ANNO 1949

 

QUELL' 8 SETTEMBRE
(disertare non disertare?)
che beffa! per Franco !!!

UNA STORIA SIMBOLO

Questa è la cronaca di un processo di un giovane di Milano svoltosi nel 1949.
Il  resoconto-commento fu poi riportato dal settimanale OGGI, n.18, del 4 maggio 1950.
Scritto di persona dall'editore Edilio Rusconi;  titolo:


 
"Un processo pericoloso"


Cerco di ricapitolare i fatti:

In questa questione di logica, molto grave, nel processo c'era il "giovinotto" che diventava un simbolo o almeno un perno sul quale girava tutta la tumultuosa storia del Paese da quel fatidico 8 settembre 1943 (ma anche prima, quando già nel 1941, alle prime disfatte (Grecia, Libia, Eritrea) le radio clandestine già invitavano a "boicottare" la guerra, a non cooperare con gli "alleati" (tedeschi) , a sabotare la produzione, a non essere complici dei fascisti e dei nazisti. Di mettersi contro lo stato sovrano; insomma il soldato italiano, doveva alzarsi un mattino e dopo aver ascoltato "quelli", entrare dentro un angosciante dubbio e decidere lui con chi stare. Cosa migliore dicevano "quelli" era disertare, non ubbidire ai propri comandanti, buttare al vento i giuramenti, e quindi tutto il proprio passato, gli anni di formazione giovanili, le idee, insomma seguire l'istinto. Ma quale? Quello del ribelle !! Ma non dimentichiamo che le
norme in vigore in tutti i paesi belligeranti "le Violazioni alle regole della condotta di guerra sono considerate reati se vengono commesse senza un ordine"

Una storia quella del nostro "giovinotto" di milioni di "giovinotti". Che avevano, alcuni, a un certo punto capito prima, alcuni solo il 25 luglio, alcuni l'8 settembre, altri il 9 settembre, e altri ancora nonostante gli eventi drammatici negli impari eventi bellici, non capirono né prima, né durante, né dopo, e neppure dopo molti anni; infatti qualche ostinato non ha capito nemmeno quando poi lui è diventato vecchio. Al massimo quest'ultimo ci racconta "fuga io? no, io ho agito secondo coscienza!". Cioè - come dicevamo sopra- uno si alza la mattina e decide lui con chi stare. Eppure lui ha fatto un giuramento di ubbidienza, o pensa che quelle mostrine che ha sono solo una etichetta come il "sale e tabacchi"?
Un generale finita la guerra, su questi tragici eventi scrisse su un ospitale giornale perfino una apologia alla diserzione: "Perchè si può essere spergiuri e decidere noi con chi schierarsi"


la lettera di questo generale si commenta da sola


Questa è la disgraziata storia di...chiamiamolo "Franco" per comodità, perchè quel "giovinotto" vive ancora e non sarebbe giusto nominarlo in questa sede. Di "Franchi" come lui il Paese ne è pieno ancora oggi, fanno parte di quella generazione che è nata o cresciuta dentro quell'arco di anni che nel bene o nel male (ma le rivoluzioni sono queste - la gente fa quello che vuole) hanno modificato sia il Paese che la storia di questo Paese chiamato Italia.
L'arco di anni di questa storia comprende il fascismo, la guerra, la resistenza e il dopoguerra.

Franco nasce nell'anno 1926 a Milano. Come tanti, fin dalla culla è inviluppato dai padri, dalla società, dallo stato, dal regime, dalla scuola, in una mentalità che ha creato una certa cultura militarista.. 
Quella stessa cultura che i "padri" avevano concepita dopo il 1921; e l'avevano fin da piccoli cucita addosso ai propri figli, assieme alle divise e con i "vangeli"  di Starace. (in ogni epoca, dalle guerre del Peloponneso in poi, c'è sempre stato uno Starace!)

Franco diventa così un "figlio della lupa", poi "balilla", infine "avanguardista".
Al censimento del 31 maggio 1936, nell' ONB c'erano 5.031.905 di giovani come lui.
Franco in questa cultura che parla molto di ardimento, non vede l'ora di entrare nella MVSN; nella milizia volontaria, in quella dove approdano i giovani 18enni dotati (si afferma da più parti) di altissime virtù;  prima di tutte quella di cittadino di una Patria, poi quella di audace milite per la difesa di questa Patria. 
Questo corpo paramilitare fa capo al Primo Ministro, al capo supremo del Partito Fascista, ed è divisa in 123 legioni raccolte in 4 raggruppamenti, con sede a Milano, Bologna, Roma e Napoli.
Ma vi si entra a 18 anni, quindi Franco dovrebbe aspettare fino al 1944. E come tanti suoi coetanei anche lui è impaziente di dimostrare le sue virtù; dare delle soddisfazioni ai suoi "maestri" che sul petto sfoggiano già chili di medaglie, nastrini, croci, aquile, fiocchi e fiocchetti di tutti i colori.

L'Italia nel 1940 entra in guerra quando Franco ha 14 anni. I più grandi di lui, gli "eletti", sempre di più iniziano (con entusiasmo, cantando) ad andare al fronte, in Africa, in Albania, in Russia, sempre, sempre  di più, e sempre più lontani, purtroppo per molti di loro un viaggio senza ritorno; fin quando agli inizi del  1943, il suolo italiano trasformato anch'esso in uno dei tanti scenari di guerra, in casa ha bisogno di nuove energie, che non ci sono, e chiama a raccolta tutte le forze della nazione a fare il proprio "dovere", e fra queste, i tanti Franchi che hanno, come il nostro Franco, appena compiuto 17 anni.

Le adunate certo erano una cosa, più divertente, meno pericolose, ma Franco vissuto in quella cultura, cosa dovrebbe fare? Non presentarsi? Scappare? Stare a guardare? Tradire l'insegnamento dei padri e dei suoi maestri?
Potrebbe sostenere gli sguardi di chi lo vede a casa a fare l'imboscato, il fannullone? Il traditore?
 
Franco nemmeno lo pensa, ed eccolo con entusiasmo presentarsi volontario. Lo registrano (sarà proprio questa la causa di tutti i suoi guai) e lo destinano a una contraerea, a "fare il suo dovere".
Franco è un ragazzo intelligente, e nel corso degli eventi (stiamo parlando dei critici primi mesi del 1943) meglio di tanti maturi signori e noti decorati generali, analizza la situazione, legge i giornali che parlano di millantate vittorie qui e là che non lo convincono proprio; le notizie che filtrano parlano invece di tante disfatte, in Russia come in Africa; inoltre davanti alla sua contraerea vede ogni giorno sempre più aerei, stormi di caccia, una moltitudini di bombardieri che stanno seminando morte e distruggendo le città oltre che il morale degli italiani. A maggio e a giugno gli stessi italiani, non sanno a che santo votarsi, e quando bombardano Roma, la capitale del cristianesimo, non sanno nemmeno più a quale Dio raccomandarsi. Perfino il Papa vede venir fuori dalle tombe del Verano, squarciate dai bombardamenti le salme dei propri genitori.
Lui invoca a braccia spalancate Dio, ma questi se prima era "con noi" scritto perfino nei cinturoni dei nazisti, ora è con gli altri che hanno scritto pure loro nelle carlinghe "Dio è con noi".

Franco s'interroga, approfondisce, vuole sapere, ascolta anche lui clandestinamente qualche radio, ode voci ora suasive, ora  minacciose;  voci dialettiche di italiani che da quelle stazioni esortano i soldati a disertare e a sabotare la guerra ideologica; che spronano ad affrettare la sconfitta come l'unica via per uscire dal disastro; ed il disastro c'era davvero, ed era davanti agli occhi tutti. Dall'Africa brutte notizie, dalla Russia ancora più tragiche, e non passava  giorno che una città venisse colpita al cuore e a contare morti, feriti, distruzioni.

Franco, malgrado tutta quella cultura giovanile arrivò alla conclusione:  prima dell'ideologia veniva la Patria. "Farò il mio dovere, farò quello che quei signori mi indicano; anche perché mi sembra giusto, qui ormai e tutto perduto, non c'è più scampo".
Franco non era il solo ad arrivare a queste conclusioni, perchè nell'aria c'era già qualcosa da tempo, anche nelle alte gerarchie non allineate al Dux. Tutti cercavano e tentavano di uscir fuori da quella brutta avventura; vi si erano imbarcati con tanta leggerezza, con tanta impreparazione e senza mezzi nel 1940.
Del resto nei giorni che Franco prende questa sua decisione, al 25 luglio mancava poco. Che è poi quel giorno in cui l'Italia fu piena di camaleonti. 

E anche quando arrivò quell'ambiguo proclama del Re e di Badoglio ("la guerra continua"), a fianco di questo proclama, su tutti i giornali, appariva anche un trafiletto incorniciato : "Continuano a circolare e a diffondersi false voci di avvenimenti sensazionali. Si invitano gli italiani a non prestare attenzione a tali voci messe in circolazione da elementi antinazionali al solo scopo di turbare l'ordine pubblico". 
Che cosa volesse dire non era tanto chiaro, ma come tanti italiani, anche Franco capì qualcosa. Infatti dopo pochi giorni fu sciolto il partito fascista. E in quanto alla "guerra continua" molti si chiedevano "ma contro chi?". La risposta non la si dava a voce, altrimenti erano pur sempre guai, ma veniva a tutti dal di dentro.

Dopo questo 25 luglio, quasi tutti si sentirono colpevoli (i giovani li fecero sentire colpevoli  proprio padri e i "maestri", quelli che avevano campato, ricevuto onori, medaglie e prebende col fascismo).
Scriverà Marina Addis Saba "Al crollo del regime ci fu uno straordinario e oggi incomprensibile scambio delle parti per cui i giovani, che avrebbero dovuto essere gli accusatori, furono invece gli accusati, mentre assunsero il ruolo di accusatori gli adulti, dove la maggior parte di loro erano stati conniventi con il fascismo e tutti d'altronde erano se non altro colpevoli di omissione verso le nuove generazioni".

Franco - mentre all'improvviso in giro di fascisti non se ne vedevano più, tutti squagliati, perfino i "fedelissimi" quelli della MVSN-  lui l'aveva capita subito la situazione; si era tolta e aveva ripiegato la camicia nera, divenuta anacronistica perché non era certo quella che faceva la differenza nella lotta impari di mezzi e di strategie, l'aveva messa nel cassetto ed aveva abbandonato la contraerea. Lui quasi si sentiva più tormentato degli altri perché lui nessuno l'aveva obbligato, lui si era offerto come volontario; ma pensandoci bene non si sentiva colpevole, perché davanti a quello strumento di morte che gli avevano affidato non aveva fatto in tempo a trasformarsi in un criminale. Alla contraerea lui c'era stato, ma era quello un oggetto inservibile perché oltre che essere quell'arma antiquata  al pari di un moschetto '91, quel pezzo di ferro e di bronzo era anche inutile perché non c'erano a disposizione nemmeno le munizioni per farla funzionare.
Non ebbe quindi né scrupoli, né si sentì in colpa per questa sua defezione.

Poi arrivò l'8 settembre. Questa volta lo squagliamento avvenne nell'esercito e fu generale, e i primi a darsi alla fuga furono proprio i generali, con davanti il Re seguito da Badoglio (proprio quello che poche ore prima aveva detto "si serrino le fila davanti a sua maestà vivente immagine della Patria", e aveva pure scritto e fatto pubblicare "non prestate ascolto a false voci").
A questo punto Franco cosa pensa? rivolge  un pensiero riverente agli oratori delle radio straniere e si sentì un precursore, di aver intuito prima degli altri come sarebbero andate a finire le cose; si assolse  così da solo da quella fuga fatta in anticipo sugli eventi.

Fra l'altro non era a tutti gli effetti un soldato, di giuramenti al "sacro e regio esercito" non ne aveva fatti, quindi non si sentì proprio per nulla un traditore né un disertore. Volontariamente era entrato dentro, e volontariamente era uscito. Del resto in quei giorni molta gente (compresi gli oratori radiofonici, cassandre o no) che di fatto e anche giuridicamente erano disertori di un regio esercito, dell'esercito di uno stato sovrano, rientravano in Italia a fare quella corsa gloriosa agli onori e alle cariche che la nuova situazione aveva creato.

Ma nei successivi giorni e mesi, accadde di tutto, incidenti, rappresaglie, vendette, eccidi e tanti drammi. Ci fu una gran confusione di idee. Da quelle prime forme spontanee che diedero vita alla resistenza, dentro la stessa spuntarono subito fuori altre ideologie; ne era uscita dalla porta una, e dalla finestra ne entravano cento.
Regno del Sud, repubblica del Nord, fascisti repubblichini, partigiani di tutte le tinte. Gli uni trovavano l'onore e la patria nella continuazione della guerra a fianco dei tedeschi; gli altri trovavano l'onore e la patria nell'obbedienza al re e nella guerra contro i tedeschi, e altri ancora (in mezzo ai due) speravano nel distacco di pezzi d'Italia (come l'indipendentismo siciliano, oppure i Titini in Friuli).

Ognuno si accaparrava (alcuni depredavano) o per campare o per le tante fanatiche ideologie che spuntavano come funghi, pezzi di Patria, insieme a chili di pasta, di burro, pezzi di enti, circoli, industrie, prefetture, comuni (diventati Repubblichette "fai da te") ecc., oppure alcuni operavano come "banditi" per metter fine a loro modo (vere e proprie faide, anche fra gerarchi) ad alcuni vecchi rancori che con la guerra non avevano nulla a che fare. Al Nord come al Sud, tra elmetti di tedeschi o tra gli elmetti dei nuovi alleati.
Gli italiani si chiamavano l'un l'altro ribelle, traditore, e si sparavano addosso, e questi facevano fucilare o deportare i fratelli e quelli facevano bombardare i fratelli. Ognuno poi seppelliva i suoi morti e giurava  vendetta tremenda.
Dove va Franco  in questo periodo oscuro non ci interessa per il momento.
Nè dove è andato a schierarsi, se in una unità partigiana o in quella di Salò.
 
Carlo Mazzantini scriverà "Non credo di compiere un arbitrio stabilendo un parallelo di sentimenti e motivazioni etiche fra queste unità che formarono il primo nucleo dell'esercito repubblichino, e quelle formazioni partigiane che sorsero dalla dissoluzione di quei reparti militari che non si arresero ai tedeschi e furono denominate "autonome", perché non riconducibili a un partito politico o a una precisa ideologia.....Scattò in alcuni un istintivo soprassalto di ribellione contro lo sfacelo, un sentimento di non accettazione della miseria morale in cui era sprofondato il paese, il bisogno di dissociarsi dalle viltà, le fughe, l'abbandono; che si manifestarono nel cercarsi fra coetanei, nell'impulso a unirsi, a fare gruppo"  (C. Mazzantini, "I ballilla andarono a Salò", Marsilio, 1975)

Dove andare non era facile. Ma poteva succedere ed è accaduto a molti anche questo: che nel 1940 si veniva chiamati per fare il "proprio dovere" (e la legge di qualsiasi paese lo pretende con le buone e con le cattive), mentre dopo l'8 settembre Caio e Tizio (non sapendo decidersi) non si schierarono né da una parte né dall'altra. Se ne andarono a casa. Ma qui li raggiunse (a nord come a sud) la chiamata alle armi, e dovettero presentarsi, salvo essere dichiarati disertori e passati per le armi. 
Caio non si presenta e va a fare il partigiano. Mentre Tizio si presenta e viene inquadrato.
Caio da' la caccia e ammazza  tutti quelli che hanno le mostrine come Tizio.
E Tizio dà la caccia a tutti quelli che sono stati dichiarati come Caio "ribelli disertori".

Entrambi forse non volevano far nulla, ma purtroppo -ordini superiori- sono costretti ad ammazzarsi l'un l'altro.

Abbiamo detto che per il momento non ci interessano le scelte che fa Franco, perchè nella "resistenza" si era partiti con la spontaneità (vedi in Abruzzo) ("ognuno decise di fare quello che gli dettava la coscienza" afferma Carlo Azelio Ciampi, pure lui in fuga). Anche perchè i motti ricorrenti erano "Tutto per l'Italia" (anche se le Italie erano due); oppure "Da noi non si fa politica". Ma non era così, perchè poi cominciarono i distinguo, i discorsi patriottici diventarono sempre di più astratti, e la politica che andò a insinuarsi dentro le "bande", i "gruppi", si fece anche dura e portò un'altra volta a dividere il paese, anzi a dividere gli stessi gruppi. Ognuno preparava un suo personale "programma" del dopoguerra, spesso in contrasto con gli altri, e per imporlo ricorreva anche a mezzi radicali: la repressione o il terrorismo. 

Tutta la "faccenda" guerra, fu alla fine (quasi) risolta quando i carri armati anglo-americani passarono il Po e misero fine al conflitto. Tutti, ma proprio tutti, gli italiani sconfitti ebbero tutti i torti...

E anche se milioni di fascisti (veri o falsi non cambia nulla) erano diventati improvvisamente tutti antifascisti, davanti al mondo (è scritto nel trattato) erano i "vinti", senza distinzione se rossi, neri, bianchi, verdi; perdenti erano! e infatti tutti come perdenti furono trattati a Parigi il 10 febbraio 1947).

Avevano vinto i "nemici della prima ora", avevano perso gli "amici della prima ora"; aveva "vinto" si disse la "resistenza", quegli italiani che -avendo capito alcuni prima e altri dopo l'8 settembre- disertando da un esercito del proprio stato sovrano, giuridicamente statuale, si erano rifugiati o all'estero o erano saliti sui monti a fare i "partigiani".

Vittoria! E Franco che il 25 aprile del 1945 non era ancora ventenne, cosa pensò quel giorno della "liberazione" ? Fra tanti dubbi, scrupoli e sensi si colpa, tirò un gran sospiro. Era in fin dei conti andata bene! Aveva visto giusto quel famoso giorno che abbandonò la contraerea. Lo aveva capito subito lui! Infatti il 25 aprile 1945 lui da che parte si trovava? Ma dalla parte del vincitore!!!

 Nella sua razionalità "irrazionale" fu in un certo senso anche fiero. Non stava prendendo tante medaglie come tutti quelli che le stavano ricevendo per aver fatto la stessa cosa che aveva fatto lui e che ora stavano salendo nell'olimpo della nuova politica del Paese, ma comunque Franco era soddisfatto. Ma per cosa? Ma per "aver salvato l'Italia!!!", così dicevano tutti quelli, nei vari comizi o dai vari pulpiti; e così scrivevano tutti i giornali parlando dei vari "patrioti", tizio, caio e sempronio. Creando in non pochi casi -su alcuni  personaggi- una falsa cultura resistenziale, a disdoro dei purissimi eroi che invece la Resistenza ha seriamente annoverato. Che hanno -pur rischiando la propria pelle- agito "pulito": senza eccedere. Come colpire obiettivi militari, ponti ecc. ma senza sparare nel gruppo, nè a mettere -con degli irresponsabili attentati- a rischio i civili.

Arriva la pace, il dopoguerra, si riforma uno Stato libero, le Amministrazioni ricominciano a funzionare, i Tribunali militari anche, i Distretti militari pure. E dentro i "nuovi" distretti e i "nuovi"  tribunali  chi c'è dentro? Un po' di tutto: nostalgici con l'amaro in bocca che -nonostante tutto- sono rimasti  ai loro posti, oppure coloro che hanno fatto i partigiani e che ora quei posti con "diritto" li vogliono anche loro occupare.

Passa un anno, ne passano due; Franco nel 1947 compie 21 anni. Dovrebbe dunque andare a fare il soldato; ma dal Distretto Militare non gli arriva solo la cartolina precetto, ma gli arriva anche una infamante accusa, quella di diserzione. Come sia possibile che uno è disertore se non è stato mai chiamato alla leva.  Franco era un giovanissimo volontario nel 1943, e per di più di un regime abbattuto, ritenuto la fonte del male e che lui, prima di tanti altri, si era dissociato, non partecipando a fare quel male.

Come sia possibile, se lo chiede lui e se lo chiedono quei tanti che Franco va interrogando a destra e a manca; ma prima ancora di andare alla visita, il meccanismo si era ormai messo in moto, e il giovanotto si vide arrivare a casa i carabinieri per l'arresto. Finisce così davanti al tribunale militare per essere processato.
Franco non fa nemmeno in tempo di capire cosa gli sta succedendo, che in tribunale dopo un frettoloso dibattito udì il pubblico ministero chiedere una condanna a 12 anni di reclusione.

Nacquero subito le polemiche. Il processo andò in stallo, le sedute furono tante, la conclusione sempre più lontana.
Il collegio giudicante (con dentro le due fazioni con l'intenzione di far finire tutto a "tarallucci e vino" perchè conveniva ad entrambi) continuò a evitare di pronunciare una sentenza di assoluzione o di condanna, e seguitò a rinviare il processo a nuovo ruolo. Nel 1950 la "questione" non era ancora finita perché era proprio un bel "pasticcio".

A noi ora non interessa più come andò a finire l'imputato Franco. Ci interessa il "processo". Che era "un processo pericoloso". Così infatti lo definì nel suo articolo Edilio Rusconi, nel suo settimanale.
Riflettendo lui, ma facendo riflettere molti italiani, già allora. Ma ora, in questa sede, io dico per far riflettere anche i futuri cittadini prima di commettere gli stessi errori.

Scrisse che "...in questa richiesta di condanna a Franco non c'era niente da fare: le leggi contro la diserzione c'erano e sono in vigore, e, se le si abrogasse, vedremmo le idee di patria e di dovere trasformarsi in una lavagna dove ognuno può scrivere o cancellare tutto quello che vuole e quando vuole".

Ma ora, Franco come lo si può giudicare? Bisognerebbe prima giudicare tutti coloro che gli parlavano dall'estero, i quali invece sono oggi in posizioni altissime. Ma giudicare questi significherebbe disgregare ulteriormente il Paese; e si condannerebbe, condannando il giovane precursore, tutto l'antifascismo di prima e di dopo l'8 settembre, e tutta la Resistenza; e se si condanna la Resistenza, di cui i comunisti hanno fatto arbitrariamente monopolio, i comunisti si arrabbiano, i convegni per la Resistenza  non si possono più fare, molti terrebbero un discorso di meno, e i liberali di complemento e gli azionisti effettivi si offendono, e Benedetto Croce se l'ha a male, e magari i parenti di qualche fucilato per le vie o nelle rappresaglie oseranno chiedere conto.

Ma se ora si assolve Franco,
si cade in un altro grosso guaio: si giustifica, per il passato come per il futuro la diserzione, il sabotaggio militare, il venir meno al giuramento di fedeltà, ognuno è giustificato se interpreta il dovere verso la patria secondo le sue opinioni o i suoi interessi personali.
Ma allora come la mettiamo con i fucilati al nord, con i fascisti condannati, con i collaborazionisti, i quali si comportarono proprio così? 
I "fedeli" massacrarono i disertori, e i disertori massacrarono i "fedeli".
Fedeli al Re anti 8 settembre, fedeli alla Patria, fedeli al giuramento gli uni?
Fedeli al Re post 8 settembre (spergiuro lui stesso), fedeli alla Patria, fedeli solo a se stessi gli altri?

Non dimentichiamo che si era considerati disertori sia al Nord che al Sud se non si rispondeva alla chiamata.

Se uno ha il diritto di piantare un reparto militare, un altro ha il diritto di piantare un altro reparto militare, per andare a casa, alla macchia, sui monti o a Salò conta poco. Ma allora dove finiscono le distinzioni morali, civili, penali, tra repubblichini e patrioti? Ognuno serviva una sua  Italia, a parte il terzo elemento, formato da coloro che servivano il comunismo, ognuno ha vissuto una storia dolorosa, onorevole e sporca insieme per tutti quanti.

Ma c'è di più: soltanto se si assolve il giovane Franco, diventato un simbolo più grande di lui, e soltanto se si assolvono coloro che hanno mancato allora alla fedeltà della patria per servire un partito, è possibile evitare oggi di processare alcuni comunisti per i non meno gravi tradimenti contro la nazione che essi  consumarono nel nome di (anche questo no?) un partito. Dunque è davvero una faccenda pasticciata.

E' augurabile - proseguì Rusconi-  che il processo al soldatino venga archiviato; e le distinzioni tra cittadini e cittadini, anch'esse. Gli uomini che si sono battuti nella resistenza per ideali di libertà, con purezza di cuore, non l'hanno fatto né per favorire i convegni, né per perpetuare odi e rancori. Essi servivano un loro dovere, servivano la patria; molti sono morti per questo. La loro nobiltà è nelle loro coscienze. Essi non miravano a dividere gli italiani eletti o reietti; né a servire l'Unione Sovietica; nè a favorire il "reducismo" dei finti resistenti. E non hanno sofferto per creare una nuova retorica.
Non ci può essere coscienza unitaria che sulla base dell'amore verso la Nazione  da una parte e verso i veri principi democratici dall'altra; e per ottenere questo bisogna rammendare con pazienza questo tessuto lacerato che è il popolo italiano.
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Sullo stesso settimanale, contemporaneamente a questo sfogo di Rusconi, lo storico Alberto Consiglio, in dodici circostanziate puntate, ripercorrendo l'intera vita di Vittorio Emanuele III, quando giunge a questa lacerazione del popolo italiano, a questo drammatico 8 settembre, si chiede se il Re fece tutto quello che era in suo potere per evitare quella tragedia.

"Era molto vecchio e molto stanco, ma più della sua vecchiaia e della sua stanchezza, gravava terribilmente sulla situazione il suo carattere, la sua mancanza di comunicativa umana. Il Re non era simpatico nel senso grato agli italiani. Rude, scontroso, misantropo, taciturno, egli aveva tutte le caratteristiche sgradevoli per il gusto latino e mediterraneo.
Una sola volta egli aveva colpito ed entusiasmato la fantasia degli italiani; aveva lusingato l'immaginazione del nostro popolo; questo era avvenuto pochi giorni prima. Il piccolo vecchio che aveva osato cacciare e arrestare quel gigante, che era ancora  temuto da innumerevoli persone, che era detto dittatore, convinti che molti per difenderlo sarebbero scesi in piazza a innescare una guerra civile.

"La tanto temuta rivolta per la destituzione di Mussolini non avvenne; perfino il suo arresto fu mandato giù, digerito; gli italiani si dimostrarono saggi, consapevoli e realisti. In gioco c'era la Patria, l'Italia territorio, dove non è possibile girare pagina;  nelle ideologie invece sì, possono cambiare -come aveva profetizzato lo stesso Mussolini- ("in ventiquattrore! basta un titolo su un giornale e ti ritrovi nella polvere"), e la Nazione resta in piedi, perchè  - e questa era un'altra profetica frase del Re - "a un certo punto il Paese fa quello che vuole". E ogni tanto gli italiani, o sull'intera penisola o nei vari piccoli regni, o nei Comuni, hanno fatto sempre quello che volevano, nonostante papi, re,  imperatori o dittatori.

"Per questa stessa ragione, la "FUGA" da Roma, l'immagine di questo piccolo re che fugge all'alba, abbandonando l'intero esercito e l'orgogliosa capitale (nella quale suo nonno era entrato con tanta sicurezza) attirandosi lo sdegno dell'opinione pubblica mondiale, aveva letteralmente offeso la fantasia e il sentimento degli italiani.
Lo storico qui, non ha niente da dire. Non c'erano in Italia, da una parte e dall'altra, che i sentimenti. 
I sentimenti elementari:
Spiegabile sentimento di offesa e di umiliazione, da parte degli italiani onesti che avevano militato nel fascismo e che si vedevano confusi e mescolati coi disonesti e coi criminali.
Spiegabile sentimento di rancore da parte degli antifascisti che avevano subìto un ventennio d'oppressione, di esilii, di carceri e di confino.
Spiegabile sentimento d'intransigenza da parte dei repubblicani che accusavano la monarchia delle disgrazie della patria.
Spiegabile sentimento d'indignazione da parte dei monarchici stessi, che vedevano nella monarchia non la causa della dinastia sabauda, ma quella dell'unità della patria, minacciata dalle conseguenze della disfatta.
Spiegabile sentimento d'onore quello dei giovani, che avrebbero preferito combattere fino alla fine piuttosto che subire l'onta della "resa senza condizione". 
(altro che "armistizio", la resa senza condizione e il disarmo dei vinti, è la resa più infamante!


"Ad ognuno di questi sentimenti, si potevano opporre le ragioni della realtà. Tutte queste ragioni consigliavano di superare ogni discorso e a concentrare ogni sforzo per costituire un governo di unione nazionale, capace di collaborare utilmente sia con il Re che con gli alleati.

"Fuggito" a Brindisi, nella enorme confusione degli spiriti e con una tragedia all'inizio del primo atto, il "Sovrano d'Italia" non riuscì a costruire né un rudimentale progetto politico né un ministero. Resistette ad ogni pressione delle personalità politiche e agli uomini di primissimo piano che in qualche modo rappresentavano le correnti dell'opinione pubblica e la cultura italiana. Partiti, politici e filosofi  messi al bando dopo la scelta più infelice: un governo militare con l' inviso Badoglio; conseguenza:  con lui così ambiguo e così compromesso, tutti si rifiutarono di collaborare. 
Dopo la "fuga", il Re si ostinò a rinviare ogni decisione.
I liberali e i democristiani esigevano l'abdicazione, e lui rimaneva sordo. Paradossalmente perfino Palmiro Togliatti venuto dall'Unione Sovietica a porsi a capo dei comunisti avvertì (lasciando di stucco i suoi amici comunisti) che avrebbe "collaborato" col Re. La fedeltà al re e alla Patria dunque - nonostante tutto - c'era.

"Nelle fatidiche ore della "fuga", quando Roma si svegliò praticamente senza un governo, senza un esercito, senza uno Stato Maggiore e senza un Re, si stavano già attivando un po' tutti; alle ore 9 mentre i fuggiaschi  se l'erano già date a gambe levate, i rappresentanti di quasi tutti i partiti si presentarono nei vari "Palazzi" per collaborare, ma li trovarono vuoti; erano scappati tutti! Ministri, militari, sovrani.
 
I primi forti nuclei di partigiani che si stavano formando con ufficiali e soldati, erano fedeli al re e al loro giuramento fatto alla Patria senza alcuna distinzione ideologica; fedeli al re e al giuramento erano quei marinai che si inabissarono con le loro navi con quegli ambigui ordini; fedeli quelli che si erano fatti massacrare a Cefalonia; fedeli anche quelli del reparto di Borghese a Lerici; fedeli i 100 mila catturati a Trieste, fedeli i 50 mila rinchiusi a Bolzano dentro lo stadio. C'erano fedeli a Nord come a Sud. Poi venne la confusione, il dramma, la lacerazione delle coscienze, la legge della jungla, e un'altra dittatura con il....
"divieto di costituire qualsiasi partito; tassativamente vietato far uso di distintivi, emblemi, e ogni altro vessillo. Unico emblema nell'ora attuale che deve riunire ed affratellare tutti gli italiani è quello della bandiera tricolore" (Badoglio - Dalla prima pagina, Gazzetta del Popolo del 30 luglio 1943)

Ma nell'ora più critica che doveva riunire ed affratellare tutti gli italiani, proprio chi doveva portare quella bandiera tricolore si era dato alla fuga. E poi danno tutta la colpa a Franco!!! All'ultima ruota del carro!!!

Il Re fu sordo agli interessi della Nazione, e fu sordo perfino agli interessi della sua dinastia.
 Astuto e ostinato "il vecchio" lo fu fino alla fine della tragedia. Al momento della liberazione, abdicò e nominò suo figlio "luogotenente del regno". Del "regno", si badi bene, non del "re". In pratica Umberto era un reggente. Infatti la nomina a "luogotenente del re" sarebbe stata irrevocabile, e il vecchietto non voleva cedere lo scettro.
Che pagliacciata!  mentre si consumavano tante tragedie.

I responsabili di queste tragedie?  Ma i tanti "Franchi" simili al giovane Franco di Milano!
Processato per diserzione.  Dodici anni di galera!!!
 E i suoi comandanti, i capi di Stato maggiore, i generali, gli intellettuali, con più alti doveri e senso dell'onore fuggiti prima di lui? Premiati con medaglia d'oro. O a capo di partiti, intoccabili. O nella alte cariche dello Stato.

A pagare per tutti solo lui! Che diamine a 17 anni mica si pianta tutto e si va a casa quando si è...
impegnati a difendere la patria dall'invasione..... anglo-americana !!

Che beffa  per il povero Franco!!

De resto l'Italia (perdente)  mica poteva farsi da sola un "Processo di Norimberga"!!
Ma meglio così; di vendette molti ne avevano fatte già troppe.
 Far finire tutto a tarallucci e vino forse fu per la prima volta la cosa più saggia.  

FINE

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