoriamente significare la rinuncia a distinzioni o diversità ideologiche. Quindi vista “la gravità dei problemi del Paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico” si rendeva necessario e urgente addivenire “a quello che può essere definito il nuovo grande compromesso storico tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano” [42]
2.2 Aldo Moro
Moro, da fine tessitore di rapporti quale era, Moro riteneva che lo sviluppo dell’Italia sarebbe dovuto passare per il dialogo tra tutte le forze politiche democratiche e le parti sociali. Ispirato dalle parole di De Gasperi, vedeva la DC come un partito di centro che guardasse a sinistra; Moro pensava che la Democrazia Cristiana dovesse avere l’onere del governo del Paese per il bene stesso dello Stato e in accordo con questo pensiero aveva favorito l’apertura a sinistra, ossia il coinvolgimento nel governo del PSI che dopo i fatti d’Ungheria si era allontanato dai comunisti.
Praticamente terminata l’esperienza di governo del centro-sinistra arrivava il sessantotto e la contestazione studentesca, Aldo Moro aveva percepito immediatamente la portata storica degli eventi e in risposta a tale fenomeno avrebbe immaginato una nuova formula politica; il suo realismo, le sue sottili distinzioni lo avrebbero portato a ideare la strategia dell’attenzione prima e le convergenze parallele poi. In sostanza dal 1968 in poi avrebbe cercato di far recepire ai suoi amici di partito le istanze di democratizzazione sociale perché, oltre che essere condivisibili, sarebbero state un utile strumento per svuotare la sinistra delle sue rivendicazioni più efficaci.
L’analisi politica di Moro partiva dalla constatazione che la Democrazia Cristiana non fosse presente all’interno di quel mondo ricco di fermenti rinnovatori nel quale si trovava la società italiana; auspicava che la DC, pur mantenendo la propria integrità ideale ripensasse a una seria politica di centro-sinistra. Riteneva che la Democrazia cristiana sarebbe stata chiamata ad essere sempre più un partito d’opinione e che avrebbe dovuto far convogliare le volontà dei cittadini, non solo nel voto, ma soprattutto nelle risposte quotidiane alle sollecitazioni sociali e politiche.
Per Moro il dialogo politico che attraverso una sostanziale omogeneità nelle scelte di fondo avrebbe portato a delle intese costruttive, era un valore a sé stante e per questo andava perseguito attivando un’area di positive collaborazioni e sistematiche convergenze al fine di favorire un rinnovamento sociale e politico. La Democrazia Cristiana avrebbe dovuto porsi in collegamento diretto con le masse per assumerne la rappresentanza e quindi assicurarne un’effettiva influenza sul potere politico. Moro già dal 1969, pur con titubanza, vedeva nell’opposizione comunista un interlocutore da non trascurare; pur evidenziando il perdurare di una “impossibilità di una comune gestione del potere e di qualsiasi intesa che crei un equivoco in una situazione da chiarire” non mancava di precisare che in Italia i democratici, cattolici e laici, avevano deciso “di accettare la dialettica democratica senza lasciare margini, senza operare esclusioni” e per questo “ in termini di libertà deve svolgersi il confronto con il Partito comunista” [43] .
Moro riteneva  che il partito comunista, seppur in maniera distorta, rappresentasse vasti settori della società italiana e per questo sarebbe stato meritevole di coinvolgimento nel gioco democratico. La presenza del PCI nel Parlamento e nel Paese era stata per Moro occasione di confronto, dapprima polemico ma poi sempre più attento e significativo, atto a soddisfare gli interessi del popolo non in maniera demagogica bensì organica e veritiera. Questa presenza aveva certamente influenzato il gioco democratico e la stessa DC ma anche il Partito comunista ne era stato influenzato e questo circolo virtuoso aveva contribuito a riportare in limiti accettabili le tensioni del sistema sociale, garantendone nuovi equilibri politici.
Entrando nel merito delle contestazioni giovanili, Moro evidenziava come i giovani chiedessero un nuovo ordine sociale e una nuova prospettiva politica non conservatrice. Una richiesta d’innovazione che avrebbe favorito una reale partecipazione, fatto questo che per Moro non doveva essere percepito soltanto come mera rivendicazione, quanto come una vera e propria assunzione di responsabilità. Lo Stato avrebbe dovuto farsi garante delle nuove istanze anche al fine di contenere alcune forme “negative, dispersive, inutilmente grossolane e violente” che avrebbero potuto mettere in discussione la libertà e il sistema democratico. Per Moro sarebbe stato miope non entrare nel merito delle questioni e badare soltanto ai fatti contingenti piuttosto che allo sviluppo storico del fenomeno. Lo Stato aveva il compito di far convogliare la domanda sociale e la protesta attraverso i giusti canali per arrivare a uno sbocco positivo; questo era per Moro l’unico modo per tenere sotto controllo gli eccessi, pur salvaguardando la sostanza che il processo rinnovatore portava con sé. Per il dirigente democristiano era necessario “interpretare questo momento di storia, in questo momento collocandosi sulla sinistra, sulle posizioni cioè di movimento”, solo così la DC sarebbe potuta ancora essere protagonista della vita politica italiana e solo così sarebbe riuscita ad evitare che un’alternativa si affermasse, “facendo essa, con il mutare dei tempi, da opposizione ed alterativa a sé stessa” [44] .
L’avvicinamento al PCI, reso più semplice dall’elezione di Enrico Berlinguer alla guida del partito, sarebbe dovuta avvenire, secondo i piani di Moro, in tre fasi: la prima vedeva l’astensione di tutti i partiti dell’arco costituzionale su un governo democristiano, la seconda prevedeva il voto favorevole degli stessi partiti nei confronti dello stesso governo e per finire sarebbe dovuta arrivare la partecipazione diretta ad un nuovo governo. La terza fase riproposta da Moro e Zaccagnini nel 1976, dopo le elezioni politiche che avevano portato il PCI a oltre il 34%, non sarebbe mai arrivata a causa delle note vicende relative al rapimento e all’assassinio di Aldo Moro.
Le prime due fasi però avevano trovato completa attuazione, il periodo della solidarietà nazionale avrebbe permesso a Moro di coinvolgere il PCI nelle responsabilità di governo, dapprima con un’astensione per poi passare a un appoggio esterno e nel contempo avrebbe offerto garanzie alle correnti democristiane e agli alleati occidentali dell’Italia. Moro intendeva legittimare il PCI come forza di governo ma era anche conscio del fatto che questa collaborazione avrebbe favorito il rilancio industriale del Paese a cominciare dal Mezzogiorno e in politica estera avrebbe portato stabilità nel Mediterraneo, aiutando l’Italia a fare da mediatore tra il mondo arabo e quello occidentale.
La riflessione morotea sulla terza fase partiva dal giudizio negativo sulla maturità della democrazia italiana; una democrazia che soltanto attraverso il dialogo tra le grandi culture popolari avrebbe potuto reggere il peso delle tensioni economiche e sociali oltre che delle spinte sovversive di ogni tipo. All’interno della DC, soprattutto tra i giovani dirigenti, si sviluppava un’analisi acurata della situazione italiana, nella quale “i più attenti sentivano che ad un sistema di democrazia formale, quasi perfetto, non corrispondeva nei fatti una democrazia sostanziale” a causa dell’immatura cultura della partecipazione, del voto visto come delega agli eletti e delle storture del sistema a iniziare dai fenomeni di clientelismo e corruzione. Tra i giovani dirigenti della DC, in linea con Moro, era convinzione diffusa che “soltanto le forze veramente democratiche che avevano prodotto la sconfitta del fascismo e l’elaborazione della Costituzione, governando insieme o collaborando, avrebbero potuto favorire questo passaggio dalla democrazia formale alla democrazia sostanziale” [45]
Moro sarebbe arrivato ad affermare, alla fine degli anni settanta, che si era in una situazione nuova, inconsueta, di fronte alla quale sarebbe stato necessario trovare nuovi strumenti per risolvere la crisi, perché gli ingranaggi della vita politica italiana si erano arrugginiti, qualcosa nel sistema si era guastato. Il PCI era ormai una forza praticamente alla pari con la DC e due vincitori nel sistema politico se avessero voluto avrebbero finito per paralizzarsi a vicenda; era indispensabile fuggire dalla logica del condizionamento. Secondo Moro la Democrazia Cristiana, nel 1978, si trovava di fronte uno schieramento di partiti non ostili, tra i quali per la prima volta si poteva annoverare il Partito comunista italiano. L’egemonia della DC era attenuata e si rendeva quindi indispensabile agire secondo uno “spirito costruttivo per ricercare se tra queste due forze antitetiche, alternative, della tradizione italiana, vi potesse essere qualche punto di convergenza, per lo meno su alcune cose; se vi potesse essere interesse a capirsi reciprocamente intorno al modo di soluzione di alcuni problemi del Paese” [46] .
Secondo lo stesso Berlinguer “l’onorevole Moro aveva affrontato il nodo della questione comunista secondo un modo e un intento precisi, che erano di sciogliere quel nodo positivamente. La sua gradualità, anzi la sua prudenza circospetta, stavano in diretta relazione con la sua dichiarata volontà di procedere più avanti possibile nel rapporto col PCI. La sua visione della democrazia non contemplava che lo Stato sorto dalla Resistenza e dalla società italiana quale si è storicamente formata, potessero vivere svilupparsi escludendone il movimento operaio nel suo complesso, quindi il PCI, il partito che più li rappresentava” [47]
Moro procedeva cautamente nel cammino che avrebbe dovuto portare alla terza fase e dalla semplice non opposizione da parte del Partito comunista cercava di arrivare a un’intesa dal contenuto positivo, praticamente un accordo anche se parziale. Pur non comportando la formazione di una vera maggioranza parlamentare era chiaro a tutti come questa fase avrebbe avuto un suo importante significato politico che obbediva alle esigenze del Paese; infatti pur nel rispetto dell’identità e sensibilità della Democrazia cristiana si tentava di dare contenuto al programma per le future azioni di governo. Secondo Moro la forza della DC era data dal sapersi adattare, dal riuscire a cambiare in relazione ai tempi e questo è ciò che si rendeva necessario anche in questo momento. In alcune fasi, durante la metà degli anni settanta, all’interno del partito in molti credevano utile andare a elezioni per cercare di far perdere consenso al PCI ma Moro rimaneva fedele al suo modo di fare politica, ritenendo che se vi fosse “nella pazienza, nella ricerca, nel ritmo della nostra conduzione della crisi, una via che ci si apra dinanzi e che ci permetta di restare sostanzialmente nella nostra linea, anche se su un terreno nuovo  e più esposto” ebbene quella via sarebbe dovuta essere seguita con convinzione e determinazione [48]
Per Moro pur non sussistendo le condizioni per trovare una intesa politica che avrebbe permesso al Partito comunista di entrare in piena solidarietà politica con la Democrazia cristiana, esisteva però un dovere nei confronti del Paese di trovare una convergenza sul programma, “un programma arricchito, adeguato al momento che attraversiamo, una convergenza che si esprima con adesioni positive”, che desse risposte all’emergenza reale in cui versava la società italiana. Vi era secondo Moro un’emergenza economica e una politica e non era pensabile porvi rimedio senza un accordo tra le maggiori forze; molto lucidamente spingeva a immaginare cosa sarebbe potuto accadere “se questo Paese dalla passionalità intensa e dalle strutture fragili, fosse messo ogni giorno alla prova da una opposizione condotta fino in fondo” [49] .
 
CAPITOLO III
Il dibattito storico
Il dibattito storico sul processo che aveva portato al compromesso storico e ai governi di solidarietà nazionale è stato sempre condotto a partire dall’analisi delle modalità che avevano portato alla crisi del centrismo, inteso come alleanza della DC con altri partiti del centro.
Secondo Nicola Trafaglia la crisi si apriva nel 1953 per due ordini di ragioni, uno interno che consisteva nel mancato scatto della legge elettorale maggioritaria (meglio nota come legge truffa) e l’altro di politica estera dovuto all’inizio della destalinizzazione innescata da Chruscev. Da quel momento, continua Trafaglia, la DC aveva avviato un rinnovamento interno sia dal punto di vista organizzativo che di uomini, in particolare si era innescato un graduale allargamento dell’autonomia nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, favorito in particolar modo dalla corrente interna Iniziativa Democratica. [50]
La corrente Iniziativa Democratica, nata per preparare una successione giovane, aveva finito la sua spinta propulsiva nel 1959 e da essa sarebbe nata la corrente Dorotea che avrebbe permesso al giovane Aldo Moro di arrivare alla segreteria del partito; i capi dorotei, confidando troppo nel proprio potere, non si erano resi conto che il giovane dirigente aveva già in mente un progetto a lungo termine di apertura a sinistra. Il suo disegno, mosso da una logica inclusiva, era infatti quello di portare nell’area di governo una parte sempre maggiore di popolazione. Moro non avrebbe mai accettato di farsi distogliere dal suo obiettivo di fondo e questo lo distingueva dal resto della corrente Dorotea, interessata maggiormente alla gestione del potere [51]
La modernità di Moro, afferma Piero Craveri, stava nel fatto di aver colto meglio di altri la lezione dei due dopoguerra del novecento, in riferimento al consolidamento democratico egli riteneva che la composizione dei conflitti sociali potesse essere espressa soltanto attraverso un processo di mediazione e alleanze [52]
L’Italia stava cambiando e il consumo assurgeva a divinità mentre il cattolicesimo tradizionale declinava fortemente, nel senso che andava scomparendo ogni vincolo di obbligazione politica e si registrava una caduta della religiosità anche se gli italiani continuavano a definirsi cattolici [53] .
Secondo Pietro Scoppola il ruolo della televisione era stato di fondamentale importanza per la diffusione del consumismo; ad una prima analisi si può affermare che l’american way of life diventava la norma per molti italiani. I modelli culturali americani, propugnati dai film, diventavano il maggior veicolo di diffusione di questo modo di vita e questo avveniva non senza contrasti e resistenze tanto che si poteva assistere a un rapporto di amore-odio con l’America. In realtà ciò che gli italiani seguivano era la forma esteriore del modello di vita americano e non le ispirazioni più profonde, quali il senso di responsabilità delle scelte individuali, il rischio e la competizione nell’ambito però di regole ben definite. In sostanza pur assumendo le forme esteriori del consumismo, il metodo dell’arrangiarsi tutto italiano rimaneva e anzi iniziava a permeare anche la pubblica amministrazione dove, pur in presenza di forti contrapposizioni politiche, veniva favorito dall’associazione dall’ideologia assistenzialista cattolica e dal rivendicazionalismo sindacale di matrice marxista [54]
.
In questa cornice, sempre secondo Scoppola, la Chiesa era troppo impegnata nello scontro frontale col comunismo per potersi accorgere che il vero nemico era la progressiva e diffusa secolarizzazione; un fenomeno tanto esteso e complesso che avrebbe trasformato costumi e mentalità incidendo nella vita privata e pubblica dei cittadini. Questo fenomeno avrebbe portato al progressivo allontanamento del mondo femminile dalla Chiesa, non pronta a rispondere alle nuove esigenze e ai nuovi problemi. “In realtà, né la cultura marxista né tantomeno l’elitaria cultura laica sono state in grado di offrire al paese basi alternative al sentimento morale popolare di matrice cristiana […] un salto in una sorta di vuoto etico del quale si percepisce oggi tutta la drammatica dimensione” [55] .
La stagione del centro-sinistra, secondo tutti gli storici, era permeata da riluttanze e dubbi. Secondo Silvio Lanaro, il PSI e in particolare la condotta di Riccardo Lombardi, uno dei principali leader del partito nonché fautore dell’idea che sarebbe stato necessario operare delle riforme strutturali profonde, determinava il panico degli operatori economici provocandone la diffidenza nei confronti del centro-sinistra [56]
Pietro Scoppola evidenzia come i governi di centro-sinistra fossero caratterizzati dal ritardo delle riforme, imputato alle riluttanze della Democrazia Cristiana, a sua volta condizionata dall’episcopato italiano. Moro, principale fautore del centro-sinistra, aveva ben presente la debolezza e fragilità della democrazia italiana che a differenza di democrazie più mature non prevedeva il metodo dell’alternanza, obbligando quindi a evitare contrapposizioni nette per realizzare aggregazioni articolate e complesse. Questo limite della democrazia italiana però era secondo Moro un’occasione di valorizzazione e consolidamento della democrazia come prevista nella Costituzione Repubblicana. Oltre che sulla linea dei valori costituzionali, il centro sinistra si sviluppava su “una incondizionata adesione ai cardini della costituzione materiale che è quella della democrazia dei partiti” [57]
Piero Craveri sottolinea come la reazione al riformismo, portato dai socialisti nelle esperienze di governo del centro-sinistra, fosse particolarmente virulenta anche a causa della debolezza del programma e l’evidente tentativo di isolare il PSI arrivava da più parti. Mentre le socialdemocrazie europee adattavano le proprie strategie all’economia di mercato per rendere compatibile il Welfare State con realistiche politiche di bilancio, in Italia si tendeva a sollecitare una conflittualità sociale senza alcuna strategia di redistribuzione del reddito. La sconfitta del riformismo socialista stava proprio nel fatto di aver fatto affidamento soltanto sugli incentivi collettivi, cioè quelli di tipo ideologico, senza capire di essere già in grado di distribuire, grazie alla propria azione politica, parlamentare, sindacale e amministrativa, una serie di incentivi selettivi, cioè quelli più variegati e tangibili oltre che attribuibili a soggetti diversi, come già faceva qualsiasi altro partito del sistema politico [58]
Moro insisteva perché i socialisti rompessero apertamente col PCI in tutte le assemblee elettive, aveva favorito che in molte grandi città si insediassero giunte di centro sinistra e nel contempo aveva come obiettivo della sua azione interna alla DC quello di tenere unito il partito. Nicola Trafaglia vede nella divisione interna al partito socialista e nella non attuazione delle riforme promesse, o nell’attuazione minimalista, alcuni dei motivi più importanti del fallimento del centro-sinistra. Inoltre un ruolo importante nel fallimento era stato rivestito dalla “scarsa conoscenza della macchina burocratica dello Stato, dall’incapacità di suggerire soluzioni alternative efficaci per un forte deficit della loro cultura di governo” [59]
In sostanza “il centro-sinistra non aveva potuto superare i limiti di una democrazia senza ricambio, li ha aggravati; sia i partiti di governo che quelli di opposizione sono coinvolti nella prassi del governo ai margini [60]
Praticamente tutta la storiografia concorda che dal 1968 in poi il modello di centro-sinistra entrava in crisi irreversibile e si manifestava la tendenza a ricercare nuovi e più avanzati equilibri che coinvolgessero anche il Partito comunista nella maggioranza di governo.
Col movimento studentesco, espone Piero Craveri, si manifestava un attivismo politico per la prima volta fuori dai partiti, dalle istituzioni e dalle sedi ufficiali e contemporaneamente si andava evidenziando una critica al PCI; col nascere di movimenti di ispirazione maoista o castrista, cioè modelli rivoluzionari al di fuori delle società industrializzate, il movimento studentesco aveva trovato nella classe operaia il più facile punto di riferimento. Il giovane Berlinguer, con responsabilità e guardando al futuro, da vice segretario del PCI cercava di portare il partito a esercitare un’egemonia nei confronti dei conflitti e movimenti che si andavano sviluppando nella società. In questi anni Berlinguer parlava per la prima volta di blocco sociale omogeneo e di strategia delle alleanze con le altre forze politiche; concepiva il socialismo non come avanzata lineare bensì come percorso complesso e difficoltoso che si sarebbe potuto esplicitare nell’unità di gruppi sociali e nello sviluppo della democrazia. Il PCI riusciva a egemonizzare i movimenti di massa e Berlinguer, grazie anche alla teoria delle vie nazionali al socialismo, diventava una delle figure di spicco italiane ed internazionali [61]
Silvio Lanaro si sofferma sulla situazione della DC evidenziando come fosse ormai in preda a litigi, sospetti e rimescolamenti spericolati di correnti e che pur rimanendo un partito di classe fosse ormai soprattutto un collettore di clientele. Moro si poneva nei confronti del proprio partito con un atteggiamento di tipo pastorale sempre pronto a prevenire lacerazioni ben sapendo che, per conservare la propria centralità, la DC avrebbe avuto bisogno di unità e di sacrificio, magari anche concedendo qualcosa agli alleati laici. Era in questo frangente che Moro illustrava la sua strategia dell’attenzione verso il mondo operaio e giovanile gravitante nell’area della sinistra e che scongiurando le battaglie e addormentando le tensioni tentava di prevenire l’allargamento e il radicamento delle forze conservatrici-reazionarie [62] .
Per quanto riguarda il PCI è limpida, secondo Silvio Lanaro, l’ascendenza di Franco Rodano su Berlinguer soprattutto in riferimento alla comprensione, vero strumento per annullare il conflitto, lo scontro e la stessa lotta di classe. Il segretario comunista spinto dai fatti del Cile arrivava alla conclusione che non si sarebbe potuto governare con maggioranze composite e risicate e che sarebbe stata necessaria un vasta confluenza di forze compatibili che senza rinunciare alle proprie identità addivenissero a un compromesso storico, cioè un compromesso che avrebbe dovuto superare le zavorre ideologiche [63]
In questa situazione, scrive Nicola Trafaglia, aggravata dall’opposizione poco propositiva dei comunisti e dalla debolezza ormai cronicizzata dei socialisti si consumava la crisi della Repubblica. Il divario tra nord e sud del Paese, la debolezza dell’economia italiana messa in luce dalla crisi energetica del 1973, l’urbanizzazione selvaggia e la crisi della sanità, dei trasporti e del sistema fiscale stavano facendo mutare il volto dell’Italia. Moro era sempre più persuaso della necessità di coinvolgere il PCI in un lavoro di ristrutturazione del sistema politico anche perché i socialisti erano ormai un partito ministeriale senza più radici a livello di masse [64]
Il nuovo segretario del PCI, Enrico Berlinguer, riteneva che per superare una situazione di crisi economica e politica, aggravata dall’emergenza terroristica, sarebbe stata necessaria una collaborazione non solo dei vertici ma soprattutto delle masse cattoliche e comuniste che, accomunate dalla solidarietà sociale e cristiana, avrebbero potuto ergersi contro le forti spinte individualiste di cui altre forze (sia economiche che di una certa cultura laica) erano portatrici. Si proponeva un allargamento della maggioranza piuttosto che un suo rovesciamento, nulla di nuovo insomma, se non fosse che per la prima volta la DC

avrebbe avuto un alleato di pari forza elettorale. Obiettivi dell’alleanza erano quindi la legittimazione del PCI come forza di governo e il superamento dell’emergenza politico-sociale e solo in una fase successiva si sarebbe potuto dar vita a una reale alternanza tra le maggiori forze popolari del Paese [65] .

 

Piero Craveri scrive che Moro andava sviluppando il suo imperativo di andare a sinistra perché avvertiva più di chiunque altro la fragilità dello Stato democratico e metteva in pratica questa sua vocazione attraverso un continuo lavorio di convergenze parlamentari estese sempre di più al PCI [66]
. L’annuncio del compromesso storico non era una novità in sé stessa ma lo era il fatto di averla scelta come unica strada percorribile. In sostanza si andava prefigurando un processo che attraverso l’esplicito percorso consociativo avrebbe portato al definitivo superamento della conventio ad escludendum [67] (regola non scritta secondo la quale il partito comunista non avrebbe mai potuto governare il Paese).
Un avvenimento chiave degli anni settanta in Italia era stato il referendum sul divorzio, Silvio Lanaro arriva a definirlo storico perché sanciva la fine della cultura ufficiale cattolica, dominante in Italia per quaranta anni. Sino ad allora vi era da parte del mondo religioso “l’ambizione di identificare una dottrina morale con la morale naturale”, pretendendo quindi “di annettere un’intera società a un’unica visione del mondo e a un solo modo di impostare la vita privata, i rapporti sessuali, i legami di paternità e maternità” [68]
.
Pietro Scoppola vede nell’esito del referendum sul divorzio la fonte principale dell’indebolimento della Democrazia Cristiana, aggravata poi dall’esito del referendum sull’aborto. Le elezioni del 1975 vedevano il PCI e la DC
quasi alla pari, in rappresentanza del 70% del Paese; “come sempre accade in Italia i cambiamenti di rotta avvengono, per iniziativa dei partiti, dopo che alle elezioni si sono misurati i rapporti di forza” [69] . Si apriva quindi la fase della solidarietà nazionale, cosa assai diversa dal compromesso storico di Berlinguer o dalla terza fase di Moro.
La proposta del leader comunista aveva lo scopo di far uscire il proprio partito da quella condizione di immobilismo dignitoso che lo aveva caratterizzato durante i governi di centro-sinistra ma anche e soprattutto per superare la crisi della democrazia italiana. L’esperienza religiosa non sarebbe più dovuta essere un ostacolo all’unità della classe operaia ma sarebbe potuta essere la premessa per l’incontro tra il movimento cattolico e il partito che storicamente rappresentava la classe operaia, ossia il PCI. Moro, partendo dal degrado morale del Paese, in assonanza con Berlinguer sulla lotta al consumismo, riteneva che la società italiana nel suo insieme sarebbe dovuta essere chiamata a un nuovo senso del dovere. Sempre secondo Scoppola, il limite del leader democristiano era stato quello di non intuire la necessità di un superamento istituzionale della democrazia dei partiti pur denunciando il decadimento del proprio partito. La solidarietà nazionale aveva l’unico scopo di rispondere all’esigenza contingente di non creare ostacoli politici all’emergenza terroristica ma l’effetto che avrebbe prodotto coincideva con uno degli obiettivi della terza fase di Moro, cioè la caduta della conventio ad escludendum nei confronti del PCI e il passaggio a quella democrazia compiuta ricercata da Moro e che avrebbe dovuto portare, nelle sue intenzioni, a una democrazia dell’alternanza [70]
Nicola Trafaglia, infine, scrive come la modernizzazione della società, pur con le sacche di arretratezza del sud, si scontrasse con un sistema politico e istituzionale inerte e incapace di recepirne i bisogni. Da questa constatazione ne fa derivare la crisi strutturale della Repubblica rispetto alla quale, a metà egli anni settanta, i partiti avevano tentato di porre rimedio con la strategia del compromesso storico che, a differenza di quanto afferma Scoppola, egli affianca alla solidarietà nazionale come fossero sinonimi [71]
CAPITOLO IV
Le testimonianze dirette
Per valutare meglio le motivazioni che avevano spinto Berlinguer e Moro verso un progressivo avvicinamento è utile ascoltare la testimonianza diretta di due persone a loro molto vicine.
La prima persona è Mario Birardi, amico di Berlinguer sin dal 1949, col quale aveva in comune l’esperienza giovanile nella Sassari del dopoguerra. Un’esperienza importante, precisa Birardi, quella della Federazione giovanile che dal 1943 a Sassari avrebbe portato il futuro leader comunista a diventare presidente dell’organizzazione internazionale Gioventù democratica, fatto esperienza questa che ne avrebbe influenzato pesantemente la formazione in senso internazionalista. Un legame personale e politico quello tra Mario Birardi ed Enrico Berlinguer che nel 1976 avrebbe portato quest’ultimo a chiamare l’amico a Roma per entrare a far parte della segreteria nazionale assegnandogli il delicato incarico di mantenere i rapporti tra la segreteria nazionale e l’Organizzazione [72] .
La seconda persona è Pinuccio Serra che, molto vicino alle posizioni di Moro, aveva aderito immediatamente alla corrente fondata dal leader democristiano sin dal 1969, anno della sua costituzione. Un’adesione motivata dalla ferma convinzione che la politica chiamata del confronto, in opposizione allo scontro abituale con le forze della sinistra, avrebbe portato vantaggi alla democrazia. Si cercava di sostituire il vecchio modo di rapportarsi, pur con una netta distinzione dei ruoli, con quello nuovo del dialogo e del confronto sui temi più importanti del momento, guardando all’orizzonte politico del Paese. I morotei in Sardegna potevano vantare figure di spicco come Beppe Pisanu, capo della segreteria di Zaccagnini, Paolo Dettori e Pietro Soddu ma nel sud dell’isola, dice Pinuccio Serra, “gli amici dell’On. Moro erano coordinati dal sottoscritto” [73]

 4.1 Intervista a Mario Birardi [74]

Domanda: come erano maturate le affermazioni di Berlinguer sulla fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre e sul sentirsi più sicuro sotto il cappello della NATO e come erano percepite dagli altri dirigenti del PCI?

Risposta: Berlinger era un innovatore e quelle che potevano sembrare affermazioni improvvisate in realtà erano frutto di ponderazione e riflessione profonda. Quelle coraggiose affermazioni non erano il risultato di discussioni collegiali, ma si trattava di valutazioni personali di Berlinguer che pur ascoltando e discutendo anche vivacemente negli organismi, alla fine si prendeva l’onere di determinare la linea politica.

Domanda: Berlinguer intendeva staccarsi dal legame con l’Unione sovietica, il non accettarne i finanziamenti era una strada condivisa anche da altri?

Risposta: i segretari, nella mia esperienza, non si occupavano delle finanze. Il responsabile dell’organizzazione, Gianni Cervetti, dopo aver studiato a Mosca, teneva col PCUS dei rapporti particolari. Berlinguer però, pur avendo delle informazioni, non si occupava delle questioni economiche. Francamente, quello dei finanziamenti, non era un argomento a cui veniva dato particolare spazio durante le segreterie anche perché veniva portata avanti una forte politica di autofinanziamento da parte dei compagni esperti nel settore. Il PCI aveva delle strutture trasparenti, società di import-export, che garantivano una certa tranquillità finanziaria.

Domanda: che rapporti c’erano col Partito comunista sovietico (PCUS)?

Risposta: i rapporti col PCUS erano assolutamente di contrasto, di polemica e di dissenso. La svolta si era avuta con l’invasione della Cecoslovacchia e Berlinguer in questo campo aveva avuto un ruolo fondamentale. I rapporti erano diventati di tipo diplomatico a livello statale, tanto che i legami rimasti erano dettati quasi esclusivamente dalle esigenze di politica estera.

Domanda: che posizione aveva la destra del partito, quella di Amendola, nei confronti degli strappi con l’Unione sovietica voluti da Berlinguer?

Risposta: in realtà Amendola, se non ricordo male, non era mai stato in URSS; l’uomo dei legami con l’Unione sovietica era invece Armando Cossutta che comunque aveva una grande considerazione di Berlinguer. La posizione di Amendola era di tipo personale e probabilmente derivava da preoccupazioni legate alla politica estera, al mondo diviso in due blocchi e anche a un sentimento diffuso all’interno del partito. In ogni caso quando Berlinguer aveva effettuato gli strappi, pur tra le perplessità della base, il gruppo dirigente non aveva esitato a seguirlo perché sapeva che il collegamento e il rapporto col popolo comunista, di cui Enrico godeva, gli dava un’enorme capacità di essere ascoltato e seguito.

Domanda: per quanto riguarda la politica interna, come si esplica il rapporto con la DC? Gli obiettivi di difesa della democrazia e di alleanza strategica col mondo cattolico avevano in Berlinguer uguale importanza?

Risposta: certamente la strategia fondamentale era quella della difesa del regime democratico, questo era l’obiettivo prioritario dell’intero PCI sin dai tempi di Togliatti. Ciò che stava avvenendo a livello internazionale, in particolare i fatti cileni, aveva influenzato le scelte di Berlinguer e i tentativi di coinvolgimento di alcune frange della DC erano la sua risposta preventiva. In verità gli articoli su Rinascita nei quali esaminava la situazione cilena in riferimento a quella italiana erano riusciti, secondo Enrico, a suscitare fin troppo interesse. Alcuni giornalisti avevano abilmente utilizzato i termini usati da Berlinguer (compromesso storico) ma lo stesso autore, nel privato, si divertiva al pensiero che poche parole potessero aver suscitato tanto interesse tra i media, gli storici e i politologi. In effetti Berlinguer, di fronte al tentativo di attaccare la democrazia, indicava una strategia di convergenza tra le grandi forze popolari, comuniste e cattoliche, ma questo non avrebbe dovuto significare un accordo di tipo politico-strategico. La successiva intesa, con conseguente astensione al governo Andreotti, in realtà era stata soltanto una coincidenza perché il compromesso storico per Berlinguer era altra cosa e i motivi del suo fallimento sono da imputare tutti ai settori più conservatori della DC e del Partito socialista, soprattutto da quando Bettino Craxi ne avrebbe assunto la direzione.

Domanda: Berlinguer pensava che il compromesso storico sarebbe potuto essere un modo per giungere a nuovi orizzonti socialisti oppure ricercava l’effetto collaterale di disgregare la DC?

Risposta: credo che nessuno pensasse realmente che si sarebbe potuta costruire una società socialista facendo un’alleanza con la DC, neanche coi suoi settori più progressisti. Evidentemente si voleva consolidare il regime democratico e assumere una responsabilità di governo, intorno a un programma attento alle problematiche delle masse popolari; non credo che tutto ciò fosse strumentale alla rottura degli equilibri interni alla DC. Dal voto del 1976 erano emerse due forze pressoché equivalenti che rappresentavano ognuna più di un terzo degli italiani. Non era pensabile che si sarebbe potuto formare un governo senza tenere conto dell’orientamento dato dall’elettorato; lo stesso PCI si era impegnato direttamente affinché si potesse formare una maggioranza parlamentare guidata da Moro, però l’ala più conservatrice della Democrazia Cristiana, non fidandosi del partito comunista, era arrivata a chiedere non più che un’astensione per il governo presieduto da Andreotti.

Domanda: tornando al tema della difesa della democrazia, il timore per un rovesciamento di regime in senso autoritario come era vissuto dai dirigenti? Esisteva un piano straordinario di emergenza?

Risposta: la consuetudine di tener d’occhio i militanti del PCI era la norma per i Servizi e anche il trattamento riservatoci, sul posto di lavoro, risentiva dei giudizi espressi nelle nostre note caratteristiche stilate dalle forza dell’ordine. All’interno del partito esisteva una sorta di struttura, un gruppo di compagni che avevano il compito di vigilare, in particolare quando la situazione politica causava un’accentuazione dello scontro e del pericolo. Solitamente in casi particolari venivano presi provvedimenti, soprattutto cautelativi, come il non dormire nella propria abitazione o cose simili, ma nulla di più.

Domanda: Berlinguer che giudizio aveva di Moro? Lo riteneva sincero o pensava che usasse strumentalmente la tattica del dialogo? Inoltre, all’interno della DC vi erano altre figure su cui Berlinguer avrebbe potuto appoggiarsi per un dialogo proficuo?

Risposta: i due avevano una stima personale reciproca, si trasmettevano anche dei biglietti durante le riunioni a testimonianza della sincera simpatia e del rispetto che avevano l’uno per l’altro. Berlinguer credeva nella lealtà e sincerità di Moro, ma sapeva bene che l’influenza americana e i rapporti di forza all’interno della DC avrebbero impedito ad Aldo Moro qualsiasi ipotesi di collaborazione più stretta. Io credo che la morte di Moro avesse realmente impedito forme più avanzate di collaborazione proprio perché nessuno, all’interno del suo partito, ne aveva raccolto il testimone; infatti lo stesso Zaccagnini, onesto e galantuomo, non aveva la forza e la capacità per portare avanti l’eredità del suo mentore, Aldo Moro.
 
4.2 Intervista a Pinuccio Serra [75]
Domanda: come si poneva Moro nei confronti della Chiesa?
Risposta: Moro era un cattolico praticante, si accostava abitualmente ai sacramenti però politicamente era un grande laico; riteneva che il potere dello Stato non andasse per niente confuso col potere della Chiesa, di tipo essenzialmente spirituale. Moro era lontanissimo nella visione, nel pensiero e nell’azione dell’idea dello Stato Pontificio che era stato ormai accantonato dalla storia.
Domanda: Moro come tentava di posizionare il partito, in riferimento anche al rapporto col PCI,  nei confronti della Chiesa?
Risposta: una sponda tra la Chiesa e il Partito comunista non credo che Moro la avesse mai sollecitata e cercata. Prima della politica morotea c’era stato un altro tentativo diretto di accostamento politico tra il mondo della Chiesa e quello comunista, si chiamava Repubblica conciliare; l’iniziativa era stata di alcuni settori cattolici e di alcuni cattolici-comunisti, tra i quali Franco Rodano futuro fautore del compromesso storico, che insieme ad alcune associazioni progressiste del mondo cattolico avevano tentato questo accostamento. Non credo però che Moro si fosse mai posto il problema di avvicinare il mondo cattolico al PCI e viceversa anche perché riteneva che il mondo cattolico avesse una sua sfera di influenza autonoma che prescindesse dallo svolgimento della vita politica.
Domanda: Moro riteneva utile avere, dalla Chiesa, una sorta di autorizzazione al dialogo con il PCI?
Risposta: Moro riteneva che i cattolici, in politica, dovessero muoversi in piena autonomia senza compromettere la Chiesa ma senza sollecitare autorizzazioni particolari da parte delle autorità religiose.
Domanda: questa sua posizione era appoggiata e magari favorita dal fatto che il Papa fosse Giovanni Battista Montini (Paolo VI)?

Risposta: Moro era amico di Montini da giovanissimo, sin dai tempi in cui era Presidente della FUCI. Il futuro Paolo VI era stato sempre un grande estimatore di Moro, per certi versi probabilmente anche ispiratore perché era un maritainiano (corrente filosofica che prende il nome dal teologo francese Jacques Maritain) come Moro ed entrambi guardavano a un orizzonte aperto della politica nei confronti degli altri partiti. Credevano che l’azione politica, nel rispetto dell’indipendenza della Chiesa, avrebbe dovuto realizzare anche per sé stessa (per la politica) l’autonomia necessaria.

Domanda: Montini aveva promulgato l’enciclica dal titolo “populorum progressio”, un atto importante in chiave progressista appunto, cosa ne pensava Moro?

Risposta: conoscendo il pensiero generale dell’onorevole Moro e i contenuti della populorum progressio, certamente l’aveva apprezzata.

Domanda: dal punto di vista internazionale, Moro come valutava la situazione italiana nel rapporto con gli Stati Uniti?

Risposta: Moro usava molto la parola rispetto, anche nei rapporti tra Stati; era rispettoso dell’autonomia altrui ma esigeva rispetto anche per l’autonomia dell’Italia. Moro non aveva ottimi rapporti con Kissinger (Segretario di Stato americano, l’equivalente di un Ministro degli Esteri) perché per conto degli USA, costui aveva più volte tentato di ostacolare il percorso della politica morotea verso un’apertura dei rapporti nei confronti del PCI. Moro non sopportava questa strategia, la riteneva un’interferenza nei confronti di uno Stato terzo e pare che nel corso di un incontro con Kissinger, il leader democristiano dapprima aveva contrastato le tesi del Segretario di Stato americano e poi si era volutamente distratto, come amava fare quando non apprezzava le posizioni dell’interlocutore.

Domanda: invece cosa pensava del rapporto del PCI con l’Unione sovietica?

Risposta: certamente Moro guardava con simpatia lo sforzo che Berlinguer, costantemente e progressivamente, faceva per sganciare il Partito comunista italiano dal PCUS e da un’egemonia dell’Unione sovietica sul PCI.

Domanda: come era il rapporto personale tra Moro e Berlinguer?

Risposta: dal punto di vista personale il rapporto era di reciproca stima; erano due personaggi misurati, sensati, intelligenti e lungimiranti che si guardavano con molta stima e in effetti la politica di avvicinamento era praticamente fallita col rapimento di Moro. Berlinguer non aveva più avuto l’unico interlocutore credibile per sviluppare quel discorso politico di avvicinamento, se necessario di cogestione, che sarebbe dovuto essere il primo passo verso il sistema dell’alternanza, cioè un vero sistema democratico.

Domanda: tra la difesa della democrazia e l’approdo a un sistema di democrazia compiuta dell’alternanza, quale era per Moro l’obiettivo strategico prioritario?

Risposta: per Moro la difesa della democrazia presumeva il raggiungimento della democrazia compiuta, cioè una democrazia nella quale le diverse forze politiche avrebbero potuto governare il Paese alternandosi e quando necessario, nei momenti di emergenza, anche collaborando più strettamente.
Domanda: Moro credeva o temeva che in quella fase la DC avrebbe potuto sfaldarsi?

Risposta: a questo era stato sempre attento, era convinto che una rottura della DC avrebbe potuto pregiudicare anche la consistenza stessa del sistema democratico nel Paese. Moro aveva sempre fatto degli sforzi per tenere unita la DC e quando doveva fare dei passi in avanti li faceva con la cautela necessaria per non perdere la retroguardia. Egli pensava che se si fosse rotta l’unità della Democrazia cristiana tutto il disegno di un rapporto col Partito comunista si sarebbe crollato e lo stesso sistema democratico del Paese sarebbe stato messo a rischio. Moro in tutti i modi, anche durante gli interventi ufficiali alla Camera, cercava di tranquillizzare la parte più moderata della DC per portare il partito tutto insieme alla politica di solidarietà nazionale.

Domanda: la politica di solidarietà nazionale, nei suoi esiti si avvicinava di più alla terza fase di Moro piuttosto che al compromesso storico?
Risposta: il compromesso storico avrebbe avuto un contenuto finalistico per cui tutti insieme si sarebbe andati definitivamente a governare lo Stato, la solidarietà nazionale invece prevedeva una fase di tregua e di confronto, se necessario anche un  periodo di comune gestione del governo del Paese per poi far scattare con la reciproca legittimazione il sistema dell’alternanza.
Domanda: come mai Berlinguer non sarebbe più riuscito a dialogare con la DC?
Risposta: perché non c’era all’interno della DC un personaggio della statura di Moro, il quale pur essendo a capo di una delle più piccole correnti della Democrazia cristiana (aveva il 7%), utilizzava questo ruolo come una tribuna per poter colloquiare sia con le altre forze interne al proprio partito che con le altre forze politiche. Pur avendo degli amici di notevole valore, alcuni ancora viventi come Martinazzoli, nessuno aveva l’autorevolezza dell’onorevole Moro sia nei rapporti interni alla DC che nei confronti delle altre forze politiche.

Conclusioni
Un aspetto importante dell’azione politica di Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, come evidenzia Rosa Russo Iervolino, era che andando oltre gli schemi astratti seppur giusti della solidarietà, della pace e della giustizia, i due leader si erano fatti carico dello sforzo culturale e intellettuale di storicizzare questi valori, in relazione alla situazione politica che vivevano [76] .
Si può affermare che il compromesso storico aveva decretato la fine dell’esperienza del centro-sinistra e aveva aperto la strada alla piena realizzazione di un sistema consociativo. La proposta di Berlinguer poneva il Partito comunista italiano al centro della scena politica e salvaguardava la democrazia, isolando la DC da qualsiasi tentazione autoritaria.
Enrico Berlinguer, restando fedele al metodo della democrazia, si era sforzato di guardare sempre alla crescita democratica del Paese, anche in una situazione di profonda lacerazione del tessuto sociale, tentando inoltre di allontanare il suo partito dall’ingombrante legame con l’Unione sovietica.
Senza farsi prendere da facili parallelismi coi nostri giorni, si può dire che l’azione politica berlingueriana era ben radicata nel suo tempo, infatti l’esplosione dei consumi individuali, la ricerca di nuovi spazi di partecipazione e di nuovi modelli identitari erano stati accadimenti propri degli anni sessanta e settanta e li si può considerare come prerequisiti fondamentali per le proposte del leader comunista.
La politica di Aldo Moro si può definire coerente con quella che era stata l’azione politica della DC sino a quel momento ma anche flessibile nel momento in cui il suo partito aveva perso il collegamento con le radici dell’Italia. Moro vedeva chiaramente il rischio di una “deviazione nella gestione del potere” e per la prima volta nella storia repubblicana si rischiava, a suo parere, che questo passare di mano sarebbe potuto avvenire non tra uomini dello stesso partito o di partiti della stessa area di governo [77]
Enrico Berlinguer vedeva nel dialogo con le masse di ispirazione cattolica e col partito che le rappresentava un fatto progressivo che sarebbe stato indispensabile per la difesa della democrazia anche negli anni a venire e basava questo suo ragionamento, oltre che sulla situazione nazionale, anche sull’interpretazione del quadro internazionale. Aldo Moro, senza dimenticare la situazione internazionale, guardava con maggiore attenzione alla stabilizzazione della situazione interna al sistema partitico e in particolare alla Democrazia cristiana. Infatti era interesse prioritario di Moro evitare che il sistema partitico crollasse e con esso la democrazia stessa. Il leader democristiano temeva fortemente la disgregazione del proprio partito e infatti più volte avrebbe richiamato i suoi amici di partito all’unità e alla coesione interna, a costo anche di perdere consenso o di elargire qualche concessione agli alleati laici.
Infine si può affermare che l’adesione sostanziale del progetto moroteo al compromesso storico di Enrico Berlinguer, e viceversa, possa essere interpretata non solo in senso riformatore ma anche conservatore dello status quo e in particolare del sistema partitico. Da questo punto di vista quello che certamente era un modo per uscire dalla profonda crisi delle Istituzioni repubblicane, risulta essere anche un modo per risolvere la crisi nella quale stagnavano i due maggiori partiti italiani. In questo senso il compromesso storico diventava la soluzione limite, il punto di equilibrio per la società italiana che rappresentava, non solo geograficamente, la linea di confine tra due modi di vedere il mondo.
 Di Yuri Marcialis
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[1] E. HOBSBAWM, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, pag. 283, Rizzoli, Milano 1995.
[2] G. SABBATUCCI e V. VIDOTTO, Storia contemporanea, il novecento, Laterza, Roma-Bari 2002.
[3] G. CAREDDA, Governo e opposizione nell’Italia del dopoguerra 1947-1960, Laterza, Roma-Bari 1995. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 11.
 
[4] C. DAU NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, Edizioni Studium, Roma 1999.
[5] G. SAPELLI, L’Italia inafferrabile. Conflitti, sviluppo, dissociazione dagli anni cinquanta ad oggi, Marsilio, Venezia 1989. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 28.
[6] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Il Mulino, Bologna 1991.
[7] CAMERA DEI DEPUTATI, Atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla, vol. I, Relazione generale, Roma 1953.
[8] G. SABBATUCCI e V. VIDOTTO, Storia contemporanea, il novecento, Laterza, Roma-Bari 2002.
[9] G. B. MONTINI, La carità della Chiesa verso i lontani, Discorso alla VIII settimana di aggiornamento pastorale, in Discorsi sulla Chiesa, Milano 1062. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 164.
[10] Relazione di P. NENNI, PSI, 32° Congresso, Ed. Avanti, Milano-Roma 1957.
[11] Lettera di U. LA MALFA a Nenni, 21 Marzo 1956, ACS, La Malfa, b. 30, fasc. 4. D’ora in avanti ACS, La Malfa. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 149.
[12] C. DAU NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, Edizioni Studium, Roma 1999.
[13] G. SARAGAT, Intervento alla Camera dei Deputati, 6 dicembre 1958, riportato in G. CAREDDA, Governo e opposizione nell’Italia del dopoguerra 1947-1960, Laterza, Roma-Bari 1995.
[14] Comm. A. MORO, 142-143; Commissione stragi, II 244-249.
[15] G. B. MONTINI, arcivescovo di Milano, Notificazione al clero ambrosiano, 21 maggio 1960, in “Il Quotidiano”, 4 giugno 1960. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 193.
[16] C. DAU NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, Edizioni Studium, Roma 1999.
[17] Intervento di G. Pajetta, Direzione PCI, 1° luglio 1958, APC, Direzione, n.10, p.13. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pagg. 196-197.
[18] Informazioni sul tesseramento, Direzione PCI, 10 gennaio 1962, APC, Direzione, n.1, pp.1-2; e Allegato, Direzione, 20 dicembre 1962, APC, Direzione, n.19, pp.1-3.
[19] Intervento di P. NENNI, Direzione PSI, 8-10 febbraio 1960, ACS, Nenni, b.93, fasc.2233, p.9. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 206.
[20] C. DAU NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, Edizioni Studium, Roma 1999.
[21] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, Il Mulino, Bologna 1991.
[22] C. DAU NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, Edizioni Studium, Roma 1999.
[23] E. HOBSBAWM, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, pag. 332, Rizzoli, Milano 1995.
[24] A. MORO, La responsabilità della DC per il governo del Paese e lo sviluppo democratico della società italiana, Napoli 27-31 gennaio 1962, VIII Congresso, in 1954-1973. I Congressi della Democrazia Cristiana. Riportato in NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, pag. 219.
[25] C. DAU NOVELLI, Politica e nuove identità nell’Italia del Miracolo, Edizioni Studium, Roma 1999.
[26] E. HOBSBAWM, Il secolo breve. 1914-1991: l’era dei grandi cataclismi, pag. 349, Rizzoli, Milano 1995.
[27] G. NAPOLITANO, Limiti e pregi di Berlinguer, le ultime scelte furono molto sofferte, “la Repubblica”, sabato 14 dicembre 1996
[28] G. SABBATUCCI e V. VIDOTTO, Storia contemporanea, il novecento, Laterza, Roma-Bari 2002.
[29] E. BERLINGUER, Archivio Tribuna politica, RAI.
[30] M. PIRANI, Il compromesso di Berlinguer, “la Repubblica”, martedì 23 luglio 1996.
[31] E. BERLINGUER, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, “Rinascita” del 28 settembre 1973.
[32] V. TEITELBOIN, La grande prova del Cile, “l’Unità” dell’11 settembre 1973.
[33] E. BERLINGUER, Via democratica e violenza reazionaria, “Rinascita” del 5 ottobre 1973.
[34] E. BERLINGUER, Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni, “Rinascita” del 28 settembre 1973.
[35] Ibid.
[36] E. BERLINGUER, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile. Alleanze sociali e schieramenti politici, “Rinascita” del 12 ottobre 1973.
[37] E. BERLINGUER, Via democratica e violenza reazionaria, “Rinascita” del 5 ottobre 1973.
[38] M. D’ALEMA, intervento alla Camera dei Deputati in occasione della commemorazione di Enrico Berlinguer, Archivio Camera dei Deputati, giovedì 17 giugno 2004.
[39] E. BERLINGUER, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile. Alleanze sociali e schieramenti politici, “Rinascita” del 12 ottobre 1973.
[40] G. FIORI, Vita di Enrico Berlinguer, Laterza, Roma-Bari 1989.
[41] E. BERLINGUER, Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile. Alleanze sociali e schieramenti politici, “Rinascita” del 12 ottobre 1973.
[42] Ibid.
 
[43] A. MORO, discorso al congresso della Democrazia Cristiana, 29 giugno 1969.
[44] Ibid.
[45] Intervista a R. RUSSO IERVOLINO raccolta da G. CERCHIA in Ricordando Berlinguer.
[46] A. MORO, discorso all’assemblea della  Democrazia Cristiana, febbraio 1978.
[47] Dall’intervista di G. PIAZZESI a E. BERLINGUER, Berlinguer: possibile un nuovo colloquio con la DC, Corriere della Sera, maggio 1979.
[48] A. MORO, discorso all’assemblea della  Democrazia Cristiana, febbraio 1978.
[49] Ibid.
[50] N. TRAFAGLIA, La modernità squilibrata. Dalla crisi del centrismo al “compromesso storico”, pagg. 7 e segg., in Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1995.
[51] Ibid.
[52] P. CRAVERI, La Repubblica dal 1958 al 1992, UTET, Torino 1995.
[53] S. LANARO, Storia dell’Italia repubblicana – l’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, Marsilio, Venezia 1992.
[54] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, pagg. 317 e segg., Il Mulino, Bologna 1991.
 
[55] Ivi, pagg. 329 e segg.
[56] S. LANARO, Storia dell’Italia repubblicana – l’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, pag. 312, Marsilio, Venezia 1992.
[57] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, pagg. 356 e segg., Il Mulino, Bologna 1991.
 
[58] P. CRAVERI, La Repubblica dal 1958 al 1992, pagg. 170 e segg., UTET, Torino 1995.
[59] N. TRAFAGLIA, La modernità squilibrata. Dalla crisi del centrismo al “compromesso storico”, pagg. 56 e segg., in Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1995.
[60] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, pagg. 379/380, Il Mulino, Bologna 1991.
 
[61] P. CRAVERI, La Repubblica dal 1958 al 1992, pagg. 346 e segg., UTET, Torino 1995.
[62] S. LANARO, Storia dell’Italia repubblicana – l’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, pagg. 330 e segg., Marsilio, Venezia 1992.
[63] Ivi, pagg. 407/408
[64] N. TRAFAGLIA, La modernità squilibrata. Dalla crisi del centrismo al “compromesso storico”, pagg. 92 e segg., in Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1995.
[65] Ivi, pagg. 105 e segg.
[66] P. CRAVERI, La Repubblica dal 1958 al 1992, pag. 422 e segg., UTET, Torino 1995.
[67] Ivi, pag. 527.
[68] S. LANARO, Storia dell’Italia repubblicana – l’economia, la politica, la cultura, la società dal dopoguerra agli anni ’90, pag. 338, Marsilio, Venezia 1992.
[69] P. SCOPPOLA, La repubblica dei partiti, evoluzione e crisi di un sistema politico 1945-1996, pagg. 388 e segg., Il Mulino, Bologna 1991.
[70] Ivi, pagg. 391 e segg.
[71] N. TRAFAGLIA, La modernità squilibrata. Dalla crisi del centrismo al “compromesso storico”, pag. 111, in Storia dell’Italia repubblicana, Einaudi, Torino 1995.
[72] Intervista a M. BIRARDI raccolta da Y. MARCIALIS, 13 aprile 2006.
[73] Intervista a P. SERRA raccolta da Y. MARCIALIS, 14 aprile 2006.
[74] Intervista a M. BIRARDI raccolta da Y. MARCIALIS, 13 aprile 2006.
[75] Intervista a P. SERRA raccolta da Y. MARCIALIS, 14 aprile 2006.
[76] Intervista a R. RUSSO IERVOLINO raccolta da G. CERCHIA in Ricordando Berlinguer.

[77] A. MORO, discorso all’assemblea della  Democrazia Cristiana, febbraio 1978.

 

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