EVOLUZIONE DELLA FAMIGLIA
DA IERI A OGGI


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La famiglia: le definizioni 
Mutamenti nelle famiglie dell’Italia Centrosettentrionale 
Dal Rinascimento alla Rivoluzione francese 
1800 – 1900: l’affermazione della famiglia nucleare 
1400 – 1800: stabilità e mutamenti 
Evoluzione dei rapporti familiari 
Il percorso verso la famiglia coniugale intima 
Rapporti e riti familiari


FAMIGLIE, ELITES e PATRIMONI

DIVORZI  E DIVORZIATI  NELL’ ITALIA CONTEMPORANEA

 

CON LE ULTIMISSIME ANNO 2015
divorzi, separazioni consensuali e giudiziali
diritti e doveri

di LUCA MOLINARI
che ha concesso gratuitamente il testo
a "Storiologia".
UNA DATA STORICA IN ITALIA - 11 MAGGIO - REFERENDUM DIVORZIO
 
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CARATTERISTICHE GENERALI

Da ormai molti decenni gli studiosi di sociologia e gli storici hanno considerato “la famiglia” argomento degno di analisi e di studio.
Nell’antichità e nell’epoca classica la famiglia era basata su regolamenti molto ampli e, come affermato dalla prof.ssa F. Sofia, poteva esserci una sorta di equazione tra il concetto di famiglia (inteso come somma di una struttura abitativa ed i suoi componenti) e quello di economia: l’economia è “domestico-familiare” in quanto dispensatrice di sussistenza che, in molti casi, è di tipo circolare e nasce, si sviluppa e si conclude in se stessa.
Nel 1700, invece, comincia a svilupparsi una trasformazione di tali elementi che condurrà l’economia ad uscire dall’ambito familiare-domestico per unirsi all’ambito del “pubblico” e della “politica”, dando così origine "all’economia politica” retta da elementi legati a dinamiche non più solamente di autolimitazione e di sussistenza.
Non è un caso che per molti, filosofi e pensatori politici in primo luogo, solo il “buon cittadino”, cioè chi è libero dal lavoro e che mantiene se e la propria famiglia, potrà occuparsi di politica risultando un buon patriota.
Gli studi sulla famiglia, inizialmente, videro forti differenziazioni metodologiche tra storici, sociologi e demografi, ma negli ultimi decenni si è assistito ad un riavvicinamento tra questi diversi campi di studio anche se le differenti scuole e correnti di studio hanno prodotto risultati molto discrepanti fra loro, la cui comparazione ed analisi risulta molto interessante e stimolante.


LA FAMIGLIA: LE DEFINIZIONI

Con il termine “famiglia” si è soliti indicare tre differenti e distinte realtà:

a) un gruppo di individui che vivono insieme nella medesima abitazione, le regole con le quali si forma tale gruppo, la sua ampiezza e la sua composizione, le modalità secondo cui si trasforma, si sviluppa e si divide. In questo caso il termine più corretto per indicare tale situazione è “struttura familiare”;

b) i rapporti (affetto, autorità) esistenti in tale gruppo e le dinamiche con le quali i coresidenti sotto il medesimo tetto interagiscono e le emozioni che provano l’uno per l’altro. Il termine più adatto per indicare questa condizione è “relazioni familiari”;

c) i legami ed i rapporti esistenti fra distinti gruppi di coresidenti tra i quali vi siano dei rapporti di parentela e tutto ciò che intercorre fra di loro (aiuto, frequenza degli incontri, ecc.). “Rapporto di parentela” è il termine più esplicito per indicare questa situazione.

Le analisi e gli studi compiuti a riguardo dei tre angoli visivi sopracitati hanno condotto ad affermare che essi sono molto distinti ed indipendenti l’uno dall’altro e che quanto studiato in un singolo ambito non può essere automaticamente esteso agli altri poiché le dinamiche interne sono indipendenti le une dalle altre e conducono ad esiti disomogenei. 


MUTAMENTI DELLE FAMIGLIE DELL’ITALIA 
CENTRO-SETTENTRIONALE


La struttura della famiglia tipo dell’Italia centro-settentrionale comincia a verificare una forte differenziazione tra città e campagna già dal XIV secolo: le famiglie urbane sono, per lo più, nucleari; quelle rurali complesse.
Nelle città la maggior parte della popolazione vive in nuclei familiari ristretti e ciò è dovuto al tipo di attività che i “cittadini” svolgono. In massima parte sono artigiani e commercianti che vivono del frutto del proprio lavoro e, per tale motivo, una struttura familiare di piccole dimensioni è propedeutica a tale modello economico e permette soddisfacenti condizioni di vita. Si deve ricordare che, spesso, sono presenti casi di persone che, almeno nella fase centrale e/o finale della propria vita, vivono sole.
Caso a parte è quello delle famiglie dei ceti più elevati: al momento di contrarre il matrimonio la moglie si trasferiva stabilmente presso la casa del genitore del marito e vi risiedeva vivendo in famiglie multiple (sia verticali che orizzontali) nelle quali erano presenti più generazioni di persone (molteplicità verticale) o più nuclei matrimoniali e/o persone sole (molteplicità orizzontale).

 


La famiglia tipica rurale era invece necessariamente numerosa, in quanto la sussistenza economica era legata al podere di proprietà o preso in affitto, la cui lavorazione richiedeva un’ampia composizione della famiglia stessa.
E’ legittimo affermare che la struttura familiare tra il XIV ed il XIX secolo fu molto stabile (sia nella versione urbana che in quella rurale) e che le epidemie del XVII secolo (tra cui la famosa “peste manzoniana”) ridusse solo temporaneamente la complessità delle differenti realtà familiari che, appena ripresesi dalle crisi di mortalità, riassumevano abbastanza rapidamente le caratteristiche precedenti.
La mortalità, sia quella dovuta a cause fisiologiche che quella dovuta a cause eccezionali, risultava essere una variabile con influenza non rilevante sulla struttura familiare; ciò risulta da una indagine compiuta su ampia scala.
Furono altri i due più importanti mutamenti avvenuti in seno alla famiglia dell’Italia centro-settentrionale nel periodo di tempo compreso tra il XIV ed il XX secolo.

Il primo riguarda le famiglie rurali ed è ben espresso dalle seguenti parole di M. Barbagli: 

“Esso fu provocato da un insieme di profonde trasformazioni economiche e sociali delle campagne, ma soprattutto dalla diffusione dell’organizzazione produttiva poderale e dal passaggio della popolazione agricola da un tipo di insediamento prevalentemente accentrato ad uno sparso. Iniziate in alcune aree prima del XV secolo, queste trasformazioni avvennero in momenti diversi nelle varie zone dell’Italia centro-settentrionale nei tre secoli successivi.” 

Esso produsse una forte trasformazione della struttura famigliare che cominciò ad assumere caratteristiche sempre più complesse legando se ed il proprio destino al podere su cui lavoravano.
Si ebbe il “trasloco” da insediamenti rurali limitrofi alla terra coltivata in locali abitatitivi posti al centro (o comunque all’interno) del podere su cui esercitavano la propria attività.
Si era passati da un tipo di insediamento accentrato ad uno sparso.
Il secondo mutamento, invece, interessò le famiglie delle aree urbane appartenenti al ceto medio-borghese (mercanti e commercianti) che andarono sempre più nella direzione di una struttura di tipo nucleare (sec. XVIII – XIX ). 
Ciò fu favorito dai cambiamenti giuridici relativi alla trasmissione della proprietà avvenuta nel XVIII secolo: l’eredità era sempre più spesso costituita da denaro liquido che poteva essere molto facilmente diviso in più parti senza perdere di valore complessivo (contrariamente ai beni immobili per cui l’unità del lotto era parte integrante ed intrinseca del medesimo).

La storia delle relazioni domestiche, invece, è avvenuta in maniera abbastanza differente rispetto a quella della struttura familiare in quanto è stata influenzata da differenti variabili sociali ed economiche come espresso chiaramente nelle seguenti righe tratte da un saggio del già citato M. Barbagli:

“Naturalmente le regole di formazione della famiglia e la sua composizione hanno influito in vario modo sulla configurazione dei ruoli al suo interno. Da queste variabili dipendeva ad esempio se i bambini trascorrevano i primi anni di vita unicamente con i genitori oppure anche con nonni, zii e cugini e se gli anziani risiedevano da soli o con altri parenti. Il modello di residenza dopo le nozze influiva d’altra parte sull’età a cui si acquisiva una relativa autonomia dal padre. Nella grande maggioranza della popolazione urbana, in cui ha sempre dominato la regola neolocale, i maschi si sposavano ad un’età un po’ più avanzata di quella della popolazione agricola appoderata, che seguivano invece il modello patrilocale. I primi diventavano però capofamiglia al momento delle nozze, mentre i secondi dovevano spesso attendere la morte del padre per raggiungere questa posizione. Ma dal modello di residenza dopo le nozze, dal grado di complessità della struttura familiare, dalla presenza o meno di persone di servizio dipendeva anche il sistema di divisione del lavoro che veniva seguito in casa.”

 

 


Elemento presente in tutti i diversi modelli di relazioni domestiche fu il mantenimento fino a tempi molto recenti della superiorità del potere e dell’autorità dell’uomo: la struttura ed il potere patriarcale fu caratteristica comune a tutte le differenti relazioni familiari e domestiche.
Nel secolo XIX tale modello basato sulla completa e totale deferenza dei figli nei confronti del padre, entrò in crisi e si affermò un modello, detto coniugale intimo, in cui il maschi (marito e padre) pur continuando ad avere potere e d autorità assoluta riduceva di molto le distanze sociali con la moglie ed i figli.
Volontariamente si ebbe una riduzione ed un controllo delle nascite e, in maniera indirettamente proporzionale, aumentò il tempo dedicato dai genitori ai propri figli. Ciò fu, ovviamente, il frutto delle grandi trasformazioni sociali, politiche ed economiche avvenute nei secoli XVIII – XIX (in primis la Rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese) che, messo in crisi l’Antico Regime, produsse grandi cambiamenti ai quali dovettero adeguarsi anche le relazioni familiari: nasceva un nuovo modello di famiglia dapprima sviluppatasi nei ceti più alti della realtà urbana e poi estesasi anche nei ceti meno abbienti, che avrebbe visto la propria affermazione nel XX secolo.


DAL RINASCIMENTO
ALLA RIVOLUZIONE INDUSTRIALE


Secondo molti studiosi, soprattutto giuristi, il Rinascimento segna l’inizio della dissoluzione della famiglia di tipo “esteso” ed il passaggio ad un modello “nucleare” soprattutto nelle ricche città mercantili.
I motivi di tali eventi vanno ricercati nelle trasformazioni di tipo economico, politico e sociale avvenute nei secoli XV – XVI. La fine delle servitù medioevali e del sistema corporativo di tale epoca aveva favorito una “personalizzazione” dei capitali e delle ricchezze il cui possesso ora spettava maggiormente ai singoli più che ai gruppi familiari.
Inoltre, a partire dalla riscoperta dell’antico diritto romano operata da Bartolo da Sassoferrato anche il diritto privato divenne territoriale e no più legato al clan di appartenenza.
I sovrani, in primo luogo quelli francesi e spagnoli, avocarono a se il monopolio della giustizia civile e penale (ma non di quella amministrativa) incrinando e rompendo quella visione medioevale secondo cui tutte queste attività dovevano essere regolate in seno alla famiglia ed alla struttura di questa.
Un’accelerazione al processo di nuclearizzazione lo si ebbe grazie al fatto che i patrimoni e le eredità venivano tramandate in denaro che poteva essere diviso e, quindi, i figli eredi non erano più legati fra di loro da vincoli economici poiché cominciavano a svolgere attività indipendenti le une dalle altre costituendo nuclei familiari i più ristretti possibili.
Durante la prima Rivoluzione industriale (XVIII secolo) la famiglia complessa subì un altro colpo che ne aumentò la tendenza alla frantumazione.

Nella società preindustriale le esigenze ed i bisogni dei singoli più deboli venivano assorbiti, soddisfatti e risolti dall’azione dell’intero gruppo familiare in cui il singolo viveva. Quindi la massima sicurezza sociale dell’individuo era ben protetta e ben tutelata dall’esistenza di solidi gruppi familiari il più estesi possibili: più una famiglia era ampia e solida più essa poteva tutelare i propri componenti.

La società industriale, invece, prevedeva forme di assistenza non più legate alla propria famiglia di origine, ma pubblica e/o legata ad associazioni operaie o professionali.
Inoltre la possibilità di trovare impiego non era frutto della famiglia di provenienza, ma era strettamente connessa alle proprie personali capacità professionali.
Tutti questi elementi condussero a strutture familiari di tipo nucleare.

Negli anni ’70 alcuni studiosi inglesi hanno sottolineato come in Gran Bretagna tali affermazioni non fossero valide, ma bensì si poteva sostenere il contrario, ovvero che la famiglia nucleare diffusa su larga scala fosse già presente prima della Rivoluzione industriale e che quindi non ne fosse stata un prodotto, ma un elemento propedeutico per l’industrializzazione dell’Inghilterra.
Tali affermazioni, espresse massimamente negli studi di Loslett, sono validi solo per l’Inghilterra dove, infatti, la famiglia nucleare era già diffusa ed affermata anche nel mondo rurale. Ma questo è e rimane un aspetto peculiare del sistema inglese e non può essere affatto esteso ai paesi continentali e soprattutto a quelli mediterranei in cui fino alla maturazione del processo di industrializzazione erano maggioritarie le famiglie estese e, quindi, assume valore l’equazione precedentemente espressa secondo cui il superamento di una società agricola a vantaggio di una società industriale favorisce la frantumazione della famiglia estesa segnandone il tramonto a favore di un modello familiare mononucleare.



1800 – 1900: L’AFFERMAZIONE
DELLA FAMIGLIA NUCLEARE



Il processo di nuclearizzazione della famiglia e le trasformazioni in essa avvenute sono da considerarsi spiegabili attraverso due differenti linee di studio l’una collega la nuclearizzazione alla società finanziaria e mercantile dei capitali e dei beni mobili e divisibili, l’altra ad un più recente processo di urbanizzazione e di migrazione lungo le direzioni campagna – città e nord – sud. 
Per quanto riguarda il caso italiano si possono utilizzare entrambi i modelli. Una prima fase, con una tendenza alla nuclearizzazione meno elevata e riconducibile alle sole realtà cittadine, affonda le proprie origini nel primo modello di studio, mentre una seconda e distinta fase, più legata ai decenni immediatamente successivi alla Seconda Guerra Mondiale, avvalora il secondo modello interpretativo.
Ancora nella prima metà del 1900, contrariamente a quanto avveniva in altri paesi europei, buona parte della popolazione viveva in famiglie patriarcali estese con più di tre generazioni e più unità coniugali.
Era questo il modello tradizionale di famiglia complessa destinata a durare ancora per pochi decenni. Le differenze di condizione sociale delle singole famiglie favorivano forme più o meno estese di struttura delle medesime: mezzadri e proprietari avevano famiglie più ampie rispetto ai braccianti così come i proprietari di ampi tendevano a costituire famiglie molto complesse, formate da più gruppi coniugali e che spesso contenevano anche persone e coppie non legate fra loro da vincoli di parentela (ad esempio le persone di servizio ed le personalità “specializzate” quale, ad esempio, medici, fattori, ecc.…, N. d. A.).
Ciò indica come l’elemento principale di tali strutture fosse la terra (di proprietà o presa in affitto poco cambiava) e che il legame con essa fosse una delle poche certezze economiche possedute e l’unico modo per avere tale legame non era che il rimanere in famiglia.

Nell’Italia meridionale, regione ricca di latifondi molto ampi di proprietà di pochi, erano maggiormente presenti famiglie mononucleari di braccianti che lavoravano la terra altrui a cottimo rispetto ad una realtà come la Pianura Padana in cui una differente ripartizione della proprietà terriera (piccola proprietà o mezzadria) favoriva la formazione di famiglie complesse ed estese di tipo patriarcale.
 
Tra il 1800 e la Prima Guerra Mondiale anche nella Pianura Padana si ebbe un incremento del modello bracciantile mononucleare che, negli anni successi al conflitto, però, fu di nuovo abbandonato a seguito di una tendenziale ridistribuzione delle terre che preferiva modelli patriarcali estesi e complessi.

Per riassumere ci sembra lecito affermare che il processo di nuclearizzazione delle famiglie agricole dell’Italia centrosettentrionale è stato lineare e continuo, ma molto lento poiché bilanciato da spinte in senso opposto verificatesi in diversi, ma precisi e ben determinati momenti storici.
L’Italia resta, però, un’anomalia nel panorama degli altri paesi europei e tale condizione peculiare è presente anche nel processo di urbanizzazione.

Fino al 1950 non erano rari i casi di operai ex-contadini che, pur lavorando già in fabbrica da parecchio tempo, continuavano a vivere in famiglie patriarcali estese e che una forte mononuclearizzazione delle famiglie si sia raggiunta solo nella seconda metà degli anni ’70, ancora oggi molte zone dell’Italia meridionale ed insulare, forse a causa di un minore e diverso sviluppo industriale, vedono la presenza di famiglie estese.

È indicativo e curioso come un grande scrittore del XIX secolo come Giovanni Verga nel suo memorabile “I Malavoglia” vedesse e condannasse ogni tentativo di abbandonare la famiglia patriarcale non solo come un fatto negativo, ma come fonte di sventura e di sfortuna per il “fuggiasco” e per l’intera famiglia.


1400 – 1800:
STABILITÀ E MUTAMENTI


La tradizionale equazione industria – famiglia nucleare non può assolutamente spiegare la condizione delle famiglie italiane del periodo rinascimentale.
Esse già nel XIV secolo tendevano a vivere in gruppi ristretti e spesso ciò era dovuto al tipo di attività che esse svolgevano. Un elemento molto importante che favorì tali avvenimenti va ricercato che molte famiglie complesse trasferitesi dalle campagne alle città anche per godere delle libertà e dei privilegi che il vivere in città comportava si frantumavano dando origine a famiglie mononucleari.
Fino al 1660 (data dell’ultima grande epidemia) la bassa frequenza di famiglie complesse po’ trovare giustificazione nell’alto tasso di mortalità dovuto sia a cause fisiologiche sia a cause straordinarie.

Dopo tale pestilenze, però, non aumentò il numero delle famiglie complesse e ciò indica che la scelta nucleare era strategicamente irreversibile e non dovuta a cause straordinarie e naturali. 
Il 1660 ha segnato un forte cambiamento in seno alle famiglie nucleari: sono diminuiti i casi di famiglie incomplete per la mancanza di un coniuge e/o di un genitore e, di conseguenza, è diminuita la “mobilità” di giovani che, per ragioni di studio o per necessità di lavoro) andavano a vivere presso altre famiglie divenendone parte integrante.

Col passare dei secoli oltre a situazioni già analizzate in precedenza come ad esempio la liquidità dell’eredità, vi furono altri elementi che favorirono lo “snellimento” delle famiglie nucleari urbane.
La nascita di strutture di scuole collettive cominciò a ridurre la presenza di precettori ed insegnanti privati stabili.
Parallelamente nelle campagne aumentò, a causa del legame con la terra analizzato in precedenza, il peso delle famiglie complesse.

Tra il XVII ed il XVIII secolo vi fu un aumento della popolazione rurale ed un ristagno di quella urbana che portò ad una egemonia della famiglia complessa su quella nucleare, ma, come si è già detto, nei secoli successi la dinamica si invertì a favore della famiglia nucleare.
Anche le relazioni domestiche in seno alla famiglia sono variate e mutate nel corso dei secoli: il matrimonio da un semplice contratto stipulato dalle famiglie degli sposi si è trasformato in legame sempre a carattere affettivo ed anche i rapporti con i figli sono migliorati anche a seguito della razionalizzazione e del controllo della maternità e della drastica riduzione della mortalità infantile che ha portato all’abbandono della pratica del baliatico a cui si ricorreva anche per non affezionarsi troppo a bambini della cui sopravvivenza nei primi anni di vita non si era sicuri.
Come si vede in qualche modo esiste un tenue legame che collega struttura della famiglia e relazioni familiari, due processi che se pur in linea di massima indipendenti si sono intrecciati, sovrapposti ed influenzati reciprocamente.
 

EVOLUZIONE DEI RAPPORTI FAMILIARI


Una chiara esemplificazione del mutamento dei rapporti familiari è rappresentato dal seguente brano:

“Sinteticamente si può dire che, secondo i loro autori, la famiglia <<moderna>> è nata da alcune trasformazioni avvenute nelle relazioni di autorità e di affetto esterne ed interne all’unità coniugale elementare. In primo luogo questa si è liberata a poco a poco dai controlli della comunità e della parentela. Vi è stato in secondo luogo il passaggio da un sistema di matrimonio combinato dai genitori mossi esclusivamente da interessi di tipo economico e sociale, ad uno basato sulla libera scelta dei coniugi, sull’attrazione fisica e sull’amore. È mutato in terzo luogo il rapporto fra i coniugi. La tradizionale asimmetria di potere fra marito e moglie si è attenuata (…) la passione erotica ha acquistato una crescente importanza. Infine, sono cambiate le relazioni fra genitori e figli. Per lungo tempo i padri e le madri hanno avuto un atteggiamento di indifferenza verso i figli (…). Con la nascita della famiglia moderna gli atteggiamenti ed i comportamenti dei genitori sono radicalmente cambiati ed i figli sono diventati i destinatari privilegiati delle loro cure e del loro affetto. ” 

Ci proponiamo ora di analizzare in maniera abbastanza schematica i rapporti tra i diversi componenti della famiglia.


Genitori, figli, fratelli

Nelle famiglie di ceto medio-alto e di origine nobiliare le relazioni fra genitori e figli erano basate su principi rigidi e su di una forte verticalizzazione. 
Nel 1700 i giovani nobili si rivolgevano ad entrambi i genitori con il “lei” e tutta la corrispondenza inizia con formule di apertura reverenziali ed anche ogni riferimento al padre ed alla madre era accompagnato da espressioni e sostantivi nobilitanti.
Ai figli i genitori rispondevano utilizzando il “voi” ed evitavano di precisarne il nome preferendo indicarne la condizione di parentela. 


Ogni corrispondenza prevedeva formule di costrizione e di umiliazione dei figli nei confronti dei genitori.
Anche fratelli e sorelle mantenevano rapporti formali utilizzando formule di cortesia e di stampo burocratico allo scopo di mantenere le distanze anche nell’ottica di una possibile diatriba fra fratelli nel momento di divisione dell’eredità che sarebbe stata più acuta e profonda in caso di rapporti fraterni più stretti e più intimi.

Istitutori ecclesiastici e collegi

Le famiglie nobili, come già si è detto, tenevano fortemente divisi i genitori dai figli ed il tempo dedicato dai primi ai secondi era molto poco. I figli venivano vissuti e percepiti come un peso, come un elemento di contorno per la propria vita intima e che si ponevano in un’ottica di importanza dinastica e patrimoniale più che personale e che, quindi, potevano benissimo essere affidati a mani estranee soprattutto per quanto riguarda la loro educazione che veniva esercitata da maestri e precettori soprattutto di estrazione ecclesiastica.

È proprio svolgendo questa attività di insegnamento in una casa ricca e nobile che Giuseppe Parini poté analizzare e descrivere ironicamente le abitudini e l’inutilità del “Giovin Signore” definito come colui che “tutti servon e che a nullo serve”.

A metà del 1700 calò il grado di rigidità di tali rapporti, ma la figura del precettore rimase predominante e dominante per l’educazione dei giovani, anche se cominciò ad essere sempre più importante fu il ruolo dei collegi che, creati dai Gesuiti, ebbero la funzione di omogeneizzare i giovani nobili ai principi della Controriforma cattolica: erano istituzioni totalizzanti con il chiaro compito di controllare ed organizzare la vita di questa piccola elités di giovani che risultavano così essere chiaramente inquadrati nei principi e negli schemi controriformisti.

Così facendo i Gesuiti avevano conquistato il controllo sul futuro della classe dominante dell’epoca potendo avere un’egemonia sulla maggior parte della nobiltà e, quindi, sull’intera società.

I coniugi

A partire dal 1500 i rapporti tra coniugi, parallelamente a quelli fra fratelli e sorelle, subirono profondi e significativi mutamenti: si passò da forme completamente e sempre referenziali (uso del “lei” e del “voi”) sia nella fase prematrimoniale, sia in quella post-nozze, all’uso di forme burocratiche nella sola fase precedente al connubio: dopo il matrimonio tali espressioni lasciavano il posto a termini ed allocuzioni meno auliche che segnavano quella visione più intima del matrimonio che, nella seconda metà del 1800, vedrà il comparire del “tu”, simbolo di un passaggio ad un matrimonio più fortemente basato su intimità e legame affettivo reciproci.
Si passa, quindi da una famiglia verticistica in cui il padre è padrone e tiranno e che basa la propria autorità ed il proprio potere, per usare una classificazione di tipo weberiano, su elementi di carattere tradizionale e/o carismatico, ad un potere basato, sempre per dirla con Weber, su dinamiche razionali: non siamo più di fronte al Patriarca di Filmer, ma al capofamiglia.
I matrimoni sono frutto di scelte personali e non solo di ragioni dinastiche e maggiormente basati sulle persone che lo compongono che sulla posizione da esse ricoperta.

La strada verso l’emancipazione della moglie e dei figli è aperta, ma molti passi restano ancora da compiere.


IL PERCORSO VERSO LA FAMIGLIA
CONIUGALE INTIMA


A cavallo tra il XVIII e d il XIX secolo si verificarono numerose trasformazioni in seno alle famiglie aristocratiche: aumentò il numero dei figli che si sposavano e che sceglievano forme di residenza neolocale abbandonando il tetto paterno. Scompariva, inoltre, l’abitudine di lasciare i figli in affidamento alle balie.
La distanza sociale tra i membri della famiglia cominciavano a diminuire e ciò fu dovuto, essenzialmente, alla diminuzione dell’età dei mariti rispetto alle mogli. Fino al 1700 si riteneva che un marito anziano avrebbe meglio guadagnato la stima e la riverenza delle consorte; in seguito si cominciò a sostenere che il marito dovesse conquistare la stima ed il rispetto della moglie o che, almeno, dovesse riuscire ad imporre la propria autorità indipendentemente dall’età. 
Si ebbe anche una razionalizzazione ed un controllo delle nascite che cominciarono ad essere pianificate lasciando intercorrere più tempo tra le nozze ed il primo parto e tra un parto e l’altro. 
Affinché avvenisse ciò era stato propedeutico un mutamento dei rapporti coniugali: il marito non era più decisore solo ed assoluto della vita intima, ma la moglie poteva intervenire ed influenzare tali decisioni se non, ma solo in pochi casi, essere corresponsabile di tali scelte.

Come si è detto il 1700 fu un secolo di trapasso: entrava in crisi la famiglia tradizionale ed autoritaria frutto del matrimonio di interesse e si vedeva all’orizzonte un modello di famiglia tendenzialmente più democratica ed intima.
Inizialmente la famiglia tradizionale trovò un ponto di equilibrio e di conservazione nella figura del cicisbeo che permetteva di mantenere inalterato il rapporto reverenziale ufficiale, ma consentiva alla moglie di creasi una propria sfera autonoma d’azione in cui far pesare la propria volontà.
La fine della dominazione spagnola nel XVIII secolo avvicinò l’Italia al resto d’Europa e ciò fu un punto a favore dell’affermazione della famiglia mononucleare.

A favorire la razionalizzazione delle nascite furono alcune scoperte scientifiche tra cui il fatto che una donna che avesse allattato la propria prole correva meno rischi di rimanere di nuovo incinta: ciò favorì l’abbandono della pratica del baliatico. 
La famiglia nucleare favorì una più rapida emancipazione dei giovani sposi rispetto ai genitori ed agli suoceri e di figli rispetto ai genitori, anche alla luce delle nuove dottrine illuministiche che favorirono l’istituzione e la creazione di un diverso rapporto interno alla famiglia basato su una sempre maggiore diminuzione delle distanze sociali tra i componenti di un nuovo ed inedito triangolo domestico i cui vertici erano rappresentati dai seguenti soggetti: il marito-padre, la moglie-madre ed i figli.


RAPPORTI E RITI FAMILIARI

Il passaggio dalla famiglia patriarcale a quella monunucleare iniziò ai vertici della scala sociale per poi diffondersi anche nella base della piramide sociale attraverso la trasformazione di alcuni istituti su cui si basava e si basa la struttura della famiglia stessa.

Il matrimonio

Il matrimonio non era in origine un fatto privato, anzi era un evento pubblico in cui si registrava l’ingerenza e l’influenza di tutta la comunità. La comunità era solita aggredire e combattere la costituzione di famiglie anomale (omosessuali, adulteri, seconde nozze di vedove o vedovi, ecc.…) facendo così valere tutta la propria influenza nei confronti di chiunque osasse trasgredire alle tradizioni.
Molto ristretti, in alcuni casi fino agli ’20 e ’30 del XX secolo, rimanevano gli spazi di intimità dei giovani fidanzati e coniugi. Il fidanzamento era un fatto pubblico ed i corteggiamenti e gli incontri prematrimoniali avvenivano alla presenza di parenti ed altri membri della comunità utilizzando espressioni di reciproca riverenza ed il “lei”. Nel caso fosse scoperto un incontro clandestino la donna era seriamente minata nel suo onore e nella sua dignità.

Il culmine del ritualismo e dell’ingerenza della comunità lo si ritrovava nei riti matrimoniali a cui seguivano pranzi allargati a buona parte della popolazione residente nella stessa comunità degli sposi. I costi di tali festeggiamenti erano ripartiti in maniera diversa a seconda delle differenti realtà geografiche o sociali sulla sola famiglia dello sposo (in campagna), su entrambe (sempre in ambito rurale) o su quella della sola sposa (in città).
Per ovviare a queste spese spesso le famiglie invitavano i giovani sposi a compiere atti, come ad esempio la fuga od un proficuo rapporto sessuale prematrimoniale, in modo da trasformare le nozze in una cerimonia riparatrice che non prevedeva grandi festeggiamenti e che, quindi, non rappresentava per le famiglie occasione di onerose ed ingenti spese.
L’aspetto pubblico del matrimonio proseguiva anche dopo lo sposalizio e non erano né rare, né inconsuete intromissioni nella stanza degli sposi durante la prima notte di nozze. 
Col passare dei secoli l’aspetto pubblico calò a favore di una visione privata delle nozze, anche se la comunità continuò a far valere la propria influenza se non altro sotto forma di giudizio e di chiacchiericcio.

Soprattutto nel Sud Italia e nelle comunità di minori dimensioni il giorno successivo alla prima notte di nozze era consuetudine l’esposizione del lenzuolo su cui i giovani sposi avevano svolto la propria “prima” attività sessuale. La presenza di macchie di sangue confermava la precedente verginità della sposa. È da sottolineare come nei molti casi in cui la verginità era stata da molto abbandonata il suddetto lenzuolo veniva appositamente sporcato con sangue animale per “ingannare” gli occhi indiscreti del vicinato.

Il privato cominciò ad affermarsi nel XX secolo quando, grazie all’istituzione della luna di miele, i giovani sposi compivano un viaggio postmatrimoniale che li poneva al riparo dall’influenza e dal giudizio della comunità.
Nelle famiglie complesse la nuora viveva in una condizione di completa sottomissione nei confronti della suocera che aveva la supremazia su tutte le donne di casa. La guida della famiglia spettava al padre al quale tutti dovevano la più completa e totale obbedienza. In caso di suo decesso gli subentrava il figlio più anziano.
Era il capofamiglia (detto capoccia) che dirigeva ed organizzava la vita di tutta la comunità familiare e che deteneva il portafoglio di casa che, però, era direttamente ed operativamente gestito dalla moglie che doveva sempre rendere conto al capofamiglia di ogni entrata e di ogni uscita.
I momenti di massima socializzazione sono i pranzi quando i genitori svolgono anche una funzione educativa nei confronti dei figli.
I lavori domestici spettavano interamente alle donne a cui spettava anche il compito di occuparsi dell’igiene personale e della pulizia degli abiti del marito.
Nelle famiglie nucleari borghesi e cittadine, invece, non era raro che fosse il marito stesso ad occuparsi della propria igiene personale e della pulizia dei propri capi d’abbigliamento. Inoltre nelle famiglie urbane vi era una minore intrusione della comunità nella vita coniugale e le stesse relazioni intime erano più strette in presenza di minori distanze sociali che portarono ben presto al passaggio dal “lei-voi” ad un più confidenziale “tu”.

Grazie ad una sorta di processo di osmosi tali innovazioni si diffusero anche nelle tradizionali famiglie patriarcali estese e contribuirono all’inizio del processo di superamento verso famiglie basate sul modello nucleare oppure, più semplicemente, ne modificarono le strutture e le relazioni interne in un’ottica più simile a quella delle già citate realtà familiari mononucleari.

 
BIBLIOGRAFIA
M. Barbagli, Sotto lo stesso tetto, il Mulino, Bologna 1984
P. Macry, Ottocento. Famiglie, elites e patrimoni a Napoli, Einaudi Paperbacks, Torino 1988
E. Hinrichs, Alle origini dell’età moderna, Laterza, Roma-Bari 1984
H. Kamen, La Società Europea 1500-1700, Laterza, Bari 1987
M. Barbagli, Provando e riprovando, il Mulino/Contemporanea 35, Bologna 1990

 

FAMIGLIA, ELITES 
E PATRIMONI
 

Per molti secoli si è ritenuto che il XIX secolo fosse stato un’epoca di grande e lineare trasformazione verso una società più giusta ed in direzione di una sempre maggiore emancipazione dei soggetti fino ad allora sottomessi.
Solo pochi contestavano questa visione che con il passare dei decenni era diventato un dogma quasi intoccabile sinonimo esso stesso di verità, forse il solo Leopardi aveva osato criticare “le magnifiche sorti e progressive” tanto esaltate dal Romanticismo e dal Positivismo.
La storiografia più recente, invece, ha evidenziato come le grandi fratture siano state più lente di quanto fino ad oggi creduto e sostenuto e come la transizione verso la modernità sia avvenuto in maniera più graduale, spesso anche a seguito di grandi contrasti con le istituzioni tradizionali radicate nel profondo del tessuto sociale.
La famiglia fu uno di quegli ambienti in cui l’istituzione tradizionale resistette più a lungo in quanto molti valori e molti vincoli resistettero nei secoli in maniera quasi immutata.
Le seguenti poche, ma concise pagine vogliono ricostruire alcuni aspetti della storia e della vita delle elites urbana napoletana costretta, in un’epoca di grandi trasformazioni come fu il 1800, a ripensare se stessa, la propria condizione, le proprie prerogative ed i propri privilegi.


IL MOMENTO EREDITARIO


Uno dei principali aspetti di tali famiglie fu la più totale e completa ineguaglianza tra uomo e donna, tra marito e moglie.
La supremazia dell’uomo fu presente ed evidente in tutti gli aspetti della vita comune. Ciò è apparso chiaro a tutti gli studiosi che si sono occupati del problema fin dai primi documenti analizzati.
L’antico codice borbonico, ma non da meno quello napoletano di orientamento illuministico-napoleonico, prevedeva una sostanziale visione inegualitaria della vita di coppia e della gestione dei patrimoni di una famiglia.
Importante per analizzare tali eventi e per giungere alle conclusioni precedentemente espresse, è stata l’analisi dei testamenti da cui si vede come, in origine, la linea ereditaria fosse più legata al “legame del sangue” piuttosto che al livello di parentela coniugale.
L’abitudine di mettere per iscritto le proprie volontà serviva per poter gestire i beni mobili ed immobili posseduti e cominciò ad affermarsi nel momento in cui buona parte delle eredità consisteva in denaro liquido.

Con il testamento il genitore possessore di un bene poteva imporre ai figli delle clausole da rispettare per poter effettivamente entrare in possesso di tale patrimonio. 
Il testamento, così, non era solo un atto notarile legato al mondo degli affari e dei beni terreni, ma diventava anche uno strumento per controllare e modellare la famiglia erede anche nei suoi comportamenti futuri.
Non si stabilivano solo presupposti e paletti di carattere economico, ma si tentava di imporre anche la continuazione di un tradizionale modello di vita: l’eredità non era solo costituita da ricchezze mobili ed immobili, ma anche da norme, precetti, usi, costumi e tradizioni.
Solamente molto tempo dopo, come si vede dai documenti analizzati, il principale beneficiario dei testamenti diventerà il coniuge sopravvissuto passando, così, da un modello ereditario parentale verticale, ad uno coniugale (ed affettivo) che poteva essere sia verticale, sia orizzontale.
Nel primo modello ereditario i figli maschi, e tra questi i primogeniti, erano i principali beneficiari dei testamenti: le femmine venivano lasciate ai margini del filone ereditario.

Solo i maschi, cioè coloro che portavano e che sempre avrebbero portato il cognome del padre, avevano il ruolo e la posizione di essere eredi del patrimonio e delle ricchezze della famiglia. Tra i figli è sempre il primogenito ad essere favorito volendo così sottolineare la volontà di evitare la frantumazione del lotto patrimoniale ereditario.
Questa volontà di mantenere  l’unità del patrimonio e le ricchezze è una delle principali caratteristiche del modello di famiglia aristocratica napoletana da noi considerata e presa in considerazione nel nostro discorso.

L’esclusione delle figlie femmine è una costante: si arriva ad una sorta di paradosso secondo cui in caso di morte del primogenito, l’eredità passa direttamente ai figli maschi di questo, saltando le eventuali sorelle del defunto: i nipoti (ovviamente quelli di sesso maschile!) superano le figlie nella linea dinastica.
Tale modello ereditario non egualitario rimarrà in vigore fino alle soglie del XX secolo e, in maniera stupefacente e paradossale, sarà giustificato e difeso dalle stesse donne: l’importante era il raggiungimento dell’obiettivo primario, ossia della difesa dell’integrità del lotto patrimoniale ereditario.
Ovviamente non è che gli esclusi, o meglio le escluse, dall’eredità principale rimanessero del tutto esclusi dalla linea ereditaria: venivano lautamente ricompensati e liquidati con rendite e con vitalizi che permettevano loro di continuare a vivere in maniera dignitosa e soddisfacente.

Ci sembra giusto poter affermare che per tutto l’Ottocento la pratica di concentrare il patrimonio nelle mani del primogenito rispondesse non solo ad una logica ereditaria maschilista, ma tendeva anche e soprattutto ad assicurare l’unitarietà delle ricchezze legandole al proprio cognome credendo di assicurare loro un lungo e dignitoso futuro in virtù del prestigio da tale cognome e dal suo valore storico.
Sono del tutto lampante, giunti ormai a questo punto, lo stretto legame ed il notevole concatenamento esistente tra il patrimonio ed il cognome.
L’importanza di tale fenomeno ed il suo forte radicamento portano ad estendere il legame sanguigno anche ai rami cadetti delle famiglie: nel caso in cui la linea ereditaria diretta non assicuri stabilità e sicurezza per l’avvenire i rami cadetti ed i fratelli del marito sono i favoriti ed i prescelti per proseguire l’onore e la fama della famiglia.

Le donne possono gestire la loro piccola parte di patrimonio in maniera abbastanza autonoma dal marito.
Questa autonomia è di carattere “personale”, ma non culturale, infatti le modalità utilizzate dalle donne per trasmettere la propria eredità sono i medesimi di quelli a cui si rifanno gli uomini: si preferiscono i figli maschi primogeniti ed in mancanza di questi i rami collaterali cadetti, ma è da sottolineare come in tali casi le sorelle e non i fratelli sono le preferite in qualità di eredi.
La dote è uno degli aspetti principali della nobiltà: le donne che si sposano portano doti soprattutto in denaro e ciò ha una spiegazione di tipo economico.
Infatti le eredità che si trasmettono in linea diretta, verticale e maschile sono spesso beni immobili e molti di questi necessitano di investimenti e ristrutturazioni che si possono effettuare solo grazie alla liquidità proveniente dalle doti matrimoniali delle moglie.
Le doti (e di conseguenza la donne) diventano, quindi, forti strumenti ed elementi per contrattazioni ed alleanze economiche e di potere tra le differenti e diverse famiglie aristocratiche.

Un ruolo importante nella linea ereditaria veniva ricoperto da quei membri di una famiglia che, per voto o per scelta, non potevano non avere figli e, quindi eredi diretti.
Queste figure fungevano da vere e proprie “aree di parcheggio” delle eredità: venivano date loro ricchezze del ramo principale della famiglia quando questo era in difficoltà in quanto non gli era assicurato un futuro stabile e certo nella consapevolezza che, non appena appianati i problemi, esse sarebbero tornate agli eredi di tale ramo principale. Era un modo per impedire l’entrata di estranei e/o rami cadetti nella linea ereditaria verticale principale.
Le modalità che questi personaggi seguivano nel compilare i loro testamenti erano del tutto simili a quelli delle altre categorie: erano parenti maschi gli eredi preferiti.
Il testamento prevedeva anche disposizioni relative al funerale ed ad altre forme di culto e di commemorazione (messa in memoria, candele in Chiesa, ecc. …) in modo che il documento di lascito testamentario diventava un viatico di trasmissione non solo di beni materiali e di ricchezze, ma anche un canale attraverso cui tramandare valori e tradizione.

Chiunque potesse mettere in pericolo l’integrità del patrimoni, quindi della famiglia, veniva sottoposto ad un processo da parte di veri e propri “tribunali di famiglia” che ne decretavano la fuoriuscita e l’esclusione dalla linea dinastica. Tutto ciò che poteva mettere in pericolo il patrimonio ed incrinare l’onore di una famiglia veniva condannato e combattuto: alla luce di tutto questo ci sembra di poter affermare con sicurezza che la base della famiglia aristocratica era costituita dal binomio onore/patrimonio in un reciproco, virtuoso e continuo circolo di autolegittimazione.


LA CASA

La casa è l’ambiente ideale per iniziare un’analisi degli aspetti fondamentali della struttura della famiglia aristocratica partenopea.
L’esterno delle abitazioni non era molto curato e raffinato e la poca cura di tali elementi lascia trasparire una visione ed una considerazione della vita familiare come interna alla famiglia stessa e che doveva svolgersi all’interno di questa.
La crisi economica che aveva colpito molte famiglie si poteva notare e poteva risultare chiara guardando l’aspetto esterno delle abitazioni la cui ristrutturazione non era stata possibile nemmeno grazie alle ricchezze monetarie liquide portate in dota dalle mogli.

L’interno delle abitazioni, invece, era chiaramente indice di uno degli aspetti fondamentali della cultura dell’aristocrazia napoletana: l’orrore e la paura del vuoto, giusti e degni eredi della Spagna barocca, avevano spinto i nobili partenopei a riempire le proprie case di numerosi oggetti molti dei quali apparentemente inutili, ma il cui principale compito era quello di rendere altamente confortevole l’ambiente.
Questa forte distinzione tra interno ed esterno simboleggiavano come la vita familiare, pur essendo per molti aspetti un evento pubblico, avveniva essenzialmente all’interno delle mura domestiche private.

Netta era la distinzione tra ambienti privati ed ambienti pubblici: nei primi, spesso più spogli e meno adorni dei secondi, potevano accedere solo i padroni di casa, invece nei secondi trovavano sistemazione molti oggetti di valore e spesso avvenivano quegli incontri culturali, alcuni dei quali anche a carattere cosmopolita, che legavano la famiglia all’ambiente della comunità cittadina ed alle altre elitès, sia locali, sia internazionali.
Questo era il momento in cui la famiglia si apriva all’esterno pur mantenendo la propria autorità poiché lo faceva all’interno di casa propria, quindi in un ambiente di proprio possesso.
La borghesia, invece, riteneva di dover compiere la propria azione socializzante in ambienti esterni alle proprie unità abitative: come nella migliore tradizione illuministica si recavano nei Caffè volendo indicare un superamento della tradizionale visione dei rapporti interpersonali.

Gli oggetti presenti in una casa nobile o in una borghese spesso erano simbolo delle diverse condizioni di vita dei padroni di casa ed erano strettamente legati alla storia ed alla tradizione della famiglia stessa.
Spesso il gusto e gli oggetti tipici della nobiltà e dell’alta borghesia vengono imitati ed acquistati anche da ceti meno abbienti, quindi non era impossibile trovare oggetti simili nelle abitazioni di entrambe le realtà sociali.
Uno degli oggetti maggiormente diffusi in tutte le case di ogni livello sociale sono gli orologi, di ogni forma e foggia. Gli orologi da un lato sono un’ulteriore conferma dell’origine spagnola e barocca della nobiltà napoletana (il 1600 spagnolo fu il “secolo dell’orologio”, N. d. A.), dall’altro rappresentano il tentativo di creare un legame con il pensiero positivista dominante (orologio come simbolo della scienza, della tecnica e della meccanica): erano dei ponti tra il passato ed il presente su cui la nobiltà stava faticosamente transitando mentre non poteva non vedere i segni del proprio inesorabile tramonto.

Un’opposizione a tale inarrestabile declino la si trovava nel tentativo di mantenere vivo il “prestigio” della famiglia anche a costo di grandi ed ingenti spese.
Ogni membro aveva una determinata disponibilità finanziaria di spesa legata alla propria posizione per mantenere forte ed aumentare tale prestigio: gli uomini avevano a disposizioni maggiori risorse per poter fare ciò.  La struttura sostanzialmente maschile (e maschilista!) della famiglia aristocratica partenopea trovava ancora una volta una chiara ed inequivocabile conferma empirica.


LA GESTIONE DEI PATRIMONI

L’unificazione della penisola sotto i Savoia ed il mancato sviluppo di una borghesia industriale ed imprenditoriale è stata una delle più costanti e più gravi problematiche dell’Italia meridionale.
Tutte queste tematiche sono state bene analizzate e studiate negli scritti dei grandi meridionalisti democratici, da Giustino Fortunato ad Antonio Gramsci, passando per don Luigi Sturzo, Gaetano Salvemini ed Ugo La Malfa.
Contemporaneamente a questa cronica e strutturale necessità di sviluppo e di progresso per il Mezzogiorno d’Italia, si manifestarono altre due nefaste patologie: l’estensione delle leggi sabaude a tutto il territorio della neonata nazione senza tenere conto delle peculiarità regionali e la fine del protezionismo doganale che fino ad allora aveva protetto i prodotti dell’agricoltura meridionale che, così, entrò in una grave crisi.
Soprattutto la seconda condizione gettò l’economia agricola in una grave crisi che si propagò anche nel campo finanziario e colpì il tradizionale modello di famiglia nobiliare creando, tra l’altro, conflitti interni alle famiglie stesse.
Qualora il capofamiglia fosse deceduto o non in grado di gestire il patrimonio di famiglia interveniva, soprattutto nei momenti di crisi, la reggenza e la guida dei rami cadetti collaterali e dei parenti maschi con funzione di tutori. Spesso le tensioni esistenti tra i vari gruppi famigliari da cui provenivano i tutori conducevano a scontri tra i gruppi parentali che si scontravano in una dura lotta parentale ed intestina.
Obiettivo comune a tutti era il mantenimento dei valori tradizionali che avevano sempre segnato e caratterizzato le famiglie.

Per l’ennesima volta il binomio onore/patrimonio riaffiora e ribadisce la propria importanza e la propria centralità.

Il modello di famiglia aristocratica, ma anche borghese monocratica precedentemente espressa si evidenzia anche attraverso la tendenza di rendere ereditari negozi e professioni.
Chi non riesce ad entrare in tale linea ereditaria, come ad esempio i figli cadetti, non può non far altro che imboccare la via della carriera militare o di quella ecclesiastica. I giovani cadetti erano spinti a fare tali scelte sia da motivazioni strettamente collegate alla propria particolare condizione sia da motivazioni sociologiche più ampie.

Si forma, quindi, una triade cognome-patrimonio-professione che diviene ereditaria per via verticale e primogenita maschile che conferma la nostra secondo cui una delle principali e più importanti funzioni della famiglia aristocratica era quella di conservare e difendere i valori tradizionali e di trasmetterli attraverso le generazioni. 

L’amministrazione dei patrimoni fondiari negli ultimi decenni del XIX secolo viene affidata soprattutto ai notai ed agli avvocati che assumono così il ruolo di elementi di unione tra il mercato e la famiglia.


BREVE NOTA CONCLUSIVA

Il XX secolo segna la crisi dei modelli di famiglia precedentemente descritto a vantaggio di famiglie tendenzialmente più snelle, ma per tutto l’Ottocento gli elementi di conservazione e di freno a tale processo furono sempre presenti. 
Ci piace concludere questo nostro elaborato con le parole di Paolo Macry:

“L’Ottocento è il secolo della lenta riluttante transizione dal cognome al nome, dalla cultura del sangue alla famiglia patriarcale e alla famiglia affettiva. Il cognome resiste a lungo. E con esso tutto un modo d’intendere i comportamenti – sul doppio versante della vita privata e della vita pubblica – , che spesso sembra ridurre ad una strategia di gruppo (familiare) le opzioni dei singoli. Se la modernizzazione – questa categoria opinabile ma efficacemente evocativa – si esprime nell’individualismo e nel nuclearismo dell’imminente società di massa, il cognome e la cultura della famiglia ne sono tra gli ostacoli più tenaci .” 


BIBLIOGRAFIA
M. Barbagli, Sotto lo stesso tetto, il Mulino, Bologna 1984
P. Macry, Ottocento. Famiglie, elites e patrimoni a Napoli, Einaudi Paperbacks, Torino 1988
E. Hinrichs, Alle origini dell’età moderna, Laterza, Roma-Bari 1984
H. Kamen, La Società Europea 1500-1700, Laterza, Bari 1987
M. Barbagli, Provando e riprovando, il Mulino/Contemporanea 35, Bologna 1990

 

FAMIGLIA, MATRIMONIO, RELIGIONE
La famiglia e con essa con o senza il matrimonio, non è una istituzione cattolica, e tanto meno l’etica della famiglia non è un monopolio della religione cattolica. Altri cinque miliardi di individui si regolano in modo diverso e non per questo finiscono nell’”inferno” dei peccatori perché seguono una delle altre 30.547 religioni, dottrine, scuole filosofiche, credenze, sette ecc. che esistono sul pianeta.
Per non dire, che le innovazioni in Italia “attentano alla famiglia cristiana” (cosa che forse avrebbe fatto poco effetto nei tempi che corrono, con una donna ormai emancipata – inoltre perché preoccuparsi? è proprio così debole la fede dei credenti su questo legame codificato da una unione sacramentale?) è stato invece detto “che attentano alla costituzione”. Ma c’è della incoerenza in questa affermazione. Qualsiasi costituzione è fatta da uomini, e queste Costituzioni vivono e si perpetuano nel tempo se sono circondate da consenso e non se diventano un intoccabile "libro sacro".
Le costituzioni vivono e le modificano gli uomini (MANCANO SEMPRE LE DONNE!! - vedi a fondo pagina ), non il Padreterno, che semmai ha dato proprio agli uomini la capacità e il potere (si diceva “divino” quello dei re e principi) di modificarle. Alcune volte le hanno migliorate facendo gli interessi della comunità altre volte le hanno cambiate in peggio per il proprio uso e costume (vedi quella anglicana che Enrico VIII si fece su misura, rompendo i rapporti con la Santa Sede. Elisabetta poi fece il resto proclamando i 39 articoli di religione e mettendosi essa stessa a capo di una religione).
Del resto se andiamo a vedere bene anche i Vangeli sono scritti dagli uomini e così le istituzioni religiose più volte modificate nella stessa cristianità e, come sappiamo, da alcune confessioni non accettate. Non per nulla dentro la cristianità sono nate 5 correnti, 56 Chiese, 175 Istituzioni diverse. Per rimanere in tema – la più significativa è quella di permettere ad alcune di queste nuove costole del cattolicesimo ai propri sacerdoti di andare a creare una unione, cioè un nucleo famigliare, e perfino di dare le stesse opportunità alla donna di essere essa stessa un ministro di un culto (sempre aborrito e negato dalla Romana Chiesa).”.

Ora se le Costituzioni o le stesse istituzioni religiose non sono ancora state modificate è perché i responsabili di questi cambiamenti non hanno ben presente la realtà storica in cui viviamo. Il processo di trasformazione all’interno di una società è invece avvenuto, ma solo gli individui che vivono in questa società lo sanno, non i loro governanti non i loro “curatori di anime” che nulla sanno cosa avviene dentro le mura domestiche di una coppia e tanto meno dentro le lenzuola.
In questa nuova società (che non è più quella tradizionale pastorale, e che ha quindi segnato grandi cambiamenti anche all'interno delle mura domestiche, non più rurali del piccolo villaggio) che ha creato unioni-matrimoni sempre più rari e tardivi, vi è stata la diffusione di nuove forme di convivenza (famiglie di fatto ecc. ) e in parallelo una drastica riduzione della natalità: cosicché la famiglia tradizionale coniugale ha perso importanza lasciando al centro della scena realtà sempre più peculiari, anche se per certi aspetti più fragili; questo perché i due soggetti devono risolvere i loro problemi da soli, o perché abbandonati a se stessi o perché addirittura oggetti di anatemi. Ma nonostante questo i due si danno ugualmente da fare in questa nuova società individualistica per cui gli interessi del singolo sono più forti di quelli della coppia.
E se vi è stata la diffusione di queste forme di convivenza, esse sono generate da una sempre maggiore insicurezza nei confronti del matrimonio tradizionale. La legge che permette di divorziare è relativamente recente ma i costi di tale operazione sono abbastanza alti. Infatti in Italia divorziano di più le coppie benestanti rispetto a quelle meno abbienti (nell’Europa protestante, è invece il contrario).
Sono di solito le donne le prime a chiedere il divorzio per i seguenti motivi: tendenziale incapacità dei mariti di mantenere fede al patto matrimoniale, meno rischi economici (i mariti economicamente hanno alti costi dal divorzio) ed il fatto di essere le donne in molti casi il soggetto debole della coppia. Il giudizio della società nei confronti di chi divorzia cambia a seconda del sesso (uomo o donna), della realtà geografica in cui avviene, del ceto sociale, del livello culturale e delle condizioni economiche dei soggetti interessati.
Le condizioni economiche, hanno sempre influito nella formazione del nucleo familiare, e quando nel nucleo originario famigliare iniziò ad essere espressa la volontà di mantenere l’unità del patrimonio e le ricchezze dentro la stessa “famiglia”, la proprietà divenne “sacra” e il matrimonio pure (spesso imposto dai parenti, senza alcun legame affettivo dei coniuganti – bella ipocrisia, era quel “sacro matrimonio”!).
Ma tutto questo accadeva in un'altra epoca, quando il principale beneficiario dei testamenti -nella logica ereditaria maschilista- erano i figli maschi e le femmine venivano lasciate ai margini del filone ereditario, e potevano scegliere, o di entrare in convento o di vivere come zitelle a fare la fame.
Oggi non è più così, le donne hanno la loro autonomia, possiedono le risorse economiche derivate dal loro lavoro in ogni campo, quindi il legame codificato da una istituzione sacramentale può anche non più interessare, perfino in quelle che... hanno una fede. E questo le donne ne sono pienamente coscienti, ma non gli uomini che fanno le leggi e chiamano la famiglia sacra. Forse costoro non hanno mai provato a vivere dentro quell’”inferno” che nasce in una famiglia (con gravi ripercussione sui figli quando ci sono) quando un uomo e una donna scoprono nella convivenza di non aver alcune affinità, non solo epidermica (e in certi casi perfino repulsiva) ma anche di carattere, o peggio quando scoprono di essere uno di loro o entrambi traditori di un patto. Se sono uniti da un matrimonio codificato le soluzioni diventano complicate (anche se non più come una volta, dentro il villaggio, con il parroco che li indicava dal pulpito, come pubblici peccatori – Vedi a Prato anno 1956 - e c'era già la Costituzione!), mentre se sono uniti di fatto - salvo l’acquisizione di alcuni diritti che le nuove leggi dovrebbero tutelare - dovrebbe bastare un “ciao” e ognuno vada per la sua strada.

Abbiamo detto sopra che le condizioni economiche, hanno sempre influito nella formazione del nucleo familiare, quando nel primo nucleo originario famigliare consolidato iniziò ad essere espressa la volontà di mantenere l’unità del patrimonio e le ricchezze dentro la stessa “famiglia”.
Ed è questo che andiamo a narrare, partendo da molto lontano.
Ed è un lungo percorso, quando non esisteva il monopolio dell’etica nelle unioni. Questo non significa che dobbiamo ritornare all’età della pietra, serve solo a capire le interferenze, come sono nati i legani codificati, quelli economici e quelli sacramentali di “una” religione.


 

DIVORZI  E DIVORZIATI 
NELL’ ITALIA 
CONTEMPORANEA

continua > > > > >

 

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