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ALCIDE DE GASPERI
Quando De Gasperi scriveva di Mussolini e Hitler…


L’articolo che segue è tratto da «L’Illustrazione Vaticana» del 3 ottobre 1937. Spectator era lo pseudonimo usato da Alcide De Gasperi per firmare molti dei suoi articoli in epoca fascista sulla rivista dello Stato Vaticano. Che lo statista democristiano usasse quell’alias è ormai storicamente comprovato, confermato dallo stesso Osservatore Romano, ben descritto da Alfredo Canavero, Alcide De Gasperi: cristiano, democratico, europeo (Rubbettino, 2003) e successivamente raccolto in Alcide De Gasperi, Scritti di Politica Internazionale 1933-1938, (Libreria Editrice Vaticana, 1938).

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Mussolini e Hitler parlano al mondo

«Durante il suo viaggio attraverso la Germania, l’Eccellenza Vostra avrà inteso dal grande entusiasmo che a lei è salito da tutti gli strati del popolo tedesco, che la sua visita rappresenta per noi più di un semplice incontro diplomatico e quindi puramente convenzionale». Sono parole del Führer e non si potrebbe meglio definire il significato del viaggio del Duce in Germania. Questo significato fu inteso immediatamente dal popolo italiano e dal popolo tedesco e non da loro soltanto.
Dovunque si ebbe la sensazione che quel viaggio andava oltre le consuete interviste fra capi di governo. Non erano soltanto due ministri che s’incontravano, ma due grandi popoli, che la medesima visione dell’attuale momento storico ha portato sul medesimo piano di lotta e di ricostruzione.

Italia e Germania hanno ricostituito dalle fondamenta lo Stato unitario attraverso una rivoluzione popolare che le ha ricondotte alle origini della loro storia, alle loro auguste tradizioni. Regimi di popolo, hanno avvertito prima di tutto i doveri d’ordine sociale che sono propri del tempo nostro ed hanno offerto al mondo un esempio incomparabile di legislazione in favore delle classi lavoratrici, di provvidenze e di assistenze di ogni genere. Nessun paese può competere con l’Italia e con la Germania nella sollecitudine verso le classi diseredate.

Questo carattere profondamente popolare, comune ad entrambi i regimi, ha accentuato in essi la coscienza del pericolo gravissimo rappresentato dal bolscevismo perché in Italia e in Germania il bolscevismo significherebbe prima di tutto e soprattutto la rovina delle classi lavoratrici, di quelle moltitudini che hanno trovato nello Stato autoritario l’unico presidio sicuro contro le manomissioni della plutocrazia.

D’altra parte, il popolo germanico sa e non dimenticherà mai che fu dall’Italia che si levarono le prime voci in suo favore quando parve che esso stesse per soccombere sotto il peso di trattati iniqui che perpetuavano la guerra simulando la pace; sa e non dimenticherà mai che fu in Italia che furono immediatamente intese e comprese le sue rivendicazioni, le giuste richieste alla parità di diritto all’eguaglianza morale, alla restaurazione della sua dignità e del suo onore.

All’indomani stesso della guerra si ammise apertamente in Italia che l’Europa non avrebbe ritrovato equilibrio e pace vera se non il giorno in cui la Germania fosse ritornata libera in un’Europa di liberi e di eguali.

Dal canto suo l’Italia non dimenticherà che durante l’impresa etiopica la Germania hitleriana si mostrò in ogni ora solidale e consapevole delle indeclinabili necessità della sua espansione. Il popolo germanico fu per noi un amico sicuro sul quale potemmo contare per qualsiasi evenienza e senza riserve.
La sua comprensione e la sua solidarietà spezzarono il blocco iniquo col quale si tentava di soffocarci e assunsero un valore morale altissimo, a confusione di quanti pretendevano negarci giustizia nel nome di una civiltà che si faceva complice delle barbarie.

Una tradizione di scambi economici e culturali che dura da dieci secoli ha appreso al mondo che la civiltà di questo vecchio continente è nata dalla fusione di elementi latini e germanici dai quali non è possibile ripartirsi senza smarrirsi nell’oscurità.

«Se già queste comuni concezioni politiche fondamentali rappresentano un robusto legame fra i nostri popoli, anche il fatto che fra i reali interessi dell’Italia e della Germania non esistono elementi di divisione, ma bensì soltanto di complemento e di unione, opera nello stesso senso».

Queste parole del Führer che inseriscono il presente nella tradizione, hanno trovato piena, perfetta rispondenza nella riposta del Duce: «La solidarietà italo – tedesca è una solidarietà attiva e vivente. Non frutto di calcolo politico o di accorgimenti diplomatici, ma sbocco e risultato di affinità morali o di comuni interessi».

Quali interessi comuni?

Prima di tutto la completa comprensione e il dovuto rispetto per il Fascismo e il Nazionalsocialismo. Italia e Germania respingono concordi la capziosa distinzione, che ancora si tenta qua e là, fra il regime e la nazione.

Regime e nazione sono termini indissolubili e non si colpisce l’uno senza ferire l’altra.

In secondo luogo Italia e Germania intendono che sia loro riconosciuto un assoluto diritto di parità politica, tecnica e morale in ogni occasione, per ogni problema.

In terzo luogo, che si faccia più viva, più sentita, più cordiale, la comprensione di quelle che sono le loro improrogabili esigenze di vita da parte degli Stati tipicamente conservatori, che troppo spesso scorgono una diminuzione del loro prestigio nella naturale evoluzione delle cose. Questi interessi comuni non hanno assolutamente nulla di egoistico, perché rispondono alle condizioni elementari della convivenza civile e sono, si può dire, i presupposti indeclinabili di qualsiasi collaborazione tra gli Stati.

Questa collaborazione è stata, si può dire, il motivo dominante dei discorsi pronunziati dal Führer e dal Duce.

«Siamo convinti che il nostro lavoro politico non può essere considerato altrimenti che inteso ad assicurare la pace ed il fiorire della cultura europea e non già a formare un blocco contro altri stati europei». A queste parole di Hitler facevano riscontro queste altre, ancora più decise, di Mussolini, che definiva in termini incancellabili e perentori il carattere della solidarietà italo – tedesca: «Essa non è né vuole essere un blocco chiuso, irto di diffidenze e armato di sospetti verso il mondo esterno. Italia e Germania sono pronte a collaborare con tutti gli altri popoli di buona volontà. Esse domandano il rispetto e la comprensione dei loro bisogni, delle loro necessità, delle loro legittime esigenze. Esse pongono all’altrui amicizia la sola condizione che non si tenti di sovvertire le basi stessa di questa gloriosa civiltà europea».

Queste condizioni rappresentano il minimo indispensabile. Non si può costruire la pace volendo distruggere quelli che sono i più preziosi beni comuni. Volontà di pace è volontà di ordine, e, come tale, non si concilia con le trame diaboliche dei distruttori. Se si vuole arginare il bolscevismo, coniarlo là dove è sorto e di dove non avrebbe mai dovuto uscire, è necessario intraprendere un’attiva collaborazione fra tutti gli Stati di comune civiltà, ma è chiaro che tale collaborazione esclude a priori qualsiasi intesa col comunismo.

C’è un’espressione, nelle parole rivolte dal Führer al Duce, che merita tutta la nostra attenzione. «Noi siamo convinti di servire, attraverso questo nostro comune lavoro, non soltanto gli interessi dei nostri paesi, ma, al di là di questi, anche l’obiettivo che ci sta a cuore: una generale comprensione internazionale».

E’ la verità.

Ed è per questo che all’incontro Mussolini – Hitler non si volgevano soltanto gli sguardi del popolo italiano e del popolo germanico, ma quelli di tutti i popoli europei che cercano una guida e non trovano, in casa loro, che lotte di fazioni; che domandano un fondamento della pace e non odono che parole vane, ispirate alle antiquate ideologie che sono all’origine degli squilibri e dei mali di ogni genere di cui soffre la nostra civiltà.

Si ha dovunque la sensazione e si potrebbe dire la certezza che le difficoltà dell’attuale periodo storico non sono di natura esclusivamente economica e politica, ma morale, e che il rimedio non può consistere nelle combinazioni e negli accorgimenti diplomatici propri di un tempo che fu, ma in una nuova concezione della vita, in un radicale rinnovamento dei valori spirituali.

Ora il Fascismo e il Nazionalsocialismo sono prima di tutto due visioni della vita che rispondono a tutte le domande della coscienza individuale e offrono una soluzione a tutti i quesiti che scaturiscono dalle relazioni collettive. Mostrano quindi di non avere inteso nulla della profonda originalità di questi due movimenti, autonomi nonostante le evidenti concordanze, coloro che si affannano a indagare i fini sottintesi degli incontri dei giorni scorsi.

Non esistono sottintesi, perché è tutto chiaro, palese, perché tutto si è svolto alla luce del sole. Non c’è posto per la diplomazia segreta quando si fa della storia, quando ci si muove sul piano dei valori eterni. E’ una verità che i popoli hanno intuito da tempo, anticipando sugli uomini di governo, sul pubblicismo in arretrato.

Alla vigilia degli incontri di Monaco e di Berlino un pubblicista sagace e sempre informato, il Gayda, poteva scrivere queste parole che non consentono eccezioni: «Sarà bene subito chiarire che a Monaco e a Berlino non si stipuleranno alleanze militari né si getteranno le fondamenta di alcun tenebroso complotto per la pace europea. Le forze italiane e germaniche operano alla luce del sole. Non hanno bisogno di essere protocollate. Le loro simpatie e le loro resistenze sono note. La loro associazione opererebbe automatica quando i Regimi fossero minacciati nei comuni valori». E’ per questo che i replicati colloqui fra il Duce e il Führer si sono conclusi senza alcun Protocollo nuovo. Il loro spirito è stato direttamente rivelato al mondo dai due Capi nei due brindisi e nei memorabili discorsi allo stadio di Berlino.

Proprio nei giorni in cui Mussolini e Hitler si incontravano, un eminente uomo di Stato francese, il presidente Heriot, reduce da un viaggio nell’Europa centrale, così riassumeva le sue impressioni in una intervista concessa a una giornale di Lione: «L’impressione che in me prevale su tutte le altre è che la Francia è osservata con molta attenzione. Ci si domanda se i regimi democratici avranno il coraggio di istaurare, di imporre a se stessi quella disciplina che conferisce a dei paesi come la Germania una forza che non farà che aumentare».

Questo il problema.

Attraversando la Germania, dove fu fatto segno ad ogni cortesia, il presidente Heriot è rimasto ammirato della forza imponente del terzo Reich. E non esita a dichiarare che tale forza proviene esclusivamente dalla disciplina che il popolo tedesco ha saputo imporsi, accettando sacrifici e privazioni di ogni genere pur di recuperare la propria dignità. «Ho anche visto – aggiunge il presidente Heriot – molte uniformi e molti soldati. Ne sono ritornato preoccupato. Perché dovrei nasconderlo?». Preoccupazione assolutamente fuori luogo.

La Germania non minaccia nessuno e meno che mai la Francia. Allo stesso modo dell’Italia la Germania desidera unicamente la pace e la collaborazione. Pace e collaborazione sono termini inscindibili nell’Europa odierna.

E’ per questo che le dichiarazioni di Mussolini e di Hitler dischiudono le più fulgide prospettive e autorizzano tutte le speranze di pace. Non a caso il Duce ha fatto un appello alla «buona volontà». Tutto è possibile, oggi, pur che si voglia.

SPECTATOR
(ALCIDE DE GASPERI)