CHARLES DARWIN


Charles Darwin - L'origine dell'Uomo


(Titolo originale: The descent of Man, and Selection in Relation to Sex - 1871)
(opera integrale e testuale)

< Charles Darwin: Biografia )

< l'opera integrale "SULLA ORIGINE DELLE SPECIE"


Fin da quando pubblicò nel 1859 "Sull'Origine della specie", Darwin suscitò immediate reazioni da parte di scienziati, filosofi e teologi. Soprattutto questi ultimi furono scandalizzati da due conseguenze della teoria di Darwin: la prima era che l'uomo e la scimmia dovevano avere avuto un comune antenato, il che detronizzava l'uomo dalla posizione privilegiata di creatura fatta da Dio a sua immagine e somiglianza; la seconda nasceva dalla considerazione che, se era vera la teoria dell'origine delle piante e degli animali (uomo compreso) attraverso la selezione naturale, gran parte delle argomentazioni per provare l'esistenza di Dio, basate sulla presenza di un "disegno" nella natura, crollavano. A una riunione, divenuta famosa, della Associazione britannica per il progresso della scienza, tenutasi a Oxford nel giugno 1860, il reverendo Samuel Wilberforce attaccò la teoria darwiniana, giudicandola una dottrina immorale e anticristiana in quanto faceva discendere l'uomo dalla scimmia.
Il successivo libro di Darwin, "L'Origine dell'Uomo" (1871), riprendeva il tema delicato del rapporto tra l'uomo e la scimmia, che era stato solo adombrato nell' "Origine della Specie". Ma è importante ricordare che Darwin non sostenne mai una discendenza diretta dell'uomo dallo scimpanzè, ma piuttosto che l'antenato dell'uomo, se fosse vivo, sarebbe classificato semplicemente un gradino inferiore.

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Tuttavia non possiamo chiudere gli occhi quando accertiamo che il nostro corpo è costruito come quello degli "animali" superiori. Se l'uomo fosse stato l'oggetto diretto di una creazione speciale, estranea a quella delle altre specie viventi, questa rassomiglianza organica non avrebbe alcuna ragione di essere.
E se dallo scheletro ci spingiamo più oltre, iniziando dall'embriologia degli animali...

... e consideriamo il complesso dell'organismo corporeo; e se andando ancora più in là, osserviamo l'organizzazione intellettuale, la vita e i costumi di alcuni tipi di scimmie, la rassomiglianza con l'umanità si fa sempre maggiore.

"Giammai, questa putrida affinità" gridavano i nostri bisnonni; infatti, ancora a metà '800 questa rassomiglianza con sdegno la si negava; però, però !!!... la si confermava per alcune razze di uomini allora ritenute inferiori, ritenuti degli animali, dei scimmioni che avevano solo le fattezze umane.
Autorevoli pubblicazioni scientifiche stabilivano che vi era un legame solo fisico e a malapena intellettuale fra le razze umane inferiori del pianeta (ottentoti, boscimani, negri, pellirossa, ecc.) e le scimmie antropoidi
. Che quelli erano e sarebbero rimasti sempre animali! E avrebbero seguitato a generare dei loro simili, cioè animali !
"Molti dotti dicon che son al primo stato dell'uomo antico e naturale: La prima opinione è un errore, la seconda è sentimentalismo, non regge al raziocinio: sono figli di un putrido tronco...
E' sentenza ormai degli universali fisiologi e degli uomini di scienza che quegli uomini hanno per natura nessun intelletto. Padre Gregorie (un missionario Ndr.) sperava prodigi in una sviscerata sensibilità, ma ahimè, l'esperienza non corrisponde al suo desiderio, quella sua speranza è pura follia. Con quegli più nulla s'ha da fare, solo mettergli le catene al collo e alle caviglie!" (Marmocchi "Geografia Universale, Storia dell'Umanità" in 100 capitoli. , pag. 312, 3° volume ). Era il 1853 !!.
Ma
nel 1868 William Sherman segretario della "Guerra agli indiani" era ancora più radicale: "Non fa molta differenza se butteremo fuori i pellirossa mediante l'imbroglio o uccidendoli, sono animali!". Chissà cosa direbbero oggi Marmocchi e Sherman nel vedere questi "figli del putrido tronco", e questi "animali" in molti posti di comando americani perfino strategici, uscire dalle accademie e dalle università, essere insigniti di premi Nobel, e insegnare nelle cattedre perfino ai bianchi!
(Ndr. Franco)

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INDICE DELL'OPERA

PARTE PRIMA: Origine dell'Uomo - Introduzione
CAPITOLO I.
Evidenza della origine dell’uomo da qualche forma inferiore.

CAPITOLO II.
Comparazione fra la potenza mentale dell’uomo e quella degli animali sottostanti.

CAPITOLO III.
Paragone fra le facoltà mentali dell’uomo e quelle dei sottostanti animali.

CAPITOLO IV.
Del modo di sviluppo dell’uomo da qualche forma inferiore.

CAPITOLO V.
Dello sviluppo delle facoltà intellettuali e morali durante i tempi primitivi ed i tempi inciviliti.

CAPITOLO VI.
Delle affinità e della genealogia dell’uomo.

CAPITOLO VII.
Delle razze umane.


PARTE SECONDA: La scelta sessuale

CAPITOLO VIII.
Principii della scelta sessuale.

CAPITOLO IX.
Caratteri sessuali secondari nelle classi inferiori del Regno animale.

CAPITOLO X.
Caratteri sessuali secondari degli insetti.

CAPITOLO XI.
Insetti - continuazione. - Ordine Lepidoptera.

CAPITOLO XII.
Caratteri sessuali secondari dei Pesci, degli Anfibi, e dei Rettili.

CAPITOLO XIII.
Caratteri sessuali secondari degli uccelli.

CAPITOLO XIV.
Uccelli - continuazione.

CAPITOLO XV.
Uccelli - continuazione.

CAPITOLO XVI.
Uccelli - conclusione.

CAPITOLO XVII.
Caratteri sessuali secondari dei Mammiferi.

CAPITOLO XVIII.
Caratteri sessuali secondari dei Mammiferi - continuazione.

CAPITOLO XIX.
Caratteri sessuali secondari dell’Uomo.

CAPITOLO XX.
Caratteri sessuali secondari dell’Uomo - continuazione.

CAPITOLO XXI.
Sommario generale e conclusione.


PARTE PRIMA: Origine dell'Uomo - Introduzione
CAPITOLO I.
Evidenza della origine dell’uomo da qualche forma inferiore.

Gioverà a far meglio comprendere l’indole del presente libro un breve ragguaglio intorno al modo nel quale esso fu scritto. Io venni raccogliendo per molti anni appunti intorno all’origine o provenienza dell’uomo, senza avere affatto l’intenzione di scrivere su questo argomento, anzi piuttosto col proposito di non scrivere nulla perchè credevo che non avrei fatto altro se non che afforzare i pregiudizi contro il mio modo di vedere. Mi sembrava sufficiente indicare nella prima edizione della mia Origine delle specie, che quel libro avrebbe sparso luce intorno all’origine dell’uomo ed alla sua storia, venendo così a dire che l’uomo vuol essere compreso insieme cogli altri esseri organici in ogni conclusione generale riguardo al modo del suo apparire su questa terra. Ora la cosa è ben diversa. Quando un naturalista come Carlo Vogt si è spinto a dire nel suo discorso quale Presidente dell’Istituto nazionale di Ginevra (1869): - Personne, en Europe au moins, n’ose plus soutenir la creation indépendante et de toutes pièces des espèces -, egli è ben chiaro che un gran numero per lo meno di naturalisti deve ammettere che le specie sono discendenti modificati di altre specie e questo concetto piglia campo principalmente fra i giovani e crescenti naturalisti. Il maggior numero accetta l’azione della scelta naturale sebbene alcuni asseriscano istantemente, con quanta ragione deciderà l’avvenire, che io ne ho grandemente esagerata l’importanza. Molti fra i più anziani e venerati maestri nelle scienze naturali, disavventuratamente, si oppongono ancora all’evoluzione in qualsiasi forma.

Ora, pel modo di vedere adottato da molti naturalisti, e che alla perfine, siccome sempre segue, avrà per sè il pubblico, io mi sono indotto a mettere insieme i miei appunti, affine di vedere fin dove quelle conclusioni generali, cui io son giunto nelle mie opere precedenti, siano applicabili all’uomo. Tanto più appare ciò desiderabile, che io non ho mai applicato di proposito questi concetti ad una specie presa isolatamente. Quando noi confiniamo la nostra attenzione intorno ad una sola forma qualsiasi, restiamo privi degli argomenti poderosi i quali derivano dalla natura delle affinità che collegano insieme tutti gli scompartimenti degli organismi, dalla loro distribuzione geografica nei tempi passati e nei presenti, e dalla loro successione geologica. Consideriamo in tal caso la struttura omologica, lo sviluppo embriogenico, e gli organi rudimentali di una specie, sia pure quella dell’uomo o di qualsiasi altro animale; ma siccome a me sembra, queste grandi classi di fatti danno un’ampia e concludente evidenza in favore del principio dell’evoluzione graduale. Ci starà tuttavia sempre davanti alla mente il grande appoggio che danno gli altri argomenti.

Scopo unico di quest’opera è il considerare primieramente se l’uomo, come tutte le altre specie, sia disceso da qualche forma preesistente; secondariamente, il modo del suo sviluppo; ed in terzo luogo il valore delle differenze fra le cosidette razze umane. Limitandomi a questi punti, non avrò bisogno di descrivere particolareggiatamente le differenze fra le varie razze, argomento estesissimo, che è stato pienamente trattato in molte autorevoli opere. L’altissima antichità dell’uomo è stata recentemente posta in evidenza dai lavori di una schiera d’uomini insigni, incominciando dal signor Boucher de Perthes e questa è la base necessaria per comprenderne l’origine. Io accoglierò quindi questa conclusione siccome ammessa, e rimanderò i miei lettori alle ammirabili opere di Carlo Lyell, John Lubbock, ed altri. Nè avrò altro da fare se non che accennare al complesso delle differenze fra l’uomo e le scimmie antropomorfe; perchè, secondo il parere dei giudici più autorevoli, il prof. Huxley ha dimostrato concludentemente che in ciascuno dei caratteri visibili l’uomo differisce meno dalle scimmie più elevate di quello che queste differiscano dalle specie più basse dello stesso ordine dei primati.

Quest’opera contiene pochi fatti originali rispetto all’uomo ma, siccome le conclusioni alle quali io sono arrivato dopo di avere abbozzato il mio piano mi sembrano interessanti, io credo che riesciranno pure interessanti agli altri. Si è spesso e fidentemente asserito che l’origine dell’uomo non può essere conosciuta: ma l’ignoranza più frequentemente ingenera fiducia che non il sapere: son quelli che sanno poco, e non quelli che sanno molto, i quali affermano positivamente che questo o quel problema non sarà mai risolto dalla scienza. Non è nuova per nulla la conclusione che l’uomo, insieme con altre specie, discenda da qualche forma antica inferiore, ed oggi estinta. Da molto tempo Lamarck è venuto in questa conclusione, la quale ultimamente fu sostenuta da parecchi eminenti naturalisti e filosofi, come Wallace, Huxley, Lyell, Vogt, Lubbock, Büchner, Rolle, etc.; e specialmente Häckel: oltre alla sua grande opera Generelle Morphologie (1866), egli ha recentemente (1868, con una 2ª edizione nel 1870) pubblicato l’opera sua Naturliche Schöpfungsgeschichte, in cui discute a fondo la genealogia dell’uomo. Se quest’opera fosse venuta in luce prima che il mio lavoro fosse stato scritto, probabilmente io non l’avrei portato a compimento.
Questo naturalista conferma quasi tutte le conclusioni alle quali io sono venuto, e le sue cognizioni per molti rispetti sono più estese delle mie. Ogniqualvolta io ho aggiunto un qualche fatto od un qualche concetto preso dagli scritti del prof. Häckel, ne riferisco l’autorità nel testo; altre affermazioni lascio come stanno originalmente nel mio manoscritto.

Per molti anni ho creduto cosa probabilissima che la scelta sessuale abbia avuto una parte importante nel produrre le differenze fra le razze umane; ma nella mia Origine delle specie (1ª edizione inglese, p. 199) mi sono tenuto pago di una semplice allusione a questa mia credenza. Quando venni ad applicare questo concetto all’uomo, ho trovato necessario di trattare l’intero argomento pienamente in ogni suo particolare. Quindi la seconda parte del presente libro, che tratta della scelta sessuale, è venuta ad una sproporzionata lunghezza rispetto alla prima parte; ma ciò non si poteva scansare.

Io avevo in animo di aggiungere a questa mia opera uno studio intorno al modo di esprimere le varie emozioni dell’uomo e degli animali ad esso inferiori. La mia attenzione fu chiamata su ciò parecchi anni or sono dall’ammirabile lavoro di Carlo Bell. Questo illustre anatomico sostiene che l’uomo è fornito di certi muscoli col solo scopo di esprimere le sue emozioni. Siccome questo modo di vedere contrasta palesemente alla credenza che l’uomo discenda da qualche altra forma inferiore, io lo dovevo necessariamente considerare. Così pure io desideravo di mettere in chiaro fin a qual punto le emozioni siano espresse nello stesso modo dalle varie razze umane. Ma ponendo mente alla lunghezza del presente volume, io ho giudicato meglio di tenere in serbo il mio studio, che in parte è compiuto, per una separata pubblicazione.


CAPITOLO I.

EVIDENZA DELLA ORIGINE DELL’UOMO DA QUALCHE FORMA INFERIORE.

Natura dell’evidenza rispetto all’origine dell’uomo – Strutture omologhe nell’uomo e negli animali più bassi – Punti misti di corrispondenza – Sviluppo – Strutture rudimentali, muscoli, organi dei sensi, peli, ossa, organi riproduttori, ecc. – Rapporti di queste tre grandi classi di fatti coll’origine dell’uomo.

Chi desidera riconoscere se l’uomo sia un discendente modificato di qualche forma preesistente, dovrà probabilmente ricercare dapprima se l’uomo varii, anche in legger grado, nella struttura del corpo e nella facoltà della mente; e quando ciò sia, deve ricercare se queste variazioni si trasmettano alla progenie, secondo le leggi che governano gli animali all’uomo inferiori, e secondo la legge della trasmissione dei caratteri alla stessa età od al sesso. E poi, queste variazioni sono esse, per quanto la nostra ignoranza ci permette di giudicare, l’effetto delle stesse cause generali, e sono esse governate dalle stesse leggi generali come negli altri organismi; per esempio, dalla correlazione, dagli effetti dipendenti, dall’esercizio o dal difetto di questo, ecc.?

È forse l’uomo soggetto agli stessi vizi di conformazione, risultanti da un arresto di sviluppo, o da un raddoppiamento di parti, ecc., e dimostra egli in ognuna di queste anomalie un ritorno ad un qualche primiero antico tipo di struttura? Si può naturalmente ricercare anche, se l’uomo, alla maniera di tanti altri animali, abbia dato origine a varietà e sotto-razze, appena leggermente diversificanti l’una dall’altra, oppure a razze abbastanza diverse per poter essere considerate siccome specie dubbiose: in qual modo queste razze siano distribuite sulla terra ed in qual modo, quando si sono incrociate, abbiano esse agito l’una sull’altra, tanto nelle prime come nelle susseguenti generazioni. E così per molti altri argomenti.

Lo studioso verrà quindi a questo importante quesito, se l’uomo tenda a moltiplicarsi così rapidamente che ne debbano nascere gravi lotte per la vita, in conseguenza delle quali i mutamenti benefici tanto nel corpo quanto nella mente sarebbero conservati e quelli nocevoli sarebbero eliminati. Le specie e le razze umane (si può adoperare l’uno o l’altro vocabolo) si invaderanno esse e si sostituiranno l’una all’altra per modo che alla perfine alcune si vengano ad estinguere? Noi vedremo che tutte queste questioni, siccome per alcune di esse la cosa è evidentissima, si possono risolvere affermativamente, come pei sottostanti animali.

Ma le varie considerazioni qui riferite possono per ora senza inconveniente, essere lasciate in disparte; e prima di tutto noi dobbiamo vedere fino a qual punto la struttura del corpo umano lasci vedere tracce, più o meno evidenti, della sua provenienza da qualche forma inferiore. Nei due capitoli seguenti considereremo le potenze mentali dell’uomo in comparazione con quelle dei sottostanti animali.

Struttura corporea dell’uomo. – È cosa nota che l’uomo è foggiato sullo stesso stampo o tipo generale degli altri mammiferi. Tutte le ossa del suo scheletro possono essere comparate con ossa corrispondenti in una scimmia, un pipistrello, od una foca, La stessa cosa è pei suoi muscoli, i suoi nervi, i vasi sanguigni e gli interni visceri. Il cervello, il più importante di tutti gli organi, segue la stessa legge, siccome fu dimostrato da Huxley e da altri anatomici. Bischoff, che è un’autorità contraria, ammette che ogni solco ed ogni ripiegatura del cervello umano hanno il loro analogo in quello dell’urango; ma egli aggiunge che in nessun periodo di sviluppo i due cervelli s’accordano perfettamente; ma non bisognava aspettarsi a questo, perchè altrimenti le loro potenze mentali sarebbero state le stesse.
Vulpian nota: -Les différences réelles qui existent entre l’encéphale de l’homme et celui des singes supérieurs, sont bien minimes. Il ne faut pas se faire d’illusions à cet égard. L’homme est bien plus près des singes anthropomorphes par les caractères anatomiques de son cerveau que ceux-ci ne le sont non seulement des autres mammifères, mais mêmes de certains quadrumanes, des guénons et des macaques-.

Ma sarebbe superfluo aggiungere qui altri particolari intorno alla corrispondenza fra l’uomo e i mammiferi più elevati nella struttura del cervello e di tutte le altre parti del corpo.

Può tuttavia valer la spesa di specificare alcuni pochi punti, non direttamente o vistosamente collegati colla struttura, per mezzo dei quali si dimostra questa corrispondenza o questo rapporto.

L’uomo può ricevere dai sottostanti animali e comunicare loro certe malattie, come l’idrofobia, il vaiolo, la morva, ecc.; questo fatto prova l’affinità dei tessuti loro e del sangue tanto nella minuta struttura come nella composizione, assai meglio che non faccia la comparazione di essi col miglior microscopio, od il sussidio dell’analisi chimica più accurata. Le scimmie vanno soggette a molte malattie non contagiose, come quelle che affliggono noi; così Rengger, il quale ha osservato accuratamente per lungo tempo il Cebus Azarae nel suo paese nativo, trovò che esso è soggetto al catarro polmonare coi suoi sintomi consueti, e che, quando si ripete sovente, mena alla consunzione. Queste scimmie soffrono anche l’apoplessia, l’infiammazione intestinale, e la cataratta nell’occhio. Alcuni giovani muoiono spesso di febbre nello spuntare i denti del latte. I medicamenti producono in esse gli stessi effetti come in noi. Molte specie di scimmie hanno un grande gusto pel thè, pel caffè, e pei liquori spiritosi; mostrano pure, siccome io stesso ho veduto, gusto a fumare tabacco. Brehm asserisce che gl’indigeni del nord-est dell’Africa s’impadroniscono dei babbuini selvatici esponendo fuori recipienti con birra forte, della quale i babbuini si ubriacano. Egli ha veduto ubriachi alcuni di questi animali che teneva in schiavitù, e ci dà un lepido ragguaglio del loro fare in tale stato, e delle strane loro smorfie. Il mattino dopo essi erano molto di mal umore e ingrugnati; sostenevano il capo addolentato con ambe le mani e con piglio miserevole torcevano la faccia con disgusto se si offriva loro birra o vino, ma si mostravano avidi del sugo dei limoni. Una scimmia americana, un Atele, ubriacatasi con acquavite, non volle mai più gustarne, mostrando in ciò maggior saviezza di molti uomini. Questi fatterelli dimostrano quanta somiglianza ci sia fra i nervi del gusto dell’uomo e quelli della scimmia, e come somigliantemente sia impressionato tutto il loro sistema nervoso.

L’uomo è infestato da parassiti interni, che qualche volta portano conseguenze letali, ed è tormentato da parassiti esterni, che tutti appartengono agli stessi generi od alle stesse famiglie di quelli che infestano gli altri animali. L’uomo è soggetto, come gli altri mammiferi, gli uccelli ed anche gl’insetti, a quella legge misteriosa la quale fa che certi processi normali, come le gestazioni e così pure lo sviluppo e la durata di varie malattie, seguano i periodi lunari. Le sue ferite si rimarginano collo stesso processo di cicatrizzazione; e i monconi che rimangono dopo l’amputazione delle sue membra hanno talora, specialmente durante un primiero periodo embriogenico, qualche potenza di rigenerazione, come negli animali più bassi.

L’intero processo di quella importantissima funzione che è la riproduzione della specie, è evidentemente lo stesso in tutti i mammiferi, dal primo corteggiamento del maschio al nascimento ed all’allevamento del piccolo. Le scimmie nascono quasi nella stessa condizione d’impotenza dei nostri bambini; ed in alcuni generi i piccoli differiscono tanto nel loro aspetto dagli adulti, quanto i nostri bambini dai loro genitori. Alcuni scrittori hanno insistito, siccome sopra una distinzione importante, su ciò, che nell’uomo i piccoli non acquistano il loro pieno sviluppo se non che in un’età molto più inoltrata che non in qualsiasi altro animale: ma se noi poniam mente a quelle razze umane che vivono nelle regioni tropicali, la differenza non riesce più grande, perchè l’urango, secondochè si crede, non diventa adulto fino all’età di dieci o quindici anni. L’uomo differisce dalla donna in mole, vigore corporeo, pelosità, ecc., come pure nella mente, nella stessa maniera in cui la cosa segue fra i due sessi in molti mammiferi. Insomma, è appena possibile dire troppo intorno alla piena corrispondenza nella struttura generale, nella minuta struttura dei tessuti, nella composizione chimica e nella costituzione, fra l’uomo e gli animali più elevati, specialmente le scimmie antropomorfe.

Sviluppo embrionale. – L’uomo si sviluppa da un ovulo il quale ha circa la 125ª parte di un pollice in diametro (il poll. vale 25 mill.), e non differisce punto dagli ovuli degli altri animali. Lo stesso embrione, nel suo periodo affatto iniziale, malagevolmente si può distinguere da quello di altre specie dello scompartimento dei vertebrati. In questo periodo le arterie scorrono in rami a mo’ di arco, come se fossero per portare il sangue alle branchie che non si trovano nei vertebrati superiori, quantunque rimangono ancora le fessure ai lati del collo ad indicare la loro primiera posizione.

In un periodo alquanto più inoltrato, quando le estremità sono sviluppate, “i piedi delle lucertole e dei mammiferi (siccome nota l’illustre Von Baer) le ali ed i piedi degli uccelli, non meno che le mani ed i piedi dell’uomo, derivano tutti dalla stessa forma fondamentale”. È, dice il professore Huxley, al tutto negli ultimi stadi dello sviluppo che il giovane essere umano presenta evidenti differenze dalla giovane scimmia, mentre quest’ultima si distacca nei suoi sviluppi dal cane quanto l’uomo. Per quanto straordinaria possa parere quest’ultima asserzione, si può dimostrare vera.

Dopo le asserzioni di così eminenti autorità, io farei cosa superflua se riferissi ancora altri particolari dimostranti che l’embrione umano somiglia strettamente a quello degli altri mammiferi. Si può aggiungere tuttavia che parimente l’embrione umano rassomiglia per molti tratti della sua struttura a certe forme inferiori adulte. Per esempio, il cuore esiste dapprima come un semplice vaso pulsante, gli escrementi sono evacuati in un condotto a mo’ di cloaca, e l’osso coccige sporge come una vera coda “protendendosi considerevolmente oltre i piedi rudimentali”. Negli embrioni di tutti i vertebrati respiranti l’aria atmosferica, certe ghiandole, chiamate corpi di Wolff, corrispondono ed operano come i reni dei pesci adulti. Anche fino all’estremo periodo embrionale si possono osservare talune vistose rassomiglianze fra l’uomo e i sottostanti animali. Bischoff dice che le circonvoluzioni del cervello nel feto umano alla fine del settimo mese sono a un dipresso allo stesso punto in cui è lo sviluppo del babbuino adulto. Il pollice del piede, siccome nota il professore Owen “che forma il fulcro nella stazione eretta e nel camminare, è forse il tratto più caratteristico della struttura umana”; ma in un embrione di circa un pollice (25 mill.) di lunghezza il prof. Wyman ha trovato “ che il pollice del piede era più corto degli altri, e invece di essere parallelo con quelli, faceva un angolo sul lato del piede, corrispondendo così a quella condizione che è permanente in questa parte nei quadrumani”. Io voglio conchiudere con una citazione di Huxley, il quale, fatta la domanda se l’uomo si origini in un modo differente da un cane, un uccello, una rana od un pesce, dice, “la risposta non è oggi dubbiosa; incontestabilmente il modo di origine e gli stadi primieri dello sviluppo dell’uomo son identici con quelli degli animali che gli stanno immediatamente sotto nella scala; incontestabilmente per questi riguardi egli è assai più vicino alle scimmie che non siano le scimmie al cane”.

Rudimenti. – Questo argomento, sebbene intrinsecamente non più importante dei due precedenti, vuol essere qui trattato con maggior ampiezza. Non si trova neppur uno fra gli animali superiori, il quale non abbia qualche sua parte in istato rudimentale; e l’uomo non fa eccezione a questa regola. Gli organi rudimentali debbono esser distinti da quelli che sono nascenti, sebbene in qualche caso questa distinzione non torni agevole. I primi, o sono assolutamente senza uso, come le mammelle nei maschi dei mammiferi od i denti incisivi dei ruminanti che non forano mai la gengiva, oppure rendono un così scarso servizio ai loro possessori attuali, che non possiamo supporre che essi si siano sviluppati nelle attuali condizioni. Gli organi in quest’ultimo stato non sono strettamente rudimentali, ma tendono a quello. D’altra parte gli organi nascenti, sebbene non pienamente sviluppati, servono grandemente ai loro possessori, e sono suscettivi di ulteriore sviluppo. Gli organi rudimentali sono eminentemente variabili; e ciò s’intende in parte, perchè sono senza uso o quasi senza uso, e quindi non ulteriormente soggetti alla scelta naturale. Spesso si sopprimono totalmente. Quando ciò segue, non sono più soggetti a ricomparire talora per ritorno, o regresso, o reversione; e questa è cosa degnissima di attenzione.

Il difetto d’esercizio in quel periodo della vita, in cui un organo è principalmente adoperato, ciò che segue generalmente nello stato adulto; insieme colla eredità ad un corrispondente periodo della vita, sembrano essere stati gli agenti principali che hanno fatto sì che certi organi siano rimasti rudimentali. L’espressione difetto d’esercizio non si deve riferire solamente ad una diminuita azione dei muscoli, ma comprende una diminuzione dell’afflusso del sangue ad una parte o ad un organo, per essere soggetto a minori alternative di pressione, o per essere divenuto per qualsiasi via meno abitualmente attivo. Possono trovarsi in uno dei due sessi rudimenti di parti che sono sviluppate normalmente nell’altro sesso; e questi rudimenti, siccome noi vedremo più tardi, spesso si originano in una maniera distinta. In alcuni casi certi organi sono stati ridotti per mezzo della scelta naturale, perchè divenuti nocevoli alla specie, mutate le condizioni della vita.

Il processo di riduzione è probabilmente agevolato spesso dai due principi di compensazione e di economia dell’accrescimento; ma sono difficili da comprendere gli ultimi stadi del riducimento, dopochè il difetto di esercizio ha fatto tutto quello che gli si può attribuire, e quando la conservazione da compiere per mezzo dell’economia dell’accrescimento è molto scarsa. La compiuta e finale soppressione di una parte già fuori di esercizio è molto ridotta in volume, nel qual caso non possono operare nè compensazione nè economia, si può forse intendere colla ipotesi della pangenesi, e, secondochè appare, in nessun altro modo. Ma siccome l’intero argomento degli organi rudimentali è stato pienamente discusso ed illustrato nelle mie opere precedenti, io non dirò nulla di più qui in proposito.

Si sono osservati rudimenti di vari muscoli, che si trovano in molte parti del corpo umano e non pochi muscoli, che si trovano regolarmente negli animali sottostanti, si possono scoprire accidentalmente nell’uomo in condizioni di sommo riducimento. Ognuno può avere osservato come molti animali, specialmente i cavalli, possono muovere e raggrinzare la pelle; ciò si compie per mezzo del pannicolo carnoso. In varie parti del nostro corpo si trovano residui di questi muscoli operanti; per esempio nella fronte, servendo essi a sollevare le sopracciglia. Il platysma myodes, che è molto sviluppato nel collo, appartiene a questo sistema. Il professore Turner, di Edimburgo, ha per avventura scoperto, secondo il ragguaglio che me ne dà, fascetti muscolari in cinque luoghi differenti, segnatamente nelle ascelle, presso le scapole, ecc., ognuno dei quali si può riferire al sistema del pannicolo. Egli ha pure dimostrato che il musculus sternalis, o sternalis brutorum, che non è un prolungamento del rectus abdominalis, ma è in stretto rapporto col pannicolo, s’incontrò nella proporzione di circa il tre per cento in più di 600 corpi: egli aggiunge che questo muscolo arreca “una eccellente illustrazione del fatto che quelle parti, le quali si trovano in istato rudimentale ed accidentalmente, sono in special modo soggette a variare nella loro disposizione”.

Son pochi quelli che possono contrarre i muscoli superficiali della pelle del capo; e questi muscoli sono in condizione variabile e parzialmente rudimentale. Il signor A. De Candolle mi comunicò un caso ben curioso di lunga e continuata persistenza o eredità di questa facoltà, come pure del suo insolito sviluppo. Egli conosce una famiglia, un membro della quale, ora capo di casa, poteva, quando era giovane, far cadere parecchi grossi libri dal capo, pel solo movimento della pelle del capo stesso; e vinse in tal modo parecchie scommesse. Suo padre, suo zio, suo nonno e i suoi tre figliuoli posseggono tutti la medesima facoltà nello stesso insolito grado. Otto generazioni or sono, quella famiglia si divise in due rami, per cui il capo del ramo summenzionato è cugino in settimo grado del capo dell’altro ramo. Questo lontano cugino dimora in un’altra parte della Francia, ed essendogli stato domandato se egli pure fosse fornito di quella facoltà, ne fece subito mostra. Questo caso ci offre un esempio evidente della grande persistenza con cui può venir trasmessa una facoltà al tutto inutile.

I muscoli esteriori che servono a far muovere tutto l’orecchio esterno, ed i muscoli interni che ne muovono le varie parti, i quali appartengono tutti al sistema del pannicolo, sono nell’uomo in condizione rudimentale; variano pure nello sviluppo, od almeno nel funzionare. Ho veduto un uomo che poteva far venire avanti le sue orecchie, ed un altro che le faceva andare indietro; e da quello che mi disse uno di essi, è probabile che molti di noi toccandoci spesso le orecchie e ponendovi studio, potremmo con ripetuti tentativi riacquistare una certa facoltà di movimento. La facoltà di drizzare le orecchie e di dirigerle per ogni verso è indubbiamente giovevolissima a molti animali, perchè possano così riconoscere da qual parte venga il pericolo; ma non ho mai inteso che un uomo possegga la menoma facoltà di drizzare le orecchie, unico movimento che potrebbe essergli di qualche servizio. Tutta la esterna conca o padiglione dell’orecchio può essere considerata come rudimentale, insieme colle varie ripiegature e sporgenze (elice ed antelice, trago ed antitrago, ecc.) che negli animali sottostanti sostengono e rinforzano l’orecchio mentre è drizzato, senza accrescerne molto il peso. Tuttavia, alcuni autori suppongono che la cartilagine del padiglione serva a trasmettere le vibrazioni al nervo acustico; ma il signor Toynbee dopo aver raccolto tutti i fatti conosciuti in proposito, conchiude che il padiglione esterno non ha un uffizio distinto.

Le orecchie dello scimpanzè e dell’urango rassomigliano straordinariamente a quelle dell’uomo, ed i guardiani del Giardino zoologico di Londra mi hanno assicurato che questi animali non le muovono nè le drizzano mai; per cui sono in una condizione puramente rudimentale, almeno per questa funzione, come nell’uomo. Non possiamo dire perchè questi animali, come i progenitori dell’uomo, abbiano perduto la facoltà di drizzare le loro orecchie. Può essere, sebbene questo modo di vedere non mi soddisfi, che mercè la loro vita arboreale e la loro grande forza, non fossero molto esposti a pericoli, e quindi per un lunghissimo periodo di tempo movessero poco le orecchie, e così siamo andati man mano perdendo la facoltà di muoverle. Questo sarebbe un fatto analogo a quello di quei grossi e pesanti uccelli che abitando le isole oceaniche non sono stati esposti alle aggressioni degli animali da preda, e quindi hanno perduto la facoltà di adoperare le ali pel volo.

Il signor Woolner, celebre scultore, mi ha partecipato una sua osservazione intorno ad una lieve particolarità dell’orecchio esterno, che egli ha notato spesso tanto negli uomini che nelle donne, e di cui comprese tutto il significato. La sua attenzione intorno a ciò venne per la prima volta svegliata mentre stava lavorando la sua statua di Puck, a cui aveva dato orecchie a punta. In tal modo s’indusse ad esaminare le orecchie di molte scimmie, e susseguentemente con maggior diligenza anche quelle dell’uomo. La particolarità consiste in un punticino ottuso, che sporge dal margine ripiegato internamente, od elice. Il signor Woolner fece un modello preciso di una cosiffatta disposizione. Questi punti sporgono non solo in dentro, ma spesso anche un po’ in fuori, per cui sono visibili quando il capo si guarda direttamente di prospetto o di dietro. Variano di mole e talora di posizione, stando qualche volta un po’ più in su o un po’ più in basso; e alle volte presentandosi in un orecchio e non nell’altro.

Ora il significato di queste prominenze non mi sembra dubbio; ma si può dire che esse presentano un carattere tanto insignificante da non essere degno di menzione. Tuttavia ciò sarebbe tanto falso quanto appar naturale. Ogni carattere, per quanto leggero sia, deve essere l’effetto di qualche causa definita; e se si presenta in molti individui merita d’esser preso in considerazione. Evidentemente l’elice si compone del margine estremo dell’orecchio ripiegato in dentro: e questa ripiegatura sembra avere in certo modo relazione col fatto che l’orecchio esterno viene permanentemente spinto indietro. In molte scimmie collocate non tanto in alto nell’ordine, come i babbuini ed alcune specie di macachi, la parte superiore dell’orecchio è lievemente puntuta, ed il margine non è punto ripiegato in dentro; ma se questo margine fosse ripiegato in tal modo, si vedrebbe senza dubbio sporgere in dentro o forse un po’ in fuori un leggero punto. Questo si può vedere attualmente sopra un esemplare dell’Atele Belzebù nel Giardino Zoologico di Londra; e possiamo trarne la sicura conseguenza che questa è una struttura similare, vestigio di orecchie primieramente puntute, che ricompare accidentalmente nell’uomo.

La membrana nictitante o terza palpebra, coi suoi muscoli accessori e le altre parti, è particolarmente bene sviluppata negli uccelli, ed ha in essi una importantissima funzione, perchè può essere rapidamente distesa sopra tutto il globo dell’occhio. S’incontra in alcuni rettili ed anfibi, ed in certi pesci, come gli squali. È sviluppata benissimo nelle due divisioni più in basso dei mammiferi, cioè nei monotremi, e nei marsupiali, ed anche in qualche mammifero più elevato, come nei trichechi. Ma nell’uomo, nei quadrumani. ed in molti altri mammiferi quella membrana esiste, come è riconosciuto da tutti gli anatomici, allo stato di semplice rudimento, e vien detta piega semilunare.

Nella maggior parte degli animali il senso dell’odorato è della più alta importanza: ad alcuni, come i ruminanti, serve a farli accorti del pericolo; ad altri, come i carnivori, a far loro trovare la preda; ad altri, come i cinghiali, pei due scopi insieme. Ma il senso dell’odorato rende all’uomo solo lievissimo servigio, se pure ne rende, anche ai selvaggi nei quali è molto più sviluppato che non nelle razze incivilite. Non li avverte del pericolo, nè li guida a trovarsi il nutrimento; nè impedisce agli Esquimali di dormire nell’aria più fetida, nè a molti selvaggi di mangiare carni semiputrefatte. Coloro i quali credono nel principio di una graduale evoluzione, non ammetteranno facilmente che questo senso nel suo stato presente sia stato in origine acquistato dall’uomo come esiste ora. Non v’ha dubbio che egli abbia ereditato questa facoltà in uno stato così indebolito e rudimentale da qualche antico progenitore, a cui questo senso era grandemente utile e che l’adoperava di continuo. In tal modo noi possiamo forse comprendere questo fatto che, come ha notato con molta verità il D.re Maudsley, il senso dell’odorato nell’uomo “ha la singolare particolarità di presentar vive nella mente le idee e le immagini di scene e di luoghi dimenticati”; perchè vediamo in quegli animali, che hanno questo senso molto sviluppato, come i cani ed i cavalli, che le antiche rimembranze delle persone e dei luoghi si associano fortemente al loro odore.

L’uomo differisce moltissimo da tutti gli altri Primati per essere quasi nudo. Ma alcuni peli corti e rari si trovano sulla più gran parte del corpo nel sesso mascolino, ed una fina peluria nel sesso femminile. Negli individui appartenenti alla medesima razza questi peli variano grandemente, non solo nella copia, ma anche nella posizione; così le spalle di alcuni europei sono al tutto nude, mentre in altri sono coperte di fitti ciuffi dì peli. Non vi può essere il menomo dubbio che questi peli, sparsi qua e là sul corpo, non siano i rudimenti dell’integumento uniformemente peloso degli animali sottostanti. Ciò divien tanto più probabile, da che si sa che i peli fini corti e di colore sbiadito che stanno sulle membra e sopra altre parti del corpo accidentalmente si sviluppano in peli “fitti, lunghi e piuttosto grossi e scuri” quando vengono anormalmente nudriti vicino a superfici lungamente infiammate.

Il signor Paget mi ha detto che persone appartenenti ad una stessa famiglia hanno sovente alcuni peli delle sopracciglia molto più lunghi degli altri; cosicchè questa lieve particolarità pare essere ereditata. Questi peli rappresentano apparentemente le vibrisse, che vengono adoperate come organi del tatto da molti degli animali sottostanti. Ho osservato in un giovane scimpanzè alcuni peli dritti, piuttosto lunghi, che gli sporgevano sugli occhi, al posto delle vere sopracciglia, qualora queste ci fossero state.

Il pelo sottilissimo e lanoso, o la così detta lanuggine, che ricopre fittamente il feto umano nel sesto mese, offre un esempio ancora più curioso. Si comincia a sviluppare nel quinto mese, sulle sopracciglia e sul viso, e soprattutto intorno alla bocca, ove è molto più lungo che non sul capo. Eschricht osservò questa sorta di mustacchi in un feto femmina; ma ciò non deve recare tanta sorpresa come si potrebbe credere in sulle prime, perchè in generale i due sessi hanno tra loro molta rassomiglianza di tutti i caratteri esterni durante un primiero periodo di accrescimento.
La direzione e la disposizione dei peli in tutte le parti del corpo del feto sono le stesse come nell’adulto, ma vanno soggette a molto variare. Tutta la superficie, compreso la fronte e le orecchie, è in tal modo fittamente ricoperta; ma è un fatto significante quello che le palme delle mani e le piante dei piedi siano al tutto nude, come la superficie di tutte le quattro estremità nella maggior parte degli animali sottostanti. Siccome questa non può guari essere una coincidenza accidentale, noi dobbiamo considerare l’invoglio villoso del feto come il rappresentante rudimentale del primitivo pelame permanente che si vede in quei mammiferi che sono nati pelosi. Questa rappresentanza è più compiuta, secondo la legge consueta dello sviluppo embriogenico, che non quella che presentano i peli sparsi qua e là sul corpo dell’adulto.

Sembra che i denti molari posteriori, o denti del giudizio abbiano una tendenza a divenire rudimentali nelle razze umane più incivilite. Questi denti sono alquanto più piccoli degli altri molari, come pure è il caso nello scimpanzè e nell’urango: ed hanno due sole radici separate. Non spuntano fin verso il diciassettesimo anno, e mi è stato assicurato che si guastano e cadono molto prima degli altri denti ma questo asserto vien negato da alcuni dentisti. Sono anche soggetti a variare nella struttura e nel periodo dello sviluppo più che non gli altri denti. Inoltre nelle razze Melaniche i denti del giudizio sono per solito forniti di tre radici separate, e sono in generale forti e sani; ed anche differiscono meno nella mole dagli altri molari che non nelle razze Caucasiche. Il prof. Schaaffhausen attribuisce questa differenza tra le due razze a ciò, che “la porzione dentale posteriore della mascella è sempre più corta” in quelle che sono incivilite, e questo raccorciamento può, io credo, venire francamente attribuito a ciò che gli uomini inciviliti vogliono abitualmente nutrirsi di cibo molle e cotto, e adoperano meno le loro mascelle. Il signor Brace mi ha informato essere divenuta comune negli Stati Uniti la pratica di svellere ai bambini alcuni denti molari, perchè la mascella non cresce abbastanza pel compiuto sviluppo del numero normale dei denti.

Per quello che riguarda il canale alimentare ho incontrato soltanto un unico caso di rudimento, cioè l’appendice vermiforme del cieco. Il cieco è una diramazione o diverticolo dell’intestino, che termina in fondo cieco, ed è lunghissimo in molti dei più bassi mammiferi erbivori. Nel koala, marsupiale, è attualmente lungo tre volte quanto il corpo. Talora si protende in un punto lungo e gradualmente conico, e talora parzialmente ristretto. Sembra che, in conseguenza del mutamento di cibo o di costumi, il cieco siasi in vari animali molto raccorciato, e l’appendice vermiforme è rimasta come un rudimento della parte rimpicciolita.

Che questa appendice sia un rudimento lo possiamo dedurre dalla sua piccola mole e dal fatto, che il professore Canestrini ha raccolto, del suo variare nell’uomo. Alle volte manca al tutto, oppure è molto sviluppata. Talora il passaggio è interamente chiuso per la metà o i due terzi della sua lunghezza, e la parte terminale non è che una espansione piatta e solida. Nell’urango questa appendice è lunga e avvolta; nell’uomo sporge dalla terminazione del corto cieco, ed è per solito lunga quattro o cinque pollici (da 10 centimetri a 10 centimetri e 25 millim.), e non ha che un diametro di un terzo di pollice (8 millimetri). Non solo è inutile, ma talvolta è causa di morte; e di questo intesi ultimamente due casi, in cui la morte fu prodotta da ciò che alcuni piccoli corpi duri, come sarebbero semi, entrati nel canale, cagionarono l’infiammazione.

In alcuni quadrumani, nei lumeri, e specialmente nei carnivori, havvi un foro accanto al capo inferiore dell’omero, detto foro sopra-condiloideo, pel quale passa il grande nervo del membro anteriore, e sovente anche la grande arteria. Ora nell’omero dell’uomo, come hanno dimostrato il dottor Struthers ed altri, in generale si scorge traccia di questo passaggio, e talora è benissimo sviluppato, essendo fatto da un processo dell’osso a mo’ di uncino, terminato da una striscia legamentosa. Quando questo processo esiste, il grande nervo vi passa invariabilmente in mezzo, e ciò dimostra con molta evidenza che è l’omologo e il rudimento del forame sopra-condiloideo degli animali sottostanti. Il professore Turner calcola, come mi ha assicurato, che questo fatto si presenta una volta per cento negli scheletri recenti. Ma questo caso non ha in sè grande importanza, dacchè il forame non è regolarmente presente nei quadrumani superiori. Non è quindi certo, come mi ha fatto osservare il signor Busk, che la sua presenza accidentale nell’uomo sia l’effetto di un residuo o di un regresso ad una primitiva struttura.

Vi è nell’omero un altro forame, che può venir chiamato intercondiloideo. Questo si presenta in varie scimmie antropoidi ed altre, ma anche in molti animali più bassi, e per accidente nell’uomo. È notevole il fatto che questo forame sembra essere stato molto più frequente nei tempi antichi che non nei presenti. Il signor Busk ha raccolto le seguenti prove intorno a questo argomento: il prof. Broca “osservò questo forame in quattro e mezzo per cento delle ossa delle braccia raccolte nel cimitero del sud, a Parigi; e nella grotta di Orrony di cui il contenuto è attribuito al periodo del bronzo, erano perforati fino otto omeri sopra trentadue; ma questa straordinaria proporzione, siccome egli crede, può essere attribuita a ciò che la caverna era stata una sorta di tomba di famiglia. Parimente il signor Dupont trovò il 30 per cento di ossa perforate nelle caverne della valle della Lesse, appartenenti al periodo della renna; mentre il signor Leguay, in una sorta di dolmen ad Argenteuil, osservò che il venticinque per cento delle ossa erano forate; e Pruner-bey ne trovò il ventisei per cento nella stessa condizione nelle ossa prese da Vauréal. E non si può lasciare senza menzione il fatto che Pruner-bey afferma che questa condizione è comune negli scheletri dei Guanchi”. È interessante il fatto che le razze antiche, in questo ed in molti altri casi, presentano più frequentemente strutture che somigliano più a quelle degli animali sottostanti, che non le razze moderne. Sembra che la ragione principale di ciò sia che le razze antiche erano in certo modo più vicine che non le moderne nella lunga linea genealogica ai loro remoti progenitori simili agli animali.

Nell’uomo l’osso coccige, sebbene non faccia ufficio di coda, rappresenta evidentemente questa parte degli altri animali vertebrati. In un primitivo periodo embriogenico è libero, e, come abbiamo veduto, sporge oltre le estremità inferiori. È stato riconosciuto, secondo Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire ed altri, che incerti rari casi di anomalia esso forma un piccolo rudimento esterno, od una coda. L’osso coccige è breve, e contiene per solito solo quattro vertebre; e queste si trovano in condizione rudimentale, perchè son fatte, tranne quella, della base, del solo centro. Son provviste di alcuni piccoli muscoli; uno dl questi, come ml disse il prof. Turner, è stato appositamente descritto da Theile come una rudimentale ripetizione dell’estensore della coda, che è tanto grandemente sviluppato in molti animali.

Il midollo spinale scende nell’uomo soltanto fino all’ultima vertebra dorsale o alla prima lombare; ma un’appendice filiforme (il filum terminale) scende lungo l’asse della parte sacrale del canale spinale, ed anche lungo la parte posteriore delle ossa coccigee. La parte superiore di questo filamento, come mi ha detto il prof. Turner, è senza dubbio omologa col midollo spinale; ma la parte inferiore sembra essere composta solo della pia madre, o membrana vascolare avvolgente. Anche in questo caso si può dire che l’osso coccige possiede una traccia di quell’importante parte che è il midollo spinale; sebbene non sia più racchiusa in un canale osseo. Il fatto seguente, del quale vado pure debitore al prof. Turner, dimostra quanta stretta analogia siavi fra l’osso coccige e la coda negli animali sottostanti. Luschka ha testè scoperto all’estremità delle ossa coccigee un corpo circonvoluto particolarissimo, che è continuo coll’arteria mediana sacrale; e questa scoperta indusse Krause e Meyer ad esaminare la coda di una scimmia (Macacus) e di un gatto, in ognuno dei quali trovarono, sebbene non all’estremità, un corpo similmente circonvoluto.

Il sistema riproduttore offre varie parti rudimentali; ma queste differiscono dai casi precedenti per un importante rispetto. Qui non si tratta di un vestigio di una parte che non appartiene alla specie in uno stato efficiente; ma di una parte che è sempre presente ed efficiente in un sesso, mentre nell’altro è rappresentata da un semplice rudimento. Nondimeno la presenza di questi rudimenti è tanto difficile da spiegare colla teoria della creazione separata di ogni specie, quanto nei casi sopra riferiti. Avrò in seguito da ritornare su questi rudimenti, e mostrerò che la loro presenza in generale dipende soltanto dall’eredità; vale a dire, di parti acquistate da un sesso e che sono state parzialmente trasmesse all’altro. Darò qui solo pochi esempi di così fatti rudimenti. È cosa ben nota che nei maschi di tutti i mammiferi, l’uomo compreso, esistono mammelle rudimentali. In parecchi casi queste mammelle si sono sviluppate, ed hanno prodotto copia di latte. La loro essenziale identità nel due sessi è pure dimostrata dacchè accidentalmente si accrescono in entrambi sotto l’azione della rosolia. La vescicula prostatica, che è stata osservata in molti mammiferi maschi, è ora riconosciuta essere omologa all’utero femminile, unitamente coll’annesso canale. Non è possibile leggere la bella descrizione che Leuckart fa di questo organo, e il suo ragionamento, senza ammettere la giustezza della sua conclusione. Questo fatto è soprattutto evidente nel caso di quei mammiferi in cui l’utero genuino femminile si biforca, perchè nei maschi di quelli la vescicula si biforca del pari. Si potrebbero qui menzionare altre parti rudimentali che appartengono al sistema riproduttore.

Non è possibile non comprendere l’importanza delle tre grandi classi di fatti ora riferite. Ma sarebbe qui al tutto superfluo ricapitolare la serie di argomenti arrecati particolareggiatamente nella mia Origine delle specie. La struttura omologica dell’intera forma nei membri della stessa classe si comprende, se noi ammettiamo la loro discendenza da un progenitore comune, e i loro susseguenti adattamenti alle mutate condizioni.
Con un altro modo di vedere non si può affatto spiegare la similarità di forma tra la mano dell’uomo o della scimmia col piede del cavallo, la pinna di una foca, l’ala di un pipistrello, ecc. Non è una spiegazione scientifica il dire che sono state tutte formate secondo uno stesso stampo ideale. Rispetto allo sviluppo, possiamo comprendere chiaramente, secondo il principio delle variazioni che sopravvengono in un ulteriore e più tardo periodo embriogenico, e colla eredità in un corrispondente periodo, come vada che embrioni di forme tanto straordinariamente differenti ritengano ancora, più o meno perfettamente, la struttura del loro comune progenitore. Non si è mai data altra spiegazione del fatto meraviglioso che l’embrione dell’uomo, del cane, della foca, del pipistrello, del rettile, ecc., non si possano dapprincipio quasi distinguere fra loro. Onde comprendere la presenza di organi rudimentali, abbiamo solo da supporre che un primiero progenitore possedesse le parti in questione in stato perfetto, e che mercè il mutamento nel modo di vivere queste parti siano venute molto riducendosi, sia pel solo difetto di esercizio, oppure per la scelta naturale di quegli individui, i quali erano meno provvisti di una parte superflua, concorrendo gli altri mezzi indicati precedentemente.

Così noi possiamo comprendere come sia avvenuto che l’uomo e tutti gli altri animali vertebrati siano stati costrutti sopra un solo modello, perchè passino per alcuni primieri stadi di sviluppo, e perchè conservino certi rudimenti in comune. In conseguenza noi dobbiamo francamente riconoscere la loro comune origine; pensando diversamente, bisognerebbe ammettere che la nostra propria struttura e quella di tutti gli animali che ci circondano non sia altro che un tranello per ingannare il nostro giudizio. Questa conclusione acquista molta forza, se guardiamo i membri di tutte le serie animali, e consideriamo l’evidenza che deriva dalle loro affinità o classificazioni, dalla loro distribuzione geografica e dalla loro successione geologica. È solo un nostro pregiudizio naturale, e quella superbia dei nostri antenati che li fece dichiararsi discendenti da semidei, che c’induce a dubitare di questa conclusione. Ma non è lontano il giorno in cui parrà strano che naturalisti buoni conoscitori della struttura comparata e dello sviluppo dell’uomo e degli altri mammiferi, abbiano potuto credere che ognuno di essi fosse l’opera di un atto separato di creazione.

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