IL PENSIERO POLITICO DI....

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MOLTO SINGOLARI (DI MUSSOLINI)
e l' intera opera "IL PRINCIPE"

Prof. Giovanni Pellegrino
Prof.ssa Mariangela Mangieri

In questo articolo prenderemo in considerazione i principali elementi del pensiero politico di Machiavelli. Le opere maggiori del Machiavelli sono: il Principe, i Discorsi sopra la prima “deca” di Tito Livio, i Dialoghi dell’arte della guerra, le Storie fiorentine e la Mandragola, alle quali occorre aggiungere numerosi altri scritti.

Tra queste opere assai diverse tra loro per mole e per intonazione, vi sono differenze anche notevoli di atteggiamento mentale e di prospettive politiche. Tuttavia al di là delle divergenze vi è nel pensiero e nelle opere del Machiavelli un’unità sostanziale. Le stesse contraddizioni sono facilmente spiegabili con il carattere dell’uomo e con la natura dei tempi. Infatti al centro della sua opera vi è il problema della crisi italiana del 1500, cioè della tragica situazione dell’Italia che non era riuscita a costituirsi in stato unitario.
Per tale ragione l’Italia si trovava in balia di potenti nazioni europee che combattevano per assicurarsi il predominio in Europa.

L’analisi delle cause di questa situazione e dei mezzi per ovviare ad essa animano tutti gli scritti di Machiavelli. Egli meditò sulla crisi italiana in moti che non erano più quelli dell’età medievale ma erano quelli propri della civiltà rinascimentale.
Alla base delle sue opere e delle sue riflessioni vi sono alcune tesi di fondo che sono appunto il prodotto del travaglio sociale e culturale vissuto dall’Italia nel corso del 400 e del primo 500. Ma quali sono queste tesi di fondo riscontrabili nelle opere del Machiavelli?

In primo luogo troviamo una concezione laica della storia, vale a dire la credenza che gli eventi storici siano non opera di Dio ( come aveva creduto il Medioevo) ma frutto dell’attività umana. Tale attività andava indagata nella sua natura e nei suoi caratteri perché solo questa indagine permetteva di comprendere e di rendersi conto dell’evoluzione storica.

In secondo luogo troviamo il problema del limite di questa attività umana. Non poteva infatti sfuggire a Machiavelli che la volontà dell’uomo e il suo agire hanno limiti dei quali occorre definire la natura e il peso.

Machiavelli si chiedeva che cosa frena e talvolta rende vano il nostro agire. Che cos’è quella forza che chiamiamo fortuna e fin dove arriva il suo potere. Machiavelli si pone soprattutto altre due domande di fondamentale importanza: fino a che punto la fortuna può essere contrastata dall’uomo e qual è il rapporto tra essa e la volontà intelligente e consapevole dell’uomo.

In terzo luogo nell’opera di Machiavelli toviamo un’altra domanda di assoluta importanza. Tale domanda può essere formulata in questo modo: se la storia è opera dell’uomo e non di Dio è possibile ricavare dal passato lezioni valide anche per il presente?
Oppure detto in altro modo se la storia è un prodotto dell’uomo, varia essa con il mutare dei tempi o ha leggi costanti ?

In estrema sintesi Machiavelli si chiede se è possibile fissre le leggi dell’agire umano nella storia.
Come si vede i problemi trattati da Machiavelli sono problemi di enorme interesse tanto che preoccupano ancora oggi gli uomini contemporanei. Machiavelli e altri storici e politici del primo 500 affrontarono tali problemi con tanta chiarezza perché l’evoluzione della società e della cultura italiana di quel periodo storico li aveva resi attuali e possibili.

Machiavelli e altri storici del primo 500 tentarono di risolvere tali problemi in modi che avevano il loro fondamento nella visione della vita che era propria di quel periodo storico.
Machiavelli nel 1498 entrò nella vita pubblica fiorentina ottenendo la carica di segretario della seconda cancelleria che trattava gli affari interni e la guerra. Questa carica gli permise in quegli anni agitati di seguire da vicino la grande politica e di incontrare i protagonisti dell vita politica italiana ed europea.

Tale dato di fatto ebbe un influsso notevole sulla formazione del suo pensiero che potè maturare sulla base di esperienze concrete fuori da schemi preconcetti. L’opera del Machiavelli nasce dal confluire di due spinte diverse. Egli era un teorico portato dalla sua natura di studioso di politica a risalire continuamente dai singoli casi pratici e dalle esperienze immediate a leggi generali, nel tentativo di elaborare una teoria generale e quindi una scienza dell’agire politico.
In pari tempo egli era un uomo di azione, impegnato passionalmente nelle vicende di Firenze e dell’Italia del suo tempo e desideroso di influire sulla realtà concreta modificandola secondo i propri ideali.

Dall’incontro e qualche volta dallo scontro tra queste tendenze diverse nacque un atteggiamento quanto mai ricco che da’ alle sue opere un carattere tutto particolare. Infatti in tali opere la scientificità più spregiudicata si fonde in un’unità inscindibile con la passionalità più calda.
Intanto la partecipazione effettiva alla vita pubblica del tempo fece si che le sue tesi nascessero sempre da un contatto fecondo con la realtà.

Machiavelli era spinto a scrivere le sue opere dalla volontà di trovare i rimedi necessari a superarare la crisi in cui si trovava l’Italia in quel periodo storico. Il fine ultimo a cui tendeva Machiavelli era di mettere l’Italia in grado di resistere all’urto delle grandi monarchie nazionali che si contendevano allora la supremazia in Europa ( Francia, Spagna, Impero).

(quasi le stesse nazioni che poi vedremo all'inizio del 1900 - e che leggeremo nell'articoli in fondo a queste pagine)

Questa sintesi tutta particolare di momento speculativo e di momento pratico può spiegare la complessità delle opere e del pensiero dell’autore.
Egli nel
"PRINCIPE" cerca di insegnare in che modo si formano, si mantengono e si dissolvono i principati, mentre nei Discorsi egli spiegava in che modo si formavano, si mantenevano e si dissolvevano le repubbliche.

In pratica possiamo dire che nei Discorsi Machiavelli teorizzava quella repubblica che per lui era la forma più alta di Stato mentre nel Principe egli teorizzava quel principato che gli sembrava il solo rimedio possibile nei momenti critici.

In tali momenti, mancando le virtù civiche che sole possono tenere in vita una repubblica non resta altro che fare appello ad un eroe di eccezione, ovvero il principe. Tuttavia in un caso e nell’altro egli ricercava le fondamenta di quello Stato al di fuori del quale per Machiavelli non esisteva altro che il caos sociale, politico e morale.

Nelle sue opere egli diede moltissima importanza al pensiero degli antichi autori classici. Per lo scrittore fiorentino solamente la lezione degli antichi autori poteva creare la scienza della politica togliendo alle esperienze contingenti il loro carattere effimero.

Questo ricorso agli antichi autori era caratteristico del Rinascimento. Tuttavia il Machiavelli allargò la lezione degli antichi autori all’agire politico, come altri avevano fatto con la letteratura e le belle arti. Il carattere del Machiavelli pensatore non sistematico gli impedì di formulare le leggi dell’agire politico in modo organico e sistematico. Tuttavia queste leggi è possibile estraniarle dalla trama delle sue opere.

Punto di partenza del pensiero del Machiavelli è la convinzione che l’agire politico possa essere compreso solo da chi respinga ogni tentativo di travestire la realtà e abbia invece il coraggio di guardare le cose in faccia quale esse siano.

Per tale motivo Machiavelli respingeva ogni tentativo di abbelire la realtà delle cose. Egli si contrapponeva a tutti quei teorici antichi e moderni che parlando del principato erano sempre scivolati nella descrizione di un principe ligio ai principi morali ed etici.
Inoltre il pensiero di Machavelli è caratterizzato da un fortissimo e assoluto pessimismo. Anzi possiamo dire che il pessimismo di Machiavelli è quanto mai radicale e ragionato.

Gli uomini per lui sono per natura malvagi ed è facile raccogliere nelle opere dello scrittore fiorentino, specialmente nel Principe un’antologia del suo pessimismo. In un passo famoso del Principe egli afferma che gli uomini dimenticano più facilmente l’uccisione del padre che la perdita del patrimonio.

Ma proprio da questo pessimismo scaturisce la necessità dello Stato, solo rimedio con cui si può vincere la crudeltà pericolosa dell’individualismo. Rimossi o subordinati tutti i valori non resta per Machiavelli che lo Stato e non resta che il cittadino, ovvero l’uomo “animale politico, essere sociale” da giudicare secondo il suo grado di socialità e la forza delle sue virtù civiche.

Prof. Giovanni Pellegrino
Prof.ssa Mariangela Mangieri

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LA CONCEZIONE DELLO STATO
DI MACHIAVELLI



In questo articolo prenderemo in considerazione la concezione dello Stato di Machiavelli.
Tale concezione è pesantemente condizionata dal fortissimo pessimismo di Machiavelli che pensava che gli uomini fossero per natura malvagi.
Ma proprio da questo pessimismo scaturisce per Machiavelli la necessità dello Stato, considerato il solo rimedio con cui si poteva vincere la crudeltà pericolosa degli individui.

Nei capitoli centrali del Principe il concetto sul quale Machiavelli insiste continuamente per giustificare i consigli crudeli che egli dà al suo principe è che solo operando duramente contro chiunque lo minacci egli salverà lo Stato e con esso la possibilità stessa del vivere civile.
Secondo Machiavelli per mantenere lo Stato occorrono alcune virtù e soprattutto tre istituzioni: religione, leggi, milizia, mancando le quali non può esservi che estremo disordine estrema rovina.

Per questo Machiavelli discute spesso della religione, insiste sulle leggi e pone al centro del suo pensiero le milizie. Per Machiavelli la religione non è un sentimento individuale ma un fatto sociale che obblighi al rispetto della parola data e leghi l’individuo allo Stato.
Machiavelli è estremamente duro con la Chiesa cattolica che viene accusata apertamente di aver causato la rovina dell’Italia. Spesso Machiavelli estende l’accusa dalla Chiesa alla stessa religione cristiana accusata in confronto con la religione pagana di essere troppo tendente a richiamare l’attenzione degli uomini dalla terra al cielo.

Lo Stato per l’autore fiorentino accentra in sé tutta la vita civile e la stessa vita interiore dell’uomo cosicché nel pensiero di Machiavelli pare esservi poco spazio per altri valori fuori dallo Stato.
Rimossi o subordinati questi valori non resta che lo Stato e non resta che il cittadino giudicato secondo il suo grado di socialità e la forza delle sue virtù civiche.
Da ciò l’insistenza del Machiavelli sul termine di virtù una parola che deriva dal latino vir.

La virtù si arricchisce di una nuova carica morale e sentimentale e diventa la virtù per eccellenza ovvero quello che distingue il vero cittadino dall’uomo privo di socialità.
L’opera del Machiavelli è tutta piena di eroi caratterizzati dal massimo grado della virtù.
Questi personaggi si mettono in evidenza per la loro abilità di fondare e mantenere in vita gli Stati grazie alla loro eccezionale virtù. Tuttavia, il Machiavelli figlio anche in questo del suo tempo constata l’esistenza di limiti all’agire umano che è condizionato dalla situazione in cui opera.

È ciò che Machiavelli chiama “occasione” e che noi con una parola moderna possiamo definire situazione condizionante. Per Machiavelli l’uomo é anche geniale e “virtuoso”. Al massimo grado per poter esprimere interamente le sue qualità deve trovarsi in situazioni che gli permettano di mettere in atto le sue doti potenziali.
Ma se” l’occasione” condiziona l’agire politico anche degli uomini più virtuosi vi è fuori dalla portata delle capacità umane una forza che può limitarle.
Machiavelli chiama tale forza col termine Fortuna.

La Fortuna è per lui ciò che è estraneo al volere dell’uomo e alla sua capacità di previsione.
La Fortuna è altresì il caso brutale che può intervenire e distruggere i disegni meglio architettati, l’avvenimento fortuito che può annientare l’uomo più virtuoso.
In questa concezione del mondo e dello Stato di Machiavelli era implicita anche una morale. Infatti, l’accentuazione del valore dello Stato, come unica istituzione che assicuri una vita civile, dovevano portare logicamente Machiavelli a fissare per le nostre azioni un criterio di giudizio meramente politico.
Machiavelli non poteva accettare pertanto una legge morale dettata da Dio che fosse fuori dal potere dello Stato.
Machiavelli fondò un nuovo criterio di giudizio morale fondato solo sulla “verità effettuale “cioè sulla realtà qual essa effettivamente è.
Possiamo dire che col concetto di verità effettuale elaborato da Machiavelli la politica diventava davvero un’attività autonoma dotata di una morale sua propria che le permetteva di trovare una sua piena autonomia.
Nel pensiero di Machiavelli l’uomo politico va giudicato e condannato o esaltato solo per la congruenza delle sue azioni ai suoi fini.

Le pagine fondamentali per capire questo aspetto del pensiero di Machiavelli sono i capitoli centrali del Principe là dove egli tratta delle virtù che il principe deve possedere.
In tali pagine del Principe egli cerca di dimostrare come certe azioni buone secondo la morale dell’uomo privato siano cattive in politica in quanto danneggiano lo stato e con esso la comunità.
Al contrario altre azioni cattive, se commesse dal privato, sono buone in politica in quanto aiutano a mantenere in vita lo Stato e pertanto aiutano la comunità.

Vi è dunque in Machiavelli una distinzione tra morale privata e morale politica e le infrazioni che Machiavelli consiglia nei riguardi della morale corrente, sono consigliate solo per il politico e solo in quanto utili allo Stato.
D’altra parte, Machiavelli fa una distinzione tra principi e tiranni considerando tiranno chi governi a suo vantaggio, principe che agisce nell’interesse dello Stato cioè della collettività. A mettere insieme i tanti passi del Principe nei quali egli consiglia la violenza la crudeltà ma solo quando sono necessarie, verrebbe voglia di dire che il principe sia concepito dal Machiavelli come una vittima della sua posizione, un uomo costretto dalla malvagità altrui ad essere anche crudele.
Il Principe per Machiavelli è una specie di asceta della politica disposto a giocarsi anche l’anima pur di adempiere al proprio dovere e mantenere in vita lo Stato.
D’altra parte, è evidente in Machiavelli la preoccupazione nei riguardi del popolo oggetto di una cura alla quale si deve sacrificare tutto dal buon nome all’anima.

In estrema sintesi si può dire che Machiavelli considera il suo Principe uno strumento il solo possibile allora a servizio dei sudditi; pertanto, la morale crudele che egli consiglia solo quando sia necessaria è vista appunto in funzione di quel benessere dei sudditi che è conseguente all’esistenza di una Stato ordinato e tranquillo, sicuro da nemici esterni e non condizionato dai disordini provocati dai nemici interni.
Secondo Machiavelli contro i nemici interni vi è il riparo della severità ragionata del Principe, mentre contro quelli esterni vi sono le milizie, uno dei problemi che più preoccuparono il Machiavelli e che egli risolse in un modo che è veramente caratteristico per comprendere il suo pensiero.
Egli nella sua vita pubblica ebbe modo di constatare il disordine che regnava quando lo Stato si serviva di milizie mercenarie.

Pertanto, Machiavelli fu indotto a consigliare la costituzione di milizie cittadine, che essendo costituite appunto da cittadini non creassero quei problemi propri delle milizie mercenarie.
Pertanto, Machiavelli aveva chiara la visione di uno Stato che pur essendo tutto accentrato nelle mani di un principe fosse però costruito in modo tale da garantire il benessere e la tranquillità dei sudditi.
I sudditi quindi dovevano essere interessati alla difesa dello Stato in modo tale che esso non doveva utilizzare milizie mercenarie .
Machiavelli appunto perché era mosso da interessi politici vivi e passionali non si accontenta di analizzare e descrivere ma è portato continuamente a sottoporre ai risultati della sua analisi le esigenze della sua passione .

Molto importanti sono anche le opere storiche del Machiavelli che possono essere considerate un complemento degli scritti politici nel senso che con esse il Machiavelli intendeva dimostrare, attraverso lo studio del passato, la validità delle sue tesi.
Lo scritto storico più importante sono le Storie fiorentine .
Il fine di tale opera è indicato chiaramente nel proemio dove il Machiavelli rimprovera gli storici umanistici di essersi limitati a raccontare gli avvenimenti di politica estera tralasciando le discordie interne .
Machiavelli al contrario degli storici umanistici insiste proprio sulla storia interna di Firenze convinto che tale storia può essere di ammaestramento ai contemporanei e insegnar loro le virtù e i vizi che hanno condotto alla situazione presente.

Concludiamo tale articolo dicendo qualcosa sul giudizio formulato sul Machiavelli dopo la sua morte .
Per capire la fortuna di Machiavelli bisogna pensare che subito dopo la sua morte ebbe inizio l’età della Controriforma durante la quale il mondo cattolico fu impegnato a difendersi dalla Riforma Luterana .
Inoltre, il mondo cattolico fu costretto a combattere con gli aspetti del Rinascimento in contrasto con la sua concezione della vita .
La nuova generazione perciò respinse i rimproveri del Machiavelli alla Chiesa cattolica accusata di avere impedito l’ Unità d’ Italia . La nuova generazione cattolica respinse altresì i rimproveri ancora più gravi al cristianesimo accusato di aver infiacchito gli animi .
Per queste ragioni Machiavelli divenne il bersaglio maggiore dei teorici della Controriforma tanto che il termine di "Machiavellismo" fu usato dai cattolici per indicare una dottrina eretica e immorale .
A difenderlo da queste condanne provenienti dal mondo cattolico alcuni scrittori elaborarono già nel 600 la tesi ripresa anche dal Foscolo, di un Machiavelli che avrebbe finto di consigliare il principe per poterne invece svelare le malefatte e denunziarle al popolo .
Questa è una tesi che contravviene alla realtà storica .
Altri autori infine hanno esaltato il Machiavelli presentandolo quale campione del pensiero laicista e apostolo dell’ Unità italiana ( basti pensare al De Sanctis).
Detto ciò, riteniamo concluso il nostro articolo sulla Concezione dello Stato di Machiavelli .

Prof. Giovanni Pellegrino

 

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NOTE DEL REDATTORE DI STORIOLOGIA

Nella frase sopra ....."l’Italia si trovava in balia di potenti nazioni europee
.......................................... che combattevano per assicurarsi il predominio in Europa"

.... non può qui venire in mente un tale che scrisse proprio un commento su Machiavelli. E questo tale era MUSSOLINI:

Nel 1923, su "Gerarchia" scrisse un articolo dal titolo "Forza e Consenso".

Poi nel '24 con "Preludio" curò perfino una edizione del "Il Principe", adornandolo con un saggio di De Sanctis.
Il volume uscì rilegato in seta a fiori (oggi rarissimo, ma che io possiedo).

LI riporto entrambi qui integralmente ...... >>>>>anche con una nota di ANDREA FUSARO >>>>>>

E seguirà poi anche l'integrale testo "IL PRINCIPE" di Machiavelli >>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>>

 

VEDI POI ANCHE
(correlato a Machiavelli)
IL PENSIERO POLITICO DEL GUICCIARDINI >>>>>

<<<<< tabella I FILOSOFI - LE CORRENTI

 


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