ANNO 1796

NAPOLEONE BONAPARTE IN PIEMONTE 

(SULLA RIVOLUZIONE FRANCESE E NAPOLEONE
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L'esercito di Napoleone a Dego, dopo la prima vittoria francese a Montenotte

LE CONDIZIONI DEL REGNO DI SARDEGNA - LE FORZE AUSTROSARDE E QUELLE FRANCESI - IL BONAPARTE A CAPO DELL' "ESERCITO D' ITALIA" - IL PROCLAMA DI NIZZA - SCHIERAMENTO DEGLI ESERCITI -PIANO DI GUERRA DEL BONAPARTE - GLI AUSTRIACI PRENDONO VOLTRI - BATTAGLIE DI NONTENOTTE E DI MILLESIMO: EROISMO DI F. DEL CARRETTO - BATTAGLIE DELLA CEVA E DELLA BICOCCA: EROICA FINE DEL GENERALE DICHAT. - COMBATTIMENTO ALLA CAPPELLA SAN PO - VITTORIO AMEDEO III CHIEDE L'ARMISTIZIO - AVANZATA DEI FRANCESI - PROCLAMA DEL BONAPARTE ALLE TRUPPE -LA REPUBBLICA D'ALBA - ARMISTIZIO DI CHERASCO - IL GENERALE COLLI - TRATTATO DI PACE TRA VITTORIO AMEDEO E LA FRANCIA

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LE CONDIZIONI DEL REGNO DI SARDEGNA - LA SARDEGNA DEL 1796
PIANO DI GUERRA DEL BONAPARTE
BATTAGLIE DI MONTENOTTE, DI MILLESIMO, DELLA CEVA E DELLA BICOCCA.

La disfatta di Loano - lo abbiamo letto nel precedente riassunto - aveva peggiorato le condizioni del regno sardo: si aggravava il dissesto finanziario; la Sardegna era in preda alle lotte civili, che cessarono solo con la pubblicazione del diploma regio dell' 8 giugno 1796 con il quale il re VITTORIO AMEDEO III accordava ai Sardi quanto essi avevano chiesto; la Francia, che a più riprese aveva tentato di stipulare accordi, proponeva patti ritenuti dal sabaudo inaccettabili, di conseguenza preparava una nuova campagna; l'Austria si ostinava a non voler mandare altre truppe in difesa del Piemonte e a quelle che al sabaudo erano state promesse dal re di Napoli, il granduca Ferdinando III negava il passaggio attraverso la Toscana.

L'Austria aveva in Italia circa quarantottomila uomini di cui poco più di trentamila erano soldati di linea: e li comandava il vecchio generale GIAN PIETRO BEAULIEU (fama di valente stratega) successo all'inetto Devius; VITTORIO AMEDEO III disponeva pressappoco lo stesso numero di soldati, dei quali soltanto metà era effettivamente di linea: i due alleati quindi non avevano che poco più di cinquantamila combattenti con i quali però erano certi o almeno speravano di vincere l'esercito francese, il quale se aveva un numero eguale di uomini idonei alle armi era però lontano dalle sue basi e completamente privo del necessario.

Che l'esercito repubblicano fosse in deplorevoli condizioni era vero, ma gli Austrosardi non tenevano conto dell'entusiasmo che animava i Francesi, dei valorosissimi ufficiali che li comandavano, quali il MASSENA, il DALLEMAGNE, l'AUGERAU, il LA HARPE e il SERURIER e del genio militare del nuovo generalissimo che rispondeva al nome di NAPOLEONE BONAPARTE, che in pochi mesi non solo oscura tutti i generali di Francia in quanto ad abilità strategica, ma sconfigge e umilia uno dietro l'altro i migliori generali dell'Imperatore.

A ventisette anni, era a Parigi già famoso per aver cooperato a togliere l'assedio di Tolone fatto dagli Inglesi, per aver saputo con grande energia e rapidità il 18 ottobre del 1795 stroncare la sollevazione di Parigi, era poi stato il 12 marzo del 1796 dal Direttorio nominato capo supremo dell'esercito d'Italia in luogo dello Scherer, e con la prontezza che lo distingueva aveva migliorato le condizioni delle truppe; alle quali aveva infuso prima di partire, nuovo entusiasmo con il famoso proclama di Nizza del 31 marzo del 1796: "Siete nudi e mal nutriti. Il governo ha con voi molti obblighi e nulla può fare per voi. La pazienza, il valore mostrato fra queste montagne sono mirabili, ma non vi procacciano gloria, né illustrano il vostro nome. Io vi condurrò nelle più fertili pianure del mondo; città grandi, doviziose province, verranno colà, in vostra mano; colà troverete onore, gloria, ricchezze .... ".

E' tuttavia da sfatare che Napoleone alla partenza disponesse di una armata "brancaleone"; meschine erano le condizioni esteriori, scarse le dotazione di materiali e di danaro (spesso più che i successi militari è quest'ultimo che giova a tenere alto il morale delle truppe), ma non difettava di generali e di ufficiali di alto e provato valore. Bonaparte li potè prendere in tutti gli eserciti della Francia. La disciolta armata dei Pirenei gli diede Augereau, Lannes, Rampon, Victor, ecc. Da quella della Alpi ebbe Joubert ed il battaglione elvetico: E nell'esercito del Reno Moreau gli scelse diciottomila soldati valentissimi.
Ne riportiamo lo schema pubblicato in "La battaglia al ponte di Lodi", ripreso da Felix Bouvier: Bonaparte en Italie, Parigi, Libr, L. Cerf, 1899, - Doc. Annessi, pag. 693)


 

Vale qui la pena riportare interamente il
"PIANO DELLA CAMPAGNA D'ITALIA
TRACCIATO DAL DIRETTORIO
e affidato a Napoleone.
( VEDI QUI )

Il compito assegnato al Bonaparte era di tagliare i Sardi dagli Austriaci e costringere il Piemonte alla pace e all'alleanza con la Francia. L'esercito austrosardo teneva una linea lunga una novantina di chilometri: gli imperiali avevano la sinistra a Ovada e Voltaggio, il centro a Sassello e la destra nella valle della Bormida; i Piemontesi comandati dal generale COLLI si stendevano dalla Bormida al Colle dell'Argentina ed erano collegati con gli Austriaci, per mezzo delle truppe del generale PROVERA poste sulle alture di Cosseria a difesa delle gole di Millesimo.
Il BONAPARTE aveva l'esercito diviso in quattro corpi: uno, comandato dal SERURIER, fronteggiava da Garresio i Piemontesi del Colli; un altro, capitanato dal LA HARPE che aveva sotto di sé il Cervoni, occupava il territorio di Voltri: gli altri due con il MASSENA e l'AUGERAU stavano al centro. Questi due corpi con i quali si trovava il generalissimo, erano destinati a forzare il colle di Cadibona e a tagliare gli Austrosardi.

Il primo ad iniziare le ostilità fu il Beaulieu ( il quale, credendo che i Francesi con l'occupazione di Voltri (avvenuta il 25 marzo) intendessero minacciare Genova e poi per la Bocchetta scendere nel Monferrato, nella prima settimana di aprile assalì Voltri e con l'aiuto delle cannoniere del Nelson costrinse il nemico a ritirarsi alla Madonna di Savona, mentre il D'Argenteau si impadroniva del colle di Montenotte e invano tentava di aprirsi la via che gli sbarrava il Fornesy dal ridotto di Monte Negino.
La mossa del Beaulien, che aveva fatto spostare il suo esercito verso la sinistra, agevolò l'effettuazione del piano del Bonaparte, il quale, sempre fermo nel proposito di sfondare il centro nemico, richiamato il Laharpe, lo mandò contro il D'Argenteau e nel medesimo tempo ordinò al Massena di prendere alle spalle e al fianco, girando per Altare e Montenotte, lo stesso D'Argenteau. Questi, dopo un accanito combattimento che gli costò perdite gravissime, premuto da due parti e minacciato di accerchiamento, il 12 aprile del 1796 si ritirò in buon ordine a Dego.

Dopo la vittoria di Montenotte, per raggiungere lo scopo che era, come si è detto, di separare gli Austriaci dai Piemontesi, il Bonaparte, tenendosi per sé sei battaglioni e la cavalleria dello Stengel, ordinò all'Augereau di assalire a Millesimo il Provera e di puntare quindi su Montezemolo per operare con il Serrurier contro il Colli; i corpi del Massena e del Laharpe furono invece mandati contro Dego dove si era rinforzato il D'Argenteau.

Qui ebbe luogo, nella giornata del 14 aprile, un'altra accanita battaglia, e invano gli Austriaci si adoperarono per sottrarre ai francesi Dego: dovettero alla fine della giornata cedere e ritirarsi ad Acqui, lasciando il paese in balìa dei vincitori che si misero a saccheggiarlo per l'intera notte. Ma all'alba del 15 sopraggiunse da Sassello una colonna austriaca di tremilacinquecento uomini, comandata dal Colonnello WUKASSOWICH, il quale, sorpresi i Francesi addormentati ed ubriachi dopo il saccheggio, li sbaragliò e strappò loro Dego, Bormida, Sopravia e Maglioni.

Se il d'Argenteau fosse accorso in aiuto del Wukassovich forse la piega delle operazioni sarebbe stata dopo tutta diversa, ma, sebbene avvisato, non si mosse e il colonnello dovette sostenere gli assalti del Massena tornato alla riscossa, e dello stesso Bonaparte e, sopraffatto dal numero, dovette ripiegare nuovamente verso Acqui.

La ritirata del D'Argenteau lasciò scoperta la sinistra del generale Provera, che, investito dalle forze traboccanti dell'Augerau, presto si trovò a malpartito. In suo soccorso venne il colonnello DEL CARRETTO, il quale, avanzandosi in ricognizione con quattro compagnie di fanti e un battaglione di granatieri sardi, accortosi della critica situazione in cui si trovava il vecchio generale, audacemente si slanciò contro la brigata francese e con poderoso impeto la sbaragliò.
Questo successo però non poteva disimpegnare il generale piemontese, accerchiato da forze cinque volte superiori alle sue. Essendo impossibile la ritirata, i Piemontesi, anziché, arrendersi, si arrampicarono combattendo sulla cima del colle di Cosseria, dove sorgeva un antico castello dello stesso nome, ridotto dalle ingiurie del tempo ad un misero rudere, e qui resistettero coraggiosamente al fuoco dell'artiglieria nemica e a tre impetuosi assalti francesi, uno dei quali personalmente guidato da Napoleone Bonaparte.
Gloriosa fu la resistenza di quegli intrepidi, il cui numero non raggiungeva il migliaio e mezzo e che tuttavia si batté con valore per un giorno e una notte, causando al nemico la perdita di oltre mille uomini, fra cui tre prodi ufficiali: il Quenin, il Bauier e il Riondet; ed eroica fu la condotta di Filippo Del Carretto. Alle intimazioni nemiche di cedere la posizione, egli rispose fieramente: I granatieri sardi non s'arrendono ! e continuò a combattere fino a che una palla, che lo colpì al petto, non lo abbatté al suolo. Il generale Provera, alla fine patteggiò la resa ed ottenuti gli onori delle armi e le libertà per i graduati, consegnò Cosseria.

Dopo quella che è ricordata come LA BATTAGLIA DI MILLESIMO, l'Augerau occupò Montezemolo (15 aprile) dopo aver vinta la debole resistenza del colonnello Bellegarde, mentre il Colli, disperando dell'aiuto del D'Argenteau, inoperoso ad Acqui, si ritirava verso la Ceva; quindi il Bonaparte, lasciando per fronteggiare gli Austriaci del Beaulieu, Massena a Dego e il Laharpe a San Benedetto, si mosse contro Ceva.
Oramai soltanto il piccolo esercito piemontese doveva sostenere tutto il peso della guerra, tuttavia la sostenne con coraggio e i suoi primi successi e la bravura dimostrata ci fanno pensare che il Piemonte sarebbe stato salvo se il generalissimo austriaco, che già pensava di ritirarsi in Lombardia, si fosse mosso in aiuto del Colli o avesse vietato ai corpi del Massena e del Laharpe di andare a sostenere la divisione dell'Augerau.
Sebbene rimasto solo, il Colli difese meravigliosamente la fortezza di Ceva, sostenuta alla sinistra dal campo trincerato di Pedagiera e alla destra dal colle di Testanera. Queste due posizioni furono con impeto assalite dall'Angerau il 16 aprile del 1796, ma, i Piemontesi - tra cui si distinsero i granatieri Reali e il reggimento Acqui con il generale Brempt e i colonnelli Colli di Felizzano e Bellagarde - inflissero gravi perdite al nemico, lo respinsero e lo costrinsero a ripassar la Bovina e a ritirarsi a Paroldo.

Convinto che se i nemici, com'era da prevedersi, fossero tornati in maggior numero non avrebbe potuto resistere, il Colli lasciò una guarnigione nella fortezza e durante la notte si ritirò a Mondovì occupando la Bicocca e rafforzandosi sulle balze sovrastanti al fiume Corsaglia. Il Bonaparte, approfittando dell'inerzia del Beaulieu, richiamò le truppe del Massena e del Laharpe e con quelle del Serrurier decise di attaccare a S. Michele i Piemontesi.
All'inizio il Serrurier ebbe la peggio poichè gli altri generali non riuscivano a passare il Tanaro, in più i granatieri sardi del generale Dichat e la batteria del Ridotto gli causarono dolorose perdite impedendogli l'avanzata; ma quando il Guieu potè attraversare la Corsaglia e prendere alle spalle i difensori di S. Michele, le sorti mutarono e il villaggio e il castello furono conquistati. Nella mischia fu fatto prigioniero il valoroso Dichat.

La battaglia però non era finita: una compagnia svizzera che militava sotto le bandiere sarde, avendo visto che i Francesi vittoriosi si erano sbandati per saccheggiare, piombò improvvisamente addosso a loro, li sgominò e liberò i prigionieri; nello stesso tempo il Colli riconduceva i suoi alla riscossa.
Quel giorno 19 aprile, i Sardi diedero delle belle prove di valore: il sergente maggiore Blichaud, essendo stato ferito mortalmente il portainsegna Bellegarde, prese la bandiera e gridando "A me, Savoia !" trascinò allo scontro anche i dubbiosi; i colonnelli Varrax e Deloche con tre soli battaglioni respinsero a Biaglia un'intera brigata nemica. Subito riprese la mischia intorno a S. Michele; il castello, la batteria dei Rocchini e parecchi ridotti furono riconquistati e i Francesi messi in fuga lasciando sul campo numerosi soldati ed altri perdendone nelle acque della Corsaglia e del Tanaro.

Questa vittoria però non poteva mutare le sorti della campagna. Ridotto con soli settemila uomini contro un nemico tre volte più numeroso il Colli, dopo aver sentito il parere di un consiglio di guerra, si ritirò il giorno dopo a Vico e a Brichetto presso Mondovì, seguito dai Francesi. A Vico i granatieri reali fecero resistenza, ma non riuscirono a salvare la posizione. Più a lungo resistettero cinque battaglioni piemontesi, comandati dal Dichat, dal Bellegarde e dal Chiusano, sull'altipiano di Brichetto. Già il Serrurier era stato per due volte respinto quando giunse in suo sostegno dal lato di Breo la brigata Guieu. Il Brichat, che se n'accorse, volò da quella parte con una compagnia di riserva e il Colli, credendo che il generale fuggisse, cercò di trattenerlo gridandogli: "Dove andate, Dichat, perdete la testa? ", ma poi, accortosi che andava ad opporsi ai nemici sopraggiunti, lo seguì anche lui col battaglione Settler. Da quella parte la mischia divenne furiosa e forse i Francesi sarebbero stati respinti se una palla non avesse colpito in fronte Dichat. Caduto fra le braccia di un sergente, ebbe tempo di mormorare: "Andate a dire al Colli che è così che perde la testa il generale Dichat". La sua morte scoraggiò i granatieri che abbandonarono la battaglia, e i Francesi riuscirono a impadronirsi della posizione nonostante la disperata resistenza di un manipolo di artiglieri a S. Croce (21 aprile).

Il Colli allora sgombrò Mondovì con il grosso delle sue truppe, lasciandovi un presidio di milleduecento uomini comandato dall'Ellera; ma questi non fece, né poteva fare, alcuna resistenza e, poiché gli abitanti erano andati ad implorare i vincitori, entrò in trattative con i Francesi, cercando di perdere tempo il più possibile per dar tempo al Colli di allontanarsi, poi si arrese.

Quello stesso giorno, mentre i fanti che si erano sbandati dopo la rotta di Brichetto, si stavano riordinando sulla sinistra dell'Ellero, furono assaliti improvvisamente presso la Cappella San Po da duecento dragoni francesi capitanati dallo Stengel; ma in soccorso dei fanti giunsero da Carassone il colonnello Chaffardon e il maggiore Chevelu con centoventicinque dragoni del Re che sgominarono i nemici: lo Stengel, affrontato dal brigadiere piemontese BERTEU, fu sconfitto ed ebbe ferite così gravi che alcuni giorni dopo morì.
Il Colli con tutte le salmerie e la maggior parte delle sue truppe, il 23 aprile, riesce a stabilire il suo quartier generale a Fossano sulla Stura per coprire Torino e avvicinarsi al corpo del principe di Carignano. La fortuna - nonostante il valore dei suoi soldati - gli era fino allora stata contraria, ma, poiché l'esercito sardo contava ancora venticinquemila uomini ed era probabile che gli Austriaci venissero in suo aiuto, non disperava dell'avvenire.

VITTORIO AMEDEO CHIEDE LA TREGUA
AVANZATA DEI FRANCESI PROCLAMA DEL BONAPARTE
LA REPUBBLICA D'ALBA - L'ARMISTIZIO DI CHERASCO
PACE TRA IL RE DI SARDEGNA E LA FRANCIA

Ma se il Colli non si era perso d'animo, la corte di Torino, alla notizia delle vittorie francesi, era stata invasa dallo sgomento. La sera del 21 aprile fu convocato un consiglio straordinario al quale parteciparono i principi, i ministri d'Hauteville, Cravanzana e Graneri, i generali Salmour, De La Tour e Sant'Andrea col figlio Ignazio di Revel, l'arcivescovo di Torino Cardinal Costa e il primo presidente del Senato conte PEYRETTI. Prevalse nel consiglio l'opinione di quelli che consigliavano il sovrano alla pace, Vittorio Amedeo III inviò a Genova, presso il ministro francese FAYPOULT, Ignazio di Revel e il cav.Tonso, accompagnati dall'Ulloa, ministro di Spagna a Torino; ma il Faypoult rispose che il Direttorio si era riservata la facoltà di trattar la pace. La stessa risposta diede il Bonaparte, la sera del 23 aprile, al generale Colli, incaricato dal re di proporre una tregua ai Francesi; ed aggiunse che il Direttorio non avrebbe rifiutato di entrare in trattative purché fossero consegnate tre delle principali fortezze del Piemonte che erano Cuneo, Alessandria e Tortona.

Intanto il Bonaparte faceva occupare Alba dall'Augereau, la Trinità e Fossano dal Serrurier e Cherasco dal Massena, poi egli stesso raggiungeva quest'ultimo territorio (26 aprile), e indirizzava un proclama ai suoi soldati: "…Voi avete in quindici giorni vinto sei battaglie, preso ventuno bandiere, cinquantacinque cannoni, parecchie fortezze; avete conquistato la parte più ricca del Piemonte, fatto quindicimila prigionieri, ucciso e ferito oltre diecimila uomini; prima avevate combattuto per il possesso di sterili rupi, illustrate dal vostro valore, ma inutili alla patria. Ma oggi, con i servizi resi, eguagliate gli eserciti d'Olanda e del Reno. Di ogni cosa manchevole ad ogni cosa avete posto rimedio. Avete vinto delle battaglie senza cannoni, avete attraversato fiumi senza ponti, camminato per giorni senza scarpe, rizzate le tende senza acquavite e spesso senza pane. Solo le falangi della Repubblica, i soldati della libertà erano capaci di sopportare quanto avete sopportato voi " E additava inoltre altre e più lontane mete: Torino, Milano e Roma, spronava i suoi alla disciplina e assicurava alle popolazioni che sarebbero stati rispettati la religione, le proprietà e i costumi.

Man mano che procedeva nell'occupazione militare, obbligava i territori occupati a vettovagliare il suo esercito, metteva grosse taglie sulle città e sui feudatari e per servire la causa repubblicana e minare l'autorità del sovrano faceva propaganda rivoluzionaria e buon viso ai novatori, ordinava che fossero piantati gli alberi della libertà e promuoveva l'istituzione delle società popolari. Ad Alba permise che si facesse di più: IGNAZIO BONAFOUS e GIOVANNI RANZA presero il titolo di commissari del popolo e insieme con altri novatori costituirono la municipalità, proclamarono la sovranità popolare e la caduta del tiranno, rivolsero un manifesto al popolo piemontese e lombardo incitandolo alla rivoluzione e indirizzarono un appello a tutti gli italiani che servivano sotto le bandiere sarde ed austriache, invitandoli a disertare e ad accorrere sotto quelle delle libertà. Questi accenni rivoluzionari, che per altro non scaturivano da una nuova coscienza del Piemonte, persuasero il re della necessità della pace. Dopo un altro congresso, il 26 Vittorio Amedeo III incaricò il marchese COSTA e il generale DE LA TOUR di recarsi a Cherasco per concludervi l'armistizio.

Il Bonaparte li ricevette la sera del giorno dopo, poi alle due di notte del 28 aprile, furono firmati i patti dell'armistizio che il re si affrettò a ratificare. Con la CONVENZIONE DI CHERASCO i Francesi rimanevano in possesso di tutte le terre conquistate lungo la Stura da Demonte ad Alessandria, ricevevano le fortezze di Ceva, Cuneo e Tortona e il regno sardo si impegnava a rimanere neutrale durante la guerra e a dare libero il passo del Po sotto Valenza all'esercito francese. Il generale Colli, che si era dichiarato contrario all'armistizio, il giorno stesso della firma della convenzione rassegnò il comando dell'esercito nelle mani del De La Tour e indirizzò ai suoi soldati un commosso addio in cui si rifletteva tutta la nobiltà d'animo di quel prode capo, cui solo la fortuna, non il valore e l'abilità, era mancata. Concluso l'armistizio, Vittorio Amedeo diede mandato ad IGNAZIO DI REVEL e al TONSO di recarsi a Parigi per negoziare la pace che fu poi completata il 15 maggio del 1796.

Le condizioni erano molto umilianti per il regno di Sardegna: Vittorio Amedeo III era costretto a rinunciare alla Savoia e alle contee di Nizza, Tenda e Broglio, accettava di smantellare i forti di Exilles, della Brunetta e di Susa, permetteva ai Francesi l'occupazione di Castel Delfino, di Alessandria e dell'Assietta, che erano obbligati ad essere restituite alla fine della guerra generale; si obbligava di concludere con la repubblica una convenzione commerciale trattandola come la nazione più favorita; concedeva ai Piemontesi l'amnistia per reati politici e la restituzione dei beni confiscati; apriva il Piemonte alle truppe francesi e lo chiudeva a quelle nemiche; in compenso riacquistava la sovranità sulle terre invase.
Poi in sei articoli segreti il re di Sardegna cedeva S. Pietro e S. Antioco, si impegnava a demolire la "barricata di Demonte"; a chiudere i suoi porti alle navi nemiche, sequestrando quelle che vi erano dentro, rinunziava ai titoli che gli derivavano dalle province perdute e riceveva la facoltà di far risiedere in Piemonte le sue figlie che si erano sposate con i conti di Provenza e d'Artois di sangue reale Francese.


Seguiamo ora Napoleone, che all'armistizio di Cherarso ha ricevuto fra le altre cose, il via libera dal Direttorio, per superare il Po a Valenza, e dirigersi all'interno dell'Italia


siamo sempre nell'anno 1796 > > >

Fonti, citazioni, e testi
PAOLO GIUDICI - Storia d'Italia - Nerbini
L.A. MURATORI - Annali d'Italia

STORIA MONDIALE CAMBRIDGE - (i 33 vol.) Garzanti 
UTET - CRONOLOGIA UNIVERSALE
STORIA UNIVERSALE (i 20 vol.) Vallardi
STORIA D'ITALIA, (i 14 vol.) Einaudi
 
+ VARIE OPERE DELLA BIBLIOTECA DELL'AUTORE 
 

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