Ma Napoleone... chi era?
( poi più avanti un singolare "Memoriale" )

"Tutti nascono anonimi come me, in una anonima Ajaccio, in un'anonima isola, in un anonimo 15 agosto, di un anonimo 1769, da due anonimi Carlo e Letizia Ramolino; solo dopo diventano qualcuno; e se prima di ogni altra cosa sono capaci di non deludere se stessi, anche la volontÓ divina si manifesta sull'uomo." (dal Memoriale di Sant'Elena")

"Invano si tentò e si tenta di diminuire la gigantesca figura di Napoleone, invano una legione di dotti e di ricercatori s'ingegna a dimostrare che il colosso non era esente da qualche meschinità, da qualche debolezza; invano il Taine ricorre, contro colui che chiama "il gran condottiero italiano", a tutto l'arsenale della sua critica pesante e formidabile. Napoleone, il Napoleone della leggenda rimane ritto nella storia, più sorprendente, più ammirabile, più vicino, dopo ogni attacco, al tipo simbolico che di lui ci dà la tradizione popolare.
Il Taine, infatti, sbagliò e soprattutto fece opera antiscientifica limitandosi a raccogliere nelle memorie dei nemici personali del gran Corso le maldicenze e le calunnie che vennero diffuse dalla de Stael, dal de Pradt, dal Marmont e dai libellisti inglesi. Per agire scientificamente secondo i precetti del metodo sperimentale e positivista che d'altronde proprio Taine preconizzava, l'illustre storico avrebbe dovuto citare anche gli elogi entusiastici del Molien, dello Chaptal, del Bausset, del conte di Ségur, del conte Las Cases, del dottor Antonmarchi, ecc.; avrebbe inoltre dovuto considerare e far considerare gli scritti di Napoleone, e cercare infine di fare almeno una media fra il bene e il male che si dissero del grande personaggio, per formulare un giudizio sano, imparziale e convincente. Ma nella sua esplorazione dei memorialisti dell'Imperatore, il Taine procedette come nei suoi viaggi, mirando unicamente ad attingervi degli appunti tali da corroborare delle idee e delle teorie preconcette. Egli dimenticò troppo spesso che la scienza è infinitamente superiore alla passione e che la verità finisce sempre col trionfare, nella storia come nella vita. Perciò i posteri si sentono obbligati a dar ragione al Courier contro il Taine, davanti alla figura storica di Napoleone, che non poteva né potra essere rimpicciolita da sforzi di critica avversa".
(Dalla raccolta dei proclami e discorsi politici di Napoleone).

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A parte in altre pagine la ns. Biografia, il Memoriale di Sant'Elena, le sue imprese in cronologia Anno x Anno, la "Campagna d'Italia" nei Riassunti della "Storia d'Italia", e Napoleone in La Rivoluzione Francese, ci piace qui fare una sintesi delle ultime pagine della bellissima biografia di Raffaele Ciampini, "Napoleone", Utet, 1941; capitolo "Conclusione".

Cosa scrissero gli storici di Napoleone? C'è chi lo ha esaltato e chi lo ha disprezzato. Ovviamente quelli che fino allora erano stati servi lo hanno benedetto, mentre i loro padroni maledetto.

Ma chi - amici o nemici - lo ha veramente capito?

Napoleone Bonaparte si alza, gigante e solitario, sulla soglia del secolo XIX, ed è rimasto sempre presente nel XX, come il vero creatore dell'Europa moderna.
Se si nominano in una discussione tanti e tanti generali, condottieri, re, principi, imperatori, e poi si nomina lui, tutti gli altri diventano dei piccoli nani.

"E perchè precisamente l'uomo che sortì gli effetti più rovinosi non potrebbe essere il vertice dell'intero genere umano, così alto, così superiore che tutto rovina per invidia nei suoi confronti?" (Nietzsche: La volontà di potenza, af.877)

Non dimentichiamo anche questa frase riportata nel suo "Memoriale di Sant'Elena - anno 1816":
"...Abbiamo bisogno di una legge europea, di una Corte di Cassazione Europea, di un sistema monetario unico, di pesi e di misure uguali, abbiamo bisogno delle stesse leggi per tutta Europa. Voglio fare di tutti i popoli europei un unico popolo... Ecco l'unica soluzione che mi piace."

Ecco la chiara visione napoleonica degli Stati Uniti d'Europa (Che cerchiamo ancora oggi di fare). Un disegno genialmente demoniaco nella sua origine, perfettamente razionale nelle sue deduzioni.
"L'Europa non è più una tane di talpe...Quello che vuole ottenere a forza coi suoi uomini dovrà un giorno fondersi, spintovi dalla ragione e dalla necessità, in un patto spontaneo: un giorno da tutti quei popoli ne nascerà uno solo, un popolo solo... Ecco l'unica soluzione che mi piace".

Ovviamente non piaceva all'Inghilterra, ormai sulla strada del colonialismo (protettorati, sfruttamento economico ecc. ecc. giustificate come "missione civilizzatrice" nei confronti di "civiltà barbare"), e che alla fine del secolo "di Napoleone", con le sue "conquiste" (fatte con le cannoniere) poteva vantare nel mondo un impero coloniale cento volte più esteso della sua stessa isola.

Victor Hugo, che ha esaltato la leggenda napoleonica in versi spesso soltanto sonori, ma qualche volta grandiosi, ha espresso assai bene questo concetto in una poesia dal titolo significativo: "Lui" pubblicata nelle "Orientales". « Toujours Napoléon éblouissant et sombre - sur le seuil du siècle est debout ». "Egli è il creatore del secolo XIX, eppure il secolo non ha preso il nome da lui, e si è chiamato piuttosto il secolo delle nazionalità". Così dunque si è verificato questo fenomeno storico interessante, che il secolo delle nazionalità ricostituite, il secolo che ha avuto il culto e la religione della patria e della libertà, è stato aperto e creato da uno (dicono i detrattori) dei più formidabili oppressori delle patrie e della libertà che la storia ricordi. La contraddizione non è senza un suo profondo significato, e chiarirla nella sua origine e nella sua più intima essenza, equivale in realtà a chiarire tutto il vero significato della storia napoleonica, tutta la portata storica del Primo Impero.
Nel 1813, che fu il vero anno fatale per l'Imperatore (poichè nel 1814 egli non è che un capo nazionale, e l'Impero ha ormai cessato di esistere, egli non combatte più per salvare l'Impero, ma unicamente per difendere il territorio della Francia contro l'invasione nemica) l'Impero crolla con vertiginosa rapidità sotto i colpi della prima vera e grande coalizione che si sia formata in Europa contro la Francia imperiale e rivoluzionaria.

"E' la vecchia Europa - (questa frase l'abbiamo sentita di recente da oltre oceano - anno 2003) dice Edoardo Driault- l'Europa feudale e monarchica che insorge contro la giovane Europa di Napoleone, contro l'Europa dei diritti dell'uomo, l'Europa rivoluzionaria che aveva tentato di trovare la propria unità soggiacendo alla legge ferrea della conquista, nei limiti dell'impero: secondo quello storico è l'Europa dell'equilibrio, cioè della instabilità, delle competizioni e delle guerre, che respinge la propria unità, quella unità che avrebbero potuto darle soltanto il genio e la volontà di Napoleone, per fare invece trionfare la politica oppressiva della Santa Alleanza. La verità è che l'unità non poteva venire dal di fuori, come espediente imposto dalla forza delle armi e dalla conquista, ma per essere duratura e feconda bisognava che partisse dall'intimo, dal sentimento e dagli interessi delle nazioni e dei popoli, da un senso di profonda ed effettiva solidarietà".

La caduta di Napoleone rappresenta piuttosto il trionfo della coscienza nazionale presso i singoli popoli, un immenso progresso in confronto all'Europa feudale di prima; l'Europa feudale e monarchica era stata distrutta da Napoleone sui campi di Austerlitz, di Jena e di Wagram, con la conquista dell'Italia, con l'Atto di mediazione svizzera, con la Confederazione del Reno, con la conquista della Spagna. Manzoni ha detto di lui che "il fulmine teneva sempre dietro al baleno", e questo è vero in tutti i sensi: all'azione militare e alla vittoria sui campi, teneva subito dietro la ricostruzione civile e politica, e sua prima cura nei paesi conquistati era organizzarli secondo i principi sanciti dal codice, in modo che quei paesi in pochi mesi cambiassero aspetto; ed era una ricostruzione che si estendeva in superficie ed entrava nel profondo, rinnovandoli dalle fondamenta; in essi tutta la vita riceveva un impulso vigoroso; si schiudevano germi nuovi, i popoli ritrovavano la propria storia e tutti se stessi, riprendevano le vie maestre della loro tradizione e del loro passato, muovendo verso l'avvenire.

Avvenne un mutamento profondo nel costume anche nel popolo italiano. Napoleone a Sant'Elena così lo ricordò, perfino nei minimi e insignificanti particolari:

"Dopo il mio passaggio, l'Italia non era più la stessa nazione: la sottana, che era l'abito di moda per i giovani, fu sostituita dall'uniforme: invece di passare la loro vita ai piedi delle donne, frequentavano i maneggi, le sale d'armi, i campi militari; i bambini stessi iniziarono a giocare sul selciato con interi reggimenti di soldatini di stagno; indubbiamente dopo averlo sentito raccontare in casa tra le mura domestiche dai loro padri, imitavano i fatti di guerra e le mie battaglie. E quelli che cadevano non erano più gli italiani, ma gli austriaci. Prima, nelle commedie e negli spettacoli di piazza, veniva sempre messo in scena qualche italiano vile, anche se spiritoso, e di contro a lui un tipo di grosso soldato straniero, forte, coraggioso e brutale, che finiva sempre col bastonare l'italiano, fra le risa e gli applausi degli spettatori. Anche se non c'era proprio niente da ridere ma semmai da piangere. Orbene: il popolo italiano non tollerò più allusioni di questo genere; gli autori dovettero cambiare copione. Iniziarono a inserie italiani valorosi, che mettevano in fuga lo straniero, vi sostenevano il proprio onore e il proprio diritto. Vi sembra poca cosa tutto questo? No! La coscienza nazionale si era formata. E l'Italia ebbe per la prima volta i suoi canti guerreschi e gli inni patriottici".
(Memoriale di Sant'Elena)

Era -dirà qualcuno- servaggio anche questo, senza dubbio, ma di natura e carattere profondamente diverso. Il nome Italia cominciò a varcare le frontiere, a imporsi alle attenzione dell'Europa, a farsi stimare tra i patrioti di ogni nazionalità, poichè molti italiani mostravano di saper morire combattendo e che possedevano anche loro un orgoglio; non quello oppressivo, compressivo, depressivo, di tanti tempi anteriori. E che purtroppo, poi, finito questo "momento magico", tornò in quelli con la Restaurazione. Per un breve periodo per fortuna. Ma anche questo Napoleone lo aveva previsto: "deve passare una generazione, poi i giovani che verranno, capiranno, e vendicheranno l'oltraggio che io ora soffro qui "(a San'Elena - dalle Memorie ).

Napoleone, forse senza rendersene conto, era così un grande risvegliatore di dormienti, un animatore instancabile di neghittosi. Vincendo i re e fecondando la vita profonda dei popoli, egli fece nascere una nuova coscienza, con tutto un mondo nuovo di aspirazioni e di bisogni, là dove prima non era che sottomissione; creò i popoli moderni con le loro esigenze e la loro volontà, là dove prima non erano che greges di sudditi e re imperiosi, Orazio direbbe timendi. Naturalmente (ed è forse inutile dirlo) non creò dal nulla, e la sua ricostruzione trovò dovunque un nuovo pensiero in elaborazione, un nuovo fermento di desideri, un nuovo germogliare di idee ma precipitò il processo di dissoluzione dell'antico, ruppe tutti i legami che tenevano avvinto l'uomo moderno, e fu veramente, da questo punto di vista, l'uomo del destino.

Certo, l'antico regime non era morto, né sarebbe stato possibile spegnerlo in pochi anni così compiutamente che non potesse avere ritorni offensivi, il soprassalto degli agonizzanti (e così fu): una storia millenaria non poteva essere cancellata in così breve periodo di tempo neppure da Napoleone; anzi dopo il 1815 l'antico regime in apparenza trionfa. Esso si era servito delle armi stesse di Napoleone, e aveva chiamato i popoli alla riscossa contro di lui proprio in nome di taluno di quei princìpi che erano la forza dell'Imperatore francese: così facendo riconosceva implicitamente la vittoria definitiva di Napoleone, e la vitalità di quel mondo nuovo che voleva abbattere quello vecchio. Poi, ottenuto lo scopo, quei princìpi vennero oppressi e conculcati, fin dove era possibile, e si cercò di rimettere l'Europa nel sepolcro di prima; ma l'Europa non era più la stessa e il suo sonno fu soltanto apparente.

Fino dai primi giorni del 1813 Stein aveva sognato per la Germania una ricostruzione in una forte unità nazionale, che abbracciasse tutti i tedeschi, un impero germanico, un grande Reich. Come si potrebbe chiamare medioevale e feudale una Europa nella quale potevano germogliare questi concetti? L'Austria riprende ed allarga il proprio predominio in Italia: Venezia non risorge, e diventa anzi un possesso austriaco: ma chi potrebbe affermare che la Venezia del 1815 sia la stessa del 1797 e che quei diciotto anni di storia non abbiano lasciato tracce? (sorgono infatti, i vari Manin !). Milano ritorna austriaca, ma non è più la Milano di prima, e fin dai primi giorni della restaurazione, la battaglia fra classicisti e romantici rivela un cambiamento profondo, un rinnovamento totale dei sentimenti e delle idee. E non è la stessa Spagna quella nella quale rimettono piede i Borboni, e i nobili, che in Francia seguono i monarchi legittimi rimessi sul trono dalle armi straniere, possono sembrare dei revenants, con le loro parrucche e con i loro codini: essi hanno dormito per tanti anni un sonno inquieto e agitato, ma la Francia, e con essa tutta l'Europa, è stata nel frattempo ben desta e non ha fatto che andare avanti.

Anche l'Italia ormai si incammina, per quanto di nuovo spezzata e divisa, verso la propria unità: il Conciliatore e L'Antologia (che non erano giornali della plebe ma di intellettuali) rivelano un intimo travaglio, una reale unità degli spiriti sotto le divisioni apparenti, che dovrà tradursi negli atti. Il culto che uomini del popolo e uomini d'arme consacrano a Napoleone, ha la sua ragione profonda: anche se alcuni nostri pensatori e nostri scrittori restano invece diffidenti verso di lui, perchè, tutti protesi verso l'avvenire della patria, preferiscono cercare una Italia che nulla debba allo straniero (per quanto -paradossalmente- talora rivendichino l'italianità di Napoleone), una Italia che sviluppi la propria storia, e, imbevuti del sentimento della indipendenza e della unità, l'Imperatore sembra ad essi un oppressore, il cui ritorno potrebbe ritardare la libertà della patria.

Ma a noi Napoleone appare come l'iniziatore dei tempi moderni: lo spettacolo dell'Europa nei primi venti o venticinque anni dell'Ottocento ci sembra uno dei più straordinari che presenti la storia: i più accaniti nemici di Napoleone hanno dovuto assorbire qualche cosa del suo prodigioso pensiero e, per abbatterlo, hanno dovuto servirsi di lui, del nazionalismo che lui aveva creato, e così riconoscere e consacrare la sua vittoria. Non ne è rimasta immune la Russia, dove Speranski sognava riforme nel senso indicato dal Codice, la libertà, l'uguaglianza, l'abolizione dei privilegi e della schiavitù, e una Costituzione sul tipo di quella consolare; non ne è rimasta immune neanche l'Inghilterra, per quanto, circondata dal mare e isolata, i soldati francesi non abbiano potuto toccarne il suolo. Essa è costretta a mettersi alla testa di tutte le coalizioni, a perfezionare la propria industria e il proprio commercio, a rinforzare la propria flotta, e, per vincere Napoleone, quanto più questi tenta di escluderla dal continente, tanto più essa è costretta a farsi europea; le guerre contro l'Impero sono state una delle cause della sua recente ricchezza.

Ma soprattutto, dal travaglio dell'età napoleonica è nata la nuova coscienza italiana, ed è nata la Germania moderna: sono queste le due conseguenze più grandiose della conquista napoleonica. Una nuova cultura e un nuovo pensiero politico si diffondono per tutta l'Europa, e la rinsanguano, negli anni che seguono immediatamente il 1815: il diritto dei popoli a disporre di sè, a scegliersi ciascuno liberamente il proprio governo, a vivere ciascuno libero e indipendente dagli altri popoli, con la propria vita storica e nazionale, con la propria unità, con le sue tradizioni, la sua cultura, il suo passato; un nuovo concetto dei rapporti sociali e un nuovo ordinamento amministrativo, tutto ciò è conseguenza della conquista napoleonica, e dei diritti dell'uomo trasportati oltre le frontiere di Francia fra le varie nazioni; é il grande fenomeno storico dell'Ottocento. Naturalmente, come é già stato accennato, c'é nell'edificio napoleonico qualche cosa di anacronistico, oserei dire di sorpassato e di archeologico, che rende tutta la costruzione precaria. Sorge il problema se un impero di tipo romano, di quella vastità, formatosi per effetto della conquista con tanta inevitabile fretta, potesse avere vita lunga e feconda nel secolo XIX. Talune istituzioni napoleoniche ci fanno la penosa impressione di una stonatura, dopo la rivoluzione e i diritti dell'uomo: così la nobiltà imperiale, tutti quei duchi, conti, baroni, quei titoli e quelle cariche così antiquate di arcicancelliere dell'Impero, arcitesoriere, vicegrande elettore, ecc. E tutto ciò non era soltanto nelle forme, ma era nell'essenza stessa dell'Impero napoleonico, e nel concetto che Napoleone se ne faceva: egli riteneva indispensabile al suo sistema il ritorno all'antico, alle distinzioni, agli onori, alla nobiltà.

Dopo Tilsitt, si allontana sempre più dallo spirito e dagli uomini della rivoluzione, per tentar di rientrare nella grande tradizione monarchica da lui ereditata; della rivoluzione voleva conservare i principi, ormai consacrati nel codice, sacrificando le forme: voleva unite le forme antiche allo spirito nuovo. Qui é tutto il carattere dell'Impero napoleonico; ma non é difficile accorgersi che c'é un equivoco alla base del sistema. A uno spirito completamente nuovo come era quello emanato dalla rivoluzione, erano anche necessarie forme corrispondenti, anch'esse completamente nuove. Napoleone si accorgerà dell'equivoco, ed egli stesso lo denuncerà, quando riconoscerà l'errore commesso sposando una arciduchessa austriaca: egli aveva davvero voluto unire (ci sia concessa questa espressione popolare) il diavolo e l'acqua santa. Alienò da sè la rivoluzione e i rivoluzionari, senza guadagnarsi durevolmente gli uomini dell'antico regime: tolse slancio e vigore all'impulso rivoluzionario, senza riuscire a infondere una vita nuova nelle istituzioni antiche.

Col passare del tempo, e in mezzo alle difficoltà crescenti, non ebbe più l'appoggio dei rivoluzionari, né fu sostenuto dall'antico regime: figlio della rivoluzione, meglio sarebbe stato ch'egli avesse seguito la rivoluzione fino all'ultimo, affidandosi ad essa soltanto, e senza tentare unioni impossibili.
Come tutto l'Impero ha in se' qualche cosa di anacronistico, così ha qualche cosa di archeologico il concetto che egli ha di Roma e dei romani, e ciò che egli tenta fare di Roma: la sua Roma non é mai un organo vivo inserito in un corpo vivo. Egli toglie Roma all'Italia per farla diventare città francese, la seconda città dell'Impero, né d'altra parte osa o vuole ricostruire l'Italia. Non vuole ricostruirla anche perché non intende privarsi di Roma; non é infatti concepibile l'Italia senza Roma; ma Roma senza l'Italia, abbassata al rango di seconda città di una nazione alla quale essa non appartiene, inserita per forza in un organismo non suo, e ridotta a puro simbolo, é veramente una città morta. Che cosa infatti vale il passato, se esso non vive anche nel presente e non continua nell'avvenire, se é pura memoria storica e letteraria, ed é ridotto a contemplare sterilmente se stessa? Roma avulsa dall'Italia era città svuotata di tutto il suo contenuto, era città-ricordo e cittàmuseo: le rovine stesse dell'antichità non si animavano più della vita presente, ma erano fine a se stesse. Napoleone ebbe, sì, il merito di iniziare a Roma scavi e lavori grandiosi, ma scavi di scarsa importanza, poiché in essi era evidente la preoccupazione archeologica, non la ricerca di una gloria passata, sprone ed esempio della gloria avvenire.

I romani stessi Napoleone li vede fuori della realtà e della storia, e si immagina che essi debbano corrergli incontro, e alzare benedizioni verso di lui, perché egli li libera dal giogo odioso dei preti politicanti: ha, dei romani del suo tempo, un concetto tutto retorico, lontanissimo dalla realtà. Quando vede che essi non gli sono per niente grati, anzi gli oppongono la loro resistenza passiva, e malgrado le violenze continuano ad essere fedeli a un povero vecchio prete disarmato, Napoleone si irrita e li minaccia: anche questi romani egli li ha voluti rigenerare, ed essi non sanno che farsene. In realtà vedeva Roma e i romani attraverso la retorica rivoluzionaria e attraverso quei libri di storia che aveva letto con tanta passione, né si rendeva conto delle vere condizioni e del vero avvenire di Roma. Non avere ricostituito l'Italia come regno unito e indipendente, con Roma capitale, e la corona divisa da quella francese, fu forse per Napoleone un errore fatale; ma fare questo avrebbe significato rinunciare all'Impero, e d'altra parte é lecito domandarsi se la cosa sarebbe stata possibile.

L'Impero ebbe breve durata: ma non si può fare a meno di ammirare la mente dell'uomo che lo concepì e lo fece diventare realtà, il genio che racchiudeva in se stesso tutte le più alte qualità che possono rendere venerabile un uomo: alti concepimenti, pensiero originale e profondo, novità di concetti politici, energia indomabile tutta tesa al raggiungimento del fine, genio militare come altri non ne ha mai conosciuto la storia. Si possono enumerare i suoi errori, perché certamente ne commise, come tutti i mortali; si possono anche additare le sue lacune, i suoi torti: ma non si può denunciare in lui nulla di misero, di piccolo.

Tutto in Napoleone porta il segno della grandezza suprema. Per questo ha sempre esercitato e continua ad esercitare tanto fascino sulla immaginazione degli uomini: perché egli é uno spettacolo che veramente non ha precedenti. Anche a distanza ormai di tanti anni, si sprigiona da lui una tale forza vitale che non è possibile avvicinarlo senza esserne soggiogati. Si può dire che, morto, é più vivo che mai, e continua a operare, a pensare, a agire, sulla umanità in un senso o nell'altro. Può essere o non essere amato, può forse anche essere odiato, ma davanti a lui non é possibile restare indifferenti, e non é possibile all'uomo che pensa, fare a meno di porsi, almeno una volta nella vita, il problema di Napoleone.

Ci si può anche porre il problema dei suoi precedenti, ci si può chiedere se la sua figura risulti maggiore o minore in confronto a quella di altri grandi personaggi della storia, se debba nulla agli imperatori che lo hanno preceduto, poiché soltanto con essi può essere paragonato. Il parallelo é legittimo, poiché lo ha invocato Napoleone stesso, se sono vere alcune parole che gli vengono attribuite da Villemain: «Chateaubriand mi ha paragonato a Tiberio, che non si muoveva da Roma che per andare a Capri. Che idea! Traiano, Diocleziano, Aureliano, passi: uno di quegli uomini che dovevano tutto a se stessi e sollevavano il mondo. Voi che conoscete bene la storia, non vi colpisce la somiglianza del mio governo con quello di Diocleziano?».

Si é anche paragonato a Mario: «questo contadino di Arpino che la guerra mise al disopra del patriziato romano, schiacciò due volte gli eserciti nordici, e allontanò per tre secoli l'invasione dei popoli barbari con le sue reclute di proletari del Lazio e con i suoi veterani bruciati dal sole africano ».

Quando diceva queste parole egli era a Mosca, dove era andato per tentar di respingere la discesa dei barbari verso l'occidente e aveva anch'egli per reclute i figli dei contadini, aveva nelle sue file alcuni veterani bruciati dal sole dell'Africa. Ma i suoi veri predecessori, coloro che gli hanno insegnato l'arte di governo, e che hanno creato una organizzazione statale dalla quale egli ha preso in parte la sua, sono gli imperatori romani, ed é ad essi che egli si richiama di continuo, ad essi che vuole riallacciarsi. « Io sono della migliore stirpe dei Cesari, di quelli che fondano». Accetta il parallelo con tutti, a incominciare da Giulio Cesare, poiché sente di continuare l'opera di tutti, e tutti li difende contro Tacito ("Tacito li ha sistematicamente denigrati....non ha capito l'impero e ha calunniato gli imperatori; Tacito è della minoranza del vecchio partito di Bruto e Cassio. E' un senatore scontento, uno che si vendica quando è nel suo studio con la penna in mano" "gente come lui sono parolai, venditori di fumo, i quali non sanno che chiudersi in una critica sterile, incapace di illuminare e di costruire. Tacito e i suoi imitatori moderni non sono dei buoni maestri di storia...Io non voglio storia sistematica, congetture declamatorie, che spiegano male i grandi uomini, e falsano i fatti, per tirarne fuori una morale di comando..".. "Vi posso assicurare che Tacito non mi ha mai insegnato nulla. Conoscete voi un più violento e più ingiusto detrattore della umanità come Tacito? Alle azioni più semplici trova mille motivi colpevoli. Fa di tutti gli imperatori uomini profondamente perversi, per farsi ammirare il suo genio che ha saputo penetrarli... Ha ragione chi dice che i suoi annali non sono una storia dell'impero, ma uno specchio fedele dei tribunali di Roma...Lui che parla continuamente di delazione è il primo dei delatori".

Poi Napoleone ci parla di Cesare, naturalmente, che é, di tutti, quello che gli appare più grande: «Il giorno in cui, per un caso fortunato mi imbattei in Bossuet, e lessi quello che scrive di Cesare, il quale vittorioso a Farsaglia fu visto in un attimo in tutto l'universo, quel giorno mi parve che si lacerasse di cima in fondo il velo del tempio, e credei di vedere avanzare gli dei. Da allora questa visione mi ha seguito dovunque, in Italia, in Egitto, in Siria, in Germania, in tutte le mie più grandi giornate».

E, insieme ai Cesari, Carlomagno: tanto da questo che da quelli, l'impero ha derivato qualche elemento: anzi Napoleone arriva a un concetto romano dell'impero attraverso il ricordo di Carlomagno. Quando in Francia viene proclamato l'Impero, e l'Imperatore é consacrato dal Papa, Napoleone si richiama all'esempio di Carlomagno, e se ne dichiara il successore e l'erede; in questo primo momento Carlomagno é il suo grande e immediato predecessore, ed egli cinge la sua corona; così, sia per gli antecedenti storici, che per i concetti imperiali e per la forma di governo, Napoleone, nei primi giorni dell'Impero, segue l'esempio di Carlomagno: soltanto più tardi, in seguito al progressivo sviluppo della conquista e alla necessità di organizzarla, risale agli imperatori romani.
Era fatale che Napoleone evocasse il precedente di Carlomagno, ma era anche fatale che subito lo superasse, per raggiungere gli imperatori romani. Napoleone ha bisogno dell'esempio di Carlomagno per giustificare storicamente l'Impero e la trasformazione del regime consolare; ma, nato dalla repubblica che era tutta imbevuta di ricordi classici, per tanta parte una conseguenza dello spirito classico, che aveva riempito di se tutta la Francia durante il XVII e il XVIII secolo, era inevitabile che anche il regime consolare, nel quale tutto é classico, a incominciare dal nome, evolvesse verso quella forma superiore della politica classica che era stato l'impero romano: i punti di contatto colpiscono, e nel corso di questa esposizione non pochi sono stati notati.

Non a caso Napoleone citava espressamente Diocleziano come uno dei suoi antecedenti, ed istituiva egli stesso il proprio parallelo con lui: «Voi che conoscete bene la storia, non vi colpisce la somiglianza del mio governo con quello di Diocleziano? Questa rete stretta che butto a tanta distanza, questi occhi dell'imperatore che vedono dovunque, questa autorità civile che ho saputo conservare onnipotente in un impero tutto militare... Vi sono in me molti punti di somiglianza con Diocleziano». Ma non rigettava il parallelo con un imperatore mite, Trajano: «Come lui, ho vinto in Oriente e sul Reno; all'interno ho ricostruito la società con la moderazione che é la mia norma di governo. Ho preso il posto del terrorismo, come Trajano quello di Domiziano... ». E non respingeva il parallelo con Costantino: «Sarò un Costantino; soltanto, né remissivo al temporale, ne scismatico nella fede». Tutti, dunque, i migliori fra gli imperatori romani.

Il parallelo meriterebbe di essere sviluppato ampiamente e dovrebbe esaminare i principi politici, la struttura amministrativa, l'organizzazione militare, le manifestazioni culturali, e sarebbe opera immensa. Ma taluni tratti generali saltano subito agli occhi: alla base, la sovranità del popolo e tutti i poteri del popolo delegati a un uomo solo, senza restrizioni di sorta: tale potere supremo, attribuito in teoria dalla libera scelta dei cittadini, ma in realtà dalla forza delle armi: nessun modo di salvaguardarsi dal potere assoluto del principe: tutti i poteri sottostanti vengono assegnati dal potere centrale, cioé dal capo dello stato; abolite all'interno tutte le distinzioni e i privilegi, poiché tutti sono cittadini, ma cittadini ridotti a fare soltanto la volontà del principe, e a pagare le tasse, senza poter mai fare udire la loro voce: lo stato si occupa di tutti i servizi nessuno eccettuato: dell'insegnamento, dell'assistenza, dell'annona, perfino dei culti: tutti i servizi dello stato classificati, coordinati, definiti scrupolosamente nelle rispettive attribuzioni, in modo che non si produca mai confusione, e l'uno non invada il terreno dell'altro: i territori conquistati, divisi e suddivisi in numerose province, strettamente legate al potere centrale e dipendenti da questo: lo stato che entra dappertutto, che vigila tutto, che chiede tutto, che basta a tutto: un codice dove tutto é minuziosamente previsto, strumento ottimo per, dirigere la vita privata, "sorte de geométrie morale » dice benissimo il Taine, nella quale i teoremi, strettamente concatenati, derivano tutti, l'uno dietro l'altro, dalle definizioni e dagli assiomi della giustizia astratta: tutti questi non sono che alcuni dei punti di contatto che é facile trovare fra l'impero napoleonico e l'impero da Diocleziano a Teodosio.

Carlomagno é come il modello che Napoleone trova nella tradizione della Francia e nella leggenda: ma Diocleziano fornisce gli esempi e le realtà burocratiche ed amministrative, gli organi di governo. Tutto ciò vale per l'organizzazione dell'Impero, per la sua struttura, per il suo scheletro: non, naturalmente, per la forza vitale, per il soffio intimo che lo anima, per lo spirito che lo pervade: questo viene dall'uomo che dirige la macchina complicata, la quale riceve tutto il proprio vigore da lui, e all'uomo non é facile trovare precedenti. Non può essere avvicinato che a Cesare e ad Alessandro.
Del primo egli ha non soltanto il genio militare e l'indomabile energia, ma anche le capacità organizzative, l'aspirazione alle grandi costruzioni politiche, l'ambizione e la capacità di dare al proprio tempo l'impronta del proprio genio, e di creare in politica un'opera che possa sfidare i secoli. Come per Cesare la conquista delle Gallie fu la strada che lo portò alla dittatura e al potere supremo, così per Napoleone la conquista dell'Italia: e come Cesare aveva pacificato e organizzato le Gallie dopo la conquista, ed esse erano divenute uno degli elementi della sua politica e una delle basi del suo potere personale, così l'Italia per Napoleone.

Cesare trasforma, come Napoleone, la repubblica in monarchia, salvando quanto era salvabile delle istituzioni repubblicane, portando l'ordine e la disciplina là dove le guerre civili avevano messo l'orgasmo e il disordine. Come Napoleone, Cesare si propone una ricostruzione che nasca dall'interno, vuole rialzare tutto il tono della vita morale e intellettuale di Roma, vuol creare una forte compagine statale, vuole presentarsi come pacificatore e civilizzatore. Come Napoleone, egli si appoggia da principio sulle legioni per innalzare il proprio potere, ma supera subito questo suo primo stadio della vita politica, e allora si appoggia sul popolo e sulla borghesia, limitando l'autorità del Senato. Quella di Cesare é, come quella di Napoleone, una democrazia a larga base nella quale sono soppressi i poteri intermedi, e non é consentito ai partiti di ostacolare l'opera del potere centrale.
Come Napoleone, Cesare si preoccupa di ricostituire tutta la società, incominciando dalla famiglia, nella quale vuole riportare l'ordine e la morale: pensa anche egli a un codice che sarebbe, se potesse raccoglierlo, tutto il diritto romano, cioé la civiltà di Roma, applicabile a tutto l'impero, e capace di dare ali impero l'unità giuridica e amministrativa. Come Napoleone, Cesare s impadronisce del potere con un colpo di stato militare, ma dà subito a quel potere un carattere civile, ed egli aspira a governare non come desideri comandanti di eserciti, ma come capo civile: come l'Imperatore dei francesi, egli tenta di assorbire nel nuovo regime politico tutte le forze ancora vitali e tutti gli organi ancora utili; nessuna frattura con il passato, ma sviluppo e proseguimento del passato.
Come Napoleone, Cesare approfitta della generale stanchezza determinata dalle guerre civili, e del bisogno che tutti sentono di un ordine nuovo, che non può essere che quello monarchico. Napoleone sente e proclama l'affinità propria con Cesare, e lo considera il proprio maestro: detta le sue memorie nella forma dei Commentari di Cesare.
La spedizione d'Egitto non può che richiamare alla nostra memoria il ricordo di Alessandro, ed egli stesso, in Siria e in Egitto ricerca le tracce del conquistatore macedone, ha il senso preciso di riprenderne, a distanza di secoli, l'opera interrotta, di portare la civiltà del suo tempo là dove Alessandro aveva portato la cultura ellenica. Hanno certamente influito su Napoleone quelle parole di Alessandro e quei tratti del suo carattere, conservati dalla leggenda, che ci rivelano la tempra eccezionale dell'uomo, la vastità dei suoi sogni, l'immensità dei suoi desideri, la sua sete di gloria. Talune di queste parole, del resto quasi sicuramente leggendarie, hanno il risalto e l'intensità di certe parole non leggendarie di Napoleone, e l'immaginazione di questi ne é stata certamente colpita. «Cercati un altro regno - dice Filippo a Alessandro - la Macedonia é troppo piccola per contenere la tua sete di gloria». A chi gli chiede se voglia combattere nei giochi olimpici: «Si, se avessi per rivali dei re».
Al momento di partire in guerra contro i persiani divide tutto il suo regno fra gli amici, e a chi gli chiede che cosa riserbi a se stesso: «La speranza». Achille gli sembra felice di avere avuto Patroclo per amico e di essere stato cantato da Omero.

L'immaginazione di Napoleone ha la stessa grandezza di aspirazioni: per l'uno e per l'altro il mondo non é abbastanza grande per contenere l'ardore dei loro sogni. Hanno l'uno e l'altro, quando iniziano la carriera delle armi, lo stesso fascino di giovinezza. Il greco, perché tale, più misurato, meno impetuoso, più armonico, nel suo aspetto fisico così come nel suo spirito e nel suo genio: Napoleone, perché romano, più concreto, più aderente alla realtà, con un senso più sviluppato del possibile e del reale: tanto l'uno che l'altro imbevuti del pensiero e della cultura del loro secolo, con il senso di una missione da compiere, che é quella di abbattere il vecchio mondo che si alza davanti a loro, e di respingere la barbarie.
Napoleone che marcia contro la Russia richiama Alessandro che conquista la Persia; quando Napoleone in Egitto sogna di muovere contro l'India, é certamente spronato dai ricordi del conquistatore greco: certe parole di Alessandro ai suoi generali dubbiosi, conservateci da Arriano, richiamano in maniera che colpisce parole di Napoleone in Egitto, che ci sono state conservate da Bourrienne, da Miot, e da altri: lo stesso ardore di una immaginazione che non conosce limiti, e per la quale i confini della terra sono troppo ristretti, lo stesso bisogno di immenso: quando Napoleone vuole affrontare il deserto, andare in India per colpire al cuore la potenza inglese, poi di là risalire verso il nord, invadere l'Asia e la Russia, e prendere l'Europa alle spalle, richiama Alessandro che vuole arrivare al Gange dal quale ormai lo separa un viaggio che sembra breve al suo desiderio, e poi di là scendere verso l'oceano, attraversare il golfo Persico, invadere l'Africa, marciare contro le colonne d'Ercole, entrare nel Mediterraneo, e dopo avere sottomesso l'Africa e l'Asia, dare all'impero macedone i confini del mondo. Aegri somnia, forse, per l'uno e per l'altro: ma é interessante osservare che in Napoleone rivivono gli immensi desideri di Alessandro. Come questi aveva sognato l'unità del mondo antico, compiuta dalla sua conquista e dalla civiltà ellenica, così Napoleone sogna, compiuta dalla conquista, l'unità dell'occidente.

Alessandro é, come Napoleone, organizzatore dei paesi conquistati, vi applica la legislazione greca, vi promuove la cultura, le industrie, i commerci, porta la luce in paesi condannati alla immobilità e al silenzio, legati a un sistema politico che doveva cadere davanti a una civiltà più avanzata. Come Napoleone porta lo spirito della rivoluzione al seguito delle aquile imperiali, così Alessandro porta con se' il pensiero greco fecondato da Platone e Aristotele, fonda colonie che sono centri di civiltà e di cultura, lega per mezzo di esse l'Oriente alla Grecia, lo strappa a un sonno millenario; fu questa la sua grande missione storica, e fu ciò che rimase dell'opera sua.

Non é possibile a Napoleone trovare altri antecedenti e altre somiglianze: é unico, tutto eccezionale, tutto fuor di misura. Ciò che Cesare e Alessandro osarono contro un mondo informe e barbarico che aspettava il piede del conquistatore e la parola del legislatore, Napoleone lo osa quasi ai nostri giorni, e in un mondo civile, che non é disposto a farsi domare e asservire: ma egli agisce come spinto da una voce interiore, da una potenza alla quale non sia capace di opporsi, con la coscienza che la storia gli assegna tale missione, e ben sapendo che forse il precipizio lo attende in fondo alla strada per la quale si é messo.
In Russia egli sa di giocare una carta suprema, e che forse va incontro alla propria rovina: «Un Imperatore muore in piedi, e allora non muore... Dal sublime al ridicolo non c'é che un passo».
Una delle ragioni del fascino che ha sempre esercitato sulla umanità, é questa sua fredda chiaroveggenza, che in lui si unisce alla immensità delle aspirazioni, a una immaginazione che non mette limiti e condizioni all'ardore dei propri sogni e dei propri desideri: si ritorna così al nostro punto di partenza, alla sua ambizione.

Certo, l'ambizione lo ha spinto per la sua strada solitaria e terribile, ma é stata l'ambizione di dare al mondo un nuovo ordinamento, una nuova forma, quella che scaturiva dal suo pensiero. In realtà, strumento consapevole di una storia che lo spingeva avanti con una forza che veniva da un passato di secoli, e che egli assecondava con tutta la lucidità del suo genio.
Tutti questi elementi hanno creato la leggenda napoleonica; egli é così smisurato che anche la sua fama oltrepassa i limiti consueti alla storia, e in pieno secolo XIX si tramuta in leggenda. Non si può fare una storia della fama di Napoleone, bisogna fare una storia della sua leggenda.
La leggenda nasce dal fascino che la storia napoleonica esercita sulla immaginazione degli uomini, così come l'Imperatore avvinceva coloro che lo avvicinavano. Simile anche in questo al Macedone, Napoleone continua e continuerà a soggiogare l'umanità a distanza di secoli, e continuerà a vivere, oltre che negli innumerevoli libri di storia, in una seconda vita che é quella, favolosa, creatagli dai poeti e dalla leggenda.
Nei primi anni dopo la caduta, si assiste, ed é naturale; a una fioritura di libelli antinapoleonici.
«Quest'uomo che non era neppure francese» scriveva il poeta Fontanes, che all'Imperatore non aveva lesinato adulazioni servili quando era ancora potente. Anche Chateaubriand, nell'opuscolo che scrisse «Buonaparte e i Borboni» affermava, naturalmente a titolo di spregio, l'italianità dei Buonaparte, quella italianità che solo pochi italiani rivendicano invece con onore.

Napoleone diventa l'orco di Corsica, e non si sa quante altre cose spiacevoli e oltraggiose. Ma col passare degli anni succede una rivoluzione profonda negli spiriti, i Borboni non riescono a inserirsi nella nuova storia di Francia, e perdono rapidamente quella breve popolarità che avevano ottenuto soprattutto a causa della enorme stanchezza prodotta dai torbidi della rivoluzione dalle guerre. I demi-soldes incominciano ad elaborare e a diffondere la leggenda napoleonica: la attingono da essi i poeti colti e i poeti popolari, la figura di Napoleone lentamente si trasforma, assume quell'aspetto con il quale ormai é passata alla storia, e che é conosciuta da tutti: cappello a tre punte e cappotto grigio. La vera figura di Napoleone Buonaparte entra piano piano nell'ombra e prende il suo posto l'Imperatore, o semplicemente NAPOLEONE. Basta questo nome, così come quello di Alessandro, di Cesare, di Carlomagno, ad evocare tutto un grande periodo di storia.

Incominciano a venire alla luce i libri di memorie e le storie del Primo Impero; tutti coloro che credono di avere qualche cosa da dire, che hanno lavorato in un modo nell'altro con l'Imperatore, scrivono le loro memorie: il desiderio di leggere i ricordi dei contemporanei é tale e tanto che la produzione non basta alla richiesta, e libri di memorie si inventano in parte o per intero. Stendhal dedica la sua "Storia della pittura in Italia" «a Sa Majesté Napoléon le Grand, retenu à l'île de Sainte-Hélène », mentre Heine scrive nel 1816 "I due Granatieri" e Byron nel canto terzo del "Child Harold" dedica a Napoleone alcune strofe ch'egli immagina dettate sul campo di battaglia di Waterloo. Non é possibile qui seguire tutto ciò che il ricordo e l'ammirazione hanno ispirato agli scrittori francesi e stranieri che hanno cantato Napoleone; tutta una vasta letteratura esiste sull'argomento. Napoleone, fra il 1821 e il 1851 domina, si può dire senza timor di sbagliare, tutto il pensiero e tutta la letteratura francese. E così che si può assistere alla nascita e allo sviluppo della leggenda, a quella vasta fioritura di letteratura napoleonica nella quale si rispecchia l'ammirazione non ragionata per l'Imperatore, in Francia, in Italia, in Germania, in Inghilterra, perfino in Russia.

La rivoluzione del 1830 fu almeno in parte napoleonica, nel senso che non solo parteciparono ad essa i superstiti del Primo Impero, ma anche vi influirono molto le idee napoleoniche; perché già si parla e si discute di idee napoleoniche, e molti si chiedono che cosa l'Imperatore volle fare sul piano europeo creando l'Impero, e quali fossero i suoi disegni definitivi. C'é appena bisogno di dire che il problema non é posto storicamente, e la soluzione é quella, accessibile a tutti, che i tempi desiderano, e quale é presentata dalla leggenda: Napoleone é il difensore e il liberatore dei popoli oppressi, il padre delle nazioni, il Prometeo dell'Europa moderna.
E' un Napoleone, si direbbe, veduto attraverso Mazzini e Lamennais, il Napoleone di Mickiewicz e dei poeti polacchi. Anche gli storici seguono la leggenda, e scrivono libri nei quali il meraviglioso ha gran parte, e Napoleone é rappresentato come l'uomo dei soldati e del popolo; Thiers fu una nobile eccezione: la sua grande opera storica, per quanto, specialmente nella prima parte, dettata dall'ammirazione per l'Imperatore, pure conserva ancor oggi molto del suo valore.
Né devono essere dimenticati due onesti funzionari napoleonici, Bignon e Thibaudeau, i quali tentarono di dare alle loro opere fondamento scientifico, e scrissero libri ben documentati che sono utili anche oggi. Ma quei trent'anni rappresentano in complesso l'esplosione della leggenda, della quale Hugo, Balzac e Béranger sono gli esaltatori e i profeti.
Ci volle il colpo di stato del 2 dicembre e il Secondo Impero per mettere molta acqua su tutto quel fuoco: si assiste allora a un capovolgimento dei giudizi e alla distruzione sistematica della leggenda. Napoleone III, che volle presentarsi come il continuatore del suo grande zio, ed al quale i patrioti italiani tante volte ricorsero invano invocando proprio quelle idee napoleoniche delle quali il nipote aveva così a lungo parlato; Napoleone III ottenne un effetto contrario a quello che egli aveva desiderato, e al posto della leggenda suscitò tutta una letteratura ostile: storici o polemisti, nel primo Imperatore colpiscono e scherniscono il terzo, e la letteratura napoleonica del Secondo Impero é quasi tutta ostile a Napoleone III. In realtà egli riuscì; con la sua tirannide senza gloria, a fare odiare sé e tutti i Buonaparte, e gli storici non seppero vedere nel Primo Impero che l'origine prima della situazione impossibile creatasi in Francia. Perfino Thiers ne viene influenzato, in modo che la conclusione della sua storia é in netto contrasto con l'adesione integrale dei primi volumi; Taine e Lanfrey si dànno alla negazione ostinata e sistematica, l'uno e l'altro con grande dottrina e con grande forza dialettica: più che storia é polemica, anche se talora geniale come è il caso di Taine.

Tolstoi rientra in quest'ordine di idee: la sua descrizione di Napoleone prima della battaglia della Moskowa ha innegabilmente una forza rappresentativa meravigliosa, più dannosa alla gloria napoleonica di qualsiasi negazione ragionata.
Ma soltanto dopo il 1870 il problema napoleonico viene posto con criteri rigidamente storici, senza apriorismi e senza preconcetti. Mentre nel pubblico degli intellettuali permane, ostinata, la diffidenza (per esempio, la prima edizione del Grande Dizionario Larousse é fortemente antinapoleonico e anti repubblicano) e mentre la leggenda che non era mai scomparsa del tutto continua la sua vita nel popolo, e si moltiplicano anche fuori di Francia le edizioni delle vecchie storie di Napoleone, tutto un intenso lavoro di ricerca appassionata si esercita sulla storia napoleonica per opera di studiosi di grande valore, e non si esagera affermando che essa viene rinnovata di cima in fondo, con risultati e soluzioni diverse, ma con una genialità e una ricchezza veramente mirabili, indice della piena coscienza che s'é fatta l'età moderna della enorme portata storica del fenomeno napoleonico. 170.000 libri sono stati scritti su Napoleone !!!

Sorel, Masson, Vandal Houssaye, Driault, Chuquet, e, in tempi più vicini a noi, Madelin, Bainville, Meynier, Lefebure, e tanti altri in Francia; e, fuori di Francia, Fournier, Sybel, Kircheisen in Austria e in Germania, Lord Rosebery, Holland Rose e Seeley in Inghilterra, Lumbroso in Italia, Tarlé in Russia, hanno dedicato alla storia napoleonica lavori che non possono essere ignorati. Le soluzioni variano da storico a storico, e mentre, per esempio, alcuni, come il genialissimo Sorel (uno dei più grandi storici moderni), non vedono in Napoleone che il successore e l'erede della politica estera del Comitato di salute pubblica e il difensore eroico dei confini naturali della Francia (difesa che lo avrebbe costretto alla guerra continua contro l'Inghilterra, e quindi al blocco, e quindi all'impero), altri, come Driault, hanno visto in lui semplicemente un imperatore romano, l'erede dei Cesari e di Carlomagno; mentre il Vandal, altro scrittore mirabile, ha preferito studiare a fondo aspetti particolari della storia napoleonica, Houssaye ha rappresentato il grande dramma della caduta in pagine che certamente rimarranno, e Chuquet non solo ha illustrato aspetti particolari della storia napoleonica, e ha pubblicato lettere e documenti importanti, ma si é anche fatto lo storico della giovinezza di Napoleone, con una completezza e una ampiezza che non si può fare a meno di ammirare. Queste opere non rimanevano ristrette alla breve cerchia degli studiosi, ma avevano ampia diffusione fra gli intellettuali, e in generale nella borghesia colta; per esempio le opere di Sorel, di Masson, di Heussaye e di Vandal hanno conosciuto un successo, come si dice, di vendita e di pubblico, che é un indice sicuro del progressivo ritorno dagli spiriti al culto di Napoleone.

Attraverso quei libri la figura dell'Imperatore esercitava un fascino profondo su tutti i lettori d'Europa, poiché il loro successo non si limitava alla Francia: la leggenda acquistava nuovo impulso e nuovo vigore, a di questa sua nuova vita si facevano interpreti scrittori notissimi, anche sa di non grande valore, coma d'Esparbés, Coppée, Rostand; tutti sanno la grande diffusione dell' "Aiglon" che, pur nella sua mediocrità poetica, ha scosso a trascinato tanti pubblici d'Europa; mentre un artista coltissimo a raffinato coma Maurizio Barrés, indicava nella tomba di Napoleone, alla quale agli immaginava traessero alcuni irredenti in pellegrinaggio eroico a religioso, «la carrefour da toutes les énergies que l'on nomme audace, volonté, appétit» a nel suo romanzo "Les déracinés" dedicava a Napoleone alcune dalla più mirabili pagina cha mai siano stata scritta su questo argomento.
Intanto si moltiplicavano la edizioni di documenti inediti, soprattutto di memorie di contemporanei, taluna di alto valore storico, poche di notevole interesse letterario, tutta più o mano singolari coma documentazione o testimonianza anche soltanto aneddotica. Venivano così pubblicata la memorie di Madama da Rémusat, di Chaptal. di Thibaudeau, di Talleyrand, di Pasquier, di Norvins, a ristampata quelle di Ménaval su Maria Luisa, di Barras, dal barone Fain, di tanti altri, segno di un favore a di una curiosità parsistente a sempre rinascente. La Francia ebbe, fra il 1880 e il 1920, il culto dell'Imperatore, anche se si ha talora l'impressione che non sempre essa abbia afferrato tutto il valore a tutto il significato della storia dal Primo Impero: essa combattè la guerra dal 1914-1918 sotto i segni della gloria napoleonica e dette alla celebrazioni dal primo centenario dalla morte, nel 1921, una grandiosa solennità.

Ma anche in Italia il ricordo dell'Imperatore é sempre stato vivo a operante. La studiosa cha ha dedicato le sua indagini accurata ai canti dedicati a Napoleone dai poeti italiani d'arte a popolari negli anni che seguono alla morta di lui, ha dovuto esaminare un numero imponente di documenti poetici, troppo spesso inferiori, per merito, all'argomento, ma che sono espressione fedele dalla profonda impressione da lui esercitata sulla immaginazione dal popolo a dai singoli.
Non gli vengono risparmiata né lodi né critiche: agli é esaltato coma il restauratore dalla patria a perfino della libertà, é paragonato ai re cha opprimono l'Italia dopo il 1815, e in loro confronto é trovato gigante. «Sol nella morta agli uomini - nel resto ai numi egual» canta iperbolicamente un anonimo; Paolo Costa afferma cha «tremanti i re lo spinsero - di là dall'Oceano» e che l'umanità languente si ostinò a sperare in lui anche negli anni dell'esilio; mentre un altro anonimo dichiara di non averlo amato, poiché Napoleone non poteva essere amato dai patrioti italiani, ma di averlo ammirato come un essere di statura eccezionale. Questa é poesia colta, o che pretende di essere tale, ad esprime i sentimenti dalla borghesia letterata, ligia alla idee della rivoluzione: diversi sono i pensieri e i sentimenti del popolo, che era rimasto fedele al Papa, e aveva dovuto subire la coscrizione.

Basti un esempio par tutti: dice un epitaffio anonimo, dovuto certamente a una penna non volgare, ma che esprime il pensiero del volgo : «Qui giace un uom cha fu da' vivi un mostro - sugo e midollo del tartareo chiostro. - Abbenché tra' cristiani abbia la cuna - mai raligion conobbe o legge alcuna - Perfido, ingiusto, traditore in guerra - empì di sangue a di terror la terra ». Elogi e condanna non meditate, e come tali non hanno cha un significato episodico. Maggior interesse presenta par noi l'atteggiamento dei pensatori a degli storici. Botta, Colletta, Papi, hanno scritto libri sulla storia napoleonica, che sono rimasti e rimarranno: il loro giudizio sulla persona dell'Imperatore é equo e imparziale; anzi, nella storiografia italiana del Risorgimento si raggiunge nei riguardi di Napoleone una misura, una acutezza, e un equilibrio, che raramente si trovano negli storici francesi che hanno scritto prima del 1860. Gli storici nostri posseggono una obbiettività che deriva loro dalla posizione particolare dell'Italia durante l'età napoleonica: l'Italia deve molto all'Imperatore, ma non tutto. Ed é stata insieme aiutata e osteggiata da lui, ed é forse più quello che essa gli ha dato di quello che ha ricevuto. E' nostro dovere affermare che fra gli storici napoleonici anteriori a Thiers, Lazzaro Papi é fuor di discussione il più grande, sia per l'arte del racconto, sia per la ricchezza e la precisione delle notizie, sia per l'equilibrio del giudizio. La sua é un'opera poco invecchiata, che può essere letta anche oggi con piacere e profitto, e assai superiore a tutto ciò che é stato scritto su Napoleone in Francia e fuori di Francia fra il 1815 e il 1845; ciò non toglie che, in Francia e fuori di Francia, lo storico lucchese di solito venga ignorato, e lo ignorino di solito anche gli italiani che scrivono oggi su Napoleone, e non sia stato neanche citato da uno scrittore russo recente, il Tarlé, il quale in appendice a un libro su Napoleone, parla della storiografia napoleonica.

Ma quando l'opera del Papi fu pubblicata, ebbe subito grande diffusione fra noi, e se ne fecero in pochi anni tre o quattro edizioni, fatto sempre notevole in Italia. Negli stessi anni in cui vedeva la luce la storia del Papi, usciva a Roma, in 14 volumi, una compilazione di Erasmo Pistolesi, che é anche oggi la più ampia opera napoleonica in lingua italiana, con il titolo "Effemeridi di Napoleone Bonaparte", racconto non privo di meriti, e per quei tempi, di informazione abbastanza sicura, in cui la vita dell'Imperatore é ricostruita giorno per giorno dalla nascita fino alla morte; largo spazio vi é dato, per la prima volta, agli anni di Sant'Elena: segno anche questo della curiosità e dell'interesse che continuava a destare presso di noi la vita prodigiosa del grande italiano.
L'opera del Pistolesi é anche oggi pochissimo nota, e non é citata, ch'io sappia, né da nessun autore, né da nessuna bibliografia napoleonica. Ma gli storici e i politici del Risorgimento, ripeto, guardarono in generale con diffidenza a Napoleone, né il Secondo Impero e l'aiuto di Napoleone III poterono cambiare il giudizio; non si credeva che il Primo Imperatore volesse dare davvero l'unità e l'indipendenza al popolo italiano, e si pensava piuttosto ch'egli considerasse l'Italia poco più o poco meno di un feudo. Il Tommaseo, che si pose tante volte il problema di Napoleone, anche perché visse in Francia, in Corsica e a Venezia, dove tutto era pieno del ricordo di lui, dice di ammirarne il genio potente, ma di disprezzarne l'anima. L'Impero gli appare nulla più che un gran tramenio di popoli, di corone; e di tele dipinte. Campoformio era sempre presente al pensiero suo e di quanti invocavano con lui l'aiuto del terzo Buonaparte, al quale i patrioti veneti chiedevano nel '49 che cancellasse l'onta di quella soppressione della veneta libertà.

Del resto, scrittori e pensatori del Risorgimento, tutti presi dal problema assillante della indipendenza e della libertà, non si sono molto occupati di Napoleone: scarseggiano o mancano le opere sull'Imperatore, e dopo gli storici che abbiamo citato più volte, nessuno sembrava sentisse il bisogno di narrare, e pochi di leggere in italiano, la storia del Primo Impero; tanto più che il Thiers, il Norvins e il Laurent de l'Ardéche avevano avuto grande diffusione anche in Italia. Gli storici italiani nelle vicende napoleoniche tengono d'occhio soprattutto, ed é naturale e insieme significativo, le vicende della Cisalpina, della Repubblica italiana, e del Regno Italico: sentono che di lì é incominciata per l'Italia una nuova storia, come nelle guerre napoleoniche é rinata la virtù guerriera degli Italiani.

Così Fabio Mutinelli scrive una "Storia del regno d Italia", e Alessandro Zanoli due volumi "Sulla milizia cisalpina e italiana dal 1796 al 1814" mentre Antonio Zanolini pubblica una opera ancor oggi importante su Antonio Aldini e i suoi tempi. Il Pecchio e il Coraccini studiano invece l'amministrazione e la finanza del Regno Italico. Aspetti particolari del 1814 e della caduta del regime napoleonico in Italia vengono esaminati da altri, per esempio da G. Martini per ciò che concerne la Repubblica ligure; il Bianchi e il Carutti studiano invece la monarchia di Piemonte, mentre Cesare Cantù, prima nella "Storia di Cento anni" e poi nella "Cronistoria", fa larga parte agli eventi della storia napoleonica, e soprattutto alle cose italiane durante il predominio francese, e Carlo Belviglieri, nello stesso tempo, inizia dall'anno 1804 una sua importante "Storia d'Italia".

Ma chi, durante il Risorgimento, ha sempre presente al pensiero Napoleone, e senza dedicargli studi speciali non lascia passare occasione senza esprimere su di lui talora il proprio sdegno e talora la propria ammirazione, é il Gioberti. Per il Gioberti, naturalmente, Napoleone é italiano «perché - scriveva - la Corsica é sempre appartenuta moralmente e geograficamente all'Italia, e perché politicamente, che io mi sappia, non ha mai fatto parte della Francia, dal diluvio fino ai tempi in cui nacque Napoleone».
Nel Primato il Gioberti parla di «quella gran testa del Buonaparte» come dell'unica nell'età moderna «che abbia concepito la necessità di tentar l'unione, o - com'egli diceva - la fusione di tutti gli elementi speculativi e reali della società europea». Nel "Gesuita moderno" afferma che Napoleone é stato mandato dalla Provvidenza perché salvasse il cattolicesimo e insieme la civiltà; é questa del Gioberti una mirabile pagina che pochi conoscono, ma che non può essere dimenticata in un libro che vorrebbe anche indicare, sia pure sommariamente, come Napoleone ha influito sul pensiero italiano. Dopo avere descritto per sommi capi le condizioni di nuova barbarie nelle quali era caduta l'Europa, e ancor più minacciava di cadere per effetto delle sètte nate dalla rivoluzione francese, esalta la ricostruzione compiuta dal Buonaparte: «Or che fece la Provvidenza, mallevadrice di eternità alla civiltà come alla chiesa? Suscitò un uomo, perché anche qui, come ai tempi d'Ildebrando, la salute non poteva procedere che da una mente unica. E benché lo scegliesse di animo, di genio, d'ingegno squisitamente italico, poiché si trattava di sovvenire non solo all'Italia, ma all'Europa meridionale, non volle che fosse di una lingua sola, ma di molte, e come dir poliglotto; e lo elesse italogallo, facendolo nascere in una isola nostrale e da famiglia italiana antichissima, ma nel punto che quella accoglieva' l'insegna francese: lo educò in Francia, cagione della sua fortuna, ma lo fregiò dei primi allori in Italia, centro precoce della sua gloria... ».

Bisogna rileggere tutta questa pagina, nella quale Napoleone é detto, con argomenti più solidi di quelli di Nietzsche, «non solo francese e italiano, ma europeo»; nella quale egli é esaltato soprattutto perché «cattolico per istinto non meno che per interesse, rialzò gli altari della fede romana; riavvezzò gli spiriti indisciplinati alla maestà dei riti, all'autorità del comando, all'unità del governo, alla gerarchia dei meriti e dei gradi sociali... Recò le idee salutari dovunque giunsero le sue armi trionfali, segò le montagne con vie comode e spaziose, arricchì di forti le spiagge, accrebbe la comunione morale dei popoli, avvalorò le tendenze unificative di Europa, e infuse nella tela politica, nell'amministrazione civile, nella strategia militare medesima, il genio unitario e acuminato del cattolicismo; quel genio cui dopo il gran papa del secolo XI, nessuno ebbe al pari del Buonaparte: degno di essere salutato come l'Ildebrando secolare e guerriero dell'età moderna. E perciò nell'epoca più bella del suo potere fu sommo riformatore; ma riformatore sapiente, che non crea se non cose durabili, e sa conoscere la capacità e come dire la tenuta dei tempi, per adattar loro le proprie opere, e non addossare ai presenti un carico che non siano in grado di portare e di tramandare alle prossime generazioni. Il cielo insomma, creando Napoleone, ristoratore della religione cattolica e della cultura, confermò in modo cospicuo la divinità di quella parola: et portae inferi non praevalebunt adversus eam ». Pagina mirabile, che compendia tutto quello che gli uomini migliori del Risorgimento italiano pensarono e sentirono verso Napoleone, quando si posero il problema di lui fuori d'ogni polemica, con mente serena.

Questo Napoleone italiano, restauratore, con il cattolicesimo, della civiltà europea, e unificatore dell'Europa, esaltato con tanta eloquenza da un grande pensatore italiano dell'Ottocento, é quello che a noi sembra rendere meglio l'immagine sua quale é stata tramandata dalla storia.
Per Gioberti, dunque, come per Nietzsche, Napoleone é europeo; per il poeta-filosofo tedesco anzi egli é un buon europeo: buono perchè, fra l'altro, egli ha inaugurato, a suo dire, una età classica della guerra; ma noi sappiamo che per Napoleone la guerra non fu mai fine a se stessa, ma fu soltanto un mezzo: anche qui il pensatore italiano ha visto più giusto e più addentro del tedesco, quando ha appunto sostenuto, nel tomo quarto del Gesuita moderno, che la lode delle armi «non può essere suprema se non é ordinata al servigio delle idee» ed ha affermato che «i più lodati degli ultimi secoli furono quei duci che combatterono per una causa nobile, o che furono ad un tempo riformatori di stati e di nazioni, come il gran Federigo e il Buonaparte, soli comparabili agli eroi della antica tempra, perché in essi l'arte militare fu un semplice mezzo, non fine ultimo, né unica professione».

Noi questa definizione di europeo, e anche di buon europeo, possiamo accettarla, ma dandole un contenuto ed un significato assai più vicino al pensiero del Gioberti che a quello di Nietzsche. Buon europeo nel senso che tentò di dare unità a una Europa che era stata travagliata, quando egli ne iniziò la conquista, da secoli di distruzione e di guerre, e che era ancora disunita nei suoi elementi costitutivi, minata nelle sue forze vitali, e cercò di stabilire in Europa un ordinamento durevole. All'Europa dell'equilibrio, che é un'Europa di competizioni, cioé un'Europa senza pace, in eterna lotta con se stessa, senza vero equilibrio, minacciata di distruzione da disordini e rivoluzioni sociali che egli oscuramente presentiva, e delle quali temeva l'avvento, tentò di sostituire l'Europa dell'impero, cioé un'Europa gerarchicamente costituita, l'Europa della unità.

Non, come taluni hanno detto, gli Stati Uniti d'Europa, poiché questi presuppongono una accettazione libera della unione, che ai primi dell'Ottocento sarebbe stata impensabile, e che a Napoleone doveva apparire utopistica e irrealizzabile, e, anche se attuabile, un artificio imbelle e di vita precaria; poiché non dobbiamo dimenticare che Napoleone fu uomo di guerra e soldato, ed ebbe, come tale, il culto della forza, e fede nella virtù costruttiva della spada, e attribuì alla forza possibilità smisurate, e credé nella moralità della guerra, del sangue sparso per una causa che egli definiva giusta: e nulla fu più lontano dal suo pensiero che le ideologie pacifiste e umanitarie.
Tentò al contrario di istituire il regno della forza, la quale doveva diventare strumento di governo, e dirigere, nelle mani del capo dello Stato, tutta la vita civile e i rapporti fra le nazioni. Non dunque gli Stati Uniti d'Europa, ma un vasto e forte sistema di alleanze coatte (quello che egli chiamava il suo sistema continentale) più durature a suo giudizio delle alleanze spontanee, una immensa federazione sotto l'egemonia della Francia, nazione più civile e più guerriera delle altre, e quindi più degna delle altre di farsi maestra e signora dei popoli.

Ma questo concetto, nel quale si compendia tutta la politica estera napoleonica, noi possiamo affermare che in ultimo rimase senza effetto e fallì: egli non si rese conto che il problema del secolo era la ricostituzione delle nazioni nei loro confini etnici, linguistici, geografici e culturali, quei confini che la proclamazione dell'Impero, con la necessità della egemonia francese e il culto della forza, lo costringeva a violare di continuo. Volle dare al nuovo ordine europeo l'antica forma dell'Impero con un contenuto tutto nuovo e rivoluzionario, che era in antitesi con essa, e che quindi non poteva adattarvisi; di qui una contraddizione intima che minava il sistema alla base e che non gli avrebbe mai permesso di continuare, anche se l'Impero avesse potuto consolidarsi.

Ma l'uomo aveva una così eccelsa statura intellettuale, ed era un così formidabile costruttore, che, anche battuto, fecondò l'Europa, la rinnovò dalle fondamenta, e la ricostituì, per quanto in una direzione del tutto diversa da quella che egli aveva sperato. La rinnovò con le sue istituzioni, con le sue leggi, col suo pensiero, che era poi in gran parte il pensiero del movimento rivoluzionario dal quale egli era uscito: la rinnovò anche con le sue azioni militari, obbligandola a prendere le armi, costringendo i popoli a farsi guerrieri e a combattere per una causa che non era più soltanto quella dei re, ma era anche la causa della loro patria (vedi in Italia dopo Caporetto), cioé la causa popolare per eccellenza.

Le guerre imposte da lui diventarono guerre nazionali, ed ebbero presso i singoli popoli un potere fecondatore e vivificante. La spada ch'egli aveva impugnata, a lungo andare si rivolse contro di lui, poichè egli stesso aveva insegnato agli uomini a diventare cittadini e soldati, li aveva chiamati a una nuova coscienza, a una nuova dignità, che é oggi la nostra dignità comune, la dignità dei popoli e delle nazioni.

Come nel Rinascimento si era avuta una dignitas hominis, così si ebbe, per effetto di Napoleone, ed ancora si ha, una dignitas patriae, una dignità nazionale. Per questo l'Europa contemporanea, la quale cerca ancora ansiosamente il proprio ordinamento e la propria gerarchia, é sempre per tanta parte una Europa napoleonica; ed anche per questo la figura dell'Imperatore esercita ancora tanto fascino e attira con tanta forza l'indagine dei pensatori e degli storici: i suoi problemi sono ancora i nostri, noi cerchiamo ancora le soluzioni che egli cercò; noi tutti sentiamo di dovere a lui qualche cosa.
Tale é, se non erro, il significato profondo della storia di Napoleone, e tale è il posto che occupa nel mondo moderno il suo tentativo di impero.

"L'Europa non è più una tane di talpe..." diceva allora Napoleone.
Ma sembra che gli europei -di oggi- non hanno ancora capito che continuando a litigare, faranno un'altra volta nascere un "impero" governato da una potenza straniera che non è europea.
Non hanno capito! eppure già nel 1914-1918, tutti i belligeranti europei nell'incapacità di mettersi d'accordo, erano già usciti dal conflitto tutti sconfitti, causando così uno spostamento della potenza continentale.
Siamo oggi nel 2000! Eppure sembra che dobbiamo dar ragione agli americani quando dicono "Siamo alle solite, alla vecchia Europa". Cioè alle "liti di comari". Con la Germania e la Francia da una parte, e l'Italia dall'altra, mentre la faticosa marcia per una vera unione europea politica è appena iniziata, ma non compiuta, dopo duecento anni di gestazione.

"... L'Europa sarebbe diventata di fatto un popolo solo; viaggiando ognuno si sarebbe sentito nella patria comune... Tale unione dovrÓ venire un giorno o l'altro per forza di eventi. Il primo impulso Ŕ stato dato,  e dopo il crollo e dopo la sparizione del mio sistema io credo che non sarÓ pi¨ possibile altro equilibrio in Europa se non la lega dei popoli". (Memoriale di Sant'Elena)

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NAPOLEONE

Un singolare memoriale

 

Quello che pubblichiamo è il famoso "Manoscritto" dal titolo "Vita di Napoleone scritta da lui medesimo", edito a Londra nel 1817, un libretto che girò per tutto il mondo (in stampa ma per lo più abusivamente riprodotto e scritto a mano in decine di migliaia di esemplari)
Ha una storia singolare questo libretto; pubblicato ai primi del 1817 dall'editore inglese John Murray ebbe un successo enorme. Scritto in prima persona si presenta come un'autobiografia, quasi una confessione dello stesso Napoleone.

L'editore non volle mai confermare che il manoscritto era veramente di Napoleone; nè smentì che gli era arrivato clandestinamente da Sant'Elena. Fece però in modo da farlo credere, ne vendeva molto di più..
Una stamperia di Bruxelles ne diffuse una edizione nel 1819 e ripeteva lo stesso titolo "Vie de Napoleon ècrite par lui-mème", ma - come detto sopra - in ogni luogo d'Europa già circolavano clandestinamente copie manoscritte tradotto in tutte le lingue.

In realtà lo scritto non era di Napoleone, e nemmeno era giunto da Sant'Elena. Ma portato a Londra da un giovane ginevrino, che non disse mai di averlo scritto lui, ma molti lo pensavano. Era Federico Lullin de Chateuvivieux. Era sì un giovane colto, ma quando girò questa voce moltissimi misero in dubbio che era stato lui a scriverlo. Come poteva - lui così giovane - essersi immedesimato in Napoleone.
Poi secondo l'indagine di uno dei maggiori napoleonisti: Edoardo Driault, il vero autore del "Manoscritto" era dell'antica avversaria dell'Imperatore, MADAME DE STAEL, convertitasi al bonapartismo dopo i Cento Giorni (Come del resto fecero molti altri scrittori francesi, chi subito chi in seguito).

Il ginevrino
Driault molto legato alla De Stael, si era assunto solo il semplice incarico di inviare l'importante manoscritto presso l'editore Murray tramite il Lullin.
Ma poichè il "Manoscritto" poneva Napoleone sotto una luce molto favorevole il Murray non ammise mai che non era di Napoleone, nè del ginevrino, nè mai confermò che era stato scritto dalla De Stael. E del resto questa non poteva nè smentire nè confermare perchè morì proprio pochi mesi prima dell'uscita del volumetto.
Il "Memoriale di Sant'Elena" scritto dal cameriere Saint-Demise (succeduto a Las Cases), riporta che una copia del famoso volumetto giunse dall'Inghilterra nel settembre del 1917 a Sant'Elena, portato personalmente all'Imperatore dall'ammiraglio Plampin (in Europa stava già circolando in decine di migliaia di esemplari, ricopiato a mano).
Napoleone lesse il testo, notò alcuni errori, che poi commentò con una quarantina di note, pubblicate in seguito nel Tomo 31 della "Corrispondenza".

Tuttavia lui che conosceva molto bene gli scritti (soprattutto lo stile) della sua ex avversaria (ne parla spesso nel suo Memoriale di Sant'Elena, ora bene ora male, ma gli riconosceva tuttavia del genio) proprio anche lui non esitò ad attribuire il libretto alla penna di Madame De Stael.

Il "Manoscritto" insomma piacque molto a Napoleone, lui vi era infatti additato come campione della libertà e campione contro la reazione: il Gourgand ci ha lasciato scritto che, dopo averlo letto, esclamò: "C'est un ouvrage qui marquera, et qui fera époque". Vi si vedeva additato come l'araldo, e al tempo stesso la vittima delle nuove idee di libertà.


Del resto vedremo tale tesi ripresa (non solo nel "Memoriale di Sant'Elena") nella famosa "lettera al figlio" che accompagna il "testamento". Anche se per amore della chiarezza, al paragrafo 8 del "Testamento" medesimo, Napoleone ripudia la paternità del Manoscritto della De Stael.: "Je disavoue le Manoscrit de Saint Helene".

Comunque sia, anche se tale autobiografia non è di Napoleone, ma è di Madame De Stael, questa nell'immedesimarsi il lui, ha fatto del "Manoscritto" un piccolo capolavoro; in una prosa nervosa e asciutta (dal sapore proprio napoleonico) vi troviamo un contributo di eccezionale interesse agli studi su Bonaparte e sulla potenza rivoluzionaria e creativa del Grande Corso.

 

E se consideriamo che la De Stael era sempre stata una acerrima nemica del Grande Corso, possiamo apprezzare ancora di più questa breve ma intera ricostruzione di tutta la vita di Napoleone Bonaparte, scritta in prima persona.

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UN SINGOLARE MEMORIALE


IL MANOSCRITTO
dell'Autobiografia

" Mia Premessa:

"Non scrivo dei commentari: gli avvenimenti del mio regno sono conosciutissimi, ed io non son tenuto ad alimentare la curiosità del pubblico. Dò la versione esatta di questi avvenimenti, perché il mio carattere e le mie intenzioni potrebbero essere stranamente travisati, e io voglio apparire agli occhi di mio figlio e a quelli dei posteri quello che in realtà sono stato.
Questo è lo scopo di questo scritto. Sono costretto ad usare un sotterfugio per farlo venire alla luce. Che se andasse tra le mani dei ministri inglesi, so, per esperienza, che resterebbe in uno dei loro cassetti.

1. Mio carattere e mia giovinezza

La mia vita è stata così stupefacente che gli ammiratori del mio potere hanno pensato che anche la mia infanzia debba essere stata straordinaria. Ma sono in errore. I miei primi anni non hanno niente di singolare. Non ero che un ragazzo ostinato e curioso. La mia prima educazione è stata pietosa come, del resto, tutto in Corsica. Imparai facilmente il francese dai militari della guarnigione, coi quali passavo il mio tempo.

Riuscivo in tutto quel che intraprendevo perché lo volevo: la mia volontà era forte, il mio carattere deciso. Non esitavo mai, e questo m'ha dato un vantaggio su tutti. La volontà dipende, del resto, dalla tempra dell'individuo; non è d'ognuno l'esser maestro a se stesso.
Il mio temperamento mi portava a detestare le illusioni. Sono sempre riuscito a discernere a tutta prima la verità. Perciò, sono sempre riuscito a penetrare fino in fondo alle cose meglio degli altri. Il mondo per me si è sempre identificato nei fatti, e non nel diritto. Così io non somiglio a nessuno. Sono stato sempre, per mia natura, un isolato.
Non ho mai compreso quale partito avrei potuto trarre dai miei studi, ed infatti non mi sono serviti che a farmi conoscere dei metodi. Solo le matematiche mi hanno dato qualche frutto. Il resto non m'è servito a niente; ma io studiavo per il mio amor proprio.

Le mie facoltà intellettuali, che intanto si sviluppavano ordinatamente, non consistevano che in una grande mobilità delle fibre del mio cervello. Io pensavo più velocemente degli altri, di modo che mi rimaneva sempre del tempo per riflettere. In questo è consistita la mia profondità.
La mia mente era troppo attiva perché potessi prender gusto ai soliti divertimenti della giovinezza. Non vi rimanevo completamente estraneo, ma cercavo altrove qualche altra cosa a cui interessarmi. Questa disposizione mi riduceva in una specie di solitudine, in cui non trovavo che i miei pensieri. Questo modo di vita mi è stato abituale in tutte le contingenze della mia esistenza.
Mi applicavo a risolvere dei problemi : li cercavo nelle matematiche; ma me ne stancai presto, perché l'ordine materiale è estremamente limitato. Cercai allora nell'ordine morale: è il lavoro che meglio m'è riuscito. Questa ricerca è diventata per me una disposizione abituale. Ad essa debbo i grandi passi che ho fatto fare alla politica e alla guerra.

La mia nascita mi destinava alle armi; perciò fui messo alla scuola militare. Ottenni il grado di luogotenente al principio della Rivoluzione. Nessun altro titolo mi ha dato tanto piacere. Tutta la mia ambizione si limitava allora a portare un giorno un paio di spalline: un colonnello di artiglieria mi sembrava il «non plus ultra» della grandezza umana.
Ero troppo giovane allora per interessarmi di politica. Non ero ancora in grado di giudicare l'uomo nella sua collettività. Così non ero né sorpreso né spaventato del disordine che regnava in quell'epoca, perché non avevo potuto paragonarlo con nessun altro. Mi adattavo a quel che trovavo. Non ero ancora difficile.

2. Le mie prime destinazioni

Fui destinato all'armata delle Alpi. Questa armata non faceva niente di quel che dovrebbe fare un'armata. Non conosceva né la disciplina, né la guerra. Mi trovavo, quindi, in una cattiva scuola. E’ vero che non avevamo dei nemici da combattere; avevamo l'unico compito d'impedire ai Piemontesi di passare le Alpi, e niente era più facile.
Nei nostri accantonamenti regnava l'anarchia. I soldati non avevano alcun rispetto per l'ufficiale; l'ufficiale non ne aveva affatto per il generale; questi, tutte le mattine, erano destituiti dai Rappresentanti del Popolo: l'armata non attribuiva che a questi ultimi il simbolo del potere, il più forte per lo spirito umano. Ho sentito da allora il danno dell'influenza civile sul militare, ed ho saputo poi garantirmene.
Non era il talento, ma la verbosità che faceva acquistar credito nell'armata: tutto dipendeva da questo favore popolare, che si ottiene a furia di chiacchiere.
Io non ho mai avuto con la folla quella comunione di sentimenti che produce l'eloquenza della piazza. Non ho mai avuto la virtù di commuovere il popolo. Così, non avendo nessun ruolo in questa armata, avevo meglio il tempo di riflettere.

Studiavo la guerra non sulle carte, ma sul terreno. Mi trovai per la prima volta tra gli spari in un piccolo episodio di tiratori di fianco al Monte Ginevra. I proiettili erano scarsi, e non ferirono che qualcuno dei nostri uomini. Non provai emozione; non ne valeva la pena; esaminai solamente l'azione. Mi sembrò evidente che non ci fosse intenzione, dalle due parti, di trarre un risultato da questa sparatoria. Si sparava, tanto per fare qualche cosa, e perché questo è l'uso della guerra. Deplorai questa assenza d'obiettivo; la resistenza mi stizzì; conoscevo il nostro terreno; presi il fucile di un ferito, dissi ad un brav'uomo di capitano che ci comandava di continuare il fuoco, mentre io andavo con una dozzina di soldati a chiudere la ritirata dei Piemontesi.
Mi fu facile arrivare ad un'altura che dominava la loro posizione, passando per una macchia di abeti, su cui s'appoggiava la nostra sinistra. Il nostro capitano si riscaldò, e i suoi soldati guadagnarono terreno, ricacciando verso di noi il nemico: quando si fu mosso, io feci uscire i miei uomini. Il nostro fuoco chiuse la ritirata al nemico: uccidemmo qualche uomo, e facemmo venti prigionieri. Gli altri si salvarono.

Ho raccontato il mio primo fatto d'armi, non perché mi valse il grado di capitano, ma perché m'iniziò ai segreti della guerra. Mi accorsi che battere il nemico era più facile di quel che non si credesse, e che questa grande arte consiste nel non brancolare nell'azione, e, soprattutto, nel non tentare che movimenti decisivi perché così si porta innanzi il soldato.
Avevo guadagnato i miei speroni; avevo ormai fede nella mia esperienza. Dopo, finii col sentirmi particolarmente incline ad un mestiere che m'andava così bene. Non pensavo che a questo, e così mi misi a risolvere tutti i problemi che può offrire un campo di battaglia. Avrei voluto studiare la guerra anche nei libri, ma non ne avevo. Cercai di ricordarmi il poco che avevo letto dalla storia, e paragonai quegli scritti al quadro che avevo sotto gli occhi. Mi son fatta così una teoria della guerra, che il tempo ha sviluppata, mai smentita.

3. Miei successi all'assedio di Tolone

Condussi questa vita insignificante fino all'assedio di Tolone. Ero allora comandante di battaglione, e come tale potevo esercitare qualche influenza sul successo dell'assedio.
Nessun'armata fu bistrattata come la nostra. Non si sapeva chi la comandasse. I generali non osavano per paura dei Rappresentanti del Popolo; questi, a loro volta, avevano ancora più paura del Comitato di Salute Pubblica. I commissari rubavano, gli ufficiali bevevano, i soldati morivano di fame, ma tuttavia erano spensierati e coraggiosi. Questo disordine ispirava loro più bravura che la stessa disciplina. Così mi convinsi che le armate meccaniche non valgono niente ce lo hanno provato esse stesse.

Al campo tutto si faceva per mozione e per acclamazione. Quest'andazzo mi riusciva insopportabile, ma non potevo impedirlo, e proseguii verso la mia meta senza preoccuparmene.
Ero forse il solo nell'armata che avesse uno scopo; ma io tendevo a venire a capo di tutto. Non mi occupai che di studiare la posizione del nemico e la nostra. Paragonando i suoi mezzi morali coi nostri, vidi che noi li avevamo tutti ed il nemico non ne aveva nessuno. La sua spedizione era un miserabile colpo di testa, di cui si doveva prevedere anticipatamente la catastrofe: e si è deboli quando non si sa prevedere in anticipo la sconfitta.
Cercai i migliori punti d'attacco, calcolai la portata delle nostre batterie e indicai le posizioni dove piazzarle. Gli ufficiali più esperti le trovarono troppo pericolose; ma non si vincono delle battaglie solo con l'esperienza. Mi ostinai ed esposi il mio piano a Barras, ch'era stato marinaio: queste brave persone non ne capiscono niente di guerra, ma almeno è gente intrepida. Barras approvò il piano perché la voleva finire. D'altronde, la Convenzione non gli chiedeva conto delle braccia e delle gambe che si perdevano, ma solo del successo.

I miei artiglieri erano valorosi e senza pratica. E questa la migliore disposizione per i soldati. I nostri attacchi riuscirono: il nemico s'intimidì, e non osava tentare più niente contro di noi. Ci tirava bestialmente contro dei proiettili, che cadevano dove potevano, e non servivano a niente. I miei proiettili raggiungevano meglio il bersaglio. Vi mettevo molto zelo perché da tutto questo attendevo la promozione : d'altronde, amavo anche il successo per se stesso. Passavo il mio tempo nelle batterie e dormivo nei ripari. Non è ben fatto che quello che si fa da sé. I prigionieri ci dicevano che tutto andava al diavolo nei loro posti. Alla fine, si fece spietatamente piazza pulita.

Avevamo ben meritato dalla Patria. Fui promosso generale di brigata. Fui comandato, denunciato, destituito, sballottato dagli intrighi e dalle fazioni. Presi a detestare l'anarchia ch'era allora al suo culmine, e mai più mi ci sono rappacificato. Questo governo massacratore mi riusciva tanto più odioso perché assurdo: si divorava da sé. Era una rivoluzione permanente, i cui promotori non cercavano che di consolidarsi permanentemente.
Generale, ma senza impiego, andai a Parigi potendo ottenere solo lì qualche cosa. Mi attaccai a Barras perché non conoscevo che lui. Robespierre era morto. Era il momento di Barras, e bisognava pure che m'afferrassi a qualcuno e a qualche cosa.

4. L'affare delle Sezioni a Parigi

S'andava intanto preparando l'affare delle Sezioni: non me ne interessavo gran che, perché m'occupavo più di guerra che di politica, né pensavo ad assumervi un ruolo. Ma Barras mi propose di comandare sotto di lui la forza armata contro gl'insorti. Avrei preferito, come generale, di trovarmi alla testa delle truppe piuttosto che di gettarmi nelle file delle Sezioni, dove non avevo niente da fare.
Non avevamo a guardia della Sala del Maneggio che un pugno d'uomini, e due pezzi da quattro. Una colonna di Sezionisti, per sua disgrazia, s'avanzò per attaccarci. Feci fare fuoco coi miei pezzi, i Sezionisti si salvarono; li feci inseguire; si gettarono sui gradini di San Rocco. Non si potette far passare che un solo pezzo, tanto la strada era stretta. Feci sparare sulla folla che si disperse lasciando qualche morto: tutto finì in dieci minuti.

Quest'avvenimento, così piccolo di per se stesso, ebbe delle grandi conseguenze: impedì alla Rivoluzione di retrocedere. Io mi unii naturalmente al partito per cui m'ero battuto, e mi trovai così legato alla causa della Rivoluzione. Cominciai, perciò, a valutarla, e mi convinsi che sarebbe stata vittoriosa perché aveva per sé l'idea, il numero e l'audacia.
L'affare delle Sezioni m'elevò al grado di generale di divisione e mi valse una specie di celebrità. Siccome il partito vincitore era preoccupato della sua vittoria, mi tenne a Parigi, contro la mia volontà, mentre io non avevo altra ambizione che quella di fare la guerra col mio nuovo grado.

5. Il mio primo matrimonio

Rimasi, dunque, disoccupato sul lastrico di Parigi. Non avevo relazioni, non avevo abitudini di società e non frequentavo che l'ambiente di Barras, dove ero ben ricevuto. E’ lì che ho visto, per la prima volta, mia moglie, che ha avuto una grande influenza sulla mia vita e la cui memoria mi sarà sempre cara.
Non ero insensibile alla grazia delle donne, ma fin allora non mi avevano viziato. Il mio carattere mi rendeva timido con loro, e Madame de Beauharnais è la prima che m'abbia addomesticato. Ebbe espressioni assai lusinghiere per il mio talento militare, un giorno che le ero seduto vicino. Quest'elogio mi inorgoglì: mi misi al suo seguito, le tenevo dietro dovunque, ne ero appassionatamente innamorato, e quando ancora non pensavo a dirglielo, già la nostra società n'era informata.

Il mio amore, dunque, fu cosa nota, e Barras me ne parlò. Non avevo nessuna ragione per negarlo. «In questo caso - mi disse Barras - bisogna che voi sposiate Madame de Beauharnais. Avete un grado e del talento da far valere; ma siete isolato, senza danaro, senza relazioni. Bisogna che vi sposiate, questo dà una linea. Madame de Beauharnais è graziosa e piena di spirito, ma è vedova. Questo oggi non significa più niente; le donne non giocano più un loro ruolo; bisogna che si sposino per essere qualche cosa. Voi avete del carattere e farete il vostro cammino; la cosa vi conviene; volete che m'incarichi io di tutto ? »

Attesi la risposta con ansietà: fu favorevole. Madame de Beauharnais mi accordò la sua mano, e se vi sono stati dei momenti di fortuna nella mia vita, li debbo a lei.
Il mio contegno nel mondo cambiò dopo il mio matrimonio. Si era ricostituita, sotto il Direttorio, una specie di ordine sociale, in cui avevo preso un posto assai elevato. In me, ormai, l'ambizione diventava ragionevole: potevo aspirare a tutto.
In fatto di ambizioni, non avevo che quella di ottenere un comando in capo; un uomo non è niente se non è preceduto da una reputazione militare. Ero sicuro di farmi la mia perché sentivo in me l'istinto della guerra; ma non avevo delle ragioni fondate per chiedere una cosa del genere. Bisognava che me la dessero, e in un momento come quello non era difficile.
L'armata d' Italia era considerata di scarto, perché non l'avevano destinata a niente. Pensai di metterla in movimento per attaccare l'Austria lì dove si poteva essere più sicuri, cioè in Italia.

6. Prima campagna d'Italia

Il Direttorio era in pace con la Prussia e la Spagna; ma l'Austria, assoldata dall'Inghilterra, fortificava le sue posizioni militari e ci teneva testa sul Reno. Era evidente che dovevamo fare una diversione in Italia per scuoterla, per infliggere una lezione ai piccoli Principi d'Italia che s'erano uniti contro di noi, e per dare, infine, alla guerra un colore deciso che fino allora non aveva.
Questo piano così semplice conveniva moltissimo al Direttorio, che aveva bisogno del successo per creare il suo prestigio, ed io m'affrettai a presentarlo per paura d'essere prevenuto. Non vi furono contraddizioni, cosicché fui nominato generale in capo dell'armata d'Italia.
Partii per raggiungere l'armata. Essa aveva avuto qualche rinforzo dall'armata di Spagna: la trovai forte di cinquantamila uomini, mancanti di tutto, fuorché di buona volontà. La misi alla prova. Pochi giorni dopo il mio arrivo, ordinai un movimento generale su tutta la linea, che si stendeva da Nizza a Savona. Erano i primi di aprile del 1796.

In tre giorni espugnammo tutti i posti austro-sardi che difendevano le alture della Liguria. Il nemico, attaccato bruscamente, si raccolse. Lo incontrammo il 10 a Montenotte: fu battuto. Il 14 lo attaccammo a Millesimo: fu ancora battuto, e separammo gli Austriaci dai Piemontesi. Questi ultimi presero posizione a Mondovì, mentre gli Austriaci si ritiravano sul Po per invadere la Lombardia.
Battei i Piemontesi. In tre giorni m'impadronii di tutte le posizioni del Piemonte, ed eravamo a nove leghe da Torino quando ricevetti un aiutante di campo che veniva a domandarmi la pace.

Mi considerai allora, per la prima volta, non più come un semplice generale, ma come un uomo chiamato ad influire sulle sorti dei popoli. Mi vidi nella storia.
Questa pace cambiava il mio piano. Non si trattava più di fare la guerra in Italia; ma di conquistarla. Sentivo che, allargando il terreno alla Rivoluzione, davo una base più solida al suo edificio, e quest'era il miglior mezzo per assicurare il suo successo.
La corte piemontese ci aveva cedute tutte le piazzeforti. Aveva ormai consegnato il suo Paese. Eravamo i padroni al di là delle Alpi e degli Appennini. Ci eravamo assicurate le nostre linee, ed eravamo tranquilli circa una ritirata. In una posizione così favorevole attaccai gli Austriaci. Passai il Po a Piacenza e l'Addà a Lodi: e non fu molto facile; ma Beaulieu si ritirò ed io entrai a Milano.

Gli Austriaci fecero sforzi incredibili per riprendere l'Italia. Fui obbligato a sconfiggere cinque volte le loro armate per finirla.
Padrone dell'Italia, dovevo ora stabilirvi il sistema della Rivoluzione, per attirare alla Francia questo Paese attraverso principi e interessi comuni: il che significava distruggervi il vecchio regime per istituirvi l'uguaglianza, che era il perno della Rivoluzione. Mi sarei trovato dunque sulle braccia il clero, la nobiltà e tutti quelli che vivevano intorno a loro. Prevedevo delle resistenze, e decisi di vincerle con l'autorità delle armi, senza sollevare il popolo.

Avevo compiuto delle grandi imprese, ma bisognava adottare un atteggiamento ed un linguaggio adeguati. La Rivoluzione aveva distrutto ogni sorta di dignità; non potevo dare alla Francia una pompa reale: le diedi lo splendore delle vittorie e la voce del padrone.
Volevo diventare il protettore dell'Italia, e non il suo conquistatore. Vi riuscii, mantenendo la disciplina nell'armata, reprimendo severamente le rivolte e istituendo la Repubblica Cisalpina. Con quest'istituzione soddisfacevo il voto pronunciato dagli stessi Italiani, quello d'essere indipendenti. Detti loro delle grandi speranze, e non dipendeva che da loro il realizzarle, unendosi alla nostra causa. Erano degli alleati che io davo alla Francia.
Quest'alleanza durerà a lungo tra i due popoli, perché è fondata su comuni interessi. Questi due popoli hanno le stesse opinioni e gli stessi punti di vista. Essi avrebbero poi conservato senza di me la loro vecchia intimità.
Sicuro dell'Italia, non avevo timore di avventurarmi fino al centro dell'Austria. Arrivai fin quasi a Vienna, e lì firmai il trattato di Campoformio. Questo fu un atto glorioso per la Francia.
Il partito che io avevo favorito, il 18 fruttidoro, era arbitro della Repubblica. L'avevo aiutato perché era il mio partito e perché era il solo che potesse far marciare la Rivoluzione. Ora, più m'ero mischiato alla politica e più m'ero convinto che bisognava completare questa Rivoluzione, che era il frutto del secolo e delle idee. Tutto quello che ritardava la sua marcia non serviva che a prolungare la crisi.

7. Spedizione d'Egitto

La pace era raggiunta nel Continente. Non eravamo più in guerra che con l'Inghilterra; ma - in mancanza d'un campo di battaglia - questa guerra ci lasciava nell'inazione. Io avevo la coscienza dei miei mezzi, che erano tali da mettermi in evidenza, ma non avevano modo di essere impiegati. Sapevo intanto che bisognava attirare l'attenzione per restare in vista e che bisognava perciò tentare delle imprese straordinarie, gli uomini amano d'essere stupiti. Proprio da questo punto di vista pensai alla spedizione d'Egitto. L'hanno voluta attribuire a chissà quali reconditi disegni da parte mia; eppure, non ne avevo altri che quello di non restare in ozio dopo la pace che avevo appena conclusa.
Questa spedizione doveva offrire in grande l'idea della potenza della Francia: essa doveva attirare l'attenzione sul suo Capo e doveva sorprendere l'Europa pel suo ardimento. C'erano più motivi di quanti non ne occorressero per tentarla, ma io non avevo allora la minima idea di detronizzare il Gran Turco, né tanto meno quella di diventare Pascià.
Preparai in segreto la partenza. Questa misura era necessaria al successo, e rendeva più singolare il carattere della spedizione.
La flotta spiegò le vele. Ero costretto a distruggere, passando, la signoria di Malta, perché non serviva che agl'Inglesi. Temevo che qualche vecchio fermento di gloria spingesse quei Cavalieri a difendersi e a farmi perdere tempo; ma furono, per fortuna, più untuosi di quanto non immaginassi.

La battaglia d'Aboukir distrusse la flotta, e gl'Inglesi furono padroni del mare. Compresi in quel momento che la spedizione non poteva finire che con una catastrofe: ché l'armata che non si recluta finisce sempre, prima o dopo, per capitolare.
Bisognava, intanto, rimanere in Egitto, poiché non v'era mezzo d'uscirne. Mi decisi allora a far buon viso a cattivo giuoco, riuscendovi assai bene.
Avevo una bella armata; bisognava impiegarla, e condussi a termine la conquista dell'Egitto per farle fare qualche cosa.
I nostri soldati erano un po' sorpresi di trovarsi nel paese di Sesostri; ma se la presero allegramente era così strano vedere un Francese tra quelle rovine, che finirono per divertirsene.
Non avendo più niente da fare in Egitto, mi venne l'idea di andare in Palestina per tentarne la conquista. Questa spedizione aveva qualche cosa di favoloso. Mi lasciai sedurre. Fui male informato sugli ostacoli che avrei incontrati, e presi poche truppe con me.
Giunto al di là del deserto, seppi che erano state raccolte delle forze a S. Giovanni d'Acri. Non erano affatto disprezzabili, e bisognò andar loro incontro. La piazza era, difesa da un ingegnere francese, e me ne accorsi dalla sua resistenza. Fu necessario levare l'assedio. La ritirata fu penosa. Lottai per la prima volta contro gli elementi; ma non ne fummo vinti.

Di ritorno in Egitto, ricevetti dei giornali per la via di Tunisi. Conobbi così il deplorevole stato della Francia: la decadenza del Direttorio, e il successo della coalizione. Credetti di poter servire per una seconda volta il mio Paese. Nessuna ragione mi tratteneva in Egitto: era quella un'impresa finita. Qualsiasi generale poteva firmare una capitolazione che il tempo avrebbe resa inevitabile, ed io partii senz'altro disegno che quello di riapparire alla testa delle armate per ricondurle alla vittoria.

8. Ritorno a Parigi : il Consolato

Sbarcato a Frejus, la mia presenza entusiasmò il popolo. La mia gloria militare rassicurava tutti quelli che avevano paura d'essere battuti. Era un continuo affollarsi sul mio passaggio: il mio viaggio ebbe l'aria di un trionfo, e compresi, arrivando a Parigi, che potevo tutto in Francia.
La debolezza del governo l'aveva messa ad un passo dal baratro: vi trovai l'anarchia. Tutti volevano salvare la Patria, e proponevano i piani relativi: mi si venivano a fare delle confidenze; ero il centro delle cospirazioni; ma non v'era uno solo, alla testa di tutti questi progetti, capace di portarli a termine. Tutti contavano su di me, perché avevano bisogno di una spada. Io non contavo su nessuno, e fui libero di scegliere il piano che più mi conveniva.
La fortuna mi metteva alla testa dello Stato. Mi trovai padrone della Rivoluzione giacché non volevo esserne il capo: quel ruolo non mi conveniva. Ero dunque chiamato a preparare le sorti future della Francia, e forse quelle del mondo.

Ma bisognava innanzi tutto fare la guerra; fare la pace; acquietare le fazioni; fondare la, mia autorità. Bisognava muovere questa grossa macchina che si chiama governo. Conoscevo il peso di queste resistenze, ed avrei preferito il semplice mestiere della guerra in fondo, io non amavo che il comando del quartier generale e l'emozione del campo di battaglia. Mi sentivo, infine, in quel momento, più disposto a sollevare l'ascendente militare della Francia, che a governarla.
Ma non avevo scelta per il mio posto. M'era facile, infatti, vedere che il regno del Direttorio volgeva alla fine, che bisognava mettere al suo posto un'autorità che s'imponesse per salvare lo Stato, e che non v'era niente di veramente potente come la gloria militare. Il Direttorio non poteva dunque essere sostituito che da me o dall'anarchia. Non v'era alcun dubbio per la Francia su tale dilemma. L'opinione pubblica aveva si questo il mio stesso modo di vedere.

Proposi di sostituire il Direttorio con un Consolalo, tanto ero allora lontano dal concepire l'idea di un potere sovrano. I Repubblicani, a loro volta, proposero di eleggere due Consoli; io ne domandai tre, perché non volevo essere accoppiato. Il primo rango mi apparteneva di diritto in questa trinità : era tutto quello che desideravo.
I Repubblicani non si fidarono della mia proposta intravidero un principio di dittatura in questo triumvirato, e si unirono contro di me. La presenza stessa di Sieyès non poteva tranquillizzarli. Egli s'era incaricato di fare una costituzione; ma i Giacobini preferivano la mia spada, perché non si fidavano della penna del loro vecchio abate.
Tutti i partiti si unirono allora sotto due bandiere: da una parte i Repubblicani che si opponevano a che io fossi innalzato al Consolato, e dall'altra tutta la Francia che lo chiedeva. Il mio avvento era dunque inevitabile perché la maggioranza finisce sempre per vincere. I Repubblicani avevano stabilito il loro quartier generale nel Consiglio dei Cinquecento: si difesero veramente bene e bisognò vincere la battaglia di St. Cloud per farla finita. Io per un momento avevo creduto che l'elezione si facesse per acclamazione.

Il voto pubblico mi dava il primo posto nello Stato: la resistenza che s'era fatta non mi preoccupava, perché non veniva che da gente di dubbia opinione. I realisti non si erano visti: erano stati colti dal panico. La maggioranza della Nazione aveva fiducia in me, sapendo bene che la Rivoluzione non poteva avere una garanzia migliore della mia. A mia volta, non avrei trovato la mia forza che mettendomi alla testa degli interessi creati dalla Rivoluzione: facendola retrocedere, mi sarei ritrovato sul terreno dei Borboni.
Bisognava che tutto fosse nuovo nel mio potere, e tutte le ambizioni vi trovassero da vivere. Ma non v'era niente di definito nella sua natura, e questo era il suo difetto.
lo non ero, per la Costituzione, che il primo magistrato della Repubblica; ma avevo una spada per bastone di comando. Vi era incompatibilità tra i miei diritti costituzionali e l'ascendente che derivavo dal mio carattere e dalle mie azioni. Il pubblico lo sentiva come me; la cosa non poteva durare a lungo, ed ognuno in conseguenza si accingeva a prendere il suo atteggiamento.
Trovavo più cortigiani di quanti me ne bisognassero. Si faceva la coda. Così non ero preoccupato del progresso che faceva la mia autorità; ma lo ero invece, e molto, per la situazione materiale della Francia.
Ci eravamo lasciati battere : gli Austriaci avevano riconquistato i' Italia e distrutto la mia opera. Non avevamo più delle armate per riprendere l'offensiva.

Non vi era un soldo nelle casse, e nessun mezzo per riempirle. La coscrizione non si faceva che sotto il beneplacito dei sindaci. Sieyès ci aveva preparata una costituzione fiacca e parolaia, che inceppava ogni cosa. Tutto quel che costituisce la forza di uno Stato era distrutto: non esisteva che quello che ne crea la debolezza.

9. Seconda campagna d'Italia: Marengo

Costrettovi dalla mia posizione, credetti di dover chiedere la pace; lo potevo allora in buona fede perché era una fortuna per me. Più tardi non sarebbe stata che un'ignominia.
Il signor Pitt la rifiutò, e mai uomo di stato commise un più grave errore; ché quello era il solo momento in cui gli alleati avrebbero potuto concluderla con sicurezza, perché la Francia, domandando la pace, si riconosceva vinta; e i popoli stessi si rialzano da tutti i rovesci quando non siano un'onta per loro.
Il signor Pitt la rifiutò. Egli m'ha salvato da un grande errore ed ha esteso l'impero della Rivoluzione su tutta l'Europa. Impero che la mia stessa caduta non è riuscita a distruggere. Egli l'avrebbe ristretto alla sola Francia se l'avesse abbandonata allora a se stessa.
Mi fu necessario, dunque, fare la guerra. Massena si difendeva a Genova; ma le armate della Repubblica non osavano più di ripassare né il Reno, né le Alpi. Bisognava, quindi, rientrare in Italia e in Germania, per dettare una seconda volta la pace all'Austria. Questo era il mio piano: ma non avevo né soldati, né cannoni, né fucili.
Chiamai i coscritti, feci forgiare delle armi, risvegliai il sentimento dell'onore nazionale, che nei Francesi al massimo può essere solo assopito. Misi insieme un'armata. La metà portava dei vestiti da contadino. L'Europa rideva dei miei soldati : ha pagato caro quel momento di allegria.
Non si poteva, intanto, intraprendere apertamente una campagna con una simile armata. Bisognava almeno stupire il nemico, e profittare della sua sorpresa. Il generale Suchet l'attirava verso le gole di Nizza. Massena prolungava giorno per giorno la difesa di Genova. Io parto; mi avanzo verso le Alpi; la mia presenza, a grandezza dell'impresa rianimarono i soldati. Non avevano scarpe, ma marciavan tutti all' avanguardia.

In nessun momento della mia vita ho più provato un'emozione simile a quella che sentii, penetrando nelle gole delle Alpi. L'eco mi riportava il grido delle armate, che mi annunciava una vittoria incerta, ma probabile. Rivedevo l'Italia, teatro delle mie prime battaglie. I miei cannoni superarono lentamente quelle rocce. I miei primi granatieri toccarono infine la cima del San Bernardo. Buttarono in aria i cappelli guarniti di piume rosse, lanciando grida di gioia. Le Alpi erano raggiunte, e noi straripammo come un torrente.
Il generale Lasnes comandava l'avanguardia. Egli s'affrettò a prendere Ivrea, Vercelli, Pavia e s'assicurò il passaggio del Po. Tutta l'armata lo passò, poi, senza incontrare ostacoli.
Eravamo tutti giovani in quel tempo, soldati e generali. Avevamo da farci la nostra fortuna. Per noi non contavano le fatiche, e meno ancora i disagi. Eravamo incuranti di tutto, meno che della gloria, che non si conquista che sui campi di battaglia.

All'annunzio del mio arrivo, gli Austriaci manovrarono su Alessandria. Ammassati in quella zona, quando arrivai sotto le mura le loro colonne si spiegarono dinanzi al Bormida. Le feci attaccare. La oro artiglieria ara superiore alla mia. Essa scosse i nostri giovani battaglioni che perdettero terreno. La linea non era conservata che da due battaglioni della guardia e dal 45°. Ma io aspettavo degli altri corpi che avanzavano a scaglioni. La divisione Desaix sferra la sua colonna d'attacco, e prende il villaggio di Marengo dove s'appoggiava il centro del nemico. Questo gran generale fu ucciso nel momento in cui decideva una vittoria, che sarebbe stata immortale.

Il nemico si gettò sotto le mura della città. I ponti erano troppo stretti per consentirgli il passaggio. Ci fu un'orribile mischia, e c'impadronimmo di masse di artiglierie e di interi battaglioni. Ricacciati al di là del Tanaro, senza comunicazioni, senza ritirata, minacciati nelle retrovie da Massena e da Suchet, avendo di fronte un'armata vittoriosa, gli Austriaci dovettero accettare le nostre condizioni. Melas implorò una capitolazione, che fu la più inaudita nella storia della guerra. L' Italia intera mi fu restituita, e l'armata vinta venne a deporre le armi ai piedi dei nostri coscritti.

Quello fu il più bel giorno della mia vita, perché fu tra i più belli per la Francia. Tutto era cambiato per la Francia che poteva gioire di una pace che aveva conquistata. Finalmente poteva riposare come un leone. E sarebbe stata felice perché era grande.
Le fazioni sembravano tacere : tanto clamore aveva coperto la loro voce. La Vandea si pacificava; i Giacobini non sapevano più come ringraziarmi della mia vittoria che andava tutta a loro profitto. Non avevo più rivali.

10. Stato politico della Francia: nuovi codici

Il comune pericolo e l'entusiasmo pubblico avevano momentaneamente alleato i partiti. La sicurezza li divise. Dovunque non esista un centro di potere incontestabile, si trovano degli uomini che sperano di guadagnarlo per sé. Fu quel che avvenne per il mio potere. La mia autorità non era che una magistratura temporanea: dunque, non era incrollabile. Quanti avevano della vanità e si credevano di talento, iniziarono una campagna contro di me. Scelsero il Tribunato come loro piazza d'armi, e lì cominciarono ad attaccarmi, col pretesto del potere esecutivo.
Se avessi ceduto alle loro chiacchiere, dove sarebbe andato a finire lo Stato? Lo Stato aveva troppi nemici per dividere le sue forze e perdere il suo tempo in chiacchiere. Si usciva da una dura prova; ma questa non era bastata a far tacere questa specie di uomini che preferiscono gl'interessi della loro vanità a quelli della Patria. Si divertirono, per rendersi popolari, a rifiutare le imposte, a discreditare il governo, a sbarrargli la strada come per il reclutamento delle truppe.
Di questo passo saremmo stati, in quindici giorni, in balia del nemico. Non avevamo ancora tante forze per azzardi del genere. Il mio potere era troppo recente per essere invulnerabile; il Consolato sarebbe finito come il Direttorio, se non avessi distrutto questa opposizione con un colpo di stato. Tolsi di mezzo questi tribuni faziosi. Chiamarono questo: «eliminare», e la parola fece fortuna.

Questo piccolo avvenimento, a cui fui costretto, cambiò la costituzione della Francia, perché mi fece rompere con la Repubblica, che non esisteva più dal momento che la rappresentanza nazionale non era più sacra. Tale cambiamento era inevitabile nella situazione, in cui si trovava la Francia di fronte all'Europa e a se stessa. La Rivoluzione aveva dei nemici troppo accaniti, all'interno e all'esterno, per non essere obbligata ad adottare una forma dittatoriale, come tutte le repubbliche nei momenti di pericolo. Le autorità che fanno dell'equilibrio non sono buone che in tempo di pace. Bisognava, al contrario, rinforzare l'autorità che mi s'era affidata ogni volta che aveva corso un pericolo, per prevenire delle ricadute.
Forse, sarebbe stato possibile ottenere senz'altro la dittatura, alla quale mi si accusava di aspirare. Ognuno avrebbe potuto giudicare quella che si chiamava la mia ambizione, che sarebbe stata meglio valutata, perché i mostri sono più grossi da lontano che da vicino. La dittatura avrebbe avuto il vantaggio di non presagire niente per l'avvenire, di lasciare le opinioni integralmente così com'erano, e di intimidire il nemico, mostrandogli la decisione della Francia.
Ma m'accorgevo che questa autorità veniva a mettersi nelle mie mani da se stessa: non avevo perciò bisogno di riceverla ufficialmente. Si esercitava di fatto, se non di diritto, e bastava per superare la crisi e salvar la Francia e, insieme, la Rivoluzione.

Il mio compito era dunque di completare questa Rivoluzione, dandole un carattere legale, tale da farla riconoscere e legittimare dal diritto pubblico d'Europa. Tutte le rivoluzioni sono passate attraverso le stesse lotte. La nostra non poteva evitarle, ma doveva, a sua volta, far discendere il suo diritto dalla borghesia.
lo sapevo che, prima bisognava fissare i principii della Rivoluzione, consolidarne la legislazione e distruggerne gli eccessi. Mi sentivo abbastanza forte per riuscirvi, e non mi sbagliavo.
La premessa della Rivoluzione era la fine delle caste, cioè l'uguaglianza: io l'ho rispettata. La legislazione doveva regolarne i principii : in questo spirito ho fatto delle leggi.
Gli eccessi si rivelavano nell'esistenza delle fazioni: ne ho tenuto conto, e sono sparite. Si rivelavano nella distruzione del culto: l'ho ristabilito. Nell'esistenza degli emigrati: li ho richiamati. Nel generale disordine dell'amministrazione: l'ho regolata. Nella rovina delle finanze : le ho restaurate. Nell'assenza di un'autorità capace di contenere la Francia : quest'autorità gliel'ho data, prendendo le, redini dello Stato.

Pochi uomini hanno fatto tante cose quante ne feci io allora, e in così poco tempo. La storia dirà un giorno che cosa fosse la Francia al momento del mio avvento, e che cosa fosse quando ha dettato leggi all'Europa.
Non ho avuto bisogno di usare arbitrariamente del potere per compiere questo immenso lavoro. Forse, non mi si sarebbe vietato di usarlo così, ma io non avrei voluto, perché ho sempre detestato l'arbitrio in qualsiasi cosa. Io amo l'ordine e le leggi. Ne ho fatte molte: le ho fatte severe e precise, ma forti, perché una legge che non conosca eccezioni è sempre giusta. Le ho fatte rigorosamente osservare, perché questo è il dovere del trono; ma le ho rispettate_ io stesso. Esse mi sopravviveranno: questa è la ricompensa pel mio lavoro.
Tutto sembrava andasse bene. Lo Stato si ricostituiva; l'ordine si ristabiliva. Me ne occupavo con trasporto, ma sentivo che mancava a questo sistema qualche cosa di definitivo.

Per quanto grande fosse il mio desiderio di dare alla Rivoluzione una stabilità, vedevo chiaramente che non potevo giungervi se non dopo di aver vinto delle grandi resistenze: vi era, difatti, un'inevitabile antipatia tra vecchi e nuovi regimi. Essi formavano due masse i cui interessi erano completamente all'opposto. Tutti i governi, che sussistevano ancora in virtù del vecchio diritto pubblico, si vedevano in pericolo con i principi della Rivoluzione, e questa a sua volta non aveva altra garanzia che trattare col nemico, o schiacciarlo se si fosse rifiutato di riconoscerla.

Questa lotta doveva decidere, in definitiva, del rinnovamento dell'ordine sociale d'Europa. lo ero alla testa della grande corrente che voleva distruggere il sistema, su cui girava il mondo dopo la caduta dei Romani. Perciò ero il bersaglio dell'odio di tutti quanti avevano interesse a far sì che continuasse questo, vecchio giro. Un carattere meno intransigente del mio avrebbe potuto destreggiarsi, per lasciare al tempo il compito di decidere parte di queste questioni. Ma quando ebbi conosciuto fino in fondo queste due correnti, quando ebbi visto che dividevano il mondo come al tempo della Riforma, compresi che ogni compromesso tra di esse era impossibile: i loro interessi si urtavano troppo. Compresi che più si abbreviava la crisi, meglio i popoli si sarebbero trovati. Occorreva avere con noi la metà più uno dell'Europa, in modo che la bilancia pendesse dalla nostra parte. Non potevo disporre di questo peso che in virtù della legge del più forte, che è la sola che abbia corso tra i popoli.

Bisognava dunque che io fossi il più forte, poiché non ero solo incaricato di governare la Francia, ma di sottometterle il mondo, senza di che il mondo l'avrebbe annientata.
Non ho mai avuto possibilità di scelta tra le decisioni che ho prese : esse sono state sempre imposte dagli avvenimenti. Il pericolo era tuttora imminente, e il 31 marzo ha provato a qual punto fosse giunto e se fosse facile far vivere in pace vecchi e nuovi regimi.
M'era, dunque, agevole prevedere il futuro, aperta o segreta fosse la loro lotta. Le paci che avrebbero firmate non sarebbero state che delle soste per prender fiato. Bisognava, dunque, che la Francia, come centro della Rivoluzione, fosse in grado di resistere alla tempesta. Era necessario, allora, che vi fosse unità nel governo, perché potesse essere forte; unione nella Nazione, perché tutti i suoi mezzi potessero tendere allo stesso fine; e fiducia nel popolo, perché aderisse ai sacrifici necessari per assicurarsi la conquista.

11. Sono nominato Console a vita

Ora, tutto era precario nel sistema del Consolato, perché niente si trovava al suo vero posto. Esisteva una Repubblica di nome, una sovranità di fatto, una rappresentanza nazionale debole, un potere esecutivo forte, delle autorità sottomesse e un'armata preponderante.
Niente funziona bene in un sistema politico in cui le parole fanno a pugni coi fatti. Il governo si discredita per le continue menzogne che deve dire. Esso cade nel disprezzo che ispira tutto ciò che è falso, perché ciò che è falso è debole. D'altronde, non si può più giocare d'astuzia in politica; i popoli la sanno troppo lunga; i giornali ne dicono troppe. Non vi è più che un segreto per impadronirsi del mondo : quello di esser forte, perché non v'è nella forza errore o illusione. E’ la verità, messa a nudo.

Io sentivo la debolezza della mia posizione e il ridicolo del mio Consolato. Bisognava creare qualche cosa di solido che servisse di punto d'appoggio alla Rivoluzione. Fui nominato Console a vita. Era una sovranità vita natural durante, ma insufficiente in se stessa, perché metteva una data all'avvenire, e niente allontana la fiducia come un cambiamento previsto. Ma era passabile per il momento in cui fu stabilita.

12. Spedizione di San Domingo - L' attentato

Nell'intervallo lasciatomi dalla tregua d'Amiens avevo azzardato una spedizione imprudente, che mi si è rimproverata, e con ragione. Difatti, non valeva niente in se stessa.
Avevo provato a riprendere San Domingo e avevo i miei buoni motivi per tentarlo. Gli alleati odiavano troppo la Francia perché si potesse rimanere inattivi durante la pace. Era necessario per la Francia d'esser sempre formidabile. Bisognava dare qualche cosa in pasto alla curiosità degli oziosi. Bisognava tener costantemente l'armata in moto per evitare che si addormentasse. Eppoi, ero lieto di provare i marinai.
Del resto, la spedizione fu mal condotta. Dovunque non ci fossi io, le cose sono andate sempre male. D'altronde, ci saremmo capitati lo stesso : era facile accorgersi che il ministero inglese stava per rompere la tregua, e se noi avessimo riconquistato San Domingo, questo non sarebbe avvenuto che per colpa loro.
Ogni giorno aumentava la mia sicurezza, quando l'episodio del 3 nevoso mi fece sentire d'essere su un vulcano. La cospirazione riuscì imprevista: è la sola. che la polizia non abbia sventata in anticipo. Non c'erano confidenti, e perciò riuscì.
Non v'incappai per miracolo. Il consenso che mi si testimoniò mi ripagò ampiamente. Il momento per cospirare non era ben scelto. Niente era pronto in Francia per i Borboni.
Si cercarono i colpevoli. Per la verità, non accusai che qualche Bruto di second'ordine. In fatto di crimini, si era sempre disposti a fargliene un onore. Fui assai stupito però quando l'inchiesta provò che quelli di Rue St. Nicaise dovevano ringraziare i realisti se erano saltati in aria.

Credevo che almeno i realisti fossero delle persone perbene, una volta che accusavano noi di non esserlo. Li credevo, soprattutto, incapaci dell'audacia e della scelleratezza che un simile progetto presuppone; per il resto, questo non apparteneva che ad un piccolo numero di ladri di diligenze, gente che era magnificata, ma poco considerata nello stesso partito.
I realisti, del tutto dimenticati dopo la pacificazione della Vandea, riapparivano così sull'orizzonte politico. Si trattava di una naturale conseguenza dell'accrescersi della mia autorità. Io ricreavo la monarchia. Questo significava cacciare nelle loro terre.
Essi sapevano che la mia monarchia non aveva alcun rapporto con la loro. La mia era tutta nei fatti: la loro tutta nei diritti. La loro non era fondata che su delle consuetudini: la mia se ne infischiava, perché marciava diritto col genio del secolo. La loro tirava la corda per trattenerlo.
I Repubblicani si spaventavano per l'altezza a cui le circostanze mi collocavano: non si fidavano dell'uso che avrei fatto di questo potere, e temevano che io ricostituissi una vecchia monarchia con l'aiuto della mia armata. I realisti fomentavano questa diceria, e si divertivano a presentarmi come la scimmia dei vecchi monarchi; altri realisti, più furbi, spargevano la voce che m'ero entusiasmato del ruolo di Monck, e che mi prendevo la pena di restaurare il potere per farne un omaggio ai Borboni, non appena fosse stato possibile offrirlo loro.
Le teste mediocri, che non misuravano la mia forza, aggiungevano fuoco a queste chiacchiere, accreditando il partito realista e screditandomi presso il popolo e l'armata, sì che si cominciava a dubitare del mio attaccamento alla loro causa. Non potevo lasciar correre opinioni del genere, che tendevano solo a dividerci.

13. Morte del Duca di Enghien

Bisognava ad ogni costo aprir gli occhi alla Francia, ai realisti e all'Europa, ché sapessero tutti a qual partito attenersi con me. Una persecuzione di carattere individuale contro delle chiacchiere non determina mai altro che cattivi effetti; perché non attacca il male alla sua radice. D'altronde, questo genere di misure è diventato impossibile in questo secolo di raccomandazioni, in cui l'esilio di una donna ha mosso tutta la Francia. Disgraziatamente, mi si presentò, in quel momento decisivo, uno di quei colpi d'azzardo che distruggono le migliori soluzioni. La polizia scoprì delle mene realiste, più o meno modeste, e che avevano il loro fomite al di là del Reno. Una testa augusta vi era coinvolta. Tutte le circostanze di questo avvenimento quadravano in una maniera incredibile con quelle che mi portavano a tentare un colpo di stato. La morte del Duca di Enghien decideva la questione che agitava la Francia. Essa decideva di me, irrevocabilmente. L'ordinai.

Un uomo di molto spirito, e che qui dovrebbe riconoscersi, ha detto di questo attentato che fu più che un delitto un errore. Se non dispiace a questo personaggio, fu un delitto, e non un errore. Conosco molto bene il valore delle parole. La colpa di questo disgraziato Principe si limitava a dei miserabili intrighi con qualche vecchia baronessa di Strasburgo. Egli faceva il suo giuoco. Questi intrighi erano sorvegliati, e non minacciavano né la sicurezza della Francia, né quella mia. Il Duca è morto vittima della politica e di un inaudito concorso di circostanze.
Ma la sua morte non fu un errore, perché tutte le conseguenze che ne avevo previste si sono poi avverate.

14. Progetto di sbarco in Inghilterra

Era ricominciata la guerra con l'Inghilterra, poiché a questo Paese non è possibile restare a lungo in pace. Il territorio dell'Inghilterra è diventato troppo piccolo per la sua popolazione, sì che le è necessario, per vivere, il monopolio delle quattro parti del mondo. Solo la guerra procura questo monopolio agl'Inglesi, perché rappresenta per loro il diritto di taglieggiare sui mari. Ed è la sua difesa.
Questa guerra era lenta. In mancanza di terreno per battersi, l'Inghilterra era obbligata a spostarsi sul Continente, ma bisognava dare il tempo alla messe di crescere. L'Austria aveva avuto tali dure lezioni che i ministri non osavano proporre così presto la guerra,
qualsiasi fosse la loro voglia di guadagnarsi il loro danaro. La Prussia ingrassava nella sua neutralità, la Russia aveva fatto una fatale esperienza della guerra in Svizzera. L'Italia e la Spagna erano entrate, presso a poco, nel mio sistema. Il Continente faceva una sosta.

In mancanza di meglio, misi avanti un progetto di sbarco in Inghilterra. Non ho mai pensato a realizzarlo, poiché sarebbe arenato: non che lo sbarco non fosse possibile, ma non lo era la ritirata. Non vi sarebbe stato un Inglese che non si sarebbe armato per salvare l'onore del suo Paese; e l'armata francese, lasciata senza soccorso alla loro mercé, avrebbe finito per morire o per capitolare.
Avevo potuto far questo in Egitto; ma a Londra era giuocare un giuoco troppo grosso.
Siccome la minaccia non mi costava niente, dato che non sapevo che farne delle mie truppe, tanto valeva tenerle di guarnigione sulle coste. Questo solo apparato obbligò l'Inghilterra a mettersi su un rovinoso piede di difesa. Ed era tanto di guadagnato.

15. Nuova cospirazione : Moreau, Pichegru

Per tutta risposta si organizzò una cospirazione contro di me. Ne posso rendere onore ai Principi emigrati, ché si trattò di una cospirazione veramente regale. Si era messa in movimento un'armata di cospiratori, e così noi ne fummo informati nelle ventiquattr'ore, tanto le informazioni camminavano svelte.
Siccome, intanto, volevo far punire degli uomini che non cercavano che di rovesciare lo Stato (il che è contro le leggi divine e umane), fui costretto ad attendere, per farli arrestare, che si fossero raccolte contro di loro delle prove irrefutabili.
Alla testa di questa macchinazione era Pichegru quest'uomo, che aveva più coraggio che talento, aveva voluto giocare il ruolo di Monck, che si attagliava alla sua figura.
Questi disegni m'impressionavano poco, perché conoscevo la loro portata e sapevo che l'opinione pubblica non li favoriva. I realisti mi avrebbero assassinato, ché non sarebbero stati capaci d'altro. Ogni cosa a suo tempo.
Seppi presto che Moreau aveva mano in quest'affare. La cosa diventava più delicata, perché lo circondava una formidabile popolarità. Era chiaro che bisognava cattivarselo. Ma godeva di troppo prestigio perché 'potessimo essere dei buoni vicini. Non potevo essere io tutto, e lui niente. Bisognava allora trovare una maniera onesta di separarci, ed egli la trovò.

Si è, detto spesso che ero geloso di lui: in verità lo ero assai poco; ma egli lo era molto di me, e ne aveva di che. Lo stimavo perché era un buon militare. Aveva per amici tutti quelli che non mi amavano, cioè molta gente. Ne avrebbero fatto un eroe se fosse morto, mentre io non ne volevo fare che quello che era, cioè una nullità. Vi riuscii; l'assenza lo perdette, i suoi amici lo dimenticarono, e non vi si pensò più.
Gli altri colpevoli davano minori preoccupazioni. Erano i soliti cospiratori, di cui bisognava liberare del tutto la Francia. Vi riuscimmo, perché da allora non se ne videro più.
Fui oppresso di suppliche. Tutte le donne e i ragazzi di Parigi me ne facevano. Si domandava la grazia per tutti. Ebbi la debolezza di mandare qualche colpevole nelle prigioni di Stato, invece di farne fare giustizia.

Mi rimprovero ancora oggi questa specie d'indulgenza, perché essa non è in un sovrano che una colpevole debolezza. Non vi è che un solo dovere da compiere di fronte allo Stato, quello di farne osservare le leggi. Ogni transazione nei confronti di un delitto diventa un delitto da parte del trono. Non si deve mai usare del diritto di grazia con i colpevoli, ma bisogna usarlo solo per i casi disgraziati che la coscienza assolve, quando la legge li condanna.
Pichegru fu trovato strangolato nel suo letto. Non si mancò di dire che questo era avvenuto per mio ordine, mentre fui assolutamente estraneo al fatto. Non so neppure perché sottraessi questo criminale al giudizio. Egli non valeva più degli altri, ed io avevo un tribunale per giudicarlo e dei soldati per fucilarlo. Eppure, non ho mai fatto niente di inutile nella mia vita.

16. Prendo il nome di Imperatore - Riflessioni in proposito

La mia autorità s'accrebbe appunto perché l'avevano minacciata. Niente era pronto in Francia per una controrivoluzione. La Francia non vedeva nelle mene dei realisti che l'incentivo alla diffusione dell'anarchia e della guerra civile, e, volendo difendersene ad ogni costo, si riaccostava a me, che le promettevo ogni garanzia. La Francia voleva dormire al riparo della mia spada. Il voto pubblico (la storia non mi potrà smentire), il voto pubblico mi chiamava, a regnare sulla Francia.
La forma repubblicana non poteva più durare, perché non si fanno delle repubbliche con delle vecchie monarchie. Quel che voleva la Francia era la propria grandezza. Per sostenerne l'edificio bisognava annientare le fazioni, consolidare l'opera della Rivoluzione, e fissare, senza doverci più tornar su, i limiti dello Stato. Io solo promettevo alla Francia di rispondere a queste premesse. La Francia voleva che io re
gnassi su di essa.

Non potevo diventare Re. Quest'era un titolo usato, e portava con sé un'eredità d'idee. Il mio titolo doveva essere nuovo, come la natura stessa del mio potere. Io non ero l'erede dei Borboni, e bisognava essere molto di più per assidersi sul loro trono. Presi il titolo di Imperatore, perché era più grande, e meno definito.
Mai rivoluzione fu così dolce come quella che rovesciò questa Repubblica, per la quale s'era sparso tanto sangue. Gli era che si manteneva la cosa, e solo il nome era cambiato. E per questo che i Repubblicani non hanno temuto l' Impero.
D'altronde, le rivoluzioni che non toccano gl'interessi sono sempre dolci.

La Rivoluzione era finalmente terminata. Essa diveniva incrollabile, sotto una dinastia permanente. La Repubblica non aveva soddisfatto che le opinioni; l'Impero garantiva gl'interessi, con le opinioni.
Questi interessi erano quelli dell'immensa maggioranza, perché anzitutto le istituzioni dell'Impero garantivano l'uguaglianza. La democrazia vi esisteva di fatto e di diritto. Solo la libertà vi era ristretta : tanto, in tempo di crisi non serve a niente. La libertà non può essere usata che dalla classe dirigente della Nazione, mentre l'uguaglianza serve a tutti. E per questo che il mio potere è restato popolare anche nei rovesci che hanno schiacciato la Francia.
La mia autorità non si poggiava, come nelle vecchie monarchie, su un' impalcatura di caste e di corpi intermedi. Ma era, immediata, e non trovava appoggi che in se stessa, perché non v'eravamo nell'Impero che la Nazione ed io. Ma in questa Nazione tutti erano egualmente chiamati alle funzioni pubbliche. Il punto di partenza non costituiva un ostacolo per nessuno. Il movimento ascendente era universale nello Stato. Questo movimento ha fatto la mia forza.

Non ho inventato io questo sistema: esso è uscito dalle rovine della Bastiglia. Non è che il risultato della civiltà e dei costumi che il tempo ha dato all'Europa. Si tenterà invano di distruggerlo; esso si manterrà per forza di cose, perché il fatto finisce sempre per fermarsi là dove è la forza. Ora la forza non era più nella nobiltà, dopo che essa aveva permesso al terzo stato di portare le armi, e non aveva più voluto essere la sola milizia dello Stato.
La forza non era più nel clero, dopo che il mondo era diventato protestante, diventando ragionatore. La forza non era più nei governi, precisamente perché la nobiltà e il clero non erano più in stato di compiere le loro funzioni, cioè di appoggiare il trono. La forza non era più nelle abitudini e nei pregiudizi, dopo che si era dimostrato ai popoli che non vi erano né abitudini, né pregiudizi.
V'era dissoluzione nei corpi sociali molto tempo prima della Rivoluzione, perché non vi era più alcun rapporto tra le parole e le cose.
La fine dei pregiudizi aveva messo a nudo la sorgente dei poteri. Si era scoperta la loro debolezza. Essi, in effetti, sono caduti al primo attacco.

Bisognava dunque ricostruire l'autorità su un altro piano. Bisognava che l'autorità stessa se ne infischiasse del corteggio delle abitudini e dei pregiudizi, che se ne infischiasse di quest'accecamento che si chiama fede. Essa non aveva ereditato alcun diritto; bisognava, dunque, che fosse interamente nei fatti, cioè nella forza.
Non salii, così, sul trono come un erede delle vecchie dinastie, per assidermici mollemente, sotto il prestigio delle abitudini e delle illusioni, ma vi salii per affermare le istituzioni che il popolo voleva, per mettere d'accordo le leggi con i costumi, e per rendere la Francia formidabile e mantenere la sua indipendenza.

Non tardò molto che me se ne fornì l'occasione. L'Inghilterra era stanca per il soggiorno delle mie truppe sulle coste. Voleva sbarazzarsene in ogni modo, e cercava, con la borsa alla mano, degli alleati nel Continente. Doveva trovarne.
Le vecchie dinastie erano spaventate al vedermi sul trono. Qualunque cortesia noi facessimo, vedevano bene che non ero uno dei loro, poiché io non regnavo che in virtù di un sistema che distruggeva l'altare che il tempo aveva loro elevato. Ero io solo una rivoluzione. L' Impero le minacciava come la Repubblica. Le vecchie dinastie lo temevano in anticipo perché era più forte. Era, dunque, nella loro politica attaccarmi il più presto possibile, cioè prima che avessi acquistato tutte le mie forze.

Le fortune della lotta che si preparava m' interessavano moltissimo. Mi avrebbero mostrato la misura dell'odio che mi si portava, e mi avrebbero fatto distinguere i Sovrani che la paura avrebbe decisi ad associarsi al sistema dell'Impero da quelli che sarebbero morti piuttosto che transigere.
Questa lotta doveva portare a nuove combinazioni politiche in Europa. Io dovevo, dunque, soccombere o diventarne l'arbitro.
Avevo proprio allora annesso il Piemonte alla Francia, perché bisognava che la Lombardia s'appoggiasse all'Impero. Si gridò all'ambizione, si diede esca alla lotta, e quest'annessione servì di segnale.

17. Prima campagna d'Austria: Austerlitz

La battaglia doveva essere dura. Gli Austriaci riunirono tutte le loro forze, e i Russi erano decisi a unirsi a loro.
Il giovane Alessandro era allora salito sul trono, e siccome ai ragazzi piace di fare il contrario dei grandi, egli mi dichiarò la guerra, perché suo padre aveva fatto la pace. Si noti che noi non avevamo ancora niente da spartire coi Russi. Il loro momento non era venuto, ma le donne e i cortigiani avevano deciso così. In fondo non credettero che di fare una cosa di buon gusto, perché non ero alla moda nel bel mondo, e misero così, senza saperlo, le basi del sistema al quale la Russia dovrà la sua grandezza.

La coalizione non ha mai aperto una campagna più maldestramente. Gli Austriaci s'immaginarono di sorprendermi, ma furono disillusi in questa loro pretesa.
Essi invasero la Baviera senza attendere l'arrivo dei Russi. Se ne vennero, a marcia forzata, sul Reno. Le mie colonne avevano lasciato il campo di Boulogne, e attraversavano la Francia. Passammo il Reno a Strasburgo. La mia avanguardia incontrò gli Austriaci a Ulma, e li mandò a gambe all'aria. Io marciai su Vienna a giro di ruota. Vi entrai senza ostacoli. Un generale austriaco dimenticò di tagliare i ponti del Danubio. Passai il fiume. L'avrei passato ugualmente, ma arrivai più presto in Moravia.
I Russi apparirono appena: i resti delle truppe austriache corsero a rifugiarsi sotto le loro bandiere. Il nemico volle resistere ad Austerlitz: fu battuto. I Russi si ritirarono in buon ordine e mi lasciarono l'Impero d'Austria.

L'Imperatore Francesco mi domandò un abboccamento: glielo concessi in un fossato. Mi chiese la pace: gliel'accordai. Che cosa, in fondo, ne avrei fatto del suo Paese ? Non era tagliato per la Rivoluzione. Ma per diminuire le sue forze, domandai Venezia per la Lombardia, e il Tirolo per la Baviera: così almeno rinforzavo i miei amici a spese dei miei nemici. Era il meno, del resto.
Non era il momento di discutere; la pace fu firmata. La feci proporre nello stesso tempo ai Russi. Alessandro la rifiutò.
Questo rifiuto era nobile; ché, accettando la pace, egli accettava l'umiliazione degli Austriaci.
Rifiutando, mostrò nel rovescio la sua fermezza, e la sua fiducia nella fortuna. Questo rifiuto mi fece comprendere che la sorte del mondo sarebbe dipesa da noi due.

18. Sistema dato al mio Impero : la divisione dei troni vacanti; il completamento dei codici; la nuova nobiltà

Questo fu l'esito dei primi sforzi della coalizione contro l'Impero che avevo allora fondato: Un esito che inalzò la gloria delle nostre armate, ma lasciò indecisa la questione tra l'Europa e me, poiché i nostri nemici non erano stati che umiliati, ma non erano né distrutti né mutati. Ci trovavamo allo stesso punto di prima, e, firmando la pace, previdi una nuova guerra. Era inevitabile la guerra, finché le sue sorti non avessero portato a nuove combinazioni e finché l'Inghilterra avesse avuto un interesse particolare a prolungarla.
Bisognava dunque profittare del momentaneo riposo che davo al Continente per allargare la base dell'Impero e renderla più solida per gli attacchi futuri. Il trono era ereditario nella mia famiglia: cominciava così una nuova dinastia, che il tempo doveva consacrare, così come ha legittimato tutte le altre. Infatti, dopo Carlomagno, nessuna corona era stata data con tanta solennità. L'avevo avuta dal voto dei popoli e dalla sanzione della Chiesa. La mia famiglia, chiamata a regnare, non doveva restare mischiata ai ranghi della società : sarebbe stato un controsenso.

Ero carico di conquiste. Bisognava legare intimamente questi Stati al sistema dell'Impero, per accrescerne la preponderanza. Non vi sono tra i popoli altri legami che quelli degl'interessi comuni. Era necessario, dunque, stabilire una completa comunanza d'interessi tra noi e i Paesi conquistati. Non si trattava, per questo, che di cambiare il loro vecchio ordine sociale, per dare loro il nostro, ponendo a capo di queste nuove istituzioni dei Sovrani interessati a mantenerle.
Realizzai queste condizioni mettendo la mia famiglia sui troni vacanti.
La Lombardia era il più importante di questi Stati, perché doveva essere continuamente esposta ai rimpianti della casa d'Austria. Non volli darle il piacere di mettere sul suo trono uno dei miei fratelli. Ero il solo capace di portare la corona di ferro, e perciò la misi sulla mia testa.
Dimostrai con questo maggior fiducia nei Lombardi, facendo della loro la mia causa.
Questo nuovo Stato prese il nome di Regno d'Italia, perché questo titolo era più grande, e parlava maggiormente all'immaginazione degl'Italiani.
Il trono di Napoli era vacante. La regina Carolina, dopo aver inondato di sangue le strade di Napoli, e consegnato il suo Reame agl'Inglesi, n'era stata cacciata di nuovo. Era necessario un capo per questo disgraziato Paese, per salvarlo dall'anarchia e dalle vendette. Uno dei miei fratelli salì su questo trono.
L'Olanda aveva, da molto tempo, perduto l'energia che mantiene le repubbliche. Non aveva più la forza necessaria per un ruolo del genere e l'aveva mostrato chiaramente dopo lo sbarco del 99. Non potevo supporre che l'Olanda, per la maniera con cui n'era stata trattata, rimpiangesse la casa d' Orange. Sembrava dunque che avesse bisogno di un Sovrano, ed io le diedi un altro dei miei fratelli.
Il cadetto era abbastanza giovane per attendere al quarto non piaceva regnare; e s'è salvato sottraendosi al trono.

Non restava altra Repubblica che quella degli Svizzeri. Non valeva la pena, di cambiare delle istituzioni a cui s'erano abituati. La mia autorità in questo Paese si è limitata ad impedire che si sgozzassero tra di loro. Non me ne hanno dimostrato, però, una grande riconoscenza.
Formando così degli Stati alleati della Francia e dipendenti dall'Impero, dovetti nello stesso tempo riunire alla Madrepatria delle altre zone di territorio, per conservare la sua preponderanza su tutto il sistema.
In base a questo principio avevo annesso il Piemonte alla Francia invece che all'Italia. Per la stessa ragione riunii alla Francia Genova e Parma. Questa unione non significava niente in se stessa, perché io avrei fatto di questi popoli dei buoni Italiani. Ma non ne ho fatto che dei mediocri Francesi. L'Impero però non si componeva solo della Francia, ma degli Stati della famiglia e degli alleati stranieri. Era essenziale conservare la proporzione tra questi tre elementi. Ogni alleanza portava in sé una nuova unione. Ogni volta il pubblico gridava all'ambizione. La mia ambizione non è mai consistita nel possedere qualche lega quadrata di più o di meno, ma nel far trionfare la mia causa.

Ora, questa causa non consisteva solo nelle idee, ma nel peso che ogni parte poteva mettere nella bilancia, e le leghe quadrate hanno la loro importanza nel peso, perché il mondo non è composto che di esse.
Aumentai così la massa di forze che facevo muovere. Non era necessario talento, o destrezza, per effettuare questo cambiamento. Bastava un mio atto di volontà, una volta che questi Paesi erano troppo piccoli per poterne avere in mia presenza. Essi dipendevano dal movimento impresso a tutto l'insieme dal sistema imperiale Il punto di partenza di questo sistema si trovava in Francia.
Bisognava dunque consolidare la mia opera, dando alla Francia delle istituzioni, conformi al nuovo ordine sociale che aveva adottato. Bisognava creare il mio secolo per me, come io ero stato suo.
Era necessario diventare legislatore, dopo d'essere stato guerriero.

Non era più possibile far indietreggiare la Rivoluzione, perché sarebbe significato sottomettere di nuovo i forti ai deboli, il che è contro natura. Bisognava dunque afferrarne lo spirito, per basarvi un adeguato sistema di legislazione. Credo di esservi riuscito. Questo sistema mi sopravviverà, ed ho lasciato all'Europa un'eredità, che non potrà più ripudiare.

In realtà non vi era nello Stato che una vasta democrazia guidata da una dittatura. Questa specie di governo è comoda per l'esecuzione, ma è di natura temporanea, perché non rappresenta che un vitalizio sulla testa del Dittatore. Io dovevo renderla perpetua creando delle istituzioni definitive e delle corporazioni vitali, per interporle tra il trono e la democrazia. Non potevo far niente con la leva delle abitudini e delle illusioni. Ero obbligato a creare tutto su un piano di realismo.
Bisognava così fondare la mia legislazione sugl'interessi immediati della maggioranza, creare cioè le mie corporazioni con degli interessi, in quanto gl'interessi costituiscono quel che vi è di più reale in questo mondo.
Ho fatto delle leggi la cui azione è immensa, ma uniforme. Esse avevano per principio il mantenimento dell'uguaglianza, che è così fortemente impressa in questi codici, da essere essi soli sufficienti a conservarla.
Sostituii una classe intermedia, che era democratica, perché vi si entrava sempre e dappertutto, ed era monarchica perché non poteva morire.
Questa corporazione doveva sostituire nel nuovo regime la funzione che la nobiltà era chiamata a compiere nel vecchio: cioè, quella d'appoggiare il trono. Ma non le rassomigliava in niente.
La vecchia nobiltà non esisteva che per le sue prerogative; la mia non aveva che del potere. La vecchia nobiltà non aveva altro merito che quello di essere esclusivista.

Invece, tutti quelli che si distinguevano entravano di diritto nella nuova, che non rappresentava altro che un riconoscimento di virtù civili. Il popolo non se ne adontava. Ognuno l'aveva meritata per le sue opere, e tutti potevano ottenerla allo stesso prezzo : non ledeva la suscettibilità di nessuno.
Lo spirito dell'Impero consisteva nel suo movimento ascendente : è questo il carattere delle rivoluzioni. Esso muoveva tutta la Nazione che si sollevava per elevarsi. Istituii al sommo di questo movimento delle grandi ricompense, e non furono date che per pubblica riconoscenza. Queste alte dignità erano sempre conformi allo spirito dell'uguaglianza, perché l'ultimo dei soldati poteva ottenerle con un'azione brillante.
Dopo il disordine della Rivoluzione, era necessario ristabilire l'ordine perché esso solo è sintomo di forza e di durata.
Gli amministratori e i giudici erano indispensabili allo Stato, poiché solo da loro dipendeva l'ordine pubblico, cioè l'esecuzione delle leggi. Li associai al movimento che animava il popolo e l'armata, e alle stesse ricompense. Feci un ordine che onorava gli amministratori dando loro, come ai soldati, un brevetto d'onore, che estesi a tutti quanti servivano lo Stato, perché la prima delle virtù è la devozione alla Patria.

Serrai così l'Impero in un vincolo comune, che univa attraverso gl'interessi tutte le classi della Nazione, perché nessuna fosse subordinata o esclusa. Si formava intorno a me un corpo intermedio costituito dalla «élite » della Nazione, e che era attaccato al sistema imperiale per sua vocazione, per i suoi interessi e per le sue idee. Questo numeroso corpo, sebbene rivestito del potere civile e militare, era riconosciuto e approvato dal popolo, perché proveniva da ogni stratosociale. Il popolo ne aveva fiducia, essendo comuni gli interessi. Questo corpo non era né decimatore, né esclusivista. In realtà, non si trattava che di una magistratura.

L' Impero poggiava su una forte organizzazione. L'armata s'era formata alla scuola della guerra, in cui aveva imparato a battersi e a soffrire. I funzionari civili si abituarono a fare eseguire strettamente le leggi, perché non volevo né arbitrio, né interpretazioni personali. Si adeguarono così al nuovo stile e alla sua rapidità. Avevo dato a tutto un
impulso uniforme, perché non esisteva che una sola parola d'ordine nell'Impero. Così tutto si muoveva in questa macchina; ma il movimento non si effettuava che nei quadri che avevo preparati.
Arrestai le dilapidazioni pubbliche e accentrai su un solo punto tutta la macchina fiscale. In questo non ho lasciato niente di sospeso, perché in materia di danaro tutto deve tornare. Soprattutto, non ho lasciato nessuna libertà a certe semi-irresponsabilità provinciali, perché l'esperienza mi aveva insegnato che questo abbandono non serve che ad arricchire qualche piccolo malversatore a spese del tesoro, del popolo e dello Stato.
Ho ridato il credito allo Stato, non facendo uso di credito. Ho sostituito al sistema dei prestiti, che avevano perduta la Francia, quello delle imposte che l'hanno corroborata.
Ho organizzato la coscrizione, legge rigorosa ma grande, e degna solo di un popolo che ama la sua gloria e la sua libertà, e che sa di non dover affidare la propria difesa che a se stesso.
Ho aperto nuove vie al commercio. Ho fatto unire l'Italia alla Francia aprendo sulle Alpi quattro differenti strade. Ho portato a termine in questo campo quel che a tutti sembrava impossibile.
Ho fatto prosperare l'agricoltura con le leggi protettive della proprietà, e ripartendo egualmente le cariche pubbliche.
Ho aggiunto un numero di grandi monumenti a quelli che la Francia possedeva : dovevano essere i nuovi testimoni della sua gloria. Pensavo che avrebbero elevato l'animo dei nostri posteri. I popoli si legano a queste nobili immagini della loro storia.
Il mio trono non brillava che dello splendore delle armi. Siccome i Francesi amano la grandezza anche nelle apparenze, feci decorare dei palazzi e vi riunii una corte numerosa. Diedi a tutto questo un carattere austero: né si doveva, fare altrimenti. Non ci si divertiva alla mia corte, e anche le donne non vi hanno giocato che un ruolo modesto. In questa corte tutto era consacrato alla grandezza dello Stato. Gli è per questo che le donne mi hanno sempre detestato. Luigi XV era più adatto per loro.
La mia opera era appena abbozzata quando, inopinatamente, un nuovo nemico scese in lizza.

19. Campagna di Prussia : battaglia di lena - Osservazionirelative - Confederazione dei Reno

Per dieci anni la Prussia s'era mantenuta in pace. La Francia gliene era stata grata, ma gli alleati non glielo perdonavano. L'ingiuravano; eppure, essa prosperava.
La sua neutralità m'éra stata essenziale soprattutto nell'ultima campagna. Per assicurarmela, concludemmo i preliminari di una cessione dell'Annover. Pensavo che un simile preludio valesse bene la piccola violazione di territorio che mi ero permessa, per accelerare la marcia di una Divisione, che m'era necessario avere sul Danubio. Siccome l'Inghilterra rigettò le proposte di pace che le avevamo inviate, secondo il nostro uso, alla firma della pace di Presburgo, la Prussia domandò la cessione dell'Annover.

Io non chiedevo di meglio che di farle questo regalo, ma mi parve che fosse ormai tempo che questa corte si dichiarasse francamente per noi, entrando nel nostro sistema. Non si poteva conquistare tutto con la spada: anche la politica doveva darci degli alleati, e l'occasione sembrava propizia.
Ma mi accorsi che la Prussia aveva tutte altre intenzioni, e che credeva di avermi ampiamente ripagato con la sua neutralità. Da quel momento diventava ridicolo ingrandire un Paese sul quale non potevo contare. Lo feci così oggetto del mio cattivo umore. Non calcolai che dando dei territori alla Prussia l'avrei compromessa, cioè me la sarei assicurata. Rifiutai tutto, e l'Annover ebbe un'altra destinazione.

I Prussiani diedero in alte strida, perché non volevo regalar loro i beni altrui. Si lamentarono della mia piccola violazione dell'anno precedente e si ricordarono, all'improvviso, d'essere i depositari della gloria del grande Federico. Le teste si scaldarono. Una sorta di movimento nazionale agitò la nobiltà prussiana. L'Inghilterra s'affrettò ad assoldarla, cosicché prese piede.
Se i Prussiani mi avessero attaccato mentre ero alle prese con i Russi, avrebbero potuto farmi molto male; ma era così assurdo e irragionevole dichiararci una guerra che aveva tutta l'aria di un ammutinamento di collegiali, che per molto tempo non vi credetti.
Eppure, niente c'era di più vero; e bisognò rientrare in campagna.

Sapevo bene di poter battere i Prussiani, ma pensavo che ci volesse un po' più di tempo. Presi delle misure contro possibili aggressioni, ma non ve ne fu bisogno.
Per un caso singolare i Prussiani non resistettero due ore. Per un altro caso, i loro generali non pensarono a difendere delle posizioni, che mi avrebbero tenuto impegnato per tre mesi. In qualche giorno fui padrone del Paese.
Questa sconfitta così facile mi provò come questa guerra non avesse trovato nessuna popolarità in Prussia. Avrei dovuto profittare di questa scoperta per organizzare la Prussia alla nostra maniera; ma non seppi decidermi subito.
L'Impero aveva acquistato un'enorme preponderanza con la battaglia di Jena. Il pubblico cominciava a considerare la mia causa come vinta: me ne accorsi dai modi che si adottarono con me. Cominciai a crederlo io stesso, e questo ottimismo mi ha fatto commettere degli errori.
Il sistema sul quale avevo fondato l'Impero era nemico nato delle vecchie dinastie. Sapevo che tra esse e me la guerra doveva essere mortale. Bisognava dunque usare i miei mezzi più forti per renderla il più breve possibile e per limitare la sofferenza dei popoli e dei Re.
Avrei dovuto cambiare, da un lato, le forme istituzionali e l'amministrazione di tutti gli Stati che la guerra metteva nelle mie mani, perché non si fanno delle rivoluzioni conservando gli stessi uomini e le stesse cose. Potevo esser sicuro, conservando questi governi, di averli sempre contro di me: erano dei nemici che resuscitavo.
Se, d'altro lato, in mancanza di meglio, volevo conservare i governi, sarebbe stato opportuno renderli complici della mia grandezza, facendo accettar loro, con la mia alleanza, territori e titoli.

Seguendo l'uno o l'altro di questi piani, secondo l'occasione, avrei esteso rapidamente le frontiere della Rivoluzione. Le nostre alleanze sarebbero state solide, perché sarebbero state fatte con i popoli. Avrei apportato loro dei vantaggi con i principi della Rivoluzione, e avrei allontanato da loro il flagello della guerra, da cui sono stati perseguitati per venti anni, e che ha finito per rivoltarli contro di noi.
Bisogna credere che la maggioranza delle Nazioni del Continente avrebbe accettato questa grande alleanza, e l'Europa sarebbe stata rifatta su un nuovo piano adeguato allo stato della sua civiltà.
Ragionavo bene; ma feci il contrario. Invece di cambiare la dinastia prussiana, come avevo minacciato, le resi i suoi Stati, dopo d'averli sminuzzati. La Polonia non mi fu grata, perché non avevo ridato la libertà che a quella parte del suo territorio di cui la Prussia si era impadronita. Il Regno di Westfalia fu scontento per non aver ottenuto alcun vantaggio, e la Prussia, furiosa per quel che le avevo tolto, mi giurò odio eterno.

Immaginai, non so perché, che dei Sovrani spodestati per diritto di conquista potessero provare della riconoscenza per quel che si lasciava loro. Immaginai che potessero, dopo tanti rovesci, allearsi in buona fede con noi, perché era il partito più sicuro. Immaginai di poter così estendere le alleanze dell'Impero, senza, preoccuparmi dell'odio che le rivoluzioni portano con sé. Trovavo infine che rappresentava una gran bella attribuzione quella di togliere e ridare delle corone. Mi ci lasciai prendere. Mi sono sbagliato, e gli errori non si perdonano mai.
Volli correggere, almeno, quello che avevo commesso in Prussia, organizzando la Confederazione del Reno perché speravo di contenere l'una con l'altra. Per formare questa Confederazione, ingrandii gli Stati di qualche Sovrano, a spese di una folla di piccoli Principi, che non sapevano che mangiare i soldi dei loro sudditi senza servir loro a niente.
Legai così alla mia causa i Sovrani di cui avevo accresciuto la grandezza, per gli stessi interessi della loro nuova grandezza. Li feci conquistatori contro il loro stesso desiderio. Ma essi si trovarono bene, e hanno fatto volentieri causa comune con me. Sono stati fedeli a questa causa finché hanno potuto.

20. La prima campagna di Russia - la battaglia di Friedland, la pace di Tilsit

Intanto, la campagna ricominciò. Seguii la ritirata dei Russi. Arrivai in Polonia. Un nuovo teatro si apriva alle nostre armi. Andavo a vedere questa vecchia terra dell'anarchia e della libertà, curva sotto un giogo straniero. I Polacchi attendevano la mia venuta per scuoterlo.
Non mi curai del partito che potevo trarre dai Polacchi, e questo è stato il più grande errore del mio regno. Sapevo, però, che era essenziale conquistare questo Paese per farne una barriera contro la Russia e un contrappeso per l'Austria, ma le circostanze del
momento non mi furono felici per la realizzazione del piano.
D'altronde, i Polacchi mi sono sembrati poco adatti a compiere i miei voti. È un popolo appassionato e leggero. Da loro tutto si fa per fantasia, niente per sistema. Il loro entusiasmo è violento, ma non sanno né regolarlo, né perpetuarlo. Questa Nazione porta la sua rovina nel suo stesso carattere.

Può darsi che dando ai Polacchi un piano, un sistema, un punto d'appoggio, essi avrebbero potuto formarsi col tempo. Per quanto il mio carattere non mi abbia mai portato a fare le cose a mezzo, non ho fatto altro che questo in Polonia, e me ne sono poi trovato male. Mi avanzai nel cuore dell'inverno verso i paesi del Nord. Il clima non sfiduciava i soldati. Il loro morale era eccellente. Dovevo combattere un'armata padrona del suo terreno e del suo clima. Essa mi attendeva sulle frontiere della Russia. Andai a cercarla, perché non potevo lasciar languire le mie truppe in cattivi accantonamenti. Incontrai il nemico a Evlau l'esito fu micidiale ma indeciso.
Se i Russi ci avessero attaccato l'indomani, saremmo stati battuti; ma i loro generali, fortunatamente, non ebbero questa ispirazione, e mi diedero il tempo di attaccarli a Friedland. La vittoria vi fu meno incerta. Alessandro s'era validamente difeso : egli mi propose la pace, che era onorevole per le due Nazioni, una volta che si erano misurate con eguale bravura. La pace fu firmata a Tilsit e fu stipulata in buona fede : sia detto ad onore dello Zar.
Il Continente si trovò così pacificato per la quarta volta. Avevo ingrandito la superficie e la preponderanza dell'Impero. Il mio potere immediato si estendeva dall'Adriatico alle bocche del Veser : il mio potere ideale, su tutta l'Europa.

21. Il sistema continentale contro il commercio inglese

Ma l'Europa sentiva, come me, che questa pacificazione non era che provvisoria - dato che vi erano troppi elementi di resistenza - e che, trattando con questi elementi di resistenza come avevo avuto il torto di fare, non avevo fatto che prorogare le difficoltà.
Il principio vitale della resistenza era individuabile in Inghilterra. Non avevo alcun mezzo per attaccarla corpo a corpo, ed ero sicuro che la guerra si sarebbe rinnovata nel Continente, finché il ministero inglese avesse avuto da pagarne le spese. La cosa poteva durare a lungo, perché i benefici della guerra alimentavano la guerra. Era un circolo vizioso, il cui risultato rappresentava la rovina del Continente. Bisognava dunque trovare un mezzo per distruggere i benefici che la guerra apportava all'Inghilterra, per poter quindi rovinare il credito del ministero. Mi si presentò, allora, il sistema continentale. Mi sembrò buono, e l'accettai. Poche persone hanno capito questo sistema. Ci si è ostinati a non vedervi altro fine che quello di aumentare il prezzo del caffè. Doveva invece avere tutte altre conseguenze.

Doveva rovinare il commercio inglese. In questo è fallito al suo scopo, perché ha prodotto, come tutte le proibizioni, un rincaro - il che è sempre a vantaggio del commercio -, e perché non s'è potuto realizzare così integralmente da bandire il contrabbando. Ma il sistema continentale doveva servire anche a farci conoscere apertamente i nostri amici e i nostri nemici. Non ci potevamo sbagliare. L'attaccamento al sistema continentale testimoniava dell'attaccamento alla nostra causa, perché era la sua insegna e il suo palladio.
Questo sistema così discusso era indispensabile nel momento in cui lo stabilii; poiché è necessario che un grande Impero abbia non solo delle direttive a carattere totalitario per dirigere la sua politica, ma anche la sua economia deve avere eguali direttive. È necessaria una strada per l'industria come a tutte le cose, per muoversi e per progredire. Ora la Francia non ne aveva quando le tracciai la sua via, dandole il sistema continentale.
L'economia della Francia s'era incamminata, prima della Rivoluzione, verso le colonie e i commerci di scambio. Era la moda del tempo, e vi aveva riportato dei grandi successi. Per quanto si siano vantati questi successi, non avevano avuto, intanto, altri risultati che la rovina delle finanze dello Stato, la perdita del suo credito, la distruzione del suo sistema militare, la fine del suo prestigio all'estero, l'impoverimento della sua agricoltura. Questi cosiddetti successi l'avevo portata, infine, a firmare un trattato di commercio che consegnava i suoi approvvigionamenti nelle mani degl' Inglesi.

La Francia aveva, in verità, dei bei porti di mare e dei mercanti le cui fortune erano colossali.
La guerra aveva distrutto completamente il sistema marittimo. I porti di mare erano rovinati. Nessuna forza umana poteva render loro ciò che la Rivoluzione aveva demolito. Bisognava, dunque, dare un altro incentivo all'impulso del traffico per dar vita all'industria della Francia. Non v'era altro mezzo per giungervi che quello di togliere agl'inglesi le industrie dei manufatti, per farne la tendenza generale dell'economia dello Stato. Bisognava, dunque, creare il sistema continentale.
Questo sistema, e nessun altro, era necessario, perché si doveva dare un aggio enorme alle fabbriche per impegnare il commercio a metter fuori le anticipazioni, che esige l'impianto di tutto un insieme di fabbricazioni.

I fatti mi hanno dato ragione; ho dovuto spostare la sede dell'industria, facendole passare il mare. Essa ha fatto sì gran passi nel Continente da non dover temere alcuna concorrenza. Se la Francia vuol prosperare, mantenga il mio sistema cambiandogli il nome. Se vuol decadere, non ha che da riprendere le sue imprese marittime, e gl' Inglesi le distruggeranno alla prima guerra. Ho dovuto portare il sistema continentale all'estremo, perché il suo principio non era solo quello di fare del bene alla Francia, ma del male all'Inghilterra.
Noi non ricevevamo le derrate coloniali che per il tramite inglese, qualunque fosse la bandiera che prendevano in navigazione. Bisognava, dunque, riceverne il meno possibile. Non vi era per questo nessun mezzo migliore di quello di elevarne il prezzo oltre misura. Il principio politico era raggiunto : le finanze dello Stato ne approfittavano; ma ho indispettito le massaie, ed esse se ne sono vendicate.

L'esperienza dimostrava ogni giorno che il sistema continentale era buono, perché lo Stato prosperava malgrado il peso della guerra. Le imposte erano aggiornate; il credito alla pari con l'interesse del danaro; si mostrava lo sforzo del miglioramento nell'agricoltura come nelle fabbriche. Si rifacevano i villaggi a nuovo, come le vie di Parigi. Le strade e i canali facilitavano il movimento interno. Ogni settimana si inventava qualche perfezionamento : io facevo fare lo zucchero con delle rape gialle e la soda con del sale.
Lo sviluppo delle scienze camminava di pari passo con quello delle industrie.
Sarei dunque stato un insensato a rinunziare ad un sistema, proprio nel momento in cui dava i suoi frutti. Bisognava affermarlo per dare sempre più presa all'emulazione.
Questa necessità ha influito sulla politica dell'Europa, in quanto ha costretto l'Inghilterra a mantenersi in uno stato di guerra. Da quel momento la guerra ha assunto per l'Inghilterra un carattere più serio. Si trattava per essa della fortuna pubblica, cioè della sua esistenza. La guerra diventò popolare. Gl'Inglesi non affidarono più a degli ausiliari il compito della loro protezione, ma se ne incaricarono essi stessi, scendendo unanimi, o quasi, in lotta : e la lotta non è diventata pericolosa che da allora.

Ne ebbi l'impressione firmando il decreto. Sentivo che non vi sarebbe stato più riposo per me, e che la mia vita sarebbe trascorsa a combattere delle resistenze che il pubblico non vedeva più, ma di cui avrei conosciuto io il segreto, perché sono il solo che non si sia fatto mai ingannare dalle apparenze. Mi lusingavo, in cuor mio, di restare padrone dell'avvenire con l'armata che avevo creata, tanto i successi l'avevano resa invincibile. Essa, difatti, del successo non dubitava mai, e i suoi movimenti erano facili, giacché noi avevamo rinunziato al sistema degli accampamenti e dei depositi. La si poteva spostare in tutte le direzioni, e in qualunque posto arrivava con la coscienza della sua superiorità. Con simili soldati, qual è il generale che non avrebbe amato la guerra? Io l'amavo, e lo confesso, ma intanto non sentivo più in me, dopo Jena, la piena fiducia e l'imperturbabilità di fronte all'avvenire, a cui dovevo i miei primi successi. Diffidavo di me stesso, e questa sfiducia metteva dell'incertezza nelle mie decisioni, e il mio umore stesso n'era alterato, e il mio carattere imbastardito. Mi dominavo; ma tutto quel che non è naturale non è mai perfetto.

22. Campagna di Portogallo e di Spagna:abdicazione di Carlo IV

Il sistema continentale aveva portato gl'Inglesi a farci guerra a morte. Il Nord era sottomesso, e guardato dalle mie guarnigioni. GIi Inglesi non vi avevano più altri rapporti tranne quelli del contrabbando; ma si era dato loro nelle mani il Portogallo, e io sapevo che la Spagna favoriva il loro commercio al riparo della sua neutralità.
Perché il sistema continentale potesse servire a qualche cosa, era necessario che fosse completo. L'avevo quasi stabilizzato nel Nord : bisognava farlo rispettare nel Mezzogiorno. Domandai alla Spagna il passaggio per un corpo d'armata, che volevo inviare in Portogallo. Mi fu accordato. All'avvicinarsi delle mie truppe, la corte di Lisbona s'imbarcò per il Brasile e mi abbandonò il suo Regno. Si dovette stabilire, attraverso la Spagna, una strada militare per comunicare col Portogallo. Questa strada ci mise in rapporto con la Spagna. Fino a quel momento non avevo mai pensato a questo Paese per la sua nullità.
Le condizioni politiche della Spagna erano allora inquietanti, governata com'era dal più incapace dei Sovrani, un bravo e degno uomo la cui energia si limitava ad obbedire al suo favorito. Questo favorito, senza carattere e senza intelligenza, non aveva egli stesso altra energia che quella di chiedere senza posa ricchezze e titoli.
Il favorito m'era restato devoto, perché trovava comodo governare all'ombra della mia alleanza. Ma aveva così mal portato le cose che il suo credito in Spagna era in ribasso. Non poteva più farsi obbedire, e quindi la sua devozione m'era inutile.

Le idee avevano camminato in Spagna in senso inverso rispetto a tutta l'Europa. Il popolo, che s'era elevato dappertutto all'altezza della Rivoluzione, qui n'era molto al di sotto: i suoi bagliori non erano arrivati al secondo strato della Nazione, ma s'erano arrestati alla superficie, cioè in alto. Solo lì si sentiva la decadenza della Patria, e s'arrossiva di dover obbedire ad un governo che menava a rovina il Paese. Questi Spagnoli erano chiamati Liberali.
Così i rivoluzionari erano in Spagna quelli che avevano tutto da perdere con la rivoluzione, mentre quelli che avevano tutto da guadagnare non volevano sentirne parlare. Lo stesso controsenso si è verificato a Napoli; e mi ha fatto commettere molti errori, perché mi è mancata la chiave di volta della situazione.
La presenza delle mie truppe in Spagna fu considerata come un avvenimento. Ognuno si affrettò a darne delle interpretazioni. La gente se ne occupò, e cominciò il fermento. Ne fui informato. I Liberali risentirono l'umiliazione del loro Paese e credettero di prevenire la sua rovina con una congiura che riuscì, ma si limitò a far abdicare il vecchio Re e a bastonare di santa ragione il suo favorito. La Spagna, in fondo, non guadagnò niente in questo cambiamento, perché il figlio che si metteva sul trono non valeva più di suo padre. Io seppi però come regolarmi al riguardo.
La congiura era appena riuscita e già e congiurati se spaventavano della loro audacia. Ebbero paura di se stesse, di me, di tutti. La minoranza non approvava la violenza esercitata contro il vecchio re, perché illegittima. Anch'io la riprovavo, sebbene per un altro motivo. Lo spavento si propagò nella nuova corte, la rivolta nel popolo, e l'anarchia nello Stato.

La forza delle cose aveva portato così un cambiamento in Spagna, ed in effetti vi cominciava una rivoluzione. Questa rivoluzione non poteva essere della stessa natura di quella francese, differenti come ne erano gli elementi. Fin allora non aveva avuto alcuna direzione, perché non aveva avuto né un capo né delle premesse. Non era, ancora, che una sospensione di autorità, una sovversione di potere, disordine : ecco tutto.
Non si poteva prevedere altro circa le sorti della Spagna, se non che con un popolo ignorante e ombroso questa rivoluzione non sarebbe giunta a termine senza versamento di sangue e senza lunghe calamità. Che domandavano, d'altronde, gli uomini che volevano un cambiamento in Spagna? Non una rivoluzione come la nostra : ma un governo capace, un'autorità buona a togliere la ruggine che copriva il Paese, per dargli il rispetto all'estero e la civiltà all'interno. Io potevo dargli l'una e l'altro, impadronendomi della loro rivoluzione al punto in cui l'avevano portata. Si trattava di dare alla Spagna una dinastia che sarebbe stata forte perché nuova, e illuminata perché
spoglia di pregiudizi. La mia riuniva queste qualità, e sognai dunque di darle anche questo trono.
Per questo il più difficile era fatto; si trattava, ora, di sbarazzarsi della vecchia dinastia. Gli Spagnoli avevano lasciato abdicare il loro vecchio Re e non volevano riconoscere il nuovo. Tutto faceva, dunque, presagire che la Spagna, per evitare l'anarchia, accettasse un Sovrano che si presentasse armato di una così prodigiosa leva. La Spagna sarebbe così entrata senza sforzo nel raggio del sistema imperiale, e per quanto deplorevole fosse lo stato sociale della Spagna, non bisognava disdegnare questa conquista.

Siccome bisogna vedere le cose in se stesse per farsene un'idea giusta, partii per Baiona, dove avevo invitato la vecchia corte di Spagna, che non avendo niente di meglio da fare ci venne. Avevo invitato anche la nuova, e mi aspettavo che non sarebbe venuta perché aveva molto di meglio da fare.
Pensai che, per non metterlo in presenza mia, né di suo padre, si sarebbe fatto prendere a Ferdinando o il partito della ribellione, o quello di raggiungere l'America. Egli non prese né l'una, né l'altra delle due determinazioni. Se ne venne a Baiona con il suo precettore e i suoi confidenti, e lasciò la Spagna al primo venuto.

Questo passo mi diede, da solo, la misura di questa corte. Avevo appena conferito con i capi della congiura e già constatavo l'ignoranza in cui si trovavano circa la propria situazione; non avevano un partito preso su niente; non prevedevano niente; dirigevano la loro politica come dei ciechi. Avevo appena visto il Sovrano che avevano messo sul trono, che mi convinsi dell'impossibilità di lasciare la Spagna in simili mani.

Mi decisi allora a ricevere l'abdicazione di questa famiglia, e a porre uno dei miei fratelli su un trono, che veniva abbandonato dai suoi padroni. N'erano discesi così facilmente, che io credetti che fosse ugualmente facile risalirvi.
Niente, in fondo, sembrava opporvisi : la Giunta di Baiona l'aveva riconosciuto; non era restato in Spagna nessun potere legale per rifiutare questo cambiamento di regno; il vecchio Re s'era mostrato riconoscente per aver tolto io il trono a suo figlio, e se n'era andato a riposare a Compiègne. Suo figlio fu condotto al castello di Valencay, dove si erano fatti i necessari preparativi.
Gli Spagnoli sapevano come contenersi col loro vecchio Re: egli non lasciava né rimpianti né ricordi; ma suo figlio era giovane, e il suo regno rappresentava una speranza. Era infelice, e ne fecero un eroe; e così la fantasia si montò in suo favore. I Liberali gridarono all'indipendenza nazionale, le minoranze all'illegittimità: tutta la Nazione s'armò sotto queste due bandiere.

Convengo di aver avuto torto sequestrando il giovane Re a Valencay. Avrei dovuto lasciarlo vedere a tutti, per aprir gli occhi a quanti s'interessavano di lui.
Ho avuto soprattutto torto nel non permettergli di restare sul trono. Le cose sarebbero andate di male in peggio in Spagna. Mi sarei acquistato il titolo di protettore del vecchio Re, dandogli asilo. Il nuovo governo non avrebbe mancato di compromettersi con gl'Inglesi. Io gli avrei dichiarato guerra tanto a nome mio quanto come rappresentante del vecchio Re. La Spagna avrebbe affidato alla sua armata le sorti di questa guerra, e dal momento che fosse stata battuta, la Nazione si sarebbe sottomessa al diritto di conquista. Non avrebbe neanche pensato a mormorare, perché disponendo dei Paesi conquistati non si fa che seguire gli usi che vi si trovano.
Se avessi avuto più pazienza, avrei seguito questa via. Ma credetti che, per essere uguale il risultato, gli Spagnoli avrebbero accettato « a priori » un cambiamento di dinastia che la situazione rendeva inevitabile. In questa impresa commisi dei passi falsi, perché sopprimendo le cariche avevo detronizzato la vecchia dinastia in un modo offensivo per gli Spagnoli, e questi, feriti nel loro orgoglio, non volevano riconoscere quella che avevo messa al suo posto. Come risultato non vi fu più autorità in nessun posto, il che significa che si trovava dappertutto. L'intera Nazione si credette incaricata della difesa dello Stato, una volta che non v'era né un'armata, né un'autorità alla quale poter affidare questa difesa. Ognuno ne prese la responsabilità: io finii col creare l'anarchia. Ebbi contro di me tutte le sue conseguenze, e mi trovai sulle braccia la Nazione intera.

Questa Nazione, di cui la storia, non ha tramandato che l'avarizia e la ferocia, non era temibile di fronte al nemico: fuggiva alla vista dei nostri soldati, ma li assassinava alle spalle. Rivoltatisi, avevano preso le armi e praticavano le loro rappresaglie. Di rappresaglia in rappresaglia, questa guerra diventò un campo di atrocità.
Sentivo che una guerra del genere imprimeva un carattere di violenza al mio regno, e che costituiva un esempio dannoso per i popoli e funesto per l'armata, perché consumava molti uomini ed estenuava il soldato. Sentivo che era stata mal cominciata, ma che, una volta avviata, non sarebbe stato più possibile abbandonarla. Infatti, il più piccolo risveglio insuperbiva i miei nemici e rimetteva in armi l'Europa. Ero costretto ad essere ancora e sempre vittorioso.
Non tardai a farne la prova.

23. Seconda campagna d'Austria : battaglia di Wagram

Ero andato in Spagna per affrettare gli avvenimenti, e per conoscere la situazione in cui lasciavo mio fratello. Avevo occupato Madrid e distrutto l'armata inglese, che veniva in suo soccorso. I miei successi erano rapidi, lo spavento giunto al culmine, la resistenza verso la fine, non vi era un solo momento da perdere: e non si perdette più. Il ministero inglese armò l'Austria: sempre pronto a trovarmi dei nemici, come io a batterli.
Il piano dell'Austria fu organizzato questa volta molto abilmente, sì che mi sorprese. Bisogna rendere giustizia a chi la merita.
Le mie armate erano sparpagliate a Napoli, a Madrid, ad Amburgo. Io stesso ero in Spagna. Era probabile che gli Austriaci dovessero, cominciando, ottenere dei successi. Questi successi potevano portarne degli altri, perché in questo è il primo passo che conta. Gli Austriaci avrebbero potuto tentare la Prussia e la Russia, ritemprare il coraggio degli Spagnoli e rendere popolare il ministero inglese.

La corte di Vienna ha una sua politica costante che gli avvenimenti non turbano mai. Ci ho impiegato molto tempo per indovinarne i principii. Mi sono accorto infine, ma troppo tardi, che questo Stato aveva radici così profonde solo perché la debolezza del governo l'ha lasciato degenerare in oligarchia. Lo Stato non è più guidato che da un centinaio di nobili. Sono loro i padroni del territorio, oltre ad essersi impadroniti delle finanze, della politica, e della guerra, attraverso cui sono arbitri di tutto, lasciando alla corte la sola firma.
Ora, le oligarchie non cambiano mai d'opinione, perché i loro interessi sono sempre gli stessi. Esse fanno male tutto quel che fanno, ma fanno sempre, perché non muoiono mai. Non ottengono mai dei successi, ma sopportano ammirevolmente i rovesci, perché li sopportano in società.
L'Austria per quattro volte ha dovuto la sua salvezza a questa forma di governo, che doveva decidere la guerra che mi dichiarava.

Non avevo un istante da perdere. Lasciai bruscamente la Spagna e accorsi sul Reno. Racimolai le prime truppe che trovai sotto mano. Il principe Eugenio s'era già lasciato battere in Italia : gl'inviai dei rinforzi.
I Re di Svevia e di Baviera mi prestarono le loro truppe; battei con quelle gli Austriaci a Ratisbona, e marciai su Vienna.
Seguii a marcia forzata la riva destra del Danubio. Contavo sul successo del Viceré per effettuare la congiunzione delle nostre forze. Volevo prendere gli Austriaci a Vienna, passarvi il Danubio, e trovarmi in posizione per ricevere l'Arciduca.
Questo piano era ben concepito, ma era imprudente perché avevo da fare con un uomo abile, e poi non avevo truppe. Ma allora la fortuna era con me. L'Arciduca, per conto suo, fece una bellissima marcia. Egli intuì il mio progetto e raggiunse le avanguardie. Si portò rapidamente su Vienna per la riva sinistra del Danubio, contemporaneamente a me. È, per quanto io sappia, la sola bella manovra che gli Austriaci abbiano fatta.

Il mio piano di campagna era fallito. Mi trovavo in presenza di un'armata formidabile, che dominava i miei movimenti e mi forzava all'inazione. Solamente un fatto straordinario avrebbe potuto far finire la guerra. Dovevo attaccare io. L'Arciduca mi aveva riservato questa parte, ma non era facile disimpegnarla, perché egli era in condizioni di fronteggiarmi.
Per una fortuna insperata, l'Arciduca Giovanni, invece di trattenere ad ogni costo il Viceré, si lasciò battere. L'armata d'Italia lo rigettò dall'altra parte del Danubio, ed avemmo così in nostre mani tutta la riva destra.
Ma, siccome non volevamo restarci per sempre, bisognava finirla. Feci gettare dei ponti. L'armata si scosse : passò per primo il corpo del maresciallo Massena. Egli cominciava il fuoco, quando malauguratamente si spezzarono i ponti: era impossibile ripararli subito per soccorrerlo, così che fu attaccato da ogni lato da tutta l'armata nemica. Le truppe si difesero con un valore tanto più eroico perché senza speranza. Le munizioni mancavano; dovevano morire, quando gli Austriaci cessarono il loro fuoco credendo che per quel giorno bastasse. I miei ripresero così posizione al momento decisivo, e mi liberarono da una crudele angoscia.

Ma il nostro rovescio non sembrava evitato. Me ne accorsi dallo stato d'animo del pubblico. Si annunziava nei giornali la mia disfatta, si davano notizie della mia ritirata, se ne diffondevano i particolari, si prevedeva la mia rovina. I Tirolesi s'erano rivoltati, ed era stato necessario inviare sul posto l'armata di Baviera. Dei partiti s'erano armati in Prussia e in Westfalia, e correvano i paesi per tentarvi una sollevazione. Gl'Inglesi tentarono a loro volta una spedizione contro Anversa, che sarebbe riuscita senza la loro stupidaggine. La mia posizione peggiorava ogni giorno.
Infine, riuscii a gettare dei nuovi ponti sul Danubio. L'armata passò il fiume in una notte spaventosa. Assistevo a questo passaggio che mi rendeva inquieto. Tutto fu fatto in poco tempo. Le nostre colonne ebbero modo di formarsi, e questa grande giornata cominciò sotto felici auspici.

La battaglia fu bella perché combattuta. I generali non fecero grandi sforzi di immaginazione, perché comandavano delle grandi masse su un terreno piano, che tuttavia fu difeso a lungo. L'intrepidezza delle nostre truppe e una manovra ardita di Macdonald decisero la giornata.
Una volta in rotta, l'armata austriaca passò in disordine per una lunga pianura dove perdette molti uomini. L'inseguii alle calcagna, perché bisognava decidere la guerra. Battuta in Moravia, non le era restato altro partito da prendere che quello di chiedermi la pace. L'accordai per la quarta volta.
Speravo che sarebbe stata una pace durevole, perché ci si stanca di essere battuti come di ogni cosa, e perché una forte corrente a Vienna propendeva per un'alleanza definitiva con l'Impero.

24. Disordini in Italia: occupazione della città di Roma, sequestro del Papa

Desideravo la pace, perché sentivo il bisogno di dare un po' di riposo ai popoli. Invece di godere i vantaggi della Rivoluzione, non ne avevano visto, fino a quel momento, che i danni. Non eravamo più per loro dei protettori come al principio della guerra, e per abituare l'opinione dell'Europa all'essenza del mio potere non bisognava mostrarlo sempre sotto un aspetto ostile.
Gli avversari proclamavano, da parte loro, alle masse che si armavano solo per liberarle dal flagello della guerra e per far ribassare le mercanzie inglesi.
Queste insinuazioni creavano dei proseliti. La guerra rendeva impopolare la Rivoluzione. Perciò desideravo la pace, ma bisognava ottenere il consenso del ministero inglese. L'Austria s'incaricò di domandarglielo, ma n'ebbe un rifiuto.
Questo rifiuto mi preoccupò. Evidentemente, l'Inghilterra doveva avere delle risorse di cui non conoscevo il segreto. Cercai di scoprirlo, ma invano.

Invece di disarmare, fui costretto a restare sul piede di guerra e ad affaticare ancora l'Europa. Ne ero tanto più seccato in quanto che gli alleati conservavano tutto l'onore della lotta, se pure i successi erano miei. Essi avevano l'aspetto innocente, che dà la difesa delle cose che si chiamano legittime, perché sono vecchie. Io avevo invece un aspetto aggressivo perché mi battevo per distruggerle e per creare del nuovo. Solo me s'incolpava. E intanto la guerra della Rivoluzione non è stata che la conseguenza delle condizioni d'Europa. Era la crisi che cambiava la sua vita. Era la conseguenza inevitabile del passaggio da un sistema sociale ad un altro. Se io fossi stato il creatore di questo sistema, sarei stato colpevole dei mali che ha arrecati. Ma non è stato inventato da nessuno; non è stato prodotto che dal corso del tempo. Il tempo ha sordamente preparato questa Rivoluzione, come aveva preparato quella del protestantesimo con le calamità che l'hanno seguita.
La guerra non è dipesa più da me che dagli alleati: è dipesa dalla natura stessa del genere umano.

L'Inghilterra continuò la sua guerra senza ausiliari, ma non perciò senza alleati : ché suoi alleati erano tutti i nemici della Rivoluzione. Noi avevamo in Spagna il terreno per batterci. Vi rinviai le mie truppe, ma non vi ritornai io. Ebbi torto perché i propri affari si fanno da sé; ma ero stanco di tante brighe e meditavo fin d'allora un progetto che doveva dare al mio regno un nuovo carattere.
Mi si parò dinanzi un altro ostacolo a cui non avevo pensato. Il Nord era occupato dalle mie truppe. Gli Inglesi non erano abbastanza forti per attaccarmi su quel punto. Nel Mediterraneo trovavano, con la marina, la loro superiorità. Vi possedevano Malta e disponevano della Sicilia, delle coste di Spagna, d'Africa e della Grecia. Di tanto vantaggio vollero approfittare.
Si provarono a provocare un movimento di reazione in Italia, per farne possibilmente una seconda Spagna. Vi erano dei malcontenti dappertutto, ché non avevo potuto render giustizia a tutti: e ve n'erano in Italia come altrove. Il clero non mi amava perché il mio regno aveva distrutto il suo. I devoti, sul suo esempio, mi detestavano. Il basso popolo aveva gli stessi sentimenti, perché il clero in Italia lo influenzava ancora. Il quartier generale di quest'opposizione s'era stabilito a Roma, come la sola città d'Italia in cui sperava di sottrarsi alla mia sorveglianza. Di lì comunicava con gl'Inglesi; provocava la rivolta; mi insultava con scritti clandestini; propalava false voci. Reclutava uomini per gl'Inglesi; assoldava i banditi del Cardinale Ruffo per assassinare i Francesi; cercava di far saltare in aria il Palazzo del ministro di polizia a Napoli. Diventava chiaro che gl'Inglesi avevano un piano sull'Italia e che vi fomentavano perciò dei disordini.

Non dovevo permetterlo : non dovevo tollerare che si insultassero o si assassinassero dei Francesi. Mi limitai a fare, in diverse riprese, delle lagnanze alla Santa Sede, ma ne ricevevo delle cortesi risposte, che mi consigliavano di sopportare con pazienza i miei guai. Siccome, per mio carattere, non sono mai stato paziente, m'accorsi che v'era decisamente della cattiva volontà contro di noi, e che bisognava prendere l'iniziativa per prevenirne lo scoppio. Feci allora occupare Roma dalle mie truppe.
Invece di calmare l'effervescenza, questa misura un po' violenta irritò gli umori. E vero che mantenne la pace dell'Italia e sventò il piano di Lord Bentinck, ma la casta dei devoti macchinò segretamente contro di me tutto quel che l'odio e lo spirito della Chiesa potevano suggerire.
Questo focolaio di disordini aveva delle ramificazioni in Francia e in Svizzera. Il clero, i malcontenti, i partigiani del vecchio regime (ché ve n'erano ancora) si erano riuniti per brigare contro la mia autorità e farmi quanto più male potessero. Ormai, non si presentavano più come dei congiurati : avevano scelto le bandiere della Chiesa e si battevano con dei fulmini, e non coi cannoni. Avevano la loro parola d'ordine e di adunata. Era una massoneria ortodossa che io non potevo colpire in nessun posto, perché si trovava dovunque.

D'altronde, ben era difficile prendere di fronte singolarmente questa gente, perché si sarebbe trattato allora di una persecuzione. E così fanno i deboli, non i forti. Credetti di disperdere questa corrente, spaventandola con un grosso colpo di forza. Volevo mostrar loro la mia risolutezza, e far comprendere che volevo mantenere il rispetto dell'ordine e dell'autorità, e che non avrei indietreggiato di fronte a niente per arrivarvi.

Sapevo che in nessun modo avrei potuto colpire con più sicurezza questo partito, che separandolo dal Capo della Chiesa. Attesi molto tempo prima di prendere questa decisione, perché mi ripugnava; ma più tardavo, più per me diventava necessario decidersi. Mi ripetevo che Carlo V, ch'era più devoto e meno potente di me, aveva osato fare prigioniero il Papa, e non se n'era trovato male. Il Papa fu sequestrato a Roma e condotto a Savona. Roma fu riunita alla Francia.

Quest'atto politico bastò ad annullare i progetti del nemico. L'Italia è restata tranquilla e fedele sino alla fine del mio Impero. Ma la lotta della Chiesa proseguì con lo stesso accanimento. Lo zelo dei devoti s'infiammò. L'azione contro di me era sorda, ma velenosa. Per quante precauzioni avessi preso, i devoti riuscirono a comunicare con Savona, e a ricevere istruzioni. I Trappisti di Friburgo mettevano in giro questo materiale, che si stampava presso di loro e circolava di curato in curato per tutto l'Impero. Si rese necessario il trasferimento del Santo Padre a Fontainbleau, e l'espulsione dei Trappisti per por fine a questi contatti. E credo che nemmeno ci riuscii.
Questa piccola guerra ha avuto un cattivo effetto, perché non mi fu possibile di toglierle il carattere della persecuzione. Bisognava per forza incrudelire contro delle persone disarmate, e dovevo farne, mio malgrado, le mie vittime.

Queste disgraziate vicende con la Chiesa mi hanno dato fino a cinquecento prigionieri di stato. La politica non ne ha dato cinquanta. Ho avuto torto in tutta questa faccenda. Ero abbastanza forte per lasciar andare i deboli, ed ho fatto del male solo per prevenirlo.
Un grande progetto preoccupava, ora, lo Stato, e mi sembrava di tale natura da consolidare il mio regno e da mettermi di fronte all'Europa in nuove relazioni. Ne attendevo dei grandi risultati.
Il mio potere non era più contestato : non gli mancava che il carattere della perpetuità, che non potevo ottenere finché non avessi avuto degli eredi. Senza questo la mia morte poteva rappresentare un brutto momento per la mia dinastia, perché per esser completo è necessario che il potere abbia il suo avvenire fissato in anticipo.
Comprendevo la necessità di separarmi da una donna da cui non potevo aspettarmi una discendenza : eppure, non sapevo decidermi per il dolore di lasciare la persona che più ho amata. Attesi molto tempo prima di risolvermi. Ma essa vi si rassegnò spontaneamente con la devozione che ha sempre avuta per me. Accettavo il suo sacrificio, che era indispensabile. La più elementare politica m'indicava l'alleanza con la casa d'Austria. La corte di Vienna era stanca dei suoi rovesci. Coll'unirsi per sempre con me, metteva la sua sicurezza sotto la mia garanzia, e con questa alleanza diventava complice della mia grandezza, mentre io avevo altrettanto interesse a proteggerla quanto ne avevo avuto a batterla. Con questa alleanza formammo il blocco di potenza più formidabile che sia mai esistito, sorpassando l'Impero Romano. Si procedette, dunque, a stipularla.

Non restavano più nel Continente, all'infuori del nostro blocco, che la Russia e i rottami della Prussia. Il resto ci obbediva. Una così grande preponderanza doveva scoraggiare i nostri nemici, ed io ho potuto credere, senza troppe prevenzioni, di aver finito la mia opera e di aver messo il mio trono al riparo dalle tempeste.
Il mio calcolo era giusto, ma le passioni non fanno calcoli. L'apparenza, intanto, era a mio favore. Il Continente era tranquillo, e si abituava a vedermi regnare. Me lo testimoniava almeno con le sue genuflessioni, che erano così profonde che la persona più abile ci sarebbe cascata come me. Il rispetto che si portava al sangue della casa d'Austria legittimava il mio regno agli occhi dei Sovrani. La mia dinastia prendeva il suo rango in Europa, ed io sentivo che non si sarebbe più disputato il trono al figlio che l'Imperatrice stava per dare alla luce.
Non v'erano più disordini che in Spagna, dove gl'Inglesi avevano portato grandi forze. Ma questa guerra non mi dava più preoccupazioni, perché ero risoluto ad essere più ostinato degli Spagnoli, e perché col tempo si arriva alla fine di tutto.

L'Impero era abbastanza forte per sostenere la guerra senza esserne leso. Questa guerra non impediva né gli abbellimenti di cui decoravo la Francia, né le utili imprese che il Paese reclamava.
L'amministrazione si migliorava. Organizzai le istituzioni che dovevano assicurare la forza dell'Impero, portando su una generazione che doveva diventarne l'appoggio.
Solo la necessità di mantenere il sistema continentale portava delle difficoltà coi governi, il cui litorale facilitava il contrabbando. Tra questi Stati la Russia si trovava in una situazione imbarazzante; la sua civiltà non era troppo avanzata per permetterle di fare a meno dei prodotti dell' Inghilterra. Avevo preteso, tuttavia, che fossero proibiti : era, sì, un'assurdità, ma era indispensabile per completare il sistema proibitivo. Il contrabbando però continuava. L'avevo previsto, perché il governo russo sorveglia male il suo Paese. Ma siccome si passa meno facilmente dalle porte chiuse che da quelle aperte, il contrabbando porta sempre meno mercanzie della libera entrata. Raggiungevo così per due terzi il mio scopo. Con questo, non cessai di lagnarmene. Ci si giustificò; si ricominciò. Ci esasperammo. Questa situazione non poteva durare.

26. Seconda campagna di Russia - Atteggiamento verso i Polacchi - Presa di Mosca - Disastri nella ritirata

In effetti, dopo l'alleanza trattata con l'Austria, dovevamo ancora scontrarci con la Russia. La Russia doveva sapere che la nostra unione politica non poteva avere altri nemici, visto che eravamo padroni di tutto il resto. Bisognava dunque che si rassegnasse ad un compiacente nullismo, o che provasse a tenerci testa e a mantenere il suo rango. Ma mentre era troppo forte per rassegnarsi ad esser niente, era anche troppo debole per resisterci. In questa alternativa, le conveniva più un atteggiamento fiero che riconoscersi vinta in anticipo. Poiché quest'ultimo partito è sempre il peggiore, la Russia si decise per il primo.
Dopo di che, mi accorsi inopinatamente dell'alterigia usata nei miei riguardi da Pietroburgo. Mi si rifiutò di confiscare il contrabbando. Si lagnarono dell'occupazione del paese di Oldenburg. Risposi sullo stesso tono. Era chiaro che stavamo per affrontarci, impazienti gli uni e gli altri, forze che attendevano solo di misurarsi.
Avevo una grande fiducia nell'esito di questa guerra, perché avevo concepito un piano con cui speravo di porre termine, per sempre, alla lunga lotta in cui avevo consumato la mia vita. Mi sembrava, d'altronde, che arrivati al punto in cui eravamo della nostra storia, i Sovrani d'Europa non dovessero prender parte a quest'ultimo conflitto perché i nostri interessi erano diventati gli stessi. La politica dei Principi doveva volgere a mio favore, dato che il mio mestiere non era più quello di scuotere i troni, ma di rafforzarli. Avevo rimesso il trono a nuovo e su basi formidabili. In questo avevo lavorato per loro, e potevano esser sicuri di regnare, con la mia alleanza, al riparo dalla guerra e dalle rivoluzioni.

Questa politica era così evidente che credetti i Sovrani abbastanza chiaroveggenti per capirla. Mi fidavo di loro. Chi avrebbe potuto pensare che, trasportati dall'odio che avevano per me, avrebbero abbandonato il partito del trono per riportare essi stessi la Rivoluzione nei loro Stati, per esserne presto o tardi le vittime?

Avevo calcolato che la Russia fosse troppo una grande forza per poter entrare nel sistema europeo che stavo rifacendo, e il cui centro era la Francia. Bisognava, dunque, rimetterla al di fuori dell'Europa, perché non guastasse l'unità di questo sistema. Bisognava dare a questa nuova demarcazione politica frontiere abbastanza solide per resistere al peso di tutta la Russia. Bisognava rimettere con la forza questo Stato nel posto che occupava cento anni prima.
Solo la massa del mio Impero era così vigorosa da tentare un simile atto di forza politica. Credetti che fosse possibile, che anzi fosse l'unico mezzo per mettere il mondo al riparo dai Cosacchi.
Per far riuscire questo piano, bisognava rifare la Polonia su una base robusta, e battere i Russi per far loro accettare le frontiere che si sarebbero tracciate con la punta della spada. La Russia avrebbe potuto firmare senza disonore la pace che doveva stabilire queste frontiere, perché non avrebbe avuto niente di disonorevole per essa. Era, in fondo, un riconoscimento della sua forza : una confessione di timore da parte nostra.

Messa così, con le mie precauzioni, al di fuori del raggio dell'economia europea; separata da questa economia da trecentomila guardiani, la Russia si sarebbe riallineata con l'Inghilterra, e avrebbe potuto conservare la sua indipendenza di Stato e le sue condizioni politiche nella loro integrità perché l'avremmo considerata lontana come il Regno del Tibet.
Non c'era nient'altro di ragionevole al di fuori di questo piano. Presto o tardi se ne deplorerà il fallimento, perché l'Europa, unita per mutuo consenso in un sistema unico, rifatto come l'orientamento del secolo richiedeva, avrebbe offerto il più grande spettacolo della storia. Ma troppe prevenzioni accecavano i Sovrani, perché potessero vedere dove era il pericolo. Credettero di vederlo, invece, dove c'era la salvezza.

Partii per Dresda. Questa guerra avrebbe deciso irrevocabilmente la questione che si dibatteva da venti anni, e questa guerra doveva essere l'ultima, perché al di là della Russia il mondo finisce. I nostri nemici non avevano più che un'occasione : perciò tentarono l'ultimo sforzo. La corte d'Austria cominciò a turbare i miei piani sulla Polonia, rifiutando di restituire quel che le aveva preso. Credetti di doverle dei riguardi, e questa sola debolezza ha compromesso i miei disegni, perché dal momento che avevo ceduto su questo punto, mi fu impossibile abbordare francamente la questione dell'indipendenza polacca. Fui costretto a sminuzzare questo Paese, sul quale doveva riposare la sicurezza d'Europa. Feci nascere, con la mia debolezza, il malcontento e soprattutto la diffidenza nei Polacchi, che si videro sacrificati al mio tornaconto.

Avvertii il mio errore, e ne ebbi vergogna. Non volli più andare a Varsavia; per il momento non avevo più niente da farvi. Non avevo altro partito da prendere che quello di affidare alle vittorie future le sorti di questa Nazione.
Sapevo che la temerarietà spesso riesce, e pensavo che mi sarebbe stato possibile di fare in una sola campagna ciò che avevo contato di fare in due. Questo acceleramento di tempi mi piaceva, perché cominciavo ad avvertire una certa inquietudine nel mio carattere. Ero alla testa di un'armata che non aveva altra coscienza che quella della gloria e sola Patria i campi di battaglia. Invece di assicurarmi il terreno, edavanzare a colpo sicuro, attraversai la Polonia e passai il Niemen. Battei le armate che mi si opposero, marciai senza soste ed entrai a Mosca.

Questa fu la prima conclusione dei miei successi, e sarebbe dovuta essere quella della mia vita.
Padrone di una capitale, che i Russi mi avevano lasciata in cenere, avrei dovuto credere che questo Impero si riconosceva vinto, e che avrebbe accettato le condizioni di pace che gli facevo proporre. Ma fu allora che la fortuna abbandonò la nostra causa.
L'Inghilterra concluse un trattato tra la Russia e la Porta, che rese l'armata russa libera nei suoi movimenti. Un Francese, finito per sbaglio sul trono di Svezia, tradì gl'interessi della sua Patria, alleandosi coi suoi nemici nella speranza di barattare la Finlandia contro la Norvegia.
Tracciò egli stesso il piano di difesa della Russia, a cui l'Inghilterra impedì d'accettare la pace. Restai stupito dei ritardi che si frapponevano alla sua conclusione. La stagione avanzava. Era ormai evidente che non si voleva la pace. Quando ne fui certo, ordinai la ritirata : gli elementi la rendevano dura. I Francesi si fecero onore per la fermezza con cui sopportarono questi rovesci. Il coraggio li abbandonava solo con la morte. Scosso io stesso dalla vista di questi disastri, sentii il bisogno di ricordare che un Sovrano non deve mai piegarsi, né intenerirsi.

L'Europa era ancora più stupita dei miei rovesci di quanto non lo fosse stata dei miei successi. Ma io non dovevo preoccuparmi del suo stupore. Avevo perduto metà di quell'armata ch'era stata il suo terrore. Non si poteva sperare di vincere con quei resti, perché la proporzione delle forze era cambiata. Dovevo dunque prevedere che, passato il primo sbalordimento, avrei trovato contro di me l'eterna coalizione di cui sentivo già le grida di gioia.
Non vi è un momento peggiore per fare la pace che quello di una disfatta. Intanto, l'Austria, che si consolava di vedermi abbassato (perché la sua situazione nella nostra alleanza veniva migliorata), l'Austria volle proporre la pace. Offrì la sua mediazione, ma nessuno la volle : essa aveva perduto il suo credito.

27. Terza campagna contro i Russi e i Prussiani, seguiti dagli Austriaci e dai Principi della Confederazione battaglia di Lipsia

Bisognava dunque vincere ancora, e fui sicuro del fatto mio quando vidi la Francia schierarsi per me. Mai la storia ha mostrato un grande popolo in un giorno più glorioso. Afflitto per le sue perdite, non pensava che a ripararle. Vi riuscì in tre mesi. Questo solo fatto risponde alle vociferazioni di quegli uomini, che pretendono d'aver ragione solo coi disastri della loro Patria.
Può darsi che la Francia mi debba, in parte, l'atteggiamento che conservò nella disgrazia, e se nella mia vita vi è un momento che meriti la stima dei posteri, deve esser quello, perché mi fu penoso sostenerlo.
Riapparvi così, all'inizio della campagna, più formidabile che mai. Il nemico fu sorpreso di rivedere così presto le nostre aquile : l'armata che comandavo era più bellicosa che agguerrita, ma portava con sé l'eredità di una lunga gloria, ed io la guidavo con fiducia contro il nemico. Avevo un grande compito da compiere : bisognava ricreare il nostro prestigio militare, e riprendere da capo la lotta, che era stata così vicina a finire. Avevo ancora l'Italia, l'Olanda e la maggior parte delle piazzeforti della Germania. Non avevo perduto che un po' di territorio, ma l'Inghilterra raddoppiava i suoi sforzi. La Prussia ci faceva la guerra con l'insurrezione. I Principi della Confederazione si tenevano pronti a marciare in aiuto del più forte, e siccome io lo ero ancora, essi seguivano le mie bandiere, ma tiepidamente. L'Austria cercava di mantenere il riserbo della neutralità, finché non si corse in lungo ed in largo la Germania, infiammandola, per rivoltare i popoli contro di noi. Tutto il mio sistema era scosso.

La sorte del mondo apparteneva al caso, giacché non v'era un piano prestabilito in nessun posto. Essa dipendeva da una battaglia. La Russia doveva decidere la questione, perché si batteva con delle grandi forze e in buona fede.
Attaccai l'armata russo-prussiana, e la battei tre volte. Siccome questi successi turbarono i piani dei favoriti dell'Inghilterra, si fece finta di abbandonare tutti i progetti ostili, e s'incaricò l'Austria di propormi la pace.
In apparenza le condizioni erano passabili, e molti altri al mio posto le avrebbero accettate, perché non mi si chiedeva che la restituzione delle province illiriche e delle città anseatiche, la nomina di Sovrani indipendenti nei Regni d'Italia e d'Olanda, l'abbandono della Spagna, e il ritorno del Papa a Roma. Mi si doveva chiedere inoltre di rinunziare alla Confederazione del Reno e alla mediazione della Svizzera, ma si aveva ordine di cedere su questi due punti.

II mio prestigio doveva dunque esser molto giù, se dopo tre vittorie si osava offrirmi di abbandonare degli Stati, che gli stessi alleati non ancora osavano minacciare.
Se avessi acconsentito a questa pace, l'Impero sarebbe caduto più presto di quanto non si fosse innalzato. Con questo trattato restava ancora potente sulla carta, non nei fatti. Non era più niente. L'Austria, elevandosi al ruolo di mediatrice, rompeva la nostra alleanza e si univa al nemico. Restituendo le città anseatiche, io ammettevo di poter cominciare con le restituzioni, e tutti allora avrebbero voluto riacquistare la propria indipendenza. Portavo così l'insurrezione in tutti i Paesi da me riuniti. Con l'abbandono della Spagna, incoraggiavo tutte le resistenze. Deponendo la corona di ferro, compromettevo quella dell'Impero. Le probabilità della pace mi erano tutte funeste, mentre quelle della guerra potevano ancora salvarmi.

Bisogna dirlo : troppi grandi successi e troppi grandi rovesci avevano segnato la mia storia, perché mi fosse possibile, allora, di rimettere la partita ad un altro giorno. Era necessario che la grande Rivoluzione del diciannovesimo secolo fosse inequivocabilmente completata, o che finisse sotto una montagna di morti. Tutto il mondo era impegnato per decidere il dilemma.
Se avessi firmato la pace a Dresda, l'avrei lasciato insoluto, e sarebbe stato necessario riproporlo più tardi. Sarebbe stato necessario ricominciare questa lunga strada di successi che avevo già percorsa; ricominciarla quando non ero più giovane, e con un Impero stanco, al quale avevo promesso la pace, e che m'avrebbe bestemmiato per averla accettata.
Era dunque meglio profittare d'un momento unico, in cui il destino del mondo non era più legato che ad una sola battaglia, e sarebbe stato mio se l'avessi vinta.
Rifiutai la pace. Poiché ognuno vede con i suoi occhi, l'Austria non seppe vedere che la mia imprudenza e credette quello il momento favorevole per unirsi ai miei nemici. Non mi convinsi però di questa defezione che all'ultimo momento, ma ero in condizione di fronteggiarla. Il mio piano di campagna era fatto : un piano che avrebbe portato ad un risultato decisivo.

L'inconveniente delle grandi armate è che il generale non può essere dappertutto. Le mie manovre erano, credo, le migliori che io abbia combinate, ma il generale Vandamme abbandonò la sua posizione e si fece prendere. Credendo di diventare Maresciallo dell'Impero, Macdonald si abbandonò al tripudio. Il maresciallo Ney si lasciò battere senz'altro. Il mio piano fu rovesciato in qualche ora.
Ero battuto; ordinai la ritirata; ero ancora abbastanza forte per riprendere l'offensiva cambiando terreno. Non volli perdere il vantaggio delle posizioni che occupavo, poiché con una sola vittoria mi sarei ritrovato padrone del Nord fino a Danzica. Invece, rinforzai le mie guarnigioni, ordinando loro di resistere fino all'ultimo. In questo, eseguirono i miei ordini. Mi ritiravo lentamente con una imponente massa; ma mi ritiravo. E i nemici mi seguivano infoltendosi, perché niente aumenta i battaglioni come il successo. Tutta l'ostilità che il tempo aveva accumulata contro di noi si sollevava insieme, in una volta sola. I Tedeschi volevano vendicarsi dei danni della guerra; il momento era propizio: io ero sconfitto. Come avevo previsto, i nemici uscivano dalla terra. Li attesi a Lipsia, nelle stesse pianure nelle quali erano stati battuti poco tempo addietro.

La nostra posizione non era buona, perché eravamo attaccati in semicerchio. La stessa vittoria non poteva avere per noi dei grandi risultati. In effetti, avemmo qualche vantaggio il primo giorno; ma senza poter riprendere l'offensiva. Era, dunque, una battaglia nulla, e bisognò ricominciarla. L'armata, malgrado la stanchezza, si batteva bene, ma allora, con un atto che i posteri giudicheranno come vorranno, gli alleati che si battevano nelle nostre fila voltarono improvvisamente le armi contro di noi, e noi fummo vinti.

28. Gli alleati sul territorio della Francia - Capitolazione diParigi – Abdicazione

Riprendemmo il cammino della Francia. Ma una così grande ritirata non si può effettuare senza disordine. Lo spossamento e la fame fecero morire molti uomini. I Bavaresi, dopo aver disertato le nostre bandiere, ci vollero impedire di ritornare in Francia. I Francesi passarono sui loro cadaveri, ma raggiunsero Magonza. Questa ritirata costò tanti uomini quanto quella di Russia. Le nostre perdite erano così gravi che ne fui costernato io stesso, mentre la Nazione ne restava sbigottita.
Se i nemici avessero proseguito la loro marcia, sarebbero entrati a Parigi con le nostre retroguardie. Ma l'apparire stesso ai loro occhi della Francia li trattenne, e si fermarono alle nostre frontiere lungamente, prima di osare di oltrepassarle.

Non si trattava più della gloria, ma dell'onore della Francia : per questo io contavo sui Francesi. Ma non ero fortunato come una volta, e fui mal seguito. Non ne accuso questo popolo, sempre pronto a versare il suo sangue per la Patria. Non ne denunzio il tradimento, perché tradire è più difficile di quanto non si creda. Ma ne riconosco lo scoraggiamento, solito risultato della disgrazia. Io stesso ne fui preso. L'uomo scoraggiato resta indeciso, perché non vede dinanzi a sé che il lato cattivo: e quel che vi è di peggio nelle cose è l'indecisione.
Avrei dovuto diffidare a tempo di questa generale depressione, e provvedere io stesso a tutto. Ma m'affidai a un ministero preso dal terrore, che eseguiva tutto male. Le piazzeforti non erano né riparate, né messe in assetto di guerra, perché da venti anni non erano state minacciate. Vi riuscì la buona volontà dei contadini, ma per la maggior parte i comandanti erano vecchi acciaccati messi lì a riposo. Nella loro maggioranza i miei prefetti erano timidi, e non pensavano che a scappare invece di difendersi. Avrei dovuto cambiarli a tempo per non avere in prima linea che uomini intrepidi : ed era molto se se ne trovavano tra quelli che avevano qualche cosa da perdere.

Niente era ancora pronto per la nostra difesa, quando gli Svizzeri aprirono agli alleati il passaggio del Reno. Malgrado le loro vittorie, i nemici non avevano osato attaccare di fronte : avanzavano a passo di lupo. Avevano quasi spavento di marciare senza trovare ostacoli su questa terra che credevano ispida di baionette. Non incontrarono le nostre avanguardie che a Langres. Cominciò allora questa campagna troppo conosciuta perché io debba ripeterla, ma che lascerà un nome immortale a questo pugno d'eroi, che non disperarono nella salvezza della Francia. Furon essi a ridarmi la fiducia, e io credetti, per ancora tre volte, che niente fosse impossibile con soldati simili.
Avevo ancora un'armata in Italia e delle forti guarnigioni nel Nord; ma mi mancava il tempo di farle venire in mio soccorso. Bisognava vincere sul posto. Le sorti d'Europa s'erano concentrate solo su di me. Non v'era d'importante che il punto in cui io mi trovavo.
Gli alleati mi offrirono la pace, tanta era la loro diffidenza nei loro stessi successi. Dopo averla rifiutata a Dresda, non potevo accettarla a Chétillon. Per fare la pace bisognava salvare la Francia e riportare le nostre aquile sul Reno.
Dopo una prova del genere, le nostre armi sarebbero state considerate invincibili, e i nostri nemici avrebbero tremato di fronte a questo destino che seguitava a darmi la vittoria. Ancora padrone del Mezzogiorno e del Nord con le mie guarnigioni, una sola battaglia mi avrebbe restituito tutto il mio ascendente. Per me, allora sarebbero stati gloria i rovesci, come le vittorie.
Questa conclusione era pronta. Le mie manovre erano riuscite; il nemico, accerchiato, perdeva la testa : un ammutinamento generale stava per scoppiare. Ormai ci eravamo. Ma la mia fine era decisa. Un corriere, che avevo imprudentemente inviato all'Imperatrice, cadde nelle mani degli alleati che così s'accorsero d'esser perduti. Un corso, che era tra i loro capi, fece capir loro che la prudenza sarebbe riuscita più dannosa di un colpo di testa. Presero la sola decisione che non avessi prevista, perché era la sola buona. Iniziarono l'avanzata, e marciarono su Parigi.

Avevano avuto la promessa che sarebbe stato loro facilitato l'ingresso nella capitale, ma questa promessa sarebbe restata allo stato d'illusione se avessi rimesso la difesa di Parigi a mani migliori. M'ero affidato all'onore della Nazione, e avevo lasciato ciecamente in libertà quelli che sapevo bene non ne avevano. Arrivai troppo tardi in soccorso di Parigi, e questa città che non ha saputo difendere né le sue mura, né i suoi Sovrani, aveva già aperto le sue porte allo straniero.
Ho accusato il generale Marmont di avermi tradito. Gli rendo oggi giustizia. Nessun soldato ha tradito la fede, che lo impegnava di fronte al suo Paese. Bisogna cercare altrove la viltà. Ma non riuscii a controllare il primo impeto del mio dolore, vedendo i miei vecchi compagni d'armi firmare la capitolazione di Parigi.

La causa della Rivoluzione era perduta una volta ch'ero vinto. Non erano stati né i realisti, né i codardi, né i malcontenti a rovesciarmi : erano state le armate nemiche. Gli alleati erano padroni del mondo, dal momento che non disputavo più loro questo Impero.
Ero solo a Fontainebleau, attorniato da forze fedeli, ma scarse. Avrei potuto ancora tentare con quelle le sorti della guerra, perché erano capaci d' ogni eroismo. Ma la Francia avrebbe pagato troppo caro il piacere di questa vendetta, e avrebbe avuto il diritto di accusarmi dei suoi mali, mentre voglio che essa non mi accusi che della gloria che ho dato al suo nome. E mi rassegnai.

Mi si venne a proporre l'abdicazione. Per parte mia trovai che era una pagliacciata. Avevo abdicato il giorno in cui ero stato battuto. Ma questa formula poteva servire un giorno a mio figlio. Non esitai a firmarla.
Forti gruppi avrebbero voluto che questo fanciullo salisse sul trono, per conservare la Rivoluzione con la mia dinastia. Ma era impossibile. Gli stessi alleati non avevano scelta; essi erano obbligati a richiamare i Borboni. Ognuno si è vantato di aver reso possibile il loro ritorno. Questo ritorno era logico; era la conseguenza immediata dei principi per i quali ci si batteva da vent'anni.
Prendendo la corona avevo messo i troni al riparo dai popoli. Rendendola ai Borboni, li mettevo al riparo dei soldati fortunati. Era dunque il solo modo di spegnere, senza possibilità di ritorni di fiamma, il fuoco rivoluzionario. Il richiamo di un altro Sovrano sul trono di Francia non avrebbe rappresentato altro che una solenne sanzione della Rivoluzione, cioè un atto insensato nell'interesse dei Sovrani.

Direi di più: il ritorno dei Barboni rappresentava una fortuna per la Francia. Esso la salvava dall'anarchia e le prometteva il riposo, perché le assicurava la pace, resasi necessaria tra gli alleati e i Borboni, che si dovevano garantire a vicenda. La. Francia non era complice di questa pace, giacché non veniva trattata in suo favore ma nell'interesse della famiglia, che agli alleati conveniva di rimettere sul trono. Era un trattato in cui si cercava di contentar tutti. Era dunque la migliore maniera per la Francia di sollevarsi dalla più grande disfatta che una Nazione guerriera abbia mai avuta.

Ero prigioniero. M'attendevo d'esser trattato come tale. Ma sia per quella sorta di rispetto che ispira un vecchio guerriero, sia per la generosità che ha sempre ispirato questa Rivoluzione, mi si propose di scegliere un asilo. Gli alleati mi cedettero un'isola ed un titolo, ritenendo che l'una e l'altro non valessero niente. Mi permisero - e in questo la loro generosità fu piena di nobiltà - di portare con me un piccolo numero di quei vecchi soldati, coi quali avevo diviso tante fortune. Mi permisero anche di portare con me qualcuno di quegli uomini, che non perdono il loro coraggio nella cattiva fortuna.

29. Nell'Isola d'Elba

Separato da mia moglie e da mio figlio contro tutte le leggi divine ed umane, mi ritirai nell'Isola d'Elba, senza alcun progetto per l'avvenire. Non ero più che uno degli spettatori del secolo, ma sapevo, meglio di chiunque altro, in quali mani l'Europa andasse a cadere. Sapevo, inoltre, che essa sarebbe stata guidata dal caso, e la fortuna del caso poteva rimettermi in ballo. Intanto, l'impossibilità di contribuirvi io stesso mi impediva di tracciare dei piani, sicché vivevo come estraneo alla storia. Ma il corso degli avvenimenti precipitò più di quel che non credessi, e mi sorprese nel mio ritiro.
Ricevevo i giornali, che mi facevano conoscere le situazioni importanti. Cercavo di coglierne lo spirito attraverso le menzogne. Mi parve evidente che il Re si fosse impadronito del segreto del nostro secolo. Egli aveva capito che la maggioranza della Francia voleva la Rivoluzione e sapeva, dopo venticinque anni d'esperienza, che il suo partito era troppo debole per resisterle. Sapeva ormai che la maggioranza finisce per dettar legge. Per regnare, bisognava dunque che regnasse con la maggioranza, cioè con la Rivoluzione. Ma non essendo un rivoluzionario lui stesso, bisognava che il Re facesse la rivoluzione di nuovo, in virtù del diritto divino che gli era concesso.

Quest'idea ora ingegnosa : faceva diventare i Borboni rivoluzionari in piena coscienza, e trasformava i rivoluzionari in realisti, mantenendo i loro interessi e le loro opinioni. Non doveva più esservi, dunque, che un cuore ed un'anima in tutta la Nazione. Era questo che si andava ripetendo; ma non era vero. Vi era però tanta di quella fortuna in questa politica che la Francia, sotto questo regime, sarebbe stata fiorente in pochi anni. Il Re avrebbe risolto con un tratto di penna il problema, per cui io avevo combattuto venti anni, stabilendo la nuova economia politica in Francia, e facendola riconoscere, senza contestazioni, da tutta l'Europa. Non gli era necessario, per riuscirvi, che di saper esser padrone del suo Paese.
Per realizzare questa grande opera, il Re aveva data una costituzione fatta sullo stesso modello su cui sono fatte tutte le costituzioni. Era eccellente, e lo sono tutte quando si sa farle andare. Ma siccome le costituzioni non sono che fogli di carta, non hanno che il valore dell'autorità che s'incarica di difenderle. Ora, questa autorità non c'era in nessun posto. Invece d'accentrarsi nelle sole mani che n'erano responsabili, il Re la lasciò frazionarsi in tutto il partito che portava il suo nome. E invece di essere l'unico capo dello Stato si lasciò creare capo del suo partito. Tutto prese in Francia un colore di fazione. Nel Paese penetrò l'anarchia. Da allora non ci fu che incongruenza e contraddizione nel sistema della corte. Le parole non rispondevano mai ai fatti, perché, in fondo si voleva tutto il contrario di quello che si diceva.

Il Re aveva dato la costituzione per impedire che gli fosse strappata lo stesso, ma era evidente che, passato il primo momento, i realisti speravano di ritirarla a pezzo a pezzo, poiché in realtà non ne erano entusiasti.
Non si mettevano, dunque, che delle pietre provvisorie per l'edificio del governo. Si era rifatta la nobiltà, ma non le si erano date né prerogative né potere. Non era democratica, perché era esclusivista. Non era aristocratica, perché non era niente nello Stato. Era, quindi, un cattivo servizio che si era reso alla nobiltà rimettendola su in questo modo. L'avevano, difatti, messa su perché potesse agire senza poi darle alcun mezzo di difendersi. Era un controsenso che doveva provocare dei continui urti.

Si voleva rifare il clero, ma si scelse un vescovo spretato per innalzare trono e altare.
Si voleva passare la spugna sulla Rivoluzione, ma si esumavano i suoi cadaveri.
Si voleva far marciare la Rivoluzione dell'89 con i realisti, e la controrivoluzione del 31 marzo con degli ex Convenzionali. Facevan tutti egualmente male il loro dovere, perché non si fanno marciare le rivoluzioni che con gli uomini che sono nati insieme con esse. Il Re non si sarebbe dovuto servire che di uomini di vent'anni.

Si voleva mantenere la Rivoluzione, e si avvilivano le sue istituzioni. Si scoraggiava così la massa della Nazione, che con esse era balzata avanti, e s'era abituata a rispettarle.
Si sorvegliavano i miei soldati, perché se ne aveva paura, e li si faceva passare in rivista da gente che parlava di gloria, salutando i Cosacchi.
Nessuno aveva fiducia nell'ordine vigente, perché in nessun posto si poteva scorgere un punto d'appoggio. Non ve ne erano negli interessi, tutti compromessi; non nelle opinioni, tutte malridotte; non nella forza, perché alla testa del regime non v'era né polso né volontà.
Ero assai ben informato di quel che avveniva a Vienna in quel Congresso dove ci si divertiva a scimmiottarmi. Seppi a tempo che i ministri di Francia avevano deciso nel Congresso di portarmi via dall'Isola d'Elba per esiliarmi a Sant'Elena. Mi riuscì penoso credere che l'Imperatore di Russia avesse acconsentito così presto a mancare al rispetto dei trattati, perché avevo sempre avuto molta stima per il suo carattere; ma alla fine dovetti convincermene, e pensai di sottrarmi alla sorte che mi si destinava.
I miei deboli mezzi di difesa sarebbero stati presto annientati. Dovevo, dunque, provare a crearmi mezzi assai più grandi per apparire una seconda volta formidabile per i miei nemici.

La Francia non aveva fiducia nel suo governo. Il governo non ne aveva per niente nella Francia. La Nazione aveva capito che i suoi interessi non erano quelli del trono, e che quelli del trono non erano i suoi. Era un tradimento reciproco che doveva perdere l'uno o l'altra. Era, venuto il momento di sventarlo, ed io concepii un piano, che sarà giudicato audace dalla storia, e che, in realtà, non era che ragionevole.
Pensai di risalire sul trono di Francia. Per quanto deboli fossero le mie forze, erano sempre più grandi di quelle dei realisti : ché io avevo per alleato l'onore della Patria, che non morì mai nel cuore dei Francesi.
Confidai in questo appoggio. Passai in rivista il piccolo esercito, che destinavo a un'impresa così grande. I soldati erano mal vestiti, perché non m'era stato possibile equipaggiarli a nuovo, ma avevano dei cuori intrepidi.
I miei preparativi non furono lunghi, perché non mi preoccupai che delle armi. Pensai che i Francesi ci avrebbero dato tutto. Il colonnello inglese, che m'era stato posto accanto, era andato a divertirsi a Livorno, ed io salpai col vento buono.

30. Ritorno in Francia - Ultima campagna contro glialleati- Battaglia di Waterloo - Sant' Elena

La nostra piccola flottiglia non ebbe incidenti. La traversata durò cinque giorni. Rividi la costa di Francia : la stessa sponda, dove avevo toccato terra quindici anni prima, al mio ritorno dall'Egitto. Sembrava che la fortuna mi sorridesse come allora : come allora ritornavo su questa terra della gloria, per risollevare le sue aquile, e per ridarle l'indipendenza.
Sbarcai senza ostacoli. Mi ritrovavo in Francia. Vi ritornavo dalla sventura. Il mio seguito consisteva tutto in un piccolo numero d'amici e di compagni d'armi, che avevano diviso con me la fortuna e le avversità. Ma era proprio questa una ragione per riguadagnarmi il rispetto e l'amore dei Francesi.
Non avevo determinati progetti, non avendo che dei dati approssimativi sulla situazione. Avrei preso le mie decisioni a seconda degli avvenimenti. Sapevo solo come mi sarei regolato in certi possibili casi.
Non avevo che una sola strada da seguire, poiché m'era necessario un punto d'appoggio. Grenoble era la piazzaforte più vicina. Marciai dunque su Grenoble il più rapidamente possibile, poiché volevo poter sapere a che attenermi per la mia impresa. L'accoglienza che ricevetti lungo la strada superò ogni mia attesa, e confermò il mio piano : vidi che quella parte del popolo, che non era guastata dalle passioni e dagli interessi, conservava un carattere maschio, ferito dalle umiliazioni.

Incontrai finalmente le prime truppe, che s'erano fatte marciare contro di me. Erano soldati miei. Mi avanzai senza timore, tanto ero sicuro che non avrebbero fatto fuoco su di me. Essi rivedevano il loro Imperatore marciare alla testa dei suoi veterani, che li avevano portati tante volte al fuoco. Io ero ancora lo stesso, e riportavo loro l'indipendenza con le mie aquile.
Chi avrebbe potuto credere che dei soldati francesi esitassero un momento solo tra i giuramenti ufficiali, fatti sotto le bandiere dello straniero, e la fede che avevano giurata a colui che veniva a liberare la loro Patria P
Il popolo e i soldati mi ricevettero con le stesse grida di gioia. Non ero seguito che da queste grida, ma valevano più di tutte le pompe, perché mi promettevano il trono.
Credevo di trovare qualche resistenza, da parte dei realisti, ma mi sbagliai; non mi si opposero, e rientrai a Parigi, senza vederli se non alle finestre.
Nessuna impresa più temeraria in apparenza, fu più facilmente compiuta; gli è che era conforme al voto, della Nazione, e che tutto diventa facile quando si segue l'opinione pubblica.

La Rivoluzione fu finita in venti giorni senza che fosse costata una sola goccia di sangue.
La Francia aveva cambiato aspetto. I realisti chiedevano aiuto agli alleati. La Nazione, restituita a se stessa, riprese la sua fierezza. Era libera, e, riponendomi sul trono, compiva il più grande atto di spontaneità che mai popolo abbia fatto. Sul trono non ero posto che per la sua volontà, ché non l'avrei potuto certo conquistare con i miei seicento soldati. La Nazione non mi temeva più come Principe, ma mi amava come il suo salvatore. La grandezza della mia impresa aveva cancellato i miei rovesci, e mi aveva ridato la fiducia dei Francesi. Ero di nuovo il loro eletto.

Mai una Nazione si è esposta unanime ad una situazione più grave, con tanta dedizione e con tanta intrepidezza. Non ne calcolò né il pericolo, né le conseguenze. L'amore dell'indipendenza infiammava questo popolo, che la storia porrà in testa a tutti i popoli.
Avevo rifiutato la pace che mi si offriva a Chàtillon perché ero sul trono di Francia, e mi avrebbe abbassato troppo. Ma potevo accettare quella che si era accordata ai Borboni, perché venivo dall'Isola d'Elba, e ci si può fermare quando si sale, mai quando si scende.
Credetti che l'Europa, stupita dal mio ritorno e dall'energia del popolo francese, avrebbe temuto di riprendere la guerra con una Nazione di cui vedeva tutta la temerarietà, e con un uomo il cui carattere era più forte, esso solo, di tutte le sue armate.
Sarebbe stato così se il Congresso fosse stato in disaccordo, e noi avessimo trattato con i Sovrani ad uno ad uno. Ma il loro amor proprio si riscaldò, perché erano uniti, e i miei sforzi per mantenere la pace non approdarono a niente.
Avrei dovuto prevedere questa conclusione, e profittare senza ritardo del primo slancio del popolo, per mostrare fino a qual punto noi fossimo temibili. II nemico avrebbe impallidito dinanzi alla nostra audacia; ma non vide che della debolezza nella mia esitazione. E aveva ragione, perché io non mi regolavo più secondo il mio carattere.
Il mio contegno pacifico depresse la Nazione, perché le lasciai credere che la pace fosse possibile. Da quel momento il mio sistema di difesa si potette considerare fallito : i mezzi di resistenza restavano al di sotto della bisogna.

Bisognava ricominciare una Rivoluzione per avere tutte le risorse di cui essa è capace. Bisognava riagitare tutte le passioni per profittare del loro accecamento. Altrimenti, non potevo salvare la Francia..
Me ne sarei poi liberato normalizzando questa seconda Rivoluzione come avevo fatto con la prima; ma io non ho mai amato il furore popolare, perché non v'è poi briglia che possa mantenerlo, e mi sono sbagliato credendo che si potessero difendere le Termopili caricando le armi in dodici tempi.
Volli fare però parzialmente questa Rivoluzione, come se non avessi saputo che le cose a metà non servono a niente. Offrii alla Nazione la libertà, perché s'era lagnata di non averla avuta sotto il mio primo regno. Questa libertà produsse i suoi soliti effetti : mise le parole al posto delle azioni. La casta imperiale rimase male, perché minacciavo il sistema, a cui aveva legato i suoi interessi. La massa della Nazione scosse le spalle, perché della libertà se ne importava assai poco. I Repubblicani non si fidarono della mia tattica, che non rispondeva al mio temperamento.

Portai proprio io la discordia nello Stato. Me ne accorsi; ma contavo nella guerra per fonderlo. La Francia si sollevava proprio allora con tanto coraggio, aveva mostrato tanta sicurezza in se stessa, la sua causa era così giusta (poiché rappresentava il diritto più sacro delle Nazioni), che sperai di veder prendere le armi a tutto il popolo con un sol grido di fede e di indignazione. Ma era troppo tardi.
Sentii l'incertezza della mia posizione. Misurai l'attacco e la difesa : non erano proporzionati. Cominciai a non fidarmi dei miei mezzi; ma non era quello il momento di dirlo. Per un caso disgraziato, la mia salute deperì proprio quando si avvicinava l'ultima crisi. Non avevo più che un'anima scossa in un corpo sofferente. Le armate avanzavano. Nella mia, v'erano, sì, abnegazione ed entusiasmo nei soldati, ma non ve n'era più nei loro capi. Erano stanchi; non erano più giovani; avevano fatto troppe guerre; avevano terre e palazzi. Il Re aveva lasciato loro i beni e i posti; e ora venivano come avventurieri a rischiarli di nuovo con me. Era come se ricominciassero la loro carriera, e qualsiasi sia l'amore per la vita, non si ama viverla due volte. Era forse chieder troppo alla natura umana.

Partii per il quartier generale, solo contro tutti. Provai a combatterli. La vittoria ci fu fedele il primo giorno. Ma c'ingannò l'indomani. Fummo vinti, e la gloria delle nostre aquile finì sullo stesso campo dove era nata ventitré anni prima.
Avrei potuto difendermi ancora perché i miei soldati non mi avrebbero abbandonato, ma non si voleva che la mia testa. Si domandò ai Francesi di consegnarmi ai nemici : era come chieder loro una viltà per costringerli a battersi. Io non valevo un sacrificio così grande. Non mi restava che di arrendermi. Non avevo altra scelta. Decisi così di arrendermi al nemico, sperando che si sarebbe accontentato dell'ostaggio che gli davo nelle mani, e che avrebbe messo la corona sulla testa di mio figlio.

Era impossibile metter questo fanciullo sul trono nel 1814; la cosa era, credo, conveniente nel 1815. Non ne dico il motivo, ma l'avvenire forse lo svelerà.
Non ho lasciato la Francia che al momento in cui il nemico ha preso contatto con le mie forze in ritirata. Poiché non v'erano che dei Francesi attorno a me, ho voluto restare in mezzo a loro solo e disarmato; era l'ultima prova di fiducia e di affetto che potevo dare. Era una grande testimonianza che io rendevo alla loro lealtà, al cospetto del mondo.
La Francia ha rispettato in me la disgrazia, fino al momento in cui ho lasciato per sempre le sue sponde. Sarei potuto andare in America, a portare in giro la mia disfatta nel nuovo mondo; ma dopo d'aver regnato sulla Francia, non si poteva abbassare il suo trono andando in cerca d'altra gloria.
Prigioniero su un altro emisfero, non ho più da difendere che la fama che la storia mi prepara. Essa dirà che un uomo, a cui tutto un popolo si è consacrato, non doveva essere così privo di meriti come i suoi contemporanei pretendono.

FINE


LA MORTE DI NAPOLEONE - IL TESTAMENTO DI NAPOLEONE


I FUNERALI A PARIGI NEL 1849 (originale)

Poi una singolare tesi:
Ma Francesco Giuseppe d'Austria, era il figlio del figlio di Napoleone?



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