ANNO 1943 (1)

12 MESI DI DRAMMI

I piu' ambigui d'italia

PREMESSA
l'8 Novembre dello scorso anno Hitler ha già annunciato la "Guerra Totale"
Confermata poi da Goebbels nel gennaio di questo 1943.

"Aber Sewastopol ist num in  unsere Hand gefallen, und die Krim ist in unsere....Comunque Sebastopoli è ora caduta in mano nostra, e la Crimea è caduta in mano nostra e noi raggiungeremo un obiettivo dopo l'altro, con tenacia e caparbietà. Poi qualcuno di colpo cambia registro e dice: "E' stato un errore che i tedeschi abbiamo occupato Kirkenes o Narvik o che adesso siamo a Stalingrado...Ma che cercano a Stalingrado, proprio a Stalingrado!? E' un errore madormale, un errore strategico...!!" staremo a vedere se è stato un errore strategico. E mi si può credere quando dico che una zona che arriviamo a occupare la teniamo così saldamente che in questa guerra nessun altro riuscirà a farci sloggiare di lì. Ci potete fare affidamento".
(discorso di Hitler fatto a Monaco il 9 novembre 1942.
(Questo discorso di Hitler lo abbiamo in originale. Lo metteremo in seguito)

INIZIA L'ANNO 1943 - UN ANNO PIENO DI SORPRESE, DI COLPI DI SCENA
E DI DRAMMATICI EVENTI

IL 1° GENNAIO - Il Maresciallo Montgomery dopo la riconquista di Tobruk, aveva inseguito Rommel che rimasto senza rifornimenti, rimase bloccato e imbottigliato a El Alamein. Assediati e circondati 230.000 soldati, di cui 120.000 italiani questi verranno in varie fasi fatti prigionieri. Montgomery sparerà un milione di colpi nell'attacco; 10.000 uomini rimasero sul terreno, 15.000 i feriti, 30.000 cadranno nella trappola. Tutti gli altri, catturati successivamente con un'altra offensiva. A stento, prendendosi gli ultimi rifornimenti e abbandonando gli italiani appiedati nel deserto, Rommel si pone in salvo con la sua armata. Il 23 gennaio gli inglesi entrano a Tripoli.

Finisce il dominio italiano in Libia. Poi, l'ultimo atto il 12 maggio 1943 in Tunisia. L'Africa diventa un ricordo molto amaro per gli italiani, ancora più amaro per chi non tornò più, o chi fu fatto prigioniero; fino al 1946 (come il padre dell'autore che scrive. Quattro anni nei campi di concentramento in Rhodesia, prigioniero di quelli che in Italia seguitavano a chiamare "alleati". In campo di concentramento non si comportavano proprio per nulla come "alleati").

IN RUSSIA - Sei armate sovietiche continuano la loro pressione sulla 6a armata tedesca, e parte della 4a corazzata, tutte circondate a Stalingrado. La fascia difensiva dei tedeschi si è ridotta a circa 40 e 65 km. Il Gruppo corazzato di Hoth, pur rinforzato da reparti provenienti dalla Francia, per non essere accerchiato si ritira a 200 km da Stalingrado in direzione sud-ovest.

ITALIA - SICILIA -. Bombardieri anglo-americani compiono un incursione nella notte a Palermo causando vittime e danni. Gli anglo-americano vogliono sfiancare il morale per prepararsi il terreno di uno sbarco sull'isola. Questo non deve essenzialmente servire per liberare l'Italia dalle poche divisioni tedesche che sono attualmente nella penisola, ma ad alleggerire il fronte orientale delle armate di Stalin, costringendo le armate germaniche a frazionarsi per intervenire in Italia a bloccare quello che a Hitler sembra a tutti gli effetti un fronte aperto a sud della Germania.
L'invasione del'Italia e la sua capitolazione per gli anglo-americani era psicologicamente importante, ma strategicamente non era stata concepita per attaccare la Germania da Sud.
Diranno esperti militari
"Di sicuro non avrebbero iniziato ad attaccare la gamba, partendo dall'alluce, con davanti i 1000 chilometri della penisola da risalire e le Alpi da superare". Le basi aeree in Italia sarebbero state preziose, ma la guerra contro Hitler per vincerla bisognava farla terrestre.

Hitler cadde nel tranello, che compromise l'esito finale della grande battaglia in corso a Kursk. Mandando in direzioni diverse le armate, espose a grave rischio sia la difesa in Francia sia in Italia. E alleggerendo quella a Kursk rimase inchiodato pure in Russia.

3 GENNAIO - I sovietici si accingono a sferrare una robusta offensiva su quattro settori (Fronte di Brjansk, di Voronez, sud-occidentale e meridionale). Nel frattempo a Stalingrado continua l’agonia delle forze del generale Paulus. Mentre nel Caucaso von Kleist contiene la spinta russa arretrando su successive linee di difesa fra i fiumi Terek e Kuma. I sovietici riconquistano così in questo settore Mozdok e Malgobek.
Il Gruppo di armate del Don, di von Manstein, si batte valorosamente per tenere aperta la via di Rostov alla ritirata della 1a armata corazzata e alle altre unità del Gruppo di armate A. Ma la minaccia di uno sfondamento russo proprio in direzione di Rostov è ormai quasi certa.

7 GENNAIO - A Stalingrado la popolazione combatte ormai alla baionetta per la riconquista anche di un solo metro dentro la fascia difensiva tedesca, e che palmo a palmo ogni giorno si restringe; anche se i tedeschi dispongono di due piste di atterraggio per quei rifornimenti promessi da Goering piuttosto vaghi, inferiori al 90% rispetto a ciò che occorre. La situazione per il generale Paulus è ormai disperata.
Il Gruppo corazzato Hoth difende il corridoio di Rostov arretrando sotto gli attacchi convergenti della 5a, 2a e 28a armata sovietica. Tuttavia avanguardie sovietiche giungono a 40 km da Rostov, il quartier generale del mar. von Manstein che per un soffio non è interamente catturato.

8 GENNAIO - Rokossovskij, comandante del Fronte russo del Don, invia un ultimatum al generale Paulus, intimandogli la resa.
Il generale tedesco non osa disobbedire agli ordini del Fùhrer, che non prende neppure in considerazione l’eventualità di una resa. Frattanto i sovietici riconquistano Zimovniki, sulla linea ferroviaria Stalingrado-Novorossijsk, rendendo più concreta la minaccia di isolamento per il Gruppo di armate A di von Kleist, nel Caucaso.

10 GENNAIO - Scaduto l’ultimatum, Rokossovskij lancia la sua grande offensiva contro la 6a armata tedesca del generale Paulus.
Il generale tedesco resiste sia per senso del dovere, ma anche per alleggerire la pressione sul Gruppo di armate del Don e sul Gruppo di armate A, di von Kleist, che rischia di essere pure lui intrappolato nel Caucaso.

11 GENNAIO - Le armate sovietiche dei Fronti di Leningrado riescono a infrangere le linee tedesche e ad aprire un piccolo corridoio a sud del Lago Ladoga ghiacciato, che permette di far giungere alla città assediata rifornimenti per l'intero anno. Ma é così battuta dalle artiglierie tedesche questa striscia che sarà soprannominata il “corridoio della morte”.
All’estremità opposta dell’immenso fronte, nel Caucaso, il Gruppo di armate A di von Kleist ripiega dalla linea dei fiumi Kuma e Terek e i sovietici rioccupano Pjatigorsk, Georgievsk e Mineralnje Vodi.

ITALIA - Dopo Palermo, tocca a Napoli subire un pesante bombardamento delle forze anglo-americane, con alcune decine di morti e un centinanio di feriti. Le incursioni diventano quasi giornaliere.


14 GENNAIO - ROOSEVELT e CHURCHILL si incontrano a Casablanca per coordinare la strategia del dopo l'offensiva in corso in Africa.
Vi partecipa il presidente americano Roosevelt e il primo ministro inglese Churchill, il terzo “Grande”, Stalin non può intervenire in quanto trattenuto a Mosca dalle difficili operazioni militari in pieno svolgimento, ma si fa sentire con un messaggio ed esprime la sua opinione che i suoi due alleati debbono prendere in seria considerazione l'apertura di un fronte a ovest per costringere i tedeschi a difendersi su due fronti con la conseguente dispersione delle loro forze.
Gli Alleati sono d’accordo con Stalin; ma le divergenze sorgono dove quel fronte debba essere aperto. Roosevelt e il suo Stato Maggiore sono favorevoli ad uno sbarco in Francia da realizzarsi entro pochi mesi, mentre Churchill sostiene la necessità di attaccare prima il “ventre molle dell’Europa” (il Sud dell'Italia).
Tuttavia Churchill dà la sua parola agli americani di appoggiare il piano di uno sbarco in Francia (previsto per il 1944), e Roosevelt dà il suo consenso per la preparazione dello sbarco in Italia, più precisamente in Sicilia ("Operazione Husky") da effettuarsi in giugno-luglio.

Gli stessi storici e studiosi dell'arte militare che hanno definito l'operazione Husky una assurdità strategica, hanno pure sostenuto che le conseguenti lungaggini della campagna in Italia furono volute da Roosevelt per favorire l'amico Stalin che, sì, voleva un secondo fronte che distogliesse le forze tedesche dalle pianure russe, ma lo voleva tanto lontano da dargli il tempo di avanzare sino all'Europa centrale. Lontanamente lui pensava a uno sbarco nel sud Italia, con i Balcani vicini.
Ma lo sbarco in Sicilia, come sostenevano i servizi segreti americani, oltre che come diversivo, avrebbe facilitato, per il maggior effetto psicologico, la caduta del fascismo e la conseguente immediata capitolazione italiana; esattamente ciò che avvenne.

Negli incontri di Casablanca viene inoltre stabilito di intensificare i bombardamenti diurni e notturni su vasta scala sul territorio tedesco alfine di distruggere i centri di produzione industriale e interrompere le vie di comunicazione. La direttiva è affidata per la sua realizzazione al generale sir ARTHUR HARRIS , comandante supremo del Bomber Command inglese.
(vedi QUI CHI ERA e le sue missioni > > >
Si stabilisce infine di esigere da Germania, Italia e Giappone, alla fine del conflitto, la "resa incondizionata".

15 GENNAIO - I Russi a sud del Lago Ladoga attaccano la sacca di Stalingrado, il giorno dopo giungono a 10 chilometri dalla città. Passano poi all’offensiva, nel settore difeso dall’8a armata italiana.

17 GENNAIO - Per i tedeschi oltre Stalingrado (dove sono impegnate 7 armate russe per liquidare l'armata del generale Paulus), si aggrava la minaccia sul Gruppo di armate del fronte del Don, su Rostov e nel Caucaso. 13 armate russe sono in movimento sul fronte meridionale ingaggiando durissimi combattimenti contro la 2a armata ungherese che sarà chiusa due giorni dopo (il 19) in due sacche dai sovietici; lo stesso accade più a nord, presso Kastornoje, alla 2a armata tedesca.
Ma è la difesa del Don (Fronte russo di Voronez, in prossimità di Rossos, sulla linea ferroviaria Voronez-Rostov) a cedere vistosamente sotto i colpi della 6a armata sovietica e dal 1° Gruppo d’assalto. A farne le spese è l'8a armata italiana , minacciata di accerchiamento. Il corpo alpino italiano, sta per essere aggirato; la drammatica situazione fa scompaginare l'armata che dovrà aprirsi la strada disordinatamente combattendo per disimpegnarsi e raggiungere le forze tedesche sul Donec.
La Julia, la Tridentina, la Cuneense, comandato dal gen. Reverberi, per alcuni giorni, fino al 21, si batte eroicamente per tener aperta la via alle altre divisioni di fanteria già in ritirata; sta per iniziare la tragica marcia di ripiegamento e inizia la triste odissea del corpo di spedizione ARMIR.

300 chilometri a piedi nella neve sulle sconfinate steppe russe in pieno inverno, con i soldati senza mezzi, affamati, sfiniti, umiliati dai tedeschi che li ritengono degli straccioni e attribuiscono i motivi della sconfitta agli italiani. Di questi, 84.830 non riusciranno a rivedere l'Italia. E se sviliti erano gli uomini del regime partiti con tanto entusiasmo, ancora più sviliti erano i sostenitori della sinistra, che non volevano la guerra, ma che dovettero vivere la loro tragedia proprio in territorio bolscevico. Due dottrine che non avevano più alcun punto di riferimento, e i seguaci si accusarono a vicenda (finalmente disincantandosi) di aver creduto a due ideologie, in quelle ore per l'Asse fallimentari e per i Russi non ancora del tutto vincenti ma a quel punto per gli italiani già amare e tragiche. 
Quando poi gli scampati raggiunsero l'Italia  non avevano neppure più amici in Patria; in molti casi nemmeno più i parenti, quelli che quando partirono avevano fatto festa, e curati e vescovi impartite benedizioni, credendo a quel canto "vado, vinco e torno".
 Hanno tutti combattuto per nulla, anzi per aver resistito sono accusati perfino di aver ritardato la disfatta di Hitler.
(Recentemente in televisione abbiamo visto un tale  vantarsi che nel preparare in Italia le munizioni da inviare  ai tedeschi e agli italiani al fronte russo, le faceva difettate per farli perdere. Che eroe! Dio ci salvi dai Caini!)
Del resto Montanelli cosa ha scritto su L'Italia dell'Asse, Rizzoli ed. 1981 ?-  Quando scoppiò la guerra nel '1940 "I più fecero come chi scrive, cioè nulla. Ci lasciammo portare dagli avvenimenti quasi dissolvendoci in essi, e senza contribuirvi nè in un senso nè nell'altro. Quelli di noi che vennero richiamati alle armi, cioè quasi tutti, non furono soldati traditori, ma nemmeno buoni soldati". E se fece lui "nulla" che era un ufficiale, cosa potevano fare gli altri poveri cristi che dovevano ubbidire? Li portarono al macello!
Eppure il Corriere della Sera, del 24 giugno 1940  in prima pagina scriveva "L'Italia contribuisce in modo positivo a modificare profondamente la situazione strategica  e il rapporto delle forze in questo teatro della guerra"  (adesso sappiamo che quel "contribuisce" era falso! Che ufficiali come Montanelli "non contribuivano").

Ma il paradosso doveva ancora verificarsi; dopo essere alcuni scampati a questa tragedia, rientrati in Italia, dislocati a Merano, Bolzano, dopo l'8 settembre (vedi) furono deportati in Germania.
(vedi la testimonianza di un sopravvissuto > >

Altri, quelli che riuscirono a fuggire diventarono partigiani, e altri ancora rientrati nelle proprie case e famiglie, dovettero rientrare nei ranghi dell'esercito della nuova Repubblica di Salò, salvo essere dichiarati disertori. Così, sia i primi che i secondi ex amici e commilitoni combattenti dell'Armir, compagni di tante sofferenze, reciprocamente iniziarono a darsi la caccia e qualcuno pagò solo perchè avendo famiglia e temendo ritorsioni si era presentato alla chiamata per non essere incolpato di diserzione e passato per le armi. (questa era la legge di guerra; sia al Nord ed anche al Sud).


Il 22 gennaio, all’estremo sud, i sovietici riconquistano Salsk, sulla linea ferroviaria Stalingrado-Novorossijsk. Il 23 i sovietici dopo durissimi combattimenti entrano a Voronez, uno dei più critici settori della linea tedesca.
Prosegue intanto la tragedia della 6a armata a Stalingrado, che dal 26 dicembre è senza sufficienti viveri; al massimo 50 grammi di pane e una brodaglia di minestra. Le condizioni fisiche dei difensori ovviamente ne risentono; la maggior parte dei soldati sono debilitati. La Luftwaffe, invece di viveri (come aveva con millanteria promesso Goering) un giorno ha lanciato 200.000 manifestini di propaganda.
Nel Frattempo nel Caucaso, mentre von Kleist si ritira rapidamente, i sovietici rioccupano Armavir, centro ferroviario sulla linea Rostov-Baku.

AFRICA - 23 GENNAIO - Dopo la conquista di El Alamein il 23 ottobre, dopo la conquista di Tobruk il 13 novembre, proseguendo la sua avanzata verso occidente, alle 5 del mattino l’8a armata inglese di Montgomery, entra a Tripoli. Finisce così il dominio italiano sul "bel suol d'amor". A Roma ci si straccia le vesti. Si dà la colpa ai tedeschi. Come se l'Italia era lì per caso.

Rommel ritira le sue truppe sul confine tunisino, impegnando seriamente Montgomery. Ma il 20 febbraio le forze dell’Asse vengono ristrutturate: il gen. Messe assume il comando della 1a armata italiana. Cessa di esistere l’Africa-Corp, italo-tedesca di Rommel che resta con questo nome per qualche settimana.
Il gen. Giovanni Messe viene designato a succedere al feldmaresciallo nel comando supremo delle forze armate italo-tedesche in Africa, quando ormai l'VIII armata britannica è già alla frontiera tra la Libia e la Tunisia.
Le residue forza italo-tedesche al comando di Messe, si attestano sulla cosiddetta “linea del Mareth”, costruita dai francesi tra il 1934 e il ‘39 tra Djebel Dahar e il mare presso Mareth appunto, per difendersi da un eventuale attacco italiano dalla Tripolitania; la linea difensiva del Mareth fu chiamata enfaticamente la “Maginot del deserto”, ma in realtà era formata da poche decine di fortini nella zona costiera, e da qualche buona posizione fortificata in quella montana.
Il 13 maggio (come vedremo più avanti) i resti dell'Afrika Korp, sono costretti (!?) alla resa. Per l'Italia sarà l'ultimo combattimento suol suolo africano.

RUSSIA - 26 GENNAIO - Sta per compiersi l'ultimo atto a Stalingrado. Il generale Paulus sa che è ormai finita, i russi hanno spezzato in due tronconi la sua armata. Chiede a Hitler l’autorizzazione ad arrendersi, ma il Fuhrer ha seccamente risposto: Le proibisco di capitolare. La 6a armata terrà le posizioni fino all’ultimo uomo e all’ultima cartuccia”. E' una follia e Paulus si rassegna per qualche ora all'inutile calvario. In compenso Hitler il giorno dopo lo nomina feldmaresciallo, ma Paulus nello stesso giorno si arrende ai Russi.
Hitler lo maledice, affermando che ha disonorato l'esercito tedesco, preferendo la resa al suicidio. Da quel giorno HItler non nominerà più nessun Feld Maresciallo.

Dei 284.000 tedeschi chiusi nella sacca, circa 160.000 hanno perso la vita, oltre 34.000 sono stati evacuati per via aerea. La Luftwaffe ha perduto 500 aerei da trasporto. I sopravvissuti, poco più di 90.000, saranno avviati a piedi verso la Siberia; molti moriranno di inedia o assiderati durante la terribile marcia di trasferimento. Il 7 novembre, Stalin annuncerà che 146.300 corpi di soccombenti nella sacca e durante il trasferimento, sono stati raccolti e bruciati.


31 GENNAIO - L'intero presidio a Stalingrado è annientato dai Russi, con la distruzione totale del gruppo di armate tedesche circondate ad ovest del centro di Stalingrado. Si sono arresi il comandante generale Paulus col suo Stato Maggiore e altri 50 generali.
Il giorno dopo, Paulus parla alla radio sovietica ai tedeschi a nome dei cinquanta generali.

"Dass funfinzig generale aus der Kriegsgenfangenschaft heraus ihr eigenes Volk und ihre eigene Werrmacht aufrufen......Il fatto che dal campo di prigionia cinquanta generali esortino il loro popolo e il loro esercito a terminare la guerra e a rivolgere le armi contro il proprio governo, è un avvenimento unico nella storia dei popoli. Come si è potuto arrivare a tanto? - Questa è la domanda che si porranno tutti coloro che udranno questa esortazione. Ma è forse una guerra patriottica  del popolo tedesco? Si tratta solo di una guerra di rapina provocata e voluta da Hitler, una guerra mai vista finora che viene condotta con metodi folli....."
(Questo discorso di Paulus lo abbiamo in originale. Lo metteremo in seguito).

((( "Il comandante tedesco della 6° Armata Gen. Friederich Paulus, comunemente lo si indica spesso von Paulus. Questi, sebbene coniugato con una parente della famiglia reale romena, non aveva, di per sè, alcun titolo nobiliare e quindi non era un classico Junker con tanto di particella nobiliare "Von" davanti al cognome")))

NEL FRATTEMPO (PROPRIO ALLA VIGILIA DELLA DISFATTA)
GOEBBELS 
il 30 gennaio 1943 RIPARLA DI "GUERRA TOTALE"

"
In ungezahlten Briefen aus allen Schichten unseres Volkes ...
. Da innumerevoli lettere provenienti da tutti gli strati sociali del nostro popolo giunge all'orecchio dei capi la richiesta di arrivare alla guerra totale. Se il nemico ha creduto che qualche rovescio ci poteva scoraggiare, si è sbagliato. Questi rovesci erano e sono per noi solo un segnale di allarme per arrivare alla GUERRA TOTALE, che eravamo ormai decisi ad affrontare"
(Questo discorso di Goebbels lo abbiamo in originale. Lo metteremo in seguito).

GLI FA ECO NELLO STESSO GIORNO
GORING

"
Und jeder Deutsche, noch in tausend Jahren, muss mit heiligen Schauren......Ogni tedesco, anche fra mille anni, dovrà pronunciare la parola Stalingrado con un sacro brivido, ricordandosi che qui in ultima nalisi la Germania ha posto il suggello della vittoria finale. Così comandò la legge, la legge dell'onore, ma anche principalmente la legge della strategia militare. E questa legge della strategia militare non serve null'altro che alla salvezza del nostro popolo"
(Questo discorso di Goring lo abbiamo in originale. Lo metteremo in seguito).


UN INFERNO PER L'ITALIA
INIZIANO I BOMBARDAMENTI DELLE CITTA'


Iniziano in Italia i selvaggi bombardamenti sulle città  da parte degli anglo-americani. Se alcune grandi città vengono sconvolte non sono risparmiate neppure quelle piccole, pur non essendo obiettivi strategici. Nè - nonostante le promesse- sono risparmiate le grandi città d'arte. Oltre che il cinismo vi è anche molta superficialità dei piloti.
Un giorno una squadriglia di bombardieri diretta a Treviso su un obbiettivo ben preciso (Mestre-Treviso)  non trovandolo a causa della nebbia, tornando indietro vedendo in basso alcune deboli luci, su questa si alleggerì delle sue bombe, scaricandole a casaccio, causando una distruzione immane e una strage di civili (confessione di un pilota inglese)
; la città colpita era Vicenza.
Ma anche Milano, con questa superficialità e cinismo (alleggerirsi del carico), ebbe nel '44 una delle più grandi tragedie di tutta la guerra in Italia. (I 200 PICCOLI ANGELI DI GORLA - ne parleremo a suo tempo)

31 GENNAIO - ITALIA - Bombardamenti anglo-americani colpiscono la Sicilia, in particolare Catania, Trapani e Augusta. Il 3 febbraio un'altra incursione a Palermo causa numerose vittime e gravi devastazioni.
Il 4 febbraio incursioni su Torino e La Spezia provocano numerose vittime e notevoli danni.
Il 7 febbraio, altri bombardamenti su Cagliari e ancora Napoli.
Il 14 febbraio, 100 quadrimotori della RAF investono Milano provocando vittime e danni molto gravi: è la prima di una lunga serie di incursioni sulla grande città lombarda per distruggere fabbriche di armi e materiale bellico. Ma interi quartieri civili, monumenti e opere d'arte sono polverizzati.
Il 17 febbraio un violento attacco aereo alleato su Cagliari e dintorni provoca più di 100 morti e danni ingenti.
Il 20 febbraio, ancora Napoli, con diverse incursioni di bombardieri che causano, secondo fonti ufficiali, 119 morti e 332 feriti.
Il 23 febbraio una squadriglia di bombardieri anglo-americani devastano Messina.
Il 25 febbraio la RAF dà inizio a una offensiva aerea ininterrotta sull’Europa. Si divideranno i compiti: gli inglesi (più cinici) effettueranno i bombardamenti notturni, mentre agli americani (che si rifiuteranno sempre di bombardare alla cieca di notte - lo faranno poi pure loro in Giappone) saranno riservati quelli diurni.
Il 26 febbraio, Cagliari viene devastata da un incursione bombardieri della RAF: i morti accertati sono 73, mentre i feriti sono 286
Il 27 febbraio incursione di bombardieri in Siracusa provoca numerose vittime e ingenti danni.
L'11 marzo bombardieri anglo-americani nuovamente su Palermo causando vittime e danni gravi.
4 aprile - Violente incursioni aeree alleate su Napoli, Palermo, Siracusa e Carloforte (Sardegna) : secondo fonti ufficiali nella sola Napoli si contano 221 morti e 387 feriti.
5 aprile - Bombardìeri anglo-americani attaccano nuovamente Palermo, Trapani, Marsala e Porto Empedocle causando danni molto gravi
15 aprile - Bombardamenti aerei anglo- americani su Napoli, Palermo, Catania e Messina causano un centinaio di morti e gravi distruzioni.
16 aprile Palermo e Catania devastate da un violento attacco di quadrimotori americani.
Il 17, nuova incursione su Palermo, Catania e Siracusa provoca numerose vittime e danni gravissimi.
24 aprile quadrimotori americani effettuano un’incursione su Napoli e dintorni causando 50 morti.
26 aprile bombardieri colpiscono Grosseto (causando 74 morti e danni gravissimi), l’Isola di Sant’Antioco (Sardegna) e le città di Augusta (Sicilia), Bari e Trani.
28 aprile nuova pesante incursione su Napoli causa numerose vittime e gravi danni.
6 maggio Disastrosa incursione aerea alleata su Reggio Calabria: si contano 150 morti e danni molto gravi.
9 maggio Senza sosta i bombardamenti sulla Sicilia: particolarmente gravi le conseguenze di un'altra incursione su Palermo.
13 maggio, due incursioni su Cagliari di aerei anglo-americani causano gravissimi danni.
Bombardieri alleati colpiscono Sassari e varie altre località dell’isola causando una ventina di morti. Viene attaccata anche Civitavecchia che è gravemente danneggiata.
22 maggio Bombardieri anglo-americani martellano la Sicilia e la Sardegna: particolarmente gravi i danni causati dall’attacco su Messina e Reggio Calabria.
29 maggio Gravissimi danni e numerose vittime a Livorno devastata dai bombardamenti
30 maggio Ricompaiono sul cielo di Napoli i bombardieri ed è la sessantesima incursione aerea sulla città
4 giugno Due incursioni aeree alleate su Taranto e dintorni causano una ventina di morti e gravi danni.
Poi toccherà a Roma ! (VEDI pagina a parte )
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16 MARZO - Scrivendo il 9 febbraio una lettera a Stalin, Churchill, aveva previsto la fine della campagna in Africa per l’aprile, la conquista della penisola italiana entro luglio e lo sbarco in Francia in agosto.
Il 16 marzo Stalin scrive a Roosevelt, e si lamenta senza mezzi termini del “tradimento”, cioè il ritardo delle operazioni in Africa e la mancata preparazione dello sbarco in Francia.La Vostra risposta poco chiara in relazione all’apertura di un secondo fronte in Francia ha provocato qui un’inquietudine che non posso nascondervi".


19 MARZO - I tedeschi con alcune controffensive hanno riconquistato Charkov, e Belgorod, a nord di Charkov. Il Gruppo di armate di Hitler si riporta in pratica sulle posizioni invernali del 1941.
In previsione del disgelo, Hitler preme perché si affrettino i preparativi in vista di una grande offensiva, da aprirsi non appena le condizioni del terreno lo permetteranno, per spezzare alla base il grande saliente sovietico di Kursk e annientare le ingenti forze che il nemico vi ha ammassato.
Prevedendo l’ovvia mossa tedesca, i sovietici a nord di Belgorod, a ovest di Kursk, fortificano con ben otto linee difensive concentriche e centinaia di migliaia di mine il saliente, preparandosi metodicamente a quella che poi sarà la maggior battaglia dell’intera guerra,
una delle più gigantesche battaglie di carri armati di ogni tempo (operazione “Cittadella” - "Battaglia di Kursk" )

NEL FRATTEMPO IN ITALIA

5 MARZO -
Un'ondata di scioperi investe l'Italia produttiva; soprattutto nelle maggiori fabbriche del settentrione. Pur causati da rivendicazioni di tipo economico, per le difficili condizioni di vita delle città, assillate da grossi problemi di approvigionamento di tutti i generi di prima necessità, gli scioperi assumono un immediato significato politico di protesta contro la guerra e di sfiducia nel fascismo. A coordinare questi movimenti e a dargli questo significato é quasi solo la sinistra comunista, l'unica a vantare una efficiente organizzazione antifascista nel Paese.

23 MARZO
- ITALIA - L'ondata di scioperi investe rapidamente tutta la Lombardia e il Piemonte. I grandi complessi industriali Fiat, Pirelli, Falk, Marelli si fermano; gli operai cominciano a costituire delle cellule e tentano alcuni attivisti di dare alle manifestazioni  un carattere anche politico. Proprio per questo si hanno delle azioni repressive che porteranno a circa 2000 arresti. A Roma viene sostituito SENISE, il capo della polizia accusato di aver usato troppa fermezza anche con i fascisti.
Sarà poi lui l'uomo dell'ex regime che chiamerà il capo del governo Badoglio il 25 luglio per mantenere l'ordine (!). E Senise diventerà  ancora più repressivo. Ovviamente schierandosi da un'altra parte della barricata (e come vedremo sbagliando ancora una volta).

7 APRILE
- Mussolini e Hitler si incontrano a Salisburgo; il Duce dopo le cocenti sconfitte degli eserciti dell’Asse su tutti i fronti, propone di fare un armistizio, una pace separata con con i russi, abbandonare quel fronte e rafforzare e concentrarsi sul settore europeo meridionale. Mussolini nello stesso tempo teme un'invasione in Italia di Hitler in Alto Adige e fa concentrare nei dintorni di Merano e Bolzano, tutti i soldati che sono rientrati o stanno rientrando dalla Russia.
Ma il Fuhrer non sente ragioni; soggioga il Duce con le sue mirabolanti visioni di vittorie future, anche in Africa. (“Duce” dice tra l’altro “io vi garantisco che l’Africa sarà difesa. Verdun resistette all’attacco dei migliori reggimenti tedeschi. Non vedo perché non dovremmo resistere anche noi in Africa. Col vostro aiuto, Duce, le mie truppe faranno di Tunisi la Verdun del Mediterraneo..”): Mussolini si lascia convincere.
Goring annota nel suo diario: “Il Fuhrer mi ha detto che in questi quattro giorni il Duce ha ritrovato la sua forma migliore... Il duce capisce perfettamente che per lui non c’è altra alternativa, se non vincere o morire con noi”.

AFRICA - Il giorno prima, il 6 aprile notte, l’8a armata del gen. Montgomery ha sferrato un poderoso attacco alla linea dell’Akarit. A mezzanotte la 4a divisione indiana raggiunge quota 275 aggirando cosi da sud l’Akarit. Ma la linea non viene sfondata e le truppe dell’Asse possono retrocedere ancora verso nord, verso cioè la nuova linea difensiva di Enfidaville, una serie di rilievi che si estendono fino al Djebel Mansour e che rappresenta l’ultima protezione di Tunisi. Le perdite dell’Asse sono enormi: la divisione italiana Centauro è stata sciolta e quelle che sono rimaste non raggiungono il 50% degli effettivi.
Il giorno dopo L’8a armata inglese si ricongiunge con la 1a armata americana non lontano da Graiba, nel golfo di Gabès.

30 APRILE - ITALIA - L'alta borghesia e i vertici industriali con Volpi di Misurata, Agnelli, Donegani, ma soprattutto Pirelli stabiliscono contatti con le forze antifasciste sia all'interno del Paese che all'estero per condurre un'azione che possa portare alla fine della guerra subito dopo aver rovesciato il fascismo e lo stesso Mussolini. E' il momento più critico della classe imprenditoriale finora al servizio del fascismo che ora però non dà più credito all'uomo che proprio questa classe ha portato al potere. Una classe che non ha certo le intenzioni di chiudersi al resto del mondo. Hanno ricevuto appoggi, incentivi, grandi commesse per la guerra, vari benefici, ma il mondo ora sta camminando in altre direzioni.
Questa nuova presa di posizione era avvenuta fin dal 1939, e già allora l'appoggio era iniziato a diminuire, prima tiepidamente, poi sempre piu' marcato.

Uno dei più attivi é ALBERTO PIRELLI, che mette a repentaglio più volte la propria vita e la propria azienda attivandosi con vari incontri all'estero, per coordinare delle iniziative con gli anglo-americani e per trovare una via di uscita onorevole e senza traumi per l'Italia. Vuole organizzare una strategia comune di tutti coloro che vogliono fare qualcosa (lo stesso Mussolini vorrebbe) ma non sanno come fare, non hanno né lucidità né vedono alcune alternative. Più che un imprenditore Pirelli diventa un "rivoluzionario", un partigiano delle idee, che stimola i suoi colleghi, tutti pervasi ormai da un duplice fatalismo.
I capitalisti, nella critica situazione, vedono solo due alternative, se vincono i tedeschi temono la colonizzazione dell'Italia, o nella eventuale loro sconfitta vedono il fantasma bolscevico. Ma Pirelli non é dello stesso parere, si può mettere da parte il fascismo,  si può trovare una soluzione con i tedeschi, con gli anglo- americani, e si può anche allontanare il bolscevismo.

L'idea era quella non di far cadere Mussolini, ma spingere lo stesso a persuadere Hitler a ritirare le truppe in Italia e acconsentire un armistizio con i nemici.
Ad attivarsi è pure Bastianini (firmerà poi l'ordine Grandi) che scrive prima a Mussolini il 14 giugno paventandogli il disastro in Italia; invitandolo a incontrarsi con Antonescu (Min. Est. Romania) mirante a mutare la politica degli stati minori staccandoli dal Reich; a chiedere l'armistizio nel prossimo cincontro con Hitler.
Poi lo stesso Bastianini invierà il 14 luglio, un appunto al Vaticano, al Cardinal Maglione, accennandogli che ci sono voci
d'iniziative del Papa che non sarebbe alieno dal prendere, qualora avesse la sicurezza preventiva di un assenso italiano e tedesco.
Bastianini riceve pure -alla vigilia dell'incontro di Feltre- una nota di Alfiere chiedendo fino a quando avremmo potuto seguire la Germania nei suoi piani.


Avere una visione chiara è estremamente difficile. Nessuno sa da che parte si schiereranno gli italiani nell'ipotesi che cada il fascismo e lo stesso Mussolini, come molti vorrebbero.

Insomma non sono problemi da poco. Ma é Pirelli  in prima persona a condurre alcune trattative importanti. Lui ad avere le idee più chiare sullo scenario politico e militare, e ciò che si sarebbe venuto a creare con una eventuale traumatica rimozione di Mussolini che molti vogliono ma altri temono il peggio.
Se lo ascoltavano si potevano risparmiare all'Italia due anni di guerra civile fratricida e due anni di  distruzioni.

Sarà ancora Pirelli, durante e a fine guerra a trovare aiuti e comprensione all'estero per non far distruggere e per far risorgere l'industria italiana. (da leggere i suoi Taccuini. Ma non possiamo non riportare in questa sede una parte della sua azione, che riteniamo importante per far comprendere anche tutto il resto. - vedi questo link
ALBERTO PIRELLI >>>>

8 MAGGIO - Con un violento bombardamento alleato cominciano i preparativi per la conquista dell’isola di Pantelleria (operazione “Corkscrew”). Punto strategico per la prevista invasione della Sicilia.

9 MAGGIO - Il clima politico e le intenzioni di sopra non passano inosservate ai tedeschi. L'osservatore di Hitler in Italia DOLMANN, informa il Furher e i comandi germanici di un possibile colpo di Stato proveniente o dai militari o dal re stesso. Viene subito messo in stato operativo il "progetto Alarico" che prevede l'invasione e l'occupazione immediata dell'Italia; non per combatterla, ma per disarmarla qualora chieda unilateralmente un armistizio.
Molto prima dell'8 settembre, giustificando i motivi più vari (la difesa del territorio italiano in previsione di uno sbarco anglo- americano in Sicilia, è dato per imminente) ammassano in Italia e nei pressi dei confini, alcune divisioni. I generali italiani protestano, vorrebbero per la difesa della Patria che rientrassero dalla Francia e dalla Grecia i reparti italiani invece di utilizzare quelli tedeschi, ma alla fine si piegheranno alla volontà tedesca. Non hanno la forza di imporsi; in seguito si accuseranno a vicenda. Insistono nel richiedere il rientro dei reparti italiani - ma è prorpio questa richiesta ad allarmare ancora di più i tedeschi.

DOPO STALINGRADO  E' LA VOLTA DELL'AFRICA

Le armate inglese incalzano gli anglo-tedeschi nella loro ultima disperata difesa nella Tunisia Settentrionale. Il 13 maggio è lo stesso comando tedesco ad emettere il bollettino che la "resistenza italo-tedesca in Nord Africa è cessata oggi. L'eroica lotta è finita con onore". Con onore ma l'Africa non è più nè italiana nè tedesca.

IL 13 MAGGIO
gli ultimi italiani rimasti in Africa, in Tunisia, comandati dal Generale Messe (che aveva appena preso il comando a inizio anno dopo essere stato esautorato in Russia l'anno precedente) si arrendono (su suggerimento di Mussolini) al generale inglese Freyberg. Messe poi volerà a Londra come prigioniero di lusso, e riceverà da Mussolini la nomina a Maresciallo d'Italia. Ma stranamente dopo l'8 settembre sarà lui, rientrando in Italia a novembre, a coordinare (sic. !!) con la nomina a Capo di Stato Maggiore l'esercito del Governo del Sud, regio-badogliano.
Tra tedeschi e italiani hanno deposto le armi circa 250.000 uomini. Il gen. Alexander invia a Churchill il seguente messaggio: “E' mio dovere informarla che la campagna di Tunisi è terminata. Ogni forma di resistenza nemica è cessata. Noi controlliamo le spiagge del Nordafrica...”.

Un boccone amaro per gli italiani. Ma Mussolini e il "Corriere della Sera"
hanno ancora la "suprema certezza nella vittoria".



Intanto, risolto l'ultimo problema in Africa, sul territorio tunisino si concentrano ora le forze anglo americane per preparare il contingente per lo sbarco in Sicilia ("operazione Husky"). L'intenzione -come abbiamo già detto- era solo di far scendere nella penisola una parte delle armate tedesche in modo da poter sguarnire quelle sul Reno e quelle impegnate in Russia (ed infatti accorreranno in Centro e Sud d'Italia armate tedesche perfino dalla Russia e poi anche dalla Francia).
Hitler -come accennato- cadrà in questo tranello, infatti smobilita alcune divisione nella "battaglia dei giganti" a Kurks, lasciando allo sbando in Russia alcuni generali, che in certi casi stavano perfino resistendo.
Inoltre commette l'errore di farle scendere oltre la "linea gotica", per dar man forte a Kesselring, mentre Rommel avrebbe preferito fin dall'inizio guarnire una potente difesa sull'Appennino tosco-emiliano. Ma al solo pensiero di considerare perse Roma e il Sud Italia, Hitler dava in escandescenze. Prevalse la linea di Kesselring. Le conseguenze furono che dirottando ingente forze sull'Italia, Hitler indebolì il fronte russo, e in seguito fu pure carente di mezzi e uomini nel contrastare lo sbarco in Normandia.
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Negli stessi giorni -dal 12 al 25 MAGGIO, si riunisce a Washington la Conferenza Trident cui prendono parte il presidente Roosevelt, il premier britannico Churchill e i capi degli Stati Maggiori Combinati. Oggetto della conferenza è la messa a punto della strategia anglo-americana alla luce dei recenti sviluppi in Africa, sul fronte sovietico oltre che nel Pacifico. La Conferenza Trident approva l’ultima elaborazione del piano di massima per l’invasione della Sicilia (operazione “Husky”), ivi compresa la data (10 luglio) e la zona di sbarco. Verranno effettuate le azioni più opportune per eliminare subito l'Italia dal quadro della guerra, per avere a disposizione mezzi e uomini nella ormai decisa invasione dell’Europa nord-occidentale (operazione “Overlord”) da iniziarsi al principio di maggio del 1944. L’invasione in Francia prevede una gigantesca offensiva aerea e una imponente flotta per lo sbarco, e per far questo occorreranno uomini e mezzi.
Del resto lo sbarco in Sicilia, ed una eventuale avanzata nello stivale, è solo un diversivo, gli anglo-americani non intendono di sicuro invadere la Germania dalla penisola e attraverso il massiccio delle Alpi.

15 MAGGIO - Il Re compila alcune note con le quali fa una panoramica sulla situazione generale; molto preoccupato, medita di sganciarsi dall'alleato tedesco.

Il 15 maggio 1943 VITTORIO EMANUELE III ha già maturato l'idea di sganciarsi dal suo alleato. La "tragica commedia" dell'8 settembre ha inizio quattro mesi prima; gli italiani non sanno nulla, mentre ai tedeschi tutti coloro che stanno guidando l'italia nel suo ultimo atto prima della tragedia, giurano di "marciare con loro fino in fondo".

(gli appunti del Re con delle realistiche riflessioni - su 6 fogli di block-notes)

"15 MAGGIO 1943 - APPUNTO N. 1

"STATI A NOI ALLEATI
"1) Germania nel suo quinto anno di guerra
è stanca e sfiancata: in Russia ha forze
molto meno numerose di quelle sovietiche;......................
I nostri nemici hanno forze ingenti........

Nei sei fogli che seguono, il Re medita seriamente di sganciarsi dai tedeschi; percepisce che il Reich può avere un crollo improvviso; prevede le prossime mosse degli anglo-americani (sbarcheranno forse in Sicilia, ma non certo per invadere la Germania partendo dalla lontana isola; bombarderanno invece le città italiane, forse faranno contemporaneamente qualche sbarco, mentre apriranno un altro fronte nella parte nord-occidentale); intuisce che l'Italia non può contare sulle sue misere forze; capisce che sull'arrivo di forze tedesche (impegnate seriamente in Russia) poco si può contare; avverte che questo stato di cose è certamente noto agli anglo-americani; medita di fare possibili cortesie ai governi inglesi e americani; e termina che "la situazione per noi non è davvero lieta e da' molto da pensare".....


Pur con questa pessimistica visione (non lontana dal vero) V.E. III e Badoglio credettero di poter dominare la difficilissima situazione con e dopo il 25 luglio senza però aver fatto grandi passi ("le cortesie") con gli anglo-americani: il Sovrano e il Maresciallo affrontano così in un modo forse troppo superficiale per non dire irresponsabile: a) la caduta di Mussolini e del regime fascista; b) lo sganciamento dai Tedeschi; c) sperano solo -perchè non si sono ancora mossi- in un armistizio onorevole con i nemici; d) hanno la pretesa alla firma di Cassible (dopo aver consegnato le armi, la marina e l'aviazione) di passare nelle file dei vincitori; e) illudendosi iniziano a chiamare i nemici Alleati (mentre invece l'Italia rimase "nemica" fino al 10 settembre 1947 - senza sconti resistenziali- ...Italy, having surrendered unconditionally - cioè "arresa"). (vedi Armistizio e il Trattato di Pace)


Bonomi propone di rivolgersi al nemico, ma il ministro della Real Casa Aquarone rispose che il RE "nella sua lealtà non poteva ammettere" trattative con gli anglo-americani" (Cfr. Bonomi, op. cit. pag. XXXIX)


IL 15 MAGGIO si ricostituisce in Italia il Partito Comunista Italiano, PCI, dopo che Stalin da tempo sciolta l'Internazionale comunista ha dato... il suo benestare alla sinistra italiana. Anche perché a Mosca si fanno progetti per la Nuova Europa compresa l'Italia.
Favorevoli alla linea di Mosca anche i Cattolici Comunisti (!). Che usciranno pochi mesi dopo con "Voce operaia" con questo titolo.


(Il giornale è del 9 novembre. Quando a Milano il 1° di novembre, si sono già costituiti i GAP (Gruppi d'Azione Patriottica) formazioni di gruppi di uomini per condurre la guerra partigiana, organizzata in prevalenza dal PCI.)

IL 2 GIUGNO
- Invitato dal re, Bonomi vara un progetto in cui si contempla l'allontanamento di Mussolini dalla guida delle Forze Armate, il ripristino dello Statuto (che non era mai decaduto fin dalla dichiarazione di guerra) che vuole il re alla guida militare e propone un governo militare. Ma il re é contrario a questa soluzione. Forse ne cerca una dove non venga chiamato in causa con una partecipazione attiva alla guerra e quindi meno compromettente in caso di sconfitta. Preferisce il giorno dopo informarsi da DINO GRANDI quale atteggiamento assumerebbe la Camera in caso di destituzione di Mussolini.

IL 17 GIUGNO Una personalità vaticana, il Nunzio BORGONCINI, informa il re che Roosevelt, in caso di sganciamento dell'Italia dai tedeschi, riserverebbe al  Paese un trattamento di favore. Ma non sono riferiti i termini, né come militarmente si riuscirà a bloccare la violenta reazione tedesca in Italia in un eventuale armistizio unilaterale.
Si ipotizza uno sbarco alleato solo in Sicilia, ma ne é taciuta la reale consistenza (sarà in grande stile, ma poco incisiva, per la posta in gioco che c'era. Tuttavia la Sicilia in tanti modi favorì questo sbarco, e gli stessi contingenti italiani relativamente si impegnarono a contrastarlo; le relazioni di quei giorni confermano che ci fu subito uno sbandamento totale.
(vedi poi il 17 agosto - i veri e i falsi comunicati) 


IL 24 GIUGNO - In un discorso (reso pubblico solo il 5 Luglio) Mussolini conferma al direttorio del PNF la sua determinazione di continuare la guerra a fianco dei tedeschi nonostante la minaccia di uno sbarco. E qui che pronuncia la storica frase "bisogna che non appena questa gente tenterà di sbarcare, sia congelata su quella linea che i marinai chiamano del bagnasciuga, li fermeremo nel bagnasciuga".
Comunque anche lui con vari contatti (con l'inglese Hoare, il vecchio amico fin dal 1917) sta valutando la possibilità di un armistizio, che  ritiene possibile chiedere, ma solo dopo due-tre mesi, cioè non prima di aver fatto rientrare tutti i reparti italiani impegnati a fianco dei tedeschi che si trovano nell'area mediterranea (circa 1.500.000 di uomini) e non prima di aver predisposto un piano di difesa e un appoggio allo sbarco in accordo con quelli che dovrebbero diventare i nuovi alleati.
Questi contatti non avranno però l'esito sperato, anche perché altri lo hanno preceduto e le laboriose trattative sono quasi sulla linea d'arrivo.
Inoltre vogliono sbarazzarsi di lui; i suoi nemici e quelli che lui crede amici.

IL 25 GIUGNO Giovanni Gentile fa un discorso alla nazione che invece di risollevare il morale sembra il rintocco di una campana a morto, tanto é deprimente e pieno di rassegnazione per la sconfitta.

Il 2 LUGLIO a Milano si tiene una riunione clandestina; si organizza  un Comitato con le forze antifasciste pronte ad intervenire con un programma d'Unita' Nazionale nel caso di un rovesciamento del regime che ormai viene dato per imminente. Vi partecipano GIOVANNI GRONCHI per la DC, LELIO BASSO per MUP, RICCARDO LOMBARDO per i Pd'A, CONCETTO MARCHESI per il PCI, ROBERTO VERATTI per il PSI, LEONE CATTANI per il PLI.

9 LUGLIO - Dopo circa un mese di attacchi aeronavali sull'isola di Pantelleria, l'11 giugno il presidio si è arreso a una divisione inglese. La caduta di Pantelleria (il giorno dopo si arrende anche il presidio di Lampedusa, il giorno seguente Linosa) consente alle forze alleate aeree del Mediterraneo di concentrare gli sforzi in preparazione dell’operazione "Husky”.
Contemporaneamente si fiacca il morale delle forze italiane che presidiano la Sicilia. Senza soste vengono effettuati bombardamenti su Catania, Palermo e Messina. Conquistata poi anche l'isola di Lampione, gli anglo-americani controllano tutte le isole del Canale di Sicilia.
Il 18 giugno incursione di bombardieri su Messina. Ripetuto il 25 giugno con gravi danni e un centinaio di morti. Il 2 luglio altra incursione con vittime e ingenti danni.
Dal 12 al 2 luglio, i bombardieri sganciano sull'Italia oltre 2.000 tonnellate di bombe, con effetti disastrosi sulle località colpite, sui civili e sul morale delle truppe.
 
Sta per iniziare la "Campagna d'Italia" (operazione Husky) delle armate americane e britanniche.
Intanto tutta la situazione interna si sta decomponendo. Il fascismo si sta avviando alla crisi; la popolazione che si oppone alla guerra e spinge per uno sganciamento dai tedeschi esprimono ormai un sentimento generale; è immanente la crisi psicologica in tutti gli ambienti oltre che civili in quelli militari. L'esercito italiano è prossimo al collasso. Si tessono vari complotti.
Da radio Londra, il colonnello Stevens parla in modo chiaro agli italiani: "L'Italia riuscirà a superare vittoriosamente la presente fase critica. Aiutatevi, che gli Alleati vi aiutano".

Ma nel frattempo il Bomber Command di Harris, non perdona, le città italiane sono prese di mira con selvaggi bombardamenti; anche quelle città che non hanno nessun valore strategico. E infatti alla distruzione del morale degli italiani che Churchill e Harris puntano.
Ma non solo gli italiani sono in ascolto di Radio Londra, ma anche i Tedeschi che si aspettano da un momento all'altro il voltafaccia, il tradimento dell'alleato.

Hitler è insomma al corrente delle proposte avanzate da qualche alto ufficiale e da personalità politiche per la ricerca di una pace separata con gli Alleati.


LO SBARCO IN SICILIA

IL 9-10 LUGLIO ingenti forze aeronavali del generale EISENHOWER sbarcano in Sicilia; sulle coste di Gela, Licata, e Vittoria la 7A Armata al comando del generale americano PATTON. Sulla costa da Capo Passero a Siracusa sbarcano i reparti della 8a Armata del Maresciallo MONTGOMERY.
Churchill scrive che nello sbarco sono stati impiegati 160.000 uomini, 600 carri armati, 1800 cannoni, 14. veicoli, 1375 navi da guerra, 1124 mezzi da sbarco, oltre 4000 velivoli.

Gli italo-tedeschi dispongono sull'intera costa sicula (pari a 1.100 km) di 270.000 uomini (la 6a armata italiana - 230.000 uomini- al comando dal gen. Alfredo Guzzoni, e la divisione tedesca Hermann Goring 40.000 uomini), hanno a disposizione nell'intero bacino mediterraneo 324 velivoli italiani e 780 tedeschi, 165 carri armati tedeschi, e circa 100 italiani, e hanno 2 cannoni per chilometro. In grado di respingere una incursione di un commando ma non di certo una invasione in grande stile come quella che si è scatenata.
Lo sbarco infatti è avvenuto senza grandi difficoltà, anche se si sono verificati molti inconvenienti a causa del mare agitato, un lancio notturno di paracadutisti fallito (13.400 paracadutisti, del colonnello americano James M. Gavin) e l'errore di scatenarsi su Caltanisetta convinti che ci fosse il Comando Forze Armate dell'Asse, mentre questo era ad Enna.

Nell'arco di un mese, tutti i campi di aviazione dell'isola sono saldamente in mano alleata. Gli americani hanno catturato 18.000 prigionieri e hanno perso, tra morti e feriti, un migliaio di uomini. Patton, completa l'occupazione a ovest dell'isola (ad Agrigento entrano il 17 luglio, a Caltanissetta il 18 luglio, Trapani e Palermo saranno liberate il 22 luglio). Montgomery con le sue truppe marciando verso est incontra invece resistenze prima Catania poi a Messina; vi arriveranno solo il 6 agosto subendo pesanti perdite nello scontro con i tedeschi che fanno affluire nel sud ingenti forze di difesa, ma subendo essi stessi grosse perdite. Nei giorni che seguirono, le notizie che trapelarono era che molti italiani si erano arresi in massa e che i tedeschi altrettanto in massa fuggivano. Insomma la nuova Caporetto sembrava vicino.
Sorpresa all'estero per la facile e rapidissima conquista di 100 miglia di costa

Winston Churchill e il presidente americano Roosevelt lanciano un appello agli italiani affinché decidano “se vogliono morire per Mussolini e Hitler oppure vivere per l’Italia e la civiltà”.

IL 15 LUGLIO
precipitando le cose il re chiama al suo fianco il Maresciallo Badoglio per trovare una soluzione al dramma che va compiendosi di ora in ora dopo lo sbarco. Badoglio (come Bonomi prima) prospetta un governo fatto da militari e politici antifascisti. Il re vorrebbe invece quello formato da tecnici e militari.
Nel frattempo (ma è quasi passato un mese) si fanno alcuni vaghi sondaggi con gli americani per una soluzione del tipo armistizio, e qui inizia un continuo scambio di contatti, più ufficiosi che ufficiali, che non sembrano trovare  una soluzione onorevole, perchè alla conferenza di Casablanca si é deciso una sola condizione: la resa incondizionata totale e la consegna da parte degli italiani delle tre armi. Quest'ultima condizione é la più dura perchè vorrebbe dire disarmare i reparti all'interno del Paese e all'esterno, quando gli stessi reparti -  lo sanno tutti - sono addirittura alle dipendenze operative dei tedeschi o, fuori dall'Italia, a stretto contatto con gli stessi nelle varie occupazioni in Francia, Slovenia, Grecia, Isole, Jugoslavia, Albania ecc ecc).

16 LUGLIO - De Bono, Maria De Vecchi, Farinacci, Giuriati, Teruzzi, Bottai, Acerbo, Boffai, i fedeli gerarchi della prima ora, chiedono di incontrarsi con Mussolini. Criticano il suo operato e la gestione del potere che ha avuto in mano solo lui, quello militare e quello politico.  Da GRANDI viene chiesta la convocazione del Gran Consiglio del Fascismo per discutere un ordine del giorno dove si intende mettere le basi per una nuova gestione della drammatica situazione che si sta creando nel Paese. Con il dissenso negli stessi ranghi del partito e nei quadri dirigenti, l'ostilità ai tedeschi sta diventando palese anche sui giornali. Motivo: gli sbarchi anglo americani in Italia che stanno già con successo conquistando la Sicilia; e che presto dilagheranno anche sul continente. Ma soprattutto - come leggeremo nelle pagine seguenti - dopo il bombardamento del 20 luglio di Roma.

Qui poniamo la domanda fatale: poteva e doveva il re opporsi al fascismo con mezzi più energici e decisivi? Poteva, nei momenti cruciali - nell'ottobre 1922, nel giugno 1924, nel gennaio 1925, nel giugno 1940 - imporre la sua volontà a Mussolini? Certo, poteva per lo meno tentarlo, se fosse stato un altro uomo, se la sua concezione della monarchia costituzionale e dei compiti del sovrano fosse stata diversa. Ma quale era, in definitiva, questa concezione? -
Ivanoe Bonomi, un uomo che in seguito pronunciò un giudizio molto severo su Vittorio Emanuele, riferisce che, nel giugno 1943, respingendo una sua proposta di governo politico-militare da sostituire alla dittatura di Mussolini, di fronte alla descrizione dei pericoli che la monarchia correva ritardando il suo intervento o intervenendo in modo diverso, narra che il sovrano disse: "La nazione può sempre fare quello che vuole".


La vitalità e la combattività del Reich erano, invece, tutt'altro che diminuite, in quel primo semestre del 1943. Anzi, la preparazione avanzata delle "armi segrete" non escludeva la possibilità di un miglioramento radicale della situazione. Tuttavia, mentre Mussolini vedeva approssimarsi il giorno in cui il compito di difendere il regime fascista sarebbe stato assunto dalla SS., il re sapeva che la perdita della nostra forza militare avrebbe significato la soppressione della indipendenza politica del nostro Paese.
Per queste ragioni, già nel gennaio del 1943, il re decise di intervenire per trarre il Paese dalla tragica situazione nella quale andava precipitando. Era evidente, ormai, che lo stesso regime fascista andava disgregandosi. I reduci dalla Russia tennero un'adunanza in Roma, nel teatro Quirino, e pubblicamente attaccarono le alte gerarchie del partito, accusandole di corruzione.

Il mito dì Mussolini decadeva rapidamente sotto il peso delle sconfitte. Fallita, dunque, la direzione politico-militare della guerra, la decisione ultima spettava al re, comandante supremo delle forze armate.
Questi pensieri e questi propositi del sovrano trapelarono. Essi furono accortamente diffusi dall'Acquarone, specialmente nell'ambiente del Senato, allo scopo di sommuovere le acque, e di promuovere qualche riviviscenza di forze politiche diverse da quella fascista. Molto contribuì, alla ripresa dell'agitazione antifascista, l'attività dei principi di Piemonte. Tanto Umberto che Maria José, a Roma come a Torino, cominciarono ad ascoltare personaggi politici della vecchia classe dirigente, e qualche antifascista della nuova generazione. Particolarmente attiva la principessa ereditaria, che dalla sua generosa e civilissima patria di origine e dalla sua vasta e moderna cultura traeva simpatie molto vive per il liberalismo storico di Benedetto Croce, per il partito d'azione e per il socialismo, sebbene queste due ultime correnti si manifestassero nettamente repubblicane.

Le vecchie personalità dell'antifascismo uscirono dai loro rifugi e dai loro studi, per stringersi intorno ad Ivanoe Bonomi: erano i liberali e giolittiani Einaudi e SoIeri, i popolari De Gasperi, Spataro e Gronchi, il senatore Casati, il venerando Vittorio Emanuele Orlando. In verità, non c'erano che due formazioni clandestine veramente organizzate ed efficienti: íl partito comunista e il partito d'azione, che poteva contare su potenti appoggi del ceto dei dirigenti industriali. Tutte queste forze eterogenee, nel primo semestre del 1943, si raggrupparono in un comitato di agitazione in cui presero posto i liberali, i popolari, che ora si denominavano democratici cristiani, i vecchi riformisti che, con alcuni radicali e massoni, presero il nome di democrazia del lavoro, i socialisti e i comunisti.
Questo raggruppamento, attraverso Bonomi, entrò in contatto con Badoglio (che per il suo alto grado militare aveva la possibilità di vedere il re), e, sul comodo terreno del Senato, con l'Acquarone e col vecchio ammiraglio Thaon de Revel.
L'acuto "prefetto -di palazzo" conosceva a menadito la psicologia del re. Egli sapeva che bisognava creare una certa agitazione politica, per dare al sovrano la concreta sensazione che i suoi propositi corrispondevano a una reale corrente d'opinione. Vittorio Emanuele ascoltò alcuni di questi uomini. L'opinione degli altri gli venne riferita da Badoglio e da Acquarone. A tutti egli dette l'impressione di una estrema diffidenza. In realtà, egli attendeva il momento giusto. Questo momento non poteva essere che l'imminenza -perduta la Sicilia- dell'invasione dell'Italia continentale.

Alle sollecitazioni di ascoltare direttamente la voce delle opposizioni antifasciste, e di concordare con loro l'azione necessaria, il re obbiettò l'impossibilità di mantenere, in Italia, il segreto di una così vasta e grave congiura. Egli non ignorava che i tedeschi erano presenti in ogni ministero, in ogni pubblico ufficio con la loro quinta colonna. Egli non ignorava che i tedeschi in borghese a Roma erano molte migliaia e che in poche ore potevano trasformarsi in una organizzata forza di specialisti. Per questa ragione, non solo egli era molto cauto, ma intervenne, ad un certo punto, per imporre la stessa cautela ai principi di Piemonte. Si narrava a Roma che un giorno, a pranzo, egli avesse ordinato alla nuora di non interessarsi ulteriormente di politica. Anzi, la principessa venne allontanata dalla capitale.
Del resto, le trattative e i maneggi delle opposizioni non erano gran che interessanti e allettanti.

Nella coalizione, i più pratici e realisti erano, naturalmente, i comunisti che, messa da parte ogni considerazione ideologica, erano pronti a collaborare con chiunque fosse disposto a combattere contro i nazisti e i fascisti: erano loro, appunto, che propugnavano l'unità d'azione e la convenienza di promuovere l'iniziativa del re. Ci volle il bello e il buono per persuadere i giovanotti del partito d'azione a "servirsi" della monarchia.

In principio, i sei gruppi congiurati accettarono la tesi di Acquarone: un governo militare presieduto da Badoglio e composto di funzionari che, nello spazio di pochi giorni, doveva "liquidare" il regime fascista, per essere poi sostituito da un governo presieduto da Bonomi e composto dagli esponenti dei sei gruppi, col mandato di concludere alla svelta la pace separata con gli alleati.
Successivamente, si adottò una tesi più spinta: presidenza Badoglio e vice presidenza Bonomi con ministri Einaudi, Casati, Soleri, De ' Gasperi, Comandini, un socialista, un comunista e via dicendo.
Finalmente, ai primissimi di giugno il re acconsentì a ricevere Bonomi. Il vecchio sovrano non aveva mai avuta una comunicativa facile. Il colloquio, tuttavia, ebbe molti aspetti umani, alcuni dei quali persino patetici. Bonomi, che non lo vedeva da moltissimi anni, lo trovò molto invecchiato e malandato. Il re, viceversa, trovò l'ex presidente del consiglio molto florido e prestante. Cominciò col lagnarsi dei reumatismi, della vista che gli diminuiva e degli acciacchi della vecchiaia. Ostentava la sua decrepitezza, quasi si lamentasse di quella pretesa che gli sorgeva intorno insistente: la pretesa che proprio lui, così vecchio e così solo, dovesse prendere un'iniziativa che avrebbe dovuto toccare ad uomini più giovani e vigorosi.

Bonomi ebbe l'impressione che il re volesse sfuggire agli argomenti concreti. Ma egli sapeva molto bene che cosa l'ex presidente del consiglio avrebbe finito per dirgli. Gli antifascisti non avevano mutato avviso: Badoglio presidente, Bonomi vice presidente con ministri liberali, democristiani, demolaburisti, azionisti, socialisti e comunisti. Bisognava, secondo gli antifascisti, che il governo avesse un chiaro, inequivocabile carattere politico, tale da costituire di per se stesso la più netta sconfessione del fascismo e la più solida garanzia per gli alleati ai quali si sarebbe dovuto chiedere la pace separata. La prospettiva di una immediata reazione germanica, lungi dal preoccupare gli antifascisti, apriva, secondo loro, la maggiore prospettiva di essere gettati nel campo degli alleati, non più come nemici sconfitti, ma come cobelligeranti, sia pure di fatto.
Il re non rispose, non espresse giudizi, né favorevoli, né sfavorevoli; Bonomi comprendeva che questo silenzio significava rifiuto, e non esitò ad avvertire il sovrano che ogni rinvio, ogni diverso indirizzo avrebbe compromesso, forse irrimediabilmente, la dinastia. Fu a questo punto che Vittorio Emanuele III rispose, freddamente, che "la nazione poteva fare sempre quello che voleva».

Ma si rendevano conto, gli antifascisti, della realtà della situazione? Si rendevano conto che un ministero di cui avesse fatto parte un comunista, cioè un rappresentante dell'Unione Sovietica, avrebbe scatenato una reazione germanica così violenta, da non lasciarci il tempo di prendere un qualche utile contatto con gli alleati? Può darsi che gli alleati si sarebbero fidati più di un Bonomi che di Badoglio; ma un governo Bonomi avrebbe avuto a sua disposizione non i quarantacinque giorni del governo Badoglio, per intavolare e concludere trattative, ma pochissimi giorni e forse poche ore.

Noi oggi sappiamo, per le rivelazioni fatte dai capi responsabili degli Stati Uniti e dell'Inghilterra, che, occupata la Sicilia, le Nazioni Unite non sarebbero sbarcate in Italia; ma avrebbero concentrate tutte le loro forze contro la Francia occupata e in un secondo tempo contro la penisola balcanica. Quindi, se noi ci fossimo fatti attaccare dai nazisti, istituendo un governo che avesse rivelato il nostro proposito, la Germania avrebbe avuto tutto il tempo di schiacciare il nostro Paese. Alla resa dei conti, poco ci avrebbe giovato il sacrificio personale del re e di alcuni vecchi esponenti dell'antifascismo.

I propositi di Bonomi e dei suoi amici erano, dunque, molto nobili, ma poco politici, poco pratici. Il dovere del capo dello Stato non era di cercare delle romantiche soluzioni, ma di limitare, nella misura del possibile, le conseguenze di un ventennio di colpe e di errori.
Il re si era già mosso sul campo della realtà, che era prima di tutto una realtà militare. Aveva manovrato Badoglio, che conservava, naturalmente, una forte influenza negli ambienti dello stato maggiore. Così, si ottenne l'eliminazione di Cavallero, uomo acquisito ai tedeschi; e venne messo, alla testa dello stato maggiore generale, Ambrosio, che già era capo dello stato maggiore dell'esercito, uomo rigido, sicuro, pronto ad eseguire gli ordini del re, anche in senso antifascista.
Il sovrano aveva rinnovato l'arma dei carabinieri, che era comandata da un uomo di sua fiducia, l'Hazon, e dalla quale era minutamente informato della situazione.

Mentre tutti gli esponenti dell'antifascismo concludevano che il silenzio del re significava che non si poteva più contare sulla monarchia, il sovrano attendeva il momento giusto. Il momento che egli attendeva era, esattamente, lo sbarco degli alleati in Sicilia. Da San Rossore venne immediatamente a Roma. Vide Badoglio e, per la prima volta, gli domandò esplicitamente se avrebbe accettato la successione di Mussolini. Ma quando il maresciallo gli disse che avrebbe portato con sé al governo Bonomi, Einaudi, Soleri, Orlando e via dicendo, proruppe, in dialetto piemontese: Ma sono dei fantasmi! - Anche noi, Sire, siamo dei fantasmi! . Risposta umoristica, ma non pertinente. Comunque, risposta non generosa. Veniva da quell'arido vecchio, una dolorosa protesta: "E su chi fondiamo un colpo di Stato di così vasta portata?
Sui settantenni nostri coetanei? E i giovani? Dove sono i giovani?"
Nessuno, in campo antifascista, si rendeva conto che il re aveva non solo deciso tutto, ma preparato tutto. Meglio informati erano i fascisti: quei gerarchi che avevano sempre fatta un po' di fronda contro la dittatura di Mussolini, Grandi, Ciano stesso, Bottai, Federzoni, De Vecchi, e quelle più recenti personalità che, entrate nei ranghi dopo lo stabilimento della dittatura, erano assurte alle cariche che davano accesso al Gran Consiglio. Erano esattamente quei gerarchi che nel marzo 1940 avrebbero dovuto stringersi intorno a Ciano e offrire al re la base politica per la destituzione di Mussolini.

Il più acuto e maturo di questi era, indubbiamente, Grandi. Costui si rese conto che il re, diversamente dal marzo 1940, era più temibile di Mussolini. Il gruppo degli alti papaveri non aveva via di scampo.
D'altra parte, il re non poteva eliminare Mussolini, senza eliminare, con lo stesso gesto, il regime fascista. Nessuno meno del re avrebbe potuto distinguere Mussolini dal fascismo. Infatti, l'azione degli alti gerarchi si era limitata alla mormorazione. Quando essi potevano e dovevano agire, esattamente nel marzo 1940 - ed avrebbero agito non in base a presupposti democratici ma proprio per salvare il "loro" regime, proprio per dimostrare la sua vitalità e la sua capacità di interpretare e di difendere gli interessi della nazione - si erano chinati alla volontà del dittatore. Con questo, essi si erano tagliati fuori da ogni soluzione: non erano, dunque, i loro mormorii che potevano scaricarli di una tremenda corresponsabilità.

Grandi, tuttavia, concepì un audace disegno per strappare al re l'iniziativa e per costringerlo a non escludere i gerarchi fascisti dalla soluzione. Nacque, così, in articulo mortis, il famoso ordine del giorno col quale si invitava il re a prendere in mano la situazione, cioè a privare Mussolini della suprema direzione del Paese.
Proprio in quel momento, gli ingenui gerarchi si facevano una mentalità democratica e parlamentare. Costituitasi in Gran Consiglio una maggioranza a favore dell'ordine del giorno di sfiducia, il re avrebbe dovuto affidare a questa maggioranza la soluzione della crisi: un governo Grandi o Ciano, come programma massimo, un governo Badoglio-Grandi o Badoglio-Ciano come programma minimo.

IL COLPO RIESCE - Si badi bene. Esistono numerose testimonianze di contatti e trattative tra il re e le grandi personalità politiche del vecchio regime. Nessuna traccia di accordo esiste però tra il re e i membri del Gran Consiglio. La cronaca di questa famosa seduta è nota. E desta stupore lo strano atteggiamento di Mussolini, praticamente remissivo. Ignorava tutto? I propositi del re, i maneggi degli antifascisti, la congiura dei gerarchi, il tranello dell'ordine del giorno? Sapeva tutto. La sua apparente remissività era solo una prova della sua consapevolezza. Ma sapeva pure che se avesse usato la forza della polizia contro coloro che gli chiedevano conto dei suoi misfatti, data la situazione che si era ormai creata, il vaso avrebbe potuto traboccare.
Egli aveva una sola speranza: che in definitiva il re non gli avrebbe ritirata la sua fiducia. Il vecchio sovrano era stato abilissimo. Fino al 25 luglio, infatti, nessuno di quelli che lo avevano avvicinato, né Bonomi, né Thaon de Revel, né Soleri, e nemmeno lo stesso Badoglio, potevano dire che egli avesse acconsentito al "colpo di Stato". In realtà, gli uomini che lo circondavano e i loro collaboratori, Badoglio, Ambrosio, Acquarone, Castellano, Carboni, Hazon, si erano limitati a "capire" i silenzi del re. Essi avevano agito a loro rischio e pericolo, destramente spronati e incoraggiati dal "prefetto di palazzo", in modo che il re potesse intervenire, senza bisogno di scoprirsi, esattamente nel momento più favorevole.
Di tutti i personaggi di questa cupa tragedia, i meno consapevoli erano gli antifascisti: costoro non solo ignoravano i veri rapporti tra il re e Mussolini, ma erano persuasi che il re fosse attaccato al fascismo. I più consapevoli erano i gerarchi fascisti, proprio perché fra loro c'era Ciano, che sapeva tutto dei rapporti tra il suocero e il re.

Mussolini si recò a Villa Savoia persuaso di dovere affrontare una delle solite dispute. In definitiva, l'abituale minaccia della guerra civile sarebbe bastata a ridurre il vecchio ad un innocuo brontolio. Egli non sapeva che non c'era più materia per disputare. Non sapeva, soprattutto, di non essere già più capo del governo, primo ministro, presidente del consiglio dei ministri e cento altre cose. L'aveva fatta lui, la legge del dicembre 1925 sulle prerogative del capo del governo? In questa legge si stabiliva che il decreto di accettazione delle dimissioni del capo del governo doveva essere controfirmato dal suo successore. Le sue "dimissioni" erano un fatto compiuto, nel momento in cui entrava a Villa Savoia.

Si può formulare un'altra ipotesi sulla relativa sicurezza con la quale Mussolini si recò dal re, ipotesi che può essere fondata sulle Memorie del dittatore, apparse nel Nord-Italia, col titolo Il bastone e la carota. Egli riteneva che, al massimo, il sovrano si sarebbe attenuto alla lettera dell'ordine del giorno del Gran Consiglio, e che avrebbe assunto il supremo comando militare, lasciando naturalmente a lui la direzione politica. Alla fin dei fini, questa soluzione poteva persino apparirgli vantaggiosa, poiché lo avrebbe liberato da un carico tremendo.
Le misure militari che vennero prese intorno a Villa Savoia, per ordine del re, sono note. Il colloquio fu breve, Mussolini racconta che Vittorio Emanuele III era convulso. Possiamo credergli. La relazione che il dittatore gli fece sulla seduta del Gran Consiglio non influì minimamente sulla sua decisione, né lo scosse la notizia, vera o falsa, che una parte degli alti gerarchi era già pentita del voto. Il sovrano si limitò a comunicargli, con le consuete espressioni di rammarico, che si imponeva la necessità della sua sostituzione con Badoglio. Si limitò solo a constatare che Mussolini, ormai, non godeva più nemmeno della fiducia del fascismo. Tutte le riserve, in forma di velata minaccia, che il dittatore fece sulle conseguenze che il suo ritiro avrebbe avuto nel Paese, rimasero lettera morta. Il piccolo re lo accompagnò all'uscio, mentre Mussolini parlava ancora,
quasi lo sollecitava ad uscire, dandogli delle piccole spinte. Poi appena scesa la gradinata il perentorio invito di un ufficiale dei carabinieri a salire su un'autoambulanza, "per la sua incolumità".
Solo dopo, nella caserma dei carabinieri di Piazza del Popolo, Mussolini si rese conto che non erano misure protettive, quelle di cui era oggetto, ma una vera propria prigionia.
Che cosa fosse rimasto della sua declinante personalità, è dimostrato dalle espressioni di patriottismo "e di augurio con le quali egli si rivolse al maresciallo Badoglio."

Alla notizia l'entusiasmo del Paese fu indescrivibile. Non ci fu da parte dei fascisti il minimo accenno di resistenza. Due sole personalità di secondo piano, si tolsero la vita.
Nemmeno, forse, nei giorni di Vittorio Veneto il re venne acclamato con tanta unanimità.
Un lato antipatico nel colpo di Stato, c'era. Non l'arresto precauzionale di Mussolini. Era indispensabile, infatti, che l'ex dittatore venisse sottratto ad ogni contatto con i nazisti. Ma l'arresto nel domicilio privato del re: un'udienza rituale era stata trasformata in tranello. Di questo si dolse, -al momento, soltanto una donna, la regina Elena (in altre pagine il suo racconto)
.

Il proclama del re dopo il 25 luglio conteneva due concetti:
il divieto di ogni "recriminazione" e la "continuazione" della guerra. Noi sappiamo che il proclama dell'avvento al trono era tutto di pugno di Vittorio Emanuele III. Così, sappiamo che il proclama della riassunzione del comando supremo era di Orlando. Alcuni dei partiti antifascisti, i più estremisti, formularono immediatamente una serie di gravi accuse contro il re e il suo governo. Essi osservavano che il re avrebbe dovuto, con un solo colpo, sradicare tutto il fascismo, chiamare al governo i capi dell'antifascismo e proclamare, sia pure unilateralmente, la cessazione della guerra che il fascismo aveva scatenata.
Il divieto delle "recriminazioni" era interpretato come un bavaglio imposto all'antifascismo, e come un tentativo di continuazione del "regime" con uomini e nome diversi. Soprattutto, preoccupava quel "la guerra continua", che significava, secondo gli antifascisti, la continuazione del maggior crimine commesso da Mussolini e dai suoi complici.

Badoglio aveva costituito un governo di tecnici e procedeva grado a grado alla liquidazione degli istituti fascisti. Ma il proclama firmato dal re rispondeva ad una seria ed obbiettiva valutazione della angosciosissima situazione. Oggi si può pronunciare un primo e sereno giudizio. Noi oggi sappiamo che le immediate reazioni naziste alla destituzione di Mussolini e ai primi passi del governo di Badoglio furono estremamente preoccupanti. In realtà, Hitler, che si riteneva legato da un patto personale col collega italiano, aveva fulminato ordini di cattura del re e della famiglia reale. Egli venne dissuaso da così grave misura solo dalla possibilità che il governo Badoglio avesse veramente e seriamente proseguita la guerra. Noi non avevamo che una sola carta per ritardare l'intervento germanico: coltivare questa certezza o questa speranza almeno in una parte delle alte gerarchie fasciste.

Alcuni antifascisti ritenevano, invece, che la esiguità delle forze germaniche stanziate in Italia ci dava la possibilità di proclamare la cessazione della guerra contro le Nazioni Unite e di annientare rapidamente le poche divisioni naziste. Ma, a prescindere dal fatto che la efficienza delle nostre forze armate non era nemmeno tale da poter assolvere questo limitato compito con certezza di rapido successo, noi oggi sappiamo che l'invasione dell'Italia continentale non era affatto nei programmi degli alleati e fu semplicemente imposta loro dallo sviluppo degli eventi.
Nessun generale inglese e americano aveva in progetto di invadere la Germania, partendo dal fondo della penisola italiana, e con in mezzo le Alpi.

In ultima analisi, la cessazione unilaterale della guerra, e il conseguente attacco ai tedeschi, presentavano alcuni gravissimi rischi. C'era la possibilità di essere schiacciati in un primo o in un secondo tempo. I nazisti avrebbero annientato non solo la monarchia, ma ogni forza politica antifascista. L'Italia, completamente dominata dal Reich, avrebbe dovuto continuare la guerra nazista fino all'ul
timo giorno e nelle più atroci condizioni.
Altro rischio, ancora più grave, andava ravvisato nella situazione della Sicilia, ove si era immediatamente delineato un movimento separatista. Se si tiene presente che la direzione politica dell'occupazione militare era tenuta dagli inglesi, e che due volte nei secolo decimonono l'Inghilterra, in occasione della crisi del 1815 e di quella del 1848, aveva tentato di promuovere e di incoraggiare la separazione della Sicilia, si vedrà che due anni di occupazione militare in assenza di qualsiasi legittimo governo italiano, avrebbero determinato una situazione veramente irreparabile.

Noi non possiamo ancora dire se questa è scienza del poi o se furono proprio queste considerazioni che consigliarono il re e Badoglio a scegliere una via normale di negoziati. Certo, il disegno di alcuni antifascisti di giocare il tutto per tutto sulla carta della immediata cessazione delle ostilità contro gli alleati e dell'apertura immediata delle ostilità contro i tedeschi, era letteralmente pazzesco. In quel momento, l'Italia aveva innanzi a sé un problema che somigliava alla quadratura del cerchio. Era, prima di tutto, indispensabile stipulare un armistizio regolare col nemico.
Naturalmente, per poter comprendere l'incalcolabile gravità della situazione, bisognava vincere tutte le suggestioni della propaganda. Teoricamente, date le premesse programmatiche delle Nazioni Unite, bastava che l'Italia avesse totalmente e sinceramente ripudiato il fascismo, perché il nostro Paese si fosse trovato automaticamente dalla parte dei Paesi democratici, con tutti i diritti e i privilegi annessi. In altri termini, se l'Italia della monarchia sabauda e del fascismo mussoliniano fosse sparita per cedere il posto, sia pure per brevissimo tempo, ad una Italia repubblicana e antifascista governata da De Nicola, da Croce, da Orlando, da Bonomi. e rappresentata all'estero da Sturzo, da Sforza, da Borgese, da Salvemini e da Toscanini, noi avremmo dovuto far parte di diritto delle Nazioni Unite e risorgere, dopo la fine della guerra, come vincitori.

La realtà, anche in quella terribile estate del 1943, appariva profondamente diversa. Gli Stati Uniti avevano già pensato, nel 1942, a costituire un Comitato di liberazione italiano da porre accanto al Comitato di De Gaulle, col carattere di governo in esilio, ed avevano fatto delle offerte concrete al conte Sforza. Costui pose delle condizioni: cioè che venissero garantite all'Italia antifascista le frontiere nazionali e coloniali del 1919 e che questo governo venisse trasferito sul primo lembo dell'Italia liberata.
Queste condizioni non vennero accolte, perché ad esse si sarebbero certamente opposte la Francia, la Jugoslavia, la Grecia, che facevano parte delle Nazioni Unite, e che si riservavano di presentare delle rivendicazioni territoriali nei confronti dell'Italia. A queste difficoltà si aggiungeva quella, molto grave, della persistente ostilità inglese.
Dobbiamo, dunque, considerare come un grande successo il fatto che il governo presieduto dal maresciallo Badoglio sia riuscito, in quarantacinque giorni, a stipulare un regolare armistizio e ad assicurare al nostro Paese la possibilità di eseguirne scrupolosamente le condizioni.


Le terribili difficoltà alle quali andavamo incontro, erano state attentamente vagliate nel re, quelli furono per lui i sei mesi più atroci della sua vita, di gran lunga più tragici dei giorni di Caporetto. Con quale profondo senso di responsabilità egli agisse nei momenti supremi del Paese, è dimostrato dalle "istruzioni" che egli impartì per iscritto al maresciallo. Il governo di Badoglio non era un ministero parlamentare, che dovesse indirizzarsi nel senso indicato dalla maggioranza del Paese; esso derivava il suo potere dalla fiducia del re, capo supremo della nazione in guerra, ed era chiamato ad assolvere un compito che interessava la vita stessa del Paese. Le istruzioni furono dettagliate e precise. Il re aveva ordinato che il governo conservasse e mantenesse in ogni sua manifestazione il carattere di governo militare enunciato nel proclama del 25 luglio, e che lasciasse ad un secondo tempo e ad una successiva formazione ministeriale l'affrontare i problemi politici; aveva ordinato altresì che venisse limitata per il momento l'eliminazione stabilita come massima di tutti gli ex-appartenenti al partito fascista, ma che si eseguisse con attenta cura la revisione delle singole posizioni, per eliminare gli indegni e i colpevoli; ordinava, inoltre, che a nessun partito politico venisse autorizzata un'organizzazione "palese".

Un'attività eccessiva delle commissioni di epurazione istituite presso ogni ministero, secondo il giudizio del re, era sfavorevolmente accolta dalla parte sana del Paese e all'estero, perché lasciava intendere che ogni ramo della pubblica amministrazione era inquinato. Quali erano le conseguenze che Vittorio Emanuele III temeva? • La massa onesta degli ex-appartenenti al partito fascista, di colpo eliminata da ogni attività senza specifici demeriti, sarà facilmente indotta a trasferire nei partiti estremisti la propria tecnica organizzativa, venendo così ad aumentare le future difficoltà di un governo d'ordine; la maggioranza di essa, che si vede abbandonata dal re, perseguitata dal governo, mal giudicata ed offesa dall'esigua minoranza dei vecchi partiti che per venti anni ha supinamente accettato ogni posizione di ripiego, mimetizzando le proprie tendenze politiche, tra non molto ricomparirà nelle piazze in difesa della borghesia per affrontare il comunismo, ma questa volta sarà decisamente orientata a sinistra e contraria alla monarchia.

Questo documento è del luglio 1943. Giudichi il lettore, alla luce dei posteriori avvenimenti, se il giudizio di Vittorio Emanuele III era errato.
Fino all'ultimo momento, gli alleati avevano considerato con diffidenza la politica del governo Badoglio. I "quarantacinque giorni" si erano svolti su un filo di rasoio. Le parole rassicuranti contenute nel proclama reale, la "parola d'onore" che l'Italia non stava "trattando", data dal ministro degli esteri Guariglia a Ribbentrop nel convegno di Tarvisio, le assicurazioni date dal re al nuovo ambasciatore germanico von Rahn, avevano evitato che i tedeschi ci aggredissero, ma non avevano potuto evitare che un buon numero di divisioni tedesche entrassero, senza preavviso, in Italia.

Naturalmente, il piano del maresciallo Badoglio si fondava soprattutto sull'immediato intervento degli alleati, che avrebbero dovuto sbarcare a nord di Roma e negli aeroporti della capitale, con forze aerotrasportate. In questo modo si sarebbe salvata l'Italia meridionale e centrale e i tedeschi sarebbero stati costretti ad organizzare la difesa nella valle Padana.
Ma all'ultimo momento si apprese che gli alleati avevano annullato l'operazione di sbarco negli aeroporti di Roma e che sarebbero sbarcati non a nord della capitale, ma molto più a sud, a Salerno. Respinta la richiesta avanzata da Badoglio di un breve rinvio della pubblicazione dell'armistizio, Eisenhower comunicò al mondo che l'Italia si era arresa "senza condizioni". L'annunzio venne fatto con notevole anticipo.


La revoca dello sbarco negli aeroporti di Roma era stata fatta in conseguenza di un rapporto del generale americano Taylor, che si trovava a Roma. Costui era rimasto molto impressionato del pessimismo del generale Carboni, comandante del corpo corazzato, concentrato intorno a Roma, sull'esito dell'operazione. D'altra parte gli alleati non avevano voluto informare tempestivamente le nostre autorità del luogo dove sarebbero sbarcati. In un primo tempo, noi ritenemmo che il loro atteggiamento fosse ispirato da diffidenza nei nostri riguardi. Oggi sappiamo che non era tanto la diffidenza a consigliarli, quanto la estrema esiguità delle forze di cui essi potevano disporre per appoggiare il governo italiano.

I nostri piani vennero, in tal modo, sconvolti. Nel pomeriggio, i capi militari e politici tennero una riunione alla presenza del re. Da qualcuno venne avanzata la proposta di sconfessare l'armistizio e il generale Castellano che lo aveva stipulato, in considerazione della situazione disperata in cui ci metteva il precipitoso e singolare procedere degli alleati. Il re ascoltò attentamente. Non espresse la sua opinione. Tolse la seduta e ordinò al maresciallo Badoglio di dar corso all'armistizio.
Il nostro governo sapeva che a Roma c'erano diecimila SS in borghese. Il re venne pregato di trasferirsi con la sua famiglia nel ministero della guerra, che era più facilmente difendibile. Il vecchio sovrano, accompagnato dalla regina, arrivò in via XX Settembre al calar della sera. I due vecchi, i due poveri vecchi, si rifugiarono nel brutto appartamento destinato ad alloggio del ministro della guerra. Il re, brontolando contro l'orribile mobilia, si raggomitolò su una poltrona e la regina sedette su un bracciuolo. Così, al buio, attesero gli eventi.

Si aspettava che i tedeschi attaccassero. La speranza che si fossero ritirati al Nord svanì dopo poche ore. Gli attacchi cominciarono. Alle quattro del mattino il capo di stato maggiore dell'esercito giudicò che il re e il governo dovessero abbandonare la capitale. Vittorio Emanuele III, pur riconoscendo la necessità strategica e politica del movimento, si ribellò all'idea di muoversi da Roma: "Sono vecchio disse, secondo quanto riferisce Paolo Monelli nel suo bel libro su Roma nel 1943, che volete che mi facciano?"•. Ma poi si persuase.
Il movimento, che l'opinione pubblica chiamò fuga, fu certamente troppo precipitoso. Le autorità politiche e militari non provvidero a lasciare a Roma un comando chiaramente e saldamente investito, con funzioni precise ed istruzioni dettagliate. La mattina del 9 settembre Roma si svegliò praticamente senza governo e senza re. Tutto pareva abbandonato al caso. Come si poteva impedire che si diffondesse e si consolidasse nell'animo di tutti, specialmente negli uomini d'ordine, l'impressione che il re e il governo fossero fuggiti? Il re, la regina, il principe di Piemonte, e le principali autorità militari e politiche, si erano imbarcate per Brindisi, i sovrani a Ortona a Mare, gli altri a Pescara.
In diritto, per virtù della "resa senza condizione", tutto il territorio nazionale era alla mercé del vincitore. Di fatto, gli alleati lasciarono l'estrema punta della penisola salentina al governo legale. In realtà, l'unica concretezza dello Stato italiano era nell'armistizio, le cui clausole doveva eseguire. A questa sola funzione era limitata la sua vita e la sua speranza di riconquistare la sovranità perduta. Questa vita e questa speranza erano alimentate dalla buona fede degli alleati, che avevano sinceramente il proposito di restituire gradatamente autorità e giurisdizione al nostro governo.
L'attività del governo dell'armistizio cominciò, si può dire, con una matita. Governo? Esso si riduceva al re e a Badoglio. C'erano altre autorità militari, ma autorità politiche, nessuna.

Nell'Italia meridionale la confusione degli spiriti era enorme. Il re e Badoglio non riuscirono a costituire che un rudimento di ministero, con un certo numero di funzionari e di tecnici qualificati "sottosegretari". Le personalità politiche, che in qualche modo rappresentavano le correnti dell'opinione pubblica, si rifiutarono di collaborare con Badoglio nella formazione di un governo politico.
Le più importanti correnti consistevano nei liberali e nei cattolici, che facevano capo ad uomini di primissimo piano come Croce e Rodinò, nel partito d'azione che contava uomini di grande rilievo, come Omodeo, e, reduci dall'esilio, come Sforza, Tarchiani e Cianca, nei socialisti e nei comunisti. L'opposizione più grave e tenace venne dai liberali e dai democristiani, che esigevano almeno l'abdicazione di Vittorio Emanuele III.
Gli alleati fecero tutto quello che era in loro potere per indurre i gruppi politici a collaborare col re. Essi non avrebbero mai ammesso che l'abdicazione del re e l'eliminazione della monarchia determinassero delle ragioni, da parte di un governo antifascista, per respingere le conseguenze della guerra perduta. Gli alleati esigevano che la continuità legale del governo italiano proseguisse ininterrotta e indiscussa.

Quanto al re, egli fece tutto quelIo che era in suo potere per persuadere gli esponenti politici dell'Italia meridionale. Era molto vecchio e molto stanco, ma più della sua vecchiaia e della sua stanchezza, gravava terribilmente sulla situazione il suo carattere, la sua mancanza di comunicativa umana. Vittorio Emanuele. III non era "simpatico" nel senso grato agli italiani. Rude, scontroso, misantropo, taciturno, egli aveva tutte le caratteristiche sgradevoli per il gusto latino e mediterraneo.

Una sola volta egli aveva colpito ed entusiasmato la fantasia degli italiani: il 25 luglio 1943. Quel piccolo vecchio che aveva osato cacciare e arrestare quel gigante, che era ancora temuto da innumerevoli persone, che era detto dittatore e tiranno, aveva lusingato l'immaginazione del nostro popolo. Per questa stessa ragione, la "fuga di Pescara", l'immagine di questo piccolo re che fugge all'alba, abbandonando l'orgogliosa capitale, nella quale suo nonno era entrato con tanta sicurezza affrontando lo sdegno dell'opinione pubblica mondiale, aveva letteralmente offeso la fantasia e il sentimento degli italiani.

Lo storico, qui, non ha niente da dire. Non c'erano in Italia, da una parte e dall'altra, che i sentimenti: sentimenti elementari. Spiegabile sentimento di offesa e di umiliazione, da parte degli italiani onesti che avevano militato nel fascismo e che si vedevano confusi e mescolati coi disonesti e coi criminali. Spiegabile sentimento di rancore da parte degli antifascisti che avevano subìto un ventennio d'oppressione, d'esili, di carceri e di confino. Spiegabile sentimento d'intransigenza da parte dei repubblicani che accusavano la monarchia delle disgrazie della patria. Spiegabile sentimento d'indignazione da parte dei monarchici, che vedevano nella monarchia non la causa della dinastia sabauda, ma quella dell'unità della patria, minacciata dalle conseguenze della disfatta. Spiegabile sentimento d'onore quello dei giovani, che avrebbero preferito combattere fino alla fine piuttosto che subire l'onta della "resa senza condizioni".

Ad ognuno di questi sentimenti, si potevano opporre le ragioni della realtà. Tutte queste ragioni consigliavano a superare ogni discordia e a concentrare ogni sforzo per costituire un governo di unione nazionale, capace di collaborare utilmente con gli alleati.
Per questo, nonostante la sua vecchiaia e la sua stanchezza, il re resistette ad ogni pressione. Egli si ostinava a rinviare ogni decisione sull'abdicazione al momento della liberazione di Roma, al momento in cui il governo italiano avrebbe avuto, sia pure di fatto, più larga giurisdizione, e il capo dello Stato avrebbe potuto meglio valutare la consistenza delle varie correnti politiche. Tutte le ragioni che si adducevano, per indurlo a tenere conto degli interessi della dinastia, lo trovarono invece sordo.
Per renderci conto dello smarrimento degli spiriti nell'Italia meridionale, basterà leggere due passi del Diario di Benedetto Croce. Scriveva l'illustre filosofo, in data 27 luglio 1943: "Del resto, anche oggi ansiosa attesa di notizie, e molta tristezza e sentimento di ribellione per le parole pronunziate contro l'Italia da statisti inglesi, che forse si apprestano a far pesare su di noi, nel nome della giustizia e della morale, la nostra guerra sciagurata. E nondimeno, nel bivio, era sempre per gli italiani da scegliere una sconfitta anziché l'apparente vittoria accanto alla qualità dì alleati che il Mussolini ci aveva imposto, vendendo l'Italia e il suo avvenire e cooperando alla servitù di tutti in Europa".

Ma il 4 di ottobre dello stesso anno Croce scriveva: "Stamane mi sono svegliato dopo le tre e non ho potuto ripigliare sonno. Sono stato a rimuginare la guerra, il diritto internazionale e altri concetti affini, cercando, sotto la stretta della terribile passione di questi giorni, la parte da condannare moralmente; ma la conclusione è stata la rassodata conferma della vecchia teoria che la guerra non si giudica né moralmente né giuridicamente, e che quando c'è la guerra, non c'è altra possibilità né altro dovere che cercare di vincerla".
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Il paradosso della situazione italiana fu questo: che Palmiro Togliatti, venuto dall'Unione Sovietica a porsi a capo dei comunisti, avverti che egli avrebbe "collaborato" col re, in un governo che si fosse proposto di combattere seriamente ed energicamente il nazifascismo. Il governo del re, dal canto suo, aveva formalmente dichiarato la guerra alla Germania e aveva ottenuto per il nostro Paese la situazione e la qualifica di "cobelligerante". Era un fatto che forti nuclei di forze partigiane, nell'Italia occupata dai tedeschi, erano formati da ufficiali e da soldati fedeli al re.
Fedeli al re erano i marinai già morti in mare e quelli che combattevano in mare, fedeli al re i soldati che si erano fatti massacrare in Grecia e nell'Egeo.

Non c'era che un solo dovere: fare la guerra e imporre silenzio a tutte le "recriminazioni". Fu il capo dei comunisti che lanciò questo appello e venne, naturalmente, subito ascoltato. Si formò, finalmente, con la presidenza di Badoglio, un ministero politico. Si era alla fine dell'aprile 1944. Il re aveva preso l'impegno di nominare, al momento della liberazione di Roma, il principe di Piemonte a luogotenente del regno. Del "regno", si badi, non del "re": era un modo astuto per dare modo ai repubblicani di sostenere che Umberto era, in pratica, un reggente. Infatti, la nomina sarebbe stata irrevocabile.

I ministri si presentarono al re a Ravello, dove Vittorio Emanuele III aveva posto la sua residenza, e firmarono una dichiarazione con la quale ognuno riservava il suo giudizio sulla questione istituzionale.
Un mese dopo Roma veniva liberata, e il re manteneva il suo impegno. Chiese una cosa sola: che gli venisse concesso un aeroplano per potersi recare nella capitale e firmare nel Quirinale il decreto di nomina del luogotenente. Non era una formalità. Anche quella voleva essere un'affermazione unitaria. Egli non aveva che una sola preoccupazione: quella che aveva dominata tutta la sua esistenza, tutto il suo regno, e che era l'essenza della monarchia costituzionale: l'unità d'Italia. Il re aveva mandato il duca Acquarone da Benedetto Croce, per esporgli il suo desiderio. Il sovrano si diceva persuaso che il grande filosofo avrebbe compreso le ragioni sentimentali della sua richiesta. Acquarone riferiva anche che il re si augurava di vedere Croce alla testa del governo.

In consiglio dei ministri, Croce dovette lottare due ore per convincere i colleghi ad aderire cortesemente al "desiderio di un vecchio signore". Ne persuase dieci su sedici. Il re aveva anche chiesto che se gli alleati avessero rifiutato, il rifiuto gli fosse messo per iscritto. Senonché, mentre il consiglio dei ministri del governo di Salerno deliberava, il generale Mac Farlane si era già recato a Ravello e aveva costretto Vittorio Emanuele a firmare, tambur battente, il decreto che nominava Umberto di Savoia, principe di Piemonte, luogotenente generale del regno (vedi il documento)
In quello stesso giorno, Vittorio Emanuele III ordinò che venisse sospesa la guardia reale a Villa Sangro, sua residenza. Era una compagnia di granatieri. Volle salutare i due ufficiali il capitano Morozzo della Rocca e il tenente Giaccio. Colloquio freddo, gelido. Il re parlava del più e del meno, con un tono stanco e indifferente. Poi li congedò. Ma, accompagnandoli per qualche passo, toccò un braccio, lui così piccoletto, del più giovane dei due ufficiali e borbottò: "I miei granatieri!"

LA FINE

Il suo regno era finito. Era pronto, già nei giorni di Caporetto, prontissimo ad abdicare a favore del rivale, il duca d'Aosta. Ma non aveva voluto abdicare il 25 luglio, né sotto le pressioni di uomini autorevoli e fedeli alla monarchia, come Croce e De Nicola. Riteneva il figlio impreparato, come disse Acquarone? No. Egli sentiva, egli sapeva che con lui non finiva un sovrano, ma la monarchia costituzionale, quella che era nata nel 1860 dalla profonda coscienza dei patrioti italiani.

Si trasferì a Napoli, qualche tempo dopo, a Villa Maria Pia, come ora si chiamava la romantica Villa Rosebery, a Posillipo. Pescava: lunghe, lunghe ore di silenzio, macerate dai ricordi amari. Aveva fatto e continuava il suo calvario di uomo privato. Il destino volle che i suoi dolori di padre fossero quelli del più umile cittadino. Ad una figlia, Giovanna di Bulgaria, i nazisti avevano spento il marito col veleno; un'altra, Mafalda d'Assia, era morta atrocemente in un campo di concentramento nazista, come migliaia di altre povere donne.
Pescava in riva al mare di Posillipo, quel piccolo uomo, che era un padre come tutti gli altri, più triste, più infelice, più vecchio di tutti gli altri, più solo degli altri. Egli attendeva, innanzi a quel mare, che era stato il mare della sua giovinezza. Innanzi a quel mare era stato felice, giovane anche lui, innamorato. tutto teso a conquistare la vita. Possiamo dire che in quelle ore egli avrà disperatamente invocato la morte, perché il destino gli risparmiasse, almeno, di morire in esilio? Ma il destino fu severo. Vennero un giorno da Roma a fargli firmare un atto di abdicazione. Partì, quasi di nascosto sull'incrociatore Duca degli Abruzzi per Alessandria d'Egitto.
Egli aveva detto al figlio, consegnandogli il potere e protestando il suo costante, immutato amore per il bene della patria:
"Posso avere sbagliato".

Queste furono le sue ultime parole ufficiali. Nessuno degli uomini della sua generazione, nessuno di coloro che avevano come lui il dovere di difendere le libertà costituzionali, ha mai ammesso di avere sbagliato.
Al Cairo, dove un re amico gli fu prodigo di ospitalità e di deferenza, ebbe, un mese dopo, la notizia che la monarchia era finita in Italia. Si spense in un ospedale italiano, mentre moriva il 1947, e niente era più incerto della sorte del nostro Paese.

Fine
Qui sopra abbiamo anticipato molti eventi -quasi fino alla fine del conflitto-
mentre ora dobbiamo proseguire ripartendo dal 20 luglio 1943
VERSO IL 25 LUGLIO - ROMA BRUCIA !! > >

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