STORIA DELL'INQUISIZIONE
( in 7 libri )

Quasi un Diario, con una minuziosa descrizione dei fatti,
dei periodi, dei luoghi e i nomi dei condannati alla forca o al rogo.
Una pagina di immagini dell'orrore
( + la cristianizzazione del Nuovo Mondo)

 

QUI SOTTO I CAPITOLI
SONO TUTTI IN SUCCESSIONE


QUI INDICE DEI SINGOLI CAPITOLI DEI 7 LIBRI >

 

Le radici del cristianesimo e la sua conoscenza- si afferma - sono condizione indispensabili per la comprensione della nostra cultura europea. Ma non dimentichiamo lo stesso giudizio che gli imperatori romani - coscienti della propria cultura greca-romana e della propria legislazione - rivolgevano ai cristiani: "voi non fate parte della nostra millenaria cultura". Infatti, allora, la prima nascente comunità cristiana veniva giudicata (dall'elite romana e dallo Stato) ribelle, sediziosa, agitatrice e priva di ogni volontà di integrazione nella allora esistente società, proprio con gli stessi elementi distintivi che ha oggi un cristiano nei confronti di altre popolazioni e religioni orientali.
Le radici storiche cristiane sono una importante "tradizione", ma quante persecuzioni per chi non era inquadrabile secondo la (imposta) "comune tradizione". Una tradizione che si era formata andando contro le libertà individuali, per non parlare nei confronti della scienza. Nel corso del primo millennio ci fu la soppressione, tramite la distruzione, di tutto quanto esisteva prima (letteratura, arte, scienza, sport, musica, amore della natura ecc.) combattendo ferocemente contro tutto quello che oggi diamo per scontato: le ricerche sulla medicina, le scienze astronomiche, l'istruzione obbligatoria, il diritto al voto (a inizio '900 condannarono perfino i tentativi dei primi voli aerei!). Insomma le cosidette civiltà cristiane non sono state meno fondamentaliste e ferocemente repressive di quelle islamiche odierne, solo che le società occidentali - con la cultura della conoscenza - da tempo se ne sono affrancate.
"Radici" ? L'uomo non ha radici, non è una pianta, l'uomo ha due gambe e con quelle deve camminare !!!

Non c’è mai stato benessere nell’ignoranza !!! il benessere è nel sapere che può cambiare l’orrendo terreno della miseria materiale e morale in una terra vasta e feconda dove, anno dopo anno, la cultura della conoscenza riesce a moltiplicare le ricchezze delle Nazioni. Una ricchezza costruita attraverso l’ efficace istruzione di tutti i cittadini. Una istruzione che deve abituarli a giudicare e a formarsi una coscienza critica che stimoli quel bisogno di sapere che conduce alla libertà d'espressione, alla giustizia.
Dalla caduta dell'impero romano e fino al '700 la maggior parte della popolazione europea è vissuta nella povertà, nella sporcizia, nell'iniquità, nelle credenze irrazionali, nella tirannia, nel disprezzo, nello sfruttamento dei deboli, nella sottomissione delle donne, nell'istupidimento dell'uomo. Tutti vizi fisici e morali che erano i frutti di un'ignoranza imposta, eretta a sistema di governo e a politica religiosa.

Papa Bonifacio VIII (Benedetto Caetani 1235-1303) non aveva dubbi chi doveva comandare e insegnare "Se lo spirito è superiore al corpo, il papa è superiore all'imperatore. Il potere spirituale ha il diritto d'instituire il potere temporale e di giudicarlo se non è buono. E chi resiste, resiste all'ordine stesso di Dio. Sentenziamo dunque ogni uomo deve essere sottoposto al pontefice romano, e noi dichiariamo che questa sottomissione è necessaria per la salute dell'anima"

Per mille anni si sono succedute intere generazioni, dove gli uomini nascevano vivevano e morivano, ignoranti, servi e sottomessi al potente di turno o al principe della chiesa, il primo indicava loro di avere piena fiducia nella Provvidenza, il secondo di votarsi alla rassegnazione, il bene lo avrebbero ricevuto nell' al di là. Intanto loro banchettavano allegramente di quà.

Per oltre mille anni scese nelle masse il grigio vivere quotidiano (per quaranta generazioni i bambini, i ragazzi, i giovani e anche gli adulti non sapevano cos'era un gioco, uno sport, nè sapevano che in un lontano tempo vi erano stati) un grigio vivere e in parallelo la tanta incapacità e volontà di agire, con nessuna spinta a migliorare il mondo e se stessi. La quotidiana litania era "Prega e rassegnati". Ma dove alberga la rassegnazione là non esiste la vita, e non si va da nessuna parte. "Dovete sperare" era il ritornello classico dai vari pulpiti. Ma era difficile rassegnarsi con la speranza, perche' nella natura umana VIVERE non e' rassegnarsi. La rassegnazione è il coraggio ridicolo di uno sciocco - scriveva Stendhal - chi è disposto ad agire è disposto e sa anche soffrire senza provare umiliazione. Chi invece non agisce, non sa soffrire e non ha neppure stima di se stesso. La rassegnazione non muove nulla, non fa migliorare il mondo, ne' la vita propria, ne' quella degli altri".

Predicandogli una astratta vita migliore dopo la morte, riuscivano a distogliere l'uomo dalla vita reale. Che spesso era una vita misera, resa insopportabile, fatta di sopraffazione, eppure continuamente minacciata di pene eterne se qualcuno tentava di ribellarsi non con la forza ma anche solo con la penna.


Purtroppo, l'intraprendenza e lo spirito d'impresa sempre viste come conquiste relativistiche, erano tutte opera del diavolo. "Con queste perniciose cose van dispersi li puri sentimenti delli omini. Basta!"

Spencer ancora nel 1880 affermava "Non deve intervenire lo Stato sui deboli (quelli a cui si impediva di andare a scuola o perchè erano malati d'inedia) perchè avrebbe l'effetto di far sopravvivere i soggetti più incapaci. E' la natura e la provvidenza, da sola, che assicura il buon sviluppo e seleziona la parte migliore della razza umana" . teorizzava inoltre che "i caratteri acquisiti dei servi e degli uomini dediti alla produzione, sono geneticamente trasmissibile come l'ereditarietà (il sangue blu) dei nobili, e che è inutile far intervenire lo Stato alla salvaguardia di certe deficenze date dalla natura o perchè volute dal padreterno".

Si nasceva e si moriva senza aver appreso nulla del glorioso passato fatto di eventi straordinari. Dopo è cambiato qualcosa? Voi dite ma ora ci sono le scuole! Già, che ha però una idea e una dimensione della cultura fatta di brevi nozioni, non tesa a dare una giustificazione razionale della nostra esistenza. A darcela non sono quelle quattro o cinque date che vi si imparano; è una cultura ridotta a uno sterile esercizio della memoria, e che alla fine non è cultura ma solo uno scheletro spolpato a volontà da alcuni insegnanti, quasi sempre - come ieri - alle direttive e quindi al soldo del "potente politico" di turno.
Del resto, ricordiamoci pure che è lui che ha in mano la "pubblica istruzione", è lui a dare una direttiva all'insegnamento, decide lui come e cosa insegnare ai suoi cittadini-sudditi-fedeli. Ieri promuoveva il culto dei Re e dei Prìncipi (tali per volontà divina) mentre in un non lontano passato, una arrogante categoria riteneva "non utile alla società alfabetizzare il popolo".
"L'istruzione scolastica l'approvo per li giovini nobili destinati a famiglie cospicue, ma quanto a quelle di umile e povero stato, il buon padre di famiglia si contenti che sappiam leggere li figlioli "la vita de' Santi" e nel rimanente attendano a lavorar li campi. In quanto poi l'istruzione estesa perfino alle femmine io non l'approvo, ne so vedere quale utilità ne possa derivare alla società. Che insegnino li madri alle figliuole a filare, a cucire e ad occuparsi di esercizi donneschi. In quanto a leggere, al massimo insegnino loro quanto basta per leggere i libri delle preci". Trattato dell'educazione politica sociale e cristiana dei figliuoli. 3 volumi di Silvio Antoniano, in uso nelle scuole. Scritti ad istanza di San Carlo Borromeo -Libro Terzo, pag 264, Milano, MDCCCXXI - 1821 !!! - Negli anni della Restaurazione).

Lo stesso autore inizia la prefazione del suo trattato con una dedica all' Eccellenza Reverendissima, scagliandosi sui libri perniciosi: "La moltitudine dei libri degli odierni e vecchi filosofi, che specialmente da circa otto lustri infesta l'Europa, e la tanto reiterata riproduzione di talune altre opere perniciosissime alla religione, nonchè al buon ordine della pubblica tranquillità dello Stato, sono, Eccellenza Reverendissima, quelle impure scaturigini di pestifere dottrine, che pervertirono una gran parte de' cuori de' giovani, e che rendettero tanti uomini malvagi. Ed è deplorabile il vedere a nostri giorni che giovani imberbi già pretendano di essere profondi riformatori politici sotto l'egida di talune perniciosissime opere, imbevute di falsi sistemi, procurino rovesciare ogni buon ordine nell'umana società. Da sì luttuoso apparato.....vorrei rimuovere lo scandalo che inonda il mondo con questa mia opera ......"
Era 1821, dopo il tornado napoleonico! Il commento lo faccia il lettore e si chieda se in queste condizioni si poteva in Italia far crescere una cultura, una unità, una nazione laica. Chi volle tentare finì o impiccato o terminò i suoi gioni nelle oscure galere bollato come, ribelle, sovvertitore, traditore, cospiratore, brigante.

Ma leggiamo anche il Gioberti del 1848 (Gioberti, quello Del primato morale e civile degli italiani pubblicato nel 1843).
"Un branco di pecore innumerabili è sempre men capace e men valido del mandriano...Mentre il diritto del Principe (l'Unto dal Signore Ndr.) è divino, poichè risale a quella sovranità primitiva onde venne organato ed istituito; il popolo di cui regge le sorti...La sovranità si riceve, ma non si fa e non si piglia...Ella importa la sudditanza, come un necessario correlativo; e il dire che il sovrano possa essere creato dai suoi soggetti, (la democrazia ndr) e trarne i diritti che lo previlegiano, inchiude contraddizione. Insomma, il sovrano è autonomo rispetto ai sudditi, e se ricevesse da loro l'autorità sua, non sarebbe veramente sovrano, perchè i suoi titoli ripugnerebbero alla sua origine... I sudditi dipendono dal sovrano, e non viceversa...L'obbligazione verso il sovrano dee dunque essere assoluta, altrimenti la sovranità è nulla...La potestà è ordinata, e da Dio procede a ciò, allude l'Apostolo (Paul. ad rom., XII,1,2). Sapete donde nasce il più grave pericolo? Dal predominio della plebe, la quale promette una seconda barbarie più profonda di quella dei Vandali e degli Unni e un dispotismo più duro del napoleonico. Guai alla civiltà nostra se la moltitudine prevalesse negli Stati"
(V. Gioberti, Studio della filosofia , cap. Della politica, vol III, Tipografia Elvetica, Capolago 1849).
Un polemista aggiunse qualcosa: "Va bene il valido mandriano, ma se lui non ha la collaborazione di buoni cani, per tenere insieme il gregge, è costretto lui ad abbaiare e a fare il cane. E rimanere un cane, perchè anche se è nato uomo un cane è".

Venne poi l'Unità d'Italia, ma la cristalizzazione di questa bigotta e becera cultura non è che cambiò di molto. Il ministro della P.I. italiano BACCELLI ancora nel 1894 non è che ragionasse diversamente. Questo il suo preambolo nella "Riforma (sic !) della scuola" : "Bisogna insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una......... unica materia di nozioni varie, senza nessuna precisa indicazione programmatica o di testi, lasciando spazio all'iniziativa dell'insegnante e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello dell' educazione domestica; e mettere da parte infine l'antidogmatismo, l'educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere e far di conto. Non devono pensare altrimenti sono guai !! "

I libri erano considerati veri e propri ambasciatori di Satana, con gli autori condannati al rogo, "e che servi da monito a chi crede di fare scienza o spandere sapienza con i libri, che son quelli che vanno a rovinar li ommini virtuosi e li animi dei teneri e sensibili giovini che vengano miseramente infettati e depravati da ogni sorta di errori perniciosi e vizi".

Ancora nel 1570, quando Paolo Caliari, medico naturalista, appassionato di scienza e di tutto il sapere, compila un'enciclopedia dal taglio filosofico "De varietate rerum". Appena pubblicata l'opera Caliari è incriminato dall'inquisizione, e la frase dell''imputazione è la solita: ".sti libracci perniciosi rovina li menti delli ommini che poi pretendon di fare scienza, anzi dicon d'esser quelli i tomi di scienza ; al foco tutti quanti, li scrittori, li lettori e li libri" -
E "sul foco" ci finirino davvero, i libri, i lettori e gli autori.

E che dire di quel povero Cesalpino di Arezzo che in una audacissima tesi dimostrò il meccanismo della circolazione del sangue dentro le vene, nelle arterie, nel cuore e mise in relazione la funzione che hanno i due polmoni. Parlando appunto di questi, dimostra l'irrorazione (vitale) dell'aria (ossigeno) che poi viene trasmesso al sangue che a sua volta raggiunge ogni più piccola parte del corpo con le vene e ritorna con le arterie ai polmoni per nuovamente iniziare un altro ciclo vitale. La tesi è subito considerata un'eresia, e Cesalpino finisce davanti agli inquisitori per aver diffuso tesi contrarie alle sacre scritture, e lo si bolla "bestia, non è l'aria la vita, ma lo è il soffio vitale divino"
Ci vorrà molto, molto tempo, prima che preti e papi, ricorreranno per campare pure loro alla trasfusione o alla bombola di ossigeno. Quasi cinque secoli buttati al vento.

I teosofi di Firenze riscoprirono e rinnovarono quelle antichissime cosmogonie, per le quali le cose materiali e trascendenti fanno ghirlanda attorno all'uomo, quale coronamento della creazione. Il giovane conte Pico della Mirandola - con i suoi temi sulla dignità e la libertà dell'uomo, formulò nel modo più solenne il sentimento del rinascimento quando nel discorso sulla dignità dell'uomo fece dire da Dio ad Adamo questa frase: " Io ti creai non celeste e non terrestre, non mortale nè immortale, affinchè tu sia libero educatore e signore di te medesimo. Tu potrai degenerare nelle cose inferiori che sono i bruti; tu potrai, secondo il tuo volere, rigenerarti nelle cose superiori che sono divine. Nell'uomo il Padre ripose semi d'ogni specie e germi d'ogni vita. E a seconda di come ciascuno li avrà coltivati, quelli cresceranno e daranno in lui i loro frutti. Se sensibile, sarà bruto, se razionale, diventerà anima celeste, se intellettuale, sarà angelo, e si raccoglierà nel centro della sua unità, fatto uno spirito solo con Dio» (Giovanni Pico della Mirandola, Oratio de hominis dignitate)

Ma anche dopo Mirandola, le cose cambiarono poco.
Voi dite ma c'erano i libri ! già, ma i lettori preparati a leggerli e a capirli dov'erano? Inoltre i libri chi li stampava? Lui, il potente con l'imprimatur.
E dopo a inizio '900? Idem. N
on più il Papa, il re o il principe, ma il Politico Demagogo, che iniziò a conoscere la ignorante "plebe", e agire spesso con ipocrisia e opportunismo.

Nel primo quindicennio del '900 sotto l'influsso del nuovo clima culturale, in tutta l'Europa si erano venuti a manifestare da un lato un diffuso senso di disagio per l'arretratezza della cultura ecclesiastica e dall'altra un forte movimento di idee favorevole ad un generale rinnovamento culturale e politico, che ponesse la Chiesa su posizioni meno anacronistiche. In particolare era avvertita la forza della sfida del positivismo e dello storicismo.

Dal positivismo il modernismo derivava l'applicazione del metodo critico alle fonti bibliche e allo studio scientifico applicato alla storia della Chiesa. I pi¨ radicali esponenti modernisti giunsero a sostenere sul piano teologico la necessitÓ di un rapporto fra fede e ragione che escludeva la possibilitÓ che quest'ultima potesse dimostrare l'esistenza di Dio e che la fede potesse basarsi su fondamenti razionali. Dallo storicismo e dall'evoluzionismo derivava una precisa relativizzazione dei dogmi, ridotti a espressioni mutevoli dall'esperienza religiosa storicamente determinante. In ogni caso si rivendicava un diverso spirito, improntato alla libertÓ di ricerca scientifica, al primato della conoscenza, a un diverso rapporto tra Chiesa e Stato.

Fu quasi inutile. La risposta delle massime gerarchie ecclesiastiche al movimento modernista fu di estrema chiusura. Con il decreto "Lamentabili", che condannava 65 posizioni chiave del movimento e con l'enciclica "Pascendi dominici grecis" di Papa PIO X, entrambi del 1907, il modernismo fu condannato in blocco e definito "compendio di tutte le eresie", senza alcuna attenzione alle differenziazioni interne, che pur erano emerse.

Nel 1910 un giuramento anti-modernismo fu imposto a tutti i sacerdoti impegnati nella "cura delle anime" e nell'insegnamento. Nonostante ci˛, i segni del nuovo ruolo assunto dai cattolici nello scenario italiano, erano comunque evidenti: abbandonando per certi versi il mito paralizzante del vecchio potere temporale, essi venivano ormai affermandosi come una forza di massa fortemente radicata nella societÓ civile, nella quale erano in grado di svolgere una funzione di opposizione al liberismo di governo e di controllo sociale contro il socialismo, entrando in esplicita competizione con quest'ultimo per l'egemonia sulle classi subalterne.
E' il periodo dei vari Murri, Toniolo (vedi qui il suo "Trattato di economia sociale"), di Don Sturzo, che influenzati dai tempi, iniziano ad aprirsi alle correnti della cultura moderna, sensibile ai problemi sociali posti dall'incipiente industrializzazione, ma polemici nei confronti delle rigide chiusure del clericalismo intransigente. Il loro impegno fu quella di tentare un rinnovamento della prassi politica e sociale del cattolicesimo italiano, cercando una conciliazione tra democrazia e religione e tra socialismo e dottrina sociale della Chiesa. E' l'inizio dell' Opera dei Congressi (subito sciolta), poi di quel partito creato da Murri "Lega Democratica Nazionale" (sciolto e lui sospeso a divinis), poi nascita del Partito Popolare di don Sturzo, ed infine, calvalcando sempre più il voto democratico dei ceti popolari, fu poi chiamato Democrazia Cristiana.
Su quello di don Sturzo, lui nel suo PP, non si fece scudo di un termine "cattolico" o la comoda croce, nel fondare il suo partito disse "E' superfluo dire perchè NON ci siamo chiamati "partito cattolico": i due termini sono antitetici; il cattolicesimo è religione, è universalità; il partito è politica, è divisione. Fin dall'inizio abbiamo escluso che la nostra insegna politica fosse la religione, e abbiamo voluto chiaramente metterci sul terreno specifico di un partito, che ha per oggetto diretto la vita pubblica della nazione". - Durò poco. Fu esiliato.

La nuova cultura delle masse per due decenni fu la Dottrina Fascista con l'opportunista Mussolini (Concordato). Seguì poi un simile opportunismo nel secondo dopoguerra, dove perfino i comunisti per non perdere voti, nella nuova Costituzione Italiana inclusero e riproposero il Concordato del '29 con la Chiesa . Il laicismo uscito dalla porta, rientrò dalla finestra.
Un Italia laica? Impossibile. Il papato è nato in Italia, a Roma.

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COS'ERA L'INQUISIZIONE

L'INQUISIZIONE... ... era la procedura seguita da un tribunale ecclesiastico per reprimere ed estirpare l'eresia; il tribunale stesso. Fu creata nel XII secolo, quando la Chiesa dovette lottare contro i Catari e i Valdesi ed altre numerose sette che non negavano affatto il cristianesimo, ma le loro dottrine e la pratica erano in parte un ritorno alla fede e ai modi di vita del Cristianesimo primitivo, quello di vivere come gli Apostoli, senza beni propri, denunciando inoltre la simonia, la mondanità, il concubinato, ed elogiando la castità, la fratellanza umana, l'idolatria della povertà (poco mancò che lo stesso movimento francescano fosse considerato eretico).
La volontà di alcuni fedeli di vivere il Vangelo sine glossa, di imitare perfettamente la vita del Cristo e i suoi insegnamenti li porta infatti a porsi sempre più spesso in una dimensione concorrenziale con i mondani chierici e ad appropriarsi di funzioni, quali soprattutto la predicazione, che gli ecclesiastici consideravano un proprio esclusivo appannaggio.

E' proprio nei secoli centrali del Medioevo che il fenomeno ereticale assurge a dimensioni mai raggiunte in precedenza e che la Chiesa appronta dunque nuovi strumenti per agire in modo più incisivo e deciso sulle persone e sulle coscienze. I limiti di libera iniziativa lasciati ai fedeli vanno progressivamente diminuendo. La gerarchia ecclesiastica tende ad assumere un sempre più stretto controllo della vita dei fedeli e la prorompente spiritualità medievale non sempre accetta di essere mortificata e imbrigliata.

In seguito il Concilio Lateranense (1215) e il Concilio di Tolosa (1229) dichiararono essere doveri dei vescovi ricercare e giudicare gli eretici e consegnarli per il castigo al braccio secolare. Ma nel 1231-35 Gregorio IX sottraeva l'Inquisizione alla giurisdizione dei vescovi e l'affidava a inquisitori permanenti dell'ordine domenicano, di nomina pontificia. Lo Stato (Re, Principi, Nobiltà) si schierò con la Chiesa, contro gli eretici, poichè l'eresia religiosa costituiva una concreta minaccia contro l'ordine costituito, contro la sicurezza dello Stato.
Bertoldo di Regensbug calcolò che le sette eretiche nel tredicesimo secolo ammontavano a circa 150. Nella sola Milano vi erano diciassette sette, la più numerosa quella dei Patarini, dei Valdesi, dei Catari.

L'eretico, una volta accertata la sua colpevolezza, veniva invitato a ritrattare. In caso di rifiuto, era condannato a pene corporali o alla morte per rogo.

( VEDI QUI UN DOCUMENTO ORIGINALE DELL'EPOCA - 1559 )


Non era forse stato Gesù a ispirare agli inquisitori la pena?
Secondo il Vangelo di S. Giovanni (XV,6) Gesù disse "Chi non rimane in me è gettato via come il tralcio che inaridisce, e vien poi raccolto e gettato ad ardere sul fuoco".

L'inquisizione lo presero alla lettera.
E si innalzarono al cielo i roghi.

L'INQUISIZIONE, (detta medioevale) che si affermò alla fine del XII secolo, quando in Occidente si diffondevano movimenti eretici come il manicheismo, il valdismo e poi il catarismo, trae il suo nome dalla inquisitio, una procedura sconosciuta dal diritto romano, basata sulla vaga formulazione di un'accusa da parte dell'autorità giudiziaria pur in assenza di denunce sostenute da testimoni attendibili. Tale procedura trova con il decreto Ad abolendam, emanato da papa Lucio III nel 1184, quando cioè si cominciò a infliggere ai peccatori la pena del rogo, la sua codificazione.
Alcuni anni dopo venne autorizzata la confisca dei beni degli eretici e l'impiego della tortura in questioni di fede, mentre si stabilivano particolari disposizioni che garantissero la segretezza delle procedure, l'anonimato dei testimoni e l'applicazione delle sentenze.

Con il papato di Gregorio IX (1227-1241) la procedura inquisitoria si trasforma in una nuova istituzione che avrà in principio larga diffusione nella Francia meridionale e che verrà ufficializzata nei suoi compiti con il nome di Sacra Inquisizione. Tra i tanti manuali scritti all'epoca per riassumere la procedura sulla base della quale lavorava il tribunale è rimasta celebre la Practica Inquisitionis hereticae pravitatis (ca.1320).

Il successore di Gregorio IX, Innocenzo IV, non trascurò di proseguire nell'opera iniziata dal suo predecessore. Nel 1252, infatti, con la bolla Ad extirpanda ribadiva l'importanza della ricerca dei peccatori che si nascondevano nella società minandone non solo le basi religiose ma anche quelle politiche, e rafforzava il significato della punizione corporale indicando la tortura come mezzo per "portare alla luce la verità".

Durante il XIII e il XIV secolo, l'Inquisizione, parallelamente alla crescita di alcuni dei più importanti movimenti considerati eretici, accrebbe le proprie zone d'influenza e le proprie competenze. All'inizio del '300, in buona parte dell'Europa erano attivi dei tribunali inquisitori competenti a livello territoriale che avevano l'ordine di indagare anche su reati quali la blasfemia, la bigamia e la stregoneria, e gli utopisti della politica e della religione.
( vedi la storia di FRA DOLCINO )

Attraverso i secoli bui, la Santa Inquisizione, come abbiamo visto, seppur brevemente, accresce la sua importanza, ma soprattutto la sua ingerenza sempre di più nella vita sociale. Di fondamentale importanza in questo processo di penetrazione è la cosiddetta Inquisizione Spagnola, con il basilare ruolo svolto dai re cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona.
Con questi due sovrani nasce un'istituzione di tipo nuovo da quella medioevale, nelle finalità e nelle strutture. Unendo le loro corone in un grande e potente regno i due monarchi trasformarono il tribunale dell'Inquisizione in uno strumento di controllo del loro potere. Esercitarono pressioni sul pontefice affinché istituisse una nuova Inquisizione nel regno di Castiglia che ancora non ne aveva conosciuto le opere.

Fu così che con la bolla papale, Exigit sinceras devotionis affectus, del 1° novembre 1478 Sisto IV concesse ai sovrani spagnoli la potestà di nominare due o tre inquisitori nelle città e nelle diocesi dei loro regni. Da quel momento si aprì una contesa tra la concezione ecclesiastica della Santa Inquisizione e quella temporale dei due re Cattolici, che vedevano nel tribunale antiereticale un valido collaboratore attraverso il quale mantenere e rafforzare il proprio potere. Il braccio di ferro si protrasse fino all'ottobre 1483 quando con la nomina del frate Tomás de Torquemada a inquisitore generale dei regni di Castiglia e di Aragona, nasceva l'Inquisizione moderna.

Il più tragicamente illustre inquisitore fu proprio lui, Tomás de Torquemada. Sulla sua figura sono stati dati pareri contrastanti: lo storico Juan Antonio Llorente ne parla come di "...una persona dai tratti raccapriccianti responsabile della morte sul rogo di 10.280 persone, e della punizione con infamia e confisca dei beni di altre 27.321". Al contrario lo storico inglese Walsh dice che Torquemada "era un pacifico dotto che abbandonò il chiostro per espletare un incarico sgradevole ma necessario, cosa che fece con spirito di giustizia temperato da pietà e sempre con grande abilità e prudenza.[…] Fu l'uomo che più efficacemente contribuì alla grandezza della Spagna dell'epoca del siglo de oro."

Papa Sisto IV, al quale ormai la situazione era sfuggita di mano non aveva potuto far altro che riconoscere l'estensione delle competenze giuridiche anche al regno di Aragona, per il quale inizialmente il pontefice aveva negato ai due sovrani spagnoli la concessione.
A questo punto la chiesa di Roma si trovava ad aver ceduto, passo dopo passo, al regno governato da Isabella e Ferdinando, il controllo sui tribunali della Santa Inquisizione in Spagna.
Sostanzialmente, il potere di nominare il Grande Inquisitore demandava nei fatti alla Corona la gestione di tutta la macchina costruita in difesa della verità dei dogmi, pur rimanendo il papa il depositario dell'autentica legittimità dell'istituzione.

Spesso però non si difendeva la pietas religiosa, ma se ne faceva pretesto per impadronirsi dei beni altrui. La questione "Fede" passò in secondo piano. Per appropriarsi dei beni della gente - la Chiesa, il Comune, la Città e lo Stato hanno accusato di eresia via via catari, valdesi, apostati, convertiti, apostolici, ebrei, musulmani, protestanti, marrani, nestoriani, induisti, blasfemi, sodomiti, streghe, bigami, superstiziosi, anabattisti, criptogiudei, criptomusulmani, pagani, illuminati, scismatici, peccatori di magia, sortilegi, divinazione, abuso di sacramenti, disprezzo delle Chiavi, studiosi, medici, alchimisti, atei, oppositori politici, filosofi, matematici, scienziati… e li mandavano al rogo - perché l’eretico non può possedere beni, che invece sono della Chiesa la quale non lo spoglia ma si riprende ciò che è suo… anche in presenza di figli cattolici; per questo l’Inquisizione fu una macchina che macinò un’enorme massa di capitali finanziari e l’immanitas tormentorum spingeva gli accusati innocenti ad autoaccusarsi per sfuggire alla sofferenza.
«Bisogna ricordare che lo scopo principale del processo e della condanna a morte non è salvare l’anima del reo, ma… terrorizzare il popolo». (
Manuale degli inquisitori di Nicolau Eymerich (il «vangelo» dell’Inquisizione per secoli).

Il modus operandi? Allearsi sempre col più forte, indebolirlo col terrore divino, e mirare al potere temporale. (sono ben note le deposizioni di imperatori, re e principi).

Al momento dell'investitura, gli inquisitori recitavano davanti al Grande Inquisitore una formula che rimase invariata fino al 1820:
"Noi, per misericordia divina inquisitore generale, fidando nelle vostre cognizioni e nella vostra retta coscienza, vi nominiamo, costituiamo, creiamo e deputiamo inquisitori apostolici contro la depravazione eretica e l'apostasia nell'inquisizione di [
qui veniva inserito di volta in volta il nome del luogo dove l'inquisitore veniva mandato] e vi diamo potere e facoltà di indagare su ogni persona, uomo o donna, viva o morta, assente o presente, di qualsiasi stato e condizione che risultasse colpevole, sospetta o accusata del crimine di apostasia e di eresia, e su tutti i fautori, difensori e favoreggiatori delle medesime".

Nel breviario Romano approvato dal Concìlio di Trento a pagina 498 sez. IV. Notturno II. (edizione di Venezia anno 1740) viene riportata una lettera di S. Domenico di Guzman (Calaroga, 1170 – Bologna, 6 agosto 1221 - fondatore dell'Ordine dei Frati Predicatori ) patrono di Torquemada e di Arbuez, diretta a Papa Onorio III, nella quale, con un cinismo spaventevole, egli traccia di sé medesimo un ritratto orribile.
"Beatissimo Padre. Linguadoca, 7 Aprile 1217
Con l'aiuto del Signore, io e miei compagni non cesseremo mai dallo sbarbicare dal campo della chiesa, quest'erba velenosa che merita il fuoco, prima in questa vita poi nell'altra. E per consolare la santità vostra dalle cure gravissime dell'Apostolato le accennerò quel poco di bene che con l'aiuto di Dio (Tieni ben conto lettore di quell' aiuto di Dio ed aiuto del Signore che questi sacrilegi invocano ad ogni momento, facendo complice loro l'Onnipotente e l'infinito!) abbiamo operato in queste infelici provincie tanto desolate dall'eresia. Affrancati dal duca di Monfort già trentasettemila di questi nemici della religione cattolica stanno a bruciare nelle fiamme dell'inferno, e così diradate le nuvole pare che il sole della retta fede cominci a risplendere in queste contrade.

"Il piissimo duca è tanto infervorato dallo zelo cattolico che, dovunque ha sentore si annidino di queste fiere, accorre colle sue truppe e dà loro la caccia. Essi o resistano o fuggano son sempre raggiunti e puniti. Non si usa pietà ai corpi di gente che non ne usò alle anime fedeli, cui uccise col mortifero veleno dell'errore.
Egli li sottopone prima a tormenti per costringere la loro ostinazione a manifestare gli aderenti. È impossibile immaginare quanto lo spirito satanico s'impossessi di loro, e li renda fermi nella infernale impenitenza. Non si lasciano fuggire un accento dalla sacrilega bocca che il demonio chiude con una mano di ferro (Che coraggio! Che costanza! Povere vittime infelici!). Un vecchio, posto alla tortura, e quasi stritolato sotto ad una macina, rideva ed insultava i santi ministri, i quali gli ricordavano l'obbligo della fede.

"Un'altra giovinetta di Belial, alla quale i soldati del Duca in punizione di aver alimentato le carni di un eretico strapparono dall'ossa con una tenaglia quelle carni maledette, sorrideva, metteva dentro le mani alle proprie piaghe e diceva di sentirne refrigerio; sicché i soldati a meglio refrigerarla seguirono per un'ora a rinnovarle quella consolazione senza poterla indurre a manifestare, dove fosse l'iniquo, che essa aveva albergato ed alimentato.

"I poveri soldati sono instancabili nell'opera della fede (Ed anche ciò si chiama disciplina negli eserciti di tutte le età) e la sera dopo la preghiera e dopo innumerevoli meriti acquistati, sono da me benedetti con la papale benedizione che V. S. mi concedette di largire nel suo nome santissimo (Che depravazione! Che sacrilegi!).

"Io crederei, Beatissimo Padre, che a rimunerare in qualche modo la fede ardente del sig. Duca, V. S. dovesse avere la benignità di conferire o a lui, o a suo fratello Don Rodrigo canonico della cattedrale di Tolosa, la sacra porpora la quale egli si ha già acquistato con le sue escursioni tingendola nel sangue maledetto di quegli sciagurati.

"Basta che in questi paesi si senta il suo nome perché gli eretici Albigesi tremino da capo a piedi. Il suo costume è di andare per le corte spacciando in un sol colpo i più arrabbiati. Quanti gliene capitano nelle mani costrìnge a professare la nostra fede con la formola ingiunta da V. S. Se ricusano, li fa battere ben bene mentre che si accende il rogo. Quindi interrogati se si sien pentiti ed ascoltato che no, conchiude: O credi o muori. Li mettono ad ardere a fuoco lento per dare loro tempo di pentirsi, e di meritare l'eterno perdono.

"Alcuno di questi miserabili, benché assai raramente, sullo spirare ha dato segni di ritrattazione e di orrore della morte che meritamente subiva; ed io mi consolavo nel Signore osservando quegli atti che potevano essere indizio di pentimento. Quando più essi si dibattevano tanto più noi godevamo nella speranza che quelle brevi pene fruttassero loro il gaudio eterno, dove speriamo di trovarli salvi nel santo paradiso quando al Signore piacerà di chiamarci agli eterni riposi.

"Intorno poi agli altri che furono sedotti, e perciò meno rei, non si costuma di condannarli subito ma per esercitare con essi quella carità, che il nostro Salvatore comanda, da principio si risparmia loro la vita ed invece si adoprano alcuni tormenti i quali per quanto siano gravi alla carne sono infinitamente più lievi degli altri riserbati allo spirito nelle fiamme eterne.
Si adoprano rotelle, eculei, letti di ferro, stirature, tanaglie ed altre simili mortificazioni del corpo che secondo la legge del nostro Signor G. Cristo dev'essere macerato in terra per averlo glorioso nella vita eterna.
In altra mia mi farò un dovere di rallegrare il cuore della Santità Vostra, con più minuta narrazione di questa opera che il Signore si compiace di fare per nostro mezzo (È veramente il Carnefice, il Dio dei preti).

"Intanto prostrato al sacro piede della S. V. imploro per me e per questi miei collaboratori e compagni, l'apostolica benedizione e mi dichiaro"

Dalla S.V.
Re dei Re e Pastore dei Pastori
l'ultimo dei servi e figli

(Documento pubblicato dalla "Favilla" giornale di Mantova.)

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DOMENICO GUSMAN - (Calaroga, 1170 – Bologna, 6 agosto 1221) fu il fondatore dell'Ordine dei Frati Predicatori ed è stato proclamato santo nel 1234.
Nel 1212, San Domenico - narra la tradizione - durante la sua permanenza a Tolosa, ebbe una visione della Vergine Maria. Per sconfiggere gli eretici la Madonna gli fece dono di un rosario. Da allora il rosario divenne la preghiera più diffusa per combattere le eresie e una delle più tradizionali preghiere dei fedeli cattolici.

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Qui sopra abbiamo accennato a quella che all'inizio è ricordata come Inquisizione Medioevale e come Inquisizione Spagnola. Mentre la "Romana" cioè la Congregazione della Sacra Romana e Universale Inquisizione o Sant'Uffizio (sorta dalla Controriforma e rivolta in primo luogo a contenere le conseguenze della Riforma protestante) fu creata solo nel 1542 da papa Paolo III con la bolla Licet ab initio.
Consisteva di un collegio permanente di cardinali e altri prelati dipendente direttamente dal papa: il suo compito esplicito era mantenere e difendere l'integrità della fede, esaminare e proscrivere gli errori e le false dottrine. A questo scopo fu anche creato l'Indice dei libri proibiti. Il raggio d'azione degli inquisitori romani comprendeva tutta la Chiesa cattolica, ma la sua concreta attività, fatta eccezione per alcuni casi, si restrinse quasi solo all'Italia. Tra i processi famosi celebrati da questo tribunale, quello a carico di Giordano Bruno e il processo a Galileo Galilei.

Dopo quelle nate a partire dal Medioevo, quella Romana non è stata tuttavia mai abolita anche se con la caduta dello Stato pontificio con l'unità d'Italia privò l'Inquisizione delle funzioni repressive prima delegate al braccio secolare, riducendola ad apparato puramente censorio, attento soprattutto a vietare la circolazione di prodotti culturali che l'apparato ecclesiastico considerava contrari alla propria etica. Poi il 29 giugno 1908 da papa Pio X la Romana e Universale Inquisizione fu rinominata in Sacra Congregazione del Sant'Uffizio, e successivamente il 7 dicembre 1965 papa Paolo VI ne cambiò il nome in Congregazione per la Dottrina della Fede ridefinendone i compiti.
Ed è l'unica ancora oggi esistente.

 

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FATTA QUESTA BREVE PREMESSA
LA NOSTRA STORIA DELL'INQUISIZIONE
INIZIA APPUNTO DAL REAME DI CASTIGLIA

( SE SI DESIDERA ANDARE ALL'INDICE GENERALE DEGLI ARGOMENTI DEI 7 LIBRI > QUI > )


STORIA
DELL'INQUISIZIONE

(con la dettagliata descrizione dei fatti, dei periodi, dei luoghi, i nomi condannati alla forca o al rogo)

LIBRO I.

ORIGINE E FONDAZIONE DELL'INQUISIZIONE.

Il reame di Castiglia . La Monarchia spagnola sotto Ferdinando ed Isabella - Il Cid - I « Midejeres » - I privilegi della Chiesa - La terribile vendetta di Donna Maria de Monroy - Gli ebrei ed i mori . . . . L'enunciazione di Gregorio XIII - I « Mozarabi » - I « Muladie » - Gli ebrei ed i convertiti - Persecuzioni e massacri - La « Guerra Sacra » contro los Judios - L'inizio dell'Inquisizione - Il « Fortalicium Fidei » - Francescani e Domenicani - Gelosie ed insidie fra la Monarchia e la Santa Sede - I reami d'Aragona . . . di Navarra - Valencia - Aragona - Catalogna - Le Isole Baleari.

IL REAME DI CASTIGLIA


Difficilmente si potrebbe esagerare nella descrizione delle condizioni confuse in cui si trovò il Reame di Castiglia, quando, con l'unione di Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona, fu realizzata la Monarchia Spagnola. Molte cause contribuirono all'allargamento ed accentuazione delle malvagità congiunte al sistema feudale ed a renderne inefficaci gli scarsi vantaggi. Le guerre condotte contro i Saraceni per la conquista del paese si susseguirono, con brevissime interruzioni, per ben sette secoli e nello stesso tempo infierirono incessantemente le guerriglie interne. La rude attività guerresca esercitata di generazione in generazione attraverso tanti secoli creò una nobiltà feroce e sfrenata, che aggrediva il vicinato e spesso anche il proprio sovrano, con la prontezza e disinvoltura degli stessi Mori.
L'atteggiamento sdegnoso e sprezzante di fronte al proprio sovrano, col quale viene caratterizzato il Cid nelle antiche ballate,é una chiara dimostrazione dei sentimenti che l'alta nobiltà castigliana del secolo dodicesimo nutriva verso il sovrano, ed uno dei grandi cronistorící di quei tempi considera quasi come fatti gloriosi le continue ribellioni dei magnati contro i poteri della Corona.
Nella Spagna i Castigliani non ebbero altro mestiere che il guerreggiare, mentre le pacifiche occupazioni furono lasciate con disprezzo agli ebrei ed ai musulmani soggiogati, chiamati « midejeres » ; essi furono tollerati nel territorio cristiano, dove potevano vivere fra la popolazione, come elemento del tutto appartato. In questo stato di cose non si poté costituire una diligente e prosperosa borghesia sulla quale i regnanti avrebbero potuto fare assegnamento nelle lotte contro i loro potenti vassalli. Tuttavia l'esperimento fu
fatto con l'istituzione della Cortes, assemblea dei rappresentanti di diciassette città, la di cui approvazione era necessaria per promulgare le leggi; i rappresentanti ribelli godevano persino dell'immunità durante lo svolgimento delle loro funzioni. Ciò nonostante le città apprezzarono tanto poco questo privilegio, che sotto il regno di Enrico IV rinfacciarono le spese della delegazione dei rappresentanti. Il sovrano, preoccupato di aumentare il proprio potere, offrì il rimborso delle spese, procurandosi con ciò un pretesto per controllare le elezioni, e sebbene Enrico non godé più tale vantaggio, esso indubbiamente appianò le vie del predominio monarchico sotto Ferdinando ed Isabella, rendendo completamente infruttuosa la rivolta dei Cominidades.

La ribellione di Sancho el Bravo nel 1282 contro il padre Alfonso, segnò l'inizio della decadenza. Egli, per cattivarsi la benevolenza dell'alta nobiltà, accontentò ogni sua richiesta e per ovviare al malcontento sorto dall'imposizione di tributi, mise in vendita la propria tesoreria ed i poderi della corona. Suo figlio Don Pedro fu denominato « il crudele » per le efferate violenze con le quali riuscì a domare la nobiltà ribelle, sebbene con ciò egli promosse l'ascesa al trono di suo fratello bastardo Henry Trastomera, il quale però poté conservare il trono usurpato col fratricidio, solo a costo di nuove concessioni.

Il lungo regno dell'imbelle Juan II, che durò dal 1406 al 1454, fu seguito da quello dell'ancora più debole Enrico IV, al quale si attribuì l'epiteto di «Impotente ». Al Síguro di Tordesillas nel 1439 l'alta nobiltà malcontenta impose vere e proprie condizioni a Juan II; alla dieta di Avita (1465) Enrico fu trattato con massimo disprezzo. La sua effigie vestita di lutto fu fatta sedere sul trono mentre fu letto l'atto di accusa. Anzitutto fu dichiarato indegno di esercitare i poteri reali, mentre Alonso Carrillo Arcivescovo di Toledo gli tolse la corona dal capo. In secondo luogo fu dichiarato indegno di esercitare la giustizia, ed Alvero de Zuniga, conte di Plasencia, tolse dalla mano del fantoccio lo scettro. Indi venne privato della sovranità, mentre Diego Lopez de Zuniga pronunciando frasi beffarde lo spinse giù dal trono.
Così non fu altro che una continuazione del gioco vituperoso il fatto d'aver eletto in successione di Enrico IV il di lui fratello minore Alfonso che aveva appena quattordici anni.
Secondo l'opinione generale, Ferdinando ascese al trono di Aragona al prezzo dell'avvelenamento di suo fratello. il profondamente compianto principe Carlos Viana, mentre Isabella si pro
curava la corona di Castiglia pure a prezzo della morte violenta del principe reale Don Alfonso.

La storia rammenta un fatto caratteristico successo a Donna Maria de Monroy, che col suo matrimonio entrò a far parte della distinta famiglia degli Enriquez di Siviglia. Essa rimase vedova con due figli che mantennero amicizia intima con i due giovani Mancàno, discendenti pure dall'alta nobiltà Sivígliana. Il più giovane degli Henriquez venne a contesa giocando ai dadi coi due Mancàno, i quali lo fecero uccidere dai loro servi.
Più tardi temendo la vendetta del fratello maggiore, gli mandarono un'amichevole messaggio invitandolo ad una partita ai dadi. Quando il giovane seguendo l'invito entrò nella loro casa, fu trascinato in un buio corridoio e pugnalato a morte. Quando portarono dinanzi a Donna Maria i cadaveri mutilati dei figli, essa non versò nemmeno una lacrima, ma l'espressione dei suoi occhi riempì di terrore i presenti.
I giovani Mancàno, montati a cavallo, fuggirono subito riparandosi in Portogallo; ma donna Maria vestita da uomo non tardò a gettarsi sulle loro tracce, con un seguito di venti cavalieri. Le sue spie ben presto scoprirono il rifugio dei fuggitivi; essa fece sfondare le porte entrandovi con dieci guerrieri. I Mancàno invocarono disperatamente aiuto, ma prima che i vicini fossero potuti sopraggiungere, la donna infuriata teneva già nella mano sinistra le due teste recise, allontanandosi al galoppo col suo seguito. Non si fermarono sino a Salamanca, dove la macabra preda fu deposta nella chiesa sopra la tomba dei suoi figli.

Da quel tempo essa divenne nota sotto il nomignolo di « Donna Maria la Brava» mentre il suo atto eroico provocò lunghe e sanguinose discordie fra i Monroy ed i Mancàno.

Donna Maria non era che uno del tipici esempi delle donne svestite d'ogni femminilità di quell'epoca, delle mugeres veroníles, le quali sia sul campo di battaglia, sia nelle discordie fra le famiglie, reggevano al confronto con qualsiasi uomo, per quanto concerneva crudeltà e perseveranza.
Facilmente si potrà immaginare la situazione del popolo accanto a questa alta nobiltà bellicosa e spietata. I campi rimasero incolti, gli agricoltori osarono appena produrre i prodotti necessari ai propri fabbisogni, poiché il raccolto fu per lo più effettuato sotto la minaccia delle spade sguainate, per essere trasportato nei granai dei castelli per costituire riserve di approvvigionamento nel caso d'assedio. Inutile dire che le vie di comunicazione non offrivano alcuna sicurezza al trasporto delle persone e delle merci, poiché ogni
Hidalgo trasformò il proprio piccolo maniero in un ricovero di masnadieri e ciò che non asportarono queste bande fu rubato dai predoni. Dappertutto regnò il più grande disordine. La stima generale verso la Corona diminuì a pari passo con le entrate della tesoreria reale.

Un'avventura del conte Bonavente, divulgatasi e largamente commentata in quei tempi, fornì una prova chiara delle difficoltà che ebbe l'alta nobiltà, persino dopo la salita al trono di Isabella, a rassegnarsi di dover obbedienza al sovrano. Mentre il conte stava passeggiando con la regina, si avvicinò a loro una povera donna che rinfacciò piangendo l'uccisione del marito nonostante la salvaguardia ufficiale. Quando essa mostrò il salvacondotto forato dai proiettili, il conte osservò ironicamente
- Una buona corazza gli avrebbe giovato di più.
Isabella enormemente irritata rispose:
- Forse il conte ha il segreto desiderio che Castiglia non abbia regnante?
- Al contrario, desidererei che magari vi fossero diversi regnanti.
- Per quale ragione?
- Perché allora anche io stesso potrei salire al trono.
In questo caos delle passioni sfrenate e ribelli ad ogni diritto, nemmeno la chiesa ebbe un contegno migliore della nobiltà, che conferì le posizioni dell'altro clero agli indegni rampolli delle proprie famiglie; ma nemmeno il basso clero era composto di elementi migliori, poiché la veste del sacerdote fu considerata soltanto come un mezzo per condurre una vita dissoluta ed oziosa.

In quei tempi il principe Arcivescovo di Toledo era il primate di Castiglia, il quale dello stesso tempo era d'ufficio il tesoriere dell'impero. La rendita annua di tale carica fu stimata ad ottanta/cento mila ducati, ai quali si aggiungevano altri cento mila ducati provenienti dal patronato riservato ad essa. Quando Isabella salì al trono, questa splendida posizione era occupata da Alonso Carrillo, un prelato di carattere bellicoso, il quale si dilettò d'ogni genere di guerreggiamenti ma particolarmente delle guerriglie interne di quei tempi, e non contento della sua enorme rendita, sperperò ingentissime somme in esperimenti di alchimia.
Quando nel 1495 fu nominato principe Arcivescovo il puritano Ximenes, il suo primo atto fu quello di allontanare dalla Cattedrale Francescana di Toledo lo splendido sepolcro di Troil Carrillo, figlio bastardo del defunto primate, eretto accanto all'altare.

Il suo successore interessa particolarmente lo storico, poiché egli fu instancabile nella sua opera che ebbe per scopo la purificazione della fede dall'eresia, che più tardi portò all'istruzione dell'inquisizione.
Con simili uomini nelle più alte cariche della chiesa, non si poteva attendere che il basso clero fosse un modello di devozione, di onestà e moralità, per dare dinanzi agli ebrei e musulmani una forza attrattiva al cristianesimo. Siccome molti sacerdoti non gradivano officiare la Messa, le alte gerarchie ecclesiastiche emanarono un severo ordine che imponeva al clero di dire la Messa almeno quattro volte all'anno, e nel contempo proibiva l'uso delle vesti chiassose.
Ciò nonostante la Chiesa godeva nella Spagna meno privilegi che in qualunque stato cristiano.
L'alto clero della Castiglia non diede evidentemente molta importanza ai diplomi Papali. Così alla Morte di Hernando Luxan Vescovo di Liguenza, avvenuta durante la guerra civile tra Enrico IV ed il fratello Alfonso, la carica rimasta vacante fu presa in possesso da parte di Diego Lopez che si rifiutò di obbedire alle disposizioni della bolla Papale, ricorrendo al grande Consiglio, contro tutti gli ordini del Papa.

La situazione non era cambiata nemmeno sotto il regno del pio Ferdinando il cattolico, quando l'arcivescovado di Saragozza rimase vacante nel 1476 con la morte di Juan d'Aragona, e Ferdinando d'accordo con suo padre Juan domandò al Papa Sisto IV che fosse installato nella sede Arcivescovile il suo figlio illegittimo Alfonso di sei anni.
Il diritto del Papa di nominare gli Arcivescovi si basava sull'antichissimo Palio ed era indiscutibile. Tuttavia quando Isabella nel 1495 nominò Ximenes Arcivescovo di Toledo, si rese evidente che le nomine erano considerate come diritto della Corona, ritenendo naturale il consenso del Papa. Anche nel caso poc'anzi citato la domanda rivolta al Papa non era che una pura formalità, che si rese evidente quando Sisto la respinse senz'altro.
Egli avrebbe ancora chiuso un occhio sull'illegittimità della discendenza, ma l'età di sei anni fu un ostacolo insormontabile; perciò Sisto nominò alla carica Ausias Despuch Vescovo di Montreal nella speranza che Ferdinando ed il di lui padre avrebbero apprezzato i grandi meriti del candidato.
Il Despuch occupò la carica, ma Ferdinando pose immediatamente sotto sequestro tutte le rendite della diocesi di Montreal assegnandole al convento di S. Cristina. Anche Isabella, nonostante la sua devozione, continuò a difendere con
invariata assiduità i diritti della corona di fronte al Papato, quando nel 1482 si rese vacante il Vescovado di Cuenza.

Papa Sisto voleva rivestire della carica un suo cugino genovese, ma Ferdinando ed Isabella dichiararono energicamente che i Vescovadi della Spagna erano riservati esclusivamente agli Spagnoli e che avrebbero provveduto essi alla designazione del prelato. Sisto ribatté che la donazione di ogni prebenda spetta al Papa come luogotenente di Dio. La coppia Reale di Spagna per tutta risposta richiamò i suoi sudditi che stavano al servizio della Corte Papale, e minacciò la convocazione del gran consiglio. L'azione energica costrinse Sisto ad un compromesso, ed egli inviò un legato particolare nella Spagna, ma Ferdinando ed Isabella non cedettero e nemmeno ricevettero il prelato. Di conseguenza era facilmente comprensibile che nell'organizzazione dell'inquisizione non recedettero dal diritto che ogni disposizione personale rimanesse riservata alla Corona.

Uno dei più deplorevoli abusi commessi dalla Chiesa ai danni della Società fu l'ammissione di un gran numero di laici agli ordini religiosi di basso grado, i quali laici potevano esercitare nello stesso tempo a loro beneplacito le occupazioni mondane, e che portarono la tonsura unicamente per poter continuare senza responsabilità i loro eccessi sotto la protezione dell'autorità ecclesiastica.

Tale era la situazione nella Castiglia quando colla morte dell'inetto Enrico IV avvenuta il 12 dicembre 1474, la responsabilità del regno cadde sulla sua sorella Isabella e sul di lei marito Ferdinando. I poteri della Corona erano menomati; il paese devastato dagli incessanti guerreggiamenti interni fra le singole famiglie dei nobili, che erano quasi indipendenti. La fedeltà verso il Sovrano ed il patriottismo sembravano scomparsi per `sempre, mentre erano all'ordine del giorno il tradimento, l'ambiguità ed il falso giuramento. La giustizia andava soggetto ad uno sleale traffico; infierivano sfrenatamente le vendette, non vi era sicurezza né della vita, né del patrimonio. L'organizzazione della società sembrava irreparabilmente caduta in rovina.

Ad aumentare la generale confusione, fu messo in dubbio persino il diritto di successione, nonostante il giuramento di fedeltà prestato ad Isabella nel patto di Parales, quand'era ancora in vita Enrico IV, poiché quest'ultimo non riconobbe per propria figlia la famigerata Juana. Infatti il Re fu ritenuto da tutti impotente, e quando sua moglie Juana diede vita ad una bambina, la paternità fu attribuita al magnate Beltran de la Ceneva ed il reale rampollo venne beffardamente chiamato La Beltraneja.

Sebbene la nobiltà avesse imposto ad Enrico di negare i diritti di sua figlia a favore del fratello Alfonso ed in caso di morte di costui a favore di Isabella, il matrimonio di quest'ultima contratto nel 1469 con Ferdinando d'Aragona lo irritò a tal punto che in tutta fretta fidanzò Juana a Charles principe di Guine, fratello minore di Luigi XI Re di Francia, persuadendo la nobiltà rimastagli fedele, a prestare giuramento di fedeltà a Juana. Prima di morire Enrico riconobbe come legittima la figlia e nel testamento l'indicò quale suo successore al trono. Questo testamento rimase nascosto a lungo, capitando infine tra le mani di Ferdinando che diede ordine affinché fosse bruciato.

 

 

ISABELLA LA CATTOLICA
(1451-1504). Regina di Spagna,
sposa di Ferdinando d'Aragona.
Se ebbe il merito di fornire a Cristoforo Colombo i mezzi per la scoperta del Nuovo Mondo e di ristabilire l'ordine, la potenza e la ricchezza della Spagna, ebbe il torto di consentire allo stabilirsi dell'Inquisizione e favorire la atrocità del Torquemada.

 

 

Isabella divenne di nome e di fatto regina. Ferdinando suo marito, nonostante i rovesci di fortuna, e non abbagliato da splendori e successi, conservò sempre un carattere calmo ed equilibrato che compensava largamente le sue scarse qualità intellettuali. Egli era cauto e previdente, non decideva mai prima d'aver vagliato esattamente tutte le eventualità, e perciò era in grado di colpire nel giusto momento con rapidità e rigore. Non era di natura crudele e non provava piacere del patimento altrui, ma sapeva essere spietato se lo esigeva il suo interesse. Avendo un carattere freddo e riservato cercò di destare piuttosto timore che simpatia, seppe scegliere bene i suoi servitori, e la suo profonda conoscenza degli uomini e dei caratteri gli fu di grande utilità durante il suo regno. Generalmente venne accusato d'avarizia, ma la tesoreria trovata vuota dopo la sua morte dimostrò chiaramente che il desiderio di accumulare non era che un mezzo per poter realizzare gli scopi prefissati. La sua devozione religiosa fu sincera; con molta saggezza egli riconobbe la grande forza morale della religione, e se ne valse. Frenò la dissoluta nobiltà Castigliana, e mettendo i loro istinti guerreschi al servizio d'una causa sacra ridonò la pace interna al suo paese: siccome si mise personalmente a capo dell'esercito si fece stimare dai Castigliani che del resto lo odiavano per la sua origine aragoniana.
Dopo più di cent'anni, fu il primo regnante di Castiglia che condusse l'esercito vittorioso contro gli infedeli, per cui il risvegliato orgoglio nazionale ed il fanatismo religioso gli garantirono la superiorità necessaria ad un regnante, il che venne a mancare completamente sino dalla morte di Pedro lo spietato, durante il regno di discendenti bastardi.

Con questi mezzi e non con l'inquisizione Ferdinando avviò quell'evoluzione che trasformò la Spagna feudale in un reame monarchico. L'opera della sua vita fu coronata da successo in quanto egli riuscì a sollevare la Spagna dall'oscurità e metterla alla testa degli stati Cristiani dell'Europa.
Nella sua carriera ricca di successi, gli era degna compagna la regina Isabella che, pur non meritando l'esagerata glorificazione che idealizzò la sua figura, seppe adattarsi perfettamente all'ambiente in cui doveva vivere, tanto più che avendo passata l'adolescenza in mezzo a continue discordie interne, durante le quali più d'una volta la sua sorte fu molto incerta, ebbe temperato il carattere di tratti virili. Fisicamente e moralmente coraggiosa, fiduciosa di sé, era capace di prendere rapide decisioni e di sopportare responsabilità, sotto il peso delle quali indubbiamente si sarebbero infrante le persone d'una natura più debole. Con una straordinaria abilità seppe conservarsi la posizione di fronte alla nobiltà turbolenta che non rispettò né il rango, né il suo sesso femminile e che si piegava solo dinanzi ad una volontà più forte. La regina non sarebbe stata quelle che era senza il sacrificio della propria tenerezza femminile; per cui attirò le accuse di crudeltà ed implacabilità su di sé. Ma non poté essere pietosa quando ebbe il compito d'imporre l'ordine ed il rispetto della legge agli elementi selvaggi e sfrenati che gozzovigliavano in quei tempi nella Castiglia. Tuttavia non fece spargere del sangue per puro diletto, e seppe anche perdonare se qualche interesse politico lo esigeva. Aveva un'attitudine particolare per accattivarsi la simpatia delle persone di sua fiducia, come lo dimostrano le lettere intonate alla più squisita grazia femminile dirette al suo confessore Hermando de Talavera.

Come qualità meno lodevole può essere menzionato il fatto che amava enormemente la pompa ed il lusso, specie nell'abbigliamento, non risparmiando alcuna spesa per conservare in tutte le circostanze l'esteriorità della dignità regale, ad onta delle incessanti difficoltà della tesoreria e degli onerosi tributi che gravavano sul popolo. Una volta mentre Ferdinando giocava alle carte coi suoi grandi, l'ammiraglio di Castiglia, fratello di sua madre, lo chiamò ripetutamente « caro nipote ».
Isabella stava spogliandosi in una delle camere interne, ma appena udito questo termine indossò presto un abito, e sporgendo il capo da una porta della sala da gioco disse all'ammiraglio
- La prego di non dire cose di questo genere, poiché il re non ha né parenti né suoi pari; il re ha solo dei vassalli e servitori.

Fu profondamente e sinceramente religiosa; ebbe una illimitata fiducia nelle persone chiamate a dirigere la sua vita spirituale, che non scelse fra gli arrendevoli ecclesiastici della corte, ma fra quelli più rigorosi ed inesorabili. A questo fatto era dovuto in parte il suo fanatismo religioso che la indusse a compiere la strage fra il suo popolo. Osservò scrupolosamente gli ordinamenti della Chiesa, recitando preghiere a tutte le ore, ed il suo biografo assicura che essa abbia vissuto una vita più meditativa che attiva.

Isabella riconobbe che il modo più sicuro di stroncare il disordine divulgatosi nel paese era la rigida applicazione delle leggi. Perciò non appena lo svolgimento favorevole della guerra le permise di occuparsi degli affari meno urgenti, iniziò immediatamente la realizzazione dei suoi propositi. Con l'aiuto della nobiltà fedele il potere reale divenne presto sensibile, dando un notevole sostegno morale ai rappresentanti del sovrano. Quarantasei manieri di briganti furono demoliti e quindicimila banditi ed assassini fuggirono dalla provincia che divenne pacifica ed ordinata, specialmente quando nel 1486 fu visitata personalmente da Ferdinando e Isabella.
La giustizia zelante ed efficace non soltanto creò ordine nella vita pubblica, ma aumentò il prestigio ed il potere della corona, mentre oppresse la nobiltà e conciliò il popolo. In questo consolídamento ebbe una parte preponderante l'istituzione chiamata Santa Hermandad.
Questa era un'associazione fraterna per la conservazione della pace e della giustizia nel paese. Non era una formazione nuova. Essa fu ideata nel 1282, durante i disordini provocati dalla ribellione di Sancho IV contro il padre, dai partigiani di esso. Tuttavia nella situazione turbolenta di quei tempi, l'organizzazione non poté ottenere un carattere di stabilità. Vent'anni dopo, durante i disordini avvenuti durante il regno di Enrico IV venne fatto un altro esperimento di riorganizzazione in quanto il popolo tormentato assoldò 3000 cavalieri per garantire il traffico sulle principali vie di comunicazioni. Il movimento diretto contro la nobiltà godeva di una grande popolarità ed il re lo salutò come aiuto di Dío col quale i poveri venivano difesi di fronte ai potenti. Quando nel 1479 Alonso Carrillo aizzò nuovamente il re del Portogallo all'occupazione della Castiglia, uno dei suoi argomenti principali fu il risentimento provocato dalla commisurazione di nuove imposte ordinate da Isabella e Ferdinando per poter far fronte alle spese di mantenimento della cavalleria della Santa Hermandad. Nello stesso anno la cortes di Saragozza autorizzò Ferdinando ad introdurre l'istituzione della Santa Hermandad anche nell'Aragona.

L'organizzazione della Santa Hermandad, paragonabile ad una polizia a cavallo, si estendeva ormai in tutto il regno, e fu sorvegliata personalmente da Isabella. Il comandante fu il principe di Víllahermosa che nominò i capitani e diresse le squadre nelle regioni minacciate da disordini. Ciascun centro popolato designò due Alcadi, uno dalle fila dei nobili, l'altro dal popolo, commisurò imposte a copertura delle spese. Gli Alcadi assoldarono i quadríllero, ossia i soldati semplici, e si riunivano in assemblea giudicando sommariamente i malfattori. Il diritto di ricorso spettava soltanto al re.
L'organizzazione divenne poi di carattere permanente e da essa si é sviluppata la « guardia civil » tutt'ora esistente.

La corona acquistò così man mano un potere illimitato ed anche nei più lievi disordini fu possibile ricorrere al suo intervento. Chi volesse attribuire tali rafforzamenti dei poteri reali all'influenza dell'inquisizione commette un grave errore d'interpretazione degli insegnamenti della storia.
Tuttavia non era possibile che un sovrano di larghe vedute come lo fu Ferdinando, ed una regina dalla devozione religiosa di Isabella, ristabilito una volta l'ordine nella Castiglia, trascurasse a lungo le questioni religiose, che secondo i concetti medioevali formavano la base dell'ordine sociale. Effettivamente vi erano numerose questioni religiose che attendevano una sistemazione, e che dal punto di vista dei cattolici di anima sensibile potevano considerarsi più urgenti della stessa sicurezza della vita e dei beni. Per poter comprendere meglio l'intricata situazione è necessario occuparci più particolareggiatamente dei rapporti che intercorrevano fra le varie razze che formavano la popolazione della penisola Iberica.

GLI EBREI ED I MORI


Le molteplici contrarietà sofferte dagli ebrei da quando il cristianesimo ottenne il predominio in Europa, giustamente rimarranno una vergogna perenne degli inquisitori. Le innumerevoli perversità umane che ricorda la storia, sono largamente superate dal tentativo di giustificare, con malvagio istinto umano, sotto la maschera del dovere, la Chiesa, la quali, per quasi millecinquecento anni, nel sacro nome di Colui che morì per l'umanità, seminava dovunque discordia ed intolleranza.
Sotto la legge canonica gli ebrei avevano appena diritto di esistere e vivevano quasi in schiavitù. Papa Gregorio XIII ancora nel 1581 dichiarò chi il peccato della razza ebrea era quello di aver rinnegato e crocifisso il Cristo, e che quella colpa diventa sempre più grande nel corso delle generazioni condannando la razza ad una estrema schiavitù.
Questa enunciazione di grandi portata fu anche registrata in un'appendice del Corpus Juris. Quando il Paraux all'incirca nella stessa epoca tentò di giustificare l'espulsione degli ebrei dalla Spagna avvenuta nel 1492, non ebbe difficoltà a riferirsi a certe leggi canoniche, con le quali cercò di dimostrare che Ferdinando ed Isabella avrebbero avuto il diritto di sequestrare i beni degli ebrei scacciati ed anche vendere gli ebrei stessi come schiavi.

Papa Gregorio XIII era però un uomo di troppo gran stile per approvare le odiosità chi si divulgavano sempre più, anzi quando a Napoli qualche fanatico tentò di disturbare la festa degli ebrei li richiamò severamente all'ordine con la motivazioni che in questo modo non sarebbero mai riusciti a convertirli.
Il più grandi uomo della chiesa di quei tempi fu Isidoro di Siviglia, la di cui carriera di quarant'anni ebbe inizio con la rivoluzione cattolica; egli fece di tutto, per promuovere e giustificare la persecuzione degli ebrei.
Viceversa i Saraceni conservarono i loro ordinamenti, stabiliti all'occupazione da una parte della penisola Iberica, e non fecero nemmeno un tentativo per convertire i loro sudditi cristiani all'islamismo. I Mozarabi, ossia i sudditi cristiani dei Saraceni e Mori, godevano d'una posizione assai più sfavorevole sotto il califfato di Cordova, che non sotto il dominio dei regnanti gotici.

L'esercito Musulmano ebbe più di una volta comandante Mozarabo, anzi, furono essi a costituire la guardia del corpo del sovrano ed in numerosi casi occuparono le più alte cariche della gerarchia statale. Avvenivano molti matrimoni misti ed anche conversioni da una religione all'altra, ma più tardi, quando qualche Mozarabo fanatico mise a dura prova la tolleranza musulmana screditando apertamente l'Islam, i musulmani cominciarono a perseguitarli e questa persecuzione degenerò in sanguinosi conflitti sotto Abderrahm II e Maometto I. Fra le vittime fu anche S. Eulogio, che nell'859 patì il martirio.

L'estensione sempre maggiore del territorio cristiano diminuì di numero quello dei Mozarabí. Anche i Muladíe, ossia i cristiani convertiti, formarono una parte importante della popolazione Mora. Durante l'occupazione dei Mori, come vedremo più tardi, grandi masse di cristiani divennero apostati. Gli schiavi per ottenere la liberazione ed i cittadini per sottrarsi alle onerose imposte. Tuttavia gli Arabi ed i Berberi non si fidarono di essi, e li vessarono continuamente; ciò portò a frequenti ribellioni ed a sanguinosi conflitti. Dopo numerose sollevazioni infruttuose finalmente nell'85 i Muladie riuscirono ad ottenere il sopravvento a Toledo, conservando la loro indipendenza per ottanta anni.
La conversione da una religione all'altra era un sintomo caratteristico di quei tempi, quando la diversità delle religioni avevano minor importanza degli scopi politici. Nelle incessanti guerriglie interne il cristianesimo si frammischiò completamente nella popolazione musulmana. Durante l'assedio di Granata, nel 1162 í due luogotenenti del comandante moro Ibn-Merdanich, erano figli del conte Urgel e nipoti di Alvas Fanes, l'uomo preferito dal Cid.

Mentre la Spagna Saracena segnò una tale promiscuità di razze, la situazione non era migliore nemmeno negli stati cristiani. In generale l'evoluzione storica della Spagna é caratterizzata dai continui miscugli delle razze Spagnola e Mora. Lo stesso Cid fu piuttosto musulmano che spagnolo, sebbene Filippo abbia tentato di ottenere la sua beatificazione. Nella carriera avventurosa del Cid si denota il fatto che tanto gli eserciti aggressori come quelli difensori erano costituiti da una promiscuità di cristiani e Mori ed è impossibile determinare una causa sia religiosa sia di diversità di razza nelle continue lotte.
Alfonso IV Re di Castiglia sconfitto dal fratello Sancho II cercò rifugio a Toledo, contraccambiando poi l'ostilità con la conquista della città e del regno. La sua corte aveva un'impronta semi-orientale; egli stesso imparò la lingua araba ed ospitò poeti e filosofi Saraceni. Pedro lo spietato si valse ripetutamente delle schiere more nelle sue lotte contro Enrico Testamera. Anche Enrico IV venne accusato di essere entrato nel 1464 nel paese con un grande esercito di mori che commettevano delle atrocità contro i cristiani.

Tutte queste alleanze e traffici erano in netto contrasto con gli ordini della Chiesa che ingiunse agli ecclesiastici di bollare ogni domenica dal pulpito, di scomunicare ed anche di mettete in schiavitù tutte quelle persone che rifornivano di materiali e di approvvigionamenti l'esercito moro o prestavano servizio ad esso come piloti o guide. Invano Gregorio XI diede ordine che tutti i cristiani che difendevano i Saraceni o davano loro asilo sono da perseguitarsi dall'inquisizione come eretici. Nonostante la parola tonante della Chiesa, i commercianti continuavano le loro speculazioni e la nobiltà continuò a stringere alleanze offensive e difensive con gli infedeli.
Perciò era logico che col progredire dell'occupazione si trattasse con maggior indulgenza i Mori che non i cristiani. Durante le scorrerie o quando si procedette all'occupazione d'una città, l'esercito vittorioso non esitò a decimare la popolazione, ma se questa si fosse arresa avrebbe potuto ottenere il permesso di rimanere sul posto e di conservare la religione e le proprietà. Così si formò un ceto nella popolazione, il di cui componenti si chiamarono mindezarí. Il libero castigliano che si occupò esclusivamente di attività guerresche, fece sbrigare le sue faccende commerciali ed agricole in gran parte dagli schiavi, ma gli affari più importanti furono affidati sempre ai míndezari, cioè agli ebrei e mori liberi. Di conseguenza il lavoro divenne il contrassegno delle razze considerate inferiori e fu ritenuto incompatibile con la dignità del libero spagnolo.

Più tardi però, quando il bigottismo provocò l'espulsione di queste razze diligenti ed operose, l'agiatezza della Spagna crollò di colpo.
Una saggia politica avrebbe dovuto consigliare l'amalgamazione e fusione delle singole razze, ciò che avrebbe promosso la campagna di conversione al cristianesimo. Tuttavia gli ebrei e mori convertiti erano particolarmente favoriti dal legislatore. Furono revocate le leggi dei mori, che ripudiavano l'apostata e si punì severamente coloro che bollarono questi convertiti chiamandoli Tornadízo o rinnegati.

La chiesa fu intransigente nella sua decisione di liberare immediatamente i prigionieri mori che invocavano con sincerità il battesimo. i Domenicani ed i Francescani ottennero l'istruzione di penetrare dovunque gli ebrei o mori avessero tenuto assembramenti, e di costringerli anche colla violenza ad ascoltare le loro prediche.
Era ovvio che questa politica, con la quale fu possibile guadagnare grandi masse al Cristianesimo, avrebbe avuto un successo ancora maggiore se nessun ostacolo si fosse opposto alla fusione delle razze. Quante miserie e quante disgrazie si sarebbero potuto evitare! Ma era del tutto impossibile in quei tempi, estendere i sentimenti di umanità sino a quel punto; come si vedrà in seguito, la Chiesa fece ogni sforzo per tenere lontani i Cristiani dalle altre razze, sotto il pretesto umiliante, che essa avrebbe perduto più anime di quante ne avrebbe potuto acquistare. Del resto da entrambe le parti si manifestava una reciproca sfiducia che rendeva desiderabile il distacco delle razze. Già all'inizio della riconquista del paese si cominciò ad adottare il provvedimento di assegnare un quartiere isolato ai mori nelle città occupate. Da queste colonie si sono costituite più tardi, nei grandi centri, le Moreria dove si stabilirono i Mudejari.

Dal punto di vista finanziario ed industriale i Mudejari costituivano un elemento molto prezioso della popolazione. Gli introiti che essi facevano pervenire alle casse dello Stato formavano la parte più sicura delle imposte. La provincia di Valencia, fittamente popolata di Mudejari, era calcolata per una delle più ricche d'Europa, grazie alla sua ingente produzione di canne di zucchero, olio e vino. Le industrie della seta e del cotone erano perfeziona- tissime, la porcellana e le marocchinerie non avevano pari in tutta l'Europa. Erano pochissimi i mendicanti fra i Mudejari, come pure rare le liti, poiché essi sistemavano per lo più in via amichevole le loro controversie.
Tutto ciò dimostrava che l'infedele convertito al Cristianesimo e trattato con pazienza e benevolenza, diventava un'ottimo cittadino. Disgraziatamente la Spagna non poté raggiungere il completo sviluppo di questa classe operosa, perché i coscienziosi ecclesiastici del Medio Evo, consideravano l'infedele un compagno di Satana.
La mentalità ecclesiastica di quei tempi era vivamente caratterizzata dalla missiva che Papa Clemente IV diresse nel 1266 a Gio
vanni d'Aragona, con l'ordine perentorio di scacciare immediatamente i Mudejari da tutte le sue province. Fortunatamente però l'esagerato bigottismo del Papa, non trovò nella Spagna un fertile terreno, poiché in quei tempi la Chiesa seguiva ancora una politica di pacificazione.

Solo nel 1482, sotto il regno di Ferdinando ed Isabella, si procedette all'applicazione del canone ecclesiastico di Weimar, con una tal violenza da provocare le proteste persino del Sultano della Turchia.
Ciò nonostante la Chiesa Spagnola avviatasi una volta su questa pericolosa china, continuava ad insistere con la massima energia.
Venne ritenuto necessario di vietare agli ebrei, i quali dai tempi più remoti esercitavano le cure mediche, di curare i Cristiani, sebbene essi avessero avuto una speciale attitudine. Così per esempio il medico ebreo di Carlo il Calvo, lo scienziato Zodechia, godeva di una fama che oltrepassava i confini del paese. Tuttavia tanto l'alta nobiltà, quanto l'alto clero, non appena colpiti da qualche male, continuavano ad affluire dai medici ebrei, anche se li consideravano semplici esorcizzatori. Naturalmente la Chiesa vedeva di malocchio questo fatto e non tardò ad ordinare ai suoi fedeli, di non far uso delle medicine preparate dagli ebrei, che sarebbero solo dei veleni, coi quali gli astuti israeliti avrebbero voluto sterminare i Cristiani.

Si vedrà in seguito che questo sforzo della Chiesa ebbe per risultato il ravvivamento del fanatismo e del desiderio di saccheggio e la soppressione dei rapporti amichevoli che esistevano da molto tempo fra i Cristiani e gli Ebrei della Spagna. Le leggi che caratterizzavano il quindicesimo Secolo, sebbene troppo spietate per poter essere integralmente applicate, provocavano tuttavia la bollatura delle disgraziate vittime e rendevano loro insopportabile la vita. Ciò riguardava particolarmente gli ebrei, i quali rimanevano maggiormente colpiti dalla malignità degli ecclesiastici.

 

GLI EBREI ED I CONVERTITI


Come abbiamo visto, la Chiesa, negò agli ebrei, col pretesto della colpa degli avi, qualsiasi diritto, salvo quello di esistere. Papa Stefano VI scrisse all'arcivescovo di Narbonne, di aver appreso con mortale angoscia la notizia che venne permesso a questi nemici di Dio il possesso di terre, e che i Cristiani mantenevano con essi rapporti commerciali e rendevano loro dei servizi.
Papa Alessandro III, attenendosi agli antichi regolamenti, concedette agli ebrei la riparazione delle loro sinagoghe, vietando solo la costruzione di nuovi templi.
Papa Clemente III, dava testimonianza di eccezionale umanità, prendendo la difesa degli ebrei, vietando le conversioni violente e la profanazione delle loro funzioni religiose e dei loro cimiteri. Tutto ciò fu mantenuto in vigore e codificato da Papa Gregorio IX.

Tuttavia più tardi il popolo venne sobillato contro gli ebrei, come emerge da una lettera di Papa Innocente III, diretta la conte di Nevers, che diceva testualmente: « Sebbene non sia necessario il massacro degli ebrei, contro i quali grida il sangue di Gesù Cristo, bisogna disperderli sulla terra come eterni pellegrini, affinché, con la traccia dell'infamie sul volto, vadano in cerca del nome sacro di Gesù Cristo ».
Naturalmente sotto un simile stimolo, non si usavano molti riguardi con questi esiliati, non appena l'ardore religioso lo esigeva. Quando i saraceni nel 1009 occuparono Gerusalemme, distruggendo la Chiesa ed il Sacro Sepolcro, la furia e l'indignazione di tutta l'Europa fu così grande, che enormi masse di ebrei dovettero cercare riparo nella conversione alla religione cattolica.
In Inghilterra nel 1210 Re Giovanni fece imprigionare e torturare gli ebrei, esempio che fu seguito anche da suo nipote
Edoardo I, e solo sotto Cromwell fu permesso loro il ritorno nel paese.

Prima che venissero organizzati i sacri ordini dei cavalieri della croce per la riconquista della Terra Santa, zelanti crociati iniziarono la guerra contro i Saraceni, dichiarandosi scandalizzati della grande libertà che godevano ancora nella Spagna gli ebrei. In quei tempi la Chiesa spagnola non era ancora contaminata dall'odio di razza, ed i Vescovi frequentemente alzavano la parola in difesa delle vittime. Per questo fatto ottennero anche l'elogio di Papa Alessandro II, il quale dichiarò che le persecuzioni sorgono da dissennata ignoranza o da odio cieco. Se il trono di San Pietro fosse stato sempre sì degnamente occupato, il mondo sarebbe rimasto risparmiato da infinite miserie e la storia del Cristianesimo non sarebbe insudiciata da ripugnanti pagine.
Quando lo spirito delle Crociate si propagò anche nella Spagna, e Bernardo Arcivescovo di Toledo nel 1108 si mise alla testa dei crociati, l'esaltazione religiosa avvampò poderosamente. Il popolo fanatico si gettò contro gli ebrei, organizzando dei massacri. La sforzo di Alessandro IV, per frenare questi eccessi fruttò solo un temporaneo rimedio, in quanto dopo la sua morte, avvenuta nel 1109, si rinnovarono le persecuzioni ed Abravanel dichiarò che in quel tempo fuggirono dalla Spagna più ebrei, di quanto Mosé non abbia condotti fuori dall'Egitto.

Però tutte queste persecuzioni non influivano ancora disastrosamente sulle condizioni di vita degli ebrei. Sotto il lungo regno di Fernando, nonché sotto quello di Alfonso di Castiglia e Jaime d'Aragona, i servigi degli ebrei furono compensati con un'aumentata benevolenza e difesa da parte dei sovrani. Ma all'orizzonte si accumulavano già nuvole minacciose, e così il Regno di Alfonso segnò il culmine del benessere degli ebrei.
Nel 1263 il padre domenicano Pablo Christia, un ebreo convertito, sfidò ad una disputa il più dotto rabbino di quei tempi, Mosek Aben Najman. La disputa terminò con la vittoria di questo ultimo, ed allora il padre Pablo sfidò un altro celebre ebreo di nome Rabbi Ben Astruch, che accettò la sfida a condizione del diretto patrocinio di Re Jajme. Sembra che questo fatto fosse stato riferito. anche a Papa Clemente IV, che, indignatissimo, ordinò a Jajme di scacciare gli ebrei dal paese, ma soprattutto di stabilire un esempio con Rabbi Ben Astruch.
I Domenicani incoraggiati dall'atteggiamento del Papa, inco
minciarono ad incitare la popolazione contro gli ebrei con un tal ardore, che Jajme fu costretto a prenderli in difesa.

Dopo la morte di Jajme, nel 1276 gli ecclesiastici stimarono maturato il momento di precedere, in obbedienza a Papa Clemente IV, con raddoppiato furore, alle forzate conversioni degli ebrei. Infatti il Papa ordinò ad essi di compilare un elenco con i nomi degli ebrei che avessero rifiutato l'acqua santa, riservandosi di prendere personalmente le opportune disposizioni nei confronti dei renitenti.
In quest'epoca funzionava già nell'Aragona l'inquisizione.

Sebbene la Castiglia non avesse seguito molto presto l'esempio dell'Aragona, le tracce d'una sistematica persecuzione degli ebrei erano rinvenibili già nel 1307 anche in quel paese. Furono infatti emanati ordini che vietavano alle donne cristiane di allattare bambini ebrei, ed agli ebrei l'uso dei nomi cristiani; ma la Chiesa inveiva soprattutto contro l'abbigliamento lussuoso degli israeliti.
Si può dunque constatare che in questa epoca ebbe inizio la lunga lotta, che, nonostante la meravigliosa resistenza, finì con la completa distruzione degli ebrei spagnoli. È vero d'altronde che furono gli ebrei stessi ad attizzare l'odio della Chiesa con lo sfoggio di uno sfarzo esagerato, con l'usura e con il loro atteggiamento nei pubblici uffici.
Quando la borghesia aveva bisogno di denaro per pagare le imposte, o per l'acquisto di semi, era ovvio che si rivolgesse agli ebrei che si occupavano largamente di ogni genere di affari finanziari, assorbendo gran parte del denaro circolante, fatto che contribuì non poco al generale odio che si manifestava sempre più contro di essi.
Invano fu emanato nel 1348 dagli Alcala l'ordine che vietò tassativamente l'esercizio dell'usura, indistintamente agli ebrei, ai mori ed ai cristiani; gli affari di questo genere continuavano a fiorire.

A Navarra si ebbero i primi presagi della futura strage. Vi regnavano in quel tempo principi francesi e dopo la morte di Charles le Bel, avvenuta nel 1328, Pedro Olligoyen, un fanatico francescano eccitò con abile eloquenza il popolo contro gli ebrei, incitandolo a massacri e saccheggi. La tempesta si scatenò all'Aljama di Estelle, il primo marzo dello stesso anno, propagandosi rapidamente in tutto il paese. Non si risparmiò né donne, né bambini ed il numero delle vittime ascese a circa diecimila individui. Questi avvenimenti ebbero per conseguenza l'emigrazione in massa degli ebrei, alla quale Charles le Mauvais cercò di porre argine, permettendo l'acquisto dei beni degli israeliti soltanto in base ad uno speciale decreto reale.

Nello stesso tempo nella Castiglia e nell'Aragona i massacri degli ebrei furono provocati dall'epidemia del vaiolo, sebbene questa avesse infierito nella Spagna con minor violenza rispetto agli altri paesi dell'Europa.
Papa Clemente VI fece del suo meglio per dimostrare quanto fosse assurda l'insinuazione che il vaiolo infierisse soltanto nei paesi nei quali risiedevano ebrei. Egli diede severo ordine a tutti i Vescovi di proclamare il divieto di uccidere e di maltrattare gli ebrei con questo pretesto, sotto pena di scomunica della Chiesa. Fu questo un ammonimento molto opportuno e degno d'un uomo che doveva parlare a nome di Cristo, tuttavia esso era di scarso effetto, poiché non valse a diminuire il fanatico incitamento esercitato da molti anni.

Abbiamo già visto che l'attività legislativa di quell'epoca seguiva una tendenza sempre più sfavorevole agli ebrei. L'avvento al potere della Casa Trastamera determinò un notevole aggravamento della loro posizione già penosa. La Chiesa ebbe un maggior campo per lo svolgimento della sua attività sobillatrice, mentre i gabellieri ed usurai ebrei contribuivano non meno ad alimentare se non giustificare l'odio generale che si manifestava sempre più contro di essi.
Ferran Martinez, il famigerato principe Arcivescovo di Ecija e Pedro Barrosso, Arcivescovo di Siviglia, erano due uomini dalla volontà inflessibile, ma nello stesso tempo erano molto dotti ed universalmente stimati perché accanto al loro zelo religioso svolgevano anche un'attività benefica, particolarmente con il mantenimento dell'ospedale Santa Maria di Siviglia. Disgraziatamente entrambi erano fanatici antisemiti, che nelle loro prediche aggredivano con infuriato ardore gli ebrei.
L'aljama di Siviglia, che era la più grande in tutto il paese presentò ricorso al Re. Enrico Trastamera sebbene egli stesso non potesse soffrire gli ebrei, per ragioni finanziarie diede severo ordine al Martinez di smettere le agitazioni. Quest'ultimo non obbedì e l'aljama chiese ancora protezione da Roma. Tuttavia il Martinez, tenne poco conto, sia delle ammonizioni del Papa, sia dei rimproveri del Re e continuò la campagna antisemita con un fanatismo ancora aumentato.

Se ci siamo soffermati più a lungo sulla « Guerra Sacra contra los Judios » come il Villanova chiama questi massacri, é stato perché essi rappresentano un periodo decisivo nella storia di Spagna.
Il risultato più deplorevole di queste carneficine é stato che la Chiesa é riuscita a creare l'abisso che da tanto tempo desiderava, fra le singole razze.

In realtà l'iniziatore dell'Inquisizione fu il principe Arcivescovo di Ecija.
La nuova classe sociale formatasi in seguito ai massacri, cioè quella degli ebrei convertiti, venne chiamata col nome di « nuovi cristiani », « massano » o « banvarso »; come abbiamo visto la legge proteggeva in ogni circostanza i convertiti che erano considerati socialmente pari al resto della popolazione, ciò che verrebbe a confermare che fino a quel momento esistevano solo differenze di religione e non di razza.
Il fulcro di questa accanita campagna di conversione era San Vincente Ferror la cui fervente eloquenza accese l'animo dei popolo ed ebbe per conseguenza nuovi massacri. Ad ascoltare le concioni del sant'uomo accorrevano in massa individui di ogni nazionalità: mori, greci, tedeschi, francesi, italiani ed ungheresi lo comprendevano del pari. Tale era l'uomo instancabile che percorrendo l'intera Spagna, annunciava con fervido ardore il Verbo, convertendo al Cristianesimo migliaia e migliaia di persone. In un solo giorno battezzò a Toledo quattromila ebrei. Persino dei dotti Rabbini si sottomisero dinanzi a questa campagna ed abbracciarono il Cristianesimo; nulla di' più naturale che questi rinnegati guardassero poi con odio acceso quegli ebrei che erano rimasti irremovibilmente fedeli alla loro religione.

Fu un certo Nicola de Rupella, un ebreo convertito, che promosse nel 1236 la lunga crociata contro il Talmud, dimostrando a Papa Gregorio IX che il sacro libro degli ebrei conteneva ogni genere di imprecazioni contro il Redentore.
In tal modo la situazione degli ebrei peggiorava continuamente. Nel 1410 quando la Sovrana Reggente Caterina si recò a Segovia si sparse la voce di un tentativo da parte degli ebrei di oltraggiare il Santissimo. Donna Caterina indagò severamente sull'avvenimento in cui era coinvolto uno dei più autorevoli medici ebrei, don Mayr, il quale sottoposto a tortura confessò di avere, non soltanto oltraggiato il Santissimo, ma anche di aver avvelenato il Sovrano defunto, il quale era stato affidato alle sue cure. I colpevoli furono squarciati e trascinati lungo le vie della città, mentre la Sinagoga veniva consacrata come chiesa cristiana, prendendo il nome di « Corpus Christi » ; e ancora oggi una processione annuale commemora il fatto.
I convertiti videro aprirsi dinanzi a loro nuove possibilità per soddisfare ampiamente le loro ambizioni. Sicuri di se stessi e forti della loro intelligenza superiore, si impossessarono delle più alte posizioni alla Corte, nella Chiesa e nel Governo.
Ben presto gli
ebrei convertiti furono in relazioni intime con le più nobili famiglie della Spagna, le quali non esitarono neppure ad imparentarsi con questi nuovi cristiani. I casi più salienti furono quelli delle orgogliose famiglie dei Lima, Mandoza e Villa Hernusa.

Nel 1446 a Lope de Barríentos, Vescovo di Ceuenca, fu sottoposto un documento comprovante che, fra l'altro, persino la famiglia degli Henriquez, dalla quale discendeva il cattolico Ferdinando, era d'origine ebraica.

Lo stesso fenomeno si riscontrava anche nella Chiesa: Juan de Torquemada Cardinale di San Sisto e di conseguenza anche suo nipote, primo capo inquisitore, erano di origine israelita, come pure Diego Deza, secondo capo inquisitore e Hernando de Talavera, Principe 'Arcivescovo di Granada.

Sotto Ferdinando ed Isabella la situazione degli ebrei peggiorò ancora notevolmente. Si risvegliò nel popolo lo spirito di oppressione attizzato continuamente dalle incessanti accuse dei frati.
Sotto le continue vessazioni gli ebrei erano decimati e la loro situazione finanziaria peggiorava. Il lavoro di Martinez e di San Vincente Ferrer cominciava a dare i suoi frutti. Evidentemente si tendeva alla distruzione completa della religione ebraica, come si vedrà in seguito, mentre ora ci soffermiamo sui rinnegati che per evitare la tempesta si salvarono convertendosi alla fede dei loro oppressori.
Il continuo aumento numerico dei convertiti contribuiva alla realizzazione dello scopo dei propagandisti cristiani tanto più che i nuovi cristiani acquistavano gloria e censo.
Tuttavia il continuo aumento numerico dei convertiti e l'aumentare della loro potenza e censo attiravano l'odio e l'invidia della popolazione. Il principio della decadenza si verificò a Toledo nel 1449, quando Alvaro de Luna, per aver difeso le mura della città, chiese al popolo la somma di un milione di « maravedi », pretesa che fu nettamente respinta. De Luna mandò allora i suoi gabellieri per incassare di prepotenza. Questi erano tutti dei convertiti e quando tentarono di riscuotere con la forza, il popolo si sollevò contro di essi saccheggiando ed incendiando e loro case. I convertiti si radunarono per difendersi, ma furono sconfitti; i ricchi furono imprigionati e torturati e soltanto dietro un enorme riscatto rimessi in libertà. Invano Juan II tentò di punire la città; la cittadinanza vittoriosa dichiarò che i convertiti non avrebbero più potuto coprire uffici pubblici. Nonostante l'evidente illegittimità di tale deliberazione fu enunciato sotto la presidenza di Lope de Barrientos Vescovo di Cuenza nella famosa « Sentencía Estatulo » che i convertiti fossero sospetti di essere restati segretamente ancora ebrei e di conseguenza furono esclusi da tutti i pubblici uffici.
Toledo rimase anche in seguito il maggior focolaio di disordine ed oppressioni. La situazione giunse al culmine quando il 21 Luglio, durante un consiglio tenutosi nella cattedrale, entrambe le parti si lanciarono degli insulti, indi estrassero le spade ed il Tempio fu macchiato di sangue, sebbene non vi fosse che una vittima.

Quando nel 1474 Ferdinando ed Isabella salirono al trono, un convertito di Cordova, Anton de Montoro, consegnò loro una poesia in cui illustrava le vessazioni impunemente inflitte ai suoi compagni, assumendo piena responsabilità sulla sincerità della loro fede.
Con saggia longanimità e con l'energico mantenimento dell'ordine, sarebbe stato possibile arrivare alla completa conciliazione, ad enorme vantaggio della Spagna, ma in quel tempo, in cui l'eresia era considerata come la massima colpa, era impossibile ottenere indulgenza. Perciò dopo la repressione dei disordini i due sovrani si ritennero in dovere di difendere la religione, e dopo lunghe tergiversazioni la loro politica, nei confronti dei convertiti, prese un índírizzo deciso sotto forma dell'Inquisizione che fu introdotta nel paese verso il 1480.

La questione degli ebrei non convertiti richiedeva altre disposizioni che furono sistemate definitivamente in questa occasione.
L' Inquisizione non aveva competenza giuridica nei confronti di questi ebrei, se non nel caso di qualche evidente offesa alla religione cristiana. L'ebreo non era battezzato, non era membro della Chiesa e perciò non poteva essere eretico, mentre l'unico oggetto dell'attività dell'Inquisizione era appunto l'eresia.
Dato che l'Inquisizione, allo scopo di rinsaldare la fede, esercitava la sua sorveglianza molto rigidamente su i convertiti, ne venne di conseguenza una diminuzione di conversioni. Ma ben presto nuove leggi vennero a rendere talmente insopportabile la vita di coloro che si erano tenuti lontani dalla chiesa cattolica affinché la conversione apparisse l'unico rifugio dalle terribili ingiustizie.
Tuttavia la orribile visione degli auto da fè, nonché gli incessanti sequestri di patrimonio, stimolarono gli ebrei a perseverare nella loro antica fede, che, malgrado tutto, serviva da scudo contro la terribile sorte che minacciava continuamente i convertiti.
Non si poteva più tener conto delle conversioni degli ebrei,
mentre la loro permanenza nel paese urtava i fedeli. L'unica via di uscita era quindi il loro esilio.

In aggiunta alla attività dell'Inquisizione chi si era allora formata, nel 1480 Isabella ne fece un esperimento. La provincia più densamente popolata di ebrei era l'Andalusia, perciò Isabella incominciò con l'ordinare l'espulsione da quella provincia di tutti quelli chi si ostinavano a non volersi convertire, minacciando di morte coloro che vi fossero ritornati.
In realtà Isabella esitava non poco tra l'interesse dello Stato e quello che essa giudicava un dovere religioso, ma Torquemada la sollecitava incessantemente a rendere omaggio a Cristo, liberando le province dai discendenti di coloro chi lo crocifissero.
Nessuno sforzo era trascurato per eccitare l'opinione pubblica. Fu largamente diffusa una storia, secondo la quale Ribes Altas, medico del Re, avrebbe portato appeso al collo un bottone d'oro: il principe Juan, figlio unico dei reali, chiesto l'oggetto per trastullarsi lo avrebbe aperto. Nell'interno si trovava, si diceva, una pergamena, sulla quale era dipinto un crocifisso in posizione sconveniente, accanto ad un medico. Il giovinetto si sarebbe scandalizzato al punto di ammalarsi e, soltanto dopo lunghe interrogazioni, si sarebbe persuaso a raccontare il fatto, aggiungendo che non sarebbe stato bene fino a che l'ebreo non fosse stato bruciato al rogo. Ciò avvenne e da quel tempo anche Ferdinando approvò l'espulsione della razza maledetta.

Si sparse anche la diceria chi il Venerdì Santo del 1488 gli ebrei avessero lanciato delle pietre contro il Crocifisso eretto sul monte Gano. Furono denunciati ed il principe Alba fece bruciare al rogo il rabbino e diversi dei presunti colpevoli.
Però il più crudele stratagemma fu escogitato dal Torquemada, il quale nel giugno del 1490 fece arrestare un convertito, di nome Birito Garcia, nella cui bisaccia fu trovata dell'ostia consacrata, mentre ritornava da un suo pellegrinaggio. Il vicario vescovile Pedro de Villada, capo inquisitore, fece torturare l'uomo, sino a fargli confessare di aver congiurato con altri tre convertiti e due ebrei, di contaminare un cuore umano ed un'ostia consacrata, allo scopo di disseminare la morte o la pazzia tra i cristiani, a sterminio del cristianesimo ed a maggior gloria del Giudaismo.
Tre degli accusati erano già morti, gli altri furono catturati, mentre la causa fu affidata all'Inquisizione. La sentenza di morte all'auto da fè fu promulgata, ed era compilata in modo da illuminare le tendenze dei convertiti a restare segretamente fedeli al Giudaismo, né fu rispar
miata fatica per richiamare l'attenzione del popolo su questi avvenimenti.

L'espulsione degli ebrei dalle province spagnole era ormai decisa. Quando la notizia giunse alla corte, Abraham Senior e Abravanel offrirono grandi somme di denaro alle « al jame » per evitare il flagello. Ferdinando era proclive ad accettare l'offerta, ma Isabella rimase irremovibile.
Si dice che mentre la coppia reale si consigliava sull'opportunità di accettare o no l'offerta di denaro, Torquemada, introdottosi improvvisamente al loro cospetto, dicesse loro tenendo il Crecefisso in alto - "Ecco il Crocifisso che lo scellerato Giuda vendette per trenta denari! Se le Vostre Maestà approvano questo fatto, chiedano almeno un importo superiore. Da parte mia rinuncio alla mia carica, non potendo condividere la responsabilità, ma le Vostre Maestà dovranno rispondere dinanzi a Dio della loro decisione".
Non si sa se ciò sia vero o meno, ma il fatto sta che la proposta fu respinta ed il 30 Marzo fu firmato il decreto di espulsione, sebbene esso non sia stato reso di pubblica ragione che il 1° Maggio a Barcellona.

All'intera popolazione ebraica della Spagna fu dato tempo fino al 31 Luglio di scegliere fra la conversione o l'abbandono del paese. Fu comminata la pena di morte ai recalcitranti e a coloro che fossero ritornati.
Siccome quasi l'intero capitale circolante del paese era di proprietà degli ebrei, é facile immaginare la confusione sorta dalla riscossione dei crediti da parte dei partenti. Naturalmente gran parte dei cristiani si sottrasse al pagamento dei debiti.
Del bottino anche i Sovrani ebbero la loro parte. Quando gli esiliati raggiunsero i porti d'imbarco, fu loro notificato che dovevano pagare un ducato a testa, ciò che essi fecero nonostante gli scarsi mezzi di cui disponevano.
Gli orrori ed i malanni dell'emigrazione furono notevolmente aumentati dal decreto emesso da Torquemada nella sua qualità di inquisitore capo, in virtù del quale fu vietato a tutti i cristiani di mantenere qualsiasi rapporto con ebrei, o di dare loro asilo e vitto dopo il 9 Agosto.
La resistenza degli ebrei in questi tempi disastrosi, era davvero degna di ammirazione, e pochissimi tra di loro abiurarono; se Abraham Senior si convertì, ciò fu dovuto unicamente alle minacce di Isabella, la quale non volendo privarsi dei suoi servigi, gli disse che se egli non si fosse fatto cristiano, essa avrebbe colpito più severa
mente ancor ai suoi correligionari. Siccome Abraham conosceva la inflessibilità della Regina, si decise ad abbracciare il cattolicesimo ed i suoi padrini di battesimo furono gli stessi Sovrani ed il cardinale Gonzales de Mendoza. Egli assunse come nome di battesimo, Coronel, e godette a lungo di gran rispetto e considerazione.

In mancanza di dati statistici attendibili il numero delle vittime può essere citato solo approssimativamente. Isidoro Loeb, in collaborazione con le autorità, stabilì il numero delle vittime come segue
Emigrati 165.000
Convertiti 50.000
Morti 20.000
Totale 235.000
ciò che, in considerazione al numero già ridotto degli ebrei, sembra esagerato.
Quindici secoli dopo che Cristo era morto per l'umanità, questa grande ingiustizia raccoglieva unanime approvazione in tutti i ceti. Quando Papa Alessandro VI nel 1495 conferiva ai Sovrani di Spagna il titolo di Re Cattolicissimo, nella motivazione di questa alta onorificenza fu enumerata, come benemerenza per servizio reso alla patria, l'espulsione degli ebrei.

Sebbene Machiavelli, fedele ai suoi principi, ravvisi nel gesto di Ferdinando il movente politico, più di quello religioso, tuttavia anche lui lo caratterizza come « pietosa crudeltà ». Infatti la mentalità dei teologi dell'epoca era tanto soggettiva da non ravvisare quanto vi era di insensato nell'azione di Ferdinando, al punto che Arnaldo Albertina scriveva che il Re sarebbe stato in diritto di far gettare sulle carrette gli ebrei, confiscando tutti i loro beni.
Il decreto di espulsione rivelò al mondo quella politica che contribuì grandemente alla decadenza della Spagna.

L'INIZIO DELL' INQUISIZIONE


Mentre dal punto di vista sociale la situazione dei convertiti migliorava, d'altra parte essi venivano esposti ai rigori delle leggi ecclesiastiche, secondo le quali veniva punita la minima manchevolezza nei confronti della fede. Siccome nella Castiglia non era ancora istituita l'Inquisizione e nell'Aragona era inattiva, e dato che i Vescovi, chiamati a giudicare in questioni di abbandono di fede o di eresia, avevano una mentalità troppo mondana per curarsene, i convertiti di queste province non conoscevano nemmeno da lontano i pericoli a cui potevano essere esposti manifestando sentimenti di simpatia verso i loro antichi correligionari. Infatti i convertiti non potevano facilmente dimenticare le antiche tradizioni sacre della fede abbandonata, che dai tempi di Sanhedrín passavano di padre in figlio. Quindi gli anusim, come erano chiamati i convertiti dai loro antichi fratelli, esercitavano solo di malavoglia i riti della religione cristiana e nel segreto si sentivano sempre attratti verso il giudaismo.
Infatti la Chiesa, pur ammettendo questi nuovi fedeli, li sorvegliava con diffidenza ben comprensibile. Non fu dunque senza motivo che il Vescovo Alfonso de Santamaria, nel 1434, al consiglio di Basilea, fece annotare un'appendice agli atti, nella quale si tacciava di eresia tutti i convertiti che avessero ancora conservato le antiche superstizioni ebree, istruendo nel contempo gli inquisitori di procedere con il massimo rigore contro di quelli, qualora venissero colti sul fatto. Sebbene questo decreto rimanesse lettera morta, tuttavia era il primo passo verso l'Inquisizione.

La dubbia gloria, di aver sistemato e sollecitato la persecuzione religiosa nella Spagna, spetta a padre Alonzo de Espina. Era questi uno scienziato autorevole, che condusse una vita irreprensibile e si diceva di lui che una apparizione celeste lo avesse spinto alla fanatica attività.
Il suo « Fortalicium Fidei » fu una manifestazione funesta del fanatismo che a poco a poco si impadronì della Spagna. In questa opera egli raccolse tutti i racconti delle supposte attività criminali degli ebrei, come l'uccisione di bambini cristiani per compiere i loro riti sacrileghi, l'avvelenamento di pozzi e fontane e gli incendi, nonché ogni genere di gesta terrificanti che soltanto il suo odio feroce, contro la disgraziata razza, poteva inventare. « Tutto ciò é nulla - conclude Alonzo de Espina - in confronto di quanto essi commetteranno all'avvento dell'anticristo che essi adoreranno come il vero Messia ».

Sotto il regno di Ferdinando ed Isabella l'eresia era molto diffusa, al punto che gli ecclesiastici di Corte giungevano a citare il libro di Mosé. Gli eretici non battezzavano i loro bambini e, se costretti a farlo, ritornati a casa dalla Chiesa lavavano dalla fronte delle loro creature il Sacro Crisma. Mangiavano carne nei giorni di magro e festeggiavano il sabato come la domenica. In segreto convocavano nelle loro case gli ebrei i quali vi facevano delle prediche; prendevano parte anche apertamente ai riti ebraici, mentre si presentavano ben raramente per la comunione; molti di essi acquistarono grande fortuna prestando denaro ad usura ed enunciavano apertamente che la loro razza era la più eletta del mondo, perchè nelle loro vene correva sangue giudeo.
Così, dato l'odio generale nutrito verso i convertiti, é da attribuirsi unicamente al disordine ed alla trascuratezza per le leggi che regnavano in quell'epoca, se l'Inquisizione non fu attuata molto tempo prima.

All'accordo di Medina di Campo, tra Enrico IV e l'alta nobiltà ribelle, nel 1465, venne deplorata con insistenza la propagazione dell'eresia ebraica e fu ordinato ai Vescovi di istituire in tutte le province l'Inquisizione affinché fossero scoperti e puniti gli eretici. In seguito a questo ordine ebbe inizio qualche sporadica persecuzione. Nel 1467 durante l'istruttoria condotta dalla Inquisizione contro Beatrice Nunez alcuni testi nominarono il marito dell'accusata, Fernando Gonzales, il quale vent'anni prima era stato processato, ma assolto. Un altro caso, avvenuto nello stesso anno a Slereno, ebbe un più concreto risultato. Due convertiti, Garci Fernanda Valeno e Pedro Franco Cillarcar furono colti mentre celebravano riti ebraici. L'Alcaldo li catturò portandoli immediatamente davanti al vicario Juan Millan. Gli accusati riconobbero di essere ebrei e furono tosto condannati dal vicario alla morte sul rogo, sentenza eseguita lo stesso giorno.

Tale era la situazione, quando Ferdinando ed Isabella, nel 1474, salirono al trono. Abbisognavano alcuni anni per risolvere la questione della successione e per frenare la nobiltà ribelle. In questo tempo Papa Sisto IV tentò ripetutamente di introdurre l'Inquisizione in Spagna, ma i suoi sforzi non ebbero alcun successo.
Ferdinando ed Isabella, come abbiamo già detto. erano per principio contrari alle ingerenze papali e quindi non si curarono molto degli sforzi del pontefice per conservare la purezza della fede e neppure dopo la pacificazione del paese non presero alcuna iniziativa nella questione, giudicata da Padre Alonzo de Espina, più importante di qualsiasi altra cosa. Nella sua qualità di agitatore, questi ebbe per successore padre Alonzo de Hoieda, Priore dei Domenicani, nel convento di San Pablo de Sevilla, il quale si dedicò al completo sterminio del giudaismo, sia infierendo contro gli ebrei effettivi, come contro i convertiti simpatizzanti.
La presenza presso la Corte di molti convertiti che vi occupavano importanti posizioni, attizzò ancor più il furioso fanatismo di Padre Alonzo. Invano egli richiamò l'attenzione della Regina sul pericolo che costituiva per la Chiesa e lo Stato, la presenza dei finti cristiani alla Corte. La Regina era talmente occupata dalle cure delle finanze dello Stato, e trovava in questi convertiti dei consiglieri tanto preziosi, che non era disposta a fare alcun passo e considerò la questione rinviabile. D'altronde correva voce che il suo confessore, Torquemada, le avesse estorto un voto che non appena fosse salita al trono avrebbe dedicato la sua vita allo sterminio dell'eresia ed alla difesa della supremazia del cattolicesimo.
Quando la Corte abbandonò Sevilla, il Padre Hoíeda perdette ogni probabilità di far valere la sua influenza.
Era indispensabile che alla Corte si discutesse a lungo prima di ricorrere all'espediente drastico dell'Inquisizione. Gli sforzi dei peroratori, non si dirigevano contro gli ebrei indifesi, ma contro i potenti convertiti, fra i quali si trovavano i favoriti consiglieri dei Sovrani ed i più alti dignitari della Chiesa.
A quanto pare, in un primo tempo si sarebbe venuti ad una specie di compromesso, in virtù del quale, furono incaricati diversi frati, sotto la direzione di Pedro Fernandez de Salis, Vescovo di Cadiz e Provveditore di Sevilla, di Diego de Norto e di Padre Alfonso de Hoieda, di procedere alle indagini con facoltà di eventuali punizioni. Ciò ebbe per rísul
tato un rapporto da parte dei delegati, al Sovrano, secondo il quale rapporto gran parte della borghesia era sospetta di eresia, il movimento si estendeva continuamente, non soltanto nell'Andalusia, ma anche nella Castiglia, concludendo che l'unico rimedio sarebbe stata l'Inquisizione.

Anche il Principe Arcivescovo Mendoza approvò la proposta, ma il suo più potente patrocinatore era sempre Tomaso de Torquemada, Priore dell'Ordine Domenicano di Santa Cruz de Segovia, il quale, come confessore dei Sovrani, aveva una grande influenza su di essi e già da molto tempo sollecitava energicamente l'esemplare punizione degli eretici. Finalmente dunque il progetto fu attuato. Ferdinando ed Isabella decisero di introdurre l'Inquisizione nei reami di Castiglia ed i loro Ambasciatori presso la Santa Sede, il Vescovo di Buna ed il di lui fratello Diego de Santillan, furono incaricati di ottenere da Papa Sisto IV la Bolla relativa. Ma questo passo fu compiuto nella massima segretezza, perché nel Luglio nel 1478, mentre a Roma si svolgevano le trattative, Ferdinando ed Isabella convocarono il Sinodo nazionale a Sevilla che durò fino al 1° Agosto.
Fra i progetti sottoposti dai Sovrani all'assemblea non è fatta parola di tutto questo, e nemmeno i Prelati convenuti fecero alcun cenno alla possibilità che la Chiesa mettesse in atto un provvedimento contro i convertiti. Anzi neppure nel Memorandum sottoposto dai Cortez ai Sovrani nel 1489, cioè dopo che la Bolla era stata ottenuta, nel quale sono enumerate le riforme richieste dal popolo, si trova alcun accenno alla necessità dell'Inquisizione.
In questo documento si chiedeva la separazione degli ebrei e dei mori dai cristiani, ma non si parlava di persecuzioni contro i convertiti apostati. Evidentemente nulla era ancora trapelato della prossima adozione dell'Inquisizione, né era desiderata.

Papa Sisto certamente non avrà esitato ad introdurre l'Inquisizione nella Castiglia. Se dunque egli non aderì immediatamente alla richiesta dei Sovrani, ciò non deve essere attribuito a sentimenti di umanità, come asserisce qualche suo moderno difensore, ma bensì al fatto che Ferdinando ed Isabella non chiedevano la regolare Inquisizione papale, ma una istituzione da loro dipendente che avrebbe fatto affluire nella tesoreria reale il frutto delle confische. Gli inquisitori, sino allora, erano stati quasi sempre scelti tra Francescani o Domenicani, a seconda che l'uno o l'altro ordine entrava nelle grazie del Pontefice. In tal modo si manifestava l'autorità papale, sempre qualificata indipendente e superiore alla altre Potenze del mondo. Ma Ferdinando ed Isabella erano troppo gelosi del loro potere per ammettere una simile ingerenza negli affari interni del Paese; fu quindi soltanto per l'ardente desiderio di Papa Sisto di vedere l'Inquisizíone introdotta anche nella Castiglia, se fu ottenuta questa importante concessione. Indubbiamente erano intercorse lunghe discussioni circa le confische, che in vista del censo elevato dei convertiti promettevano di essere notevolmente redditizie.

La bolla fu emessa con la data del 1° Novembre 1478 e a prima vista sembra un documento molto semplice che non rivela traccia alcuna di quella potente influenza che essa ebbe nella direzione delle sorti della Penisola Iberica. La Bolla dichiara l'esistenza di finti cristiani nella Spagna ed il desiderio di Ferdinando ed Isabella che il Papa vi ponga rimedio; autorizza i Sovrani a designare tre vescovi sia di Ordini Monastici che degli altri, i quali abbiano compiuto il quarantesimo anno di età, siano dottori in teologia e versati nelle leggi canoniche; la loro nomina era revocabile ed essi erano sostituibili. Avevano diritto di procedere contro gli eretici e contro coloro che li difendevano ed aiutavano. La designazione degli inquisitori significava di per sè una incursione nel « Tessitorium » vescovile e fin dall'inizio dell'Inquisizione era stata causa di controversie, tanto più che tra i Vescovi della Spagna v'era un buon numero di prelati di origine ebraica, perciò la questione era più intricata che negli altri paesi.

Può dirsi strano il fatto che ben pochi documenti ci illuminano sull'origine dell'Inquisizione. Molti documenti importanti furono spediti nell'Aragona e nella Catalogna, dove andarono perduti; altri documenti furono rinchiusi in una cassetta e consegnati al Conte di Villalonga, segretario di Filippo III con l'incarico di ordinarli, ma quando il Conte fu arrestato ed i suoi effetti sequestrati, non si trovò nulla.
A questo punto si poteva registrare una vittoria degli antisemiti, ma l'esitazione di Isabella a valersi del potere ottenuto, fece sì che la situazione rimase stazionaria per circa due anni; per di più Ferdinando non sembrava disposto ad una azione molto rigorosa, prevedendo disastrose conseguenze finanziarie. Infatti in una circolare diretta agli inquisitori nel Gennaio del 1480 egli proponeva una azione più blanda e pietosa. Qualunque influenza abbia agito, il fatto sta che solo il 17 Settembre 1480 fu fatto il primo passo di grande importanza, che ebbe conseguenze tanto disastrose sulle sorti della Spagna.

In quel giorno, due Domenicani ricevettero l'incarico di inquisitori con la minaccia che qualsiasi indulgenza da parte loro avrebbe avuto per conseguenza l'immediato esonero, con la perdita di tutte le prerogative civili ed ecclesiastiche.
Il 9 Ottobre
un Decreto Reale ingiungeva agli uffici pubblici di facilitare l'opera dei due Domenicani, che dovevano recarsi a Sevilla, territorio maggiormente invaso dall'eresia.
Arrivati a Sevilla essi resero omaggio al Capitolo presentando le loro credenziali. Il Consiglio Comunale li attendeva all'ingresso della sede del Capitolo e li accompagnò al Municipio dove fu organizzato un solenne ricevimento. Con ciò essi erano insediati nel loro ufficio, ma a quanto pare incontrarono ugualmente delle difficoltà, poiché il 27 Dicembre dovette essere emanato un altro Decreto Reale agli Uffici Governativi ingiungente perentoriamente di appoggiare i due frati nella loro attività.
Ma essi non attesero che fosse nemmeno organizzata la Corte di Giustizia. Nominarono il Dott. Juan de Medina Assessore e Juan Lopez del Barco, Cappellano della Regina, Relatore e Pubblico Accusatore. Accanto a questi due, fungevano ancora l'Assistente Diego de Merlo e Ferrante Yauez de Loban, quest'ultimo come amministratore dei beni confiscati.
Ben presto tutti ebbero lavoro in abbondanza, poiché i convertiti di Sevilla si schierarono compatti per difendersi dalla tempesta che si avvicinava. Molti di essi fuggirono presso l'alta nobiltà delle province vicine, nella speranza di poter contare sulla protezione delle Leggi Feudali, anche contro il potente Tribunale Ecclesiastico. Ma ben presto per impedire i cambiamenti di domicilio, un Decreto Reale ordinava che nessuno potesse allontanarsi dalla Città in cui si insediassero gli inquisitori. Tuttavia nella confusione generale non fu tenuto molto conto di questo divieto.

Un passo più efficace fu compiuto il 2 Gennaio del 1481 da Fra Miguel e Fra Juan, per mezzo di una lettera diretta al Marchese Cadiz, la quale dimostra che erano stati molto ben scelti gli uomini che dovevano gettare le basi dell'Inquisizione di Spagna. I due semplici frati parlavano con tale audacia e prosopopea ai Grandi, i quali erano considerati dai Sovrani quasi pari loro, che sembrò in principio assurdo ed impossibile che l'orgogliosa alta nobiltà sopportasse, ma col tempo dovette abituarsi a questa autorità del Santo Uffizio.
Al potente Rodrigo Ponce de Leonra e ad altri membri dell'alta nobiltà fu ordinato severamente di perquisire i loro feudi, procedendo all'arresto di tutti gli intrusi, consegnandoli entro quindici giorni alle carceri dell'Inquisizione, procedendo in pari tempo alla confisca dei beni di costoro, elencandoli e rimettendoli alla Tesoreria Reale o all'Inquisizione. I Grandi furono ammoniti, con espressioni severe, che qualora avessero violato l'ordine della Chiesa, sarebbero
stati scomunicati come protettori di eretici. In tal modo il numero dei prigionieri aumentò tanto, che il convento di San Pablo, sede dell'Inquisizione, non aveva più posto per riceverli. Perciò gli inquisitori ottennero il permesso di trasferire la loro sede nella Fortezza di Tirana Castello di Sevilla, il quale con le sue tetre carceri sotterranee era molto adatto allo scopo.

Ma vi erano dei convertiti che credevano che la resistenza valesse più della fuga. Diego de Susan, uno dei più autorevoli cittadiní di Sevilla, il cui patrimonio era stimato a più di dieci milioni di maravedi, convocò i suoi concittadini più fidati. L'assemblea fu tenuta nella Cattedrale di San Salvador e vi parteciparono alti funzionari dello Stato e della Chiesa ed altre notabilità che appartenevano tutte alla classe minacciata. Il Susan, in un ardente discorso, propose di assoldare uomini armati, fidati, raccogliere armi e munizioni, per massacrare tutti gli inquisitori; il segnale del sollevamento avrebbe dovuto essere il primo arresto eseguito dall'Inquisizione. Con ciò si sarebbe dovuto stabilire un esempio per ovviare l'eventuale rimpiazzamento dei funesti giudici. Quando Pedro Fernando Venedera Sovrintendente della Cattedrale venne arrestato, trovarono nella sua casa armi sufficienti per armare cento uomini, ciò che prova che il movimento era già progredito.

Il progetto sarebbe stato eseguito indubbiamente se non vi fosse stato per la splendida figlia di Diego de Susa, conosciuta sotto il soprannome di « Formosa Fembra », che aveva una relazione amorosa con un Caballero cristiano, al quale rivelò il segreto; quegli non tardò a denunciarlo agli inquisitori.
Nulla poteva giungere più propizio di questa informazione. I più potenti convertiti erano già in loro potere e vennero trasferiti da San Pablo alla fortezza di Tirana. Il processo ebbe rapido corso e terminò con la sentenza di «Consulta de fè».

 

Sarebbe difficile stabilire la motivazione con cui furono condannati al rogo. Era questo un nuovo genere di sentenza di morte che trascurava completamente la Legge Canonica e doveva servire ad ammonire che la nuova Inquisizione di Spagna non intendeva seguire le vecchie orme, ma si era tracciata una via assai più sanguinosa e terribile.
La giurisdizione ebbe un ritmo celere e già il 6 Febbraio 1481 si poté festeggiare il primo « auto da fé » di sei uomini e sei donne. La predica di rito fu pronunciata da Fra Alonzo de Hoieda, il quale vedeva finalmente coronati di successo i suoi sforzi indefessi di molti anni. Egli avrebbe, potuto pronunciare il « Nunc demittis » poiché,
sebbene il primo « auto da fé » fosse seguito entro pochi giorni da un altro, egli non poté gioire del sacro spettacolo; la peste, che più tardi mieté quindicimila vittime a Sevilla, incominciò ad infierire proprio in quei giorni e lui fu la prima vittima.

Al secondo « auto da fé » furono bruciati solo tre eretici : Diego de Susan, Manuel Sauli e Bartolomeo de Torralba, tutti e tre fra i più autorevoli e più ricchi cittadini di Sevilla. Allo scopo di dimostrare che il lavoro iniziato avrebbe avuto carattere permanente si procedette alla costruzione nel Campo di Tabladan, di un apposito recinto per i roghi con il cosiddetto Quemadero e Brasero di un materiale talmente solido che i residui sono tutt'ora visibili.

La distinta posizione e lo stato patrimoniale delle vittime, dimostrava che la Corte dell'Inquisizione non usava riguardi a nessuno e che il suo rigido fanatismo non era influenzabile né con denaro né con raccomandazioni. La peste infuriava con terribile violenza e sembrava che Dio e gli uomini avessero stretto un'alleanza per sterminare i convertiti. Questi ultimi mandarono una supplica al Merlo, pregando di potersi allontanare dalle città colpite dalla peste. La domanda fu esaudita per ragioni di umanità, però a condizione che essi avrebbero abbandonato tutti i loro beni. In seguito a questa concessione più di ottomila convertiti poterono trovare rifugio.
Il Principe di Cadiz, il Principe Medina Sidonia ed altri magnati li ricevettero con ospitalità, molti però ripararono nel Portogallo dai Mori e qualcuno persino a Roma. Gli stessi inquisitori furono costretti ad abbandonare le città, ma il loro zelo non scemava. Trasferirono la sede della Corte ad Aracena dove trovarono lavoro in abbondanza perché bruciarono ventitré uomini e donne senza calcolare le ossa dei colpevoli che erano morti altrimenti.

Quando la peste diminuì gli inquisitori ritornarono a Sevilla e continuarono con infaticabile fervore il lavoro interrotto. Secondo uno storico del tempo sarebbero stati gettati sul rogo sino al 4 Novembre 297 persone, mentre settantasei sarebbero state condannate all'ergastolo.
Ma in breve risultò tanto diffusa l'eresia e d'altronde era tanto evidente l'interesse della Chiesa di sopprimerla rapidamente, che ben presto i sette incaricati si mostrarono insufficienti. Perciò Papa Sisto mise a disposizione altri Prelati da lui stesso nominati e così gli inquisitori furono investiti del loro potere, direttamente dalla Santa Sede.

Con Decreto Papale dell' 11 Febbraio 1482, furono nominati inquisitori: Pedro Ocano, Petro Martinez de Barrio, Alfonso de San Cebriano, Rodrigo Segarra, Tomaso de Torquemada e Bernardo Santamaria, tutti Domenicani. Ma indubbiamente altri ancora devono esservi stati, il cui nome tuttavia non è possibile rintracciare nella storia, per dotare le nuove Corti istituite a Ciudad Real, a Cordova, a Jaen ed a Segovia.

Nel 1485 il Tribunale d'Inquisizione di Ciudad Real fu trasferito a Toledo dove vi erano numerosi ricchi convertiti. Questi ultimi congiurarono di organizzare una ribellione contro gli inquisitori, ma come era avvenuto a Sevilla, anche qui furono traditi e sei dei principali complici vennero impiccati. Da quel tempo la storia non registra più simili tentativi.
L'inquisitore Pedro Diaz tenne una predica dopo la repressione della congiura e la Corte si mise al lavoro con rinnovata energia.

Durante il primo « auto da fé » il ventidue Febbraio del 1486, si radunarono i penitenti. Erano settecentocinquanta individui, fra essi si trovavano molti distinti cittadini e numerosi autorevoli funzionari. Il rito fu penoso ed umiliante. A capo scoperto e scalzi, con le candele spente tra le mani, attraversarono la città in un lungo corteo fra la plebaglia rumoreggiante sino alla Cattedrale,

... all'ingresso della quale stava un monaco che tracciò il Segno della Croce sulle loro fronti, pronunciando le seguenti parole:
"Accogliete il Segno della Croce che avete rinnegata e della quale siete divenuti indegni".
Nell'interno della chiesa venivano chiamati uno a uno per nome, mentre si dava lettura alla nota che conteneva le loro malefatte. Furono condannati alla confisca dei loro beni, alla perdita dei loro diritti civili, e ad indossare per il resto della loro vita un saio di bigello greggio, sotto pena della morte al rogo. Nei sei venerdì susseguenti esso dovevano attraversare in corteo la città, flagellandosi a sangue con una grossa fune.

Il secondo « auto da fé » fu tenuto il 2 Aprile del 1486, quando si radunarono novecento penitenti. Quando ebbero finito con la città, gli inquisitori dedicarono la loro attività alla provincia. Mentre i penitenti volontari erano trattati in tal modo, non mancavano gli « auto da fé » di maggior gravità, durante i quali furono gettate al rogo numerose persone fra i quali non pochi monaci e funzionari ecclesiastici.

Nel 1485 fu istituita una provvisoria Corte Marziale a Guadalupe dove Ferdinando ed Isabella designarono l'Inquisitore nella persona di Fra Nuno de Arevale. Il Priore, coadiuvato da Pedro Sanchez fece un repulisti molto accurato in quel nido dell'eresia, dove entro un anno tenne sette « auto da fé » davanti al cimitero, facendo gettare al rogo un frate eretico, cinquantadue sospetti di giudaismo e quarantasette cadaveri, mentre un gran numero di individui fu condannato alla galera. Più tardi l'Inquisitore Deza ordinò a tutti i convertiti di abbandonare per sempre Guadalupe.
Nel medesimo anno fu istituita una Corte anche a Valladolid, a quanto pare però essa avrebbe incontrato una efficace resistenza, poiché Ferdinando ed Isabella nel 1488 si recarono in quella città per garantire il funzionamento di quell'Inquisizione. Effettivamente essa incominciò subito la sua attività in quanto furono imprigionate distinte personalità, mentre nel 1489 fu tenuto il primo « auto da fé » al quale furono bruciate vive 18 persone.
In tal modo fu provveduto all'organizzazione necessaria per sterminare l'eresia nella Castiglia, ma già da principio essa si dimostrò insufficiente e fu necessario un opportuno ampliamento. L'Inquisizione risultò molto efficace nel 13° e 14° Secolo in quanto le sue organizzazioni si estendevano in tutta l'Europa. I giudici furono designati da parte dei Provinciali dei Domenicani e Francescani, i quali erano ossequianti ai criteri della Santa Sede. Ma Ferdinando ed Isabella non avevano immaginato così le realizzazione dell'idea, poiché essi volevano una Inquisizione nazionale, rigorosamente organizzata la quale avrebbe dovuto essere più alle dipendenze della Corona che a quelle del Vaticano.

Di conseguenza l' Inquisizíone si sviluppò in un importante fattore dell'autorità statale. Alle quattro Corti esistenti ne fu aggiunta una quinta, con il pieno consenso di Papa Sisto. Questa venne denominata Concejo de la Suprema y General Inquisicion, detta brevemente « La suprema », che aveva il compito di giudicare in ogni questione inerente la vita religiosa. Per garantire la supremazia gerarchica di questa Corte e la disciplina dei subordinati, si rese necessaria una concessione di ampie facoltà di sorveglianza al presidente del Consesso. Fu dunque necessario creare una nuova carica: cioè quella di Capo Inquisitore, il quale doveva presiedere ai Consigli.
Questa carica sembrò fin da principio di enorme importanza, poiché tutto l'avvenire dell'organizzazione doveva dipendere in gran parte dalla personalità che la ricopriva. Su proposta di Pedro Gonzales de Mendoza, Principe di Toledo, la scelta dei Sovrani cadde su Tomaso de Torquemada, loro confessore.

 

La scelta di Torquemada diede testimonianza della saggezza dei Sovrani. Egli era un uomo pieno di implacabile zelo e riuscì a sviluppare con instancabile assiduità la primitiva organizzazione. Era rigido ed inflessibile, non ammetteva nessuna deviazione dal dovere e nella propria sfera di azione fu la personificazione della combattività spirituale e politica. Sotto la direzione di questo vero figlio della Chiesa, l'Inquisizione si sviluppò rapidamente in tutta la Spagna.
Era infaticabile ed inesorabile nella persecuzione degli apostati. Le sue prestazioni furono lodate da più di un Pontefice. Già nel 1484 Sisto IV gli scrisse che il Cardinale Borgia lo aveva lodato con calde parole per i suoi sforzi a favore del successo della Santa causa. Dodici anni più tardi lo stesso Cardinale Borgia, oramai Papa sotto il nome di Alessandro IV, assicurò a Torquemada di averlo carissimo per l'enorme opera svolta a favore della glorificazione della Fede. Sebbene non si possa attribuire esclusivamente al Torquemada lo spirito di spietato fanatismo che animo l'Inquisizione non si può negargli il merito della riorganizzazione dell'Istituzione rendendola attiva ed efficace. Egli colpì inesorabilmente gli elementi sospetti senza riguardo alla loro autorità e potenza, sino a che l'ombra del Santo Uffizio non calò sull'intero Paese e non si trovò più persona che pronunciasse il suo nome senza terrore.

Correva la voce che il Torquemada avesse rifiutato la carica di Principe Arcivescovo di Sevilla, che, egli non avesse mai assaggiata la carne e che mai avesse indossato altro che il saio di panno grezzo; che non avesse voluto dare dote a sua sorella dichiarandosi disposto ad appoggiarla, soltanto se fosse entrata nell'Ordine Monacale delle Beate Domenicane. Tuttavia il suo ascetismo non lo trattenne dall'abitare in palazzi e dal farsi circondare in permanenza da una guardia del corpo di centocinquanta armati.

Siccome il potere degli incaricati cessava con la morte di colui che aveva dato la carica, alla morte di Papa Sisto IV fu necessario rinnovare l'investitura di Torquemada. Ferdinando ed Isabella chiesero al nuovo Papa che l'incarico del loro Capo Inquisitore venisse confermato, non provvisoriamente, ma a vita. Ma la loro domanda fu respinta poiché il Papa non era disposto a rinunciare al suo diritto di sorveglianza.
Le mansioni di Torquemada comprendevano l'importante facoltà di designare e destituire i singoli inquisitori. Evidentemente per questa ragione vi erano accese liti fra Torquemada e gli inquisitori nominati dal Papa. Vi erano anche numerose lagnanze contro di lui cosicché egli inviò Fra Alonzo Valeja alla Santa Sede per difendersi. Per un breve tempo godette la vittoria Fra Miguel, il quale con Bolla Papale del 26 settembre 1491 fu nominato Capo Inquisitore della Castiglia e dell'Aragona e con ciò messo a parità con Torquemada. La lotta continuò incessantemente, da una
parte per dare carattere nazionale al Santo Uffizio della Spagna e dall'altra per mantenerlo sotto la supremazia pontificia.
Questa suddivisione nel comando dell'Inquisizione durò per alcuni anni finché i diversi rappresentanti della Chiesa morirono o diedero le dimissioni. Torquemada mori nel 1496 ed ebbe per successore Diego Deza Vescovo di Jaen, il quale divenne unico Inquisitore-capo della Spagna. Egli rimase in carica fino al 1507 quando per motivi che vedremo in seguito fu costretto a dimettersi.

A quell'epoca in seguito alla morte di Isabella i Reami di Aragona e Castiglia si separarono e l'esperto Ferdinando si guardò bene dal lasciare le sue antiche province sotto il governo spirituale di un cittadino castigliano. Perciò prima delle dimissioni di Deza egli si rivolse a Papa Giulio II pregandolo di affidare la successione dell'Inquisitore-capo nell'Aragona a Juan Enguera, Vescovo di Vichy. Il Pontefice dapprima esitò a porre i due Reami sotto due diversi governatori spirituali, ma alfine cedette, nominando per la Castiglia il Cardinal Ximenes e per l'Aragona il Vescovo di Enguera. Sino alla morte di Ximenes l'Inquisizione rimase divisa, ma poi il Papa nominò l'ex educatore di Carlo V, Cardinale Adriano Vescovo di Tortoza Capo Inquisitore di entrambi i Reami. Nel frattempo Ferdinando aveva annesso la Navarra di modo che tutta la penisola Iberica, ad eccezione del Portogallo, si trovava ormai riunita in una sola organizzazione.

Fra le ampie facoltà di cui Torquemada aveva goduto vi era anche quella di poter modificare i regolamenti dell'Inquisizione, a seconda delle particolari esigenze della Spagna. Perciò l'Inquisizione spagnola ebbe caratteri totalmente differenti dalle blande Inquisizioni degli altri Stati Europei. Infatti l'organizzazione spagnola aveva assunto una struttura ben determinata e con i suoi profondi sondaggi nella vita spirituale di ogni individuo divenne oggetto di continuo terrore per la popolazione. Di tempo in tempo i cittadini si radunavano per ascoltare le prediche del capo inquisitore, dopo di che dovevano giurare sul Crocifisso di coadiuvare in tutto il Santo Uffizio e di non ostacolare in alcun modo la sua opera.
A poco a poco l'energico atteggiamento del Sovrano ebbe i suoi risultati e l'odio generale per i convertiti è dimostrato dal fatto che il popolo castigliano, eternamente ribelle, sopportava una simile tirannia e si sottometteva senza la benché minima resistenza.

Nel contempo però era inevitabile che ad un simile potere assoluto non seguissero frequenti e gravi abusi ed é interessante osservare quanto spesso Ferdinando sia intervenuto, generalmente a favore degli oppressi. D'altronde il suo epistolario rivela un grande interessamento per l'Inquisizione, che egli considerava non soltanto come strumento politico e finanziario, ma anche come il miglior mezzo per la difesa e propaganda religiosa. Egli era sinceramente bigotto e dopo di aver presenziato il 30 Settembre 1509 a Valladolid ad un « auto da fé » scrisse all'inquisitore Juan Alonzo de Navia che "lo spettacolo organizzato per la glorificazione di Dio e della Chiesa Cattolica lo aveva molto dilettato". Gli inquisitori presero l'abitudine di inviare resoconti dei singoli « auto da fé » al Sovrano, ed egli generalmente manifestava la sua alta soddisfazione, incitandoli a perseverare nel loro zelo.

Passò un quarto di secolo prima che si verificasse una seria resistenza contro l'Inquisizione nel Reame di Castiglia. La ribellione ebbe origine dallo smisurato fanatismo di un inquisitore, fatto che venne notato soltanto dopo che il Paese fu alleggerito dal rigoroso governo di Ferdinando e sotto il breve regno di Filippo d'Austria.
Cordova ebbe poca fortuna con i suoi inquisitori. Il famigerato Lucero era non soltanto estremamente crudele, ma all'occasione ricattava i convertiti. Egli era un audace malfattore di gran classe e la sua figura spicca nella Storia come la personificazione della scelleratezza. Se tuttavia egli riuscì a divenire un favorito di Corte si fu perché il suo lavoro ebbe ottimi risultati finanziari per lo Stato.
Ma già nel 1501 sorgeva un'aperta ostilità fra Lucero e le alte autorità di Cordova. Quando il Ricevitore dei beni confiscati Diego de Barrionuevo, notaro della Sequestracio, tenne un'asta pubblica per la vendita del bottino, Gonzales de Mayorga, Borgomastro della Città, ordinò al banditore di venire con lui per la compilazione di certi Proclami, ma il notaro intervenne e non lasciò che si allontanasse. Sorse un'accesa lite tra i due, nel corso della quale il Mayorga biasimò l'Inquisizione ed infine colpì il notaro con il suo bastone di carica. Egli fu immediatamente incarcerato e condannato all'interdizione a vita dai pubblici uffici ed infine espulso per sempre da Cordova. Questa sentenza severa applicata nei confronti di un alto funzionario doveva servire da ammonimento che con Lucero non si scherzava.

Probabilmente nel 1501 il Lucero ottenne l'autorizzazione di estendere la sua sfera di azione operando arresti, anche fra persone appartenenti alla nobiltà, fra prelati ed altri cristiani che godevano generale stima e considerazione. Non era difficile estorcere con minacce e torture qualunque confessione. Per un certo Bachiller Membrequere fu provato con testimoni che egli aveva ascoltato prediche ebraiche e dopo di questo tutti i condannati, in numero di 107, furono bruciati vivi in un unico « auto da fé ».

Fu probabilmente nel 1505 dopo la morte di Isabella che la popolazione di Cordova osò inoltrare una protesta al Capo Inquisitore Deza. Questi si offerse di delegare il Torquemada per esaminare la situazione, ma non appena la Città accettò la proposta egli la ritirò immediatamente. Dopo di ciò fu inviata una delegazione di tre Dignitari della Chiesa per chiedere l'immediato arresto di Lucero, ma Deza non volle neppure riceverla e, siccome gli ambasciatori sapevano che si sarebbero inutilmente rivolti a Ferdinando, si rivolsero alla figlia di Isabella, Regina Juana, la quale risiedeva in quel tempo nella Fiandra, con suo marito Filippo d'Austria.
Ma Lucero, il quale non si impressionò affatto del mormorio della tempesta che si avvicinava, ritenne che la morte di Isabella fosse una buona occasione per rincrudire la sua azione. Hernando de Talavera, frate Geronimita, aveva ottenuto a suo tempo la benevolenza della Sovrana e dopo la conquista di Granada, nel 1492, ne fu nominato Arcivescovo. Nelle vene dell'Arcivescovo scorreva sangue ebraico, come in tanti altri componenti la nobiltà spagnola; egli era pressoché ottuagenario ed era la personificazione di tutte le virtù cristiane godendo di una stima universale. Egli distribuiva tutte le sue rendite tra i suoi fedeli e con l'esemplo era riuscito a convertire anche diversi Mori.

Qualunque sia stata la causa dell'azione di Lucero contro il vecchio prelato, la di lui assenza di scrupoli, gli permise di portarla a buon fine. Infatti egli scelse una donna ebraica, sottoponendola a torture, perché raccontasse ciò che aveva visto nel palazzo di Talavera. La donna dapprima dichiarava di non sapere nulla, ma nel corso di altre torture fu istruita, perché confessasse, sotto giuramento, che nel palazzo di Talavera venivano tenute funzioni ebraiche, alle quali partecipavano le sorelle dell'Arcivescovo ed altre dame.
Uno dei principi fondamentali dell'Inquisizione era l'impenetrabile segretezza, ma Lucero, evidentemente con l'intento di preparare l'opinione pubblica al prossimo flagello, fece divulgare ad arte quelle accuse. Pedro Anghiera, Gentiluomo di Corte, informò il Governatore di Granada che il Lucero aveva estorto con torture qualche testimonianza, che accusava il Talavera e la sua famiglia di parteggiare per gli ebrei, dichiarando la sua incredulità, data l''irreprensibilità dell'accusato. L'azione incominciò con l'arresto, avvenuto nel modo più ignominioso e scandaloso, del nipote di Tala
vera, mentre diceva messa in una chiesa e ciò allo scopo di mettere in cattiva luce e di scuotere la posizione del suo canuto zio.

Questa azione scellerata fu seguita dall'arresto della sorella di Talavera e della sua servitù e si può facilmente immaginare con quali mezzi abbiano estorto loro delle testimonianze aggravanti, ma prima di procedere all'arresto dello stesso Talavera fu necessario chiedere l'autorizzazione particolare della Santa Sede, poiché Papa Bonifacio VIII aveva vietato all'Inquisizione di giudicare direttamente i Vescovi. A questo scopo era necessaria l'intercessione di Ferdinando, il quale, dopo qualche esitazione, acconsentì a portare dinanzi al Vaticano la questione. Le testimonianze d'accusa contro la famiglia Talavera furono inoltrate da Francisco de Rojas, il quale, nel 1506, ottenne il consenso papale per porre sotto processo il venerando prelato.
Ma prima che arrivasse l'autorizzazione, la posizione di Ferdinando subì un mutamento, con l'arrivo in Spagna di sua figlia Juana, oramai Regina di Castiglia e di suo marito Filippo d'Austria.
Nella speranza di liberarsi dalla tirannia di Ferdinando, gran parte dell'Alta Nobiltà passò dalla parte della nuova coppia sovrana, come pure i convertiti che volevano ottenere un cambiamento di regime nell'Inquisizione.

Con il Patto di Villafalia il 21 Giugno 1506, Ferdinando si impegnò a rinunciare alla Castiglia a favore di Juana e Filippo, mentre egli ritornò nell'Aragona e fece preparativi per imbarcarsi alla volta di Napoli. Filippo dunque, preso possesso del Governo, si dedicò prima d'ogni altra cosa a mettere in disparte Juana, ritenendola inadatta a condividere i poteri reali. Egli non disprezzò l'oro offertogli dai convertiti, ma non dimenticava il generale disprezzo che aveva incontrato nell'anno precedente il suo tentativo di stroncare l'Inquisizione. Non ebbe dunque gran premura di attizzarne il funzionamento. Almazan, segretario di Ferdinando, in una sua lettera scriveva a Rojas che il Re ed i Grandi avevano imprigionato Juana, non permettendole di scrivere nemmeno a suo padre e i Grandi avrebbero fatto ciò per dividersi il potere, appoggiati dai convertiti che volevano liberarsi della Inquisizione.

Il popolo di Cordova ebbe una sensazione di sollievo ed i convertiti esultavano, poiché l'Inquisizione appariva stroncata. Si voleva almeno ottenere un alleviamento dell'Inquisizione, persuadendo il Deza ad investire Diego Ramirez de Guzman dei poteri di Lucero, destituendo immediatamente quest'ultimo. Per prevenire il provvedimento il Lucero condannò sommariamente al rogo tutti i suoi detenuti, che avrebbero potuto testimoniare contro di lui. Fortunatamente quando egli aveva già annunciato l'« auto da fé » giunse un ordine del Sovrano ad impedire la terribile carneficina.

Sembrava assicurata ormai la liberazione dei sofferenti, quando con l'improvvisa morte di Filippo la situazione si rovesciò completamente. Deza revocò immediatamente l'incarico di Guzman, delegando il Torquemada a Cordova per svolgere un'inchiesta. Il popolo era disperato. Invano furono inviati delegazioni a Deza e alla Regina, perché venissero ascoltati; il Lucero fu ripristinato nel suo primitivo potere.
Con la decadenza del potere sovrano, Deza aveva creduto di poter impunemente rimettere a capo dell'Inquisizione il Lucero, ma anche i Grandi di Castiglia si mossero e non ebbero pace fino a che il Lucero ed il suo notaro non furono imprigionati e i loro beni confiscati. Essi penetrarono il 9 Novembre nella sede dell'Inquisizione ad Alcazar liberando tutti i prigionieri, i quali con la descrizione dei patimenti subiti aumentarono ancor più la generale indignazione. Tuttavia la ribellione fu incruenta e Lucero fuggì.
Però il Deza continuando ad appoggiarsi alla protezione di Ferdinando, ottenne da Papa Giulio II l'autorizzazione di "estirpare gli ebrei falsi cristiani, individuando i componenti di questa infame razza, per procedere contro di loro col massimo rigore e punire le loro colpe e malefatte".
Incoraggiato da ciò Lucero si rimise all'opera, facendo arrestare di nuovo i prigionieri che erano stati liberati. L'Arcivescovo Talavera, con la sorella ed i famigli, fu pure imprigionato e processato. Però tutti i giudici lo riconobbero come un uomo talmente puro che ricorsero a Roma, a suo favore; l'atto di grazia giunse, ma in ritardo; il giorno della Ascensione di Maria Vergine il vecchio Prelato fu cacciato, scalzo ed a capo scoperto, attraverso le vie di Granada, il che gli provocò la febbre che lo condusse a rapida morte. Egli non lasciò alcun patrimonio, poiché aveva distribuito tutto fra i poveri, al punto che il Vescovo di Malaga doveva provvedere al mantenimento della sorella di lui.

La reazione verificatasi a favore dell'Inquisizione era promossa personalmente da Ferdinando, ma sembra che essa sia stata di breve durata, poiché la situazione politica venne a prevalere e di conseguenza, tanto il Re come il Papa, ritennero opportuno cedere. Ximepnes, il Principe di Alva ed il Governatore di Castiglia, capi del partito di Ferdinando, tennero una conferenza a Cavia, accogliendo le lamentele presentate contro il Deza. Lo Ximenes ambiva di essere nominato al posto di quest'ultimo nella carica di Capo Inquisitore e di divenire Cardinale. In seguito alla calda raccomandazione di Ferdinando, il Papa, in un Concistoro segreto, approvò l'allontanamento di Deza, il quale fu sostituito effettivamente da Ximenes.

Ma l'odio generale contro Lucero aveva assunto già tali proporzioni che la semplice sostituzione di Deza con Ximenes non soddisfece gli autorevoli amici dei detenuti. Il 18 Maggio 1405 anche la Suprema venne a conoscenza delle accuse sollevate contro il Lucero, che erano un disonore per tutta la Spagna e così lo Ximenes con tutti i suoi colleghi votò per l'imprigionamento del famigerato inquisitore. A quanto risulta questo fu il primo caso in cui un inquisitore venisse pubblicamente punito e per rendere più solenne l'avvenimento egli fu tradotto ammanettato nelle carceri del Burgo dove fu tenuto sotto rigorosa sorveglianza. Ximenes convocò la Congregacion Catolica che era composta, oltre che da lui stesso, di ventiquattro membri i quali, dopo numerose sedute, pronunciarono la sentenza contro Lucero. Questi fu relegato nel Capitolo di Sevilla dove terminò i suoi giorni in tranquillità.

Bisogna riconoscere che Lucero fu un mostro del tutto eccezionale, ma quando si pensi che i misfatti da lui commessi poterono rimanere impuniti per degli anni e che solo il casuale intervento di Juana e Filippo li portarono a pubblica conoscenza si può affermare, senza esagerazione, che la segretezza ed il potere assoluto dell'Inquisizione crearono degli atroci abusi.
Fra l'altro dagli scritti del tempo risulta che il Tribunale della città di Jaen assunse un individuo di cui Lucero si era servito come strumento, tenendolo imprigionato per cinque anni nelle prigioni di Cordova e costringendolo a giurare come teste tutto quanto egli voleva. Questo brav'uomo di nome Diego; svolse la sua attività tanto amabilmente che in breve poterono essere imprigionati i più ricchi convertiti. Con l'aiuto di Diego e con le torture più raffinate, non era difficile estorcere loro le volute confessioni, anche se erano innocenti.

Il cancelliere del Tribunale, Antonio de Barcena, aveva una particolare attitudine a questo lavoro. Una volta fece imprigionare una giovane donna che, fatta spogliare completamente, fece frustare fino a che non accusasse la propria madre. Un altro teste fu portato in sedia all' « auto da fé » dove gli furono bruciate le carni delle gambe fino alle ossa, sua moglie gettata viva sul rogo e i suoi servi torturati fino ad ottenere che accusassero tutti. Le celle in cui si tenevano i detenuti erano buchi con inferriate, bui ed umidi, pieni di insetti, mentre i beni sequestrati venivano sperperati dai disonesti incaricati, tanto che molte volte i bambini degli arrestati morivano di fame.

Se questa descrizione può apparire esagerata, la situazione viene caratterizzata dal fatto che la disgraziata popolazione si limitò a domandare che la Corte Marziale venisse messa sotto la sorveglianza del Vescovo di Jaen, uno degli inquisitori di Torquemada. Questi, come lo dimostrano le sue sentenze, non era un giudice molto misericordioso, tuttavia gli sciagurati convertiti di Jaen si rivolsero a lui per aiuto. I ripetuti abusi suscitarono, indubbiamente, una forte corrente di antipatia contro l'Inquisizione, poiché Ferdinando ritenne necessario di promulgare un proclama in cui invitava ogni buon cittadino e Nobíl Uomo a provvedere al vitto ed all'alloggio dei membri dell'Inquisizione, comminando una multa di cinquantamila maravedi a coloro che avessero osato di maltrattare i santi uomini. Ma tutti questi ordini molte volte non avevano effetto; infatti l'inquisitore di Cartagena fu aggredito, mentre percorreva il paese sul dorso di un mulo, pugnalato e certamente sarebbe stato ucciso, se non gli fossero venuti in soccorso.

Ferdinando morì il 23 Gennaio 1516 e nel suo testamento, fatto la vigilia della morte, diede il seguente ammonimento a suo nipote Carlo V : « .... siccome senza la fede ogni altra virtù rimane sterile, ordiniamo a nostro nipote, Serenissimo Principe, di dedicare i suoi sforzi, sempre, alla glorificazione de la Fede Cattolica, ed alla estirpazione dell'eresia dall'Impero; di scegliere Ministri devoti a Dío, che governino con buona coscienza l'Inquisizione, per la gloria di Dio.... ».
Dopo la morte del Re, nell'assenza del suo successore, i poteri sovrani furono esercitati dal Capo Inquisitore Ximenes, il quale, per quanto poteva, cercava di riformare i regolamenti dell'Inquisizione; qualsiasi cosa gli si voglia addebitare, certo é che egli odiava gli abusi ed i benefici materiali di cui i suoi predecessori erano stati tanto ingordi. Alla carica di Capo Inquisitore fu nominato Aguirre, membro della Suprema, il quale, sotto il regno di Carlo V, vi rimase a lungo. L'ammonimento di Ferdinando al nipote quindicenne era molto appropriato, poiché costui si lasciava molto influenzare dai suoi favoriti fiamminghi. Gli Spagnoli che frequentavano la sua Corte, riferivano delle cose sbalorditive, ma Ximenes era all'erta ed avvertì tempestivamente il giovane Sovrano che egli avrebbe potuto conservare il suo regno soltanto mantenendo l'Inquisizione.
Ma Carlo era sempre titubante. Un momento egli minacciava di espulsione i cortigiani d'origine ebraica e un altro momento pareva che egli intendesse abolire l'istituzione delle testimonianze, che
era la più ripugnante procedura dell'Inquisizione. A questo punto intervenne nuovamente Ximenes, il quale spiegò al Re che con un simile provvedimento avrebbe distrutta l'Inquisizione, macchiando il suo nome di una perenne vergogna.

Ciononostante l'incertezza che regnava circa le vedute del Sovrano diede una forte scossa alla potente organizzazione. Quando Carlo nel Settembre del 1517 venne in Spagna e tenne la prima « Cortes » a Valladolid, i deputati gli presentarono una petizione urgente, affinché egli disponesse che l'Inquisizione punisse solo i veri colpevoli e non gli innocenti. Carlo rispose che avrebbe convocato in un consiglio gli uomini dotti e morali dell'Impero e nel frattempo avrebbe ordinato che gli si facesse immediato rapporto di ogni abuso.
Sebbene Carlo, alla morte di Ximenes abbandonasse il progetto di riforma, egli riconobbe tuttavia che le scelleratezze dovevano esistere, poiché quando il suo Capo Inquisitore, Cardinale Adriano, venne elevato alla dignità di Pontefice, egli inviò dalla Fiandra il suo camerlengo, la Chaulx, per esprimergli le sue felicitazioni e il desiderio che il nuovo Capo Inquisitore fosse prescelto dal nuovo Papa, con ogni cura e gli fosse raccomandato che l'Inquisizione rispettasse gli innocenti.

La ribellione dei « Communidades » che seguì la partenza del Re per la Fiandra, non aveva nulla a che fare con l'Inquisizione. Ma circa dieci anni dopo, nel 1531, il Tribunale di Toledo rintracciò un tentativo di congiura contro le procedure della Inquisizione; all'incirca nello stesso tempo cominciarono gli sforzi degli Spagnoli per sottomettere al Santo Uffizio anche i Mori di Granada. La popolazione terrorizzata, presto presentò una petizione a Re Carlo, pregandolo di abolire la segretezza che provocava tanti abusi. Fu, tra l'altro, messo in rilievo quante possibilità si offrissero ai giudici che conducevano una vita misteriosa, di far valere la loro volontà rispetto alle donne ed alle fanciulle arrestate. La stessa nota riguardava i cancellieri ed altri minori funzionari che erano generalmente dei celibi, i quali non esitavano dinanzi a nessun sopruso o ricatto con le sciagurate donne che si rivolgevano a loro per aver notizie dei loro congiunti detenuti.

Il piccolo Stato di Granata offriva cinquanta ducati per l'abolizione della segretezza delle procedure. Ma l'unica risposta a tali petizioni era che un simile mutamento sarebbe andato a detrimento della Fede e perciò l'Inquisizione continuava ad avvolgersi del velo di mistero che nascondeva i suoi delitti.

Quando Carlo, nel 1525, ritornò in Spagna e tenne di nuovo una « Cortes » a Valladolid, la popolazione ripeté la petizione, poiché fino a quel tempo nessun provvedimento era stato preso. Ma Carlo per tutta risposta dichiarò di aver già pregato il Papa di affidare la carica di Capo Inquisitore a Marinque, Arcivescovo di Sevilla, al quale egli avrebbe caldamente raccomandato l'irreprensibile funzionamento della giustizia. Nel 1525 la « Cortes » di Toledo rinnovò le lagnanze per i soprusi degli inquisitori ricevendo la risposta ambigua che, se effettivamente degli abusi vi fossero stati, il nuovo Inquisitore Capo vi avrebbe posto rimedio.
Così furono vani tutti gli sforzi per alleviare i sistemi dell'Inquisizione ed il Santo Uffizio conservò solidamente il suo baluardo nella Castiglia, durante tre secoli, memorabili per il popolo spagnolo.

NAVARRA

Quando Ferdinando nel 1512 senza difficoltà occupò la Navarra, evidentemente non aveva più speranza di avere un successore dalla Regina Germaine. Per evitare dunque la scissione di questo nuovo territorio dalla Corona, nel 1513 incorporò la Navarra nel Reame di Castiglia. Con ciò l'Inquisizione di quel Paese divenne definitivamente castigliana, sebbene anche dapprima non fosse che una ramificazione della Inquisizione di Saragozza.
Per un anno non venne intrapreso alcun passo e Fra' Maya poteva agire secondo il proprio discernimento. Finalmente arrivò una missiva Reale al Marchese di Comarés, nella quale fu annunciato che il Capo Inquisitore Mercador aveva nominato Francisco Gonzales inquisitore di Saragozza, al quale i Navarresí dovevano far voto di ubbidienza. Il 24 Settembre fu promulgato un proclama di Papa Leone col quale egli ordinava che l'Inquisizione fosse continuata in tutti i reami della Spagna, ma principalmente nella Navarra.

La Navarra non aveva un numero tanto forte di popolazione mora ed ebraica, come le province meridionali, e così quelli che vi avevano trovato rifugio si affrettarono ad abbandonare il Regno, non appena l'ombra dell'Inquisizione calò sul paese. Ma Ferdinando aveva pensato di mettere guardie segrete in tutti i porti per trattenere i fuggiaschi.
Con ciò si assicurava il potere spagnolo ed il Tribunale di Navarra non aveva altra funzione che quella di impedire l'affluenza di eretici nella provincia conquistata. Poco prima del 1540 Calahorra ed una parte della antica Castiglia, vennero separate dal grande distretto di Valladolid e vi si costituì un Tribunale separato, la cui funzione si estese per tutta la Navarra e la Biscaglia. All'incirca il 1570 il Tribunale fu trasferito a Longrono, sull'antica frontiera, tra Castiglia e Navarra e vi rimase come vedremo in seguito fino alla sua soppressione.

I REAMI DELL'ARAGONA


Il Reame di Aragona comprendeva l'Aragona e la Valencia, inoltre le Province di Rosellon e Cerdana, le Isole Baleari con le relative Colonie, la Sicilia, la Sardegna e la Corsica. Sebbene col matrimonio dei loro regnanti la Castiglia e l'Aragona venissero unite, i disaccordi e le guerre continuate per dei secoli le tennero sempre staccate, come se fossero due differenti nazioni, perciò Ferdinando, in verità, non regnò che nella provincia dei suoi avi.
Di conseguenza ciò che succedeva con l'Inquisizione, nella Castiglia, non aveva alcun effetto oltre le frontiere, dove l'organizzazione locale era ancor più complessa poiché le sue origini risalivano al XIII Secolo.
Quando Ferdinando resuscitò questa antica Inquisizione papale, era già fermamente deciso a sottometterla alla supremazia della Corona, come era avvenuto nella Castiglia.
Sino a quel tempo l'Inquisizione dell'Aragona era privilegio dei Domenicani e funzionava secondo il loro beneplacito; fu dunque prima cura del Re di ottenere nel 1481, dalla Confraternita Domenicana, l'incarico di Fra' Gaspar Junglar, con la facoltà di sostituire gli inquisitori secondo il proprio discernimento. Con ciò Ferdinando veniva ad esercitare effettivamente la sorveglianza sull'Inquisizione, ma affinché questa sorveglianza potesse essere efficace egli dovette anche sopportarne tutte le spese. Cento anni prima il Capo Inquisitore dell'Aragona, Aymerich, aveva tristemente riferito che il Sacro Lavoro languiva completamente, per la mancanza di ricchi convertiti. Ora però l'avidità del danaro si collegò al fanatismo, per riscattare i ricchi convertiti, cosicché Ferdinando nel 1482 poteva provvedere abbon
dantemente al mantenimento degli inquisitori e l'organizzazione si costituì definitivamente a Valenza e funzionò efficacemente.

Se però Ferdinando si illudeva di aver soggiogato lo spirito ostile dei suoi sudditi, con l'introduzione della Inquisizione con a capo il Torquemada, egli dovette provare un'amara delusione. Finché questa carica fu ricoperta da un loro connazionale gli Aragonesi rimasero in pace, ma quando fu nominato Torquemada, famoso per il suo fanatismo irriducibile e per le sue inaudite crudeltà, la generale resistenza si accrebbe continuamente. Perciò Ferdinando ed Isabella si recarono nel 1481 nella Provincia, per comparire alla prima riunione della « Cortes » con l'intento di intimorire il popolo con la loro autorità Sovrana. Tuttavia soltanto più tardi giunse il Decreto Reale, col quale si informava la popolazione che sarebbe stata introdotta l'Inquisizione, per punire gli eretici ebrei e maomettano e li si invitava ad appoggiare ed aiutare in ogni modo la sua attività per evitare le ire dei Sovrani.

 

VALENCIA


Nella primavera nel 1484 Torquemada designò per Valencia fra' Juan Epila e Martin Inigo, ma la generale resistenza ed indignazione assunsero tali proporzioni da ostacolare gravemente il loro programma. Le autorità locali impedirono l'apertura della Corte Marziale e su consiglio del Procuratore Reale Miguel Dalman si rivolsero alla « Cortes » del Reame per ottenerne l'intervento. La « Cortes » si riunì e tutti quattro i Brazos protestarono contro l'aggravio che minacciava il Regno ed espressero il loro biasimo per il funzionamento della Inquisizione.
Ma Ferdinando contrariatissimo diresse un messaggio a tutti i pubblici funzionari, nel quale li minacciava di punizione e licenziamento qualora avessero usato affermare che l'introduzione dell'Inquisizione avrebbe significato un pregiudizio alle prerogative dello Stato. Nello stesso tempo scrisse anche agli inquisitori istruendoli a che adempissero coraggiosamente il loro dovere, e badassero solo di non ledere le prerogative della Provincia e usassero un trattamento mite verso i colpevoli penitenti.
Per quanto il tono del messaggio fosse energico, non ebbe alcun effetto sugli ostinati valenciani, che mandarono altre delegazioni alla « Cortes » ed al Re per far valere l'antico privilegio della Valencia,
secondo il quale uno straniero non poteva ricoprirvi cariche pubbliche.

La lotta dunque continuò, finché nel Novembre del 1482 fu stroncata e gli inquisitori furono messi in condizione di poter predicare il Sermon de la Fé e divulgare un proclama alla popolazione, ma la Valencia tuttavia non era disposta a permettere l'indisturbato esercizio dell'Inquisizione.
Ferdinando ordinò che il palazzo Reale fosse ceduto all'Inquisízione e che vi fossero costruite delle prigioni. A quanto pare egli era riuscito ad ottenere ubbidienza dai propri funzionari, poiché nella sua lettera rivolta al Governatore nel 1487 espresse il suo compiacimento per il loro zelo.
La Corte Marziale non restava inattiva; nel Giugno del 1488 essa pubblicò un elenco che comprendeva i nomi dei colpevoli penitenti, in numero di 983, fra i quali figuravano non meno di cento donne, mogli e figli degli sventurati che erano stati gettati sul rogo. Naturalmente tutti i penitenti furono colpiti da una ingente ammenda ed é facile immaginare l'introito considerevole dei forzieri dell'Inquisizione.


ARAGONA


L'antica provincia di Aragona a prima vista sembrava presentare un problema ancor più difficile a risolversi che non la Valencia. Il suo popolo fiero degli antichi privilegi e della antica libertà, difendeva con accanimento le istituzioni che erano la base di questi vantaggi. Fra essi si trovavano molti convertiti che erano legati con vincoli matrimoniali alla più alta nobiltà; costoro, edotti della sorte dei loro fratelli castigliani, sospettavano quello che li attendeva. Ma quando la « Cortes » nella primavera del 1484, riconobbe la competenza di giurisdizione di Torquemada. la decisione fu naturalmente valida anche per l'Aragona. Infatti l'Inquisizione non perdette tempo per iniziare il suo lavoro ed â quanto pare lo stesso Torquemada se ne occupò personalmente. Già nel Maggio fu tenuto un « auto da fé » nella Cattedrale e vi furono condannate quattro persone, ad espiare ed alla confisca di tutti i loro beni. Il secondo fu tenuto il 3 Giugno nel cortile dell'Arcivescovado e non
fu questa volta incruento. poiché vi furono giustiziati due uomini ed una donna fu bruciata in effigie.
Dopo di ciò, per diciotto mesi, non si tennero altri « auto da fè », essendosi il popolo energicamente ribellato e perciò Arbués non ebbe il coraggio di promuoverli. Non solo i convertiti, ma anche numerosi cristiani si scagliarono contro l'Inquisizione, ritenendola offensiva per la libertà del paese.
Per stroncare questa resistenza l'Inquisizione ricorse all'espediente di far giurare ubbidienza ad ogni funzionario pubblico. Infatti il 17 Settembre gli impiegati reali e comunali si radunarono e prestarono solenne giuramento di rimanere inflessibilmente fedeli alla Santa Religione Cattolica, di perseguitare energicamente ogni eretico, di qualunque rango egli fosse e di non assumere come impiegati individui sospetti di eresia.

Ma l'agitazione si rafforzava sempre più e coloro che si ritennero minacciati cercarono sicurezza nella fuga, finché Ferdinando non emise un decreto, il quale autorizzava la messa in vigore, nei tre Reami riuniti, di norme atte a rendere impossibile la fuga degli elementi sospetti.
I convertiti offersero ai Sovrani una forte somma di danaro, perché fosse revocato l'ordine di confisca, ma la loro proposta venne respinta a causa della preponderante influenza di Torquemada.
Frattanto a Teruel scoppiava una aperta ostilità contro l'Inquisizione, nel corso della quale il Re dimostrò apertamente che intendeva ottenere obbedienza a qualunque costo. Contemporaneamente all'istituzione della Corte Marziale di Saragozza furono inviati, a Teruel, Fra' Juan Colivera e Martin Navarro, per costituirvi una Corte simile. Teruel era una città fortificata in vicinanza della frontiera castigliana. Quando i Reverendo si presentarono dinanzi alle porte della Città, le autorità non li lasciarono entrare e quindi essi si ritirarono a Cella, villaggio vicino, donde lanciarono un infuriato proclama, col quale scomunicavano le autorità cittadine e tutti gli abitanti di Teruel.
Non ci é dato di sapere in quali circostanze la brava popolazione di Teruel abbia dovuto arrendersi all'Inquisizione, ma fatto sta che essa resistette fino al limite del possibile alla volontà del Re. Le condizioni della disgraziata popolazione divennero miserevoli, mentre i forzieri dell'Inquisizione traboccavano dei patrimoni confiscati. Nel frattempo i convertiti di Saragozza decisero una opposizione disperata. Fu vano ogni tentativo di conciliazione, ma gli avvenimenti di Teurel dimostrarono chiaramente l'inutilità di una resistenza con le armi. I più coraggiosi concepirono il piano di uccidere uno o due degli Inquisitori per inti
morire gli altri. L'incertezza divenne insopportabile, il progetto dell'assassinio si concretò sempre più e fu sottoposto dai convertiti ai loro amici che si trovavano presso la Corte, compreso il Tesoriere del Re, Gabriele Sanchez, i quale lo approvarono ritenendo che bastasse l'uccisione di un solo inquisitore per stroncare definitivamente l'Inquisizione stessa.

I congiurati volevano finire anzitutto con Arbués, ma siccome non poterono accordarsi, la realizzazione del disegno si rinviò a lungo, tuttavia rimase in segreto, ciò che è reso maggiormente sorprendente dai frequenti scambi di lettere. Finalmente fu deciso di raccogliere i fondi per pagare tre sicari. Juan de Esperande conosciuto da tutti per un uomo deciso si incaricò di procurare i bravi ed a questo scopo aveva già assoldato Juan de la Badia che tentò nell'aprile del 1485 una aggressione nella casa di Arbués, ma fu messo in fuga e così la questione si rinviò di nuovo per dei mesi. Finalmente nella notte del 15 Settembre Esperando venne a cercare di Badia e lo accompagnò nella propria casa, dove attendevano, il suo servo Matteo Ram, uno dei creatori del progetto, e altri tre uomini mascherati, che rimasero sconosciuti. Tutti penetrarono per una porta laterale nella Cattedrale, dove Arbués leggeva appunto la Messa mattutina. Egli stava pregando in ginocchio fra l'Altar Maggiore ed il Coro, dove cantavano i canonici. Sapendo che si attentava alla sua vita egli portava sempre un giustacuore di maglia di acciaio e la sua spada era appoggiata al muro accanto a lui. La Badia sussurrò all'altro bravo
- È là in ginocchio; finiscilo!
Il bravo gli si accostò cautamente a tergo e lo colpì alla nuca. Arbués si alzò e barcollando si avviò verso il Coro. La Barda lo seguì, colpendolo al braccio, mentre sembra che Matteo Ram gli immergesse il pugnale nel corpo. Arbués cadde; gli assassini fuggirono, mentre i Canonici richiamati dal rumore scesero presto dal Coro e portarono il ferito in una casa vicina, dove fu visitato dai medici che constatarono mortali le ferite. A quanto si diceva egli lottò ventiquattr'ore con la morte, pronunciando preci. Morì il 17 Settembre e qualche miracolo attestò la sua santità.
Nella notte dell'assassinio, la sacra campana di Villalela continuò a suonare, sebbene non fosse stata toccata da alcuno. Il sangue della vittima che cadde sul pavimento della chiesa non si asciugò ed il popolo vi andava in massa in pellegrinaggio, per immergervi i lembi degli abiti. Gli assassini durante la fuga divennero improvvisamente muti, ma al processo riacquistarono la favella e la loro confessione portò ad individuare innumerevoli eretici, che furono condannati in parte alla penitenza ed in parte al rogo.

Come l'assassinio di Pierre de Castelnau a Languedoc, anche questo delitto pesò sulla bilancia, provocando un improvviso mutamento nell'opinione pubblica. Fino dall'alba le vie furono invase da una folla eccitata che gridava
- Al rogo quei convertiti che hanno ucciso l'inquisitore!
Si delineava il pericolo che il popolo, invaso dal fanatismo, non soltanto massacrasse i convertiti, ma giungesse al saccheggio.
Probabilmente fu in conseguenza di questo assassinio che Ferdinando ed Isabella richiesero a Papa Innocente VIII nel 1487, la autorizzazione di procedere all'arresto di tutti i principi e governatori che a loro paresse opportuno, deferendoli all'Inquisizione, che in tal modo avrebbe esteso i suoi tentacoli su tutto il Cristianesimo. Ma per fortuna dell'umanità questo abominevole tentativo di creare una legge internazionale sotto l'egida della Santa Sede, venne a fallire.
I Sovrani ritornarono a Salamanca solo verso la fine di Novembre e di conseguenza la spedizione contro la città di Tudela venne rinviata a primavera. I fuggiaschi naturalmente avevano trovato già da tempo un rifugio più sicuro, ma il Breve Papale. emesso l'8 Aprile del 1487, costrinse le autorità della Città ad umiliarsi e a piegarsi dinanzi al tribunale di Saragozza.

All' « auto da fé » tenutosi il 2 Marzo si presentarono l'Alcel Dean ed otto distinti cittadini e fecero penitenza.
Con lo stato d'animo che regnava, gli assassini di Arbués furono inseguiti con raddoppiato fervore ed i vendicatori ben presto rinvennero le loro tracce. Sebbene, secondo la legge, avessero il diritto di giudicare i colpevoli tanto le Autorità Civili, quanto quelle Ecclesiastiche, tuttavia il processo, a quanto sembra, fu affidato esclusivamente all'Inquisizione. Il Durango fu ben presto arrestato a Lerida ed egli non tardò a confessare i particolari della congiura ed a rivelare i nomi dei suoi complici. Il lavoro di punizione si iniziò subito e durò per degli anni. All'« auto da fé » del 30 Giugno 1486 Pedro Sanchez fu bruciato al rogo in effigie. Il Durango venne trattato cori riguardo indubbiamente, perché era stato subito confesso. Gli furono tagliate entrambe le mani, che vennero inchiodate al portone del Palazzo Diputadis. mentre egli fu trascinato alla piazza centrale soltanto quando era già morto; là gli tagliarono la testa, gli squarciarono in quattro il corpo abbandonando le varie parti sulla via.
La condanna di Juan de Esperando fu più severa, in quanto che
lo trascinarono, vivo, nella Cattedrale, dove gli vennero tagliate le mani; poi, portato alla piazza centrale, venne decapitato e squarciato come il Durango. Anche gli altri complici furono giustiziati in modo analogo. Per esempio l'iniziatore della congiura Luis de Santangel fu decapitato e la sua testa, infilata ad un'asta, venne portata per le vie della città, mentre il corpo fu bruciato al rogo.
Così si continuò per degli anni, finché non furono trovate tutte le ramificazioni della congiura e castigati tutti coloro che vi avevano avuto la benché minima parte.
L'assassinio stesso fornì una eccellente occasione per dimostrare la potenza dell'Inquisizione, che ne approfittò.
È inutile illustrare con altri esempi ciò che avvenne in quei terribili anni nella Spagna, poiché l'Aragona differiva dagli altri Reami soltanto in quanto il suo diligente notaio, Juan de Auchias, compilò un elenco di tutti i colpevoli imprimendo con ciò un marchio di vergogna anche sui discendenti. Ha qualche cosa di terribile la fredda crudeltà con cui quest'uomo descrive il supplizio delle vittime.
Quasi intere famiglie furono sterminate come quelle dei Cornez de Huesca, dei Zaporta de Monzon e dei Benetis.


CATALOGNA


La Catalogna si mostrò più difficilmente domabile degli altri paesi essendo gelosissima dei suoi antichi privilegi e della sua tradizione di libertà.
Evidentemente la Catalogna intendeva di opporre resistenza all'autorità reale poiché negò di inviare un delegato alla « Cortes » di Terezona tenuta nel Gennaio del 1484, non riconoscendone la legalità essendo l'assemblea convocata fuori dei confini della Capitale. I catalani poterono così sottrarsi dal contribuire all'opera di Torquemada, ma ciò non impediva a Ferdinando di obbligarli ad un tributo analogo a quello imposto a Saragozza.
I cittadini delegarono una consulta incaricata di tener fermo il punto del loro diritto di autonomia, rifiutando di aiutare l'Inquisizione ad estendere la sua attività. Ferdinando rispose da Cordova, manifestando il suo alto disappunto.
Ma i Catalani non cedettero, né a minacce, né ad adulazioni.

Barcellona esigeva dalla Santa Sede il rispetto dei suoi antichi privilegi, dichiarando l'esclusiva competenza del proprio inquisitore, che, in nessun caso, avrebbe potuto essere sottomesso alla giurisdizione del Capo Inquisitore. Nemmeno Ferdinando cedette e continuò i suoi tentativi inviando in Catalogna due incaricati di Torquemada, Juan Franco e Guillen Cassel, Domenicani, col severo ordine alle autorità di Barcellona di dare ogni appoggio a questi delegati sotto pena di severa punizione. Ciononostante, la mossa energica non ebbe miglior risultato delle precedenti, cosicché il Re si decise ad ordinare agli inquisitori di Saragozza di mettere quanto prima in funzione la Corte Marziale di Barcellona.


LE ISOLE BALEARI


Maiorca teneva ad essere considerata come un Reame indipendente, unito alla Catalogna soltanto perché sotto la stessa dinastia.
L'inquisitore del vecchio regime, Fra' Nicolas Merola, era inattivo e blando, come i suoi colleghi degli altri paesi. Dai suoi rapporti ufficiali emerge che nel 1477 vi erano complessivamente quattro ebrei a far penitenza.
Soltanto l'anno seguente fu organizzata la nuova Inquisizione, quando Fra' Merola fu sostituito da Pedro Perez de Munebrega e Sancho Martin. Qui, come altrove, l'organizzazione della nuova Inquisizione esigeva un certo tempo, cosicché le persone sospette avevano tutto il tempo di fuggire, e l'Inquisizione per alcuni anni non aveva altro da fare che condannare i fuggiaschi.
Non era facile conciliare la popolazione di Maiorca ed i Catalani con l'idea dell'Inquisizione. Nel 1517 la Suprema ordinò al ViceRe che gli inquisitori non fossero maltrattati ed ostacolati nella esecuzione del loro sacro dovere, ma nel contempo diede istruzione a questi ultimi di procedere anche contro il Vice-Re, qualora egli non avesse posto fine alle sue renitenze. Sembra però che il Re non abbia tenuto conto di questo ammonimento, poiché nel 1518 fu ordinato agli inquisitori di metterlo in stato di accusa.
Non ci é dato di conoscere le conseguenze di questa ingiunzione, ma, a quanto pare, il ViceRe godeva l'incondizionata simpatia di tutta la popolazione, perché poco dopo sorse una ribellione, con a capo il Vescovo di Elne, i cui genitori erano stati condannati dalla Corte Marziale.

L'inquisitore fuggì e la popolazione aveva già deciso di incendiare la sua casa, quando il Vescovo di Maiorca intervenne energicamente e calmò i rivoltosi. Tuttavia era impossibile conservare a lungo la pace e già nel 1530 il ViceRe, gli assessori ed altri funzionari delle città furono scomunicati per la loro disobbedienza alla « Competencia », ossia Tribunale. Più caratteristico ancora fu l'imprigionamento del Governatore, al quale fu inflitta una tale ammenda, che persino la Suprema si sentì propensa a ridurla. Ma tutto ciò era solo un principio e si vedrà in seguito a quale punto si svilupparono le controversie tra il ViceRe ed il Tribunale Ecclesiastico.
Con più o meno resistenza si riuscì finalmente ad imporre l'Inquisizione nelle singole Province che stavano sotto la supremazia della Corona Aragonese. Il pretesto, che l'Inquisizione non ledeva in alcun modo i privilegi e la libertà dei singoli paesi, venne ben presto abbandonato e, come si vedrà, gli inquisitori dichiararono sfrontatamente che la loro giurisdizione stava al disopra delle Leggi.

Per un pezzo la popolazione sopportò in silenzio la loro attività, ma la crescente prosopopea degli inquisitori ed il fatto che essi giudicavano anche in questioni che nulla avevano a che fare con la religione provocarono la generale antipatia che si manifestò infine con una sommossa. Ferdinando non prese un atteggiamento totalmente contrario alle richieste della popolazione, ma si limitò a fare delle promesse per l'avvenire, così la « Cortes » di Monzon si sciolse senza alcun risultato. Ma all'Assemblea seguente, nel 1512, il Re non era più in uno stato d'animo molto fiducioso ed é probabile che l'agitazione generale abbia assunto una forma tanto minacciosa, da costringere Ferdinando a cedere.
Le richieste della Catalogna constatavano di trentatré clausole, le quali si riferivano per lo più agli abusi.
L'indipendenza dell'Inquisizione, come Imperium in Impero, era caratterizzata dal fatto che i suoi esponenti dovettero giurare di mantenere punto per punto ogni richiesta, ciò che fecero con a capo l'Inquisitore Capo Enguera, ma in un modo che rivelò subito una profonda contrarietà. Perciò ogni nuovo inquisitore aveva l'obbligo, prima di entrare in carica di prestare questo giuramento ad evitare ogni equivoco. Anche Ferdinando giurò che avrebbe chiesto al Papa di ordinare che ogni inquisitore in carica, o da nominarsi nell'avvenire, dovesse prestare il giuramento di osservare le clausole della Cortes di Barcellona.
I catalani non avevano torto dimostrando sfiducia nel loro Re e negli inquisitori, perché le numerose formule di giuramento si di
mostrarono come barriere molto labili, per arginare l'attività di coloro che a nessun patto volevano acconsentire alla limitazione dei loro assoluti poteri. Per i Sovrani, disposti ad infrangere i loro giuramenti vi era sempre pronta l'assoluzione della Santa Sede che non si faceva scrupoli per simili inezie. Avvenne quindi che Papa Leone X emise un motu proprio con cui assolveva dai loro giuramenti tanto Re Ferdinando, come il Vescovo Enguera.

Ma il malcontento generale divenne tanto insistente che non si poteva ignorarlo completamente, perciò si fecero diversi esperimenti con disposizioni impartite al Vescovo Luis Mercader, successore di Enguera nella carica di Capo Inquisitore.
Ulteriori Cortes furono tenute a Monzon ed a Lerida, dove il malcontento unanime si espresse in altre lagnanze e nuovi desideri, parzialmente esauditi da Ferdinando. Ma l'indignazione popolare crebbe sempre e scoppiava talvolta in aperte ribellioni con esito fatale per qualche inquisitore. Papa Leone nel Gennaio del 1518 emise un altro « Breve » col quale autorizzava gli inquisitori a consegnare i colpevoli alle autorità civili, allo scopo di evitare sanguinose condanne, contrarie alle regole accettate.
Ferdinando però fu cauto a mettere ad eccessiva prova la pazienza dei suoi sudditi, infatti egli riconobbe che la sconfinata prosopopea e l'illegittima estensione di ingerenze ledeva gli interessi del popolo e si dichiarò pronto a frenare gli eccessi degli inquisitori.

Ferdinando morì il 23 Gennaio 1516 ed il Capo Inquisitore lo seguì nel Giugno dello stesso anno. Papa Leone, evidentemente, attese di vedere se il nuovo Regnante, il giovane Carlo, avrebbe seguito la politica di suo nonno. È vero che egli aveva assolto Ferdinando ed Enguera dal loro giuramento, ma egli sapeva anche che, data la giovane età del Monarca, non gli sarebbe stato facile frenare la nobiltà malcontenta. Perciò egli approvò le decisioni delle « Concordies », tanto Catalane, quanto Aragonesi, con la sua Bolla detta «Pastorale Officii», emessa nel 1516, in cui dichiara che "i funzionari dell'Inquisizione hanno effettivamente trasgredito ai limiti della ragionevolezza e che i loro incaricati, moltiplicatisi a mo' di funghi, avevano degradato la regolare giurisdizione civile ed ecclesiastica".

Dopo quattro anni di lotte fu stipulato il « Concordias », che, apparentemente, appianò i rapporti tra l'Inquisizione ed il popolo, ma gli inquisitori fedeli alla loro abitudine non si rassegnarono alla delimitazione dei loro poteri ed asserivano che non erano in dovere di obbedire alla Bolla Papale e che, tanto le « Concordias », come le disposizioni del Vescovo Mercader, erano illegittimi, perché limitavano le disposizioni del Santo Uffizio.
Anche questo non fece che aumentare l'agitazione del popolo, che domandava sempre più energicamente la liberazione. L'occasione si presentò di lì a poco quando Re Carlo venne nella Spagna per prendere possesso delle sue province, spettantegli dall'eredità materna. In breve egli ebbe bisogno urgente di danaro per riempire le tasche dei suoi avidi Fiamminghi, perciò verso la fine dell'anno fu convocata di nuovo la « Cortes » perché gli votasse un sussidio. Il popolo dunque aveva tutte le ragioni di essere diffidente, perché Carlo aveva incaricato il suo ambasciatore Romano, Conte Cifuentes, di ottenere la revisione delle riforme ed il suo esonero dal giuramento.
La situazione era dunque matura, anche perché l'Inquisizione prendesse le opportune disposizioni. La «Cortes » si sciolse il 17 Gennaio 1519 e risolta da una lettera della Suprema, diretta al l'inquisitore Calatayud, che a Roma erano già stati intrapresi i passi per mettere sotto accusa coloro che avessero osato influenzare Carlo contro l'Inquisizione. Con ciò trovavano motivo di sottrarsi alle convenzioni stipolate con la « Cortes ».

Il dissidio assumeva oramai serie proporzioni, essendo generale l'opinione che Carlo avesse ottemperato ai desideri della « Cortes », soltanto in compenso di altre prestazioni e non potevano perdonargli di aver coinvolto il Papa in questa questione.
Probabilmente il loro atteggiamento energico fu conseguenza della vittoria ottenuta a Roma. Entrambe le parti lavoravano assiduamente alla Santa Sede, ma gli Aragonesi avevano il vantaggio che Leone X in quel momento era molto maldisposto verso l'Inquisizione spagnola, per via della disobbedienza del Tribunale di Toledo nella questione di Barnardio Diaz, di cui parleremo in seguito. Il Papa poté constatare, da una diretta esperienza, di che cosa era capace l'Inquisizione, d'altronde la richiesta della « Cortes » era già garantita dalla « Concordias » con i tre Breve che Leone aveva diretto il 1 ° Agosto al Re e rispettivamente al Cardinal Adriano ed agli inquisitori di Saragozza con i quali ordinava il riconoscimento della competenza della Giurisdizione Civile.

Sarebbe inutile indagare quali influenze segrete abbiano agito nella politica Vaticana, ma é certo che appena il Mendoza arrivò a Roma poté ottenere un Breve, diretto al Cardinale Adriano. La lettera di Re Carlo ed il messaggio di Mendoza illuminarono il Papa circa le intenzioni del Re in merito al mantenimento ed alla riforma dell'Inquisizione. Infatti egli promise che, senza il benestare del Re e il rapporto del Capo Inquisitore, non avrebbe cambiato nulla dello stato attuale e fece solo qualche cenno delle lamentele pervenutegli da varie parti che riferivano della ingordigia di denaro degli Inquisitori. Egli ammonì anche il Cardinale Adriano che la scelleratezza dei suoi dipendenti metteva in cattiva luce il Paese, coinvolgendo lui stesso, nonché il Re.
Impose ad Adriano di intervenire affinché gli inquisitori smettessero il loro atteggiamento sfrontato, culminato nella ribellione contro le decisioni della Santa Sede, rendendolo responsabile dell'esecuzione di tali disposizioni.
Re Carlo, il 21 Maggio 1520 si imbarcò e passò il resto dell'anno sforzandosi di fare accettare le clausole della « Concordias » e col vano tentativo di far revocare i tre Breve papali i quali sebbene fossero praticamente nulli, perché non pubblicati, davano ugualmente gravi preoccupazioni all'Inquisizione.
Finalmente la ostinazione dei catalani ebbe per risultato l'approvazione verbale del Re e del Capo Inquisitore Adriano degli accordi stipulati nella « Concordias » del 1512. Uno dei paragrafi diceva testualmente: « Chiunque sia al servizio del Santo Uffizio deve essere giudicato dal Tribunale Civile se commette un reato di pertinenza di quest'ultimo». Ciò colpiva fondamentalmente uno dei più gravi abusi della Inquisizione e veniva a togliere la immunità degli inquisitori. Un altro paragrafo non meno importante diceva che chiunque avesse sequestrato il patrimonio di un nuovo cristiano innocente, doveva essere colpito da una severa sentenza.
Ma inutilmente lottavano gli energici cittadini dell'Aragona. Inutilmente essi si procuravano concessioni, per le quali dovevano pagare forti somme; inutilmente cercavano di far valere le loro leggi civili, gli inquisitori si consideravano sempre come al di sopra della Legge e gli abusi continuavano come prima. Quando il popolo si appellava al Re otteneva soltanto questa risposta
- Sua Maestà avrà cura che il Capo Inquisitore ordini l'osservazione degli accordi e se si sono verificati abusi vi porrà rimedio.
È inutile continuare a seguire le lotte sostenute dalla libera cittadinanza di Aragona contro l'Inquisizione, lotte che perdono la loro importanza rispetto alla ribellione dei Protestanti, la quale in breve assunte enormi proporzioni al punto che nessuna repressione sembrava efficace per stroncare questo nuovo nemico della Chiesa Romana, assai più pericoloso degli stessi ebrei.
Ma soltanto la forte influenza sulla mentalità dei popoli, portata dalla Rivoluzione Francese, doveva estirpare completamente la piaga dell'Inquisizione.

 

LIBRO II.

Inquisizione e Stato - L 'Inquísizione come mezzo di potenza della Corona - La lotta per il potere fra Domenicani e Gesuiti - La supremazia dell'Inquisizione - Il giuramento di obbedienza dei funzionari civili - L'opposizione dell'alto Clero - Cariche e privilegi - Antitesi di giurisdizione - Ostilità reciproca .

 

INQUISIZIONE E STATO

La forza dell'Inquisizione spagnola era dovuta alla sua grandiosa organizzazione e all'abilità dei suoi capi, di piegare il potere della Corona secondo il loro volere.
L'antica Inquisizione era una istituzione puramente ecclesiastIca che nella Spagna rappresentava non soltanto l'autorità pontificia, ma anche quella regia; questa unione ebbe per risultato una tirannia che può essere confrontata, nella Storia, soltanto col regime vigente in Inghilterra al tempo in cui Enrico VIII era anche Capo della Chiesa.

Quando Ferdinando diede il suo consenso affinchè l'Inquisizione venisse introdotta nella Spagna non intendeva affatto creare un organismo indipendente dalla sua autorità. Infatti, come abbiamo visto, egli pretese da Papa Sisto che gli spettasse il diritto di nominare gli inquisitori. Prova ne sia che Torquemada nel 1485 avvertì gli inquisitori del vecchio regime che essi avrebbero potuto restare in carica provvisoriamente, fino a che egli stesso o il Re avessero sistemato in modo definitivo la loro posizione.
Astrazione fatta dalle questioni spirituali, il Re considerava l'Inquisizione come un mezzo per far valere la propria volontà, tuttavia dal suo vasto epistolario non risulta che egli se ne sia valso come mezzo politico. Quando Torquemada, nel Dicembre del 1484, diede il nuovo ordinamento, dichiarò che ciò avveniva per ordine dei Sovrani. In generale Ferdinando era troppo sicuro di sé stesso per
ritenere necessario di porre in evidenza in ogni occasione i suoi poteri sovrani.
Egli era stato educato con la mentalità del dogma religioso, universalmente riconosciuto, secondo il quale l'eresia era il più grave misfatto, l'eretico doveva essere privato di ogni diritto civile e sarebbe stata un'azione gradita a Dio torturarlo a morte. Ferdinando fu inesorabile ed incitò continuamente gli inquisitori. Ma non minore era la sua ingordigia ed egli pretendeva la sua parte di ogni patrimonio sequestrato, fosse pur minimo; questi sequestri secondo la sua mentalità erano perfettamente legittimi, inquantochè le Leggi Canoniche, considerate come l'espressione della volontà di Dio, gli mettevano la coscienza in pace.

L' 11 Luglio 1486 egli scrisse al suo tesoriere a Saragozza: «Quindici anni fa Janine de Santagel che recentemente venne bruciato al rogo aveva un terreno a Saragozza, ma non aveva pagato il fitto a Garcia Martinez. Secondo le leggi Aragonesi, se qualcuno per quattro anni non paga il fitto, il suo terreno viene sequestrato; veda dunque che il terreno venga immediatamente venduto e che il Martínez ottenga ciò che gli compete ».
Era inevitabile che quando questa potente personalità scomparve, diminuisse, la sorveglianza regia sull'Inquisizione; vista la inettitudine della Regina Juana e l'assenza del giovane Carlo V il Governo della Spagna rimase affidato quasi esclusivamente al Capo Inquisitore Ximenes, perciò il suo sostituto, Adriano, otteneva in breve la carica di Capo Inquisitore dell'Aragona.
Al ritorno di Re Carlo e dopo la morte di Ximenes, Adriano rimase Capo assoluto di tutta l'Inquisizione e con ciò la sua influenza sul Sovrano divenne illimitata. La Suprema, la quale sotto Ferdinando non ebbe molta attività, riprese subito la sua funzione nel giudicare questioni particolari. Così il potere di designazione specialmente del tesoriere divenne competenza della Suprema.
Troviamo infatti che il Ximenes, in una sua lettera ammonisce il Tesoriere di Toledo per non avere ancora reso conto di molti beni confiscati, cosa che doveva fare immediatamente per ordine della Suprema.

A quanto risulta Filippo II non si immischiò mai nella nomina degli inquisitori lasciandone la cura al nuovo Capo Inquisitore, Geronimo Manríquera, ma che tuttavia fosse riconosciuto il diritto di sorveglianza della Corona risulta da una Consulta, nella quale il Capo Inquisitore lamentava la poca idoneità di alcuni incaricati. Il Re rispose con molta cautela perché non ne ricadesse la responsabilità su di lui e chiese la comunicazione dei nomi. Ciò rendeva evidente il suo desiderio di riprendere il rigoroso controllo esercitato sotto Ferdinando, che nei tempi torbidi e nella permanente assenza di Carlo si era indebolito.
Filippo, del resto, fu un sovrano debole e di carattere indeciso, ma in un caso diede prova di un rigore ancor maggiore di quello di Ferdinando e precisamente quando comparve con la sua Corte a Toledo per presenziarvi ad un « auto da fé » tenutosi nel 1513. Egli desiderava assistere alla condanna di Juan Coten accusato di simpatizzare per la Religione Luterana; egli aggravò la pena facendolo condannare all'ergastolo e a cento scudisciate. Il Tribunale si rivolse alla Suprema per averne il parere e questa approvò l'aggravio della sentenza, ma il giorno dopo l'« auto da fé » fu comunicato al condannato che la Suprema gli aveva pietosamente condonato le scudisciate.

Il diritto di nomina ed il licenziamento del Capo Inquisitore, a cui i Sovrani non rinunciarono mai, contribuiva molto ad aumentare il potere reale, se non proprio a rafforzare la sicurezza del Re. Ma dopo la morte di Ferdinando, quando Adriano fu eletto Papa, sembra che egli volesse far apparire che questo privilegio era legato solo alla persona di Ferdinando e di conseguenza sarebbe ritornato alla competenza del Pontefice.
Il 12 Febbraio 1512 egli scriveva a Re Carlo che era necessario cercare un successore per la carica di Capo Inquisitore. Però dopo lunghe riflessioni egli decise per il Generale dell'Ordine dei Domenicani e senza attendere il consenso del Re procedette alla sua nomina.

È naturale che il Re non avesse sufficiente potere per revocare una nomina fatta dallo stesso Pontefice, tuttavia il Sovrano disponeva di molti mezzi per provocare le dimissioni spontanee. Se le dimissioni di Alfonso Suarez de Fuentelsas fossero provocate da simili influenze o meno non ci è dato di sapere, ma il caso del Cardinal Manríque, successore di Adriano, dimostra in modo o in un altro era sempre possibile al Sovrano di allontanare quelli che non erano nelle sue grazie.

Manrique, come Vescovo di Badajoz, dopo la morte di Isabella aveva parteggiato con tanto fervore per Filippo che Ferdinando aveva ordinato il suo arresto. Egli fuggì nella Fiandra, mettendosi al servizio di Carlo, col quale poi ritornò in Spagna e divenne più tardi Principe Arcivescovo di Sevilla.
Nel 1619 il successore del Capo Inquisitore Sandovol fu Fra' Luis de Allaga, un Domenicano, confessore del Cardinale Lermaz, il quale nel 1608 lo aveva ceduto al Re, sul quale questi esercitò una enorme influenza, sebbene avesse una dubbia fama, poiché secondo l'opinione generale era stato lui nel 1614 a pubblicare, sotto il pseu
donimo di Avellanda, la continuazione falsificata di Don Quixotte, lavoro che, per il tono burlone e sconveniente, non si addiceva ad un autore ecclesiastico. Sebbene egli dovesse il suo patrimonio a Lerma tuttavia prese parte nel 1618 al movimento a favore del nipote del Cardinale che ebbe per risultato la rovina completa di Lerma.

Durante il regno di Filippo i veri dominatori della Spagna divennero Fuceda e Aliaga i quali però amministrarono tanto malamente, ponendo in tutti gli uffici le loro creature e vendendo per lucro la Giustizia, che ebbero una gran parte nella rovina economica del Paese. Quando Filippo occupò il trono, la sua prima attività fu quella di licenziare tutti quelli che sotto il suo predecessore avevano ricoperto cariche autorevoli. Egli ebbe un compito facile con i funzíonari civili, ma l'incarico del Papa rendeva il Capo Inquisitore indipendente dalla volontà del Re. Tuttavia Filippo finì con lo scrivergli che entro ventiquattr'ore desse le sue dimissioni ritirandosi nel Convento Domenicano di Huete. Il Capo Inquisitore obbedì, ma non volle rinunciare al Vescovado di Samora e pretese in compenso della sua rinuncia la conservazione dei suoi proventi ecclesiastici. L'unico modo di ottenere da Papa Gregorio XV la sua rimozione era quello di fargli noto che il Capo Inquisitore aveva mantenuto una relazione amorosa, nonché i rimproveri di Filippo III che sosteneva che il Capo Inquisitore avrebbe esercitato su di lui una influenza malefica fino alla morte.

Papa Gregorio ascoltò benevolmente le lagnanze e sembra che lo stesso Aliaga riconoscesse l'insostenibilità della propria posizione, perché infine dette le sue dimissioni.
André Pachno, nominato suo successore nel 1622, venne tollerato in carica sino alla sua morte avvenuta nel 1626.
Gli succedette il domenicano fra' Antonio de Sotomayor, il quale era « in partibus » Principe Arcivescovo di Damasco e confessore del Re.
Quando occupò la carica aveva già 77 anni e la sua senilità era molto visibile. Ben presto fu anche lui invitato a dare le dimissioni, ciò che fece solamente in seguito a forti pressioni e molto malvolentieri.
Fu seguito nella carica di Capo Inquisitore da Pascual d'Aragona, Principe di Cordova, figlio del Více Re di Napoli. Egli ottenne pure la dignità di Principe Arcivescovo di Toledo nel 1666, ma non per questo volle rinunciare alla carica di Capo Inquisitore; tuttavia Maria Anna d'Austria, Regina Reggente, ve lo costrinse per nominare il proprio confessore Juan Evorardte Nithardt, un gesuita tedesco.

Il Nithardt nel 1668 si vantò di essere già da ventiquattro anni il consigliere spirituale della Regina e di vivere permanentemente presso di lei. Di conseguenza egli aveva diretto lo sviluppo spirituale della Regina fin dalla di lei infanzia e siccome Anna era debole, il Níthardt le divenne indispensabile. La nomina di quest'ultimo a Capo Inquisitore suscitò le più vive disapprovazioní, che nemmeno il rispetto per la Regina poteva soffocare. Furono presentate proteste ed intercorsero lunghe discussioni, ma ogni opposizíone fu vana, poiché il 15 ottobre del 1666, il Nithardt ottenne la sua nomina a Capo Inquisitore e divenne ben presto l'effettivo padrone e dominatore del Reame.

Il generale malcontento fu attizzato anche dall'invidia dei Domenicana, i quali odiavano i Gesuiti. Accusarono dunque il Nithardt dinanzi al Santo Uffizio di porre in ogni carica i suoi « Calificadores » gesuiti e di essersi fatto fissare una pensione annua di sessantamila ducati. La Spagna aveva in quei tempi il suo pseudo eroe nella persona del secondogenito di Don Juan d'Austria, la cui madre era una certa Calderona. Egli godeva di gran stima tra la popolazione per aver stroncata la ribellione di Napoli con la conquista di Barcellona. Fra lui ed il Nithardt sorse nel 1652 una grande ostilità, che degenerò presto in un ardente odio. Per allontanarlo dal Paese il Nithardt gli diede l'incarico di condurre la spedizione nella Fiandra, ma Don Juan non obbedì, riparando nella Catalogna, donde scrisse una lettera alla Regina, nella quale dichiarava che soltanto la bassa scellerataggine di Nithardt che attentava alla sua vita lo aveva scacciato dal Paese e che egli non si era imbarcato per la Fiandra, per poter liberare la sua Regina da quella belva che si mostrava tanto indegna di ricoprire l'alta carica che gli avevano affidato.
Il contenuto di questa lettera e di un'altra simile fu divulgato largamente e l'odio generale contro il Níthardt ebbe un nuovo stimolo, mentre Don Juan veniva contrapposto all'odiato straniero come l'eroe nazionale che continuava le sue espansioni di odio contro di lui. Arrivarono enormi quantità di lettere dalle città rappresentate nella « Cortes » che imploravano la Regina di allontanare il Níthardt, ma essa rimase irremovibile.

Don Juan d'Austria intanto organizzava una squadra di cavalleria, di circa centocinquanta uomini, per la difesa della propria persona e con questa scorta si avviò attraverso Saragozza a Barcellona. Intanto la « Cortes » ordinava alla popolazione di ostacolare la sua marcia, che però divenne un viaggio trionfale. La Nobiltà ed il popolo si radunavano per festeggiarlo e nella Spagna vi parteciparono persino i Tribunali dell'Inquisizione, mentre gli studenti portavano per le vie effigi di Gesuiti che poi bruciavano davanti alle sedi dell'Ordine, costringendo i rettori ad assistere allo spettacolo.

Quando l'Eroe giunse con il suo piccolo esercito in prossimità di Madrid, il Nithardt invitò la Nobiltà a schierarsi contro di lui con i loro uomini, ma il Consiglio di Reggenza vietò questo passo. Don Juan non aveva fretta; il 9 febbraio giunse a Junquera a circa dieci miglia da Madrid. Si temeva che il popolo si ribellasse e finisse col linciare i ministri ritenuti responsabili delle sue sofferenze, perciò fu soppressa ogni resistenza; il Nithardt persuase il Nunzio Papale di parlare con Don Juan e di chiedergli tempo per altre trattative. Ma il Nunzio ritornò con un messaggio che esigeva l'immediato allontanamento di Níthardt dalla Spagna. Anche il Consiglio della Corona si riunì e fece la medesima richiesta. Il giorno seguente scoppiò la rivolta in tutta la città. La plebaglia circondò il Palazzo a Junto Gobierno vi affisse un bando di espulsione immediata dei Nithardt; la Regina, per ricompensarlo, gli offerse la carica di Ambasciatore in Germania o in Italia, a sua scelta. L'Arcivescovo di Toledo ed il Conte Pennerando vennero incaricati di fare la relativa comunicazione al Nithardt, chi li ascoltò senza rivelare la benché minima commozioni, mettendosi a loro disposizioni.
L'Arcivescovo ed il Principe Maqueda vennero a prenderlo con due carrozze. Nithardt prese posto in una delle due, ma non portò con sè altro che il suo breviario. Durante il tragitto ben tre volte la plebe infuriata tentò di aggredirlo, ma alla visione del Crocifisso che il Cardinali per precauzione aveva portato con sé, arretrò lasciando libero il passaggio.
Il giorno seguente Níthardt si recò a San Agustín, a circa dieci miglia dalla Capitale, e vi rimasi a lungo nella vana speranza di essere richiamato.

Don Juan si ritirò dopo essersi accordato con le autorità che il Nithardt si sarebbe immediatamente dimesso da tutte le sue cariche e che non sarebbe mai più ritornato nella Spagna. Il Nithardt dunque si recò a Roma, dove però non poté presentare le sue credenziali, ne occupare la carica di Ambasciatore. La Regina tentò di ottenergli con astuzia il Cappello Cardinalizio, promesso dal Papa alla Spagna, ma siccome una lettera del Nithardt in cui si lamentava della Santa Sede, era capitata tra le mani del Nunzio, le astute mosse della Regine ebbero per risultato un severo ordine, che imponeva al Nithardt di rinunciare immediatamente alla carica di Capo Inquisitore, a favore di Valaodre.

Quando San Roman, ambasciatore, gli consegnò quest'ordine, il Gesuita svenne e non riprese conoscenza per alcune ore. Il Papa donò il Cappello Cardinalizio a Portocarrero, Canonico di Toledo, e quando la Regina ne venne a conoscenza cadde ammalata per tre giorni. Oliva, Generale gesuita, visto che Nithardt, che già detestava per la sua superbia, era stato privato di tutte le cariche, gli ordinò di lasciare immediatamente Roma e di ritirarsi in un convento.

Filippo V portò con sé lo spirito gallico ed il rispetto della sovranità, ma entrambi non erano conciliabili con la mentalità pretensíosa della Curia e con la posizione pressoché indipendente della Inquisizione. Con i Borboni si iniziava una nuova era nei rapporti tra la Corona ed il Santo Uffizio. Ma alla prima occasione in cui vennero a misurarsi le forze, l'esitazione di Filippo in seguito alle influenze esercitate dai suoi consiglieri, confessori, e da sua moglie rese molto problematica la sua vittoria. Nel 1711 egli scelse alla carica di Capo Inquisitore il Cardinale Giudice, un napoletano poco coscienzioso, ma ambiziosissimo.
Il riconoscimento dell'Arciduca Carlo a Re della Spagna avvenuto nel 1709 ebbe per conseguenza la sospensione dei rapporti diplomatici fra Roma e Madrid, provocati da Papa Clemente XI. Filippo congedò il Nunzio, fece chiudere la Nunziatura e vietò l'inoltro di denaro a Roma.
A questo punto cominciò quell'inimicizia che, con più o meno accanimento, durò quasi un secolo e mezzo. Il Consiglio di Stato incaricò di trattare con la Santa Sede il Procuratore di Stato Melchor Rafael de Macanas, uomo imbevuto di incondizionato rispetto verso i diritti sovrani, il quale perciò era odiato dalla Curia.
Nel frattempo scoppiò una rivolta a Corte. Maria Luisa di Savoia, moglie di Filippo morì l' 11 febbraio del 1714. La Principessa Des Ussines, la quale aveva accompagnato la Regina in Spagna e godeva di molta autorità in quella Corte, si incaricò di trovare una moglie per Filippo, per poterla tenere ancora sotto la sua influenza. Giulio Alberoni, un astuto avventuriero Italiano, vi figurava come Ambasciatore del Principe di Parma. Egli riuscì a persuadere la Principessa Des Ussines che Elisabetta Farnese sarebbe stata la Regina più adatta per la Spagna e così il matrimonio venne contratto.
Elisabetta arrivò il 10 dicembre del 1714 a Pampeluna e vi trovò già l'Alberoni, venuto ad incontrarla per renderla edotta della situazione della Corte di Spagna. Questi avvertimenti ebbero il loro frutto, in quanto che la giovane e superba dama, quando la Principessa Des Ussines giunse per salutarla le ordinò di abbandonare immediatamente il Paese.

Filippo, noto adoratore delle donne, si trovò ben presto dominato dalla sua energica moglie ed Alberoní divenne un ministro onnipotente. Gíndice che aveva consegnato al Re l'umiliante messaggio della Santa Sede, sebbene Filippo lo avesse espulso dal Regno, stava sempre in agguato alla frontiera ed il Re si umiliò innanzi a lui a tal segno da firmare il documento del ripristinamento e gli chiese scusa per essersi lasciato fuorviare dai cattivi consiglieri.
L'Alberoni ed il Gíndice erano di pochi scrupoli ed ambiziosissimi e perciò non poterono a lungo andare d'accordo, ma l'Alberoni, che era il favorito della Regina, riuscì in breve a minare l'autorità del Gindíce. Quest'ultimo che era anche educatore del giovane Principe Luis fu privato dalla sua carica ed il 15 luglio del 1776 venne espulso dal Palazzo Reale e di lì a poco dovette abbandonare la Spagna. Egli si recò a Roma e pose all'ingresso del suo palazzo lo Stemma reale spagnolo.
Tuttavia le sue dimissioni non dovevano tardare molto, perché già nel 1717 il Tribunale di Barcellona riconosceva l'annuncio della Suprema, secondo il quale il Papa avrebbe finalmente accettate le dimissioni ripetutamente presentate dal Cardinal Gindice, nominando come suo successore Padre Dottor Joseph Molines.
Anche Alberoni era riuscito ad ottenere il Cappello Cardinalizio, da molto tempo ambito, ma la sua vittoria fu di breve durata. Il confessore del Re, Padre Robinet, fu sostituito da un altro Gesuita, Padre Daubenton, che intrigava tanto segretamente e con tale successo contro l'Alberoni che questi seppe la sua caduta soltanto da un Decreto Reale, col quale gli veniva intimato di allontanarsi entro otto giorni da Madrid e di abbandonare entro tre settimane la Spagna.

Non risultano ulteriori ingerenze reali nelle questioni dell'Inquisizione, fino al 1761, quando Papa Clemente XIII' ritenne opportuno disapprovare il Catechismo di Messengui, che a quanto pare negava la supremazia del Papa sui Re. La discussione, svoltasi a Roma, su questo argomento interessò tutta l'Europa e la messa all'indice del libro venne considerata come una provocazione contro i Regnanti. Carlos III seguiva con particolare interesse il dibattimento, principalmente perché anche suo figlio era stato educato con quei principi.
Carlos III non ebbe altra occasione di esercitare i
suoi diritti di sovranità, ma non fu così con Carlos IV. Il suo primo incaricato a Capo Inquisitore, Manuel Abady la Sferra, Vescovo di Astroga, che occupò il suo ufficio nel 1793 poté conservarlo solo per breve tempo, poiché già dopo un anno veniva invitato a rassegnare le dimissioni. Nemmeno il suo successore, Francisco Antonio de Lorenzana, Principe Arcivescovo di Toledo, il quale entrò in carica nel settembre del 1794 fu più fortunato, sebbene le sue forzate dimissioni fossero decorosamente velate dall'incarico di trovare a Papa Pio VI un asilo a Maiorca. Fu seguito nella carica di Capo Inquisitore da Ramon José de Arce y Reynoso Arcivescovo di Saragozza, il quale diede le sue dimissioni il 22 marzo 1808, quattro giorni dopo la detronizzazione di Carlos, alla rivolta dei servi ad Aranjuez, probabilmente per non essere coinvolto nell'odio che si manifestava contro il suo favorito Godoy.

Nel corso della breve rinascita dell'Inquisizione, questa aveva troppo bisogno dell'appoggio del potere Reale per provocare divergenze di vedute che avrebbero provocato l'applicazione dei diritti sovrani.
Il rapporto della Suprema alla Corona fu originariamente identico a quello degli altri Consigli Reali. Il potere reale si manifestò maggiormente quando Filippo III, nel 1614, ordinò alla Suprema di riservare un seggio in soprannumero al suo confessore, frà Alliaga, che doveva avere la precedenza gerarchica e ricevere un onorario di quindici ducati. Nello stesso tempo il Re pattuì che tale seggio dovesse restare sempre riservato ai confessori reali, qualora essi appartenessero all'Ordine dei Domenicani. La Suprema, pur accettando di buona grazia l'Alliaga, fu contrariata dalle altre condizioni e quando Serma pretese decisamente che il desiderio del Re fosse messo a verbale, il consenso fu dato non senza un'espressione di generale malcontento.

Filippo IV dopo la sua ascesa al Trono ordinò che il Consiglio desse posto al suo confessore, il Domenicano Sotomayor, ciò che la Suprema fece dopo una vana opposizione. La clausola prese carattere stabile quando, sotto la Restaurazione, l'Inquisizione venne riorganizzata e nel 1815 fu nominato Cristobal de Bencomo, confessore di Ferdinando VII mentre Filippo V diede ordine che un seggio venisse sempre riservato da un padre Gesuita. Quest'ultimo ordine fu naturalmente abrogato con l'espulsione dei Gesuiti, ma nel 1718 Carlos III' dispose che a quel seggio dovessero avvicendarsi componenti dei vari ordini, senza preferenze. Anche questo fu accettato di malagrazia, ma il malcontento scoppiò quando ad Olivarez piacque di proporre al seggio riservato a nomina reale, suo nipote, un giovane ecclesiastico, secondogenito del Principe Cardona.
La Suprema non voleva nemmeno saperne, perché il giovanotto non aveva compiuto ancora i trent'anni ed il limite di età degli Inquisitori era di quaranta. Il contrasto prese tali proporzioni che la stessa Principessa Cardona scrisse a suo figlio di ritirare la domanda, ma il Re non cedette ed il giovane ecclesiastico venne così nominato e nell'anno seguente fece la sua apparizione anche al Consiglio Reale. Questo fatto caratterizza il sistema di governo di Olivarez.

Nel 1599 Filippo III aveva dato il consenso a diversi postulati della « Cortes » di Barcellona; uno di questi regolava il numero delle persone al servizio dell'Inquisizione, mentre l'altro pretendeva che tutti i dipendenti ad eccezione degli inquisitori fossero di origine catalana. Il Re accondiscese e scrisse alla Suprema di sottoporre queste pretese al Consiglio. Ma la Suprema non diede seguito a questo, finché Filippo, nel 1603, rinnovò la sua ingiunzione; ma anche questo secondo avvertimento ebbe la stessa sorte del primo. D'altronde non é men vero che Filippo IV° asseriva che Filippo III avrebbe dato il consenso a queste richieste soltanto per tranquillizzare i Catalani, mentre in segreto avrebbe egli stesso chiesto al Papa di non approvarli.

Un altro cambiamento che grandemente contribuì ad aumentare l'indipendenza dell'Inquisizione era la facoltà di disporre senza limiti del proprio patrimonio. Come abbiamo visto, sotto Ferdinando i beni sequestrati degli eretici spettavano alla Corona e le spese amministrative e le retribuzioni dei dipendenti dell'Inquisizione dovevano essere liquidate dalla stessa Corona.
La questione dell'amministrazione patrimoniale giunse ad una sistemazione definitiva soltanto dopo alterne vicende. Persino Ferdinando, che sorvegliava attentamente l'attività dei tesorieri, riconobbe la necessità di istituire la carica di un amministratore centrale per i beni sequestrati e nulla di più naturale che questa carica fosse ricoperta da un membro della Suprema. Quando nel 1513 il Vescovo Mercader divenne Capo Inquisitore dell'Aragona, il Re pretese un resoconto da tutti i tesorieri ed esattori.

Quando Re Carlo, nel 1520, abbandonò la Spagna, diede analoghe disposizioni al Capo Inquisitore Adriano, che, a quanto pare però trovò resistenza da parte della Suprema, la quale dubitava che egli avesse avuto tale incarico, poiché il Re si trovò più tardi costretto a ripetere la raccomandazione da Bruxelles. Quando Carlo ritornò si occupò personalmente del controllo patrimoniale, mentre dopo il suo matrimonio con Isabella di Portogallo, dopo le sue frequenti assenze, autorizzò la Regina ad espletare tali funzioni.
Tuttavia, nonostante le molte formalità, questa sorveglianza della Corona divenne nominale. Infatti il Cardinale Manrique nel 1537 dichiarava che senza il consenso reale non sarebbe stato possibile aumentare gli onorari degli Inquisitori, ma invece, quando la Corona tentò di immischiarvisi i suoi desideri non furono presi in considerazione. Tutto ciò condusse poco alla volta alla completa indipendenza patrimoniale dell'Inquisizione. Quando Filippo III salì al Trono, la Tesoreria era pressoché vuota ed egli perciò ordinò

 

Per sentenza dell'Abbadessa Francoise de Lerme, la monaca Dolores, trovata in possesso d'una Bibbia Luterana, era stata condannata al digiuno perpetuo. Lacerata dai crampi della fame, è vicina a morte. Il sacerdote legge le preghiere in « articulo mortis » e le impartisce la benedizione del Cielo.

 

all'Inquisizione di liquidargli immediatamente una somma di danaro dai suoi fondi.
Sotto il regno di Filippo IV la tendenza a rendersi indipendenti finanziariamente da ogni ingerenza reale aumentò sempre più. Tuttavia la Corona trovandosi continuamente a corto di mezzi, continuò ad avanzare delle pretese che dovevano essere soddisfatte. Con l'andare del tempo queste pretese divennero sistematici contributi annui, che però la Suprema non si faceva premura di liquidare, tanto che risulta da una lettera del 1662 che essa era in arretrato di un anno.
Era ovvio che la Corona non potesse accettare questo appoggio finanziario, senza perdere in parte la sua supremazia e quindi a poco a poco l'Inquisizione si considerò a parità del Sovrano. Infatti nel 1725 l'Inquisizione espresse la sua preoccupazione che l'alleanza con l'Austria contro Inghilterra, Francia e Prussia, avrebbe avuto per conseguenza che l'Inquisizione spagnola sarebbe stata costretta al rimborso delle confische, flagello che pare avvenisse nel 1727, poiché quando in una riunione della Suprema venne illustrato il grande impoverimento dell'Inquisizione, ciò venne attribuito al fatto che il Re si era appropriato dei patrimoni confiscati sebbene avesse garantito di non farlo.

Ma col lento miglioramento della situazione finanziarla della Nazione, la Corona dovette restituire questi proventi, poiché risulta dagli scritti del 1768 che l'Inquisizione era rientrata in possesso dei patrimoni confiscati, cedutile dalla magnanimità del suo Sovrano.
I penitenti che ottennero il decreto di grazia non subirono la confisca dei beni, ma vennero condannati ad una ammenda, nella misura stabilita dagli inquisitori. Queste ammende però non erano lievi, poiché ammontarono per lo più ad un terzo ed anche alla metà dei rispettivi patrimoni.
Allìinizio queste ammende furono inflitte sotto forma di obolo per appoggiare i Regnanti nella loro opera di devozione consistente nelle guerre contro i Mori, ma già nel 1464 il Torquemada aveva modificato il procedimento, determinando che questi contributi dovessero essere versati a persona fidata che li avrebbe tenuti a disposizione del Re o di qualche istituzione religiosa.

Sebbene come abbiamo visto l'indipendenza dell'Inquisizione dipendesse più o meno dalle disposizioni e dalle necessità del Sovrano, tuttavia vi furono momenti in cui parve che essa dovesse liberarsi da ogni controllo, dominando da sola il Paese. Se Ferdinando non avesse avuto la saggezza di riservarsi il diritto di assunzione e licenziamento degli inquisitori, sarebbe potuto avvenire con molta facilità, dato il temperamento del popolo spagnolo, tutto preso da una esaltazione di odio contro gli eretici, che non si potesse più contare nemmeno nella tradizionale devozione degli Spagnoli verso il Sovrano e che essi arrivassero a rovesciare il Trono di un Re sospetto di eresia.

I regnanti difesero l'Inquisizione da ogni genere di controllo e la esonerarono dalla responsabilità verso tribunali civili ed ecclesiastico. Essa divenne di conseguenza sovrana sul proprio terreno d'azione, ebbe un potere assoluto e diritto di intromettersi nelle questioni di numerosi tribunali civili. Questa indipendenza é unica nel suo genere, nella Storia.
Sotto il regno dell'inetto Carlos II il governo dei suoi deboli ministri, l'ambizione di dominio dell'Inquisizione aumentò ancora ed essa riuscì a scansare con abili mosse il forte movimento delineatosi
contro di essa nel 1696, alla « Junta Magna ». Però con l'avvento al potere della Casa di Borbone essa fu costretta a riconoscere la propria sottomissione al potere reale, nelle questioni temporali, benché Elisabetta Farnese avesse parlato nell'interesse del Capo Inquisitore Gindice.
Come avremo occasione di vedere in seguito, sotto il Regno della Casa Borbone, apportatrice di idee galliche, che comportavano l'incondizionato potere dei Sovrani, venne effettivamente riconosciuta la inferiorità dell'Inquisizione, inquantoché venne ristretta la sua competenza giuridica e la sua influenza diminuì notevolmente.

LA SUPREMAZIA DELL'INQUISIZIONE


Quando l'Inquisizione osò mettersi a parità coi Sovrani, essa doveva affermare necessariamente la sua supremazia sulle altre corporazioni dello Stato. Essa poté conquistare la Spagna con la teoria zelantemente enunciata dalla Chiesa nel Medio Evo, secondo la quale il primo dovere del potere civile era quello di conservare la purezza della Fede e di estirpare con ogni mezzo l'eresia e gli eretici.
Abbiamo già accennato che l'Inquisizione, alla sua costituzione, esigeva un giuramento di obbedienza da ogni funzionario civile e quando un nuovo inquisitore entrava in funzione, portava con se delle lettere reali che ingiungevano, a tutti i funzionari, cominciando dal Vice-Re di porgere ogni aiuto al nuovo inquisitore, non opponendosi alle sue sentenze di arresto, sotto pena di una ammenda di cinquemila fiorini d'oro per i renitenti.
Questo veniva reso pubblico dal Vice-Re, a suon di corno, per tutta la città. Non era una pura formalità, perché quando Barrientos, Cavaliere di Santiago, osò affermare che non era necessario appoggiare il personale di Inquisizione nell'eseguire gli arresti, gli fu inflitta la scomunica e gli ordinarono di presentare le scuse al Capo Inquisitore.
Effettivamente il Cavaliere promise di comparire all'auto da fé, come penitente, per ascoltare la messa in ginocchio, con la candela accesa tra le mani.
E come se ciò non bastasse poco tempo dopo in ogni città dove risiedeva l'Inquisizione si pretese un voto dai funzionari, secondo il quale essi promettevano di fare opera di proselitismo per la Religione Cattolica, di perseguitare tutti gli eretici ed i loro simpatizzanti, deferendoli all'Inquisizione; inoltre di non dare impieghi a tali persone, né di accoglierli nelle loro case; di eseguire coscienziosa
mente ogni sentenza pronunciata dall'Inquisizione, di rimanere figli fedeli di Dio, della Chiesa Romana e dell'Inquisizione.

Ma nemmeno con questo si accontentarono e per imprimere maggiormente la disciplina, in ogni auto da fé, al quale presenziavano d'obbligo notabilità e popolo, nonché all'annuale lettura dell'Editto di Fide, alla quali doveva pure presenziare tutta la popolazione, uno dei cancellieri dell'Inquisizione, tenendo in alto il Crocifisso rivolgeva al pubblico li seguenti parole
- "Alzate le mani, affinché tutti vedano il vostro giuramento su Dio, sulla Santa Vergine, su questo Crocifisso, sul Santo Vangelo e sull'Inquisizione di difendere la Santa Religione Cattolica, la Santa Inquisizione, tutti i suoi membri ed incaricati: di denunciare ogni eretico ed i loro protettori e difensori nonché ogni nemico del Santo Uffizio; di non nasconderli, di non aiutarli, ma di deferirli all'Inquisizione! E quelli chi non agiranno così, siano colpiti dal Signore come spergiuri e miscredenti. Rispondete tutti con « Amen ».

Quando ad un auto da fé presenziava anche il Sovrano questo giuramento generale non era sufficiente ed il Sovrano doveva fare un giuramento separato. Così nel 1559 a Valladolid il Capo Inquisitore Valdés fece giurare la regina Juana, mentre nel 1632, il Capo Inquisitore Zapata si portò sotto la finestra, dove sedeva Filippo IV e tenendo tra le mani il libro da messa ed il Crocifisso gli fece giurare su essi che, vita natural duranti, avrebbe difesa e protetta la santa Religioni Cattolica ed aiutata l'Inquisizione. Questo giuramento venne poi letto ad alta voce al popolo e con ciò tutta la Nazione fu obbligata in un vincolo solenne, all'incondizionata obbedienza ed al riconoscimento di tutti i diritti dell'Inquisizione.

Il carattere di pura formalità delle attività dei funzionari civili, in tutte le questioni riguardanti l'Inquisizione, viene ampiamente illustrato dal seguente avvenimento: sotto Filippo V in un auto da fé, tenutosi a Barcellona nel 1715, l'accusato fu condannato per bigamia, a cento scudisciate. Era già stato informato il giustiziere di tenersi pronto, quando il Marchese Castil-Rodrigo, Vice-Re, vietò l'esecuzione della pena. Seguirono lunghi discussioni ed infine
il Marchese dovetti cedere e la sentenza venne eseguita. La Corte Marziale comunicò il fatto alla Suprema, la quale a nome del Re espresse i ringraziamenti al Vice-Re per la sua obbedienza.

Un altro mezzo estremamente efficace dell'Inquisizione era la facoltà incondizionata di arrestare. Quando un inquisitore voleva soddisfare il proprio sentimento di vendetta, nei confronti di qualche nemico, bastava che dichiarasse che aveva offeso la Religione per farlo imprigionare immediatamente. Nessuno si curava poi del seguito della questione. La macchia dell'arresto rimaneva in eterno, non soltanto sull'arrestato, ma anche su tutti i suoi discendenti. Appunto per questo la facoltà di poter liberamente arrestare era un'arma terribile nelle mani degli inquisitori, che spiega il terrore che essi suscitavano in ogni persona.

Nella gerarchia dello Stato i Vice-Re ed i governatori seguivano immediatamente il Sovrano, come suoi rappresentanti. La degradazione di questi alti gerarchi era uno degli scopi principali degli inquisitori. Nel 1588 suscitò grande indignazione a Lima che gli inquisitori pretendessero maggiori onori che non quelli accordati al Conte Ville Vice-Re del Perù, insistendo tanto nella loro pretesa che finirono per scomunicarlo, perché egli non cedette.
La continua esibizione della supremazia della Inquisizione era umiliante anche per i vescovi i quali ragionavano che mentre il Santo Uffizio era stato introdotto appena quattrocento anni prima nel Paese, essi avevano occupato il seggio vescovile fin da secoli addietro. Ma l'Inquisizione era ben organizzata, mentre i vescovadi erano dispersi ed incapaci di difendersi. Questo continuo dissidio provocò molte scenate scandalose.

La prepotenza dell'Inquisizione arrivò al punto di pretendere persino dei mutamenti nel rito della Messa, fatto che provocò a Cordova un terribile scandalo. Nessuna delle parti voleva cedere e così la funzione dovette essere sospesa. Gli Inquisitori tentarono di infliggere la scomunica al Capitolo, ma il Clero fece un tal baccano, frantumando persino i banchi della chiesa, che gli inquisitori dovettero retrocedere dinanzi all'uragano, borbottando e calandosi il cappuccio sugli occhi.
Il giorno seguente accusarono dinanzi al Re i Canonici, con un atto di accusa che si estendeva per cinquantasei pagine. Ma Filippo a quel tempo aveva ben altri pensieri, per l'allontanamento di Olivarez e per la repressione della rivolta in Catalogna ed in Portogallo.

La posizione dell'Inquisizione cambiò sotto i Borboni ed il fatto notevole é caratterizzato dal seguente avvenimento: ai festeggiamenti dell'Incoronazione di Ferdinando VI a Granada, nel 1747, la Cancelleria notò che l'Arcivescovo stava seduto nella finestra dei suo Palazzo, su una sedia rivestita di seta rossa, mentre gli inquisitori avevano posto alle finestre da loro occupate, dei cuscini. La Cancelleria mandò immediatamente un incaricato nel palazzo per far togliere i cuscini, che facevano pensare ad una particolare distinzione degli inquisitori rispetto all'Arcivescovo. Siccome gli inquisitori con una risposta prepotente si rifiutavano, la Cancelleria sospese immediatamente la Corrida, revocando tutti i festeggiamenti.
La questione fu portata dinanzi al Re e la Suprema presentò una vivace protesta, perché i membri dei Santo Uffizio non fossero privati dei loro privilegi riconosciuti da secoli, adducendo che l'Inquisizione era il Supremo Foro della Giustizia, non soltanto nella Spagna, ma in tutto il mondo e che essa era la custode della vera Fede, la più solida base di ogni reame e di ogni repubblica. Dopo uno scambio di idee svoltosi nel Consiglio della Corona, riunitosi al completo, il Re emise un decreto col quale informava la Spagna che l'Inquisizione non era più quella che era sta a un tempo.
Ciò che era maggiormente urtante nella intangibilità pretesa dalla Inquisizione era il fatto che essa estendeva l'immunità anche ai suoi dipendenti e persino ai suoi servi.

Miguel de Medina, uno dei più eminenti scienziati di quei tempi, dichiarò in una pubblica predica, ingiusta la sentenza pronunciata dalla Inquisizione contro un suo compagno di Ordine, che era stato imprigionato. Egli qualificò l'azione come un peccato mortale, paragonandola a quella commessa contro San Gerolamo e Sant'Agostino, che furono pure vittime della vendetta dei loro confratelli, osando dire anche che il Capo Inquisitore Espinoza sarebbe andato all'Inferno se non si fosse pentito del suo fallo. Gli inquisitori si vergognarono e tentarono di alleggerirsi delle responsabilità giustificandosi con testimonianze.
La predica del frate era un'aperta ribellione al Santo Uffizio e non si riesce a comprendere come l'audacia del Francescano abbia potuto rimanere impunita. Infatti, messo dinanzi al Tribunale di Toledo, fu condannato ad un semplice rimprovero e gli fu vietato di ritornare a Madrid. La sentenza venne approvata anche dalla Suprema. Vedremo, in seguito per quali ragioni un altro frate, Francisco Ortiz, che commise un'analoga offesa non sia stato giudicato con la stessa clemenza.

CARICHE E PRIVILEGI


Prima che la rivoluzione introducesse l'uguaglianza, le differenze di classe erano la base dell'ordine sociale. I maggiori tributi erano pagati dalle classi meno abbienti. La completa esenzione degli ecclesiastici era stata già decretata da Papa Bonifacio VIII e sebbene Filippo V, col Concordato del 1737, abbia ottenuto il diritto di imporre le tasse a coloro che avessero acquistato in seguito degli immobili, l'esazione di questi proventi rimase sempre molto problematica. Questi esempi illustrano l'intricata posizione della questione fiscale in Spagna.

Quando nel 1691 fu votato il « Mediameta » cioè la tassa sugli stipendi semestrali, sorse un'accanita discussione sulle possibilità di applicare questa imposta anche agli inquisitori. Ma la discussione terminò affermativamente e nemmeno la Suprema protestò contro il provvedimento, poiché il provveditore alle imposte Sala de Media Anata, fu sostituito da Gabriel Artiz de Sotomayor il quale era raccomandato dal Capo Inquisitore, Zapata, e quando dopo qualche anno l'Artiz fu nominato Vescovo di Badajoz, lo stesso Capo Inquisitore assunse la carica.
Sotto il Regno dei Borboni anche i dipendenti dell'Inquisizione furono tassati perché la guerra di successione era costata molto danaro. Filippo impose il cinque per cento del loro stipendio, ciò che furono costretti ad accettare. Non vi erano eccezioni di sorta ed i ricorsi furono trasmessi al Consiglio dei proventi erariali. L'unica facilitazione ottenuta dalla Suprema fu di esercitare un controllo sull'applicazione delle imposte.
Verso la fine del secolo XIII' l'Inquisizione cominciò a rinunciare ai suoi diritti di trattamento speciale. Il Santo Uffizio si sottomise di nuovo alle tasse ordinarie e straordinarie ed anche la Suprema
avvertì il Tribunale che non si sarebbe più immischiata nelle questioni fiscali.

Nel 1508 Ferdinando aveva abrogato l'ordine che permetteva la libera importazione delle merci, ciononostante dovunque si praticava il contrabbando. Quando Blas Ortis, nel 1540, occupò la sua carica di Capo Inquisitore, la Suprema gli rilasciò un passaporto che lo autorizzava a varcare la frontiera con tre cavalli e con quattro muli da carico. Sebbene fosse concesso agli ufficiali di dogana di chiedere il giuramento che quanto egli portava con sé era di proprietà privata e non mercanzia, tuttavia era ad essi vietato sotto pena di scomunica di procedere alla verifica. In tal modo era molto facile praticare il contrabbando, perché nonostante le lagnanze rimase fermo il divieto di controllare gli oggetti sacri dell'Inquisizione.

Nel 1606 i Diputados dell'Aragona annunciarono all'autorità che, nonostante la loro rigorosa sorveglianza, in esecuzione della legge che vietava la esportazione del frumento, risultava che grandi quantitativi di questa mercanzia venivano esportati verso la Valencia, a danno del Paese, sotto la scorta di reparti armati che erano in possesso di un lasciapassare.
Oltre a molte altre istituzioni per il bene comune, lo Ximenes aveva istituito nel 1512 un granaio cittadino, a Toledo, dove la cittadinanza, nei tempi di scarsità poteva acquistare il proprio fabbisogno a prezzi ridotti. Anche in altre città, come ad esempio a Valencia, erano stati istituiti simili granai, monopolizzando completamente il commercio del grano. Se l'affare si chiudeva in perdita, questa veniva coperta con una tassa speciale detta « pan asegurado », ma i dipendenti dell'Inquisizione godevano di un trattamento speciale a tale riguardo. Essi avevano anche un altro privilegio in comune con l'Arcivescovo e col Vice-Re. Il loro fornaio poteva entrare ogni mattina per primo nel granaio e prelevare un sacco di frumento (trigo fuerta) e, una volta alla settimana, tre quintali e mezzo (trigo candeal) e per questi quantitativi pagava soltanto un modestissimo dazio di consumo.
Questi quantitativi venivano macinati e si preparava il pane per i dipendenti dell'Inquisizione e per i detenuti in un formato speciale. Ciò dimostra che gli uomini dell'Inquisizione, non solo ottenevano il pane gratuito, ma anche un quantitativo eccedente. Già nel 1609 le autorità comunali tentarono di porre fine a questo abuso, ma senza successo. Finalmente nel 1627 si decisero a vietare al fornaio l'ingresso nel granaio: la Suprema, offesa, sporse lagnanza al Re ricordandogli i grandi servizi resi a Dio dal
l'Inquisizione.
Filippo rispose che non avrebbe permesso che fossero menomati gli antichi diritti delle città.

Durante il regno di Luigi XIV le famiglie ugonotte ebbero l'imposizione di alloggiare i suoi soldati, detti Dragonnades, poiché questo si dimostrò un ottimo mezzo di conversione. Le numerose ribellioni dimostrano quanto malvolentieri la borghesia si assoggettasse. Anche la rivolta catalana del 1640 fu causata dagli eccessi dei soldati accantonati, i quali, non avendo sufficiente legname da fuoco, finirono persino a bruciare i banchi delle chiese Rio de Arenas e Montiro. Sempre per lo stesso motivo furono massacrati nel 1705 a Saragozza i soldati francesi al servizio di Filippo V.
Siccome il Governo spagnolo era sempre in arretrato col soldo dei militari, é facile immaginare quale prezioso privilegio era costituito dall'esonero dall'obbligo di alloggiamento. Sin da principio potevasi attendere che l'Inquisizione sarebbe stata esonerata da questo gravame, poiché ciò era già privilegio degli Hidalgos. Il primo riferimento a questo esonero si trova negli scritti del Capo Inquisitore Valdes, il quale, nel 1548, ordinava che su quelle case abitate da inquisitori o dai dipendenti dell'Inquisizione non venissero affissi i cartelli di alloggiamento militare.
La decisione con cui l'Inquisizione combatté per questo suo privilegio è caratterizzata da un avvenimento del 1695. Il Capo Inquisitore di Barcellona comminava una multa di duecento libbre al consigliere comunale, se avesse osato di assegnare un alloggio militare nella casa campestre del portiere dell'Inquisizione, dove non alloggiava nemmeno quest'ultimo, ma un agricoltore.

La guerra di successione provocò nuove esigenze ed il cambiamento della Dinastia anche a questo riguardo fu tutt'altro che vantaggioso per l'Inquisizione. Un decreto reale del 1706 abrogò tutti i privilegi. La Suprema dapprima accettò i cambiamenti, ma nel 1712 ritornò a protestare finché il Re finì col riconoscere nuovamente i privilegi accordati dai suoi predecessori, dichiarando però che nei momenti di carestia non si potevano fare eccezioni per nessuno. Ciò era più una questione finanziaria che non una vessazione poiché fu adottato il procedimento che chiunque avesse pagato il cuertel, cioè contributo di alloggiamento, sarebbe stato esonerato dal fastidiosissimo obbligo di alloggiare soldati.
L'Inquisizione per due secoli si era abituata ad ubbidire o rifiutare l'obbedienzà all'ordine reale, secondo il proprio piacere e di tiranneggiare liberamente con le autorità locali. Infatti essa dichiarava in una sua lettera del 1737, che il suo personale non era tenuto
ad alloggiare soldati, né a mettere a disposizione del Governo bestie da soma. Eccettuato nei casi di estremo bisogno quando non si poteva fare eccezione per alcuno, Filippo aveva risposto che qualora le case della borghesia non fossero sufficienti si poteva valersi per il collocamento delle truppe anche delle case degli Hidalgos e della nobiltà.

L'Inquisizione si mantenne attaccata ai suoi privilegi, finché Carlos III non le impose di cessare le sue eterne minacce. I tempi non erano più favorevoli per i privilegi e nel 1805 il Primo Capitano di Catalogna lanciò un editto alla città ove dichiarava che i dipendenti dell'Inquisizione non erano più esenti dall'inquartieramento. In seguito a ciò le autorità inviarono militari nelle loro case col severo ordine di consegnare immediatamente il numero prescritto di bestie da soma. Nel 1807 seguì anche un Decreto Reale che poneva con rigore i limiti dei privilegi ancora in vigore. Ma nel frattempo venne l'invasione napoleonica e negli scritti della restaurazione non si trovano nemmeno le tracce del ripristino di questi privilegi.

Vi era un contrasto alquanto buffo tra la pretesa bellicosa dell'Inquisizione del porto d'armi per i suoi membri e dipendenti, e quella del completo esonero del servizio militare. Secondo l'antica legge gli impiegati regolarmente stipendiati, i medici chirurgi ed i maestri erano esonerati dal servizio militare e perciò l'Inquisizione riteneva naturale che questo beneficio spettasse anche a lei. Ma nel 1560 il Borgomastro di Cordova richiamò all'arruolamento tutti i dipendenti del Santo Uffizio.
Nei tempi torbidi del secolo XVI quando l'esistenza della Spagna era minacciata, risorse di nuovo la questione dei dipendenti e servi dell'Inquisizione e la Suprema si affaticava a difendere entrambe le categorie. Nel 1636-38 i Borgomastri di diverse città si rifiutarono di fare eccezioni, ma Filippo decise per l'esonero. Quando scoppiò la rivolta nella Catalogna e nel Portogallo e le risorse del Paese cominciavano ad esaurirsi il Governo sospese ogni trattamento di favore. Con un Decreto reale del 1641 Filippo dichiarò che la guerra aveva carattere religioso, poiché i ribelli avevano stretto alleanza con delle Nazioni dove era largamente diffusa l'eresia. Ordinò pertanto al Capo Inquisitore Sotomayor di convocare tutti i suoi dipendenti e servi per il servizio militare munendolo di ampi poteri per eseguire l'ordine.
Il Capo Inquisitore non protestò, poiché anche questa volta si trattava piuttosto di una questione finanziaria che di una effettiva prestazione militare. Venne dunque disposto che il servizio militare
venisse compensato con una somma di denaro che la Suprema non ebbe difficoltà a versare alla Tesoreria.

Non é difficile rintracciare le origini del privilegio, secondo il quale gli stabili dell'Inquisizione dovevano essere considerati come Santuari, dove la polizia civile non poteva penetrare. L'usanza di dare asilo nelle chiese ai delinquenti era diffusain tutta l'Europa e la Spagna non faceva eccezione. Ancora nel 1737 era necessaria una sanzione del Papa per poter derogare da questa regola nei confronti degli assassini, briganti e traditori della patria. È alquanto strano dunque che l'Inquisizione non abbia insistito nel suo diritto di asilo, considerando l'importanza che ebbe nelle sue funzioni la segretezza. Fino alla metà del secolo XVI le richieste di estradizioni delle autorità civili furono nettamente respinte, ma più tardi si rintraccia in uno scritto del Capo Inquisitore Tavera una dichiarazione secondo la quale egli avrebbe appreso, con grave disappunto, che certi assassini erano stati accolti e difesi nel Castello di Triana, sede del Tribunale e che non era stato permesso alla polizia il sopralluogo. Sempre secondo il Tavera sarebbe stato giusto di non accordare asilo a tali criminali nella sede dell'Inquisizione, il portiere avrebbe dovuto scacciarli ed in caso che si fossero ostinati avrebbe dovuto fare subito rapporto alle autorità. Questi abusi furono apertamente disapprovati nel concordato di Valencia del 1554 il quale dichiarava che, siccome l'Inquisizione non aveva diritto di asilo, non poteva difendere coloro che si rifugiavano nei suoi palazzi.
Uno strano contrasto è dato dalla « Concordias » dell'Aragona, imposto dalla «Cortes» del 1646, la quale diminuiva in diversi modi i vari privilegi dell'Inquisizione e tuttavia riconosceva questo dubbio diritto di asilo. Riguardo agli stabili dell'Inquisizione, un avvenimento scandaloso del 1638 dimostra a quale punto si fosse arrivati a dispetto dell'ammonimento rivolto da Tavera al Tribunale di Sevilla. A Maiorca un certo Conte Ayamano, alla testa di una banda assassina, commise il sacrilegio di scavalcare le mura di un convento di monache allo scopo di uccidere sua moglie che vi aveva trovato rifugio. Filippo fece di tutto per far catturare l'assassino, ma quegli con otto suoi compagni fuggì a Barcellona dove trovarono rifugio nella sede dell'Inquisizione, negli appartamenti dell'inquisitore Cotoner, che era zio del Conte.

Si ottiene un fosco quadro della situazione giudiziaria del tempo, visto che i migliori dotti in giurisprudenza non seppero risolvere la questione. Filippo riunì la Junta per consigliarsi sul modo di catturare i malfattori, senza provocare uno scandalo a danno della Inquisizione. Il risultato dei parlamentari fu evidentemente quella lettera che la Suprema diresse al Cotoner, invitandolo, qualora volesse aiutare suo nipote, di farlo fuori dall'edificio dell'Inquisizione, per evitare che vi penetrassero i soldati del Re con gravi conseguenze. Ma questo ammonimento non impressionò l'ostinato Cotoner, cosicché due settimane dopo la Suprema gli fece pervenire una diretta diffida del Re. Purtroppo non ci é dato di sapere come la questione si sia risolta, ma dato che la Suprema, invece di procedere con rigore contro il Cotoner, si mise a contrattare con lui, si può supporre che l'asilo offerto dall'Inquisizione abbia salvato la vita al malfattore.

Da quanto si é detto risulta che il Santo Uffizio, con le sue eterne pretese di trattamento particolare, era un fattore molto inquietante della vita politica. Ma l'origine della maggior parte dei conflitti era costituita dalla sua tendenza per una giurisdizione del tutto particolare, non solo nei confronti del proprio personale, ma anche nei confronti della popolazione.

 

ANTITESI DI GIURISDIZIONI


Per poter comprendere la pretesa dell'Inquisizione di giudicare esclusivamente sui suoi dipendenti é necessario tener presente che sin dal Medio Evo ogni Ecclesiastico era indipendente dalla giustizia civile e sottomesso solo alla giurisdizione ecclesiastica. Ciò condusse in realtà all'impunità dei reati, da un lato perché il Tribunale ecclesiastico non poteva emettere sentenze di morte, dall'altro perché la Chiesa favoriva in tutti i modi i reverendi.
Tuttavia era impossibile limitare l'azione dell'Inquisizione entro i limiti della sua competenza. Perciò Ferdinando fu costretto a ripetere nel 1502, dinanzi al Tribunale del Santo Uffizio, il suo veto, dato le continue lagnanze dei Diputades. Se, sotto il controllo permanente di Ferdinando, l'Inquisizione aveva già trasgredito frequentemente i limiti delle sue competenze, si può facilmente immaginare quanto più lo abbia fatto sotto il regno dei suoi inetti successori.

Le autorità civili, soltanto a malavoglia, riconoscevano l'immunità del personale dell'Inquisizione e vi fu un tempo in cui il Tribunale civile si pose a far giustizia energicamente. Per esempio, nel 1565, due ufficiali della polizia di Barcellona arrestarono in una casa di tolleranza un certo Mexia, servo di un inquisitore, per eccessi commessi contro una donna. Egli fu rinchiuso in un carcere sotterraneo come un eretico e poi espulso per tre mesi dal paese.
Sebbene la Navarra appartenesse al Reame di Castiglia la validità della «Concordias» vi fu estesa soltanto nel 1667 con Decreto reale. Le questioni in discussione che agitarono tanto le altre regioni della Spagna, sembra che non fossero sorte colà, poiché la Storia non ne fa cenno.
Nei Reami dell'Aragona vi erano assai maggiori torbidi che
nella Castiglia poiché in questi paesi si trovavano ancora delle istituzioni in grado di opporsi contro le trasgressioni e lottare per la loro soppressione.

Abbiamo già visto con quale avversione abbia accolto l'introduzione dell'Inquisizione, il popolo dell'Aragona e con quanta energia esso abbia lottato nelle « Concordias » del 1512 e 1520, ottenendo anche certe garanzie scritte, delle quali però la Inquisizione, con l'abituale malafede, non tenne alcun conto. L'eccitamento e l'ostilità divennero cronici nel paese ed ebbero il risultato che furono negate al popolo aragonese perfino le piccole facilitazioni concesse alla Castiglia, con la motivazione che il carattere del popolo e la vicinanza dell'eretica Francia avrebbero reso necessario il rafforzamento della posizione del Santo Uffizio, con maggiori privilegi che non negli altri paesi spagnoli.
Fra i Reami era la Castiglia che dava meno preoccupazioni, tuttavia nel 1540 si verificarono dei casi che caratterizzavano il terrorismo, sotto il quale i Giudici reali dovevano fare il loro dovere. Il Dottor Fesser, uno dei Giudici di Tortosa, presentò un ricorso al Capo Inquisitore Tavera in cui esponeva che nell'anno precedente aveva condannato a morte un assassino che si era ben meritata questa sentenza severa. Ma ora che l'Inquisitore aveva fatto il suo ingresso nella città i suoi nemici asserivano che l'assassino era un dipendente del Santo Uffizio e diffondevano la voce che il Capo Inquisitore lo avrebbe messo sotto accusa. Se egli avesse sbagliato nella sentenza avrebbe accettato di buon animo il castigo; pregava soltanto di non sottometterlo all'onta della procedura penale. Su questa supplica la Suprema rispose con l'ordine all'inquisitore di designare i testimoni, i quali potessero far luce sulla questione e, solo dopo di ciò, di rispondere alla supplica del Giudice.
Era evidente perciò che tutti i giudici vivevano in un continuo terrore e che, per la loro onesta attività, venivano trascinati in critici conflitti con la giurisdizione dell'Inquisizione.
Questi fatti giustificavano completamente le lagnanze della « Cortes » nel 1547 e nel 1553, secondo le quali l'Inquisizione avrebbe trasgredito i limiti delle sue competenze, immischiandosi in questioni della giurisdizione civile che nulla avevano a che fare con l'eresia. Questo fatto deplorevole avveniva sempre più spesso, tanto che la « Cortes » si vide costretta a sottoporre una domanda al Re, perché venissero esattamente delimitate le competenze dei due Tribunali.
Il Re rispose che le questioni dell'Inquisizione non dovevano essere discusse dalla « Cortes », ma allora tutti i membri si alzarono, dichiarando che avrebbero abbandonata la loro carica se il Re non avesse permesso di trattare una questione di tale importanza.
Il Re li calmò dichiarando che avrebbe ascoltato le loro lagnanze ed avrebbe provveduto al suo ritorno nella Castiglia. Evidentemente però questa dichiarazione fu fatta soltanto con l'intento di evitare una ribellione della « Cortes » mentre il Re era animato dall'intenzione di aumentare, anziché diminuire l'importanza della Inquisizione nella quale aveva ravvisato un fattore prezioso per sostenere la autorità reale e per tenere a bada e dominare il popolo.
La situazione non migliorò nemmeno in seguito e nel 1632 successe un avvenimento che merita di esser citato. Don Martino Santis fu ucciso a colpi di pistola a Valencia, mentre rientrava in carrozza nella città, in compagnia di alcuni Domenicani. Furono sospettati quattro famigerati servi dell'Inquisizione e l'Audiencia li fece anche arrestare. Ma il Tribunale dell'Inquisizione pretese la consegna dei malfattori e la questione venne portata dinanzi alla Suprema ed al Consiglio Penale dell'Aragona. Il Vice-Re, Marchese Los Velez, approfittò dell'occasione per denunciare a Filippo gli innumerevoli scandali ed eccessi commessi impunemente dai malvagi servi dell'Inquisizione, dichiarandogli che non vi sarebbe stata pace a Valencia, fino a che questa gente non fosse posta sotto accusa, poiché nella città non avveniva misfatto in cui essi non avessero parte, dato che qualunque cosa commettessero non andavano incontro a nessun rischio.
La stessa Suprema non fece alcunché per migliorare la situazione ed invece di ammonire gli elementi turbolenti si accontentava di consigliare cautela e segretezza massima.

Lo stesso spirito si rivelava nel 1649, quando si costituivano delle bande armate che commettevano delle vere devastazioni. Filippo IV ammonì la Suprema che qualora i funzionari ed i servi dell'Inquisizione avessero a partecipare a questi atti di brigantaggio, o comunque aiutare i perturbatori dell'ordine, egli non avrebbe permesso ai Tribunali del Santo Uffizio di impedire che la procedura civile avesse il suo corso. Ma pare che la Suprema preferisse conservare lo stato disordinato della vita sociale, poiché continuava nel segreto ad appoggiare gli elementi sovversivi. In queste circostanze non era possibile provvedere al miglioramento della situazione.
L'Aragona presentava ancor maggiori guai della Valencia, poiché quel popolo era animato di un maggior spirito di indipendenza per la quale era riuscita a resistere a lungo all'introduzione dell'Inquisizione fino a che l'assassinio di San Pedro Arbués non rese impossibile la resistenza.

Le origini della giurisdizione aragonese, che risalivano ai tempi leggendari, in cui l'Aragona era ancora Reame de Sobrarve, erano il maggior vanto del popolo aragonese ed é probabile, come viene affermato da un suo storico, che questa giurisdizione fosse eredità dei Mori debellati, ed esso vi ravvisava il più efficace mezzo di difesa per la sua antica libertà.
Quando la Justitia autorizzava il grido: « Contra fuero! Viva Libertad y ayuda a la Libertad! » allora tutti i cittadini accorrevano armati per difendere la libertà del paese.

Nemmeno la « Concordias » poté apportare la pace. Nel 1571 sorse un acuto dissidio tra il Tribunale del Santo Uffizio e la Justitia nel corso del quale furono abbondantemente inflitte le scomuniche. Nel dicembre si rivolsero a Pio V, perché egli intervenisse, ma il Papa li rinviò con le loro lagnanze al Capo Inquisitore. Dopo la morte di Pio, il Reame si mostrò ostinato con Gregorio VIII e nel 1572 finalmente riuscì ad estorcere al Papa un Breve, con cui la questione venne rinviata al nuovo Capo Inquisitore Ponce de Leon, ma nel contempo il Papa ordinava che venisse trovato modo di impedire agli inquisitori di far abuso dei privilegi che essi avevano ottenuto dai Capitoli e dalla Santa Sede. Nell'anno seguente il Reame sollevò lagnanza per l'intromissione nelle « Concordias » e nel 1585 l'offesa giunse a tal punto che la « Cortes » pretese una nuova « Concordias ».
Filippo promise di mandare qualcuno a Saragozza per esaminare le vertenze e più tardi diede disposizioni, affinchè venisse compilato un nuovo accordo del quale però manca ogni traccia.

Così proseguirono le cose finché la « Cortes » si riunì nuovamente. Si seppe in precedenza che sarebbero state richieste mitigazioni all'Inquisizione, ma Filippo non era presente ed il suo rappresentante Conte Mori Terry non si sentiva autorizzato ad accogliere i postulati. L'unico risultato fu che venne convertita in legge la « Concordias » del 1568, che figurava fino ad allora come Decreto Reale. La commissione elaborò quattordici paragrafi che non avevano nulla di eccessivo, ma Filippo ritardava sempre l'accettazione. D'altronde la Suprema continuava ad intrigare a Roma e la Santa Sede si disinteressò della questione.
Era inevitabile che l'Aragona con l'aggravarsi della situazione passasse dalle umili suppliche ad un atteggiamento combattivo. Erano passati vent'anni dacché Filippo nel 1626 aveva convocato la « Cortes » e la situazione era semplicemente disastrosa. La congiura catalana per poco non provocò l'unione alla Francia e perciò non era consigliabile di mettere a troppo dura prova la fedeltà dell'Aragona. La « Cortes » era convocata per il 20 settembre 1645. Come introduzione della lotta la Suprema presentò un Memorandum al Re, nel quale ammoniva il Sovrano che il pericolo della guerra doveva stimolarlo a maggiore devozione alla Fede, incoraggiandolo all'estensione dei privilegi, in omaggio a Dio, del quale si poteva attendere ogni aiuto. Concludeva pregando il Re di voler rinviare ogni pretesa della Cortes alla Suprema per opportuna deliberazione. Filippo fece indubbiamente sperare alla Suprema di prendere in considerazione il Memorandum, ma il popolo aragonese aveva già provate troppe delusioni per acconsentire alla proposta della Suprema.

Effettivamente nelle pretese della « Cortes » non vi era nulla di offensivo per la Fede; si trattava di sagge deliberazioni che miravano a ristabilire la pace del paese e la difesa della Società contro i banditi tonacati. Filippo con estremo sforzo resistette a queste pretese dichiarando che stimava l'Inquisizione più di ogni altra cosa e che sarebbe stato pronto a difenderne i privilegi con ogni mezzo. Nello stesso tempo offerse di concedere ogni altra cosa che la « Cortes » avesse domandato ed in un sol giorno distribuì più di trecentosettanta onorificenze tra gli aragonesi, ma tutto ciò non valse a diminuire l'odio generale contro il Santo Uffizio ed i Bravos rimasero irremovibili.

Il Re in questa situazione difficile, come d'abitudine, si rivolse alla mistica Suor Maria de Agreda mettendo in rilievo che avrebbe mantenuto ad ogni costo, come intangibile, l'Inquisizione e certamente si stupì non poco quando la donna perspicace gli consigliò un compromesso dicendo che il litigio con l'Aragona avrebbe potuto facilmente spingere il popolo dalla parte della Catalogna e provocare lo sfacelo della monarchia. Ma nemmeno ciò poté convincere Filippo. Egli voleva partire immediatamente per Madrid, ma giunsero una dopo l'altra le deputazioni del convento di « Santa Engratia » dove il Re era alloggiato e così fu costretto a rimanervi ancora per tre o quattro giorni. Infine cedette comprendendo di non aver altra alternativa.

Lo storico descrive l'immensa gioia del popolo, perché l'Inquisizione, che era considerata superiore al Vice-Re ed all'Arcivescovo, aveva perduto finalmente il suo prestigio e vi fu più d'uno che preconizzò che essa avrebbe abbandonato definitivamente l'Aragona.
Non passò molto tempo che l'infuriata Inquisizione cedette e precisamente in una questione che non fu certo a vantaggio del suo prestigio. L'inquisitore Lazaeta intrecciò una tresca con una donna sposata, di San Anton, il cui marito, un catalano di nome Miguel Choved, le tese un tranello, dicendo che sarebbe partito in viaggio. Il Lazaeta vi cadde ed il 27 ottobre 1647 si recò nella casa della amante, nascondendo la sua carrozza dietro il macello, ma il cocchiere attese invano il suo ritorno, perché il marito tradito, penetrato nella casa per una porta laterale, lo trucidò. Egli cadde morto per la strada mentre barcollando tentava di raggiungere la sua carrozza, la donna fuggì ed il Choved scomparve. Però fu necessario trovare un capro espiatorio e perciò venne arrestato un certo Francisco Amal come complice. La Justitia lo giudicò favorevolmente, ma l'Inquisizione sporse lagnanza per intromissione nelle sue competenze. Il Tribunale dell'Aragona rispose che la Justitia giudicava sempre con molta cautela e che in questo caso aveva concesso la presentazione delle prove, dopo di che, giudicatolo innocente, aveva rimesso l'imputato in libertà.

Dopo questo fatto la Suprema pretese la riammissione del Tribunale dell'Inquisizione nell'Aragona, per evitare la ripetizione di una simile onta, ma il Consiglio rispose che il Santo Uffizio aveva competenza giuridica soltanto nelle questioni religiose e, fino a che non avesse trasgredito il limite delle sue attribuzioni, il Reame aveva tutti i diritti di valersi della sua facoltà giuridica. In tali circostanze la legge del 1646 venne a colpire duramente la supremazia dell'Inquisizione, diminuendo notevolmente il terrore che aveva sempre incusso e influendo in certo qual modo anche sulla situazione patrimoniale della istituzione. Infatti nel 1649 la Suprema ricordò a Fiippo di avergli già preconizzato nel 1646 la diminuzione dei proventi ed il Re promise di indennizzare la istituzione con una legge che assicurava un contributo annuo che sarebbe stato pagato, metà dall'Aragona e metà dalla Tesoreria reale. La Suprema dichiarò di poter accettare la proposta solo con consenso del Capo Inquisitore, ma che intanto, per soccorrere i dipendenti bisognosi, invitava il Re a liquidare ottocento ducati dal fondo dei fuggiaschi catalani. Questa pretesa e la sfacciata superbia dimostrata, di fronte alla generosa offerta del Re, indusse Filippo a far valere la sua autorità, ciò che aveva fatto ben raramente, e a rispondere che il fondo catalano non poteva essere utilizzato per altri scopi di quelli per i quali era stato istituito e che egli, capo supremo della giustizia, aveva appoggiata l'Inquisizione e aveva la facoltà di creare ed abrogare le leggi secondo il proprio discernimento.

La Catalogna non era meno difficile dell'Aragona da Governare, per la sua ancor più spiccata tendenza alla emancipazione. Sebbene non vi fosse l'istituzione della Justitia, il Paese disponeva di un'altra istituzione meno perfezionata, la cosiddetta Banch Royal, Magistratura di ricorso civile, contro le sentenze del Tribunale ecclesiastico. L'Audencia citava in questi casi i Giudici ecclesiastici e se costoro non ottemperavano alla citazione venivano immediatamente esiliati ed i loro beni sequestrati.
Come abbiamo già visto la « Concordias » del 1512 aveva fatto abrogare gli eccessivi privilegi; il Re, il Capo Inquisitore e gli altri inquisitori avevano prestato giuramento su questi accordi, ma Leone X li aveva tutti piamente assolti dal loro giuramento. I catalani ottennero un altro effimero successo nella Cortes di Mouron nel 1520 quando il Cardinale Adriano, non soltanto giurò che avrebbe rimesse in vigore le clausole del 1512, ma presentò anche un documento firmato dalla Regina Juana e da Carlos V che prometteva indagini e riparazione nella questione dei misfatti di certi servi degli inquisitori e garantiva che tutti i reati, estranei alla Religione, sarebbero stati in seguito trattati esclusivamente dai Tribunali civili. L'Adriano giurò che avrebbe ottemperato a tutte le promesse, non appena gli fosse giunto il benestare del Papa, ma l'Inquisizione probabilmente ebbe sufficiente influenza presso la Santa Sede, per impedire che il benestare fosse impartito, poiché nelle epoche successive non vi é traccia di tali mutamenti.

Dato il carattere dei catalani e la loro abitudine di ricambiare le violazioni di legge con altre violazioni di legge, non c'é da stupirsi che mentre fervevano i preparativi per mettere in vigore la « Concordias » nei tre Reami, la Catalogna, che non l'aveva mai approvata, non abbia voluto saperne, e che quando i cittadini furono obbligati ad accettarla abbiano mandato delle deputazioni di protesta al Re, per dichiarare che consideravano il fatto contro la Costituzione ed offensivo ai privilegi dei Paese, che avrebbero riconosciuto le disposizioni della « Concordias » soltanto se esse fossero vantaggiose per il loro Paese, ma che in caso contrario sarebbero stati disposto piuttosto a perdere la vita, il patrimonio e la famiglia prima di riconoscerla. Già nel 1569 l'Inquisizione scriveva che il popolo non si sarebbe placato prima che fosse riuscito à scacciarla dal Paese e, per quanto la riguardava, si sarebbe allontanata fino a che il popolo non avesse accettato la « Concordias » e ciò fu approvato anche dalla Suprema.
La reciproca ostilità non era favorevoli alla pace interna. Già nel 1570 essa degenerò al punto che i deputados chiesero l'intervento di Pio V, il quale ordinò a Filippo II° di tentare con ogni mezzo la conciliazione ad evitare gravi conseguenze.
La situazione divenne critica, la rivolta di Granada esaurì le risorse della Corona e persisteva il pericolo di un'offensiva della flotta turca. I catalani furono dunque invitati a contribuire alla difesa del litorale, ma non risulta che abbiano preteso concessioni, a danno dell'Inquisizione, come ricompensa del loro intervento. Anzi il legato di Venezia, Leonardo Donato, riferisce che nel 1573, mentre i catalani avevano speso più di centomila ducati nella difesa del litorale, l'Inquisizione aveva fatto imprigionare proprio coloro che maggiormente si erano prestati a quest'opera, e che questi, dopo l'ordine di scarcerazione, non vollero abbandonare le prigioni, prima di aver ottenuto l'esplicita dichiarazioni di non esseri stati arrestati per eresia.

In questo spirito di aperta ostilità entrambe le parti si preparavano all'estrema lotta che doveva svolgersi nella « Cortes » del 1595 all'inizio del regno di Filippo III. Siccome gli sforzi dei catalani rimasero sterili e l'Inquisizione riuscì a conservare integro il potere i particolari del dibattito hanno interesse solo in quanto stanno a dimostrare la vergognosa ambiguità con la quale il Re ingannò i suoi sudditi.
Tuttavia la delusione del 1599 non calmò il temperamento impulsivo dei catalani e l'esito negativo dei loro sforzi li spronava ad azioni violente. Nel 1608 tennero un comizio, duranti il quale il Banch Royal decretò l'espulsione digli inquisitori. Venne armato un bastimento per il loro trasporto, ma, quando arrivò il giorno della partenza, gli inquisitori sbarrarono il loro portone coprendolo di uno stendardo di velluto nero che aveva nel mezzo un Crocifisso d'argento. La città dimostrò la sua devozione alla Fede, accendendo candele dinanzi alla Sacra Immagine. Intervennero il Diputado, il Capitolo e le autorità comunali e ristabilirono l'accordo. Nel 1611 sorse però una lotta più accanita, perché un gendarme aveva osato disarmare il cocchiere di un inquisitore.
Il Consiglio comunale sequestrò i beni immobili dell'Inquisizione, assediando il Palazzo dilla Sede, condannando all'esilio gli inquisitori e proclamando la sentenza a suon di corno per le vie. Questo procedimento venne giustificato dinanzi al Re con l'asserzione che il Santo Uffizio era stato costituito solo per un tempo determinato, il cui termine era ormai decorso, sicché nella Catalogna doveva cessare, mentre gli affari ecclesiastici erano da restituire alla competenza delle sedi vescovili, le quali notoriamente erano molto apprezzate anche da Sua Maestà.
Poco prima della « Cortes » del 1626 gli inquisitori impensieriti della loro posizione scossa, sollecitavano la Suprema di illuminare il Re e fargli comprendere che soltanto col mantenimento della loro giurisdizione avrebbe potuto conservare il dominio e la pace della Catalogna. La Suprema non mancò di avvertire il Re il quale rispose che era stato sempre suo desiderio che l'Inquisizione mantenesse il proprio prestigio.

L'Inquisizione dunque come sempre anche questa volta ottenne il sopravvento, ma fu del tutto impossibile che le due giurisdizioni in competizione collaborassero in pace. Infatti già nel 1637 la Suprema sporse lagnanza per i continui eccessi e per la mancata osservanza delle « Concordias » di Zapata. Questa volta era colpevole il Vice-Re, il potente Principe Cardona, che aveva fatto arrestare per indebito porto d'armi un servo dell'Inquisizione. Quando il Santo Uffizio mandò dal Vice-Re un sacerdote col monito della scomunica egli fece chiudere anche il prete in una camera del suo palazzo, ordinandogli di revocare la scomunica e quando questi rifiutò lo condannò all'esilio. Fece poi circondare il palazzo dell'Inquisizione da quattrocento armati e fece apprestare una nave per trasportare a Maiorca il prete renitente. L'Inquisizione convocò quattro Vescovi i quali dichiararono che il Cardona avrebbe meritato la scomunica, ma che per evitare lo scandalo era opportuno desistere. Dopo l'intervento dei Vescovi fu sospeso tanto il procedimento di esilio, come quello di scomunica, ed il Vice-Re lasciò in libertà il prete, ma si vantò per tutta la vita di aver mantenuto il sopravvento.

Poco tempo dopo, nel 1639 sorse un conflitto ancora più grave a Tortosa, inquantoché nella faccenda era coinvolta anche l'autorità civica e tutto il popolo si rivoltò contro l'Inquisizione. Siccome però nel frattempo era scoppiata la rivolta catalana non era consigliabile procedere a passi rigorosi.
La causa diretta di tale rivolta era l'incendio delle chiese di Montiro e Rio de Arenes, commesso dalle truppe napoletane accantonate presso la popolazione. Si trovò un quantitativo di Santa Ostia carbonizzata ed allora i contadini, che soffrivano molto per gli eccessi dei soldati, i quali non avevano ricevuto il soldo, afferrarono le armi e li massacrarono. Essi si chiamarono Exercit Cristi e dipinsero sul loro vessillo, accanto al Santissimo Sacramento, la seguente dicitura " Senor judican vostra causa" dichiarando che il loro scopo era la difesa del popolo e della Santa Religione Cattolica.

Sebbene l'ostilità non sia stata rivolta contro l'Inquisizione, nemmeno l'immunità di quest'ultima venne rispettata. Quando la Vigilia di Natale la plebaglia si ribellò ancora e volle massacrare tutti i nobili castigliani, si sparse la voce che l'Inquisizione tenesse nascosti nel proprio palazzo quattromila uomini. Sotto la guida di un cocchiere i popolani penetrarono nell'edificio, malmenando i dipendenti ed impiccandone qualcuno; svaligiarono i forzieri e trovato in una cella un castigliano, arrestato per eresia, lo portarono in trionfo al Consiglio Comunale, ma più tardi lo sciagurato venne riconsegnato al Santo Uffizio.

Quando il 23 gennaio deI 1641 intervenne l'accordo con la Francia, si provvedette anche per l'Inquisizione. Siccome la Catalogna si era staccata dalla Spagna, non era possibile ammettere che la Corte Marziale rimanesse oltre sotto la supremazia della Suprema di Madrid. I catalani pretendevano che soltanto i loro connazionali potessero essere inquisitori e che la competenza di questi ultimi venisse limitata esclusivamente alle questioni religiose, ponendo tutta la istituzione, direttamente sotto la Congregazione Romana del Santo Uffizio.
Ciononostante gli inquisitori rimasero al loro posto; da cinque mesi essi non avevano notizie dalla Suprema ed aspettavano dunque di essere chiamati per prestare il Giuramento Feudale a Re Luigi. Inviarono quindi il loro segretario, Juan De Eroso a Madrid per richiedere disposizioni suggerendo che sarebbe stato opportuno il loro trasferimento a Tarragona o a Tortosa. Filippo ordinò loro di rimanere al loro posto ed essi obbedirono risoluti. Ma la situazione peggiorava sempre più; il 7 novembre essi ricorsero di nuovo al Re, informandolo della loro miseria e dei pericoli al quali erano esposti, dichiararono che era loro impossibile adempiere alla loro missione e che presto o tardi avrebbero dovuto recarsi a baciare le mani ai Governatore francese, Maresciallo Brézé. Tutto ciò venne confermato anche da Don Antonio de Aragona, che proprio in quei tempi ritornava da Barcellona, dove la plebaglia aveva incendiato ben due volte il Palazzo dell'Inquisizione e dove l'eresia era diffusa principalmente perché tra le truppe francesi vi erano molti Calvinisti che facevano aperta professione di fede. Fu incaricato Juan de Mandozca di fare testimonianza di ciò a Madrid mentre agli inquisitori veniva ordinato di rimanere fermi al loro posto, di fare il loro dovere e se tuttavia venissero scacciati dalla città portassero seco i loro documenti per poter continuare la loro attività altrove.

Uno degli inquisitori, Cotoner, partì da Barcellona e si recò nella sua patria, Maiorca. Gli altri due con i loro dipendenti resistettero sul posto e la loro attività si limitava ad infliggere terribili maledizioni su persone sconosciute, le quali avrebbero sottratte le Sante Ostie. Ma verso la fine di settembre furono scacciati anche questi, poiché venne istituito un Tribunale nazionale e questa decisione venne loro comunicata con crudele cortesia. Erano in tutto in dieci rimasti fedeli al loro dovere. Essi furono imbarcati con l'ordine di sbarcare in Portogallo che al pari della Catalogna si trovava in guerra con la Spagna. Sebbene l'equipaggio della nave consistesse di francesi e di catalani, gli inquisitori riuscirono a persuaderli di attraccare a Cartagine con la promessa che essi avrebbero potuto vendere là tutto il carico. I fuggitivi furono accolti con molta ostilità in quel porto, il bastimento venne sequestrato ed il carico, compresi gli effetti personali degli inquisitori, venne venduto.

Gli esiliati rimasero senza alcun stipendio o contributo in natura e passò molto tempo prima che la Suprema, la quale pure si trovava in difficoltà finanziarie, potesse soccorrerli, estorcendo una piccola sovvenzione da Filippo. Tuttavia gli inquisitori si collocarono alla meglio e fecero il possibile per resuscitare l'antico terrore nella cittadinanza. La loro autorità era diminuita e Roig, Capo Inquisitore di Valencia, si lamentava amaramente che nessuno lo avesse ricevuto durante il suo giro di ispezione e che le autorità gli avessero negato persino l'alloggio ed il vitto.
Quando con la costituzione della Fronde, Mezawu ritirò le sue truppe dalla Spagna, crollò anche la rivolta catalana, nonostante l'ostinata decisione di rompere i rapporti con la Castiglia. Nel 1652 si arrese anche Barcellona e con ciò l'intera Catalogna cadde tra le mani dei vittoriosi, ma la saggezza politica di Filippo lo indusse a restituire gli antichi privilegi e l'antica libertà al paese. L'inquisitore Ola si ritirò a Gerona continuandovi la sua autorità in base ad un Breve papale. Il Marchese Oli ed il de Ortara lo trovarono là e chiesero disposizioni al Re sul da farsi, ma nello stesso tempo dichiararono che secondo loro l'immediato ripristino dell'Inquisizione avrebbe largamente contribuito alla pacificazione del paese. Anche il Consiglio di Stato dell'Aragona fu dello stesso parere e Filippo dispose fin dal giorno seguente che il Capo Inquisitore delegasse gli inquisitori. Non mancarono però le difficoltà finanziarie e la propagazione di eresia, operata dai francesi faceva prevedere un duro lavoro. Ma col ripristino dell'antico- ordine si rinnovarono anche gli antichi guai.

Il 15 febbraio del 1664 vennero assassinati il Tesoriere Juan Matheu e l'Alguasil. L'Audencia pretese per se la causa, ma il Santo Tribunale rifiutò la collaborazione finché il Banch Royal finì col minacciare d'esilio l'Inquisizione. Questi litigi non avvenivano sporadicamente, ma di continuo.
Mentre l'Inquisizione agiva in modo da suscitarsi l'odio generale non può meravigliare l'amara lamentela della Suprema che nel 1677 dichiarava che l'autorità dell'Inquisizione era tanto menomata a Barcellona, che quegli inquisitori non avevano trovato tra la popolazione che un solo servo disposto ad entrare al loro servizio, e che l'Aguasil aveva dovuto chiedere di essere esonerato dal portare il suo bastone ufficiale poiché nessun nobile voleva più mostrarsi al suo fianco se egli aveva con se quel segno della sua carica.

Filippo V, non appena salì al Trono si trovò di fronte alla ostilità dei catalani verso il Santo Uffizio. In uno dei consigli della Suprema egli venne avvertito che secondo i rapporti degli inquisitori di Barcellona, nella prossima « Cortes » si sarebbe fatta una campagna per limitare l'importanza dell'Inquisizione. Il Re venne quindi solennemente invitato a seguire l'esempio dei suoi grandi predecessori. Ma qualunque cosa sia avvenuta non poteva avere un grande effetto poiché nella guerra scoppiata poco tempo dopo la Catalogna si schierò con entusiasmo dalla parte dell'Arciduca Carlo, più tardi Carlos III, e divenne una delle più forti rocche del partito austriaco. La rivolta del 1640 contro l'Inquisizione si ripeté. Il Santo Tribunale fu abolito e sostituito da una organizzazione locale.

Maiorca non aveva una « Concordia » e così il Tribunale dell'Inquisizione poteva seguire i criteri di giurisdizione secondo il proprio discernimento. Come era stato stabilito nel 1623 soltanto questo Tribunale aveva la facoltà di giudicare nelle questioni civili e penali dei dipendenti dell'Inquisizione. Ciò portò ad un grave urto tra il Vice-Re ed il Tribunale poiché il primo aveva fatto eseguire un sopralluogo nella casa del Tesoriere, Juan Zunnes, dove erano state trovate delle armi. Il Vice-Re lo fece arrestare immediatamente e lo condannò all'esilio. Egli venne imbarcato entro le ventiquattr'ore. L'Inquisitore scomunicò il Vice-Re, il quale ricorse invano chiedendo di potersi difendere. Ma l'Inquisizione gli negò questa facoltà ed in seguito il Banch Royal decretò l'espulsione della Inquisizione ed il sequestro di tutti i suoi beni. Ciò fu annunciato a suon di tromba e di tamburo e nel contempo veniva emesso un editto, col quale si riteneva nulla la scomunica e si invitava il clero a ritenerla tale. Il Vice-Re non si ritenne scomunicato e seguitò a frequentare la Messa; non si sa però quale finale abbia avuto questa scaramuccia.

Sarebbe utile illustrare con altri esempi l'eterna discordia che paralizzava l'energia del Governo, minando il rispetto per la legge in tutta la Spagna. La Suprema poi non rispettava nemmeno i Breve Papali ed Arce Y Reynoso, in una controversia col Vicario vescovile, citò quest'ultimo a Madrid riuscendo a forzarlo a comparire al suo cospetto. Sotto il debole governo della Regina Reggente il successore di Reynoso Nithardt non fu tanto fortunato da poter conservare un equilibrio e l'accanita concorrenza dei vari uomini di Governo rendeva la situazione ancora più intricata in tutta la Penisola. Il 9 maggio 1667 in una solennità Don Jorje Dameto colpì il proprio genero Don Joseph Vellejo, con una stampella, lordando di sangue la chiesa. Entrambi i cavalieri erano alle dipendenze dell'Inquisizione ed il giorno stesso l'Inquisitore ordinò il loro arresto; frattanto il Vescovo Mangerre citava il Dameto per sacrilegio e profanazione della chiesa. Le due magistrature rivali si accapigliarono. Il Vice-Re con l'« Audencia » e la maggior parte della borghesia si schierarono dalla parte del Vescovo, ma siccome la cosa minacciava di provocare gravi disordini fu chiesto agli inquisitori di lasciare in sospeso la questione, fino a che il Governo non si fosse dichiarato. Ma l'Inquisitore non volle saperne. Il Vescovo allora lo scomunicò pubblicamente, cantando ripetutamente per le vie il canto della scomunica, ma l'Inquisitore non se ne curò e continuò a dir Messa ed a comparire ostentatamente nei luoghi pubblici; vietò al Vescovo l'ingresso nella propria chiesa e lo minacciò di sospenderlo dalle sue funzioni di prelato. Il 29 agosto il Vescovo convocò il Sinodo e venne deciso di inviare un delegato a Roma per ottenere la risoluzione della questione.

Nithardt intanto aveva urgentemente citato il Vescovo per riferire dell'accaduto. In virtù delle leggi canoniche l'Inquisizione non aveva il diritto di giudicare i Vescovi, senza una particolare autorizzazione del Papa; il Mangerre perciò aveva il diritto di considerare nulla quella citazione.
D'altronde il Nithardt, fidandosi ciecamente nell'obbedienza della Regina, assunse un atteggiamento estremamente provocante e riuscì a convincere la Regina che questa era la questione più importante dalla fondazione dell'Inquisizione e che dalla buona soluzione di essa dipendevano non soltanto le sorti dei Tribunali di Maiorca. ma quelli di tutta l'Aragona. La Regina, abituata ad eseguire devotamente tutti i desideri del Nithardt, ordinò subito al Consiglio di Aragona di dar esecuzione agli ordini del Capo Inquisitore e al ViceRe di appoggiare le disposizioni del Santo Uffizio ove fosse necessario.
Ma il Consiglio d'Aragona non obbedì e dilungò fino al 1668, avvertendo la Regina che soltanto il Papa aveva diritto di giudicare i Vescovi in questioni importanti, mentre in quelle di minore importanza era di competenza del Sinodo provinciale. Il Nithardt però era anche presidente del Concilio di Trento ed in tale veste fece iniziare dalla Suprema un procedimento giudiziario contro il Vescovo Mangerre. A quel punto giunse notizia da Maiorca che il Dameto aveva ritirato la lagnanza al Santo Uffizio, recandosi dal Vescovo per ottenere l'assoluzione; quest'ultimo da parte sua ritenne chiuso l'incidente.

L'Inquisizione però non era abituata a darsi vinta con facilità. Quando Juan Bruelles, prete di Minorca, offese con parole spregevoli il Commissario dell'Inquisizione, Rafael Pous, venne messo sotto processo e la cosa fece grande scalpore in tutto il Regno, poiché tanto il Vice-Re, quanto l'Audiencia ed il Clero si allearono contro l'Inquisizione. Il Parroco di Minorca, come esecutore del Breve del 1642, liberò con la forza il Bruelles dalle carceri, vietando all'Inquisizione di continuare il processo e quando quest'ultima rifiutò l'obbedienza, le inflisse la scomunica. La Suprema assunse la questione e dopo varie consultazioni con Carlos III dichiarò il Breve papale emesso su base erronea e non corrispondente al caso.
Il debole Re ripeté l'ordine che il Bruelles venisse posto dinanzi al Tribunale dell'Inquisizione. Ma nessuno lo ascoltò. La questione non si risolse a favore dell'Inquisizione, poiché nel 1693, la Suprema si lamentava amaramente dei Minorcani e della miserevole posizione in cui si trovava l'Inquisizione in quel paese. A Minorca, tanto i preti, quanto i borghesi, assumevano un atteggiamento tanto ostile che l'Inquisitore Pous non trovava più una chiesa in cui dire la Messa, mentre i suoi dipendenti erano schivati come eretici.

Un altro Tribunale col quale l'Inquisizione si trovava in continuo conflitto era quello militare. Un caso molto strano era quello di Don Fernando Antonio Herrera Calderon, il quale era Alguasil e nel contempo dipendente dell'Inquisizione. Egli, nel 1641 diede le sue dimissioni dalla carica militare sebbene fosse stato avvertito che in quei tempi guerreschi sarebbe stato rinviato al Tribunale Militare. Infatti quest'ultimo lo citò, ma la Suprema fece di tutto per difenderlo. A quanto pare, verso la fine del secolo XVIII, la giurisdizione militare originava molti guai, poiché un Decreto Reale del 1793 sospendeva la sua attività quasi integralmente, affidando, salvo pochissime eccezioni, le questioni militari al Tribunale civile.

Come se le diverse classi sociali non avessero dato origine a sufficienti guai, nel 1574 fu avanzata una proposta, la quale, se fosse stata accettata, avrebbe mutato radicalmente la struttura politica della Spagna, sottoponendo il Paese completamente all'Inquisizione e degradando l'effettivo Regnante alla posizione di una semplice figura decorativa. È molto caratteristico per lo spirito di quel secolo che una simile proposto abbia potuto essere lanciata, che abbia trovato chi l'appoggiasse, e che lo stesso Filippo II, gelosissimo dei suoi poteri sovrani, l'abbia presa in considerazione. Si trattava della costituzione di un ordine militare che doveva portare la denominazione di «Santa Maria de la Espada Bianca» ed avere per emblema la spada bianca, come, l'Ordine di Santiago l'aveva rossa. Il Generalissimo dell'Ordine avrebbe dovuto essere il Capo Inquisitore, al quale ogni membro doveva giurare fedeltà. I componenti sarebbero stati giuridicamente dipendenti dal Capo Inquisitore, godendo di immunità, rispetto ad ogni altra giurisdizione. Lo scopo enunciato era la difesa della Spagna, per la quale dovevano essere sempre pronti, oppure far servizio di guarnigione, sotto il comando del Capo Inquisitore. In tal modo l'Inquisizione si sarebbe munita di un'organizzazione armata, la quale, col giuramento di cieca obbedienza, sarebbe stata esonerata da ogni altro dovere di cittadinanza. L'unica esigenza per l'ammissione era la Limpieza, cioè il sangue puro di ogni contaminazione ebraica o mora, e la certezza che fra gli avi dell'aspirante non vi fosse alcuno condannato per eresia.

In quell'epoca la Limpieza divenne una vera e propria mania; la sua dimostrazione, attraverso quattro generazioni, comportava una spesa non indifferente, ma nei casi in cui veniva dimostrata, questa spesa era rimborsata dallo Stato.
Nei tempi odierni potrà sembrare assurda una idea simile, ma essa era in perfetta consonanza con la mentalità di quell'epoca. In breve l'idea venne accolta con entusiasmo nella Castiglia, Leon Biscaya, Navarra, Aragona, Valencia, Catalogna, Asturia e Galicia. Gli incaricati di queste province sottoposero a Filippo la proposta di attuarla, e venne appoggiata anche dai rappresentanti di quarantotto famiglie della nobiltà, formando oggetto di lunghe ed ampie discussioni, presso i Vescovadi di ogni diocesi.
La questione venne decisa sull'opinione di Pedro Vinegos y Cordova. Egli riuscì a dimostrare che l'idea della Limpeza era già origine di gelosie ed odi in tutto il Paese, sintomi che sarebbero enormemente aumentati, se la popolazione venisse divisa in due parti, d'altra parte gli ordini militari costituivano sempre un pericolo per la monarchia, pericolo che si sarebbe ingrandito col fatto che il nuovo ordine, prevedibilmente molto numeroso, sarebbe stato vassallo del Capo Inquisitore, che aveva già un potere troppo grande ed in questo modo avrebbe ottenuto il controllo persino sulle proprietà e la competenza giuridica su ogni membro dell'Ordine, mentre nei tempi di guerra sarebbe stato lui stesso ad avere il comando delle frontiere e delle fortezze. Questo ragionamento non abbisognava di ulteriori suffragazioni e Filippo ordinò senz'altro che tutti i documenti relativi a questo progetto gli venissero consegnati. Egli obbligò alla segretezza tanto le autorità civili come quelle ecclesiastiche e diede severe disposizioni, perché il progetto fosse definitivamente abbandonato, facendo ampie promesse che la giustizia e la difesa non sarebbero venute a mancare a nessuno.

Abbiamo già visto con quale ostinazione il Reame di Aragona lottasse contro le deficienze del Regime, che furono non meno sentite nella Castiglia, la quale però non aveva lo Statuto eguale all'Aragona e quindi non poteva che fare delle proteste, non appoggiate adantichi regolamenti nazionali. Infatti la « Cortes » di Madrid del 1608 dimostrava che già le « Cortes » del 1579 e rispettivamentedel 1586, avevano invocata la riforma dell'ordinamento temporale dell'Inquisizione, che costituiva un enorme danno al Paese. Siccome però Filippo III, che aveva promesso delle facilitazioni, era morto prima di poter dare esecuzione ai suoi proponimenti, la relativa richiesta venne rinnovata. L'attenzione della « Cortes » venne richiamata principalmente sul documento che derivava dall'imprigionamento nelle carceri dell'Inquisizione a coloro che avevano commesso anche semplici reati, poiché la popolazione non avendo alcun elemento per fare distinzione, considerava ogni detenuto per eretico, marchiandolo e condannandolo al celibato. Perciò il Consiglio pregava che simili individui venissero rinchiusi in carceri civili e non in quelle dell'Inquisizione. Filippo III promise di fare tutto il possibile per ovviare all'inconveniente, ma naturalmente non fece nulla.
Il Consiglio di Castiglia che era la più alta Magistratura del Paese, nella sua « Consulta » del 1631, protestò vivamente contro la situazione scabrosa e particolarmente contro l'uso eccessivo di scomuniche. Consiglieri e Cancellieri dovevano portare per dei mesi il peso della scomunica, mentre altri individui impoverivano. Durante le lunghe tergiversazioni con le quali venivano trattate le « competencias » era ancora più esplicito quel « Memorandum » che uno dei Membri del Consiglio diresse nel 1648 a Filippo. In questo « Memorandum » venivano esposti tutti gli ostacoli che impedivano alla una sana Giustizia, ostacoli che molte volte toglievano la voglia, ai danneggiati, di ricorrere ad essa, mentre l'impunità stava creando un'intera falange di sfrontati malfattori.

Il numero dei servi dell'Inquisizione e di coloro che disertavano il servizio militare era enormemente accresciuto e questo elemento pericoloso invadeva letteralmente le province, commettendo dovunque dei misfatti, nella sicurezza dell'impunità. Dappertutto non vi erano che persone ricchissime e che conducevano una vita dissoluta, le quali cercavano di essere ammesse nei ranghi dell'Inquisizione, per godere dell'impunità. Le lettere statali venivano sottratte e fioriva in pieno il contrabbando, mentre né l'Alcade, né il Corregidor, osavano punire i colpevoli, poiché l'Inquisizione infliggeva loro immediatamente la scomunica. La Giustizia era calpestata dovunque, poichè non vi era più Alguasil che osasse procedere ad un arresto, dato che molti ne erano stati trucidati o feriti, cosicché la vita dell'Alguasil non aveva importanza, come se i custodi dell'ordine fossero dei semplici banditi.
Se il Re avesse voluto ristabilire la giustizia dei Tribunali civili, sarebbero cessate le eterne scomuniche, con le quali gli inquisitori difendevano i malfattori, l'attività del Sovrano e dei Consiglio non sarebbe stata assorbita dalle consuete vertenze e sarebbe cessata fors'anche la peste, con cui Dio aveva colpito i Reami di Spagna, per l'egoismo e la dissolutezza del suo popolo.
Tutti questi ammonimenti e queste lagnanze non trovarono alcuna eco. La Suprema se ne intendeva sul modo di risvegliare i sentimenti religiosi del Re e di promettergli la beatitudine eterna se si fosse conciliato con Dio, allargando il potere dell'Inquisizione, per la quale era una questione di esistenza la difesa dei propri dipendenti e servi dal rigore della legge e dall'odio generale.
Dopo la caduta di Nithardt la Nazione tentò sollecitamente di liberarsi dai terribili abusi, già universalmente noti. Nel 1677 Carlos II li disapprovò sinceramente, sia per quanto riguardava le ammende riscosse, sia per i soprusi innumerevoli che privavano i sudditi, veramente devoti, di qualsiasi conforto religioso. Egli dichiarò illegali le scomuniche inflitte in conseguenza di questioni che si riferivano esclusivamente alle pertinenze dei tribunali civili, e ne vietò l'applicazione. Questo ordine fu rivolto alla Suprema nel 1678, e dové essere ripetuto nel 1691, ma senza alcun risultati. Allora fu fatto un maggiore sforzo per garantire una riforma radicale. Infatti nel 1696 si riuscì a persuadere Carlos di convocare la cosiddetta « Juntamagara » che era composta da due delegati per ogni Consiglio Governativo Provinciale. Argomento del congresso furono le continue vessazioni operate dall'Inquisizione e il desiderio che cessassero per l'avvenire; si chiedeva che il Santo Uffizio restasse alla sua missione originale, guadagnandosi la benevolenza del popolo, con l'astenersi dall'immischiarsi in questioni che non lo riguardavano.

Questa fu la più terribile aggressione che l'Inquisizione avesse mai subito, poiché erano tutte le forze dello Stato, riunite, con a capo il Re, che la dirigevano. Ma anche questo attacco fu facilmente parato. Dice il Leorente che il Capo Inquisitore Roccaberti, confessore del Re, intrigava per mezzo di Florian Diaz, che era d'ufficio Membro della Suprema. Non faticò a lungo ad ottenere per questo tramite che Carlos mettesse agli archivi il memoriale della « Consulta », dove giacevano già tanti altri documenti del genere.
Questo avvenimento, che per poco non costò all'Inquisizione la sua preponderanza, non le servì quindi neppure da buon ammonimento. Il 27 Gennaio 1705 essa compilò un documento, detto « Carta Acordada », nel quale biasimava aspramente la temerarietà dei Tribunali, che si permettevano di giudicare i suoi dipendenti, col risultati che di ogni piccolezza si faceva un « Caso de Inquisicion », con disdoro dei dipendenti e delle loro famiglie.

Tuttavia, sotto il regno dei Borboni, il Santo Tribunale dovette rassegnarsi ai radicali mutamenti apportati nella compagine dello Stato.
A poco a poco furono diminuiti gli antichi privilegi. Dopo l'ascesa al trono di Ferdinando VI sorse un dissidio circa le tasse da imporsi ai servi dell'Inquisizione. A quanto pare la questione fu ingrandita, come d'abitudine, poiché quando arrivò dinanzi al Sovrano aveva assunto una tale importanza da muoverlo a promulgare un decreto, col quale la competenza giuridica sul personale dell'Inquisizione veniva attribuita al Consiglio della Castiglia. Il fatto provocò aspri commenti da parte dell'Inquisizione, che ottenevano espressione in un atto, probabilmente scritto dal Capo Inquisitore, Prado y Ceneste, poiché nessun altro suddito avrebbe osato prendere quel tono di fronte al Sovrano. Infatti il documento diceva che il decreto non era degno del nome e della religione del Sovrano e che era inammissibile che, fin dal primo anno di regno, egli desse prova di tanta asprezza, nei confronti del Santo Uffizio che, sin dalla sua fondazione, non aveva subito un tale oltraggio. Il rifiorire della Spagna e la gloria del Re imponevano la revoca immediata del provvedimento.

Non era facile all'Inquisizione conciliarsi con le nuove vedute dell'epoca. Carlos III faceva valere i suoi diritti sovrani, ancor più di quanto non avesse fatto suo fratello Ferdinando. Comunque la intenzione dei Sovrani era stata sempre quella di risolvere pacificamente le vertenze nelle questioni di « competencias ». Il primo tentativo del genere che la Storia ricordi fu un decreto della Regina Reggente, promulgato in assenza di Carlo V e che conteneva l'ordine che, dovunque fossero sorte discussioni riguardanti la giurisdizione, i giudici dovevano riunirsi con gli inquisitori e dare alle questioni una pacifica soluzione. In tale senso si era proceduto quando nel 1542 venne messo sotto accusa Joaquin de Tunes per aver trucidato uno dei servi dell'Inquisizione. Miguel Ruget, inquisitore ebbe dei colloqui coi giudici del Consiglio Reale e col Reggente e si accordarono facilmente circa la pena da infliggersi.
È strano il fatto che nella «Concordias» di Valencia, nel 1554, non venne fatto cenno a questo procedimento di conciliazione. Nel 1568 nel Reame di Aragona lo ritroviamo in una forma alquanto modificata, inquantoché venne dato l'ordine che il Reggente della « Audiencia » ed il Capo Inquisitore si riunissero per accordarsi in una questione. Se ciò non fosse stato possibile allora il Reggente avrebbe dovuto trasmettere il proprio parere al Consiglio dell'Aragona mentre il Capo Inquisitore avrebbe dovuto comunicare la sua alla Suprema, ciò che praticamente avrebbe condotto ad una soluzione conciliativa della divergenza giuridica.

Gli inquisitori cercavano di evitare possibilmente le questioni di pertinenza, ma quando erano costretti a scendere in campo, facevano in modo, con ogni raffinatezza, di umiliare i giudici civili, facendo sentire la loro supremazia, per cui i funzionari, fieri della loro carica si irritavano sempre più. Basterà ricordare che il de Soto Salezer, nel suo rapporto degli inquisitori di Barcellona, diceva che quando questi volevano ricevere il Reggente dell' « Audiencia » mandavano un messaggero per chiamarlo, facendolo poi attendere a lungo nell'anticamera, ed altre volte citavano i giudici, riprendendoli senza motivo, per comprendere quale odio suscitassero gli inquisitori.
Quando l'Inquisizione studiò una forma per delimitare le competenze, questa era inspirata alla massima prosopopea e prepotenza. Nel primo paragrafo di questo atto veniva semplicemente vietata ai giudice qualunque funzione indipendente e veniva ordinato ad essi di rinviare, entro le ventiquattr'ore, ogni causa al Tribunale dell'Inquisizione. Quando poi e giudici avessero osato sollevare la questione delle competenze, mandavano loro disposizioni, intimando di non importunare il Foro superiore e di consegnare immediatamente tutti gli atti di causa, sospendendo il procedimento, sotto pena di scomunica e di ammenda.

Questo sfacciato ed orgoglioso procedimento venne praticato sino a che Carlos III, con decreto del 1775, non comunicò all'Inquisizione che la giurisdizione reale era da considerarsi a pari livello di quella religiosa; intimava quindi di cessare le minacce e le ammende, che gli atti di causa restassero sotto la verifica dei Giudici e che si riteneva opportuna una reciproca cortesia nei contatti tra le due autorità, con omissione dell'inutile ostentazione di superiorità.
Gli sforzi dell'Inquisizione per far valere le proprie pretese ottennero viva espressione nella Junta, formata nel 1679 dalla Suprema e da qualche teologo del Consiglio de Stato. Questa Junta dichiarò che nel caso di funzionari pagati non poteva essere sollevata la questione de competenza, eccezione fatta per gli impiegati dello Stato, qualora avessero violate le leggi; nel contempo venne stabilita la regola che, qualora la Suprema rifiutasse di entrare in discussione, il Consiglio di Stato potesse ricorrere al Re.

Probabilmente tutti questi tentatevi non ebbero un risultato tangibile, poiché Carlos IV, stanco delle continue discordie, ordinò nel 1804 che, ove sorgessero dei contrasti, tra il Tribunale Reale ed il Santo Uffizio, in questione che non riguardavano la religione, il Tribunale dovesse riferire al Consiglio Reale e del Santo Uffizio alla Suprema. I due consessi poi dovevano scegliere un giudice inquirente, il quale sottoponesse la questione alla Secretaria de Gracia y Justicia, per la decisione del Sovrano.

Era necessario soffermarci a lungo sulla questione delle competenze, non soltanto perché queste assorbirono gran parte dell'attività dell'Inquisizione, ma anche per la grande importanza che essa ebbe nella storia di Spagna, in quell'epoca e per meglio spiegare il grande odio suscitato dal Santo Uffizio in tutte le sfere della popolazione.

OSTILITA' RECIPROCA


Nei capitoli precedenti abbiamo trattato alcuni dei motivi dell'odio generale manifestatosi contro l'Inquisizione, ma le cause erano ben più numerose. Come abbiamo visto il Santo Uffizio godeva dell'appoggio universale ed incondizionato, nelle questioni di sua pertinenza, cioè finché si occupava di propagare e di rafforzare la Religione, ma, non appena abbandonava la via della sua missione, trovava una dura opposizione. I poteri illimitati erano attribuiti generalmente a persone autoritarie e superbe che erano tenute ad obbedire soltanto alla Suprema, la quale, sebbene disapprovasse qualche loro azione, in linea di massima parteggiava per essi e li appoggiava contro ogni giusta lagnanza e, mentre segretamente talvolta esprimeva il suo rimprovero, esitava molto a lungo prima di compromettere, con licenziamenti od altri provvedimenti di rigore, la pretesa infallibilità del Santo Uffizio.

A torto od a ragione le lagnanze non mancavano mai. I poteri dell'inquisitore erano quasi illimitati e le persone che venivano rivestite delle cariche, difficilmente riuscivano a resistere alle tentazioni degli abusi. Il « Memorandum » di Llerene presentato nel 1506, a Filippo e Juana, enumera le lamentele della popolazione, menzionando tra l'altro che i dipendenti dell'Inquisizione si impadronivano di qualunque stabile piacesse loro, non peritandosi di usare la forza.
Era del tutto impossibile ovviare a questi abusi illegali. La Suprema disapprovò e minacciò di punizioni quei suoi dipendenti che occupavano indebitamente gli stabili, ma siccome infliggeva punizioni soltanto raramente, anzi, per lo più, proteggeva i colpevoli, gli sforzi fatti per migliorare la situazione apportavano scarsi risultati. Non abbiamo alcun motivo di supporre che lo stato di cose fosse peggiore a Barcellona che altrove. Le indagini svolte in questa città illuminavano tutte le scelleratezze commesse a danno della popolazione.

Nel 1544 Alonzo Perez fece un rapporto che ebbe per conseguenza una nota di biasimo della Suprema, a tutti i dipendenti dell'Inquisizione, ad eccezione del Giudice esecutore delle confische. Salvo due dipendenti subalterni gli altri furono tutti rimproverati, per aver mantenuto relazioni indecorose con delle donne; tutti avevano accettato regali, come pure riscuotevano tariffe illegali. Trascuravano i loro doveri e non facevano altro che litigare tra di loro. Il Procuratore emergeva particolarmente per la sua condotta disonesta e per l'appropriazione di oggetti di proprietà del Tribunale. Egli non pagava mai i suoi debiti: tra l'altro fece arrestare un fabbricante di candele, perché non gli aveva fornito la merce abbastanza sollecitamente. Quando un suo cliente aveva comperato delle pecore da un contadino, il Procuratore fece citare il contadino, dandogli ad intendere che era stato lui a dare il denaro per l'acquisto e che quindi ne esigeva la restituzione immediata, dicendo al contadino di tenersi pure le pecore. Ma la Suprema era tanto schifiltosa, per l'onore dei suoi dipendenti, che non si decise a licenziarne nemmeno uno.

L'ostilità così provocata scoppiava, non appena ve n'era l'occasione. Allo scopo di migliorare l'allevamento delle razze equine, un decreto reale del 1628 vietava di attaccare i muli alle carrozze. L'inquisitore di Longrono, fiducioso che nessuno avrebbe osato affrontarlo, continuava ad attaccare muli alla sua carrozza e quando il Corregidor Don Francisco Bazan gliene chiese ragione, minacciandolo di sequestrargli la carrozza, l'inquisitore gli disse che con ciò si sarebbe rovinato. Il corregidor non osò procedere, ma si procurò un ordine dal Consiglio Comunale di Castiglia che proibiva l'uso dei muli attaccati alle carrozze, poiché ciò avrebbe potuto danneggiare gli ornamenti dei negozi sulla via principale. Il Procuratore del Santo Tribunale insisté dichiarando di avere un privilegio reale, ma quando il Bazan rispose che avrebbe rispettato il decreto reale, il Procuratore non poté esibirlo.
Simili discordie erano all'ordine del giorno e degeneravano talvolta al punto di preoccupare il Re ed i suoi consiglieri.
Anche il privilegio degli inquisitori sui mercati era fonte di continui malanni. Era riconosciuto che, tanto gli impiegati civili, quanto quelli ecclesiastici, avevano il diritto di precedenza nella scelta delle merci.

I Membri dell'Inquisizione pretendevano lo stesso privilegio, non soltanto nelle città in cui risiedevano i Tribunali dell'Inquisizione, ma anche nei piccoli centri. Questa loro pretesa incontrava frequenti opposizioni, come emergeva dall'ordine dato al « corregidor » ed ai suoi venditori. Il diritto della scelta era giunto al punto che, nel 1705, sorsero a Servilla dei gravi disordini, perché il servo di un inquisitore fece aprire una barca, che conteneva una spedizione di pesce destinata al mercato, per scegliersi la sua parte. Fu necessario un decreto reale, per vietare agli inquisitori di fermare qualsiasi merce durante il trasporto e di marcare con « banderillas » quella che sceglievano.
Per quanto riguardava la falange dei servi degli inquisitori, era naturalmente impossibile vietar loro il commercio. Anzi ogni commerciante aveva l'ambizione di ottenere una qualsiasi carica all'Inquisizione, per potersi valere dei privilegi accordati dalla protezione dell'Inquisizione stessa, con la facoltà di mancare impunemente al pagamento dei loro debiti, con l'esenzione delle dogane di importazione ed in molti altri modi che non erano riconosciuti dalla « Concordias », ma che il Santo Tribunale concedeva senz'altro.
È facile immaginare che questa gente non trascurava nessuna occasione per approfittare delle possibilità offerte dal commercio disonesto e questo fatto contribuiva in misura non indifferente a rafforzare l'avversione della popolazione contro il Santo Uffizio.
La situazione non poteva migliorare, perché la Suprema riusciva sempre a difendere i suoi Tribunali contro ogni lagnanza e la sua benevolenza verso i colpevoli assicurava la loro impunità. Finalmente come abbiamo visto Filippo V fece un tentativo di introdurre delle riforme e, probabilmente in seguito a questa pressione, la Suprema emise nel 1705 una « Carta Acordata » con la quale vietava i vari abusi e dichiarava che gli inquisitori, incuranti del dovere di condurre una vita onesta, non obbedivano alle sue disposizioni e stringevano amicizia con persone disoneste, immischiandosi in questioni che non erano di loro competenza e perciò suscitavano dovunque l'odio contro la giurisdizione del Santo Uffizio.

Ma pervenivano lagnante anche da parte della nobiltà. la quale era seriamente risentita per il fatto che alcuni loro vassalli non erano più perseguibili dalla giustizia civile, avendo essi ottenuto delle cariche all'Inquisizione. Nel 1549 la Contessa Nieva si rivolse al Capo Inquisitore Valdés, lamentando che l'inquisitore Valdeolives aveva assunto alcuni contadini da un suo podere, a più di tre miglia da Calacorra, dove non vi era mai stato un dipendente dell'Inquisizione, con l'unico scopo di esimerli dalla giustizia del loro padrone. Essa metteva in rilievo il fatto, non perché i suoi vassalli erano stati onorati dall'Inquisizione, in assenza del Conte suo marito, che si trovava al servizio del Re, ma perché in tal modo venivano suscitati nei villaggi vicini gravi disordini, tendenti a sconvolgere l'ordinamento giudiziario feudale.

Si può dubitare con ogni buon diritto che la lagnanza della Contessa abbia avuto successo, ma possiamo riferire un altro caso molto rassomigliante, quando don Pedro Queral Principe di Santa Coloma, distinto nobil uomo di Tarragona, si sforzò di ottenere la punizione di due suoi vassalli, entrambi alle dipendenze dell'Inquisizione, che facevano capo ad una banda di malfattori, i quali lo esasperavano con le loro vessazioni. Tagliavano i legni dai suoi boschi, mutilavano lo stemma del portone, al Castello di Santa Coloma, distribuivano sulle vie dei manifesti oltraggiosi. Ma i due uomini essendo alle dipendenze dell'Inquisizione si trovavano al sicuro dalle ire del Principe. Don Pedro morì, ma i soprusi continuarono contro sua moglie, Contessa Queral, che finalmente ottenne l'unica soddisfazione della condanna di uno dei vassalli ed una ammonizione ed alla rifusione delle spese processuali.

Questi casi dimostrano quanto fosse minato il Feudalesimo in quell'epoca e non é difficile immaginare le ire della nobiltà, vedendo protetti i loro vassalli ribelli, col manto di immunità offerto dalle cariche del Santo Uffizio. L'odio contro l'Inquisizione era quindi diffuso in tutte le classi; ecclesiastici, civili, nobili e semplici borghesi la detestavano ugualmente. L'Inquisizione era perfettamente consapevole di questo stato d'animo, ma invece di rimediare, con energici provvedimenti nei confronti dei propri incaricati, continuava a sollecitare nuovi privilegi dal Sovrano, per meglio difendersi dall'opposizione. Non tardò a dichiarare che i suoi dipendenti, fin dall'inizio delle loro funzioni erano tanto odiati nell'Aragona, che la loro vita non sarebbe stata sicura, qualora gli avessero posti dinanzi ai Tribunali civili.
Nel 1727 l'Inquisizione fece la stessa dichiarazione per l'ostinato odio del popolo aragonese. In Castiglia la posizione non era migliore. La « Cortes » del 1566, quando sollecitò Filippo II a persuadere i fiamminghi di consentire ad introdurre l'Inquisizione anche nel loro paese, motivava la proposta col fatto che l'Inquisizione abbisognava di un successo in quel paese, per poter conservare l'istituzione nella Spagna. Con ciò si voleva segnalare che qualora i Fiamminghi si fossero opposti, anche il popolo castigliano avrebbe ben presto seguito il loro esempio.

Le ostilità continuarono inalterate, sebbene la decadenza dell'Inquisizione nel 1803 diminuisse fortemente la sua potenza. Vi è tuttavia qualche storico del tempo il quale sostiene che l'animosità contro l'Inquisizione era dovuta soltanto al fatto che il popolo ne misconosceva gli scopi, ma sono pochi isolati, la cui opinione è smentita largamente dai fatti che ci sono stati tramandati.

TERZO LIBRO

LIBRO III.



L'eresia - Ecclesiastici apostati - I limiti d'età agli effetti della responsabilità di fronte all'Inquisizione - Il « Forum Internum » ed il « Forum Externum » - La « Santa Cruzada » - Ordini effettivi - Appelli a Roma

 

L'ERESIA

L'Inquisizione fu organizzata per l'estirpazione dell'eresia e per la difesa della Religione Cattolica. Vedremo in seguito quanto elastica fosse la definizione di eresia e vedremo anche che l'azione del Santo Uffizio per sradicarla deviò molte volte dalla retta via. Ciononostante sino all'ultimo lo scopo ufficiale della sua attività rimase l'oppressione delle altre religioni.
Nei tempi moderni, a coloro che sono stati educati nello spirito di tolleranza, non sarà facile immaginare l'enorme importanza che attribuivano gli uomini di governo di quell'epoca alla unità della Fede, o farsi un'idea della generale indignazione che suscitava ogni deviazione dai Dogmi cattolici. Queste convinzioni formavano la forza morale e spirituale del popolo e rafforzavano l'ascendente della Chiesa su di esso. I Sovrani stessi consideravano loro supremo dovere proteggere e incoraggiare tutte le correnti che tendevano a suscitare odio contro gli eretici, poiché ritenevano che, secondo le leggi umane e divine, fosse principio fondamentale la liberazione dell'umanità dall'eresia e chi la praticava finì per essere considerato un rettile velenoso, il quale, soltanto con la sua esistenza, emanava una infezione spirituale ed attirava le ire di Dio, di cui il popolo credeva ravvisare una manifestazione nelle frequenti epidemie che infierivano nel paese.

Nei primi tempi dell'Inquisizione, particolarmente quando le cariche gerarchiche della Chiesa erano ricoperte da Cristiani di dubbia fede, era di essenziale importanza il sapere se i Sacramenti necessari alla beatitudine eterna non perdessero il loro effetto, a causa della miscredenza del sacerdote che li somministrava. Infatti nessuno poteva sapere quanti di quei sacerdoti erano in funzione, come Andreas Gonzales, parroco di San Martin de Talavera, il quale, accusato di eresia, nel corso del dibattimento penale confessò di non aver mai preso sul serio la Messa, di essere rimasto per quattordici anni fedele segretamente alla religione ebraica e di non aver mai assolto i penitenti durante la confessione.
Un'altra storia comica raccontavano in lungo e in largo sul conto di Fra' Garcia de Zapata, Priore dell'Ordine Geronimita, il quale, tenendo in alto la Santa Ostia, soleva dire frasi scherzose ed offensive, volgendo la schiena ai penitenti ai quali dava l'assoluzione.

L'inesorabile zelo del Santo Uffizio riuscì forse a liberare il paese da questi pericoli, ma con i suoi sistemi aumentava l'insensato odio contro l'eresia. Oviedo, il Cavaliere senza macchia, verso la metà del XVI secolo, raccolse in un suo scritto l'opinione generale di quell'epoca, dicendo che bisognava eseguire le punizioni determinate dalla legge canonica, contro gli eretici e i loro beni, perché essi mangiavano il pane dei fedeli, portavano onta sul paese, conducevano, con i loro discorsi, alla dannazione le anime pure e per mezzo dei loro matrimoni e con la loro parentela contaminavano il sangue delle migliori famiglie.
Galceran Alhanell, educatore di Filippo IV scrisse, nel 1621, al suo ex-allievo che aveva appreso con la più profonda indignazione il fatto che all'Ambasciatore di Inghilterra fosse stato permesso di celebrare nella propria casa funzioni religiose secondo il proprio rito. Il Re non avrebbe dovuto tollerare una cosa. simile, che era uno dei massimi peccati e se non avesse rimediato sarebbe stata la dannazione per tutti. Non aveva valore la motivazione che, d'altra parte, anche il Re di Inghilterra Inghilterra permetteva all'Ambasciatore di Spagna di celebrare la messa a Londra. Bisognava congedare subito l'Ambasciatore inglese, senza curarsi se il Re d'Inghilterra avrebbe fatto altrettanto con l'ambasciatore spagnolo. Se il Consiglio di Stato si fosse intromesso, Filippo doveva mostrargli la via di Dio.

La giurisdizione sugli eretici era circoscritta ai battezzati, poiché solo questi potevano essere accusati di eresia. I non battezzati erano considerati persone al di fuori della Chiesa e perciò la Chiesa non aveva il diritto di comandar loro.
In un « auto da fé » del 1623 una donna dichiarò di non essere stata battezzata ed in seguito a ciò fu fatto cessare il procedimento e la donna fu condannata in istruttoria alla detenzione.
Nei processi giudiziari dell'Inquisizione non si temeva molto conto dell'età degli accusati. I bambini furono considerati come predisposti all'eresia, non appena raggiungevano i sette anni, ma non potevano essere posti sotto accusa prima che avessero raggiunto l'adolescenza. Torquemada fissò questa età per le bambine ai dodici anni e per i maschi ai quattordici. Nel 1501, la figlia decenne di Juesita Mercos Gorcia e la figlia undicenne di Isabel Alvaro Ortoleno furono condannare a presenziare ad un « auto da fé ». Esse avevano confessato di aver fatto una o due volte il digiuno ebraico e che i loro padri avevano loro proibito di mangiare carne di maiale. A Valladolid Joseph Rodriguez di otto anni venne accusato di parteggiare per gli ebrei, venne istruita una regolare causa contro di lui, causa che durò per un anno e poi lo costrinsero a deporre contro il fratello ed il padre. Nel segreto lo assolsero e lo rinchiusero nelle carceri dei penitenti per essere istruito.
Nel 1638 Maria Diaz, di vent'anni, venne rinchiusa nel carcere segreto, sotto l'accusa di parteggiare per gli ebrei e fu processata.

Di fronte all'Inquisizione si rispondeva secondo il grado di eresia, che era accuratamente classificata dai teologi del tempo. L'eresia formale era quella in cui si incorreva per libera volontà, oppure per scellerato errore. L'eresia formale o spirituale si suddivideva a sua volta nell'eresia interiore o spirituale e nell'eresia esteriore. Per eresia interiore o spirituale si intendevano le azioni commesse in segretezza, non rivelate, né con parole né con segni; l'eresia esteriore segreta era quella ostentata con la parola, dinanzi ad uno o due uomini od anche nella propria casa in solitudine purché ad alta voce. Una pubblica eresia era poi quella che si professava in pubblico e cioè in presenza di più di due persone.
Ma vi erano definizioni ancor più significative. L'eresia era un peccato ed un crimine nel contempo; come peccato era di competenza del «Forum Interum», ossia della coscienza; come crimine, del «Forum Externum», cioè del Foro Giudiziario. Un penitente che avesse confessato l'eresia poteva ottenere la Santa assoluzione e dinanzi al Signore gli veniva perdonato il peccato, ma era perseguito invece il crimine per cui veniva punito dal Tribunale.
Vedremo in seguito che l'Inquisizione puniva sempre anche i penitenti che avevano confessato il loro peccato ed ottenuta l'assoluzione, sebbene con maggiore mitezza, con pene che variavano da un minimo di reclusione, alla pena di morte.

Tale era l'attività giudiziaria dei Vescovi e dell'Inquisizione, dalla fondazione del Santo Uffizio in Spagna. I Vescovi erano impossibilitati a radunarsi alle sedi dei Tribunali e si facevano rappresentare generalmente agli « auto da fé » da qualche giudice ecclesiastico o da qualche inquisitore.
Non esisteva dunque un vero e proprio regolamento, che avrebbe tolto ai Vescovi la tradizionale giurisdizione, tuttavia l'Inquisizione si arrogava sempre tale autorità dichiarando che il diritto di grazia dava al Vescovo solo il privilegio di partecipare al consiglio in tre casi ben definiti. Il Papa non aveva mai concesso simili diritti agli inquisitori e l'origine di tali privilegi é da ricercarsi nelle magistrali disposizioni di Ferdinando che ebbe cura che nulla impedisse la celerità d'azione della sua istituzione prediletta e che nulla venisse ad intralciare l'entrata dei proventi.
Egli proteggeva l'Inquisizione di fronte ai Tribunali ecclesiastici, poiché il procedimento di questi ultimi era pubblico e quindi assai minore la probabilità di condanna che non nella segreta giurisdizione dell'Inquisizione. Infatti egli scrisse nel 1500 al Principe Arcivescovo Cagliari di essersi molto meravigliato che egli si fosse permesso di intromettersi nelle questioni private dell'Inquisizione, pretendendo una parte delle ammende, senza particolare autorizzazione reale o da parte del Capo Inquisitore.
Il Vescovo pretendeva ancora di far valere il diritto di giudicare gli eretici, benché questo diritto fosse stato da tempo abrogato; e la cosa fu a lungo sostenuta dai Prelati, che chiedevano che gli eretici fossero notificati alle sedi vescovili, appoggiando questa richiesta su vecchi documenti dell'Inquisizione. Così fece nel 1592 il Vescovo titolare Huesca, il quale venne seriamente ripreso dalla Regina Reggente che dichiarava trattarsi di una innovazione senza precedenti.
Quando il Vescovo di Tortosa pretese lo stesso diritto, la Suprema gli scrisse che i Papi avevano dato una speciale giurisdizione all'Inquisizione per perseguitare l'eresia, vietando che questo diritto fosse esercitato da altri, quindi il Vescovo si astenesse in seguito da simili pretese.

Quando il Tribunale di Barcellona nel 1676 venne a conoscenza che il Vescovo di Solsoma, durante un giro d'ispezione, si era incaricato di testimoniare a favore di alcune persone, in questioni religiose, ordinò al Vescovo di consegnare immediatamente i documenti, ciò che egli fece senz'altro. Il Tribunale fu tanto audace da metter sotto accusa il Vescovo, ma la Suprema fu abbastanza saggia a vietare ogni procedimento nei suoi confronti.
D'altronde Papa Gregorio XV ripeté la dichiarazione di Clemente VIII, che cioè i Papi, quando avevano investito l'Inquisizione dei suoi poteri, non avevano l'intenzione di venire in contrasto con la giurisdizione vescovile, né esonerare i Vescovi dal loro compito.

Nel Novembre del 1612 in una riunione della Suprema fu proposto di eliminare le competenze delle due giurisdizioni, ma quantunque i limiti posti risultassero molto ristretti, nemmeno la Suprema volle accettare.
Nel 1637 Sebastiano de Prios, Sacerdote della Tombia Arriba, il quale aveva commesso atti offensivi durante la celebrazione dei Sacramenti, temendo una denuncia da parte dei suoi nemici, si denunciò volontariamente al Vescovo ausiliare di Astorga, il quale lo condannò ad una ammenda di quattromila maravedi. Ciononostante egli venne denunciato nel 1640 al Tribunale di Valladolid. Invano egli diceva di essere già stato punito; la Suprema considerò senza valore quella punizione e lo condannò di nuovo alle carceri segrete dove morì.
L'usurpazione continuava sempre e quando non vi erano dei casi di eresia che potessero occupare l'Inquisizione, i rapporti di questa contenevano numerosissimi casi, i quali, secondo il loro proprio riconoscimento, appartenevano alla competenza della giurisdizione ecclesiastica, come trascuratezza degli ordinamenti della Chiesa, irregolarità nella celebrazione delle Messe, Comunione dopo i pasti, ecc. ecc. tutte mancanze che originariamente non competevano all'Inquisizione. Non é molto lusinghiero per i Vescovi spagnoli di quei tempi il fatto di aver accettato con piacere questo alleggerimento dei propri compiti e di essersi ostinatamente opposti nel 1813 alla soppressione dell'Inquisizione.
Dopo la restaurazione il Principe Arcivescovo di San Marcos aveva raccolto delle prove che la curia di San Marcos per diversi anni non si era presentata al Sacramento della Confessione, ed invece di punirla consegnò gli atti al Tribunale dell'Inquisizione; ciò fu una fortuna per i preti penitenti, poiché la Suprema ordinò di non procedere nei loro confronti, di dare soltanto assicurazione al Vescovo che era stato fatto quanto necessario e ringraziarlo della sua premura nei confronti dell'Inquisizione.
Ancora nel 1487 il Capo Inquisitore Torquemada era riuscito ad ottenere un Breve da Papa Innocente VIII, col quale la giurisdizione vescovile veniva interamente sottomessa a quella della Inquisizione.
Ferdinando non era soddisfatto, ma dovette rassegnarsi a delegare un membro del corpo vescovile all'Inquisizione, come suo sostituto, poiché vi era già stato un precedente analogo durante la prima Inquisizione. Un'altra disposizione di Ferdinando fu quella emanata nel 1484, che vietava agli inquisitori di accettare cariche che gli potessero porre al di sopra dei loro colleghi.

Nel 1506 i detenuti di Jaen presentarono una lagnanza a Filippo e Juana, lamentando che gli inquisitori procedevano del tutto indipendenti dall'Assessore vescovile, non comunicandogli alcunché, allo scopo di poter dar seguito indisturbati ai loro scellerati intendimenti. La stessa lagnanza venne manifestata dalla « Cortes » del 1512, nella città di Monion, in seguito alla quale Papa Leone X disponeva che nella « Concordias » venisse inclusa la disposizione che gli assessori vescovili riprendessero le loro funzioni. Analoga era la situazione nella Castiglia, dove, come abbiamo visto, la « Cortes » di Valladolid nel 1518 esprimeva fra l'altro il desiderio che anche gli assessori vescovili partecipassero alle sentenze; questa domanda ebbe i suoi frutti soltanto quando venne a mancare la pressione di Ferdinando. Finalmente, nel 1520, in seguito alle deliberazioni prese dal Cardinal Adriano, i Vescovi ebbero occasione di valersi della loro autorità.
Nel 1529, quando la Suprema casualmente risiedeva a Toledo, Diego Artiz de Angelo (agente fiscale del locale Tribunale) sottopose un « memorandum », nel quale dichiarava che la presenza dell'assessore provocherebbe forti ritardi nella procedura, poiché molte volte egli non poteva dar seguito agli inviti, inoltre com'era notorio si opponeva sempre alle intenzioni del Tribunale, facendo eccezioni per qualsiasi ammenda inflitta e infine in tendeva appioppare al Santo Uffizio tutte le spese. Dietro desiderio di Angelo, la Suprema interrogò un gran numero di testimoni, fra i quali Martin Zimenes era il più autorevole, essendo stato per quarant'anni alle dipendenze dei Tribunali di Barcellona, Toledo e Sevilla. Nel suo interrogatorio lo Ximenes spiegò che gli inquisitori avevano sistemata la questione in modo da privare in gran parte delle loro funzioni gli Assessori vescovili, poiché invece di ammettere la loro partecipazione in tutte le sentenze lasciavano loro la parola soltanto nelle accuse di eresia, escludendoli dal dibattito delle accuse di minore portata, con lo scopo evidente di escluderli dalla partecipazione degli utili derivati dalle ammende, sebbene li avessero ordinati alle « Consultas da fé », dove si procedeva alla votazione.
Questo procedimento é caratterizzato dal seguente caso. Blas Ortiz, Vicario Vescovile di Toledo, venne convocato nel 1534. con l'ordine di mettere da parte ogni altro impegno e di presentarsi ogni mattina al Tribunale al dibattimento delle cause agglomeratesi dall'ultimo « auto da fé » tenutosi quattro anni prima. Il Tribunale osservava che se egli non fosse comparso, gli inquisitori avrebbero dato corso da soli ai procedimenti penali. L'invito venne portato all'Ortiz dall'agente fiscale, al quale rispose tranquillamente che sarebbe andato se la sua salute glielo avesse permesso, in caso contrario cedeva senz'altro la sua autorizzazione a due inquisitori che si fossero dichiarati disposti ad accettarla.
A quanto pare, durante la restaurazione, si diede maggiore importanza alla presenza dell'Assessore vescovile, fatto che si rivela dagli atti di una causa penale. Juan Antonio Manzano, medico di Lumbreles, nella diocesi di Ciudad Rodrigo, nel 1807, venne rinviato al Tribunale per eresia ed il Tribunale dichiarava indispensabile la testimonianza del Vescovo della diocesi e che quindi il Vescovo di Ciudad Rodrigo doveva inviare un suo sostituto. Nell'anno seguente il Manzano venne arrestato con la stessa imputazione, ma nel frattempo il Tribunale di Slerena venne trasferito a Sevilla; perché a Slerena non vi erano carceri. A quanto pare il Tribunale di Sevilla chiedeva istruzioni alla Suprema, la quale dava disposizioni a che si rivolgesse al Vescovo di Ciudad Rodrigo. Ma questa era una pura formalità, poiché la Suprema stessa aveva già emesso la sua sentenza nella questione, senza badare a quelle che avrebbero potuto essere le decisioni della prossima « Consulta da fé »: con ciò dunque era già praticamente abolito l'indiscutibile diritto di partecipazione dell'autorità ecclesiastica alle deliberazioni dei procedimenti giudiziari, nei confronti degli eretici.
Ciò che riguardava il Foro interiore, ossia quello della coscienza, l'Inquisizione lo arrogava pure a sé, come quello esterno, per la quale era stata istituita. Infatti interpretava l'autorizzazione papale come fosse stato suo compito esercitare una sorveglianza nelle questioni d'eresia spirituale. L'eresia era il maggior peccato per il quale era comminata come da Bolla papale, che figurava sotto il titolo di, « Coena Domini ». Questa denominazione l'aveva ottenuta dalla data di pubblicazione che cadeva in Giovedì grasso e Papa Urbano assegnò tutti i peccati elencativi alla giurisdizione dei Camerlenghi Papali.
La Santa Sede con ciò si era riservata l'esclusiva sorveglianza nelle questioni di eresia ed i Papi Paolo II, nel 1469 e Sisto II, nel 1478, emisero dei decreti analoghi.

Il criterio tanto rigoroso dell'eresia spirituale non fu ben compreso nella Spagna, in un primo tempo, dove si conoscevano tanto poco le leggi relative che in principio i nuovi cristiani tentavano di evitare l'incarcerazione, ricorrendo al sacramento della confessione, ignari che era stato deciso già nel XVI secolo che l'assoluzione alla confessione non esimeva, dinanzi al Foro della coscienza, dalla punizione materiale.
L'Inquisizione non era disposta a tollerare questa scappatoia e perciò si procurò nel 1487 un Breve da Papa Innocente VIII che venne diffuso a tutti gli inquisitori e vescovi della Spagna. Avveniva quindi che individui che avevano confessato nel segreto al loro confessore di essere colpevoli di eresia, negassero poi in presenza del confessore stesso; fu quindi disposto che tali ritrattazioni fossero fatte sotto il suggello di giuramento, dinanzi ai genitori dell'accusato, ad un pubblico notaio, ed all'Assessore vescovile. Questo autorizzava gli inquisitori a procedere contro chiunque non avesse osservata questa formalità, l'esistenza della quale fu presto dimenticata, tanto più che chi ne voleva approfittare non otteneva altro risultato che di attirare su di sé l'attenzione degli inquisitori.

Non passò molto che i nuovi cristiani riconoscessero la sterilità di simili esperimenti, poiché nelle epoche successive non se ne hanno più esempi. Tuttavia esistevano casi di eresia segreta, nel giudizio dei quali l'Inquisizione procedeva in diversi modi. Nei primi tempi gli editti della « Grazia di Dio » rinviarono al Tribunale anche questi casi di segreta eresia, mentre le disposizioni del 1484 permisero agli Inquisitori di rinviarli alla segreta conciliazione ed alla revoca sotto giuramento.
Vi erano però anche numerosi casi che esigevano piuttosto un rimedio a mezzo dei Sacramenti, che non con l'intervento giudiziario. Questi casi erano costituiti dai dubbi dei buoni cristiani, i quali erano tormentati da segrete esitazioni che li portavano a ragionamenti errati e per i loro mali spirituali si rivolgevano al loro confessore. Su questi individui, né i sacerdoti, né il Vescovo stesso. non potevano giudicare spiritualmente, poiché negli editti della Fede vi era una clausola che vietava al confessori di dare l'assoluzione in tutti quei casi che appartenevano alla competenza dell'Inquisizione e ordinava loro di rinviare al Tribunale i penitenti.
Una usanza giuridica di incerta data era quella applicata quando il penitente accusava sé stesso di eresia nel confessionale, inquantoché era compito del confessore di ottenere il permesso da un inquisitore di poter assolvere, in quei casi che riguardavano l'Inquisizione, poiché era vietato di rivelare il segreto della confessione e quindi, se il permesso non veniva accordato non rimaneva che rinviare il penitente al Tribunale dell'Inquisizione. Il Vescovo Ximenes però asseriva che era dubbio se un inquisitore fosse autorizzato a rilasciare simile permesso, mentre avrebbe dovuto per ogni singolo caso chiedere a sua volta l'autorizzazione della Suprema.
Nei confronti delle suore, le quali non si potevano costringere ad alleggerirsi la coscienza in presenza dell'assessore vescovile e del notaio, esisteva una concessione che autorizzava il confessore a prendere per iscritto la confessione e mandarla al Tribunale, il quale si consigliava in ogni singolo caso con la Suprema, che a sua volta inviava dei padri al Tribunale che poi trattava le suore come « espontaneados », cioè come penitenti volontarie; veniva fatta una conciliazione segreta ed alle suore veniva imposta una penitenza. È sorprendente come questi confessori riuscissero in molti casi a convincere i penitenti a confessare dinanzi al Tribunale, oltre che nel segreto della confessione. Se i colpevoli avevano dei complici potevano essere costretti a nominarli e questi venivano immediatamente sottoposti ad istruttoria, presentandosi così un'occasione di infliggere ammende pecuniarie, sebbene in questi casi non si facesse uso delle confische. Il timore delle ammende ed il terrore di capitare tra le mani dell'Inquisizione, inducevano molti a valersi della confessione, poiché sé essi si opponevano a confessare dinanzi al Tribunale, nulla poteva essere fatto contro di loro, poiché il segreto della confessione proteggeva il loro incognito.

Nel 1562 venne riferito alla Suprema un caso, in cui il penitente si era confessato di eresia durante la Sacra Confessione, senza che alcuno ve lo avesse spinto. Il Capo Inquisitore autorizzò gli altri inquisitori di risolvere il caso, secondo il loro discernimento, impartendo a loro volta istruzioni al confessore.

Più tardi divenne un'usanza che il confessore tentasse di indurre il penitente a presentarsi all'Inquisizione; se questi si rifiutava recisamente, allora il confessore chiedeva autorizzazione ad assolvere, che veniva accordata o rifiutata secondo l'idea del Tribunale.
Padre Thomas de Los fece rapporto al Tribunale di Toledo che durante una sua missione una donna, di nome Ajofrim, gli aveva chiesto assoluzione interiore ed esteriore, adducendo che la sua eresia era segreta, poiché ne aveva parlato soltanto alla propria zia. Il confessore si era interessato della cosa ed era venuto a sapere che si trattava di una povera donna. che conviveva con una zia di ottant'anni. Il Tribunale autorizzò l'assoluzione.
La confessione dell'effettiva eresia non veniva trattata con altrettanta mitezza, poiché vi figuravano anche dei complici, la confessione dei quali bisognava assicurarsi ad ogni costo. In questi casi veniva ordinato al confessore di influire con tutti i mezzi sul penitente, affinché egli si presentasse all'Inquisizione, promettendogli che sarebbe stato assolto in segretezza.
Ma non era facile estorcere un'auto-confessione, poiché con questa si veniva a tradire qualche parente o qualche amico. In questi casi il Tribunale era costretto a rimanere inattivo e non é improbabile che si sia anche presa in considerazione la possibilità che il confessore rompesse il segreto, con la motivazione che nei tempi in cui questo segreto era stato istituito, non esisteva un peccato terribile come l'eresia.

Il riconoscimento dell'assoluzione come Sacramento non riguardava il Foro esteriore, la cui acuta gelosia é dimostrata dal fatto che l'Inquisizione sollevò protesta contro le assoluzioni in massa della « Santa Cruzada » Papale ed i Pellegrini giubilari. Con questi riti si assicurava indulgenza plenaria e si impinguivano le casse della Santa Sede. Soltanto l'orgoglio sfrenato degli inquisitori poteva portare a discutere il valore di questa pia usanza. Quando Papa Pio V nel 1571, dopo un intervallo di cinque anni, rinnovò la « Cruzada », il Santo Uffizio si impressionò vivamente. Negli « Accordades » del 1572 la Suprema istruiva i Tribunali, dichiarando che era errata l'interpretazione secondo la quale la Bolla della « Cruzada » avrebbe contenuta anche l'assoluzione dei peccati di eresia, che questa asserzione doveva essere confutata dovunque e dovevano essere impartite particolari istruzioni in questo senso anche ai confessori.

Un passo più deciso venne fatto nel 1576, quando Gregorio XIII dichiarò di non aver mai avuta l'intenzione di comprendere l'eresia nell'indulgenza ed impartiva disposizioni a che questa rettifica venisse diffusa ovunque e particolarmente a mezzo delle prediche che avevano per oggetto la « Cruzada ».
Questo mutamento andava a particolare vantaggio della tesoreria dello Stato, che sempre partecipava agli utili dell'Inquisizione, inquantoché quest'ultima poteva nuovamente impartire gli ordini ai confessori e quindi infliggere abbondanti ammende ai penitenti che acconsentivano a confessare al Foro esteriore. Nel 1577 queste disposizioni ai confessori divenivano ufficiali, essendone stata ordinata l'affissione in tutte le chiese.

Come abbiamo detto la « Cruzada » non veniva a danneggiarel'Erario della Monarchia spagnola, ma diversa era la questione delle indulgenze giubilari che davano piena assoluzione dei peccati, senza distinzione, come nei pellegrinaggi a Roma, ogni venticinque anni. Pio V ne diede esempio nel 1566 e fu imitato dai suoi successori con vari pellegrinaggi ed indulgenze giubilari. Nel giubileo annunciato nel 1572, in occasione della consacrazione di Papa Gregorio XIII era contenuta l'esplicita dichiarazione che l'indulgenza si riferiva anche alle eresie segrete di competenza del Foro della coscienza. Mentre l'Inquisizione romana non sollevava alcuna eccezione, quella spagnola combatté questa inclusione, tanto che sembrava impossibile risolvere pacificamente il conflitto. Papa Alessandro VII, nel giubileo della sua ascesa al Trono includeva pure la clausola contrastata.
Calvera, agente romano della Suprema sollevò una immediata protesta e Papa Alessandro infatti promise che l'eresia sarebbe esclusa da tutte le indulgenze giubilari.
Il concetto di eresia era assai elastico e l'Inquisizione nella sua giurisdizione autoritaria non mancava di darvi ampio significato in ogni senso. Nel contempo però aveva gran cura che, di fronte al pubblico o a qualsiasi verifica, ogni sua condanna fosse ben giustificata. Infatti molti ricorsi vennero presentati al Re, per ingiustizie patite e questi generalmente chiedeva un rapporto dettagliato al Capo Inquisitore. La Suprema in questi casi appariva una istruttoria, per stabilire se la questione giudicata dagli inquisitori era o meno di loro competenza. Non erano però molti i casi in cui in un modo o nell'altro fosse impossibile far rientrare un caso nella definizione d'eresia. Quando questi ricorsi venivano presentati al Re dalle « Consulte » si chiedeva che le questioni fossero trattate dal Consiglio, ma Filippo II aveva già impegnata la sua parola che l'Inquisizione non avrebbe dovuto dare eccezione alla sua segretezza, altro che per lui e don Cristobal de Mocera. In seguito anche questa concessione fu ristretta e soltanto il Sovrano poteva ottenere un rapporto verbale dal Capo Inquisitore.
L'ostinata segretezza dell'Inquisizione e l'assoluta sicurezza di sé resero possibile una giurisdizione spirituale del tutto particolare, inquantoché essa poteva giudicare su tutti, senza essere sottoposta ad alcun efficace controllo.

ORDINI EFFETTIVI


Il potere dell'Inquisizione sui laici era assoluto. Nessuno era di grado tanto alto da poter sottrarsi alla sua autorità, poiché l'eresia uguagliava le classi. Teoricamente persino il Re era passibile di giudizio, poiché l'istituzione era basata sul concetto della superiorità del potere spirituale su quello temporale.
La devozione dei Sovrani spagnoli impediva che questa superiorità fosse molto palese, poiché possiamo relegare nel mondo delle favole la storia di Juana la Laca e di Don Carlo. Nessuna carica temporale proteggeva l'individuo sospetto nella Fede e nulla poteva impedire la punizione.
A Valencia persone della nobiltà che volevano proteggere i loro vassalli Mori dalle vessazioni dell'Inquisizione, vennero posti sotto accusa, come partigiani di eretici. Il caso di maggior rilievo fu quello dell'Ammiraglio aragonese Sancho de Cordova, appartenente alla più alta nobiltà, il quale fu costretto, all'età di settantratré anni, a rinnegare la Fede dei suoi avi perché era sospettato di eresia. Gli venne inflitta un'ammenda ed egli stesso fu relegato in un convento dove morì.
Ad eccezione dei Vescovi, dei quali parleremo in seguito, il Clero era completamente sottomesso all'Inquisizione, benché continuasse una lunga ed accanita resistenza per liberarsi dal giogo. Durante il XII e XIII secolo, una gran parte degli ordini religiosi non era sottomessa alla giurisdizione vescovile ed era alle dipendenze dirette della Santa Sede. Così pure, quando nel secolo XIII venne fondato l'ordine dei Frati Mendicanti, anch'essi si trovavano sotto l'autorità diretta dal Papa, non si poteva nemmeno parlare d'una facoltà giuridica al di sopra degli ordini. Ma nel caso del Domenicano Eckert, il quale venne posto sotto accusa, nel 1327, il Principe Arcivescovo di Colonia decise per la competenza del Tribunale vescovile. Ciononostante Pio II, nel 1460, confermò il privilegio dei Francescani di essere giudicati esclusivamente dal Capo Vicario dell'Ordine, mentre Sisto IV, nel 1479, cercò di mitigare la continua ostilità fra Domenicani e Francescani, tra i quali erano stati scelti quasi tutti gli inquisitori, vietando ad entrambi gli ordini che i membri si perseguitassero a vicenda.

Nei ranghi degli Ordini Religiosi alle dipendenze della Santa Sede vi era un gran numero di convertiti, che, nonostante i privilegi, venivano posti dínanzi ai Tribunali. Sotto Torquemada, Domenicano, la maggior parte degli Inquisitori proveniva dall'Ordine di S. Domenico. Però Papa Innocente nel 1479 ordinava la scelta degli inquisitori dovesse ripartirsi tra i Cistercensi, i Domenicani ed i Francescani. Dapprima il Torquemada trattava il Clero come se appartenesse alla sua gurisdízione, anzi diede il potere ai Prelati Geronímití di poter giudicare sul proprio basso Clero. Ê vero che più tardi revocò questa facoltà e nel 1488 autorizzò gli inquisitori di Toledo di giudicare nelle questioni del basso Clero.
Gli ordini religiosi avevano una grande influenza anche a Roma, dove aumentava sempre più la potenza degli Spagnoli ed il gareggiare dei due poteri, sempre in contrasto, rendeva sempre più incerta la politica già titubante del Pontefice.
L'Inquisizione man mano si rassegnò alla limitazione della sua facoltà giuridica. Il Capo Inquisitore Manrique, in una sua lettera del 1524, dichiarava che ci si poteva attendere la revoca del privilegio dei Padri Agostiniani ed in ciò si dimostrò buon profeta. I buoni servigi di Carlo V il quale era riuscito ad arginare la ribellione dei Luterani, divennero indispensabili ed i suoi desideri non si potevano respingere. Il Breve del 1515 sottomise il basso Clero degli Ordini alla supremazia dell'Inquisizione,.mitigando però questo colpo inflitto con la concessione che i provinciali potevano delegare gli assessori, per controllare l'andamento delle loro cause. Ma la Spagna non si accontentò con questo ordine ed estorse qualche mese dopo un altro Breve, col quale il basso Clero veniva completamente sottomesso all'Inquisizione.

Il grande sviluppo dell'ordine Gesuita e l'illimitata fiducia che godeva la Santa Sede fecero sì che sorse presto un nuovo elemento di discordia. Nel 1517 l'Inquisizione venne a sapere che i Gesuiti pretendevano dei privilegi. Infatti Papa Gregorio XIII il 18 Marzo 1584 « Vivae Vocis Oraculo » rivestì il Generale Gesuita del diritto di poter assolvere dal peccato di eresia i suoi fedeli, anche nei casi di recidiva. Quindi, chiunque avesse avuto conoscenza di una persona colpevole d'eresia aveva il santo dovere di denunciarla alla suprema gerarchia Gesuita, e non all'Inquisizione.
I Gesuiti diffondevano in lungo e in largo la dichiarazione che essi non erano giudicabili da nessun Tribunale, sia della Chiesa sia dell'Inquisizione. Un caso molto caratteristico avvenne nel 1583, quando i Padri Gesuiti del Collegio di Monte Rey vennero a sapere che un loro compagno Padre Briviesca aveva dei contatti colpevoli con certe Suore Beate e che facevano uso di bibite alcoliche. Fu inviato immediatamente a Sagaria Padre Diego Hernandes, per fare rapporto ad Antonio Mercen, Provinciale di Castiglia. allo scopo di ovviare all'onta che avrebbe pesato sulla Compagnia di Gesù, per la citazione in Tribunale di un suo membro. Ordinarono dunque all'Hernandes di ritornare, per procurarsi un certificato in forma legale. Il Hernandes effettivamente ritornò a Monte Rey e si consigliò coi Padri Francisco Sarata e Juan Loper, i quali dichiararono trattarsi di una questione molto pericolosa, di competenza dell'Inquisizione e, se non vi fosse stato il segreto della confessione, avrebbero dovuto denunciare il Briviesca, per quanto questo tornasse a danno della Compagnia.
Decisero pertanto di ottenere dalle Beate un solenne giuramento di segretezza. Hernandes portava le deposizioni scritte ai teologi del Collegio Gesuita di Salamanca, per avere la loro opinione sule colpe, mantenendo tuttavia il segreto sul nome del peccatore. Questi decisero che il colpevole dovesse essere consegnato all'Inquisizione e che le Beate non dovessero esser assolte fino a che non lo avessero denunciato; ma, quando vennero a sapere che tutta la Compagnia di Gesù era coinvolta nella faccenda, ritirarono sollecitamente il parere dato. Hernandes venne inviato a Monte Rey, dove sistemò le Beate, mentre Mercen faceva imprigionare il Briviesca, estorcendogli una particolareggiata confessione e le sue dimissioni : indi lo fece vestire da prete ed accompagnare a Barcellona donde fu imbarcato per l'Italia.
Hernandes eseguì gli ordini ricevuti, ma aveva un gran timore delle rappresaglie dell'Inquisizione e perciò pregò il Mercen di poter riferire all'Inquisizione stessa. Ottenne la risposta che se avesse osato portare questa vergogna alla Compagnia, lo avrebbero tenuto incatenato nelle carceri per tutta la vita. Tuttavia Hernandes non cedette ed allora i Gesuiti diffusero la voce che egli era impazzito ed invaso dal Diavolo.
Non ci é dato di sapere in quale modo l'Inquisizione sia venuta a conoscenza di questi fatti, ma é probabile che le Beate abbiano commesso delle indiscrezioni. Non appena l'Inquisizione riuscì a procurarsi le testimonianze, si mise energicamente all'opera, fece imprigionare Mercen, Lorata e Lopez che nel 1585 furono posti sotto accusa. Nello svolgimento della causa si apprese che non era questo il primo caso in cui il Mercen aveva sottratto i colpevoli all'Inquisizione. Padre Cristobal aveva commesso gli stessi peccati ed il Mercen lo aveva semplicemente congedato dalla Compagnia di Gesù, dandogli del denaro perché egli partisse per l'Italia. Anche Padre Francisco de Ribera si era reso colpevole di propaganda eretica, per la qual ragione molti padri pretendevano che egli fosse denunciato all'Inquisizione, ma il Mercen aveva inviato anche quest'ultimo in Italia e si difendeva da tutte queste accuse, adducendo che aveva agito per ordine dei Generale Gesuita.
Le colpe erano evidenti; Mercen ed i suoi compagni furono dichiarati colpevoli, ma l'Inquisizione non ebbe la soddisfazione di poterli punire. Sapendo che i Gesuiti avevano una forte influenza a Roma, non osò insistere troppo. Infatti i Gesuiti non avevano molta difficoltà a convincere Sisto V che il rispetto della Fede esigeva di tacitare ogni scandalo di questo genere.

Dopo un mezzo secolo avvenne una storia analoga che ebbe il suo effetto sulle Sedi Vescovili. Venne sostenuto da alcuni che l'Inquisizione aveva preso parte all'esecuzione capitale del Vescovo di Amora, Antonio Aricuna. Ma ciò non corrisponde a verità. L'indisciplinato e ribelle Prelato, il quale era scherzosamente soprannominato Secondo Lutero da Leone X, era uno dei più attivi oratori dei « Comidades » ; dopo la sconfitta di Villare, nel 1521 egli fuggì travestito, ma fu catturato sulla frontiera di Villamedian. L'immunità vescovile lo avrebbe dovuto salvare, ma Carlo V pretendeva decisamente la sentenza di morte. L'Inquisizione non figurò nella faccenda, ma dopo alcune trattative Leone X diede incarico al Cardinale Adrino ed al Nunzio di assumere la parte di giudici e di fare le proposte a suo nome nel Consiglio.
Quando Adriano ascese al Trono Papale, era Principe Arcivescovo di Granàda ed in tale sua qualità aveva consegnato l'incarico al Vescovo di Ciudad Rodrigo, senza autorizzarlo però a far torturare Antonio Aricuna. Più tardi Clemente VII, col Breve del 1524, ordinava il più severo procedimento, ma, ciononostante, il procedimento fu mitigato. Fuggendo a Simancas, dalle carceri dove doveva restare per cinque anni, l'Aricuna fece un infruttuoso tentativo di mettersi in salvo, durante il quale uccise l'Alcade. Allora Re Carlo inviò a Simancas il proprio Alcade, con l'istruzione di far torturare e poi uccidere l'Aricuna; l'ordine venne fedelmente eseguito, il 26 Marzo 1526. Re Carlo si procurò in fretta l'assoluzione ipso facto per sfuggire alla scomunica che lo minacciava; la stessa cosa volle procurare per il suo incaricato, ma vi riuscì solo dopo un anno. `
Questa palese offesa al diritto di immunità dei Prelati provocò un grande scandalo.

Quando la ribellione dei Luterani assunse proporzioni minacciose e si diffuse in tutta la Spagna, Papa Clemente VII col Breve del 1531 investì il Cardinal Manrique di un potere giudiziario limitato. Egli aveva il diritto di compiere istruttorie tra i Vescovi, per individuare i partigiani delle idee luterane, ma non aveva il diritto di arrestarli e di farli imprigionare, sebbene secondo le leggi canoniche avesse il pieno diritto di riabilitare quelli che se ne fossero mostrati degni con sincero pentimento.
Questa era una delle questioni più notevoli avvenute nella storia dell'Inquisizione. Fu attirata l'attenzione di tutta l'Europa, non soltanto per quanto riguardava i sistemi dell'Inquisizione, ma anche per il conflitto che aveva fatto Sorgere fra i Seguaci delle dottrine Ortodosse ed i Riformisti.

Il Capo Inquisitori Valdis, il quali nel contempo era anche Arcivescovo di Sivilla, nel 1507 minacciava di cadere in disgrazia. Filippo si trovava a corto di fondi; le glorie di Saint Ozentrin e di Gavilinis non erano costati poco, mentre la guerra alla quale era stato costretto da Paolo aveva assorbito tutti gli introiti dei Suoi possedimenti italiani. Egli inviò dalla Fiandra in Spagna il conte Milito, con l'ordini di estorcere alla nobiltà un prestito forzoso. La Regina Juana, Reggente in quell'epoca, impose tra l'altro centocinquanta ducati all'Arcivescovo Valdis. Mentre l'Arcivescovo di Cordova versò immediatamente cento ducati, con la promessa di fare altri versamenti non appena avesse potuto, il Valdes era tanto avaro chi non volle contribuire con alcuna Somma al prestito, Sebbene avesse ottenuto poco prima dalla Regina un dono di Sei carri di merce. Infatti la Regina gli scrissi Subito, esprimendo il suo stupore che l'Arcivescovo favorito della Corte si sottraesse al Suo dovere dopo aver goduto di tanti benefici. Questa lettera gli venne recapitata da Hirnando di Ochoa, il quali nel Suo rapporto descriveva il poco dignitoso atteggiamento dell'Arcivescovo, il quali dapprima aveva fatto delle promesse, per poi nascondersi in uno dei Suoi palazzi a San Martin de la Fuenti, a due miglia da Valladolid, mettendosi a letto per due mesi, nella Speranza che nel frattempo la cosa andasse nel dimenticatoio. Egli giurò dinnanzi ad un'Ostia consacrata, che i diavoli lo portassero via, se mai in vita Sua aveva disposto di centomila o Settantamila o trentamila ducati, poiché spendeva sempre molto in beneficenza facendo donazioni persino di quindicimila ducati.
Tuttavia dovette confessare che l'Arcivescovado da lui ricoperto, sin dal 1546, rendeva annualmente sessantamila ducati, dei quali metteva a parte per lo meno trentamila ducati all'anno, per spese che però in nessun modo poteva dimostrare poiché non aveva mai inviato alcun ospite, come lo facevano gli altri Arcivescovi, ciò chi era ben risaputo alla Corte.
Su questi rilievi il Prelato si turbò alquanto e tuttavia continuò a Spergiurare ad alta voce che non era bello ricattare l'alta Clero e che un denaro procurato in quella maniera non avrebbe portato beneficio nella guerra. Iddio avrebbe aiutato lo stesso il Re, anche senza far scandalizzare i fedeli cristiani.
L'onesto Ochoa invano lo sollecitava a ritornare alla Corte, per salvare almeno l'onore; il Valdes ostinatamente si aggrappò al Suo denaro.

Filippo diede istruzioni per procedere contro gli ostinati, ma probabilmente non avrebbe osato internare i Vescovi nelle loro sedi e la nobiltà nei castelli. I Valdes cedendo alle continue pressioni di Carlo e Juana finì con lo sborsare cinquantamila ducati, ma cionostante fu deciso il suo allontanamento dalla Corte. Infatti si fecero svariati tentativi per farlo partire, con qualche pretesto e nel Marzo del 1538 Juana gli ordinò di accompagnare sull'ultima via le spoglie mortali della Regina Juana la Laca a Granada, donde avrebbe potuto facilmente raggiungere la Cattedrale di Sevilla. Il Valdes si opponeva, ma infine promise di partire. Ma quando la Regina Juana gli ripeté l'ordine, il Prelato trovò ogni sorta di scuse per sottrarsi all'incarico, adducendo che vi erano molti eretici a Sevilla ed a Murcia e che infine il cadavere avrebbe potuto attendere fino a Settembre per essere trasferito.
Valdes comprese di dover rafforzare la propria posizione presso la Corte e perciò si valse con abilità della scoperta fatta che a Valladolid si erano stabiliti alcuni protestanti, tra i quali più di uno scienziato ecclesiastico, come Augustin Cavalla e Fra Domingo de Royas, nonché alcuni distinti nobili come Luis de Royas e Donna Anna Enriques. Ma egli riuscì a rendersi indispensabile anche in un altro modo che, in caso di riuscita, avrebbe apportato anche allo Stato il tanto desiderato aiuto finanziario.

Valdes infatti non aspirava a minor cosa che a diventare Primate della Spagna, carica la cui rendita veniva stimata a centocinquanta o duecentomila ducati. Per poter renderci conto dell'audacia di questo progetto é necessario esaminare la posizione del Principe Arcivescovo Carranca.
Bartolomeo de Carrenze y Mirander nacque nel 1503. All'età di dodici anni venne assunto all'Università di Alcale; all'età di diciotto fece il voto dei Domenicani e fu inviato all'Università di San Gregorio a Valladolid, dove già nel 1530 si addottorò « de artibus » e divenne Rettore dell'Università. Nel 1540 venne inviato come delegato del suo ordine, a Roma, dove si addottorò con distinzione in teologia ed ottenne da Papa Paolo III la concessione di poter studiare i libri eretici all'Indice. Al suo ritorno, alla Spagna aveva già una grande rinomanza. La Suprema lo occupò molto nella lettura dei libri e particolarmente delle Bibbie scritte in lingue straniere, e persino l'India e la Galizia chiesero spesso il suo parere su libri di dubbia tendenza. Nel 1542 gli venne offerto il Vescovado di Cusco, che era la più ricca diocesi delle colonie. Egli rispose che sarebbe andato volentieri in colonia al servizio del Re, ma preferiva rimanere a curare le anime.
Alla convocazione del Concilio di Trento, Carlo V lo nominò come uno dei delegati e durante la sua permanenza di tre anni egli si meritò la fama di cristiano profondamente dotto e devoto. Quando nel 1548 il Principe Filippo raggiunse suo padre nella Fiandra, entrambi gli offersero la carica di confessore che però egli non accettò. Nello stesso anno venne nominato Provinciale del proprio Ordine religioso e Re Carlo lo delegò per una seconda volta al Gran Concilio di Trento, anche in rappresentanza di Silicco Vescovo di Toledo.

Come la prima volta egli ebbe una parte importante nel Concilio e, dopo il rapido scioglimento, rimase parecchio tempo sul luogo per studiare e condannare i libri di eresia. Nel 1553 riprese la sua attività di professore all'Università di Valladolid e quando, nel 1554, il Principe Filippo si imbarcò per l'Inghilterra, per chiedere in sposa la Regina Maria Tudor e per ricondurre l'Isola nel seno della Chiesa di Roma prese con se il Carranza come il più degno sostenitore di questo progetto.
Più tardi il Carranza si vantò che durante la sua permanenza di tre anni in Inghilterra, trentamila eretici aveva fatto bruciare, convertire o scacciare dal paese e che aveva salvato due milioni di anime per la Chiesa. Se vogliamo ascoltare i suoi biografi apologetici, egli fu l'animatore della persecuzione di Maria, e Filippo nulla fece in questioni religiose senza il suo consiglio. Quando Filippo nel 1555 seguì il padre nella Fiandra, lasciò Carranza nella Spagna, come consigliere spirituale della Regina Mary ed egli vi rimase fino al 1557. Gli eretici lo considerarono come la principale causa dei loro patimenti e più volte attentarono alla sua vita con veleno e violenza.

Quando il Carranzza nel 1557 partì con Filippo per la Fiandra, dove si occupò della stampa della sua grande opera sul Cattolicesimo nonché di esaminare e trattenere i libri eretici destinati alla Spagna, Filippo in segno della sua fiducia gli offerse l'Arcivescovado di Toledo, ma Carranza non accettò la brillante carica.
Filippo non cedeva e ha anzi imposto a Carranza di fare la comunione nonché la confessione nel vicino monastero prima che egli ritornasse lasciando ordini in questo senso scritti di proprio pugno. Carranza ha dovuto cedere a condizione però che giacché la guerra farà ritardare la pubblicazione dell'enciclica papale, il re avrà facoltà di scegliere un'altra persona per questo posto molto decoroso.
La promozione di un semplice frate al posto più alto della Chiesa di tutta la Spagna agiva da doccia fredda su molti ambiziosi ed era inevitabile che suscitasse molte inimicizie. Probabilmente lo stesso Valdés ha avuto mire di procurarsi per sé il posto ed essendo stato soppiantato da un altro, questo fatto ha ridestato in lui un. sordo rancore. Carranza oltre tutto non era popolare nella gerarchia della Chiesa. Era ritenuto un essere indesiderabile che tendesse sempre a istituire delle riforme le quali potevano essere delle necessità, ma il riformatore é guardato tuttavia sempre con diffidenza da quelli che in conseguenza delle innovazioni perdevano l'usufrutto delle istituzioni già in vigore.
All'infuori di tutto ciò Carranza aveva anche un temibile nemico nella persona di un frate domenicano di nome Melchor Cano, il quale disponeva di larghe cognizioni in materia ecclesiastica e come capacità intellettuali sorpassava non di poco Carranza stesso. Nella loro giovinezza, quando ambedue esercitavano l'insegnamento in qualità di professori, erano già dei rivali e questa rivalità continuava anche in seno all'Ordine al quale ambedue appartenevano e dove avevano modo di gareggiare, trattandosi di questioni riguardanti gli affari interni dell'Ordine. Cano non dissimulava la sua invidia verso l'antico compagno per la sua rapida promozione.

Quando Papa Paolo IV costringeva re Filippo alla guerra, questo Sovrano profondamente religioso ha voluto dei consigli di teologi per sapere se era lecito a un re di condurre guerra contro il Papa; la risposta al re fu redatta da Cano e suscitava molto scalpore dappertutto. Il documento in questione era tutto in favore del Re e dichiarava legittimo il « Centro Gravanime » dei Tedeschi, il quale alla Dieta di Norimberga dell'anno 1552 dichiarava Roma corrotta ed inguaribile. Questo audace attacco esasperava il Papa Paolo, che con suo editto del 21 Aprile 1556 intimava a Cano di venire a Roma, affinché questo eretico potesse essere interrogato e il suo caso, entro sessanta giorni, potesse essere chiarito. L'editto in parola venne però intercettato dal Consiglio del Re che proibiva a Cano di lasciare il territorio del Paese. Tutti gli Ordini Domenicani si erano messi a sua difesa. Per di più nell'anno 1558 eleggevano Cano a loro Capo Provinciale nominandolo nello stesso tempo quale loro rappresentante a Roma. La nomina venne però annullata dal Papa che esigeva anche che Cano fosse deposto da Capo Provinciale. Cano si lamentava che tanto il Re Filippo quanto Carranza gli prestassero solo una debole difesa contro il Papa ed é comprensibile così come egli in seguito si trovasse in uno stato d'animo tale che in ogni momento era disposto di rivolgersi contro un altro più fortunato di lui.

In questo momento così infelice Carranza era il primo fra quelli che potevano servire da facile bersaglio a tutti quelli che meditavano attacchi contro di lui. Giudicando i suoi scritti Carranza era troppo impulsivo e nello stesso tempo poco cauto nelle sue orazioni. Egli voleva seriamente ristabilire l'antica purezza della Chiesa e perciò non tentava di nascondere o coprire le sue debolezze e il suo stato corrotto. In quei tempi la fama delle scissioni lutheriane non aveva raggiunto ancora la Spagna e pochi sapevano di quelle discussioni che hanno scosso l'unità della Chiesa.

Carranza era in rapporti confidenziali con molti eminenti personaggi il cui arresto, avvenuto nel 1558 per lutheranismo suscitava tanto scalpore. Questi personaggi naturalmente facevano di tutto per utilizzare i loro rapporti con Carranza in pro della propria difesa, ma i loro sforzi non valevano nulla di fronte alle dichiarazioni di Fra Domingo de Rojas, di dichiarazioni fatte poche ore prima della sua esecuzione allo scopo di liberare la propria coscienza. Fra Domingo dichiarava di non aver riscontrato nulla in Carranza che non fosse in perfetta armonia con le dogme, definizioni ed usi della Chiesa e quando si trattava dei seguaci di Luthero le sue asserzioni erano ferme e decise: questi eretici sono venuti fra noi direttamente dall'Inferno e le loro teorie possono essere facilmente confutate; anche loro stessi hanno fatto responsabile Carranza per ogni minimo errore dogmatico. Un certo Gul Tiboboli ha voluto difendersi col dire, che una volta anche egli ha sentito Carranza predicare nella Chiesa di Sant'Agostino, fra candele accese e sante immagini ed egli avrebbe detto che la confessione é dovuta a Dio e non al sacerdote. Una dichiarazione simile era troppo grossolana affinché possa essere creduta ed anzi ha servito a indebolire anche altre asserzioni di questo individuo; é chiaro che qualora Carranza avesse tenuto simili prediche nelle Chiese, l'Inquisizione sarebbe presto venuto a saperlo e lo avrebbe punito.

In questo punto critico Carranza ha lasciato campo libero ai suoi nemici. Negli intervalli del suo inseguimento si occupava in Inghilterra e nelle Fiandre di una grande Opera nella quale descrive le verità intangibili della Fede e difende il Popolo dai veleni dell'eretismo. Era questo un compito al quale egli non era precisamente adatto in quei tempi, perché egli era un pensatore troppo rapsodico ed anche uno scrittore senza un metodo prestabilito. Si approfondiva in una idea dopo l'altra, seguendo le tutte fino a un certo punto, lasciandole poi insolute. Ma era in cambio onesto quale Riformatore, rimanendo sempre entro i limiti della Chiesa stessa, scoprendo però tutte le corruzioni, come facevano gli eretici per altri scopi, la qual cosa suscitava l'ira della gerarchia imperante.
Non credo che chiunque possa sfogliare le pagine delle sue « Analisi » senza ritrarne l'impressione e la sicura convinzione, che Carranza era davvero un cattolico sincero e credente, anche se certe sue affermazioni apparissero troppo audaci. Anche la sua fede ortodossa non fu però troppo accademica. Egli apparteneva ai combattenti della Chiesa i quali nutrivano odio profondo contro gli eretici scattando contro di essi ogni qual volta osassero attaccare la Fede. Il dovere del Re si poteva riassumere nel compito di mantenere le sue province nella unica Fede vera, castigando quelli che peccavano contro questa Fede.
Gli eretici si castigavano da sé, perché anche se avessero fatto dei miracoli, la loro vita disordinata, la loro morale corrotta da sole bastavano a discreditarli di fronte al popolo. Se non confessavano le loro colpe dovevano essere condannati a morte. Questa era la migliore teoria che un cristiano doveva applicare. In un'epoca però, quando molti leggevano la teologia, pochi potevano farsi un'idea chiara fra tanti pensieri disordinati. Era quindi facile ai nemici di Carranza di scegliere qualche asserzione in varie parti del suo libro presentandolo poi al Re come individuo sospettoso nei confronti della Fede. Ciò preoccupava anche Carranza il quale faceva stampare il libro ma facendolo però circolare fra il pubblico con una certa precauzione. Alcuni manoscritti ha spedito a Alcamize Martini e quattro dozzine di copie ha fatto introdurre in Spagna di contrabbando, dove sono pervenuti nel 1558.
Il vescovo di Cuenza Pedro de Castro se ne procurava una copia comunicando subito a Valdés, che Carranza scrive degli errori dogmatici e che fa lega con gli eretici. Valdés non lasciava scappare l'occasione e incaricava Cano di esaminare il libro. Cano prendeva con se quale aiuto Fra Domingo de Cures e facilmente poteva trovare 101 asserzioni di sapore eretico. In questo modo i preparativi per una serie di interrogativi sono stati eseguiti, con risultati che ammettevano pochi dubbi, ammesso che il Papa e l'Inquisizione avessero a dare l'autorizzazione per un aperto attacco contro il Primato della Chiesa Spagnola.

Malgrado la segretezza che avvolgeva ogni attività dell'Inquisizione era inevitabile che in un affare di così grande importanza non succedesse qualche indiscrezione e così Carranza, che era in Fiandra, veniva a sapere dei preparativi contro di lui. I suoi amici lo sconsigliavano di tornare in Spagna e lo scongiuravano di fuggire a Roma sotto la difesa del Papa. Carranza però sapeva che con un passo simile verrebbe a perdere per sempre i favori di Filippo, perché la gelosia era tradizionale fra il Re e l'Inquisizione già dai tempi di Ferdinando ed Isabella. Ugualmente sapevano tutti che nel 1530, quando Carranza soggiornava a Roma, domandava in iscritto a Valdés, quali scrittori ecclesiastici doveva studiare per comprendere la Sacra Scrittura, dato che tale materia aveva scelto all'Università di Valladolid. Tale lettera aveva anche essa un tenore eretico e fu da Valdés acclusa alle 101 affermazioni di Carranza.
Valdés ancora nell'anno 1539 non era ritenuto un eretico e perciò il suo atto aveva un certo peso. In quei tempi di lotta mortale col protestantesimo la filosofia nella teologia non era un mestiere facile. Ci voleva attenzione a ogni passo altrimenti la censura qualificava ogni espressione un po' dubbia come eresia. Soprattutto uno scrittore della tempra di Carranza era esposto a questi pericoli. Non c'é dubbio che Carranza era anche in rapporti confidenziali con qualcuno di quei personaggi che furono poi arrestati per adesione ai principi di Luthero.
Non si sa se le confessioni di questi lutherani fu presa o no in considerazione ma fatto sta che l'inquisitore Capo Valdés non perdeva tempo per mettere Carranza in cattiva luce. In un rapporto indirizzato al Re, chiedeva il suo appoggio per poter catturare un disertore, il quale intendeva imbarcarsi per le Fiandre, insieme con Fra Juldan de Villafranca per trovare asilo presso Carranza. Ogni prova che si trovava contro questi due fu presentata ai Sovrani e le supposizioni figuravano come fatti per incolpare sempre più il Carranza.
Fino a questo momento però poco nuocevano a Carranza, perché quando egli manifestava la sua intenzione di imbarcarsi per la Spagna aveva ricevuto istruzioni particolari dal Re con le quali il Sovrano manifestava per lui tutta la sua fiducia. Il Re disponeva che Carranza andasse direttamente a Valadolid dove potrà prelevare i denari di cui aveva urgente bisogno ed in seguito andasse a trovare il suo fratello maggiore Mario che doveva persuadere a recarsi nelle Fiandre. Da Valladolid doveva recarsi a Yuste per trovare suo padre ed in seguito recarsi poi da Filippo il quale ancora aveva tanta fiducia in lui di confidargli tutte le sue intenzioni anche le più segrete. Carranza però non approfittava di questa fiducia. Arrivando il giorno 13 a Valadolid si perdeva in trattative inutili, solo per controbilanciare gli intrighi di Valdés. Adempiendo in seguito alla sua missione presso Mario solo in Settembre proseguiva per Yurto. Qui però era pervenuto dalle mene di Valdés. Una lettera della Regina Jana mette in guardia il Re (per istigazione di Valdés) a prestare attenzione a Carranza, che coltivava relazioni con i prigionieri lutheriani in modo che qualora non fosse quello che era, sarebbe già da lungo tempo arrestato.

Il re Carlo attendeva Carranza impaziente ma attendeva anche spiegazioni da Filippo prima di recarsi nelle Fiandre. L'inspiegabile ritardo nell'arrivo di Carranza da Yuste non serviva a metterlo in luce favorevole e perdeva così anche l'occasione di spiegarsi perché prima di arrivare il Re cadeva ammalato, ed il 20 Settembre all'alba spirava. L'estrema unzione e l'assoluzione furono impartite da Carranza e il modo come assolveva queste funzioni fu uno dei punti di imputazione contro di lui.
Con la morte del Re Carranza ha perso il suo ultimo amico l'unico, forse, che poteva impedire la sorte che l'attendeva.
Il piano di Valdés era già maturo per poter richiedere l'autorizzazione del Papa che sola mancava per iniziare il processo. La Suprema indirizzava il 9 settembre una lettera a papa Paolo lodando l'opera di Valdés il quale faceva di tutto per neutralizzare la nefanda attività dei seguaci di Luthero.
In questa lettera la Suprema abilmente disegnava il pericolo che attendeva la Chiesa in seguito all'opera dei seguaci di Luthero accentuando che la simpatia con gli eretici minacciava di infettare perfino gli uomini dell'Inquisizione. Perciò urgeva un editto col quale dare la possibilità di poter arrestare tutti i colpevoli, anche se trattavasi di alti dignitari della Chiesa. Con tutto ciò si voleva privare Carranza dal suo diritto di essere giudicato dal Papa. Il canonico Oviedo, nipote di Valdés, fu inviato a Roma per ottenere dal Papa il brevetto in questione.

Nel frattempo Carranza tentava inutilmente di procurarsi il testo della censura del suo libro per potere confutarlo. Inutilmente sollecitava i suoi amici alla corte di Filippo ed a Roma e quindi doveva umiliarsi e scrivere a Sancio Lopez de Otalora, membro della Suprema acconsentendo al sequestro del suo libro in Spagna a condizione che il suo nome non venisse menzionato. Per tale suo atto fu accusato di debolezza, ma non si vede quale altra possibilità poteva scegliere.
In seguito faceva ancora di più. Tentava di corrompere Melchor Cano, impegnandosi di fare tutto ciò che egli potesse consigliargli. Cano, con la sua falsità prometteva tutto, dicendo più tardi che il destino di Carranza sarebbe stato differente se egli seguiva i suoi consigli.

Verso la fine di Novembre Carranza tornava a scrivere alla Suprema e a molta gente influente, promettendo la sua assoluta dedizione, spiegando i motivi che l'hanno spinto a scrivere il suo libro ed il perché continuava scrivere in spagnolo quello che fu iniziato in latino. Il 10 dicembre proponeva alla Suprema di proibire il libro in lingua spagnola e di restituirle il manoscritto in latino affinché egli lo potesse correggere. Se Valdés avesse avuto l'intenzione di salvaguardare la causa della Fede queste umiliazioni dovevano bastargli. Il sequestro del libro e l'umiliazione pubblica del Vescovo di Toledo sarebbe stato un memento per tutti i teologi indiscreti. Invece Carranza non raggiungeva altro risultato che di rincuorare i suoi nemici i quali mentre attendevano che il Papa decidesse, rispondevano intanto a Carranza con vaghe promesse.
Così stavano le cose quando Carranza arrivava a Toledo il 31 ottobre ed iniziava ad assolvere i suoi doveri sacerdotali. Celebrava con severità rituale la santa messa, visitava gli ospedali, le prigioni e i monasteri. Faceva cessare il commercio con i contratti matrimoniali, la compra-vendita di impieghi, esaminava i permessi rilasciati dimostrandosi un riformatore in pratica come in teoria. La sua beneficenza non conosceva limiti ed usava dire che a lui bastava il saio dei Domenicani e tutto il resto regalava ai poveri. In 10 mesi distribuiva così 80.000 pezzi d'oro a beneficio dei poveri, liberazione di condannati, appoggio alle vedove ed orfani, degli studenti e delle chiese povere. Era un vescovo esemplare e benvoluto in tutta la sua diocesi.
Non gli dispiaceva però di ricevere delle buone critiche sul libro da noti teologi. Di fronte all'opposizione dell'Inquisizione era una cosa arrischiata di lodare il suo libro ma ciò nonostante quasi tutti i teologi spagnoli hanno dato le loro lodi sul libro. Tutte le opinioni concordavano con quello di Pedro Gurrero -- il più valoroso fra tutti i teologi spagnoli - il quale dichiarava che il libro di Carranza é scevro di ogni difetto e dato che il libro é scritto in lingua castigliana é soprattutto utile ai preti di Castiglia i quali non comprendono il latino. Dunque il libro dovrà essere diffuso con ogni mezzo. La stessa opinione lusinghiera hanno dato Domingo e Pedro de Soto, Blanco de Oreuse, Questa de Leon, Dalgada de Lugo e molti altri.

Valdés correva ai ripari per pubblicare l'opinione contraria dell'Inquisizione. Quando all'Università di Alcala il Rettore, il Decano e ventidue Professori unanimi dichiaravano il libro eccellente e senza difetti, Valdés si permetteva di dire che altri hanno opinione diversa da loro.
A Roma intanto Valdés e Oviedo hanno raggiunto il successo, grazie a una lettera privata di Filippo, cosa però quest'ultima non tanto attendibile. Il brevetto papale é uscito il 7 Gennaio 1559 indirizzato a Valdés, il quale veniva autorizzato di arrestare immediatamente qualunque prelato sospetto di eretismo, appena si abbiano delle prove. Qualora si dovesse temere l'evasione del prigioniero, esso deve essere inviato al Papa, insieme ai documenti che si riferiscono al caso.
Il brevetto fu recapitato l'8 Aprile ed invece invitare Carranza di recarsi a Roma, hanno iniziato la procedura segreta contro di lui. Il fisco ha presentato la calanosa ovvero l'imputazione scritta che concludeva per l'arresto di Carranza con sequestro dei suoi beni, per avere lui professato la fede di Luthero, avere scritto e pronunciato delle prediche in questa fede errata. Prima però di procedere oltre hanno voluto sollecitare il benestare di Filippo il quale già il 14 Aprile ha scritto a Carranza : « Non volevo ancora fare dei passi a favore del Suo libro, prima che arrivi la persona che mi é stata avvisata. Oggi esso é arrivato e non volendolo trattenere molto affinché possa presto portarLe le buone notizie, dico solo che Ella non deve rivolgersi che a me per aiuto, ogni altro Suo passo sarebbe fuori mano e lo troverei poco utile ». Si vede che Filippo credeva trattarsi solo del libro di Carranza e non già della sua persona, e credeva anzi che si trattasse di una cosa poco importante non meritevole nemmeno di essere inoltrata fino a Roma.

Quando i Domenicani si radunavano nel 1559 scoppiava l'odio apertamente fra Cano e Carranza e Cano dichiarava il Priore domenicano (Carranza) più eretico dello stesso Luthero accusandolo di cospirare con Cazalla ed altri prigionieri.
Carranza reclamava la punizione del calunniatore e credeva di averlo fatto cadere da candidato al' posto di Provinciale. Invece le sue accuse furono accettate e lui nominato Provinciale. A Carranza non rimaneva altro che di recarsi a Roma per fare le sue lamentele.
Tutte queste cose furono abilmente sfruttate contro Carranza, anche da parte di Filippo. Esso nella sua lettera indirizzata al suo confessore Bernardi de Fresnada si lagnava che tutti sono contro di lui. Egli era sempre amico di Carranza, lo appoggiava in tutto e per tutto e Carranza lo ripaga intrigando contro di lui a Roma. Cano poi aggiungeva che il Vescovo lo offende in ogni possibile occasione per mezzo del suo messo italiano, e lui é costretto di subire tutto. Egli si é deciso di subire tutto ma se il Re non si decide di venire in Spagna le cose si metteranno male. Il 29 magggio finalmente Cano fu visitato da una delegazione che le portava la nomina a sostituto Inquisitore Capo incaricandolo di raccogliere delle prove per poter costringere tutti di rispondere ai suoi quesiti.
Filippo sapeva già dal Cardinale Pacheco che Carranza aveva inviato le copie del suo libro al Papa a Roma ed anche se egli aveva intenzione di mantenere le sue benevolenze verso Carranza, certo é che non ha potuto impedire la nomina di Cano. Il 26 Giugno il Papa scrive a Cano assicurandolo della sua benevolenza e nello stesso tempo il Papa scriveva anche alla Suprema dando il suo benestare a questo Consesso per l'azione svolta di fronte al libro di Carranza esprimendo la sua convinzione che la Suprema agirà correttamente. Avendo così il Papa autorizzato l'Inquisizione a fare come le pare, dava ordine di rispettare la dignità del Principe Primato ordinando la Principessa Juana di invitare Carranza a Valladolid, per trattare argomenti importanti, di modo che nella sua assenza si potesse svolgere la procedura giudiziaria.

La lettera di Filippo arrivava il 10 Luglio ma succedeva un contrattempo perché la Principessa Juana invitava Carranza a Valladolid solo il 3 agosto, dove fu preparato per lui un appartamento. Questa lettera fu spedita alla Suprema con istruzioni segrete per mezzo di Rodrigo de Castro. Carranza soggiornava appunto in Alcala de Heneres dove fu raggiunto da Diego Ramira, l'inquisitore di Toledo che arrivava col pretesto di pubblicare l'editto per la pace. Carranza sospettava nell'invito a Valladolid un tranello e voleva rimettere il suo viaggio fino all'arrivo di Filippo sul cui appoggio contava ancora e che doveva arrivare in Spagna.
Per tale ragione ha voluto prima eseguire sopralluoghi nella sua diocesi durante questo suo viaggio veniva a sapere da Fra Pedro de Soto la novità che gli agenti sono già in viaggio per arrestarlo e subito scriveva una lettera disperata a Frasnedo, confessore del Re.
La notizia avuta da de Soto era vera. Valdés temeva l'arrivo di Filippo come Carranza lo sperava. Valdés voleva impedire che Carranza si recasse a Valledolid e per la riuscita dei piani di Cano era necessario che in assenza del Re si facesse un passo decisivo per compromettere Carranza, di modo che il Re non potesse più intervenire. Se si concedeva che Carranza restasse a piede libero mentre il suo caso verrà esarninato dall'Inquisizione , era sempre possibile l'intervento del Re, mentre se egli sarà arrestato il Re non potrà più aiutarlo. Perciò il 7 Agosto la Suprema nominava una commissione in base al brevetto papale per trovare una formola per l'arresto di Carranza. Valdés in seguito incaricava de Castro, Diego Gonzales e Diego Ramires, inquisitori di Valledolid di arrestare immediatamente Carranza, imprigionarlo e sequestrare tutti i suoi scritti, i suoi libri e tutti i suoi beni mobili. Juan Clorian, incaricato della Suprema di Alguazil doveva coadiuvare gli inquisitori nell'arresto del Principe Primato e nel sequestro dei suoi beni.

Gli inquisitori arrivavano insieme, scortati da un gruppo di servi i quali montavano le scale alle due di notte e catturavano le persone di servizio. Un gruppo, fra i quali erano De Castro, Ramirez, Cebrian ed altri si sono avvicinati all'appartamento di Carranza, bussando alla porta. Fra Antonio de Utilla domandava dall'interno chi era che bussava ricevendo questa risposta : Aprite all'Ufficio Santo.

De Castro, entrando con le lacrime agli occhi, domandava il perdono a Carranza dicendosi dolente di dover compiere questo atto. Carranza rispose così
- Questi Signori non sanno che loro non possono giudicarmi. Io appartengo direttamente al Tribunale Papale.
Per tutta risposta De Castro levava di tasca il brevetto papale, leggendolo ad alta voce. Alcuni dicono che al sentire il brevetto Carranza cadeva svenuto mentre altri dicono che il brevetto non esercitava su di lui nessuna impressione.
Subito allontanavano i servi della casa lasciando accanto a lui solo Domingo Ximenes, il quale serviva per aiutare le operazioni di sequestro e conteggio dei beni. Alla mensa servivano Castro e Ramirez, i quali dimostravano per Carranza grande rispetto facendo di tutto per consolarlo, dato che man mano egli diventava più apatico. Carranza faceva chiamare i suoi servi ed impiegati licenziandoli tutti dopo averli pagati. L'affanno dei fedeli impiegati commuoveva tutti i presenti. Solo il cuoco e il cocchiere erano rimasti per servire i signori. Alle ore nove di sera veniva affisso un cartello che proibiva a tutti di lasciare la casa e di guardare fuori della finestra. De Castro e Camirez hanno scortato Carranza giù nelle scale, hanno fatto salire su un mulo e circondato con quaranta cavalieri che poco dopo si mettevano in viaggio. Con un caldo terribile veniva raggiunto Lozoca alle dieci del mattino, dove si fermavano per riposare. Il giorno 21 erano a Lacma Duero vicino a Valodolid. Qui De Castro e Ramirez si separavano dagli altri cavalcando avanti, ma ritornavano lo stesso giorno, accompagnando poi Carranza in città, dove oltre i muri lo alloggiavano nella casa di Gonzales de Leon, espressamente affittata dall'Inquisizione.
Carranza é sparito così senza che chiunque sapesse dove si trovasse. Era necessario che lo nascondessero così invece di imprigionarlo pubblicamente, data appunto la sua alta posizione ecclesiastica. Morales ci racconta che passavano alcuni anni prima che il luogo della sua prigionia venisse conosciuto, benché tutti sapessero che egli fosse stato arrestato dal Santo Ufficio. A Toledo nessuno dubitava dell'arresto, perché la notizia di questo arrivava là il giorno 24. Il giorno 26 si radunavano i capi della diocesi per determinare i passi da intraprendere in favore dell'amato prelato. Erano però incapaci di escogitare qualunque passo e si limitavano soltanto a inviare due rappresentanti per un soggiorno stabile a Valladolid affinché si tenessero a disposizione del loro vescovo. Manifestavano pubblicamente la loro simpatia verso l'arrestato facendola pervenire al suo avvocato, dato che ogni comunicazione diretta con l'arrestato era assolutamente esclusa.

Durante il lungo dibattito fu conservata una uguale linea di condotta dalla diocesi ed anche quando il prigioniero fu trasferito a Roma, i suoi fedeli gli erano sempre vicini con le loro simpatie. Al Re Filippo la diocesi inviava mensilmente una lettera di supplica chiedendo un sollecito disbrigo della pratica. Anche l'Ordine dei domenicani aveva fatto tutto ciò che poteva risentendo profondamente l'ingiustizia fatta a un eminente membro dell'Ordine. La stessa Chiesa spagnola appoggiava quanto poteva il suo capo arrestato, perché non si sapeva cosa potrebbe portare il domani e chi potrebbe essere preso di mira in seguito dall'Inquisizione.
Filippo sbarcava a Loredo il 20 Agosto. Valdés sentiva la necessità di motivare davanti al Re l'arresto di Carranza e gli dimostrava che non si poteva fare tabula rasa con i seguaci di Luthero finché Carranza era a piede libero.

Carranza fu trattato in prigione meglio che gli altri prigionieri segreti. Gli fu concesso la scelta degli attendenti ed egli desiderava averne almeno sei; ne furono però autorizzati solo due. Per i bisogni corporali mettevano a loro disposizione due camere chiuse a chiave e chiuse restavano anche le imposte. Ne conseguiva che l'aria presto diveniva infetta e minacciava l'eventualità di gravi malattie. Il medico della prigione ordinava la ventilazione delle camere due volte al giorno ma la Suprema non concesse che l'apertura di una piccola fessura nella porta. Ogni contatto quindi con il mondo esteriore era reso impossibile, tanto é vero che una volta, quando in città imperversava un incendio durato trenta ore, i prigionieri non se ne accorgevano neppure. Per condurre il dibattito contro il prigioniero, fu incaricato Diego Gonzales, uno degli inquisitori a Valladolid il quale stendeva un lungo rapporto alla Suprema imputando a Carranza varie reati fra i quali quello di comportarsi verso di lui senza nessun rispetto facendo tutto il possibile per impedire i suoi contatti con la Suprema stessa.
Il dibattito si iniziava il 14 settembre e, dato che non volevano condurre il prigioniero davanti al Tribunale, la Suprema stessa si recava nella prigione con a capo Valdés. Dopo aver fatto giurare l'imputato si procedeva alla scelta dei giudici.
Carranza rifiutava prima di tutto Valdés per i suoi sentimenti contrari a lui. Ugualmente rifiutava André Perez, vescovo di Ciudad, Rodrigo e Diego Cabos, vescovo di Jaon. Questi rifiuti davano luogo a lunghe contestazioni. Ci volevano nuovi giudici. Gli amici di Carranza e i Domenicani facevano di tutto per far trasferire la causa a Roma ma in quei tempi la volontà del Re Filippo era per Papa Pio IV come una legge. Il Papa con suo decreto del 14 maggio autorizzava il Tribunale di chiedere dal Re la nomina di due giudici in seno della Chiesa i quali dovevano portare a termine il dibattito. Questo significava che la giustizia procederà innanzi e significava quindi l'aggravarsi della posizione di Carranza.

Re Filippo ritardava la nomina dei giudici di oltre un anno, ed aveva le sue buone ragioni, dato che tutti i proventi dei beni sequestrati a Carranza andavano a profitto del Re stesso. La prova di ciò é in una lettera scritta dal Re con la quale egli regalava 12 mila pezzi d'oro al movimento per la Crociata di Toledo procurandosi così la simpatia del Cardinale Caraffa e l'adesione degli spagnoli al movimento delle Crociate.
Si comprende così perché il supplizio di Carranza si prolungava sempre di più. Il primo brevetto contro di lui perdeva validità nell'aprile del 1561 ma fu prolungato con atto successivo del Papa ancora di due anni; nel 1563 la validità di esso fu protratto ancora di un anno ma nello stesso tempo il Papa richiedeva per Carranza un trattamento migliore in prigione.
Finalmente Filippo non poteva più prorogare la nomina dei giudici e designava il 13 marzo 1561 quale giudice il Principe Primato di Santiago Igsor Zuniga il quale prendeva con sé, come giudici ausiliari, i vescovi Vallodand e Simancas, ambedue membri della Suprema e nemici acerrimi di Carranza. Carranza persisteva nel negare tutte le imputazioni mossegli e finiva di cadere così nel potere assoluto di Valdés il quale, per giunta, veniva dispensato da ogni responsabilità diretta.

Carranza, naturalmente, rifiutava di riconoscere i suoi giudici con la motivazione che essi davano il loro voto per il suo imprigionamento, ma Valdés rigettava la motivaziodne dicendo che in queste condizioni nessun accusato potrebbe essere giudicato. Un mese dopo concedevano a Carranza di scegliersi un difensore. Questo fu un buon augurio, perché generalmente il difensore fu comandato d'ufficio. Carranza sceglieva, quali difensori, Carranza Martin di Aspicueta e Alfonso Delgaado e quali supplenti difensori Santandar e Moreles dei quali però in seguito non ci sono menzioni. Dopo due anni dall'arresto si iniziava il processo.
Le regole dell'Inquisizione ammettevano tre appelli entro dieci giorni dall'arresto. Carranza, prima di tutto, desiderava sapere la causa del suo arresto. Si vede che egli non conosceva le regole dell'Inquisizione che teneva sempre in segreto i motivi degli arresti; intimavano invece a Carranza di esaminare la sua coscienza e di fare la confessione domandando la grazia d'Iddio. Il 1° settembre si redigeva la prima imputazione che consisteva di 31 paragrafi, e l'imputato doveva rispondere punto per punto. Dato che a Carranza veniva rilasciato solo la copia dell'imputazione egli reclamava l'originale che gli fu però rifiutato. Il sistema dell'Inquisizione era di rifiutare persistentemente le domande degli arrestati.

L'imputazione fu raccolta dalle confessioni degli eretici e dagli scritti di Carranza. Si trovavano in esso brani dagli scritti di Carranza di quarant'anni fa, brani delle sue prediche, scritti nel tempo dei suoi anni da studente e composizioni teologiche mezzo terminate. Egli doveva rispondere così, davanti ai giudici male intenzionati per l'intera sua azione teologica senza sapere da che fonte venissero le imputazioni. Non bisogna però credere che questa fosse stata una procedura straordinaria, dato che l'Inquisizione seguiva lo stesso sistema con tutti gli imputati.
Passava così un anno e il fisco presentava un'altra imputazione; si voleva così protrarre la prigionia dell'imputato. Anche il prigioniero redigeva la sua difesa per mezzo dell'avvocato difensore.

Nel 1562 Carranza appellava al Re ricordandole la sua promessa di avere sempre fiducia nel suo appoggio. Ricordava al Re di essere in prigione già da tre anni e che il suo supplizio non accennava a finire. I quesiti si succedevano uno dopo l'altro e questi non si poteva o non si voleva mai definire. Il 10 gennaio il difensore di Carranza si rivolgeva al nuovo Principe Primato pregandolo di venire personalmente oppure munire di pieni poteri i suoi incaricati.
"In nessuna parte del mondo - diceva il difensore -- la giustizia é servita in così malo modo » e supplicava il Re di rimettere la causa al Papa oppure permettere che ciò facesse l'avvocato. Non si sa se questo appello disperato, lanciato dal fondo dell'inferno, sia giunto al Re, ma fatto sta che in seguito non successe nulla.

La cosa ormai si gonfiava sino a diventare uno scandalo che interessava tutta l'Europa. I vescovi che si radunavano già per la terza volta, dichiaravano essere questo una vergogna della Chiesa e un'offesa all'Immunità dell'Ordine religioso.
Filippo ben sapeva tutto ciò e nelle sue lettere datate al 30 ottobre e 15 settembre ordinava ai suoi luogotenenti di Trant e al suo ambasciatore di Roma Varges di influire sul Papa di non immischiarsi negli affari dell'Inquisizione. I Legati rispondevano a Filippo, nel 1563, di insistere per ingrossare ancora l'affare e di inviare gli atti a Roma. Papa Pio, viceversa, fingeva un disinteressamento ed in seguito alimentava la causa ma solo fino al punto di non irritare Filippo.
C'era ancora un'altra maniera per appoggiare Carranza. Le Congregazioni avevano un Consiglio il quale teneva in continua evidenza i libri messi all'Indice. Le « Annotazioni » venivano esaminate da questo Consiglio il quale dichiarava il libro scritto in spirito cattolico e che può essere letto da chiunque. Di questo giudizio favorevole veniva anche redatto un giudizio scritto che in seguito fu dato alla stampa. Il Papa concedeva il permesso della lettura del libro. Il Consiglio però non fu unanime nel giudizio e nel seno di esso si delineava una scissione in modo che il decreto favorevole dovette essere ritirato.
Intanto la causa andava piano piano avanti; oltre la perdita dei suoi beni Carranza si preoccupava anche della lotta intrapresa con Roma. Ormai l'Inquisizione mirava di forzare il consenso di Roma affinché i vescovi e grandi dignitari della Chiesa potessero essere giudicati solo dall'Inquisizione.

Per dire la verità il Papa era in disagio per la posizione di inferiorità rispetto all'Inquisizione. Scriveva parecchie volte al Primato dí Santiago biasimandolo per i ritardi verificatesi e per la lunga prigionia inflitta a Carranza, fissando quale termine per la conclusione della causa, il 1° gennaio 1564, diversamente la causa sarebbe stata trasferita a Roma. Si giungeva al termine stabilito senza che la causa fosse finita e il Papa nuovamente esprimeva la sua indignazione che "un uomo della tempra di Carranza dovesse trascorrere la sua vita eternamente in prigione, sotto terra, dove la legge e la giustizia sono sconosciute". Dava contemporaneamente ordine che la causa fosse trasferita a Roma. Qualora non verrà ubbidito, il Papa minacciava la scomunica a tutti i colpevoli e la rimozione dalle dignità ecclesiastiche. Ordinava di consegnare il prigioniero al Nunzio od almeno di trasferirlo in una prigione più sopportabile salvo lasciarlo libero contro una garanzia pecuniaria.

Vedendo la cosa giunta a questo punto Filippo inviava Castro a Roma il 24 novembre 1564 con la missiva di rendere il prigioniero all'Inquisizione e procurare quanti amici può alla causa.
Castro incominciava col chiedere che la pratica fosse consegnata all'Inquisizione ma trascurava di ripetere la domanda in iscritto ed il Papa perciò rigettava la richiesta. Castro chiedeva udienza e rimproverava al Papa di non aver mantenuta la sua parola. Il Papa scattava e rispondeva che la pratica apparteneva a lui ed egli farà ogni modo come meglio crede. Castro allora si recava dal Cardinale Borromeo dichiarando che qualora il Legato di Francia si recasse in Spagna non sarà considerato quale ambasciatore. Il Legato francese viceversa, furbescamente, assicurava il Re che in caso del siluramento dell'affare Carranza l'ambasciata di Francia procurerà dei fondi alla tesoreria.

La Santa Sede inviava allora un Legato speciale « a latere » a Madrid il quale comunicava al Papa che in Italia desta molta paura l'Inquisizione spagnola. Nell'intento di far assolvere Carranza, il Legato scriveva al Cardinale Borromeo dicendo che il Papa può fare di più di quello che aveva fatto finora per soddisfare il desiderio del Re; il Legato si rivolgeva perfino contro il diritto canonico, contro il Consiglio e contro i cardinali. Fatto sta che questa cosa premeva al Papa che faceva una questione di coscienza, perfino sul suo letto di morte.
Il Papa successivo era un uomo di tempra differente. Pochi furono i Papi ai quali il cattolicesimo deve tanto come al Papa Pio V. Egli fu un persecutore indefesso dell'eretismo e nello stesso tempo lasciava campo alle riforme utili ai fini della Chiesa. Gli agenti della Spagna presto constatavano che il Papa era incorruttibile per ciò che riguarda l'affare Carranza. L'ambasciatore Zuniga, nella relazione al Re, riferiva che il Santo Padre é pieno di indole buone ma negli affari di Stato dispone di poca pratica, inoltre non guarda i propri interessi materiali, tenendo gli occhi sempre sugli interessi della verità e della giustizia. Il Papa, quale ex-Inquisitore e quale appartenente ai Domenicani aveva opinione favorevole su Carranza i cui amici cominciavano a sperare.
Il Papa non aveva bisogno di essere sollecitato. Una delle prime cose che faceva fu di inviare un messo a Buoncompageri ordinandogli di restare al suo posto e di definire la procedura. Il Legato però non aveva nessuna fiducia nella giustizia spagnola e riportava l'impressione che non c'é da aspettarsi da essa nulla di buono. il Papa allora ordinava di trasferire Carranza a Roma con tutti gli atti del suo processo. Filippo, il quale era abituato di ignorare le disposizioni papali rispondeva che l'ordine del Papa per lui costituiva un'offesa e che inoltre era in contrasto con le sue prerogative reali.

Questa audace risposta irritava ancora di più il Papa il quale rinviava Zuniga in Spagna mandando a dire, per mezzo suo, a Filippo di non sfidare la Santa Sede dato che il Santo Padre é deciso di andare fino in fondo e definire il processo.
Che il Papa faceva sul serio si poteva constatare dal suo brevetto del 30 luglio col quale il Santo Padre dichiarava scandalosa l'ingiustizia fatta a Carranza e dichiarava decaduti dal loro posto di giudici Valdés e la Suprema intimava loro sotto pena di immediata scomunica di mettere Carranza a piede libero e sotto la difesa del vicario.
Papa Pio aveva già in questi tempi la rinomanza di essere un nomo col quale non era consigliabile di permettersi degli scherzi. Sotto pena di attirarsi il castigo d'Iddio nonché degli Apostoli Pietro e Paolo, ordinava di consegnare in Roma tutti gli atti processuali, entro tre settimane, altrimenti tutti i colpevoli sarebbero stati scomunicati e privati da tutte le loro dignità.
Valdés però, e così anche la Suprema, erano decisi di sfidare il Papa e la scomunica piuttosto che lasciare libera la loro vittima, e ciò per non ledere, per nessuna ragione al mondo, le prerogative regali del loro Sovrano.

Valdés era anche disposto alla scisma ma Filippo fu contrario, non potendo ammettere di essere scomunicato dalla Chiesa lui, che portava il titolo di Sua Maestà Cattolicissima. Voleva anche considerare l'effetto favorevole all'eretismo di una sua eventuale scomunica. Perciò seguitava a tergiversare finché Papa Pio costringeva Valdés alle dimissioni e minacciava la scomunica a tutta la Spagna.
Così Valdés aveva trovato un uomo più forte di lui e doveva cedere.

Carranza lasciava Valladolid il 5 dicembre, sotto scorta militare comandata da Diego Gonzales, ed arrivava a Cartagena il giorno 31. Qui veniva nuovamente imprigionato fino al 27 aprile per attendere gli atti del suo processo. In aprile veniva imbarcato sulla nave ammiraglia del Principe Alva ed il 25 maggio lo sbarcavano nelle Fiandre. Il 28 maggio Carranza arrivava a Roma dove fu internato nella fortezza di S. Angelo e trascorreva qui il secondo periodo della sua prigionia che durava nove anni. Questa prigione non fu così ripugnante come la prima ed oltre i suoi due fedeli servitori gli furono concessi altri due. Di tanto in tanto gli fu concesso di respirare un po' d'aria fresca, però sotto scorta, e gli fuconcesso anche di confessarsi senza però poter fare la comunione.

Il processo minacciava di protrarsi anche a Roma come era successo in Spagna. Papa Pio era pieno di preoccupazioni per salvaguardare la giustizia e queste sue preoccupazioni prolungavano il termine destando delle discussioni intorno alla causa. Gli agenti dell'Inquisizione ne approfittavano. Gli atti arrivavano finalmente a Roma ma in un disordine incredibile. Si doveva poi procedere alla traduzione degli atti, lavoro che richiedeva non poco tempo. Quando tutto fu approntato, la Congregazione teneva delle sedute settimanali sotto la presidenza del Papa stesso. Gli Spagnoli esigevano la presenza del Papa a ogni seduta e dato che il Papa aveva anche altri doveri, anche con questa richiesta riuscivano a tirare le cose alle lunghe. Si perdeva così un altro anno. Filippo seguiva la pratica con grande attenzione, come dimostra la corrispondenza svolta con Zuniga.

La tattica degli Spagnoli, per portare le cose alle lunghe, raggiungeva il suo scopo. Papa Pio moriva il 1° maggio 1572 senza aver potuto pronunciare il giudizio. Se nel suo testamento parlava o no di questa causa rimase sempre un mistero.
Salasar asserisce che esisteva un testamento ma prima di comunicarlo Pio desiderava conoscere l'opinione di Filippo ed all'uopo inviava il testamento al Re per mezzo di Alessandro Casale, cameriere segreto. Alessandro però fu impedito a proseguire dal maltempo e frattanto il Papa moriva. Llorente ci fa conoscere alcuni brani del testamento che assolveva Carranza dalle imputazioni ma proibiva la pubblicazione delle « Annotazioni » in lingua spagnola, permettendo solo la traduzione latina con omissione delle espressioni che esprimevano dei dubbi. Simancas, il quale in questo tempo agiva a Roma quale inquisitore, asserisce decisamente che Pio non lasciava nessun testamento e quando gli amici di Carranza reclamavano il documento, Papa Gregorio VIII prometteva 20.000 pezzi d'oro a chiunque che libererà il Papa di dovere occuparsi con la procedura contro Carranza. Fatto sta, che anche senza testamento, Pio era convinto dell'innocenza di Carranza promettendo anche di permettere che le « Annotazioni » potessero essere liberamente vendute a Roma.
Quando l'avvocato Selgadoja appellava contro queste disposizioni del Papa, il Papa rispondeva che era meglio non persistere nell'appello altrimenti egli sarebbe costretto di approvare il libro con motu proprio. Filippo allora con tutti i mezzi a sua disposizione costringeva gli amici di Carranza di battere in ritirata. I tre vescovi, Guerero, Blanco e Delgado fabbricavano delle proposte a
centinaia, togliendone i brani dalle opere di Carranza dicendo che con questi loro atti volevano soltanto dimostrare nei scritti di Carranza il contenuto cattolico.

Mentre si avvicinava la data entro cui bisognava terminare la procedura da così lungo tempo iniziata contro Carranza, la preoccupazione del Re giorno per giorno aumentava. In una lettera indirizzata al Papa il Re sollecitava la condanna di Carranza chiedendo di essere messo al corrente del giudizio prima che questo venga pubblicato. Papa Gregorio però rifiutava di aderire a queste richieste. Il 20 aprile perveniva al Re una comunicazione segreta da Zuniga dove questo segnalava la misura della condanna ed il Re esprimeva a Zuniga la sua meraviglia sul fatto che il Papa non manteneva la parola. Per ciò che riguarda Carranza il suo eretismo era già provato regolarmente e secondo gli usi dell'Inquisizione egli doveva essere condannato di essere bruciato vivo.

Si temeva però tuttavia che il Papa potesse perdonare e lo faccia ritornare alla Sede Vescovile il che darebbe luogo a torbidi e scandali. Il Papa dovrà considerare l'effetto che il perdono e il ritorno al suo posto dell'eretico farebbe sul popolo.
Tutti questi discorsi erano però inutile perché il verdetto era già pronunciato sei giorni prima, il 4 aprile 1576. Papa Gregorio manteneva la sua parola e l' 11 aprile faceva comunicare i quesiti a Filippo che si consistevano nei seguenti punti « Il Principe Primate di Toledo lo troviamo in grande misura sospettoso in certe concezioni errate ed esigiamo che egli abbia il suo castigo. Lo sospendiamo dall'amministrazione della sua chiesa secondo quello che esigono il Papa e la Santa Sede.
Il Primate dovrà ritirarsi nel monastero di Orvieto che non potrà lasciare che con il permesso del Papa e della Santa Sede.
Il Papa nominerà un amministratore a capo della Chiesa di Toledo il quale godrà i benefici di tutti i beni ivi appartenenti ma dovrà devolvere gli utili a beneficenze. Per le spese di mantenimento del Primate il Papa pagherà mille corone d'oro mensili. Il grande catechismo, opera di Carranza sarà sospeso e ne sarà proibita la sua lettura ».

Quelle certe concezioni errate nelle quali il Primate fu trovato sospettoso sono state stabilite in 16 punti. È inutile menzionare che gli scritti necessari per riconoscere le proprie colpe furono portati nel Castello di S. Angelo, il 12 aprile dal Giantonio Fachinetti (il futuro papa Innocenzo XI) dove Carranza li firmava di proprio pugno.
La pubblicazione del verdetto avveniva con grandi cerimonie, come richiedeva l'importanza dell'affare che teneva occupata per 17 anni l'attenzione di tutta la cristianità. Il 14 aprile Carranza fu scortato dalla sua prigione nell'atrio di Costantino dove il Papa Gregorio sedeva sul trono. Intorno al Papa, sui banchi, sedevano tutti i cardinali ed inoltre erano presenti un centinaio di altre persone. La cerimonia di apertura fu svolta dal segretario del Papa Alfonso Castellan, che leggeva il documento che conteneva le imputazioni. Dopo di ciò Carranza leggeva la propria confessione, come dice Simancas, con tranquilla indifferenza, come se si trattasse del destino di un altro.
Dopo la lettura Carranza veniva condotto davanti ai piedi del Papa il quale iniziava una lunga arringa della propria pietà dicendo che Carranza poteva fidarsi di questa pietà qualora faccia di tutto per vivere una vita secondo i principi di Dio.
In seguito Carranza veniva consegnato al capitano delle guardie con istruzioni di condurlo al monastero dei frati Domenicani a Santa Maria di Sopra. Uscendo dalla porta, Carranza passava vicino al cardinale Gambera e lo pregava di fare portare la sua roba personale nel monastero.

Papa Gregorio ha avuto, in tutto questo affare, una parte poco sincera tanto più che ancora al 20 aprile comunicava il risultato a Filippo ed alla diocesi di Toledo fingendo che avrebbe volentieri perdonato a Carranza mentre fu poi costretto a castigarlo.

Sentendo il peso della propria insincerità il Papa comandava a Carranza di visitare il Sabato Santo tutte le sette chiese di Roma offrendogli i propri cavalli e la sua poltrona portatile, ma Carranza rifiutava di accettarle.
Questo fatto venne risaputo dalla popolazione e tutti si facevano avanti offrendosi di accompagnare il prelato che diveniva popolare.
Per evitare una simile dimostrazione d'affetto il Papa cambiava il giorno dell'uscita in quello di Lunedì dopo la Pasqua. Ciononostante la giornata si é poi risolta in un vero trionfo. Vi era una moltitudine di gente ed un grande numero di vetture. Nelle chiese Carranza era accolto con grande rispetto e nel Laterano celebrava lui la santa Messa. Verso sera però veniva colpito da un attacco di arteriosclerosi e doveva mettersi a letto da dove non si sarebbe alzato più. La sua malattia aveva un decorso rapido. Nel mentre lottava con la morte il Papa gli inviava dei messaggi consolatrici ed il 30 aprile gli inviava la benedizione apostolica. Ancora lo stesso giorno Carranza dichiarava solennemente davanti ai suoi Segretari di essere un fervente cattolico, voleva l'estrema unzione ed il giorno 2 maggio, alle ore 3.50, chiudeva i suoi occhi per l'eterno sonno.

Era entrato in prigione da uomo di 56 anni e ne usciva da vegliardo a 73 per entrare nel Regno della pace eterna.
Si avrebbe dovuto ordinare l'esame del cadavere dato che il popolo mormorava e dubitava che Carranza non fosse morto di morte naturale. Tale esame non fu però mai ordinato. In un epoca quando la morte di uno contrario ai dominanti era un vantaggio per questi, la repentina morte di Carranza poteva facilmente destare sospetto in tutti.

Abbiamo visto con quale energia Filippo contrariava il ritorno di Carranza a Toledo, perché se questo fosse avvenuto e Carranza poteva quindi nuovamente occupare il seggio vescovile, sarebbe stato un vero colpo per l'autorità dell'Inquisizione, ed avrebbe umiliato anche il Re, dando agio a complicazioni che -- visto la psicologia dell'epoca - sarebbero state insolubili. L'ingiustizia di cui fu vittima Carranza richiedeva anche la sua morte e la sua qualifica di eretico; egli e Filippo non avrebbero potuto esistere insieme nella Spagna.
Finché Carranza viveva era un'arma pericolosa nelle mani dei Papato. Non facciamo nessuna ingiustizia al Sovrano se consideriamo la repentina morte di Carranza quale opera dei suoi agenti
troppo zelanti oppure a un ordine segreto del Re, il quale non aveva esitato a ordinare l'uccisione di un Montigny e di un Lamoza, come ordinava più tardi l'uccisione di Escobedo e Casandas.
Morales, il quale per ordine di Filippo scriveva al Papa, diceva nella sua lettera
«Dicono che Carranza é morto come un Santo e lo credo pure io che così sia stato. Il Signore ha voluto riservarlo per un altra vita che é data solo agli eletti».

Filippo non rallentava la stretta neppure dopo la morte della vittima. Il Papa Gregorio voleva i beni del morto per sé ma nessuna potenza fu tanto forte di togliere questi al Re.


Verso la fine del 1500 fu reso pubblico quel procedimento, che si era dimostrato tanto efficace quale prova della fede. L'Inquisitore Capo Déza ordinava l'esame annuo di tutte le province e si doveva pubblicare in ogni città e in ogni borgata che tutti quelli che sapevano qualche cosa dell'eretismo dovevano uscire fuori e dire tutto ciò che sapevano, senza esitazione.
Questo proclama aveva un effetto talmente terribile sul popolo, che tutti perdevano la testa come nei tempi quando il Tribunale di Jena ordinava il saccheggio delle città.,
Passando il tempo l'Inquisizione trovava campi più larghi di agire e gli eretismi erano cresciuti fino a formare una lunga lista, tanto più che i denunciatori non mancavano mai.
Tutti i preti ricevevano l'editto che li ordinava di radunare il popolo nelle messe e scomunicare tutti quelli che non ubbidivano l'editto sopramenzionato. Tutti i partecipanti alla messa dovevano spargere in alto l'acqua santa per cacciare via i demoni i quali li tenevano nei loro artigli e dovevano pregare Iddio di ricondurli nel seno della Chiesa. Se uno é rimasto nella colpa con questo é proibito ogni rapporto sotto pena di scomunica.

Tanto quelli che dovevano confessarsi come quelli che dovevano denunciare gli altri dovevano sopportare le conseguenze dell'anatema che era pronunciata contro di loro ogni terza domenica del mese. Questo era una cerimonia che ispirava terrore. I preti erano numerosi, l'altare era coperto di nero e sull'altare venivano collocate due torce. In un silenzio sepolcrale veniva letta la scomunica così concepita:

«Scomunichiamo ogni apostata eretico in nome del Padre, Figlio e Spirito Santo dalla nostra santa religione, tutti gli agitatori e tutti i spalleggiatori che non abbiano a denunciarli e li malediciamo con la maledizione del Diavolo: togliamo tutti dal seno della Santa Beata Vergine e li espelliamo dalla nostra Santa Chiesa. Ordiniamo e comandiamo a ogni buon credente di detestarli e pregare Iddio che faccia venire a loro tutte le maledizioni. Che tutte le maledizioni del Re Faraone scendano sul loro capo e che soffrano i sette anni magri di Egitto perché non hanno ubbidito al comandamento del Signore. Che scendano sul loro capo le maledizioni di Sodoma e Gomorra e la maledizione di Lucifero li raggiunga insieme con tutti i diavoli dell'inferno e sia Giuda il loro eterno compagno qualora non confessino i loro peccati e non implorino la grazia cambiando maniera di vivere ».

Il popolo rispondeva con un « Amen » i preti si mettevano in fila intonando il salmo « Deus Laudim miam » e il « Miserere ». Le campane suonavano a stormo come se la città fosse piena di morti e gli inservienti mentre spegnevano le torce pronunciavano queste parole
« Come queste torce muoiono nell'acqua così muore l'anima degli eretici nell'inferno ».

In questo modo utilizzando tutte le fonti del terrore religioso si inculcava nell'anima del popolo il dovere di denunciare amici e parenti per ogni piccolo gesto, per ogni parola che potesse contenere un eretismo, per ognuna di quelle colpe che l'Inquisizione incorporava nella sua giustizia come tale. Veramente é un miracolo che il popolo spagnolo non generasse una nazione di denuncianti dove nessuno potesse fidarsi nemmeno del suo più prossimo parente, dato il cumulo immenso di maledizioni pendenti sul capo di ogni singolo. individuo.

Nel 1626, il 3 Gennaio l'Inquisizione rendeva pubblico un suo brevetto col quale ordinava a tutti di denunciare ogni eretico entro dodici giorni, sotto pena di scomunica che non poteva essere levata che dal Papa oppure dalla Suprema di Roma.
Verso la fine del XVII Secolo, quando l'Inquisizione cominciava a declinare venivano trascurate queste proclamazioni. Nel 1775 la Suprema ordinava di tramutare gli editti ma un esame condotto nel 1784 dimostrava che gli editti perdevano la loro efficacia, mentre nel 1806 si constatava che gli editti erano caduti in dimenticanza.

L'efficacia degli editti nei loro tempi era fuori dubbio benché l'Inquisitore Capo Francisco de Ribara in un suo rapporto si lagnava che in alcuni paesi il popolo non era disposto alle denunce che fu attribuita alla loro ignoranza. Nei centri più evoluti era in uso anche la denuncia tardiva delle colpe. Un editto del 1569 per esempio, pubblicato il 4 Settembre provocava la denuncia da parte di un certo Hans de Evelo di due membri della Guardia Reale Hans Bunsoit e Courtancio per colpe che il denunciante sapeva già prima ma che considerava come colpe, soltanto dopo la pubblicazione dell'editto nel quale esse erano state comprese.
Casi identici succedevano per rimorsi di coscienza e per paura di essere denunciati dagli altri. La stessa trivialità dei motivi dimostrava il grado della loro importanza perché non soltanto il giudaismo, la conversione, oppure il protestantismo ma anche i cattolici stessi furono esposti a continue vessazioni per una sola parola inconsiderata la quale fosse compresa fra le cose da denunciarsi.

L'ombra sinistra del Santo Ufficio opprimeva tutto il paese e nessuno poteva essere sicuro in quale momento il miglior amico, il camerata, il parente poteva denunciarlo per una parola sfuggita, dato che era fatto un dovere sacrosanto di denunciarlo.
Nella vita di una nazione é possibile subire molte disgrazie e la guarigione é sempre questione di tempo. Ma quando si tratta di stare continuamente in guardia per poter denunciare in qualunque momento, quando ogni individuo deve fare continuamente la spia, quando questi sentimenti penetrano nel cuore di ogni individuo allora questo stato d'animo soffoca la stima di uno per l'altro e ognuno guarda l'altro come il possibile nemico del suo onore e della sua reputazione.

Tale era quella potenza che dominava la Spagna e che esercitava la sua nefasta attività sotto il nome dell'Inquisizione e per mezzo degli editti della Fede.


APPELLI A ROMA

Finché gli atti dell'Inquisizione Spagnola non potevano essere validi senza la revisione di Roma, la giustizia non poteva essere perfetta. Ci voleva una lotta che durava da due secoli affinché l'Inquisizione potesse farsi indipendente da Roma ed in questa lotta l'Inquisizione aveva bisogno dell'appoggio di tutte le città spagnole.
Poco dopo che l'Inquisizione avesse iniziata la sua attività, si spargeva la voce di una crudeltà senza esempio della coppia, reale. Per i condannati non rimaneva altra speranza all'infuori della Santa Sede di Roma, la quale era sempre disposta a riesaminare i processi se richiesta in appello.

Proprio all'inizio dell'Inquisizione i condannati in qualche caso facevano appello direttamente al Papa ma questo era una procedura lunga e costosa, e non lo potevano fare che quelli che furono profondi conoscitori del diritto canonico; dato che le vittime generalmente provenivano dalla classe rurale oppure dagli Ordini religiosi raramente potevano fare appello al Papa e rari furono i casi quando l'appello aveva successo.

Ora però la situazione era totalmente cambiata. Le vittime prescelte per le estorsioni erano scelte di preferenza da gente ricca, commercianti, banchieri, funzionari altolocati e scienziati. La curia papale di quei tempi era famosa per la corruzione; tutti e tutto si poteva comprare, dal berretto cardinalizio al perdono delle colpe e di ciò si approfittava fino al limite del possibile.
Per Isabella e per Torquemada non era quindi possibile di indebolire l'Inquisizione e costringerla all'inazione, dato lo stato corrotto della curia papale. Per quanto però molto pagassero gli abbienti, tutto spariva nel gorgo di quella corruzione senza portare a un concreto risultato.

Il posto del Primato Principe Manrique -- il quale era giudice appellante - doveva essere ben redditizio se alla sua morte nel 1485 si lottava ferocemente per la sua successione; il posto fu dato al Vice-Cancelliere Rodrigo Borgia ma non avendo questi ottenuto il beneplacito di Ferdinando, il Re faceva finalmente nominare il proprio candidato, Cardinale Hortado Mendoza.
Nei casi che Ferdinando voleva salvare qualcheduno dei suoi fedeli dall'Inquisizione, si procurava lettere di salvacondotto dal Papa, munendole anche della sua firma. Così faceva nell'interesse del suo proprio tesoriere Gabriel Sanchez. Per fare però riconoscere valide queste lettere Ferdinando doveva combattere, perché il Tribunale di Saragozza per forza voleva silurarle.

Il commercio delle lettere di salvacondotto era un affare molto redditizio e finché la Spagna non premeva sul Papa non era possibile fare cessare questo vergognoso commercio. Alla fine Papa Alessandro trovava il modo di imbrogliare tutti quelli che compravano simili lettere. Al 20 Agosto 1491 emetteva una bolla papale elencando in essa i nomi di coloro che erano in possesso di queste lettere di assoluzioni, riabilitazioni rilasciate direttamente da lui, e dichiarava tutte queste lettere decadute di validità ordinando di bruciarle « in effigie » meno quelle che erano state rilasciate per veri motivi di coscienza, dichiarando nella bolla stessa che ciò avveniva per desiderio di Ferdinando ed Isabella.

Questo risultato ancora non soddisfaceva Ferdinando il quale, col pretesto che un certo individuo di nome Bartolomeo Florido era in possesso di false lettere di salvacondotto ordinava agli inquisitori di sequestrare tali lettere affinché si potesse consigliarsi su di esse col Papa. Seguivano disposizioni della Suprema nel senso che ognuno che fosse ancora in possesso di tali lettere, oppure di dispense, doveva consegnarle all'Inquisizione la quale controllerà le eventuali falsificazioni.

I convertiti - trovandosi così in mezzo al fanatismo spagnolo ed alla falsità papale - si trovavano fra due fuochi. Nel 1502 i Sovrani reclamavano che le lettere siano esaminate da incaricati speciali. Papa Alessandro designava subito il Cardinale Déza, sotto il proprio controllo. A Ferdinando non garbava questo incaricato prevedendo che nulla di buono ne verrà per i poveri appellanti. Infatti il Cardinale Déza rimetteva le lettere nuovamente ai Tribunali in modo che gli infelici possessori nuovamente ricadevano nelle mani dell'Inquisizione.
Papa Giulio II fu eletto il 1° Novembre 1503, ma prima ancora della sua incoronazione scriveva a Ferdinando un « motu proprio » assicurandolo tutta la sua benevolenza e mantenendo tutte le sue prerogative nei confronti dell'Inquisizione. Ciò nonostante gli appelli si succedevano in misura impressionante di modo che Ferdinando sollecitava energicamente il ritiro di tutti questi appelli, già nel 1505 descrivendo con tratti neri la disperata situazione della Spagna, la quale fu salvata dallo scisma soltanto per opera dell'Inquisizione.
Filippo d'Austria però, con tutta la sua volontà di farsi benvolere dal Papa rinunciava ai diritti dell'inquisizione facendo capire alla Santa Sede che non può abbandonare gli infelici i quali si rivolgono al suo aiuto.

Come i suoi predecessori anche Papa Giulio II con una mano rilasciava le lettere di assoluzione, con l'altra le dichiarava nulle. Finalmente nel 1500 in una prammatica emessa in quell'anno il Papa e la Santa Sede dichiaravano punibili tutti quelli che si procuravano queste lettere con imbrogli. Il risultato fu che tutti i possessori di lettere dovevano rimetterle a Roma presso la Suprema perché siano esaminate e con un nuovo timbro siano rese valide un'altra volta. Solo se le lettere erano trovate originali si rilasciava «l'exequatur» mentre tutti quelli che furono trovate in possesso di lettere senza l'exequatur furono condannati a morte e i loro beni furono sequestrati.

Anche qui emerse naturalmente la corruzione perché per cinquemila pezzi d'oro si rilasciava l'exequatur senz'altro, anche dopo che i membri della commissione furono licenziati e sostituiti con altri.
Il fatto che Ferdinando conduceva questa lotta da ben 25 anni, dimostra quale importanza Ferdinando attribuiva all'autonomia dell'Inquisizione, per poter così eliminare ogni intromissione del Papa. Il Papato lottava però con armi legali.
Succeduto sul trono Papa Leone questi approvava la nomina del Cardinale Adriano a Inquisitore Capo della Castiglia e dell'Aragona. Sotto l'operato di questo Cardinale successe il caso seguente che mise Papa Leone in una luce favorevole
Viveva a Valencia una vecchia di ottanta anni di nome Blanquia Diaz. Questa vecchia aveva una fama di fervente cattolica ma nel 1517 fu accusata di simpatia per gli ebrei e perciò fu imprigionata. Il Papa disponeva di lasciarla subito libera contro garanzie adeguate, provvedendo alla sua difesa per mezzo di un avvocato. La causa doveva essere discussa senza indugio. Il Brevetto del Papa però non era mai giunto al Consiglio di Valencia, perché probabilmente fu sottratto dalla Suprema. In seguito il Papa disponeva di rimettere gli atti a lui stesso per esaminarli con l'aiuto di due competenti. Nel frattempo la Blanquia veniva internata in un chiostro. La Suprema però contemporaneamente incaricava per la pratica il Cardinale Adriano il quale radunava una « consulta da fé » condannando la Blanquia alla prigione per la vita e sequestrando tutti i suoi beni.

Il Papa interveniva e ordinava di restituire la libertà alla vecchia che doveva essere consegnata ai parenti oppure a un monastero. Leone così teneva in mano il destino della Blanquia, pur essendo stato pronunciato il giudizio che la donna é sospettata in eretismo ma ciò nonostante può rimanere a piede libero e le venivano restituiti i beni. Il Re Carlo protestava per l'intromissione del Papa e scriveva delle lettere di protesta a Roma e la lotta durava tre anni, finché alla fine la donna veniva definitivamente liberata.

Geronimo de Villanueva marchese di Villalba discendeva da una antica famiglia aragona. Aveva il grado di Segretario di Stato mentre suo fratello minore era della giustizia. Fu nelle grazie di Filippo e Olivarez e riusciva ad occupare contemporaneamente alcune buone posizioni nel servizio dello Stato. Nel 1623 donava una grande somma per la fondazione di un monastero benedettino che veniva fondato con l'intenzione di ristabilire la disciplina dell'Ordine. Nella fondazione contribuiva con denari anche Donna Teresa de Silvia, la quale aveva come confessore Fra Francisco Garcia Calderon benedettino di grande fama. Villanueva aveva il diritto contrattuale di designare il capo del chiostro ed era naturale che raccomandava per questo posto Fra Garcia.

Prima che terminasse l'anno una suora era impossessata dal Diavolo. Da qualche tempo questa epidemia si estendeve e il Diavolo si impossessava di 21 suore sulle 32 comprese anche Donna Teresa. Su proposta del canonico Ripel furono registrate le dichiarazioni dei Demoni ed il registro conteneva 600 pagine. La registrazione era necessaria per il fatto che era risaputo che i Demoni qualche volta dovevano dire delle verità e ciò sotto la pressione divina. Dalle dichiarazioni risultava che il chiostro diventava fonte dell'eretismo, mentre 11 suore diventavano sante, che agiranno sotto le spoglie di apostoli come San Pietro e San Paolo mentre Fra García Calderon rappresenterà Cristo.

Il gioco con i Demoni durava tre anni e Fra Alonso de Leon, il quale frattanto diventava nemico di Calderon lo denunciava alla Inquisizione. Calderon scappava in Francia, ma lo catturavano e lo riportarono a Toledo. Le suore venivano arrestate e naturalmente confessarono tutto ciò che fu loro richiesto di confessare. Calderon senza confessione fu messo alle torture tre volte, fu dichiarato eretico ed il 27 Aprile 1630 veniva ucciso in una cella sotterranea mentre le suore erano disperse in case equivoche.
Era inutile rivolgersi al Re il quale era stato poco dopo richiamato a Madrid dove la Regina si trovava ammalata ed il 9 Ottobre spirava. Il marchese Villanueva frattanto era imprigionato e dimenticato in una cella senza che il Re facesse nulla per lui.
La Suprema trattava il suo caso il 7 Febbraio 1647 condannandolo all'ammonizione e facendolo giurare che smetterà ogni rapporto con le suore; infine per tre anni fu espulso da Madrid e da Toledo.

Il verdetto non era molto severo ma bisogna comprendere lo spirito dei tempi che bollava di vergogna eterna il cavaliere sospetto di eretismo e la vergogna veniva estesa a tutta la sua stirpe. Tale stato voleva dire la mancanza di « limpieza » cioè del puro sangue nobile. Basterà dire che la carriera di Villanueva fu per sempre distrutta e il ricordo degli anni in prigione non poteva essere mai cancellato dal nome della sua famiglia e dei suoi discendenti.
Il verdetto in qualche modo veniva a conoscenza prima della sua enunciazione perché il Tribunale di Toledo insieme con la sorella di Villanueva marchesa Anna Justícia e con fratello di lui Augustin nonchè con il Proctore Luis de Torres facevano appello al Papa. L'appello però non fu accettato con la motivazione che l'Inquisizione non può prendere in considerazione appelli fatti dai parenti. Torres allora redigeva una imputazione contro tutti gli inquisitori di Spagna per corruzione ma anche ciò non serviva a nulla, tanto più perché all'enunciazione della sentenza egli si comportava in malo modo, urlando contro tutti e maledicendo i giudici, appellando in seguito al Re ed al Papa.
La Suprema decretava che la sentenza doveva essere eseguita.

Invece di chiuderlo però in prigione lo internavano nel monastero dei francescani. Il fisco della Suprema si recava in seguito a Toledo minacciando Villanueva di privarlo dalla sua divisa di cavaliere e di farlo bruciare vivo.
Di fronte alla Suprema però i dirigenti della Spagna avevano un'opinione diversa ed anche i vescovi spagnoli non davano grande peso ai voleri del Papa.
L'opinione della Giunta ostacolava completamente un nuovo arresto di Villanueva e impediva di riprendere nuovamente in esame la sua causa. Così la cosa si complicava nuovamente. La giunta decideva che il Re non dovesse cedere alle esigenze della Curia in affari che riguardavano la religione. Filippo inviava Don Pedro de Miarbe per riprendere gli atti della causa, ed anche i documenti che rimanevano in possesso di Villanueva. Mierbe assolveva bene il compito ma erano passati i tempi quando Ferdinando e Carlo potevano ancora ignorare e disprezzare le lettere del Papa.
Filippo IV era un uomo di calibro differente e la sua monarchia in decadenza non destava troppo rispetto.

Nel 1627 si rivolgeva al Papa con un memorandum ma la supremazia del Papa era in questi tempi inconfutabile. Villanueva si rivolgeva direttamente al Papa al quale ogni fedele cattolico doveva ubbidienza. Quando Filippo ripeteva la sua convinzione che l'intromissione del Papa nell'affare Villanueva era illegale e senza esempio e quando il Papa veniva a sapere che i suoi brevetti furono semplicemente sottratti, Innocenzo non esitava un momento per dichiarare la guerra. La lotta svolgeva soprattutto per l'indipendenza e per la supremazia, e bisognava andare fino in fondo, perché non c'era campo per la conciliazione. Il vantaggio di questa guerra inconsideratamente provocata era alla parte della Curia che contava sicuramente sul proprio trionfo. Un brevetto del 1° Marzo ripeteva i preliminari della causa, nonché tutto il procedimento dall'Inquisizione fino alla Santa Sede.

Ogni appello ed implorazione contro il brevetto non serviva a nulla ed anzi aumentava la rabbia del Papa, specialmente quando egli veniva a sapere che si negava a Villanueva perfino il pagamento delle sue competenze. Il 23 Maggio Víllanueva faceva domanda di essere ascoltato nel consiglio della Castiglia. benché questo Ente non aveva il diritto di giurisdizione. Fu uno sforzo disperato per uscire dalle complicazioni, ma anche questo sforzo rimaneva infruttuoso, dimostrando solo l'anarchia che regnava intorno a questo affare.
L'odio della situazione ricadeva ormai sul cardinali spagnoli sussistendo la falsa credenza che il Re avesse Villanueva nei suoi favori.

L'8 Aprile il Primato Principe Tarsus faceva formale domanda al Papa per riavere gli atti. Passava il termine ma non succedeva nulla. Solo il 2 Maggio si comunicava al Nunzio che era terminato il lavoro di copiare gli atti ma senza eseguire la spedizione. Il Nunzio voleva un certificato dal Papa per dimostrare che gli atti erano pronti ma ciò non fu concesso e nuovamente passavano due mesi.
Questi erano giochetti per fare passare il tempo. Non si aveva affatto l'intenzione di inviare gli atti a Roma come si poteva constatare dagli ordini segreti che anzi intimavano di impedire la spedizione. Innocenzo rifiutava ogni conciliazione e quindi non c'era più nessuna speranza per raggiungere un accordo. Al 14 Settembre poi per ordini superiori gli atti furono consegnati a Dannian De Fonolleda, notaio del Tribunale di Barcellona, e si trattava di ben 5 volumi, in totale 4600 pagine. Non si aveva però l'intenzione di spedirli perché De Fonolleda fu impedito di partire da Madrid fino al 5 Novembre. Egli annunciava il suo arrivo a Valencia mentre riceveva ordini di imbarcarsi sulla prima nave e consegnare i documenti al Papa. Prima che avesse potuto ubbidire l'ordine fu ritirato e doveva ancora attendere. In questo frattempo la Suprema per giustificarsi e per mettersi al sicuro davanti alla collera del Papa, seguitava inviare domande su domande al Re Filippo per permettere l'imbarco del messo.

Questi giochi non hanno tratto in errore Innocenzo. Il Papa riceveva Cabrera in udienza il quale gli comunicava che Fonolleda non attendeva che l'arrivo della nave per potersi mettere in viaggio.
Il Papa rispondeva che conosce bene la Spagna e che sa bene come vengono in questo luogo sbrigate le pratiche. Il Papa sapeva pure che il Re era in cattive relazioni con l'Inquisitore Capo. Aggiungeva che non aveva nessuna simpatia per Villanueva e se fosse dipeso da lui lo avrebbe punito con molta più severità.
Filippo intanto esitava e raccomandava al Consiglio di Stato la precauzione, visto che il Papa faceva sul serio di rivoltarsi contro le prerogative reali e per attentare alle prerogative dell'Inquisizione.

Arce però scattava ed in un memorandum indirizzato al Re lo metteva in guardia dal cedere al Papa.
Contro l'opinione di Arce il Re cedeva ai suggerimenti dei suoi consiglieri. Nella sua lettera datata 4 Aprile 1651 annunciava al Principe Infantado di aver dato ordine a Fonnoleda di imbarcarsi e portare gli atti a Roma. Lo incaricava anche di chiedere udienza dal Papa facendogli sapere come il Re si sentisse offeso perché il Papa si intrometteva negli affari dell'Inquisizione.
Se il Papa non reagiva al messaggio, Fonnoleda doveva riportare gli atti senza farli vedere al Papa. Lo stratagemma di Filippo non aveva però successo e ne rimaneva male, perché attribuiva molta importanza a questa lotta nella quale il Papato aveva messo in palio tutti i suoi giusti interessi.
Non gli rimaneva altro che di battere in ritirata.

Papa Innocenzo nominava a rappresentante della Spagna nella Santa Sede il Cardinale Trivulzío il quale doveva studiare la pratica e si convinceva che tutta questa cosa era un'opera di vendetta.
Fino al 2 Ottobre non succedeva più nulla. Dopo questa data Innocenzo emetteva due brevetti indirizzandone uno al Re, e l'altro a Arce. È chiaro che prima l'assoluzione, dopo la sentenza avevano cagionato a Roma un certo fermento perché nei due brevetti si criticava l'instabilità dei giudizi, instabilità che si poteva attendere da un contadino, ma mai da gente colta ed intelligente.
Per mitigare il rimprovero il Papa lodava nei brevetti l'Inquisizione che chiamava gloria e decoro della Spagna. Al Re il Papa scriveva che essendo la pratica troppo complicata egli non era ancora in grado di decidere. Quando il Nunzio consegnava il brevetto a Arce faceva sapere che il Papa aveva deciso di consegnare gli atti al Re. Arce era raggiante dalla vittoria. Cabrera chiedeva di poter tornare a Roma e sembrava che non rimanesse altro da fare che la spedizione degli atti. Tuttavia non si spediva nessun brevetto che avesse spiegato la cosa.
Arce cominciava a preoccuparsi ed il 4 Gennaio 1653 richiedeva al Re di reclamare gli atti da Trivulzio.
Innocenzo forse voleva irritare il Re oppure voleva destare in lui vane speranze ma può anche darsi che voleva approfittare della rivalità delle Corti per avvantaggiare il matrimonio della sua nipote con Barberrino, fatto sta che si lagnava di non aver ricevuto nessun regalo.

Villanueva moriva a Saragozza il 21 Luglio 1653. Nel suo testamento, redatto il giorno prima si preoccupava della pace della sua anima e designava per suo patrono il suo nipote Geronimo e i suoi dipendenti. L'Inquisizione voleva approfittare di attaccare con una nuova causa il ricordo dell'estinto cavaliere. Papa Alessandro però proibiva assolutamente la profanazione del ricordo del morto e quando Arce tentava di agire, il suo tentativo naufragava miseramente.
Così terminava questo affare trentadue anni dopo il suo inizio.

Per causa di quest'affare Cabrera doveva soggiornare a Roma 12 anni e meritava così la sede vescovile di Salamanca che gli veniva ceduta per compensare la sua opera. La Suprema però registrava una spesa di centomila pezzi d'oro per il suo mantenimento e questi denari furono spesi in tempi quando la Suprema si diceva povera in canna. Arce riusciva a sporcare il ricordo di Víllanueva, dopo averlo tolto ai suoi incarichi ed uffici ma la vittoria apparteneva al Papato il quale si vendicava per la cosiddetta giustizia, mantenendo gli atti, simboli dei suoi diritti.

Due secoli dopo questi fatti la Santa Sede manteneva la propria giurisdizione ma i Borboni non si sono dimostrati dei servi così ossequianti come gli Asburgo. Nel 1705 l'inimicizia col Papato ha indotto Filippo V a proibire la pubblicazione dei brevetti papali senza l'exequatur reale ed a proibire ogni appello a Roma. Da questo suo punto di vista non cedeva assolutamente nemmeno dopo lo scatto furioso di Monroy, Principe Primato di Santiago, dimostrando con ciò che l'ubbidienza deve essere compito del Papa anziché del Re, secondo anche l'opinione del Cardinale Belluga, Vescovo di Cartagena.
Dopo questo tempo non si sente più parlare di appelli di singoli individui a Roma, perché l'affare Villanueva, anche se potesse essere sembrato un insuccesso per l'Inquisizione in realtà era una vittoria, dimostrando quanto é inutile la lotta di un aristocratico contro l'Inquisizione e contro tutti i poteri della Corona.

Il potere del Papato del XVIII secolo non fu in grado di lottare contro gli Stati tendenti alle libertà, mentre il rinascimento dalla Spagna e i Borboni hanno reso inutile ogni lotta contro la volontà dei Sovrani di dirigere essi stessi gli affari interni dei loro paesi. Qui la Chiesa é stata privata di tutti i suoi diritti incontestabili, perché l'ultimo brevetto del 1899 stabilisce di fronte a tutti che il Papa é il giudice supremo di ogni credente e che per ogni affare riguardante la Chiesa si deve rivolgere esclusivamente a lui. È quindi proibito rivolgersi ad altri Fori di giustizia, sotto pena di scomunica ed é altrettanto proibito ostacolare la giustizia della Chiesa nella sua sostanza ed anche nelle sue forme esteriori. È inconcepibile di sottoporre il potere umano al potere divino che é onnipotente sopra ogni altra potenza.

 

QAUARTO LIBRO


La convocazione del tribunale davanti al Gran Inquisitore


Il grande inquisitore assiste alle torture in attesa delle confessioni

 

Il capo inquisitore ed il Consiglio Supremo (Suprema) - Superstizioni - La malattia del Re - Il calvario di Fra Florian Diaz - Introiti e spese del Santo Ufficio - Il tribunale - Limpieza - Confische - Multe e penali - Prebende ecclesiastiche .

 

IL CAPO INQUISITORE

IL CAPO INQUISITOREED IL CONSIGLIO SUPREMO (SUPREMA)


L'Inquisizione Spagnola doveva la sua efficacia principalmente alla sua organizzazione. I Tribunali sottomessi, dispersi nel paese, i quali avevano contatto diretto con gli accusati non erano indipendenti, ma stavano sotto la sorveglianza di un organo centrale composto dal Capo Inquisitore e dal Consiglio, brevemente detto Suprema.
Abbiamo già visto come Ferdinando ed Isabella, dopo alcuni anni di esperienze, riuscissero a far nominare dalla Santa Sede, Torquemada nella carica di Capo Inquisitore, con la facoltà di poter nominare e licenziare i suoi incaricati, ciò che gli assicurò un completo controllo sull'organizzazione.

In principio la carica di Capo Inquisitore cessava con la morte del Papa, sebbene nell'antica Inquisizione, la Bolla del 1290 di Papa Niccolò, avesse qualificato « ne aliqui » la carica. Ma questa formalità più tardi cessò e già verso la fine del Secolo XVI la nomina divenne « ad beneplacitum » cioè fino al beneplacito della Santa Sede.
Ciò che riguarda la Suprema, a quanto pare essa é stata da principio solo un'assemblea di consultazione. Le ulteriori disposizioni vennero impartite a nome del Capo Inquisitore. Quando Torquemada voleva consigliarsi, oppure quando si trattava della determinazione delle norme generali, convocava gli inquisitori ed i cancellieri, i quali discutevano la parte formale, come avvenne nel 1488 a Valladolid.
Effettivamente la decisione spettava alla Corona, poiché con un ordine supplementare nel 1485 gli inquisitori vennero istruiti di presentarsi, in casi di dubbio, davanti al Sovrano per prendere i suoi ordini. Il Capo Inquisitore era il Tesoriere dell'Inquisizione.
Col tempo però divenne impossibile che il consiglio mantenesse il suo primitivo potere. Il Torquemada già cominciava ad invecchiare, sebbene in quel tempo la Suprema decidesse ancora indipendentemente e secondo il proprio discernimento, nelle condanne, nel mantenimento degli « auto da fé »; egli disponeva tuttavia dei ricorsi e delle « consultas da fé », ma sentiva già il peso della sua carica.

Mentre Torquemada diveniva sempre più senile la Suprema diventava un organo sempre più essenziale dell'Inquisizione. Dalle istruzioni del 1498 risulta che questo organo funzionava ad Avilla, in una forma mutata, inquantochè quando sorsero questioni dubbie ai Tribunali gli inquisitori avevano l'obbligo di chiedere consiglio alla Suprema e di agire secondo le istruzioni impartite.

Con la morte di Torquemada, in mancanza della sua energica personalità la Suprema divenne ben presto il fattore decisivo della organizzazione.
I rapporti tra il Capo Inquisitore e la Suprema, si erano formati senza alcuna regola preventiva. Uno storico scrisse nel 1675 un resoconto particolareggiato dell'attività dell'Inquisizione. Egli asserisce che rimase una questione discussa se il Capo Inquisitore aveva diritto di agire da solo, senza il consenso della Suprema. Secondo l'opinione generale, però, i membri del consesso erano indipendenti e dovevano obbedienza soltanto al potere direttamente delegato dal Papa. Infatti non v'era esempio che l'Inquisizione avesse agito senza la Suprema, mentre la Suprema aveva la facoltà di agire indipendentemente.

Come abbiamo visto, ciò era un abuso formatosi in seguito ad uso invalso. Per esempio il Capo Inquisitore Mendóza, nel 1700, ne diede prova nella questione di Fra' Frolian Diaz, questione che sotto certi aspetti era uno dei casi più importanti nella storia della Inquisizione.
Carlos III, l'ultimo Absburgo, il quale può essere considerato come la dannazione di Spagna, era fisicamente e spiritualmente inetto. Un essere meno adatto a regnare, forse non ha mai occupato un Trono ed era disgrazia, tanto sua come del popolo, che egli vi fosse asceso all'età di quattro anni e che vi rimanesse dal 1665 sino al 1700, cioè per trentacinque anni, mentre il suo Impero si inabissava sempre più nella miseria e nell'umiliazione. Egli non era che un fantoccio tra le mani di qualche intrigante, donna o uomo, o di qualche astuto confessore che aspirava a dominare.

Precocemente invecchiato, quando avrebbe dovuto essere all'apice dell'età virile, sotto il peso di un male spirituale e fisico, desiderò morbosamente ed irrequieto tutto ciò che avrebbe potuto dargli sollievo. La sua prima moglie, Maria Luisa d'Orleans, morì senza figli; la seconda, Maria Anna di Neuburg, che sposò nel 1690 era ambiziosissima e dominava suo marito e, a mezzo dei suoi favoriti, tutta la Spagna. Ben presto si rese evidente la necessità di dover designare un successore da un ramo laterale della famiglia e non tardarono a presentarsi, appoggiati dai due più influenti partiti, due pretendenti al Trono, il Principe Filippo d'Enjou, nipote di Luigi XIV appoggiato da gran parte del popolo e l'Arciduca Carlo, figlio di Leopoldo I, i cui diritti venivano sostenuti dalla Regina. Era una grande disgrazia per Diaz l'essere divenuto un giocattolo tra i due pretendenti.

Nel 1698 scoppiò una rivolta a Corte. In quel tempo il Regno era governato da un Domenicano, Pedro Matilla, il quale esercitava un ascendente sulla Regina e procurava promozioni e patrimonio ai suoi favoriti, fra i quali, in primo luogo, a Don Juan Tomas, Ammiraglio di Castiglia. Carlos lo odiava ed un giorno si sfogò con Portocassero, Principe Arcivescovo di Toledo, e con un esponente del partito francese. Essi non perdettero tempo e proposero a Carlo di sostituire Matilla con un altro Domenicano, Fra' Florian Diaz, professore di teologia all'Università di Alcala. Carlos accettò di buon grado la proposta e fece venire in segreto alla Corte il Diaz che era uomo di animo sincero ed aveva trascorso la sua vita in Convento.
Quando Matílla lo vide per la prima volta nell'anticamera del Re, comprese subito di aver perduta la partita, si ritirò nel convento di Rosario e dopo una settimana lo trovarono morto nella sua cella, a quanto si diceva, di dispiacere.
Nell'Aprile del 1698, Florian Diaz occupò il seggio riservato al confessore del Re nella Suprema.
Si iniziarono immediatamente le manovre per farlo cadere, macchinazioni che egli stesso promuoveva involontariamente, inquantochè seminava discordie tra i propri confratelli Domenicani; però egli fu tanto maldestro che, alle seguenti elezioni canoniche, venne eletto a Provinciale il suo più accanito nemico, Nicolas de Torres Padmota. Il suo insensato fervore lo trascinò ben presto su sentieri ancor più scabrosi, facendo avvampare nuovamente le ostilità ed attirando desideri di vendetta.

Lo stato di salute del Re peggiorava continuamente; gli attacchi di deliquio e di crampi si susseguivano e non sembrava` che egli potesse resistere ancora a lungo. Il Capo Inquisitore Valladares portò la questione dinanzi alla Suprema, la quale però non concluse nulla in merito. Valladares morì nel 1695 ed il suo successore fu il Domenicano Juan Tomas de Raccaberti, Principe Arcivescovo di Valencia, col quale Carlos nel 1698 si consigliò in segretezza, in merito alle dicerie che attribuivano a stregoneria il male del Re e proponevano ogni sorta di rimedi. La questione venne trattata di nuovo dalla Suprema, la quale però ritenne la faccenda tanto pericolosa, che non osò intromettervisi. Quando Diaz divenne membro della Suprema, Roccaberti si rivolse a lui ed egli promise il suo appoggio.
Ma non vi era traccia che potesse giustificare un'istruttoria, finché Diaz casualmente non venne a conoscenza che nel Convento di Monache di Canges (Oviedo), diverse Monache erano state aggredite dal Diavolo, e dalle quali il suo ex compagno di scuola, Fra' Alhanes de Arguelles, stava scacciando ora il Diavolo stesso. Da secoli era divulgata la credenza che da coloro che erano assaliti dal Diavolo, scacciandolo con esorcismi praticati da ecclesiastici, si potevano apprendere cose superiori alla mente umana. Siccome nel Medio Evo erano diffusi i sofismi dell'universo spirituale, che era considerato la fonte di tutte le sapienze, simili pratiche erano permesse dalla Legge, come indagini scientifiche.

Florian Diaz dunque non fece che applicare una modalità ammessa dalla Legge, quando questa dichiarò che bisognava affidare ai Diavoli di Canges la diagnosi della malattia del Re, ciò che secondo lui avrebbe significato un passo verso la guarigione. Roccaberti afferrò avidamente la proposta ed indicò per questo scopo il Vescovo Domenicano. Ma il cauto Prelato si tirò in disparte, quando si trattò di avventurarsi in un campo così pericoloso e perciò si dichiarò contrario al progetto. Díaz allora si rivolse ad Arguelles, il quale pure dapprima non volle saperne dell'incarico, ma più tardi acconsentì, a condizione di potei esibire un ordine scritto del Capo Inquisitore. Così dunque il Roccabertí scrisse un ordine, il 18 Giugno, che venissero scritti su due pezzi di carta separati i nomi del Re e della Regina e, nascondendo queste carte nel seno, venissero interrogati i demoni se l'uno o l'altro soffrissero di stregoneria.
Il Demone servizievole giurò su tutti i santi che il Re sarebbe stato stregato, fin dal suo quattordicesimo anno, allo scopo di renderlo inetto ed incapace a regnare. Con ciò Arguelles intendeva ritirarsi dalla faccenda, ma Roccaberti e Diaz insistevano, perché egli ottenesse più ampie informazioni e dei rimedi contro la stregoneria. Il 3 Settembre del 1675 il rimedio venne somministrato alla Regina Madre, in una tazza di cioccolata, allo scopo che essa non perdesse il suo potere. Il farmaco magico venne ottenuto dalle membra di un morto, ripulite con l'Olio Santo, appositamente per la Regina, con l'aggiunta di un lassativo.
Carlos invece fu spogliato interamente, unto dappertutto di olio, gli fu somministrata una buona dose di purgante, mentre si pronunciavano incessantemente delle preghiere, ciò che non diede altro risultato che il completo esaurimento del Re.

Per un anno fu sostenuta la corrispondenza coi Diavoli, i quali rispondevano alle lettere, con una circospezione del tutto particolare, mentre qualche volta erano evasivi e contraddittori. Una volta sostenevano che il Re era stato stregato, mentre in un'altra occasione, il 24 Settembre 1694, i Demoni asserivano che era una bugia quello che avevano detto prima e che Carlos non era stato stregato. Anche circa le streghe colpevoli vennero in contraddizione, diedero il loro nome ed indirizzo, ma non fu possibile ritrovare le loro tracce, nonostante le più accurate indagini. In questi tristi tempi le sorti della Spagna dipendevano molte volte dalle asserzioni di qualche donna isterica, che il giorno seguente negava generalmente tutto quanto aveva sostenuto il giorno prima.

Le cose giunsero ad un tal punto che l'Imperatore Leopoldo I comunicò ufficialmente le accuse di una donna viennese, aggredita dal Diavolo, contro una strega di nome Isabel, la quale venne però cercata invano; inoltre inviò a Madrid un famoso esorcista, Fra' Maure Tenda, il quale nel segreto esorcizzò per dei mesi il Re, col risultato di aggravare il suo stato di salute.
Nel frattempo il cielo della Spagna si annuvolava. La Regina era furiosa per l'insuccesso politico e per essere stata costretta a divorziare dal marito e la sua ira si accrebbe, quando apprese della seconda stregoneria, che venne addirittura attribuita a lei. Un mese dopo che ella era venuta a conoscenza del fatto, Roccaberti morì in circostanze sospette, ma con ciò non si calmò il rovello della Regina, poiché poco tempo dopo si trovarono tre « andemoniados » a Madrid, i quali confermando le voci circolanti, riaffermarono i sospetti su di lei e su sua suocera. Le furie della Regina non conobbero più limite ed essa giurò che avrebbe rovinato Fra' Florian, mentre l'Inquisizione offriva i propri servigi, disponendo dei mezzi più adatti a questo scopo. Cercò di persuadere Carlos di nominare al posto resosi vacante con la morte di Roccaberto, Fra' Antonio de Cordona, fratello dell' ammiraglio di Castiglia, Don Juan Tómas.
Il Re però era deciso ad andare a fondo nell'istruttoria, nominò il Cardinale Alonzo de Aguilar e chiese subito una commissione papale. Aguilar chiamò a sé il più anziano membro della Suprema, Lorenzo de Folen de Cardona, fratellastro di Antonio e gli comunicò che tutti gli indizi indicavano colpevole l'Ammiraglio, il quale doveva essere arrestato subito ed i suoi scritti sequestrati. Le preoccupazioni della Regina si accrebbero, di giorno in giorno. Aguilar fu colto da leggero malore, gli venne applicato un salasso, ma dopo tre giorni era morto. Il sospetto era maturo, ma non vi erano prove.

In quei tempi Carlos era già tanto indebolito, che la Regina invitò come consigliere Mendoza, Vescovo di Segovia, col quale ben presto si intese e Mendoza le promise anche di soddisfare la sua sete di vendetta, in compenso del Cappello Cardinalizio.
Il primo accusato era l'esorcista austriaco, Fra' Tenda, il quale venne arrestato nel 1700, per diverse cose sospette. Egli durante la istruttoria narrò particolareggiatamente le azioni delle indiavolate donne di Madrid, azioni commesse in presenza di Florian e venne condannato all'esilio. Indi seguiva l'istruttoria di Florian, il quale però non volle deporre senza il consenso del Re, avendo agito per diretto ordine reale, con l'obbligo dell'assoluta segretezza.

Nel frattempo il Provinciale dei Domenicani, Torres Padmota, approfittando della sua carica, ottenne da Arguelles de Cangar le lettere di Florian, in base alle quali sollevò immediatamente accusa dinanzi alla Suprema, contro il Florian, in nome dell'Ordine; Florian si scusava adducendo di aver agito per ordine di Roccabertí e su sollecitazioni del Re, ciò che venne confermato anche da Aquines ed altri medici.
Mendoza comunicò alla Suprema che si era costituita una seria accusa contro il Florian, ma che, senza il consenso del Re, non si sarebbe potuto denunciarlo. Carlos resistette dapprima, ma poi cedendo alle pressioni della Regina e di Mendoza, sostituì il Florian con Torrez Padmota.

Avvilito, stordito ed incapace a reagire, Florían obbedì all'ordine di Mendoza e si accinse a ritirarsi nel Convento Domenicano di Valladolid; ma, strada facendo, cambiò idea e riparò a Roma. Il Re scrisse immediatamente al Principe Aceda, Ambasciatore di Spagna a Roma, ordinando l'immediato arresto di Florian, essendo egli accusato dall'Inquisizione, stato che non ammetteva ricorso a Roma. Nel contempo vennero informati i Tribunali di Barcellona e Mercía di imprigionarlo nelle carceri segrete, non appena fosse ritornato in Spagna; infatti Florian venne costretto a ritornare e sbarcò a Cartagena, dove il Tribunale di Mercia lo fece segregare.

Seguì quindi una accanita lotta per il potere nella Suprema. Mendoza ottenne il consenso dei membri alla nomina di speciali censori, i quali avrebbero avuto il compito di esaminare l'accusa e le prove. Vennero incaricati cinque teologi i quali dichiararono all'unanimità che il 23 Giugno1700 non era stata lesa in alcun modo la Fede; quindi la Suprema, ad eccezione di Mendoza, votò il rinvio della questione, che equivaleva alla condanna. L'8 Luglio, Mendoza firmò l'ordine di arresto, che sottopose alla firma degli altri membri, i quali però lo respinsero all'unanimità.
Allora il Mendoza li invitò uno per uno nella propria camera, esortandoli, ora con preghiere, ora con minacce, alla collaborazione. Infine dichiarò che avrebbe fatto valere ad ogni modo la sua volontà, entro un'ora ordinò a tre membri della Suprema di considerare come un carcere la propria casa, e minacciò pure il Tribunale di Madrid.
L'unico membro che tollerò fu Folck de Cardona, perché suo fratellastro Antonio, Arcivescovo di Valencia, era particolare favorito della Regina.

Il Consiglio di Castiglia intervenne, con una consulta, nella quale venne fatto presente al Re che i membri erano stati arrestati senza interrogatorio, soltanto perché si attenevano alle leggi ed alle usanze del Santo Uffizio.
La Regina era impressionata e sollecitò Mendoza ad essere cauto, ma questi la rassicurò che non vi era altro modo di soddisfare i suoi desideri. Mendoza nel frattempo inviò tutti gli atti al Consiglio di Mercia, con l'ordine di porre sotto accusa il Florian e di comunicargli poi la deliberazione. I giudici istruttori rilasciarono Florian, ma Mendoza ciononostante fece portare a Madrid il Frate, facendolo rinchiudere in una cella della clausura Domenicana di Nuestra Senora de Atocha. Qui vi soffrì per quattro anni, separato dal mondo, tanto che non si trovò nemmeno della sua esistenza; sino a che il Consiglio trovò dei giudici, i quali, senza alcuno scrupolo di coscienza, lo dichiararono sospetto di eresia.

Carlos morì il 1° Novembre 1700 e designò nel suo testamento, come successore, Filippo d'Anjou.
Fino all'arrivo di Filippo in Spagna la Regina ebbe la reggenza e Mendoza, il quale era partigiano dell'Austria, venne confinato alla sua Sede di Segovia, ma nemmeno questo alleviò la posizione di Florian.
Il partito Domenicano dell'Inquisizione ritenne offensivo il procedimento contro Florian e pose sotto accusa Mendoza. Questi però, secondo le tradizioni dell'Inquisizione Spagnola, ricorse alla Santa Sede. Papa Clemente si rallegrò molto di questa resa dell'indipendenza spagnola e rinviò la questione alla Congregazione. Mendoza rispose che, essendo stato confinato per motivi politici, non era in grado di presentare tutti gli atti, ciò che non era vero, poiché li portava sempre con se. Egli inviò un agente a Madrid e fece compilare un memorandum, nel quale si beffava la Suprema chiamandola proclive all'eresia, superstiziosa e feticista. Questo documento fu scritto come risposta preventiva ad un rapporto fatto da Folk de Cardona, nel quale quest'ultimo asseriva che il Capo Inquisitore decisamente disponeva del diritto di voto, mentre alla Suprema non era più concesso.
Inoltre Cardona cadeva nell'errore, volendo dimostrare a tutti i costi che le persone aggredite dai demoni erano nel contempo degli eretici. Ciò non piacque al Nunzio, il quale dichiarò apertamente che il Cardona era pazzo da legare e cercava di suscitare scandali. Infatti il suo memorandum, che fece stampare a proprie spese, venne condannato da tutti e Maria Luisa Gabriella di Savoia, la quale nell'assenza di Filippo era reggente a Napoli, lo congedò dalla sua carica. Nello stesso tempo la Suprema informava tutti i Tribunali di aver sospeso tutti gli ordini di Mendoza.

Mentre infuriavano tutte queste discussioni, il povero Florian giaceva dimenticato nella sua cella sotterranea.
La decisione dipendeva effettivamente dal Re, ma Filippo. durante le guerre di successione, aveva troppe urgenti cure, per mettere a prova il suo nuovo potere sovrano con simili cose. Del resto la questione di Florian si avvicinava già alla sua conclusione, quando un'audace dichiarazione, fatta da due Ecclesiastici di alto rango, ne provocò un altro leggero rinvio. Infatti i due Prelati, mentre uscivano dalla sala del Trono, osarono dichiarare che l'Inquisizione si era resa ormai superflua. I pochi superstiti partigiani degli ebrei ed eretici avrebbero potuto essere giudicati dai Vescovi e anche la questione di Florian Diaz avrebbe potuto essere risolta dal suo Vescovo. Con ciò si sarebbe abolita l'enorme spesa assorbita dal mantenimento del Santo Uffizio.

La proposta rivoluzionaria era appoggiata, fra l'altro, anche dalla Principessa Ursines; tuttavia Filippo la respinse, dando prova indubbiamente di grande saggezza, poiché, sebbene egli personalmente sarebbe stato d'accordo, l'incerta base della sua sovranità non gli permetteva di arrischiare una simile innovazione.
L'Ammiraglio di Castiglia era un fuggiasco portoghese e da ciò si spiega la sua resistenza rispetto il parere di Filippo. Mendoza, come era noto, apparteneva al partito austriaco, così Filippo col tempo decise ugualmente contro di lui. Il 27 Ottobre chiamò a sé Cardona, col quale si consigliò segretamente, consiglio che fruttò un documento il quale avrebbe dovuto esser munito della firma reale. Il 3 Novembre venne letto un ordine alla Suprema col quale venivano ripristinati nei loro seggi i membri « jubilados ». Ciò venne seguito il 7 Novembre da un decreto diretto a Mendoza che ingiungeva a lui ed ai suoi successori di rispettare i membri della Suprema, poiché questi esercitavano la Giustizia Reale ed erano autorizzati a dare voti decisivi.

Venne inoltre ordinato a Mendoza, sotto pena di espulsione dal Regno, di consegnare entro settantadue ore i documenti relativi alla questione di Florian Diaz e di interessarsi se il Domenicano era ancora vivo o morto. La Suprema, con deliberazione unanime del 19 Novembre, assolse il Florian da tutte le accuse, restituendogli il Seggio nel Supremo Consiglio, gli fece liquidare tutti gli stipendi arretrati, inoltre gli assegnò la Cella del Convento di de Rosario che era riservata ai confessori reali, dalla qual carica era stato scacciato tanto ingiustamente.

Florian Diaz venne dunque riammesso con tutte le regole alla Suprema. Per compensarlo delle sue sofferenze Filippo gli donò la Sede vescovile di Avile. Tuttavia egli non era persona grata a Roma e Papa Clemente gli negò la conferma, adducendo che avrebbe dovuto esaminare gli atti, prima di decidere, se la sua assoluzione era giusta o meno.
Ma anche Filippo non cedette e dopo la morte di Florian non voleva più assegnare il seggio vescovile che rimase vacante dal 1705 sino a che non venne nominato Julian Cano y Tovarrel.

Mendoza venne costretto a dare le sue dimissioni dalla carica di Capo Inquisitore ancora nel 1705 e quando Filippo fuggì a Burgos, Mendoza e l'Ammiraglio vennero arrestati con altri e tradotti assieme alla Regina Madre a Bayomo come traditori. Mendoza, naturalmente, non ottenne l'agognato cappello cardinalizio, ma sopravvisse al suo rammarico sino al 1727 come pacifico possessore del suo Seggio Vescovile.

In quei tempi, a quanto pare, la Suprema aveva adottato il sistema di affidare le cause a due relatori, riservandosi a decidere in base al loro parere.

* * *

Quando nel 1629 si trattava di organizzare la Suprema, Filippo IV invitò Castaneda di presentargli un esatto resoconto relativo alle paghe, alle spese delle corride e della illuminazione. nonché delle spese inerenti al mantenimento dei tribunali. La Suprema, come. al solito, tergiversò e credette di dover rispondere soltanto che il Capo Inquisitore godeva di una rendita di 500.000 maravedi, il Conego de la tarde, da 166 a 660, il Segretario Reale ed il Tesoriere 200.000 maravedi ciascuno.
Siamo riusciti a rintracciare un esatto resoconto degli onorari della Suprema, dal quale risulta che l'onorario ed i proventi straordinari del Capo Inquisitore ammontavano a 452.920 maravedi, mentre i membri ordinari ne ricevevano la metà. Naturalmente in quei tempi il valore d'acquisto del danaro era notevolmente diminuito, tuttavia ciò non giustifica l'enorme lusso sfoggiato in ogni occasione dalla Suprema e dai suoi dipendenti.

Anche il Re partecipava nei proventi delle propines e luminarias, nella doppia misura del Capo Inquisitore. Nel 1679 e 80 vennero spese 687.726 maravedi per le corride, per le feste di San Isidoro e SantAnna, nonché agli « auto da fé » Sacramentalis Corpus Cristi. Si rileva da documenti dell'epoca che una corrida costava circa 131.275 ed un « autodafé » circa 144.976 maravedi.
La Suprema non era affatto schifiltosa nella scelta dei mezzi per aumentare i propri proventi. Nel 1659 la nascita dell'Infante Ferrando Thomas diede occasione a decretare due speciali propine e cinque speciali luminarias. Ma non era parca nemmeno nella retribuzione straordinaria dei propri dipendenti. Nel 1670, per esempio, fece votare una rendita annua di 4.00 ducati come dote a Donna Juana Fita y Ribera che era, a quanto pare, la nipote del Segretario dell'Inquisizione.
Nello stesso tempo la Suprema provvedeva con larghezza alle distrazioni ed ai divertimenti dei propri membri, incurante della terribile provenienza dei mezzi devoluti a questo scopo che venivano carpiti con confische ed ammende, con le quali mandarono in completa rovina migliaia di fiorenti famiglie. Col motto « Exurge Domine et vindica causam tuam » i Tribunali da un lato privavano dell'onore, della vita e del patrimonio le persone ritenute colpevoli, dall'altro ponevano la massima cura a divertire il popolo nelle occasioni festive.

Vediamo un po' l'amministrazione interna del Santo Uffizio. Per la corrida del 3 Giugno 1690 si spendettero 267 reales, ma bisogna aggiungere che il trattenimento venne tenuto nel Palazzo del Buen Retiro pagando un noleggio di 4400 reales per l'uso dei balconi. Questo é solo un esempio del continuo sciupio di danaro praticato dalla Suprema allo scopo di far divertire i propri membri. Queste spese non si limitavano alle corride ad agli « auto da fé ».
Nel 1690 la Suprema pagò 3300 reales per l'uso dei balconi sulla Calle Mayer donde assistevano al festoso ingresso della nuova Regina, Maria Anna von Neuburg.
La Suprema non avrebbe potuto largheggiare di mezzi se non avesse avuto dei proventi permanenti e notevoli. Non solo i Tribunali dello Stato contribuivano abbondantemente alle necessità della Suprema, ma anche le colonie lo facevano. Messico e Lima pagavano 10.000 ducati all'anno e talvolta anche più. Anche da Cartagena de los Indias inviarono più di 100.000 pesos all'anno all'Inquisizione.

D'altra parte però le rendite della Suprema venivano seriamente intaccate dai contributi alle spese di guerra, comminati per Decreto Reale. Solo dopo le guerre napoleoniche il fallimento dello Stato diminuì notevolmente la sostanza patrimoniale dell'Inquisizione.
In contrasto con gli splendidi onorari il Consiglio lavorava solo tre ore al giorno, al mattino, mentre Martedì, Giovedì e Sabato tenevano una seduta di due ore nel pomeriggio. Originariamente le sedute del Consiglio venivano tenute nell'appartamento del Capo Inquisitore, finché sotto il Regno di Filippo IV acquistarono il Palazzo del favorito condannato, Rodrigo Calderon e così il Santo Ufficio ebbe la sua sede permanente.

IL TRIBUNALE


L'Inquisizione durante la sua attività era rappresentata dinanzi al popolo dai tribunali locali. Il Capo Inquisitore e la Suprema si tenevano appartati e non avevano contatto diretto con il pubblico.
Diversa era la questione degli inquisitori i quali potevano ordinare l'arresto e la segregazione in carceri segrete di qualsiasi persona altolocata, nonché procedere al sequestro del patrimonio ed all'inflizione di gravi ammende. Era naturale dunque che gli uomini investiti di tali poteri emanassero dappertutto terrore con la sola loro presenza. Essi erano gli agenti visibili del Santo Uffizio, gli esponenti della sua universale autorità, avevano il diritto di chiamare in aiuto la potente organizzazione e rispondevano esclusivamente ai propri superiori diretti. Il Tribunale stesso dove giudicavano sulla vita e sul patrimonio di tutti coloro che ritenevano opportuno sottoporre al loro giudizio, dinanzi al quale non si poteva che comparire col massimo terrore, non essendo mai sicuri che una parola mal ponderata o la denuncia di qualche nemico non facesse andare sul banco d'accusa, era organizzato con la massima semplicità.

Nel 1481 due Frati Domenicani con un giureconsulto ed un avvocato che rappresentava l'accusa formavano a Sevilla un Tribunale ed il loro raggio d'azione in pochi anni si estese enormemente.
Nelle epoche successive si fecero diversi sforzi per ridurre il numero enormemente accresciuto dei funzionari però sempre con esito negativo e nemmeno l'intervento del Re e del Papa valsero a migliorare la situazione.
Era impossibile liberarsi da coloro che avevano comprato per danaro un seggio vitalizio. Nel 1677 Valladares fece rapporto a Carlo che gli introiti dell'Inquisizione non coprivano nemmeno la metà delle spese perciò proponeva che le cariche che si rendessero vacanti in seguito non venissero più assegnate ad alcuno, e che il maggior Tribunale non potesse avere più di tre inquisitori in funzione.
Il Re approvò la proposta e qualche carica superflua venne soppressa. Ma, come tutte le riforme, nemmeno questa aveva carattere stabile.

Non mancavano neppure le tendenze per assicurare un ordinato e disciplinato lavoro dei tribunali sebbene i buoni intendimenti fossero stati ostacolati dall'eccessiva autorità concessa agli Inquisitori e dalla troppa indulgenza praticata nei confronti di alcuni colpevoli.
Era merito di Isabella di aver riformata la Giustizia nella Castiglia, delegando di tempo in tempo dei severi ed incorruttibili ispettori ai singoli Tribunali per il controllo della loro attività. Questi erano nominati dal Capo Inquisitore in base alla designazione del Sovrano. Col tempo però cessarono queste sistematiche ispezioni ed il controllo venne applicato soltanto nei casi in cui si presentava una particolare necessità.

A Barcellona vi erano parecchi guai poiché il popolo indisciplinato non ubbidiva ai Tribunali. Il compito dell'Ispettore era tutt'altro che facile se esso voleva fare in coscienza il suo dovere. Quando Medina Rico venne inviato nel 1604 come Ispettore al Messico, dove era evidente il cattivo funzionamento della Giustizia, egli citò ad interrogatorio giudiziario gli inquisitori Estrada e Higaera, sospendendoli dalla carica che occupò poi egli stesso per degli anni.
Il Palazzo e lo stabile Comunale dove funzionavano i Tribunali, era suddiviso nel cosiddetto Secreter e negli appartamenti esterni. Esso aveva il compito di dare alloggio agli inquisitori e se vi era spazio sufficiente anche agli altri incaricati.
Le parti più importanti erano le cosiddette « Carcerese Secretas » ossia le carceri segrete, dove tenevano rinchiusi gli accusati che in caso di necessità potevano essere portati nella Sala di dibattito, senza che alcuno li vedesse. Vi era naturalmente anche una camera di tortura interamente sotterranea. Una parte caratteristica della sala di dibattito era la cosiddetta « Celosia » dietro la quale il teste poteva constatare l'identità dell'accusato senza che quest'ultimo lo potesse vedere o riconoscere.

Con la bolla del 1478, Papa Sisto autorizzò Ferdinando ed Isabella di attribuire le cariche di inquisitori a tre Vescovi, od altre persone degne, ecclesiastici o frati i quali avessero superato il quarantesimo anno di età, fossero devoti a Dio, di carattere nobile, dottori in teologia o per lo meno versati nelle leggi canoniche. Il limite di età di quarant'anni era già stabilito da molto tempo, e considerate le prerogative necessarie era ben ben determinato. Quando Sisto nel 1483 voleva liberarsi dell'inquisitore Gualbas pregò Ferdinando di sostituirlo con qualche professore di teologia che fosse devoto a Dio e godesse la stima generale per le proprie virtù.
Gli inquisitori che fungevano in Spagna erano domenicani e sebbene ciò non fosse esplicitamente pattuito era ritenuto naturale che l'Istituzione rimanesse tra le loro mani. Ma Ferdinando durante il suo alterco con Sisto circa il controllo dell'Inquisizione dell'Aragona cozzò contro il dovere di obbedienza dei Frati verso il loro Generale, che naturalmente era devoto alla Santa Sede. Quando Innocente VIII il 3 Febbraio del 1485 rinnovò l'incarico di Torquemada parlava già nelle formule di qualifica di Latrades, cioè di persone ecclesiastiche adatte alla carica d'inquisitori i quali dovevano essere dotti, devoti a Dio e sia dottori in teologia sia dei Canonici e per semplificare la casa non si rimase rigidi sul precedente limite di età, ma si fissò il minimo limite in trent'anni.
Così le cariche del Santo Uffizio vennero aperte anche ai laici che non indugiarono a nominare sino a che essi rimanevano celibi; però non appena si ammogliavano dovevano dare le dimissioni.

La Suprema sorvegliava sempre la moralità degli inquisitori, riconoscendo le innumerevoli tentazioni alle quali essi erano esposti durante lo svolgimento della loro attività. Fra le altre cose che gli Ispettori chiedevano ai nuovi inquisitori, essi domandavano sempre se avessero condotto una vita onesta, se non avessero tenuto pubblicamente un'amante o oltraggiato le donne arrestate, le moglie e le figlie dei detenuti e se avessero sempre rispettata la memoria dei morti.
La visita dell'Ispettore era congiunta ad una certa cerimonia e pompa. Prima che egli raggiungesse la città veniva inviato un messaggero per annunciare il tempo del suo arrivo ed allora le autorità civili ed ecclesiastiche nonché le notabilità gli andavano incontro, per accompagnarlo alla sua residenza.
Il Segretario del Tribunale veniva incaricato di curare la pulizia e di provvedere ai particolari del ricevimento. In questi casi la mancanza di rispetto verso l'Ispettore veniva severamente punita. Nel 1564 quando il dottor Punta visitò le Sedi Vescovili di Gerona ed Elne trovò chiusi i cancelli di Castellon de Ampurias ed uno dei guardiani afferrò le redini del suo cavallo. Vennero immediatamente denunciate le autorità locali, ma i consoli provarono la loro innocenza, mentre furono dichiarati colpevoli i due guardiani e rinviati al Tribunale di Barcellona.

Dove vi erano tre inquisitori l'assenza di uno non costituiva ostacolo all'andamento del lavoro, ma là dove ve n'erano solo due ciò significava già un serio inciampo. Da principio era stabilita la regola che due Ispettori dovevano decidere assieme nelle questioni importanti, come per esempio le torture, la escussione delle prove, ecc.
La persona più importante accanto agli inquisitori era il « Promotor fiscal » ossia un Giudice accusatore. Nella forma originale dell'inquisizione del XIII secolo non esisteva una simile carica ed il procedimento aveva una maggiore impronta di onestà che non col nuovo sistema, con il quale si cercava di dare ad intendere che nell'interesse dell'accusato la causa si sarebbe svolta tra giudice accusatore ed accusato, con la sentenza imparziale promulgata poi da gli inquisitori.
Anche i cancellieri e segretari avevano una parte importante, inquantoché essi dovevano compilare i verbali dei processi, le escussioni dei testi, con tutte le domande e risposte coi maggiori particolari ed infinite ripetizioni che nei sistemi intricati e tortuosi del procedimento si sviluppavano ad una mole addirittura fantastica.
I minori incaricati del Tribunale erano il Mucio il portiere, il carcelero, o alceide de las secretas. Il Mucio era, in realtà, un corriere o messaggero che portava i messaggi alla Suprema o ad altri tribunali, prima che si fosse costituito l'ufficio postale. Il suo mestiere doveva essere molto faticoso. Del carceriere vi era gran bisogno presso i tribunali che disponevano di proprie carceri. Come abbiamo visto da principio questa carica era rivestita dall'Alguasil, i cui incaricati non contavano come dipendenti dell'Inquisizione. La carica di carcelere figura per la prima volta sulla lista del 1499 dove appare Juan de Meyat, come carceriere del Tribunale di Barcellona. Il carcelere doveva essere abbastanza autorevole poiché Ferdinando nel 1515, ritenendo necessario di porre sotto sorveglianza le carceri, autorizzò i tribunali di assumere dei carceleres con uno stipendio di 500 sueldos.

Le carceri quasi sempre affollatissime erano molto malsane e perciò si rese necessaria l'assunzione d'un medico ufficiale, i cui servizi erano indispensabili anche perché prima e dopo la tortura bisognava visitare l'accusato, come pure nei frequenti casi di improvvisa alienazione mentale. Siccome i doveri del medico cadevano entro i sacri limiti del segreto, egli doveva essere una persona degna di fiducia la quale come tutti gli altri incaricati doveva fare il voto di segretezza. Era indispensabile anche il Cappellano, ma non per i prigionieri, ai quali negavano la somministrazione dei sacramenti, ma perché il lavoro giornaliero incominciava sempre con la messa.

Nonostante le continue lamentele la retribuzione del personale dell'Inquisizione non doveva essere molto scarsa, per lo meno non durante il primo secolo e mezzo della sua esistenza. Infatti tra le spese figuravano delle voci come, pagamento degli affitti, illuminazione, spese delle corride ed in molti casi le spese di lutto.
L'aiuda de coste, della quale si sentiva tanto parlare, era il più o meno notevole aumento delle paghe, una rimunerazione particolare o semplicemente un'elargizione. Quando non figurava un'aiuda permanente vi era sempre qualche avvenimento che dava l'occasione alla Suprema di liquidare i compensi secondo il proprio discernimento.
Per poter tener in ordine l'enorme quantità di atti la Suprema ordinò nel 1566 e 1572 che fossero messi a disposizione quattro locali nella camera del secreto uno per affari in corso, uno per quelli sospesi; uno per il materiale pronto ed infine il quarto per gli atti relativi alla « Informacienes de limpiesa ».
Dal 1633 si dovette compilare una scheda particolare di ogni accusato, con la data e col breve sunto della causa. Queste schede fornivano poi la traccia alle indagini fra i parenti ed i conoscenti dell'accusato. Fra tutte queste formalità, assunse le maggior proporzioni quella delle indagini di limpiesa, cioè della purezza del sangue da infiltrazioni ebree, che assurse ad una vera e propria mania e come vedremo in seguito non si risparmiò alcuna classe sociale, dimostrandosi per un affare proficuo, poiché l'Inquisizione era chiamata a decidere nelle questioni inerenti e le sue annotazioni erano le prove.

Queste annotazioni si svilupparono un po' per volta in un enorme archivio che dava le più ampie informazioni sugli eretici, su quelli sospetti e sulla loro parentela. Secondo le istruzioni del 1561, quando un arrestato veniva interrogato era uno dei primi compiti il raccogliere precisi dati sui suoi genitori, progenitori, fratelli, sorelle, zie, zii, dei figli di questi e vedere se tra questi non vi fosse stato qualcuno già prigioniero dell'Inquisizione o comunque punito o colpito di ammenda.
Quando l'accusato era già tanto vessato, che senz'altro abbracciava la Religione Cattolica, implorando pietà, la sua deposizione non era accettata finché egli non avesse reso conto di ogni altro eretico, sia parente sia estraneo, del quale egli avesse conoscenza o sentore, specificando tutte le loro colpe.
Tutto ciò veniva registrato e rubricato con la massima cura finché queste annotazioni riuscirono a fornire un elenco quasi completo di tutti gli elementi sospetti della Spagna. Un ebreo arrestato a Granada, poteva eventualmente compromettere altri venti ebrei che vivevano dispersi da Campostella a Barcellona e fra questi ciascuno che veniva arrestato a sua volta diventava una nuova fonte di informazione, cosicché il contatto tra i singoli Tribunali rese possibile raccogliere man mano tutti i dati che potevano interessare. Questo aumentava in modo grandioso l'efficacia dell'Inquisizione e lasciava ben poca
possibilità di sfuggirvi. Le cause svoltesi nel Secolo XVI, quando questo sistema, si può dire, era già perfezionato, dimostrano che sebbene l'arresto di qualche accusato facesse disperdere i complici l'Inquisizione era sempre sulle loro tracce e non giovava cambiare nome e domicilio.
L'astuzia umana difficilmente avrebbe potuto escogitare un sistema più perfetto per troncare immediatamente ogni tendenza avversa all'Inquisizione.

LA "LIMPIEZA"


Abbiamo ripetutamente parlato della « limpieza », ossia della purezza del sangue che si esigeva da ogni dipendente dell' Inquisizione. Questo era uno dei più notevoli sviluppi del fanatismo ed ebbe una tale influenza sull'ordine sociale della Spagna da meritare un più accurato esame.
Le prime tracce di questa esclusione sociale le ritroviamo nella « Sentencia Estatuto » di Toledo nel 1449, dove ogni converso, venne privato della sua carica pubblica come sospetto nella sua fede. Una reazione la troviamo nella Bolla di Nicolò V, che stigmatizzò un simile procedimento contrario allo spirito di cristianità e vietò là differenziazione fra antichi e nuovi Cristiani, confermando la legislazione di Alfonso X, Enrico III e Juan II.
Ma gli spagnoli non se ne dettero per inteso, poiché nel 1473, costituirono a Cordova la « Fratellanza » sotto il pretesto dell'amore fra Cristiani, escludendo severamente dall'associazione ogni converso ciò che portò più tardi a sanguinosi conflitti e disordini. Può darsi che questo sia stato il motivo che spinse Carillo, Vescovo di Toledo a convocare un Sinodo provinciale ad Alcalà dove condannò solennemente ogni alleanza di fraternità che provedesse il giuramento di non assumere convertiti. Il Prelato dichiarò nullo ogni giuramento fatto in questo senso, assolvendo dal loro voto coloro che avevano giurato.

Era alquanto ridicola l'istruzione che diede a questo riguardo la corporazione dei muratori di Toledo composta principalmente di mudejari i quali vietarono nel 1841 ai propri associati di insegnare la loro arte ai convertiti. Nell'anno seguente venne promulgato a Guipozcoa uno statuto ancor più severo, che vietava ai convertiti di stabilirsi in quella regione e di contrarre matrimonio con donne di quella popolazione.
Il primo riconoscimento ufficiale di questa divisione fra vecchi e nuovi Cristiani era la bolla di Sisto IV del 1483, la quale ordinava che gli Inquisitori dovevano essere antichi Cristiani.
Un altro avvenimento ebbe ancora più effetto sull'avvenire, quando nel 1485 venne organizzata l'Inquisizione temporanea e si ritrovò fra i Frati della Clausura di Guadalupe un ebreo che viveva là già da quarant'anni, senza essere battezzato.
Il fatto di averlo bruciato al rogo immediatamente dinanzi alla porta principale del Convento, non calmò la preoccupazione che anche altri eretici avessero potuto trovare rifugio nel Convento. Venne affisso subito un decreto che nessun discendente di ebreo doveva varcarne la porta. Sorsero infiniti consigli e discussioni. Il decreto venne ritenuto in contrasto con la Bolla di Niccolò V del 1449. Già si preannunciava una violenta bufera e questo indusse Ferdinando ed Isabella a ricorrere all'intervento di Papa Innocente VIII. Questi però schivò di dare una risposta ed incaricò l'Arcivescovo di Sevilla ed il vescovo di Cordova di cambiare o mitigare il decreto secondo il loro discernimento. Ciò venne considerato come una prova a conferma del nuovo ordinamento e si sparse la voce che la Santa Vergine di Guadalupe si fosse rallegrata tanto del fatto da compiere alcuni miracoli.

Il seguente caso era particolare e significativo. Quando Torquemada fondò l'ordine di San Tommaso d'Aquino, era preoccupatissimo che i convertiti, che egli odiava tanto, potessero presentarsi all'assunzione. Perciò si rivolse nel 1495 a Papa Alessandro VI per un decreto che vietasse a chiunque discendente diretto od indiretto di ebrei di farsi assumere, senza il particolare permesso del Decano, alle Università. I Decani, naturalmente, si misero prontamente a disposizione di Torquemada, tanto più che erano minacciati, di scomunica. In questa corrente sempre in aumento di persecuzioni, é da notarsi un'eccezione. Non vi era un più fervente ed inesorabile difensore della Fede di Ximenes, il quale alla fondazione dell'Università di Alcele non fece eccezione con i convertiti. Nello Statuto elaborato con ogni cura, che precisava i requisiti per l'iscrizione non si trova una parola che il sangue ebraico o moro fosse un impedimento. Indubbiamente questo era un fatto di eccezione di fronte al decreto di malafede della Suprema, quando nel 1522 venne vietato alle Università di Toledo, Salamanca e Valladolid di conferire il titolo di dottore ad ebrei convertiti e a figli e nipoti di persone condannate dall'Inquisizione.

Il passo seguente fu intrapreso dai Francescani nel 1525, i quali ottennero un breve da Papa Clemente VII, secondo il quale nessun frate e sacerdote di origine ebraica poteva essere rivestito di alcuna carica in Spagna ed in seguito questi individui non dovevano essere assunti in alcun ordine religioso.
Nel frattempo la questione della « limpieza » rimase sempre sul tappeto e le persone vennero classificate nella categoria di vecchi e nuovi cristiani, poiché le genealogie erano già divenute quasi tutte di pubblica ragione.
Quando nel 1528 Diego de Uceda venne posto sotto accusa fu imputato di Luteranesimo, sebbene egli si fosse dichiarato antico Cristiano. Il Tribunale di Toledo fece indagini a Cordova per trovare le prove, ma là i testimoni riferirono senza esitazione che i genitori dell'Uceda, sia dal lato paterno che da quello materno, erano di purissimo sangue, senza avere nemmeno una goccia di sangue di convertito nelle vene.

L'importanza della questione cresceva sempre; ciò indusse l'Inquisizione a raccogliere le prove anche per documentazione; così nel 1530 venne dato ordine al consiglio d'accusa di citare tutti i parenti di coloro che erano stati colpevoli recidivi o penitenti, per stabilire se non avessero cambiato il loro nome. Di che importanza sia stata per la società questo atto risulta dalla domanda della « Cortes » fatta circolare nel 1532 che richiedeva che fossero considerati antichi Cristiani coloro che potevano dimostrare di discendere da genitori, progenitori e trisavoli e se necessario anche oltre, Cristiani, senza macchia.
I Domenicani non erano tanto ferventi come i Francescani per ottenere la protezione papale della limpieza nell'Ordine. Essi avevano uno spirito meno incline alle persecuzioni che non i Francescani. Il loro più distinto confratello era in quei tempi il Cardinale Thomas de Vio Gaietano il quale quando gli chiesero se pensasse che fosse legale escludere tutti coloro che erano di origine ebraica dall'Ordine, rispose che sebbene ciò non fosse un peccato mortale, considerato che era stata quella razza a dare Gesù Cristo e gli Apostoli, era insensato ed ingrato fare una distinzione, anzi ciò avrebbe ostacolato la loro conversione. Tuttavia ebbero i sopravvenuti i ragionamenti di Siliceo. La conferma della sua legge da parte di Papa Paolo III era definitiva ed inattaccabile. Essa riconosceva la necessità della limpieza come qualifica per tutti coloro che intendevano ottenere una carica dello Stato e della Chiesa. La città di Toledo fece valere questa legge persino di fronte alla Santa Sede e nel 1573 il Legato di Venezia, Leonardo Doneto, portò la notizia che invano il severo ed inesorabile Pio aveva sulla bilancia tutta la sua autorità, per procurare ad un suo vecchio cameriere il quale non era limpio, l'Arcidiaconato di Toledo e che questi dovette poi accontentarsi di una posizione più modesta.

Tutto ciò dimostra che i conversos lavoravano con fervore instancabile, così che Gregorio XIII e Sisto V donarono loro dei Breve a conferma dei loro diritti. Tuttavia la Santa Sede non tardò a dimostrare la sua eterna indecisione quando il Capitolato di Sevilla nel 1565 presentò la domanda a Pio di confermare il regolamento della limpieza, egli rifiutò di accoglierla e condannò apertamente il tono illegale che aveva preso il sopravvento nelle chiese spagnole. Viceversa il Cardinale Paheco difendeva a spada tratta la domanda ed era instancabile nel descrivere la scelleratezza degli ebrei, sino a che Pio adirato, lo aggredì dichiarando che avrebbe fatto quanto gli pareva giusto.

Sembra che in quei tempi non fosse ancora adottato un sistema regolare per comprovare la « limpieza ». Secondo le usanze di Toledo si chiedevano dai candidati, dati genealogici ed un deposito di denaro per le spese. Dopo qualche tempo si presentò la necessità di regolare definitivamente il procedimento ed il compito venne riservato a Filippo II.
Nel 1562 egli emanò un decreto che fedele alle tradizioni confermava la regola delle prove genealogiche. Il Sovrano ordinò dunque che i dipendenti di tutti i Tribunali fornissero prove sufficienti circa la « limpieza » propria e della moglie e che si licenziassero immediatamente coloro che avevano dei difetti di « limpieza » sia nella propria persona che in quella della moglie.
Un decreto analogo venne promulgato nella Castiglia e queste norme hanno la particolare caratteristica che per la prima volta si richiedeva anche la « limpieza » della moglie. Persino per incarichi provvisori era necessario comprovare la « limpieza ».

Nel 1595 Filippo II nelle disposizioni impartite a Manrique de Lera diede una grande importanza alla « limpieza ». Purtroppo la mania non conobbe limiti nella determinazione delle generazioni che dovevano essere « limpie ». Leonardo Donato scrive che la legge esigeva la dimostrazione per quattro generazioni. Tuttavia egli non rispecchia fedelmente il fervore degli spagnoli per il sangue di razza pura. Il fatto che nella « Cortes » di Castiglia nel 1532 si formulasse la preghiera che fosse sufficiente il dimostrare la « limpieza » dei trisavoli fornisce la prova che nella pratica applicazione si era giunti ad un eccesso.
Due cause potevano determinare il sangue impuro. L'una quando qualcuno degli avi apparteneva alle razze ebrea e mora; l'altra quando tra essi si trovava una persona condannata dall'Inquisizione. In relazione con la prima causa venne determinato il limite nei massacri di ebrei avvenuti nel 1391. Coloro che si erano convertiti volontariamente prima di questo periodo, vennero ancora riconosciuti per vecchi cristiani, mentre gli altri vennero considerati come nuovi cristiani. I matrimoni contratti con i convertiti nel XV secolo causarono un'enorme confusone in tutto il paese per varie generazioni. Mendoza y Bobadilla presentò nel 1560 a Filippo, un memorandum nel quale dimostrava che nelle vene della nobiltà di Aragona e Castiglia correva sangue ebraico.

Il zelante segretario del primo Tribunale di Saragozza dichiarava nella sua opera chiamata « Libro Verde de Aragon » che i convertiti che ricoprivano posizioni importanti, dovevano fare da capro espiatorio per tutti coloro che volevano evitare le accuse di impurità ed essi servivano da scudo. Si trovavano in quei tempi molti individui che per malafede o per fanatismo scrivevano dei libri chiamati « Libros Vertes » oppure « Del Recerro » compilati in base a semplici dicerie. Nelle classi alte, ad eccezione di coloro che abitavano nella regione montuosa del Nord e dell'Est, nessuno aveva la sicurezza che un momento all'altro l'esame di razza non rivelasse qualche disgraziata mesalliance. Effettivamente potevano stare al sicuro soltanto coloro, le cui origini insignificanti escludevano la possibilità di indagini nella loro discendenza.

L'altra causa dell'impurità, ossia la discendenza da una persona punita dall'Inquisizione, venne riferita originariamente soltanto ai casi più gravi. Tuttavia questa indulgenza non durò molto data la minuziosità dei giudici inquirenti, i quali ben presto qualificarono ogni castigo inflitto dall'Inquisizione, come una macchia indelebile sulla persona e sui suoi discendenti. Sylva Diego descrive come il procedimento segreto dell'Inquisizione avesse talvolta trascinata la soluzione della questione per degli anni, in mancanza di prove convincenti, incurante che nel frattempo il sospettato e tutta al sua famiglia patissero di questo stato di incertezza.
Quando il richiedente presentava il proprio albero genealogico, doveva versare un deposito che da principio era stabilito in 300 reales. Quando questo affare cominciò a fiorire in modo insperato, si presentò la necessità di creare un'amministrazione separata.

Tutto l'affare divenne per così dire un'incubatrice di imbrogli e provocò addirittura la corruzione, in quanto vi erano sempre in maggior numero le false testimonianze e non erano rare anche le corruzioni tra i dipendenti dell'Inquisizione stessa.
Sebbene Valdés nel 1560 avesse disposto con la massima umanità nei confronti dei testimoni falsi, questo trattamento mite cessò fin dal 1577 quando entrò in vigore l'inizione di una ammenda. Non può essere considerato che naturale, gli innumerevoli guai provocati dal ridicolo culto della « limpieza » finissero per mobilitare anche gli avversari. Lo scrittore più antico che propose coraggiosamente una riforma era il professore Domenicano Salucio, il quale nel 1599 pubblicò un'opera in cui diceva che, se si fosse risaliti per cent'anni, non vi sarebbe rimasto più uno spagnolo che potesse essere incolpato di impurità. Soltanto i componenti delle
classi inferiori la cui genealogia non era rintracciabile avrebbero potuto evitare le conseguenze.

Per dimostrare l'inutilità di tutto il sistema, basterà additare che nella questione delle prove ebbero la meglio i poveri contadini che non possedevano dati genealogici ed i grandi signori contro i quali nessuno osava testimoniare. L'incoerenza era aumentata dalla segretezza, che permetteva agli avversari di raccogliere false testimonianze e di corrompere i funzionari. In questo modo si andava formando una specie di aristocrazia, cioè quella della « limpieza », la quale guardava con disprezzo l'antica nobiltà del paese.

Un altro guaio era l'enorme sciupìo di denari richiesto dal procedimento stesso. Se esso portava ad un buon risultato, l'individuo si trovava ben presto ridotto alla mendicità, per le notevoli spese e per il pagamento dei propri agenti. Coloro che ebbero un insuccesso generalmente non avevano denari sufficienti per ritentare la causa.

Tutto ciò era un enorme danno per l'onore del paese, poiché l'elemento colto che avrebbe potuto essere di grande utilità, non osava più sottomettersi al procedimento nel timore di avere eventualmente una goccia di sangue contaminato nelle vene. La « limpieza » sopravvisse anche alla rivoluzione francese e persino sotto la restaurazione ebbe la stessa capitale importanza avuta sotto la monarchia. Soltanto la sua rigidezza si mitigò alquanto.

La pretesa della « limpieza » sopravvisse l'inquisizione stessa sebbene non sia facile immaginare, con la cessazione di quest'ultima, d'onde prendessero delle prove serie. Sino al 1859 la « limpieza » era uno dei requisiti richiesti per l'assunzione alla scuola dei cadetti e soltanto nel 1860 la « Cortes » cancellò all'unanimità questo ultimo rimasuglio dell'intolleranza e del preconcetto.


LE CONFISCHE

Quando fu istituita l'Inquisizione era previsto che non soltanto avrebbe potuto mantenersi con mezzi propri, ma divenire anche una fonte di proventi. Sarebbe inutile scrutare oggi in quale misura siano stati influenzati Ferdinando ed Isabella dalla possibilità di sequestri, quando scelsero questo sistema per proteggere la fede.
La confisca, come punizione di reati, era un principio già tanto radicato nella Legislazione Reale che non vi poteva essere discussione sulla sua adozione.

Nell'Aragona l'Inquisizione del XIII Secolo riteneva per naturale la confisca dei beni degli eretici. Da principio soltanto la metà del patrimonio venne sequestrato a favore della tesoreria reale, ma rimase riservata a Ferdinando ed Isabella la facoltà di poter applicare in tutto il suo rigore la legge canonica che prevedeva una confisca totale a favore dell'Erario.
Uno scrittore del tempo asserisce che i proventi delle confische vennero suddivisi in tre parti, cioè un terzo per le spese delle guerre contro i mori, un terzo per il mantenimento dell'Inquisizione ed un terzo per scopi religiosi. Tuttavia non troviamo traccia di questa ripartizione e a quanto pare, la Corona disponeva dei fondi secondo il proprio discernimento.

D'altra parte l'alta nobiltà vedeva di malocchio come la Tesoreria Reale inghiottisse man mano le proprietà dei suoi vassalli, sebbene non avessero sollevato delle pretese concrete. Ferdinando in molti casi stimò opportuno di concedere ai nobili un terzo dei beni sequestrati sui loro poderi.

Come abbiamo visto la confisca costituiva una delle più frequenti punizioni contro l'eresia sotto le leggi canoniche. L'eretico era considerato come individuo che stava al di fuori della Chiesa; se non ubbidiva e ricadeva allora veniva bruciato. Se viceversa mostrava pentimento e faceva penitenza allora lo consideravano conciliato con la Chiesa e, sebbene potesse sfuggire così alla morte, gli venivano (e questa era l'obiettivo principale) confiscati interamente i beni.

La confisca era una questione puramente di lucro e veniva eseguita con i sistemi più inesorabili. Quando l'accusato veniva arrestato, tutti i suoi beni erano elencati e sequestrati. Si procedeva all'esame della corrispondenza e della contabilità per stabilire i debiti mentre l'accusato stesso veniva sottoposto all'Audiencia de Hacienda durante la quale doveva dichiarare il valore del suo patrimonio, i debiti, le donazioni ai figli e se nel timore di essere arrestato non avesse nascosto qualche cosa. Questa prostituzione della religione venne sfruttata fino all'estremo limite delle possibilità.

Una risposta insufficiente era calcolata come una bestemmia e veniva punita, come avvenne nel caso di Luis de Perles che venne posto sotto accusa a Valencia per Luteranesimo. La parte più ripugnante del procedimento di sequestro era quella di far confessare al detenuto se non avesse nascosto qualche valore; a questo scopo dei sacerdoti confessavano tutta la notte i prigionieri e non si peritavano di impressionarli col timore della condanna a morte. Se l'avvocato erariale riteneva che fossero state nascoste parti di proprietà il Tribunale promulgava un editto, che bisognava leggere dai pulpiti, che imponeva ai fedeli presenti di denunciare entro tre giorni al Parroco se qualcuno aveva dichiarato parte dei propri beni come appartenenti ad altri. Trascorsi i tre giorni seguiva l'Anatema, con tutte le sue formule terrificanti.

Dopo aver cantato un salmo di introduzione, l'inquisitore invocava l'ira di Dio, della Vergine Santissima, degli Apostoli Pietro e Paolo e di tutti i Santi, su coloro che intendevano privare il Santo Uffizio di quanto gli spettava.

Riguardo la dote delle mogli l'Inquisizione non era più blanda. La dote era perduta in seguito all'eresia della moglie; ma in caso di reità del marito diveniva tutto di proprietà dei figli. Vi erano molti casi in cui due coniugi, dopo anni di convivenza, ad un tratto divenivano poveri, poiché la dote della moglie veniva sequestrata in seguito alla condanna dei genitori della moglie stessa poichè da quelli proveniva la dote di quest'ultima.
Seguivano allora disperate implorazioni ai Sovrani e questi rispondevano molte volte rinunciando alla parte della confisca spettante alla Corona.
Con la stessa rigidezza venivano trattate le doti delle Monache.

Il Convento di Santa Inez di Cordova inoltrò una domanda a Ferdinando, nel 1510, dichiarando che circa circa vent'anni prima, un certo Pedro Silbero vi aveva collocata la nipote, dandole in dote qualche stabile, del quale godeva tranquillamente la rendita, sino a che il nonno della Suora venne condannato per eresia e l'Inquisizione sequestrò una parte dei beni immobili. Questo procedimento era perfettamente legale e solo una grazia particolare del Sovrano poté far togliere il sequestro.

L'eresia diffondeva una tale contaminazione che ogni cosa con la quale venisse in contatto ne era contagiata; non soltanto gli eretici erano destinati alla distruzione, ma anche le loro mercanzie. Nel 1501 Vincenzo de Landera, commerciante di Gaeta, caricò una spedizione di cotone su di un battello, ad Alicante; quando la nave attraccò, nel porto d'arrivo fu sequestrata, perché vi si trovavano due persone condannate dall'inquisizione e soltanto per l'intercessione del Vescovo di Gaeta, primo Cappellano della Regina di Napoli, sorella di Ferdinando, il Landera poté ricuperare la sua merce.

Dalla corrispondenza scambiata fra Ferdinando ed Isabella nel 1498. nonché dalle disposizioni date dalla Regina al Conte Cinfrantes, Governatore di Sevilla, risulta che la Regina diede ordine al Conte di raccogliere tutti gli ebrei che si trovavano nella clausura di San Pedro e di venderli come scvhiavi ad un prezzo adeguato, versando il ricavato all'Erario, dove l'importo sarebbe stato devoluto a copertura delle spese e delle necessità della Corte Marziale. Un analogo ordine venne impartito il 6 Novembre del 1500, riguardo il Maestro Luis Corpano e di sua moglie, ad Auteguerra, i quali nella loro persona e nei loro beni mobili ed immobili, si trovavano sotto sequestro dell'agente fiscale.

Ma non soltanto i convertiti dovevano subire queste vessazioni; anche i vecchi Cristiani venivano messi nelle più penose situazioni. Antiche pretese, da tempo liquidate, risorgevano continuamente e l'unica possibilità era di ricorrere al Sovrano.
L'avidità dell'Inquisizione non diminuiva col tempo, né la sua mancanza di pietà verso le persone di cui adocchiava il patrimonio. Nel 1615 un protestante tedesco di nome Cote venne condannato all'ergastolo dal Tribunale di Toledo. Egli aveva allora ventiquattro anni ed era venuto, ancora in infanzia, alle isole Canarie, da suo zio Juan Aventro. Suo zio aveva sposato una vedova, con quattro figli, la quale morendo lasciò un quinto del suo patrimonio. Nel 1613 Aventro mandò in Ispagna il Cote, con una lettera diretta al Principe Lerma, lettera che portò allo scomprimento della sua eresia.

L'Inquisizione iniziò subito le pratiche per impadronirsi della sua eredità, ma la questione si trascinò molto a lungo, anche perché il Tribunale delle isole Canarie aveva sollevato l'obiezione per i diritti degli eredi, essendosi il Cote e suo Zio dichiarati tempestivamente cattolici. Di fronte a ciò la Suprema, irremovibile, si procurò nel 1646, un attestato dal Tribunale di Toledo, confermante che il Cote, già nel 1613, cioè quando aveva portata la lettera incriminata al Principe Lerma, praticava l'eresia. Non è dato di sapere quali vie tortuose seguisse l'intricata questione, tuttavia risulta che la Suprema riuscì a tenere sotto sequestro il possedimento per ben venticinque anni.

Formavano un enorme impedimento gli atti numerosissimi che si riferivano a vecchie confische. I Tribunali di Leon e di Eciga si rifiutavano di consegnarli e vi fu bisogno di ripetuti energici richiami da parte di Ferdinando, perché finalmente li consegnassero, allo scopo di poterli esporre al pubblico nel Castello di Trancia. Finalmente ebbe inizio la difficile procedura. Vennero nominati degli assessori che applicavano le tasse a coloro che chiedevano l'esame di « limpieza ». L'amministrazione venne affidata a Pedro deVillacis, esperto tesoriere di Sevilla, il quale ancor nel 1508 iniziò il lavoro. Questo progrediva bene, inquantoché riuscirono a raccogliere i pagamenti arretrati, i quali verso il 1515 ammontavano a 650.000 maravedi, che vennero assegnati al Tribunale di Sevilla, che però non ricevette mai il danaro.

Va ricordato, in quest'epoca di cupidigia di danaro, il commercio delle belle schiave, per le quali i reverendi membri della Suprema mostravano sempre un particolare interesse. Il 7 Febbraio 1510 Ferdinando scrisse al Tesoriere di Cartagena di aver appreso che fra i beni di Ramedo Martin, a Santa Cruz, si trovava una schiava di nome Alia. Se ciò fosse stato vero, la donna avrebbe dovuto essere consegnata immediatamente a Peren Ganzelo Nanson, membro della Suprema. Nel 1514 Ferrando de Mezuceus, pure membro della Suprema, inoltrò una domanda al Sovrano, per ottenere una bella schiava mora, che era stata confiscata insieme alle proprietà di Juan de Tena e Ferdinando ne ordinò la consegna, che venne subito effettuata. Per una bella schiava bianca di nome Fatima, che era stata confiscata sul podere di Alonzo Sandres del Castillo, vi era - data la particolare bellezza- una grande contesa. Il Marchese Villena pregò di poterne prendere possesso e Ferdinando esaudì la sua domanda, ma quando, il 15 giugno del 1514, si mandò l'ordine di consegna a Toledo, il Tesoriere non volle consegnare la ragazza, asserendo che l'ordine sarebbe stato emanato a dati falsi, poiché la Suprema l'aveva già aggiudicata all'avvocato erariale Martin Ximenes. Allora partì un altro ordine, firmato non soltanto da Calcena, ma anche dai membri della Suprema, che aggiudicava la schiava a Villena, mentre il tesoriere ed il Ximenes vennero compensati con altre cose di pari valore. È significativo che per gli schiavi maschi non si verificò mai una di queste contese.

Nemmeno Ferdinando esitò ad appropriarsi parte dei bottini fatti fra i suoi sudditi. Nel 1502, per esempio, si appropriò cinquantamila perle autentiche, che erano di proprietà di Micer Regader, bruciato al rogo per eresia. Molte volte egli non attendeva nemmeno la condanna del proprietario, come avvenne per un cavallo che nel 1501 regalò all'inquisitore di Cordova, ma quando seppe che la bestia faceva ottimo servizio alla caccia, mandò a prenderlo per uso proprio, ordinando di pagare quattromila marvedi all'inquisitore come ricompensa. Ancora più incosciente si dimostrò nel 1502, a Granada, quando apprese della morte di Bernaldalla, prigioniero non ancora condannato, ordinando il sequestro di un giardino a Ranolla, di proprietà del defunto carcerato e assegnandolo come luogo di giochi alla Principessa Juana.
Quando, dopo la morte di Ferdinando, Ximenes volle far ordine nelle finanze dell'Inquisizione, sembra che egli ritenesse che nemmeno le sue alte cariche, come Governatore e Capo Inquisitore, fossero sufficienti per poter compiere l'opera. Perciò si fece rilasciare dal giovane Re Carlo una Prammatica datata, il 14 Giugno 1517, da Ghent, la quale fu certamente compilata da lui stesso.
Però Re Carlo non appena consegnata la Prammatica ebbe premura di annullarla. Tre mesi dopo, il 9 Settembre, egli sbarcò in Spagna, circondato da un branco di affamati e voraci fiamminghi, i quali non vedevano l'ora di arricchirsi a spese del loro padrone e dei suoi sudditi. Gli importuni mendicanti fiamminghi fecero sì che ben presto gli sciupii di Ferdinando sembrarono delle inezie. Peter Martyr scrive che i fiamminghi, in meno di dieci mesi dal loro arrivo, avevano già inviato undicimila ducati a casa, in parte per la munificenza della « Santa Cruzada » in parte per i benefici ottenuti dall'Inquisizione, poiché essi ricevevano una parte, non soltanto dei beni sequestrati, ma persino dalle proprietà dei prigionieri che stavano sotto interrogatorio. Ciò dimostra, meglio di tutto, quanto presto essi fossero riusciti a costituire dei contatti segreti, che fornivano loro informazioni su tutte le azioni dei Tribunali e quanto poca fosse la possibilità dei prigionieri di sfuggire alla pena e meno ancora ricuperare i loro beni.

Dopo la partenza di Re Carlo, avvenuta nel Maggio 1520, le confische diminuirono. Il giovane sovrano si era presto incanutito, sotto il peso dell'enorme responsabilità e non tardò a comprendere che la sua posizione esigeva altre attività che la soddisfazione della voracità dei suoi cortigiani. A quanto pare egli lasciava volentieri la decisione al Capo Inquisitore ed alla Suprema di approvare o meno le concessioni che egli distribuiva ai suoi favoriti.

Se abbiamo trattato minutamente questa parte dell'attività dell'Inquisizione, lo abbiamo fatto perché non molti fra gli scrittori dell'Inquisizione si erano accorti sinora della grande importanza che ebbe. Infatti le confische servivano non soltanto a coprire le spese materiali dell'istituzione nei periodi della sua maggiore attività, ma, come gli stessi inquisitori riconobbero, fu l'arma più potente, che destò il massimo terrore nei ceti industriali, che formavano il territorio di operazione più importante per l'Inquisizione. Questo potere creò uno stato di miseria morale e materiale che trovava la sua massima espressione nelle disperate grida di coloro che venivano torturati ed uccisi alla gogna.
A questa linea di condotta si può attribuire la drammatica crisi del commercio e dell'industria spagnola, poiché non poteva formarsi la reciproca fiducia, quando i padroni delle migliori aziende potevano capitare da un momento all'altro fra gli artigli dell'Inquisizione e perdere l'intero patrimonio. Il fatto che l'Inquisizione spagnola rispettava i debiti degli eretici, era una ben piccola concessione, poiché doveva trattarsi di un debito arretrato di quarant'anni, perché l'Inquisizione difendesse la pretesa.

L'Inquisizione venne fondata nei tempi in cui le scoperte geografiche rivoluzionavano il commercio mondiale, quando l'ora dell'industria era già scoccata e l'avvenire apparteneva alle nazioni che più agevolmente avevano potuto adattarsi a nuove circostanze. La situazione della Spagna permise il controllo delle illimitate possibilità dell'avvenire, ma il paese fece cadere ciecamente tutti i suoi vantaggi in seno alle eretiche Olanda ed Inghilterra.

MULTE E PENALI

Sebbene, almeno per il principio, il sequestro dei beni degli accusati costituisse il massimo provento dell'Inquisizione, essa disponeva anche di altre fonti di entrate. Fra questi figuravano le multe, che i Tribunali avevano il diritto di infliggere secondo il proprio discernimento, al minimo sospetto di eresia.
La distribuzione di elemosine, per ottenere il condono dei peccati, era pure in gran voga nel Medio Evo, tanto che gli enormi possedimenti della Chiesa avevano origine anche da questo provento. Abbiamo visto le lunghe lotte di Ferdinando per la proprietà delle multe, le quali in fine vennero aggiudicate all'Inquisizione. Ciò cambiò naturalmente più tardi, quando il controllo finanziario fu assegnato alla Suprema. Tuttavia i diversi fondi erano distaccati.
Il 13 Maggio del 1585 in un « auto da fé » di Sevilla fu inflitta una multa di cento ducati a un penitente accusato di luteranesimo e duecento ducati a un bigamo. L' « auto da fé » fruttò complessivamente ottocentocinquanta ducati e duemila maravedi, ma vi erano altri « auto da fé » che fruttavano molto di più, se gli accusati erano in maggioranza persone benestanti.

A questo riguardo l'Inquisizione romana segna un contrasto molto sfavorevole a quella spagnola. Ad eccezione di Milano, Cremona ed altre città che stavano sotto il dominio spagnolo, le pene materiali vennero applicate solo molto di rado. Anche la gran maggioranza dei papi era contraria a queste pene, particolarmente Alessandro VII, il quale ripudiò lo sfruttamento della Fede a scopo di lucro.
La Curia romana aveva abituato da molto tempo il Cristianesimo al pensiero che le assoluzioni erano comperabili e che l'esonero dalle multe era un puro atto di compra e vendita.
Questi flagelli erano completati dalle pene corporali. Vi era la galera, l'esilio, le prigioni, l'obbligo di portare il chebito o sanbenito, una specie di cilicio giallo con in mezzo una croce rossa. Era questo il segno esteriore della vergogna e rendeva difficile alla persona marchiata di guadagnarsi di che vivere.

La Curia Romana continuava indefessa il commercio di ogni genere di dispense, con una spudoratezza che offuscava anche quella della Giustizia spagnola.
Anche la Spagna non rimase indietro nel traffico delle dispense. Qualsiasi sentenza fosse portata dagli Inquisitori, il Capo, a seconda delle sue influenze, poteva annullarla, come per esempio Valdes nel 1551, garantì a Leandro de Loriz che avrebbe ottenuto la carica di assessore a Valencia, sebbene quel Tribunale lo avesse già interdetto da ogni carica nella giurisdizione.

La riabilitazione, cioè la concessione di poter esercitare il commercio o mantenere un negozio, era una buona fonte di proventi per il Sovrano e di conseguenza per i dipendenti della Corona. Questo mercato divenne tanto diffuso che nel 1552, nella Cortes di Madrid, se ne parlò lamentando che essendo i figli o i nipoti dei condannati eretici, persone generalmente ricche, i pingui proventi della riabilitazione, in base alle Prammatiche, erano carpiti dai Regnanti a danni del paese.
La Curia non si intromise mai a cambiare le pene inflitte dall'Inquisizione. A questo riguardo vi era quindi la massima libertà e le somme derivanti dalle condanne dovevano essere molto considerevoli, poiché l'Inquisizione era sempre pronta ad eventuali concessioni, persino nei casi di condanne alla galera, che era pure calcolata una pena assai più severa del Carcel y Abito e tuttavia riscattabile. Siccome però il prigioniero era sempre importuno, mentre il galeotto era utile e ve n'era sempre richiesta, si può immaginare che il prezzo di riscatto fosse molto elevato.
Il prezzo di riscatto del galeotto poteva essere di varia natura.
Nel 1545, Don Luis Nunez, latifondista di Agodan, offrì due schiavi
per riscattare due vassalli mori, tra i quali l'uno era condannato a dieci e l'altro a dodici anni di galera dei quali ne avevano scontato tre. Siccome all'esame i due schiavi risultarono uomini forti, il patto venne convenuto.
Evidentemente la Suprema non si curò molto delle disposizioni impartite da Filippo II a Manrique de Lora, ammonendolo di essere molto cauto nel condono delle pene di galera, poiché era necessaria una seria ragione, mentre non si dovevano prendere in considerazione le invocazioni, ma eseguire le sentenze con la maggior sollecitudine possibile. Lo stesso ammonimento venne ripetuto da Carlos II nel 1685 e questo rende evidente che nessun freno era stato posto alle contrattazioni del Santo Uffizio.

PREBENDE ECCLESIASTICHE

Filippo III ascoltò finalmente le lagnanze dei Capitoli e nel 1503 diresse un decreto alla Suprema nel quale richiamava l'attenzione sul danno provocato dal fatto che i canonici venissero distolti dal loro dovere, ordinando che in avvenire si usasse maggior riguardo, particolarmente verso l'Arciprete e i canonici addottorati. Ma questo ordine ebbe solo un effetto transitorio. Infatti risulta che nel 1655 al Tribunale di Cordova, fra tre inquisitori, Bernardino de la Roche era il Priore ben stipendiato della Cattedrale di Cordova, mentre Bartolomeo Bujen de Sannoza era Canonico di Cuenza e Fernando de Villegas direttore dell'Internato San Bartolomeo. Quindi questo unico Tribunale aveva privato Cuenza di due dignitari ecclesiastici e Cordova di uno. Sebbene queste cose fossero state ripetutamente raccomandate all'attenzione dei Papi, non vi venne posto rimedio, però in quei tempi della pericolosa propagazione dell'eresia, si dimostrava quanto mai necessario rafforzare e dare carattere permanente ai tribunali del Santo Uffizio.

Secondo la mentalità degli esponenti dell'Inquisizione la questione sarebbe stata facile a risolversi se il Papa avesse sacrificato una parte delle prebende ecclesiastiche, le quali, sempre secondo gli inquisitori, promuovevano in misura ridottissima la propaganda della Fede. Sebbene il Santo Uffizio fosse sovvenzionato da tutte le parti, gli inquisitori erano non poco preoccupati del suo avvenire, attendendo i rimedi da Sua Santità.
La menzognera esposizione dei fatti, opportunamente sottolineata dalla parola del Re, venne presentata da Varegas al Papa e ben presto egli poté riferire che il Papa lo aveva ricevuto in udienza particolare assieme al Cardinal Palveo, che lo aveva assicurato della sua benevolenza, ordinando che il clero venisse tassato di centomila ducati, cioè l'uno per cento della rendita complessiva.
Il grado di diffusione dell'eresia in Francia e il conseguente timore che la Spagna venisse contagiata resero conciliante la Curia su questo punto.

Pio IV morì il 9 Dicembre 1565 e Valdes venne eletto nel 1566. Sebbene la cosa non cambiasse, molto difficilmente si sarebbe potuto immaginare una peggiore sfacciataggine nella giurisdizione, dell'aver insediato, come proprio Capo, colui che aveva tratto profitto dall'oppressione. Dei casi analoghi si sono verificati nel 1560, a Cordova, ad Alcala de Heneres ed a Pudela, dove solo dopo energici passi, finalmente si cominciava a rispettare l'autorità pontificia. Così il 29 Gennaio del 1560, Andrea Martin riuscì a far valere delle Bolle che lo autorizzavano ad usufruire di una pensione di trenta ducati, dal fondo canonico di Calahora, già tenuto da un suo fratello prelato che era morto. La stessa cosa fecero a Cuenza Juan Rodriguez e Pedro Lara i quali pretendevano cinquanta ducati di pensione da un Canonicato resosi vacante.

Sorgevano molte questioni strane le quali tenevano sempre sveglia l'ostilità fra i Capitoli e l'Inquisizione; frequentemente si ricorse a Roma, ma questi ricorsi vennero raramente decisi a favore del ricorrente, poiché l'Inquisizione riusciva sempre ad avere il sopravvento. Quantunque questi attriti avessero avuto un'influenza dannosa agli effetti dei proventi dell'Inquisizione, le prebende ecclesiastiche tuttavia costituivano tre ottavi di tali entrate, che già nel 1531 ammontavano a circa 600.000 reales. Se non vi fosse stata l'idea geniale di Valdes con la quale, nel 1599, egli riuscì ad assicurare all'Inquisizione una parte delle prebende ecclesiastiche, é dubbio se l'Inquisizione non si sarebbe dimostrata un aggravio troppo forte allo Stato e, come istituzione non vitale, non sarebbe stata definitivamente lasciata morire da Carlos III.

Al principio del Secolo XVIII molte nubi pericolose si accumularono sul cielo di Spagna. La guerra di successione suscitò dappertutto dei torbidi. Non solo le finanze dell'Inquisizione ne risentirono, ma il governo borbone sollevò tali pretese che Filippo IV non avrebbe osato avanzare nemmeno nelle epoche di maggior necessità dello Stato.
Erano permanenti le lamentele per la miseria, e le tabelle di rendita, compilate in quei tempi, forniscono la prova del notevole deprezzamento dei valori, verificatosi sotto Filippo V. A quanto si diceva le spese della Suprema erano di sette volte superiori alle sue rendite.

Verso la metà del Secolo la situazione generale accennava ad un miglioramento, ma tuttavia l'Inquisizione nelle Province era talvolta costretta a coprire i propri fabbisogni con la mendicità. Ciò a grave danno della sua integrità, poiché la popolazione affamata, non di rado si ribellava di fronte alle richieste.
L'organizzazione finanziaria dell'Inquisizione era originariamente molto semplice. Il custode dei beni confiscati, cioè il Tesoriere, era un dipendente Reale. Quando Ferdinando morì, gli Inquisitori diedero ad intendere ai Tesorieri che la carica cessava con la morte del Re, tuttavia, dopo l'abdicazione di Carlo V, il sistema era già tanto solidamente fondato, che poteva essere considerato definitivo, anche in caso di cambiamento di Sovrano. Nessuno si attendeva integrità dal Tesoriere e da principio il denaro era tenuto in una cassetta chiusa a tre chiavi, in modo da poter essere aperta soltanto in presenza di tutti e tre i tesorieri.
Ma altra cosa era stabilire le norme di regolamento ed altra cosa era mantenerle. Queste disposizioni vennero inviate anche in Sicilia, donde dopo poco giunse alla Suprema la lagnanza che i tre tesorieri scambiavano tra loro le chiavi e derubavano la cassa.
Sebbene le continue lamentele per la cattiva gestione finanziaria possano essere in parte attribuite all'ignoranza dall'inesperienza, sarebbe ingiusto motivare esclusivamente con ciò gli ammanchi. L'amministrazione probabilmente non era né migliore, né peggiore di quella di qualsiasi altra istituzione governativa.

QUINTO LIBRO
( prima parte )

Le fasi del procedimento giudiziario - L'editto dell'assoluzione - Il Carcere Segreto - Le prove - La deposizione e la confessione - L'istruttoria - La sentenza - Le pene - La flagellazione - La « Verguenza » - Il « Mordaza » - La galera - « De vehementi ajuratio » - Il sanbenito - Procedimenti ecclesiastici contro gli ecclesiastici - Il martirio al rogo - L'auto da fè -

 

LE FASI DEL PROCEDIMENTO

L'EDITTO DELL'ASSOLUZIONE
Abbiamo già fatto qualche cenno all'editto dell'assoluzíone, che in principio ebbe una parte importante nell'organismo dell'Inquisizione. L'usanza aveva origine dal Secolo XIII, cioè quando, in qualsiasi luogo si installava un nuovo Tribunale, l'inquisitore, con la prima predica, doveva annunciare un'indulgenza che durava trenta o quaranta giorni. In quel frattempo ogni pellegrino, che si sentisse reo di eresia, poteva presentarsi. a confessare i propri peccati e quelli altrui. L'Inquisizione garantiva a questi individui che chiunque si fosse pentito dei propri peccati, sarebbe stato ripreso con affetto in seno alla Madre Chiesa, e, pur ricevendo una salutare penitenza, non sarebbe stato condannato né a morte, né alla prigione, né alla confisca dei beni. D'altronde gli inquisitori erano autorizzati, allo scopo di conciliare le anime, a comminare un'elemosina secondo il loro discernimento, il ricavato della quale veniva impiegato come contributo alla santa guerra contro i Mori.

Tuttavia, secondo una vecchia disposizione di Torquemada, questi individui conciliati non potevano ricoprire cariche pubbliche, sino a che la loro devozione non fosse provata. Tutti coloro che non facevano una confessione completa, sia a proprio riguardo, che a quello degli altri, erano da considerarsi come dei finti penitenti e se si potevano raccogliere delle prove contro di loro, doveva essere iniziato un rigoroso procedimento. I fuggiaschi, qualora si presentassero entro un dato termine, potevano essere ammessi all'indulgenza.
Le confessioni consegnate durante l'editto di assoluzione presentano un quadro commiserevole, inquantochè i disgraziati individui tentavano in ogni modo di confessare il meno possibile, nella speranza di poter diminuire la pena pecuniaria.
Essi tentavano di
diminuire la propria colpa, accusando coloro che li avevano trascinati sulla via errata. Imploravano in ginocchio l'inquisitore, dichiarandosi pentiti dei propri peccati e facendo voti di devozione.

La confessione di Maria Gonzâles de la Panpana, nel 1483, é un esempio caratteristico. Essa tentava di gettare tutta la colpa sul marito, mostrando le tracce delle scudisciate sulle mani inflittele dal marito, quando egli, con la forza, voleva convertirla alla religione ebraica. La donna venne ammessa alla conciliazione, ma all'incirca tre mesi dopo venne arrestata, sottoposta alle torture ed infine arsa viva, al rogo, in occasione del grande « auto da fé » del 23 Febbraio 1484.

Se l'editto dell'assoluzione praticamente non giovava molto alla propaganda della fede, maggior servizio esso rese con le oblazioni fatte dalle masse in tale occasione.
La conversione forzata dei Mori non diede i risultati attesi, poiché essi avevano la cattiva abitudine che mentre confessavano apertamente i propri peccati, con nessun mezzo si poteva muoverli a tradire gli altri colpevoli, loro connazionali: perciò venivano bruciati vivi, col motivo della loro ostinazione. Dopo l'espulsione dei Mori nulla si sentì per due anni, dell'editto di assoluzione. Nella Spagna non vi era più quella massa di eretici e elementi sospetti contro i quali sarebbe stato applicabile un simile procedimento e l'unità della fede era garantita sino al limite delle possibilità.

Senonché con le guerre Napoleoniche una nuova contaminazione si diffuse nel paese. La Spagna fu invasa da elementi eretici provenienti da paesi liberi, come la Francia e l'Inghilterra. Perciò con la riattivazione dell'Inquisizione, nel 1814, sembrò opportuno di combattere, con gli antichi sistemi, l'eresia ed il movimento per la libertà.
Secondo i rapporti dell'epoca qualche « espontandeo » approfittò dell'editto promulgato, ma in numero pietosamente esiguo. A quanto pare però l'antica persecuzione non fu ripresa. I Tribunali indubbiamente erano troppo occupati a rattoppare il loro passato splendore, per poter perdere del tempo con investigazioni contro gli eretici.

Se esaminiamo l'attività giuridica dell'Inquisizione, troveremo indubbiamente molte cose che con gli odierni concetti di giurisdizione farebbero scandalizzare a ragione. Infatti si vede che l'accusato era dichiarato colpevole, a priori, ed il Tribunale non aveva altro scopo che muoverlo alla confessione. Sarebbe difficile quindi escogitare un modo più ripugnante per condurre un giudizio.
La differenza più notevole tra l'inquisizione e le altre giurisdizioni consisteva nella impenetrabile segretezza che copriva tutte le
sue operazioni. Indubbiamente aveva altre cattive qualità, ma ciononostante fu sempre la segretezza a danneggiare principalmente le vittime e ad incitare maggiormente gli inquisitori ad abusare del loro potere.
Questa era un'eredità del Secolo XIII', quando l'Inquisizione riconobbe che il generale terrore suscitato da questa mistica segretezza le assicurava una posizione del tutto privilegiata di fronte alla Giustizia civile, che ebbe la sua manifestazione conclusiva negli orrori dell'« auto da fé ».

Da documenti storici dell'epoca si può dedurre che a quel tempo l'Inquisizione ed il Tribunale avevano edifici separati. In quello dell'Inquisizione gli inquisitori si radunavano nella cosiddetta « Audiencia de carcele ». Ma vi era anche un locale dove portavano, durante il dibattimento, l'accusato. Il secreto era nella prossimità delle carceri, mentre le anticamere servivano come archivi. Nulla che avesse un collegamento con l'Inquisi zione doveva rimanere fuori dalle mura dell'edificio. Ogni lettera, notifica, fattura o citazione, doveva essere restituita con la risposta scritta sullo stesso atto. Nessuna tipografia poteva stampare un documento senza che il Capo Inquisitore o la Suprema ne avessero presa visione, sotto pena di scomunica e multa di cento ducati.

Nel 1575 il Legato Leonardo Donato, il quale riteneva tanto necessaria l'Inquisizione per la Spagna, la descrisse tanto misteriosa nelle sue funzioni, che le sue vittime nulla potevano sospettare della propria sorte, sino alla lettura della loro sentenza di morte all'« auto da fé ».
Era pienamente riconosciuta la grande importanza del sigillo, come espressione universale della libertà di azione e come simbolo mistico dell'irreprensibilità. Quanto più segretezza serbava l'Inquisizione nei propri affari, tanto maggiore tributo di stima ebbe da parte delle sue vittime. La segretezza era applicata non soltanto negli affari della Religione, ma anche in tutto quanto vi era connesso, i voti, gli ordini, le decisioni, le lettere dirette alla Suprema, gli atti che si riferivano alla « limpieza » od ad altre questioni misteriose.

Nello stato originario medievale l'attività dell'Inquisizione era semplicemente e propriamente l'inquisire. L'inquisitore stesso provvedeva alle funzioni di accusatore e di Giudice, raccoglieva le prove e si sforzava di muovere l'accusato alla confessione, quindi pronunciava la sentenza. Quando il Santo Uffizio si stabilì nella Castiglia, agì come la continuazione dell'antica Inquisizione. Nella collezione dei suoi privilegi, accanto alle Bolle Papali del Secolo XIII, vi erano dei manifesti moderni, nonché le leggi violente di Federico II e le cosiddette Cedole dei Re Cattolici.

I testimoni venivano introdotti dagli inquisitori. Le disposizioni del 1484 ordinavano esplicitamente che l'Inquisitore dovesse interrogare personalmente i testi e non incaricare il Cancelliere. Ma gli inquisitori generalmente avevano tanti affari urgenti, da non trovare il tempo per l'interrogatorio dei testi e molte volte mandavano una deputazione al Cancelliere, per farsi sostituire da lui. Con l'andare dei tempi gli inquisitori evitavano sempre più simili pratiche. Per ciò che riguardava il procuratore, questi aveva soltanto la parte dello spauracchio, che intimidiva gli accusati, con continue minacce, allo scopo di indurli alla confessione, prima della presentazione dell'atto d'accusa, nel quale generalmente si chiedeva l'interrogatorio per mezzo di torture.

Studiando i lunghi e circostanziati rapporti delle cause, é interessante constatare come l'accusato, il quale incominciava col negare audacemente tutto, a poco a poco cedeva, sotto il peso della terrificante accusa ed infine finiva col fare una confessione affrettata, con la quale non esitava ad accusare parenti ed amici. La situazione dell'accusato lo rendeva del tutto impotente; egli stava solo dinanzi allo spietato ed esperto giudice. Già da settimane o da mesi egli stava meditando nella cella, apparentemente dimenticato, vivendo nella permanente incertezza di essere citato da un momento all'altro, dinanzi al consiglio d'accusa. Il disgraziato tormentava il proprio cervello, con lo sforzo compiuto nel tentare di indovinare l'effetto suscitato dalle dichiarazioni che avrebbe fatto e di dedurre le conseguenze della confessione o del diniego. Nello stesso tempo si torturava col pensiero della fuga; insisteva sulla propria innocenza, mentre il cosiddetto avvocato patrocinatore lo stimolava a confessare tutto e a ricorrere alle implorazioni di fronte ai giudici inesorabili.

Bisognava avere in verità una tempra eccezionale per poter sopportare questa lunga tensione di nervi, sapendo che l'avversario i questo gioco mortale aveva sempre a disposizione la camera di tortura. Il trattamento dei carcerati era abbastanza buono, si provvedeva agli ammalati ed ai poveri a spese del fisco. L'interrogatorio dei testi era seguito con la massima diffidenza e siccome il tempo contribuiva sempre a illuminare la giustizia, non si affrettavano le decisioni, ma si procedeva con lentezza, come era di dovere quando era in gioco la vita, l'onore ed il patrimonio, non solo dell'accusato, ma di una intera generazione. Se qualche rara volta l'accusato riusciva a provare la sua innocenza e non vi era alcuna possibilità di condannarlo, l'Inquisizione non tardava a farne grande pubblicità, per dimostrare la sua giustizia, in modo che tutti fossero convinti che le sue, condanne erano irreprensibili; in tali casi si portava festosamente in giro per la città, a cavallo, l'accusato, ornato di palme come un eroe vittorioso.

In quale misura fosse giustificata questa idealizzazione dei sistemi dell'Inquisizione lo abbiamo già potuto constatare, ma si vedrà anche in seguito.
Nessun altro dovere era tanto inculcato nella popolazione come quello di riferire all'Inquisizione qualsiasi parola od azione di ogni mancanza a questo dovere, mentre la legge ecclesiastica comminava la scomunica. Sotto la giurisdizione reale era vietato accusare i soldati del Re; una madre non poteva accusare il figlio, eccezion fatta se egli avesse peccato contro di lei e chi era allevato da qualcuno, in conoscente. Le leggi del Santo Uffizio comminavano la morte a chi loco parentis, non poteva accusare il suo tutore.

Abbiamo visto nei casi di Carranza, Villanueva e Florian Diaz, quale importanza avesse la funzione di calificador, ossia del censore, e quella del modo in cui venivano presentate le prove durante la riabilitazione delle monache del Convento San Placido, il calificador ebbe cura di dichiarare che, secondo analoghe testimonianze ricevute da suoi predecessori, in cause consimili, egli avrebbe emessa la sentenza, uguale a quella emessa ai detti predecessori.
Sarebbe difficile stabilire l'epoca in cui venne introdotta, la Ca Llorrente asserisce che nel 1550 non era ancora in uso, però ciò é errato, poiché, già nel 1520, la Suprema aveva ordinato che senza la sua approvazione fosse vietato nominare il calificador.

Nelle disposizione della riforma, nel 1498, venne raccomandato agli inquisitori di procedere con cautela negli arresti e di non arrestare nessuno, senza prove sufficienti. La frequente ripetizione di questo ordine fa tuttavia supporre che esso non sia stato preso in gran considerazione.
Citeremo qualche esempio che dimostrerà quanto poco valore pratico avessero tutte queste cautele.
A Toledo, il 5 Giugno 1561, il Procuratore informò il consiglio d'accusa che Isabel, figlia di Alvaro Ortolano, era sospetta di eresia e perciò ne chiedeva l'arresto. Gli inquisitori risposero che quando si fossero raccolte prove sufficienti, avrebbero rilasciato l'ordine di arresto. Allora il Procuratore dichiarò che egli stesso aveva sentito che Isabel si vantava con una amica di mantenere i digiuni ebraici ed allora venne ordinato immediatamente l'arresto.

Considerato che in questo caso, si trattava di una bambina, di appena dieci anni, il suo arresto, avvenuto su una base così labile, dimostra quanto poco effetto avessero le disposizioni del 1498.
Fra le lagnanze presentate per arresti, senza motivo, vi era soprattutto quella dell'onta che ne derivava a tutti i congiunti dell'arrestato. L'Inquisizione aveva la massima cura che l'arrestato, dal momento del suo arresto, non potesse scambiare parola con alcuno. Se ciò tuttavia fosse avvenuto, durante il trasferimento alle carceri, le guardie avevano severo ordine di denunciare coloro che avevano rivolta la parola al detenuto.
Se venivano arrestate due persone nello stesso tempo queste venivano tenute rigorosamente separate, tanto durante il tragitto, quanto in carcere.

Un'altra disposizione significava un forte gravame per i detenuti, inquantoché essi erano costretti a sopportare tutte le spese inerenti al loro arresto. L'incaricato che effettuava l'arresto aveva severo ordine di pretendere una data somma per l'alimentazione e le altre necessità del detenuto, somma che veniva poi depositata presso l'Alcale, inoltre richiedevano letto, biancheria ed abbigliamenti per il prigioniero.
Più spietato ancora era il fatto che, al momento dell'arresto, venivano sequestrati tutti i beni dell'arrestato.

A questa procedura il Tesoriere era accompagnato dal cancelliere e dallo scrivano e veniva compilato un inventario minuzioso, in duplice copia. Indi seguivano varie formalità legali, contemplate per impedire abusi degli incaricati, ma ciò nonostante le lamentele erano continue.
Uno degli capisaldi dell'Inquisizione consisteva nell'intangibilità del patrimonio sequestrato, che non avrebbe dovuto essere toccato innanzi tempo, nemmeno nei casi di maggiori necessità. Ma era più facile enunciare simili dogmi che mantenerli, in un'istituzione dove in realtà mancava ogni controllo. Tuttavia era rimasto in principio ben affermato che la famiglia del detenuto doveva essere mantenuta dal patrimonio confiscato, ciò che dimostrerebbe un pensiero umano, se non fosse stato molto dubbia la misura con cui questo provvedimento veniva a mitigare la situazione precaria della famiglia dell'arrestato, specialmente considerando che nella maggior parte dei casi i processi venivano protratti all'infinito.

Naturalmente nulla poteva compensare i commercianti per il danno subito, in seguito alla sospensione dell'esercizio della loro azienda, per vari anni. A costoro l'arresto e, conseguentemente, la confisca, significava la completa rovina.
La carica del Secrestador, cioè dell'amministratore dei depositi, appariva da principio molto desiderabile ed infatti fu redditizia per coloro che erano poco coscienziosi nel loro dovere. Lo dimostra il caso di Fernando de Mesa, secretador di Cordova, il quale aveva commesso tali e tanti abusi, che la Suprema decretò che gli fosse sequestrato il patrimonio; al momento del sequestro il de Mesa morì e si trovò che, soltanto la dote delle sue quattro figlie, che erano nel Convento di Santa Ines, ammontava a trentamila maravedi ciascuna; l'Inquisizione ne pretese la restituzione da parte dell'Ordine conventuale, ma questo protestò la sua povertà, dichiarandosi insolvente; in seguito a ciò Ferdinando ordinò che il pagamento fosse condonato.

IL CARCERE SECRETO

Carceles secretas era la denominazione ufficiale di quelle carceri segrete, dove si tenevano, durante i dibattimenti, gli accusati di eresia. Siccome questo carcere faceva parte dell'edificio dell'Inquisizione, vi si poteva condurre in qualunque momento, l'accusato, senza che egli potesse essere veduto da altri.
Si può affermare che l'arresto era sempre seguito dalla carcerazione e solo rare volte veniva concessa la libertà, contro versamento cauzionale. Più tardi questo venne completamente abolito; vi é però un caso del 1530 in cui Antonio de Parago, sacerdote consacrato, venne arrestato sotto l'accusa di tentata eresia. Il Tribunale di Toledo gli concesse la libertà, dopo che suo fratello si era assunto una garanzia di centomila maravedí.

Non vi sono annotazioni storiche circa lo stato delle carceri segrete, cioè non si sa se queste fossero migliori o peggiori delle prigioni reali o ecclesiastiche, tuttavia non vi é dubbio che fossero locali ripugnanti e malsani. Gli edifici dei vari Tribunali mostravano molta diversità l'uno dall'altro poiché essi generalmente non vennero costruiti apposta. A Saragozza utilizzavano il Palazzo Reale, come pure a Barcellona, mentre a Valencia si adottava il palazzo del Vescovo, a Sevílla il Castello di Triana ed a Cardova l'Alcazar.
Come risulta da annotazioni del 1592, le carceri segrete di Toledo non si trovavano in condizioni confacenti alle necessità. Maria Rodriguez, dopo che vi fu imprigionata, per nove mesi, suo figlio, chiese udienza al Tribunale, per ottenere un altro alloggiamento poiché nella eterna oscurità si era ammalata insieme alla sua creatura. L'inquisitore rispose rigidamente che ella avrebbe fatto meglio a pensare alla salvezza dell'anima, e che per quanto riguardava il resto si sarebbe provveduto secondo la giustizia.

Che le carceri segrete fossero malsane é dimostrato anche dall'alta mortalità dei detenuti, particolarmente durante l'epidemia della peste, fatto rilevato negli annali dell'epoca.
La reclusione nelle segrete era considerata come una delle maggiori disgrazie che potessero toccare ad una persona, specialmente considerata l'onta che cadeva su di essa e su tutti i congiunti. La Consulta del 1696 illustrò ampiamente le condizioni terribili di queste carceri, rilevando l'enorme ingiustizia, con la quale si colpivano con questa terribile disgrazia, persone innocenti e con lievi colpe. Succedeva infatti spesso che degli individui venivano rinchiusi nelle carceri sotterranee, per il solo motivo di aver offeso qualche incaricato dell'Inquisizione. Il terrore suscitato da tali procedimenti era l'arma più potente tra le mani dell'Inquisizione e non si può stupirsi che ne sia stato fatto grande abuso.

La crudeltà di tenere i prigionieri ai ceppi, non era un privilegio particolare dell'Inquisizione, poiché apparteneva ai normali mezzi di repressione della giustizia civile. Un italiano che nel 1592 visitò Madrid, descrisse tre specie di carceri, cioè quella della Corte, del Comune e del Clero, aggiungendo che tutti i carcerati indistintamente, anche con la minima accusa, portavano le catene.
Se dunque per questa ragione l'Inquisizione non può essere accusata per una particolare crudeltà, tuttavia aveva un mezzo speciale per infliggere insopportabili torture agli eretici che non volevano confessare. Questo era il cosiddetto mondesa della cui forma nulla di preciso ci é tramandata, ma da qualche cenno si può dedurre che si trattava di un arnese cruento. L'applicazione di questo strumento non poteva attribuirsi a provvedimento precauzionale. per impedire al detenuto di diffondere l'eresia, poiché il regolamento carcerario di per sé vietava a chiunque di rivolgere la parola ai prigionieri, ad eccezione del confessore il quale lo visitava di notte.

Ma vi era nelle carceri segrete un altro strumento che serviva esclusivamente alla tortura, il cosiddetto « piè de amigo » che era una specie di bidente che si puntava alla gola dell'imputato, fissandovelo in modo da obbligarlo a tenere continuamente il capo in posizione rigida.
Quest'ultimo arnese di tortura veniva generalmente applicato quando l'arrestato veniva trascinato attraverso le vie a scudisciate, ma qualche volta lo infliggevano anche nelle carceri, per pura crudeltà, allo scopo di aumentare i patimenti dei detenuti. Quando il famoso Augustin Casella venne arso vivo, a Valladolid, nel 1559, i delegati del Tribunale i quali nel pomeriggio precedente «l'auto da fé » erano recati a vederlo, lo trovarono in una cella oscura, curvo sotto il peso delle catene, con un « piè de amigo » al collo, sebbene egli avesse fatto confessione spontanea ed implorata la misericordia.

Nel 1559 Jacques Pinson, un Calvinista francese, che suscitò disordini a Toledo, venne condannato a cento scudisciate ed a portare il « pié de amigo ». Quando sette giorni dopo egli venne ammesso all'udienza aveva ancora al collo l'arnese di tortura, oltre a due paia di catene.
Nonostante l'applicazione dei ceppi, la fuga dalle carceri segrete non era affatto cosa rara, soltanto non sempre il prigioniero riusciva a mettersi in salvo, poiché l'Inquisizione era organizzata in modo che, generalmente, esso veniva di nuovo catturato. Nel caso di un'evasione si distribuivano immediatamente in tutta la città i connotati del fuggitivo, mobilizzando un intero esercito per l'inseguimento, cosicché ben presto egli cadeva di nuovo tra le mani della giustizia.

La massima crudeltà, nelle carceri dell'Inquisizione, era la più rigida disciplina che vietava ad ogni prigioniero qualsiasi contatto col mondo esterno. Abbiamo già visto che il detenuto, dal momento del suo arresto, non poteva scambiare alcuna parola con nessuno e questo divieto persisteva, con invariato rigore, tra le mura delle carceri, cosicché egli era come sepolto vivo. Nulla poteva sapere dei suoi cari, come nemmeno questi potevano avere nessuna notizia sul destino che lo aspettava e tante volte lo potevano rivedere, dopo qualche anno, ad un « auto da fé », come condannato alla morte sul rogo.

Un descrittore di un « atto da fé » di Valladolid, tenutosi nel 1599, vantava il successo incontrastato ottenuto col procedimento segreto dell'Inquisizione, dichiarando che nessuno poteva avere la minima idea di quale colpa si fossero resi rei i singoli detenuti, sino a che non li rivedevano al luogo dell'esecuzione:
Ogni cosa veniva portata al prigioniero nelle carceri, compresi gli alimenti, doveva essere notificata all'inquisitore, il quale decideva se gli oggetti potevano essere consegnati o meno, facendo esaminare minuziosamente ogni cosa, per evitare la segreta introduzione di qualche messaggio. Quando i penitenti, dopo l'« auto da fé », venivano scarcerati, erano sottomessi al aviso de carceles, durante il quale dovevano riferire, sotto giuramento, di tutto quanto avevano veduto e sentito, durante la loro prigionia, poi veniva imposto loro l'assoluto silenzio, sotto pena di gravi rappresaglie.

Tutto ciò non era fatto per mancanza di umanità o per crudeltà, ma era semplicemente prescritto dai regolamenti. Per impedire qualsiasi comunicazione per iscritto, fra i prigionieri, era severamente vietato l'uso di qualsiasi occorrente per scrivere. Anche questa disposizione, come le altre, venne emanata dalla Suprema nel 1534, dalla quale epoca tutto rimase in vigore, fino alla fine dell'Inquisizione.
Mentre si sorvegliava con la massima cura per impedire qualsiasi contatto fra prigionieri, ciò non significava che essi fossero soli nelle carceri. Generalmente era ritenuto desiderabile che gli uomini fossero separati dalle donne, per cui marito e moglie venivano chiusi in celle separate, ma, in caso di necessità, si collocavano nella stessa cella, quattro o cinque detenuti, che molte volte poi costituivano una preziosa fonte di informazione, poiché in quelle condizioni, con l'opportuna pressione, nessuno si peritava di riferire quanto aveva sentito dal suo compagno.

Le disposizioni impartite all'Alcade, nel 1652, ci informano sulle regole in vigore a quei tempi. Al mattino l'Alcade doveva visitare tutte le celle, per accertarsi della condizione dei detenuti, esaminando meticolosamente ogni foro, attraverso il quale essi potessero comunicare tra di loro, nonché le porte. Era vietato di lasciare coltelli o forbici tra le mani dei prigionieri. L'ispezione delle celle doveva essere ripetuta alla sera, allo scopo di sventare eventuali tentativi di fuga.
La più grande privazione era costituita dal divieto di illuminazione, poiché, nell'oscurità della cella, il tempo doveva sembrare infinito. Vi era però un'altra norma che colpiva gravemente lo stato spirituale dei fedeli e cioé il completo divieto dei conforti religiosi, per l'intero periodo di detenzione. Difficilmente si può comprendere tale provvedimento, considerando che la maggior parte degli arrestati era costituita da buoni cattolici, accusati di colpe che, generalmente, nulla avevano a che fare con l'eresia.

La situazione delle donne nelle carceri era quanto mai disastrosa, poiché esse erano alla mercé dei carcerieri, i quali, sotto il velo della segretezza, e terrorizzandole, facevano largamente abuso della loro posizione privilegiata. Probabilmente queste atrocità vennero all'orecchio del Cardinal Ximenes, poiché egli emanò un ordine severo, minacciando di morte coloro che avessero mantenuto relazione con le donne carcerate. La severità della pena comminata può dare una misura degli abusi, ma i Tribunali, come in molti altri casi, anche in questo dimostravano eccessiva indulgenza verso i propri dipendenti, cosicché queste disposizioni non vennero sempre applicate in tutta la loro rigidezza.

Nel 1590 Andres Certro, Alcade delle prigioni di Valencia, venne posto sotto accusa per aver sedotta una detenuta ed amoreggiato con altre, ma principalmente perché aveva permesso comunicazioni fra i prigionieri, dietro una lauta ricompensa. Nel processo si presentarono ventinove testi, che deposero contro l'Alcade, tuttavia egli negò i fatti addebitatigli, ma più tardi dimostrò di riconoscerli dandosi alla fuga. Alla sua cattura venne condannato a cento scudisciate.
Persino l'universale rispetto verso i Santissimi Sacramenti, doveva cedere dinanzi alla segretezza, inquantoché era vietato di comunicare alle autorità ecclesiastiche se un detenuto era moribondo. Con lo stesso spirito si procedeva quando un carcerato moriva senza assoluzione. In questi casi l'Alcade faceva rapporto all'inquisitore, il quale ordinava che in segretezza si stabilissero i dati personali del defunto, che veniva quindi sepolto pure nella massima segretezza. Generalmente gettavano i disgraziati in una fossa, mentre la loro famiglia nulla sapeva, sino a che il Consiglio d'accusa non portava la decisione, invitando gli eredi a difendere il buon nome e la memoria del morto. Anche se il morente avesse confessato sul letto di morte, il suo seppellimento avveniva generalmente in segretezza, mentre il suicidio, abbastanza frequente, era considerato come prova decisiva della colpevolezza.

Naturalmente la cura delle prigioniere dava luogo a qualche complicazione, poiché nelle carceri dell'Inquisizione non esistevano donne carceriere. Le disposizioni del 1498, che ordinavano la separazione degli uomini dalle donne, non significava che prima vi fosse stata sistematicamente la promiscuità, ma tendevano ad evitare anche i casi sporadici.
Nonostante tutto, sembra che le carceri dell'Inquisizione non raggiungessero lo stato miserevole delle altre, sia civili che ecclesiastiche.

LE PROVE

Secondo le antiche leggi di Castiglia entrambe le parti in causa facevano giurare i testimoni, ma i giudici li sottoponevano ad un segreto interrogatorio, per evitare l'influenza delle parti. Veniva data grande importanza al carattere dei testimoni e alla loro buona reputazione; erano esclusi coloro che erano già stati arrestati, gli ebrei, i mori, gli eretici, gli spostati e tutti coloro che erano cointeressati nella questione (i testimoni).
La Chiesa, sin dai tempi antichi, aveva stabilito il limite di età, ed era stabilita in venticinque anni, in nessun caso venivano ammessi di quattordici anni per i testi, ed in Spagna dove la maggiorità era stabilita in venticinque anni, in nessun caso venivano ammessi alla testimonianza individui al di sotto di quattordici anni. La penosa lotta interna dei testi, fra il sentimento d'affetto e l'istinto di conservazione, é fedelmente rispecchiato dal caso di Maria Lopez, avvenuto a Valladolid nel 1646. La disgraziata donna aveva meditato da settimane nella sua cella, prima di deporre contro sé e contro gli altri. Il 24 Giugno l'Alcade annunciava che essa aveva tentato di strangolarsi con un pezzo della sua camicia. L'inquisitore accorse nella cella e trovò la sventurata creatura rannicchiata sotto il letto; quando gliene chiese il motivo ella rispose che una donna, che aveva accusato falsamente il marito e la madre, della quale era l'unica figlia, non era più degna di vivere. Gli spietati regolamenti dell'Inquisizione stabilivano la morte al rogo come recidiva. Tuttavia il timore della morte prendeva il sopravvento ed essa finì a confermare la sua deposizione, ad eccezione della parte che si riferiva al marito. Il 29 Novembre venne condannata alla prigione ed alla confisca dei beni ed effettivamente comparve il 23 Giugno dinanzi all' auto da fé ».

L'Inquisizione romana era alquanto più clemente, inquantoché non esigeva che marito e moglie deponessero l'uno contro l'altro.
L'esame dei testi accusatori era un dovere degli inquisitori, i quali però molto spesso affidavano il compito ai cancellieri, benché questi non avrebbero dovuto farlo altro che alla presenza degli inquisitori stessi. Secondo le norme, l'esame dei testi, doveva svolgersi nella sala di dibattito, ad eccezione dei casi urgenti, in cui l'inquisitore poteva eseguirli nella propria casa.
Fra tutte le macchinazioni, con le quali si incoraggiavano i testimoni, perché deponessero a carico dell'accusato, era di maggior effetto la sicurezza del teste stesso che il suo nome rimarrebbe coperto. Questo abominevole procedimento era un'eredità dell'antica Inquisizione.

Quando Juan Franco venne condannato al rogo per protestantesimo nel 1570, a Toledo, l'unico teste che si presentò contro di lui era un francese, di nome Jan de Pronus, il quale depose che l'accusato seguiva i dogmi protestanti. L'unico fatto su cui poté appoggiarsi era un colloquio avuto con l'accusato otto anni prima. Benché egli non fosse spinto da alcun sentimento di vendetta il suo nome venne tenuto segreto nell'interesse della deposizione.
Mentre si sorvegliava attentamente che l'accusato non riconoscesse il teste, molte volte si presentava la necessità che i testi potessero identificare l'accusato. La questione fu risolta in modo che potesse corrispondere ad entrambi gli scopi. Nella causa di Diego de Uceda, nel 1528, escogitarono un mezzo assai semplice; nascosero i testimoni nella camera di tortura e fecero passeggiare l'accusato per un quarto d'ora, dinanzi al loro nascondiglio perché lo potessero ben riconoscere.

Più tardi si pensò a munire la sala di dibattimento della cosiddetta « celosia », cioè una fitta grata attraverso la quale i testimoni potevano vedere l'accusato, senza essere visti. Questo sistema si dimostrò molto utile in un processo di bigamia, a Valladolid, nel 1649. Infatti una delle mogli, Anna Romann, venne introdotta dietro la « celosia », per poter vedere il supposto marito, ma ella, non appena ravvisato l'accusato, dichiarò decisamente che non era quello l'uomo che aveva sposato. In seguito a ciò l'accusato venne assolto.

Nel 1488 a Toledo vennero torturati con le tenaglie roventi quattro ebrei, che avevano fatto falsa testimonianza, contro dei buoni Cristiani, con l'intenzione di rendere odiosa l'Inquisizione. Probabilmente per spirito di eguaglianza, nelle disposizioni del 1498 venne ordinato a tutti i Tribunali che coloro che avessero fatto falsa testimonianza, senza, distinzione di sorta, dovevano essere pubblicamente marchiati. Questo provvedimento era più che giustificato, poiché la corruzione e le false testimonianze non si contavano più, cosicché i giudici non potevano fare più alcun assegnamento sulla serietà di queste prove.
Questa regola rimase stabile, benché Simanca, dopo il Breve di Leone, dicesse che ogni falso testimonio avrebbe dovuto essere arso vivo o almeno punito in proporzione delle conseguenze della sua testimonianza, sull'accusato.

Di notevole interesse é il caso di Jan de la Barre, immigrato fiammingo, da tempo stabilito a Madrid. Egli era esageratamente bigotto e faceva dire giornalmente la Messa nella Cappella Reale, dal proprio Cappellano, sino a che de Robles, uno dei dipendenti dell'Inquisizione, glielo proibì severamente. Allora de la Barre volle fondare una « Cofradia », allo scopo di dire Messe, ma il de Robles pretendeva di divenire il presidente e di amministrare il fondo senza resa di conti. Naturalmente i due si azzuffarono e, quando de Robles volle conciliarsi, il de la Barre lo respinse sdegnosamente. Perciò il primo si vendicò accusando il de la Barre di aver fatto dichiarazioni eretiche, per aver trascurato Messa e confessione, ed inoltre asserì che egli aveva qualificato come ladri e banditi gli inquisitori, i quali non facevano che spogliare le persone ricche. S'intende che il bravo de la Barre venne posto sotto accusa, condannato a cento scudisciate ed al perpetuo esilio.

Nell'ultimo periodo dell'Inquisizione si era divenuti molto blandi in questioni di falso giuramento. Nel 1817 Manuel Gonzales. Arciprete, venne accusato dal Tribunale di Santiago per falso giuramento, ma quando furono inviati i dati raccolti alla Suprema, quest'ultima si accontentò di inviare un legato all'Abate Benedettino Monforte, perché egli ammonisse il reo di fare per l'avvenire le sue testimonianze fedeli alla verità come di dovere ad un Sacerdote consacrato, perché in caso diverso non lo avrebbero trattato con tanta clemenza come per questa volta; lo punirono imponendogli una settimana di esercizi spirituali nella Cappella della Clausura.

È molto difficile dare un giudizio generalizzante sullo stato delle carceri che, dato il loro grande numerò non potevano avere un aspetto di uniformità; in linea generale si potrebbe dire che lo stato delle carceri dipendeva dalla coscienziosità degli inquisitori. Certo non sarebbe giusto accettare senza riserve le descrizioni terrificanti, tramandateci da Lucero, che probabilmente si riferivano allo stato delle carceri di Cordova. Anche a Sevilla in certe epoche la situazione non dovette essere molto buona. Nel 1560 la tirannia dell'Alcade Gaspar de Bonavides provocò un'aperta ribellione, durante la quale il suo aiutante venne mortalmente ferito. L'Alcade giurò contro i ribelli, dei quali uno fu arso vivo, mentre un altro, un ragazzo quattordicenne, fu condannato a quattrocento scudisciate; questo avvenimento però mise in luce le malefatte del Bonavides, che si salvò presentandosi come penitente ad un « auto da fé », dove fu soltanto condannato ad abbandonare Sevilla.

Dalla fondazione dell'Inquisizione erano passati quarant'anni di fervente lavoro, prima che il potere fosse concentrato fra le mani della Suprema e che questa potesse dare un ordinamento definitivo ai Tribunali. Nel 1635 il Tribunale di Valencia fece rapporto che in seguitò all'alto prezzo del pane, i detenuti pativano la fame e chiese autorizzazione ad aumentare le razioni. Lo scarso valore del denaro pose la Suprema di fronte a difficoltà non lievi e, soltanto dopo cinque settimane di discussioni, venne deciso di raddoppiare le razioni.
I Tribunali esigevano inesorabilmente il pagamento del vitto da ogni carcerato che ne avesse la possibilità. Nel 1709 la Suprema emanò un ordine, dichiarando che non avrebbe fatto eccezione a tale riguardò nemmeno per i Francescani. Prima di ogni « auto da fé » il dispensero ed il cancelliere del sequestro, rendevano esattamente conto della situazione patrimoniale di ciascun penitente; coloro che sfuggivano alla confisca dovevano presentarsi al fisco, il quale provvedeva ad incassare le spese sostenute durante la detenzione e, se l'individuò era povero, lo facevano giurare che avrebbe pagato successivamente quanto gli fosse possibile.

L'Inquisizione perseguitava con vigore ogni manifestazione di eresia, sia esteriore che interiore, formale ò simulata, tuttavia, prima di procedere a passi di rigore, svolgeva sempre un'accurata istruttoria, che giovava almeno per conservare l'apparenza della sua rettitudine. Ciononostante guardava con sospetto ogni nuovo cristiano nel quale ravvisava sempre il segreto apostata e tuttavia incoraggiava le conversioni, poiché solo contro i battezzati essa poteva procedere. Se questi individui frequentavano gli esercizi religiosi, erano munifici verso la Chiesa ed anzi acquistavano permanentemente gli emblemi dei Cavalieri Crociati; nel segreto generalmente continuavano a professare la fede di Mosé e di Maometto.

Per individuare le colpe di costoro e quindi poterli punire, era necessario che gli inquisitori avessero una profonda conoscenza delle altre religioni. A questo scopo erano a disposizione esaurienti descrizioni illustrate.
Ciononostante l'Inquisizione aveva bisogno soltanto di minime prove per procedere contro i sospetti. La causa di una intera famiglia di Valladolid, svoltasi dinanzi a quel Tribunale nel 1622 sta a dimostrarlo.
Quando il Dottor Jorje Enriquez, medico di buona fama, che era anche curante del Principe Alva morì, si presentarono diversi testimoni al Tribunale per denunciare la famiglia di voler seppellire il loro congiunto secondo il rito ebraico. La Consulta de Fé non poté accordarsi nella questione e perciò inoltrò rapporto alla Suprema. Quest'ultima fece arrestare immediatamente la vedova, i figli e tutta la servitù, che vennero rinchiusi nelle segrete. Uno dei figli, un giovane di 18 anni, morì sotto le torture.

Nel 1635 Manuel Mendes, mentre viaggiava in compagnia della moglie e di altre due donne, sulla strada maestra, incontrò due contadini, ma non li salutò. Uno di essi lo investì chiedendogli perché non aveva detto il rituale « Lodato sia Gesù Cristo » oppure « Lodato sia il Santissimo Sacramento » ed egli commise l'imprudenza di rispondere che nella sua patria non si conosceva Dio. I due contadini lo denunciarono al più prossimo inquisitore, che lo fece arrestare immediatamente, sotto l'accusa di aver parteggiato per gli ebrei, racchiudendolo nelle carceri segrete di Valladolid e provvedendo alla confisca dei beni. Oltre a questo, il Mendes venne accusato da un compagno di cella di lavarsi le mani ogni mattina prima di toccare cibo. Il Mendes negò dapprima, ma dopo atroci torture finì per confessare tutto ciò che volevano.

Abbiamo ritenuto necessario di occuparci tanto minutamente delle testimonianze, poiché generalmente da esse dipendeva la sorte dell'accusato. Dopo questo attento esame non si può che avere l'impressione che il sistema delle deposizioni era tale da far risultare piuttosto le prove a carico dell'accusato che non la verità. Il solo fatto dell'arresto era considerato un segno di colpevolezza che l'Inquisizione durante il procedimento giuridico, si sforzava di convalidare con le prove.

LA DEPOSIZIONE E LA CONFESSIONE

L'Inquisizione considerava l'eretico non soltanto come un malfattore, ma anche come un peccatore. Questa distinzione impose due diverse funzioni, cioè lo scoprimento della cattiva azione ed il salvamento dell'anima del peccatore. Queste due funzioni erano un po' in contrasto. L'Inquisizione aveva un'autorizzazione particolare della Santa Sede, per giudicare gli eretici. Sebbene essa avesse la facoltÓ di scomunicare il peccatore, anche se la censura lo avesse assolto, non era essa stessa a compiere il rito, ma generalmente incaricava un altro sacerdote. L'Inquisizione non riceveva mai la Santa Confessione, né somministrava la Santa Comunione. Persino se si fosse rivolto ad essa un protestante per essere assunto in seno alla Madre Chiesa veniva chiamato un sacerdote che lo confessasse e gli desse l'assoluzione.

Tutto il procedimento tendeva a persuadere il peccatore a confessare i suoi errori e poi ad implorare la misericordia. Si invitava il peccatore ad alleggerirsi la coscienza per amore di Dio e della Santa Vergine, salvando con una completa confessione la propria anima, evitando di fare falsa testimonianza a favore di se stesso od altrui.
Indubbiamente vi era qualche inquisitore che credeva in coscienza di compiere una sublime funzione.
Dal primo dibattimento, sino alla sentenza pronunciata all'« auto da fé », il Tribunale concentrava tutti i suoi sforzi per muovere il peccatore al pentimento, o per lo meno alla confessione del suo peccato, valendosi di persuasione, false promesse di grazia, di minacce ed in caso di necessità di torture. L'individuo che si ostinava a negare la propria colpevolezza veniva accompagnato al luogo di esecuzione da confessori i quali non smettevano mai di persuaderlo a confessare ed a pentirsi dei peccati. Nello stesso modo sfruttarono l'agonia di coloro che morivano nelle carceri.

Questa continua sollecitazione alla confessione, portò naturalmente al risultato che i confessori ottennero l'istruzione di ascoltare la confessione dei disgraziati soltanto se questa valeva a fornire prove contro di essi.
La confessione, sia quella spontanea, che quella fatta dopo l'arresto, era considerata valida dagli inquisitori, soltanto se comprendeva l'assoluzione, la rinuncia al peccato e la domanda di riassunzione nella Madre Chiesa Cattolica. L'antica crudeltà si ripetè durante tutto il Secolo XVIII e, a quanto pare, l'unica concessione nei casi in cui il penitente non rivelava uno stato d'animo incline a recidive, era quella di poter lavarsi la coscienza con autotorture.

In generale dobbiamo venire alla conclusione che per le colpe di eresia non esisteva la discolpa di azione involontaria, ed era ritenuto che il peccatore dovesse essere sottoposto alle torture, si limitavano a condannarlo ad una ammenda, mentre se riusciva a resistere senza confessare, permaneva il sospetto ed egli veniva punito ugualmente.
Una prova lampante per l'efficienza del sistema delle denunce era fornita dal caso di un moro, di nome Francesco Zofery Ribera.

Egli simulava solo di essere Cristiano, quando ad un tratto un miracoloso cambiamento nei suoi sentimenti lo indusse a pellegrinare a Montreal dove confessò la sua eresia ad un sacerdote. Il buon Padre, il quale non era autorizzato a dare l'assoluzione, lo rinviò al Tribunale di Barcellona, dove gli posero la condizione di denunciare tutti i suoi parenti e conoscenti per essere assolto. L'inquisitore riconobbe che i nominati erano tutti valenciani, lo inviò in quella provincia, dove l'individuo non tardò a denunciare circa quattrocento persone; era un sarto ambulante e quindi aveva esteso circolo di conoscenze.

Soltanto pochi degli uomini che capitavano tra le mani dell'Inquisizione avevano l'eroico coraggio di Manuel Diaz, vittima del grande « auto da fé » del Messico. Sebbene dieci dei suoi compagni avessero deposto contro di lui egli negò imperterrito la sua colpevolezza e non giovarono né blandizie, né minacce, cosicché finalmente, non sapendo che cosa fare, lo fecero bruciare vivo, ma prima lo fecero spietatamente torturare. Quando lessero la sentenza egli dichiarò semplicemente che era già preparato a tutto. Era un uomo forte, di trentotto anni e sebbene urlando implorasse la morte e la misericordia per i suoi cinque figli, sopportò le terribili torture, negando di comprendere le leggi di Mosé ed in fine, col capo eretto e il passo sicuro, si avviò al luogo di esecuzione, senza tradire nemmeno uno dei suoi compagni.

La confessione sotto la tortura non era considerata spontanea e talvolta aveva valore relativo, poiché in taluni soggetti, soltanto il terrore della tortura minacciata, creava uno stato mentale che rasentava la pazzia. Nel 1570 Diego Reedondo, cittadino di Toledo, venne accusato di atti impuri, ciò che, secondo il concetto popolano, non era considerato peccato. Dapprima egli negò ogni cosa, ma poi quando lessero l'accusa, sotto l'impressione delle minacce di torture, finì col confessare senonché più tardi, quando vennero lette le deposizioni di cinque testi, ritirò la sua confessione dichiarando di non ricordare di aver commesso gli atti a suo carico. Il suo comportamento da pazzoide mise gli inquisitori nell'imbarazzo, tanto che finirono col rinviare la causa alla Suprema, che pietosamente lo condannò a due anni di esilio.
Il « negativo » che, di fronte ad un certo numero di seri testimoni, negava ostinatamente la propria colpa, veniva generalmente, qualificato per eretico maligno e cocciuto, col quale non si poteva fare altro che bruciarlo vivo, come effettivamente facevano anche se il disgraziato mille volte giurava di essere un buon cattolico. Infatti coloro che resistevano fino alla fine, ad ogni pressione, affermando di essere buoni cattolici, indubbiamente lo erano, poiché non temevano nemmeno la più orrenda morte, purchè fosse accertato che erano devoti a Cristo. Simili casi non erano affatto rari.
Gli stessi inquisitori riconoscevano che esisteva il rischio di far bruciare eventualmente autentici buoni cattolici e Perua lungamente tratta la questione in un suo scritto, domandandosi se sia ammissibile supporre che un individuo di fronte alla morte sul rogo deponga falsamente. Egli conclude che ciò non é assolutamente ammissibile e conforta le disgraziate vittime, dicendo che essi avrebbero conseguito con la loro perseveranza, la palma del martirio.

Effettivamente bisognava disporre di una tempra sovrumana per resistere sino alla fine a dichiararsi innocenti poiché l'Inquisizione teneva aperte le porte ai penitenti, sino all'ultimo momento. Se ad un « auto da fé » un negativo chiedeva di essere interrogato lo si esaudiva immediatamente. Veniva condotto fuori del luogo di esecuzione ed egli poteva confessare; la sua causa veniva discussa nuovamente e gli veniva inflitta una penitenza, nella misura richiesta dalla serietà della situazione e dal fatto di avere esitato nella confessione.
Simili casi non erano affatto rari e forniscono un'altra prova della terribile tensione che dominava la media normale degli individui in quella situazione.
Quando ogni altro modo si dimostrava inefficace per muovere il colpevole alla confessione vi rimaneva sempre il potente mezzo delle torture.
Naturalmente l'Inquisizione si valse anche di questo mezzo, poiché la colpa di eresia non era facilmente dimostrabile. Ad incominciare dalla metà del Secolo XIII, l'abituale applicazione della tortura nei procedimenti del Santo Uffizio, divenne uno dei fattori più efficaci per la propagazione del Cristianesimo. Tuttavia ci volle molto tempo prima che la Spagna approvasse l'innovazione.

Nella Castiglia, dove non si voleva riconoscere l'Inquisizione, Alfonso X, sebbene ammiratore delle leggi romane, dichiarò che la confessione doveva essere spontanea ed anche se essa avrebbe dovuto essere confermata più tardi liberamente, senza alcuna minaccia o pressione. Nel Reame di Aragona riconoscevano l'Inquisizione, ma dichiaravano illegale l'applicazione delle torture e ne fecero uso soltanto dopo un deciso ordine di Papa Clemente V.
Vedremo in seguito come in taluni casi i Tribunali avessero fatto abuso delle torture, tuttavia qualche scrittore esagera al riguardo, con l'intenzione di porgere una lettura più colorita ed emozionante. Il sistema era indubbiamente scellerato, sia nella concezione che nell'esecuzione. Tuttavia l'Inquisizione spagnola non era responsabile della sua introduzione e con imparzialità bisogna ammettere che nella gran maggioranza dei casi non lo applicava con tanta crudeltà, come lo facevano i Tribunali civili, limitando l'uso ad alcuni strumenti efficaci.

A tale riguardo il paragone tra l'Inquisizione romana e quella spagnola torna indubbiamente a vantaggio di quest'ultima. Mentre l'Inquisizione spagnola applicava le torture solo limitatamente, quella romana sottopose ad essa quasi tutti indistintamente gli accusati, fossero essi confessi o meno, allo scopo di strappar loro ancor maggiori particolari ed i nomi dei complici. Inoltre a Roma le torture vennero applicate anche per certe categorie di reati come per esempio la pura supposizione di eresia, la stregoneria, la bestemmia, per i quali nella Spagna ne era assolutamente vietata l'applicazione. Per di più a Roma lo « In arbitrio judicum » si riferiva non soltanto alla qualità ed alla durata della tortura, ma anche alla facoltà di eventuali ripetizioni. Autorevoli scrittori spagnoli asseriscono, a buon diritto, che l'applicazione delle torture era più blanda nel loro paese e quanto alla spietatezza, dato che si fa frequentemente cenno che l'accusato sopravvisse alle torture, si può supporre a ragione che queste non erano portate all'estremo come succedeva tanto spesso ai Tribunali civili.

Il carcere, eccessivamente duro, e particolari torture non erano tuttavia sconosciute nella procedura dell'Inquisizione e vennero applicati per stroncare gli accusati molto ostinati.
Ma la tortura era considerata una punizione troppo seria per essere affidata alla tirannia di un inquisitore, perciò, per impedire qualsiasi abuso, l'applicazione doveva essere preceduta da diverse formalità. Dopo il dibattito della causa e dopo le arringhe di accesa e difesa, si riuniva la consulta de fé per trattare la sentenza. Quando sembrava che le prove fossero insufficienti per pronunciare la sentenza e d'altronde non era constatabile abbastanza chiaramente l'innocenza dell'imputato, la Consulta ordinava l'applicazione delle torture e sospendeva il giudizio in attesa dei risultati.

Interessante era il caso di Diego Garcia, sacerdote, il quale era accusato di aver detto all'età di vent'anni che il Santissimo Sacramento non era altro che pane. La Consulta tenne due sedute ed infine votò per la tortura, ma la cosa non veniva affrettata e soltanto qualche mese dopo il Garcia venne sospeso ad una lieve tortura ad acqua. Egli non confessò ed allora gli sciolsero le corde, dichiarando che egli non aveva patito abbastanza. Tuttavia non ripeterono la tortura e pochi giorni dopo lo assolsero ripristinandolo nella sua carica sacerdotale vietandogli però di dire la Messa per due settimane.

La decisione della Consulta era sempre condizionata. Dopo la seduta l'imputato veniva introdotto nella sala di dibattimento dove dovevano presenziare gli inquisitori e l'incaricato del Vescovo. L'imputato veniva severamente ammonito di fare in nome di Dio e della Santa Vergine una completa confessione, deponendo senza reticenze contro sé e contro gli altri. Se ciò non lo commuoveva, allora con un decreto, firmato da tutti i membri, veniva condannato alle torture per un periodo di tempo, a seconda dei giudizio dell'assemblea, affinché egli confessasse tutto ciò che i testimoni avevano deposto contro di lui. Dichiaravano esplicitamente all'imputato che se egli fosse morto durante le torture, gli scoppiasse una vena o soffrisse qualche mutilazione, la colpa non sarebbe dei giudici, ma sua, perché aveva mancato di dire la verità.

Se in seguito, alla tortura si giungeva alla scoperta dei complici, gli inquisitori promettevano all'accusato di tenere segreta la confessione, affinché egli non si ricredesse.
Quando gli indizi erano troppo scarsi per giustificare la tortura, la Consulta de fé talvolta votava che l'imputato ne venisse soltanto minacciato. In questi casi veniva compilata la sentenza, se ne dava lettura all'accusato che veniva trascinato nella camera di tortura, denudato ed eventualmente legato al potro od all'escalera, ma non andavano oltre. Un simile strano caso fu quello di Leonora Perez, la quale, all'età di settant'anni venne condannata a Valladolid il 4 Maggio del 1634 in conspectum tormentorum. Quando la spogliarono il carnefice scoprì sul suo corpo le tracce di una precedente tortura e la vecchia confessò di esser stata torturata vent'anni prima, a Cóimbra.
Il 14 Giugno la sentenza venne nuovamente eseguita, ma prima che fosse stata spogliata, confessò la sua fede ebraica e svenne. Si rese necessario un rinvio, ma due giorni dopo la vecchia revocò la deposizione. La questione si protrasse fino al 1° Agosto del 1637 quando venne condannata al giuramento de vehementi con sei anni di deportazione e venti ducati di multa, nonché a sfilare lungo le strade di Cuenza. Tuttavia le cronache la nominarono ancora nel 1639 come prigioniera. In ogni modo doveva avere una forte tempra per sopportare e resistere per così lungo tempo alle varie minacce.

Le condizioni che seguivano la tortura erano abbastanza gravi poiché l'imputato doveva lavare l'anima sua dai peccati in modo adeguato alle sue forze fisiche. Dal punto di vista degli inquisitori ciò significava un vantaggio per l'imputato poiché gli dava una possibilità che era negata a coloro la cui condanna era già decisa.
Ciò é illustrato da un caso caratteristico svoltosi dinanzi al Tribunale di Toledo nel 1488. Juan de Rio era stato per molto tempo sacerdote a Roma, dove aveva pure preso parte al Giubileo del 1475. Con le sue maniere da cortigiano era riuscito ad entrare nelle grazie di Sisto IV e nel 1483 ritornò in Spagna colmato di ogni genere di onorificenze. Fra l'altro suscitarono molta invidia le prebende ecclesiastiche di Toledo di cui beneficiava. Fin dal suo ritorno nella Spagna, non poté assuefarsi al nuovo ordine delle cose ed i suoi discorsi audaci ben presto gli fecero perdere ad uno ad uno i privilegi goduti. L'accusa contro di lui era lieve e futile. Il capo di imputazione più serio era quello che una volta egli avrebbe mandato al diavolo tutta l'Inquisizione perché non poteva pagare il fitto dei terreni. In altri tempi, forse, egli avrebbe potuto cavarsela con una penitenza invece venne trascinato sollecitamente al luogo di esecuzione per poter procedere alla confisca dei suoi beni.
Dai Tribunali civili era ammesso che la tortura potesse essere applicata anche nei casi in cui l'entità del reato non l'avrebbe giustificata.

Francisco de Tomamira, paggio diciottenne del Principe Pastrana, venne posto dinanzi al Tribunale, nel 1592, sotto l'accusa di aver dichiarato che si sarebbe potuto lasciare in pace gli ebrei ed i mori se essi erano molto attaccati alla loro religione. Il ragazzo negò, ma venne torturato sino a che fu confesso e allora l'Inquisizione lo giudicò blandamente, imponendogli di ascoltare una messa in veste di penitente.
Ancora più significativo fu il caso del quindicenne Juan Pereira il quale venne posto sotto accusa per giudaismo, nel 1646. a Valladolid. Siccome il procedimento era lento il disgraziato ragazzo impazzì. Gli inquisitori non seppero che fare poiché le opinioni erano divergenti, se il ragazzo fosse realmente pazzo o simulasse. Si rivolsero dunque alla Suprema la quale saggiamente ordinò la tortura che avrebbe dovuto chiarire la questione.
Il 22 Aprile 16413, le torture vennero eseguite, ma senza apportare il risultato atteso. Il Pereira dovette essere ricoverato in un ospedale e siccome il suo nome non figura più nelle annotazioni é presumibile che vi sia deceduto.

Quando un imputato, confessando, non ammetteva tutto ciò che, secondo le prove, era a suo carico, veniva torturato perché completasse la deposizione, condizione necessaria per la prosecuzione del processo. Il castigo era sempre a seconda della confessione fatta sotto le torture, mentre in caso di mancata confessione, l'imputato veniva generalmente condannato alla galera. Molte volte la tortura veniva applicata anche se la confessione concordava con le prove, per la curiosità degli inquisitori, come nel caso di Antonio de Andrada il quale nel 1585 a Toledo, sebbene avesse fatto una confessione soddisfacente, venne sottoposto alle torture per ottenere ulteriori particolari sul reato e sui complici. Le incerte ed esitanti confessioni necessariamente avevano per seguito le torture, con le quali si riusciva ad eliminare le contraddizioni. Ciò avveniva generalmente con le persone timide le quali, impressionate dalla proposta del procuratore di applicare le torture, facevano in fretta delle confessioni che più tardi dovevano ritirare, provocando così quel provvedimento che erano intente ad evitare.

Si deve supporre anche che in certi casi, quando l'applicazione della tortura poteva sembrare eccessivamente severa gli inquisitori siano stati ispirati dall'intenzione di promuovere la salute dell'anima dell'imputato sollecitando il suo pentimento. Perciò Royas dichiarava che non bisognava esitare nell'applicazione della tortura, quando era in gioco la salute spirituale del colpevole, per farlo riconciliare con la Santa Madre Chiesa a mezzo di una salutare penitenza.
Quantunque sembri indegno, vennero torturati anche i testimoni, per estorcere da loro deposizioni probanti. Questa usanza era adottata da tutti i Tribunali che disponevano di una camera di tortura.

L'Inquisizione spagnola non faceva che seguire l'usanza comune delle altre giurisdizioni, quando, « in capur alineum », sottoponevano a torture coloro che avevano già confessato i loro peccati. Nessuna disposizione era considerata completa sino a che non avesse rivelato i nomi di coloro che egli sapeva rei di pratiche eretiche, e se vi era sospetto che l'imputato non si fosse alleggerita la coscienza anche a tale riguardo, si ricorreva senz'altro alle torture.

Le istruzioni del 1561 ammonivano tuttavia a questo riguardo gli inquisitori, di essere cauti nella applicazione di torture in « caput alineum » che in ogni modo era usata meno frequentemente nella Spagna che a Roma. Il sistema di mandare al patibolo coloro che pur confessando le loro colpe non volevano rivelare i nomi dei complici, portava generalmente ad una completa deposizione e di conseguenza al patimento. Come si é visto, questo metodo diede risultati soltanto in individui di tempra eccezionale.
Gli schiavi che deponevano contro i propri padroni venivano torturati senza eccezione per avere maggior conferma delle loro accuse. Nella causa di Juan de la Caballeria, nel 1488, accusato dell'assassinio di San Pedro Arbues, il teste principale era la sua schiava Lucia che ben due volte venne torturata perché confermasse la sua dichiarazione.

Nessuna classe sociale poteva esimersi dalle torture. Vi venne sottoposta la nobiltà, come il clero di tutti i ranghi per il quale però l'applicazione era meno severa che non nei laici, eccezion fatta per i casi assai gravi; ma anche allora essi avevano il diritto d'esser torturati da sacerdoti, sempre che se ne trovassero, disposti a compiere tale bisogna. Come per gli arresti anche per le torture, in base alla « carta acordada », la loro questione doveva essere sottoposta al giudizio della Suprema.

A quanto sembra, nessuna età poteva fare eccezione per essere esonerati dalle torture. Il Llorente descrive un caso in cui torturarono una donna di novant'anni a Cuenza, osservando però che ciò era avvenuto contro la volontà della Suprema. Nel 1540 la Suprema ordinava che si usasse riguardo all'età ed alla posizione sociale dell'imputato, mentre le disposizioni del 1561 non contengono eccezione per l'età e tutto viene affidato alla decisione del Tribunale. Ad un « auto da fé » di Toledo figurava una donna settantottenne di nome Isabel Canese, la quale, non appena iniziata la tortura, confessò. Inoltre la ottantaduenne Isabel de Jean la quale, dopo cinque giri di fune, svenne ed a mala pena poté riaversi.

Nemmeno l'età giovanile era rispettata. Nel 1607 a Valencia venne torturata la tredicenne Isabel Madelena, incolpata di certe oscure macchinazioni saracene, ma la bambina sopportò la tortura ed allora venne condannata a cento scudisciate. Nello stesso anno il Tribunale dimostrò maggior clemenza nei confronti del decenne Juan de Heredia il quale era accusato da un falso testimonio di aver visitato una casa in cui insegnavano le dottrine more. Egli era ostinatamente negativo e quindi fu posto in conspectun tormentorum, nonostante le proteste del suo tutore.
La deficienza mentale o pazzia, soltanto rare volte era considerata come impedimento per eseguire le torture e bisogna riconoscere il merito del Tribunale di Valencia il quale, quando nel 1710 la Suprema ordinò di torturare un certo Joseph Felix, protestò dichiarando che il ragazzo era scemo e quindi non avrebbe potuto comprendere il significato della tortura.
Era regola generale che la tortura non dovesse minacciare la vita dell'accusato, sebbene ciò non fosse sempre mantenuto nel fervore del lavoro. Erano persino prescritte delle precauzioni per accertarsi se il soggetto si trovava in uno stato da poter sopportare le torture, o meno. In casi di dubbio bisognava chiamare il medico dell'Inquisizione, come avvenne per esempio per Rodrigo Peter nel 1600 a Toledo. Egli era debole e malaticcio cosicché il certificato medico valse a salvarlo dalle torture. Ma nel 1623 la Suprema non era più tanto blanda, quando ordinò al Tribunale di Valencia di sottoporre alle torture José Pujal prima di trasferirlo all'ospedale.

La gravidanza venne considerata quasi sempre, almeno per rinviare le torture; tuttavia il Tribunale di Madrid, in seguito alle disposizioni del 1690, si limitò alla concessione di far sedere la donna gravida su una sedia, anziché legarla sul banco della tortura, ordinando poi la spietata tortura chiamata garotte che consisteva nell'applicazione di grosse funi che si sprofondavano nelle carni, due per le braccia e due per le cosce legate dietro al torace e poi girate con un'asta.
L'ernia, almeno nei primi tempi, era considerata come impedimento; tuttavia già nel 1662 le disposizioni ufficiali della Suprema ordinavano di non far più eccezione per chi era affetto da tale inconveniente. Al massimo, nell'applicazione del tampazo vigoroso che provocava emorragie nella parte inferiore del corpo. Nelle altre torture sarebbe stato sufficiente applicare strettamente un cuscino alla parte inferma per ovviare ad immediati pericoli. Per quanto riguarda le donne che allattavano, a quanto pare non vi era regola fissa. Nel 1575 il Tribunale di Valencia voleva far torturare Maria Gilo, ma il medico chiamato, dichiarò che ciò avrebbe costata la vita al poppante ed in seguito a questo sospesero il procedimento. Nel 1608 a Toledo si riaffacciò la questione nel caso di Luisa de Narvaz, e dati i voti discordi della Consulta essa venne rinviata alla Suprema che ordinò senz'altro la tortura.

Oltre a questi motivi generali vi erano anche casi particolari in cui si rinunciava alla tortura; mal di cuore, debolezza, ripetuti svenimenti durante la procedura ed altre cause. Il medico ed il chirurgo vennero sempre chiamati quando l'imputato era già spogliato perché lo esaminassero e li facevano rimanere a disposizione, per eventuali bisogni durante le torture. Pare che i Tribunali siano stati più miti della Suprema la quale, in una disposizione del 1662, rimproverò un inquisitore il quale, per qualche frattura di braccio o di gamba, era stato contrario alle torture.
Un'altra norma sanitaria era quella di far trascorrere qualche ora fra l'ultimo pasto e la tortura. Nel 1560 l'inquisitore Cervantes propose che il soggetto non potesse né mangiare né bere sin dalla vigilia del supplizio, mentre nel 1722 un giudice propose il digiuno di otto ore.

Durante la tortura dovevano presenziare tutti gli inquisitori, i rappresentanti del Vescovo, un cancelliere ed un segretario, che faceva esatta annotazione di tutto l'avvenimento, oltre a questi poteva presenziare soltanto un infermiere, qualora non fosse chiamato addirittura il medico. In principio, non fu facile trovare uomini disposti a questo lavoro ripugnante.
Ferdinando in una lettera scritta a Torquemada nel 1486 lamentava che gli inquisitori di Saragozza avevano assunto un giustiziere perché i messi si rifiutavano di eseguire le torture e perciò proponeva che i messi venissero licenziati e che al loro posto venisse assunto un giustiziere, ma senza aumento di paga. Forse per questa ragione sulle note di pagamento non figurava il carnefice.

Per qualche tempo sembra che l'Alcade avesse avuto anche queste funzioni. Ciò risulta anche da una lettera della Suprema, diretta all'inquisitore di Navarra, nel 1536, nella quale é detto che se il loro Alcade non si intendeva del lavoro, bisognava cercarne un altro poiché non era decoroso che gli inquisitori stessi provvedessero a questa incombenza come lo avevano fatto fino allora.
Di quando in quando i Tribunali dell'Inquisizione si valevano del giustiziere ufficiale della città il quale era bene esercitato nel mestiere. Quando il 23 Novembre 1646 a Valladolid venne ordinata la tortura di Isabel Lopez, l'Alcade annunciò che il giustiziere ufficiale era partito ed il suo ritorno incerto. Si dovette quindi rinviare la tortura, senonché Isabel Lopez il 27 Novembre confessò tutto sfuggendo così alle torture.
Dal Marzo all'Agosto del 1681, a Madrid pagarono ad Alonzo de Alcelà, giustiziere della città, per 14 torture eseguite, 44 ducati, cioé quattro ducati l'una. Può sembrare strano che gli inquisitori in un certo tempo sollevassero obiezione a che il giustiziere si presentasse mascherato, ma effettivamente nel 1524 la Suprema vietò che il boia comparisse mascherato permettendogli solo di far uso della cappa. Tuttavia nella seconda metà del Secolo XVI permisero che portasse la maschera ed anche il travestimento ritenendo opportuno che nessuno lo riconoscesse.
Dopo la lettura della sentenza l'accusato veniva introdotto nella camera di tortura, denudato e legato dal carnefice ad un palo. Indi seguiva una breve pausa durante la quale gli inquisitori nel Santo nome di Dio esortavano l'imputato di dire la verità, dichiarando che essi non desideravano vedere la sua tortura.

Il denudamento non era puramente una sadica accentuazione del procedimento, ma una cosa necessaria, poiché le diverse funi, cinghie e strumenti, dovevano accedere a tutte le parti del corpo che veniva martoriato. Tanto le donne quanto gli uomini erano sottoposti a questa formalità con l'unica concessione che gli ultimi potevano indossare il zaraquelber o panol de la perquema, una specie di mutandina. Tuttavia prima dovevano denudarsi completamente. Durante la tortura si potevano rivolgere solo queste tre parole al torturato: « dicci la verità! ». Era assolutamente vietato rivolgergli domande o fare dei nomi poiché si era constatato che i torturati erano sempre pronti ad assentire a quanto veniva loro chiesto, facendo così false testimonianze contro se e contro gli altri.

Naturalmente neanche il giustiziere poteva rivolgere alcuna parola ai torturato, mentre gli inquisitori dovevano badare che la tortura non lo storpiasse a vita. Il lavoro doveva essere eseguito lentamente perché diversamente avrebbe potuto perdere di effetto e l'imputato avrebbe potuto sopportarlo con maggiore facilità.
Secondo la regola generale, si poteva applicare la tortura soltanto una volta salvo i casi in cui emergessero nuove prove. Se il regolamento non permetteva la ripetizione della tortura la continuazione non era vietata e molte volte quando essa non dava i risultati desiderati l'inquisitore la sospendeva per riprenderla più tardi.
Con questo trucco, la tortura poteva essere ripetuta quante volte la Consulta lo ritenesse opportuno. Il segretario riferiva nel protocollo o nel verbale, fedelmente, tutto quanto era avvenuto, non omettendo nemmeno le disperate grida, proteste ed implorazioni alla morte. La lettura di questi verbali scritti con la massima freddezza ed indifferenza suscitano una profonda impressione.

A ciò che riguarda la varietà delle torture non si deve dimenticare che l'Inquisizione dipendeva per lo più, a tale riguardo, dal giustiziere ufficiale e così per necessità i sistemi applicati erano quasi identici a quelli dei Tribunali civili. Nelle prime epoche dell'Inquisizione esistevano solo due qualità di torture, la garrucha cioè una carrucola e la tortura dell'acqua.


Paolo Garcia menziona solo queste due forme di supplizio come le più antiche e di sicuro effetto. Il primo che era conosciuto in Italia con il nome di « strappado », consisteva nel legare le mani dietro la schiena, alla vittima, che issato per mezzo di una corrucola per le mani stesse veniva lasciato penzolare con un peso attaccato ai piedi. Nel 1620 qualcuno propose che i movimenti del giustiziere fossero lenti perché diversamente dopo il primo dolore violento prodotto dallo strappo, la sofferenza diveniva più sopportabile; che il condannato venisse issato sino a che le punte dei suoi piedi sfiorassero appena la terra, indi che gli venisse chiesto di dire la verità; in caso negativo bisognava legare il peso ai piedi e sollevarlo due pollici dalla terra. Durante il supplizio veniva cantato ripetutamente il Miserere.

La tortura dell'acqua era già più complessa. La vittima veniva distesa di una « escalera », specie di steccato, sul quale si trovavano delle punte pungenti; ad una estremità di questo letto di tortura si trovava una cavità che raccoglieva il capo del torturato, fissato con un anello di ferro che immobilizzava anche la gola. Delle corde scabre cosiddette « cordeles », che penetravano profondamente nelle carni, fissavano le braccia e le gambe. Il « costezo », ossia puntello, gli spalancava la bocca mentre la « toca », specie di imbuto di tela, gli veniva profondamente incastrato nella gola; in esso versavano da un « garru » cioè brocca, l'acqua. Generalmente l'acqua versata era più di una pinta. Se la vittima cominciava a soffocare allora di quando in quando gli levavano la toca e cercavano di convincerlo a dire la verità.

La crudeltà della tortura si uniformava al grado di sopportazione del torturato al quale generalmente venivano fatte ingoiare sette od otto pinte di acqua. Nel 1450, nel caso del sacerdote Diego Garcia, gli inquisitori si accontentarono di una sola pinta e poi lo assolsero. Nel caso di Manuel Diaz al Messico nel 1596, vennero applicati i cordeles. Gli girarono sette « garrotes » attorno alle braccia ed alle gambe, gli misero la Toca nella gola, facendogli ingoiare non meno di 17 pinte di acqua.
A Toledo nel 1593, nel caso di Maria Rodriguez, l'operazione venne fatta in due riprese; mentre la donna sedeva sul « bangrillo » le applicarono le cordeles con otto giri, poi venne distesa sull'escalera ed anche là le applicarono il garrote poi le fecero bere l'acqua, ma già alla seconda pinta essa fu presa da vomito per cui la sciolsero ed essa cadde svenuta a terra. Il giustiziere la alzò e le fece indossare la camicia, indi le dissero che se non avesse confessato, avrebbero ricominciato daccapo. La donna giurò di aver detta la verità ed allora sospesero le torture. Per nove mesi la disgraziata rimase rinchiusa nella sua cella fino a che la « Consulta de fé » votò la sua liberazione.
Probabilmente poco tempo dopo, questo genere di tortura venne soppresso e sostituito da altra tortura ritenuta meno crudele. Nel 1616 la Suprema si rivolse al Tribunale di Cordova per avere la descrizione del « garruche », della « silla », della « trampa » e del « tramezzo » che venivano applicati nei casi più gravi. Il Tribunale dispose che la « silla » non era più in uso poiché non poteva neppure essere considerata come mezzo di tortura, mentre il « garruche » venne soppresso perché provocava slogature e lussazioni. Da più di trent'anni, tanto il Tribunale dell'Inquisizione quanto quello civile ne avevano abolito l'uso, come pure della padella di carbone rovente, delle lamiere roventi, mattoni roventi, la toca di sette pinte, il depinonello, il carobaio, il taborillas, il sueno e diversi altri arnesi di tortura.

I mezzi moderni in quell'epoca erano il garrote ed i cordeles di cui si conoscevano tre sistemi, cioè la « vuelta de manqué », la « manicured » e la trazione della vittima sul « potro ».
Le istruzioni descrivevano molto particolareggiatamente l'applicazione di tutte queste torture. In generale la vittima veniva trascinata presso il potro, ovvero palo, gli venivano legate le braccia sul petto e i suoi piedi, passati attraverso un anello che si trovava all'estremità inferiore del palo stesso, poggiavano su sottili e taglienti assicelle di legno; ottenuta così l'immobilità del prigioniero cominciava il supplizio. Non vi poteva essere un limite nella crudeltà della tortura.

Le istruzioni del 1561 dicono che la legge considerava la tortura come un procedimento a cui non si poteva dare un regolamento rigido, ma doveva essere affidato al senso di giustizia dei giudici. Gonzalo Bravo nei suoi scritti del 1662 scrive soltanto che la Giustizia dell'Inquisizione giudicava a seconda dei casi e perciò era necessario il tatto e la saggezza del giudice, nonché l'abituale senso di pietà del Santo Uffizio.
Secondo l'opinione di un altro competente le torture avrebbero dovuto essere applicate al massimo per mezz'ora, tuttavia in molti casi esse vennero protratte sino a due o tre ore. Nel caso di Antonio Lopez nel 1648 a Valladolid la tortura incominciò alle otto del mattino e fu continuata fino alle undici ed il braccio destro della vittima rimase storpiato; due settimane dopo il Lopez voleva impiccarsi, ma ne fu impedito; tuttavia nel corso del mese morì in seguito al supplizio patito.
Simili casi non erano affatto rari. Gabriel Rodriguez venne torturato in tre riprese a Valencia nel1710 e poi condannato alla prigione e sfuggì alla galera soltanto poiché, in conseguenza delle violenze delle torture, era rimasto storpio per tutta la vita.
Ma nemmeno i casi letali mancavano. Nel 1623 venne torturato a Valladolid, Diego Enriques. Durante il procedimento avvenne un incidente e l'Enriquez venne riportato nella sua cella. Due giorni dopo il medico proponeva di farlo trasportare all'ospedale, ciò che fu fatto, ma la vittima vi morì.
Nella maggioranza dei casi, l'imputato sopportava la tortura e da questo fatto si potrebbe trarre la conseguenza che queste torture non fossero nemmeno tanto crudeli.

In linea di massima indubbiamente era così, ma la sorprendente capacità di sopportazione di qualche individuo dimostra che non si può generalizzare. Così per esempio Tomas de Leon venne torturato con i mezzi più svariati il 5 Novembre 1638 a Valladolid, ma egli sopportò tutto e soltanto in ultimo ci si accorse che aveva rotto il braccio sinistro.
Allo stesso Tribunale nel 1643, durante le torture eseguite sulla sessantenne Eugracia Rodriguez la « balestilla » le strappò un dito dal piede finché al primo giro della « manquerda » le fratturarono il braccio sinistro. Allora interruppero il supplizio, senza aver potuto estorcere alcuna confessione dalla vecchia; ma a nulla valse la resistenza della donna poiché poco dopo sotto il peso di nuove prove dovette confessare la sua eresia.
Un altro esempio di fibra eccezionale fu Florencia de Leon che sopportò la « balestilla », tre giri di « manquerda » ed il « potro » senza confessare, tuttavia poté salvarsi soltanto con la conciliazione e venne condannata ad una pena carcerarla.

Il procedimento ed il suo effetto sulla vittima sono riprodotti assai bene dalle relazioni dei segretari, scritte in un tono spassionato ed oggettivo, atto a dare esatte informazioni alla « Consulta de fé ».
Queste relazioni contengono le più diverse gradazioni di orrori nonché le grida ed invocazioni delle vittime.
In seguito riporteremo una di queste relazioni, nella quale si tratta di una mite applicazione della tortura ad acqua, al Tribunale di Toledo, su una certa Elvira de Campo, accusata di non voler mangiare carne suina e di cambiare la biancheria ogni sabato sera. La donna riconobbe l'azione addebitatale, ma negò di esservi stata indotta per motivi di eresia e perciò fu considerata ostinata e trascinata alle torture.

 

Venne condotta dinanzi agli inquisitori i quali dopo qualche esitazione le comunicarono l'intenzione di torturarla e per evitare delle sofferenze, la invitarono a dire la verità. Indi lessero la sentenza mentre la donna inginocchiata implorò che le venisse detto ciò che doveva confessare.
La relazione continua così:
La donna venne trascinata nella camera di supplizio ed ancora invitata a confessare la verità; siccome essa non confessava ordinarono di spogliarla continuando le persuasioni. Ma essa tacque e quando era già nuda disse agli inquisitori
« Ho commesso tutto ciò che mi ascrivete, senores ed ho testimoniato falsamente contro me stessa perché non voglio esser così torturata. Giuro su Dio che io non ho fatto nulla ».
Allora la obiurgarono ammonendola di non confessare falsamente, ma di dire la verità. Le legarono le braccia, mentre essa gridava : « Ho detto la verità, che altro potrei dire? ». Le gridarono ancora di dire la verità ed essa rispose: « Ho detto la verità, che altro devo dire? ». Le venne passata una corda attorno al braccio ed aspramente girato, continuando sempre a persuaderla a dire la verità; ma la donna pareva non aver nulla da confessare.
Cominciò a gridare dicendo
« Ho commesso tutto ciò di cui mi accusate. E quando le ordinarono di dire particolareggiatamente la verità rispose : « Ho commesso tutto ciò che dite di me ». Poi continuò : « Ditemi quello che debbo confessare poiché io non so che dirvi ».
Le ordinarono di dire tutto quello che aveva commesso, dicendole che era torturata per quello ed un altro giro venne dato alle corde. La donna gridò : « Lasciatemi, senores e dite quello che debbo confessare, non so quello che ho commesso; oh mio Dio, abbi misericordia di me povera peccatrice! ». Le corde furono ancora girate mentre essa implorava « Lasciate le corde soltanto un poco, senores, e ditemi che cosa debbo confessare, perché non so quello che ho commesso. Non mangiavo carne suina perché il mio stomaco non la sopportava; ho commesso tante altre cose e ve lo dirò se rilascerete le corde ». Le corde vennero invece strette ancora di più e la sciagurata gridò « Scioglietemi le corde e confesserò la verità. Lasciatemi per l'amor di Dio; ditemi quello che devo confessare. L'ho commesso, sì l'ho commesso. Voi mi straziate, seniores. Lasciatemi e ví dirò tutto ». La esortarono di nuovo a dire la verità ed essa rispose « Ma io non so che cosa debbo dire; sono colpevole, senores, sì sono colpevole. Oh, il mio braccio! Lasciatemi e vi dirò tutta la verità! ». Le dissero di dire tutto, ma essa continuò a lamentarsi : « Ahi, ahi, senores, lasciatemi, non mangiai di quella carne perché non desideravo di mangiarla ».
Girarono ancora le corde, mentre la donna implorava Non ne mangiavo, senores perché non desideravo di mangiarla. Lasciatemi e vi dirò tutto ».
Le ordinarono di confessare tutti i suoi reati contro la Santa Fede Cattolica, ma la donna per tutta risposta seguitava a dire « Portatemi via di qui e ditemi quello che debbo confessare. Oh, il mio braccio! Ahi, il mio braccio! ». Ripeté molte volte il suo grido e poi continuò « Non ricordo nulla; ditemi ciò che debbo confessare. Oh, me
miserabile! Rilassate solo un poco; ho commesso tutto ciò che mi imputate; mi spezzate il braccio; ma che cosa debbo dirvi? Lasciatemi affinché possa ricordare. Non vedete che sono una donna debole? Oh, oh, mi si spezza il braccio! ». Continuarono a stringere sempre più le corde. « Ma non c'é pietà per una povera peccatrice? ». Gli inquisitori risposero che avrebbero avuto pietà se avesse detto tutta la verità ed ordinarono pertanto di girare ancora le corde. « Ma se ho detto già tutto! Ho commesso tutto quello che dite; non so che cosa dirvi ancora, senores, davvero non lo so ». Allora contarono i giri delle corde che erano diciassette. Ne dettero ancora uno e la corda si spezzò. Ordinarono quindi di coricarla sul potro e la donna continuò a lamentarsi
« Perché non volete dirmi, senores, ciò che debbo confessare? Fatemi mettere sul pavimento e vi dirò tutto senores, tutto quello che volete ».
Gli inquisitori insistevano perché raccontasse con particolari quello che i testi avevano detto « Come ho già detto, senores, non so nulla. Ho detto di aver fatto tutto ciò che dicono i testimoni. Oh, oh, oh, mi fate a pezzi! E vi avevo già detto di aver commesso tutto. Se voi sapete la verità, senores, per l'amor di Dio vi imploro di aver misericordia. Sciogliete questi ferri dalle mie braccia; mi ucciderete, oh, senores! ».
La legarono al potro e continuarono a chiederle di dire la verità, stringendole ancora più stretto il garrote. La donna implorò
« Ma non vedete che mi uccidete? Ho commesso tutto quello che mi imputate, lasciatemi andare per l'amore di Dio! Abbiate pietà di me ed allora potrò ricordarmi meglio di tutto. Se ho già confessato di non aver voluto mangiare carne di maiale, senores! ». Ripeté più volte questa dichiarazione mentre gli inquisitori insistevano nel chiederle perché non avesse voluto mangiare della carne e la donna rispose
« Per il motivo che dicono i testimoni. Non so come spiegarvelo; oh me miserabile, perché non riesco a spiegarmi? Questa gente vuole ammazzarmi, non mi ascolta. Oh, lasciatemi ed io certamente vi spiegherò tutto, oh lasciatemi perché impazzisco ».
Le ordinarono severamente di confessare il suo peccato, ma la donna continuò « Non so dirvi di più; non ho più la mente a posto; Dio mi é testimone che se potessi lo direi. Ahi, senores, senores, nessuno ha pietà di me? Mi strappate L'anima: ordinate di lasciarmi. ho fatto tutto per mantenere la legge ».
Gli inquisitori domandarono quale legge avesse voluto mantenere.
« Quella legge » disse la donna, « che hanno detto i testimoni, ma io non ricordo più nulla; di che legge state parlando? Oh, sciagurata la madre che mi portò nel suo seno ».
Le chiesero ripetutamente di precisare la legge di cui aveva parlato, ma la donna rimase ostinata, ed infine tacque completamente.
Dettero un altro giro al garrote, chiedendole ancora di precisare la legge. Infine la donna riprese a parlare « Se lo sapessi, senores, lo direi; oh, oh, oh; mi uccidono! Ahi, il mio cuore! Dio é testimone che mi uccidono innocente. Oh, me misera! ».
Le comunicarono che se non si fosse decisa a dire la verità le avrebbero versato acqua nella gola, ma la Campon continuava a dire che non poteva dir nulla e che era una povera peccatrice. Allora le misero la toca nella gola ed essa strillò « Levatemela che soffoco! ».
Ma le versarono una brocca d'acqua nella gola, ordinandole ancora di confessare la verità. La sciagurata chiese il confessore dicendosi moribonda. Le risposero che avrebbero continuato la tortura finché non avesse detto la verità, ma nonostante diverse ripetizioni la donna non proferì più verbo. Allora l'inquisitore comprese che era esausta dalla tortura e ne ordinò la sospensione.

Non vale la pena di raccontare ancora gli altri miserevoli particolari. Fecero passare quattro giorni poiché l'esperienza dimostrava che questo era il tempo necessario perché le membra si irrigidissero, ciò che rendeva ancor più dolorosa la ripetizione del supplizio.
Portarono ancora la sciagurata donna nella camera di tortura. Completamente affranta, quando la spogliarono, implorò con voce che spezzava il cuore che il suo corpo venisse coperto. Ripeterono le domande, ma la disgraziata, durante la tortura diede delle risposte del tutto incomprensibili, cosicché la Inquisizione ebbe finalmente la soddisfazione di estorcere la confessione di eresia.

È impossibile leggere senza costernazione questi funesti rapporti e non si può comprendere come le innumerevoli contraddizioni che avvenivano nelle deposizioni estorte col supplizio dagli sciagurati condannati, possano essere state prese in considerazione da uomini di stato e legislatori. Il risultato di queste confessioni era quasi sempre una prova di pazienza e di capacità di resistenza, non però della verità. In qualche caso si trovarono uomini dal sistema nervoso e muscolatura tanto forti, che tutti gli sforzi del giustiziere non valsero a mutare il loro atteggiamento negativo. Le corde potevano tagliare le carni sino all'osso, le membra potevano essere contorte sino a spezzarsi, ma nulla valeva ad infrangere la fermezza di taluni eroi.

In altri casi bastava che l'accusato ravvivasse la caratteristica camera di giudizio, per cedere immediatamente sotto l'influenza della terribile visione e confessare tutto, non soltanto su se stesso ma anche dei migliori amici e parenti, dei quali poteva ricordarsi nello stordimento provocato dal timore.
Tuttavia pure pienamente consci di ciò, tanto i Tribunali civili, quanto quelli ecclesiastici, nonché gran parte del mondo cristiano, insistevano rigidamente sull'applicazione di quel sistema che a nome della giustizia portava ad un'infinita serie di atrocità.

La ratifica della confessione dell'imputato ritenuta necessaria, avveniva generalmente nel pomeriggio del giorno seguente il supplizio, per mantenere le 24 ore prescritte dalla legge.
Talvolta però facevano trascorrere più tempo, come nel caso di Caterina Hermandez, la quale il 13 Luglio 1541, non appena spogliata fu confessa. Ma la ratifica della confessione, da parte degli inquisitori avvenne soltanto il 27 luglio, con la scusa che avevano altri lavori più urgenti.
La dichiarazione contenuta nella ratifica, che la confessione non era provocata dalle torture, era una semplice menzogna, poiché in tutte le giurisdizioni era prescritta la ripetizione del supplizio in caso di revoca della confessione. Anche nel caso di Diego Fuceda nel 1528, il Tribunale di Toledo si atteneva a questa norma. L'imputato era accusato di luteranesimo e non appena fu messo al cospetto della camera dei supplizi si affranse e confermò tutto quello che dicevano i testimoni, ma non poté ricordare esattamente le deposizioni.
Siccome questa confessione era stata fatta evidentemente soltanto per timore delle torture, il supplizio venne applicato, ma già al primo giro del garrote lo sciagurato era talmente confuso che fece falsa deposizione contro se stesso. Gli inquisitori si accontentarono di questo e lo prosciolsero.
Ma simili casi non erano frequenti. Il procedimento era generalmente quello di ripetere le torture e se la confessione era seguita da un'altra revoca, suppliziavano anche per la terza volta la vittima.

Rimase tuttavia una questione insoluta se questa procedura potesse essere ripetuta all'infinito, o se vi fosse un limite stabilito. I diversi Tribunali facevano ampie discussioni in merito.
Nel caso di Miguel de Castro, il quale venne posto sotto accusa nel 1644 al Tribunale di Valladolid, l'accusato venne torturato come renitente. Egli confessò, poi rettificò la confessione, in seguitò la ritirò e la rettificò ancora. Durante la seconda tortura gli strapparono due dita e gli slogarono le braccia. Tuttavia egli ritirò ancora la confessione. Lo avrebbero torturato anche una terza volta, se il medico non fosse intervenuto ed allora la Suprema lo condannò alla prigione, alla penitenza ed a cento scudisciate.

Quando l'applicazione della tortura non aveva per risultato una confessione, avrebbe dovuto essere una prova di innocenza. Vi era una legge che prescriveva questa interpretazione, ma all'Inquisizione non piacque di osservarla e si trovava sempre qualche pretesto per poter derogare.
In molti dei casi in cui la tortura era sopportata con facilità, probabilmente il giustiziere era stato corrotto. Non doveva essere una cosa facile, data la severa segretezza che celava ogni azione del Santo Uffizio, ma tuttavia non era impossibile. Ad un « auto da fé » di Valencia comparirono 97 penitenti mori, tra i quali 53 vennero torturati, ma senza poter estorcere loro una confessione.
Poco dopo Luis de Jesus, giustiziere del Santo Uffizio venne processato per aver accettato denaro dai mori. Lo stesso caso avvenne a Cordova dove all'« auto da fé » del 13 Luglio 1723 comparve anche il giustiziere Carlos Felipe, accusato di aver protetto gli eretici e gli ebrei. Con molta discrezione l'Inquisitore si accontentò di scacciarlo dalla sua carica. Alquanto strano é il fatto che, sebbene le operazioni di tortura fossero a conoscenza del pubblico, l'Inquisizione si asteneva di darne pubblica lettura agli « auto da fé ».

Naturalmente sarebbe impossibile di dare una esatta statistica, per stabilire il numero approssimativo delle torture applicate dalla Inquisizione. Tuttavia disponiamo di alcuni dati succinti, come per esempio gli annali del Tribunale di Toledo tra il 1575 ed il 1610. In questo periodo furono posti dinanzi al Tribunale per eresia 411 persone tra le quali 109 vennero torturate. In due casi la tortura dovette essere smessa già all'inizio, poiché le vittime erano svenute; in sette casi il procedimento dovette essere sospeso prima dell'interrogatorio. Vi erano poi cinque casi in cui le vittime vennero poste « in conspectum tormentorum ». Complessivamente dunque si può dire che la tortura venne applicata sul 37 per cento degli accusati.

Quando alla fine del Secolo XVIII l'attività dell'Inquisizione diminuì notevolmente, furono anche più rari i casi di supplizio.
Una delle prime attività di Ferdinando VII, non appena asceso al trono, fu quella di vietare l'applicazione delle torture. Con Manoscritto Reale del 5 Febbraio 1803 vennero soppresse queste pratiche ad eccezione dell'applicazione delle catene. Nel contempo venne aperta istruttoria presso i vari Tribunali del Regno per stabilire se non fossero costretti gli innocenti a fare falsa confessione contro se stessi. Poco tempo dopo Ferdinando promulgò un severo ordine che vietava a tutti i giudici di applicare qualsiasi pressione o tortura, al fine di estorcere all'imputato od ai testimoni qualche confessione, nominando severi provvedimenti per le recidive.
Il Llorente pubblicò nella Gazette de France una lettera papale in data 14 Aprile 1816, con cui vietava severamente l'applicazione delle torture presso tutti i tribunali dell'Inquisizione. Questo ordine venne notificato agli Ambasciatori di Francia e di Portogallo.

Secondo l'« arancel » ossia tariffa, nel 1553 spettavano al giustiziere un real per l'applicazione della tortura e mezzo real per la sola minaccia dell'imputato. Ai Tribunali civili la vittima era obbligata a pagare il proprio giustiziere. All'Inquisizione invece, in quelle cause in cui i reati autorizzavano l'applicazione delle torture, la reclusione nelle carceri era sempre connessa alla confisca dei beni e così il Tribunale stesso provvedeva alle paghe che. come abbiamo visto, già nel 1681 ammontavano a quattro ducati per ogni opera di giustiziere. Nell'Inquisizione romana, dove le torture vennero applicate ancor più liberamente, in base alla deliberazione del 1614 della Congregazione l'imputato era esonerato dal pagamento delle spese di tortura.


L'ISTRUTTORIA


L'antica Inquisizione evadeva sollecitamente le cause dei colpevoli. Non appena essi erano gettati nelle segrete venivano sottoposti ad interrogatorio e quindi la causa veniva discussa. Più tardi però gli inquisitori fecero l'abitudine di citare gli imputati quando loro piaceva e non di rado protraevano le cause all'infinito, con grande disperazione degli arrestati. Tuttavia l'accusato poteva domandare, in qualunque momento, di essere interrogato, ciò che generalmente gli veniva accordato. Al primo regolare interrogatorio lo facevano giurare che avrebbe detto soltanto la verità, tanto sul momento, come in seguito e che non avrebbe detto nemmeno una parola di tutto quanto aveva visto e sentito in connessione con la sua causa.
L'arrestato doveva dare le sue generalità, denunc
iare la sua abituale occupazione e l'epoca del suo arresto. Dopo di ciò, trattandosi di caso di eresia, si apriva l'istruttoria che si estendeva su tutta la generazione della famiglia.

L'applicazione di questo sistema fu alquanto ridicola nell'istruttoria aperta nei confronti di uno schiavo negro mandingo, per via di pratiche superstiziose, nel 1763, a Lima. Lo schiavo aveva settant'anni ed era stato portato, ancora in infanzia, dalla Guinea e dopo tanti anni fu interrogato circostanziatamente circa i suoi genitori, nonni, zii e zie e gli fu fatto giurare che tutti questi appartenevano alla razza negra e che nessuno di essi era mai stato punito o multato dall'Inquisizione.
Dopo questi preamboli, gli rivolsero delle domande relative al suo battesimo ed a riti religiosi. Egli doveva fare il segno della croce ed infine riferire esattamente del suo passato, domanda sulla quale simili imputati rispondevano negativamente ed allora seguiva la cosiddetta ammonizione che era di tre specie.
Il testo di tali ammonizioni era minaccioso. Si faceva noto all'imputato che il Santo Ufficio non faceva mai arrestare senza motivi e senza prove sufficienti. Perciò lo avvertivano che rendendo omaggio a Dio ed alla Santa Vergine, esaminasse la propria coscienza e confessasse tutto quanto aveva commesso e quanto era a sua conoscenza sul conto di altri, senza tacere alcuna cosa ed astenendosi dalle menzogne. Con ciò si sarebbe alleggerita la coscienza e salvata l'anima da buon cattolico; inoltre gli avrebbero trattata la causa con la massima sollecitudine e col maggior riguardo possibile, mentre in caso contrario, lo avrebbero punito severamente.

Questo ammonimento esercitava un'efficace pressione sull'imputato, particolarmente se esso, col solito sistema dei rinvii senza fine, si era già tormentato per mesi e qualche volta per anni, rinchiuso nella sua cella, isolato dal mondo e meditando sul possibile esito della sua causa, che raramente si poteva attendere favorevole.
Il sistema spietato di non far conoscere all'imputato l'accusa sollevata contro di lui sembra sia stato messo in uso solo gradualmente; attorno. al 1530 si faceva ancora qualche cenno al genere di accusa, ma verso il 1540 divenne regola l'assoluto riserbo al riguardo. Solo verso la fine del segno di Carlos III e dopo la Restaurazione, l'Inquisizione concedeva, di volta in volta, un' «audencia de cargo», durante la quale si informava l'imputato della natura dell'accusa.

Il sistematico riserbo tenuto a questo riguardo diede ottimi risultati, agli effetti dell'istruttoria, fatto dimostrato dal caso di Angela Perez, svoltosi nel 1680, dinanzi al Tribunale di Toledo. Dopo essere rimasta per undici mesi nelle carceri, essa chiese una udienza, per conoscere il motivo della sua detenzione. Allora la avvertirono di averle già detto che nessuno veniva carcerato dall'Inquisizione senza che avesse peccato contro la religione e siccome la Perez insisteva di non aver nulla da confessare, la rimandarono in cella, esortandola a riflettere e ad alleggerirsi la coscienza.

Ancora più caratteristico era il caso di José Brunon de Vertis, sacerdote del Messico, il quale aveva mistificato alcune donne, dicendo di aver avuto delle visioni. Vennero arrestati tutti, ed il sacerdote venne incarcerato il 9 Settembre 1649. Nelle ripetute udienze invano chiedeva di essere informato sui motivi del suo arresto, strisciava letteralmente sulle ginocchia, dinanzi agli inquisitori, riferendo esattamente di tutti i suoi fatti e di quelli degli altri. Umilmente si dichiarò pronto a sottomettersi a tutte le imposizioni della Chiesa e di confessare tutto quello che volevano. La tensione nervosa era superiore alle sue forze e poco dopo diede segni di squilibrio.
Finalmente, il 30 Aprile 1656. morì, dopo essersi torturato in prigione per sette anni e mezzo, senza conoscere il capo d'accusa contro di lui. Venne sepolto in terra non benedetta e la causa venne proseguita contro la sua memoria ed i suoi familiari.

Durante il terzo ammonimento l'accusato veniva avvertito che se non avesse confessato, il procuratore avrebbe steso l'atto di accusa, in base al quale il processo sarebbe proseguito, ma ciò era soltanto un'astuzia per farlo parlare, perché l'istruttoria seguiva il suo corso, indipendentemente dalle sue dichiarazioni.
Sembra strana questa procedura, dato che all'atto dell'incarcerazione l'Inquisizione doveva possedere già qualche prova della colpevolezza dell'accusato, ma si desiderava conoscere i particolari della sua vita eretica.
L'usanza di fare intervenire nei processi penali l'avvocato difensore era stata appena applicata in Inghilterra, che l'adottò pure l'Inquisizione. Ciò può essere considerato come una prova del desiderio di fare giustizia assoluta.
Nella cancelleria Reale, organizzata da Ferdinando ed Isabella, vi erano due « abogados de los pobres ».

Nel Medio Evo l'Inquisizione non concedeva all'imputato l'avvocato difensore e la legge canonica dichiarava esplicitamente che un avvocato il quale avesse assunto la difesa di un eretico doveva essere considerato disonorato in eterno.
Che il pericolo che minacciava gli avvocati difensori troppo zelanti non fosse una pura ipotesi é dimostrata dal caso di Ferdinando Casafranca supremo Tesoriere di Catalogna, il quale venne arso vivo all' « auto da fé » del 17 Giugno dello stesso anno. Suo suocero venne torturato e la madre gettata nelle segrete dove morì. Il difensore di Casafranca Francisco Franch, Procuratore reale, venne perseguitato dall'Inquisizione per le sue prestazioni nella causa, sebbene egli fosse divenuto nel frattempo Governatore della Cancelleria reale. Ferdinando, che si interessava vivamente di lui, fece scrivere il 28 Febbraio del 1505, dal Capo Inquisitore Deza, all'inquisitore Francesco Pays de Sotomayor, ma ciò non poté salvare l'avvocato da amare umiliazioni.

Il principale requisito dell'« abogado de los presos » era la limpieza propria e quella della moglie. L'avvocato, poco alla volta, divenne un semplice dipendente dell'Inquisizione che, contro uno stipendio adeguato, svolgeva un'attività in perfetto accordo con quella degli inquisitori, Nel 1584 uno degli avvocati pregò il Tribunale di Valencia di mettere a sua disposizione un posto all'« auto da fé », per poter presenziare all'esecuzione dei suoi clienti. La domanda venne accolta e fu assegnato all'avvocato l'ultimo posto, fra i dipendenti stipendiati.

Effettivamente il cosiddetto avvocato difensore non era che un mezzo per estorcere una deposizione all'imputato, al quale compito lo rendeva molto adatto la sua posizione come consigliere amichevole. Il contatto fra l'avvocato ed il suo cliente era tuttavia vietato, se non nella presenza degli inquisitori e del segretario, il quale metteva a verbale tutto il colloquio.
Le conseguenze che potevano ricadere sull'avvocato alla minima deviazione dal suo dovere sono illustrate dal caso di Isabel Galdoz, che venne posta dinnanzi al Tribunale di Toledo nel 1621 per eresia. Il suo avvocato, Argendona, prese a cuore sinceramente la sua difesa poiché la poveretta gli pareva davvero innocente. Egli le domandò pure se non avesse qualche nemico che potesse averla accusata falsamente. L'atteggiamento del legale dispiacque agli inquisitori, i quali, dopo un dibattimento sommario, mandarono la donna al patibolo e licenziarono l'avvocato dalla carica.

Se nonostante simili ostilità da parte degli Inquisitori, si trovava qualche avvocato che difendesse con zelo l'imputato, ciò era generalmente dovuto alle forti somme offerte dai parenti al difensore stesso. Infatti originariamente, i parenti ed i figli dell'accusato potevano comunicare liberamente col difensore, fornendolo di informazioni e nominandogli dei testimoni.
Malgrado la segretezza assoluta del procedimento giudiziario, l'Inquisizione teneva a che l'accusato avesse un difensore, per salvare le apparenze, ma con gravi minacce si assicuravano della discrezione dell'avvocato.
Quando nel 1565, Pedro Hernandes venne posto dinanzi al Tribunale di Toledo, accusato di calvinismo, egli fu immediatamente confesso, si convertì alla Fede Cattolica ed implorò grazia; respinse l'offerta di un difensore ed accettò soltanto quando gli dissero che era assolutamente necessario l'intervento di un consulente giuridico.
Come il solito si trattava di pura formalità, poiché egli fu arso al rogo, il 17 Giugno dello stesso anno.

Oltre all'avvocato difensore, nelle cause contro minorenni figurava anche un'altra persona, che chiamavano « curador » ossia tutore, che doveva pure confermare all'imputato le paterne cure dell'Inquisizione.
Nel 1638 Blanca Enriquez, comparsa dinanzi al Tribunale di Valadolid con l'accusa di parteggiare per gli ebrei, dichiarò di aver ventidue anni e così, data la sua minore età, le venne assegnato il « curador ». Fra l'altro essa depose di essersi convertita, nove o dieci anni prima a Cordova. La causa fu rinviata alla Suprema, la quale scoprì che la precedente istruttoria contro la donna si era svolta nel 1623, quando aveva già quindici anni e quindi ora doveva averne trenta e non ventidue. Siccome in questo caso l'assegnazione del curador, aveva condotto su falsa pista l'istruttoria, la Suprema ordinò che il processo fosse rifatto da capo.

Quando leggevano l'atto d'accusa all'imputato lo invitavano a scegliersi un avvocato difensore. Probabilmente gli citavano due nomi di persone a lui assolutamente sconosciute, ma nel maggior numero dei casi soltanto uno. Siccome l'imputato non aveva alcuna libertà di scelta, appena aveva dato il consenso veniva chiamato l'avvocato, che era già pronto ad attendere in anticamera.
Fra i motivi di assoluzione enumerati dal « Simancas », la minore età non aveva grande importanza, poiché, come abbiamo visto, l'imputato, non appena raggiunta l'età della responsabilità, veniva punito senza misericordia.

L'alienazione mentale costituiva un motivo assai più serio, inquantoché gli squilibrati erano considerati irresponsabili ed inviati all'ospedale. Con molta larghezza di vedute l'Inquisizione qualificava la stregoneria come manifestazione di deficienza mentale e le famose streghe come pazze. In quei tempi a Barcellona era accusata una certa strega di nome Juana Rosquells, la quale era considerata dai medici e dai consultori come alienata. Siccome non sapevano che fare si rivolsero alla Suprema, la quale ordinò l'assoluzione della strega. ma con una certa incongruenza chiese un deposito cauzionale.
Più interessante fu il caso del bracciante Juan Garcia di Toledo il quale si era vantato di aver avuto delle visioni. All'udienza diede risposte incomprensibili alle domande rivoltegli e quando la
« consulta de fé » gli chiese se avesse preferito cento scudisciate od essere collocato all'ospedale, egli molto saggiamente respinse entrambe le proposte e così la Consulta decise di sottoporlo ad un esame medico.
Ciò avvenne, ma in modo tanto superficiale da non poter dedurne alcuna conclusione. La « Consulta de fé » si riunì ancora e decise che se il Garcia avesse continuato a sragionare gli si dovevano infliggere cento scudisciate, fosse o no pazzo, infine però lo prosciolsero.

Quando veniva accertato che l'imputato era alienato di mente, generalmente lo si inviava all'ospedale, ma prima del 1570 bisognava prima chiedere il parere della Suprema. Gli ospedali stessi non erano sempre disposti ad accogliere simili ammalati, ma nel 1574, un ordine severo della Suprema impose il ricovero obbligatorio.
Un caso significativo fu quello di Benito Ferrer, il quale portava abusivamente la veste del sacerdote e venne arrestato il 24 Agosto 1621 a Madrid dalla polizia vescovile. Già sembrava che egli venisse assolto quando il 20 Settembre, durante la Messa Solenne, essendo in libertà provvisoria, egli salì improvvisamente all'altare e strappò dalle mani del Sacerdote officiante, la Santa Ostia, all'istante dell'elevazione, e, frantumatala tra le mani, la gettò a terra, gridando : « Dio traditore, ora mi vendico! ».

Il sacrilegio suscitò naturalmente grande scandalo ed indignazione generale. La Corte Vescovile apprese il fatto, ma tuttavia era disposta a considerarlo come il gesto di un pazzo, quando l'Inquisizione pretese per sé il colpevole, inviandolo a Toledo per l'istruttoria, con l'ordine che il suo processo si svolgesse sollecitamente. Prima di trasportarlo da Madrid, il Procuratore lo esaminò. Il Ferrer dichiarò di essere perfettamente assennato, spiegando che l'ostia non era consacrata, poiché, tanto il sacerdote officiante, quanto i fedele presenti alla Chiesa, erano tutti demoni malefici.
Il Ferrer era indubbiamente pazzo, poiché nelle udienze successive, nel 1623, dichiarò di essere stregato e che tutti quelli che incontrava erano demoni. Il suo avvocato difensore chiese l'esame psichiatrico, ciò che venne fatto, col risultato che lo dichiararono simulatore. Tuttavia la « Consulta de fé » non era concorde nella votazione e perciò a Suprema ordinò di fare indagini sul passato dell'imputato. Vent'anni prima, come cittadino Catalano, egli si era preparato ala carriera ecclesiastica, ma due conventi lo respinsero, mentre altri due lo congedarono dopo pochi mesi di attività. I Tribunali di Barcellona e di Valencia indagavano su queste tenui tracce, ma i Frati di quei tempi erano già morti o dispersi e solo uno o due ricordavano ancora il Ferrer, il quale era noto come uomo poco intelligente ed evidentemente invaso dal diavolo. La prossima « Consulta de fé » votò all'unanimità la scomunica, ma la Suprema non approvò questa decisione e propose come estremo tentativo la tortura.

Quando gli lessero la sentenza, il Ferrer dichiarò semplicemente di essere pronto a tutto quanto la Maestà Divina avesse deciso per lui. Indi venne torturato ferocemente per tre ore; grondava sangue da ogni parte del corpo, ma fra i gemiti e gli urli non si poteva apprendere altro che : « Il figlio di Dio ha patito di più ed io sono qui per rendergli omaggio ». Poi chiese una Bibbia, sulla quale dimostrò che tutti i suoi torturatori erano diavoli.
Se la tortura doveva essere considerata come prova, questa volta non si poteva più dubitare della pazzia dell'accusato, ma la Suprema non fu ancora contenta ed ordinò che fossero rinchiuse nella sua cella due persone fidate, col compito di osservarlo attentamente.
L'8 Febbraio del 1623 gli inquisitori dichiararono assennato il Ferrer, viceversa il medico della Suprema era del parere che egli soffrisse di fissazioni. La Suprema esitava ancora e fece prolungare il periodo di osservazione, sino a che la Consulta, all'unanimità, lo dichiarò pazzo. Però la Suprema, stanca ormai della questione che pareva non aver fine, il 21 Gennaio 1624 condannò il Ferrer ad essere arso vivo.

Francisca Garcia venne arrestata come « alumbrada », ossia come uno di quegli individui semipazzi ed inclini al misticismo, contro cui l'Inquisizione lottava accanitamente. La donna confessò sinceramente i propri istinti perversi, i quali, secondo lei, erano in armonia con i comandamenti di Dio. Durante la lunga udienza parlò tanto confusamente che venne ritenuta pazza. Furono chiamati i medici che dichiararono che essa era tocca al cervello, ma l'Alcade osservò che non si poteva accertare se fosse deficiente o scellerata. L'esitazione durò per due anni, quando finalmente decisero di lasciarla nelle carceri.
Seguì un altro esame, del quale riferirono che l'imputata piangeva, gridando senza rispondere alle domande, ripetendo incessantemente che la sensualità era cosa grata a Dio. Passarono altri diciotto mesi ed essa finalmente chiese udienza ed implorò in ginocchio, piangendo, che le venisse insegnato a vivere onestamente. Dichiarava di saper bene che avrebbe dovuto accontentarsi del marito, ma che solo con l'aiuto di Dio avrebbe potuto resistere alla tentazione.
Convocarono immediatamente la « Consulta de fé », la quale
votò ancora la detenzione, poiché era da temere che la donna si abbandonasse ad ogni sorta di bassezze quando avesse riacquistata la libertà.

Passarono ancora due anni e mezzo, quando il segretario e l'Alcade annunciarono che la sciagurata non diceva più perversità e così il 1° Luglio del 1655 fu ordinata una nuova istruttoria.
La Suprema però era già stanca della questione ed in tono energico esigette un immediato dibattito. A questo punto cessano i rapporti e non si hanno dati precisi sullo svolgersi della causa, tuttavia é evidente che la disgraziata donna venne giudicata come assennata, perché la sentenza la condannava a due anni e mezzo di segregazione cellulare, dove, se non fosse stata pazza, sarebbe certamente impazzita, per l'oscurità e per l'abbandono.

Nei primi periodi dell'Inquisizione, il lavoro di questa era in gran parte di porre sotto accusa gli assenti ed i morti. Le persecuzioni sistematiche, naturalmente, ebbero per conseguenza la fuga di migliaia di convertiti. In nessun modo si poteva conciliare con la politica dello Stato e della Chiesa un eventuale perdono dei peccati dei fuggitivi e dei morti. Se non si poteva stabilire un esempio, facendo bruciare i corpi vivi, era sempre possibile esumare le ossa dei morti, oppure bruciarli in effigie.

In una simile linea di condotta, non poteva trovare nulla di eccepibile lo spirito di quell'epoca, né la giurisdizione latina. Nelle sfere intellettuali della Chiesa si era abituati già da tempo al pensiero di giudicare coloro che erano già comparsi davanti al giudizio divino e di far esumare le ossa di quegli eretici che fossero sepolti in terra benedetta.
La Giustizia non era più blanda nei casi di alto tradimento, quando si potevano porre sotto accusa i morti e sequestrare i loro beni.

Ancora nel 1600, nella Scozia, vennero portati al Tribunale i cadaveri del Earl of Gowrie e di suo fratello, perché fossero presenti al procedimento penale, col quale vennero condannati con tutte le regole all'impiccagione, allo squarciamento ed alla crocifissione. Nel 1605, Robert Logan of Restalrig, tre anni dopo la sua morte, venne dichiarato colpevole di partecipazione nella congiura Gowrie e le sue ossa furono esumate e portate al processo, mentre venivano confiscati i suoi beni.
Per quanto riguardava i fuggiaschi, era ritenuto assurdo, in tutta l'Europa, che l'assenza del reo potesse sospendere il procedimento a suo carico. Nell'Aragona i fuggitivi venivano diffidati a presentarsi entro quindici giorni; in caso contrario il processo continuava, ma essi avevano il diritto di ricorrere anche se fossero ritornati dopo la sentenza.

Si può farsi un'idea delle abbondanti entrate che ebbe l'Inquisizione da tali procedimenti, dalle annotazioni di uno degli scrittori di quel tempo, il quale asserisce che all'« auto da fé » del 25 Luglio 1485, a Toledo, vennero bruciate in effigie quattrocento persone ed il 25 Maggio del 1490 altrettante.

Il rito era di grande effetto. Costruivano un alto piedistallo, ricoperto tutto da un drappo nero, di fronte al palco degli Inquisitori; leggevano uno per uno i nomi dei condannati con la sentenza: ogni volta che un nome era chiamato si apriva il drappo e compariva un'effigie con la veste che gli ebrei usavano porre ai morti. Seguiva la scomunica dell'eretico, poi veniva eretto in mezzo alla piazza un alto rogo, su cui le immagini venivano bruciate insieme alle ossa. Dopo queste cerimonie i nomi dei giustiziati fuggiaschi venivano letti nella Cattedrale, con l'invito rivolto agli eredi di presentarsi entro venti giorni, perché in caso diverso l'eredità sarebbe spettata al Re.

Il proclama rivolto agli eredi ed ai figli dei defunti, nel 1484, chiamava per nome 61 morti, invitando i discendenti a difenderli. Vi erano inoltre quarantadue fuggiaschi, da difendere dall'accusa di parteggiare per gli ebrei.
Queste cifre potrebbero sembrare esagerate, specialmente per quanto riguarda la riesumazione dei peccati dei morti, se non vi fossero tante prove a conferma del lavoro in grande stile, eseguito con molto zelo dall'Inquisizione.
Questo audace ed irriverente procedimento, era basato sulle disposizioni del 1484, che ordinava di porre sotto accusa persone morte anche cinquant'anni prima, da buoni cattolici.

Considerata l'attività esuberante dei Tribunali di Ciudad Real e di Toledo, può apparire davvero superfluo che Torquemada, nel 1485, abbia dato nuove disposizioni, nelle quali ammoniva che l'accusa dei vivi non doveva impedire i processi contro i morti, perciò bisognava esumare i cadaveri e confiscare i beni dei deceduti.
Al grande, « auto da fé » del 15 Marzo 1488 lessero la sentenza che condannava un gran numero di morti, i cui poderi vennero confiscati, le ossa riesumate ed arse. Con questo procedimento vennero condannati migliaia di morti e gli eredi si trovarono privati della loro legittima proprietà. Questi giudizi procedevano sempre nella dovuta forma e senza contrasti, poiché nessuno degli eredi osava presentarsi a difendere il congiunto morto.

Se i morti non si potevano torturare, era sempre possibile disonorare pubblicamente la loro memoria. Le sentenze pronunciate sui morti erano ancora di maggior effetto di quelle dei vivi. Veniva dichiarato solennemente che il defunto aveva vissuto ed era morto da eretico. Il tenore dell'editto era il seguente:
« Ordiniamo che il giorno dell'auto da fé, l'effigie, raffigurante la persona, venga posta sul patibolo con in capo la mitria dei condannati e indosso un « sanbenito » su cui sia scritto il suo nome; poi si proceda all'esumazione delle ossa, perché possano essere distinguibili dalle spoglie mortali dei fedeli Cristiani e vengano consegnate alla giustizia, per essere bruciate, in espiazione dei loro gravi peccati. Se vi fosse iscrizione o stemma sulla loro tomba, venga cancellato, perché non rimanga traccia sulla terra, del peccatore. Inoltre ordiniamo che i suoi figli e nipoti, del ramo maschile, vengano interdetti in eterno dai pubblici uffici, dal montare a cavallo e dal portare armi »
.
Infatti non permisero mai a questi discendenti di portare qualsiasi abbigliamento fine, di seta o di panno, gioielli d'oro, d'argento o di corallo, né qualsiasi abbigliamento di gala.

L'esecuzione in effigie rimase anche in seguito, una delle principali attrattive degli « auto da fé ».
Alla grande solennità di Madrid, nel 1680, vennero portate alla testa del corteo le immagini di trentaquattro peccatori, però se ne bruciarono soltanto due. Esse avevano la mitria fiammeggiante sul capo, e sul petto una tabella, con i rispettivi nomi. Seguivano inservienti che portavano le cassette delle ossa riesumate.
A Granada, nel 1721 non vennero bruciati dei vivi, ma soltanto l'effigie di sette persone ed il cronista occasionale ci riferisce che lo zelo degli inquisitori non era inferiore nel dare alle fiamme i fantocci, che nell'esecuzione dei vivi. Nel corteo i fantocci erano portati dagli inquisitori, dall'Alguasil e dai segretari. Eccitati dall'esempio e dopo la lettura della sentenza, i ministri della Cancelleria reale si precipitavano dai palchi e giubilando portavano le effigi fino al « brasero » dove venivano bruciate. Ancora nel 1752 vennero portate in corteo le effigi di sei fuggiaschi e di una donna morta.

Dalla descrizione di questi fatti e del modo con cui si svolgevano le cause dell'Inquisizione, si rileva che il Santo Ufficio era ben lungi dall'essere quell'istituzione benefica, per la quale vorrebbero gabellarla alcuni scrittori del tempo ed anche moderni. In realtà esso agiva contro i principi della giustizia. La colpevolezza dell'imputato veniva stabilita a priori e mentre l'Inquisizione appoggiava con ogni cura l'accusa, la difesa era talmente falsata, che in fondo non era altro che una pura formalità. Il giudice, che molte volte era anche l'accusatore, era difeso dallo scudo dell'impenetrabile segretezza e doveva rispondere esclusivamente davanti alla Suprema.

LA SENTENZA

Il lavoro più importante del Tribunale era la compilazione della sentenza, che decideva le sorti dell'accusato. In ogni singolo caso, quando all' « auto da fé » si dava lettura della sentenza, non si tralasciava di dare il massimo rilievo alla gloriosa missione del Santo Uffizio, nonché all'inaudita scelleratezza dell'accusato, dimostrando come egli avesse meritata la punizione.
La sentenza era di due specie, con meritos e sin meritos. La prima descriveva particolareggiatamente le male azioni dell'accusato, mentre la seconda non conteneva che un accenno al carattere del reato.
La lettura della sentenza talvolta assorbiva molto tempo. Nel caso di Magdalena de la Cruz, la Beata truffatrice, la lettura della sentenza al Tribunale di Cordova durò dalle sei dei mattino fino alle quattro del pomeriggio.

La descrizione dei reati era seguita dalla sentenza « Cristi Nomine Invocato », dopo la quale gli inquisitori, se ritenevano che l'accusa fosse completamente provata dal Procuratore, dichiaravano l'imputato reo di eresia.
Ai carcerati, generalmente, non veniva comunicato, sino al mattino dell'« auto da fé », il destino che li attendeva ed a tale riguardo si osservava tale segretezza che quando, quindici giorni prima della cerimonia, a suon di tamburo e tromba veniva annunciato l' « auto da fé », gli artigiani, occupati nei diversi preparativi, non potevano più nemmeno avvicinare il palazzo dell'Inquisizione, per evitare che i detenuti potessero apprendere qualche cosa.
Al grande « auto da fé » di Lima, nel 1639, a quanto si diceva durante il proclama, chiusero l'aiutante negro del giustiziere in un luogo dove non potesse sentirlo, per evitare che riferisse qualche cosa ai prigionieri. Agli artigiani occupati alla preparazione delle mitrie, dei sanbenitos e dei Crocifissi, assegnavano pure una camera particolare, dove potevano lavorare isolati e li facevano giurare la segretezza. Il sistema dell'improvvisa rivelazione era caratterizzato anche da una proposta avanzata nel seno della Suprema, di evitare il raduno dei prigionieri nel cortile del palazzo il giorno delle esecuzioni, poiché questo portava generalmente a scene di disperazione, da parte dei congiunti che si trovavano fra gli spettatori; inoltre di far portare al condannato la prima colazione, come di costume,
in modo da fargli credere, fino all'ultimo momento, che quello era un giorno normale.

La disperazione provocata dall'incertezza che si protraeva senza limite, ebbe talvolta delle conseguenze tragiche, come per esempio nel caso di Diego Gonzales nel 1644 a Valladolid.
Al mattino del tragico giorno, quando il guardiano entrò nella sua cella, per portargli la colazione lo trovò semisvenuto in una pozza di sangue. Egli si era ferito una mano, con un chiodo, nel terrore di essere arso vivo e nella speranza di dissanguarsi.
Il Llorrente racconta un caso analogo di cui fu testimone nel 1781, quando un nobiluomo francese, di nome Michel Maffredes Rieux, si impiccò nella propria cella, ossessionato dall'insopportabile incertezza del suo distino.

Nell'Inquisizione medievale, gli inquisitori dopo di aver pronunziata la sentenza, avevano sempre il diritto di mitigarla o di renderla più severa, prima dell' « auto da fé ». Ciò era possibili, perché essi in realtà non avevano responsabilità di fronte ad alcuno, essendo l'unica autorità superiore la lontana Santa Sede di Roma. Viceversa l'Inquisizione spagnola aveva un'altra posizione, poiché la Suprema la teneva sotto una disciplina sempre più rigorosa.
Quanto alla severità dei Tribunali, in un primo tempo non si può generalizzare, perché tutto dipendeva dal carattere e dalle inclinazione dell'inquisitore. È certo però che le vedute proclive alla blandizia si manifestarono sempre più verso il declinare dell'Inquisizione.
Non era così in Francia, nonostante questo paese si considerasse di una civiltà molto superiori alla primitiva Spagna.
Per esempio Duval de Saucourt consigliere della Corte di Abbeville, che era ostile all'Abbadessa Villanourt, accusò il di lei nipote, un giovanotto di diciannove anni. Non seppe provare altro contro di lui che una volta non aveva levato il cappello al passaggio di una processione, deridendo i partecipanti e cantando canzoni immorali. Indubbiamente il giovane era di debole moralità e questa sua fama diffusasi nell'Abbazia di Abbeville, fu sufficiente perché fosse condannato alla recisione della lingua, alla mutilazione della mano destra e ad essere arso vivo.

Il condannato ricorse al Parlamento di Parigi, il quali, con quindici voti contro dieci, approvò la sentenza, però con il cambiamento che la mutilazioni fosse preceduta dalla decapitazione, ciò che venne eseguito il 1° Luglio del 1766. Gli annali dell'Inquisizione spagnola non riferiscono più ripugnante crudeltà di questa.
L'Inquisizione si vantava di non fare alcuna differenza fra le diverse posizioni sociali ed a questo riguardo effettivamente le sue norme segnano un contrasto favorevole di fronte ai Tribunali civili. Infatti la legge spagnola usava molti riguardi ai privilegi della nobiltà e comminava delle pene assai più miti che non alle classi medie ed inferiori. All'Inquisizione però la cosa era invertita, poiché era adottato il principio che per i reati commessi contro la fede spettasse alla nobiltà una pena più severa che non al proletariato. D'altronde è vero che usavano un riguardo del tutto particolare per i membri della Chiesa, verso i quali dimostravano la massima indulgenza, principalmente per evitare lo scandalo che avrebbe menomata l'autorità della Chiesa.

Da questi casi caratteristici dell'Inquisizione si rileva che il Santo Uffizio aveva sempre alla mano qualche formula, che si poteva applicare per ogni eventualità. Finché il potere della Suprema non si era sviluppato al punto di esercitare un controllo esteso sui vari Tribunali, l'applicazione di queste formule dipendeva dal temperamento dell'inquisitore, poiché la segretezza lo difendeva da ogni responsabilità. Anche quando le sentenze dell'Inquisizione potevano apparire blande, vi era immancabilmente la malignità, con la quale si aveva cura che restasse sull'individuo e sulla sua famiglia un perpetuo disonore.
Fra le punizioni più leggere era la più diffusa la rampogna. Pochi accusati potevano evitarla, quantunque risultasse chiara la loro innocenza. Quanto liberamente si sia fatto uso di questa punizione é dimostrato dai verbali del Tribunale di Toledo. In tutti i casi in cui non si poteva dimostrare la colpevolezza, l'imputato veniva solennemente rampognato ed ammonito per l'avvenire.
La facoltà di riprendere l'avvocato difensore faceva parte dei privilegi del Capo Inquisitore che vi rinunciava solo rare volte. La severità del castigo dipendeva dall'inquisitore, il quale, in seguito alla continua pratica, aveva una grande abilità nell'intuire subito il punto debole dell'imputato e vi colpiva senza pietà. Vi erano molti accusati che temevano più la rampogna che non l'ammenda e non vi é da stupirsi se qualcuno discuteva con gli inquisitori per peggiorare la sua posizione in modo da essere punito con una ammenda, anziché con la rampogna.
Poco si é trovato negli incartamenti dell'Inquisizione del testo di queste rampogne, tuttavia casualmente se n'é trovato uno compilato con circostanziata fraseologia.
Era stato steso dal giureconsulto Juan de Menosca, già presidente della Cancelleria di Granada. Era rivolta contro un individuo incolpato di aver detto che il convincimento nella Fede era una cosa
puramente soggettiva. Per questa sua osservazione, il Menosca lo rampognò per dieci pagine, scritti fittamente con pungente beffa. Il colpevole era indubbiamente una persona poco intelligente, ma la sua mancanza tuttavia non valeva una simili valanga di parole.

Il puro sospetto dell'eresia era sufficiente per essere qualificati colpevoli. Il castigo, sia nella sala di dibattimento che all'« auto da fé », era sempre accompagnato da grande pompa e solennità. L'imputato doveva giurare davanti al Crocifisso, con una mano sul Vangelo, abbracciare la religione Cattolica, di detestare e di condannare ogni genere di eresia; fare solenne voto che sarebbe rimasto sempre fedele alla Religione della Santa Madre Chiesa e figlio ubbidiente del Papa e che avrebbe sempre rispettati i voleri della Santa Sede. Inoltre doveva giurare che avrebbe sopportato, con umiltà e rassegnazione, la pena inflittagli. Trattandosi di casi piuttosto gravi l'imputato doveva giurare che qualora non avesse mantenuto il suo voto, si sarebbe considerato come recidivo, sopportando con pazienza la pena comminata per questo reato.

Si é già parlato dell'esilio, come di una delle abituali pene inflitte dall'Inquisizione. Nella sua forma usuale, l'esilio menzionava città e paesi dove era vietato al condannato di soffermarsi. Sull'elenco del divieto figurava generalmente anche Madrid, l'attuale residenza dell'imputato e diverse altre città, generalmente quattro o cinque, dove l'attività del colpevole era conosciuta.
Sebbene questa pena fosse molto comoda per l'Inquisizione, tuttavia poteva considerarsi molto irragionevole, poiché mentre per qualche colpevole non significava che un piccolo inconveniente, apportava ai commercianti ed agli industriali la completa rovina. Ma simili considerazioni non influivano affatto sulla decisione dei giudici e soltanto nelle relazioni del Tribunale di Toledo si riscontrano centosettantadue condanne all'esilio.
La durata dell'esilio era sempre determinata e variava da qualche mese sino a vita, ma per lo più si stabiliva per qualche anno.
L'Inquisizione non infliggeva frequentemente l'espatrio, ma quando lo credeva opportuno non esitava ad applicarlo.

La giurisdizione reale durante il Regno di Alfonso X aveva ordinato che le case dove gli eretici tenevano riunione passassero senz'altro di proprietà della Chiesa. Ma quando nel Secolo XIII si provvide a stabilire delle norme di procedura giuridica, fu emanata la disposizione che ogni casa, in cui si trovassero degli eretici, doveva essere demolita, poiché la maledizione gravava persino sull'area, che così non era più adatta per erigervi abitazioni.
Questa disposizione venne accettata dalla Chiesa ed adottata da tutti i paesi che avevano aderito all'Inquisizione.

Anche l'Aragona la riconobbe e quando nel 1340 venne bruciato il Francescano Bonaneto, mentre i suoi discepoli erano dispersi per il mondo, il loro convento, a Villafranca de Panades, venne raso al suolo.
Quando il diritto di sequestro passò nelle mani dell'Inquisizione, pareva che le opportunità finanziarie prendessero il sopravvento sullo zelo religioso, poiché durante un processo del 1539, svoltosi contro numerosi ebrei, rivelatosi che nella casa dove tenevano i loro convegni, era stato profanato un Crocifisso, il Tribunale aveva chiesto immediata autorizzazione per poter demolire da casa e costruirvi una Cappella; da Suprema rispose con molta ponderazione, rivolgendo diverse domande circa il valore, da posizione e l'abitabilità della casa e siccome in quei tempi si trovava a corto di mezzi, confiscò da casa allo scopo di tenervi gli « auto da fé » ed altre cerimonie del genere.

Un altro saggio provvedimento venne preso dalla Suprema nel 1565, inquantoché impedì da demolizione di una casa di gran valore, che poi risultò non essere nemmeno di proprietà degli accusati. Al grande « auto da fé » del 14 Luglio 1632, che venne onorato dalla presenza di Filippo IV, fra le vittime arse vive ad rogo vi erano anche Miguel Rodriguez e sua moglie, Isabel Nunez Alvarez. Nella casa da doro abitata non solo erano state tenute adunate di eretici, ma era stata flagellata una statua di Cristo, che in seguito sudò sangue e parlò ben tre volte ai suoi profanatori che la bruciarono.

L'indomani dell'esecuzione l'Inquisizione iniziò le pratiche per la demolizione dello stabile, ma il suo legittimo proprietario, Barquero, giureconsulto che godeva di una stima universale, sollevò protesta e non si calmò fino a che non gli fu versata una somma a titolo di indennizzo. Dopo di ciò non si perdette tempo ed il Capo Inquisitore Cristobad Ibarra, accompagnato dall'Ammiraglio di Castiglia, dal Principe di Medina e da altri nobili, da un gran numero di inservienti ed operai, nonché da un distaccamento di alabardieri, marciò, con le bandiere spiegate e a suon di tamburo, dinanzi alla casa, dove il segretario dell'Inquisizione diede lettura del proclama del Tribunale di Toledo, che ordinava da demolizione della casa in cui era stata oltraggiata da statua di Gesù Cristo. Indi, sempre ad suono dei tamburi, gli operai si avventarono contro da casa, con tale zelo che la sera stessa non ve n'era più traccia. Tutto il popolo aiutò a rovesciare i muri, a trasportare i mattoni e partecipò ai vari lavori di demolizione. Il fondo però non rimase vuoto; fecero una colletta e vi costruirono un convento di Cappuccini che venne nominato « Paciencia », in ricordo della santa sopportazione dimostrata dall'effigie del Redentore, sotto il barbaro insulto dei profanatori.

LE PENE

La flagellazione era uno dei mezzi di punizione preferiti dagli inquisitori e veniva inflitto molto frequentemente e senza pietà. All'« auto da fé » di Saragozza, del 6 Giugno 1585, di 79 penitenti ne vennero flagellati 22; a Valencia, nel 1607, su 42 penitenti, 24 subirono la stessa sorte. Considerando che sull'elenco dei dipendenti del 1746, José Garcia Bentura figurava come notarlo de acoteciones, cioé Cancelliere delle flagellazioni, con uno stipendio di 2.500 reales, si potrà farci un'idea dell'importanza che aveva questa pena nella Giustizia dell'Inquisizione. Si può facilmente immaginare che la flagellazione, particolarmente se inflitta alle donne, aveva un effetto eccitante sulla folla.

Il numero generalmente prescritto d'elle scudisciate era duecento, sebbene in taluni casi si limitassero anche a cento. Probabilmente le duecento scudisciate significavano l'estremo limite di quanto poteva sopportare un disgraziato individuo, indebolito dalla lunga prigionia. Non vi era pietà, né per l'età, né per il sesso. All'« auto da fé » di Valencia, il 7 Gennaio 1607, Maddalena Conteri, una bambina mora, tredicenne, dopo di aver patita la tortura, venne ancora condannata a cento scudisciate. Il moro Jaime Chulayla, di settantasei anni, ne ebbe altrettante dopo la tortura. Pure cento scudisciate furono inflitte all'ottantaseienne Francisco Marquino, sospetto di stregoneria, mentre la sessantenne Maddalena Cahete venne flagellata, poiché il suo mal di cuore impediva di eseguire su di lei la tortura alla quale era condannata.

Con i progressi del Secolo XVIII questa pena venne inflitta sempre più rare volte e solo dietro particolare ordine del Capo Inquisitore. Durante la Restaurazione, tra il 1814 ed il 18 20, fra i « votos secretos » non figura più la deliberazione di questa pena, poiché se anche fosse stata proposta la Suprema l'avrebbe vietata.
Il Clero naturalmente non era soggetto all'onta della flagellazione coram populo e la pena veniva applicata soltanto entro le mura dei conventi.

La verguenza, ossia vergogna, equivaleva alla flagellazione, con l'omissione delle striscie di cuoio.
I colpevoli venivano condotti in corteo attorno alla città, denudati sino ai fianchi, col « píè de amigo » alla gola per indicare la loro colpevolezza, mentre il Messo comunale annunziava ad alta voce la sentenza. Naturalmente questa pena era considerata più mite della flagellazione, che sostituiva talvolta, per l'eccessiva debolezza o l'età avanzata del penitente che non avrebbe potuto sopportare le frustate.

La verguenza era particolarmente umiliante per le giovani donne, ma sembrava tuttavia più umana della gogna, poiché in questo caso la penitente non era esposta alla lapidazione da parte della rude folla.
La verguenza venne applicata relativamente di rado. Durante i rigorosissimi « auto da fé » del 1721 e 1727 la proporzione dell'applicazione di questa pena rispetto alla totalità dei penitenti fu di 13 su 97.

Il mordaza, o morso, come abbiamo visto era considerato come un mezzo che aumentava notevolmente il sistema di torture di cui faceva parte. Talvolta veniva applicato insieme alla flagellazione ed alla verguenza, quando il penitente era un ostinato rinnegatore di Dio o provocatore di qualche scandalo. Lo strumento veniva applicato anche agli « auto da fé » per gli eretici ostinati ed incorreggibili, quando ci si preoccupava che durante il tragitto, dalle carceri al luogo di esecuzione, essi potessero suscitare un'impressione nociva sulle persone di non troppo solida fede. L'applicazione non era frequente, sebbene nell'epoca in cui l'Inquisizione temeva la diffusione del protestantismo se ne sia fatto parecchio uso; così nel grande
« auto da fé » di Sevílla, nel 1559, il mordaza venne applicato a dodici vittime.

La galera, come punizione per idee in disaccordo con la Fede, sembra ancora più crudele della flagellazione. La pena era di origine spagnola, sconosciuta ancora nell'antica Inquisizione e, quanto pare, fu l'avarizia e lo spirito risparmiatore di Ferdinando a farne sorgere l'idea. Vedremo in seguito quanto siano stati d'accordo il Sovrano e il Santo Uffizio nel risolvere il problema di provvedere all'alimentazione dei condannati al carcere perpetuo. Ferdinando, i cui estesi possedimenti della Sicilia esigevano il mantenimento di una poderosa flotta, pensò di utilizzare ai remi delle sue galere i prigionieri sani e forti. Il servizio di galera era tanto spietatamente severo che gli antichi fuaros aragonesi lo vietarono, sotto pena di una forte ammenda.

Soltanto la Cortes di Tarzona. nel 1552, permise ai giudici di infliggere il servizio di galera, come pena contro i banditi. All'incirca nello stesso tempo Ferdinando si rivolse all'Inquisízíone, la quale non era soggetta ad alcuna legge, per accordarsi circa l'utilizzazione degli ergastolani di cui traboccavano le carceri, per rifornire le scarse file dei galeotti. Siccome il principale pensiero dell'Inquisizione era quello di impedire la ricaduta dei colpevoli, il Sovrano la autorizzò a commutare l'ergastolo in un'altra pena duratura, come la deportazione in colonia o all'eterna schiavitù sulle galere reali, dove col lavoro forzato i condannati avrebbero potuto rendere servigi al paese.

Non può esservi dubbio che l'Inquisizione si sia valsa largamente di questa vantaggiosa proposta, quando si pensi alla facile occupazione di Napoli, nonostante gli scarsi mezzi finanziari. Anzi sembra che l'ingordigia dei Tribunali dell'Inquisizione, di liberarsi dal peso finanziario costituito dai detenuti, abbia spinto i giudici ad arruolare a questi servizi degli individui di debole costituzione, del tutto inadatti, poiché la Suprema fu costretta a dichiarare, nel 1506 che gli uomini di età superiore ai sessant'anni, i sacerdoti e le donne non potevano essere utilizzati a tali scopi.

La Inquisizione si valeva del suo potere, riservandosi di condonare totalmente od in parte la condanna alla galera: questo era un altro mezzo di forti introiti per la tesoreria, poiché questo condono era concesso ai condannati che potessero pagare forti somme o che avessero parenti disposti a riscattarlo.
Lo dimostra il caso di Andres de Frias, il quale era stato condannato alla galera; il poveretto, trovandosi in condizioni fisiche miserevoli, chiese che gli venissero condonati gli ultimi due anni di galera, ma trattandosi di un individuo privo di mezzi la Suprema, interpellata, negò la grazia, dicendo che la colpa del Frias era assai grave, poiché egli aveva ucciso, a Roma, il Procuratore dell'Inquisizione dottor Puente ed in seguito non aveva fatto penitenza. Il condannato tuttavia neppure in tale occasione volle fare la confessione del reato addebitatogli; il condono fu quindi rifiutato ed il disgraziato morì di patimenti.

Abbiamo già visto come coloro che facevano confessioni e deposizioni incomplete fossero condannati alla flagellazione e molte volte anche alla galera, mentre il buen confidente, ossia spontaneamente confesso, veniva lusingato con promesse di indulgenza. Tuttavia, nel 1573, la Suprema promulgò una Carta accordata, con cui ordinava che anche fra questi buenos confitente si dovessero destinare alle galere coloro che avessero costituzione fisica adatta. Tale disposizione venne confermata nel 1591. Il Santo Uffizio non si macchiò mai di un'indegnità più grave di questa e la vasta applicazione di questi ordini é dimostrata dai rapporti degli inquisitori di Saragozza, diretti a Filippo, con i quali richiamavano la sua attenzione sul loro zelo, essendo riusciti a provvedergli trentanove galeotti, per sette anni e questo nell'Aragona dove la condanna alla galera sarebbe stata vietata, persino per i più gravi reati.

Nei settantadue « auto da fé », tra il 1721 ed il 1727, dei quali abbiamo particolareggiate descrizioni, vennero condannate 97 persone alla galera e soltanto sette al servizio coloniale. Alle colonie venivano inviati i condannati di condizione sociale più elevata, ma verso la fine del Secolo XVII, quando l'Inquisizione cessò di fornire uomini alle galere reali, questi vennero inviati a Bada jos, Oran, Ceuta ed in altre guarnigioni o colonie di lavoro. L'abolizione, venne gradualmente e fu completa solamente ai principi del Secolo XVIII ed allora i condannati, senza distinzione, vennero tutti deportati in colonia.
Con la scomparsa delle galere e data l'enorme quantità di condannati, si pensò all'istituzione, sia in colonia che nel paese stesso, dei bagni penali che contenevano ogni specie di lavori forzati. Nel 1742, il Tribunale di Toledo condannò Fafael Nunez Hernandez, per certi reati, ad otto anni di esilio, dei quali cinque anni li dovette passare al servizio reale nelle malsane miniere di idrargirio, ad Almeden.

Le ultime condanne alla galera, rintracciabili nelle cronache, sono avvenute nel 1745, quando Nicolas Serrano venne condannato a Toledo, per bigamia, ad otto anni di galera, mentre Miguel Gutierrez e Francisco Garcia vennero condannati, a Valladolid, per aver protetto gli ebrei, a dieci anni della stessa pena. Dopo queste sentenze le condanne alla galera a quanto sembra scomparvero definitivamente e nemmeno per la bigamia se ne fece più uso, come risulta da una sentenza dei Tribunale di Valencia del 1781.
Per le donne l'equivalente della pena di galera era il servizio di infermiera, negli ospedali o negli istituti correzionali.

Non é certo un vanto per l'Inquisizione romana di aver adottato la pena della galera, seguendo l'esempio spagnolo. Carena asserisce che l'applicazione di questa pena era la più frequente contro ogni genere di reati.
Sembra assurdo che la conversione alla Santa Religione Cattolica, la quale era sempre raffigurata come una pietosa madre, che accoglie benignamente i suoi figlioli traviati, fosse considerata come fa
cente parte della condanna e come una punizione. Tuttavia era così e la Suprema insorgeva, senza esitazione, contro coloro che condannavano la conciliazione. Sarebbe difficile trovare un esempio più caratteristico. Nel perverso fanatismo, di questa coercizione.

L'apostata o l'eretico che si allontanavano dalla Chiesa, dopo che essa li aveva ricevuti in seno, per mezzo del battesimo, potevano essere riammessi, soltanto se rinnegavano apertamente tutti i loro errori ed imploravano la conciliazione.
All'inizio dell'Inquisizione, quando l'editto della misericordia fece presentare migliaia di penitenti che confessarono i loro peccati ed implorarono la conciliazione, il rito era relativamente semplice.

Secondo le descrizioni di Jan Andrea, del 1484, l'Inquisizione si atteneva alle seguenti formalità. Gli inquisitori dichiaravano che il penitente era stato un apostata eretico, il quale seguiva il rito e le funzioni degli ebrei, provocando con ciò contro sé la punizione di legge. Ora però, come dichiarava e confessava, si era convertito e desiderava ritornare alla Santa Religione, col cuore puro ed i sentimenti sinceri ed era pronto ad accettare la punizione da infliggersi ed implorava di essere conciliato con la Santa Romana Chiesa.
Alla fine dell' « auto da fé » seguiva la sconfessione della vita precedente del peccatore. Ciò era rassomigliante al « de vehementí ajuratio » e il colpevole doveva dichiarare che in caso di ricaduta si sarebbe sottomesso alla punizione stabilita dalle leggi canoniche. Infine il peccatore otteneva la regolare assoluzione, mentre il giorno seguente gli veniva letto il solenne ammonimento che in caso di recidiva sarebbe stato arso vivo.

Come risulta dalla descrizione dell' « auto da fé » di Madrid,del 1632, questo rito era di grande effetto. I penitenti venivano condotti dinanzi all'inquisitore che, mentre si inginocchiavano, leggeva loro un breve catechismo e ad ogni domanda i penitenti dovevano rispondere : « Sì, credo ». Indi il Segretario leggeva ad altavoce la formula dell'assoluzione ed il Capo Inquisitore solennemente la impartiva. Seguivano le preghiere di rito, mentre il coro della Cappella reale cantava il Miserere ed il Cappellano dell'Inquisizione colpiva con la sua bacchetta la spalla di ciascun penitente. Infine il Capo Inquisitore recitava i salmi e le preghiere, mentre gli incaricati levavano il drappo nero di cui era stato coperto il Crocifisso, in segno di lutto. L'assunzione terminava col canto di altri inni liturgici.
Sembrava una beffa, nelle funzioni solenni, che la conciliazionenon venisse negata nemmeno alle effigie dei morti, ma siccome discuteva le azioni dell'Inquisizione, era universalmente riconosciuta la
sua teoria, secondo la quale in seguito alla esumazione delle ossa, lo spirito dell'eretico sarebbe stato presente al processo fatto alle sue azioni terrene e si sarebbe raccolto, cercando una nuova vita oltremondana, in seno alla Fede. Siccome egli non poteva comparire in carne ed ossa la conciliazione veniva fatta in effigie, poichè si aveva bisogno di emettere una sentenza di confisca per i suoi beni.

Il processo si svolgeva regolarmente e naturalmente doveva terminare con l'assoluzione, mentre l'Inquisizione non trovava nulla di sconveniente nel fare la parata per le vie, con l'effigie dei morti e di eseguire la solenne commedia della conciliazione dinanzi al popolo.

Nemmeno la tenera età del penitente impediva all'Inquisizione di praticare la conciliazione. All'« auto da fé » di Madrid, nel 1632, venne conciliata una bambina dodicenne, di nome Catalína Mendes, la quale venne condannata ad indossare il sanbenito ed a sette mesi di carcere. A Toledo nel 1659 vennero conciliate due bambine, ebree portoghesi, di dieci anni, Beatriz Jorje ed Anna Pereira; alla prima tolsero immediatamente il sanbenito, mentre alla seconda inflissero la confisca dei beni e quattro mesi di carcere.

La pena dell'ergastolo venne inflitta a quegli eretici i quali dovettero essere forzati a chiedere la conciliazione con la Chiesa. Effettivamente così avevano ordinato il Papa ed il Re, prima ancora che l'Inquisizione fosse organizzata e l'istituzione si attenne rigidamente a questa legge. Ma l'ergastolo si dimostrò ben presto fonte di disaccordi, poiché per quanto lauti fossero i guadagni dell'Inquisizione, questi prigionieri da mantenere portavano un forte carico di spese.
Torquemada, con le sue disposizioni del Dicembre 1484, affidò la manutenzione delle carceri ai tesorieri, ciò che dimostrava che i Sovrani riconoscevano i loro obblighi, ma, nella perpetua confusione di quei tempi, non facevano regolari versamenti a questo scopo. È ben vero che Ferdinando, dietro preghiera degli inquisitori, ordinò al proprio tesoriere di costruire un ergastolo, ma giustamente dobbiamo dedurre che quest'ultimo evitava saggiamente di dar seguito a quest'ordine come a quello relativo al mantenimento dei prigionieri.

Nel 1492 quando il Tribunale condannò Brianda de Bardaxi a cinque anni di prigione, essa venne internata nella torre del Castello Saliana e più tardi venne trasferita al « Santo Sepolcro » di Saragozza. Il fatto é che in principio, nella mancanza di carceri, i i detenuti venivano rinchiusi in castelli, ospedali, conventi ed anche nella propria casa, ma ciò solo transitoriamente, perché l'Inquisizione pregò il Sovrano che il Tesoriere facesse costruire un'apposita prigione per ogni Tribunale, con piccole capanne ed una cappella, dove i prigionieri avrebbero potuto udire la Messa ed attendere ognuno al proprio mestiere. Col ricavato dei prodotti confezionati dai detenuti si sarebbe potuto alleviare la grave spesa che incombeva all'Inquisizione per la cura ed il mantenimento dei carcerati. Fu a questo punto che l'inconveniente venne ovviato con l'invio di molti prigionieri al servizio delle galere reali.

Dove le carceri esistevano la disciplina doveva essere blanda, poiché nel 1512 la Suprema promulgò una disposizione generale, con la quale autorizzava i Tribunali a permettere ai miserabili ergastolani l'accattonaggio, a turno, nella città. Unica condizione era che essi non dovevano togliersi il sanbenito ed alla sera dovevano rientrare in carcere ad un'ora fissata. Più tardi però furono smessi gli sforzi di mantenere il sistema carcerario e probabilmente per ragioni economiche, Ximenes ordinò, nel 1514, che i penitenti conciliati trascorressero il periodo di penitenza nella propria abitazione.
In tal modo il bottino rimase all'Inquisizione, mentre la spesa del mantenimento venne appioppata interamente alle disgraziate vittime, rendendo loro quasi impossibile provvedere al proprio sostentamento, tanto più che l'obbligo di vestire il sanbenito faceva sì che la popolazione li sfuggisse.

Indubbiamente sarebbe stato un dovere dell'Inquisizione provvedere alle carceri, dove avrebbe potuto collocare questi miserabili, anche per evitare una contaminazione del popolo. Ma questo dovere veniva trascurato e l'Inquisizione diede chiaramente a comprendere ai propri detenuti che dovevano andare a mendicare se non volevano morire di fame. Che la morte di fame non fosse una cosa insolita risulta dal piano di riforma di Carlo V, nel 1518.
La Suprema, nel 1570, si mise all'opera per realizzare questa riforma, tanto necessaria. Ordinò ai Tribunali di affittare degli stabili per adibirli a carceri, sino a che non fosse possibile di acquistare degli edifici. Inoltre dovevano assumere personale fidato per le cariche di carcerieri. Non é possibile stabilire con certezza se tutti i Tribunali abbiano eseguito questo ordine o meno, ma probabilmente avevano ottemperato e con ciò venne cambiata anche la denominazione delle carceri. Il « carcel perpetua » divenne « casa de la penitencia » o « de la misericordia ».
L'Inquisizione ostinatamente rifiutava di addossarsi il gravame del mantenimento dei propri detenuti, imponendo ad essi di provvedere con i propri mezzi. Dove vi erano carceri si trovava solo un esiguo numero di prigionieri, sebbene le condanne alla prigione fossero molto frequenti. Filippo nel 1461 si occupò persino dell'opportunità di liberarli in massa.

Ma il progetto reale non si realizzò e gran parte dei detenuti guadagnò la sua vita tagliando la legna. La cosa si sviluppò a tal segno che i commercianti di legnami sollevarono protesta, dichiarando che la presenza di costoro provocava scandalo dovunque. Effettivamente i commercianti in legname avevano perduto metà dei loro guadagni, mentre i condannati, che erano usciti seminudi dalle carceri, si erano presto arricchiti.
Nonostante questa mancanza di rigore l'Inquisizione simulava di aver mantenuto l'antico rigore, secondo il quale era qualificato l'abbandono delle carceri come ricaduta. Praticamente però la mancanza non consisteva nell'abbandono delle carceri, che, come abbiamo visto, era non soltanto tollerato, ma incoraggiato dall'Inquisizione, ma nel fatto che i prigionieri usciti si liberassero del sanbenito.

È caratteristico il caso di Juan Gonzales, il quale fuggì, il 3 Luglio 1645, dalla « casa de la penitencia » di Valladolid. Non appena uscito ricuperò il denaro prestato prima di essere arrestato, ma poi perdette tutto al gioco, si ubbriacò, andando a dormire sotto le mura del convento Carmelitano. Il giorno seguente, svegliatosi, temendo di essere punito, gettò il sanbenito e si mise a vagare in cerca di lavoro. Arrivò così ad Irun, col progetto di varcare la frontiera verso la Francia, ma un sacerdote che lo aveva visto a Valladolid lo riconobbe e lo consegnò alla polizia. Così venne rinchiuso di nuovo nelle segrete di Valladolid.
Il Procuratore sosteneva che la fuga e l'abbandono delsanbenito lo avrebbero qualificato come un ostinato rinnegatore, che doveva essere adeguatamente punito, tuttavia egli venne condannato solo a cento scudisciate ed alla continuazione del carcere perpetuo.

Con la rinnovazione delle persecuzioni degli ebrei le condanne al carcere aumentarono notevolmente. All' « auto da fé » di Granada, del 21 Dicembre 1720, vennero condannate 27 persone alle carceri, mentre nei 61 « auto da fé », tra il 1721 ed il 1727, furono condannati all'ergastolo 740 individui. È difficile immaginare come si sia provveduto al collocamento di tanti prigionieri, poiché, verso il 1750, soltanto tre tribunali avevano proprie carceri, cioè quelli di Cordova, di Granada e di Muncia. Ciò non voleva dire che gli altri non avessero delle carceri, ma soltanto che non avevano detenuti, mancando i mezzi per mantenerli.

Effettivamente in quei tempi la detenzione penitenziaria era quasi abolita, ma sarebbe avventato asserire che negli anni del tramonto dell'Inquisizione questo genere di punizione fosse cessato. La durata della carcerazione venne diminuita, come la severità, anche per non aggravare la posizione dell'Inquisizione di fronte al popolo, che già era stanco del suo predominio.
Nel Medio Evo la Chiesa riconosceva come degna punizione dell'eretico soltanto l'ergastolo.
Ben presto però la giustizia comprese che l'esecuzione letterale di questo principio cozzava contro un'impossibilità materiale. Bernaldes scrive che soltanto a Sevilla sino al 1488 vi erano 5000 conciliazioni ed eretici condannati all'ergastolo. Ma dopo quattro o cinque anni vennero tutti liberati, vestiti del sanbenito. Col tempo tolsero anche il sanbenito, per impedire che nel paese si vedesse questo spettacolo che troppo ricordava al popolo l'esistenza dell'eresia.

A Barcellona, appena sistemato il Tribunale, si stabilì una differenza tra le varie condanne all'ergastolo. Alcune venivano promulgate "cum misericordia", altre "absque misericordia".
La mancanza di disciplina provocò l'opposizione delle autorità che professavano principi più severi. Nel 1590, mentre Ximenes era ad Orano, la Suprema tenne un Consiglio a questo proposito, dove, a quanto si diceva, l'unico rappresentante dell'opposizione era il sostituto provvisorio di Ximenes, Principe Arcivescovo Royas.
Non si sa quale decisione sia stata presa, ma probabilmente essa favoriva i punti di vista più blandi, poiché nel 1616, Ximenes e la Suprema ritennero necessario che ogni sentenza che infliggeva il carcere e l'abbigliamento con sanbenico, fosse di carattere permanente, in rispondenza alle leggi canoniche.

La tendenza a diminuire la durata della carcerazione ottenne il sopravvento verso la metà del Secolo XVI e Simancas riferisce che la pena di carcerazione permanente venne ridotta a tre anni, supposto che il penitente mostrasse un vero pentimento. La durata della carcerazione venne ridotta principalmente per motivi economici, poiché questo diritto, come molte altre dispense, si mostrò una fonte di introito.
Così, per esempio, una donna mora, di nome Daimiel, condannata all' « auto da fé » di Toledo, a sei mesi di carcere, dopo solo un mese di detenzione presentò un ricorso per essere rimessa in libertà e, come era d'uso, disse che suo marito avrebbe pagato quanto gli inquisitori desiderassero. La questione fu ben presto risolta, inquantochè il marito della Daimiel si accordò sul pagamento di quattro ducati, con l'inquisitore Pedro Alonzo, importo che fu
destinato alle spese di un « auto da fé ».

Per la pena di carcere non vi era limite di età giovanile, al disopra del limite di Toledo, ad esempio, condannò per protezione di ebrei, Pedro Garcia, figlio undicenne di un operaio di Aguda, alla carcerazione. All' « auto da fé » di Cuenza, per questo stesso reato, venne ordinata la dodicenne Escolastica Gomez ed il quattordicenne Diaz Jorje, pure alla carcerazione, mentre il 30 Ottobre 1701 un ragazzo sedicenne fu condannato all'ergastolo.


IL SANBENITO


Il sanbenito ossia l'abbigliamento dei penitenti era sempre connesso alla conciliazione e formava parte integrante della sentenza detta carcel y abito. Non era questa un'invenzione dell'Inquisizione spagnola, sebbene difficilmente si possa accettare la dichiarazione di uno storico spagnolo, secondo il quale il sanbenito avrebbe avuto le sue origini sin dalla colpa di Adamo ed Eva, quando i peccatori per ordine di Dio si prepararono degli indumenti colle pelli di animali, corrispondenti ai saco bendito, in uso allora presso i Tribunali.
L'abbigliamento di tela da sacco, cosparso di cenere, portato dai penitenti nelle epoche primordiali della Chiesa, non era più in uso, ma era inevitabile che i penitenti dell'Inquisizione fossero distinti da un abbigliamento particolare. Sin dall'inizio dell'istituzione, nel Secolo XIII, questo abbigliamento era contraddistinto da due croci gialle, una sul petto ed una sul dorso. Questo abito, chiamato originariamente saco bendito, divenne nota sotto l'Inquisizione col nome abbreviato di sanbenito.
All' « auto da fé » di Toledo, il 4 Dicembre 1486, 700 penitenti dovettero indossare, e tenerlo per un anno, questo abito, sotto pena di essere considerati recidivi. La pena era assai più rigorosa per coloro che avevano chiesto la conciliazione solo dopo la sentenza. Nel 1490 Torquemada ordinò che i penitenti portassero per tutta la vita un sanbenitilo di panno nero o grigio che pendeva sul petto e sul dorso ed era contrassegnato con una croce rossa.

Questo capo di vestiario si doveva portare al disopra degli abiti, come marchio di vergogna, e perciò era considerato come punizione molto severa. Nel 1514 Ximenes fece sostituire la croce con l'« Aspa de San Andres » ossia croce di Sant'Andrea. Infine le disposizioni del 1561 prescrissero un abito di panno o di tela giallo, contrassegnato con due croci di Sant'Andrea, rosse. Coloro che si presentavano all' « auto da fé » indossavano invece un sanbenito nero, sul quale erano dipinte delle fanciulle e talvolta dei demoni, che spingevano gli eretici nell'inferno.
Nei primi periodi dell'Inquisizione il portamento del sanbenito era considerato equivalente alla carcerazione permanente. Quando l'eresia era di poca importanza e la conversione sincera e spontanea, il sanbenito era considerato solo come simbolo che si doveva indossare durante l' « auto da fè » ; cionostante chi lo indossava era macchiato di perenne vergogna.

All'« auto da fé » del 15 Marzo 1722 vennero condannati a due mesi di carcere e ad un pari periodo di sanbenito, due bambini quattordicenni, Manuela Diaz e Maria di Mondeza.
Dal fatto che nella sentenza era esplicitamente detto che i penitenti non dovevano presentarsi in pubblico, senza il sanbenito, si può dedurre che non fosse obbligatorio nella propria casa. L'abbandono del sanbenito era calcolato come una grave mancanza, punita come la mancata osservanza della penitenza e bisognava confessarlo all'editto della fede, come gli altri peccati.

Vi fu un'occasione in cui questa mancanza veniva commessa su larga scala ed impunemente. Durante la ribellione di Palermo contro l'Inquisizione, nel 1516, i penitenti gettarono via, in massa, i sanbenitos. Quando si ristabilì l'ordine ed il Tribunali riprese il funzionamento si fecero vari tentativi per ripristinare il sanbenito, ma senza risultati.
Quantunque sia stata spietata l'imposizione del sanbenito, questo genere di punizioni era un'eredità della vecchia Inquisizioni; soltanto l'astuzia spagnola lo rese ancora più crudele per fomentare l'odio contro l'eresia. Ciò consisteva nel fatto di aver conservato nelle chiese i sanbenito dei morti, con l'iscrizione dei nomi e dei relativi peccati commessi in vita dai defunti, per marcare di vergogna i discendenti.
Questa usanza si diffusi solo gradualmente. Nel 1512 la Suprema portò una decisione, secondo la quale per volontà del Re e del Primate Arcivescovo i sanbenitos dei penitenti del Campo de Calatrava dovevano essere esposti al pubblico nelle chiese, ad eccezione di quelli di coloro chi si erano presentati duranti il periodo dell'indulgenza.

L'uso si ira diffuso anche in Sicilia, dove divenne uno dei principali moventi della ribellione del 1516, durante la quali i sanbenitos vennero strappati dalle pareti delle chiese. La ripugnanza generale assunse tali proporzioni che verso la fine del Secolo non era più possibile ripristinarla.
L'Inquisizione curava tanto meticolosamente questo marchio di vergogna perenne, che quando i sanbinitosi esposti nella chiesa si sciupavano col tempo i le iscrizioni divenivano illeggibili si provvedeva a rimpiazzarli con altri.
Originariamente i sanbinitos erano esposti solamente nelle Cattedrali delle città nelle quali risiedeva l'Inquisizione, ma più
tardi gli inquisitori ritennero che in questo modo il marchio di vergogna non fosse abbastanza vicino ai discendenti delle vittime e perciò ordinarono che i sanbenitos venissero esposti nelle chiese parrocchiali da cui avevano dipeso i singoli colpevoli.

Nel 1519 la Suprema ordinò il trasferimento di certi sanbenitos a Cuenza, ma l'ordine venne eseguito con una certa riluttanza, al punto che nel 1529 dovette essere ripetuto. Allora Lope de Leone ed Alvaro Hernandez, residenti a Belmonte, presentarono una domanda alla Suprema, nella quale dicevano che le loro mogli erano già conciliate con la chiesa ed avevano già fatto il loro periodo di sanbenito. Pregavano perciò che i loro sanbenitos, anziché a Belmonte, venissero esposti a Quintanar, luogo di nascita di entrambe. La Suprema rispose il 15 Aprile del 1529 di aver già ordinato al Tribunale che i relativi sanbenitos venissero appesi sulle mura dei palazzi delle due donne, in un luogo ben visibile al pubblico, perché tutti potessero vedere che esse erano conciliate con la Chiesa.
Sebbene gli interessati riuscissero a rinviare a lungo l'esecuzione dell'ordine, tuttavia il 9 Novembre del 1548, i sanbenitos delle due signore vennero esposti nella chiesa di Belmonte.

Le stesse chiese, a quanto pare, non vedevano di buon occhio questo disonore dei luoghi consacrati. A Cuenza venne tentato di nascondere i sanbenitos, ma il Tribunale presentò una lagnanza alla Suprema, la quale ordinò ai curati delle chiese di curare che, nemmeno nelle ricorrenze festive, venisse appeso qualche cosa davanti ai sanbenitos, in modo che essi rimanessero sempre visibili al pubblico.

Nella seconda metà del Secolo XVIII pare sia diminuito lo zelo dei Tribunali per questa usanza, poiché sebbene tenessero molti « auto da fé » soltanto in poche chiese venivano esposti i sanbenitos. La Suprema non tardava ad ordinare ai Tribunali di compilare un elenco dei conciliati, esponendo nelle chiese un numero corrispondente di sanbenitos e rispettivamente rimpiazzando con nuovi quelli sciupati.
In considerazione della grande importanza di tale procedimento agli effetti del servizio divino la Suprema esigeva un elenco completo entro quattro mesi. Questa disposizione scosse alquanto la noncuranza dei Tribunali, ma solo transitoriamente poiché nel 1691 la Suprema fu costretta a ripetere l'ordine rilevando che da molto tempo non avevano esposti nuovi sanbenitos nelle chiese e che i vecchi erano molto sciupati e le iscrizioni illeggibili.

Ciò può far credere che l'antica usanza fosse prossima al tramonto. Nella Cattedrale di Madrid si eseguivano opere di restauro e durante i lavori furono messi a parte i sanbenitos, in una camera dell'Inquisizione. A lavoro ultimato il Tribunale dichiarò al Capo Inquisitore Beltram che non si sarebbe leso né il servizio divino, né il pubblico, se questi sanbenitos non venissero più appesi. Beltram approvò, dichiarando che se il Capitolo non si fosse opposto, non v'era difficoltà a cessare questa esposizione.
Risulta effettivamente da un'annotazione in calce ad una lettera, che i sanbenitos non erano più esposti.

Non si può supporre che quando la Corte di Cadiz, il 22 febbraio 1813, soppresse l'Inquisizione, avesse fatto eccezione ai sanbenitos che rievocavano tanti terribili ricordi. Un decreto promulgato nello stesso giorno conteneva la disposizione che nessuna punizione doveva colpire di vergogna i parenti ed i discendenti. Il decreto rilevava il modo con cui si conservavano nei luoghi pubblici i ricordi delle punizioni e non soltanto portavano vergogna a molte famiglie di condannati, ma altre persone che portavano gli stessi nomi, senza essere imparentati con i condannati, causando danni allo loro reputazione. Perciò si ordinava che entro tre giorni venissero allontanati da tutte le chiese i sanbenitos, i ritratti, le iscrizioni e qualunque altra cosa che ricordasse l'azione dell'Inquisizione. (Si era come detto nel 1813 !)

Ma la situazione interna della Spagna non era ancora tale da garantire l'incondizionata esecuzione di questo ordine; in ogni modo le autorità francesi, durante l'occupazione, non tollerarono l'esposizione dei sanbenitos, nelle città da esse governate.
Quanto agli altri luoghi si può fare qualche deduzione dell'atteggiamento di Maiorca che accettò con giubilo lo statuto di Cadiz, allontanando immediatamente i sanbenitos dalla Cattedrale di San Dimingo. Però li avevano conservati accuratamente, poiché durante la restaurazione del 1814 poterono essere di nuovo esposti.
Ma poi durante la rivoluzione del 1820 queste insegne della vergogna vennero strappate dai muri, se ne fece un falò, e gli stessi edifici dell'Inquisizione vennero demoliti.

L'usanza di esporre nelle chiese gli habitelli o sanbenitos sembra che sia passata dalla Spagna in Italia. È un vanto dell'Inquisizione romana di aver disapprovata questa barbara usanza, fatto che risulta da un decreto del 1627, con il quale venne ordinato alla Chiesa di allontanare e di bruciare in segreto i sanbenitos esposti nella chiesa di Faenza.

PROCEDIMENTI ECCLESIASTICI
CONTRO GLI ECCLESIASTICI

Nei paesi in cui l'influenza teocratica era molto forte non era possibile che si dimostrasse blandizia nei confronti dei traviati ecclesiastici. Tuttavia la Chiesa si sforzava sempre di nascondere al pubblico le debolezze dei sacerdoti, che avrebbero grandemente diminuito il rispetto verso di essi e perciò temeva assai più lo scandalo che non lo stesso peccato. L'Inquisizione estendeva la sua giustizia tanto al clero, quanto agli ordini religiosi, e questa giustizia era in accordo con la politica generale della Chiesa.
Si nascondevano gelosamente al popolo le aberrazioni dei sacerdoti ad eccezione della provata eresia. Invece di rinchiuderli nelle carceri preventive, o segrete, generalmente li collocavano in qualche convento o clausura, dove la loro presenza non destava sospetti.

Come condannati, essi non erano esposti all'umiliazione del pubblico « auto da fé » e le relative sentenze venivano lette nella sala di dibattimento, a porte chiuse; non dovevano portare l'abito di penitenza prescritto ai laici. Per le mancanze più gravi, generalmente, venivano confinati in appositi conventi e questa pena era molto variabile secondo la gravità del caso. Il colpevole doveva ritirarsi per sei mesi, od un anno, in una cella, entrava per ultimo nel coro e nel refettorio, eventualmente veniva sospeso da tutte le funzioni, oppure, era sottomesso alla zurra de rueda cioè ad un provvedimento disciplinare, al quale prendevano parte tutti gli abitanti del convento e persino i terziari.
A seconda della gravità del reato la punizione poteva consistere semplicemente nell'essere relegati nel convento, oppure nell'essere rinchiusi in una cella del convento stesso, dove il colpevole subiva una blanda carcerazione. Se però possiamo prestar fede al Llorente, nemmeno questo genere di punizione era molto desiderabile per il condannato. Egli descrive il caso di un frate, il quale si era reso colpevole di aver infranto la segretezza della confessione e perciò venne condannato a cinque anni di ritiro in un convento. Non appena gli fu comunicata la sentenza egli pregò, con insistenza, di essere racchiuso piuttosto in un carcere segreto poiché, come Provinciale ed Ispettore, aveva avuto già occasione di constatare quale trattamento fosse riservato, da parte dei confratelli, ai condannati inviati
alla loro misericordia. Aggiunse che se avesse dovuto ritirarsi nel convento vi sarebbe certamente morto.
La domanda venne respinta, ed il presagio del frate si avverò, poiché in tre anni egli morì.
La declaratio verbale pubblica era una funzione importante. Il colpevole camminava alla testa del corteo, portava sul capo la mitria ed indossava il sanbenito, ma entrambi gli venivano levati, appena egli arrivava sul palco, perchè tutti potessero vedere la sua tonaca ecclesiastica e la tonsura. Le cronache narrano che all'esecuzione di fra' Josè Pimiento, accusato di aver protetto gli ebrei, il 25 Luglio 1720, si radunò un'immensa folla, poiché sin dal 1623 non era dato di vedere una « declaratio ».
L'« auto da fé » venne tenuto nella cattedrale di San Paulo, e dopo la lettura della sentenza gli incaricati trascinarono il colpevole al patibolo eretto sulla Plaza de San Francisco, dove il Vescovo di Lynopolis, sostituto dell'Arcivescovo, celebrò la funzione.
La lingua e le mani del condannato vennero cosparse di pece, la tonsura era scomparsa, poichè gli avevano rasato il capo. Ad una ad una lo spogliarono delle sue onorificenze, poi lo consegnarono ai superiori del suo ordine che lo spogliarono degli abiti e gli misero il sanbenico e la mitria fiammeggiante. Indi lo portarono nel cortile, lo consegnarono al giustiziere della città, il quale lo condusse al brasero per arderlo.


IL MARTIRIO AL ROGO


Secondo il Vangelo di S. Giovanni (XV,6) Gesù disse: "Chi non rimane in me è gettato via
come il tralcio che inaridisce, e vien poi raccolto e gettato ad ardere sul fuoco"

La condanna di un essere umano alla morte sul rogo, come punizione di una semplice aberrazione spirituale, è talmente ripugnante e contrastante con le dottrine di Cristo, che la Chiesa moderna da tempo tenta liberarsi dalla responsabilità di una simile atrocità. L'argomentazioni da essa portata ha un sembiante di attendibilità, inquantochè gli ecclesiastici, la Corte intellettuale e persino l'Inquisizione stessa, non hanno mai proceduto all'esecuzione degli eretici, che é sempre stata eseguita, almeno formalmente in base alla legge civile.
La pena di essere arsi vivi non è omologata in nessuna legge canonica od altra legge della Chiesa. La prima esecuzione di questa pena che rammenti la Storia è del 1017, quando Robert nella devota Francia fece bruciare Caterina d'Orleans. L'immatricolazione nelle leggi non era avvenuta prima della sentenza di Pedro II, Re di Aragona, pronunciata a carico de Waldenses, nel consiglio di Genova nel 1197.
Nella Castiglia fu accettata da Alfonso il Saggio, nel 1255, per punire i cristiani che avevano abbracciata la fede ebraica o maomettana. Nel 1331, Federico II la introdusse nello statuto della Sicilia, mentre nel 1238 col decreto di Cremona venne diffusa in tutto il Regno.

Così poco alla volta questa pena venne a fare parte integrante delle leggi dei paesi cristiani e il sadico entusiasmo delle folle vi contribuì non poco.

L'Inquisizione, sotto la cui influenza gli eretici venivano condannati al martirio del rogo, non pronunciava questa sentenza, ma dichiarava soltanto che essi erano degli eretici, senza speranza di conversione e perciò il loro peccato li allontanava dalla Madre Chiesa, la quale non voleva saperne più di loro e perciò li consegnava alla giustizia civile per l'opportuna punizione. L'inquisizione ostentava la finzione di condannare soltanto il peccato, lasciando il compito di condannare il peccatore al giudice civile e mentre dichiarava di perdonare al colpevole, chiedeva ipocritamente al giudice di risparmiargli la vita e di non spandere il suo sangue.

Questo sistema venne ancora escogitato da Papa Innocenzo III, prima, dell'avvento dell'Inquisizione, allo scopo di preservare la Corte intellettuale da qualsiasi passo errato e per consegnare il basso clero colpevole alle autorità civili.
Il rinvio di questa responsabilità al potere civile non fu praticato, perché la legge stessa che comminava la morte al rogo per l'eretico, fu ritenuta crudele, poiché la Chiesa stessa insegnava che il procedimento era principalmente religioso ed inoltre metteva in vista la completa indulgenza per coloro che portavano la legna al palo.
Ma anche negli altri paesi agivano come nella Spagna. L'Inquisizione cedeva l'eretico ostinato e recidivo alla giustizia civile, la quale aveva il dovere di condannarlo e di giustiziarlo. Uno scrittore dell'epoca, descrivendo l'« auto da fé » di Toledo, del 14 Agosto 1486, illustra la lettura delle sentenze e come i condannati venivano trascinati immediatamente al patibolo, dove li bruciavano in modo che non vi rimanesse nemmeno un pezzo di osso, ma non fa nemmeno un cenno della formalità dell'intervento del Tribunale civile.

Nelle sentenze degli Inquisitori di quell'epoca mancava generalmente la solita implorazione di grazia. Per esempio nella sentenza di Mencia Alonzo, a Guadalupe, íl 24 Novembre 1485, non solo manca l'invocazione, ma il dovere degli incaricati civili vi é ben precisato, come attività ausiliaria al giudizio, del Tribunale del Santo Uffizio. La sentenza termina con queste parole
« Come parte del corpo del Diavolo e come scomunicata, questa donna sia portata al patibolo perché la Giurisdizione civile di questa città faccia giustizia secondo le usanze del Regno. »
Analoghe disposizioni erano date nel 1547, da Papa Paolo III e nel 1555 da Giulio III.
Non si doveva temere che il Tribunale civile fosse riluttante nell'eseguire la sentenza, poiché i giudici erano obbligati con giuramento all'obbedienza verso l'Inquisizione. L'inquisizione considerava le sentenze delle autorità civili come una formalità insignificante, perciò ancora prima dei preparativi per l'« auto da fé », consegnava loro l'elenco dei condannati perché lo copiassero e preparas
sero le sentenze in pergamena.

È vero che l'ingordigia spinse il Reale Alguasil di Saragozza a pretendere una parte dei patrimoni confiscati, per i propri servigi, nonché per il prezzo della legna, ma Filippo II respinse decisamente questa pretesa, dichiarando che le esecuzioni erano provocate da sentenze civili e non da quelle dell'Inquisizione. Queste erano naturalmente soltanto vane parole. La Suprema nel suo consiglio del 7 Aprile 1690 stabiliva che fosse sufficiente la consegna della nota dei condannati all'autorità civile, perché essa procedesse senza indugio all'esecuzione, dato che in caso contrario i funzionari civili rischiavano di essere posti sotto accusa, come protettori di eretici.

Col tempo i cardinali dell'Inquisizione romana, vennero presi da scrupoli e perciò, per alleggerire la loro coscienza, Papa Pio V, il 9 Ottobre 1567, emise un decreto col quale li autorizzava a presenziare alle sanguinose esecuzioni, senza commettere irregolarità, ma ciò riguardava esclusivamente l'Italia.

Diversa era la cosa con la terribile Bolla « Si de protegendis », che venne emessa dal Papa il 1° Aprile 1569, e colla quale rinviava alla giustizia civile la repressione dei reati di alto tradimento, nonché le ingiurie e le minacce rivolte contro i dipendenti dell'Inquisizione.
Questa Bolla venne promulgata in tutto il mondo e l'Inquisizione spagnola ne profittò particolarmente e ne fece preparare annualmente una nuova edizione, secondo le usanze della Castiglia.
Pare che verso il 1605 siano sorte nuove incertezze. Il Breve di Leone X era quasi caduto nell'oblio, perciò venne sottoposta la preghiera, a Papa Paolo V, di estendere anche sulla Spagna il decreto emesso da Pio V nel 1567, e fu ripetutamente confermato con il breve del 1605 e 1607.

Nello sforzo di estirpare l'eresia le norme che davano la direttiva all'Inquisizione spagnola erano assai più spietate di quelle dell'antica Inquisizione. Infatti l'Inquisizione medievale mandava al patibolo soltanto gli eretici recidivi ed ostinati, mentre coloro che si convertivano, sia pure all'ultimo momento, venivano proposti alla grazia. Ma un poco alla volta si rese evidente che queste conversioni semiforzose erano molte volte finte, la ricaduta venne considerata come prova di eresia e quindi meritevole della pena di morte. Il caso di Frà Bonato, capo spirituale dell'esigua Comunità Francescana della Catalogna, serve da esempio per questo trattamento. Egli negava ostinatamente la sua colpa, sino a che le fiamme lambirono metà del suo corpo; solo allora la sua resistenza cedette, fece voto di convertirsi e venne rilasciato in libertà, ma qualche anno dopo si seppe che praticava ancora l'eresia e perciò nel 1335 venne arso vivo.

Le numerose condanne al rogo, praticate nel primo mezzo secolo di esistenza dell'Inquisizione spagnola, non potevano ammettere l'osservanza delle antiche norme. Il tempo utile per confessare ed implorare la conciliazione fu ridotto al giorno in cui veniva letta la sentenza in aula di dibattimento, ma in seguito fu esteso al momento in cui la sentenza stessa veniva letta all' « auto da fé ».
Divenne uso quindi di sospendere il procedimento sino a che quelli la cui sentenza era stata letta all' « auto da fé » manifestassero il loro pentimento. Essi vennero allora rinviati alla competenza dell'Inquisizione e se facevano completa confessione venivano riammessi nel seno della Madre Chiesa, con una adeguata punizione. Simili casi erano molto frequenti. All' « auto da fé » di Cordova, il 12 Aprile 1722, quattro colpevoli dichiararono il loro pentimento prima ancora che la lettura della sentenza fosse terminata. Così pure Ines Alvarez Pereira, condannata come partigiana degli ebrei, dichiarò durante la lettura della sentenza di voler confessare e convertirsi, di conseguenza venne rimandata nelle carceri.

Diego Lopez Duro, povero venditore di tabacchi, il quale era condannato per giudaismo, si convertì sul palco del patibolo, e venne riammesso nella comunità cristiana, previa una pena carcerarla. Però nel 1700, un giorno in cui ascoltava la Messa, si appartò dai compagni detenuti e dichiarò ad alta voce dinanzi al Sacerdote che mentiva, perché la religione di Mosé era l'unica. La folla lo avrebbe ucciso sul luogo, se non lo avessero subito portato fuori, per salvarlo dal linciaggio, ma non vi era grazia per lui. Gli inquisitori si affaticarono a lungo per salvare la sua anima, ma egli resistette ostinatamente, fino alla fine e venne anche bruciato il 28 Ottobre del 1703, all' « auto da fé » di Sevilla, ed il suo martirio rimane un esempio perenne della tenacia con cui gli ebrei sono attaccati alla loro fede; é questo attaccamento che ha reso impossibile l'estirpazione del giudaismo.

Il procedimento generalmente in uso era quello di strangolare coloro che fingevano il pentimento dopo la lettura della sentenza e la terribile visione della morte sul rogo produsse tante conversioni durante il cammino verso il brasero, che l'essere arso vivo era una eccezione. Durante i primi tre « auto da fé » che vennero tenuti a Barcellona fra il 1488 ed il 1489, tutti i convertiti espressero il desiderio di morire nella religione cattolica e quindi vennero strangolati tutti prima di essere arsi. Al grande « auto da fé » di Valladolid del 21 Maggio 1559, durante il quale vennero suppliziati il dottor Cazalla ed altri protestanti, 14 si convertirono alla religione cattolica, ma fra questi uno, che era conosciuto come ostinato eretico, venne arso vivo, mentre gli altri furono strangolati.
La debolezza della natura umana soltanto rare volte diede esempio di individui eccezionali che seppero resistere al martirio delle fiamme.

Nel 1674 la Suprema si sentì indotta a calmare i dubbi del Tribunale di Granada dichiarando che questi procedimenti severi erano sempre in uso al Santo Uffizio. Perciò coloro che non si fossero convertiti prima della lettura della sentenza non avevano diritto alla grazia né di essere riammessi nella Chiesa, ma era viceversa dovere della giustizia reale di eseguire senz'altro la sentenza. Con ciò il corpo del condannato era definitivamente perduto sebbene fosse forse possibile salvare la sua anima.

All'« auto da fé » di Cordova il 12 Aprile 1722, Antonio Gabriel de Torres Zavallos si convertì immediatamente dopo la lettura della sentenza. Arrivato al patibolo, fra abbondanti lacrime ed altre manifestazioni di pentimento, professava ad alta voce la sua fede cattolica, glorificando Dio e il Santo Uffizio. Egli stesso pretese di essere arso vivo per procurare piacere a Dio ed offrire un olocausto per i peccati commessi. Il suo desiderio venne però respinto ed egli venne strangolato rendendo l'anima a Dio per l'edificazione del popolo.

Si può dubitare che lo strangolamento preventivo avesse effettivamente salvato la vittima dalla terribile morte tra le fiamme. I giustizieri spagnoli asserivano di avere tanta abilità nel maneggio del garrote da poter prolungare per diverse ore la lotta con la morte, quando non venivano corrotti per svolgere un lavoro rapido. Però vi era molto più della pura mancanza di abilità nell'incidente avvenuto durante l'« auto da fé » del 29 Giugno 1654, a Cuenza, incidente che offrì occasione a Bartolomé Lopez di dimostrare il suo eccezionale coraggio. Egli aveva dichiarato la sua conversione dopo la lettura della sentenza e perciò venne condannato ad essere strangolato e poi arso sul rogo. Al patibolo, mentre vedeva la poca abilità di Pedro Alcalà nel garrotare Violante Rodriguez ed Anna Guavre, gli disse « Amico Pedro, se non dimostrerai più abilità con me, farai meglio a bruciarmi vivo. »

Secondo i rapporti della Giustizia dell'Inquisizione vi erano molti casi in cui la resistenza o per ostinazione, gli eretici difendevano i propri errori, rendendo vani i benevoli sforzi dei giudici per salvar loro l'anima, con la conversione. Questo spirito eroico, che piuttosto soffriva il martirio che rinnegare l'idea ritenuta giusta, non era molto frequente, ma gli annali dell'Inquisizione ricordano i casi delle ignote e dimenticate vittime, la cui costanza e noncuranza di torture e persuasioni li condusse alla morte fra le fiamme, dando con ciò prova della nobiltà che sa talvolta rivelare la natura umana, sia che si tratti di musulmani, ebrei, protestanti o mistici.

L'Inquisizione, con discorsi pieni di retorica, si premuniva dal pericolo che il coraggio di taluni eretici nell'affrontare il rogo, apparisse al popolo sotto la luce di un martirio e dava ad intendere che costoro, essendo in relazione coi diavolo, potevano fare delle stregonerie sul proprio corpo, per essere immuni dal dolore. In omaggio alla giustizia bisogna però riconoscere che l'Inquisizione, dopo aver sfogate le prime ire agli albori della sua esistenza, tentava seriamente di redimere le anime delle sue vittime e faceva di tutto per evitare la loro eterna dannazione attraverso la morte sul rogo.
Le disposizioni del 1561 ordinavano agli inquisitori di fare tutto quanto stava in loro potere, allo scopo di persuadere gli accusati alla conversione, in modo da evitare almeno che essi morissero senza aver riconosciuto Dio.
Nelle due settimane che precedevano l' « auto da fé » gli accusati venivano chiamati ripetutamente in udienza, dove venivano sottoposti a serie persuasioni, perché confessassero e si convertissero. Un dotto inquisitore nel 1630 si affaticò a lungo per convertire due protestanti, l'uno inglese, l'altro francese, i quali continuavano a ripetere ostinatamente di essere stati educati nella religione riformata e di non voler saper nulla di quella cattolica. La loro insistenza andò fino al punto che pretendevano il rimpatrio, oppure la chiamata di scienziati dotti nella loro fede, poiché essi, non essendo istruiti nelle questioni religiose, non potevano entrare in discussione su questo argomento.
Allora l'inquisitore fece chiamare dei teologi, perché convertissero i due ostinati e quelli, dopo non poca fatica, vi riuscirono. Diedero loro dei libri religiosi che essi divorarono addirittura; venne rinviata l'istruttoria e, mentre si raccoglievano dei testimoni, i due divennero buon cattolici.

Un caso strano avvenuto all' « auto da fé » di Sevilla, il 5 Luglio 1722, dimostrò tuttavia che dopo la consegna del colpevole alla giustizia civile l'Inquisizione considerava terminato il suo compito.
Vi erano quattro ebrei ostinati, due uomini e due donne; nove teologi con undici dipendenti dell'Inquisizione si affaticarono invano per convertirli, entro i tre giorni fissati a tale scopo. Essi non dimostrarono pentimento, nemmeno dopo la lettura della sentenza e perciò vennero consegnati alle autorità civili. Là finalmente i due uomini e la donna più anziana cedettero, dichiarando di volersi convertire e quindi furono strangolati ed arsi. La donna più giovane, di nome La Almiranta, davanti al patibolo chiese udienza al delegato delle autorità e gli disse che desiderava far deposizione ed incolpò effettivamente diversi ebrei; quindi venne internata nelle carceri reali. Il fatto venne comunicato al Tribunale dell'Inquisizione, il quale però rispose di non aver più nulla a che fare con questa donna. Essa venne tenuta in carcere sino al 17 e quando la portarono di nuovo al patibolo essa si mostrò più ostinata che mai, inquantoché dichiarava che i suoi compagni erano morti come cattolici e perciò maledetti dal Dio degli ebrei; che essa aveva finta la conversione, soltanto perché le sue ceneri, che erano sacre, non venissero mescolate con quelle dei compagni traditori. Naturalmente non le fu risparmiato il martirio che tanto aveva invocato.

In casi eccezionali la resistenza a quanto pare era considerata come un privilegio per essere strangolati preventivamente. All' « auto da fé » di Valladolid, il 29 Maggio 1691, cinque donne ostinatamente renitenti vennero condannate per protezione di ebrei. Esse dichiararono di avere un'età tra i ventiquattro ed i ventisette anni; erano molto belle, tanto da suscitare la generale compassione. Quando furono consegnate all'autorità, due di esse cedettero, mentre le altre restarono nelle loro fede, ma ciononostante tutte cinque vennero strangolate prima di essere arse.
Molto spesso avveniva che prima che si potesse giungere alla conversione l'imputato moriva nelle carceri. In tal caso i cadaveri venivano gettati sul rogo.

All' « auto da fé » di Granada, il 13 Maggio 1725, fra sette persone gettate al rogo, sei erano morte precedentemente nelle carceri. il tentativo di suicidio nelle carceri veniva severamente punito, perché era considerato come una manifestazione di eresia.

II negativo, ossia l'individuo che negava l'eresia di fronte alla sua colpevolezza già provata, era classificato fra i peggiori miscredenti e gli spettava la condanna a morte. Questi individui erano i veri martiri, principalmente perché coloro che si appoggiavano rigidamente alle leggi negavano ad essi, negli ultimi istanti della loro vita, i conforti religiosi. Così dunque lasciavano fino all'ultimo momento la possibilità di somministrare i Sacramenti alle vittime moriture, benché in base al principio degli inquisitori il sangue del martirio fosse il più efficace fra tutti i Sacramenti.
Vi erano pure i diminutos cioè coloro che facevano una confessione incompleta; queste confessioni erano calcolate come false.

Quando la riforma costrinse la Chiesa ad una lotta per l'esistenza, il cui esito nessuno poteva prevedere, si rivelò una tendenza ad applicare misure più severe nell'oppressione. Il dogmatico, cioé la persona che portava a perdizione non soltanto la propria anima, ma tentava di trascinare con le sue errate dottrine anche altri, poteva ritirare le proprie dichiarazioni e conciliarsi con Dio, ma mai con il rappresentante terreno di Dio. Simanca descrive giustamente il timore, misto ad odio, suscitato dai maestri delle nuove dottrine; l'Inquisizione stabiliva che per costoro, massimi eretici, non vi fosse possibilità di conciliazione, né di assoluzione, poiché quotidianamente traviavano delle anime cristiane.
Colui che insegnava l'eresia era un assassino, se pur non uccideva con la spada, ma con il veleno delle sue dottrine; uccideva l'anima e non il corpo, e tentava di trascinare alla eterna dannazione, perciò meritava la punizione più severa, ma soprattutto ai propagatori dell'eresia luterana non si doveva perdonare in nessun caso.

Eppure la Chiesa aveva sempre manifestato di voler riaccogliere nel proprio seno i figli traviati, che rinnegassero tempestivamente i propri errori ed implorassero grazia. Quando, nel 1558, si scoprì l'agglomeramento dei protestanti, a Valladolid, l'intera Spagna venne presa da grande eccitamento. Si nota infatti dalle cronache che in questo periodo quel Tribunale ebbe un lavoro veramente enorme.
Tuttavia Papa Paolo IV comprese che anche l'eccessiva severità poteva rappresentare un pericolo ed impartì disposizioni che autorizzavano l'Inquisizione e la Suprema ad essere più blande.
Così. divenne un principio nella giustizia dell'Inquisizione, che il Capo Inquisitore e la Suprema potessero trattare con maggiore indulgenza i dogmatici, salvo gli ostinati ed i recidivi, ma ciò non si riferiva ai protestanti. Infatti all' « auto da fé » di Sevilla, il 5 Luglio 1560, Pedro de Alpuin, che professava dottrine protestanti, nonostante avesse confessato ed invocata la grazia e la conciliazione, fu atrocemente torturato ed il suo corpo fu arso.

La forzata conversione dei mori nella Castiglia nel 1502, non che di quelli dell'Aragona, nel 1525, aumentò notevolmente il numero dei finti cristiani, il battesimo dei quali serviva unicamente allo scopo di poterli sottomettere alla giustizia dell'Inquisizione. Si trattava per lo più di vassalli della nobiltà, la quale non potevano privarsi dei loro servigi. I numerosissimi arresti mettevano in serio pericolo tutto l'andamento dell'agricoltura, in quelle vaste e fertili regioni.
Questo era soltanto uno dei numerosi esperimenti per sistemare i vari e difficili problemi creati dalla permanenza dei mori in Spagna. Si può facilmente immaginare, con simili leggi, quanto numerose sano state le esecuzioni fra i mori. Al grande « auto da fé » del 1680, a Madrid, 180 mori salirono al patibolo. Altrettanti vennero condannati all'« auto da fé » di Granada il 23 Gennaio 1683.
Il caso che riportiamo ora caratterizza eloquentemente i contrasti e la mancanza di logica della Giustizia dell'Inquisizione.

Primo de Alcala nacque a Cuba, da antica famiglia Cristiana, nel 1687. Sebbene educato per la carriera ecclesiastica, egli diede ben presto prova di tendere alla leggerezza di cui era invasa questa colonia. Egli si aggirava sul litorale del mare dei Caraibi, prendendo parte ad ogni genere di imprese disoneste. Nel Messico falsificò la sua fede di nascita, per poter essere consacrato sacerdote ancora in minore età. Nella colonia olandese Curaçao si dichiarò convertito al giudaismo, nella speranza di poter estorcere qualche centinaio di dollari agli ebrei. Dopo grandi stenti e privazioni finalmente cadde nelle mani dell'Inquisizione di Cartagena, dove si convertì e venne inviato nella Spagna, perché si ritirasse in un convento. Però fuggì presto dal suo luogo di clausura, ma venne catturato a Xeres ed internato in un'altra clausura, dove tentò di ottenere l'aiuto di alcuni nuovi cristiani accusati di falsa testimonianza. Ma i suoi tentativi non riuscirono. Finalmente riuscì a fuggire e riparò a Lisbona, dove lavorò per un armatore olandese, il quale gli promise di portarlo in Jamaica. Ma d'un tratto fu invaso da una resipiscenza che lo spinse a recarsi a Sevilla, per costituirsi all'Inquisizione. Dapprima si dichiarò cristiano, ma dopo pochi giorni cambiò idea e si disse ebreo, rimanendo ostinatamente su questa asserzione, senza nemmeno difendersi. In seguito venne condannato come recidivo, all' « auto da fé » del 25 Luglio 1720, e per i tre giorni che precedevano la sanguinosa cerimonia, in tutte le chiese si pregava per la salvezza della sua anima ed allora un altro cambiamento si verificò in lui; dichiarò che la grazia particolare di Dio lo aveva convertito e che ora era cristiano; se non fosse stato recidivo, con questo avrebbe potuto salvarsi, ma così l'unica cosa che potevano concedergli era lo strangolamento preventivo, dopo di che sarebbe stato bruciato e le sue ceneri disperse. Il rogo venne acceso alle cinque del pomeriggio, ma durò fino al mattino, finché il suo corpo non fu completamente incenerito. Venne osservato che dal suo corpo non si sprigionava il solito odore di bruciato. Allora Hermandad de la Caridad chiese le sue ceneri, per dar loro sepoltura cristiana, essendo egli morto da cristiano, ma gli inquisitori respinsero la domanda, ordinando che le ceneri, secondo la Prammatica reale e la legge dello Statuto Apostolico, venissero disperse per i campi.

Verso la fine del Secolo XVII fu fermamente stabilito che la conciliazione e la grazia fossero rifiutate soltanto a coloro che non facevano una tempestiva confessione o che erano recidivi. Tre casi avvenuti all'« auto da fé » di Valladolid, il 13 Giugno 1745, stanno a dimostrarlo. Luia de la Vega, il quale nel 1701 era stato conciliato, più tardi venne condannato come ostinato rinnegato, il quale negava insistentemente il proprio peccato. Miguel Gutierrez e Fran cisco Garcia vennero conciliati nel 1699, il primo, e nel 1706 il secondo; essi si erano convertiti pentendosi, ma vennero colpiti dall'indispensabile punizione di carcere, l'imposizione del sanbenito, dieci anni di galera e duecento scudisciate, ciò che era una sentenza di dubbia blandizia, ma, siccome il reato cadeva sotto le leggi canoniche, non era permutabile.

Verso la fine del Secolo XVIII, gradualmente scompariva la conciliazione ed il Llorrente scrive che sotto il Regno di Carlos III (1759-1788) la si ritrova solamente nelle relazioni di dieci « auto da fé ».

 

LIBRO V - SECONDA PARTE

 

L' « AUTO DA FE' »

« Auto da fé » venne denominato dal Santo Uffizio spagnolo il rito chiamato dall'antica Inquisizione « Sermon». (la parola di origine spagnola-portoghese "auto da fé" etimologicamente e storicamente è un atto di fede)
Nel suo pieno sviluppo era un rito sfarzoso, compiuto in pubblico, accuratamente studiato in ogni particolare, per suscitare il timore della misteriosa autorità dell'Inquisizione e per saturare la popolazione di odio e ripugnanza verso l'eresia. Per quanto era possibile, la manifestazione doveva simbolizzare il dramma dell'estremo Giudizio Universale. Gli inquisitori lo consideravano come un dovere religioso di primissima importanza. Ferdinando. quando, nel 1499, si felicitò con gli inquisitori di Saragozza per il favorevole resoconto dei loro « auto da fé », raccomandò loro di perseverare nella loro opera di servizio divino, alleggerendo le loro anime e la sua.

Il cardinale Adriano, nel 1517, sollecitò nello stesso senso il Tribunale di Sicilia, invitandolo ad organizzare quanto prima gli « auto da fé », che, oltre al servizio divino, servivano per l'edificazione del popolo.
All'apice del suo potere l'Inquisizione non risparmiava, né fatica, né spese per dare il maggior effetto possibile all' « auto da fé », che doveva servire come espressione più convincente della propria attività. Nelle epoche primordiali dell'Inquisizione il rito era abbastanza semplice, e si limitava ad una cerimonia senza molta pompa.

Al primo « auto da fé », tenuto il 16 Agosto 1486, le vittime furono condotte a piedi sulla Plaza, con le mani legate sul dorso, vestiti da un giallo sanbenito, con l'iscrizione del loro nome e con la mitria sul capo. Sulla Plaza venivano allineati per tre, su di un palco a gradinate, mentre gli inquisitori ed i dipendenti prendevano posto sul palco di fronte. Leggevano la sentenza di ciascun condannato e, sebbene fossero molti, tutta la funzione, che iniziava alle sei del mattino, veniva terminata per mezzogiorno. Allora i condannati venavano subito portati al brasero, od al quemadero.
Pare che i primi « auto da fé » venissero organizzati esclusivamente per i condannati al rogo, con l'esclusione di ogni altra pena. Inoltre in quelle epoche gli « auto da fé » non venivano tenuti esclusivamente dai Tribunali. In una lettera di Ferdinando, del 21 Novembre 1498, diretta all'Inquisizione, viene fatto cenno agli « auto da fé » tenuti nelle minori città e si apprende che i condannati venivano distribuiti tra le varie sedi vescovili, dove il rito di esecuzione veniva tenuto in proporzioni minori, ma sempre allo scopo di tenere desto il timore del Santo Uffizio e l'odio contro l'eresia.

Si può supporre che nel 1515 gli « auto da fé » venissero concentrati nelle maggiori città, poiché un ordine reale disponeva al Tribunale di Ursia che gli « auto da fé » fossero da tenersi esclusivamente in quella città. Evidentemente in quell'epoca tendevano a dare maggiore effetto al terribile rito, inquantoché ordinavano che tutti penitenti dovessero comparire agli « auto da fé ». Questa era una disposizione molto spietata, poiché la sola comparsa ad un « auto da fé », era già calcolata come una pena severa. Effettivamente più tardi vennero istituti gli « autos particulares », cioè « auto da fé » in forma privata, dove dovevano scomparire i minori colpevoli, ai quali veniva risparmiata l'onta della pubblica umiliazione.

Il mantenimento degli « auto da fé » era affidato al discernimento dei Tribunali, i quali li organizzavano generalmente quando l'affollamento delle carceri esigeva una rarefazione dei prigionieri. Allova veniva convocata la consulta de fé, si mettevano d'accordo circa le sentenze e fissavano il giorno del rito. Poco alla volta però, anche in questo come ín molte altre cose, la decisione spettò alla Suprema. Nel 1537 venne emanato l'ordine che dovunque si proponesse il mantenimento di un « auto da fé » bisognava richiedere anzitutto l'approvazione della Suprema. La Suprema generalmente procrastinava la risposta, tanto che, in un caso, Reynoso fu costretto a mandare un corriere particolare per sollecitare. Egli scrisse che il mantenimento dell'« auto da fé » era necessario, per via dei detenuti ammalati, poiché infieriva la peste, ma anche agli effetti del mantenimento dei prigionieri, poiché l'erario, già nell'ultimo mese, aveva stentato a liquidare le spese, dichiarando di non aver più mezzi a questo scopo. Dietro questa motivazione convincente non tardò ad arrivare il consenso della Suprema.

Già i primi « auto da fé » non mancavano, pur nella loro semplicità, di creare una notevole sensazione nel popolo. Venivano eretti due grandiosi palchi gradinati, uno di fronte all'altro. Su uno prendevano parte i penitenti, con la loro guardia macabra, sull'altro gli inquisitori, i dipendenti e tutte le autorità civili ed ecclesiastiche, mentre le finestre delle case adiacenti erano riservate alle notabilità del paese ed alle loro famiglie.
La partecipazione al corteo dei Prelati e delle autorità era obbligatoria. Sebbene questi generalmente fossero orgogliosi di poter occupare i loro seggi, molte volte sorgevano dei diverbi per le precedenze, ed in questi casi qualcuno, che si sentiva leso nella sua dignità, si asteneva dalla partecipazione.

Nel 1486 le notabilità di Valencia non presero parte ad un « auto da fé » e quando Ferdinando ne ebbe sentore le ammonì, ordinando loro di non mancare per l'avvenire ad ogni manifestazione del genere, poiché nulla era più importante del Servizio Divino. Nel 1588 il Presidente del Consiglio reale di Castiglia emanò un ordine generale a tutti i giudici civili di partecipare al corteo. Nel 1598 gli inquisitori vennero autorizzati ad imporre ad ogni persona che ricoprisse una carica pubblica, di partecipare agli « auto da fé » sotto pena di scomunica.

Nelle occasioni più solenni i palchi erano molto costosamente addobbati e , quindi non mancarono le discussioni a chi spettasse di sopportare queste spese. Nel 1553 la questione venne decisa a Cuenza, in modo che la città doveva sopportare le spese della costruzione dei palchi come era già d'uso a Toledo. Nel 1632 Filippo IV ordinò alle autorità comunali di Madrid di far costruire i palchi, per il grande « auto da fé » di quell'anno, secondo i progetti dei più abile architetto. Così avveniva anche nel 1680, quando vennero tenuti lunghi consigli per decidere una complicata costruzione, eretta sotto la sorveglianza dei più distinti architetti, i quali consideravano questo dovere come un particolare onore.
Era indispensabile la presenza di almeno due inquisitori, poiché se uno mancava era vietato di dar seguito alla manifestazione. Il giorno fissato per il rito era sempre festivo, generalmente una domenica, e ciò per attirare una maggiore affluenza di pubblico.

Gli inquisitori erano padroni della situazione sotto ogni aspetto. Essi erano autorizzati ad erigere nelle pubbliche piazze i palchi, a dar disposizioni alla polizia per quel giorno e la loro prepotenza arrivava al punto di assegnare alle autorità civili ed ecclesiastiche i posti che credevano opportuno. Ma tutto questo fu superato dall'ordine di Filippo II, col quale il Re autorizzava gli inquisitori a disporre persino delle finestre delle case private. Contro quest'ordine, nel 1595, protestarono i Giudici di Granada ed il Governatore stesso, chiedendo che i proprietari di case non potessero essere obbligati a cedere le loro finestre. Ma Filippo non cedette e si limitò ad istruire gli inquisitori, acciocché rispettassero le case dei Giudici e del Governatore.

Il grande « auto da fé » del 1559 a Sevilla, ci dà un ampio esempio della incondizionata autorità dell'Inquisizione sulla polizia, che ormai si poteva considerare nelle sue mani. Gli inquisitori ordinarono che sin dalla mezzanotte della vigilia, fino alla fine del rito, nessuno portasse armi, né montasse a cavallo nella città, comminando una pena di cento scudisciate per i poveri e trenta giorni di reclusione, nonché il sequestro delle armi, del cavallo o del mulo per le persone abbienti.
Veniva affisso un gran numero di manifesti, in cui era descritto ogni particolare dello svolgimento della cerimonia, per la cui alla coreografia nulla era risparmiato.
Al grande « auto da fé » di Madrid, nel 1632, i Francescani insoddisfatti del posto loro assegnato nel corteo, dopo vive proteste, si ritirarono nel loro convento, per cui vennero denunziati alla Suprema.

Quando si erano raccolti casi in numero sufficiente per la creazione di un « auto da fé », gli inquisitori ne facevano comunicazione alla Suprema, la quale ordinava l'organizzazione della solennità. Allora gli inquisitori sceglievano una giornata festiva, ma almeno ad un mese di distanza, per aver il tempo per i preparativi. Quindi, al momento opportuno, incaricati e cancellieri a cavallo annunciavano, a suoi di tamburo e tromba ed in determinati luoghi si suonava il campanello ed il messo comunale annunciava : « Sappia ogni abitante di questa città che il Santo Uffizio dell'Inquisizione, per gloria di Dio e della nostra Santa Religione Cattolica, si prepara a solennizzare un pubblico « auto da fé », in luogo ed in tempo da determinarsi ».

Fervendo i preparativi; artigiani competenti venivano incaricati della costruzione e dell'addobbo dei palchi; si provvedeva una enorme quantità di ceri, per il corteo della Croce Verde. Venivano invitati i Frati Questuanti, i Parroci, per partecipare al corteo; si mandavano citazioni a tutti i dipendenti, cancellieri, consiglieri e deputati distrettuali, minacciandoli di ammende, qualora non partecipassero a questa processione organizzata alla vigilia dell' « auto da fé ».
Venivano designati i frati che dovevano provvedere agli estremi conforti dei condannati. Se vi erano effigi da portare in processione, venivano ordinati i fantocci e se vi erano anche delle ossa, queste dovevano essere poste in cassette nere, ai piedi dei congiunti, durante l'« auto da fé ». Sulla testa dei fantocci, vestiti di un sambenito giallo, si mettevano delle mitrie, dipinte a fiamme, mentre sul dorso era segnato il nome, l'ultimo domicilio e la colpa dell'effigiato. In corteo si portavano molte bandiere verdi e molti ceri. In mezzo alla processione si portavano, in una cassetta rivestita di velluto rosso e di frange d'oro, le sentenze, le cui copie venivano consegnate alle autorità civili. In testa al corteo il Priore dei Domenicani, portava una grande croce verde, mentre il Majordomo della Cofradia portava una immensa croce bianca. La bandiera con la quale il Procuratore apriva il corteo era di damasco rosso ed aveva da una parte un ricco ricamo con lo stemma reale. Dal mezzo della Corona sorgeva una piccola croce verde e a destra e a sinistra un ramo d'ulivo, emblema di San Pietro. I muli sui quali montavano i dipendenti dell'Inquisizione erano ornati di bardature sfarzose. Gli organizzatori dirigevano il corteo, con le loro bacchette d'argento. I tappeti ed i drappi del palco venivano generalmente forniti dalla chiesa parrocchiale, come anche i cori per la processione della vigilia e per le altre funzioni. Veniva designato anche il predicatore, generalmente
un Domenicano, sebbene a Madrid questo compito spettasse al confessore del Re.

Il giorno precedente all' « auto da fé » veniva ornato l'altare eretto sul palco e si mettevano candele e fiaccole attorno al pozzo, dove doveva essere esposta la Croce Verde. Gli inquisitori compilavano la nota di tutte le finestre che davano sulla piazza, sospendevano la circolazione dei veicoli e determinavano i punti dove si doveva sbarrare l'accesso alla piazza dell'« auto da fé ». Le autorità cittadine consegnavano la città all'Inquisizione, perché ne disponesse a proprio agio. La sera precedente alla manifestazione si organizzava la processione della Croce Verde, la quale procedeva lungo le vie precedentemente stabilite verso la Plaza, mentre i Frati cantavano il Miserere. Arrivati alla Plaza il Priore dei Domenicani poneva al disopra dell'altare la croce verde, che era poi vegliata per tutta la notte dai Domenícani stessi. La croce bianca veniva portata al brasero ed affidata ad una determinata corporazione, la quale doveva anche fornire la legna per il rogo. Il palazzo dell'Inquisizione era piantonato per tutta la notte dai soldati, i quali prima dell'alba svegliavano la popolazione al suono del tamburo. Alle nove del mattino il più anziano inquisitore, col suo segretario, visitava uno per uno i condannati, comunicando loro la sorte che li attendeva, lasciando presso ciascuno un Frate per la sorveglianza.

Prima dell'alba si celebrava la Messa nella Sala di dibattimento ed all'altare della Croce Verde. Al sorgere del sole offrivano la prima colazione a tutti gli spettatori. I condannati venivano portati soltanto un'ora prima della esecuzione, quando i penitenti venivano schierati accanto al muro della sala di consiglio, nello stesso ordine che dovevano mantenere nel corteo; tutti indossavano il sanbenito, con i relativi emblemi. Indi il corteo si avviava preceduto da un distaccamento di soldati; seguiva la croce della parrocchia, coperta da un drappo nero, accanto alla quale un Cappellano tristemente suonava una campana. Seguivano i prigionieri, ad uno ad uno, con accanto un dipendente dell'Inquisizione per ciascuno. Venivano prima gli imbroglioni, poi i rinnegatori di Dio, i bigami, i protettori di ebrei, i protestanti ed infine le effigi dei condannati morti o fuggiti e le ossa racchiuse nelle cassette, portate da messi. Dopo di essi venivano i servi dell'Inquisizione, a due a due, a cavallo tenendo spiegate le bandiere dell'Inquisizione ed alla fine gli inquisitori stessi.

Così procedeva il corteo, attraverso le vie determinate dove si assiepava una fitta folla di gente, sino alla Plaza, dove i colpevoli venivano fatti sedere nell'ordine della loro colpevolezza, in modo che i minori colpevoli fossero meno in vista, sui gradini più bassi.

Sui palchi vi erano persino due pulpiti sui quali si dava lettura delle sentenze. Sotto i seggi riservati ai membri del Tribunale vi era una camera, nella quale si servivano rinfreschi e dove gli inquisitori, i dipendenti, gli impiegati comunali ed i funzionari ecclesiastici, di quando in quando, si ritiravano a rifocillarsi. Un altro locale del genere era riservato ai notabi. Dopo la predica, il Segretario saliva al pulpito e ad alta voce dava lettura del giuramento di rito, col quale ogni persona presente veniva obbligata all'incondizionata ubbidienza verso il Santo Uffizio, nonché alla persecuzione dell'eresia. A lettura ultimata tutti gli spettatori dicevano « Amen ». Mentre le sentenze venivano lette alternamente dai pulpiti, l'Alguasil mayor portava ad uno ad uno i colpevoli perché udissero la loro sentenza. Non poteva aver luogo un'interruzione e, quantunque numerose, tutte le sentenze dovevano essere lette, anche se ciò fosse durato fino alla mezzanotte. Per questa probabilità si tenevano sempre pronte delle fiaccole e del personale. Le sentenze dei conciliati venivano lette in ultimo.

Quando non si riusciva ad ultimare la cerimonia prima del sopraggiungere della sera, l' « auto da fé » veniva protratto per tutta la notte, fino alla mattina seguente, poiché era essenziale che le esecuzioni avvenissero alla luce del giorno. Un plotone di soldati circondava i condannati, conducendoli al brasero. Durante il tragitto era necessario difendere i condannati dalle ire della plebaglia, che, non appena poteva, si avventava contro di essi, e talvolta li uccideva. L'autorità comunale forniva gli asini, sui quali montavano i condannati, nonché le legna per le torce. Dei frati appositamente incaricati accompagnavano i condannati al patibolo, non risparmiando fatica per raccomandare il pentimento e la conversione ai disgraziati.

Il rito pubblico terminava con la cerimonia della conciliazione e dell'abiurazione, dopo di che l'Alguasil mayòr e gli incaricati riconducevano i penitenti al palazzo dell'Inquisizione, dove ricevevano una cena e poi venivano rinchiusi in tre o quattro per cella. I sacerdoti della chiesa parrocchiale toglievano il drappo nero dai Crocifissi, riportandoli nella chiesa, mentre i Domenicani portavano la Croce verde nell'edificio dell'Inquisizione, cantando dei salmi durante il cammino.
Alle dieci del mattino l'Alguasil mayor, con il segretario e gli incaricati dell'Inquisizione, montati a cavallo in compagnia del giustiziere e del messo comunale. portavano sulla pubblica via coloro che erano condannati alle scudisciate ed alla verguenza, facendo eseguire su di loro la sentenza, con tutte le dovute regole. Ritornati poi al palazzo dell'Inquisizione, compilavano i certificati per coloro che erano condannati alla galera ed indi li trasferivano alle carceri reali. Con ciò era terminata la pomposa cerimonia, la quale, nei tempi in cui il Santo Uffizio era all'apice del suo potere, diffondeva terrore tra le file della popolazione.

Il brasero o quemadero era generalmente eretto fuori dalla città. Il Tribunale dell'Inquisizione non aveva più nulla a che fare con questo procedimento ad eccezione che il segretario e l'Alguasil stendeva il certificato della sentenza eseguita. Di conseguenza gli incartamenti dell'Inquisizione non contengono particolari di tale procedimento e soltanto dalla descrizione del grande « auto da fé » di Madrid, nel 1632, si trova qualche cenno al riguardo. In quell'occasione il municipio fece erigere fuori Puerta Alcala, il brasero che aveva le dimensioni di cinquanta piedi quadrati ed era munito di pali e di strumenti per lo strangolamento. Vi assisteva una grande folla e difficile fu il mantenimento dell'ordine. L'enorme fuoco del rogo si spense soltanto verso le 11 della sera, quando i cadaveri erano già completamente inceneriti e con ciò scomparsa ogni traccia dei miscredenti. La dispersione delle ceneri sui campi o nelle acque correnti era un'antica prescrizione, per impedire ai discepoli degli apostati di conservarle come reliquia. Tuttavia ciò non era un compito facile, poiché la carbonizzazione dello scheletro umano esigeva un lungo fuoco, che probabilmente non veniva fatto in quelle località in cui la legna era molto costosa.

Erano così tanti gli eretici condannati al rogo, che furono costretti a inventarsi qualcosa di speciale che consumasse meno legna dei tradizionali autodafé: costruirono uno accanto all’altro quattro enormi forni circolari sopra una piattaforma di pietra ognuno dei quali poteva contenere fino a quaranta «dannati». Accendevano un po’ di legna sotto la piattaforma, buttavano dentro le povere creature e le cuocevano a fuoco lento: occorrevano dalle 20 alle 30 ore per crepare. Funzionarono ininterrottamente per oltre tre secoli. 300 anni. Vennero chiusi da Napoleone Bonaparte nel 1808. Questo è riuscito a fare la Santa Inquisizione, sublime spettacolo di perfezione sociale (come scrive Adriano Prosperi citando un numero di La Civiltà Cattolica del 1853).

L' « auto da fé » pubblico che con i suoi terrori turbava la fantasia del popolo, in realtà non era che un'esigua parte dell'attività degli inquisitori. Era una cerimonia in grande stile, con la quale il Santo Uffizio dava rilievo all'importanza della propria missione. Tuttavia fu assai maggiore il numero delle cause sistemate negli « autos particulares » che venivano tenuti nelle chiese, nelle sale di dibattimento o in qualunque altro luogo adatto alle circostanze. Nel resoconto del Tribunale di Toledo tra il 1575 ed il 1610 figuravano 12 « auto da fé » pubblici ai quali erano comparsi 386 colpevoli, mentre nello stesso tempo 786 cause erano state sistemate negli « autos particulare ». La Giustizia dell'Inquisizione agiva in un vasto campo ed in certo qual modo era considerata come « custos morum » occupandosi di infinito numero di piccoli reati e mancanze quasi insignificanti. Discorsi spregiudicati, bestemmie, proposte disoneste, scritti ed oggetti d'arte di carattere pornografico, stregoneria, esorcismi ed altre mancanze lievi del genere venivano evase agli « autos particoulares », senza convocare la popolazione.

Gli « autos particulares », ossia « auto da fé » in forma privata, venivano tenuti molte volte nelle chiese, dove non venivano invitate, né le autorità ecclesiastiche, né le notabilità civili, ma la popolazione poteva parteciparvi in quanto vi fosse spazio disponibile. Più frequentemente, però, si tenevano gli « autos particulares » nella sala di dibattimento e si distinguevano in riunioni a porte aperte ed a porte chiuse. Persino l'appartamento del più anziano inquisitore veniva talvolta adoperato a questo scopo. Trattandosi di monache come peccatrici, l' « auto da fé » generalmente veniva tenuto. nel rispettivo convento. Nel caso di Suor Josefa de Villegas, avvenuto l'8 Agosto 1658, accusata di superstizione e stregoneria, e condannata a diverse pene, l' « auto da fé » venne tenuto nel Convento delle Agostiniane, a San Torquato, in presenza di tutte le Suore.

Quando la miseria divenne sempre più insopportabile, i Tribunali evitavano sempre più i pubblici « autos da fé » costosissimi, quantunque essi tenessero a questa manifestazione del loro orgoglio. Effettivamente avrebbero rinunciato tempo prima, per evidenti ragioni finanziarie, se non fosse esistito il severo divieto di pronunciare sentenze mortali nelle chiese. In ogni modo facevano di tutto per evitare sentenze di morte, per non andare incontro alle spese della fastosa cerimonia. Più tardi però escogitarono il mezzo di rinviare i predestinati alla condanna a morte, a Tribunali civili. Così a Valencia, quando Geronino Buenaventura, capo moro, venne condannato per ostinazione a renitenza, non si trovava un « auto da fé » dove la sentenza potesse essere eseguita.
Il 19 Novembre del 1635, dietro ordine della Suprema, lo mandarono a Valladolid, supponendo che in quella città avrebbero trovato modo di bruciarlo. Ma due anni dopo quel Tribunale rispondeva che non vi era « auto da fé » pubblico in progetto dove poterlo giustiziare e così la Suprema ordinò il suo trasferimento a Saragozza. Non ci é dato di sapere se in quella città la sentenza fosse eseguita, ma il solo pensiero che questo disgraziato fosse sballottato per degli anni, da un'estremità all'altra della Spagna, per trovare un posto cui bruciarlo, economicamente, rende ripugnante il modo di procedere dell'Inquisizione.

Non vi era speranza che la situazione migliorasse ed era infinitamente umiliante per l'Inquisizione di non trovarsi in condizione di poter bruciare i propri condannati. Bisognava dunque provvedere ad abituare la Suprema al nuovo stato di cose, e le discussioni si protrassero per quasi un quarto di secolo, fino a che il bisogno di liberarsi dalle spese degli « auto da fé » pubblici indusse la Suprema a rinunciare ai propri pregiudizi, concedendo che anche agli « autos particulares » si potessero promulgare condanne a morte, sempreché non si svolgessero nelle chiese. Ma contro di ciò protestarono le autorità civili le quali erano offese di non essere più invitate e di conseguenza che, non fossero loro riservati dei posti d'onore.
Per conciliare le cose la Suprema, Il 7 Aprile 1690, indirizzò un messaggio al Re, in cui esprimeva il proprio rammarico di essere nell'impossibilità di festeggiare gli « autos da fé » con l'antico sfarzo.

Così ebbero fine per sempre i solenni « autos da fé » pubblici, con i quali l'Inquisizione, nelle sue giornate migliori, era riuscita ad ottenere un effetto tanto profondo nella fantasia delle masse. Dopo di ciò ogni sentenza di morte venne promulgata sui territori non consacrati delle chiese, con un rito assai semplice ed economico. Ma non sarebbe giusto dedurre da ciò che il fanatismo religioso si fosse spento. Come ultimo tentativo gli inquisitori si rivolsero al sostituto Governatore, Don Manuel de la Founte y Davila, dichiarandogli che il mantenimento dell'« auto da fé » era un sublime dovere religioso, di cui si sarebbe potuto occupare con orgoglio anche il primo nobil uomo del paese.
Gli offrirono che gli incaricati dell'Inquisizione avrebbero portato le effigi dei condannati alla chiesa, se Don Manuel e qualche altro gentiluomo fossero stati disposti a portarli di là fino al brasero. Don Manuel accondiscese ed il suo esempio fu seguito dal Governatore Marchese Torre Mexia e da altri. Anche gli incaricati civili vennero persuasi a prendere parte al rito e così si riuscì ad eliminare l'antica abitudine, contrastante con la santità della funzione, dato che le esecuzioni venivano fatte dalle autorità civili.

Queste saltuarie manifestazioni di fervore religioso, nonostante l'autorità dell'Inquisizione, cominciavano a non riscuotere più un grande tributo di plausi. Al Tribunale di Toledo l'ultimo « auto da fé » venne tenuto il 7 Marzo 1778, in una chiesa. Vi si presentò un unico penitente, il quale venne condannato alla verguenza per stregoneria. Dopo di ciò verso la fine del Secolo vennero tenuti ancora nove « auto da fé » nelle sale di dibattimento, talvolta a porte aperte e talvolta a porte chiuse, ma a ciascuno non si presentò più di un penitente.
Da un punto di vista l'« auto da fé » illustra a colori vivaci il fanatismo spagnolo. Gli spagnoli consideravano questo rito come un divertimento, per la solennità che certamente piaceva agli illustri spettatori che intervenivano, ciò nel convincimento che quella fosse una manifestazione religiosa altamente significativa, al servizio di Dio e che avrebbe portato gloria al paese che l'aveva istituita per primo. Quando Carlo V, nel 1528, durante un viaggio, attraversò Valencia, organizzarono un « auto da fé », in onore del matrimonio di Filippo II e d'Isabella de Valois, figlia di Enrico II, re di Francia.
Era uno spettacolo grandioso, poiché il matrimonio reale, la riunione della Cortes ed il giuramento di fedeltà al Sovrano, riunivano colà tutta la nobiltà della Spagna.
Quando Re Filippo, nel 1564, si recò a Barcellona all'assemblea della Cortes Catalana, vi organizzarono in suo onore un solenne « auto da fé ». condannandovi alla galera un gran numero di francesi di Saint Sulpice, che l'Ambasciatore di Francia aveva invano cercato di proteggere.

Anche l'ascesa al Trono di Filippo III fu festeggiato con un « auto da fé », il 6 Marzo del 1600, a Toledo, presente il Re, la Regina Margherita d'Austria, il Principe di Lerma e tutta la Corte; in tale occasione Filippo giurò che avrebbe difeso ed appoggiato sempre il Santo Uffizio.
A Toledo vi erano allora solo pochi imputati, tuttavia riuscirono a raccoglierne quarantasei fra Cordova, Granada, Cuenza, Valladolid e Sevilla.
Il grande « auto da fé » di Madrid, nel 1632, venne tenuto per espresso desiderio di Filippo IV, per festeggiare la guarigione dal puerperio di sua moglie Isabella di Borbone. La coppia reale, col figlio Don Carlos, onorarono della loro presenza il rito.

La lunga serie degli « auto da fé » pubblici venne degnamente chiusa a Madrid, per le feste di incoronazione, il 30 Giugno 1680, in onore anche del matrimonio del giovane Carlos II con Maria Luisa d'Orleans. Vi parteciparono 67 penitenti e 51 conciliati. Si formò una scorta militare di 250 soldati, con a capo il Capitano Francisco da Salcedo. Il 28 Giugno essi furono comandati alla Puerta de Alcala, dove ogni uomo ebbe un ceppo di legno; di là marciarono fin dinanzi al Palazzo Reale, dove Salcedo consegnò un ceppo espressamente preparato al Principe Pastrana, perché lo presentasse al Re. Carlo a sua volta lo presentò alla Regina e poi lo restitui al Principe Pastrana, dicendogli che a suo nome lo portasse al brasero e lo gettasse per il primo sul rogo.

Evidentemente l'istruzione religiosa del Sovrano non era stata trascurata. Ma fu un presagio di migliore avvenire per la Spagna quando Filippo V, nel 1701, si rifiutò di presenziare al grandioso « auto da fé » che si voleva organizzare in suo onore, facendo cadere con ciò tutto il progetto.

 

LIBRO SESTO

LIBRO VI.

Il protestantesimo - Investigazioni sulla vita precedente dei convertiti - Speculazioni sull'opera di proselitismo delle due religioni opposte - Il caso di Johann Heinrich Hortsmann - La censura - Letteratura - Arte decorativa - « Pinturas obseras » - Il misticismo - Gli « Alumbrado » ed i « Dejado » - L'istruttoria di Maria Cazalla - Il molinismo - La Beata Dolores - Visioni e rivelazioni di Suor Maria Cipriana .

 

IL PROTESTANTESIMO

Le sorti dell'esiguo numero del Protestanti spagnoli naturalmente suscitarono le simpatie degli storici moderni. Si é scritto molto sul loro conto; i loro scritti vennero raccolti e ristampati con pietosa cura, tuttavia l'importanza del movimento é stata generalmente esagerata, poiché non sussiste mai un pericolo che il protestantesimo potesse avere una seria influenza nella Spagna del XVI Secolo, pervasa da una profonda ed incommensurabile fede cattolica. I moti di Valladolid e di Sevilla del 1558 e del 1559 erano solo degli episodi momentanei, che non lasciarono alcuna impronta nei sentimenti del popolo, sebbene paresse in quel tempo che la carriera del Santo Uffizio fosse prossima al tramonto.

Prima della ribellione luterana in Europa esisteva libertà di pensiero e di parola. Erasmo e gli altri scrittori e predicatori popolari dell'epoca, potevano senza il minimo scrupolo mettere in ridicolo l'ingordigia e la corruttibilità della Chiesa. Il Francescano Thomas Murner, il quale più tardi divenne il più acerrimo nemico di Lutero, flagellava con la sua eloquenza il Clero e gli Ordini religiosi, con molta violenza, sebbene con minore abilità dello stesso Erasmo.
Ben presto però si verificò il colossale movimento luterano nell'Europa occidentale; la Curia romana riconobbe di non aver oramai più dinanzi delle semplici disquisizioni di ecclesiastici, ma una vera e propria rivoluzione e di conseguenza quella libertà che fino ad allora, pur essendo ufficialmente vietata, era tollerata benevolmente, divenne d'un tratto eresia, non appena vi era sospetto che potesse minacciare il potere ed il patrimonio del Cattolicesimo.

Tuttavia solo nel 1521, la Curia ebbe coscienza della portata dei fatti e si rese conto di dover fare dei passi per stroncare spietatamente il movimento. Perciò la Santa Sede inviò, il 12 Aprile 1524, a mezzo dell'assemblea dei Grandi, un avvertimento a Carlo V, pretendendo dei rigorosi provvedimenti, allo scopo di impedire la propagazione del luteranesimo che era penetrato nella Spagna e stava per svilupparvisi.
Un caso tipico fu quello di Diego de Uceda di cui abbiamo già parlato in questo libro. Era un Hidalgo di Cordova di un'antichissima stirpe cristiana. Sebbene cortigiano si occupava di scienze ed essendo uomo profondamente religioso, ebbe anche l'idea di entrare nell'Ordine Geronimita. Essendo grande ammiratore di Erasmo, citava sempre i suoi detti e massime, attirando più volte degli ammonimenti su di sé. Nel Febbraio del 1528 viaggiava da Burgo a Cordova, passando la notte a Corezo, dove conobbe un certo Rodrigo Duran, il quale viaggiava in compagnia del proprio servo, verso Sevilla per imbarcarsi per le Indie occidentali.
Dapprima parlarono di dipinti e Diego citava i pareri di Erasmo; più tardi parlando di miracoli ai quali lo straniero non credeva si fece cenno a Lutero ed anche ad Erasmo.
Arrivato a Toledo il Duran denunciò de Uceda al Tribunale della nuova Inquisizione mentre il suo servo faceva da testimone. In seguito ad investigazioni, il de Uceda venne arrestato a Cordova e fatto ritornare come prigioniero a Toledo dove invano fece appello alla propria devozione ed offrì tutta la sua scienza al servizio della fede. Presentò testimoni che affermarono che egli abitualmente si recava quattro volte all'anno alla confessione, che aveva partecipato anche agli altri Sacramenti e che era una persona ineccepibile e di profondo convincimento religioso.

Ma tutto fu vano. Come abbiamo già descritto venne torturato e sotto le torture confessò, ma più tardi dovette naturalmente revocare la confessione e perciò gli venne inflitta una punizione umiliante, che distrusse tutta la sua carriera ed impresse una macchia indelebile su tutti i suoi discendenti.
In quella stessa epoca si verificò pure il caso di Pedro de Lerma, che era il capo della più distinta famiglia di Burgos. Egli era canonico della Cattedrale di Alcala ed era famoso come predicatore. Aveva passato molti anni alla Sorbona di Parigi, dove era divenuto Decano di quella Università. Casualmente gli capitarono tra le mani alcune opere di Erasmo, che ebbero un tale effetto su di lui che finì per farne qualche citazione nelle sue prediche. Venne denunciato all'Inquisizione, che lo gettò in un carcere e dopo lunga istruttoria nel 1537 pretese che rinnegasse pubblicamente le proprie prediche, in tutte le città dove aveva predicato e che dichiarasse di averle pronunciate sotto lo stimolo del Diavolo, per propagare l'eresia.

Lerma fu tanto umiliato che abbandonò immediatamente la Spagna, recandosi a Parigi, dove gli fecero solenni accoglienze. Ivi Morì nel 1545. Gli abitanti di Burgos che avevano mandato i loro figlioli alla Sorbona, perché egli vi era Decano, in seguito alla sua morte li richiamarono in patria.
Abbiamo già visto quale impressione abbia suscitato, nel 15 21, la propagazione della letteratura luterana, che a quanto sembra era molto ricercata o per lo meno era ben lanciata da eretici tedeschi. Una nave proveniente dall'Olanda e diretta a Valencia, venne sequestrata dai francesi e rimorchiata a San Sebastiano. Vi trovarono due quintali di libri con tendenza luterana che vennero pubblicamente bruciati. Otto mesi dopo, tre galere veneziane scaricarono nel porto di Granada un notevole quantitativo di libri dello stesso genere, ma il Corregidor li sequestrò, facendoli bruciare e poi mise in prigione il capitano e l'intero equipaggio.

I rapporti della Spagna con l'Olanda e la Germania erano troppo intensi, perché si potesse impedire l'entrata di eretici. Il primo caso rammentato dalla storia avvenne nel 1524, quando il Tribunale di Valencia condannò un olandese di nome Blay Estere. Lo stesso Tribunale, nel 1528, pose sotto accusa un pittore di Gent, di nome Cornelis, perché aveva osato dire che Lutero non era nemmeno un eretico, poi aveva negato l'esistenza del purgatorio, l'utilità delle messe e della confessione.
Egli non aveva lo spirito di un martire e si scusava con l'ubriachezza, assicurando che in Spagna avrebbe smesso quegli errori in cui era caduto nella Fiandra. Venne condannato all'ergastolo. Negli atti dell'istruttoria figurò anche un certo Jacob Torres, accusato pure di luteranesimo. Gli sforzi dell'Inquisizione per opprimere il luteranesimo rimasero sterili a lungo e questa attività si diresse per parecchio tempo principalmente contro gli stranieri.

Una delle personalità più notevoli fra questi era Hugo de Celso, un illustre dottore e scrittore della Borgogna. A quanto pare, nel 1532, egli fu posto sotto accusa a Toledo, ma senza reale convincimento, e quindi fu rilasciato; tuttavia più tardi i sospetti su di lui si rafforzarono e nel 1551 fu processato nuovamente e bruciato al rogo. Sebbene nemmeno Maria, Regina di ungheria, sorella di Carlo V, fosse priva di sospetto, il primo eretico di sangue spagnolo, di provata reità, fu Francisco de San Roman di Burgo, il quale da giovanotto aveva viaggiato per affari in Olanda e più tardi, capitato a Brema, fu convertito al luteranesimo.
Ne fecero un luterano talmente fervente, che, dopo diverse avventure, egli si incaricò persino di convertire Carlo V a Ratisbona. Siccome insisteva in questo esperimento, venne ammanettato e trasferito in Spagna, dove essendosi rifiutato di convertirsi venne arso al rogo. Egli fu il primo martire protestante spagnolo, Carranza stesso lo accompagnò al patibolo, persuadendolo a riabbracciare la fede cattolica, ma la plebaglia infuriata lo uccise a colpi di coltello, fatto non raro agli « autos da fé ».

Nello stesso tempo apparve anche un altro uomo, che venne calcolato luterano, sebbene egli probabilmente fosse un eretico indipendente da qualsiasi religione. Si seppe soltanto che era un giovane ricchissimo di Leberia, il quale, rinunciando alle ambizioni terrene, si dedicò allo studio delle Sacre Scritture, ritenendosi un nuovo apostolo di Cristo. Le sue varie pratiche eretiche non sono enumerate negli atti dell'istruttoria condotta dal Tribunale di Sevilla, il quale procedette al sequestro del suo patrimonio e poi lo liberò, dichiarandolo pazzo. Egli continuò la sua parte di apostolo ed alla seconda istruttoria al carcere e a portare il sanbenito.

Le sentenze miti dell'Inquisizione dimostrano che sino a quel punto non vi era motivo di accanirsi. Si sente molto parlare di attività missionaria di tedeschi e di altri eretici, ma questi fatti trovano poca conferma sinora nelle fonti storiche. L'unico caso di cui si trovano le tracce, pur di dubbia autenticità, é quello di Gabriel de Narbonne, trattato. nel 1537, dinanzi al Tribunale di Valencia. Era di origine francese, ma durante i quattro anni passati in Germania e in Svizzera, adottò le dottrine eretiche.
Come Frate questuante, in Spagna parlò liberamente della sua fede, a chiunque incontrasse. Quando venne arrestato, egli si professò con fervore propugnatore delle idee luterane ed implorò la grazia. Dopo un anno di detenzione e dopo essere stato minacciato di torture, confessò che gli eretici svizzeri lo avevano mandato in Spagna, come missionario. Egli asserì di aver viaggiata tutta la penisola, a piedi, dalla Catalogna alla Navarra, diffondendo le sue dottrine fra coloro che lo ascoltavano, ma principalmente fra i sacerdoti.

Se il Tribunale avesse creduto a questo racconto, lo avrebbe indubbiamente sottoposto a grandi torture, allo scopo di strappargli i nomi dei suoi complici, viceversa l'Inquisizione si accontentò di infliggergli il carcere perpetuo.
Sembra che la Santa Sede romana avesse l'intenzione di scuotere dal torpore l'Inquisizione spagnola, perché ravvivasse la lotta contro queste pericolose innovazioni. Nel 1551 Papa Giulio III mandò un Breve al Capo Inquisitore Valdes, con cui lo autorizzava a punire, col massimo rigore, il luteranesimo, senza riguardo alla posizione sociale dei colpevoli. Se ciò doveva essere un incitamento, ebbe ben poco effetto, poiché i casi di luteranesimo per qualche anno ancora figuravano assai scarsamente nell'attività dell'Inquisizione, inquantoché, secondo le indagini del dottor Ernesto Schaffer, i casi di luteranesimo, nominati negli atti di tutti i Tribunali, ammontavano sino a quell'epoca in tutto a 105 casi, fra i quali 39 si riferivano a cittadini spagnoli ed il resto a stranieri.

L'anno 1558 segnò il risveglio dell'attività dell'Inquisizione. Il Capo Inquisitore Valdes, il quale era quasi dei tutto caduto in disgrazia presso la Santa Sede, afferrò l'occasione per crearsi dei meriti. In fondo la preoccupazione che la religione cattolica fosse minacciata in Spagna, da qualche centinaio di protestanti più o meno ferventi, dispersi tra Sevilla e Valladolid, era ben assurda. Tuttavia Valdes riuscì a prospettare la questione, come estremamente pericolosa, dichiarando che non si poteva sapere quale sviluppo avrebbe potuto prendere il movimento. Indubbiamente lo fece per render indispensabili i propri servigi e non mancò di propagare sistematicamente le più fantastiche notizie. L'Abate Illescas preconizzava, probabilmente sotto l'impulso del Capo Inquisitore, la più terribile congiura, che avrebbe fatto divampare la fiamma della rivolta in tutta la Spagna, provocando la maggior disgrazia che mai avesse toccato un paese, se la repressione fosse tardata appena qualche mese.
Si cominciò a vocifetare di storie fantastiche, fra le quali, che nella casa di Cazalla si tenessero di notte convegni segreti, in cui si esaltavano le dottrine luterane. Il Legato di Venezia, Leonardo Donato, riferiva, nel 1573, che se questo movimento non fosse stato stroncato ai suoi inizi, avrebbe infettato tutta la Spagna. Anche l'inquisitore Pramo, verso la fine del secolo, asseriva che sarebbe sorto un immane incendio nella Spagna, se il Santo Uffizio non fosse intervenuto tempestivamente a soffocare la propaganda.

Naturalmente il Governo si preoccupò vivamente delle imprevedibili conseguenze di questo pericolo. Carlo V era moribondo nel suo palazzo di Justa, mentre Filippo era completamente impegnato nella Fiandra, con la guerra contro la Francia. Sua sorella, Infanta Giovanna, Reggente provvisoria, era una donna mediocre e così essa ed i suoi consiglieri seguivano con sentimenti di apprensione l'agitazione religiosa che divampava nella Francia e nella Germania, tanto più che in quei tempi le scissioni politiche erano generalmente precedute da torbidi nella religione.
Finché i disordini erano circoscritti a Sevilla, non vi era molto motivo di preoccuparsi, ma da qualche tempo si notavano infiltrazioni persino a Corte e nel movimento vennero coinvolte personalità di alto rango. Il momento pareva opportuno a Valdes per rafforzare la propria posizione. Quando la Principessa Juana, il 23 Marzo 1558, gli chiese di accompagnare la salma di sua madre da Granada al luogo di sepoltura, Valdes non vide di buon occhio la possibilità di allontanarsi dalla sua sede, temendo che in sua assenza i suoi avversari peggiorassero la sua situazione. Egli perciò trovò ogni sorta di scuse per rinviare il viaggio, dicendo persino che oltre al fatto che la sua presenza era indispensabile a Sevilla ed a Nurcia, per reprimere i moti eretici, non era assolutamente necessario compiere subito il trasporto della salma che avrebbe potuto essere rimandato al Settembre.
Evidentemente egli aveva esagerato la portata dei disordini di Sevilla, per evitare di essere allontanato. Quando Juana comunicò questi fatti al Consiglio di Stato, ottenne per tutta risposta che nessuno poteva impedire a Valdes di trattenersi nelle sue province.

Si può facilmente immaginare quanto a proposito gli fosse venuta la rivolta di Valladolid e quanto egli avesse gonfiata la questione, per suscitare maggiore impressione a Corte. La Suprema, in una lettera del 12 Maggio, annunciò a Filippo brevemente l'avvenimento, raggiungendo subito lo scopo voluto, poiché Filippo, che aveva già ordinato a Valdes di riprendere il proprio seggio vescovile, ritirò immediatamente questo ordine. Carlo V venne persuaso di approvare questa condotta. Il 27 Aprile Juan Vasquez gli comunicò l'arresto del dottor Cazalla e l'inquietudine che il provvedimento aveva suscitato, aggiungendo che era necessario provvedere con urgenza al rimedio e che il Capo Inquisitore e la Suprema si erano già messi al lavoro.
Carlo che aveva dedicato tutta la sua attività al debellamento dell'eresia, era irritatissimo da queste notizie. Egli era già completamente esaurito e stava pensando ad abdicare e questi avvenimenti venivano a turbare la quiete del suo spirito stanco.
Il 3 Maggio egli scrisse a Juana, pregandola di trattenere Valdes alla Corte, dove la sua presenza sarebbe stata tanto necessaria. Juana fece chiamare immediatamente Valdes, gli mostrò la lettera assicurandolo della rinnovata fiducia del Sovrano. Così egli si mise alacremente all'opera, fece arrestare un gran numero di eretici, inviando rapporti a Re Carlo.

Il 25 Maggio il Re, esagerando notevolmente il pericolo, pretendeva l'applicazione di norme draconiane, additando come esempio dei provvedimenti adottati da lui, in Olanda, in seguito ai quali i renitenti venivano arsi vivi ed i penitenti decapitati. Egli sollecitò anche Filippo a simili provvedimenti, il quale in Inghilterra aveva già dimostrata molta crudeltà, come se fosse stato regnante in quel paese, facendo compiere esecuzioni su degli eretici e persino su dei vescovi. Nella sua lettera a sua figlia, Carlo aggiungeva che era necessario lasciare ogni compassione e che se non si estirpava la eresia sollecitamente, nessun Re dopo di lui avrebbe potuto farlo.
Valdes oramai era padrone della situazione, ma per poterla sfruttare completamente, il 9 Settembre diresse una lettera a Papa Paolo IV, con una breve relazione sugli sviluppi del Luteranesimo a Valladolid e a Sevilla. Sottolineò il pericolo imminente, le fatiche dell'Inquisizione e la sua povertà che ostacolava l'opera.

Valendosi dell'argomentazione di Carlo V, fece notare che il luteranesimo si doveva considerare come una ribellione e siccome il moto si diffondeva fra le persone distinte, religiose e ricche, bisognava temere serie conseguenze se si fosse agito con tanta mitezza, come per i seguaci dell'Islam e con gli ebrei. Sarebbe stato opportuno un Breve papale, che avesse autorizzato a perseguire i colpevoli, permettendo in caso di bisogno di trasgredire ai limiti posti dalla legge.
La Santa Sede non tardò ad impartire le autorizzazioni richieste e l'Inquisizione si preparò alacremente a dare l'opportuno avvertimento al popolo, mettendo in evidenza i pericoli a cui si andava incontro, deviando dalla vera Fede. Non risparmiarono né denaro, né fatica per dare il massimo effetto possibile all' « auto da fé » dei 20 Maggio 1559 e già due settimane prima si annunciò solennemente il prossimo avvenimento.

Durante le due settimane che precedevano, 100 uomini armati sorvegliavano il palazzo dell'Inquisizione, poiché era corsa la voce che volevano assalire le prigioni ed incendiare i palchi preparati per il rito. Vennero innalzate delle tribune tutt'attorno alla Plaza, venne vietato a tutti, eccezion fatta per gli incaricati dell'Inquisizione, di montare a cavallo e di portare armi, sotto pena di immediata esecuzione. Da un raggio di trenta a quaranta miglia accorreva la gente, la quale non trovando più alloggio nella città, si accampava nei prati circostanti.
In testa al corteo portavano l'effigie di Leonor de Vivero, morta durante l'istruttoria. Era coperta dal velo vedovile ed aveva sul capo la mitria dipinta di fiamme. Seguiva la cassa che conteneva le spoglie mortali, destinate al rogo. Arrivato il corteo sulla Plaza, Agostino Cazalla venne fatto sedere in cima al palco gradinato, come capo degli eretici, accanto a lui suo fratello Francisco.

Melchor Cano iniziò subito la predica che durò oltre un'ora, poi Valdes invitò la Principessa Juana, il Principe Carlos, a fare il giuramento rituale di voler sempre proteggere e difendere l'Inquisizione. La folla approvò clamorosamente e si udirono urla « a morte, a morte! ». Cazalla, suo fratello ed Alonzo Perez vennero spogliati dagli abiti ecclesiastici, fu letta la loro sentenza ed indi essi furono consegnati alle autorità civili. Fatti montare su degli asini, vennero trasportati alla Plaza de la Puerta del Campora, dove vennero giustiziati. Ad eccezione di uno, non erano martiri nel vero senso della parola, poiché all'ultimo momento si mostrarono pentiti ed implorarono grazia.
Durante l'istruttoria Cazalla, dapprima cercava di salvarsi, negando di avere enunciato dei dogmi. Può darsi che egli fosse da principio negativo, poiché venne condannato alla tortura « in caput alineum », ma quando lo spogliarono giurò che avrebbe nominato tutti i suoi complici, compreso Carranza, del quale diceva lo avesse traviato all'eresia. Tuttavia il Tribunale non transigeva dal considerarlo come capo del movimento e nel pomeriggio precedente l' « auto da fé » inviarono nella sua cella il Frate Geronimita, Antonio della Carrera, per estorcergli altre rivelazioni. Risulta dai rapporti di Fra' Antonio, che il condannato fu trovato incatenato in una cella oscura, col piè de amigo alla gola. Salutò caldamente i suoi visitatori, ma quando seppe la loro intenzione, protestò vivamente, dicendo che non poteva fare altre deposizioni, poiché aveva già confessato tutto, contro sé e contro gli altri. Per due ore gli inquisitori lo interrogarono invano e poi gli comunicarono che doveva morire.

Nella solitudine della sua cella il disgraziato non si era immaginato il destino che lo attendeva, credendo che lo avrebbero riammesso in seno alla Chiesa e l'annunzio della sentenza di morte lo colpì come un fulmine. Secondo taluni, svenne e per un'ora non riprese conoscenza, altri riferiscono che non voleva credere alla realtà e continuava a domandare se non potesse sfuggire in qualche modo. Gli venne detto che se avesse fatta una confessione più esauriente, allora eventualmente lo avrebbero salvato, ma egli continuò a ripetere che aveva già detto tutto. Indi compì il rito della confessione, ottenne l'assoluzione e pregò sino alla mattina, ringraziando Dio, perché lo aveva messo a questa prova per la salvezza della sua anima. Lodò e benedisse ad alta voce il Santo Uffizio e tutti gli incaricati, dicendo che esso non era stato creato da mano umana, ma da quella del Signore, che egli accettava con rassegnazione la sentenza che era giusta e meritata, che non desiderava vivere oltre e che non avrebbe nemmeno accettata la vita che, come nel passato, anche nell'avvenire, non gli sarebbe servita ad altro che alla dannazione della sua anima. Ripeté tutto ciò quando al mattino entrarono nella sua cella, portandogli il sanbenito, che egli baciò, dicendo che lo avrebbe indossato con grande gioia. Dichiarò che se si fosse presentata l'occasione all'« auto da fé », avrebbe maledetto Lutero lanciandogli invettive e persuadendo anche gli altri condannati a prendere questo atteggiamento.

Nella sua esagerata esaltazione religiosa, mantenne tutto quanto aveva promesso e parlò con tanta eloquenza all'« auto da fè », che si dovette farlo tacere. Quando lessero le sentenze degli altri condannati, dall'infima gradinata gli venne incontro sua sorella, condannata a carcere perpetuo; si abbracciarono versando calde lacrime e quando il fratello venne trascinato via la ragazza cadde svenuta. Incamminato verso il brasero Cazalla continuò la sua opera di conversione, persuadendo principalmente l'eroico Herrezuelo, il quale rifiutò però sdegnosamente di abbandonare la sua fede. Egli era l'unico vero martire del gruppo, professando coraggiosamente la propria fede, nonostante ogni sforzo degli inquisitori per convertirlo ed il terribile destino che lo attendeva. Cazalla sprecò tutta la sua eloquenza invano, ma Herrezuelo non poteva nemmeno rispondergli, poiché aveva il piolo in bocca e soltanto con la sua stoica pazienza dimostrò la sua inderogabile decisione.

Quando venne incatenato al palo, un sasso gettato dalla folla lo colpì in faccia, ferendolo, ma egli, col capo grondante di sangue, rimase irremovibile. Allora un alabardiere lo ferì nel ventre, ma nemmeno questo lo scosse e quando accesero il rogo sopportò con eroica rassegnazione il tormento e finì la sua vita provocando generale stupore. Il caso più pietoso fu quello della giovane moglie di Cazalla, Leonor de Cisneros. Essa aveva appena ventitre anni e quindi cedette presto alla pressione degli inquisitori e venne conciliata e condannata al carcere perpetuo. Ma durante i lunghi anni trascorsi nella casa de la penitencia, il peso della sua tristezza divenne sempre più insopportabile ed essa era ossessionata dal ricordo del martirio del marito. Infine non poté sopportare il segreto tormento, e, pienamente consapevole del destino che la attendeva, confessò di essere tuttora eretica.

Nel 1567 venne posta sotto nuova istruttoria e sebbene i suoi parenti avessero fatto di tutto per salvarla, come recidiva non poteva sfuggire alla morte sul rogo.
Il 28 Settembre 1568, ella espiò l'eresia di dieci anni prima e venne arsa viva come recidiva ostinata.

I rimanenti condannati, per il movimento di riforma di Valladolid, vennero riservati per un'altra occasione solenne, cioè l'8 Ottobre. Filippo onorò della sua presenza l'«auto da fè » ed a capo scoperto e le mani guantate, prestò il giuramento di rito. Questa cerimonia era ancor più pomposa della precedente. Un ufficiale fiammingo, che era presente, stimava a duecentomila il numero degli spettatori e sebbene avvezzo a simili spettacoli, non poteva nascondere la sua commozione e compassione per i condannati. Oltre ad un moro e ad un ebreo, vennero inviati al patibolo 26 protestanti, ma anche questa volta soltanto pochi di essi ebbero la costanza di assurgere al martirio. 13 si conciliarono in tempo e vennero riammessi in seno alla Chiesa, oltre a Juana Sanchez, la quale era riuscita a procurarsi nelle carceri un paio di forbici e si era sgozzata con esse, ma prima di morire si convertì. La sua confessione però fu ritenuta incompleta e perciò ella venne bruciata in effigie. Carlos de Seso era rimasto fedele alla propria fede sino all'ultimo e, a quanto si riferiva, venne sorretto da due incaricati, quando lessero la sua sentenza, giacché non poteva stare in piedi per le terribili torture a cui era stato sottoposto.
Anche Juan Sanchez resisté eroicamente e quando accesero il rogo, la fiamma bruciò le corde che lo legavano al palo ed egli allora balzò dal brasero e si mise a correre tra le fiamme. Credevano che volesse confessarsi, ma quando portarono il confessore non lo guardò nemmeno. Secondo taluni egli venne gettato tra le fiamme dalle guardie, mentre altri scrivono che guardando in alto scorse il suo compagno de Seso che ardeva ed allora si gettò volontariamente tra le fiamme.

Fra' Domenico de Royas si mostrò spavaldo all'inizio e dopo la sua degradazione rivolse la parola al Re, assumendosi tutte le eresie. Ma quando lo trascinarono al patibolo, con la bocca spalancata dal piolo, cedette, dichiarando che voleva morire nella Fede romana ed allora venne strangolato. La stessa cosa successe con Pedro de Cavalla e Pedro de Sotelo, ai quali venne pure applicato il piolo alla bocca, per non aver mostrato pentimento: anche questi due si convertirono prima di salire al rogo. Così venne stroncato il protestantesimo latente a Valladolid.

Nello stesso tempo il Tribunale di Sevilla aveva non meno da fare, dopo la cattura di Julian Hernandez e Don Ponce de Leon. Gli arresti in breve divennero tanto numerosi che si dovette derogare dal regolamento che vietava di rinchiudere più di un colpevole in una cella, e si attendeva con impazienza che un « auto da fé » sfollasse le carceri. Per sollecitare il lavoro, la Suprema inviò, nel 1559 a Sevilla, Mune Brega, vescovo di Tarazona, antico inquisitore, perché aiutasse il Tribunale nel lavoro. Ma egli fu terribilmente crudele e voleva condannare tutti al rogo; perciò litigò con gli altri inquisitori che, generalmente, votavano contro il suo parere nella Consulta de fè.
Più volte la Suprema dovette intervenire, per cui l'azione venne ritardata. Finalmente, il 24 Settembre, venne solennizzato un « auto da fé ».

Come a Valladolid tutta l'antica Castiglia, così ora anche l'Andalusia dimostrò il suo zelo religioso, affollandosi in grandi masse a Sevilla. Già tre giorni prima del Rito il numero dei convenuti era talmente grande che la città non riusciva ad ospitarli e molti dovettero dormire sui campi. I palchi erano di grandissima dimensione e vennero riservati posti speciali per la Principessa Bejar e una sua amica, le quali, a quanto pare, erano venute a godersi lo spettacolo del supplizio del loro parente Juan Ponce de Leon.

Trentotto Frati e Gesuiti furono impiegati a preparare le sciagurate vittime al loro destino. Don Juan Ponce de Leon era la vittima di rango più elevato ed aveva sopportato due anni di carcere nella convinzione che un uomo del suo grado non avrebbe potuto essere arso vivo. Egli era un fervente protestante ed aveva fatto erigere una specie di chiesa sul suo podere, dove si tenevano segretamente delle funzioni religiose. Salì risoluto al palco degli accusati, alzò le braccia al cielo ed implorò Dio di farlo bruciare subito, con la moglie ed i figli, come martiri della propria fede, aggiungendo che se avesse avuto un colossale patrimonio, lo avrebbe dedicato tutto per diffondere la religione evangelica nella Spagna, ma quando seppe che effettivamente lo attendeva il brasero, finse di convertirsi e persino al patibolo sollecitò i suoi compagni a seguire il suo esempio e frattanto versava abbondanti lacrime. Infine fu gettato vivo sul rogo.

La vittima che seguiva era Juan Gonzales, il famoso predicatore, di origine mora. All'età di dodici anni era stato già punito a Cordova, per certe pratiche maomettane. Durante l'istruttoria rifiutò recisamente di tradire i suoi compagni e per tutta la notte rispose col canto dei Salmi di David, agli incitamenti dei frati. Persino al patibolo continuò i suoi discorsi eretici, con due sue sorelle, finché gli venne applicato il piolo alla bocca e tutti e tre vennero bruciati.
La vittima che destò il maggior interesse fu la ventiseienne Maria de Bohorques, figlia di Pedro Garcia de Xeres, distinto nobil uomo di Sevilla. Era una dama di grande coltura, versatissima nelle Sacre Scritture. Quando alla vigilia entrarono i Frati nella sua cella, li accolse cordialmente e non mostrò alcuna sorpresa nell'apprendere della sua condanna. Uno dopo l'altro entrarono Domenicani, Gesuiti, Francescani e Carmelitani, per il vano tentativo di convertirla, poiché essa rispose a tutti con citazioni della Bibbia e fu l'unica che difese fino alla fine la propria fede. Così passò la notte, finché non venne accompagnata al corteo. Sul palco dell'« auto da fè », Ponce de Leon si affaticò pure per convertirla, ma essa lo fece tacere dicendogli che era l'ora di meditare sul Redentore. Trattò i Frati come sgradevoli importuni. Tuttavia, alle tre del mattino, cedette alle persuasioni, ma ben presto ricadde nell'eresia e venne arsa viva.

A questo « auto da fè » vennero condannati complessivamente diciotto luterani oltre al fuggitivo Francisco de Zafra, condannato in effigie. Due fra i condannati erano stranieri, Otto luterani fecero tempestivamente l'atto di penitenza e furono riammessi in seno alla Chiesa Cattolica. Venne ordinata la demolizione di due case di proprietà di Luis de Abrego ed Isabel de Baena, dove erano stati tenuti dei convegni di eretici. Il suolo dove erano sorte le case doveva essere cosparso di sale.
Il lavoro venne continuato indefesso, tuttavia soltanto il 22 Dicembre 1570, riuscirono a raccogliere un certo numero di colpevoli da inviare alle galere. A questo « auto da fé », 26 sudditi stranieri vennero assolti e rilasciati come innocenti e ciò dimostra, meglio di tutto, l'audacia e la mancanza di scrupolo con cui gli inquisitori procedevano agli arresti.

Quando veniva arrestato qualcuno, sospetto di aver predicato le sue errate dottrine, gli si applicava immediatamente il piolo alla bocca per impedirgli di parlare. Fra questi, meritano di essere ricordati due o tre casi. Julian Hernandes abbandonò la sua tranquilla casa di Francoforte, con l'audace intento di recarsi in Spagna, a fare opera di proselitismo per la religione protestante. Rimase tre anni in carcere, ma sopportò coraggiosamente le infinite torture inflittegli ed ogni volta, quando lo riportavano nella sua cella, cantava degli inni di fede.
Si dice che egli non avesse smesso questi canti neppure quando il rogo fu acceso e di conseguenza gli posero il piolo per obbligarlo a cessare; un attimo prima che fosse giustiziato un frate gli tolse il piolo dalla bocca nella speranza che cedesse all'ultimo momento, ma egli gridò subitò : « Uccidetemi, uccidetemi », e le guardie lo trafissero con le lance.
L'unica graziata fu Dona Juana de Bohorques che era stata giustiziata al precedente « auto da fè ». Juana morì nelle carceri e così in realtà graziarono solo la sua memoria ed il suo buon nome. Gonzales de Montes asserisce che essa fosse morta per le atroci torture.

Sevilla come principale centro industriale della Spagna, naturalmente attirava un gran numero di commercianti e marinai. Ma i numerosi arresti di forestieri, i quali finivano assai spesso negli « autos da fè » fecero in breve diminuire l'affluenza e quindi tutto il movimento commerciale della città. Ad esempio, nel 1561, vennero arrestati tre stranieri, due francesi ed un inglese. Dei primi due non ci é dato di sapere molto, ma sembra che riuscissero ad ottenere la conciliazione, subendo soltanto una pena di carcere. Il terzo, tale Harry Burton, armatore inglese, non fece alcun segreto della sua fede protestante, nella quale era stato educato e perciò venne arrestato ed i suoi beni sequestrati. I proprietari delle merci imbarcate sulla nave del Burton, preoccupati della sorte del carico, inviarono nella Spagna un giovanotto di nome John Frampton perché esigesse la restituzione. Dopo vari mesi di tergiversazioni gli venne data la risposta che i suoi documenti erano incompleti. Ritornò a Londra e portò con se a Seviglia gli atti richiesti. Seguirono altri mesi di rinvii ed infine il Frampton venne gettato nelle segrete, col pretesto che si era trovato nei suoi bagagli un libro sospetto (si trattava della traduzione inglese di un'opera di Catone). Il giovanotto venne sottoposto ad un supplizio talmente terribile che ripetutamente svenne e quando non resse più alle torture, finalmente si dichiarò disposto a convertirsi alla religione cattolica.

Il Burton era più perseverante e perciò venne senz'altro arso. Il Frampton, dopo 14 mesi di carcere, scampò il pericolo con la sentenza di sequestro dei suoi beni, un anno di carcere e la perpetua espulsione dalla Spagna. Il Frampton valutò le sue perdite a 760 sterline inglesi ed il totale dei sequestri compiuti durante quell'« auto da fè » pare ammontassero a 50.000 sterline. Ciò é probabilmente un'esagerazione, tuttavia dimostra che l'Inquisizione non trascurava mai il lato materiale delle punizioni. Così il piccolo nucleo di protestanti di Sevilla venne quasi completamente distrutto ed agli « auto da fé » seguenti incontriamo anche un numero sempre minore di stranieri.
Con questo cessava la parte di attività dell'Inquisizione Spagnola riguardante la persecuzione dei protestanti. Filippo II diresse il 23 Novembre 1563 una circolare a tutti i Vescovi spagnoli che trattava a lungo degli sforzi compiuti dai luterani per propagare le loro dottrine in Spagna. La lettera diceva « In questi momenti difficili bisogna appoggiare in ogni modo l'Inquisizione, appostando dovunque delle spie che riferiscono le eventuali pratiche dei luterani. I vescovi devono sorvegliare attentamente le loro diocesi ed i predicatori limitarsi a porre in rilievo la santità della Fede cattolica, omettendo di menzionare gli eretici. Si doveva peraltro ordinare ai confessori che cercassero di convincere i penitenti ad accusare all'Inquisizione ogni persona sospetta di eresia ».

Ma tutti questi sforzi non fruttarono altre scoperte; il protestantesimo spagnolo non fu altro che un episodio, e non ebbe altro risultato con il suo soffocamento di rafforzare ancora più l'Inquisizione, escludendo la Spagna, nei secoli susseguenti, dal movimento di progresso intellettuale e commerciale dell'Europa. La sorte di Jualian Hernandes era una prova poco incoraggiante per coloro che intendessero introdurre nella Spagna opere letterarie di carattere eretico. Se talvolta qualche missionario si incaricava di questa opera la missione generalmente aveva breve durata.

Si vociferava dovunque che la propaganda avviata in grande stile non avesse avuto altro scopo che di porre in maggior rilievo l'importanza dell'Inquisizione e di giustificare la sua ingerenza nel commercio. Nel 1566, Don Francisco de Alvara, Delegato spagnolo in Francia, svolse delle indagini a Montpellier per chiarire in quale modo i libri eretici entravano nella Spagna e più precisamente nella Catalogna, dove viveva un gran numero di francesi.
Nello stesso anno, Margherita di Parma informò, dall'Olanda, Filippo che trentamila volumi delle opere di Calvino erano stati introdotti a Sevilla. Infatti la Suprema non tardò a dare ordini severi per il sequestro di questi libri.
Nel 1572 la Suprema comunicò a tutti i Tribunali che la Principessa di Bearn aveva tenuto un convegno con i luterani, in cui era stato deciso che alcuni membri travestiti venissero inviati nella Spagna, come missionari.

L'Inquisizione non tardò ad attivare le più severe misure precauzionali, ordinando a tutti i vescovi e prelati di stare all'erta nelle rispettive diocesi. Ma quantunque fosse fervente l'organizzazione del protestantismo, verso la fine del Secolo XVII si affievolì. L'ultimo caso di cui si ebbe sentore era nel 1603, quando il Principe di Anhalt introdusse a Sevilla un notevole numero di copie della Bibbia di Cipriano de Valera. Quando questo giunse all'orecchio della Principessa Caterina, sorella di Enrico IV, questa che aveva sempre incoraggiata la introduzione del luteranesimo in Spagna, inviò 300 copie dello stesso libro al Principe di Po, in Francia, chiedendogli se fosse stato possibile introdurre anche quel quantitativo in Spagna. Il principe indicò il nome di qualche famiglia fidata, ma la morte della principessa avvenuta nel 1604 pose fine a questo progetto.
Durante la guerra dei trent'anni i protestanti tedeschi avevano abbastanza da fare nel loro paese e non pensavano alla propaganda all'estero. E dopo la pace di Westfalia, l'entusiasmo e lo zelo religioso dei protestanti non era più tanto forte da poter promuovere un'opera difficile come l'introduzione di questa riforma in Spagna.

Fu uno strano episodio della guerra di successione che, quando nel 1706, l'Arciduca Carlo ed i suoi alleati britannici occuparono tutte le province appartenenti alla Corona aragonese e, con la temporanea occupazione di Madrid, sperarono nella completa vittoria, gli austriaci afferrassero immediatamente l'occasione per diffondere nella Spagna il Catechismo della religione anglicana ed altri libri del genere, che stavano in netto contrasto con la religione cattolica. Gli energici provvedimenti dell'Inquisizione, per affrontare questo attacco forniscono un'altra prova della sua fortissima organizzazione. Venne ordinata la più severa vigilanza alle frontiere e nei porti marittimi. La rivolta del popolo spagnolo, nello stesso anno, scacciò gli alleati, e non si sentì più parlare di movimenti di conversione svolti all'ombra delle spade. In generale lo sforzo di convertire la Spagna alla religione evangelica aveva suscitato assai più attenzione di quanta ne avrebbe meritato il significato di tutta l'impresa.

Un eretico di tempra eccezionale era Don Gaspar Centellas, di Valencia, distinto nobiluomo di grande erudizione. Durante l'istruttoria parò abilmente le accuse, ma quando il suo avvocato difensore gli sottopose alla firma l'atto di difesa, in cui era detto che egli ricosceva la Madre Chiesa Romana ed il Papa, come unica Chiesa di Dio, in cui voleva vivere e morire, rifiutò sdegnosamente la firma. Respinse ogni difesa e non diede nemmeno ascolto agli argomenti dei teologi che vennero incaricati di convertirlo. Non rimase dunque altro che bruciarlo, ciò che fu fatto, il 12 Settembre 1564. Suo fratello Miguel, comandante di Montesa, soffrì anche lui una lunga istruttoria, ma infine, nel 1567, fu assolto.

Sigismondo Arquer, conoscente di Don Gaspar, sebbene non fosse oriundo spagnolo, era suddito spagnolo. La sua istruttoria a Toledo, durò quattro anni, ma egli rimase ostinatamente negativo e quando, nel 1571, all' « auto da fé » venne consegnato al Tribunale civile sorse una strana discussione. Siccome il reato di eresia non era provato, il giustiziere, probabilmente corrotto dai parenti della vittima, si rifiutò di arderlo vivo e volle strangolarlo prima, ma la plebaglia, eccitata nel suo fanatismo religioso, si impadronì dell'Arquer che fu pugnalato e poi, moribondo, fu gettato tra le fiamme.

L'ultimo esempio di questo movimento fu, nel 1558, il caso del catalano Pedro Galles, conosciuto come il più grande scienziato della Spagna, in quell'epoca. Già, nel 1558, egli cominciò a respingere qualche dogma cattolico, sfuggendo tuttavia dal sospetto, poichè manteneva intimi rapporti con il Cardinal Arcivescovo Antonio Agustin. Nel 1563 abbandonò la Spagna, trasferendosi in Italia, dove si accentuarono le sue idee eretiche, che ebbero per conseguenza il suo arresto da parte dell'Inquisizione romana. Durante le torture perdette un occhio, tuttavia, convertendosi ancora in tempo, riuscì a salvarsi e nel 1580 ritornò in Spagna. Nel 1582 lo ritroviamo in Italia, dove si sposò e ricoprì la cattedra di filosofia all'Università di Genova. Nelle sue lezioni confutò alcune tesi di Calvino. Più tardi, abbandonata Genova, continuò la sua attività universitaria, a Nimes, ad Orange ed a Castres, sostenendo una fervente disputa col predicatore ugonotto.
Nel 1593 in compagnia della moglie e di due figliole era avviato verso Bordeaux, quando gli alleati improvvisamente lo arrestarono a Marmond, come ugonotto. Assieme alla sua magnifica collezione di manoscritti ed innumerevoli libri venne consegnato al Capitano Pedro Saravia, il quale era messo da Filippo II al servizio del Marchese Villars, Governatore di Guyenne. Il Galles non fece un segreto della sua fede ed il Saravia gioiva di poter estorcere da lui importanti chiarimenti, circa i suoi compagni di fede, ma il Governatore di Guyenne si rifiuto di consegnarlo all'Inquisizione si offerse di farlo strangolare e gettare in acqua egli stesso, ma non poteva assumere la responsabilità di estradarlo.
La giovane moglie di Galles disperatamente implorò i soldati di liberare suo marito e Saravia cominciò a preoccuparsi per il timore che Galles si liberasse prima che Filippo potesse intervenire. Ma l'intervento giunse a tempo e Galles venne consegnato al Tribunale di Saragozza, dove professò apertamente la sua fede e rifiutò di convertirsi. La sua fermezza valse a meritagli la grazia di Dio, inquantochè si ammalò nelle carceri e dopo il terzo dibattimento morì. Le sue ossa vennero bruciate all' « auto da fé » del 17 Aprile 1597.

Dopo la rivolta del 1558, soltanto pochi spagnoli parteggiavano ancora per il protestantesimo, restavano sempre gli stranieri a fornire del lavoro all'Inquisizione.
La Spagna in quell'epoca aveva la fama di un paese ricco, ciò che lo rendeva molto interessante agli stranieri. Inoltre il popolo spagnolo disprezzava le continue guerriglie praticate da francesi, fiamminghi ed italiani. Queste circostanze fecero sì che in tutte le maggiori città spagnole si stabilisse un gran numero di stranieri in cerca di affari, i quali si curavano ben poco delle questioni spirituali. Qualche istruttoria, svoltasi dinanzi al Tribunale di Toledo, nel 1570, si riferisce a tipografi francesi o fiamminghi i quali vennero gettati nelle prigioni di Toledo, Barcellona, Salamanca, Valladolid e Granada.

Il Conte Benavente, Vice Re di Valencia, nel 1600 stimò a 14 o 15.000 anime i francesi residenti in quella provincia ed inoltre ve ne erano molti anche nell'Aragona. Fra questi indubbiamente vi erano molti calvinisti, i quali nascondevano con cura la loro Fede e tuttavia la maggioranza era più o meno sinceramente cattolica. Ma questa devozione non era sufficiente per la valutazione spagnola. Infatti abituati a vivere in stretto contatto con gli eretici, non potevano odiarli con quel fanatismo che era generale negli spagnoli, perciò quasi tutti gli stranieri erano considerati sospetti ed i cattolici erano esposti al pericolo dell'arresto, non meno dei calvinisti. Jaques Zaharie, venditore di quadri sacri e rosari, di Burgos, udì un giorno alcuni spagnoli che criticavano la condiscendenza del Re Cattolicissimo, il quale permetteva a tanti eretici francesi di stabilirsi sul territorio della Spagna; il Zaharie non potè a meno di prendere la difesa dei suoi compatrioti, protestando che essi erano dei buoni cristiani.

Avendo un individuo osservato che non potevano essere buoni cristiani, dal momento che non andavano regolarmente alla Santa Messa e non praticavano la confessione, egli rispose che la confessione non aveva poi grande importanza. Per questa frase imprudente fu deferito al Tribunale, condannato alla prigione ed alla confisca di tutto il suo patrimonio. In questo stesso modo vennero trattati diversi artigiani e commercianti francesi e quando l'ambasciatore Saín Sulpíce presentò lagnanza a Filippo II per la crudeltà con cui si trattavano i suoi compatrioti, il Re rispose freddamente che l'Inquisizione non poteva fare alcuna parzialità, ma che avrebbe ugualmente parlato di ciò al Capo Inquisitore.

Un caso meno tragico fu quello dell'inglese Robert Fitzwilliam che venne condannato dal Tribunale di Sevílla a dieci anni di galera ed al carcere perpetuo. Egli venne arrestato il 25 Febbraio 1578, a bordo di un battello e nel 1582 la sua moglie Elen si presentò alla Corte di Madrid con una lettera di raccomandazione della Regina Elisabetta d'Inghilterra a Filippo II, con la preghiera di liberare il poveretto. In ogni altro paese sarebbe stato naturale la favorevole accoglienza di una simile domanda, ma nella Spagna era necessario il consenso del Santo Uffizio. Purtroppo mancano gli atti relativi a questa causa che indubbiamente però venne risolta favorevolmente, poichè l'affetto coniugale della fedele moglie commosse persino gli spietati Inquisitori, i quali nei diversi rapporti parlano nel tono di massimo rispetto ed ammirazione della bella signora.

Nel 1572, la Suprema ordinò che i francesi non dovessero più essere ammessi come insegnanti nelle scuole, poiché le esperienze avevano dimostrato che ciò era pericoloso. Man mano il solo contatto con gli stranieri cominciava ad essere pericoloso ed ognuno li sfuggiva. Nel 1568, l'inquisitore Moral nella sua relazione dopo la visita a San Sebastiano, espresse il desiderio che venissero castigati tutti coloro che mantenevano rapporti di amicizia con gli inglesi ed i francesi. D'altronde anche lo spagnolo che abbandonava il paese divenne sospetto e generalmente ogni suo passo all'estero era spiato da appositi incaricati.

All'« auto da fé » del 21 Luglio 1627 comparve un commerciante, il quale, durante la permanenza in Francia, aveva ascoltato una predica ugonotta ed aveva mangiato carne al venerdì. Venne condannato ad una ammenda di 1000 ducati e a tre anni di reclusione in un convento.
In simili circostanze il numero degli stranieri residenti in Spagna diminuiva rapidamente, mentre aumentava la miseria del paese, ogni modo si riscontra una forte diminuzione delle cause di protestanti d'innanzi all'Inquisizione.
A Toledo i casi di persecuzione della religione protestante, tra il 1575 ed il 1610, ammontarono complessivamente a 47. L'ultimo processo di questo genere avvenne nel 1648.
A Valladolid nei resoconti di 29 anni, cioè tra il 1622 ed il 1651, si trovano in tutto 18 casi, mentre al Tribunale di Madrid, fra il 1703 e il 1751, si trova un solo caso di protestantesimo.

Quantunque siano incompleti questi dati statistici, tuttavia attestano che attorno al 1600 era già fortemente scemato il numero dei colpevoli stranieri. Ma ciò non era conseguenza di civilizzazione o conciliazione, ma soltanto degli sforzi dell'Inquisizione che erano riusciti a creare una barriera tra la Spagna ed i paesi vicini, isolandola dalla civilizzazione europea. Questa barbara politica naturalmente danneggiò notevolmente il commercio con l'estero. Soltanto nel 1597 si fece eccezione con le città Hanseatiche. La Suprema dispose in quell'anno che quando le navi della Hansa entravano nei porti, cariche di merci, non si dovevano rivolgere domande all'equipaggio, circa la religione, ed era vietato anche di sequestrare il carico, salvo se l'equipaggio, durante la permanenza nel porto, avesse offesa la religione cattolica; ma anche in questi casi si doveva procedere soltanto al sequestro degli effetti personali del colpevole. Restò inalterato il diritto di controllare i carichi, ad evitare l'ingresso di libri proibiti.

Un trattato del genere venne concluso anche con l'Inghilterra e ratificato il 16 Giugno 1605 da Filippo III. Nel Novembre del 1604 un battello inglese, con un equipaggio di venti uomini, entrò nei porti di Messina e Palermo, per fare un carico di frumento. In quest'ultima città gli incaricati dell'Inquisizione visitarono la nave e quando l'equipaggio coraggiosamente dichiarò di essere protestante e di voler conservare la propria fede, fecero arrestare tutti. Gli inglesi fecero ricorso al Vice-Re, Principe Feria, il quale però non potè fare altro che scrivere una lettera privata al Re, avvertendolo che un simile procedimento avrebbe influito sfavorevolmente sulle trattative in corso con l'Inghilterra.
Più tardi gli inquisitori di Palermo tennero consiglio e decisero di rilasciare in libertà gli inglesi, a patto che si obbligassero di attraccare in un porto della Spagna e di presentarsi al Capo Inquisitore.

Le vessazioni contro gli stranieri ripresero ugualmente. Nel 1605 quattro inglesi vennero condannati a portare per due anni il sanbenito e relegati in remoti conventi, per essere istruiti nella religione cattolica. Essi riuscirono a fuggire, ma vennero arrestati a bordo di una nave francese, sprovvisti di sanbenito. Siccome il Tribunale non voleva sobbarcarsi le spese di mantenimento alle carceri, inviò i quattro arrestati in certi conventi dispersi nelle montagne e lontani dal mare, perchè vi facessero dieci anni di lavori forzati.
Queste inesatte crudeltà naturalmente ebbero delle gravi conseguenze nei rapporti internazionali della Spagna e con l'aggravarsi della situazione, nonchè negli evidenti interessi commerciali del paese, si rese necessario porre dei freni all'irresponsabilità dell'Inquisizione.

Il 15 Giugno 1605, Filippo ordinò che i sudditi inglesi non potessero essere imputati per azioni commesse prima della loro venuta in Spagna; che essi durante la loro permanenza nel paese non fossero obbligati a visitare le chiese, ma ove lo avessero fatto spontaneamente dovevano dimostrare profondo rispetto verso il Santissimo Sacramento. Incontrandolo sulla via dovevano inginocchiarsi, oppure cambiare direzione, o ritirarsi nella più prossima casa e se qualcuno fosse stato posto sotto accusa per violazione di queste norme, si poteva procedere soltanto alla confisca del patrimonio personale e non della nave, del carico, o di altra merce affidata ad esso. Il Re garantì con la sua parola d'onore che avrebbe mantenuto questi patti.

Il cardinal Arcivescovo di Madrid, nel 1608, approvò la linea di condotta del Re, ma dichiarò di sentire un profondo dolore, giacchè aveva appreso la conclusione della pace con l'Inghilterra, temendo il castigo di Dio che certamente avrebbe colpita la Spagna. La sua indignazione era aumentata dall'atteggiamento degli inglesi a Valencia, i quali praticavano apertamente i riti della loro religione, dando cattivo esempio alla popolazione di fedeli.
Alla scarsezza dell'armistizio con l'Olanda, nel 1621, naturalmente vennero revocati tutti i privilegi concessi agli Olandesi e quando, nel 1624, scoppiò la guerra contro l'Inghilterra, l'Inquisizione si accinse avidamente a ripulire la Spagna dagli Anglicani. Il Capo Inquisitore Pecheco co
municò al Sovrano che soltanto la concessione papale aveva reso possibile a Filippo III di iniziare il trattato di pace del 1605, ma ora che la pace era stata violata e quindi cessati i motivi della concessione papale, egli, Pacheco, come Capo Inquisitore, seguendo i dettami della propria coscienza era costretto a vietare ai cattolici di stringere amicizia con degli eretici ostinati e malvagi come gli inglesi e gli scozzesi e per ovviare all'inconveniente aveva deciso di espellere questi dal territorio del Regno di Sua Maestà.

Il Capo Inquisitore dunque emise un severo ordine, per ogni inglese e scozzese non cattolico, di abbandonare la Spagna entro venti giorni, informandoli che scaduto questo termine il Santo Uffizio li avrebbe inesorabilmente puniti. Dobbiamo supporre che Filippo non approvasse questa incursione dell'Inquisizione sul terreno dei poteri reali, poichè soltanto nel 1626 promulgò un proclama che vietava ogni contatto con l'Inghilterra ed ordinava la confisca di ogni merce inglese che non fosse importata per suo ordine.
Naturalmente l'Inquisizione, nella propria competenza, estese queste disposizioni procedendo all'arresto di ogni inglese che fosse sospetto di aver commesso la minima mancanza contro la religione cattolica.

Nel 1641 venne firmato il trattato commerciale con la Danimarca, alla quale venne concesso lo stesso trattamento già dato agli Inglesi. Il 30 Gennaio 1648 il trattato venne esteso all'Olanda a poco più tardi anche alle città Anseatiche.

Abbiamo già visto quanto fosse difficile far rispettare dall'Inquisizione le leggi interne e quindi non può stupire se il Santo Uffizio non teneva in gran considerazione anche gli impegni internazionali. Infatti, nonostante tutti i trattati, l'Inquisizione riusciva sempre a trovare qualche pretesto per sottoporre alla propria competenza giuridica l'odiato eretico straniero e certamente influiva su queste decisioni la cronica crisi finanziaria, nonchè la possibilità di sequestrare grossi patrimoni.

Nel 1625 venne arrestato un gran numero di sudditi inglesi a Malaia e l'Inquisizione procedette alla confisca dell'intero loro patrimonio. La stessa cosa avvenne a Sevilla nel 1622. Di un simile caso sono noti i particolari. Si tratta di George Penn, fratello dell'Ammiraglio Penn e di William Penn, fondatore della Pensilvanía. Questo gentiluomo non era affatto bigotto, diversamente non avrebbe sposato una cattolica in Inghilterra. Portò a Sevilla sua moglie; qui egli aveva una azienda bene avviata e nel 1643 fu arrestato dall'Inquisizione. Egli venne torturato fino a che confessò tutto quello che gli inquisitori volevano, cioè che era eretico e che aveva sposato ad Anversa una donna cattolica con l'intenzione di portarla in Inghilterra, per deviarla dalla vera fede ed educare i figlioli alla religione anglicana.
Pretesero dall'Inglese che abiurasse pubblicamente ad un « auto da fé » e che entro tre mesi abbandonasse la Spagna, mentre la moglie gli venne strappata e data in isposa ad uno spagnolo. Il patrimonio confiscato ad entrambi ammontava circa seimila sterline ed altre seimila affidate loro da altri. Il disgraziato ritornò in Inghilterra ridotto alla mendicità e con la salute gravemente menomata. Tentò di ottenere il risarcimento dei danni e così Carlo II, nel 1664, lo incaricò di recarsi come Legato nella Spagna, per dargli la possibilità di sollecitare sul posto i suoi diritti. Siccome però aveva già sessantatre anni, non arrischiò questo viaggio.

Un altro caso avvenuto poco dopo la conclusione del trattato di pace di Munster, illustra ampiamente la sovrana noncuranza dell'Inquisizione per i trattati internazionali. Paul Van Vechten, cittadino di Hoorn, venne arrestato ad Alicante. ìl Tribunale di Valencia aperse l'istruttoria nei suoi confronti, ma amici influenti dell'Olanda sollecitarono la sua liberazione ed Anthony Brunn, Ambasciatore d'Olanda, presentò lagnanza personalmente al Re.
Il Re scrisse il 15 settembre 1651 alla Suprema, sollecitando la revoca dell'accusa, dichiarando che il Van Vechten, come suddito delle Provincie Unite dell'Olanda, non apparteneva alla competenza dell'Inquisizione. L'Ambasciatore Brunn continuò le sollecitazioni ed allora Filippo, il 16 Dicembre, ripetè l'ammonimento fatto alla Suprema, sottolineando che non si dovevano provocare urti con l'Olanda. La Suprema finalmente si degnò di mandare le lettere del Sovrano al Tribunale di Valencia, ordinando di evadere la causa, cosa che fu fatta ed il prigioniero venne rilasciato, non senza però rimetterci buona parte dei suoi beni.

In quell'epoca, necessità politiche e diplomatiche rendevano desiderabile tanto alla Francia quanto alla Spagna l'alleanza con l'Inghilterra. Don Alonzo de Cardenas, Ambasciatore di Spagna a Londra, tentò nel 1653, di stringere un patto d'alleanza con Cromwell, ma il Lord Protettore d'Inghilterra pretendeva l'ampia estensione della protezione dei cittadini inglesi residenti nella Spagna. Fra l'altro esigeva che gli Inglesi che praticavano il commercio in Ispagna potessero tenere nelle lori case le proprie bibbie e potessero tenere servizi divini, secondo il loro rito, senza essere esposti al pericolo dell'arresto e della confisca dei beni.
Quando l'abbozzo di questo patto venne presentato a Filippo, egli chiese il consiglio della Suprema, dichiarando chiaramente che piuttosto avrebbe lasciato perdere tutto il paese ed anche l'ultima goccia del proprio sangue, prima di approvare una cosa che urtasse la devozione ed il servizio di Dio. Nella sua risposta la Suprema dichiarò che, tanto secondo le leggi canoniche, quanto secondo quelle delle varie città, il Sovrano non aveva diritto di accettare questi impegni e citò le parole di Gregorio XV il quale aveva obbligato l'Inquisizione ed il Sovrano stesso, sotto pena di gravi misure spirituali, ad espellere senza esitare tutti gli eretici dal paese. Dimostrò inoltre che questi eretici, assumendo al loro servizio persone cattoliche, le contaminavano con la loro eresia e che tutti coloro che sapevano di simili casi commettevano un peccato mortale se non li denunciavano immediatamente all'Inquisizione.

Questi argomenti non fecero altro che rafforzare il Re nella sua primitiva decisione e quindi il trattato fu respinto. Fu così che nella lizza per accaparrarsi l'amicizia dell'Inghilterra facilmente vinse la Francia.
Nel 1663 ripresero le trattative con l'Inghilterra, ma quest'ultima insisteva nelle condizioni poste da Crowvell e così Filippo chiese nuovamente il consiglio della Suprema che naturalmente era tuttora avversa. Dopo la morte di Filippo, il Trattato venne concluso, il 17 Settembre 1665, ed i privilegi garantiti vennero estesi a tutti i sudditi inglesi residenti in Spagna.
Un altro trattato con l'Inghilterra, firmato il 23 Maggio 1667, precisava ancor più chiaramente che era vietato di maltrattare gli Inglesi col pretesto della religione, oppure provocare qualsiasi manifestazione pubblica di ostilità, fino a che essi mantenevano un atteggiamento corretto. Su questa base vennero stabiliti i rapporti tra i due Reami.

Nei confronti della Francia la situazione era naturalmente diversa. Gli Ugonotti erano appena tollerati nel proprio paese e, quindi non potevano pretendere di essere maggiormente protetti all'estero. Essi potevano soffermarsi nella Spagna solamente se si dichiaravano cattolici. Ancora nel 1791, secondo un decreto di Carlos IV, venne installato un apposito ufficio notifica degli stranieri dove si tenevano una rubrica di tutte le persone entrate nel paese e della religione di ognuno. Coloro che volevano naturalizzarsi dovevano essere cattolici e fare il giuramento di fedeltà.
Gli Ugonotti che volessero soffermarsi in Ispagna dovevano chiedere un permesso di soggiorno provvisorio, che di tempo in tempo rinnovavano. Essi non potevano assumere impieghi ed esercitare professioni ed era loro proibito persino di entrare in servizio come servi. I contravventori venivano espulsi dal paese.

Quando però il trattato di pace del 1795 pose fine alla cruenta guerra con la Repubblica Francese e sorse la generale preoccupazione che fra poco si sarebbe venuti ad una rottura con l'Inghilterra, si manifestò il vivo desiderio del popolo di cessare la persecuzione dei Francesi, ma tanto i Tribunali civili quanto l'Inquisizione riconoscevano per Francesi soltanto coloro che portavano la coccarda tricolore, escludendo così dai privilegi gli Ugonotti. Quando scoppiò la guerra con l'Inghilterra si fece un altro passo avanti. Infatti Carlos ordinò ai suoi ambasciatori di comunicare alle potenze straniere che i loro sudditi avrebbero goduta una completa libertà religiosa, mentre, nell'Agosto 1797, vietava severamente all'Inquisizione di importunare qualsiasi straniero per questioni religiose.
Però data la mentalità che prevaleva, anche in seguito, negli ambienti della Corte, si può dubitare con buon diritto della sincerità di tale ordine.

Il territorio dell'Inquisizione in quel tempo si estendeva lungo il litorale, comprendendo le città di fiorente commercio, come Valencia ed Alicante, perciò lo straniero non cattolico evitava quel porti e, particolarmente dopo il 1785, quando si teneva il registro degli stranieri.
La Spagna divenne un paese che tutti cercavano di schivare per non andare incontro alle incognite dell'Inquisizione e coloro che vi si avventuravano ugualmente, arrischiavano meno, professando apertamente la loro fede non cattolica. che non celandola sotto delle menzogne. David Boronan, protestante francese, viveva a Bilbao e riuscì a farsi considerare un buon cattolico; in seguito volle convertirsi effettivamente e si rivolse al Tribunale di Longronno, per abiurare e chiedere la sua ammissione nella Santa Madre Chiesa.
Nel 1791 venne però posto sotto accusa, per aver finto di esser cattolico.

Il continuo timore dell'Inquisizione degli eretici, è vivamente rispecchiato da una delle ultime attività della Suprema, prima di essere sciolta. Nel 18I9 impartì precise istruzioni ai commissari dei porti marittimi di visitare ogni battello per scoprire l'eventuale contrabbando di libri proibiti. Gli eretici stranieri non vennero più perseguitati per le azioni commesse all'estero, ma se commettevano qualche mancanza in Spagna, provocando degli scandali, venivano arrestati e consegnati al Tribunale per l'istruttoria.

Vi era però un caso di eccezione in cui non si poteva impedire l'affluenza degli eretici nella Spagna. Le guerre susseguentisi incessantemente resero necessario di assoldare delle truppe mercenarie, senza poter far distinzione di religione. Come nel 1527: una banda di luterani tedeschi, sotto il comando di Georg Fronzberg, al servizio di Carlo V, saccheggiò Roma. Le rivolte del Portogallo e della Catalogna trasformarono la Spagna in un vero e proprio territorio di guerra e perciò le reclute, da qualunque luogo provenissero, erano bene accette. Invano l'Inquisizione additò ripetutamente i pericoli che ne potevano derivare. In un consiglio della Suprema tenutosi il 13 Novembre 1647, si rammentò che quattrocento soldati germanici, sbarcati a San Sebastiano ed avviato verso la Catalogna, vantavano addirittura la propria eresia dinanzi alla popolazione, distribuivano libri eretici ed ingiuriavano le Sacre Immagini.

Ma non era possibile rimediare ed anche quando cessò la guerra, l'istituzione dei reggimenti stranieri continuò ad eccitare la sensibilità dell'Inquisizione, che, man mano, era costretta a rinunciare al rigore applicato nei tempi del suo fulgore. Il 22 Aprile 1650 la Suprema infatti ritenne opportuno avvertire i Tribunali che quegli stranieri che si presentavano volontariamente per confessare i propri errori, invece di essere chiusi nelle prigioni, dovevano essere ben accolti ed il rito della loro conciliazione doveva essere tenuto nella sala di dibattimento, con l'omissione di qualsiasi punizione materiale, limitandosi alle penitenze spirituali. Aggiungeva peraltro che l'eresia, se pur congenita, era sempre un peccato mortale, per il quale si doveva infliggere un'adeguata penitenza.

Le disposizioni stampate, probabilmente nel secolo XVIII, contenevano precise istruzioni per i dipendenti dell'Inquisizione, che dovevano investigare sulla vita precedente del peccatore convertito, sui motivi e lo scopo della sua conversione, affinché l'Inquisizione potesse rendersi conto del valore di tale conversione e sapere se questa avrebbe veramente significato la salvezza dell'anima del peccatore.
Un caso originalissimo che figura nelle relazioni è quello di Johann Heinrich Hortsmann, di Borgenstreich, il quale durante la sua vita era riuscito a procurarsi i mezzi di sostentamento, facendo una vera speculazione sull'opera di proselitismo svolta dalle due religioni opposte. Nacque nel 1663 ed ebbe una rigida educazione cattolica dai Gesuiti di Praga. All'età di 25 anni cambiò religione a Dresda, frequentò l'Università di Wíttenberg e per molti anni vagò per la Germania vivendo delle oblazioni di brave persone che lo appoggiavano come un convertito. Passò anche in Inghilterra dove venne aiutato persino dagli Arcivescovi di Canterbury e di York. Di là passò in Svizzera e riuscì a provvedersi di che vivere nei Cantoni protestanti, dichiarandosi un cattolico pronto a convertirsi al luteranesimo. Viceversa nei Cantoni cattolici si dichiarò luterano in cerca della beatitudine cattolica. In quest'ultimo caso egli dichiarò di essere stato battezzato con il rito luterano, ma i teologi dichiararono che questo battesimo non era valido per la cristianità e che doveva rifarlo. Egli riuscì a trovare una distinta personalità che si assunse l'incarico di fargli da padrino, incoraggiandolo nella sua nuova carriera con un dono di trenta ducati; inoltre alcuni buoni cattolici fecero una colletta in suo favore. Il buon uomo visse di queste pratiche fino alla fine della sua vita, viaggiando tutta l'Europa e sfruttando la devozione del prossimo. In tal modo pare che egli si fosse battezzato ventun volte. Infine visitò la Spagna, ma qui ebbe fine la sua carriera avventurosa all'età di ottantanove anni. I suoi ripetuti battesimi a Valencia ed a Madrid suscitarono il sospetto e tutti i Tribunali vennero incaricati di investigare sul suo passato. Dopo un anno di indagini venne arrestato a Valencia nel 1751. Con apparente sin
cerítà raccontò la storia della sua vita; dapprima asseriva che le sue ripetute conversioni erano state fatte o scopo di lucro; più tardi però disse che, ritenendosi aggredito dal diavolo, sperava di poterlo scacciare con i ripetuti battesimi. La Consulta de fé lo dichiarò apostata ed eretico recidivo, che non aveva più diritto alla vita; tuttavia bisognava compiere degli sforzi per salvare la sua anima. Sotto l'impressione di questa sentenza l'Hortsmann si ammalò mortalmente, ma non volle saperne degli inquisitori che si sforzavano di convertirlo, e quando uno di essi gli disse che se voleva morire da calvinista gli stringesse la mano, dato che non poteva più parlare, egli lo strinse con tale forza che l'inquisitore dovette essere liberato. Morì quindi da eretico il 2 Febbraio 1752. Il suo corpo venne sepolto in terra non consacrata e la sua cassa riempita di calce viva. Le ossa vennero esumate un anno dopo e bruciate all'« auto da fé » del 20 Agosto e le ceneri disperse.


LA CENSURA


La censura della stampa era una delle importanti attività dell'Inquisizione, che ostacolò in non lieve misura lo sviluppo delle classi intellettuali spagnole. Da principio gli inquisitori non erano investiti del potere di eseguire la censura, ma a quanto pare non lo ritenevano come loro dovere. È vero che già nel 1490, l'Inquisizione fece bruciare un gran numero di bibbie ed altri libri religiosi ebraici e poco dopo ad un « auto da fé » di Salamanca fece fare un falò di seimila volumi che trattavano il giudaismo e la stregoneria; inoltre è risaputo che Ximenes fece bruciare a Granada un gran numero di manoscritti mori, ma queste erano azioni illegali delle quali non rendevano conto a nessuno.

Papa Alessandro VI, nel 1501, dichiarò che la censura della stampa era una funzione spettante ai Vescovi ed invitò i prelati della Germania di controllare l'attività letteraria. Sotto il regno di Ferdinando ed Isabella fu promulgata una legge che vietava la stampa, l'introduzione nel paese e la vendita di qualsiasi opera letteraria, senza preventivo esame e concessione. A Valladolid la censura venne eseguita dai giudici del Tribunale reale; a Toledo, Sevilla e Granada il compito era affidato agli arcivescovi ed a Burgos al Vescovo, il quale teneva un apposito censore con una paga molto modesta.

Prima dei movimento protestante vi era poca richiesta di servigi del censore, ma ben diversa divenne la situazione dopo la rivolta luterana che minacciò la stabilità del cattolicesimo in Spagna. Nel 1521 la Santa Sede ammonì la Spagna di impedire il contrabbando di opere luterane ed il Cardinale Adriano dichiarò subito che tale attività spettava all'Inquisizione. Così l'Inquisizione ad un tratto si appropriò il diritto e la facoltà di impedire la diffusione di scritti probiti. Diversi editti del 1530 e 1531 dimostrano che il Santo Uffizio non era rimasto inattivo su questo campo. Gli eretici facevano stampare i libri sotto pseudonimi e molte volte allegavano delle rassegne eretiche ai libri di cui era stata concessa l'importazione. Era dunque necessaria una vigile sorveglianza dei Tribunali per smascherare le astuzie della propaganda eretica.

Quando nel 1535 il Tribunale di Valencia, confessò di aver trascurato questo dovere, la Suprema impartì severissime disposizioni, perchè, in seguito, riprendessero l'attività procedendo al sequestro dei libri proibiti. Inoltre venne fatto obbligo ad ogni buon cattolico di denunciare tutti quei libri che avessero una tendenza anticattolica.
Sorse in seguito un enorme numero di critici dilettanti che considerarono un piacevole dovere di denunciare alle autorità ogni parola o frase che sembrasse minimamente sospetta. Il primo regolare indice venne stampato nel 1546 dall'Università di Louvain. Una copia di questo, venne inviato nel 1547 al Capo Inquisitore Valdes, che lo inoltrò alla Suprema. Questa lo fece ristampare, completandolo di una appendice in cui erano elencati altri libri vietati nella Spagna ed il 1° Settembre dello stesso anno inviò le copie ai vari Tribunali.

Questo era il primo indice spagnolo. Da quel tempo la Suprema aveva sistemata una apposita organizzazione, poichè risulta dalla rubrica delle paghe del 1545 che furono liquidati al dottor Alvaro de Moscoso 40 ducati per lavori del genere.
La Suprema rivolse tutta la sua energia per censurare le Sacre Scritture, di cui venivano pubblicate numerose edizioni in latino, che avevano pure il testo corretto, ma nelle note a margine vi erano osservazioni ed insegnamenti di tendenza eretica. Il 22 Ottobre 1557 Julian Hernandez compilò un nuovo indice che conteneva un gran numero di queste bibbie e che venne messo a disposizione dei Tribunali. Secondo l'Hernandez questi libri erano stati stampati a Venezia ed introdotti nel paese attraverso la Fiandra e la Germania. Vennero pubblicati manifesti in tutte le città e meticolosamente visitate tutte le librerie ed inflitte severe punizioni a chiunque avesse tenuto libri messi all'indice.

Nel 1558 venne compilato un supplemento all'indice che conteneva i libri destinati ad essere bruciati. Così man mano la Suprema raccoglieva materiale per il suo indice.
La preparazione di questo indice esigeva un faticoso lavoro. Fra l'altro lo scienziato dottor Francisco Sancho, lavorò per molti anni per incarico della Suprema e nel 1559 riferiva di aver già raccolto un materiale abbondante destinato all'indice.
La pubblicazione dell'indice era seguita dall'organizzazione di un organo di revisione che aveva il compito di perquisire tutte le librerie e biblioteche, le collezioni private, nonchè le biblioteche univesitarie e conventuali. Tutti i possessori di libri dovevano permettere questa perquisizione, sotto pena di un'ammenda di duecento ducati. E non soltanto i libri messi all'indice, ma anche quelli sospetti dovevano essere deferiti alla Suprema, con l'indicazione del nome e del recapito dei detentori.

Il 4 Settembre 1558 l'Infanta Juana, a nome di Filippo II, promulgò una severa prammatica che stabiliva la collaborazione delle autorità civili col Santo Uffizio, gettando così le basi di morte e confisca dei beni venne vietata la stampa e la diffusione di libri che non fossero previamente esaminati dal Consiglio Reale per l'approvazione. Per ovviare a qualsiasi ulteriore cambiamento del testo ciascun foglio del manoscritto doveva essere controfirmato da uno dei segretari della Cancelleria reale, il quale poi riassumeva in un elenco tutte le correzioni praticate che dovevano essere pubblicate in calce al libro, con indicazione della relativa pagina. Facevano eccezione soltanto i documenti ufficiali dell'Inquisizione.
Questa legge eccessiva venne confermata anche da Filippo IV, nel 1627, mentre nel 1804 Carlos IV ne vietò l'applicazione. Comunque la storia non rammenta alcun caso di applicazione della pena di morte per la violazione di tale legge. I rapporti stesi degli esami dell'Inquisizione dimostrano che venne pubblicato un gran numero di libri d'indole religiosa, che, nonostante le severe pene comminate dalla legge, non vennero mai sottoposti all'approvazione del Consiglio Reale.

Non era difficile assicurarsi la collaborazione della Santa Sede, per rendere più efficace la censura. La Suprema, il 9 Settembre 1558, richiamò l'attenzione di Paolo IV sulla propagazione della religione luterana ed accusò i confessori di aver trascurato di diffidare i fedeli alla consegna dei libri proibiti. Il 5 Gennaio 1599 il Pontefice ordinò con un breve a tutti i confessori della Spagna, di rivolgere durante la confessione la domanda se il penitente avesse letto o comunque avesse conoscenza di simili libri o della stampa e diffusione di essi. In questo modo le autorità papali, reali e dell'Inquisizione si unirono nello sforzo di liberare il paese dalla letteratura di tendenza eretica.
Ma la censura dell'Inquisizione evidentemente non si accontentò di vietare le opere degli eretici stranieri, alla cui attività originariamente era limitato il suo compito. Per questa ragione fu danneggiato notevolmente lo sviluppo intellettuale della Spagna poichè nella maggior parte dei casi venivano messi all'indice i libri, non già per il loro contenuto, ma per l'autore se non era ben visto dal Santo Uffizio.

Tuttavia bisogna riconoscere che a tale riguardo l'Inquisizíone spagnola era sempre ancora più blanda di quella romana. Nel 1564 venne pubblicato l'indice di Pio IV, conosciuto sotto il nome di indice di Trento. Questo sarà la base di tutti gli indici pubblicati in seguito e conteneva i libri vietati. Da questo provvedimento vennero colpite tutte le opere che contenessero errori, anche lievi e casuali.
L'Inquisizione spagnola aveva una linea di condotta più corretta, poichè in molti casi non procedeva senz'altro al divieto, ma procedeva alle correzioni del caso, dopo di che il libro poteva essere pubblicato con le omissioni stabilite.
La censura e l'aggiornamento dell'indice richiedevano un notevole impiego di lavoro ed un personale versato nelle lettere e nelle questioni religiose. Tutti i Tribunali, prelati ed Università vennero invitati a fornire informazioni che erano trasmesse al Maestro Francisco Sancho, il quale all'Università di Salamanca, in base ad un antico indice ne compilò uno nuovo. Tuttavia il Sancho non riuscì ad ultimare il lavoro, poichè dovette allontanarsi da Salamanca e propose come suo successore il dottor Diego de Vera.

La Suprema era già molto impaziente ed il 6 Settembre 1572 rimproverò aspramente i teologi dell'Università, per non aver messo a parte ogni altro lavoro, dedicando tutta la loro attività per preparare d'urgenza il nuovo indice. Nel 1575, a quanto pare, l'indice non era ancora pronto, poichè Lincenciado de Velarde, che era incaricato di ultimare il lavoro, venne ripetutamente sollecitato dalla Suprema. Finalmente l'opera apparve in due volumi come nuovo indice del Capo Inquisítore Quiroga.
Nei lunghi intervalli che intercorrevano tra una pubblicazione e l'altra dell'indice, i Tribunali vennero obbligati a tenere una nota provvisoria dei libri che man mano venivano vietati, aggiornando così l'ultima edizione dell'indice. Nel 1781 il Tribunale di Valencia venne solennemente rimproverata, perchè non sapeva che la traduzione francese di Robinson Crosué era stata vietata con decreto del 16 Gennaio 1755. Persino i librai erano obbligati a tenere aggiornato l'indice. A questo riguardo i Tribunali avevano l'obbligo di comunicare sollecitamente a tutte le librerie ogni nuova opera condannata.

La correzione delle opere avveniva in modo che il censore cancellava con una spazzola immersa nell'inchiostro tipografico le parole od i periodi incriminati, rendendoli così del tutto illeggibili. Quando il Tribunale del Messico si fissò di condannare all'indice tutti i ritratti di Juan de Palafox, Vescovo di Puebla, uomo pio, sui ritratti stessi la sua testa venne pure cancellata con questo procedimento. Molte volte la lunghezza dei periodi rese molto difficile questa semplice procedura poiché i fogli si attaccavano ed il libro diveniva illeggibile. In ogni modo questi giustizieri della letteratura non si preoccuparono del danno apportato al movimento ed al progresso intellettuale.

I librai e di compratori di libri erano continuamente esposti ad esami e perquisizioni eseguite in modo rude, ciò che era opprimente ed intralciava in notevole misura il commercio librario. La revisione delle librerie e delle biblioteche pubbliche e private, iniziata già nel 1530, venne continuata sporadicamente, fino al 1599, mentre in seguito a poco a poco, divenne una regola fissa e sistematica che veniva praticata dopo la pubblicazione di una nuova edizione dell'indice. Gli archivi della Suprema sono ricolmi di lettere e disposizioni che fanno testimonianza dell'indefesso fervore col quale veniva svolta questa opera.

Nel 1660 i Tribunali di Valencia, Barcellona e Murcia vennero istruiti di inviare alla Suprema la raccolta di libri del Governatore di Castiglia. Più tardi la Suprema diede disposizioni al Tribunale di Sevilla, perchè esaminasse la biblioteca di Fraé Diego Darina, verificando particolarmente se vi si trovassero le opere indicate da Montoya.
Allora ordinarono al Tribunale di Murcia di mandare al dottor Montoya i libri di Don Juan de Morces, ma la Suprema esigeva che le fosse mandata anche la biblioteca del confessore del Re per il controllo. Tutti questi erano collezionisti privati, che a causa del loro buon gusto e del loro entusiasmo per la scienza, venivano sottoposti a continue vessazioni ed umiliazioni e poi privati dei loro volumi più cari, che molte volte venivano danneggiati irreparabilmente nella rilegatura. Il solo fatto di possedere libri era già un motivo di sospetto e se i collezionisti privati erano trattati a questa stregua è facile immaginare come furono trattati i librai.

Nessuno poteva essere esente dalle conseguenze della campagna condotta contro la coltura e le scienze. Nel 1627 venne promulgato un decreto che ordinava ai librai, sotto pena di 40 ducati di ammenda, e della scomunica, di mandare al Santo Uffizio la nota dei libri vietati, in loro possesso. Nel 1618 venne ordinato al Tribunale di Sevilla di porre il sequestro su tutti i libri di Arías Montano. Persino l'Escuríal reale andava soggetto a queste norme umilianti. Quando apparì l'indice del 1612 il Priore di San Lorenza presentò una domanda alla Suprema, in cui veniva espresso il desiderio del Sovrano che non venissero asportati i libri proibiti della biblioteca reale che provenivano dalla biblioteca della Clausura e le cui chiavi erano custodite da lui e dal capo bibliotecario. Allora il Capo Inquisitore inviò Fra' Francesco de Jesus, perchè visitasse la Biblioteca e facesse rapporto. Ciò avvenne il 13 Novembre 1613 ed in seguito la Suprema emise il seguente ordine: « Tutti i volumi di indole puramente letteraria siano posti in una stanza a portata del Priore, del Capo bibliotecario e dei professori di Università; di questi vengano contrassegnati da un segno rosso quei volumi di autori che hanno avuto qualche opera condannata all'indice. Tutte le opere che trattano materia religiosa totalmente od in qualche punto, siano chiusi in un'apposita camera, in cui potranno essere letti soltanto dal Priore e dal Capo bibliotecario, ma anch'essi dovranno avere il permesso speciale della Suprema e del Capo Inquisitore. Questa camera dovrà avere due chiavi di cui una resterà al Capo bibliotecario e l'altra alla Suprema. Siano pertanto compilate due note, una delle quali resterà nella camera chiusa e l'altra verrà consegnata alla Suprema. Il Frate che attende alla farmacia di Corte è autorizzato a leggere i volumi che trattano di scienze mediche ».

Evidentemente la Suprema prendeva le precauzioni più vigorose ed accuratamente studiate per soffocare fin dall'inizio ogni tentativo di contaminazione spirituale.
In tanta rigidezza vi fu un piccolo sollievo quando nel 1616 il Capo Inquisitore Sandova visitò l'Escurial e permise anche ai professori di Università di poter leggere i libri trattanti materia religiosa, senza distinzione. La questione venne di nuovo sollevata nel 1632, quando venne pubblicato il nuovo indice di Zapata ed il Capo Inquisitore Sotomayor approvò le disposizioni del 1613. Ma quando uscì anche il suo indice, nel 1640 i Frati di San Lorenzo chiesero alla Suprema che la biblioteca reale non fosse sottoposta a nuovi ritiri di opere, come avrebbero voluto le disposizioni annesse al nuovo indice. La Suprema in una lettera diretta al Sovrano rispose che appunto perchè si trattava della biblioteca maggiore del mondo e perchè era di proprietà del Re doveva servire di esempio e non contenere nessuna opera contraria al Cattolicismo; quei volumi che secondo l'ordine del 1613 si trovavano relegati in una stanza separata avrebbero potuto rimanervi, ma a disposizione soltanto del Capo Inquisitore che avrebbe tenuto l'unica chiave.

Contro la severità dimostrata dagli Inquisitori nel campo della censura non tardò a manifestarsi un generale malcontento. Il potere dato ai revisori forniva un'occasione talmente propizia all'oppressione ed all'estorsione che queste cariche divennero molto ricercate. Le commissioni si moltiplicarono, finchè non scoppiò una ribellione generale contro queste spie e questi ricattatori, della letteratura. Ciononostante il severo controllo delle biblioteche pubbliche e private perdurò sino alla caduta dell'Inquisizione. Infatti negli annali dell'Inquisizione si trova ripetutamente cenno di provvedimenti inerenti alla censura. Così per esempio si trova una nota dei volumi della biblioteca di Juan Gualberto Gonzales che il Tribunale di Sevilla trasmise a quello di Madrid. In un'altra occasione il procuratore del Re richiese la nota della biblioteca del Marchese de Narros.

In seguito alle difficoltà finanziarie in cui l'Inquisizione venne man mano a trovarsi il lavoro della revisione veniva affidato ad incaricati che riscuotevano il compenso per il loro operato direttamente dalla persona colpita dal provvedimento.
Quando il proprietario di qualche collezione di libri moriva, l'Inquisizione interveniva immediatamente per esaminare la biblioteca. A quanto pare nel 1655 dovevano passare tutti i libri per le mani della Suprema, poichè alla morte di Don Alonzo de la Torre il Santo Uffizio ordinò al Tribunale di Valencia di inviargli l'intera raccolta libraria del defunto. Le disposizioni del 1707 limitavano questa intromissione soltanto al caso in cui l'eredità di libri venisse posta in vendita, per impedire che volumi proibiti fossero messi in circolazione.

La caccia ai libri proibiti per poco non portò ad un incidente internazionale. Quando il Console Olandese Leonard Schuck morì ad Alicante, venne incaricato il Console francese dell'esecuzione testamentaria. La casa ed i beni mobili vennero muniti di sigillo reale, ma l'incaricato dell'Inquisizione, presentatosi al Governatore, pretese che fossero tolti i sigilli e che gli venissero date le chiavi, per poter procedere alla compilazione dell'elenco dei libri e dei manoscritti, poichè, come disse, aveva avuto sentore che vi si trovassero degli esemplari proibiti. Il Governatore si rifiutò ma l'incaricato, di nottetempo, fece togliere arbitrariamente i sigilli, penetrò nella casa, preparò in fretta l'elenco e fece alla meglio rimettere i sigilli.
L'Ambasciatore d'Olanda presentò lagnanza al Sovrano Carlo IV ed il Ministro Urquijo, ostile all'Inquisizione, afferrò l'occasione per richiamare all'ordine severamente il Santo Uffizio, facendogli presente che con simili procedimenti si sarebbe creato una pessima fama all'estero.

La visita delle biblioteche dei defunti continuò anche dopo la Restaurazione. Nonostante il permanente rigoroso controllo, molti riuscirono a procurarsi dei libri vietati. I libri vietati erano generalmente prodotto di autori stranieri, poichè la Suprema già aveva soffocato la produzione spagnola. L'unico pericolo, quindi, contro il quale il Santo Uffizio doveva difendersi era l'importazione dall'estero. Se i provvedimenti per impedire l'entrata nei paese, di prodotti letterari vietati, non venivano impartiti ed eseguiti con la massima rigidità, non vi sarebbe stata più facilità di impedirne la circolazione.

Non è possibile stabilire con esattezza l'epoca in cui l'Inquisizione si assunse la censura della stampa, ma probabilmente questa attività risale alla prima invasione dei Luterani, avvenuta tra il 1557 ed il 1558.
La Suprema in una lettera diretta a Carlo V informava il Sovrano di aver dato istruzioni agli inquisitori di esercitare un controllo particolarmente severo nei porti marittimi e lungo la frontiera francese, ma che l'audacia degli eretici rendeva problematico persino questo provvedimento, ciò che era provato dalle quotidiane confische di libri vietati.
A poco a poco tutto il commercio di importazione della Spagna passava attraverso la sovrintendenza dell'Inquisizione, che faceva eseguire il lavoro di controllo da incaricati che non avevano stipendio, ma che estorcevano dai commercianti il loro compenso, sotto forma di una tassa fissa. Ciò ostacolò gravemente tutta l'attività commerciale della Nazione.

Particolarmente ne soffrì il commercio librario, che era considerato completamente alla mercè del Santo Uffizio. Nel Secolo XVI venne promulgato un ordine a tutte le autorità portuarie e di frontiera, che i pacchi di libri giunti dall'estero dovessero essere inoltrati alla Suprema senza essere manomessi. Così tutta l'importazione librarla cadde nelle mani della Suprema.
Un caso avvenuto a Barcellona, nel 1666, illustra ampiamente il danno provocato da questa meticolosità retrograda. Uno dei librai della città ordinò alcune copie di un'opera recentemente pubblicata. Gli Inquisitori ritrovarono il nome dell'autore nell'indice del 1641; era un filosofo e teologo germanico e quindi non esitarono a porre sotto accusa tutte le sue opere. La merce venne consegnata ai censori che dopo cinque mesi fecero un rapporto al Tribunale.

Lo scoppio della Rivoluzione Francese stimolò l'Inquisizione a raddoppiare la sua attività e vigilanza per eliminare i prodotti pericolosi della letteratura. Politica e Religione erano completamente fuse in quell'epoca e perciò l'Inquisizione aveva in gran terrore la propaganda rivoluzionaria, non meno di quanto avesse temuto nel Secolo XVI la propaganda antireligiosa.
Nel 1792 la Suprema ripete il severo ordine ai Tribunali di controllare con particolare scrupolo l'importazione dei libri francesi, dicendo che i francesi seminavano questo seme velenoso per far sorgere dovunque la rivolta contro la religione e la monarchia. Ad ogni ufficio doganale vennero posti due revisori, una dal Tribunale civile e l'altro dal Santo Uffizio. Essi procedevano, in collaborazione, alla visita di tutti i prodotti di stampe e manoscritti che entravano nel paese.

Così si schieravano le forze unite dell'Inquisizione e dello Stato, nella difesa della Religione e della Corona, ma purtroppo non lavoravano sempre in armonia. Evidentemente però anche questo controllo estremamente rigido, che avrebbe dovuto impedire l'importazione di qualsiasi libro eretico, non valse ad impedire l'entrata di scritti stranieri.
Dopo la Restaurazione, nello statuto del 1812, prevalse lo spirito reazionario ed il controllo dell'importazione libraria venne affidato esclusivamente all'Inquisizione. Quando una nave gettava l'ancora, prima che potesse scaricare la merce, salivano a bordo le varie commissioni: della sanità, della difesa nazionale e dell'importazione. Più tardi le commissioni della sanità e della difesa nazionale vennero riunite in una sola, mentre l'altra era composta dal commissario dell'Inquisizione e dal suo cancelliere. Siccome questi incaricati non erano pagati, pretendevano il compenso delle loro prestazioni direttamente dai proprietari della nave.
Quando essi avevano visitato gli effetti dell'equipaggio e dei passeggeri, mettevano delle guardie per sorvegliare che non venissero scaricati i libri vietati da loro rinvenuti. Quando scaricavano il carico del bastimento, la commissione faceva aprire ciascun collo e se vi trovava dei libri, naturalmente controllava che non fossero di autori figuranti sull'indice. Finalmente venne richiamata l'attenzione del Re sulle dannose conseguenze che questo sistema di controllo aveva sul commercio spagnolo.

In seguito, nel 1632, venne fatto pervenire a tutti i porti un proclama del Re, in cui egli dichiarava che le continue vessazioni allontanavano gli esportatori stranieri che mandavano merce in Spagna e che questo portava alla decadenza ed alla completa rovina del commercio, poichè su ogni bastimento erano tante le commissioni all'arrivo che il compenso delle commissioni d'ispezione finiva a divenire proibitivo.
Era inevitabile che l'atteggiamento provocante delle commissioni portasse a frequenti divergenze. Così avvenne per esempio in Sardegna, nel 1616, quando in seguito ad una lite l'Inquisitore scomunicò il Governatore, mentre il Vice Re per risposta espulse dall'isola l'inquisitore. L'espulsione venne comunicata solennemente al popolo, ciò che provocò tanta impressione nei membri dell'Inquisizione, che non osarono più riunirsi e fuggirono nelle montagne.

La lotta più accanita si svolse però a Bilbao e durò più di cento anni. Come porto di maggior traffico della Spagna, la popolazione naturalmente protestò contro gli innumerevoli gravami che l'Inquisizione infliggeva sul traffico portuario. Era appena istituito il provvedimento per la censura dei libri che già nel 1560 arrivarono numerose lagnanze alla Suprema per le tasse illegalmente estorte.
Bartolomeo de Robres, libraio di Alcala, denunciò di aver fatto importare, attraverso Bilbao, quaranta casse di libri che poi aveva fatto inoltrare per mezzo di carretti nella sua città. Ciascun libro venne esaminato e timbrato per cui la commissione aveva percepito un real per ogni timbro; poi invece di stendere un certificato unico, per tutta a spedizione, ne aveva fatto uno per cassa, computando quattro reales per ciascun certificato. La Suprema inoltrò la lagnanza al Tribunale di Longrono, allegando una tabella di tariffa e ordinando che l'eccedenza venisse restituita alla parte lesa. Non soltanto i libri, ma tutti i commercianti subivano dei danni per l'apertura dei pacchi. Nonostante le ripetute ammonizioni della Suprema gli incaricati continuavano a riscuotere tasse su ogni collo, qualunque merce contenesse.

Finalmente un decreto reale del 1607 soppresse tutte le tasse imposte dalle commissioni ai commercianti. Ma nessuno osservò questo decreto e perciò la città di Bilbao presentò, nel 1609, un'energica protesta al Sovrano. Il Tribunale di Longrono, interpellato al riguardo, dichiarò che la lagnanza era esagerata e che il lavoro compiuto dalle commissioni era faticoso e che d'altra parte le tasse erano sempre state pagate e quindi dovevano essere pagate anche in seguito. Seguì un altro decreto reale che vietava nuovamente l'imposizione delle tasse, ma non ebbe maggior successo del primo. Finalmente entrambe le parti avversarie si decisero a passi estremi. Nel 1667 il Tribunale civile diede istruzioni ai commercianti di non pagare tributi, mentre la Suprema ordinò ai propri incaricati di riscuoterli ad ogni costo. Il litigio ebbe per risultato che la Suprema fece sequestrare le merci vendendole ad asta pubblica e poi mise sotto accusa alcuni commercianti, lasciandoli però in libertà mediante un congruo pagamento. Tanto l'Ambasciasciatore inglese, quanto quello olandese protestarono per la violazione del trattato di commercio, per cui il Consiglio Reale di Castiglia ordinò il 15 Maggio 1669 che nessuno potesse riscuotere tasse per la visita ai bastimenti. Questo severo ordine era una probabile conseguenza dell'energica protesta dei due ambasciatori. Sarebbe inutile descrivere oltre le fasi alterne di queste discordie, che continuarono con uguale accanimento di entrambe le parti per molti decenni. La Suprema non volle cedere e preferiva inimicare mezza Europa con la Spagna, anziché pagare qualche centinaio di ducati di stipendio ai propri dipendenti. Mentre il traffico delle altre merci, benchè molto diminuito, continuava sporadicamente, l'importazione dei libri era completamente soffocata. Infatti quando la Suprema nel 1648 chiese un rapporto da tutti i porti settentrionali, l'Ammiraglio Villareal dichiarò che da otto anni non era entrato nemmeno un libro dal porto di Bilbao e nello stesso modo fu risposto dagli altri porti, ad eccezione di San Sebastiano, dove però erano passati libri in quantità esigua.

Tuttavia la lotta continuò, attizzata da nuove proteste degli Ambasciatori d'Inghilterra e di Francia, ai quali da parte sua la Suprema rinfacciava il grande contrabbando di opere letterarie eretiche. Ciò era una dichiarazione di ostilità tuttavia la Suprema istruì segretamente gli incaricati di non proceder più a sequestri di merci, ma di fare una nota secondo il tonnellaggio delle navi, per poi stabilire una tariffa su questa base.

Barcellona era più fortunata di Bilbao. L'opposizione del Vice Re e l'intervento del Banco Regio ebbero ragione degli sforzi del Santo Uffizio. Già nel 1719 una rapporto delle autorità civili dichiarava che non vi era più traccia di abusi della commissione di inquisitori. Ma nelle altre città fioriva pienamente questa attività del Santo Uffizio. A Cadiz la gente di mare chiamò il Santo Uffizio, Santo Ladrocinio, sebbene, tanto là quanto a Malaga, fosse già stabilito il sistema di corruzione, per mezzo del quale venne eliminato ogni difficoltà che ostacolava l'importazione, anche di libri vietati.
Frequentissime erano le lagnanze a Valencia e ad Alicante e, considerata la corruttibilità degli incaricati, si può supporre che più di uno abbia largamente profittato del potere assoluto, sia rinunciando alla visita di qualche nave, sia col protrarre queste visite a tempo indeterminato.

Nel 1705 la Suprema inviò a tutti i Tribunali severe disposizioni riguardo la necessità del permanente controllo per impedire il contrabbando dei libri proibiti. Ordinò che fossero visitate non soltanto le balle, le casse, i barili, le bottiglie, i bagagli personali e principalmente le carte da gioco, ma anche i letti e gli scaffali dei marinai e che ciò fosse fatto col massimo tatto e con abilità per evitare l'avversione contro queste visite. Se fosse sorta qualche discussione la commissione doveva far rapporto direttamente alla Suprema.

Nel 1801 la Suprema pretese dai Tribunali un rapporto particolareggiato sulle tasse riscosse. La risposta arrivata da Valencia dimostra chiaramente che la Commissione trattava la questione puramente dal lato finanziario. Effettivamente le tasse percepite a favore dell'Inquisizione dalle navi non erano che una forma di introito oramai stabilito come regola fissa.
Quando la Cortes di Cadiz nel 1813 ebbe il sopravvento sull'Inquisizione, emanò un decreto secondo il quale venivano aboliti tutti i tributi percepiti nei porti marittimi a favore dell'Inquisizione.

Durante la Restaurazione naturalmente le visite delle navi vennero riprese, tuttavia, impedite talvolta dall'opposizione del proprietario della nave o dalle proteste dei Consoli stranieri. Nell'intento di riorganizzare tutto il sistema la Suprema indisse un referendum tra i Tribunali; ne risultò che, mentre nei porti settentrionali la ríscossione delle tasse procedeva normalmente, in quelle meridionali il sistema era già molto in decadenza. Le navi non venivano più visitate; la commissione, dove poteva riscuoteva ugualmente la tassa. Però le continue proteste dei Consoli rendevano sempre più difficile la riscossione e quando la Suprema ordinò alla commissione di Cadiz di estorcere il pagamento, questa non riuscì a vincere la resistenza dei Consoli, i quali la rinviarono ognuno al proprio Ambasciatore. La questione era sopita per parecchio tempo, finchè, nel Gennaio del 1811, il Ministero della Marina presentò lagnanza al Capo Inquisitore, essendo stato costretto a versare otto reales per la visita di due casse. Questa diede lo spunto alla Suprema per far prevenire al Sovrano una lunga consulta, proponendo una radicale riorganizzazione del sistema di incasso dei tributi, prospettando al Re l'enorme importanza della questione, per la Religione e per lo Stato.

Questo progetto faceva risorgere tutte le antiche disposizioni nella loro più rigida forma, anzi agli effetti dei libri si pretendeva che i pacchi contenenti delle opere letterarie venissero sigillati con ceralacca ed inviati per mezzo di una persona fidata alla Suprema, unitamente all'importo della tassa relativa. Non è possibile sapere l'atteggiamento assunto dalla Cortes di fronte alle nuove esagerate pretese della Suprema, poiché prima che essa potesse prendere posizione, la rivoluzione del 1820 pose fine all'esistenza del Santo Uffizio.

Le limitazioni imposte dalla censura alla scienza ed alla cultura erano mitigate da permessi speciali che l'Inquisizione rilasciava a persone desiderose di leggere libri vietati. Naturalmente questi permessi vennero rilasciati soltanto a persone di indubbia devozione. La Bolla del 1536, di Papa Paolo III, comminò la scomunica a tutti coloro che senza il permesso del Pontefice avessero letto dei libri luterani. Ciò dimostra che già in quell'epoca si rilasciavano permessi speciali e che questa facoltà era riservata al Papa. Questa prerogativa era molto preziosa e gli incaricati della Curia, ai quali era affidata, erano esposti a molte tentazioni, contro le quali in quei tempi corrotti solo rare volte essi resistevano. In questo modo sempre più si moltiplicava il numero delle persone in possesso di simile permesso speciale, ciò che controbilanciava alquanto la severità con cui venivano applicati i divieti.

Il primo di questi permessi venne rilasciato per iscritto dall'Inquisizione spagnola, sotto Papa Paolo V, al principio del Secolo XVII. Da alcuni esemplari di simili permessi si può dedurre che si rilasciavano soltanto parziali, e che si era molto cauti nel concederli. Nemmeno Filippo IV aveva un permesso generale; infatti, nel 1640, scrisse al Capo Inquisitore Sotomayor che durante il riposo estivo si era dilettato con la lettura della « Storia » del Guicciardini e venne immediatamente ammonito che questo libro era all'indice, perciò il Sovrano chiese il permesso di poter leggere questo ed altri libri che non avevano argomento religioso, dichiarando che diversamente non avrebbe nemmeno chiesto il permesso.

Un permesso particolare venne rilasciato nel 1614 al Padre Gullo Savel per poter leggere libri cattolici scritti in lingua inglese; a quanto pare bastava che un'opera fosse scritta in inglese per essere subito all'indice. Secondo il Llorrente verso la fine del Secolo XVIII era tutt'altro che facile procurarsi un permesso simile. Quando qualcuno lo chiedeva, il Capo Inquisitore raccoglieva segretamente informazioni sul postulante e questi, se erano favorevoli, doveva dichiarare lo scopo della sua domanda, precisando il genere di libri che intendeva leggere. Se il permesso veniva rilasciato ciò era soltanto, per un ristretto numero di libri e per una determinata categoria. Soltanto eccezionalmente venivano rilasciati permessi che autorizzavano oltre alla lettura, di conservare il libro. Indubbiamente venne osservato un gran rigore e una massima cautela nel rilasciare i permessi; tuttavia nella pratica applicazione molto dipendeva dalla disposizione della Suprema e di quella personale dell'Inquisitore. Talvolta erano larghi nelle concezioni, tanto che il Cuesta, nel 1747, scriveva che avendo fatto una statistica approssimativa, la maggior parte delle persone che avevano ottenuto permessi non erano già scienziati, ma semplici curiosi frivoli, di ambo i sessi.

Molti presentavano soltanto una domanda verbale per la lettura di un determinato libro, mentre altri, che vedevano che i permessi venivano rilasciati anche a persone che non avevano particolari ragioni per essere autorizzate, calcolavano che il permesso fosse generale e se ne valevano senza richiederlo. Dato l'enorme numero delle richieste rivolte alla Suprema, questa si trovò nella necessità di rinviare i postulanti ai Tribunali delle loro città dove essi dovevano precisare la loro età, gli studi compiuti e la professione. Durante la Restaurazione questi dati dovevano essere completati con indicazioni sulla moralità e sulle opinioni politiche del richiedente. Da questo fatto si rileva che nelle concessioni venivano favoriti i conservatori.
I casi di violazione di legge non erano frequenti e dopo la repressione del tentativo di riforma, a quanto pare, l'attività intellettuale nella Spagna era talmente paralizzata che non vi era neppure la richiesta del « frutto proibito ».

Ma l'Inquisizione, per valorizzare la propria opera aveva tutto l'interesse a far apparire che così non fosse. Nel periodo dal 1780 al 1820 furono messi all'indice in tutta la Spagna non più di trecento volumi. Ciò è spiegato anche dal fatto che tra il 1808 e il 1815 l'attività dell'Inquisizione era quasi completamente sopita. Il fatto poi che dal 1801 al 1806 si verificarono 101 casi, dimostra lo zelo del Governo di Carlos IV, con cui intendeva sopprimere la stampa.
Questa collaborazione tra lo Stato e l'Inquisizione riuscì, come si è detto, a paralizzare per quasi tre secoli lo sviluppo intellettuale della Spagna. Fra il XIII ed il XVI Secolo non vennero vietate bibbie; i motivi transitori che avrebbero potuto rendere necessario questo provvedimento erano cassati. Di conseguenza si facevano molte traduzioni di bibbie, particolarmente tedesche; in seguito la diffusione di queste bibbie, compilate con criteri di riforma religiosa, risvegliarono i divieti del Santo Uffizio. Ancora prima che fossero introdotti gli indici il Capo Inquisitore Tavera rilasciò permesso alla Principessa Soma, moglie dell'Ammiraglio di Napoli, di leggere una bibbia in lingua italiana e conservarla nella propria casa. Tuttavia il permesso era limitato ad un anno. Il trattamento riservato dall'Inquisizione alle bibbie parve stimolare la curiosità degli intellettuali. Nel 1747 il Capo Inquisitore Cuesta lamentava il desiderio generale di leggere le bibbie straniere, fenomeno che faceva sì che i divieti avessero il loro effetto soltanto col basso popolo, che non era il condizioni di leggere in lingue straniere.

Nel 1791 Víllanueva asseriva che coloro che prima ricercavano avidamente le bibbie oramai le consideravano con ripugnanza e la maggior parte degli individui dimostrava una assoluta indifferenza. Papa Clemente XI con una Bolla vietò l'uso della bibbia ai laici e soltanto 44 anni dopo la Congregazione dell'indice permise l'uso delle bibbie scritte nella madre lingua ed approvate dalla Santa Sede. La stessa gelosia si manifestò nei confronti di tutta la letteratura ecclesiastica allo scopo di evitare che il popolo fosse troppo erudito in questioni spirituali.
Nel 1570 il Gran Consiglio della Suprema propose al Capo Inquisitore di vietare la stampa del catechismo in versi. Effettivamente rimasero pochi campi in cui la Inquisizione non avesse esteso l'attività della sua censura. Al Gran Consiglio del Laterano si fece un cenno a certi libelli che calunniavano personaggi in vista e che diminuendone il prestigio minacciavano la quiete pubblica; Clemente VII nel suo indice del 1596 estese la protesta contro le calunnie dirette alla memoria di magnati e prelati.

Nel 1687 il Tribunale di Toledo che era in lite con la casa nobiliare El Paular fece sequestrare quattro suppliche dirette dall'avversario al Sovrano, colpendo con quattro anni di esilio il tipografo Lucas Antonio Bedmar, che le aveva stampate. La motivazione data dal Tribunale era che questi ricorsi erano scandalosi, offensivi, menzogneri e calunniatori, nel confronti delle persone che vi figuravano, ma nessun cenno era fatto che gli scritti fossero offensivi per la religione e tutto era soltanto un mezzo efficace per debellare un nemico.
Ancor meno concernevano l'eresia le controversie tra la Corona e la Santa Sede, tuttavia l'Inquisizione vi ebbe sempre la sua ingerenza. Nel Medio Evo i Pontefici si immischiavano molte volte nei privilegi dei Sovrani, fatto che venne tollerato dalle monarchie che non sentivano molto stabile la loro posizione. Ma quando nel Secolo XVI queste monarchie scelsero la forma di Governo dell'assolutismo, naturalmente divennero renitenti di fronte a queste intromissioni della Santa Sede ed il movimento di riforma, che divise l'Europa in due campi ostili, diede occasione ai Sovrani rimasti fedeli a Roma, di avanzare delle pretese in compenso del loro appoggio. I Sovrani spagnoli ostentavano sempre una resistenza contro le pretese dei Pontefici e sebbene essi nel corso del Secolo XVI imponessero al loro popolo la rigida obbedienza alle Autorità Ecclesiastiche, pretendevano decisamente il riconoscimento dei diritti Sovrani; diritti che in molti casi erano in netto contrasto con le idee del Vaticano.

Quando Melchor Cano, nel 1555, per desiderio di Carlo V compilò un memoriale, in cui flagellava con le più pungenti espressioni le pretese della Curia romana e Papa Paolo IV lo citò a Roma per sottoporlo ad istruttoria, l'Inquisizione spagnola si schierò decisamente dalla parte del Sovrano e non mise all'indice il memoriale incriminato. Roma non aveva mai esitato a valersi dell'efficace mezzo dell'indice per appoggiare i propri poteri e così vietò con particolare accanimento gli scritti che sostenevano le prerogative dei Sovrani.
Era impossibile per il Re di appoggiare opere che difendevano la Corona e l'Inquisizione, almeno per molto tempo appoggiava con la massima energia la Corona, se non proprio per lealtà, perchè ciò le dava occasione di ostentare la propria indipendenza di fronte all'odiata Congregazione romana.
Dopo che l'Inquisizione aveva stabilito in questo modo la propria indipendenza, ricusava di accettare la sentenza di Roma, in merito a qualsiasi libro.

Quando Roma emanava un divieto l'Inquisizione spagnola faceva rivedere dal proprio censore il libro incriminato e decideva in base alla sua relazione se doveva accettare o rifiutare la deliberazione della Santa Sede, ma in qualunque senso decidesse era stabilito che lo facesse per propria iniziativa e non per volontà di Roma. La Curia Romana invano protestava. Questa continua controversia finalmente si risolse in un tacito accordo, secondo il quale, quando la Congregazione romana metteva un'opera all'indice, inviava al Nunzio un breve perchè lo trasmettesse alla Suprema; questa faceva esaminare l'opera incriminata, dal proprio censore e se la trovava effettivamente eccepibile, promulgava un editto di divieto.
Una volta, quando il Nunzio tentò di derogare da questa usanza e fece affiggere nel cortile del proprio palazzo il Breve, prima di averlo presentato alla Suprema, quest'ultima fece togliere l'affisso, punì la persona che lo aveva esposto e portò la questione dinanzi al Sovrano, chiedendo che fosse ammonito il Nunzio di attenersi in seguito alle norme stabilite.

Avveniva talvolta che il Papa mandasse dei Brevi simili al Sovrano, il quale in questi casi chiedeva al Pontefice di concedere che venissero promulgati a nome dell'Inquisizione. Nella Sicilia, per esempio, non si poteva pubblicare alcun Breve papale, prima che il Vice Re avesse dato il permesso apponendo la propria firma. In ogni modo l'Inquisizione non tendeva altro che alla completa indipendenza da Roma e quando la ebbe ottenuta la Corona non potè più fare assegnamento sul suo appoggio. Nel Secolo XVIII l'Inquisizione, nel caso delle opere di Macanas, Barcley e Le Vayer, prese posizione contro i diritti sovrani. Nel primo caso si trovò di fronte Filippo V, il quale, debole Sovrano, cedette subito; non così negli altri due casi, quando Carlos III fece sospendere il Capo Inquisitore Bonifac e prese severe misure per evitare le ingerenze dell'Inquisizione nei suoi poteri e restringere nei giusti limiti le attività della censura.

In seguito, il 18 Gennaio 1762, venne promulgata la « Prammatica del Execuator » che ordinava che nessuna Bolla, Breve o Lettera papale diretta a qualunque Tribunale o Capitolo potesse essere pubblicata prima che il Nunzio l'avesse presentata al Sovrano per il benestare.
Il 18 Agosto dello stesso anno un altro decreto reale circoscrisse ancor più la censura dell'Inquisizione. Ma entrambi i decreti vennero revocati nel 1763, su influenza di Padre Eleta, confessore del Sovrano, il quale valendosi delle inclinazioni superstiziose del Re, fece apparire la perdita della Avana come prova delle ire celesti.

Nell'epoca seguente, Stato ed Inquisizione si allearono di nuovo contro il comune nemico, costituito dalla rivoluzione. Lo Stato si valse di nuovo dell'Inquisizione come mezzo politico sebbene anche esso avesse una propria censura bene organizzata.
Ancora più stretta divenne questa alleanza durante la rivoluzione che veniva a minacciare le basi dell'istituzione monarchica. Grande era la preoccupazione che l'opinione pubblica potesse essere contaminata al punto di trascinare il popolo a vie di fatto. Era dunque necessario che il governo riunisse tutti i fattori di potenza di cui poteva disporre e Carlos IV non tardò a spianare la via per una rinnovata attività dell'Inquisizione, dichiarando che la divulgazione di idee rivoluzionarie era un'eresia, errore dogmatico, contrastante con le dottrine di Pietro e Paolo.

L'Inquisizione infatti non tardò a realizzare una pratica applicazione di questa direttiva e promulgò un editto che vietava qualunque importazione di carta stampata dalla Francia. Veniva raddoppiata la vigilanza tanto da parte dello Stato quanto da quello del Santo Uffizio per impedire l'importazione di libri, particolarmente dalla Francia, e per molti anni si escogitarono i mezzi più svariati per tenere il popolo nella ignoranza di quanto avveniva oltre i Pirenei.
Ma tutto fu inutile. Libri e giornali vennero contrabbandati su vasta scala dalla Francia ed avviata una estesa propaganda delle teorie dei diritti dell'uomo.

Quando la crisi arrivò al colmo, con l'esilio della famiglia reale e con l'entrata delle truppe napoleoniche, il terreno era sufficientemente preparato per realizzare il nuovo ordi namento politico. Nel 1810 una Cortes appositamente convocata introdusse il suffragio universale, mentre a Cadiz proclamarono la libertà di stampa. Tuttavia era tanto profondamente radicato il tradizionale principio della necessità di una censura che l'editto con cui il 22 Febbraio 1813 in cui veniva soppressa l'Inquisizione, dichiarava che le funzioni di censura passavano al Vescovi ed ai Tribunali Civili. La nuova legge sulla stampa stabiliva il controllo dello Stato su qualsiasi opera stampata. Per questo veniva dato il potere ai censori vescovili, ma il progetto non ebbe mai una applicazione pratica.

La Restaurazione del 1814 ridiede la facoltà di censura all'Inquisizione che, non appena riorganizzata, si pose energicamente a sopprimere la letteratura rivoluzionaria. La Suprema il 28 Ottobre 1814 invitò tutti i Tribunali a preparare al più presto possibile un elenco di tutti i libri, libelli e simili scritti, stampati nei rispettivi distretti, con indicazione dell'autore e del luogo di pubblicazione. In questo modo vennero vietate 183 pubblicazioni, compresi 35 quotidiani. Tuttavia l'editto del 15 Luglio 1815 qualificò deficiente questo provvedimento.

Risulta dall'epistolario della Suprema che in quell'epoca si sorvegliava rigorosamente e permanentemente la stampa e durante la breve rinascita dell'Inquisizione la maggior parte della sua attività era impiegata nella censura e principalmente sugli scritti politici. I fuggiti fedeli allo statuto che cercarono riparo dinanzi alla vendetta dei reazionari, con i modesti mezzi a loro dispozione facevano il possibile per avviare una propaganda in favore dei propri ideali. Questa propaganda aveva molta affinità con quella svolta dai riformisti nel Secolo XVI e non minore fu la preoccupazione del Santo Uffizio, tanto più che questa volta il pericolo era assai più grave, poichè gran parte del popolo parteggiava per i fuggiaschi.
Sebbene l'Inquisizione evitasse meticolosamente di invadere nella censura il campo della moralità, tuttavia si interessò di allontanare dal pubblico tutto ciò che avrebbe potuto portare una decadenza morale. L'Inquisizione era autorizzata a questi provvedimenti dall'indice di Trento e dal Breve di Clemente VIII che ordinava di vietare tutte le pubblicazioni immorali e illustrazioni e dipinti pornografici.
Tuttavia gli autori riuscivano ad eludere tali divieti e così per esempio la « Celestina », di Francisco de Royas, fu stampata in trenta edizioni, nel Secolo XVI, poichè la popolarità dell'opera era tanto grande che, nonostante il suo testo un po' scabroso, venne adottato come libro scolastico. Solamente nel 1640 venne ordinata la cancellazione di cinquanta righe mentre nel 1790 l'intero volume venne messo all'indice.

Verso la fine del Secolo XVI la censura venne estesa anche alle opere d'arte e principalmente ai dipinti che raffiguravano i Santi, se nella figurazione mancava la dignità. La prima traccia di questa attività si trova nella relazione del Capo Inquisitore Moral, nel 1568, fatta dopo l'esame della Clausura di San Sebastiano. In questa relazione il Capo Inquisitore menziona di aver inflitto, una punizione a Gracia de Caldiere, per averla trovata in possesso di un dipinto scandaloso. La Suprema osservò che sarebbe stato meglio inviare subito alla commissione dei censori il dipinto e che in ogni caso il diritto di decisioni in tali casi competeva ad essa.

Nel 1751 venne emessa una « Carta acordada » che ordinava l'allontanamento di alcune figure da un drappo di tela, sulla quale era dipinta la Crocifissione e la Santa Trinità e dove il censore aveva scoperto dei simboli delle dottrine luterane. Così pure vennero messe all'indice dodici incisioni in legno, che raffiguravano la Passione, con la dicitura in latino ed in francese. Nel 1649 la Suprema espresse la più profonda indignazione, perchè su alcune statue di Santi erano stati appesi dei nastri che avrebbero dovuto raffigurare delle ali d'Angelo. Alcune settimane dopo vietarono ogni rasoio o coltello che portasse sul manico l'immagine di Cristo o della Santa Vergine, vennero sequestrati tutti gli esemplari in commercio e fu ordinato agli uffici doganali di impedirne l'importazione.

Quando l'Inquisizione ebbe ultimato la parte più importante del proprio lavoro con l'eliminazione della letteratura, protestante, islamica ed ebraica, dedicò la propria attività in altra direzione. Nel 1787 il Tribunale di Valencia pose sotto accusa Francisca Lâzarus per certe canzoni immorali. Nel 1803 Goya, il maggiore pittore dell'epoca, offese la sensibilità di qualche inquisitore. Venne arrestato e posto sotto accusa, ma dietro intervento di Carlo VI lo lasciarono in libertà.

Una delle ultime azioni del Tribunale di Valencia fu la proibizione, nel 1820, del libro « Rime e prose » del Dottor Tomaso Crudili, libro che fu dichiarato immorale ed irriverente verso la religione. Inoltre mise all'indice un libro intitolato « Il Zibaldone », per il suo contenuto osceno. La censura dell'Inquisizione non risparmiò nemmeno il Teatro. Nel 1817 si rappresentava, le sere del 9 e 10 Ottobre, al Teatro di Valencia, la tragedia « La Obstinacion de un padre », ma, a quanto pare, il lavoro provocò la disapprovazione del Santo Uffizio, poichè il 13 dello stesso mese il manoscritto dovette essere consegnato alla censura. Nel 1815 la Suprema ordinò al Tribunale di Madrid di esaminare il testo dell'opera « El Hombre de Mal Genio y Buen Corazo » e permise la rappresentazione soltanto quando il procuratore del Tribunale dichiarò che non vi era nulla da eccepire.

La censura si estese anche agli oggetti d'arte decorativa. Nel 1793 il Tribunale di Valencia aprì un'istruttoria per una certa tabacchiera, sulla quale era riprodotto un quadro scandaloso e la quale, a quanto si asseriva, era di proprietà di Don Gíacínto de Castro, Governatore. La preoccupazione per la pubblica moralità andò ad una tale esagerazione che il 2 Ottobre 1815 la Suprema, d'accordo col Tribunale di Madrid, promulgò un decreto con cui ordinava ai parrucchiere della città di allontanare dalle loro vetrine le bambole di cera, poiché riteneva che queste facessero troppo apparente mostra di grazie femminili.
Gli artisti e i venditori di quadri erano tenuti sotto un rigoroso controllo e, poche settimane prima della sua caduta, la Suprema ordinò al Tribunale di Sevilla di aprire una istruttoria contro Juan Rodriguez e Domingo Alvarez de Cadiz. Contro il primo, perchè aveva dato il nome Diana ad un suo dipinto e contro il secondo per aver esposto il quadro che con la sua posizione e nudità sollevava generale scandalo. Essi vennero citati a comparire dinanzi al Tribunale di Sevilla, per subire una rimprovero e per essere avvertiti che in caso di recidiva sarebbero stati puniti con l'espulsione e cinquecento ducati di ammenda.
Sei mesi dopo multarono Pasqual Franciní, per due « Pinturas Obseras », di duecento ducati e, siccome negli atti relativi si parla di rilasciarlo in libertà, evidentemente egli fu anche carcerato. Siccome aveva dichiarato di essere povero il Santo Uffizio con magnanimità ridusse la multa inflittagli. Qualche mese dopo il Tribunale di Madrid condannò Santiago Schmidt e suo figlio Giuseppe ad una ammenda di ottomila reales per aver venduto all'Ambasciatore di Prussia dei quadri indecenti.

Indubbiamente in questo caso l'immunità diplomatica salvò l'acquirente dall'essere posto sotto accusa, poichè il possesso di oggetti qualificati immorali era « Calidad de Officio » e le note dell'Inquisizione sono piene di persone che avevano acquistato tabacchiere, orologi, mazzi di carte od altri oggetti sui quali erano riprodotte figure o scritti indecenti. Così pure le porcellane, le maioliche vennero sottoposte a censura. Indubbiamente la maggior parte degli oggetti sequestrati era effettivamente indecente. La purificazione promossa da tali procedimenti difficilmente compensava l'inconveniente dello spionaggio e della violazione di domicili, praticati dagli incaricati dell'Inquisizione, che, soltanto con questi mezzi, poteva entrare in possesso dei dati relativi all'esistenza di tali oggetti.

Tuttavia non è dubbio che venissero sacrificate molte pregevoli opere d'arte, dall'ingordigia degli inquisitori, i quali averbbero dovuto distruggerle, ma non si sa se effettivamente questa parte dell'operazione venisse eseguita. Nel 1805 a Valencia dichiararono che l'incisione in rame intitolata « Seduzione di Venere » doveva essere distrutta. Infatti fu cancellata l'opera, e la lamiera venne consegnata all'Alcade, perchè la restituisse al proprietario. Innumerevoli libri vennero poi danneggiati essendone state strappate le illustrazioni ritenute sconvenienti.

Così la censura abbracciò tutta la letteratura cominciando dai libri più eretici di Lutero e Calvino, fino alle edizioni popolari delle Sacre Scritture. La censura infatti era un potente mezzo tra le mani dell'Inquisizione, per l'oppressione dell'evoluzione del pensiero e per ostacolare il progresso. Di pari passo procedette la censura dello Stato organizzata con la legge del 1558 che venne poi perfezionata con una interminabile teoria di nuovi regolamenti. Le vessazioni a cui erano esposti gli autori e gli artisti da parte di entrambe le commissioni di censura ebbero un effetto sommamente deleterio sullo sviluppo della cultura generale e delle arti. Gli autori erano scoraggiati, poiché non sapevano mai se le loro opere, frutti di anni di lavoro, avrebbero ottenuto o meno il permesso di pubblicazione. L'attività dell'editore era ancora più pericolosa, poichè il libro, pubblicato col permesso delle autorità statali, poteva essere in qualunque momento vietato dall'Inquisizione che procedeva poi alla distruzione di tutta l'edizione, senza compensare in alcun modo il danneggiato. Così lo Stato e la Inquisizione, sia quando lavoravano d'accordo, sia nei casi di divergenze di vedute, paralizzavano completamente la scienza e la letteratura spagnola, che già nel XVI Secolo promettevano di assurgere ai più alti fasti.

Accanto all'oppressione dell'arte e della scienza l'Inquisizione rese impossibile qualsiasi sviluppo commerciale ed industriale; giustificando così il detto, diffuso nelle altre nazioni, che l'Africa cominciava dai Pirenei.

IL MISTICISMO

La credenza che con una profonda meditazione e concentrazione di pensiero, l'anima possa sollevarsi al Creatore e riesca persino a stabilire una comunicazione con Dio, era divulgata già dai tempi antichi fra le più svariate razze che popolavano la Terra. Passando dall'estasi allo stato di incoscienza, l'anima veniva illuminata dei misteri divini e poteva bearsi delle rivelazioni dell'universo occulto. Il mistico credeva di poter conoscere il mondo di là e disporre di un potere soprannaturale. San Paolo santificò con le proprie esperienze questa credenza. Tertulliamo stabilisce l'influenza dello Spirito Santo sull'individuo devoto, in enunciazioni che hanno una strana rassomiglianza con quelle manifestate in epoche successive nella Spagna.

Questa gioia celeste venne data con particolare grazia a coloro che la meritavano con la disciplina dei sensi. Le virtù della preghiera fervente, in cui l'anima diventa insensibile verso le cose terrene, vennero insegnate da un gran numero di mistici, fra i quali i più rinomati sono : Richard Saint Victor, Joachím Flora, San Bonaventura, John Tauler, John Rysbrock, Henry Suso, Henry Herp e John Gerson. Se possiamo prestar fede al Cardinale Jacques de Vietry, le suore di Liegi, nel Secolo XIII, si abbandonarono in forte misura alle voluttà mistiche. Egli scrive di una di esse che frequentemente attraversava venticinque stati di estasi giornalmente, mentre altre passavano degli anni coricate a letto, completamente perdute nel divino amore.
Richard Rolle, eremita di Hampul, che poco mancò venisse beatificato, conosceva completamente i piaceri congiunti alla fusione dell'anima con Dio. Questi miracoli spirituali della psicologia moderna sono stati spiegati come fenomeni di ipnotismo e suggestione.

La deliberazione del Gran Consiglio di Vienna del 1312, nella cosiddetta « Questione delle Dottrine di Immortalità », di Begghardt, venne introdotta nel testo della legge canonica e così resa nota nel mondo dei teologi. ,
In Ispagna l'Inquisizione per un pezzo non si curò del misticismo, ma col tempo lo considerò pericoloso e lo annoverò tra le attribuzioni dei suoi Tribunali.
Era inevitabile che ciò avvenisse. Il mistico, che si considerava in diretta comunicazione con Dio, ed il quale riteneva che la meditazione spirituale e la concentrazione nella preghiera fossero i più devoti riti, diveniva naturalmente proclive a considerare con indifferenza, anzi con disprezzo, i riti della Chiesa. Siccome l'elevazione spirituale doveva essere una diretta ispirazione di Dio, l'individuo che si sentiva toccato da questa grazia divina era proclive a non tener conto delle prescrizioni della Santa Sede, ritenendosi pari allo stesso Sommo Pontefice, che pure doveva agire sotto l'impulso delle stesse forze soprannaturali.

Questa ideologia aveva un certo sapore di luteranismo, ma l'Inquisizione si rese conto di questo pericolo soltanto quando la larga diffusione di questi concetti minacciò di togliere grandi masse di fedeli al controllo spirituale delle autorità ecclesiastiche. Si distinguevano due categorie di mistici « alumbrado » cioè colui che riconosceva soltanto la superiorità dell'elevazione interiore ed il « dejado » ossia il silenzioso meditatore, che si abbandonava completamente a Dio, lasciando libero corso agli impulsi, frutto dell'estrazione meditativa e professava che tutto ciò che viene da Dio non può essere peccato.
Il vero senso di ciò che avveniva già da tanti secoli, non fu afferrato dalla Chiesa, fino a che non si presentò il pericolo del riformismo, nelle sue molteplici manifestazioni. Quando le sue ideologie vennero confrontate si considerò il protestantesimo come un naturale sviluppo del misticismo.

Il maggior problema del misticismo era quello di poter distinguere il buono dal pericoloso, giacché le visioni, le rivelazioni e le estasi potevano essere non soltanto grazie divine, ma anche opera del demonio. Non era possibile trovare prova per differenziare l'origine dei fenomeni.
La Chiesa, legata alle dottrine che enunciavano i poteri ultramondani, doveva confessare apertamente di non essere in grado di distinguere se questi fenomeni avessero origine dal Cielo o dall'Inferno. Il Beato Jùan de Avila ammoniva seriamente i devoti di tenersi lontani da simili errori. Tuttavia anch'egli trascurò di dare qualsiasi indicazione circa gli effetti differenti tra le illusioni demoniache e le grazie divine.

Anche Arbiol indica la fonte incerta di queste manifestazioni come il massimo pericolo sulla via di perfezionamento spirituale che provocava la perdizione di innumerevoli anime. Oltre alle visioni ed alle rivelazioni divine, il misticismo aveva anche un'altra caratteristica, che lo rendeva particolarmente pericoloso alla Chiesa e ripugnante ai teologi. Osuna dice che la teologia mistica è molto superiore a quella teorica e scientifica, poichè per valersene non occorreva nè istruzione nè sapienza, ma soltanto fede, amore e grazia divina.

Nel processo messo nel confronti di Maria Cazalla, uno dei capi di accusa consisteva nel fatto che essa e suo fratello, il Vescovo Cazalla, avrebbero messo in ridicolo Aquinas, Scotus e numerosi altri teologi. All'istruttoria di Geromino de la Madre de Díos venne presentato tra le prove un suo scritto che confrontava la teologia mistica a quella scientifica, a tutto danno di quest'ultima. Egli diceva : "Le dottrine della teologia scientifica sono perfettamente compatibili col peccato, poichè i suoi maestri enunciano le virtù, ma non le praticano. Essi stessi si rotolano nel peccato del quale incolpano gli altri. Sono dei farisei e la contaminazione è tanto generale che difficilmente si potrà trovarne uno puro".

Nel Medio Evo la Spagna non era turbata da fantasticherie mistiche. Tuttavia l'esaltazione promuoveva lo sviluppo del fanatismo, attizzato pure dall'Inquisizione, con la persecuzione dei mori e degli ebrei. Nel 1527 Osuna rammenta un uomo santo, il quale già da cinquant'anni era dedicato alla meditazione ed all'abnegazione. Già nel 1449 Francisco de Villalobos rammentava gli ispiratori, i quali provenivano dall'Italia e che, secondo lui, avrebbero dovuto essere rinsaviti con la frusta, con la fame e con la prigione.

Ciò dimostra che il misticismo si era manifestato nella Spagna; la divulgazione era facilitata dalle Beate, che erano donne dedicate alla vita religiosa, senza entrare in un ordine; avevano generalmente di elemosina ed erano considerate come profeti ispirati da facoltà soprannaturali. Fra queste emergeva in quell'epoca la Beata da Piedrachíta, che, sebbene nelle epoche successive avesse molti emuli, in quei tempi costituiva un fenomeno assolutamente nuovo. Essa era figlia di un contadino fanatico, praticò con passione il misticismo dedicandosi completamente all'astrazione meditativa, in cui godeva la più intima comunione con Dio, fra le braccia del quale si assorbiva nel divino amore.
Talvolta asseriva che Cristo era con lei, altre volte diceva di essere lei stessa Gesù Cristo, oppure la sua sposa. Molte volte comunicava con la Santa Vergine ed in questi casi parlava come se fosse lei la Madre di Dio. La sua fama si divulgava sempre più ed essa era adorata; molti consideravano la sua attività una pura superstizione e ne pretendevano l'arresto, ma Ximenes, che aveva la parola decisiva, dichiarò che la Beata era irradiata della saggezza divina ed anche Ferdinando che la visitò ripetutamente riconobbe di credere nella ispirazione della donna.

In questo caso non vi era ancora traccia della sensualità, ma vi era un'altra ramificazione del misticismo, che lo rese particolarmente pericoloso alla Chiesa ed odioso ai teologi. Nel 1512 Ximenes informò Fra' Antonio de Pastrana di aver incontrato una donna che era completamente invasa dal demonio. Egli si occupava esclusivamente di cose spirituali e non si era mai curato delle donne, perciò scrisse immediatamente a Madre Juana de la Cruz per chiedere la sua collaborazione.
Guadalajara e Pastrana divennero così il centro di un gruppo di mistici ed il fatto, nel 1521, attirò l'attenzione del Santo Uffizio.

La prima propagratrice delle dottrine mistiche, a quanto pare, fu una sarta, di nome Isabel de la Cruz, la quale col suo spiccato talento emergeva nello spiegare le Sacre Scritture e dal 1512 era a capo del movimento, sino a che non venne sostituita da Francisca Hermandez.
L'ordine di San Francesco contava in quei tempi già numerosi mistici. Il guardiano Francescano di Oscalona, Juan de Olmillos si trovava in permanente stato di estasi quando somministrava i Sacramenti e durante le sue prediche che erano piene di incomprensibili esagerazioni. Quando venne trasferito a Madrid, la sua presenza attirò gran folla nella chiesa, per spiare le sue convulsioni e tutti lo considerarono santo.

Durante le istruttorie dell'Inquisizione queste aberrazioni provocarono non poca confusione. Tuttavia non v'è dubbio che la gran maggioranza dei mistici spagnoli fosse costituita da persone assolutamente virtuose. Ma le esaltazioni spirituali, trascorse in promiscuità sessuale, minacciavano continuamente la sensualità e coloro che ritenevano di camminare sulla giusta via, ad un tratto si accorgevano che il corpo tradiva lo spirito. L'esperienza era antica, quanto lo stesso misticismo e gli eloquenti ammonimenti di San Bonaventura, rivolti ai confratelli, dimostrano che egli doveva essere stato testimone di molte cadute.

Gran numero delle istruttorie svolte attorno al misticismo si occupavano della strana personalità di Francisca Hernandez, che successe ad Isabel de la Cruz, nella direzione dei mistici. A quanto pare essa aveva delle qualità molto seducenti, che faceva valere di fronte ai suoi svariati ammiratori.
Francisco de Osuna era il primo scrittore spagnolo che si fosse occupato di misticismo ed apparteneva ai seguaci della scuola di Santa Teresa.
Francisco Ortíz, un Francescano virtuoso, era grande ammiratore della Hernandez. Un altro genere di ammiratore era però Antonio de Medrano, il quale la conobbe nel 1516, quando studiava all'Università di Salamanca. Francesca Hernandez era bella e povera, ma durante la sua lunga carriera era sempre stata sovvenzionata dai suoi ammiratori, sebbene si dichiarasse sposa di Cristo. Essa non viveva in modo ascetico, era raffinata nella scelta dei commestibili e dormiva in un morbido letto, che divideva senza alcun scrupolo con i suoi ammiratori di sesso maschile.
Per condurre questa vita aveva bisogno di mezzi e perciò, assieme al Medrano, persuasero un disgraziato giovane, di nome Calero, a vendere i suoi beni paterni e a dividere il ricavato fra i mistici che Francisca raccoglieva attorno a sè.
L'autorità Vescovile aprì un'istruttoria che ebbe per conseguenza l'esilio di Medrano e della Hernandez. Quando la strana copia si stabilì a Valadolid nel 1519 venne posta sotto accusa dal Tribunale dell'Inquisizione. In quei tempi però l'Inquisizione non era ancora impressionata dal misticismo al punto di condannare severamente questa eccentrica forma di devozione, perciò si accontentò di vietare al Medrano di restare oltre con la donna. Questo divieto venne però astutamente eluso. Il Tribunale, in seguito, per dare esecuzione alla sentenza, inviò il Medrano a Navarrete. La Hernandez venne tenuta sotto sorveglianza, ma aveva tale fama di santità che il Cardinale Adriano le chiese delle preghiere a favore di se stesso della Santa Madre Chiesa.

Nel 1525 l'Inquisizione la arrestò di nuovo sotto accusa di mantenere relazioni sospette con uomini e quando la rilasciarono dovette giurare che non si sarebbe più abbandonata a confidenze sconvenienti. Intanto Medrano contínuava la sua carriera di mistico a Navarrete, teneva colloqui con lo Spirito Santo e si dichiarava infallibile. Nel 1526 anch'egli venne arrestato dal Tribunale di Longrono, ma dopo 18 mesi di prigione venne rilasciato con una semplice diffida. Il fatto di essere sfuggito ad una condanna più grave lo stimolò a maggiore audacia e in breve ritornò fra gli ammiratori della Hernandez, per cui, nel 1530, venne di nuovo posto sotto accusa dal Tribunale di Toledo.
Vi erano sufficienti prove che il contatto fra le due persone era di carattere perverso al massimo punto. Tuttavia l'uomo negò recisamente, dichiarando di essere un preferito di Dio per cui nemmeno la donna più scellerata, nè tutti i diavoli dell'Inferno, lo avrebbero potuto indurre ad una azione immorale. Ma la grazia divina lo aveva pervaso soltanto dopo aver conosciuta Francesca. Egli era capace di star coricato con una donna, a letto, senza sentirne il minimo desiderio, perciò egli si dilettava in modo del tutto innocuo con la Hernandez, abbracciandola, ciò che le procurava piacere. Aggiungeva di essere fermamente convinto ch quella donna fosse immune da ogni peccato sensuale e terreno e di considerarla superiore a qualsiasi Santo del Cielo ad eccezione della Santa Vergine.

Quando però il buon uomo venne sottoposto alle torture confessò tutto quanto volevano sapere da lui, ammettendo di aver divulgato fra il popolo la santità di Francisca soltanto allo scopo di procurarle maggiore fama e i mezzi per il sostentamento di entrambi. Confessò di essere geloso degli altri ammiratori della Hernandez, tra i quali nominò Valderrama, Diego de Villa Real, Munos, Cabrera, Gumíel, Ortiz e Sayavedra, nonchè il fratello di quest'ultimo, volendo dimostrare con ciò il numero ed il ceto di coloro che erano avvinti dal potere mistico e dalle grazie della donna. Confessò inoltre che la Hernandez gli aveva insegnato che l'uomo e la donna devoti potevano abbracciarsi senz'altro ignudi, poichè non era l'abito, ma l'intenzione che importava.
A questo punto l'Inquisizione si decise di agire con rigore, e con la sentenza del 21 Aprile 1532, dichiarò che il Medrano era eretico irreparabile, un truffatore ipocrita, che aveva unicamente lo scopo di procurarsi danaro per una vita dissoluta; perciò egli doveva confessare pubblicamente all'« auto da fé » tutti i suoi peccati e poi ritirarsi in un convento, per tutta la vita, evitando qualsiasi contatto con Francesca, sotto pena spettante ai recidivi.

La personalità avvincente di Francisca Hernandez ebbe maggior rilievo nell'influenza che essa riuscì ad esercitare su un carattere infinitamente superiore di quello del Medrano. Francisco Ortiz era uno dei membri più promettenti del grande Ordine Francescano, conosciuto in Spagna come uno dei migliori predicatori. Sebbene non fosse mistico, le sue dichiarazioni, fatte dal pulpito, avvicinavano pericolosamente l'estremo limite che divideva le due tendenze. Nel 1523 conobbe la Hernandez, ed i suoi sentimenti verso la donna sono caratterizzati dalla ostinata dichiarazione che fece dinnanzi all'Inquisizione, durante l'istruttoria svolta a suo carico. « Non v'è parola, quantunque fervente essa sia, che esprima soltanto in minima parte quel sacro amore, tanto puro e dolce, forte e potente, pieno di grazia divina che fa sciogliere ogni anima ed ogni cuore. Posso chiamarla la mia vera madre, la donna del mio cuore, e per mezzo di lei spero che al terribile giorno del Giudizio potrò essere fra i degni. Potrei chiamarla anche mio amore, poiché amando lei non amo che Dio stesso ».

La purezza dei sentimenti di Ortiz, nella sua relazione con Francesca, non può essere messa in dubbio, dal momento che la stimava tanto; tuttavia i suoi superiori vedevano di mal occhio e con crescente inquietudine l'aberrazione dell'uomo che era considerato come uno dei più valorosi sostenitori dell'Ordine. Invano gli ordinarono di cessare ogni contatto con la donna; egli rispondeva irritato che doveva ubbidire a Dio e non agli uomini e che se gli avessero proibito di vedere la donna adorata, si sarebbe fatto piuttosto trasferire ai Certosini.
Per ottenere la separazione dei due i Prelati Francescani persuasero l'Inquisizione ad arrestare la Hernandez. Il provvedimento però ebbe la conseguenza inattesa che l'Ortiz in una sua predica, dinnazi alla nobiltà della città, accusò aspramente l'Inquisizione per l'immane peccato di aver arrestata la Santa donna. Una simile predica sobillatrice era senza precedenti e Ortíz venne posto immediatamente sotto accusa, non per essere punito, ma per ottenere che migliorasse e divenisse ragionevole. Egli però, ostinato, mantenne ferma la propria opinione, per quasi tre anni.
La Regina Isabella invano intervenne due volte, per sollecitare la sua liberazione, come pure Papa Clemente VII invano la pretese con la sua lettera del 1 ° Luglio 1531, diretta al Cardinale Manrique, adducendo che Ortiz non aveva altra colpa che di aver protestato contro l'arresto di quella Santa donna.

Finalmente nel 1532 egli subì una trasformazione nell'anima e lo stesso violento stimolo, che precedentemente lo aveva indotto a protestare, lo spinse ora a dichiarare che Dío gli aveva dato la grazia di potersi rendere conto dei propri errori e così ritrovare la pace e l'equilibrio dello spirito. La sentenza lo sospese per cinque anni dalle funzioni sacerdotali, inoltre lo relegò per due anni nella clausura di Torrelaguna, sottraendolo così completamente all'influenza di Francisca. Il condannato si presentò immediatamente nella clausura, sebbene diverse bolle papali lo avessero esonerato da ogni castigo ed i suoi superiori lo avessero sollecitato di non ritirarsi. Egli rimase irremovibile, dichiarando che la solitudine gli era divenuta cara. Così egli rimase nella clausura fino alla sua morte, avvenuta nel 1546, venerato e ammirato da tutti i confratelli.