EVOLUZIONE DELLA FAMIGLIA
DA IERI A OGGI


La famiglia: le definizioni 
Mutamenti nelle famiglie dell’Italia Centrosettentrionale 
Dal Rinascimento alla Rivoluzione francese 
1800 – 1900: l’affermazione della famiglia nucleare 
1400 – 1800: stabilità e mutamenti 
Evoluzione dei rapporti familiari 
Il percorso verso la famiglia coniugale intima 
Rapporti e riti familiari


FAMIGLIE, ELITES e PATRIMONI

DIVORZI  E DIVORZIATI  NELL’ ITALIA CONTEMPORANEA

di LUCA MOLINARI
che ha concesso gratuitamente il testo
a "Storiologia".

 

UNA DATA STORICA IN ITALIA - 11 MAGGIO - REFERENDUM DIVORZIO
 
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CARATTERISTICHE GENERALI

Da ormai molti decenni gli studiosi di sociologia e gli storici hanno considerato “la famiglia” argomento degno di analisi e di studio.
Nell’antichità e nell’epoca classica la famiglia era basata su regolamenti molto ampli e, come affermato dalla prof.ssa F. Sofia, poteva esserci una sorta di equazione tra il concetto di famiglia (inteso come somma di una struttura abitativa ed i suoi componenti) e quello di economia: l’economia è “domestico-familiare” in quanto dispensatrice di sussistenza che, in molti casi, è di tipo circolare e nasce, si sviluppa e si conclude in se stessa.
Nel 1700, invece, comincia a svilupparsi una trasformazione di tali elementi che condurrà l’economia ad uscire dall’ambito familiare-domestico per unirsi all’ambito del “pubblico” e della “politica”, dando così origine "all’economia politica” retta da elementi legati a dinamiche non più solamente di autolimitazione e di sussistenza.
Non è un caso che per molti, filosofi e pensatori politici in primo luogo, solo il “buon cittadino”, cioè chi è libero dal lavoro e che mantiene se e la propria famiglia, potrà occuparsi di politica risultando un buon patriota.
Gli studi sulla famiglia, inizialmente, videro forti differenziazioni metodologiche tra storici, sociologi e demografi, ma negli ultimi decenni si è assistito ad un riavvicinamento tra questi diversi campi di studio anche se le differenti scuole e correnti di studio hanno prodotto risultati molto discrepanti fra loro, la cui comparazione ed analisi risulta molto interessante e stimolante.


LA FAMIGLIA: LE DEFINIZIONI

Con il termine “famiglia” si è soliti indicare tre differenti e distinte realtà:

a) un gruppo di individui che vivono insieme nella medesima abitazione, le regole con le quali si forma tale gruppo, la sua ampiezza e la sua composizione, le modalità secondo cui si trasforma, si sviluppa e si divide. In questo caso il termine più corretto per indicare tale situazione è “struttura familiare”;

b) i rapporti (affetto, autorità) esistenti in tale gruppo e le dinamiche con le quali i coresidenti sotto il medesimo tetto interagiscono e le emozioni che provano l’uno per l’altro. Il termine più adatto per indicare questa condizione è “relazioni familiari”;

c) i legami ed i rapporti esistenti fra distinti gruppi di coresidenti tra i quali vi siano dei rapporti di parentela e tutto ciò che intercorre fra di loro (aiuto, frequenza degli incontri, ecc.). “Rapporto di parentela” è il termine più esplicito per indicare questa situazione.

Le analisi e gli studi compiuti a riguardo dei tre angoli visivi sopracitati hanno condotto ad affermare che essi sono molto distinti ed indipendenti l’uno dall’altro e che quanto studiato in un singolo ambito non può essere automaticamente esteso agli altri poiché le dinamiche interne sono indipendenti le une dalle altre e conducono ad esiti disomogenei. 


MUTAMENTI DELLE FAMIGLIE DELL’ITALIA 
CENTRO-SETTENTRIONALE


La struttura della famiglia tipo dell’Italia centro-settentrionale comincia a verificare una forte differenziazione tra città e campagna già dal XIV secolo: le famiglie urbane sono, per lo più, nucleari; quelle rurali complesse.
Nelle città la maggior parte della popolazione vive in nuclei familiari ristretti e ciò è dovuto al tipo di attività che i “cittadini” svolgono. In massima parte sono artigiani e commercianti che vivono del frutto del proprio lavoro e, per tale motivo, una struttura familiare di piccole dimensioni è propedeutica a tale modello economico e permette soddisfacenti condizioni di vita. Si deve ricordare che, spesso, sono presenti casi di persone che, almeno nella fase centrale e/o finale della propria vita, vivono sole.
Caso a parte è quello delle famiglie dei ceti più elevati: al momento di contrarre il matrimonio la moglie si trasferiva stabilmente presso la casa del genitore del marito e vi risiedeva vivendo in famiglie multiple (sia verticali che orizzontali) nelle quali erano presenti più generazioni di persone (molteplicità verticale) o più nuclei matrimoniali e/o persone sole (molteplicità orizzontale).


La famiglia tipica rurale era invece necessariamente numerosa, in quanto la sussistenza economica era legata al podere di proprietà o preso in affitto, la cui lavorazione richiedeva un’ampia composizione della famiglia stessa.
E’ legittimo affermare che la struttura familiare tra il XIV ed il XIX secolo fu molto stabile (sia nella versione urbana che in quella rurale) e che le epidemie del XVII secolo (tra cui la famosa “peste manzoniana”) ridusse solo temporaneamente la complessità delle differenti realtà familiari che, appena ripresesi dalle crisi di mortalità, riassumevano abbastanza rapidamente le caratteristiche precedenti.
La mortalità, sia quella dovuta a cause fisiologiche che quella dovuta a cause eccezionali, risultava essere una variabile con influenza non rilevante sulla struttura familiare; ciò risulta da una indagine compiuta su ampia scala.
Furono altri i due più importanti mutamenti avvenuti in seno alla famiglia dell’Italia centro-settentrionale nel periodo di tempo compreso tra il XIV ed il XX secolo.

Il primo riguarda le famiglie rurali ed è ben espresso dalle seguenti parole di M. Barbagli: 

“Esso fu provocato da un insieme di profonde trasformazioni economiche e sociali delle campagne, ma soprattutto dalla diffusione dell’organizzazione produttiva poderale e dal passaggio della popolazione agricola da un tipo di insediamento prevalentemente accentrato ad uno sparso. Iniziate in alcune aree prima del XV secolo, queste trasformazioni avvennero in momenti diversi nelle varie zone dell’Italia centro-settentrionale nei tre secoli successivi.” 

Esso produsse una forte trasformazione della struttura famigliare che cominciò ad assumere caratteristiche sempre più complesse legando se ed il proprio destino al podere su cui lavoravano.
Si ebbe il “trasloco” da insediamenti rurali limitrofi alla terra coltivata in locali abitatitivi posti al centro (o comunque all’interno) del podere su cui esercitavano la propria attività.
Si era passati da un tipo di insediamento accentrato ad uno sparso.
Il secondo mutamento, invece, interessò le famiglie delle aree urbane appartenenti al ceto medio-borghese (mercanti e commercianti) che andarono sempre più nella direzione di una struttura di tipo nucleare (sec. XVIII – XIX ). 
Ciò fu favorito dai cambiamenti giuridici relativi alla trasmissione della proprietà avvenuta nel XVIII secolo: l’eredità era sempre più spesso costituita da denaro liquido che poteva essere molto facilmente diviso in più parti senza perdere di valore complessivo (contrariamente ai beni immobili per cui l’unità del lotto era parte integrante ed intrinseca del medesimo).

La storia delle relazioni domestiche, invece, è avvenuta in maniera abbastanza differente rispetto a quella della struttura familiare in quanto è stata influenzata da differenti variabili sociali ed economiche come espresso chiaramente nelle seguenti righe tratte da un saggio del già citato M. Barbagli:

“Naturalmente le regole di formazione della famiglia e la sua composizione hanno influito in vario modo sulla configurazione dei ruoli al suo interno. Da queste variabili dipendeva ad esempio se i bambini trascorrevano i primi anni di vita unicamente con i genitori oppure anche con nonni, zii e cugini e se gli anziani risiedevano da soli o con altri parenti. Il modello di residenza dopo le nozze influiva d’altra parte sull’età a cui si acquisiva una relativa autonomia dal padre. Nella grande maggioranza della popolazione urbana, in cui ha sempre dominato la regola neolocale, i maschi si sposavano ad un’età un po’ più avanzata di quella della popolazione agricola appoderata, che seguivano invece il modello patrilocale. I primi diventavano però capofamiglia al momento delle nozze, mentre i secondi dovevano spesso attendere la morte del padre per raggiungere questa posizione. Ma dal modello di residenza dopo le nozze, dal grado di complessità della struttura familiare, dalla presenza o meno di persone di servizio dipendeva anche il sistema di divisione del lavoro che veniva seguito in casa.”

 



Elemento presente in tutti i diversi modelli di relazioni domestiche fu il mantenimento fino a tempi molto recenti della superiorità del potere e dell’autorità dell’uomo: la struttura ed il potere patriarcale fu caratteristica comune a tutte le differenti relazioni familiari e domestiche.
Nel secolo XIX tale modello basato sulla completa e totale deferenza dei figli nei confronti del padre, entrò in crisi e si affermò un modello, detto coniugale intimo, in cui il maschi (marito e padre) pur continuando ad avere potere e d autorità assoluta riduceva di molto le distanze sociali con la moglie ed i figli.
Volontariamente si ebbe una riduzione ed un controllo delle nascite e, in maniera indirettamente proporzionale, aumentò il tempo dedicato dai genitori ai propri figli. Ciò fu, ovviamente, il frutto delle grandi trasformazioni sociali, politiche ed economiche avvenute nei secoli XVIII – XIX (in primis la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese) che, messo in crisi l’Antico Regime, produsse grandi cambiamenti ai quali dovettero adeguarsi anche le relazioni familiari: nasceva un nuovo modello di famiglia dapprima sviluppatasi nei ceti più alti della realtà urbana e poi estesasi anche nei ceti meno abbienti, che avrebbe visto la propria affermazione nel XX secolo.


DAL RINASCIMENTO
ALLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE


Secondo molti studiosi, soprattutto giuristi, il Rinascimento segna l’inizio della dissoluzione della famiglia di tipo “esteso” ed il passaggio ad un modello “nucleare” soprattutto nelle ricche città mercantili.
I motivi di tali eventi vanno ricercati nelle trasformazioni di tipo economico, politico e sociale avvenute nei secoli XV – XVI. La fine delle servitù medioevali e del sistema corporativo di tale epoca aveva favorito una “personalizzazione” dei capitali e delle ricchezze il cui possesso ora spettava maggiormente ai singoli più che ai gruppi familiari.
Inoltre, a partire dalla riscoperta dell’antico diritto romano operata da Bartolo da Sassoferrato anche il diritto privato divenne territoriale e no più legato al clan di appartenenza.
I sovrani, in primo luogo quelli francesi e spagnoli, avocarono a se il monopolio della giustizia civile e penale (ma non di quella amministrativa) incrinando e rompendo quella visione medioevale secondo cui tutte queste attività dovevano essere regolate in seno alla famiglia ed alla struttura di questa.
Un’accelerazione al processo di nuclearizzazione lo si ebbe grazie al fatto che i patrimoni e le eredità venivano tramandate in denaro che poteva essere diviso e, quindi, i figli eredi non erano più legati fra di loro da vincoli economici poiché cominciavano a svolgere attività indipendenti le une dalle altre costituendo nuclei familiari i più ristretti possibili.
Durante la prima Rivoluzione industriale (XVIII secolo) la famiglia complessa subì un altro colpo che ne aumentò la tendenza alla frantumazione.

Nella società preindustriale le esigenze ed i bisogni dei singoli più deboli venivano assorbiti, soddisfatti e risolti dall’azione dell’intero gruppo familiare in cui il singolo viveva. Quindi la massima sicurezza sociale dell’individuo era ben protetta e ben tutelata dall’esistenza di solidi gruppi familiari il più estesi possibili: più una famiglia era ampia e solida più essa poteva tutelare i propri componenti.

La società industriale, invece, prevedeva forme di assistenza non più legate alla propria famiglia di origine, ma pubblica e/o legata ad associazioni operaie o professionali.
Inoltre la possibilità di trovare impiego non era frutto della famiglia di provenienza, ma era strettamente connessa alle proprie personali capacità professionali.
Tutti questi elementi condussero a strutture familiari di tipo nucleare.

Negli anni ’70 alcuni studiosi inglesi hanno sottolineato come in Gran Bretagna tali affermazioni non fossero valide, ma bensì si poteva sostenere il contrario, ovvero che la famiglia nucleare diffusa su larga scala fosse già presente prima della Rivoluzione industriale e che quindi non ne fosse stata un prodotto, ma un elemento propedeutico per l’industrializzazione dell’Inghilterra.
Tali affermazioni, espresse massimamente negli studi di Loslett, sono validi solo per l’Inghilterra dove, infatti, la famiglia nucleare era già diffusa ed affermata anche nel mondo rurale. Ma questo è e rimane un aspetto peculiare del sistema inglese e non può essere affatto esteso ai paesi continentali e soprattutto a quelli mediterranei in cui fino alla maturazione del processo di industrializzazione erano maggioritarie le famiglie estese e, quindi, assume valore l’equazione precedentemente espressa secondo cui il superamento di una società agricola a vantaggio di una società industriale favorisce la frantumazione della famiglia estesa segnandone il tramonto a favore di un modello familiare mononucleare.



1800 – 1900: L’AFFERMAZIONE
DELLA FAMIGLIA NUCLEARE



Il processo di nuclearizzazione della famiglia e le trasformazioni in essa avvenute sono da considerarsi spiegabili attraverso due differenti linee di studio l’una collega la nuclearizzazione alla società finanziaria e mercantile dei capitali e dei beni mobili e divisibili, l’altra ad un più recente processo di urbanizzazione e di migrazione lungo le direzioni campagna – città e nord – sud. 
Per quanto riguarda il caso italiano si possono utilizzare entrambi i modelli. Una prima fase, con una tendenza alla nuclearizzazione meno elevata e riconducibile alle sole realtà cittadine, affonda le proprie origini nel primo modello di studio, mentre una seconda e distinta fase, più legata ai decenni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, avvalora il secondo modello interpretativo.
Ancora nella prima metà del 1900, contrariamente a quanto avveniva in altri paesi europei, buona parte della popolazione viveva in famiglie patriarcali estese con più di tre generazioni e più unità coniugali.
Era questo il modello tradizionale di famiglia complessa destinata a durare ancora per pochi decenni. Le differenze di condizione sociale delle singole famiglie favorivano forme più o meno estese di struttura delle medesime: mezzadri e proprietari avevano famiglie più ampie rispetto ai braccianti così come i proprietari di ampi tendevano a costituire famiglie molto complesse, formate da più gruppi coniugali e che spesso contenevano anche persone e coppie non legate fra loro da vincoli di parentela (ad esempio le persone di servizio ed le personalità “specializzate” quale, ad esempio, medici, fattori, ecc.…, N. d. A.).
Ciò indica come l’elemento principale di tali strutture fosse la terra (di proprietà o presa in affitto poco cambiava) e che il legame con essa fosse una delle poche certezze economiche possedute e l’unico modo per avere tale legame non era che il rimanere in famiglia.

Nell’Italia meridionale, regione ricca di latifondi molto ampi di proprietà di pochi, erano maggiormente presenti famiglie mononucleari di braccianti che lavoravano la terra altrui a cottimo rispetto ad una realtà come la Pianura Padana in cui una differente ripartizione della proprietà terriera (piccola proprietà o mezzadria) favoriva la formazione di famiglie complesse ed estese di tipo patriarcale.
 
Tra il 1800 e la Prima Guerra Mondiale anche nella Pianura Padana si ebbe un incremento del modello bracciantile mononucleare che, negli anni successi al conflitto, però, fu di nuovo abbandonato a seguito di una tendenziale ridistribuzione delle terre che preferiva modelli patriarcali estesi e complessi.

Per riassumere ci sembra lecito affermare che il processo di nuclearizzazione delle famiglie agricole dell’Italia centrosettentrionale è stato lineare e continuo, ma molto lento poiché bilanciato da spinte in senso opposto verificatesi in diversi, ma precisi e ben determinati momenti storici.
L’Italia resta, però, un’anomalia nel panorama degli altri paesi europei e tale condizione peculiare è presente anche nel processo di urbanizzazione.

Fino al 1950 non erano rari i casi di operai ex-contadini che, pur lavorando già in fabbrica da parecchio tempo, continuavano a vivere in famiglie patriarcali estese e che una forte mononuclearizzazione delle famiglie si sia raggiunta solo nella seconda metà degli anni ’70, ancora oggi molte zone dell’Italia meridionale ed insulare, forse a causa di un minore e diverso sviluppo industriale, vedono la presenza di famiglie estese.

È indicativo e curioso come un grande scrittore del XIX secolo come Giovanni Verga nel suo memorabile “I Malavoglia” vedesse e condannasse ogni tentativo di abbandonare la famiglia patriarcale non solo come un fatto negativo, ma come fonte di sventura e di sfortuna per il “fuggiasco” e per l’intera famiglia.


1400 – 1800:
STABILITÀ E MUTAMENTI


La tradizionale equazione industria – famiglia nucleare non può assolutamente spiegare la condizione delle famiglie italiane del periodo rinascimentale.
Esse già nel XIV secolo tendevano a vivere in gruppi ristretti e spesso ciò era dovuto al tipo di attività che esse svolgevano. Un elemento molto importante che favorì tali avvenimenti va ricercato che molte famiglie complesse trasferitesi dalle campagne alle città anche per godere delle libertà e dei privilegi che il vivere in città comportava si frantumavano dando origine a famiglie mononucleari.
Fino al 1660 (data dell’ultima grande epidemia) la bassa frequenza di famiglie complesse po’ trovare giustificazione nell’alto tasso di mortalità dovuto sia a cause fisiologiche sia a cause straordinarie.

Dopo tale pestilenze, però, non aumentò il numero delle famiglie complesse e ciò indica che la scelta nucleare era strategicamente irreversibile e non dovuta a cause straordinarie e naturali. 
Il 1660 ha segnato un forte cambiamento in seno alle famiglie nucleari: sono diminuiti i casi di famiglie incomplete per la mancanza di un coniuge e/o di un genitore e, di conseguenza, è diminuita la “mobilità” di giovani che, per ragioni di studio o per necessità di lavoro) andavano a vivere presso altre famiglie divenendone parte integrante.

Col passare dei secoli oltre a situazioni già analizzate in precedenza come ad esempio la liquidità dell’eredità, vi furono altri elementi che favorirono lo “snellimento” delle famiglie nucleari urbane.
La nascita di strutture di scuole collettive cominciò a ridurre la presenza di precettori ed insegnanti privati stabili.
Parallelamente nelle campagne aumentò, a causa del legame con la terra analizzato in precedenza, il peso delle famiglie complesse.

Tra il XVII ed il XVIII secolo vi fu un aumento della popolazione rurale ed un ristagno di quella urbana che portò ad una egemonia della famiglia complessa su quella nucleare, ma, come si è già detto, nei secoli successi la dinamica si invertì a favore della famiglia nucleare.
Anche le relazioni domestiche in seno alla famiglia sono variate e mutate nel corso dei secoli: il matrimonio da un semplice contratto stipulato dalle famiglie degli sposi si è trasformato in legame sempre a carattere affettivo ed anche i rapporti con i figli sono migliorati anche a seguito della razionalizzazione e del controllo della maternità e della drastica riduzione della mortalità infantile che ha portato all’abbandono della pratica del baliatico a cui si ricorreva anche per non affezionarsi troppo a bambini della cui sopravvivenza nei primi anni di vita non si era sicuri.
Come si vede in qualche modo esiste un tenue legame che collega struttura della famiglia e relazioni familiari, due processi che se pur in linea di massima indipendenti si sono intrecciati, sovrapposti ed influenzati reciprocamente.
 

EVOLUZIONE DEI RAPPORTI FAMILIARI


Una chiara esemplificazione del mutamento dei rapporti familiari è rappresentato dal seguente brano:

“Sinteticamente si può dire che, secondo i loro autori, la famiglia <<moderna>> è nata da alcune trasformazioni avvenute nelle relazioni di autorità e di affetto esterne ed interne all’unità coniugale elementare. In primo luogo questa si è liberata a poco a poco dai controlli della comunità e della parentela. Vi è stato in secondo luogo il passaggio da un sistema di matrimonio combinato dai genitori mossi esclusivamente da interessi di tipo economico e sociale, ad uno basato sulla libera scelta dei coniugi, sull’attrazione fisica e sull’amore. È mutato in terzo luogo il rapporto fra i coniugi. La tradizionale asimmetria di potere fra marito e moglie si è attenuata (…) la passione erotica ha acquistato una crescente importanza. Infine, sono cambiate le relazioni fra genitori e figli. Per lungo tempo i padri e le madri hanno avuto un atteggiamento di indifferenza verso i figli (…). Con la nascita della famiglia moderna gli atteggiamenti ed i comportamenti dei genitori sono radicalmente cambiati ed i figli sono diventati i destinatari privilegiati delle loro cure e del loro affetto. ” 

Ci proponiamo ora di analizzare in maniera abbastanza schematica i rapporti tra i diversi componenti della famiglia.


Genitori, figli, fratelli

Nelle famiglie di ceto medio-alto e di origine nobiliare le relazioni fra genitori e figli erano basate su principi rigidi e su di una forte verticalizzazione. 
Nel 1700 i giovani nobili si rivolgevano ad entrambi i genitori con il “lei” e tutta la corrispondenza inizia con formule di apertura reverenziali ed anche ogni riferimento al padre ed alla madre era accompagnato da espressioni e sostantivi nobilitanti.
Ai figli i genitori rispondevano utilizzando il “voi” ed evitavano di precisarne il nome preferendo indicarne la condizione di parentela. 


Ogni corrispondenza prevedeva formule di costrizione e di umiliazione dei figli nei confronti dei genitori.
Anche fratelli e sorelle mantenevano rapporti formali utilizzando formule di cortesia e di stampo burocratico allo scopo di mantenere le distanze anche nell’ottica di una possibile diatriba fra fratelli nel momento di divisione dell’eredità che sarebbe stata più acuta e profonda in caso di rapporti fraterni più stretti e più intimi.

Istitutori ecclesiastici e collegi

Le famiglie nobili, come già si è detto, tenevano fortemente divisi i genitori dai figli ed il tempo dedicato dai primi ai secondi era molto poco. I figli venivano vissuti e percepiti come un peso, come un elemento di contorno per la propria vita intima e che si ponevano in un’ottica di importanza dinastica e patrimoniale più che personale e che, quindi, potevano benissimo essere affidati a mani estranee soprattutto per quanto riguarda la loro educazione che veniva esercitata da maestri e precettori soprattutto di estrazione ecclesiastica.

È proprio svolgendo questa attività di insegnamento in una casa ricca e nobile che Giuseppe Parini poté analizzare e descrivere ironicamente le abitudini e l’inutilità del “Giovin Signore” definito come colui che “tutti servon e che a nullo serve”.

A metà del 1700 calò il grado di rigidità di tali rapporti, ma la figura del precettore rimase predominante e dominante per l’educazione dei giovani, anche se cominciò ad essere sempre più importante fu il ruolo dei collegi che, creati dai Gesuiti, ebbero la funzione di omogeneizzare i giovani nobili ai principi della Controriforma cattolica: erano istituzioni totalizzanti con il chiaro compito di controllare ed organizzare la vita di questa piccola elités di giovani che risultavano così essere chiaramente inquadrati nei principi e negli schemi controriformisti.

Così facendo i Gesuiti avevano conquistato il controllo sul futuro della classe dominante dell’epoca potendo avere un’egemonia sulla maggior parte della nobiltà e, quindi, sull’intera società.

I coniugi

A partire dal 1500 i rapporti tra coniugi, parallelamente a quelli fra fratelli e sorelle, subirono profondi e significativi mutamenti: si passò da forme completamente e sempre referenziali (uso del “lei” e del “voi”) sia nella fase prematrimoniale, sia in quella post-nozze, all’uso di forme burocratiche nella sola fase precedente al connubio: dopo il matrimonio tali espressioni lasciavano il posto a termini ed allocuzioni meno auliche che segnavano quella visione più intima del matrimonio che, nella seconda metà del 1800, vedrà il comparire del “tu”, simbolo di un passaggio ad un matrimonio più fortemente basato su intimità e legame affettivo reciproci.
Si passa, quindi da una famiglia verticistica in cui il padre è padrone e tiranno e che basa la propria autorità ed il proprio potere, per usare una classificazione di tipo weberiano, su elementi di carattere tradizionale e/o carismatico, ad un potere basato, sempre per dirla con Weber, su dinamiche razionali: non siamo più di fronte al Patriarca di Filmer, ma al capofamiglia.
I matrimoni sono frutto di scelte personali e non solo di ragioni dinastiche e maggiormente basati sulle persone che lo compongono che sulla posizione da esse ricoperta.

La strada verso l’emancipazione della moglie e dei figli è aperta, ma molti passi restano ancora da compiere.


IL PERCORSO VERSO LA FAMIGLIA
CONIUGALE INTIMA


A cavallo tra il XVIII e d il XIX secolo si verificarono numerose trasformazioni in seno alle famiglie aristocratiche: aumentò il numero dei figli che si sposavano e che sceglievano forme di residenza neolocale abbandonando il tetto paterno. Scompariva, inoltre, l’abitudine di lasciare i figli in affidamento alle balie.
La distanza sociale tra i membri della famiglia cominciavano a diminuire e ciò fu dovuto, essenzialmente, alla diminuzione dell’età dei mariti rispetto alle mogli. Fino al 1700 si riteneva che un marito anziano avrebbe meglio guadagnato la stima e la riverenza delle consorte; in seguito si cominciò a sostenere che il marito dovesse conquistare la stima ed il rispetto della moglie o che, almeno, dovesse riuscire ad imporre la propria autorità indipendentemente dall’età. 
Si ebbe anche una razionalizzazione ed un controllo delle nascite che cominciarono ad essere pianificate lasciando intercorrere più tempo tra le nozze ed il primo parto e tra un parto e l’altro. 
Affinché avvenisse ciò era stato propedeutico un mutamento dei rapporti coniugali: il marito non era più decisore solo ed assoluto della vita intima, ma la moglie poteva intervenire ed influenzare tali decisioni se non, ma solo in pochi casi, essere corresponsabile di tali scelte.

Come si è detto il 1700 fu un secolo di trapasso: entrava in crisi la famiglia tradizionale ed autoritaria frutto del matrimonio di interesse e si vedeva all’orizzonte un modello di famiglia tendenzialmente più democratica ed intima.
Inizialmente la famiglia tradizionale trovò un ponto di equilibrio e di conservazione nella figura del cicisbeo che permetteva di mantenere inalterato il rapporto reverenziale ufficiale, ma consentiva alla moglie di creasi una propria sfera autonoma d’azione in cui far pesare la propria volontà.
La fine della dominazione spagnola nel XVIII secolo avvicinò l’Italia al resto d’Europa e ciò fu un punto a favore dell’affermazione della famiglia mononucleare.

A favorire la razionalizzazione delle nascite furono alcune scoperte scientifiche tra cui il fatto che una donna che avesse allattato la propria prole correva meno rischi di rimanere di nuovo incinta: ciò favorì l’abbandono della pratica del baliatico. 
La famiglia nucleare favorì una più rapida emancipazione dei giovani sposi rispetto ai genitori ed agli suoceri e di figli rispetto ai genitori, anche alla luce delle nuove dottrine illuministiche che favorirono l’istituzione e la creazione di un diverso rapporto interno alla famiglia basato su una sempre maggiore diminuzione delle distanze sociali tra i componenti di un nuovo ed inedito triangolo domestico i cui vertici erano rappresentati dai seguenti soggetti: il marito-padre, la moglie-madre ed i figli.


RAPPORTI E RITI FAMILIARI

Il passaggio dalla famiglia patriarcale a quella monunucleare iniziò ai vertici della scala sociale per poi diffondersi anche nella base della piramide sociale attraverso la trasformazione di alcuni istituti su cui si basava e si basa la struttura della famiglia stessa.

Il matrimonio

Il matrimonio non era in origine un fatto privato, anzi era un evento pubblico in cui si registrava l’ingerenza e l’influenza di tutta la comunità. La comunità era solita aggredire e combattere la costituzione di famiglie anomale (omosessuali, adulteri, seconde nozze di vedove o vedovi, ecc.…) facendo così valere tutta la propria influenza nei confronti di chiunque osasse trasgredire alle tradizioni.
Molto ristretti, in alcuni casi fino agli ’20 e ’30 del XX secolo, rimanevano gli spazi di intimità dei giovani fidanzati e coniugi. Il fidanzamento era un fatto pubblico ed i corteggiamenti e gli incontri prematrimoniali avvenivano alla presenza di parenti ed altri membri della comunità utilizzando espressioni di reciproca riverenza ed il “lei”. Nel caso fosse scoperto un incontro clandestino la donna era seriamente minata nel suo onore e nella sua dignità.

Il culmine del ritualismo e dell’ingerenza della comunità lo si ritrovava nei riti matrimoniali a cui seguivano pranzi allargati a buona parte della popolazione residente nella stessa comunità degli sposi. I costi di tali festeggiamenti erano ripartiti in maniera diversa a seconda delle differenti realtà geografiche o sociali sulla sola famiglia dello sposo (in campagna), su entrambe (sempre in ambito rurale) o su quella della sola sposa (in città).
Per ovviare a queste spese spesso le famiglie invitavano i giovani sposi a compiere atti, come ad esempio la fuga od un proficuo rapporto sessuale prematrimoniale, in modo da trasformare le nozze in una cerimonia riparatrice che non prevedeva grandi festeggiamenti e che, quindi, non rappresentava per le famiglie occasione di onerose ed ingenti spese.
L’aspetto pubblico del matrimonio proseguiva anche dopo lo sposalizio e non erano né rare, né inconsuete intromissioni nella stanza degli sposi durante la prima notte di nozze. 
Col passare dei secoli l’aspetto pubblico calò a favore di una visione privata delle nozze, anche se la comunità continuò a far valere la propria influenza se non altro sotto forma di giudizio e di chiacchiericcio.

Soprattutto nel Sud Italia e nelle comunità di minori dimensioni il giorno successivo alla prima notte di nozze era consuetudine l’esposizione del lenzuolo su cui i giovani sposi avevano svolto la propria “prima” attività sessuale. La presenza di macchie di sangue confermava la precedente verginità della sposa. È da sottolineare come nei molti casi in cui la verginità era stata da molto abbandonata il suddetto lenzuolo veniva appositamente sporcato con sangue animale per “ingannare” gli occhi indiscreti del vicinato.

Il privato cominciò ad affermarsi nel XX secolo quando, grazie all’istituzione della luna di miele, i giovani sposi compivano un viaggio postmatrimoniale che li poneva al riparo dall’influenza e dal giudizio della comunità.
Nelle famiglie complesse la nuora viveva in una condizione di completa sottomissione nei confronti della suocera che aveva la supremazia su tutte le donne di casa. La guida della famiglia spettava al padre al quale tutti dovevano la più completa e totale obbedienza. In caso di suo decesso gli subentrava il figlio più anziano.
Era il capofamiglia (detto capoccia) che dirigeva ed organizzava la vita di tutta la comunità familiare e che deteneva il portafoglio di casa che, però, era direttamente ed operativamente gestito dalla moglie che doveva sempre rendere conto al capofamiglia di ogni entrata e di ogni uscita.
I momenti di massima socializzazione sono i pranzi quando i genitori svolgono anche una funzione educativa nei confronti dei figli.
I lavori domestici spettavano interamente alle donne a cui spettava anche il compito di occuparsi dell’igiene personale e della pulizia degli abiti del marito.
Nelle famiglie nucleari borghesi e cittadine, invece, non era raro che fosse il marito stesso ad occuparsi della propria igiene personale e della pulizia dei propri capi d’abbigliamento. Inoltre nelle famiglie urbane vi era una minore intrusione della comunità nella vita coniugale e le stesse relazioni intime erano più strette in presenza di minori distanze sociali che portarono ben presto al passaggio dal “lei-voi” ad un più confidenziale “tu”.

Grazie ad una sorta di processo di osmosi tali innovazioni si diffusero anche nelle tradizionali famiglie patriarcali estese e contribuirono all’inizio del processo di superamento verso famiglie basate sul modello nucleare oppure, più semplicemente, ne modificarono le strutture e le relazioni interne in un’ottica più simile a quella delle già citate realtà familiari mononucleari.

 
BIBLIOGRAFIA
M. Barbagli, Sotto lo stesso tetto, il Mulino, Bologna 1984
P. Macry, Ottocento. Famiglie, elites e patrimoni a Napoli, Einaudi Paperbacks, Torino 1988
E. Hinrichs, Alle origini dell’età moderna, Laterza, Roma-Bari 1984
H. Kamen, La Società Europea 1500-1700, Laterza, Bari 1987
M. Barbagli, Provando e riprovando, il Mulino/Contemporanea 35, Bologna 1990

FAMIGLIA, ELITES 
E PATRIMONI
 

Per molti secoli si è ritenuto che il XIX secolo fosse stato un’epoca di grande e lineare trasformazione verso una società più giusta ed in direzione di una sempre maggiore emancipazione dei soggetti fino ad allora sottomessi.
Solo pochi contestavano questa visione che con il passare dei decenni era diventato un dogma quasi intoccabile sinonimo esso stesso di verità, forse il solo Leopardi aveva osato criticare “le magnifiche sorti e progressive” tanto esaltate dal Romanticismo e dal Positivismo.
La storiografia più recente, invece, ha evidenziato come le grandi fratture siano state più lente di quanto fino ad oggi creduto e sostenuto e come la transizione verso la modernità sia avvenuto in maniera più graduale, spesso anche a seguito di grandi contrasti con le istituzioni tradizionali radicate nel profondo del tessuto sociale.
La famiglia fu uno di quegli ambienti in cui l’istituzione tradizionale resistette più a lungo in quanto molti valori e molti vincoli resistettero nei secoli in maniera quasi immutata.
Le seguenti poche, ma concise pagine vogliono ricostruire alcuni aspetti della storia e della vita delle elites urbana napoletana costretta, in un’epoca di grandi trasformazioni come fu il 1800, a ripensare se stessa, la propria condizione, le proprie prerogative ed i propri privilegi.


IL MOMENTO EREDITARIO


Uno dei principali aspetti di tali famiglie fu la più totale e completa ineguaglianza tra uomo e donna, tra marito e moglie.
La supremazia dell’uomo fu presente ed evidente in tutti gli aspetti della vita comune. Ciò è apparso chiaro a tutti gli studiosi che si sono occupati del problema fin dai primi documenti analizzati.
L’antico codice borbonico, ma non da meno quello napoletano di orientamento illuministico-napoleonico, prevedeva una sostanziale visione inegualitaria della vita di coppia e della gestione dei patrimoni di una famiglia.
Importante per analizzare tali eventi e per giungere alle conclusioni precedentemente espresse, è stata l’analisi dei testamenti da cui si vede come, in origine, la linea ereditaria fosse più legata al “legame del sangue” piuttosto che al livello di parentela coniugale.
L’abitudine di mettere per iscritto le proprie volontà serviva per poter gestire i beni mobili ed immobili posseduti e cominciò ad affermarsi nel momento in cui buona parte delle eredità consisteva in denaro liquido.

Con il testamento il genitore possessore di un bene poteva imporre ai figli delle clausole da rispettare per poter effettivamente entrare in possesso di tale patrimonio. 
Il testamento, così, non era solo un atto notarile legato al mondo degli affari e dei beni terreni, ma diventava anche uno strumento per controllare e modellare la famiglia erede anche nei suoi comportamenti futuri.
Non si stabilivano solo presupposti e paletti di carattere economico, ma si tentava di imporre anche la continuazione di un tradizionale modello di vita: l’eredità non era solo costituita da ricchezze mobili ed immobili, ma anche da norme, precetti, usi, costumi e tradizioni.
Solamente molto tempo dopo, come si vede dai documenti analizzati, il principale beneficiario dei testamenti diventerà il coniuge sopravvissuto passando, così, da un modello ereditario parentale verticale, ad uno coniugale (ed affettivo) che poteva essere sia verticale, sia orizzontale.
Nel primo modello ereditario i figli maschi, e tra questi i primogeniti, erano i principali beneficiari dei testamenti: le femmine venivano lasciate ai margini del filone ereditario.

Solo i maschi, cioè coloro che portavano e che sempre avrebbero portato il cognome del padre, avevano il ruolo e la posizione di essere eredi del patrimonio e delle ricchezze della famiglia. Tra i figli è sempre il primogenito ad essere favorito volendo così sottolineare la volontà di evitare la frantumazione del lotto patrimoniale ereditario.
Questa volontà di mantenere  l’unità del patrimonio e le ricchezze è una delle principali caratteristiche del modello di famiglia aristocratica napoletana da noi considerata e presa in considerazione nel nostro discorso.

L’esclusione delle figlie femmine è una costante: si arriva ad una sorta di paradosso secondo cui in caso di morte del primogenito, l’eredità passa direttamente ai figli maschi di questo, saltando le eventuali sorelle del defunto: i nipoti (ovviamente quelli di sesso maschile!) superano le figlie nella linea dinastica.
Tale modello ereditario non egualitario rimarrà in vigore fino alle soglie del XX secolo e, in maniera stupefacente e paradossale, sarà giustificato e difeso dalle stesse donne: l’importante era il raggiungimento dell’obiettivo primario, ossia della difesa dell’integrità del lotto patrimoniale ereditario.
Ovviamente non è che gli esclusi, o meglio le escluse, dall’eredità principale rimanessero del tutto esclusi dalla linea ereditaria: venivano lautamente ricompensati e liquidati con rendite e con vitalizi che permettevano loro di continuare a vivere in maniera dignitosa e soddisfacente.

Ci sembra giusto poter affermare che per tutto l’Ottocento la pratica di concentrare il patrimonio nelle mani del primogenito rispondesse non solo ad una logica ereditaria maschilista, ma tendeva anche e soprattutto ad assicurare l’unitarietà delle ricchezze legandole al proprio cognome credendo di assicurare loro un lungo e dignitoso futuro in virtù del prestigio da tale cognome e dal suo valore storico.
Sono del tutto lampante, giunti ormai a questo punto, lo stretto legame ed il notevole concatenamento esistente tra il patrimonio ed il cognome.
L’importanza di tale fenomeno ed il suo forte radicamento portano ad estendere il legame sanguigno anche ai rami cadetti delle famiglie: nel caso in cui la linea ereditaria diretta non assicuri stabilità e sicurezza per l’avvenire i rami cadetti ed i fratelli del marito sono i favoriti ed i prescelti per proseguire l’onore e la fama della famiglia.

Le donne possono gestire la loro piccola parte di patrimonio in maniera abbastanza autonoma dal marito.
Questa autonomia è di carattere “personale”, ma non culturale, infatti le modalità utilizzate dalle donne per trasmettere la propria eredità sono i medesimi di quelli a cui si rifanno gli uomini: si preferiscono i figli maschi primogeniti ed in mancanza di questi i rami collaterali cadetti, ma è da sottolineare come in tali casi le sorelle e non i fratelli sono le preferite in qualità di eredi.
La dote è uno degli aspetti principali della nobiltà: le donne che si sposano portano doti soprattutto in denaro e ciò ha una spiegazione di tipo economico.
Infatti le eredità che si trasmettono in linea diretta, verticale e maschile sono spesso beni immobili e molti di questi necessitano di investimenti e ristrutturazioni che si possono effettuare solo grazie alla liquidità proveniente dalle doti matrimoniali delle moglie.
Le doti (e di conseguenza la donne) diventano, quindi, forti strumenti ed elementi per contrattazioni ed alleanze economiche e di potere tra le differenti e diverse famiglie aristocratiche.

Un ruolo importante nella linea ereditaria veniva ricoperto da quei membri di una famiglia che, per voto o per scelta, non potevano non avere figli e, quindi eredi diretti.
Queste figure fungevano da vere e proprie “aree di parcheggio” delle eredità: venivano date loro ricchezze del ramo principale della famiglia quando questo era in difficoltà in quanto non gli era assicurato un futuro stabile e certo nella consapevolezza che, non appena appianati i problemi, esse sarebbero tornate agli eredi di tale ramo principale. Era un modo per impedire l’entrata di estranei e/o rami cadetti nella linea ereditaria verticale principale.
Le modalità che questi personaggi seguivano nel compilare i loro testamenti erano del tutto simili a quelli delle altre categorie: erano parenti maschi gli eredi preferiti.
Il testamento prevedeva anche disposizioni relative al funerale ed ad altre forme di culto e di commemorazione (messa in memoria, candele in Chiesa, ecc. …) in modo che il documento di lascito testamentario diventava un viatico di trasmissione non solo di beni materiali e di ricchezze, ma anche un canale attraverso cui tramandare valori e tradizione.

Chiunque potesse mettere in pericolo l’integrità del patrimoni, quindi della famiglia, veniva sottoposto ad un processo da parte di veri e propri “tribunali di famiglia” che ne decretavano la fuoriuscita e l’esclusione dalla linea dinastica. Tutto ciò che poteva mettere in pericolo il patrimonio ed incrinare l’onore di una famiglia veniva condannato e combattuto: alla luce di tutto questo ci sembra di poter affermare con sicurezza che la base della famiglia aristocratica era costituita dal binomio onore/patrimonio in un reciproco, virtuoso e continuo circolo di autolegittimazione.


LA CASA

La casa è l’ambiente ideale per iniziare un’analisi degli aspetti fondamentali della struttura della famiglia aristocratica partenopea.
L’esterno delle abitazioni non era molto curato e raffinato e la poca cura di tali elementi lascia trasparire una visione ed una considerazione della vita familiare come interna alla famiglia stessa e che doveva svolgersi all’interno di questa.
La crisi economica che aveva colpito molte famiglie si poteva notare e poteva risultare chiara guardando l’aspetto esterno delle abitazioni la cui ristrutturazione non era stata possibile nemmeno grazie alle ricchezze monetarie liquide portate in dota dalle mogli.

L’interno delle abitazioni, invece, era chiaramente indice di uno degli aspetti fondamentali della cultura dell’aristocrazia napoletana: l’orrore e la paura del vuoto, giusti e degni eredi della Spagna barocca, avevano spinto i nobili partenopei a riempire le proprie case di numerosi oggetti molti dei quali apparentemente inutili, ma il cui principale compito era quello di rendere altamente confortevole l’ambiente.
Questa forte distinzione tra interno ed esterno simboleggiavano come la vita familiare, pur essendo per molti aspetti un evento pubblico, avveniva essenzialmente all’interno delle mura domestiche private.

Netta era la distinzione tra ambienti privati ed ambienti pubblici: nei primi, spesso più spogli e meno adorni dei secondi, potevano accedere solo i padroni di casa, invece nei secondi trovavano sistemazione molti oggetti di valore e spesso avvenivano quegli incontri culturali, alcuni dei quali anche a carattere cosmopolita, che legavano la famiglia all’ambiente della comunità cittadina ed alle altre elitès, sia locali, sia internazionali.
Questo era il momento in cui la famiglia si apriva all’esterno pur mantenendo la propria autorità poiché lo faceva all’interno di casa propria, quindi in un ambiente di proprio possesso.
La borghesia, invece, riteneva di dover compiere la propria azione socializzante in ambienti esterni alle proprie unità abitative: come nella migliore tradizione illuministica si recavano nei Caffè volendo indicare un superamento della tradizionale visione dei rapporti interpersonali.

Gli oggetti presenti in una casa nobile o in una borghese spesso erano simbolo delle diverse condizioni di vita dei padroni di casa ed erano strettamente legati alla storia ed alla tradizione della famiglia stessa.
Spesso il gusto e gli oggetti tipici della nobiltà e dell’alta borghesia vengono imitati ed acquistati anche da ceti meno abbienti, quindi non era impossibile trovare oggetti simili nelle abitazioni di entrambe le realtà sociali.
Uno degli oggetti maggiormente diffusi in tutte le case di ogni livello sociale sono gli orologi, di ogni forma e foggia. Gli orologi da un lato sono un’ulteriore conferma dell’origine spagnola e barocca della nobiltà napoletana (il 1600 spagnolo fu il “secolo dell’orologio”, N. d. A.), dall’altro rappresentano il tentativo di creare un legame con il pensiero positivista dominante (orologio come simbolo della scienza, della tecnica e della meccanica): erano dei ponti tra il passato ed il presente su cui la nobiltà stava faticosamente transitando mentre non poteva non vedere i segni del proprio inesorabile tramonto.

Un’opposizione a tale inarrestabile declino la si trovava nel tentativo di mantenere vivo il “prestigio” della famiglia anche a costo di grandi ed ingenti spese.
Ogni membro aveva una determinata disponibilità finanziaria di spesa legata alla propria posizione per mantenere forte ed aumentare tale prestigio: gli uomini avevano a disposizioni maggiori risorse per poter fare ciò.  La struttura sostanzialmente maschile (e maschilista!) della famiglia aristocratica partenopea trovava ancora una volta una chiara ed inequivocabile conferma empirica.


LA GESTIONE DEI PATRIMONI

L’unificazione della penisola sotto i Savoia ed il mancato sviluppo di una borghesia industriale ed imprenditoriale è stata una delle più costanti e più gravi problematiche dell’Italia meridionale.
Tutte queste tematiche sono state bene analizzate e studiate negli scritti dei grandi meridionalisti democratici, da Giustino Fortunato ad Antonio Gramsci, passando per don Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini ed Ugo La Malfa.
Contemporaneamente a questa cronica e strutturale necessità di sviluppo e di progresso per il Mezzogiorno d’Italia, si manifestarono altre due nefaste patologie: l’estensione delle leggi sabaude a tutto il territorio della neonata nazione senza tenere conto delle peculiarità regionali e la fine del protezionismo doganale che fino ad allora aveva protetto i prodotti dell’agricoltura meridionale che, così, entrò in una grave crisi.
Soprattutto la seconda condizione gettò l’economia agricola in una grave crisi che si propagò anche nel campo finanziario e colpì il tradizionale modello di famiglia nobiliare creando, tra l’altro, conflitti interni alle famiglie stesse.
Qualora il capofamiglia fosse deceduto o non in grado di gestire il patrimonio di famiglia interveniva, soprattutto nei momenti di crisi, la reggenza e la guida dei rami cadetti collaterali e dei parenti maschi con funzione di tutori. Spesso le tensioni esistenti tra i vari gruppi famigliari da cui provenivano i tutori conducevano a scontri tra i gruppi parentali che si scontravano in una dura lotta parentale ed intestina.
Obiettivo comune a tutti era il mantenimento dei valori tradizionali che avevano sempre segnato e caratterizzato le famiglie.

Per l’ennesima volta il binomio onore/patrimonio riaffiora e ribadisce la propria importanza e la propria centralità.

Il modello di famiglia aristocratica, ma anche borghese monocratica precedentemente espressa si evidenzia anche attraverso la tendenza di rendere ereditari negozi e professioni.
Chi non riesce ad entrare in tale linea ereditaria, come ad esempio i figli cadetti, non può non far altro che imboccare la via della carriera militare o di quella ecclesiastica. I giovani cadetti erano spinti a fare tali scelte sia da motivazioni strettamente collegate alla propria particolare condizione sia da motivazioni sociologiche più ampie.

Si forma, quindi, una triade cognome-patrimonio-professione che diviene ereditaria per via verticale e primogenita maschile che conferma la nostra secondo cui una delle principali e più importanti funzioni della famiglia aristocratica era quella di conservare e difendere i valori tradizionali e di trasmetterli attraverso le generazioni. 

L’amministrazione dei patrimoni fondiari negli ultimi decenni del XIX secolo viene affidata soprattutto ai notai ed agli avvocati che assumono così il ruolo di elementi di unione tra il mercato e la famiglia.


BREVE NOTA CONCLUSIVA

Il XX secolo segna la crisi dei modelli di famiglia precedentemente descritto a vantaggio di famiglie tendenzialmente più snelle, ma per tutto l’Ottocento gli elementi di conservazione e di freno a tale processo furono sempre presenti. 
Ci piace concludere questo nostro elaborato con le parole di Paolo Macry:

“L’Ottocento è il secolo della lenta riluttante transizione dal cognome al nome, dalla cultura del sangue alla famiglia patriarcale e alla famiglia affettiva. Il cognome resiste a lungo. E con esso tutto un modo d’intendere i comportamenti – sul doppio versante della vita privata e della vita pubblica – , che spesso sembra ridurre ad una strategia di gruppo (familiare) le opzioni dei singoli. Se la modernizzazione – questa categoria opinabile ma efficacemente evocativa – si esprime nell’individualismo e nel nuclearismo dell’imminente società di massa, il cognome e la cultura della famiglia ne sono tra gli ostacoli più tenaci .” 


BIBLIOGRAFIA
M. Barbagli, Sotto lo stesso tetto, il Mulino, Bologna 1984
P. Macry, Ottocento. Famiglie, elites e patrimoni a Napoli, Einaudi Paperbacks, Torino 1988
E. Hinrichs, Alle origini dell’età moderna, Laterza, Roma-Bari 1984
H. Kamen, La Società Europea 1500-1700, Laterza, Bari 1987
M. Barbagli, Provando e riprovando, il Mulino/Contemporanea 35, Bologna 1990

 

FAMIGLIA, MATRIMONIO, RELIGIONE

La famiglia e con essa con o senza il matrimonio, non è una istituzione cattolica, e tanto meno l’etica della famiglia non è un monopolio della religione cattolica. Altri cinque miliardi di individui si regolano in modo diverso e non per questo finiscono nell’”inferno” dei peccatori perché seguono una delle altre 30.547 religioni, dottrine, scuole filosofiche, credenze, sette ecc. che esistono sul pianeta.

Per non dire, che le innovazioni in Italia “attentano alla famiglia cristiana” (cosa che forse avrebbe fatto poco effetto nei tempi che corrono, con una donna ormai emancipata – inoltre perché preoccuparsi? è proprio così debole la fede dei credenti su questo legame codificato da una unione sacramentale?) è stato invece detto “che attentano alla costituzione”. Ma c’è della incoerenza in questa affermazione. Qualsiasi costituzione è fatta da uomini, e queste Costituzioni vivono e si perpetuano nel tempo se sono circondate da consenso e non se diventano un intoccabile "libro sacro".
Le costituzioni vivono e le modificano gli uomini (MANCANO SEMPRE LE DONNE!! - vedi a fondo pagina ), non il Padreterno, che semmai ha dato proprio agli uomini la capacità e il potere (si diceva “divino” quello dei re e principi) di modificarle. Alcune volte le hanno migliorate facendo gli interessi della comunità altre volte le hanno cambiate in peggio per il proprio uso e costume (vedi quella anglicana che Enrico VIII si fece su misura, rompendo i rapporti con la Santa Sede. Elisabetta poi fece il resto proclamando i 39 articoli di religione e mettendosi essa stessa a capo di una religione).
Del resto se andiamo a vedere bene anche i Vangeli sono scritti dagli uomini e così le istituzioni religiose più volte modificate nella stessa cristianità e, come sappiamo, da alcune confessioni non accettate. Non per nulla dentro la cristianità sono nate 5 correnti, 56 Chiese, 175 Istituzioni diverse. Per rimanere in tema – la più significativa è quella di permettere ad alcune di queste nuove costole del cattolicesimo ai propri sacerdoti di andare a creare una unione, cioè un nucleo famigliare, e perfino di dare le stesse opportunità alla donna di essere essa stessa un ministro di un culto (sempre aborrito e negato dalla Romana Chiesa).”.


Ora se le Costituzioni o le stesse istituzioni religiose non sono ancora state modificate è perché i responsabili di questi cambiamenti non hanno ben presente la realtà storica in cui viviamo. Il processo di trasformazione all’interno di una società è invece avvenuto, ma solo gli individui che vivono in questa società lo sanno, non i loro governanti non i loro “curatori di anime” che nulla sanno cosa avviene dentro le mura domestiche di una coppia e tanto meno dentro le lenzuola.

In questa nuova società (che non è più quella tradizionale pastorale, e che ha quindi segnato grandi cambiamenti anche all'interno delle mura domestiche, non più rurali del piccolo villaggio) che ha creato unioni-matrimoni sempre più rari e tardivi, vi è stata la diffusione di nuove forme di convivenza (famiglie di fatto ecc. ) e in parallelo una drastica riduzione della natalità: cosicché la famiglia tradizionale coniugale ha perso importanza lasciando al centro della scena realtà sempre più peculiari, anche se per certi aspetti più fragili; questo perché i due soggetti devono risolvere i loro problemi da soli, o perché abbandonati a se stessi o perché addirittura oggetti di anatemi. Ma nonostante questo i due si danno ugualmente da fare in questa nuova società individualistica per cui gli interessi del singolo sono più forti di quelli della coppia.
E se vi è stata la diffusione di queste forme di convivenza, esse sono generate da una sempre maggiore insicurezza nei confronti del matrimonio tradizionale. La legge che permette di divorziare è relativamente recente ma i costi di tale operazione sono abbastanza alti. Infatti in Italia divorziano di più le coppie benestanti rispetto a quelle meno abbienti (nell’Europa protestante, è invece il contrario).
Sono di solito le donne le prime a chiedere il divorzio per i seguenti motivi: tendenziale incapacità dei mariti di mantenere fede al patto matrimoniale, meno rischi economici (i mariti economicamente hanno alti costi dal divorzio) ed il fatto di essere le donne in molti casi il soggetto debole della coppia. Il giudizio della società nei confronti di chi divorzia cambia a seconda del sesso (uomo o donna), della realtà geografica in cui avviene, del ceto sociale, del livello culturale e delle condizioni economiche dei soggetti interessati.

Le condizioni economiche, hanno sempre influito nella formazione del nucleo familiare, e quando nel nucleo originario famigliare iniziò ad essere espressa la volontà di mantenere l’unità del patrimonio e le ricchezze dentro la stessa “famiglia”, la proprietà divenne “sacra” e il matrimonio pure (spesso imposto dai parenti, senza alcun legame affettivo dei coniuganti – bella ipocrisia, era quel “sacro matrimonio”!).
Ma tutto questo accadeva in un'altra epoca, quando il principale beneficiario dei testamenti -nella logica ereditaria maschilista- erano i figli maschi e le femmine venivano lasciate ai margini del filone ereditario, e potevano scegliere, o di entrare in convento o di vivere come zitelle a fare la fame.

Oggi non è più così, le donne hanno la loro autonomia, possiedono le risorse economiche derivate dal loro lavoro in ogni campo, quindi il legame codificato da una istituzione sacramentale può anche non più interessare, perfino in quelle che... hanno una fede. E questo le donne ne sono pienamente coscienti, ma non gli uomini che fanno le leggi e chiamano la famiglia sacra. Forse costoro non hanno mai provato a vivere dentro quell’”inferno” che nasce in una famiglia (con gravi ripercussione sui figli quando ci sono) quando un uomo e una donna scoprono nella convivenza di non aver alcune affinità, non solo epidermica (e in certi casi perfino repulsiva) ma anche di carattere, o peggio quando scoprono di essere uno di loro o entrambi traditori di un patto. Se sono uniti da un matrimonio codificato le soluzioni diventano complicate (anche se non più come una volta, dentro il villaggio, con il parroco che li indicava dal pulpito, come pubblici peccatori – Vedi a Prato anno 1956 - e c'era già la Costituzione!), mentre se sono uniti di fatto - salvo l’acquisizione di alcuni diritti che le nuove leggi dovrebbero tutelare - dovrebbe bastare un “ciao” e ognuno vada per la sua strada.


Abbiamo detto sopra che le condizioni economiche, hanno sempre influito nella formazione del nucleo familiare, quando nel primo nucleo originario famigliare consolidato iniziò ad essere espressa la volontà di mantenere l’unità del patrimonio e le ricchezze dentro la stessa “famiglia”.
Ed è questo che andiamo a narrare, partendo da molto lontano.
Ed è un lungo percorso, quando non esisteva il monopolio dell’etica nelle unioni. Questo non significa che dobbiamo ritornare all’età della pietra, serve solo a capire le interferenze, come sono nati i legani codificati, quelli economici e quelli sacramentali di “una” religione.


DIVORZI  E DIVORZIATI 
NELL’ ITALIA 
CONTEMPORANEA

Il 1965 segna un anno di svolta per la struttura interna della famiglia tipo dell’Europa occidentale: fino ad allora il legame coniugale che legava la moglie al marito sembravano essere eterni ed in grado di durare fino alla morte di uno dei due. 
A partire dalla metà degli anni ’60, invece, si assistette a due processi proseguiti fino ad oggi e che hanno segnato grandi cambiamenti all'intero delle mura domestiche, che segnarono una grave differenziazione della struttura interna delle famiglie: da un lato cominciò a diminuire il numero medio di figli per coppia, dall’altro cominciò ad aumentare il numero delle separazioni.
Secondo l’opinione di molti studiosi e di buona parte degli osservatori la famiglia italiana tradizionale appare essere stata quella che meglio è sopravvissuta a queste grandi trasformazioni.

Il processo di trasformazione della realtà matrimoniale sopra descritto ha avuto come conseguenza la creazione di matrimoni sempre più rari e tardivi, la diffusione di nuove forme di convivenza (famiglie di fatto, more uxorio, ecc.….) ed una drastica riduzione della natalità: la famiglia tradizionale coniugale ha perso importanza lasciando al centro della scena realtà famigliari sempre più peculiari e, per certi aspetti, più fragili.
Come per tutti i processi di trasformazione a con caratteristiche storiche e sociali ogni realtà geopolitica è stata influenzata da particolari caratteristiche locali, ma gli elementi comuni e determinanti di tali processi evolutivi sono riscontrabili in tutte quelle realtà influenzate dal processo da noi analizzato.


DIVORZI E DIVORZIATI: 
ANALISI DEL PROBLEMA E BREVI CONSIDERAZIONI


Nel mondo occidentale, a partire almeno dalla seconda metà degli anni ’60 la struttura tipo della famiglia coniugale ha subito una serie di importanti trasformazioni prima fra tutte un progressivo abbassamento della nuzialità accompagnato ad un aumento delle persone che vivono sole. 
Il numero dei figli che ha deciso di vivere soli uscendo di casa varia molto a seconda delle condizioni sociali ed economiche delle rispettive famiglie, anche se il trend di abbandono del tetto famigliare da parte dei giovani è aumentato molto a partire dagli anni ’70.

Il modello di vita di coppia ha visto una lenta trasformazione verso forme di convivenza more uxorio e coppie di fatto, realtà in cui due persone vivono sotto lo stesso tetto comportandosi come marito e moglie senza essere sposati e che, in alcuni casi e specialmente in Italia, formalmente conservano due diverse abitazioni anche se vivono stabilmente entrambe in una sola di queste.
La tradizionale forma di fidanzamento, in Italia, si è progressivamente trasformata in una scelta libera e consapevole a favore di forme di convivenza prematrimoniale per cui le nozze diventano la convalida e non più la stipulazione della vita di coppia.
Esistono sostanzialmente 2 motivi per cui si convive:

I. la legge impedisce di sposare il partner ( tutti coloro che si erano divisi prima della approvazione della legge sul divorzio del 1970);

II. motivi di principio che fanno temere influssi negativi dell’istituzione matrimonio sul rapporto di coppia. 

Studi recenti hanno dimostrato che i matrimonio che seguono a tali convivenze sono meno solidi perché i coniugi sentono fra di loro meno solidi in quanto intrisi di una visione individualistica per cui gli interessi del singolo sono più forti di quelli della coppia.

Il numero dei divorzi è straordinariamente aumentato negli ultimi 20 anni e favorendo la diffusione di forme di convivenza generate da una sempre maggiore insicurezza nei confronti del matrimonio tradizionale.
La tradizionale dottrina protestante prevedeva il divorzio solo in casi eccezionali: l’adulterio da parte di uno dei coniugi. 
Si deve tenere presente che nel corso del tempo l’elenco delle colpe si è esteso ad altri “reati” quali abbandono, minacce e sevizie.
Negli ultimi 60 anni la dottrina è stata riformata per cui si è sostenuto che il matrimonio può essere interrotto quando ne sia stato sancito il fallimento, quindi entrambi i coniugi posso fare richiesta di divorzio.
La legge sul divorzio del 1970 prevede un processo a due livelli: prima si deve ottenere la separazione legale legata alla dottrina protestante precedentemente descritta e poi il divorzio vero e proprio.
Le principali differenze delle coppie divorziate italiane rispetto a quelle europee e legato al fatto che l’età media dei divorziati è di 48 anni (in Europa è molto minore) e che divorziano di più le coppie benestanti rispetto a quelle meno abbienti (in Europa è il contrario), ma si deve tenere conto che la legge che permette di divorziare è relativamente recente e che i costi di tale operazione sono abbastanza alti.

In tali processi un ruolo importante lo gioca il numero dei figli avuto dalla coppia durante il matrimonio. Gli studi hanno dimostrato che per tutti gli anni ’50 – ’60 i figli e gli affetti che essi provocavano erano un elemento di rallentamento al processo di separazione. I dati dei due decenni successivi, invece, hanno visto un ribaltamento di tali tendenze. 
In Italia, secondo le statistiche, esiste un rapporto di proporzionalità inversa tra il numero dei figli e la possibilità che le coppie divorzino, questo sia per motivi affettivi (soprattutto sul padre che, nella maggior parte dei casi, separandosi dalla moglie si separa anche dai figli), sia per motivi economici (se non altro nel caso della separazione legale). I figli concepiti prima del matrimonio, invece, rappresentano una fonte di grande instabilità per la stabilità della vita di coppia.

I figli nel secolo scorso venivano affidati solo ed esclusivamente al padre che doveva curarne l’educazione, poi, a partire dagli anni ’60, si cominciò a favorire la madre in virtù della dottrina della “tenera età”. 
Negli anni ’70 si sono diffuse due nuove forme di affidamento:

I. “affidamento coniugale” in cui entrambi i coniugi hanno responsabilità e potere eguale sui figli anche se questi vivono con uno solo di loro;

II. “affidamento alternato” quando i figli trascorrono un eguale periodo di tempo con il padre e con la madre.


Queste forme di affidamento sono risultate molto positive perché hanno aumentato il senso di responsabilità dei coniugi verso i figli e sono state inserite nella riforma della legge italiana sul divorzio del 1987-1988. 
Il processo che conduce allo scioglimento del matrimonio è lento e macchinoso e permette di fare alcune piccole considerazioni. 
Sono di solito le donne le prime a chiedere il divorzio per i seguenti motivi: tendenziale incapacità dei mariti di mantenere fede al patto matrimoniale, meno rischi economici (i mariti economicamente hanno alti costi dal divorzio) ed il fatto di essere in molti casi il soggetto debole della coppia.

In Italia, invece, si è visto che sono stati più spesso i mariti (soprattutto nel Meridione) a richiedere il divorzio e molto spesso ci si ferma alla fase della separazione consensuale perché richiede meno tempo, meno costi per entrambi e tutela maggiormente i diritti di entrambi (pensione di reversibilità per la donna, linea ereditaria in assenza di testamenti, ecc. …).

Le donne chiedono maggiormente il divorzio in quelle realtà geografiche e sociali in cui la loro subalternità culturale al marito ed in quelle in cui è minore il dislivello di istruzione tra i due coniugi.
Il fatto che il divorzio sia diffuso soprattutto nei paesi occidentali non lo collega affatto direttamente all’industrializzazione che è condizione necessaria, ma non sufficiente per la diffusione di tale pratica che, nei paesi non industrializzati, è ostacolata da tradizioni religiose e non religiose ben sedimentate nel tessuto culturale locale.
Nei paesi cattolici l’introduzione del divorzio è stata accompagnata da un processo culturale che ha portato all’individuazione del matrimonio non più solo come sacramento, ma come un contratto e che doveva seguire, dal punto di vista giuridico, la dottrina giuridica tipica dei contratti stipulati tra individui.

Si deve sottolineare che i matrimoni contratti in cui almeno uno dei due coniugi sia figlio di genitori divorziati sono più esposti al rischio di divorzi in quanto la mentalità e la cultura di tali coniugi è più individualista e meno refrattaria all’ipotesi del divorzio. 
Inoltre la religione e l’appartenenza o meno ad un gruppo religioso è un elemento sempre minore nei processi di divorzio.
Si deve anche sottolineare come il lavoro extradomestico delle donne abbia aumentato le fragilità dei legami matrimoniali.

Le donne sono i soggetti per cui il divorzio provoca un maggiore impoverimento ed un abbassamento dello standard di vita medio (discorso valido per i 2/3 delle divorziate) soprattutto quando erano estranee al mondo del lavoro. Discorso analogo vale per gli uomini solo per quanto riguarda il livello di impoverimento, ma, sempre per quanto riguarda lo standard di vita medio dei 2/3 dei divorziati, si assiste ad un notevole miglioramento.
La legge prevede che il coniuge a cui il figlio viene assegnato abbiano diritto a ricevere dall’altro coniuge degli assegni per il mantenimento dei figli che, spesso e soprattutto in Italia, stati Uniti e Gran Bretagna, però sono insufficienti poiché non tengono conto dei mutamenti di esigenze dovute alla crescita dei bambini. 
Sono molti i casi in cui la moglie rinuncia a tale beneficio poiché del marito si sono perse le tracce oppure perché le condizioni economiche di questi sono molto precarie.

Si deve sottolineare che in caso di seconde nozze da parte di uno dei genitori il legame affettivo che questo ha con il figlio va velocemente scemando col passare del tempo.
A volte i tribunali prevedono che i mariti versino un assegno all’ex moglie per il suo mantenimento, ma anche tale forma di aiuto risulta essere molto spesso, come avviene per l’assegno destinato ai figli, molto modesto e del tutto insufficiente.
In molti paesi la magistratura ed i tribunali hanno adottato misure sempre di più svantaggiose per le donne in quanto forme di mantenimento da parte dei mariti sono previste solo quando le donne sono estranee al mondo del lavoro.

Negli anni ’70, soprattutto negli USA, è aumentato il potere di contrattazione dei padri ai quali sempre più vengono affidato i figli e che propongono alle mogli uno scambio del tipo “non ti do alimenti – ti tieni i figli” che le donne sono costrette ad accettare poiché temono di perdere i figli.
Le donne italiane sono quelle più svantaggiate e più danneggiate dal divorzio: spesso gli assegni non vengono concessi e, quando ne hanno diritto, sono molto esigui.
Al momento della divisione patrimoniale un ruolo molto importante è rappresentato da quello che il giurista statunitense Charles Reich definì “patrimonio indivisibile”, ossia tutto il know how” della coppia, ossia i titoli di studio, le capacità professionali e le referenze da cui spesso traggono vantaggio soprattutto gli uomini.
Questo è uno degli altri elementi che fanno definire la donna come il soggetto danneggiato dal divorzio anche se alcune legislazioni recenti tengono conto dei diritti della donna al momento della sentenza del divorzio.
Ad esempio si è soliti inserire la pensione del marito come una delle voci da conteggiare nella divisione patrimoniale, oppure si rimborsano quelle donne che, nei primi anni di matrimonio, lavoravano mentre il marito studiava conseguendo un titolo di studio che poi gli ha permesso una buona carriera.

In Italia l’assegno di mantenimento tiene conto di tre aspetti:

I. RISARCITORIO, ossia il coniuge che dichiara di essere stato responsabile del fallimento del matrimonio;

II. ASSISTENZIALE, aiuto al coniuge più in difficoltà;

III. COMPENSATIVO, si tiene conto del contributo della moglie per la formazione del patrimonio famigliare.


I giudici italiani hanno sempre basato le proprie sentenze soprattutto sui criteri assistenziali.
Una delle caratteristiche dei divorziati consiste, in numerosi casi, nel risposarsi e nel ricostituire un propria autonomo nucleo famigliare (“famiglie ricostituite”) in cui l’età media dei componenti varia a seconda dell’età in cui è avvenuto il divorzio; in Italia è molto alta (e ciò svantaggia le donne) poiché l’iter di separazione-divorzio è molto lungo. 

Il giudizio della società nei confronti di chi divorzia cambia a seconda del sesso (uomo o donna), della realtà geografica in cui avviene, del ceto sociale, del livello culturale e delle condizioni economiche dei soggetti interessati.
In Italia la percentuale di donne che si risposa è superiore tra le persone più istruite e di ceto medio-alto, invece nel resto d’Europa sono le donne meno abbienti a risposarsi di più perché bisognose di aiuto economico.
Nelle famiglie ricostruite si hanno situazioni di tensione legate ai figli avuti in prime nozze e momenti di ambiguità nei rapporti coniugali anche a causa di una forte insicurezza sia interna alla coppia, sia nei confronti della società in cui si è inseriti.
Seri problemi si hanno quando da queste nozze nascono dei nuovi figli che vanno ad affiancarsi a quelli nati dalle prime nozze.
Le famiglie ricostruite sono generalmente più fragili di quelle frutto di prime nozze essenzialmente per i tre seguenti motivi:


I. personalità difficile e contorta dei coniugi che hanno attraversato l’esperienza di un divorzio;

II. chi ha già divorziato una volta e meno disposto ad accettare un’unione infelice e, quindi, più propenso ad interromperla in caso di problemi;

III. il secondo matrimonio è meno istituzionalizzato anche dal punto di vista della legislazione. Ad esempio i figli di prime nozze del coniuge non diventano parenti, ma semplicemente affini al nuovo coniuge che non ha su di loro nessuna potestà e nessun obbligo di mantenerli. In Italia si è soliti, in alcuni casi, adottare i figli di prime nozze del coniuge, negli USA chiunque sposi delle persone che hanno dei figli di primo letto è tenuto a contribuire al loro mantenimento, in Gran Bretagna è previsto l’affidamento dei figli di primo letto del coniuge in modo da mantenere un legame con il padre naturale, ma anche di crearne uno con il nuovo genitore sociale.

 

Numerosi sociologi e studiosi dell’800 hanno sostenuto che la famiglia coniugale era portatrice dei seguenti numerosi effetti benefici frutto di molte e grandi virtù:


I. SUICIDI, sono maggiori i casi di suicidio tra i non sposati di quelli che avvengono tra persone che si sono unite in matrimonio anche perché le prime sentono di avere meno vincoli e meno legami con la vita rispetto alle seconde. In maniera per noi più sensata si potrebbe utilizzare la vecchia, ma ancora valida Tesi di Durkheim secondo cui sono i soggetti con minori vincoli sociali ad essere maggiormente esposti al rischio del suicidio. Con l’indebolimento del vincolo matrimoniale (XX secolo) tale affermazione ha perso una parte della propria validità;

II. MALATTIE, secondo le statistiche divorziati e vedovi si ammalano più frequentemente;

III. BENESSERE PSICOLOGICO, il benessere psicologico dei coniugati è maggiore rispetto a quello di divorziati, vedovi e single.


Esiste una forte connessione tra stato civile e mortalità che sopravvive nonostante tutti i cambiamenti che hanno interessato la famiglia e che fa vedere una più alta mortalità tra i singoli rispetto ai coniugati. I non coniugati, forse sentendo meno vincoli con la vita, sono più propense ad avere una vita avventurosa che può anche concludersi in maniera più o meno tragica. 

Tutto quanto affermato in precedenza è stato, in maniera completa o parziale, verificato da ricerche empiriche che, tra l’altro, hanno portato la sociologa americana J. Bernard ad affermare che è il marito ad avere maggiori benefici dal rapporto di coppia, mentre la moglie è vittima di un’azione negativa e dannosa.

La vita media di una donna è più lunga di quella di un uomo e ciò e frutto di una maggiore sensibilità delle donne verso le malattie e di una maggiore informazione relativamente alle medesime che fa si che le donne abbiano una maggiore cultura della prevenzione.
Il matrimonio, in un certo senso, svolge un’azione di bilanciamento di queste tendenze poiché crea una rete di protezione sociale e sanitaria nei confronti del coniuge di sesso maschile, ma, in alcuni casi, si ha una tendenza inversa, ossia di impoverimento e di diminuzione della condizione di sicurezza sociale e sanitaria delle donne che devono fare maggiori rinunce, ma si deve sottolineare la maggiore capacità delle donne di crearsi, sposate o single, una propria autonoma rete di relazioni parentali , affettive e sociali.
In generale, però, si può affermare che le persone sposate, siano esse uomini o donne a questo punto poco importa, vivono meglio e più a lungo perché ricevono dal coniuge un forte e vari sostegno nei momenti di difficoltà. 

Come si è detto esistono diverse forme di sostegno

a) sostegno materiale (economico);

b) sostegno diffuso (la compagnia distoglie dalle preoccupazioni);

c) sostegno cognitivo (conoscenza e cultura per superare i 
momenti difficili);

d) sostegno emotivo (affetto reciproco);

e) sostegno morale (vicinanza fisica e morale nei momenti di difficoltà). 


In Italia l’approvazione recente e tardiva di una legge di regolamentazione del divorzio ha comportato un’esplosione più rapida e più fragorosa del problema spesso collegata a problemi gravi e laceranti. 
Fin da quel lontano 1974 è da combattere una visione edonista e superficiale del problema che portarono il compianto senatore Amintore Fanfani, uomo moralmente ed intellettualmente onesto, a volere l’abolizione della legge del 1970, oltre che in un’ottica religiosa rispettabile e rispettata, anche in nome di una concezione sbagliata che vedeva nel divorzio un evento “leggero” di liberazione di uno dei coniugi: molto più spesso con il divorzio si assiste a situazioni difficile e di lacerazione in cui le leggi dello stato dovrebbero intervenire per tutelare tutti i soggetti, soprattutto quelli più deboli come ad esempio i figli ed il coniuge più svantaggiato ad esempio inserendo nuovi elementi, non solo economici, ma anche etici e morali, nel “patrimonio famigliare” che i divorziandi si spartiscono nel momento del divorzio e nel dividere le strade che conducono alla separazione legale ed al divorzio in modo che si possa arrivare al secondo anche senza passare per la prima, accorciando così i tempi del divorzio con un risparmio economico e di sofferenze per tutti gli attori coinvolte in questi eventi. 

di LUCA MOLINARI

BIBLIOGRAFIA
M. Barbagli, Sotto lo stesso tetto, il Mulino, Bologna 1984
P. Macry, Ottocento. Famiglie, elites e patrimoni a Napoli, Einaudi Paperbacks, Torino 1988
E. Hinrichs, Alle origini dell’età moderna, Laterza, Roma-Bari 1984
H. Kamen, La Società Europea 1500-1700, Laterza, Bari 1987
M. Barbagli, Provando e riprovando, il Mulino/Contemporanea 35, Bologna 1990

 

UNA DATA STORICA IN ITALIA
11 MAGGIO 1974 - REFERENDUM DIVORZIO


Il clima fu davvero storico. Gli appelli negli ultimi comizi trasformano questo appuntamento in un evento di portata epocale per tanti motivi; politici e religiosi. Potrebbe sancire il voto la prosecuzione o il tramonto della cultura cattolica ufficiale che ha dominato l'Italia per quarant'anni. Scrive Silvio Lanaro, in Storia dell'Italia Repubblicana, Marsilio editore: " Non delle "culture" cattoliche, che nella circostanza si sono coraggiosamente divise, nè tanto meno dell'adesione di una fede e a una speranza cristiana di salvezza, bensì dell'ambizione di identificare una dottrina morale con la morale "naturale" e della pretesa di annettere un'intera società a un'unica visione del mondo e a un solo modo di impostare la vita privata, i rapporti sessuali, i legami di paternità e di maternità."

 Tanta folla agli ultimi comizi nelle piazze d'Italia. Questa volta seguiti da milioni di donne, normalmente assenti alle solite dispute politiche ideologiche, spesso astruse. Questa volta c'è di mezzo la loro "vita di donna", e nessuno meglio di loro sente il diritto di impostare la propria vita privata meglio di qualsiasi teorico maschio, sociologo, politologo, teologo. Anzi la "donna anno 1974" non agisce nemmeno in un modo individuale, è scattata una solidarietà straordinaria, quella "naturale", che non conosce ceto, età anagrafica, ideologie politiche, divisioni religiose. Se un oculato osservatore avesse posato gli occhi sulla folla dei comizi, dove si parlava di Si e di No, avrebbe potuto capire al volo chi avrebbe vinto. La partecipazione massiccia voleva dire una cosa sola, che la donna seguiva il dibattito, e già solo il fatto di seguirlo significava che una scelta era stata fatta, e non poteva essere che una sola: la sua autonomia. Insomma non voleva che a decidere fossero gli uomini.

Ma nessuno riuscì fra i politici ad auscultare il cuore della propria donna  e nemmeno vedere la popolazione italiana femminile com'era veramente fatta, che a poche ore dal grande appuntamento era già la vera e unica "protagonista".

I comunisti non avevano dato loro importanza, mentre i cattolici erano convinti che la maggioranza della popolazione femminile era ancora sotto la "sottomissione" dell'educazione cattolica, timorosa di Dio e... del peccato, patito, spesso inconsapevolmente. Come conoscevano poco le donne! Le proprie madri, figlie, sorelle, nonne e bisnonne. Non conoscevano esseri umani che alcuni "inferni" familiari li avevano già provati "in terra", cioè dentro le "quattro mura", o sentiti raccontare con tanta amarezza, a quattr'occhi, dall'amica, sorella, figlia, collega di lavoro, conoscente; da duemila anni senza interruzioni.
Gli uomini una volta sposati non parlano più con gli amici e nemmeno con i parenti delle vicende sentimentali di casa (buone o cattive), le donne invece parlano solo di questo con le amiche, si confidano, cercano sostegno, spesso aiuto.

Questi non erano argomenti con dei limiti temporali e individuali, ma erano rimasti sempre argomenti scottanti e attualissimi nel tempo, passando da madre a figlia, da nonna a nipote.
Era una consapevolezza passivamente sempre subita e con tanta amarezza raccontata. 
Non era questo "evento del divorzio", figlio del consumismo o della libertà moderna, ma era un problema secolare e universale e faceva parte dell'"altra metà del cielo", apparteneva al mondo cosmologico femminile, dove la sopraffazione non era mai cessata di esistere, al di là del tempo e dello spazio.
Di tempo perché la prepotenza (il "dovere" di moglie) seguitava ad essere riproposta con ogni ideologia, regime, governo, e potere costantemente maschilista.
Di spazio, perché non era fisico ma interiore, e non per motivi genetici ma educativi, di bigotta educazione ignorando di concedere la libertà non a un qualsiasi animale "domestico", ma a una metà del genere umano, che ipocritamente poi l'uomo chiamava "compagna", la "dolce metà", ma in entrambi i casi "la mia", cioè il "possesso" di una "cosa".

Ma ascoltiamo gli ultimi comizi alla vigilia del voto referendario:

La MALFA "Con uno sforzo supremo l'Italia può superare le sue difficoltà, può uscire dalla crisi, può rientrare a pieno titolo nella comunità europea, ma se la battaglia sul divorzio fosse perduta, nessuno potrebbe impedire di concludere al mondo e a noi stessi, che l'Italia rimane l'eterno Paese della Controriforma, del sillabo di Pio IX, l'Italia pecora nera fra le stesse nazioni cattoliche".

 MALAGODI: "Lo Stato italiano deve mantenersi integro e autonomo, libero da ogni integralismo e totalitarismo, deve riaffermare il principio di Cavour, Stato e Chiesa sono indipendenti e sovrani ciascuno nel suo ordine".

NENNI: "L'Italia ha un solo torto, di essere in ritardo di due secoli rispetto alla Rivoluzione francese, e di poco meno di un secolo rispetto alla moderna legislazione divorzista di tutte le nazioni europee. Il Sì e il No non è solo divorzio, è il Sì e il No al tentativo di colpire l'autonomia dello Stato nei confronti della Chiesa ed al suo diritto di intervento in ogni materia civile, divorzio compreso".

 PARRI: "Deploro fortemente che un'ostinata volontà democristiana di scontro abbia mascherato e turbato col referendum e le severe prospettive del momento economico e socialmente più critico del 1974 creando un urto pretestuoso in nome di una usurpata rappresentanza del mondo cattolico".

Non mancano naturalmente gli appelli contrari dove FANFANI appena ritornato alla segreteria DC, si trasforma nel più accanito crociato per l'abolizione della legge 898. Per prendere consensi anche dai laici, furbescamente il battagliero uomo politico (forse è stato richiamato solo per questo) imposta tutta la sua campagna agitandosi e correndo dalle Alpi alla Sicilia. Un impegno irruente. Ma rarissimamente toccando i tasti religiosi. Mette in risalto invece tutti i pericoli sociali e culturali della rottura del matrimonio; paventa il libero amore come una depravazione della società civile, con le apocalittiche conseguenze sulla crisi della famiglia, con padri, madri e figli in preda a varie turbe psichiche. Paventa la violenza, l'immoralità, la fine dell'amore, la perdita dei valori nella famiglia, nella società, nel costume. Per spronarli nella battaglia non nasconde ai suoi amici colleghi, il timore della sopravvivenza della stessa DC se il Sì passa.

Sempre furbescamente tocca il lato economico venale (non esiste ancora il diritto di famiglia e la divisione dei beni - entrerà in vigore il 22 aprile del 1975). "I beni comuni della famiglia - illustra con dettagli Fanfani - "diventeranno preda di fameliche concupiscenti e venali concubine. Le mogli con la "tragedia divorzio" hanno davanti una sola prospettiva: lo spettro di un'angosciante solitudine, avvolta nella miseria più nera".
E' tuttavia vero che Fanfani si sbracciò contro il divorzio girando l'Italia intera. Tuttavia lo fece decisamente controvoglia, solo perchè glielo imposero le autorità ecclesiastiche, ma in cuor suo sapeva già che la battaglia sarebbe andata perduta e col convincimento, in cuor suo, che quella legge non fosse neanche tanto sbagliata. In questo senso vedere le dichiarazioni della Sig Maria Pia Fanfani, il giorno della morte del marito".

 I COMUNISTI non si sono sottratti ai comizi, ma li hanno fatti da soli. Senza tanta enfasi. Non per nulla hanno sempre ritardato quest'appuntamento referendario (4 anni) per non scatenare una guerra di religione, e nutrono anche ora, alla vigilia, un vero e proprio tetro pessimismo. Anche loro sono convinti e pensano come i cattolici, che le donne sono timorate, che il vecchio sanfedismo delle antiche  casupole contadine vive ancora dentro i "nuovi tinelli" dei condomini. Quando invece bastava andare dentro una parrucchiera in questi tempi, e il polso delle donne delle tre età lo si poteva tastare benissimo. I sociologi e gli psicologi si sono persi il meglio e i teologi le vere "confessioni" delle loro fedeli.

 All'ultimo comizio comunista, in Piazza San Giovanni a Roma, questo pessimismo era palese, di molto superiore a quello di Piazza del Popolo nella stessa sera, dove si sono avvicendati i non comunisti o dichiaratamente anticomunisti: LA MALFA, MALAGODI, PARRI, NENNI, SARAGAT con gli appelli che abbiamo letto sopra. Questi ultimi accennavano all'avvenimento storico che c'era in gioco, anche se la vera portata storica si avvertiva molto di più a Piazza San Giovanni, i "silenzi" dei comunisti rimbombavano di più in questa piazza.

  12 -13 MAGGIO - REFERENDUM DIVORZIO - Finalmente si è arrivati alla fatidica data e al responso. Fra lo stupore generale il 59,3% degli italiani, in modo geograficamente abbastanza uniforme, ha risposto "NO" all'abrogazione della 898, che la legge garantisce.


Il laconico comunicato di Avvenire il giorno dopo, traspirava di amarezza e di sconfitta: "Anche se milioni di italiani hanno votato contro il "divorzio" hanno prevalso i "No". Dobbiamo prendere coscienza che si é dinanzi a un mutamento di costume e di cultura". (quell'"anche" stona !!!)

I divorzisti, a Piazza Navona, con BASLINI e FORTUNA (sono loro i due padri putativi della legge) e con l'onnipresente PANNELLA, esultano, così tutti i partiti divorzisti, con NENNI spietato: "Hanno voluto contarsi, hanno perduto! Questa è la sorte comune dei Comitati Civici. Questa è la sorte della Chiesa. Questa è politicamente la sorte della DC".

La DC! La ferita è enorme, perché i No sono geograficamente abbastanza distribuiti in modo uniforme su tutta la penisola. E  non è assente la beffa, visto che si registrano imprevedibili risultati anche nelle regioni ad alta concentrazione di voti democristiani, come nella "balena bianca" del trio PI-RU-BI: il Veneto. In alcune città e paesi con - da decenni- uno stabile e consolidato serbatoio DC pari al 75%, hanno risposto con il Sì al divorzio il 70%. (anche se il totale Veneto fu del 48,9).
Altra sorpresa fu il profondo Sud, con una media quasi simile (dal 47 al 55 %)..



Ma ecco i risultati: 37.646.322 i diritti al voto.
Votanti 33.023.179 (87,7%). 
No all'abrogazione della legge 898, 19.092.929 (59,1%) 
mentre sono a favore della legge 13.188.184 (40,9%).



Nelle singole regioni: Valle d'Aosta 75,1%, Piemonte 70,8, Liguria 72,6, Lombardia 59,9, TN A.A. 49,4, Veneto 48,9, Friuli V.G. 63,8, Emilia R. 71, Toscana 69,6, Marche 57,6, Umbria 67,4, Lazio 63,4, Molise 40, Abruzzi 51,1, Campania 47,8, Puglia 47,4, Basilicata 46,4, Calabria 49,1, Sicilia 50,6, Sardegna 55,2. (f. Istat). Media totale 59,3%.


Ma al referendum per la legge n. 194 sull'aborto, andrà ancora peggio per la DC. La percentuale a favore toccherà addirittura il 67,9%. Con il Veneto che tocca il 56,6%, e tutto il Sud con una media uniforme del 65%. L'Italia non era solo un Paese cambiato, ma era un altro Paese.

Si sono liquidati istituti feudali e anacronistici che consentono ora ai cittadini italiani di utilizzare quelli giuridici che tutto il mondo possiede da tempo. Per i milioni di fuori legge del matrimonio che hanno vissuto questi quattro anni con ansia e preoccupazione, la battaglia è vinta: le famiglie, di fatto rientrano nella legalità repubblicana. E vi è qualcosa di più grande dell'approvazione di questa legge, ed è il modo come essa si è conclusa.

All'introduzione della legge un giornale estero ha scritto: 
"L'Italia é finalmente entrata nel secolo XX".

E' la nuova laicità di massa che ha vinto, disposta a convalidare un costume instauratosi quasi inavvertitamente dentro l'accelerazione della mobilità sociale. La motorizzazione ha enormemente contribuito a questa mobilità, le aggregazioni si sono moltiplicate con la cultura di massa, col tempo libero, con gli sport, le vacanze, coinvolgendo sempre di più la donna, che ora si muove liberamente, più spavalda, più sicura, più determinata in ogni settore.
Inizia questa disinvoltura già dalla scuola e continua nei posti di lavoro, dove oltre che avere tantissimi rapporti interpersonali apprendono (prima questo non avveniva) tutte quelle complicazioni e quelle ambiguità che esistono negli ambienti familiari, spesso accettate e sopportate per convenzione e non per scelta. Condizionate da paure conservatrici e dai maestri della mistica della Vita che predicano la rassegnazione, ignorando del tutto il razionalismo della Vitalità dentro una società che vorrebbe diventare migliore;  che però  non è capace da sola di elaborare nuovi modelli, nuovi valori, autonomie, perché gli "operatori spirituali" seguitano a interessarsi del particolare ignorando il generale, si soffermano inclementi sulle apparenze di un vestito e hanno perso il contatto con l'anima che c'è dentro quel vestito. Spesso in pena e tenendosi dentro tutto il vuoto che avverte; ma a chi chiedere aiuto? 

Tutti i perdenti, dimostrano in questi anni di essere stati dei mediocri psicologi, degli incompetenti dello spirito, degli insensibili ai sentimenti e alle passioni umane e che non conoscono nè le une nè le altre.
Come neppure conoscono gli entusiasmi della Vita che non è affatto nata per la rassegnazione, né vuole l'esistenza grigia e piena di rinunce predicata dai "maestri spirituali", gli stessi che hanno rinunciato a vivere una esistenza con una donna  e nonostante questo vogliono insegnare agli altri come viverla; perfino alle donne di cui conoscono solo l'abito ma non la "natura".

I religiosi erano ancora fermi a quel famoso "Trattato dell'Educazione" dove si diceva....
""L'istruzione scolastica l'approvo per li giovini nobili destinati a famiglie cospicue, ma quanto a quelle di umile e povero stato, il buon padre di famiglia si contenti che sappiam leggere li figlioli "la vita de' Santi", e nel rimanente attendano a lavorar li campi. In quanto poi l'istruzione estesa perfino alle femmine io non l'approvo, ne so vedere quale utilità ne possa derivare alla società. Che insegnino li madri alle figliuole a filare, a cucire e ad occuparsi di esercizi donneschi. In quanto a leggere, al massimo insegnino loro quanto basta per leggere i libri delle preci"
"Trattato dell'educazione politica sociale e cristiana dei figliuoli"
. 3 volumi di Silvio Antoniano- - Libro Terzo, pag 264, Milano, MDCCCXXI - E non eravamo nel Medioevo ma nell'anno 1821 !!!"

E i politici in questa competizione del '74 erano pure essi ancora fermi a quel retrivo ministro dell'Istruzione Italiano....
"... bisogna insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una.........unica materia di "nozioni varie", senza nessuna precisa indicazione programmatica o di testi, lasciando spazio all'iniziativa del maestro e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello dell'educazione domestica; e mettere da parte infine l'antidogmatismo, l'educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere. Non devono pensare, altrimenti sono guai!"
( così si esprimeva nel suo preambolo, il Ministro della P.I. BACCELLI nel 1894 nel fare il programma della "sua" nuova "Riforma della Scuola").

Del resto sappiamo che il voto alle donne è stato dato in Italia solo nel 1946.
E per la Costituzione Italiana, alla Costituente vi erano solo 20 donne su 556.

NON OCCORRONO ALTRI COMMENTI !!!

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140 ANNI DI
NASCITE - MATRIMONI - DIVORZI - ABORTI

(dal Libro-Agenda "FINO AL 2001 E ....RITORNO" di Francomputer- Copyright - deposito SIAE)
 

Anno

Popolaz. It.

Nati x 1000

Nascite media anno

Aborti media anno

Matrimoni

Separazioni- Divorzi

1861

22.300.000

36,6

946.000

non rilevati

189.000

(?) 3.000 circa

1871

27.300.000

36,9

1.010.000

non rilevati

209.000

(?) 3.000 circa

1881

28.900.000

37,8

1.106.000

non rilevati

231.000

(?) 3.000 circa

1891

29.100.000

35,0

1.098.000.

non rilevati

228.000

(?) 3.000 circa

1900

32.900.000

32,7

1.089.000

non rilevati

255.000

(?) 3.000 circa

1910

35.800.000

27,2

971.000

non rilevati

237.000

(?) 3.000 circa

1920

38.400.000

28.2

1.097.000

non rilevati

317.000

(?) 3.000 circa

1930

41.600.000

24,9

1.026.000

non rilevati

276.000

(?) 3.600 circa

1940

47.000.000.

20,9

937.000

non rilevati

273.000

(?) 3.800 circa

1950

49.000.000

18,5

860.000

non rilevati

328.000

(?) 4.500 circa

1960

52.300.000

17,7

929.000

non rilevati

397.000

(?) 4.800 circa

1970

55.300.000

16,3

906.000

non rilevati

385.000

(?) 5.600 circa

1971-77

55.400.000

14,8

816.000

non rilevati

404.000

19.000

1978-80

55.800.000

11,0

644.000

203.000 (2)

305.000 (0)

26.000

1981

56.100.000

11,0

623.000

224.000

306.000

43.500

1982

56.600.000

10,9

618.000

234.000

307.000

45.400

1983

56.700.000

10,3

600.000

231.000

303.000

43.900

1984

56.750.000

10,2

587.000

227.000

302.000

49.300

1985

56.800.000

10,6

575.000

210.000

299.000

49.500

1986

56.800.000

10,4

561.000

197.000

310.000

52.400

1987

56.800.000

10,3

560.000

191.000

315.000

49.000

1988

56.900.000

10,1

577.000

179.000

311.000

50.000

1989

56.900.000

10,1

557.000

171.000

312.000

50.000

1990

56.950.000

9,6

580.000

165.000

310.000

50.000

1991

57.980.000

9,5

559.000

160.000

309.000

50.000

1992

57.000.000

9,4

575.000

155.000 (3)

303.000

50.000

1993

57.000.000

9,3

547.000

140.000

307.000

50.000

1994

57.100.000

9,1

488.000

131.000

299.000

50.000

1995

57.200.000

8,8

488.000

130.000

266.000

52.000 - 27.000 (1)

1996

57.300.000

9,9

526.000

130.000

272.000

57.000-32.000

1997
57.550.000
10,5
540.000
131.000
270.000
60.000-33.000.
1998
57.613.000
10,6
532.000
130.000
276.000
62.000-33.000
1999
57.979.000
10,7
537.000
130.000
278.000
64.000-34.000
2000
57.844.000
10,6
543.000
132.000
277.000
71.000.37.000
2001
56.300.000
10,5
529.000
135.000
270.000
75.000-40.000
2002
 57.000.000
10,4
530.400
135.000
265.000
79.000-41.000
2003
58.000.000 
 10.9
531.200
134.000
264.000
81.000-43.000
2004
58.462.375
 10,5
553.000
135.000
247.000
88.000-45.000
2005
58.500.000
10,5
563.000
134.000
245.000
82.000-47.000
2006
58.700.000
10,6
560.000
133.000
245.000
80.000-49.000
2007
59.130.000
10,4
563.000
131.000
250.000
81.000-50.000
2008
59.620.000
10,3
576.000
130.000
246.000
84.000-54.000
2009
60.045.000
10,5
569.000
130.000 (4)
230.000 (0)
86.000-54.000

(0) Sono compresi i matrimoni civili e religiosi.
Matrimoni nel 2011. In Italia ci si sposa sempre meno e si preferisce sempre più il rito civile a quello religioso. - Secondo i dati dell'annuario dell'Istat: Il matrimonio religioso resta la scelta più diffusa (60,2%) ma nelle regioni del Nord quello civile nel 2011 ha fatto il sorpasso e prevale con il 51,7% rispetto al 48,3% di quello celebrato in chiesa.
Sono sempre di più le coppie che decidono di sposarsi davanti all'ufficiale di stato civile, da 79 mila nel 2010 a 83 mila nel 2011. E' soprattutto nelle regioni meridionali a prevalere un modello di tipo tradizionale, dove la percentuale dei matrimoni celebrati con rito religioso è del 76,3%, contro il 48,3% del Nord e il 50,1% del Centro.

(1) Il 1° Dicembre 1970 viene approvata definitivamente la Legge del Divorzio (confermata poi con il referendum del 1974). Le altre cifre citate negli anni precedenti si riferiscono ad annullamenti della Sacra Rota o a scioglimenti per morte presunta.
Mentre le cifre degli ultimi 18 anni (dal 1978 al 1995) sono in difetto perché per varie ragioni (compromessi vari fra coniugi - per alti costi - non punibilità dell'adulterio ecc.), alle separazioni e ai divorzi legali si sono diffuse le separazioni di fatto.
(ma attenzione: La separazione di fatto non produce alcun effetto sul piano giuridico, né è sufficiente a far decorrere il termine di tre anni per addivenire al divorzio. Inoltre, sebbene la separazione di fatto non sia sanzionata da alcun provvedimento dell'autorità giudiziaria, l'allontanamento di uno dei due coniugi dall'abitazione familiare o peggio, l'instaurazione di relazioni extra-coniugali potrebbero essere motivo di addebito della separazione nel caso di una richiesta di separazione giudiziale da uno dei due coniugi. Infatti su entrambi esiste sempre la minaccia di una denuncia di adulterio, con le conseguenze patrimoniali, tutela dei figli ecc. ecc.
Unico vantaggio sulla separazione di fatto - di due che si erano un giorno amati - è solo quella di una vita serena senza che alberghino sotto lo stesso tetto insofferenze, sgarbi di ogni genere e tanti rancori.

In Italia, le coppie di coniugi che chiedono al tribunale la separazione legale sono tra nove e diecimila ogni anno, ma quelle che si separano di fatto, per conto proprio e senza l’intervento di magistrati, sono circa quarantamila. Il primo dato è controllabile, il secondo è fatto a stima: gli ottimisti dicono circa trentamila, i pessimisti affermano circa cinquantamila l'anno. Dovrebbero esserci in totale circa 2 milioni di coniugi separati legalmente e di fatto. (escludendo le coppie unite di fatto senza essersi mai sposati, le "more uxorio" - che vedremo più avanti).

Statisticamente la percentuale dei casi di separazione giudiziale promossi dalle donne al Tribunale si calcola intorno al 70%, ma anche le numerose separazioni consensuali in realtà scaturiscono dalla volontà della donna nella stessa percentuale.
Di contro gli uomini, quasi mai sono gli artefici della domanda giudiziale di separazione, ne promuovono meno ma solo perché sono più preoccupati delle conseguenze personali e patrimoniali. Una causa di questo genere dura anni, e può costare cifre iperboliche. Ma spesso la colpa é solo maschile, perché non dimentichiamo che statisticamente quasi il 90% delle relazioni extra coniugali vengono iniziate proprio dagli uomini, anche se spesso a carattere fisico più che sentimentale. Mentre quest'ultimo per la donna - quando è lei ad avere una relazione - e importante se non di più rispetto il rapporto fisico.
La donna non è interessata, salvo rare eccezioni, ad un rapporto fisico con un soggetto nei cui confronti non provi preventivamente una qualche forma di affetto.
Prova ne sia che se si sente pienamente appagata sentimentalmente e fisicamente dal rapporto stabile con l'uomo che ha sposato, e dal quale si senta protetta, curata e ne ha stima, non è per nulla interessata alla ricerca di rapporti fisici con altri partner.

vedi Report Separazioni e Divorzi in Italia - ISTAT
http://www3.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20110707_00/testointegrale20110707.pdf

 

I "MORE UXORIO"

Ai numeri che abbiamo visto sopra, bisogna aggiungere il numero di convivenze "more uxorio", quelle che fin dall'inizio del loro rapporto hanno scelto di vivere insieme senza essere sposati. In Italia il numero è quasi raddoppiato tra il 2007 e il 2011, quando secondo l'Istat, a vivere sotto lo stesso tetto erano 972.000 coppie (4 anni prima erano 500.000).
Una crescita che si accompagna al progressivo calo dei matrimoni che abbiamo visto sopra.
Queste scelte possono essere anche ideali fino a che c'è la passione, la giovinezza, la salute, ma il risveglio dall'idillio può essere per molti uno shoc.

Queste 972.000 coppie che vivono come marito e moglie, magari anche con figli, sotto un unico tetto, sfidano il clamoroso deficit (assenza) di diritti che hanno le coppie "more uxorio", tra i quali alcuni fondamentali, come l'assistenza sanitaria. Peggio ancora: in caso di morte di uno dei due, l'altro non ha diritto alla pensione di reversibilità, non ha diritti successori, non ha diritto di abitazione sulla casa comune, e in caso di malattia non può dare disposizioni sulle terapie, e potrebbe anche essergli negato il diritto di assistenza sanitaria.

Su quest'ultimo aspetto, non meno importante di quello patrimoniale, molti consigliano di designarsi a vicenda come "amministratori di sostegno" in vista di "futura incapacità", al fine di tutelarsi reciprocamente, scongiurando l'intromissione di vicini o lontani parenti.
Essendoci un vuoto giuridico, per farlo - e non è mai troppo tardi - si può regolare il patto stipulandolo davanti a un notaio. La spesa non è eccessiva. Si va dai 300 euro per la designazione di "amministratore di sostegno", ai 1000 euro (*) per stipulare un vero e proprio "patto di convivenza".

Con quest'ultimo si può regolare, 1) la modalità di partecipazione alle spese comuni e la definiziaone dell'apporto di ciascun partner, 2) I criteri di attribuzione della proprietà dei beni acquistati durante la convivenza. 3) Le modalità di uso della casa di residenza comune (di proprietà o in affitto). 4) Le modalità per la definizione dei reciproci rapporti patrimoniali in caso di cessazione della convivenza.
(*)
Tariffe comunicate alla stampa da Domenico Cambareri, consigliere nazionale del Notariato.

Non c'è altro da fare in Italia, con i Pacs e i Dico, ogni tentativo di riconoscere i diritti di chi non vuole sposarsi è fallito. L'Italia su questa materia rispetto ad altri paesi è in serie B.



Il DIVORZIO é stato introdotto dell'ordinamento italiano con la legge del primo dicembre 1970 numero 898 modificata dalle legge 1 agosto 1978 e dalla legge 6 marzo 1987 numero 74.
La legge non parla espressamente di divorzio, ma di casi in cui si verifica lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili. Si distinguono, in primo luogo, le ipotesi di matrimonio celebrato con rito civile rispetto a quello celebrato con rito religioso.
"""" rispetto matrimonio civile l'articolo 1 della legge espressamente parla di " scioglimento del matrimonio ", mentre per il matrimonio religioso regolarmente trascritto si parla di " cessazione degli effetti civili conseguenti alla trascrizione al matrimonio """".
La ragione della differenza è evidente, perché il matrimonio religioso non può essere sciolto dalla giurisdizione italiana che può, invece, intervenire sugli effetti civili. In altre parole mentre il matrimonio religioso come atto è di competenza della sola giurisdizione ecclesiastica, il matrimonio civile inteso come rapporto è di competenza della sola giurisdizione civile.
In tutti e due i casi lo scioglimento del matrimonio o la cessazione degli effetti civili sono pronunciate dal giudice quando, dopo l'esperimento del tentativo di conciliazione, si accerta che non può essere mantenuta o ricostituita la comunione spirituale e materiale tra i coniugi per i motivi indicati dalla stessa legge dell'articolo 3.

(2) Il 29 Giugno 1978 il Senato approva la Legge sull'Aborto, con 160 SI e 148 NO. La Camera l'aveva approvata il 14 Aprile con 306 SI (Pci, Psi, Sinistra Indipendente, PSDI, PRI, PLI) e 275 NO (DC, MSI, Dem Naz, DP, Radicali). Sconosciute le cifre degli altri anni presi in esame che comunque si pensa, quelli clandestini non erano poi molto inferiori a quelli successivamente legalizzati. Negli annali storici degli ospedali la percentuale  dei ricoveri per emorragie dovuti agli aborti "casalinghi" o "clandestini", sia prima che dopo la legge, nei primi anni,  rimasero  quasi identici.

(3) Apparentemente sembra che diminuiscono gli aborti, in effetti le percentuali si mantengono quasi uguali agli anni precedenti. Infatti le interruzioni di gravidanza  fanno diminuire le nascite e quindi di conseguenza anche la presenza di femmine nate. Ricordiamoci che la metà delle nascite è composta di feti di sesso femminile che provocano successivamente dopo 15-18 anni la mancanza di fattrici. Negli anni 1940-50 in media nascevano 510.000 donne, mentre negli anni 1985-95 ne sono nate in media solo 255.000. E se queste  figlie si comporteranno come le madri, dimezzeranno ancora la cifra in 125.000, e queste a loro volta le seguenti a 63.000; fino all'irreversibile estinzione. (per andare a pari nascite del 1940-1950, nel dopo 2010 ogni donna dovrebbe almeno mettere  al mondo 4 figli.

Contrariamente a quanto si pensa il numero di femmine nate sono inferiori a quelle maschili come numero, e inoltre (un retaggio arcaico soprattutto nei paesi rurali) sono pure maggiori gli aborti di sesso femminile. Poi però le donne (così penalizzate da antichi pregiudizi maschili ("in casa una femmina basta  e avanza")  si rifanno,  e campano più degli uomini (6 - 7 anni) e diventano  più numerose come numero.
Secondo le stime relative al 2011, la speranza di vita alla nascita migliora sia per gli uomini (79,4) che per le donne (84,5), grazie all'influenza positiva della riduzione dei rischi di morte a tutte le età.

(4) Matrimoni nel 2011. In Italia ci si sposa sempre meno e si preferisce sempre più il rito civile a quello religioso. - Secondo i dati dell'annuario dell'Istat: Il matrimonio religioso resta la scelta più diffusa (60,2%) ma nelle regioni del Nord quello civile nel 2011 ha fatto il sorpasso e prevale con il 51,7% rispetto al 48,3% di quello celebrato in chiesa.
Sono sempre di più le coppie che decidono di sposarsi davanti all'ufficiale di stato civile, da 79 mila nel 2010 a 83 mila nel 2011.
E' soprattutto nelle regioni meridionali a prevalere un modello di tipo tradizionale, dove la percentuale dei matrimoni celebrati con rito religioso è del 76,3%, contro il 48,3% del Nord e il 50,1% del Centro

 

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Divorzio, una generazione dopo

Giovanni De Sio Cesari

Molti anni fa. negli anni 70, si combatté in Italia una grande battaglia civile per l’introduzione del divorzio o più esattamente, come si preferiva dire “dello scioglimento degli effetti civili del matrimonio”.
E’ passata una generazione e i figli dei primi divorziati ora possono divorziare ed è tempo quindi di vedere il problema con il senno di poi in modo più distaccato di quanto l’urgere della polemica permettesse in quei giorni. Punto di partenza di ogni discorso è che il matrimonio è per sua natura per la vita, non esistono matrimoni a tempo determinato . Su questo principio tutti sono d’accordo: il problema nasce quando il matrimonio entra in crisi. Nella maggior parte della culture è prevista una qualche forma di divorzio: nell’ambito cattolico invece si può giungere solo alla separazione di fatto e di diritto che in sostanza nega la possibilità di procedere a nuove nozze. Tuttavia va fatta una precisazione che ci sembra essenziale. In altri tempi il divorzio o la separazione per in paesi cattolici era un fatto raro ed eccezionale.
Derivava dal fatto che uno dei coniugi aveva mancato e in modo grave ai suoi doveri coniugali: adulterio, maltrattamenti, follia, abbandono. Era possibile quindi individuare di chi fosse la colpa e il giudice si comportava di conseguenza. Venire meno in modo grave ai propri doveri coniugali comportava una sanzione che se non era penale tuttavia appariva ancora più grave. La sposa infedele perdeva insieme all’onore anche la casa, i figli, il sostentamento. L’uomo violento doveva continuare a mantenere la propria famiglia ma ne era privato dai vantaggi e delle gioie : non aveva una donna che si prendesse cura di lui, non dei figli che lo accogliessero con rispetto e premura.

Ma nel mondo moderno si è affermata ormai l’idea che il matrimonio sia un affare privato che si può sciogliere a piacimento se uno dei due contraenti non ne è più soddisfatto per qualsiasi e insindacabile motivo.
I divorzi e le separazioni per colpa ormai sono quasi del tutto spariti e si finge che tutti i divorzi e le separazioni siano invece consensuali ma in realtà questo non è mai quasi mai vero: qualcuno ne ha la colpa maggiore ma è quasi impossibile dimostrarlo, non tanto per motivi oggettivi ma perché prevale l’idea secondo la quale bisogna prendere solamente atto del fatto che un matrimonio è fallito e non serve a nulla sapere perché.

Si è affermata, cioè, una concezione del tutto privata dell’istituto matrimoniale che non tiene quasi più in conto il fatto che il matrimonio non è un semplice rapporto fra due persone ma una istituzione fondamentale per la società in quanto in essa nascono e vengono educati i figli, il futuro dell’umanità.

La legge per il divorzio in Italia veniva presentata soprattutto come un rimedio alle situazioni familiari ormai del tutto compromesse, una specie di sanatoria che rimetteva nella legalità chi ormai non poteva più entrarvi e si negava che l’istituto potesse essere invece un incentivo a rendere più fragili le famiglie: a questo fine il divorzio appariva cosa complessa e lunga da ottenere, con un tempo per una riflessione più approfondita e interventi anche di terzi istituzionali per tentare una ricucitura. Da parte degli oppositori invece si riteneva che l’istituto del divorzio avrebbe avuto come effetto fondamentale di minare la stabilità della famiglia

Con il senno di poi possiamo renderci conto che in effetti tutte le precauzioni e i limiti posti dalla legislazione divorzile sono in pratica caduti. Per evitare proprio di dovere incorrere nell’ affrontare lunghi e complicati iter giudiziari molti evitano proprio di contrarre matrimonio formale limitandosi a una unione di fatto.
Il divorzio ha finito non solo con il rendere fragile il matrimonio ma con il distruggere l’istituto stesso del matrimonio.

In realtà dobbiamo pure ammettere che gli effetti tanto nefasti non sono da ascrivere di per se tutti alla legge del divorzio: è tutta la società che tende ad adeguarsi a certi modelli.
L’istituzione del divorzio non è solo una causa ma anche un effetto di certe tendenze. Sarebbe difficile ad esempio al giorno d’oggi ripristinare legislativamente la indissolubilità del matrimonio che avrebbe come effetto solo una corrispondente aumento delle coppie di fatto rispetto ai matrimoni formali.

Giovanni De Sio Cesari

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