1935-36

CIVILTA' FASCISTA
" DENTRO LA GUERRA "
(in fondo la storia di Montanelli in Africa e in Italia)

MONTANELLI - Volontario - Comandante del "XX Battaglione Eritreo
composto da Italiani e Ascari


Mio padre con gli Ascari - Gonzato Giuseppe - Camionista

 

LA GUERRA IN AFRICA

"Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci
dal Gran Babbo in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora ."

" Nessuno di noi si augura che la guerra finisca
abbiamo un solo desiderio: continuare! "



.

 

IN LINEA SU QUANTO SCRITTO SOPRA E SOTTO- Negli anni ’60 Montanelli commentando le rivolte per l’entrata di un afroamericano all’università di Oxford, scrisse che per quanto la sollevazione segregazionista fosse un errore, “tuttavia questo errore e questo sopruso sono stati un eccesso di difesa ispirato da una preoccupazione che purtroppo è legittima: quella della salvaguardia biologica della razza bianca”.

Sempre in quegli anni, Montanelli rilasciava un’intervista a Le Figaro Littéraire in cui diceva:
“Ah! La Sicilia! Voi avete l’Algeria, noi abbiamo la Sicilia. Ma voi non siete obbligati a dire agli algerini che sono francesi. Noi, circostanza aggravante, siamo obbligati ad accordare ai siciliani la qualità di italiani“. Molte edicole dell’isola esposero cartelli in cui annunciavano che non avrebbero più venduto giornali contenenti suoi articoli. (DUE ESTRATTI ENTRAMBI CITATI DA "VIREB" >>>


"NIENTE AMORAZZI"..."IL BIANCO COMANDI"
Ma evidentemente non tutti i tipi di "fraternizzazione" erano sgraditi a Montanelli, come ha raccontato senza alcun ritegno il diretto interessato in una intervista rilasciata a Enzo Biagi per la Rai nel 1982: " lei aveva dodici anni, ma non mi prendere per un Girolimoni, a dodici anni quelle li' erano gia' donne (sic). L'avevo comprata a Saganeiti assieme a un cavallo e un fucile, tutto a 500 lire. (...) Era un animalino docile, io gli (sic) misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi insieme alle mogli degli altri ascari".

Che belle espressioni: "a 12 anni erano già donne", "era un animalino docile"; "comprata" . MA PER COSA FARE?

L'INCREDIBILE INTERVISTA >>>>>>

L'episodio era gia' stato rievocato in precedenza nel 1969, durante il programma di Gianni Bisiach "L'ora della verita'", in cui Montanelli ha nuovamente descritto la sua esperienza coloniale: "Pare che avessi scelto bene,- racconto' Montanelli - era una bellissima ragazza, Milena (o Destà) di dodici anni. Scusate, ma in Africa e' un'altra cosa. Cosi' l'avevo regolarmente sposata, nel senso che l'avevo comprata dal padre. (...) Mi ha accompagnato assieme alle mogli dei miei ascari (...) non e' che seguivano la banda, ma ogni quindici giorni ci raggiungevano (...) e arrivava anche questa mia moglie, con la cesta in testa, che mi portava la biancheria pulita. (...) non c'e' stata nessuna violenza, le ragazze in Abissinia si sposano a dodici anni".

 

"Faticai però molto a superare il suo odore,
dovuto al sego di capra di cui erano intrisi i suoi capelli,
e ancor di più a stabilire con lei un rapporto sessuale
perché era fin dalla nascita infibulata:
(ci volle il brutale intervento della madre) il che,
oltre a opporre ai miei desideri una barriera pressoché insormontabile,
la rendeva del tutto insensibile."

 

(cioè, non partecipava con la passione sensuale, quando veniva "montata" come una "capra". Quella che molti anni dopo definì “un animalino docile”, non era nemmeno alta un metro, gli arrivava appena alla cintola!!! Per infilargli la "sciabola" nel "buchino" doveva come minimo inginocchiarsi.


 

 

Ma più che sposata, quello era un "madamato".
Dopo uno scambio di denaro con i genitori (nel caso di Montanelli 500 lire e un cavallo)
questi permettono all'acquirente di "usare" la loro figlia .

Quando tornò in Italia la bimba (13enne) la cedette in moglie (si presume dietro pagamento delle sue 500 lire al suo "sciumbasci". Poi Destà la rivide tornando in Etiopia nel '52. Aveva tre figli, un maschio di 16-17 anni col nome di Indro. (che lui non ha mai ammesso essere suo).

Da la Stanza di Montanelli sul ''Corriere della Sera'' del 12 febbraio 2000.

Qui parla che Destà aveva 14 anni, mentre nell'intervista rilasciata a Enzo Biagi
(18 anni prima) alla Rai nel 1982 aveva detto che ne aveva 12 di anni.

 

riguardo poi alla guerra.....la "vacanza del "Babbo"


" Nessuno di noi si augura che la guerra finisca
abbiamo un solo desiderio: continuare! "

infatti la guerra continuò ! E fu anche mondiale !!
Ma Montanelli molti anni dopo - a disfatta avvenuta, invece scriverà:
"I più fecero come chi scrive, cioè nulla. Ci lasciammo portare dagli avvenimenti
quasi dissolvendoci in essi, e senza contribuirvi nè in un senso nè nell'altro
"
(L'Italia dell'Asse, 1a ediz. Rizzoli, 1981, pag 446).

Potevamo vincere una guerra senza contribuirvi?

LA SUA CARRIERA

Al scoppio della guerra in Abissinia Montanelli si arruolò volontario per fare "una lunga vacanza"
"Questa guerra è per noi come una bella lunga vacanza dataci dal Gran Babbo in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora."

Sappiamo come finì. >>>>>>


Quasi al termine di questa guerra, e dopo averne iniziate altre due sciagurate, in Francia e in Grecia, dopo la caduta di Mussolini Montanelli fuggì in Svizzera aderendo al gruppo clandestino di Giustizia e Libertà (partigiani) (anche se per il suo passato di fervente fascista, fu accolto con freddezza, con sospetto e ostilità dai fuorusciti italiani antifascisti. Tuttavia in Svizzera rimase.

Rientrato in Italia clandestinamente, Il 5 febbraio 1944, una spia fece arrestare a casa sua lui e la moglie. (L'austriaca Margarethe de Colins sposata 24 novembre 1942 non senza problemi perchè l'Austria nel 1938 era stata annessa alla Germania. Da lei Montanelli se ne separerà solo nel '51. Non divorziando perché allora il divorzio non esisteva ancora. Iniziò a vivere more uxorio con Colette Rosselli (conosciuta come "Donna Letizia").
Lui fu rinchiuso a San Vittore mentre la moglie Margarethe fu inviata al campo di concentramento di Via Resia a Bolzano. Alcuni dicono come ostaggio, altri, essendo austriaca per carpire le confidenze dalle donne che vi erano recluse.

Montanelli pochi giorni dopo stranamente lo ritroviamo in Svizzera. Sempre accolto con freddezza, con sospetto e ostilità dai fuorusciti italiani antifascisti. Lui però ricordava loro di essere stato nel 1937, nella corrispondenza col Messaggero di Roma al tempo della guerra civile spagnola, sospeso dal Partito Fascista, avendo utilizzato parole offensive nei confronti delle forze armate italiane. E che lui già da allora aveva stracciato la Tessera di fascista. E questo era sufficiente per riabilitarsi dopo il Ventennio.

Ma lui raccontò poi all'Abate (op. cit.) che "..il campo pullulava di italiani, e a sentir loro, erano tutti martiri del regime, sempre pronti a propinarmi sermoni di antifascismo." ("sermoni" ?????? ma non era diventato "antifascista" ??)

Renata Broggini nel suo saggio Passaggio in Svizzera, scrive: quando il 14 agosto 1944 arrivò al confine elvetico fu registrato come “profugo politico o partigiano”, Vi arrivò in auto in pieno giorno, alle undici del mattino, partendo da Milano e superando senza problemi SS e Polizia Confinaria. Con sé aveva molti soldi e una valigia contenente tre completi, quattro camicie, un impermeabile, tre paia di scarpe e dodici fazzoletti. Più che una rocambolesca fuga sembrò una gita fuori porta di un milanese.
Lui dirà in seguito di essere stato aiutato nella "fuga" dal disertore Filippo Beltrami. Disgraziatamente Beltrami e la sua compagnia assieme ad altri 26 persone erano stati trucidati dai tedeschi proprio quello stesso giorno. Mentre per lui ci fu un permesso per la scarcerazione firmato da Theodor Saevecke, il Boia di Piazzale Loreto. Che guarda un po' quando quest’ultimo fu processato nel 1999, Montanelli testimoniò in suo favore al Tribunale militare di Torino.

L'uomo che fece liberare Montanelli a San Vittore - Theo Saevecke - era il capo delle SS di Milano (!!)
E qualcuno pensa che l'arresto - suo e di sua moglie avvenuto il 5 febbraio 1944 - e poi la sua liberazione sia stato l'una e l'altra - una messinscena per fornirgli la copertura necessaria per inviarlo in Svizzera a svolgere il suo lavoro di delatore".
(Secondo Staglieno (op. cit. pag.186).

Montanelli rientrerà poi dalla Svizzera in Italia alla "Liberazione", unendosi ai partigiani.

Nel dopoguerra, nel 1953 Montanelli fu poi impegnato come inviato speciale del Corriere, ma dal 1954 incominciò la sua collaborazione stabile con Il Borghese (che era notoriamente filofascista) che però terminò nel '56, sempre guardato con sospetto dagli ex partigiani antifascisti.
Poi nel 1973 Montanelli cominciò a esprimere il proprio malumore sulla conduzione del Corriere con direttore Piero Ottone. Esce così dal Corriere nel 1974 e fonda con l'ausilio di alcuni colleghi e fuoriusciti del Corriere il "Giornale Nuovo", ma non avendo il successo che si aspettava, il suo giornale fu rilevato da Silvio Berlusconi. (non di certo comunista).

Da ricordare che nella campagna delle elezioni del '76 Montanelli aveva sollecitato gli elettori moderati a impedire la salita al potere del partito comunista con il suo famoso slogan "Turiamoci il naso e votiamo DC."

Il 2 giugno 1977 Montanelli - che andava in giro armato- fu poi vittima a Milano di un attentato delle Brigate Rosse, perché lui - dissero - era uno "schiavo delle multinazionali"; fu gambizzato dove oggi sorge il suo monumento in "suo ONORE".

Nel 1978, in seguito al sequestro di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, il suo Giornale Nuovo si schierò per la linea della fermezza voluta dalla stessa DC di Zaccagnini & C.

Poi ci fu il periodo quando nel '93 Berlusconi voleva darsi alla politica. Montanelli gli disse che era un grosso azzardo, che era inadatto al ruolo di politico, ma poi anche lui ritornò a Destra quando Berlusconi a inizio '94 fece la sua "discesa in campo" nella politica con alleati Fini e la Mussolini di AN-MSI.

In una intervista con Giorgio Ferrari disse: «La gente forse non ci crede quando dico che Silvio Berlusconi è il miglior padrone che potessi desiderare di avere".

Ma poi ci furono i primi contrasti e i primi attacchi al "Padrone" perché il padrone del suo Giornale voleva farlo solo lui. Ci fu un Vittorio Sgarbi, che lo definì chiaro e tondo "un fascista" ripescando i suoi articoli scritti in Africa (visti sopra). Poi ci fu l'attacco di Emilio Fede, che ne chiese in diretta del TG4 le dimissioni. Il "fedelissimo" berlusconiano disse chiaro e tondo "Non si può avere uno che rema contro di noi".
Sua giustificazione: "Io sono un uomo di destra, ma sono un uomo di destra che non si riconosce nelle forze che oggi si proclamano 'di destra". Ma criticò pure Berlusconi quando fece uscire Il Libro Nero del Comunismo che definì «una patacca» «una bufala». (ma qui - l'uomo di destra - difendeva i comunisti? - N.d.R.)

Sorti questi forti contrasti nel '94 abbandona Berlusconi e fonda "La Voce" che doveva essere secondo lui una espressione di una destra liberale. Durò anche questo giornale poco, un anno, chiuse 12 aprile del 1995.
Tornò al "Corriere" con le sue "Stanze". Ma nel 1996 suscitò polemiche, quando ritenne illegittimità la condanna del nazista Erich Priebke, uno dei responsabili dell'eccidio delle Fosse Ardeatine.
Poi fu anche contrario all'istituzione della giornata della Memoria degli ebrei.
Nello stesso 1996 alle elezioni politiche - entrato nelle grazie di certi salotti buoni della sinistra, dichiarò di aver votato per L'Ulivo, e nelle elezioni Regionali Lombarde del 2001 votò per il centrosinistra.

liberale, fascista, monarchico, repubblicano, democristiano, craxiano, berlusconiano e in vecchiaia persino filo-pdiessino
Insomma si era "baloccato" in tutte le aree politiche.: Fascismo, Partigiano, DC, Destra Berlusconiana, Comunisti dell'Ulivo, Centrosinistra. Ma lui si giustificò “solo gli stupidi non cambiano mai opinione”.


Pochi mesi dopo a Milano Il 22 luglio 2001 Montanelli 92enne operato per un tumore moriva a seguito di una infezione delle vie urinarie.

Lui avrebbe però voluto "cadere in piedi, come mi ha insegnato Mussolini", come disse quando le BR lo azzopparono e lui si aggrappò alla ringhiera di quel Parco a Milano che porta il suo nome e che in suo ONORE gli ha dedicato un monumento.

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Montanelli nel suo soggiorno in Abissinia, (come già scritto sopra) non si era fatto mancare nulla. ASltro che "niente amorazzi". Si era comprato una bella morettina di 12 anni.

Come ha raccontato il diretto interessato in una intervista rilasciata a Enzo Biagi per la Rai nel 1982: "aveva dodici anni, ma a dodici anni quelle li' erano gia' donne. L'avevo comprata a Saganeiti assieme a un cavallo e un fucile, tutto a 500 lire. (...) Era un animalino docile, io gli misi su un tucul con dei polli. E poi ogni quindici giorni mi raggiungeva dovunque fossi"
ma leggi qui i particolari
(se ancora in rete)
http://gubitosa.blogautore.espresso.repubblica.it/2013/07/10/montanelli/

Proprio lui che scriveva "niente indulgenze, niente amorazzi"!!
si attenne invece a "il bianco comandi!"

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RECENSIONE SUL LIBRO di
Paolo Granzotto
Montanelli
Il Mulino, Bologna 2004

Granzotto e Montanelli
Due giornalisti

di Serena Gana Cavallo
(figlia di Leonardo Gana)

(Per sua gentile concessione )
( Fu il Gana a dare la tessera di giornalista a Montanelli)


Nella collana "L'identità italiana" de Il Mulino, diretta dallo storico Ernesto Galli della Loggia è stata pubblicata una biografia di Indro Montanelli per la quale a Paolo Granzotto è stato conferito il Premio Capalbio per il Giornalismo dalla giuria, presieduta da Paolo Mieli.

Un libro su un personaggio così importante e celebrato e con tali e così prestigiose referenze merita senz'altro una recensione, o meglio una in più oltre a quelle, entusiaste, apparse sul Corriere della Sera e su La Stampa e ad altre, tra cui una più tiepida apparsa sul Sole 24 ore, nella quale Riccardo Chiaberge fa notare, sia pure con indulgenza, alcune inesattezze di Granzotto, come le date di nascita e di morte di Montanelli sbagliate, l'attribuzione della rivista "Il Selvaggio" non a Mino Maccari ma a Longanesi, una collaborazione a Primato ben tre anni prima che questa pubblicazione vedesse la luce.

Fin qui si potrebbe trattare di inezie, ma una lettura appena appena attenta del volume di Granzotto apre a chiunque abbia un minimo di conoscenza, non della storia, ma delle cronache del ventennio e della Liberazione, spazi di assoluta vertigine, quasi la percezione di mondi paralleli in cui il senso della realtà si perde.

Indubbiamente questo deriva in notevole parte dal soggetto del libro, il nume tutelare del giornalismo italiano, che costellò le sue narrazioni e spesso i suoi articoli di magnifiche invenzioni. E tuttavia un biografo, ancorché molto emotivamente coinvolto con la persona di cui narra (e di cui, a questo punto va detto, giustamente si riconosce allievo) dovrebbe spingere il suo sforzo di obiettività giornalistica almeno verificando qualche data e qualche documentazione delle vicende di cui narra.

Granzotto non lo ha fatto, per cui - per fare una prima carrellata di discrasie storiche e logiche- apprendiamo che il tredicenne Montanelli "partecipò alle prime liturgie fasciste, la divisa di Balilla, le esercitazioni coi moschetti di legno.....etc" nel 1922 a Rieti (pag. 22, ripreso anche a pag.26). Poiché nel 1922 Mussolini prese il potere, ma non vi arrivò con tutto il kit completo della "rivoluzione fascista", può essere utile sapere che l'Opera nazionale Balilla fu fondata nel 1926/27 (De Felice, Gli anni del consenso, pag. 190 e segg.). E se nel 1931 Montanelli, essendo riuscito a pubblicare un articolo su "Byron e il cattolicesimo" si sentì "come se avesse vinto i Littoriali della cultura" bisogna dire che fu assai preveggente poiché i primi "Littoriali" si svolsero nel 1934.

Naturalmente è lecito e spesso praticato scrivere agiografie sui propri numi tutelari, mentre le biografie presuppongono una indagine scientifica che, se condotta con rigore, può portare a qualche disillusione o almeno a qualche dubbio sul personaggio che si vuol narrare.

Nel caso del nostro "biografo", nulla di tutto ciò. Recensirlo, quindi, conduce inevitabilmente a intaccare parecchie consolidate mitologie su Montanelli stesso, la cui formazione, ad esempio, certo fu molto precoce se dobbiamo credere che (come afferma Granzotto) sempre nel '22 a Rieti, l'adolescente Indro consultasse alla biblioteca comunale La Voce di Prezzolini, e che dai tredici ai sedici anni si appassionasse nella lettura di "Rivoluzione liberale" di Gobetti (fondata nel 1922 chiusa nel 1925). Non si sarà, comunque, stancato nel leggere i libri di Longanesi (pag. 23) visto che questi pubblicò solo, nel 1926, il "Vademecum del perfetto fascista", una sorta di decalogo in cui appare il famoso assunto "Mussolini ha sempre ragione", e, nel 1927, un saggio dal titolo "Cinque anni di rivoluzione".

Procedendo nella biografia, nell'estate del 1934 troviamo (pag. 23) Montanelli convocato a Palazzo Venezia con tutta la redazione de "L'Universale", testata con la quale collabora da un anno, ma poi (pag.33), apprendiamo anche che in agosto (subito dopo l'incontro con Mussolini?) si imbarca a Le Havre per andare a fare il corrispondente di Paris Soir dal Canada.

La vita di Montanelli in quell'anno deve essere stata oltre che movimentata, alquanto ubiqua, poiché Granzotto afferma che quell'imbarco avvenne dopo esser stato, prima a Grenoble e poi a Parigi, per una decina di mesi (pag. 31), facendo vita bohemienne e il giornalista "volontario" sempre per Paris Soir. Fatto sta che tra Palazzo Venezia, Grenoble, Parigi e il Canada, con un ultimo spostamento come praticante alla United Press a New York, anche se secondo Granzotto solo verso i trent'anni Indro decise di voler fare il giornalista, un osservatore superficiale potrebbe ben affermare che Montanelli, moltiplicando sé stesso, soltanto quello cercava ostinatamente di fare. Al punto che all'aggravarsi della crisi in Etiopia egli si propose come inviato all'United Press che però declinò l'offerta (Tiziana Abate, "Indro Montanelli. Soltanto un giornalista", pag. 17).

Indro rientrò in Italia e si arruolò come volontario. Dice Granzotto (pag. 35) che si arruolò perché così aveva fatto "tutta la gioventù che aveva in corpo qualcosa" e inoltre poiché "lo mosse il fascino dell'Africa, l'esotismo dei Tucul (!) e delle faccette nere". Anche qui il Montanelli granzottiano si rivela dotato di poteri paranormali: si imbarcò infatti per l'Africa il 22 aprile del '35 e la canzone Faccetta nera fu scritta in quello stesso mese da Giuseppe e Renato Micheli e lanciata il 24 giugno dello stesso anno 1935 a Roma al teatro Capranica da Carlo Buti.

Ma il nostro biografo aggiunge che "l'idolo della sua infanzia era stato il Kim di Kipling e fantasticava di emularlo sulle ambe...". La cosa appare oscura a chiunque abbia letto Kim, ed è evidente che ancora una volta Granzotto è duramente tradito dai suoi ricordi. Montanelli, in realtà, disse a suo tempo che il suo idolo era Kipling e questo è ben più logico e rivelatore delle sue aspirazioni. Kipling era giornalista e scrittore, ciò che anche Indro "fu" (?) in Africa, anche se amava concentrare i suoi ricordi di scrittura coloniale nell'affermazione di essersi sentito, dopo il successo del "XX Battaglione Eritreo", finalmente "un letterato", (pag. 39).

Sulla sua esperienza africana il Montanelli "letterato e guerriero" costruì alcuni miti che gran parte dei suoi biografi ha assunto come verità rivelata. In realtà la guerra di Montanelli durò solo dall'ottobre (inizio ufficiale delle ostilità) al dicembre del 1935. (CON LUI C'ERA ANCHE MIO PADRE - AUTISTA - GONZATO GIUSEPPE)

Al proposito si veda il saggio del prof. Marco Lenci, "L'Eritrea e l'Etiopia nell'esperienza di Indro Montanelli", pubblicato nel n° 33 di Studi Piacentini, nel 2003, saggio che è evidentemente sfuggito a Granzotto. Tuttavia un breve cenno, anche se totalmente inesatto, si trova anche nella biografia che di Montanelli scrisse nel 2000 Marcello Staglien "Montanelli. Novant'anni controcorrente" in cui (pag.92) si afferma che nelle ultime settimane di permanenza in Africa Montanelli "aveva dato una mano a mettere assieme un foglio, Il Corriere eritreo.....". Poiché questa è una delle fonti citate dal nostro biografo, evidentemente la piccola notizia è stata giudicata priva di interesse, o forse troppo poco coerente con la vulgata tradizionale.

Sta di fatto che Montanelli, dopo una ferita non grave nel dicembre precedente, nel gennaio del '36 dà alle stampe il suo "XX Battaglione Eritreo" (MA LUI NON E' ANCORA UN GIORNALISTA!) che sarà recensito entusiasticamente nel maggio successivo da Ugo Ojetti e da molti altri, tra cui Goffredo Bellonci. Quest'ultima recensione, ripresa da una precedente pubblicazione su Il Giornale d'Italia, appare il 1° settembre su "Il Corriere dell'Impero", testata assunta dal diffuso quotidiano di Asmara "La Nuova Eritrea" alla proclamazione dell'Impero nel maggio del '36, e che il 4 novembre dello stesso anno cambierà ancora nome in "Corriere Eritreo" per disposizioni superiori di riordino della stampa quotidiana in A.O.I., in quanto il nome "Corriere dell'Impero" era già un giornale stampato ad Addis Abeba, capitale dei territori coloniali.

Montanelli lavora dunque per La Nuova Eritrea, che è già in crescita come investimenti, dal dicembre del '35, per amichevole richiesta del padre Sestilio al direttore Leonardo Gana (Ndr. il padre della scrivente ) che conosce da tempo e con cui è in ottimi rapporti. Indro ottiene così da lui la tessera da giornalista, che al momento non aveva ancora, e che, nel gennaio '36, con l'ulteriore aiuto di Mario Badoglio, rende possibile sia la pubblicazione su "Civiltà fascista" di un pregevole pezzo sull'inferiorità razziale "dei negri" (l'articolo riportato sopra in originale) sia il provvedimento con il quale "Indro Montanelli" viene trasferito dal XX Battaglione Eritreo al Drappello Servizi Presidiari e assegnato a prestare servizio all'Ufficio Stampa e Propaganda" (Lenci, op. cit.).

Di fatto, Montanelli continua a lavorare nella redazione dell'Asmara, fino all'inizio di agosto del 1936, dopo di che gli succede, come presenza costante sul giornale Mario Appelius. Il 14 agosto parte da Massaua il padre di Montanelli, che aveva svolto all'Asmara l'incarico di Presidente di una commissione ministeriale per una sessione straordinaria di esami organizzata per 1839 civili e militari italiani residenti nelle colonie, preparata nei mesi precedenti e conclusasi a luglio.

E' possibile che la partenza - forse contemporanea - di Indro sia dovuta al fatto che non ebbe esito positivo la proposta del Direttore dell'agenzia Stefani al Ministro della Stampa e Propaganda di nominarlo corrispondente da Asmara (v. Lenci, op.cit. pag.213). Questo non interruppe comunque i rapporti con la testata, per la quale tra il dicembre '36 e il febbraio '37 fu inviato a Parigi.

Potrebbe divenire uggioso dedicarsi alla miriade di inesattezze, errori, omissioni e mancate verifiche che costellano il testo del premiato Granzotto, ma di alcune, particolarmente rilevanti, conviene fare ancora cenno.

Tra il dicembre del '39 e il marzo 1940 si consumò la cosiddetta Guerra d'Inverno tra l'Unione Sovietica e la Finlandia. Montanelli era sul posto ed ancora una volta Granzotto si lascia depistare dai suoi e dagli altrui ricordi e scrive che i numerosi corrispondenti stranieri " non avendo gli scrupoli né la passione del collega italiano, quando i sovietici minacciarono di bombardare la capitale....se ne andarono alla chetichella, lasciando Montanelli solo." (pag. 66).

Purtroppo in Finlandia nulla sanno di questo fatto increscioso. Nell'ottobre 1999, in una cerimonia patrocinata dal locale Ministero degli Esteri, fu infatti esposta una targa commemorativa nell' Hotel Kamp di Helsinki, quello in cui era la mitica Press Room. Erano presenti due dei corrispondenti di guerra dell'epoca, David Bradley (USA) e Carl Adam Nycop (Svezia), in rappresentanza dei 303 giornalisti di 23 paesi che vi lavorarono nel periodo del conflitto. Nel dare conto dell'avvenimento il sito governativo finlandese ....
( http://virtual.finland.fi/finfo/english/kamp_press.html )
.... cita una corrispondenza di Edward Ward, della BBC, inviata a Londra in data 13 marzo 1940, corredata da una foto di gruppo, piuttosto folta, scattata alla Kamp Press Room il 23 marzo 1940. In essa si riconosce, tra gli altri, Martha Gellhorn, che Granzotto cita come unica altra giornalista rimasta sul campo. Dato l'affollamento non si riesce a capire se sia presente anche Montanelli.

A proposito dell'invasione nazista della Norvegia, la biografia indulge ancora una volta all'aneddoto riferendo che Montanelli fu licenziato (pro tempore) dal furioso direttore del Corriere della Sera perché non avrebbe dato notizie della battaglia aeronavale sullo Skagerrak, di cui aveva riferito l'inviato della Stefani, Mario Appelius e che, secondo Montanelli, costui aveva inventata di sana pianta.

Una piccola verifica avrebbe evitato a Granzotto di cadere ancora una volta in errore per eccesso di credulità. Tra il 9 e il 10 aprile 1940, proprio nello Skagerrak, alcuni sommergibili inglesi, tra i quali il Truant e lo Spearfish, affondarono l' incrociatore Karlsruhe e colpirono gravemente la Lùtzov, mentre sei cacciatorpediniere inglesi ne affondarono due tedesche danneggiandone numerose altre. Contemporaneamente 10 aerei dell'aviazione della marina bombardarono, affondandolo, l'incrociatore leggero Konisberg. La battaglia continuò nei giorni seguenti sul mare di Naarvik. ( http://www.lasecondaguerramondiale.it/norvegiapg1.html )

Saltando alcuni anni ed alcuni, o molti, incerti episodi, arriviamo all'arresto, condanna ed evasione di Montanelli, vicende con alcuni aspetti oscuri e dubbi che Granzotto, tutto preso a riproporre, con minime varianti, il già raccontato, non contribuisce a dissipare. Tuttavia, lui stesso nutre almeno qualche evidente perplessità e confessa che non è chiaro perché Montanelli sia stato condannato a morte, oltre a definire l'evasione da San Vittore "un episodio dai contorni indecifrabili" (pag.86), ma la sua sete di verità, storica o biografica, non va oltre.

Le tentazioni (piuttosto che i tentativi) di Montanelli di unirsi alla Resistenza, iniziano, secondo Granzotto, nella prima parte del '43 con un incontro in Valsassina con esponenti non comunisti, che tuttavia fu così deludente da fargli cambiare idea. Dopo l' 8 settembre '43 Montanelli, "ricercato oltre che dai fascisti, anche dai nazisti" (pag..82), si dà alla clandestinità "appena in tempo la mattina dell' 11 settembre una squadra di soldati tedeschi fece irruzione in Via Solferino, cercando proprio di lui."

Abbandona quindi la casa di Piazza Castello in cui abita con la moglie Maggie e per settimane vive alla giornata, dormendo in alloggi di fortuna, vagando per la città, intrattenendo rapporti con capi milanesi di Giustizia e Libertà come Poldo Gasparotto (lo riferisce Marcello Staglieno op. cit, pag.173, pag.177), anch'egli ricercato da fascisti e tedeschi, che non si è nascosto, ma si limita a cambiare alloggio ogni notte.

L' 11 dicembre '43 Gasparotto, secondo una biografia scritta da suoi ex allievi del Liceo Berchet, "viene arrestato con alcuni compagni in Piazza Castello, in una imboscata tesa loro dai fascisti con la complicità di un farmacista e del figlio....". Secondo Montanelli, nella autobiografia raccolta da Tiziana Abate ("Montanelli. Solo un giornalista", pag 105) "Gasparotto.....era stato arrestato sul portone di casa mia, dove era venuto a cercarmi.".

In una lettera che nell'agosto del '44 Montanelli (subito dopo la sua fortunosa evasione (?) e il suo arrivo in Svizzera tra i rifugiati antifascisti) inviò a Luigi Gasparotto, il padre di Poldo, due mesi dopo che questi era stato fucilato a Fossoli il 22 giugno, si legge: "Ci incontravamo quasi ogni giorno quando scendevamo a Milano e io non mi stancavo di ammirarlo (...)..Quando fu arrestato, seppi da Martinelli che Poldo aveva taciuto il mio nome, insieme a quello di tanti altri(....).Quando poi fui arrestato, seppi o meglio compresi, che egli aveva taciuto, negli interrogatori, il mio nome. E a questo silenzio(....) devo la vita."

Le incongruenze che nascono dalle narrazioni su esposte non hanno bisogno di essere evidenziate, anche perché il più incongruente di tutti è Montanelli che, essendo in fuga, veniva cercato a casa in Piazza Castello da Gasparotto - col quale si incontrava, a suo dire, da clandestino, quasi ogni giorno - e che, essendo stato condannato a morte, diceva che era proprio il silenzio di Gasparotto che lo aveva salvato.

Granzotto, peraltro, sorvola su questi contatti di Montanelli nonostante i risvolti drammatici e interessanti, per passare al successivo ed ultimo approccio di Indro con le organizzazioni partigiane, dicendoci che "Verso la fine di gennaio venne a sapere che si stava costituendo il Clnai, Comitato di liberazione per l'Alta Italia (glielo aveva detto Gasparotto, secondo Staglieno, op.cit.) e gli tornò il desiderio di partecipare alla Resistenza. Si mise quindi in contatto con Filippo Beltrami...." (pag.83).

Secondo Staglieno e Abate fu Beltrami, detto "il Capitano" e già mitico capo partigiano dal '43, a cercare Montanelli e ad offrirgli il comando di una formazione partigiana della Val d'Ossola. Fu fissato un appuntamento all'alba in una villa sul lago d'Orta dell'ing. Mario Motta, collaboratore attivo della Resistenza che spesso offriva le sue case di Gozzano e di Pella come punto di sosta a Beltrami ed ai suoi.
( http://www.anpi.it/novara_verbania/storia/novembre.htm ).

Concordemente Staglieno, Granzotto e lo stesso Montanelli nel suo dettato a Tiziana Abate, ci dicono che arrivato all'appuntamento Indro non trovò nessuno perché quella stessa mattina tutto il gruppo di Beltrami era caduto in una imboscata a Megolo (località sul fiume Toce, a circa 15 km dal lago). Staglieno aggiunge che Montanelli era andato all'appuntamento insieme alla cognata di Beltrami e che Motta, dopo il mancato incontro, lo invitò a trattenersi presso di lui. Secondo Granzotto, invece, Montanelli non trovò nessuno ad attenderlo e, temendo di tornare a Milano, non si mosse, ma "Attese gli eventi avendo cura di indossare la divisa di ufficiale fascista,<<perché volevo arrendermi da soldato, non da imboscato.>>" (pag.83).

Due giorni dopo -dichiarano ancora concordemente Granzotto, Montanelli e Staglieno - i tedeschi circondarono la casa e arrestarono Montanelli. Nonostante Montanelli dica che anche il suo ospite fu arrestato, risulta che Mario Motta fu invece a sua volta preso e fucilato il 16 novembre '44.

Ciò che è strano è che la concordanza delle varie versioni si trova anche nella data di arresto di Montanelli, indicata al 5 febbraio 1944, il che sfiora l'assurdo visto che Beltrami fu ucciso il giorno 13 febbraio '44.

Montanelli scrisse, in data 14 marzo, una lettera allo zio Alberto Doddoli, cui Granzotto accenna come a un tentativo di depistaggio estremo per salvarsi, perché in essa Indro dichiarava di essere andato all'incontro " col proposito di annunciare la sua rinuncia ad unirsi alle bande".

" Staglieno riporta la lettera (op. cit. pag.178), in cui lo stesso Montanelli dice che la cattura è avvenuta il 5 febbraio e che è probabilmente dovuta ad una spiata della portiera della casa di Piazza Castello. Aveva infatti mandato alla moglie un biglietto per dire dove si trovava (cosa quantomeno illogica e certo imprudente). La portiera aveva detto al latore del messaggio di ripassare all'una, ma questi, al suo ritorno, aveva trovato ad attenderlo la polizia.

Nella lettera Montanelli afferma (come già accennato) che con lui è stato arrestato anche il suo ospite Motta e che entrambi, dopo essere stati condotti a Novara e a San Vittore, sono poi stati trasferiti in una caserma (a Gallarate?) dove egli è stato sottoposto a vari interrogatori e dove, il primo giorno, ha trovato, sotto il suo pagliericcio, un fazzolettino profumato della moglie, "arrestata il giorno prima" (Abate, op. cit.). Sempre nell'autobiografia a cura di Tiziana Abate, Montanelli si spinge a dire che ha riconosciuto il profumo francese che le aveva regalato il giorno prima, il che, per un latitante (stando ai tempi, in realtà già arrestato), e in periodi di guerra e carestia, è quantomeno grottesco.

Anche Granzotto ci informa (pag.83) che la moglie di Montanelli, l'austriaca Margarethe Colins de Tarsienne, detta Maggie, "che sarà poi (lo si dice solo) deportata e condannata a trent'anni di reclusione" era stata arrestata e portata a Gallarate il giorno prima di Indro.

Sempre nella lettera allo zio, Montanelli dice di esser stato lui, attraverso la moglie Maggie, a contattare il Comitato [di liberazione], vale a dire Beltrami, perché voleva prendere il comando di una banda (Staglieno, op. cit. pag. 180) ma di avervi poi rinunziato.

Prosegue poi a narrare di aver subito quattro interrogatori e di non aver più visto nessuno da ben 3 settimane (vale a dire, in base alla data della lettera, dal 20 febbraio) e di non avere "nessuna idea di quando si farà il processo" (ibidem, pag. 181).

Secondo Staglieno, Abate e Granzotto, il 20 febbraio (ben prima della data della lettera) Montanelli "al termine di un processo sommario" (pag. 84) viene condannato a morte. Presidente della corte marziale è un certo maggiore Boehme, che Granzotto precisa come Franz Boehme (pag. 85) e di cui Montanelli narra, nell'autobiografia dettata, che venne a dirgli che la condanna non era stata voluta dalla Wermacht, di cui si era guadagnato il rispetto, ma "era già stata scritta" (Abate, op.cit. pagg.107/108).

Anche Granzotto parla di elogi di Boehme a Montanelli, espressi però non a lui ma alla moglie Maggie.

Sull’ufficiale che emise la condanna, la Abate riporta un racconto di Montanelli : "nel '46, mentre mi trovavo in Germania per un reportage sui processi ai criminali di guerra(...) un giorno capitai ad Heidelberg, dove si giudicava un certo Boehme (...) Nella gabbia degli imputati riconobbi proprio il Presidente del Tribunale (...) Chiesi di poter deporre a suo favore (...) Dichiarai che aveva fatto il possibile per salvarmi la vita. Non venne assolto ma ebbe una pena assai ridotta."

Granzotto riferisce infatti (pag.86 e pag. 101) che Montanelli, inviato dal Corriere a seguire i processi di Norimberga "In qualità di testimone volontario" prese "...le difese di un imputato di secondo piano, il maggiore Franz Boehme....".

Abate (op. cit. pag. 125) riporta che nell'agosto del '46 Montanelli rientrò al Corriere e che venne poi mandato come corrispondente a Norimberga (pag.131), dato che parlava bene il tedesco. Le sue corrispondenze non furono però pubblicate sul Corriere della Sera, ma apparvero, nel '47, sul Corriere d' Informazione e furono poi raccolte nel libro "Morire in piedi".

Oltre al principale ed universalmente noto Processo di Norimberga (città scelta in quanto era l'unico centro abitato in Germania che possedesse ancora edifici sufficientemente intatti per ospitare l'evento), il Tribunale internazionale militare tenne, nella stessa sede, altri 11 processi, il settimo dei quali (15 luglio '47/19 febbraio '48) riguardava dodici ufficiali della Wermacht accusati del massacro di migliaia di civili in Grecia, Yugoslavia e Albania, oltre a devastazioni in Norvegia ed in altri paesi occupati.
( http://www.law.umkc.edu/faculty/projects/ftrials/nuremberg/subsequenttrials.html ) .

Tra gli imputati figurava il generale Franz Boehme, nato in Austria il 15 aprile 1885, accusato di genocidio in quanto responsabile di durissime repressioni in Serbia, dove aveva emanato, nel settembre e nell'ottobre '41, ordini di servizio per tutti i comandi territoriali, che stabilivano l'arresto a vista per ebrei e sospetti comunisti e inoltre che per ogni tedesco ucciso fossero passati per le armi 100 prigionieri o ostaggi.

Boehme, che si suicidò il 27 maggio '47 buttandosi dal quarto piano del carcere prima dell'inizio del processo, aveva un lungo stato di servizio iniziato nel 1904 come cadetto, con partecipazione alla prima guerra mondiale, poi con compiti di intelligence militare a partire dal 1927; una presenza come osservatore distaccato presso l'esercito italiano in Abissinia nel gennaio 1936; comandante di divisione nell'invasione della Polonia; comandante di corpo d'armata nel 1940.

Dal 1 ottobre 1940, come comandante generale del XVIII corpo di armata di montagna, prese parte alle operazioni militari che portarono alla caduta della Grecia ed operò anche in Bulgaria e nei Balcani (Granzotto, pag. 75, ci informa che Montanelli fu inviato per il Corriere sul fronte greco dalla fine di ottobre 1940 e che vi rimase per vari mesi). Dall'aprile all'agosto del '43 Boehme fu comandante militare in Serbia. Dal dicembre '43 al giugno '44 risulta esser stato responsabile del comando generale del XVIII corpo d'armata e comandante del distretto militare di Salisburgo. ( http://www.bridgend-powcamp.fsnet.co.uk/ )

Difficile che questo Boehme fosse in Italia, degradato a maggiore, a giudicare Montanelli nel febbraio del '44, eppure di lui sembrerebbe trattarsi sulla base del richiamo, per una volta esatto, di Granzotto, a Norimberga e di quello, impreciso, di Montanelli.

In un libro di Luigi Borgomaneri, storico della Resistenza, "Hitler a Milano - i crimini di Theodor Saevecke capo della Gestapo" edito da Datanews, a proposito di Montanelli si legge che "...sulla base almeno della documentazione attualmente conosciuta, non risulta alcuna condanna a morte specificamente emessa a suo carico da comandi nazisti o da tribunali fascisti." (nota n° 31). Sta di fatto che, contrariamente agli usi correnti, dopo la condanna Montanelli non fu infatti giustiziato.

Staglieno e Granzotto (pag. 84) parlano di "un supplemento di inchiesta" -anche questo altamente improbabile - che " non mutò lo stato delle cose e il 9 maggio venne trasferito, in attesa dell'esecuzione, al carcere di San Vittore.....".

Montanelli dice a Tiziana Abate " Inspiegabilmente, dopo qualche settimana fui trasferito a San Vittore " (op. cit. pag. 109) e afferma di aver saputo, dopo la fine della guerra, dal suo buon amico (!!) Eugen Dollmann (colonnello delle SS e capo dei servizi segreti nazisti in Italia, poi informatore dei Servizi alleati OSS e dopo la guerra agente della CIA) che " Dalla Germania era giunto l'ordine di sospendere l'esecuzione." (ibidem, pag. 110).

Il 9 maggio '44, come già ricordato, Montanelli viene immatricolato a San Vittore col numero 2054, nel " Quinto raggio - ci dice Granzotto - quello riservato ai politici."

Lo stesso 9 maggio, come risulta dagli archivi del Lager di Bolzano, viene arrestata a Milano " Colins de Tarsienne Montanelli Margareth, casalinga, Matricola 3797, blocco F, deportata da Milano il 7/9/1944, liberata poi a Bolzano il 28/4/1945". Lo riporta Dario Venegoni nel libro "Uomini, donne e bambini nel Lager di Bolzano- Una tragedia italiana in 7809 storie individuali" pubblicato dalla Fondazione Memoria della Deportazione/Mimesis, Milano 2004.

Venegoni racconta che "L'ostaggio forse più conosciuto era Margareth Colins de Tarsienne, moglie di Indro Montanelli. Anch'essa era in Via Resia (a Bolzano) a garanzia di certe intese tra lo stesso Montanelli e Theo Saevecke, il capo delle SS di Milano." (op. cit. pag 7) e suffraga questa affermazione riportando una lettera clandestina di Ada Buffulini, internata nel campo di Bolzano, a Lelio Bass.....

"...c'è qui con noi la moglie di Montanelli. (...) Ha raccontato che suo marito è uscito dal carcere col permesso dei tedeschi con la promessa di aiutarli. (!!!) Per questo lei è qui come ostaggio e ha sempre paura che faccia qualcosa 'contro la sua coscienza' perché Sevek [Saevecke] ha detto che la sorte di lei, moglie, dipende dalla condotta del marito. Montanelli sarebbe occupato di lavorare in Svizzera, inoltre sarebbe molto vicino a Sevek e insieme con lui dovrebbe esercitare una specie di controllo sul lavoro dei vari marescialli che hanno condotto le nostre pratiche a San Vittore allo scopo di dimostrare le loro manchevolezze ed accentrare tutto nelle mani di Sevek. ( Venegoni, op. cit. pag 26 - lettera reperibile presso l'Archivio Lelio e Lisli Basso).

Maggie Montanelli, che fino alla liberazione fu vice responsabile del Blocco delle donne nel lager, secondo una testimonianza resa a Venegoni nell'aprile 2004 da Onorina Pesce, una ex internata, "si meritò il rispetto di tutte le deportate". (Venegoni, op cit. pag. 26)

Staglieno ci informa che Montanelli si separò da Maggie nel 1951. La donna risultava ancora viva nel 2001, secondo quanto Montanelli stesso disse a Chiara Calice de La Nazione, in una intervista pubblicata in data 16/6 intitolata "Mia moglie nel Lager". Non risulta che qualcuno dei tanti biografi o estimatori di Montanelli, in tanti anni, la abbia mai cercata e intervistata.

L'uscita dal carcere di Montanelli viene ufficialmente etichettata dall'interessato e da tutti i suoi biografi come una "evasione", organizzata in primo luogo tramite Luca Osteria (noto come dottor Ugo), ex agente dell'OVRA e stretto collaboratore di Saevecke, e che, all'insaputa di quest'ultimo - Granzotto ci informa - "faceva il doppio gioco" (pag.87). Lo stesso Montanelli afferma che Luca Osteria "sottobanco si dava da fare per salvare chi era minacciato dai nazisti" (Abate, op. cit.).

Secondo quanto raccontato dallo stesso Osteria, "...contattato da personaggi delle componenti resistenziali moderate affinché si adoperasse per la liberazione dei generali Zambon e Robilotti (...) [egli] richiese come immediata contropartita che il CLN rilasciasse una certificazione di antifascismo anche per altri personaggi incarcerati dai tedeschi, così da consentire loro di essere accolti nella Confederazione svizzera (...) Tra i personaggi oltre a Dorothy Gibson, parente del presidente americano Roosvelt, internata dopo la dichiarazione di guerra agli USA, (...) incluse anche il nome di Montanelli." (Borgomaneri, op. cit. nota 31).

Granzotto (pag.88) riferisce che "Un testimone di quella vicenda assicura che l'operazione ebbe un costo (...) Altri sostengono che il <<dottor Ugo>> non pretese nulla, avendo come scopo non l'arricchimento personale ma la futura benevolenza degli angloamericani...".
Se questo era il suo scopo, non ebbe successo perché, come emerge dal Carteggio del gruppo FRAMA, a cura di Francesca Minuto Peri, Sismel-Edizioni del Galluzzo, 1997 (Borgomaneri, op. cit. ibidem), già nel settembre '44 "...i servizi alleati diffidano e danno ordine di tenerlo lontano..". Inoltre, in un elenco del SOE (Special Operation Executive) relativo alle operazioni dei servizi alleati in Italia dal 1941 al 1948, classificata sotto la voce HS 6/802 c'è una nota intitolata "Piani del Dottor UGO per penetrare i servizi alleati in Svizzera nell'estate '44. Estratto dal rapporto del secondo interrogatorio dettagliato del SS Hauptsturmfuehrer Theodor Saevecke, 24 giugno '45. Saevecke riferisce che Ugo, dopo aver liberato Montanelli, Gibson e Zambon, li avrebbe raggiunti in Svizzera e, ostentando la sua qualità di liberatore, di nemico della Germania, mostrandosi desideroso di lavorare con le forze alleate, avrebbe potuto agevolmente introdursi negli ambienti dell'Intelligence alleata."

Granzotto (pag.87) riferisce di una lettera di Saeveke scritta a Montanelli negli anni '80 (Borgomaneri dice "negli anni '70"), nella quale questi scriveva "Una delle cose di cui vado fiero è di aver favorito il salvataggio di un uomo come lei. Perché se crede che sia avvenuto senza o contro il mio consenso, si sbaglia di grosso.". Che i rapporti tra i due fossero rimasti buoni lo dimostra il fatto che il giornalista depose come testimone a discarico ("rasentando in alcune dichiarazioni il ridicolo e suscitando, per altre, lo sdegno dei familiari" - Borgomaneri, ibidem) nel processo per l'eccidio dei partigiani a Piazzale Loreto, celebrato contro Saevecke nel 1999 presso il Tribunale militare di Torino, al termine del quale fu condannato all'ergastolo. Testimonianza, peraltro, coerente con un animus di Montanelli costante nei decenni se, come racconta ancora Borgomaneri, "il 27 novembre del '63 il Corriere della Sera e l'Unità escono...con un titolo quasi identico 'Chiesta la riabilitazione del boia di Milano'. L'ha avanzata il giorno prima il settimanale Stern, sostenendo che le accuse sono false e infondate, citando anche come pezza d'appoggio un intervento di Indro Montanelli."

Comunque, con l'aiuto di Osteria e di Saevecke, e forse -disse Indro- del cardinale Schuster, "evadono" nell'agosto del '44 la Gibson (una superstite del Titanic ed ex diva del cinema muto), Zambon e Montanelli". Quest'ultimo trova asilo in un campo profughi tra Lugano e Bellinzona.

Granzotto narra con animo partecipe "...l'inqualificabile comportamento dei fuoriusciti di Bellinzona" (pag. 91) che non appaiono molto convinti dal recentissimo antifascismo di Montanelli e che, ci racconta, lo sottopongono ad una specie di processo ideologico al termine del quale concludono "che Montanelli poteva anche essere una spia dei nazisti e l'arresto e la condanna a morte solo una messinscena per fornirgli la copertura necessaria a svolgere il suo lavoro di delatore in Svizzera." (ibidem). Secondo Staglieno (op. cit. pag.186) "In Svizzera, molti fuoriusciti italiani accusarono ben presto Montanelli: apologia del fascismo."

Montanelli stesso dice alla Abate(op. cit.) che "..il campo pullulava di italiani. Nessuno di loro era stato condannato a morte dai nazisti, eppure a sentir loro, erano tutti martiri del regime, sempre pronti a propinarmi sermoni di antifascismo." ("sermoni" ??? )
Fatto sta che, rifiutando di trovarsi "arruolato d'ufficio nell'antifascismo" Montanelli chiede al capo della polizia di Lugano di essere trasferito a Davos e quando quello gli obietta che a Davos c'è il rischio di tubercolosi (veramente ci sono i sanatori!), Indro risponde "Meglio la tubercolosi degli italiani." (!!!!!)

Borgomaneri ci dà, nel suo libro su Saevecke, una versione più sobria e forse più credibile, riportando, nella nota già citata, il brano di una lettera scritta il 13 ottobre del '44 da Wanda Scimone Diena ad Ezio Franceschini che dice: " Ho regolarmente ricevuto suoi due bigliettini del 10, con l'ultima postilla: stia tranquillo, di I. [ndro] M. [ontanelli] non solo non mi fido, ma evito di vederlo (come lei sa io sono in un altro albergo e in perfetta solitudine) e con lui parlo solo di cose frivolissime. Ma è così contrario alla mia natura pensare sempre male di tutti, e non volevo convincermi che egli fosse quello che mi apparve dall'ultimo biglietto, almeno un 'intrigante'; per questo le scrissi di 'leggerlo e di considerarlo e di darmi la sua impressione'".

Granzotto dice che Montanelli non era fascista senza essere antifascista e cita in proposito il libro che questi scrisse proprio in Svizzera, in lingua tedesca, "Qui non riposano", pubblicato nel marzo '45 a Zurigo. Da questo testo, che Granzotto afferma essere "una fonte assai rilevante per decifrare l'uomo Montanelli" - si legge- : "Io non volevo fare politica. Ha diritto l'uomo della strada di non far politica? (...) Ha il diritto un giornalista, che è un uomo della strada, il quale va a vedere e riferire le cose per conto degli altri uomini della strada, ha il diritto di riferire che i fatti si svolsero così e così, e che in essi c'era tanto di bello e tanto di brutto, tanto di giusto e tanto di ingiusto? No, il fascismo disse che un uomo della strada non ha tutti questi diritti. Ecco perché diventai antifascista...."

La citazione è riportata anche, più diffusamente da Staglieno, una delle due fonti principali citate da Granzotto assieme alla Abate, e dalle quali ha attinto generosamente e, talora, con fedeltà assoluta.

Ora, trattandosi qui di un disperato appello di un giornalista al diritto di "riferire che i fatti si svolsero così e così", bisogna ribadire che Montanelli fu un magnifico e prolifico narratore che è assurto nell'empireo italiano come il più grande dei nostri giornalisti.

Si sa che in Italia il giornalismo praticato, pur vantando, adesso e nel passato, molti ottimi e rigorosi professionisti, non è esattamente, in molti casi, quello che si intende per "giornalismo anglosassone", conciso, preciso, veritiero, documentato e documentabile. Può il padre putativo, il maestro di tanta stirpe esser stato immune da questi piccoli difetti? Ovviamente, no.

((((( MA A PROPOSITO DI ANTIFASCISMO - Di 3 lettere inviate all'Ambasciatrice americana in Italia Clara Luce scritte da Montanelli tra il maggio e il settembre 1954, sono state rintracciate dallo storico e pubblicate nella rivista “Italia Contemporanea” n° 212 (1998). Delle tre è la prima, datata 6 maggio 1954, ad essere di sensazionale interesse. In essa, Montanelli informava la Luce della formazione di un organizzazione paramilitare in funzione anticomunista e chiedeva alla Luce di garantire l’aiuto dell’esercito americano in termini di armi, flotta e aviazione, usando se necessario l'uso della violenza contro i comunisti. Che voleva dire instaurare una dittatura di stampo militare o neofascista. E che aveva poco ha a che fare con la democrazia, con la sovranità popolare e con la libertà. Altro che "Partigiano" della tanto celebrata "Resistenza".)

Granzotto (pag.59) riferisce di un "falso d'autore" proprio all'esordio di Montanelli al Corriere: inviato "a seguire un gruppo di giovani fascisti che insieme a coetanei della Hitlerjugend avrebbero percorso in bicicletta la tratta dal Brennero fino a Berlino (...) il servizio si rivelò tanto noioso da indurlo a vivacizzarlo inventandosi di sana pianta un episodio...".
E ancora, narra il nostro biografo (pag.61) che il 3 settembre del '39, due giorni dopo l'invasione della Polonia, Montanelli "non si limitò a seguire le vicende attraverso il filtro delle quotidiane conferenze stampa di Goebbels. Chiese ed ottenne il permesso di recarsi al fronte e a bordo di una mercedes messagli a disposizione dal Ministero della propaganda (vale a dire Goebbels. Ma che entrature fantastiche doveva avere!!!!!) varcò la frontiera ..." e incontrò una colonna di blindati su uno dei quali stava Hitler che, al vedere il cronista, scese dal mezzo e gli impartì un comizio ad personam sulla legittimità della guerra e sulla sicura vittoria". Questo reportage non fu ritenuto veritiero e quindi cestinato dal direttore Borelli, mentre Indro giurava sull'autenticità dello scoop (e magari, almeno questa volta, aveva anche ragione).

In merito alla campagna in Africa, Montanelli racconta a Tiziana Abate che Macallé fu presa senza neanche una schioppettata che non vi fu battaglia (C'ERA INVECE MIO PADRE !!! E NON FU FACILE OCCUPARE MACALLE'.
Montanelli
non c'era trovandosi, quando avvenne l'occupazione di Macallé , l'11 marzo del '36, già nella redazione de "La Nuova Eritrea". (dirà le stesse cose anche in Spagna riguardo alla battaglia di Santander).

Per quanto riguarda la famosa battaglia in Spagna per la presa di Santander, Granzotto ci informa che Montanelli andò in Spagna, inviato dal Messaggero, incarico ricevuto a fine giugno '37 (pag.44 e segg.); che il giornalista non voleva partire subito perché non conosceva la Spagna e voleva documentarsi; che gli ci volle una settimana di treno per raggiungere la frontiera tra la Francia e il Paese Basco; che mandò il primo articolo il 17 luglio da Salamanca, dove si era acquartierato, prendendo gusto al "risvolto romanzesco" della vita dell'inviato "buoni bar da frequentare, interessanti conoscenze e molta conversazione(..) Guerra, insomma, ne vedeva poca....".
Saputo dell'offensiva su Santander, "si accodò alla 5° Brigata di Navarra per darne testimonianza..". Il 18 agosto del 1937 telegrafò un articolo che, descrivendo la presa di Santander, cominciava così: "Una lunga passeggiata e un solo nemico il caldo...". Non era stato così, ci fu battaglia eccome!!!

Questo articolo costò a Montanelli l'immediato rimpatrio e l'espulsione dall'Albo dei giornalisti e dal Partito nazionale fascista. Granzotto spende molte energie per giustificare l'articolo di Montanelli, sostenendo che anche le corrispondenze della Stefani erano analoghe e cita inoltre un brano di Montanelli che, in "Qui non riposano" ...dove "affermò "Il mestiere mi ha insegnato a credere solo alle cose che vedo". E fu questa la sua difesa....

Nel sito www.anpi.it/spagna si può apprendere che Santander fu presa il 24 agosto 1937, dopo una offensiva iniziata il 14 dello stesso mese. Il sito http://213.45.7.12/regioesercito/reparti/mvsn , ovviamente di parte opposta, riporta le stesse date, aggiungendo che "Le perdite totali del C.T.V. in questa operazione sono calcolate in 424 caduti (31 ufficiali) e 1.596 feriti (104 ufficiali) ". La domanda che sorge spontanea è: dov'era e cosa ha visto Montanelli? (era lui a passeggio? In vacanza?).

Della Norvegia si è già detto, ma è bene aggiungere che qualche colpo fu sparato, visto che vi fu una forte, anche se vana, resistenza antiaerea per impedire ai tedeschi di atterrare all'aeroporto di Oslo.

Montanelli, riabilitato, dopo la Spagna, con l'aiuto del padre e di Bottai, all'entrata in guerra dell'Italia fu inviato come corrispondente sul fronte dell'occupazione della Francia (pag.73) ma "pur trattenendosi una decina di giorni a Mentone, sede del nostro comando (quindi non in zona di operazioni) non scrisse un rigo."

Dopo un reportage sulle reclute nate nel '22, anno dell'avvento del fascismo -un servizio, scrive Granzotto (ibidem) non certo all'altezza della fama che si era guadagnata - "...Borelli lo mandò nei Balcani, 'piazza' assai più congeniale a Montanelli..." da dove "rientrò in Italia amareggiato" perché non aveva potuto riferire il fatto che Stalin, ancora alleato di Hitler, "stava macellando intere divisioni romene". In compenso fece molta vita di società frequentando, ci dice Granzotto, l'amante di re Carol di Romania e la regia dimora.

Il 27 ottobre ’40, nella sede del Ministero degli esteri il capo Gabinetto di Ciano gli comunicò che di lì a poche ore, partivano per l'Albania, cinque divisioni che avrebbero invaso la Grecia. Montanelli, si imbarcò subito su un aereo diretto a Tirana per trovarsi sul posto, unico giornalista" (pag.75).
Granzotto riporta quanto poi detto da Montanelli nelle sue memorie, dettate alla Abate: "Rimasi su quel fronte vari mesi, senza scrivere quasi nulla, un po' perché mi ammalai di tifo e molto perché mi rifiutati di spacciare per una gloriosa campagna militare lo squasso di legnate che ci beccammo laggiù.". Non stupisce che Granzotto dichiari che "Nonostante le premure degli amici (...) la carriera di Montanelli quale corrispondente di guerra in Grecia era ormai agli sgoccioli." (pag.76). Vi era andato per fare il giornalista, ma non scrisse un rigo di quanto stava veramente accadendo, cioè un disfatta.

Ma, si dirà, c'era il controllo della stampa del fascismo, ma questo non spiega una certa reticenza a trovarsi sul luogo delle operazioni e fare certi silenzi.
E allora saltiamo parecchi decenni e veniamo ad epoche più sicuramente libere, andando a leggere un divertente saggio di un noto sinologo, Giorgio Mantici, intitolato "Il giornalismo italiano e la Cina", pubblicato nel testo a cura di L.Lanciotti, "Conoscere la Cina", Edizioni Fondazione Agnelli, Torino, 2000.

Il saggio andrebbe letto interamente per la congerie di "perle" giornalistiche che elenca, ma noi ci fermeremo al capitoletto intitolato "Il principe dei giornalisti", ovviamente Montanelli, di cui Mantici cita un articolo apparso il 1° novembre 1976 sul settimanale Oggi Illustrato, che si occupa dell'appena deposta moglie di Mao.

Montanelli esordisce dichiarando di non saper nulla della Cina e che nulla ne sa alcuno in Occidente, salvo uno "ma è morto qualche anno fa. Si chiamava Edgar Snow...". Scrive Mantici: "Dopo averne, con disinvolta sicurezza e in poche righe, stravolto la biografia (di Snow) Montanelli fa parlare il suo amico, morto quattro anni prima, e gli fa dire una sequenza incredibile di sciocchezze sulla Cina, su Mao e su Jiang Qing.
Tutto l'articolo è una citazione virgolettata....
" e Montanelli riferisce che Snow (presumibilmente alla fine degli anni '70) dice che non se la sente di scrivere cosa è successo in Cina dalla rivoluzione culturale in poi "perché sono abituato a documentare ciò che scrivo e in questo caso non posso farlo."
Mantici precisa che Snow ha sempre seguitato a scrivere, e documentare ciò che scriveva sulla Cina, con frequenti viaggi in quel paese fino alla sua morte, nel 1972, e che proprio sulla rivoluzione culturale uscì in quello stesso anno, un suo saggio "Revolution".

Perfidamente, anche allontanandosi dal tema della Cina, Mantici cita poi un articolo di Beniamino Placido apparso su Repubblica il 20 aprile '99, in occasione del novantesimo compleanno di Montanelli, nel quale si riporta la lamentela di Soffici che, intervistato da Placido stesso, gli chiede "di non fare come quel suo collega Montanelli" che aveva scritto che il suo cortile era pieno di galline razzolanti, mentre poteva ben vedere che non ce ne era alcuna.

Non è nota, o almeno non è stata diffusa, la motivazione che ha accompagnato il premio conferito a Granzotto, ma se lui, e con lui tantissimi giornalisti italiani si dichiarano discepoli di Montanelli, non c'è bisogno di conoscerla.

Serena Gana Cavallo
( Per sua gentile concessione )
La medesima pagina compare sul sito
http://www.deportati.it/recensioni/montanelli.html




nel cuore di tanti estimatori di Montanelli, a sinistra come a destra, questa e altre pagine
sono stata etichettate come un peccato di gioventù, scritte solo per ingraziarsi il regime.

Con il "...nessun di noi si augura che la guerra finisca ..." fu poi accontentato...

ma per l'entrata in guerra dell'Italia nel 1940 scriverà poi.... nell'81...

"I piů fecero come chi scrive, cioč nulla. Ci lasciammo portare dagli avvenimenti quasi dissolvendoci in essi, e senza contribuirvi nč in un senso nč nell'altro. Quelli di noi che vennero richiamati alle armi, cioč quasi tutti, non furono soldati traditori, ma nemmeno buoni soldati". (L'Italia dell'Asse, 1a ediz. Rizzoli, 1981, pag 446)

La frase si commenta da sola.

All'Asmara e poi ad Alamein,e poi in Tunisia posso assicurare che "buoni soldati" c'erano !!!
(c'era mio padre !)
Erano i buoni ufficiali (che facevano "nulla") che mancavano!

Messe in Russia per vari attriti se ne venne via senza nemmeno consegnare il comando al successore.
Poi dopo Rommel e Alamein in Tunisia si arrese agli inglesi con 120.000 uomini alla fame,
ma lui andò a Londra con gli onori della resa.
(Mussolini lo aveva perfino Nominato Maresciallo d'Italia)
Poi rientrato in Italia nel '43 lo troveremo il 18 novembre nominato da Re....
"Capo di stato maggiore generale dell'Esercito Cobelligerante Italiano" che combatteva a fianco degli Alleati.
(una bella carriera !!! )
Mio padre invece dalla Tunisia fu mandato nei campi di concentramento in Sud Africa.
Si fece lì 3 anni. Fu rimpatriato in Italia solo nel marzo del 1946 !!!!

_______________________________

Non basta aver scritto molti libri, aver fondato un quotidiano, aver mandato a quel paese Berlusconi, avere il plauso della sinistra pur nelle differenze politiche per imporsi come riferimento culturale dell’Italia controcorrente.

Il suo era stato un Patriottismo nel colonialismo fascista, anzi come disse lui era
"
una bella vacanza dataci dal Gran Babbo in premio di tredici anni di scuola. E, detto fra noi, era ora"
" qui il bianco comandi!
"

Una vacanza con annesso l'acquisto di una "bestiolina docile di 12 anni".

Si dirà che quello era il contesto. In Africa su usa fare così.Troppo comodo!

Il monumento in suo "ONORE" stia pure lì,
ma a fianco bisognerebbe mettere non solo la sua "brillante" carriera giornalistica,
ma anche gli scritti di quella "coscienza d'uomo" vissuta in Africa dal Sottonente anno 1936.

Utili sia a chi giustifica quel "contesto" ma anche chi giustifica la "contestazione".

Per i primi serve poco ricordarci che dopo il 25 luglio e dopo Piazzale Loreto
con il Babbo" appeso, anche lui era poi fra i contestatori.
Ma per ovvi motivi, "contestatori" gli italiani erano diventati tutti. Per poco.
Perché poi prolificarono i "voltagabbana". Lui compreso.

Ma se Mussolini vinceva, alla sua dipartita avremmo poi trovato Montanelli
all'inaugurazione dei busti in tutta Italia e a fare i panegirici in ONORE del suo "BABBO".

Ma abbiamo ricordato sopra, quando andava da un giornale all'altro, e da un partito all'altro
e lui disse per giustificarsi che “solo gli stupidi non cambiano mai opinione”.

Ma allora perché meravigliarsi se poi gli italiani (salvo essere stupidi)
ridiventano fascisti, antifascisti, socialisti, comunisti, ad ogni cambio di luna ??

Perché? E' l'Italiano !! Bellezza !!!
Che ogni tanto "fa quello che vuole".

Prova ne sia, che nelle elezioni del 1993, Fini - col suo AN-MSI - e la Mussolini (più fascista di così) nel Sud, a Roma e a Napoli, presero il 46 e il 44 % dei voti. (un risveglio!!)
Ne approfittò Berlusconi (lui che aveva detto "se votassi a Roma voterei Fini"). Sdoganati si alleò con Fini al Centro-Sud, e con Bossi al Nord (quello che aveva detto "con il fascista io non prenderò nemmeno un caffè").
E vinsero !! Fregandosene Berlusconi della "Legge Scelba" ("Apologia Fascismo").
La "gioiosa macchina da guerra per battere la Destra" del comunista Occhetto rimase col moccolo in mano.
E iniziò un altro "Ventennio" quello "allegro", "danaroso", "consumistico" con l'informazione TV privata prima, poi anche con quella pubblica, con dentro i suoi galoppini tutto fare in ogni angolo.

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un'altra "perla" di Montanelli

Nel mese di ottobre anno 2000 esce il libro di Suvorov con alcune tesi; afferma giustamente che Stalin non era per nulla impreparato al voltafaccia di Hitler, e che invece Stalin era preparatissimo perché aveva previsto la guerra che Hitler gli avrebbe scatenato.

Un lettore chiede a Montanelli cosa ne pensa, e il giornalista sul Corriere della Sera del 7 novembre 2000, così gli risponde, contestando Suvorov:

"Qualche dubbio mi pare legittimo. A riprova della sua tesi, Suvorov cita il tipo di mezzi corazzati che Stalin aveva dettato all'Armata Rossa: carri leggeri e veloci perchè destinati a passare sulle macerie fumanti di un'Europa già distrutta da Hitler. Il che gli avrebbe fatto perdere la battaglia che invece gli procurò la vittoria, quella di Kurks, contro i possenti ( !!???) blindati tedeschi se gli americani non gli avessero fornito, prima del proprio intervento, i loro. Ma poi come fece, questa Cassandra (Stalin) capace di vedere così lontano, a non capire che Hitler stava per piombare addosso a lui e a farsene cogliere del tutto impreparato? (!!!??? N.d.R). Va bene: i libri, si sa, si scrivono per venderli: e per vendere quelli di Storia, bisogna raccontarla in modo diverso dagli altri. Ma c'è chi ne abusa".

In parte Suvorov dice la verità anche se sbaglia anche lui. Mentre Montanelli è lui a raccontarcela in un modo diverso o abusa o non conosce. Forse scrive molto ma legge poco. Basterebbe leggere solo le schede delle armi in qualsiasi Enciclopedia delle Armi, e quando furono costruite e impiegate per evitare errori così grossolani.

E quali sono i carri armati forniti dagli americani ai russi a Kurks? Fino allora Nessuno
E quando mai i carri di Patton sono entrati ad Auschwitz? (Montanelli, CorSera, dic. 2000). Nessuno!!! anche perchè Auschwitz si trova in Polonia e non ci risulta
che gli americani misero mai piede in Polonia.
Forse Montanelli avrà visto solo il film di Benigni, che fa appunto entrare ad Auschwitz,
nel finale, un carro armato che ha sulla torretta una bandiera americana.

Dice anche che non è vero che Hitler possedeva carri "pesanti" e "blindati".
(avevano carri di 15-20 Tonn. con cingoli non adatti alla steppa russa.
Era possente invece il T 34 di Stalin (di 45-50 tonn. e che già dopo appena 10 giorni preoccupò Hitler, caro Montanelli.
Ma é una lunga storia che inizia nel 1933, prima ancora della presa del potere di Hitler.

Stalin si era altro che preparato !!!! . Il tremendo T 34 fu la sua arma vincente.
qui la storia (che fu fatale Hitler del T 34 >>>>>

Oltre aver fatto già un singolare patto (beffa) con il
"GIAPPONESINO" IL 13 APRILE 1941 >>>>>>

In anticipo di 2-3 mesi, altro che impreparato !!!!

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Vi é anche quest'altra singolare risposta data ad un altro lettore delle sue "Stanze"
che chiedeva visto che lui era stato in Africa
cosa ne pensava dei gas impiegati da Badoglio
.
"La storia dell'impiego dei gas é una menzogna".
"Io non li ho mai visti nè ho mai sentito che ne abbiamo fatto uso".

Ma come ne parlavano in tutta Europa!!!! Qualcuno volle ricordagli
l'appello della Società delle Nazioni, lanciato il 9 aprile, contro l'Italia che doveva "rispettare le convenzioni di guerra, e non far ricorso all'uso dei gas asfissianti e centrare anche bersagli del nemico coperti dal simbolo della Croce rossa".

Poi vi é il rapporto del 12 gennaio a firma del generale Bernasconi (Comando delle forze armate della Somalia - Fronte Sud, Addis Abeba) che riferisce...
"Alle ore 6 est iniziata partenza aerei bombardamento. Partecipano 24 apparecchi dei quali sei caricati a gas. Lanciato chilogrammi 1700 gas e altre 7000 bombe calibro vario. Quelle a Gas lanciate al guado Bandu e riva destra Canale Doria sino a Uadi Baccasu".

In un volume ufficiale della guerra, l'ufficile Lessona accenna che
" sul fronte somalo furono lanciate da 5 aerei "kg 1.700 di bombe a gas"
.

Ci sono poi i molti messaggi di Mussolini a Badoglio che lo invitava a impiegare i gas, pubblicati solo ora per la prima volta integralmente - da Angelo Del Boca "Sull' impiego delle armi chimiche nella campagna d' Etiopia" (I gas di Mussolini, Editori Riuniti, pagg. 190).

Poi c'era mio padre.....qui con gli Ascari..(ne furono impiegatI ca. 100 ).
Col nome "XX Battaglione Eritreo".
Comandato proprio da Montanelli, ma solo fino al 31 dic. del '35).

Mio padre: Gonzato Giuseppe - il camionista che trasportò dal porto agli aeroporti 6 170 quintali di aggressivi chimici, 186 bombe da 21 kg a iprite, 325 bombe da 41 kg a fosgene
e le bombe
C 500T da 280 kg l'una

..... assieme a costituito "Plotone Chimico", CC. NN. della 4a Divisione
addetti al trasporto e al maneggio dei micidiali bidoni ....(qui con le maschere)

....e mi raccontò mio padre che Badoglio (giunto in Africa a inizio gennaio per sostituire l'incapace De Bono) con i suoi uomini, alla battaglia del Passo Uarieu, già in crisi il 19, il 21 al 24 gennaio furono assediati da 38.000 abissini. Una sua colonna subì perfino un quasi annientamento totale. Morirono 60 ufficiali, 605 Camice Nere e 417 àscari. Fu ucciso perfino il cappellano che stava dando la benedizione ai tanti morti (gli abissini li avevano perfino decapitati).
Il giorno 24 Badoglio ordinò una poderosa offensiva, ma non di terra da dove a loro non arrivava più alcun rifornimento, nemmeno l'acqua da bere, ma una offensiva dal cielo con il lancio massiccio delle micidiali bombe C 500T all'Iprite.
Solo con queste bombe Badoglio riuscì a togliersi dall'assedio e a spazzar via in pochi giorni il campo di abissini e a farsi largo per un contrattacco. Fino ad
Addis Abeba.

Del resto aveva ricevuto da Mussolini fin dal 19 gennaio (con lui già in cris e ancora sotto assedio) l'ordine di «impiegare tutti i mezzi di guerra - dico tutti - sia dall'alto come da terra». E lui li usò.

FU QUELLO DI UARIEU UN MOMENTO MOLTO CRITICO PER L'ITALIA. SI RISCHIO' UNA DISFATTA TOTALE !!
CON CHISSA' QUALI RIPERCUSSIONI
CI SAREBBERO STATE IN ITALIA E IN EUROPA. FORSE NON CI SAREBBE STATO NEMMENO L'INIZIO DELLA 2a G.M. (visto che il facile successo badogliano fatto con l'iprite, con Hitler molto intressato a guardare; lui si convinse che Mussolini possedeva un arma micidiale e anche un forte esercito. Ed infatti nel dopo Africa già si iniziò a parlare di "alleanze".
(Il "Patto d'Acciaio" fu firmato il 22 maggio 1939 (avventatamente) da Ciano e von Ribbentrop. Non da Mussolini !!! Lui infatti quando Hitler invase la Francia, proprio perché sapeva di non esser preparato, volle -
con la neutralità - non mantenere fede al patto. Scrisse una lettera (che abbiamo in originale - dagli USA) dichiarandosi "non belligerante" perché era scarso di mezzi. Quello che nella lettera chiese a Hitler ci sarebbe voluto dei mesi e mesi per inviarlo. Gli elencò tutto il materiale che lui aveva bisogno per essere al suo fianco (come alleato, così era il Patto) chiese una quantità quasi inverosimile. Pari a 500-1000 treni merci. Ovviamente Hitler gli rispose di astenersi e di fare solo pubblicità alla sua causa.

QUI l'originale lettera di Mussolini con la sua incredibile richiesta di aiuti >>>>>>


Ma adesso Hitler sapeva che l'Italia con le sue 9 milioni di baionette era tutta un bluff. E Mussolini una marionetta!

Fu poi il RE - e non Mussolini..... (lui fece solo il discorso al balcone - quando ormai Hitler era quasi a Parigi).... a firmare (una inutile) Dichiarazione di Guerra a una Francia ormai in ginocchio; solo il Re poteva farlo in base al suo Statuto Albertino. E se Mussolini si fosse rifiutato di intervenire lui poteva anche farlo arrestare.
Cosa che fece poi il 25 luglio del '43, sempre avvalendosi del suo Statuto).

Poi il Re indossando la bustina parti per il fronte sulle Alpi, con un esercito raffazzonato non solo guidato da gente impreparata (dove tutti volevano comandare) ma anche con scarsi mezzi. O non adatti a quell'impresa.
I comandanti delle 3 armi, Esercito, Marina, Aviazione, si ignoravano l'un l'altro. Con astio. Fino al punto che i bombardieri affondavano le nostre navi (come a Taranto).

Nell'attacco alla Francia portarono dei mortai che sparavano in orizzontale, e non a parabola come era necessario sulle Alpi. Poi appena partiti, una terribile tormenta di neve si abbattè sui soldati mal equipaggiati - con morti e feriti - mettendoli fuori causa. Erano convinti che in montagna ci fosse il clima del mare, e li avevano mandati in camicia.
Quando in qualche modo raggiunsero il confine, Hitler era già sotto la torre Eiffel. E nella stesura del trattato di Pace a Parigi non volle al suo fianco Mussolini. Infastidito "Io farò le mie richieste, tu farai le tue in un'altra sede".
Noi ci si aspettava dalla Francia il ritorno di Nizza all'Italia. - Poi a Roma dove si incontrarono con gli ambasciatori, francesi ottennero solo un piccolo territorio nell'Africa coloniale francese; Gibuti.
Per rivalsa, Ciano ( pochi giorni dopo all'insaputa di Hitler, convincendo il suocero, volendo rivaleggiare con Hitler (e forse anche per sostituirsi a lui) dopo l'ininfluente (e maltrattato) contributo dato dall'Italia nella sconfitta della Francia......si inventò la sciagurata...
"Guerra in Grecia" >>>qui i verbali segreti >>>> , che per l'italia fu poi disastrosa.
Ma il ritardo causato a Hitler per tirarci fuori dalla disfatta..... (non volendo avere una Grecia alle spalle in mano agli inglesi) .....a lui gli costò poi il "fatale ritardo" per invadere la Russia.

TORNIAMO IN AFRICA - Le prime bombe lanciate direttamente sugli abissini fecero stragi. Hailé Selassié denunciò di fronte alla Società delle Nazioni l'uso da parte dell'esercito italiano delle armi chimiche contro la popolazione etiope. Poi gli italiani diventarono "più umani", e avvisavano il giorno e il luogo dove le avrebbero sganciate. Ma l'impatto era sempre micidiale perchè i gas tossici spopolavano i villaggi, uccidevano tutti gli animali nei pascoli e anche tutte le fonti d'acqua di fiumi e laghi risultavano contaminati.
Con le stragi e con le minacce di farne altre, Badoglio riuscì a riprendere in mano una situazione che era diventata molto molto critica.

Ma andò poi anche a vincere!! Muovendo a primi di aprile su Addis Abeba. Dove vi entrò il 30 aprile con una bella "messa in scena fotografica " da "trionfatore". ( - Non vi erano nè cavalli e tantomeno le auto. Anche qui c'era mio padre - autista - ma appiedato per mancanza di carburante).

Badoglio lasciato Addis Abeba per andare a Roma a raccogliere il trionfo, lasciò a Graziani il comando delle truppe italiane e lui volle dimostrarte che tutta l'Etiopia era sotto il controllo italiano, ma non era così', oltre 100.000 abissini erano nei dintorni e ci furono vari saccheggi e attentati. Graziani adottò una politica del pugno di ferro nella repressione. Ma l'19 febbraio del '37 proprio durante un discorso dove lui ammoniva gli abissini ci fu un lancio di diverse granate verso il palco. Vi furono 7 morti e numerosi feriti compreso lo stesso Graziani investito da 300 schegge.
La sua reazione scatenata per alcuni giorni fu durissima; ci fu un vero e proprio massacro indiscriminato con vari saccheggi, incendi di interi quartieri e migliaia di morti. Compresi 297 monaci, incluso il vice-priore, e diversi notabili abissini sospetti di connivenza con gli attentatori. Con il suo Fiat 634, mio padre per giorni e giorni trasportò nelle fosse comuni centinaia di abissini trucidati. Gli etiopici denunciarono 30.000 morti. Le fonti italiane dai 4 ai 6.000. Quelle estere 18-19.000. In tutta l'intera zona fu proclamata la legge marziale
Da notare che mio padre poi rimase ad Addis Abeba dove fondò un avviata impresa di trasporti con sede all'Asmara, che presto con altri 30.000 italiani in 4 anni trasformarono la città in una delle più belle dell'intera Africa.
Questo fino al 1940, quando gli requisirono tutti i camion e lui stesso fu aggregato per la nuova guerra del '40.
Inviato in Libia, dopo Al Alamein, si rifugiarono in Tunisia dove lui e altri 120.000 si arresero agli inglesi e inviato nei campi di concentramento in Sud Africa, in Rhodesia. Fu rilasciato e ritornò in Italia solo nel marzo del 1946 con solo i suoi stracci addosso, dopo 10 anni vissuti in Africa fra guerre e tanto alacre lavoro.



Dunque i gas c'erano! Ma qui non vogliamo giustificare né gli uni né gli altri.
Perchè bisogna dire che la "cultura" degli abissini era - abituati da sempre - di sfigurare i cadaveri degli italiani catturati o a mozzare le teste e portarle in giro come trofei; mentre la "cultura" italiana era più "civile", quella di far uso di gas tossici, e dove cadevano cadevano.
(Quando catturarono Mussolini, i "civili" fecero qualcosa di molto simile agli abissini; ma con la differenza che la "macelleria" di Piazzale Loreto non era in Africa!)

Messo alle strette Montanelli in seguito pure lui poi confermò...
sulle sue pagine in "l'Italia Littoria" , pag. 295.
"I gas furono usati sì dagli italiani ma come gli abissini
usavano le micidiali pallottole "dum-dum".

(ma cos' era un dare e avere?).

Le pallottole "dum dum" che venivano utilizzate dagli abissini, erano micidiali,
ed anche il loro uso era proibito dalle convenzioni internazionali,
anche se le fornivano ed erano prodotte in Europa
dalla ditta Société Française des Munitions. (cioé dalla ambigua "amica" Francia)

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LA CONGIURA DELLE BARBETTE. (un'altra cantonata di Montanelli)
Un giornalista americano, Frank Stevens, il 10 ottobre 1939 (Hitler aveva già invaso la Polonia, e Mussolini stava decidendo cosa fare) scrisse per "El Tiempo", un quotidiano di Bogotà, un'ampia corrispondenza dall'Italia nella quale, esaminando la critica situazione politica del Paese Italia, dava una notizia inquietante: palesava una fantomatica "congiura delle barbette" che faceva perno su Grandi, De Bono, Balbo e i Savoia, per far sganciare l'Italia dalla Germania.
Stevens aveva ragione! Un "golpe" in effetti era nell'aria, e stava quasi per essere portato a termine. Non avvenne, ma il giornalista americano era molto ben informato sui retroscena della politica italiana. Una rivelazione la sua che contiene molti elementi di credibilità, avvalorati poi nel 1966 dall'esilio di Cascais da parte dello stesso Umberto che ammise l'intenzione, maturata fin dal 1939, poi concretamente condotta a termine solo il 25 luglio 1943; cioè di provocare un voto di sfiducia del Gran Consiglio del fascismo per mettere in minoranza Mussolini e chiederne le dimissioni.

Indro Montanelli il 27 nov 2000, sul CorSera, scrisse che quella della "Congiura delle barbette" era una notizia degna di Bogotà.

Ma sappiamo poi il seguito! Balbo morì, Grandi fu poi il protagonista alla famosa seduta (ci andò con in tasca due bombe a mano) e dovette poi far fagotto per non finire anche lui come l'altra "barbetta" De Bono fucilato a Verona come "traditore" assieme a Ciano. Quando cadde l'aereo con Balbo, in Italia molti si interrogarono; mentre la moglie non aveva il minimo dubbio chi aveva voluto la morte del marito; se non direttamente Mussolini, indirettamente qualche filo-tedesco ai vertici che non sopportava il "balbismo", nè il suo antigermanismo.
E Balbo, Grandi, De Bono erano appunto le "tre barbette".
Caro montanelli. Aveva ragione il giornalista di Bogotà! Ed era proprio degno di "attenzione" l'indiscrezione del giornalista americano, Frank Stevens. Visto che lo ammise lo stesso Re Umberto.

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Riguardo alle sue tanto celebrate "Storie" di Roma e dell'Italia. Questa fu l'amara considerazione dello stesso Montanelli durante la crisi Prodi nel '97 (con Bertinotti e poi la nascista del PD).

“Credemmo che l’Italia avesse liquidato, sia pure a carissimo prezzo e grazie a forze altrui (ma questo è il leitmotiv della nostra Storia non soltanto di questo secolo), un regime che le aveva impedito di essere se stessa. Ed invece gli eventi che abbiamo seguito passo passo coi volumi successivi ci dimostravano che non era affatto cambiata con il cambio del regime. Erano cambiate le forme, ma non la sostanza. Era cambiata la retorica, ma era rimasta retorica. Erano cambiate le menzogne, ma erano rimaste menzogne. Erano soprattutto cambiate le mafie del potere e della cultura, ma erano rimaste mafie.

"L’anagrafe mi ha consentito, o forse mi ha condannato, a partecipare a tutte le grandi speranze di questo secolo italiano. Studente negli anni Venti, ho sognato, come tanti, quasi tutti i miei coetanei, di contribuire a fare del fascismo una cosa seria, e automaticamente ce ne trovammo emarginati. Ci schierammo con le poche forze liberaldemocratiche della Resistenza, e ce ne ritraemmo vedendola trasformata in uno strumento di partito"

«Ho smesso di credere all'utilità di una Storia scritta al di fuori di tutti i circuiti della politica e della cultura tradizionali. Anzi, ad essere sincero sino in fondo, ho smesso di credere all'Italia. Una sceneggiata può bastare a provocarne la decomposizione. Sangue non ce ne sarà: l'Italia è allergica al dramma, e per essa nessuno è più disposto ad uccidere e tanto meno a morire. Dolcemente, in stato di anestesia, torneremo ad essere quella "terra di morti, abitata da un pulviscolo umano", che Montaigne aveva descritto tre secoli orsono. O forse no, rimarremo quello che siamo: un conglomerato impegnato a discutere, con grandi parole, di grandi riforme a copertura di piccoli giuochi di potere e d'interesse. L'Italia è finita. O forse, nata su dei plebisciti-burletta come quelli del 1860-'61, non è mai esistita che nella fantasia di pochi sognatori, ai quali abbiamo avuto la disgrazia di appartenere.
Per me, non è più la Patria. È solo il rimpianto di una Patria.»


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UNA CURIOSITA' . Sull'avvento dei computer e dell'informatica negli anni '90
Montanelli si dimostrò molto scettico sul loro uso e il loro futuro.
"Io ho la mia Lettere 22 e mi basta questa".
Mancava poco che dicesse che aveva nostalgia della penna d'oca e del calamaio d'inchiostro.

Prima di lui un giudizio pessimo l'aveva dato anche Giorgio Bocca,
dopo aver provato un computer,
"Si bello, però fatemi scendere !!"

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IL FASCISMO - PIAZZALE LORETO
DI MONTANELLI
("Mussolini non ha mai amato il fascismo")
https://www.youtube.com/watch?v=5FWLvbKKjZQ

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SINGOLARE UN SUO INTERVENTO
Sulla giustizia corrotta, su tangentopoli, e sulle manette facili
https://www.youtube.com/watch?v=swb0n0lIG38

 

 

le citazioni e i fatti narrati sono tratti da Broggini, Renata, Passaggio in Svizzera:
L’anno nascosto di Indro Montanelli, Milano, Feltrinelli, 2007.
Oltre che a Serena Gana Cavallo
(figlia di Leonardo Gana)

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