ALCIDE DE GASPERI
UN TRENTINO
PRESTATO ALL’ITALIA

 


Alle elezioni per il Referendum Monarchi-Repubblica
DE GASPERI in un discorso, metaforicamente consegna una scheda al Principe Umberto spiegandogli alla radio in che cosa consiste


la voce di De Gasperi
(richiede plug-in RealAudio® o RealPlayer®)

segue poi "DE GASPERI fonda LA DEMOCRAZIA CRISTIANA

Con molte buone probabilità Alcide De Gasperi è stato l’unico vero uomo di stato del cinquantennio democristiano di cui ha rappresentato il periodo migliore e più efficiente.

De Gasperi nacque il 3 aprile del 1881 a Pieve Tesino, nel Trentino quando questo apparteneva ancora all’Impero austro-ungarico anche se era un territorio di lingua italiana.


(dal registro parrocchiale di Pieve Tesino . Notare il cognome Degasperi e non De Gasperi)

La vera terra d'origine della sua famiglia era Sardagna, che è sì un sobborgo di Trento (allora di poche decine di abitanti) ma è posto sulle falde orientali del Monte Bondone a 569 metri di altitudine (Trento è a 194). Si dice che il nonno Luigi, oltre che svolgere il lavoro di guardia forestale, arrotondasse il magro stipendio scendendo quotidianamente a Trento e risalendo a Sardagna per portarvi il pane non essendoci allora in paese un forno. Suo figlio Amedeo appena grandicello, scese anche lui a Trento, per andare a sudare come spalatore di ghiaia; grandi lavori fatti a quel tempo per arginare l'Adige e dargli il nuovo corso fuori città, per mettere fine alle frequenti piene che provocavano spesso disastrose alluvioni.
Mentre con la pala caricava e scaricava ghiaia, Amedeo aveva fatto domanda di entrare nel corpo della gendarmeria; e si racconta che quando gli fu recapitata la notizia che era stato ammesso al corpo, buttò all'aria la pala e ogni cosa e corse a casa su a Sardagna a dare la bella notizia.

Fatto il corso, divenuto gerdarme, fu inviato a Predazzo, dove conobbe la sua futura moglie, Maria Morandini. Trentenne lui, ventunenne lei si sposarono nel 1880, quando fu promosso a capoposto della gendarmeria nel Tesino. I due si stabilirono a Pieve Tesino, un paese di 1600 anime distribuite in un piccolo centro e in quattordici masi.
A Pieve nacque alle ore 4 del 3 aprile 1881 il loro primogenito: ALCIDE.
L'anno dopo nasceva Mario, con un destino molto diverso dal fratello; si fece infatti prete ma morì a soli 24 anni il 18 gennaio 1906 per un'infezione di difterite contratta assistendo un giovanetto malato.

Dopo due anni a Pieve Tesino, Amedeo fu nominato capoposto a Grigno. Scese così più a valle, e qui vi rimase fino al 1891. La quasi intera fanciullezza, Alcide la vive in questo paese che è alla confluenza di due valli, posta su quella grande arteria che unisce Bassano del Grappa a Trento (la Valsugana).

Per il bambino, figlio del gendarme, sono anni difficili con i propri coetanei, che sono diffidenti quanto i loro genitori. Questo provoca isolamento, e le poche volte che Alcide s'incontra con loro, non è certo socievole, e non per nulla gli affibbiano il nome di "polenta fredda". O per questo, o perchè è gracilino, o perchè in questo isolamento ha un IO più intimo, non partecipa al chiasso dei suoi coetanei, ma è più attento a riflettere sugli stessi e sulla realtà che lo circonda.
A 11 anni compiuti la sua famiglia lascia Grigno e si trasferisce a Civezzano; un piccolo paese in alto su Trento in posizione pittoresca, ma vicinissimo alla città (6 km), quindi al ragazzo si aprirono orizzonti più ampi non solo metaforicamente. A Civezzano Alcide vi rimase dieci anni, fino al 1901, quando il padre andò in pensione.

Quando vi era giunto nel 1891, Alcide aveva già frequentato a Grigno tre classi di scuola elementare, altri due li fece a Civezzano. A fine '92 per intraprendere gli studi medi e superiori si iscrisse al Collegio vescovile di Trento. Allora non era facile entrarvi, soprattutto per chi veniva dalla provincia. Per quelli di città era invece più semplice, o perchè erano benestanti o perchè avevano le conoscenze giuste, mentre per gli altri - per i "foresti" come dicono a Trento- vi era una sola possibilità: ed era la decisione del maestro o del parroco del paese che conoscevano da vicino i ragazzi; il primo, era lui a fare una selezione e decidere l'indirizzo degli studi se nell'aspirante intravedeva autentica intelligenza; il secondo più attento solo se vedeva nei giovani i "germi vocazionali".

Alcide, fin da quando era a Grigno, e poi a Civezzano, con quel suo carattere un po' chiuso, ma fermo e sicuro negli obiettivi da raggiungere, perfino con una certa dose di testartaggine, ebbe accanto due parroci attenti nell'osservare la formazione e lo sviluppo intellettuale del ragazzo; ed entrambi ritennero di trovare una sostanziale religiosità, che gli studi nel seminario avrebbero trasformato in un buon prete.
E furono loro due a indirizzare al collegio vescovile prima Alcide, e due anni dopo pure il fratello Mario.
Ma se il più giovane fratello proseguì la strada fino alla consacrazione sacerdotale, Alcide non sentendosi portato al sacerdozio ritenne che la sua missione fosse invece nel mondo e per il mondo, nell'ambito della politica attiva. Più che dedicarsi ai parrocchiani voleva dedicarsi al popolo; più che essere presente nelle sacrestie voleva essere presente nelle piazze.
Quest'altra "vocazione" l'ebbe subito, e non smentendo la sua testerdaggine a 16 anni, dopo la licenza ginnasiale, lasciò il collegio vescovile.

Quando era in carcere nel 1927, scrivendo alla moglie, ribadì questa "vocazione": "...Ci sono molti che nella politica fanno solo una piccola escursione, come dilettanti, ed altri che la considerano e tale è per loro, come un accessorio di secondarissima importanza. Ma per me, fin da ragazzo, era la mia carriera, la mia missione"...
(da "Lettera dalla prigione" 6 agosto 1927).

Appunto a 16 anni si iscrisse al liceo di via S. Trinità. Seguitando ad abitare a Civezzano; per tre anni (dal 1887 al 1890) "scarpinò" come suo nonno quand'era a Sardagna, la mattina dal paese alla città e alla sera dalla città al paese. Sette chilometri all'andata e sette al ritorno.
Allora il liceo era frequentato soprattutto da una società borghese, i giovani di quell'ambiente erano principalmente il meglio della gioventù liberale, massonica, socialista. Nelle stesse aule sette anni prima sedeva il futuro acerrimo nemico di De Gasperi: Cesare Battisti.
Va bene la vocazione politica, ma quando il ragazzo entrò in quell'ambiente, lui figlio di un gendarme austriaco ed ex allievo di un collegio vescovile dovette subire un forte trauma esistenziale.

Fin dalla prima elementare, come era in uso e d'obbligo a quel tempo, i bambini prima di iniziare la giornata dovevano assistere alla S. Messa, e al collegio vescovile comunicarsi anche quotidianamente. Al liceo invece era d'obbligo solo a Pasqua. Poi nel resto dell'anno si assisteva dentro o fuori le aule, sui banchi o nelle strade, a un costante scontro fra quelli di estrazione cattolica anche se non proprio bigotti, e quelli di estrazione anticlericale; uno scontro non sempre dialetticamente serio, ma spesso era solo un atteggiamento per partito preso, una irritante ostentata goliardica dissacrazione delle cose religiose.

Alcide che già a Grigno a dieci anni abbiamo visto poco espansivo, più intento a osservare che non a partecipare, anche in questo ambiente cercò di badare all'essenziale, maturò la necessità di ascoltare, ma poi anche di distinguere tra forma e sostanza, quindi approfondire, per costruire innanzitutto se stesso ma anche per poter comprendere gli altri. De Gasperi infatti non fu mai un abile parlatore, anche se certi suoi discorsi sono entrati nella storia della nuova Italia uscita da una guerra disastrosa.
La facile demagogia del resto male si accorda con una sano metodo critico. E in quegli anni dove la tradizione trentina, cioè italiana, male si conciliava con quella austriaca, anche se non c'erano ancora grosse tensioni sociali, era necessario possedere un metodo scrupoloso d'indagine.

Per il giovane ragazzo non era facile vivere in quel liceo. Anche perchè accanto al liceo Prati di via Santa Trinità, esisteva quello tedesco di via San Marco. E se gli studenti di quest'ultimo guardavano male quel figlio di gendarme austriaco frequentare quello italiano, a sua volta quello italiano lo accoglieva con qualche riserva o se lui non era conforme al (spesso demagogico) pensiero lo accusavano di "austricantismo" (da questo momento in poi sarà sempre così; senza conoscere i suoi avversari denigratori l'uomo, senza conoscere la sua vita, nè l'italianità di De Gasperi. A Parigi parlò da Italiano e non da Austriaco! Lui apparteneva a una Civiltà Trentina, per nulla appariscente, forse chiusa nella gente, come è chiusa la sua terra dalle montagne).
(vedi qui: IL TRATTATO DI PARIGI e il DISCORSO )

Qualcuno dei suoi avversari ha osservato che la preparazione culturale di Alcide De Gasperi era stata piuttosto provincialotta, non foss'altro perchè legata alla cultura cattolica trentina (la terra dei principi Vescovi, la città del Concilio). Ci sembra un'analisi questa sì provincialotta.

Forse è con la sola cultura che si diventa grandi statisti? La figlia Maria Romana, che fu poi la biografa del padre, dice di aver visto in casa fin da bimbetta un libro del domenicano Sertillanges con questa frase sottolineata dal padre: "Libri ve ne sono dappertutto e pochi sono veramente necessari. La solitudine invece arricchisce di stimoli e contatti spirituali...Meglio una solitudine appassionata, in cui ogni raggio di sole produce una doratura d'autunno...La solitudine vivifica, l'isolamento isterilisce...".
Anni dopo, nel "tempo del deserto" (1926-1928) impostogli dal fascismo, De Gasperi scriverà una frase molto simile che rispecchia perfettamente il suo carattere " prendetevi il diritto di non frequentare qualcuno, il cui contatto non vi sia utile... Tutte le grandi opere sono nate del deserto".

Uscito dal liceo nel '90, passa agli studi universitari; si iscrive alla facoltà di lettere e filosofia, fa il primo anno ad Innsbruck, continua negli studi a Vienna. Per quanto abituato alla solitudine, lontano da casa provò anche lui l'angoscia della nostalgia. Dirà il suo padrone di casa a Vienna "Era il più riservato dei miei ospiti". Il giovane Alcide, si crea il suo "deserto" anche nella godereccia asburgica Vienna.
Prima a Innsbruck poi nella capitale austriaca, De Gasperi approfondisce la sua cultura cristiano-sociale. Erano gli anni sofferti delle proposte democratiche di Murri, Toniolo, Don Sturzo, che stavano in Italia in quel periodo scandalizzando, Papa, Chiesa e gli intransigenti cattolici conservatori. Un po' meno nell'episcopato austriaco molto unito a quello trentino, atavicamente piuttosto autonomo rispetto alle direttive romane.
Con i viaggi tra Innbruck, Vienna, Trento, De Gasperi non solo approfondiva nell'ambiente accademico la sua cultura, ma maturava ancora di più la sua vocazione politica.
A Trento quando tornava a fine settimana, fin dal suo secondo anno di università, era già divenuto l'anima dell'ambiente studentesco; diventa presidente degli universitari cattolici, e alla sua prima presenza nella vita pubblica lancia un appello all'impegno culturale, alla prospettiva d'azione sociale, in una forma decisamente polemica. Ecco, a 21 anni, cosa indirizzava lo studente Alcide De Gasperi ai suoi colleghi studenti dell'AUCT (Ass. Univ. Catt. Trentini):

«A quei signorini universitari che se ne stanno anche durante gli anni dello slancio e dell'altruismo epicureamente lontani dal popolo e s'avvezzano per tempo al caffè, donde c'è la borghesia parassitaria, vorrei ripetere oggi questa parola. Anche in questo riguardo, il periodo universitario è fatale; o si esce democratici o aristocratici già fatti.
"O che da giovani ci si avvezza a ridurre il mondo ai giornali che si leggono e ai membri della propria classe, e allora il giovane, divenuto dottore, avvocato, non discenderà tra le grandi masse popolari, come fratello ai fratelli, ma come rappresentante di quella borghesia che si attirò nei tempi nostri tanti odi e maledizioni; o che si vede già da giovani oltre la barriera borghese venire una moltitudine di gente che vuole passare e si comprende la giustezza della tendenza e allora si stende al di là la mano; vi fate a loro compagno e considerate tutta la vita come una faticosa erta, su cui dovete salire, voi e il popolo, a una meta comune... Questo spirito democratico che ci anima, non è, o signori, una concessione alle tendenze di oggi, ma frutto di quel cristianesimo compreso socialmente, praticato dentro e fuori dell'uomo in tutta la vita pubblica...».
Finiti gli studi, quando tornò definitivamente a Trento, il 21 luglio 1905, dopo appena due mesi dalla laurea, è nominato direttore de "La Voce Cattolica", su designazione del vescovo che conosce bene questo ex seminarista. Prima, questo giornale a larga diffusione, la direzione era affidata a un monsignore (Guido de Gentili), cioè a una direzione tipicamente ecclesiastica e questo cambiamento di affidarlo a un laico, voleva dire che c'era una precisa volontà di distinzione dell'azione politica dall'azione religiosa (indubbiamente le idee di Toniolo, Murri, don Sturzo, erano arrivate anche qui)

De Gasperi stesso, nell'assumere la direzione, presentandosi, questa volontà la espresse subito:
«Conviene distinguere fra azione e movimento sociale e movimento puramente politico. Il primo è opera delle società operaie cattoliche, dei circoli di lettura, e di tutte le associazioni consimili; il secondo si manifesta nelle adunanze espressamente politiche e nelle agitazioni elettorali». «...Al primo si mantenga il titolo di cattolico e di democratico cristiano ed esso valga a ravvivare le organizzazioni cattolico sociali, le quali restano la base indispensabile per l'educazione delle coscienze e l'infusione dei principi sociali cristiani nelle masse popolari».
(In «La Voce cattolica» - 13 dicembre 1905):

Fu ancora più chiara la distinzione di compiti operativi e di finalità, quando tre mesi dopo "La voce cattolica", cambia nome e diventa "Il Trentino", e contemporaneamente Alcide De Gasperi fonda il "Partito Popolare Trentino". (l'influenza di Don Sturzo fu quindi notevole).
Il giornale e il Partito scriverà De Gasperi sul foglio al suo esordio "...mirano a ricostruire l'unità del Trentino, sulla triplice base della religione, dello spirito nazionale, della democrazia".... "Il Trentino propugnerà energicamente la difesa nazionale della nostra terra italiana e l'elevazione nazionale del popolo nostro" (Ib. 17 marzo 1906)

A questo punto, a 25 anni non ancora compiuti, Alcide De Gasperi diventa una punta di diamante del mondo politico trentino.
Nel 1909 è eletto al Comune di Trento, nel 1911 entra nel Parlamento di Vienna, nel 1914 nella Dieta provinciale di Innsbruck.
Nella vita politica austriaca il giovane De Gasperi inizia a muovere i primi passi dei suoi dieci anni ruggenti di quella che fu una lunga e fortunata carriera politica.
Nel Parlamento viennese entrò in rappresentanza dell’intera comunità italiana trentina più che di una specifica parte politica: comincia fin da allora non solo come un rappresentante di partito, ma di un’intera comunità statutaria, cioè di una realtà politica o geo-politica più ampia di quella rappresentata dal partito di appartenenza senza mai, però, dimenticarsi i valori e i principi del movimento politico di appartenenza. Cattolico sì, ma cattolico-laico maturo, e perciò geloso della sua libertà.
Si comincia qui a delineare la figura di De Gasperi più come uomo di Stato che uomo di parte e di partito, e tale caratteristica verrà mantenuta da De Gasperi anche quando, nel II dopoguerra, sarà alla guida del governo italiano (subendo le ire del Vaticano)

I dieci anni di Trento furono ruggenti ma anche di fortissime polemiche con i suoi avversari. Fra questi Cesare Battisti,
il più attivo del socialismo trentino che dirigeva il "Popolo"; e in questo stesso giornale per un breve periodo scrisse Benito Mussolini. De Gasperi rimproverava gli insulti che lanciava il suo collega; ma Mussolini con i suoi spietati articoli a sua volta lo attaccava, lo definiva "pennivendolo" "uomo senza coraggio" "un tedesco che parla italiano, protetto dal forcaiolo, cattolico, feudale impero austriaco e quindi un servo di Francesco Giuseppe", un "austriacante".


(Paradossalmente allo scoppio della guerra il "socialista" Battisti (nell'allora austriaca Trento) fu un accanito interventista (non così i suoi "amici" in Italia ), mentre De Gasperi si schierò con i neutralisti, ma non perchè era un "austriacante" o perchè seguiva l'atteggiamento della Chiesa, ma semplicemente perchè nelle prime trattative dei due Paesi alleati, e per evitare il conflitto, l'Austria si era dichiarata disposta a cedere all'Italia il Trentino. E a questo aveva puntato De Gasperi nel corso della sua militanza nel Parlamento austriaco.
.
Questa accusa - che continueranno a rivolgergli i suoi avversari in tante occasioni - di essere un "austriacante", lui che si sentiva visceralmente legato alla italica civiltà lo ritenne un insulto che lo amareggiò per tutta la vita.
Leggiamo di Marco Goio, nella bellissima e dettagliatissima biografia su De Gasperi (la migliore - ma anche rara - come documentazione sullo statista - Reverdito Editore, 1974) queste poche righe, che tiene conto di un incontrovertibile dato di fatto:

"Se parlare di austriacantismo significava accettare la realtà statale, per portare avanti un discorso di intransigente difesa dei legittimi interessi nazionali dei trentini, Alcide De Gasperi fu un austriacante, perchè la sua struttura mentale e la sua formazione, estremamente realistiche e pratiche, non gli permettevano di vedere soluzione al problema del Trentino al di fuori delle strutture statali in cui era costretta a vivere la sua gente, corroborate da un trattato internazionale (La Triplice) che, pur discusso, sarebbe stato rinnovato qualche anno dopo" (1912).
Fin dal 7 maggio 1909 infatti De Gasperi scriveva su «Il Trentino»:

«La Triplice non fu mai, nemmeno per brevissimo tempo, popolare in Italia... fu una necessità di stato, non sentimento di popolo... Il proposito della diplomazia di rinnovare il patto, che dopo ventisei anni di resistenza non entrò ancora nella coscienza di un popolo, non incontrerà certamente molta opposizione in Austria, dove si è avvezzi a lasciare che la politica estera se la sbrighi quel qualunque Aehrenthal (il nome non conta) che si trova in poltrona. In Italia invece si farà del chiasso, ma si finirà con il lasciare anche qui che s'accomodi il Governo. Due sistemi diversi, dei quali non sappiamo quale sia il migliore, e nemmeno quale il buono».

E nella stessa pagina a proposito delle spese militari che la Triplice avrebbe richiesto all'Italia c'è un passo che dice della trentina concretezza di De Gasperi: quella sincera concretezza che permetterà all'Italia di uscire non sconfitta da una guerra perduta.

« I rapporti internazionali -scrive- non si annodano nè si mutano con la facilità, con la quale si possono scrivere alcune sciocchezze su di un giornale. Noi saremo curiosi di sapere, per dirne una, perchè mai l'unione con gli imperi centrali abbia causato all'Italia quelle eccessive spese militari, che non vi sarebbero state in caso contrario. State un po' a vedere che, se ora l'Italia spende per essere forte, in ogni eventualità, specialmente contro l'Austria (e non abbiamo noi sentito che tutte le, discussioni si fanno per la difesa del confine orientale e per il possesso dell'Adriatico?), quando con questa fosse in stato di tensione o di ostilità, potrebbe rimanere tranquilla nella quieta sicurezza di non essere molestata. Forse affidandosi a nuovi alleati? Ma è cosa risaputa che l'Italia, e così qualunque altra nazione, sarà accettata in un'altra combinazione europea solo a patto di essere militarmente forte. I sentimentalismi hanno fatto il loro tempo».

"Parole forti, parole decise. Anche quando risuoneranno nel 1949 nei suoi comizi sulle piazze, e nelle aule di Montecitorio, nella lunga estenuante discussione sul Patto atlantico e sulle sue conseguenze, quando da «servo dell'Austria» sarà accusato d'essere "servo degli Usa", di essersi «venduto agli americani».

"Quando qualcuno farà imparzialmente la storia di quel burrascoso periodo parlamentare, non potrà non avvertire la distonia tra chi parlava per il bene del Paese e chi sfruttava l'emotività delle piazze, con accuse che non hanno nessun senso nè logico, nè storico, perchè la piazza da chiunque manovrata non conosce ne logica, nè storia"
.
(Marco Goio, Alcine De Gasperi, Reverdito Editore, 1974)
Per un demagogico gioco politico, un assertore convinto d'una strategia di pace viene invece deformato come un guerrafondaio senza scrupoli. Guerrafondaio lui? Ma nemmeno per sogno! Tre mesi prima - il 20 febbraio 1909 De Gasperi sempre sul suo giornale, aveva scritto, ammonito e profetizzato:
«Una parte della stampa annunzia con invidiabile disinvoltura l'imminenza della guerra. È da sperare che si tratti di minacce per rinvigorire gli argomenti diplomatici... Si faccia o non si faccia, è però caratteristico con quanta leggerezza certa stampa guerrafondaia parli di un avvenimento che, comunque finisca, sarà un nuovo flagello per la società intera ed una sventura per i contendenti.
Le vittime di Marte, lo strazio delle famiglie, la perdita, per la civiltà e per il progresso di uno Stato, di tante energie giovanili, non sembrano gran cosa per chi presume di rappresentare gli interessi collettivi, il cosidetto onore nazionale, o la boria di una classe sociale. A costoro dovrebbero però giovare almeno il riflesso che una guerra è pur sempre un'enorme perdita economica..."
Ma sembra triste destino della società umana; salire faticosamente con sforzi concentrici la scala del progresso sociale, dell'elevazione economica, proclamare in mille concioni le benedizioni della pace, finché, venuto meno l'orrore dei disastri guerreschi e aumentata per i benefizi della concordia la superbia umana, questa cagiona la catastrofe, la quale rende nulla tanta ascesa compiuta. Gli antichi spiegavano quest'umana vicenda con le gelosie e con le beghe dell'Olimpo, noi sostituiremo agli dei il feroce speculatore di borsa, il politico banquerotteur, il guascone per atavismo, il servo di Marte per mestiere".

Prima, durante e dopo la guerra, vi erano alcuni che seguivano la strada dell'intransigenza nazionalistica; altri quella dell'accondiscendenza filoaustriacante; altri ancora quella del quietismo, altri della rivoluzione. Ma De Gasperi, pur nella sua veemente polemica verbale, perchè insofferente alle falsità e agli insulti, fu un costante e paziente mediatore.
L'"austriacante" De Gasperi, si fece perfino arrestare nei tumulti, quando Innsbruck rifiutò di aprire una sezione italiana in quella università. E quando l'Austria - sollecitata- fu quasi disponibile di aprirne una nel Trentino, le contraddizioni ideologiche fra Rovereto (con la nomina di liberale) e Trento (con la nomina di clericale) ebbero però il sopravvento e alla fine l'Austria ad entrambe non concesse proprio nulla. L'università la concesse a Trieste.

Finita la spaventosa guerra, dopo il passaggio del trentino e dell’Alto Adige all’Italia, l’uomo politico trentino continua l’attività politica nel Partito Italiano Popolare di don Luigi Sturzo.
Diventa, in breve tempo, il presidente del partito e si pone nella condizione di poter succedere a Sturzo qualora questi voglia, oppure, come poi in realtà avverrà, sia costretto ad abbandonare la vita politica italiana (perchè gli si disse da oltre Tevere "intralciava i buoni rapporti della Chiesa con Mussolini").
A Borgo Valsugana, De Gasperi già 41 enne, sposò la giovane Francesca Romani che aveva già conosciuto prima dell'inizio della guerra. Eletto deputato dei Popolari nel 1921 e notevolmente impegnato nella vita politica il futuro leader del PPI e poi della DC, temeva che fosse inconciliabile il matrimonio e la famiglia. Tuttavia si era poi nello stesso anno fidanzato con Francesca, e il 14 giugno l'aveva condotta all'altare. Ebbero quattro figlie. La moglie scriverà in seguito "La nostra vita in comune è stata avventurosa e drammatica; ma siamo stati felici". Nel corso della persecuzione fascista, l'11 marzo del '27, Francesca fu arrestata a Firenze assieme al marito; lei rimase in carcere 11 giorni, il marito fu processato in maggio e condannato a due anni e sei mesi di reclusione. Struggenti le sue lettere dal carcere inviate alla moglie e alle sue due bimbe, sentiva quasi il rimorso di essersi creato una famiglia "Io non penso a me, ma è il pensare ai miei cari che mi fa paura". (ne parleremo ancora più avanti)

Torniamo alla vita del PPI. Esiliato Don Sturzo, toccò a De Gasperi nel '22 a nome del Partito, dare il voto di assenso del suo gruppo al Governo Mussolini. Nel farlo era sincero (perfino Gobetti disse "C'è in lui un singolare equilibrio di misurazione"), espresse la speranza e la fiducia, la volontà d'azione, la certezza di comprensione; ebbe una patetica fiducia nell'ordine costituito. Ma fu deluso dai più, dentro anche il suo stesso partito, quando venne da loro la miserabile incapacità (come il fallimento dell'Aventino)
di reazione alla violenza.

Rispondendo il 17 novembre al famoso discorso di insediamento fatto da Mussolini, che parlava del Parlamento come "di un'aula sorda e grigia" da fare "bivacco per i nostri manipoli" De Gasperi sui banchi rispose tra l'altro: "A noi non fa impressione la frase detta dal Presidente del Consiglio, di una Camera passibile di scioglimento fra due giorni o fra due anni...Fra due giorni o fra due anni, il Gruppo Popolare sarà pronto alla sua civile battaglia".
Purtroppo di anni non ne passarono 2 ma 22, perchè furono in pochi a non scendere a patti con il potere mussoliniano. Prima Don Sturzo, poi lo stesso De Gasperi dopo l’omicidio Matteotti, l’opposizione di entrambi al regime ed al suo Duce fu ferma e risoluta anche se coincise col ritiro dalla vita politica attiva a seguito dello scioglimento del Partito per sfuggire alle persecuzioni del fascismo.
De Gasperi fu una dei pochi leader popolari a non accettare accordi col regime benché fosse stato all'inizio (mettendosi perfino in urto con Don Sturzo e che lo sostituì quando il prete fu inviatato dalle gerarchie ecclesiastiche "a non creare problemi" e a lasciare l'Italia) favorevole alla partecipazione dei popolari al primo gabinetto Mussolini; ma dovette poi anche lui defilarsi, senza essere però un trasfuga, ritirandosi a Borgo, nella casa della moglie. Ma anche lì in Trentino, iniziò ugualmente la persecuzione.
Il già citato Goio -nella accennata biografia- scrive e fa questa considerazione "Se la persecuzione di avversari politici è comprensibile, meno comprensibile è che, mandato allo sbaraglio da un mondo cattolico, in una linea cattolica, la sua disfatta politica fu permessa e passivamente accettata dal mondo cattolico; e non solo nel 1924". (vedi il '29 del Concordato, e vedi anche il benservito nel '53 ).

Nella sua caparbia opposizione, fu prima isolato, poi lo si escluse dal Parlamento. Nel 1926 minacciato, volontariamente si ritirò ("con indicibile strazio" scrisse nel congedarsi ) dalla direzione del suo "Nuovo Trentino". Il 6 novembre con un accusa e un processo farsa, fu poi trascinato dinanzi al direttorio fascista di Vienna, che per poco non si tradusse in tragedia
Il giorno dopo a Trento - stampato da una squadraccia fascista - uscì un numero fasullo del "Nuovo Trentino" con un vistoso ritratto del Duce e la notizia della conquista fascista del Trentino; contemporaneamente veniva distrutta la tipografia del giornale.

Passata la paura, quella notte in cella a Vienna, dove sentì sulla pelle la violenza fisica, poi braccato in ogni suo movimento in Italia, eludendo la sorveglianza fu arrestato con la moglie a Firenze, sotto l'accusa di tentato espatrio e immediatamente trasferito a Roma e rinchiuso dietro le sbarre di una cella a Regina Coeli. Una settimana di carcere alla moglie alle Mantellate, e due mesi di prigione per lui dall'11 marzo 1927 al giugno di quell'anno; poi la condanna a quattro anni, tramutati in appello a due anni e sei mesi. La detenzione, la mortificazione dell'orgoglio, moralmente e fisicamente, lo ridussero a uno straccio, e fu necessario trasferirlo in clinica sotto sorveglianza, fino al luglio del 1928, quando gli fu concesso prima un soggiorno estivo nella sua casa di campagna a Borgo Valsugana accanto a moglie e figlie, poi il domicilio coatto in Roma. Limitato della libertà, abbandonato da tanti ex amici, si cercò un lavoro ("per non essere di peso ai miei"), che trovò ( a mille lire a mese nel fare schede) presso la Biblioteca Vaticana, con accanto la solidarietà di mons. Montini, il futuro papa Paolo VI.
L'anno dopo, dalla sua finestra l'11 febbraio 1929, assistette alla fiumana di cattolici e italiani a giubilare in piazza S. Pietro per l'avvenuta firma dei Patti Lateranensi, e a osannare "l'Uomo che ci ha mandato la Provvidenza".

Lui che non era certo un conciliatorista, fece un commento a caldo scrivendo una lunghissima lettera a mons. Simone Weber; "ed è una pagina fondamentale nella storia della parola degasperiana, perchè tutta umana, talvolta ironica, ma tutta anche analisi acuta della situazione, in una prospettiva che dal presente, ripercorre il passato e precorre l'avvenire, dall'individuale della persona allarga l'orizzonte alla storia"
(M. Goio, op. citata).
Una frase, anche se l'abbiamo già citata in altre pagine, vale la pena riportarla; De Gasperi è sì fortemente polemico, ma ha una coscienza vigile:
"I cocchi dei trionfatori passano schizzando fango sui travolti che stentano a salvarsi sugli angoli della via".... e più avanti: "A palazzo Colonna, riaprendo i famosi battenti, qualcuno crederà di riaprire le porte di secoli in cui s'intrecciarono lo scettro e il pastorale. Ma la realtà del XX secolo non tarderà a farsi sentire, le grandi masse ricompariranno dietro allo scenario". (A. De Gasperi, Lettere sul Concordato, Morcelliana Brescia 1970, pag. 59). Che profeta !!!

Un mese dopo si svolgeva il plebiscito, e Mussolini fece il pieno di voti con l'appoggio dei clericali. De Gasperi si era sbagliato ma in difetto: perchè solo due anni dopo con quella vittoria psicologica sul mondo cattolico, riprendeva il volto fascista dell'anticlericalismo, per spazzare via le associazioni cattoliche, specie giovanili. L'amarezza al di là del Tevere, fu molta, ma di De Gasperi non si sentì più parlare, tanto silenzio per oltre dieci anni intorno a lui; all'interno delle mura leonine per non compromettersi e silenzio all'esterno per non essere accusato di piaggeria verso il "regime".

Quella processione di popolo verso San Pietro, tutti quei preti festanti per l'"uomo della provvidenza" gli riempirono il cuore di amarezza e si sentì più solo che mai. Con questo stato d'animo scrisse a un amico "
Contenti i clerico-papalini, contenti i fascisti, contenti i massoni. Mussolini è trionfante.... È troppo tempo che i precetti della dignità vengono trascurati. Insegnare a stare in ginocchio va bene, ma l'educazione clericale dovrebbe anche apprendere a stare in piedi».

Vent'anni dopo, anche senza Mussolini, di queste amarezze De Gasperi ne proverà ancora: negli anni della ricostruzione democratica e della Repubblica, si impegnò in un dignitoso braccio di ferro con Pio XII e
LUIGI GEDDA per salvaguardare l'autonomia del partito DC (quello allora tipicamente degasperiano) dalla Santa Sede. Lui perse il braccio di ferro, ma lo perse poi anche il Vaticano. Nel '53 l'Azione Cattolica (che era nerbo della Dc) non era più nè in mano a Pacelli nè a Gedda e tantomeno avevano entrambi più in mano la DC (ormai non più degasperiana) che stava dando il benservito a Pacelli e Gedda, e con tanta ingratitudine anche allo stesso De Gasperi.

In una delle 64 udienze personali di Pio XII con Gedda, quest'ultimo alla 47ma, che si svolge appunto nel '53 (
in L. Gedda, 18 aprile 1948. Memorie inedite dell’artefice della sconfitta del Fronte Popolare, cit., p. 115 - Mondadori Milano 1998) "... trovo il Papa"molto triste", che "[...] osserva che l’Azione Cattolica collabora non con la Chiesa ma con la Democrazia Cristiana", mi parla di "amare scoperte", arrivando ad affermare che "l’Azione Cattolica, per la quale sono stati fatti tanti sacrifici, non è più nostra".
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Torniamo
La "la realtà del XX secolo non tarderà a farsi sentire"... "le grandi masse rricompariranno dietro allo scenario" quattordici anni dopo quel '29.
Nella notte tra il 24 ed il 25 luglio 1943 il Gran Consiglio del Fascismo vota a maggioranza l’ordine del giorno Grandi che sollecita il Re a porre fine all’esperienza mussoliniana: Vittorio Emanuele III, con un insolito atto (piuttosto tardivo) di fermezza, depone Mussolini ed affida l’incarico di governo al Maresciallo d’Italia Pietro Badoglio il quale rimarrà al potere per 45 giorni.

I revants (“fantasmi che ritornano”) Vittorio Emanuele Orlando, Ivanoe Bonomi e Randolfo Pacciardi suggeriscono al nuovo capo del governo ed al sovrano il nome di De Gasperi come ministro del nascituro gabinetto, ma il primo governo Badoglio sarà esclusivamente tecnico e non vi saranno rappresentanti di nessuna parte politica, né della destra, né del centro, né della sinistra (anzi, Badoglio diventa perfino repressivo nei confronti di qualsiasi partito - lui ha intenzione (di farlo decadere) e di sostituirsi al Re, al principe ereditario Umberto, farsi nominare reggente del piccolo Vittorio Emanuele).

La situazione politica si complica per gli errori, le ambiguità e le incapacità del Re e del governo Badoglio; dal Nord Italia soffia impetuoso quello che due protagonisti quali Pietro Nenni e Leo Valiani chiamarono “il vento del nord”, figlio diretto dell’impeto della guerra partigiana e sintomo della voglia e della volontà di riscatto delle masse lavoratrici e dei settori più avanzati della borghesia, della richiesta di libertà e di giustizia sociale.

Né Badoglio né tantomeno i Savoia, che si coprirono di atti di codardia ed infamia come la fuga a Brindisi, riuscirono ad interpretare tali novità: la situazione ristagnava e correva di volgere al peggio.

Solo il ritorno dall’Unione Sovietica di Ercole Ercoli, o Mario Correnti che dir si voglia, ossia del leader comunista Palmiro Togliatti, segnarono una svolta ed un parziale superamento delle difficoltà: le sinistre, con qualche malumore degli stessi comunisti italiani, dei socialisti e degli azionisti ed il netto rifiuto dei repubblicani, accettano di accantonare la questione istituzionale (cioè la scelta tra monarchia e repubblica) rinviandola a dopo il conflitto impegnandosi al massimo per la liberazione del suolo patrio dall’invasore nazista e dal suo complice fascista: fu la “svolta di Salerno” da cui nacque un ampio fronte di resistenza nazionale che andava dai comunisti ai militari monarchici badogliani, dai socialisti ai liberali includendo il neonato partito cattolico, la Democrazia Cristiana, che De Gasperi ha fondato a Milano già nell'ottobre 1942.
( vedi la pagina dedicata NASCITA DELLA DC )

Si formò, così, il secondo governo Badoglio in cui sono rappresentati tutti capi dell’antifascismo da Togliatti a Croce, da Nenni allo stesso De Gasperi.

Dopo i quarantacinque giorni di governo del Maresciallo si formò un governo guidato da un “politico”, Ivanoe Bonomi, leader della socialriformista Democrazia del Lavoro, erede del vecchio Partito Socialista Riformista Italiano fondato nel 1912 dallo stesso Bonomi.
Dopo la liberazione, la guida dell’esecutivo passò nelle mani dell’azionista Ferruccio Parri, il “Maurizio” della Resistenza di cui era stato leader e che era stato liberato dagli uomini di Silvio Trentin.
Dal 10 dicembre al 1° luglio 1946 si ha il primo governo De Gasperi al quale partecipano tutti i sei partiti antifascisti: De Gasperi è anche ministro degli esteri e... ministro delle colonie in Africa che non esistono più (ma lo sapranno più tardi, il 10 febbraio 1947).

La destra democristiana ed i liberali provocarono ben presto la caduta del governo Parri ritenuto troppo spostato a sinistra e troppo legato al movimento partigiano, De Gasperi affermò che la Democrazia Cristiana non voleva affatto né un ritorno al passato né, tantomeno, una svolta autoritaria.

Ciò fu determinante per la conquista della Presidenza del Consiglio dei Ministri da parte del leader democristiano. Benché la formula di governo continuasse ad essere di unità nazionale, l’assegnazione della guida dell’esecutivo ad un esponente del centro segnò una svolta moderata nella vita politica de Paese.

Sono nell'ultima fase i mesi e le settimane più cruciali delle trattative diplomatiche, e del referendum istituzionale, che segnerà il passaggio dalla monarchia alla repubblica.

Il 2 giugno del 1946 l’Italia va alle urne ed il corpo elettorale è chiamato a scegliere la forma di governo ed ad esprimere preferenze politiche e partitiche per la composizione dell’Assemblea Costituente il cui compito sarà il redigere la nuova Costituzione.
De Gasperi si esprime, in privato (lo ha ricordato la figlia Maria Romana) per la repubblica, ma la DC (Pacelliana e Geddiana) lascia libertà di voto a causa delle forti lacerazioni interne tra un elettorato progressista ed uno conservatore; è il primo sintomo dell’ambiguità della DC confessionale: sarà così per tutta la prima fase della storia repubblicana.

Al referendum vince la Repubblica e la DC ottiene la maggioranza relativa dei voti.
Riunita il 25 giugno 1946 iniziano i lavori l'Assemblea Costituente (VEDI QUI la nascita, i protagonisti > > ), che eleggerà un capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola.
Il ruolo svolto in maniera autorevole, imparziale e fruttuoso, dal primo Presidente dell’Assemblea, il comunista Umberto Terraccini, venne riconosciuto anche dai banchi del governo centrista degasperiano.

Il 1° luglio De Gasperi rassegna le dimissioni ma il giorno dopo è riconfermato presidente del Consiglio; forma il 3 luglio 1946 ed entra in carica il 15 il suo secondo governo, nel quale De Gasperi ha anche l'incarico di ministro degli interni e a interim quello degli esteri: lo compongono 8 DC, 4 PCI, 3 PSI, 2 PR, e 1 indipendente.

Nel gennaio 1947 si ha una prima crisi di governo: De Gasperi forma il 2 febbraio 1947 il suo terzo ministero con 7 DC, 3 PCI, 3 PSI, e 2 indipendenti.
A provocare questa crisi fu la scissione dei socialisti avvenuta il 9 gennaio al XXV congresso di Roma; quando Saragat annunciò la fondazione del PSLI. Il 20 febbraio De Gasperi prendendo lo spunto di questa scissione aveva presentato le dimissioni.

Il governo dura poco, il 31 maggio dello stesso anno, De Gasperi dopo le dimissioni del 13, è costretto a formare il quarto ministero: questa volta ne sono esclusi i comunisti e i socialisti e, anche i liberali. Questo governo nasce con 11 DC e 6 indipendenti (pur rimanendo alla vicepresidenza del Consiglio i socialisti con Saragat e il repubblicano Pacciardi). Il ministro degli esteri va al Conte Sforza (indipendente).
Sarà questo governo che giunge alle famose elezioni del 18 aprile 1948 e si dimetterà per fare posto ai partiti laici di centro.

De Gasperi vede riconfermata la sua linea politica dal corpo elettorale che nelle elezioni assegna alla Democrazia Cristiana la maggioranza assoluta dei seggi al Parlamento con il 48% dei voti.
Iniziava il predominio bianco sulla scena politica italiana che si trasformerà in un cinquantennio di potere incontrastato anche se legittimato dal responso delle urne (vedi a proposito di queste elezioni -
"Le elezioni in Italia dal 1946 al 1953" Città per Città > >)
De Gasperi forma il 23 maggio 1948, il suo quinto governo; con 11 democristiani, 3 socialisti, 2 liberali, 2 repubblicani, 2 indipendenti.
Nonostante le belle apparenze, e nonostante De Gasperi fosse molto soddisfatto di aver realizzato un forte centro che non rappresentava una componente sola dello schieramento politico, le forti critiche non mancarono dentro quello stesso partito che altri (Gedda e Pio XII) credevano di avere (forse per sempre) tutto in pugno.
Infatti le accuse vennero proprio dall'integralismo cattolico, che avrebbe voluto continuamente sfruttare a senso unico il risultato delle elezioni del 18 aprile, al fine di essere
"capace di condizionare le vicende politiche". (L. Gedda, 18 aprile 1948. Memorie")
Le tensioni tra le due parti raggiunse il massimo nell’estate del 1948 a seguito dell’attentato subito da Togliatti da parte del giovane fascista Antonio Pallante, ma l’intelligenza dei leader di governo e quelli di sinistra impedì il peggio: l’Italia era stanca di guerra e odio, voleva pace, sviluppo e benessere per tutti.
Questo quinto governo di De Gasperi durerà in carica fino al 14 gennaio 1950.


In questo governo e in quelli precedenti De Gasperi rappresentò, come aveva già fatto nei CLN, la DC ed in qualità di Ministro degli Esteri condusse le trattative di pace tenutesi il 10 febbraio a Parigi, dove l’Italia compariva sul banco degli imputati come "nazione perdente che si era arresa senza condizioni" a quelli che subito dopo la resa cominciò (unitalateralmente) a chiamare Alleati "credendoli tali".
Quando partì per andare a Parigi conoscendo già le dure condizioni imposte all'Italia, De Gasperi era alquanto amareggiato.
Alla partenza del 7 AGOSTO con la delegazione (assieme a Saragat, Corbino e Bonomi) imbarcandosi sull'SM.75, a un redattore dell'Ansa che gli chiedeva qualcosa circa le prospettive del viaggio, De Gasperi non era molto ottimista: "Non so nemmeno se parto come imputato. Direi che la mia posizione è per quattro quinti quella di imputato come responsabile di una guerra che non ho fatto e che il popolo non ha voluto, per un quinto quella di cobelligerante. La figura di cobelligerante è riconosciuta nel preambolo del Trattato come principio, ma nel testo si tiene invece conto dei quattro quinti, rappresentati dalla guerra perduta e non del quinto costituito dalla nuova guerra che abbiamo combattuto a fianco degli ALLEATI. Tutto lo sforzo che bisogna fare mira a ricordare agli ALLEATI che li abbiamo chiamati così perchè li abbiamo creduti tali" 
(comun. Ansa ore 10.25 del 7 agosto 1947)

Poi De Gasperi a Parigi (dopo tre giorni di anticamera), prese la parola alle ore 16 del 10 AGOSTO dinnanzi ai rappresentanti dei 21 stati vincitori: la sua fu la parola di un vinto che però si sentiva e si poteva sentire vincitore, un italiano che parlava per il popolo suo, con una tale altezza morale, da farsi d'accusato ad accusatore, da umiliato a maestro di coloro che umiliato volevano in lui un intero popolo di alta civiltà.

Tenne un memorabile discorso: degno di ricordo imperituro il suo preambolo: "Prendo la parola in questo consesso mondiale e sento che tutto tranne la vs. cortesia è contro di me: è soprattutto la mia qualifica di ex nemico, che mi fa considerare come imputato, l'essere arrivato qui dopo che i più influenti di voi hanno già formulato le loro conclusioni in una lunga e faticosa elaborazione.
Non corro io il rischio di apparire come uno spirito angusto e perturbatore, che si fa partavoce di egoismi nazionali e interessi unilaterali? Signori, è vero, ho il dovere innanzi alla coscienza del mio paese e per difendere la vitalità del mio popolo di parlare come italiano" .
Riuscì a miscelare ragion di stato e sentimenti personali riuscendo, così, anche ad instaurare ottimi e duraturi rapporti personali con i maggiori esponenti democristiani, moderati e conservatori europei; tali rapporti si riveleranno essenziali nella costitutiva della futura comunità europea.

Il discorso di Parigi
lo riportiamo interamente in questa pagina >>>>


Bisogna leggere il discorso al completo. Il tono è forte e sicuro, come di chi ha molto meditato e sa di poter parlare nella piena conoscenza dei problemi che tratta. Nè vuole soluzioni che possono apparire troppo poco chiare, e tantomeno intrighi.
"Quel discorso segnò la svolta politica dell'Italia, che s'avviava ad essere elemento fondamentale dell'equilibrio mondiale, con l'appoggio delle potenze occidentali, con l'ostilità delle potenze orientali, comunque già pienamente inserita nel gioco della politica europea dei successivi anni: anni di guerra fredda, non lo si dimentichi, perchè altro è ragionare di politica internazionale negli anni della pacifica coesistenza e magari della collaborazione tra le superpotenze, altro intervenire con obiettività nel bel mezzo della «guerra fredda».
(Manlio Goio, Alcide De Gasperi, Reverdito, Tn, 1974)

La situazione politica mondiale fin dal 1947 era cominciata ad essere critica a seguito delle tensioni tra le due superpotenze, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica: cominciava infatti a calare la “cortina di ferro”.

Nella primavera del '47 il Presidente del Consiglio si era recato negli Stati Uniti e aveva accettato la “dottrina Truman”: come abbiamo già visto sopra, fuori i socialisti-comunisti di Nenni e Togliatti dal suo quarto governo, adesione al modello occidentale statunitense in politica estera ed acquisizione del modello di sviluppo capitalista e liberista, tutto ciò in cambio di aiuti economici ed alimentari.

Tornando alle elezioni del 1948, 18 aprile, data oggi celebrata ed osannata oltre misura, da un lato fu la vittoria di ideali di libertà contro il pericolo sovietico, ma dall’altro segnò il blocco dello sviluppo della democrazia italiana e l’inizio di una serie di discriminazioni verso i militanti dei partiti democratici e di sinistra: l’Italia avrebbe potuto svilupparsi ed affrontare i propri problemi e le proprie contraddizioni in un clima di maggiore concordia ed in maniera più proficua se si fosse continuata l’unità nazionale.
Però, nonostante la fine dell’unità antifascista, il 27 dicembre 1947 l’Assemblea Costituente aveva approvato la nuova Costituzione repubblicana (entrata in vigore il 1° gennaio 1948) frutto dell’incontro tra la cultura della sinistra, il pensiero cattolico popolare (non dimentichiamo che Togliatti firmò il Concordato con la S.S.) e la tradizione liberaldemocratica.
La nuova Italia repubblicana era strutturata sul modello liberaldemocratico anglosassone classico in cui la cultura dei grandi partiti di massa, cattolici e marxisti, inserirono forti elementi di politica sociale che, in alcuni casi, sono rimasti inattuati per tutto il primo cinquantennio repubblicano.

Il 12 gennaio 1950 De Gasperi presentò le dimissioni, a seguito delle dimissioni nel novembre dell'anno precedente dei ministri socialdemocratici. Formò e guidò il suo sesto governo (13 democristiani, 3 socialdemocratici di Saragat, 3 repubblicani,) il giorno 27 dello stesso mese fino al luglio 1951, quando si aprì il 16 una nuova crisi di governo. De Gasperi rassegnò le dimissioni e il 26 formò il suo settimo governo, (in crisi i socialdemocratici) con una formula bipartita, 14 ministri DC, 3 ministri PRI.
Fino allle elezioni del 1953 questo governo attua una politica di risanamento e di sviluppo che, pur dando ottimi e lusinghieri risultati, vide escluse le masse operaie e lavoratrici su cui si riversarono massimamente i costi della già citata politica economica e sociale: furono quelli che Italo Calvino chiamava gli anni della “grande bonaccia”.

Nell'aprile del 1953 il cattolico ed antifascista De Gasperi, avrebbe potuto defilarsi, come facevano nella storia d'Italia, alcuni uomini politici (leggi Giolitti), che non si esponevano nei momenti drammatici, ma preferivano attendere. Invece De Gasperi, si prese ugualmente il gran fardello, ma nello stesso tempo seppe dire di no al Vaticano ed all’anziano don Sturzo opponendosi all’apertura a destra per le amministrative romane ("operazione Sturzo"). Il Vaticano non glielo perdonò mai ed il pontefice Pio XII non ricevette lo statista nemmeno in occasione del trentesimo anniversario del suo matrimonio. Ma De Gasperi seppe accettare, affrontare e sopportare l’umiliazione con la dignità propria di un vero galantuomo.

Per tutto il '53 in Italia, e alla Camera ci furono discussioni, polemiche e disordini per il varo della riforma elettorale, definita dalla sinistra "legge truffa".
De Gasperi perdette anche il self-control, quando dai banchi del Senato si tornò all'accusa di "austriacantesimo", urlando che era ora di finirla con queste insinuazioni, accuse, calunnie, che erano dette e sfruttate solo per propaganda elettorale "Io ho agito da uomo d'onore che ha lavorato tutta la vita per la difesa di Trento e Trieste".
La legge divenne definitiva il 31 marzo 1953 al Senato dopo una seduta ininterrotta di 77 ore e 50 minuti, e dove non mancarono incidenti, tafferugli, schiaffi e ferimenti di ministri.
Le elezioni si fecero il 7 giugno e la legge non scattò per quarantamila voti appena.

Di fronte all'alto numero di schede non valide (1.317.583 alla Camera e 1.173.850 al Senato) qualcuno vorrebbe fare annullare le elezioni e ritornare alle urne. Siamo al parossismo e anche all'irresponsabilità totale (o a un altro tentativo immorale).
Alcide De Gasperi (ma la pagherà cara!) e perfino lo stesso Scelba hanno più lucidità di alcuni "pazzi". Scongiurano questa scellerata scelta che potrebbe portare il Paese (con un'altra infuocata campagna elettorale) a uno vero e proprio scontro, perfino incontrollabile sul piano dell'ordine pubblico, una guerra civile.
Era ormai chiaro a De Gasperi che la "legge truffa" non solo non aveva fatto guadagnare voti al
centro ma aveva, rispetto al 1948, fatto perdere il 13%. (alla sola DC l'8,4%). Era una vera Caporetto. Un'altra tornata alle elezione, nella migliore ipotesi e pur senza una temuta guerra civile, avrebbe peggiorato sicuramente una situazione già molto critica.

Purtroppo con tanti nemici in casa, la carriera politica degasperiana finisce proprio con queste elezioni che videro bocciata la “legge truffa” che, nelle intenzioni dei suoi ideatori doveva contribuire al mantenimento della stabilità del quadro politico nazionale, invece secondo i suoi critici nella migliore delle ipotesi era un modo per camuffare le contraddizioni presenti nella maggioranza e più specificatamente in seno al partito di maggioranza relativa, oppure, nella peggiore delle ipotesi era uno strumento antidemocratico che ricordava un po' la “legge Acerbo” del ventennio fascista. (ingenui smemorati i democristiani, ma memori quelli della sinistra).

De Gasperi dopo il nuovo risultato delle urne del '53, pur formando il suo settimo governo si dimise. Ma il 7 luglio ebbe il reincarico per formarne un altro. Il 21 luglio si presentò in Parlamento con un governo tutto di democristiani. Il 28 si presentò alla Camera per la fiducia, che non gli fu concessa. Voti contrari 282 (PCI e PSI, PNM e MSI), a favore 263 (DC), astenuti 37 (PSDI, PLI, PRI).
Se diamo uno sguardo a due partiti del no (che poi daranno la fiducia a un Pella - forse si ricordarono del veto nelle amministrative di Roma) e in quello degli astenuti, troviamo la poca "riconoscenza" degli uomini al De Gasperi statista, ovvero l'abbandono dei suoi vecchi alleati. Ma anche nella stessa DC,
non si riuscì a trovare un accordo al suo interno, e si faticò a dare una chiara indicazione. Questo perchè dentro c'era di tutto, destra, sinistra, cattolici papalini e cattolici dossettiani - molti, molti anni dopo (dopo Tangentopoli) si cominciò a capirci qualcosa; anche le monache votarono a sinistra, e quelli di sinistra li troveremo nella destra.
Ci si meraviglia che De Gasperi (forse perchè aveva altro da fare - così si giustificherà ) si fece mancare la necessaria sensibilità per rendersi conto che l'esperienza di "Cronache Sociali" e del gruppo di DOSSETTI (*) non andava scaricata classificandola come "sinistra" (**), ma piuttosto si sarebbe dovuta valorizzare come coscienza critica di un partito che quanto più cresceva di importanza tanto più rischiava di perdere la propria matrice originaria, ossia l'ispirazione cristiana (dai connotati confessionali pacelliani e geddiani).
(*)
Al congresso della DC, tenutosi a Venezia dal 2 al 6 giugno del 49, i delegati che si erano riconosciuti nella linea di Dossetti, espressa poi dalla rivista "Cronache Sociali", ottennero oltre un terzo dei voti. Questo "dissenso" (o come lo chiamerà De Gasperi "velame") era ormai radicato, e quindi bisognava dedicargli la giusta attenzione. Questo non avvenne, e il risultato fu che dopo la liquidazione di De Gasperi, fu liquidato anche il folto gruppo di DOSSETTI, anche se quest'ultimo personalmente per non indebolirlo e favorire la destra di Gedda, nello stesso '52 si era ritirato dalla politica per farsi monaco. I due avevano due anime diverse, ma non inconciliabili. Una avrebbe potuto essere lo stimolo, il motivo ispiratore dell'altra. Se così fosse stato, forse la storia successiva d'Italia sarebbe stata migliore, più pulita.
(**) Cagnola uno dei grossi proprietari terrieri bollò Dossetti "prete bolscevico", quando il primo lamentandosi dei vari scioperi dei braccianti il secondo a un certo punto si trovò a dirgli: "ma chi li spinge a scioperare i braccianti? I comunisti, o voi altri, col vostro sporco egoismo, col vostro desiderio di fare sempre più soldi sulla pelle degli altri?"

Come già accennato nel capitolo ( De Gasperi fonda la DC ) l'incarico nel dopo elezioni '53, dopo un infruttuso tentativo di Piccioni -che non iniziò neppure il mandato- fu affidato al quasi anonimo GIUSEPPE PELLA (della laniera Biella industriale, un democristiano di destra, viscerale anticomunista che ha
ottenuto la maggioranza con i voti dei monarchici e l'astensione del MSI - i due che avevano dato un no a De Gasperi) che costituì il governo e ottenne al Senato la fiducia il 22 agosto ( 140 si, 86 no) e il 24 agosto alla Camera (315 si, 215 no, 44 astenuti).
De Gasperi che da Pella si aspettava almeno un ministero, e sicuramente quello degli Esteri (e chi meglio di lui poteva farlo), non ebbe invece nemmeno un incarico, fu messo da parte. Liquidato per ordine di scuderia della "nuova" DC. Che una volta usato scaricheranno anche Pella, anche se gli daranno nei successivi anni un ministero.

(Pella si muoverà nella politica estera come un elefante dentro un negozio di critallerie. Mettendosi contro tutti (Usa, Inglesi, Russi ecc.). Per una ambigua frase di Tito, senza consultarsi, mobilitò e fece schierare l'esercito sull'Isonzo. Si sfiorò una nuova guerra con gli Slavi. E ancora più inquietante Pella sarà nel '59 quando come ministro degli esteri, una sua avventata frase detta in casa degli alleati americani, a Washington, fece nascere polemiche e inquietudine in Italia, e non solo in Italia. Affermando che "l'Italia preferisce correre il rischio di un attacco atomico piuttosto che essere comunista").
Poi - una volta liquidato - a settembre al consiglio della Dc a De Gasperi gli diedero un contentino: lo nominarono segretario generale del partito, ma nemmeno all'unanimità, infatti, 49 schede erano per il sì, 22 erano schede bianche (i franchi tiratori abbondavano)
De Gasperi se ne tornò al partito cercando di creare al suo interno l'unità. Ma ormai
per la DC lui era diventato ingombrante, anche se non smetteranno i suoi ex amici nei successivi anni di celebrare l'uomo come un grande statista, salvatore della Patria e altre simili affermazioni (che sono vere, ma dette da certi ingrati, farebbero meglio per decoro a stare zitti).

A Napoli, nel giugno del 1954, De Gasperi interviene al suo ultimo congresso. Riafferma l'impegno democratico e popolare della DC e il più scrupoloso rispetto di tutte le libertà. Parla ancora una volta da grande statista. Ma il 19 agosto muore improvvisamente a Sella Valsugana.
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Opera principale della politica degasperiana fu la politica estera e la creazione dell’embrione della futura Unione Europea: fu l’illuminazione dell’idea europeista vista come grande opportunità per gli italiani e l’Italia per superare le proprie difficoltà.

L’Europa ha avuto in Alcide De Gasperi uno dei suoi Padri più nobili e più illustri.

La morte rapì alla vita lo statista trentino appena un anno dopo l’abbandono della guida del governo privando l’Italia di una guida illuminata e lungimirante che aveva saputo superare la contrapposizione di origine risorgimentale tra laici e cattolici e la cui vocazione politica unitaria era rimasta imbrigliata nella rete della guerra fredda ed era stata soffocata dai tentacoli asfissianti della piovra anticomunista.

A più di cinquant’anni dalla morte il partito di De Gasperi non esiste più; ciò lungi dall’essere una sconfitta del leader cattolico è la migliore conferma del fatto che le sue opere e la sua opera prima di appartenere a questa o quell’altra forza politica appartiene a tutto il Paese e, anzi, a tutta la nuova Europa democratica ed unitaria.

Fu un anticomunista viscerale, un miope politico, un integralista cattolico, come diranno i suoi avversari?
La vera ansia di De Gasperi - in quei tristi tempi resi difficili dall'ondata di materialismo dominante- era soltanto il terrore che l'uomo sia conquistato da una visione utilitaristica, economicistica, egoistica della vita, chiusa al puro progresso materiale e dimentichi la sua matrice spirituale, intellettuale, religiosa.

"Se tutto si riducesse alla lotta politica, ad un episodio per la conquista del potere, che si inserisce nella realtà e nella produzione della vita intellettuale, morale ed economica non sarebbe un grande disastro. Ma il disastro avviene quando l'avversario è veramente qualche cosa di portato all'idolatria della materia; dove non è lo spirito quello che decide; dove le forze attive sono quelle che si manifestano attraverso le trasformazioni della materia".
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"De Gasperi, non è stato solo un grande italiano,
ma un uomo europeo di alta coscienza e come tale entrerà nella storia del mondo"


Questo alto riconoscimento gli viene dall'ex cancelliere della Germania Federale LUDWIG ERHARD
Traduzione: "Dopo la guerra è stata una vera benedizione per l'Italia l'aver potuto affidare la politica dello Stato a una persona di tanto valore quanto Alcide Degasperi, che già avevo avuto modo di conoscere e che con il Presidente della Repubblica Luigi Einaudi rappresentò un binomio felice per il futuro del Paese.
I miei molteplici incontri con Degasperi rimangono nella memoria per la serietà spirituale e morale d'un uomo al quale devo ancora oggi tanta gratitudine.
Degasperi, in realtà, non è stato solo un grande italiano, ma un uomo europeo di alta coscienza e come tale entrerà nella storia del mondo.
Egli non fu mai un abile parlatore, ma proprio per questo la sua parola fu convincente, perché rivelava la purezza d'un animo che portava avanti valori e ideali.
Nel pensare a lui mi rimane ancor oggi il rincrescimento che si sia perduto troppo presto un uomo tanto grande.
LUDWIG ERHARD - Bonn, settembre 1974.
Francomputer
Bibliografia
* Atti e documenti della Democrazia Cristiana, Ed. 5 Lune 1967
* Manlio Goio, Alcide De Gasperi, Reverdito, 1974
* Storia d'Italia, DeAgostini, 1991

DE GASPERI FONDA LA DEMOCRAZIA CRISTIANA > >


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