ALDO MORO
MORI' COME UN MARTIRE
(ASCOLTANDO QUESTI TRE INTERVENTI DI ALDO MORO
SI POSSONO CAPIRE MOLTE COSE)

(richiede) RealAudio® o RealPlayer®)


ALDO MORO "...io temo l'emergenza!"




MORO Presidente
DC - Una carica che conta nulla!



Moro all'opposizione

( ha firmato la sua condanna !!!! )

 

più avanti:

"Pronto? qui Brigate Rosse"


_______________________________________

IL MISTERO DI UN DELITTO - QUELLO DI MORO
CHE POCHI MA MOLTO POCHI NE SONO A CONOSCENZA.
E' un FILM (sparito dalla circolazione !!! )
ERA UNA PROFEZIA. Il film: "Todo Modo"

Iniziamo da BERLINGUER (suo in tentativo del Compromesso storico, sua la "questione morale") >>> - Per lui una società socialista doveva essere: “il momento più alto dello sviluppo di tutte le conquiste democratiche e doveva garantire il rispetto di tutte le libertà individuali e collettive, delle libertà religiose e della libertà della cultura, delle arti e delle scienze.” [Berlinguer E., 1976).
Non fu ascoltato!! Anzi gli ammazzarono anche chi lo stava ascoltando: MORO. Montanelli dichiarò che era stato lui "L'affossatore" della DC. (Montanelli, La vedova nera, il Giornale nuovo, 23 luglio 1982). Ma semmai fu la Dc (filo-atlantica) che 'affossò" Moro. Basta ascoltare (pochi lo sanno) cosa - dentro la DC - diceva Moro qualche giorno prima. Aldo Moro - vedi sopra - - Ma anche dopo il suo sequestro, con i suoi scritti, chi era che non voleva alcuna trattativa con le BR?. Disperatamente fu vano il suo tentativo invocando gli amici per salvarsi la vita.
Pochi conoscono questa pagina di Storia retroattiva sulla "Fine di Moro".

"TODO MODO" ricavato da un romanzo di Sciascia fu il Film di Petri (con uno straordinario Volontè e un Mastroianni oltre a M. Melato) che uscì nel 1976, proprio durante il governo di Aldo Moro ( era il periodo in cui si iniziò già parlare di compromesso storico tra DC e PCI). (entrambi in fibrillazioni per una nuova Europa senza oltreatlantici. CHIARO CHE IN AMERICA ENTRARONO PURE LORO FIBRILLAZIONE.
Moro era interpretato dall'attore Gian Maria Volonté. Non si cita mai il nome Moro, ma la rassomiglianza, nel parlare, negli atteggiamenti, nella postura, era impressionante. La fisicità, il modo curiale di comportarsi ed il ruolo rivestito, non lasciavano spazio a dubbi in merito. Era l'uomo politico che era a capo della DC.
Infatti La Stampa (nr. 150, Anno 110, 27 giugno 1976) uscì con un titolo "Nel film di Elio Petri vilipendio a Moro?"; Il film suscitò polemiche e pur con le pressioni della DC per impedirne la diffusione, uscì ugualmente nelle sale; ma la pellicola fu subito sequestrata e bruciata. Ma uscì in Francia il 19 gennaio 1977 e negli Stati Uniti nell'ottobre 1977.
(Sembra che ora ve ne siano copie in giro restaurate. Alla Cineteca di Bologna e Torino. Ma alcuni spezzoni sono presenti anche su You Tube).

Nel film - nel corso di un ritiro spirituale per espiare la sete di potere e gli annessi reati di corruzione, vi sono uomini politici, affaristi, banchieri, tutti legati alla DC. Uniti nella lotta per la spartizione del potere. Vi sono varie "j'accuse" all' intera classe politica, una drammatica resa dei conti e allo stesso tempo una critica feroce alla stessa DC, al suo Capo e alle ambigue riflessioni sui rapporti tra Chiesa e Stato e tra potere e spiritualità.
La sostanza era "Qualcuno deve pagare". Vi sono diversi omicidi. Dopo un processo, Moro è fra questi processati: viene fatto inginocchiare a terra piagnucolante, lui dice che ha una missione da compiere, ma é brutalmente giustiziato da una raffica di mitra alla schiena. Per come andranno poi le cose solo un anno dopo, era un avvertimento, una profezia?

Giudicate VOI ! - Io conoscevo molto bene il Capo Scorta di Moro, era stato mio istruttore alla Scuola di Paracadutismo dei Carabinieri Sabotatori di Viterbo, e che in una circostanza - dopo aver fatto io 4 anni di antiterrorismo in Alto Adige - mi aveva proposto di affiancarlo nella scorta. In seguito ci vedemmo più volte a Roma.
Era ORESTE LEONARDI >>IL RICORDO DI UN AMICO e........altro ........>>

ALDO MORO
1916: nasce il 23 settembre a Maglie, in provincia di Lecce.
1934: consegue la maturità classica al Liceo "Archita" di Taranto.
1938: si laurea in Giurisprudenza presso l'Università di Bari discutendo una tesi su "La capacità giuridica penale". La tesi, ripresa ed approfondita, costituirà la sua prima pubblicazione scientifica e lo avvierà alla carriera universitaria.
1939: viene pubblicata la sua tesi di laurea e diventa Presidente della
FUCI (Federazione Universitaria Cattolica).
1941: ottiene l'incarico di Filosofia del diritto e di Politica coloniale presso l'Università di Bari.
1942: pubblica "La subiettivazione della norma penale" e ottiene la libera docenza in Diritto Penale.
1943: fonda a Bari, con altri amici "La Rassegna" che uscirà fino al 1945.

LA FAMIGLIA E LA POLITICA
1945: è un anno importante sul piano personale e professionale. Sposa Eleonora Chiavarelli, con la
quale avrà quattro figli, diventa Presidente del Movimento Laureati dell'Azione Cattolica, è direttore della rivista "Studium" di cui sarà assiduo collaboratore, impegnandosi a sensibilizzare i giovani laureati all'impegno politico. Pubblica "Il Diritto".
1946: viene eletto all'Assemblea Costituente. Fa parte della Commissione dei "75" incaricata di
redigere il testo costituzionale ed è relatore per la parte riguardante "i diritti dell'uomo e del
cittadino"
. E' anche vicepresidente del gruppo Dc all'Assemblea.
1947: si consolida l'impegno universitario. Pubblica "Appunti sull'esperienza giuridica: lo Stato e
l'Antigiuridicità penale"
. Diventa professore straordinario di Diritto Penale all'Università di Bari.

DEPUTATO
1948: nelle elezioni del 18 aprile viene eletto deputato al Parlamento nella circoscrizione
Bari-Foggia. Viene nominato sottosegretario agli Esteri nel quinto Gabinetto De Gasperi.
1951: pubblica "Unità e pluralità di reati" e diventa Professore ordinario di Diritto Penale
all'Università di Bari.
1953: viene rieletto al Parlamento e diventa Presidente del gruppo parlamentare Dc alla Camera dei
Deputati.
1954: parallelamente alla attività politica, intensificatasi negli ultimi tempi, prosegue con impegno e
dedizione gli studi giuridici. Pubblica, infatti, "Osservazioni sulla natura giuridica della execptio
veritatis".

MINISTRO
1955: diventa ministro di Grazia e Giustizia nel primo governo Segni.
1956: Nel corso del VI Congresso nazionale della Dc che si svolse a Trento, consolidò la sua
posizione all'interno del Partito. Fu infatti tra i primi eletti nel Consiglio nazionale del Partito.
1957: diventa ministro della Pubblica Istruzione nel governo ZOLI. Si deve a lui l'introduzione
dell'educazione civica nelle scuole.
1958: rieletto alla Camera dei Deputati, è ancora ministro della Pubblica Istruzione nel secondo
Governo Fanfani.

1959: VII Congresso della Dc che si svolge a Firenze. Gli viene affidata la Segreteria del Partito,
incarico riconfermatogli anche dal successivo Congresso che si svolse a Napoli nel 1962 e che
manterrà fino al gennaio del 1964.

CAPO DEL GOVERNO
1963: rieletto alla Camera, è chiamato a costituire il primo governo organico di centro-sinistra,
rimanendo continuamente in carica come Presidente del Consiglio fino al giugno del 1968, alla guida di tre successivi ministeri di coalizione con il Partito socialista. Nel 1963 ottiene anche il
trasferimento alla Facoltà di Scienze Politiche dell'Università di Roma, in qualità di titolare della
cattedra di Istituzioni di Diritto e Procedura penale.
1968: viene rieletto alla Camera, ma le elezioni puniscono i partiti della coalizione e determinano la
crisi del centro-sinistra. La sua posizione nel Partito appare, in questi anni, un po' decentrata. Dal
1970 al 1974, assume, anche se con qualche intervallo, l'incarico di ministro degli Esteri ( dal 1970
al giugno 1972 nel II e III ministero RUMOR; dal luglio 1973 al maggio 1974 nel IV e V ministero
Rumor).
1974: ottobre, ritorna alla presidenza del Consiglio formando il suo IV ministero che dura sino al
gennaio 1976 ( governo bicolore con il PRI).
1976: presiede il suo quinto ministero che ha però vita breve: febbraio 1976- aprile 1976. 
E' un
governo monocolore democristiano. 

Nel luglio del 1976 viene eletto 
Presidente del Consiglio nazionale della Dc. (vedi l'amaro discorso)


LA FINE
1978: il 16 marzo ALDO MORO viene rapito dalle Brigate Rosse e gli uomini della sua scorta
barbaramente assassinati. E' un attacco al cuore dello Stato e alle istituzioni democratiche che Moro degnamente rappresentava. 
Viene rapito mentre si stava recando in Parlamento per partecipare al dibattito sulla fiducia del nuovo governo ANDREOTTI costituito con l'appoggio e l'ingresso del PCI nella maggioranza programmatica e parlamentare, da Moro ampiamente favorito. Il 9 maggio, dopo 55 giorni di prigionia, lo statista veniva ucciso dalle Brigate Rosse. Il suo corpo viene rinvenuto nel bagagliaio di un'auto in via Caetani, emblematicamente a metà strada tra Piazza del Gesù e via delle Botteghe Oscure.

ALDO MORO
UN MARTIRE
DELLA DEMOCRAZIA

di Luca Molinari

Aldo Moro nacque a Maglie, in Puglia, nel 1916 e meglio di chiunque altro seppe condurre la propria attività politica all’insegna della moderazione, del dialogo e della ricerca del compromesso e dell’accordo tra le diverse parti politiche.

Fin dai tempi dell’Assemblea Costituente Moro applicò il dialogo e la ricerca di convergenza tra le parti in causa nella sua opera politica.

Alla Costituente rappresentò la Democrazia Cristiana di cui era stato eletto deputato e si fece promotore delle istanze più solidali del gruppo vicino alle posizioni di Giorgio La Pira e di GIUSEPPE DOSSETTI; era il “personalismo cattolico” per cui il ruolo e la funzione dello Stato erano da vedere nel rispetto della persona umana: lo Stato era in funzione dell’uomo e del cittadino e non viceversa.
 
L’opera del giovane Aldo Moro fu di straordinaria utilità per l’evoluzione e la buona riuscita dell’Assemblea Costituente.

Fin dalla fine degli anni ’40 Moro ricoprì importanti cariche pubbliche politiche e di governo: fu sottosegretario, ministro ed infine segretario generale organizzativo dello “scudo crociato” dopo la disfatta fanfaniana nel secondo decennio degli anni ’50.

Dalla segreteria di Piazza del Gesù, Moro iniziò a tessere una sottile ragnatela di peculiari rapporti politici il cui compito principale era il contribuire, pur mantenendo inalterato il ruolo fondamentale della DC, allo sviluppo della democrazia italiana.

Moro, uomo di potere e di governo, capiva i limiti ed i disagi del sistema politico e sociale della Repubblica italiana, della salvezza e dello sviluppo dell’Italia repubblicana era sicuro a patto che esso avvenisse all’insegna del dialogo tra tutte le forze politiche democratiche e tutte le parti sociali ed economiche legittimate alla partecipazione a tale processo di convergenza democratica.

L’elemento cardine e lo spirito della politica morotea consistevano nel progressivo e lento “allargamento delle basi della democrazia” italiana coinvolgendo e legittimando tutte le forze politiche democratiche e figlie della Resistenza componenti “l’arco costituzionale”.

Ciò doveva avvenire senza colpire o minare la centralità democristiana, che nell’ottica di Moro era vista come elemento base per la salvezza del sistema; la DC era “condannata a governare” per il bene del nostro Paese e della nostra Democrazia.

In nome di tale interesse supremo Moro cadde come un martire, martire della civiltà e delle proprie idee, alle quali fu fedele fino alla fine proprio come altri due famosi Martiri, questi però della fede, a cui sembra giusto affiancare lo statista pugliese: San Thomas Bechet e San Tommaso Moro (mai nessuna omonimia fu più appropriata!).

La politica morotea diede i suoi primi frutti all’inizio degli anni ’60 quando l’allora segretario democristiano si fece portavoce, dopo l’esperienza tambroniana del 1959, della “apertura a sinistra”, ossia del coinvolgimento dei socialisti del PSI di Pietro Nenni, che dopo i fatti d’Ungheria del 1956 si erano allontanati dai comunisti rompendo l’unità d’azione con il PCI ed imboccando la strada dell’autonomismo, prima, con i governi presieduti da Fanfani, nell’area della maggioranza di governo, poi, con i governi presieduti dallo stesso Moro, l’ingresso di ministri socialisti nell’esecutivo.

Moro diede al suo centro-sinistra un’impronta più moderata nel campo economico e sociale rispetto all’esperienza fanfaniana, ma fu all’avanguardia per quanto riguarda gli equilibri politici.

Il centro-sinistra subì un duro colpo dal tentativo di colpo di stato del generale Giovanni De Lorenzo (Piano Solo) che pose fine alla fase propulsiva di tale formula politica di governo.

Tappe fondamentali dell’incontro tra democristiani e socialisti furono i congressi dei due partiti, rispettivamente a Firenze ed a Napoli ed al teatro La Fenice di Venezia, l’incontro tra Nenni e Moro al residence della Camilluccia ed infine la convenzione degli economisti della sinistra democristiana di Pasquale Saraceno a San Pellegrino.

L’incontro tra Nenni e Moro doveva riprendere il filo interrotto di un dialogo mai nato tra don Sturzo e Turati, unica possibilità, nel 1922, di sbarrare il passo alle camicie nere di Benito Mussolini.

Finita la spinta propulsiva del governo con i socialisti vi fu la bufera del 1968 con la contestazione studentesca e l’autunno caldo del 1969 con le lotte operaie.

Aldo Moro fu uno dei pochi politici a capire la portata storica di quegli eventi che, forse, egli stesso aveva contribuito a provocare, avendo addormentato, dopo il 1964, il centro-sinistra convincendo i socialisti a rinviare le riforme strutturali del sistema, riforme che tanto stavano a cuore a Riccardo Lombardi ed ad Antonio Giolitti, “a data da destinarsi”.

In risposta a tale ondata impetuosa di richieste di innovazione del sistema e della vita italiana, il moderatissimo Aldo Moro formulò una nuova teoria politica: il progressivo incontro con il Partito Comunista allora guidato da Enrico Berlinguer.

Ciò doveva avvenire in tre differenti e successive fasi: astensione di tutti i partiti dell’arco costituzionale, quindi compresi anche i comunisti, su di un governo monocolore democristiano; successivo voto favorevole dei sopracitati partiti nei confronti del medesimo governo ed infine la partecipazione diretta di esponenti di tutti i partiti dell’arco costituzionale ad un nuovo ed innovativo governo.

Le prime due fasi (astensione e voto favorevole) di tale programma politico si realizzarono realmente e Moro le diresse in qualità di Presidente della DC, la terza fase, invece, non si ebbe mai: per impedirla menti e braccia crudeli la soffocarono nel sangue dello stesso Moro, che la avrebbe dovuta guidare dal Quirinale, essendo il candidato naturale dei partiti democratici alla successione del Presidente della Repubblica, che proprio nel 1978 vedeva scadere il proprio mandato, Giovanni Leone nell’oneroso ed onorato compito di ricoprire la Somma Magistratura dello Stato.

Ancora oggi nella vita politica italiana c’è il ricordo di quella immane tragedia; mai la vita pubblica repubblicana fu così duramente scossa: aleggia tuttora il fantasma di via Fani.

In una calda primavera di vent’anni fa si consumò l’evento più tragico della storia della Repubblica italiana: un gruppo di terroristi composto da brigatisti rossi, dopo averne trucidato la scorta, rapì Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana, e, dopo più di un mese di prigionia, lo uccise causando una ferita nel tessuto democratico del Paese che non è stata più sanata.

Non è intenzione delle seguenti pagine analizzare la vicenda Moro dal punto di vista giudiziario e non si vuole nemmeno formulare giudizi morali sul comportamento dei differenti attori della vicenda.

Le righe che seguiranno hanno come obiettivo una breve e sintetica analisi storica-politica degli eventi precedenti all’omicidio del leader DC e delle conseguenze che tale atto ebbe nella vita del Paese.

Le elezioni del 1976 avevano visto l’affermazione del PCI di Enrico Berlinguer che era giunto a sfiorare il sorpasso sullo storico avversario, la DC in quel momento guidata dal moroteo Benigno Zaccagnini: furono le elezioni dei due vincitori.

I comunisti si facevano portavoce di richieste di rinnovamento della politica nazionale e furono i primi ad affrontare la denuncia della “questione morale”, ossia della disinvoltura con cui molti politici agivano.

All’inizio degli anni ’70, a seguito del colpo di stato reazionario effettuato in Cile dal generale Pinochet, Berlinguer si era fatto promotore di un accordo di sistema tra le grandi culture politiche di massa: comunisti, cattolici e socialisti; il
“compromesso storico" Vedi BERLINGUER >>.

I principali interlocutori del leader comunista furono Moro ed il leader repubblicano Ugo La Malfa, entrambi sostenitori di un forte rinnovamento del sistema politico italiano.

Il “compromesso storico” doveva servire alla legittimazione del PCI potendo rendere possibile un’alternanza ed una alternativa anche nella vita politica italiana.

Si prospettava una soluzione di tipo tedesco: negli anni ’60 in Germania(RFT) vi era stata una “grande coalizione” tra democristiani e socialdemocratici la cui conclusione fu una serie di governi a guida socialdemocratica.

I governi Andreotti (DC) che si formarono dopo le elezioni del 1976 ebbero, in un primo momento l’astensione di tutti i partiti dell’arco costituzionale (DC, PCI, PSI, PSDI, PRI, PLI) che successivamente, tranne i liberali che si espressero contro, tramutarono tale voto in voto favorevole.
A tale esperimento si opposero numerose forze, sia palesi, sia occulte, tanto a livello nazionale quanto a livello internazionale.

La morte di Moro comportò la fine dell’esperienza della solidarietà nazionale e si assistette alla trasformazione dello scenario politico italiano.

Il ruolo riformatore dei comunisti italiani venne di molto ridimensionato(il PCI venne rimandato all’opposizione) e si affacciò nel panorama politico italiano l’on. Bettino Craxi il cui ruolo di “ago della bilancia” fruttò per tutti gli anni ’80 una notevole rendita di posizione.

Durante i cinquantacinque giorni del sequestro ci fu il dibattito e lo scontro tra la linea della fermezza e la linea favorevole alla trattativa: fu giusto non trattare, fare altrimenti sarebbe stato come legittimare, rinforzandole, le Brigate Rosse; ciò che è da condannare furono i ritardi e le omissioni che avrebbero potuto portare alla salvezza del Presidente democristiano.

Ancora oggi attorno al caso Moro esistono numerosi ed irrisolti misteri.

Non si sa neppure e non sembra, quindi, giusto esprimersi al riguardo nulla di preciso a riguardo della veridicità delle lettere inviate da Moro durante la prigionia.

Probabilmente ha ragione Alessandro Natta, anche se ciò può apparire di un grado di cinismo molto elevato, quando dice che la grande sfortuna di Moro, la cui sorte era ormai stata decisa al momento del rapimento, fu quella di non essere rimasto ucciso in via Fani, seguendo, così, il truce e tragico destino del maresciallo Oreste Leonardi e degli altri agenti della scorta.

Chi scrive, anche per ragioni anagrafiche, non può essere iscritto tra i nostalgici del compromesso storico ed è ben conscio dell’impossibilità e della difficoltà di avanzare ipotesi storiche postume, ma è altrettanto convinto che se la sorte dello statista DC, non avesse il dialogo tra i cattolici ed i social-comunisti, all’Italia ed agli italiani si sarebbero risparmiati i rampanti anni ’80, gli anni del craxismo imperante, della “governabilità craxiana” e del “successo senza moralismi”, alla fine dei quali gli Italiani si sono trovati pieni di debiti e con forti lacerazioni nel rapporto fiduciario tra cittadini ed istituzioni.

Sarebbe ora di poter trovare la verità conclusiva del caso Moro, appurando la verità e trovando tutti i responsabili di tale efferato atto di barbarie.

Aldo Moro e le altre vittime hanno il diritto di poter riposare in pace e gli italiani di conoscere la verità: lo sviluppo democratico dell’Italia non può avvenire mantenendo tali scheletri negli armadi.

Di Aldo Moro resta, come lo definì Papa Paolo VI, il ricordo di “un uomo mite e buono”, il cui pensiero politico è ora più che mai attuale ed utile all’Italia democratica e repubblicana.


Luca Molinari

 

IL DRAMMA

Prima una sintesi dell'intero anno, poi passeremo ai drammatici singoli mesi 

Il 1978 ! Inizia un anno tenebroso, un anno di tante tragedie  e di tanti  lutti che il terrorismo porta dentro molte famiglie. Fra queste sciagure: la tragedia di ALDO MORO. Inizia in un modo drammatico il 16 marzo, e si conclude con l'uccisione dello statista il 9 maggio; una data storica tristissima e atroce per ogni democratico, che sente e sa di aver perso non solo Moro (ce ne può importare poco o tanto) ma un punto di riferimento essenziale nel procedere nel faticoso cammino della democrazia italiana. A tutti, indistintamente questa democrazia nel pomeriggio di questo fatidico giorno è apparsa meno vera e anche meno civile.

Le sorprese non mancarono nei mesi successivi. A giugno dopo l'uscita di  un libro di una coraggiosa giornalista, CAMILLA CEDERNA,  venne alla luce lo scandalo "del palazzo", scatenando  una tremenda campagna stampa contro  l'inquilino del Quirinale, cioè contro la massima carica dello Stato. Impietose accuse, escono dal libro La carriera di un Presidente e distruggono veramente la carriera del Presidente LEONE che è "costretto" a dimettersi a pochi mesi dalla fine del suo mandato.

E' anche l'anno il 1978, in cui sulla cattedra di San Pietro, al soglio pontificio,  nell'arco di pochi mesi salgono tre Papi. Muore in agosto PAOLO VI. E' eletto GIOVANNI PAOLO I, Papa LUCIANI, che muore dopo soli trentatré giorni, a Settembre. In ottobre viene eletto GIOVANNI PAOLO II, il Papa "venuto dal freddo". E'  KAROL WOJTYLA, il primo papa polacco nella storia della Chiesa  e il primo papa straniero dopo 455 anni (dal 1523). Un uomo di "chiesa in trincea", e proprio per questo va a  rivoluzionare i rapporti chiesa-fedeli. Pur essendo un anticonformista il suo carisma  in breve tempo é così grande che non rimane confinato in un territorio limitato, ma per la prima volta il termine della Chiesa cristiana, "ecumenismo" rispecchia il suo significato etimologico, "che riguarda tutta la terra abitata, tutti i popoli.".

Nell'anno del "dopo Moro" e del "dopo LEONE",  al Quirinale, in luglio, sale  un socialista. E' SANDRO PERTINI. Con un lungo passato di oppositore al fascismo. Dopo molti anni di carcere e di confino, lo ritroviamo nell'ultimo anno della guerra mondiale a capo dei comitati della Liberazione dell'Alta Italia. Eletto quest'anno Presidente, conquisterà anche lui  "l'affetto" degli italiani con quella sua immagine di nonno burbero ma affettuoso, spartano ma non troppo; giulivo come un ragazzino ai  mondiali di calcio, ma severo e con estemporanee bacchettate ai politici, spesso con tanta retorica e demagogia. (Patetico quando non volle ricevere i parlamentari il cui nome risultava iscritto nelle liste P2, e che sapeva benissimo che erano fra quelli che lo avevano eletto.  Uno che era a capo di una commissione parlamentare non riuscì a varcare il portone del Quirinale. Ma restò comunque pervicacemente al suo posto, coperto e difeso dal suo partito. Del resto -scrisse Scalfari il 18 giugno su Repubblica- se certi partiti isolassero le mele marce, resterebbero quasi senza dirigenti"

Ma non dimentichiamo che Pertini ha 82 anni; ed è stato messo a fare il Presidente proprio per questo. Fare un ambiguo maquillage alla politica. Un MORO avrebbe sconvolto la politica. Un FANFANI l'avrebbe stravolta. PERTINI l'ha imbalsamata quel tanto che serviva agli uni e agli altri che per il gretto operato di alcuni si giustificavano nel dire che avevano all'interno dei loro partiti le mele marce; ma spesso lo dicevano con lo scopo di isolare le mele sane.

ECONOMIA 1978 -  Le previsioni all'inizio dell'anno erano quelle di una netta ripresa per l'economia mondiale e per quella italiana. Questa c'era veramente stata nel corso dell'anno, ma molto blanda. In Italia la si chiamò "ripresina". Deludente ma sufficiente per stabilizzare la crisi. L'inflazione non ha avuto altre impennate, e la tendenza registrata a fine anno (il precedente '77 ha chiuso con un 18,11%) dovrebbe farla scendere nel '79, secondo le ottimistiche previsioni a un 13%. (sarà invece del 17,71% e il successivo 1980 del 21,14%. Altro che "ottimistiche").
E' scattato il "Piano Pandolfi" che mette sotto controllo la spesa pubblica.   Di trentamila miliardi  (15% del GNP) é il deficit del bilancio dello stato.
A fine anno, l'abile  Andreotti, controcorrente e quasi mettendo in crisi la maggioranza è riuscito a far entrare l'Italia nello SME, nel Sistema Monetario Europeo.
Come ci sia riuscito non è un mistero. Davanti ai tedeschi si calò le braghe sulla "fuga" di Kappler. Poi andò in Tv recitando la parte del finto tonto.

La novità più importante, per il momento solo apparente (ma che è l'inizio in sordina di un grande mutamento, formale e sostanziale nell'economia privata italiana, compresi i grandi gruppi) é il cambiamento di rotta che le unità produttive adottano dopo che GUIDO CARLI (passato dall'altra parte della barricata - da uomo di potere del governo a uomo della Confindustria) ha lanciato le sue romanzine ai politici dal pulpito dell'Assemblea degli industriali.  E' una dura requisitoria contro lo Stato assistenziale. Ed è' il rilancio del liberismo davanti a otto ministri che lo ascoltavano, che Carli con la sua filippica, ha letteralmente "schiaffeggiato". (Ma poi lo ritroveremo più avanti, accanto a loro, al governo, e farà nuovamente quello che faceva prima, o meglio quello che ora stanno facendo gli altri presi a "schiaffi").

ED ECCOCI AI TRAGICI FATTI


I 55 GIORNI DEL SEQUESTRO MORO

____________________________________________________________________

Il sequestro del presidente della Dc avvenne il 16 marzo 1978,
giorno in cui il Parlamento si accingeva a votare un governo costituito anche dal Pci

LE BRIGATE ROSSE UCCIDONO MORO.
MA A CHI E' SERVITO QUESTO OMICIDIO?

di MARCO UNIA

Nel corso di due recenti interviste l'ex Presidente della Repubblica Francesco Cossiga e il senatore a vita Giulio Andreotti hanno dichiarato che la linea della fermezza tenuta dallo Stato in occasione del sequestro Moro stava per essere abbandonata, ma l'assassinio del presidente della Democrazia Cristiana fu eseguito pochi giorni prima del realizzarsi di tale svolta politica. I due uomini politici, che nel marzo 1978 detenevano la carica di ministro degli Interni e di Presidente del Consiglio, sostengono infatti che lo Stato era ormai pronto a trattare con i sequestratori, sia pagando un riscatto economico sia abbandonando quella linea di intransigenza che aveva caratterizzato le precedenti trattative con le Brigate Rosse. Tali dichiarazioni, pur rimanendo nel campo delle congetture - trattando cioè non di quanto avvenne ma di quanto sarebbe potuto accadere- inducono una nuova riflessione sul sequestro dello statista democristiano e sulla lotta politica che si produsse all'interno dei partiti politici tra i fautori della trattativa con i brigatisti e la maggioranza degli intransigenti, che rifiutavano ogni dialogo con i terroristi.

Ma per poter ricostruire queste vicende è necessario in primo luogo ripercorrere con precisione tutte le tappe del sequestro, capire la psicologia dei personaggi coinvolti e la vastità della partita che si stava giocando, perché solo in questo modo sarà possibile giudicare se e come Moro poteva essere salvato e se davvero i partiti erano nelle condizioni e nella disposizione a trattare con i terroristi.

Aldo Moro viene sequestrato il 16 marzo 1978 verso le nove, mentre si sta recando alla Camera dei Deputati, che quel giorno è riunita per votare il nuovo governo di solidarietà nazionale, presieduto da Andreotti e del quale avrebbero fatto parte per la prima volta dalla nascita della Repubblica anche esponenti del PCI. In quella tragica mattina Moro viaggia a bordo di una Fiat 130 in compagnia dell'appuntato Domenico Ricci e del maresciallo dei carabinieri Oreste Leonardi ed è seguito da una macchina di scorta, sulla quale si trovano il brigadiere Francesco Izzi e gli agenti Raffaele Iozzino e Giulio Rivera: tutto procede come ogni giorno, come sanno i terroristi, che conoscono le abitudini del presidente della DC.

Le Brigate Rosse hanno preparato per mesi l'operazione, hanno scelto Moro anche perché la sua scorta è meno numerosa di quella di Andreotti e di Fanfani (rispettivamente Presidente del Consiglio e Presidente del Senato), e hanno condotto diversi sopraluoghi nella capitale per scegliere il luogo dove effettuare il sequestro. Quando la macchina di Moro spunta in Via Fani, all'incrocio con via Stresa, ci sono nove brigatisti a tendergli l'agguato, 5 effettivi e altri quattro di copertura. Mario Moretti guida una 128 bianca che supera a tutta velocità la scorta e l'auto di Moro e inchioda davanti a quest'ultima, costringendo l'autista del presidente della Democrazia Cristiana a frenare e a fermarsi, dopodiché quattro brigatisti che indossano la divisa da pilota dell'Alitalia e che sono nascosti sul marciapiede escono allo scoperto e aprono il fuoco.

*Gli uomini della scorta e l'autista vengono uccisi senza avere praticamente il tempo di reagire, poi Moretti carica su un'altra macchina Moro e assieme ai compagni si dirige verso Piazza della Madonna del Cenacolo, dove lo statista è trasbordato su un furgone che lo porta fino nel parcheggio sotterraneo della Standa in via Colli Portuensi. A questo punto Moro viene messo in una cassa, caricato su un altro furgone e portato in via Montalcino, nell'appartamento-prigione che i brigatisti hanno preso in affitto qualche mese prima.

A questo punto sorge una prima domanda: perché le Br hanno sequestrato Moro e perché proprio colui che stava maggiormente adoperandosi per inserire il PCI nell'area di governo? Comprendere le motivazioni della scelta è compito difficile e ciò non dipende da una carenza di testimoni ma dalle diverse interpretazioni fornite da ciascuno di loro. Per Valerio Morucci, brigatista della colonna romana, il sequestro Moro è anzitutto una dimostrazione di forza, perché le Br "dovendo proporsi come forza egemone alla massa caotica del Movimento, dovevano puntare tutto su un operazione militare monstre". Lauro Azzolini dice invece che "Moro era il punto finale di molte cose nostre".

*"Per cominciare l'odio verso la DC nel movimento comunista, particolarmente duro per noi reggiani. Secondo: volevamo una azione capace di dimostrare al proletariato che la rivoluzione era a portata di mano. Terzo: attraverso Moro volevamo capire la struttura del potere. Quarto: volevamo il riconoscimento dei prigionieri politici." In mezzo a questi distinguo - tra i quali occorre anche citare la posizione di Mario Moretti, per il quale Moro era l'obbiettivo "perché era sua, almeno da vent'anni, la suprema gestione del potere in Italia, perché era il demiurgo del potere borghese"- tutti concordano sul fatto che la scelta del 16 marzo sia stata casuale e non simbolica. Quel giorno si doveva infatti varare il primo governo di solidarietà nazionale, ma i brigatisti dicono che per loro non era possibile prevedere esattamente il giorno in cui la Camera si sarebbe riunita e che fu solo una coincidenza la scelta di tale data. Ciò non significa che colpendo Moro le Br non volessero anche colpire il progetto politico del presidente della DC e di Berlinguer, perché quell'accordo tra i due principali partiti italiani sembrava a loro "l'accettazione da parte comunista di una politica subalterna."


*Ma motivazioni dei terroristi a parte, come reagì il Paese, i cittadini e le istituzioni a questo "attacco al cuore dello Stato"? Gli stessi politici, che come abbiamo visto si trovavano riuniti in seduta per la votazione, furono fortemente scossi dall'avvenimento tanto da decidere la sospensione per due ore delle dichiarazioni di voto, mentre nel frattempo Berlinguer incontrava a Palazzo Chigi Andreotti. Dopo la consultazione i politici decisero di proseguire nelle votazioni, anche perché era necessario non lasciare l'Italia senza guida in una situazione così delicata: dopo un brevissimo dibattito Giulio Andreotti fu eletto presidente del nuovo governo.

La maggioranza della società civile reagiva protestando contro il sequestro anche se forte era l'angoscia e lo smarrimento per quanto sta accadendo, gli operai parteciparono in massa allo sciopero proclamato dai sindacati, ma ci furono anche gruppi che accolsero con favore la notizia. Come ricorda Giorgio Bocca "a Milano per esempio, in alcune sezioni di fronte all'Unidal, fabbrica occupata, a Novate, al Giambellino, i compagni si radunano e stappano bottiglie di vino per festeggiare: il volantinaggio diventa facile, si passa dalle seicento copie normali per Milano, alle quattromila."

Molti giovani appartenenti al Movimento si avvicinano alle Brigate rosse, affascinati dalla loro efficienza militare e desiderosi di avventura più che animati da motivazioni politiche. In una posizione di neutralità, che è riassunta nel motto "né con le Br né con lo Stato" si schierano poi settori consistenti della borghesia laica, ostili alla DC ma non disponibili ad una svolta in senso rivoluzionario.

*Nei giorni successivi iniziarono a delinearsi con più precisione i contorni di una vicenda politica che per 54 giorni, fino al 9 maggio giorno dell'uccisione di Moro, fu al centro della vita del Paese e le cui conseguenze sarebbero durate a lungo , ben oltre la morte dello statista. Il 17 marzo le Br rivendicano il rapimento con una telefonata a "Il Messaggero" di Roma e con un comunicato in cui affermano che Moro, capo della DC, è lo strumento di una strategia imperialistica internazionale e che per questo verrà giudicato da un "tribunale del popolo". Le Brigate rosse ribadiscono la loro convinzione che in Italia sia operante il cosiddetto SIM, lo stato imperialista delle multinazionali e che questo abbia come suo referente il partito democristiano. Valerio Morucci, criticando i suoi compagni dell'epoca dice infatti: " Il progetto [del sequestro] nella sua rarefatta astrazione era perfetto. Partendo dalla premessa falsa ma dogmatica che esiste il SIM, tutto ne deriva: Moro è il perno insostituibile del progetto imperialistico, la DC non può fare a meno di lui, gli altri partiti non possono fare a meno della DC, dunque la partita è vinta in partenza, lo Stato sarà costretto a trattare, il prezzo sarà altissimo".

Lo Stato italiano tenta di reagire a quello che si configura come il più grave attacco mosso dalla nascita della Repubblica alle sue istituzioni. Il Ministro dell'Interno Cossiga costituisce un gabinetto di crisi di cui fanno parti anche i dirigenti del Sisde e del Sismi, la cui attività investigativa sarà poi molto discussa una volta che il sequestro si sarà tragicamente compiuto. Le indagini della polizia procedono nel vuoto, vengono arrestate persone che si rivelano completamente estranee ai fatti e talvolta l'attività degli agenti appare persecutoria.

*I partiti reagiscono al sequestro accentuando le misure di repressione, vengono immediatamente votate provvedimenti straordinari che ampliano i poteri di perquisizione, allungano il periodo di fermo, prevedono pene più severe per i sequestri. Queste norme creano profondo disagio negli ambienti garantisti, tra i giuristi, i sindacalisti e gli intellettuali riformisti, che fanno fatica ad accettare l'idea che per difendere la Repubblica si debba rinunciare ad alcune regole fondamentali della democrazia. Ai primi di aprile viene chiesto anche il silenzio stampa e vengono arrestate decine di persone solo con l'accusa generica di associazione sovversiva e molti avvertono il pericolo di una società che va militarizzandosi.

*Intanto il 25 e il 29 marzo le Br inviamo altri due comunicati, in cui chiamano all'insurrezione "l'avanguardia comunista del proletariato" e attaccano oltre alla DC anche il PCI. Dopo pochi giorni, siamo al quattro aprile, giunge un nuovo comunicato, accompagnato questa volta da una lettera autografa di Moro indirizzata a Cossiga in cui spiega d'essere prigioniero politico dei brigatisti e di essere sottoposto ad interrogatori in quanto presidente della Democrazia Cristiana.

I comunicati delle Brigate Rosse contro il PCI sono anche la conseguenza dell'atteggiamento di fermezza assunto dal partito comunista nei confronti dei rapitori e della partecipazione al governo Andreotti. Il PCI condanna duramente i brigatisti, ne prende le distanze, così come fa la CGL, propone le misure speciali per la sicurezza ed è pienamente solidale con la DC nel rifiutare ogni trattativa. Se quest'atteggiamento di intransigenza legalitaria è un dato di fatto inequivocabile, restano tuttavia ancora incerte le vere motivazioni che spinsero il partito comunista ad assumere questa posizioni così nette. Il sequestro Moro arriva in un momento in cui il partito sta cercando di passare dall'opposizione alla collaborazione di governo e di proporsi come partito riformista e vuole quindi prendere le distanze da un movimento rivoluzionario che ha le sue radici nella cultura comunista.

*Il PCI vuole e deve dimostrare di non essere il terreno ideologico di coltura per i brigatisti e così fa anche Luciano Lama, capo della CGL, che volutamente contrappone i partigiani - la cui eredità rivendica al PCI - alle Brigate Rosse. La strada della distinzione netta e totale comporta però delle difficoltà notevoli e degli estremismi ideologici, come ricorda Rossana Rossanda, del gruppo del Manifesto: "Anche il PCI era in difficoltà, sfidato o a capire l'origine popolare delle Brigate rosse, cosa che in piena ricerca di legittimità a governare non voleva fare, o ad appiattirsi nella difesa dello Stato che fino a ieri aveva più d'ogni altro denunciato."

Berlinguer e la dirigenza decidono di percorre fino in fondo quest'ultima strada, nonostante le numerose incertezze manifestate dalla base, o forse proprio per questo: con questo atto di forza le Br mettono in difficoltà il partito anche nelle fabbriche, perché le frange operaie estremiste possono ora contrapporsi al sindacato con maggior forza.

La difesa incondizionata dello Stato è però una strada tortuosa, per un partito che per anni aveva denunciato il suo malfunzionamento, e che ora dalle pagine dell'Unità "loda la polizia, i carabinieri, gli enti pubblici, la magistratura, la scuola. Tutto e tutti nel campo borghese devono essere capiti, giustificati, aiutati, nel nome della comune battaglia rigorista. Un silenzio totale cade sui contrasti tra i partiti e i leader dello stesso partito".

*Ma il sequestro Moro è un problema soprattutto della DC, anzi come lo definisce lo stesso Moro nella lettera indirizzata al segretario Zaccagnini, è un "tremendo caso di coscienza" per il partito, chiamato a decidere sulla sorte di uno dei suoi più autorevoli esponenti. Moro infatti, sin dal momento del suo sequestro non si rassegna alla prigionia e alla morte e anzi inizia lui per primo le trattative diplomatiche per riuscire ad arrivare ad una scarcerazione.

Il presidente della DC non si rassegna al destino di martire a cui paiono averlo destinato i suoi compagni di partito e di governo, che hanno deciso di non trattare con i brigatisti per arrivare alla sua liberazione. La DC si schiera compatta con Andreotti, che persegue nella politica di fermezza e le divisioni sono mascherate per la necessità di presentare un immagine di compattezza. Diverse sono le giustificazioni che inducono a non prendere in considerazione un dialogo con i brigatisti, anche se per tutti il principale problema è quello di non riconoscere dignità politica alle Brigate Rosse: il messaggio che deve essere dato al Paese è che le Brigate rosse sono un gruppo di assassini e non un movimento politico antagonista. Moro però non accetta quella che considera un ingiusta condanna a morte pronunciata nei suoi confronti e nelle successive lettere del 10 e del 20 aprile chiede al suo partito di trattare per la liberazione, perché in Italia "è in corso una autentica guerriglia" e perché è legittimo effettuare uno scambio di prigionieri che permetta di salvare delle vite umane.

La lettera a Zaccagnini, che è anche un suo caro amico, ha dei passaggi che lasciano pieni di doloroso stupore:
" […] Con profonda amarezza e stupore ho visto in pochi minuti, senza nessuna seria valutazione umana e politica, assumere un atteggiamento di rigida chiusura. L' ho visto assumere dai dirigenti, senza che risulti dove e come un tema così tremendo come questo sia stato discusso. Voci di dissenso, inevitabili in un partito democratico come il nostro, non sono artificiosamente emerse. La mia stessa disgraziata famiglia è stata in un certo modo soffocata, senza che potesse disperatamente gridare il suo dolore e il suo bisogno di me. Possibile che siate tutti d'accordo nel volere la mia morte per una presunta ragione di Stato che qualcuno lividamente vi suggerisce, quasi a soluzione di tutti i problemi? Altro che soluzione di tutti i problemi. Se questo crimine fosse perpetrato. Si aprirebbe una spirale terribile che voi non potreste fronteggiare. […] Io lo dico chiaro: per parte mia non assolverò e non giustificherò nessuno. Attendo tutto il partito a una prova di serietà e di umanità".

L'attesa dello statista e dell'uomo che disperatamente invoca gli amici per salvarsi è vana. Alle Brigate Rosse potrebbe essere offerto uno scambio di prigionieri politici ma nessuno rompe il fronte dell'intransigenza. Le parole di Moro feriscono, ma molti, anche tra i suoi amici, sono convinti che il presidente della DC non si trovi nella piena facoltà fisica e mentale, che l'autore delle lettere non sia il vero Moro. I giorni passano e la situazione resta bloccata, le indagini non avanzano, il fronte dell'intransigenza resiste, i brigatisti non riescono a riscuotere un consenso popolare per la loro azione.

Il 15 aprile le Br comunicano che il processo a Moro è concluso e che il prigioniero è condannato a morte. Il 18 aprile tutto sembra finito, il settimo comunicato delle Br rende nota l'avvenuta esecuzione del presidente della DC, il cui cadavere è stato gettato nel laghetto della Duchessa. Le forze dell'ordine scandagliano per giorni il lago e i mass-media danno grande rilievo alla notizia, ma poi si scopre che il messaggio è un falso e che è scritto su una macchina da scrivere diversa da quella usata dai brigatisti come segno di riconoscimento.
Le stesse brigate rosse diffondono il 20 un altro comunicato, definendo l'altro un "falso" prodotto dallo Stato e allegano una fotografia del prigioniero con in mano il quotidiano "La Repubblica" del giorno 19.

La diffusione del falso comunicato costituisce uno degli episodi oscuri della vicenda Moro, la cui responsabilità è stata attribuita a Tony Chicciarelli, falsario d'arte legato alla malavita, poi ucciso nel 1984 a Roma.
La vicinanza di Chicchiarelli ai servizi segreti italiani ha alimentato le ipotesi di un complotto di Stato, di una trama condotta da apparati deviati e finalizzata ad intralciare le indagini per la liberazione di Moro. Tuttavia non esistono al momento attuale certezze sulle motivazioni del depistaggio e anche i sequestratori dell'epoca non hanno spiegazioni certe da offrire. Anche Moretti si limita a fare delle ipotesi: "Sono state date parecchie interpretazioni di quel falso comunicato. Secondo alcuni erano i servizi segreti che per conto di Andreotti volevano far sapere a Moro: ti consideriamo già un cadavere. Oppure la P2 che voleva depistare gli indagatori, prolungare il sequestro e con esso la destabilizzazione. Io credo poco a questa tesi del permissivismo poliziesco premeditato, di un rallentamento delle indagini fatto ad arte. Eravamo in piena guerra, ci ammazzavamo a vicenda, si andava a una guerra senza prigionieri. Che permissivismo?"

Accanto a questo mistero si aggiunge sempre il 18 aprile 1978 la scoperta di una base delle Br in via Gradoli a Roma. In questo caso il mistero è determinato dalla segnalazione pervenuta nei giorni precedenti alla signora Moro del nome di Gradoli come possibile luogo di detenzione del marito.
Il nome era circolato durante una seduta spiritica tenuta a Bologna e la signora Moro aveva informato Cossiga, che aveva fatto fare ricerche infruttuose a Gradoli, comune nel Lazio. Due sono le domande che ancora attendono risposta per questo episodio: chi aveva fatto il nome di Gradoli durante la seduta e perché Cossiga non fece cercare a Roma presso via Gradoli?

La scoperta del covo disabitato delle Brigate Rosse non modificò comunque la situazione e non vi riuscì neppure il Papa Paolo VI, che il 22 aprile indirizzò ai sequestratori un messaggio pubblico chiedendo che liberassero Moro senza condizioni. Pio VI si rivolgeva con umanità ai terroristi, ma nelle sue parole non c'era alcuna proposta di dialogo con le Br: non c'era quella proposta di scambio di prigionieri politici che forse avrebbe potuto interessare i sequestratori. La decisione di non proporre scambi o altro genere di aperture era stata presa dal Papa o imposta dallo Stato italiano? Le ipotesi, ancora una volta, divergono: per alcuni Pio VI avrebbe voluto trattare e ne venne impedito, per altri come Cossiga nessuno interferì con le decisioni del Vaticano.

E i sequestratori come ricordano quell'appello? Ecco il commento di Moretti alle parole del Papa:
"Ad alcuni parve un riconoscimento, l'appello in apparenza era comprensivo, sostanzialmente però intransigente. Era stato Moro a prendere l'iniziativa, aveva scritto lui la lettera al Papa ricordandogli l'antica amicizia, dichiarandosi suo discepolo non solo in religione ma anche in politica, pregandolo di intervenire per sgelare il rigorismo del livido Andreotti, come lui lo chiamava. E il papa nel suo stile paludato rispondeva all'appello con una condanna: 'Liberate l'onorevole Moro semplicemente, senza condizioni'. Fu la sola volta che sentimmo per Moro una sorta di comprensione. Era infuriato, avvilito, si sentiva giocato, sacrificato e proprio da coloro su cui contava".

Ma fino a che punto si può credere a Moretti, sino a che punto la storia dell'uomo assassinato può essere ricostruita tramite le parole dell'assassino? Moro era davvero infuriato con il Papa? E poi, i terroristi avevano davvero intenzione di salvare Moro, questa possibilità era parte del sequestro o è solo il frutto di una ricostruzione fatta a posteriori dai terroristi per fornirsi un alibi e per accusare la classe dirigente dell'epoca di non aver agito per salvare il presidente della DC? Il 24 aprile infatti i brigatisti propongono uno scambio ma le condizioni poste, la liberazione di tredici prigionieri, sono palesemente inaccettabili.

Con queste richieste impossibili da realizzare, le Br dimostrano di non credere più nella possibilità di risolvere con una mediazione politica la vicenda Moro: sanno infatti benissimo che lo Stato non potrà mai accettare di liberare un numero così elevato di detenuti.
Il 27 aprile il PSI di Craxi prova a rompere il fronte del rigore, promovendo un progetto che preveda la liberazione di alcuni detenuti per motivi di salute. I dirigenti del PSI incaricano il giurista Vassalli di studiare le modalità con cui realizzare "un atto unilaterale di clemenza", che comprenda anche l'alleggerimento del regime carcerario. Ma le trattative non vanno avanti, non si trovano i contatti con i brigatisti e soprattutto la proposta non viene formalizzata in Parlamento.

E' però molto singolare che mentre ci sono in corso queste trattative su Moro, cosa ci faceva Giorgio Napolitano negli USA con Moro ancora prigioniero? Risposta. Il temuto compromesso storico tra Berlinguer e Moro stava preoccupando gli Stati Uniti.

Il 29 Moro scrive ancora a Zaccagnini chiedendo di non essere condannato a morte e il 30 è la famiglia dello statista democristiano a fare un appello perché si tratti la liberazione dell'ostaggio. Lo Stato è però sordo alle richieste, sostiene che non si può trattare per Moro perché altrimenti bisognerebbe poi trattare in tutte le altre occasioni simili.

( LEGGI PIU AVANTI DAL 1* MAGGIO IN POI )

Il 5 maggio arriva così l'ultimo comunicato delle Br in cui si dice che si sta eseguendo la sentenza di condanna a morte di Moro. Ma qualcuno dei sequestratori telefona ancora alla moglie nello stesso giorno per dire che basterebbe un piccolo spiraglio di trattativa per salvare il presidente della Democrazia Cristiana. Ma, come abbiamo visto, la famiglia Moro è impotente e nessuno l'ascolta.
Passano quattro giorni senza che nulla accada e il 9 maggio le Br decidono di uccidere Moro.

Azzolini spiega così la decisione: "La ragione per cui decidemmo di chiudere fu militare: avevamo la sensazione che la polizia fosse vicina alla prigione di Moro. C'era un visibile aumento dei controlli proprio nel quartiere dove stava la prigione e c'era le legge sul controllo degli alloggi."

La mattina del 9 maggio Moro viene ucciso nel garage di via Montalcini con undici colpi di arma da fuoco da Mario Moretti, in presenza degli altri tre carcerieri.
Nella stessa mattinata del nove una telefonata avverte il professor Tritto, amico del presidente della DC, che il cadavere di Moro si trova in via Caetani.


Pronto?..qui Brigate Rosse

Richiede plug-in

Ed è li, all'interno del bagagliaio di una Renault rossa che viene ritrovato il suo cadavere.

Anche per l'ultimo atto del loro assassinio i brigatisti hanno scelto un luogo altamente simbolico: via Caetani è infatti a metà strada tra Piazza del Gesù, dove si trova la sede della Democrazia Cristiana e via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista Italiano.
Il significato simbolico per le Br voleva essere questo: "Moro è scomparso dalla scena politica ma il suo cadavere in quel luogo significa che il fronte rivoluzionario dice no ad un accordo tra la DC e il PCI".
E con quel gesto le Br mettevano fine alla vita di un politico di grande levatura, ad un uomo che aveva dimostrato anche in carcere tutta la sua umanità e instradavano il loro destino su una via di brutale violenza da cui loro stessi sarebbero stati sconfitti.


MARCO UNIA

BIBLIOGRAFIA
Noi Terroristi, di Giorgio Bocca, Milano, 1985
L'affaire Moro, di Leonardo Sciascia, Palermo, 1978
Sequestro e uccisione di Aldo Moro, di Rossana Rossanda, Roma-Bari 1997

INFINE

UN PERSONALE RICORDO

Comunicato N.1 delle BR.

"Giovedi' 16 marzo un nucleo armato delle Brigate Rosse ha catturato e rinchiuso in un carcere del popolo ALDO MORO, presidente della Democrazia Cristiana.
La sua scorta armata, composta da cinque agenti dei famigerati Corpi Speciali, è stata completamente annientata.""

Di famigerato non avevano nulla!! ORESTE LEONARDI è stato istruttore oltre che amico, di chi sta scrivendo queste note,
alla Scuola Sabotatori del Centro Militare di Paracadutismo di Viterbo.
Un uomo eccezionale, di una gentilezza straordinaria.
Un uomo così, quando si ha la fortuna di incontrarlo lo si vorrebbe avere amico per tutta la vita.
Moro lo aveva capito, e se l'era scelto bene.
Nella mia vita io non avevo mai pianto,
ma il 16 marzo ho pianto con tanta rabbia contro una simile ingiustizia.
"Ciao Oreste!" ( ti ricordo QUI > > > > > >
(in memoria)


Capo scorta ORESTE LEONARDI
RAFFAELE JOZZINO - FRANCESCO ZIZZI -
GIULIO RIVERA - DOMENICO RICCI

----------------------------------------------------

DOBBIAMO RITORNARE AL 1° MAGGIO
( UN LUNGO RETROSCENA E UN DOPO SCENA )

1 MAGGIO - Appello della famiglia MORO ai dirigenti DC. E' un accusa d'immobilismo ai sedicenti   "amici";  un invito a non considerare pazzo il loro congiunto, ma ad assumersi responsabilità,  convocando il Consiglio nazionale della DC come ha indicato lui, l'uomo che ne è ancora il suo Presidente; scrivendo "non serve negare la dura realtà, occorre invece affrontarla con lucido coraggio".
3 MAGGIO - La vicenda Moro passa dai partiti al governo, e dal governo al Parlamento. La direzione della DC, infatti,  ha deciso di lavarsene le mani del "caso Moro" e d'investire  il governo. Una mossa che annulla così il successo tattico ottenuto due sere prima da CRAXI alla sede della DC, quando una piccola ma autorevole parte democristiana sembrava  impegnata a dare un giudizio positivo sulle proposte indicate dai socialisti. Troviamo, infatti, FANFANI - l'unico della vecchia guardia - a difendere il suo storico "nemico" e a schierarsi con i socialisti per la rottura  del fronte della fermezza pur di salvare Moro, anche a costo di spaccare (ed è prevedibile che questo accada)  il suo partito, la DC (Vedi giorno 8).
ANDREOTTI ora svincolatosi da Piazza del Gesù, a nome quindi del governo che presiede,   in Parlamento, ai giornali e direttamente in Tv,  ribadisce un secco NO a qualsiasi trattativa.
CRAXI per la vita di Moro aveva chiesto alla DC; "ma almeno liberatene uno di brigatista, che non ha reati gravi di sangue, magari uno malato". Ma la DC non cede. NO! e poi NO!
Nell' "occhiello" sopra di Repubblica MIRIAM MAFAI racconta questa "notte drammatica"  alla sede della DC, che  però i democristiani   negano essere stata tale. " L'attacco di Craxi é stato molto duro, "spietato", "allucinante", diretto personalmente a Zaccagnini, il duro".
5 MAGGIO - Giunge alla stampa il Comunicato N.9. "Moro è stato condannato a morte. Concludiamo la battaglia iniziata il 16 marzo, eseguendo la sentenza". - Altre convulse trattative. Polemiche tra PSI e il PCI e gli altri partiti che insistono sulla necessità della fermezza. Il comportamento del PCI - secondo alcuni - fu negativo, secondo altri  "nell'aver scelto  Berlinguer questa linea  contribuì a salvare l'Italia dallo sfacelo sia pure a prezzo della vita di Moro (Montanelli). Ma forse la ragione principale era che se il PCI si schierava dalla parte dei brigatisti  si sarebbe detto che c'era connessione tra loro e l'area dei combattenti. Ed era l'ultima cosa che voleva fare Berlinguer dopo aver preso da tempo le distanze dai "figli ribelli". Il suo appoggio al NO non fu  una scelta volontaria ma una necessità. (forse anche "imposta" dai dirigenti sovietici che da tempo non gradivano che si stringessero rapporti con organizzazioni della lotta armata in Italia. E mentre circolavano in Italia voci secondo cui alcune basi delle BR erano ubicata in Cecoslovacchia, nello stesso tempo circolavano voci che c'erano forti pressioni dei sovietici sul PCI a non sollevare questa questione.
6-7 MAGGIO - Due giorni di stallo. L'attesa é plumbea. Ma quel gerundio (eseguendo) lascia però aperta la speranza. Chi si è attivato nel cercare una soluzione non demorde. Spiragli di ottimismo ci sono. Nelle stesse BR la linea dura è cambiata. CURCIO ha trovato con GUISO (suo avvocato,  che così inizia a fare la spola Torino- Roma per il PSI) la soluzione per far uscire fuori dal vicolo cieco le due parti: "basta che liberano un uomo solo, facendo intervenire magari la Caritas per salvare la faccia. Se non lo fanno vuol dire che Moro lo vogliono morto".
8 MAGGIO - Tarda serata, notte fonda. Viene deciso in poche ore il destino di Moro. FANFANI incontra a Palazzo Giustiniani i socialisti che hanno in mano la soluzione "Curcio-Guiso"  Nell'estremo tentativo di salvare la vita al collega, Fanfani ha deciso e si appresta a parlare e a leggere il mattino dopo, giorno 9 maggio, alla riunione della Direzione della DC, una dichiarazione con un riconoscimento delle BR come "formazione politica", e come tale l'eventuale scambio di due prigionieri di uguale valore politico. Leone aveva già la penna in mano per firmare la grazia alla terrorista in carcere, Paola Besuschio. SIGNORILE che guida la delegazione socialista dice che non basta solo Fanfani, ci vuole una dichiarazione ufficiale del Segretario politico del partito, Zaccagnini.
E qui siamo al punto critico. Al punto del non ritorno. Ancora poche ore e si assisterà o alla spaccatura della DC o al proseguimento della  la linea della fermezza, che significa firmare la definitiva sentenza di morte di Moro. Se c'era un perverso gioco politico - come aveva immaginato Moro - non poteva che finire così.
Sulla capitale, nella notte, in un certo ambiente, non vennero evocati i portatori di saggi consigli, ma si sollecitò la "signora" a intervenire con la falce in mano. Infatti, il mattino del 9, le BR, non attesero l'esito dell'intervento di Fanfani alla riunione della direzione DC. Alle ore 9 le BR uccisero Moro. E uccisero anche la speranza di un riconoscimento politico. Ora in caso di cattura non  potevano più appellarsi per questo e altri delitti alla convenzione di Ginevra come soggetti politici. All'orizzonte solo ergastoli. Addio sogno di diventare un partito rivoluzionario. Tutto finito. Con tanti errori. I protagonisti che li hanno commessi: ancora un mistero!
9 MAGGIO - Ore 13.30. Una telefonata anonima delle BR informa un amico della  famiglia Moro, che il corpo dello statista  si trova in via Caetani, vicino a Piazza del Gesù (sede della DC) e via delle Botteghe Oscure (sede del PCI). Questo luogo in cui é stato fatto ritrovare il cadavere di Moro é un  gesto di sfida  lanciato contro lo scudo crociato e i comunisti accusati di connivenza. (ma forse anche l'incontrario, con qualche "traditore" all'interno della DC)
Il suo corpo crivellato di colpi é dentro,  riverso, nel bagagliaio di una utilitaria Renault rossa. 
Si conclude così nel dolore e nello sdegno una delle pagine più oscure d'Italia, in questo 9 maggio 1978. Una data storica tristissima e atroce per ogni democratico che sente e sa di aver perso non soltanto Moro ma (amici e avversari)  un punto di riferimento essenziale nel procedere nel faticoso cammino della democrazia e della vita civile italiana.
Le polemiche che sono poi seguite su questa vicenda non hanno esaurito l'attenzione di ogni cittadino  nel corso dei successivi anni.
Sono emerse mille verità, dentro la DC, nelle file del PCI, e negli altri partiti, e tante contraddizioni anche dentro i brigatisti e perfino nelle stesse istituzioni, negli inquirenti.  Da molte (ma non tutte) carte venute alla luce, emergono responsabiltà e anche le possibili motivazioni di alcuni comportamenti ambigui e non certo trasparenti,   tenuti nel corso di questa emergenza o non tenuti affatto dai protagonisti e dai comprimari. Punti oscuri che subito sono stati tacciati da molti come fantasticherie dietrologiche. Ma altrettanti affermano che ci sono risvolti inquietanti che condizionano ancora in questi ultimi anni prima del Duemila molte scelte politiche, e che l'intreccio va ben oltre la sola componente politica. Molti affermano che siano in molti a sapere, ma a non parlare, e quando lo fanno è solo per depistare. Su Moro, chi sa deve ancora parlare, sempre che abbia il coraggio. Molti inizieranno a farlo dopo alcuni mesi, ma, o sono scomparsi in modi misteriosi, alcuni perfino uccisi, o gli sono piovute addosso altre incriminazioni per farli tacere, o sono state date ricompense e favori per l'omertà.
Rispulciando gli articoli del tempo (e anche con quelli degli ultimi anni '90) molti fatti hanno un inquietante intreccio fra Mafia e politica, economia e crinimalità organizzata. Passato e presente, storie lontanissime apparentemente  tanto diverse fra loro, si intrecciano in un bizzarro gioco (troppo facile definirlo e così liquidarlo) di coincidenze.

Forse il filo d'Arianna parte dalla prima vittima del 18 maggio del 1974 (rapimento di SOSSI - dove  lo Stato, si piegò, trattò la liberazione di 8 terroristi) con fatti e nomi di infiltrati   dentro le bande terroristiche che s'intrecciano o si scambiano i ruoli: inquirenti con brigatisti e viceversa. Pur avendo questi ultimi una matrice di sinistra, l'ipotesi è quella che siano stati utilizzati anche a loro insaputa da altri organismi.
(il primo di questi infiltrati è un fantomatico confidente di quello che poi diventerà il superdecorato Generale).
Il 22 di quello stesso mese di maggio il generale dei carabinieri CARLO ALBERTO DALLA CHIESA riceve l'incarico di formare il primo  nucleo antiterroristico contro le BR (di cui abbiamo già parlato appunto nel maggio 1974). Un uomo che non solo vuole organizzare il "nucleo"  tutto da solo perchè non sopporta le interferenze burocratiche e gerarchiche, ma messo a capo di questa unità é perentorio "Mi avete fatto comandante? gli uomini me li scelgo io!". Operando così, indubbiamente scontenta moltissimi, sia quelli che vorrebbero essere i protagonisti sia  quelli che  vorrebbero Dalla Chiesa al loro proprio servizio.

Il successivo 28 maggio sempre del '74 (dieci giorni dopo) ci fu la Strage di Brescia. La teste chiave  dell'accusa é una ragazza, che indicò l'autore dell'attentato (dopo quasi un anno) "un povero disgraziato, ingiustamente perseguitato, e assassinato prima di venire assolto" - Dirà il Giudice Giovanni Arcai), poi la ragazza tentennò, la sua accusa sembrò una punizione troppo pesante a un bullo, e a una sua ingenua bravata: volendo impressionare la ragazza che respingeva le sue avances gli aveva detto  facendo forse lo spaccone "sono stato io a mettere la bomba".
Poi di fronte a una accusa così tanto grave che avrebbe portato all'ergastolo il malcapitato, la ragazza  ritrattò, ma fu messa in galera per due mesi (!!) per reticenza. Messa sotto torchio da un emergente capitano, alla fine confermò, che il giovane, era un certo ERMANNO BUZZI. Un giovane per il quale, al processo di primo grado, venne chiesta dal pm la condanna  all'ergastolo, ma morirà in carcere strangolato. Il caso "strage di Brescia" fu chiuso. Il responsabile  morto. Giustizia  fatta.
Accanto alla ragazza scarcerata dopo aver "confessato", sui giornali apparirà il responsabile dell'indagine (Delfino, il primo a sinistra)  che così per la brillante operazione ottenne una   promozione.  ("i giudici criticarono il modo come furono condotte le indagini, i lunghi interrogatori a cui aveva partecipato  Delfino e le continua minacce di arresto rivolte agli indagati. Lo scrive L. Offeddu, sul Corriere).  Nel primo caso e anche nel secondo compare  dunque la figura di quello che sarà poi il pluridecorato Generale dei Carabinieri,   FRANCESCO DELFINO  (che nel '98 sarà coinvolto nella  vicenda del sequestro SOFFIANTINI, dove incredibilmente ritroviamo proprio quella ragazza, moglie dello stesso figlio di Soffiantini).

Ma ritroviamo ancora DELFINO a Roma nella vicenda Moro.  E dopo nemmeno un mese dalla tragica conclusione, il 6 giugno, lo troviamo promosso (ma non sappiamo per quale eclatante operazione), e sparisce dalla circolazione, inviato all'estero (dove?...)
A occupare l'intera scena é ora (con molte invidie) DALLA CHIESA, come vedremo più avanti.

 

TORNIAMO INDIETRO, IN APRILE all "emergenza Moro"- Si era deciso agli Interni (a dieci giorni dal sequestro Moro) di utilizzare  la strategia di un Piano messo già a punto mesi prima, e far scendere in campo come unità operative dei "nuclei" molto speciali.
Era il Piano di COSSIGA, il cosiddetto Piano Paters, (''Victor'' e ''Mike'')  un vero e proprio piano antiterroristico, nello stile anglosassone, con una struttura nazionale, ma essenzialmente con nuclei speciali molto particolari (autonomi dalle strutture periferiche e centrali,  dalle prefetture e dalle questure) che il ministro degli Interni era già intenzionato formare a inizio anno (non dimentichiamo che il 24 ottobre dello scorso anno era stata varata la riforma dei Servizi segreti, e che nel gennaio di quest'anno con largo anticipo (rispetto alla data fissata, il 22 maggio) Cossiga  con un decreto ha  sciolto tutti i vecchi Servizi, dando vita all'Ucigos. (Uff. centr. invest. generale operazioni speciali). Nello sciogliere e nel ricomporre le unità SISMI e SISDE, tra eliminazioni e promozioni di vecchi e nuovi incarichi non pochi  malumori si crearono nell'ambiente (alcuni noti, altri meno). Le nomine di uomini e costituzione dei reparti erano del resto di  esclusiva competenza di Cossiga.
Si parla di circa 400 rimandati "a casa", cioè a fare routine nei reparti.
L' anticipo di questo decreto  non fu sufficiente per creare con tempestività la struttura che in questa imprevista circostanza la situazione richiedeva. Cioè il pronto impiego. Si pensò prima ai Carabinieri. Poi alla Polizia. Poi Cossiga, decise di formare l'Unis, l'Unità d'intervento speciale  con un particolare battaglione di paracadutisti, il Consubin, e il Col Moschin.
Qui bisognerebbe chiederlo a Cossiga perchè !? - Come addestramento non esistevano in Italia "reparti" migliori come i Gis e i Nocs. E il primo a saperlo doveva essere proprio lui, visto che lo sa perfino l'autore che scrive perchè ne ha fatto parte). I motivi delle preoccupazioni di Cossiga, dovevano essere ben altri.  Non l'impreparazione dei reparti fatti di uomini in gamba, ma i generali e i colonnelli che li comandavano, con qualche ambizione frustrata nelle  nuove strutture che Cossiga stava creando, o con la determinata ambizione di guadagnarsela sul campo in questa occasione in qualsiasi modo. (forse a qualcuno non gli andava proprio di fare il "disoccupato", di essere stato emarginato, trovò così altri "capi".

Cossiga il "suo" Piano  in questa "emergenza Moro"........
....voleva renderlo subito operativo con i paracadutisti, quindi (come prevedeva la sua bozza) avrebbero operato "nuclei" in piena autonomia  rispetto a chi stava gestendo la crisi,  ma.... ("ingenuamente .... e si capisce anche perchè"   - lo afferma Cossiga - Corriere 15 marzo 1998) ...per correttezza lo sottoposi ad Andreotti per l'approvazione. "Piano che non diventò mai operativo, e gli uomini   non scesero  mai in campo (potevano intralciare i "disegni" degli altri"? Del capitano "Palinuro" in particolare? n.d.r.) per il rifiuto di Andreotti a firmare il famoso documento" (il M.I.G 1.78, che in seguito scomparve dalla circolazione).

“Al Viminale sapevano dov’era la prigione, l’aveva scoperta il generale dalla Chiesa. Lui aveva allestito Unis, un contingente di 30 paracadutisti che aspettavano in via Aurelia, in attesa di avere l’ok per entrare in azione e liberare Moro” nella non lontana, peraltro, via Montalcini. Perché l’operazione non fu eseguita?
“Fu un’attesa vana. Andreotti -ha raccontato il generale- non diede mai via libera e cercò di occultare la documentazione relativa. Ma gli incartamenti sono stati trovati dal tribunale dei ministri nel 1996, solamente che il Senato”, dove Andreotti era approdato nel 1991 col laticlavio concessogli al Quirinale da Cossiga, “non concesse l’autorizzazione a procedere”.
Non parliamo infine di quel pacco di 10 miliardi di lire che il 6 maggio del 1978 Cornacchia andò a ritirare a Castel Gandolfo, con l’ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, don Cesare Curione, e padre Enrico Zucca, dalle mani del segretario di Papa Paolo VI, monsignor Pasquale Macchi, destinati a pagare il riscatto di Moro. Ma alle 19,35 -ha raccontato il generale- il segretario del Pontefice ricevette una telefonata che gli impedì, pallido in volto, di completare la consegna.

Insomma i  paracadutisti allertati rimasero inattivi. Non così le normali varie unità che operarono con  la solita routine delle vecchie antiquate strutture come i commissariati di quartiere. Altrettanto vecchi erano i comandi pre-cossighiani. Si calcola che furono fatti in Italia in tutto il periodo 74.260 posti di blocco e 37.702 perquisizioni, di cui rispettivamente 6.296 a Roma con 6.933 identificazioni. 
Identificazioni molto blande che seguivano ancora un vecchio Piano di Ordine pubblico: il Piano Zero, creato ancora da Scelba al tempo della sua (patetica) lotta ai comunisti. Infatti, si tirarono fuori dagli schedari i  nomi di vecchi militanti comunisti e le  teste calde studentesche del '68, con un passato inquieto, e autori di fatti che neppure  loro se li ricordavano più.  Nelle perquisizioni altrettanta routine, basta ricordare quelle di via Gradoli o Via Montalcini. Bussarono due volte, non risposero, se ne andarono. Ci fu insomma qualche retata, molti posti di blocco, ma nulla di veramente concreto. Roma non se ne accorse nemmeno di questa emergenza. E il concreto quando veniva fuori (per caso) era inghiottito da un buco nero (gli episodi sono tanti, alcuni anche plateali).
Ma ad operare - e in parallelo - rimasero due vecchi gruppi, due protagonisti. Due nomi in particolare:  DALLA CHIESA e FRANCESCO DELFINO, entrambi con una fitta rete di infiltrati e confidenti in mezza Italia (il primo anche nelle carceri per la sua posizione di unico responsabile), che consentirono ad entrambi di ottenere  risultati investigativi tali, da diventare il secondo quasi un eroe (cioé Delfino, l'unico ufficiale dei carabinieri  insignito per meriti eccezionali guadagnati sul campo).

Mentre il primo, l'altro protagonista, al generale DALLA CHIESA,  il 10 agosto (vedremo dopo perchè e in quale singolarissima circostanza) ANDREOTTI con un decreto gli affidò l'incarico di "super-investigatore", cioè  "capo dell'anti-terrorismo", con Cossiga che aveva già dato le dimissioni il 10 maggio, il giorno dopo il ritrovamento del cadavere di Moro. Una nomina quella di Dalla Chiesa che sollevò molte polemiche in certi "ambienti"; cioè dentro il suo ambiente.
Un fatto è certo: DALLA CHIESA durante la  "crisi Moro" ha operato in un modo particolare e con un referente ben preciso; e DELFINO ha operato con altri metodi anche lui singolari ma (qui sta la singolarità)  con lo stesso referente politico, che così era informato da entrambi.
(Chi propose la promozione a Delfino? Perchè? Chi lo mandò all'estero? A cosa fare? E chi lo promosse, lo fece su quali basi, e chi poi mandò a Roma in prescrizione l'accusa di cospirazione contro lo Stato nei suoi confronti? E chi sono quelli che lo accusarono e su quali basi, per quali motivi? Nelle cronache non apparve più nulla, e qui la Storia ha un buco. n.d.r.)
Entrambi, e sembra che non ci siano più dubbi, hanno utilizzato i loro uomini come infiltrati dentro i vari gruppi delle BR e AO, e quindi  molto informati sui movimenti  e le decisioni dei brigatisti, ognuno usando un suo metodo, e in un modo disinvolto gli incarichi che ricoprivano e con i mezzi messi a loro disposizione (insomma due galli nello stesso pollaio).
Entrambi erano per la stabilizzazione della politica andreottiani. Che poi cercassero ricompense per i servigi, anche su questo non ci sono ormai dubbi, visto che si diedero molto da fare, e i premi li ricevettero entrambi.
Che loro due entrassero poi in antagonismo, anche questo sembra  accertato perché é poi emersa poca trasparenza nella vicenda, con un Dalla Chiesa  promosso  Capo dell'anti-terrorismo, e con Delfino anche lui promosso a un alto grado, ma poi (stranamente) scomparso (a 26 giorni dalla morte di Moro) perché inviato all'estero. (In Turchia?)
"Alberto Franceschini, uno dei fondatori delle Brigate rosse, dice che il generale dei carabinieri Francesco Delfino ''e' stato uno dei personaggi chiave di quei settori che hanno "utilizzato-ascoltato" le Br per loro fini, usava mezzi anticonvenzionali contro di noi ed era   un personaggio importante in una certa parte della Dc: quella di Andreotti".
Quanto al generale Dalla Chiesa, lui scopre (in ritardo e non si sa ancora come - se per una spiata, un infiltrato, una casualità, un rapporto segreto) via Gradoli e quello che c'era d'interessante nel covo, poi, dopo la morte di Moro, il 10 agosto é promosso con la delega del capo del Governo Andreotti, "Capo dell'anti-terrorismo" (vedremo dopo perchè e in quale circostanza), ma subito dopo  il 21 agosto incontra sul suo cammino un giornalista. E' MINO PECORELLI che dal giorno del sequestro Moro ha trasformato il suo foglio d'agenzia  in una rivista ("verità") d'assalto: OP, e dalle sue colonne non aveva risparmiato in precedenza attacchi proprio al generale Dalla Chiesa, che non lo nominava ma lo indicava come il generale "Amen". Non di meno gli attacchi ad Andreotti con articoli e messaggi criptici su affari segreti, un rosario di presunti finanziamenti poco chiari (Sir, Scandalo petroli, Italcasse ecc. ecc.)

Subito dopo, il 1° ottobre, Dalla Chiesa punta (!) su Milano e scopre (!?) non solo il covo delle BR, in via Montenevoso, ma dentro vi trova le lettere di Moro mai pervenute ai destinatari, gli interrogatori,  il suo memoriale con impietosi giudizi espressi su autorevoli politici, e la schedatura di molti uomini di partito, dirigenti, ufficiali dei carabinieri, magistrati, sindacalisti, imprenditori. Elenco sufficiente per compromettere molta gente (ma la fantomatica   lista della P2 di Gelli verrà fuori molto più tardi, nell'81).
Stranamente dal memoriale di Moro (quello che il generale consegna alla magistratura) non si accenna minimamente al protagonista dell'"anno più tenebroso": GIULIO ANDREOTTI. Moro cita molti suoi colleghi ma Andreotti non lo nomina mai una sola volta.
Pecorelli intuisce che da quel memoriale, manca qualcosa, e chi lo ha alleggerito ha sottratto il meglio: le parti più compromettenti e devastanti per la politica, cioè  il "caso Moro" - E a togliere la parte interessante ovviamente dev'essere stato chi ha ritrovato il memoriale.
(Pecorelli non sbagliava. Il segretario di Andreotti, EVANGELISTI, in sede di confronto con il senatore,  il 21 settembre 1993, davanti il P.M. di Roma, deponendo dirà che "in piena notte, alle 2,  Dalla Chiesa si precipitò a Roma portando ad Andreotti 50 fogli tolti dal memoriale ritrovato a Milano di cui solo una parte - quella che Pecorelli indicava "mal confezionato"   ha consegnato alla magistratura -  altri  fogli  interessanti Dalla Chiesa li ha trattenuti  per se (!!).
Questo particolare, lo confermerà in una deposizione la suocera per una confidenza fattagli dalla figlia, la moglie di Dalla Chiesa, assassinata  con lui).
Dalla sua rivista, PECORELLI , già da maggio aveva lasciato intendere  che sapeva molte cose sul delitto Moro, lanciando ambigui messaggi. Ma questa volta va' giù duro nei suoi articoli, e come al solito non fa nomi, ma palesemente fa intuire i destinatari.  Nel numero 27, 28, 29 di OP di ottobre, il giornalista attacca!
In sintesi sui tre numeri Pecorelli scrive "Non credo all'autenticità del memoriale, o alla sua integrità, e alle banalità che sono state riportate alla luce. Moro non può aver detto quelle cose e solo quelle cose arcinote;  non era stupido, dicendo solo quelle cose, sapeva che non sarebbe uscito vivo dalla prigione. Quindi c'è dell'altro.  Cosi' ora sappiamo che ci sono memoriali falsi  e  memoriali veri. Questo qui diffuso è anche mal confezionato.  Ma con l'uso politico di quello vero, (poi insinua)....e anche con il ritrovamento di alcuni nastri magnetici dove "parla" a viva voce Moro,  ci sarà il gioco al massacro. Inizieranno i ricatti. Con questa parte recuperata, la bomba Moro non è scoppiata come molti si aspettavano. Giulio Andreotti è un uomo molto fortunato".
Ma fino a quando? E conclude in uno dei suoi numeri (il 27) con una presagio inquietante e molto allarmante per Dalla Chiesa: (che sintetizziamo)


"...Ora c'è solo da immaginarsi...quale sarà il Generale dei CC che sarà trovato suicida con la classica revolverata che fà tutto da sè .... o con il solito incidente d’auto radiocomandato nelle curve.... o la sbadataggine di un camionista... o l' incidente d'elicottero ... Purtroppo il nome del Generale dei CC è noto: AMEN"
Il "purtroppo" sembra già una condanna a morte.
Il generale si risente per gli attacchi portatigli in precedenza e lo incontra. E' il singolare inizio di un intreccio tra Pecorelli e Dalla Chiesa. Un intreccio fatale. Fatto forse di intese e di chissà quale reciproca collaborazione.
Ci sono altri scritti di Moro in circolazione, e Pecorelli è convinto che siano finiti nelle carceri  per farli arrivare ai brigatisti in galera. Spinge Dalla Chiesa in quella direzione, e infatti, queste carte verranno scovate con vari trucchi nelle carceri di Cuneo dove soggiornano alcuni terroristi del processo alle BR di Torino. Con un fatto singolare. "Ospiti" a Cuneo ci sono due boss:  BUSCETTA e TURATELLO. In contatto con i   "boss" siciliani  STEFANO BONTADE (capo di Cosa Nostra, l'imperatore delle Tv locali, nome che stranamente nel 1998 tornerà alla ribalta nei processi Rapisarda- Dell'Utri- Berlusconi - vedi 1973), poi BADALAMENTI, i cugini SALVO e altri.
Tutti hanno e avranno un ruolo importante, e alcuni finiranno morti ammazzati, meno il primo che diventerà  la gola profonda al processo di Palermo Lima-Pecorelli - contro Andreotti   che il 27 marzo 1993 dopo la domanda della Procura  di autorizzazione a procedere controdi lui,  il 21 aprile del 1994  é rinviato a giudizio. Per 26 volte le immunità parlamentari in passato lo avevano protetto. - Questo giorno, il 21 aprile, segue il 20,  che è il giorno in cui Berlusconi ha ottenuto il voto di fiducia alla Camera  con il suo nuovo governo. In Italia si volta pagina. E Andreotti pur non logorato dal potere, questo glielo hanno tolto.
Torniamo a DALLA CHIESA e non dimentichiamo che è il responsabile della sicurezza nelle carceri italiane in questo periodo. Tutto è nelle sue mani, e muove  (con infiltrazioni, spostamenti di detenuti da un carcere all'altro, compresa la gestione del personale carcerario) a suo piacimento  il  "gioco", i "pallini", gli "ometti" e le "bocce" di una grande "partita". Che diventerà drammatica.
Pecorelli e Dalla Chiesa vengono entrambi a conoscenza di grossi segreti di Stato, da entrambi i canali  quelli politici e quelli mafiosi, e diventano forse i veri depositari della verità dei mandanti del delitto Moro e dei tanti intrecci tra Terrorismo, Politica, Mafia, Grandi Affari, Tv e P2.

Pecorelli ha previsto lo scenario, cioè l'uso politico di quelle carte con i ricatti. Ma sta giocando col fuoco, si è esposto troppo.  Il 20 marzo prossimo verrà "fatto fuori", eliminato, prima ancora di Dalla Chiesa.
(Quando uscirà, BUSCETTA, trasformato in pentito,  nell'interrogatorio reso il 6 aprile 1993 dichiarerà che "L'omicidio di PECORELLI è stato deciso da Stefano BONTATE (poi morto ammazzato n.d.r.)  nell'interesse di Andreotti (di cui Lima in Sicilia é il suo maggior referente elettorale - poi ammazzato anche lui.  n.d.r.). Il giornalista di OP,  stava appurando "cose politiche" troppo collegate al sequestro MORO")
Torniamo ancora al generale DALLA CHIESA. Dopo i grandi successi dell "Operazione Moro" e il successivo smantellamento delle BR, nell'82 sarà inviato in Sicilia, a combattere la Mafia, ma questa volta ha pochi poteri. Più che una promozione sembra una punizione.
In pieno agosto - ha bisogno di parlare, di dire qualcosa- e chiama il giornalista Bocca di scendere in Sicilia col primo aereo; poi gli confida "faccia sapere al Paese che mi hanno lasciato solo, non mi telefona nessuno";  passano soli pochi giorni, il 3 settembre, con la moglie  e l'agente di scorta sono assassinati, crivellati di colpi. I giornali riportano titoli cubitali: "Assassinato dalla Mafia"!! Mentre in Sicilia Dalla Chiesa non aveva ancora alzato nemmeno un dito contro la Mafia; e dirigenti dello Stato locale non lo avevano invitato nemmeno a prendere un caffè per collaborare con lui, perchè era senza poteri.
Badalamenti commentò "Lo hanno mandato a Palermo per sbarazzarsi di lui: non aveva ancora fatto niente in Sicilia che potesse giustificare questo grande odio contro di lui, così tanto da ammazzarlo. La Mafia non è come il terrorismo, con le ideologie. La Mafia significa tanto denaro e tanti voti a chi da Roma  la protegge  con certe leggi".
I modi come fare per  eliminare Dalla Chiesa  erano stati già tutti indicati da Pecorelli nel suo N.27 di OP, ma questo "tipo di eliminazione" proprio non lo aveva previsto.
Ma torniamo agli eventi di quella sera del'8 maggio, dove si sta consumando l'ultimo atto della tragedia di Moro. Non dimenticando cosa ha deciso di fare FANFANI  il mattino dopo...Riconoscere le BR, lo scambio di prigionieri, salvare insomma Moro. Abbiamo visto l'esito, ma....c'è dell'altro in quella sera,  Si disse poi, che quest'" altro", era romanzato....
Nel febbraio successivo, l'11, su l'Espresso (N.6) comparve con grande risonanza giornalistica un servizio di GIANLUIGI MELEGA dal titolo:  "Quella sera che stavano per catturarli tutti". Mise a rumore tutto il mondo politico per i tanti nomi che venivano citati e coinvolti. Sono rivelazioni (definite subito romanzesche, fatte da un mitomane) attribuite a un presunto brigatista, infiltrato, che,  nei giorni della prigionia di Moro, e dopo la sua morte, ha avuto contatti prima con il giornalista VIGLIONE (amico di vecchia data di Moro) e tramite questi con il senatore della DC CERVONE (anche lui molto amico di Moro) offrendosi di collaborare per salvare Moro e per far catturare l'intero stato maggiore delle Br durante una loro riunione. Addirittura si parla in quelle righe della liberazione di Moro la sera dell'8 o la mattina del 9 maggio, ma che poi   "un ordine era venuto dall'alto" perchè Moro venisse ucciso" (le BR non potevano non sapere che nella serata Fanfani.....aveva deciso e si apprestava  per il giorno dopo a riconoscerli come gruppo politico. Vedi giorno 8)

Il giorno dopo la pubblicazione,  il 13 febbraio (la notizia comparve sul Corriere d.S. in prima pagina) PASCAL FREZZA, questo il  nome del "fantomatico" confidente, fu arrestato a Bordighera, per truffa, mitomania e fu querelato. Viglione anche lui ebbe delle grane per l'intervista a Melega, ma fu assolto in appello, mentre Cervone scrisse in seguito  un libro "Ho fatto di tutto per salvare Moro". Ma non è che dice molto. Resta abbottonato. Del resto molti protagonisti hanno scritto libri solo per mandare dei segnali criptici a chi sa, non a chi non sa.
Ma nell'articolo Melega (basta rileggerlo a distanza di tempo) riporta un dettagliato intreccio - del tutto nuovo e sconosciuto all'epoca - di molti protagonisti della politica che si erano fortemente attivati per appoggiare (ma anche contrastare). Il "mitomane" accenna fra l'altro nelle sue confidenze dette poi "romanzate", che in via Fani avevano operato due gruppi, uno, Moro voleva rapirlo, l'altro, ucciderlo. E che questi ultimi erano elementi dell'arma travestiti che non lasciarono in vita nemmeno uno della scorta per non essere riconosciuti.
(Un particolare - ORESTE LEONARDI (il capo scorta) era stato fin dal 1957 l'istruttore principale onnipresente  della Scuola di Paracadutisti Sabotatori dei Carabinieri al Centro Militare di Viterbo. Sotto di lui sono passati in venti anni, tutti (compreso chi sta scrivendo questa cronologia) sottufficiali, ufficiali e ufficiali superiori.(Cioè tutti quelli che sfoggiano sul petto l'aquila argentata con il paracadute). Era, Leonardi, oltre che il migliore istruttore in circolazione,  direttore di lancio. Quindi conosceva tutti quelli che erano passati da Viterbo, unico Centro. Solo dopo venne creato il CMP di Pisa, ma dell'Esercito e non dei sabotatori Carabinieri che rimase sempre a Viterbo).
Poi il "mitomane" (e Melega ne parla nel suo articolo) accennò a nastri registrati di cui tutti ignoravano l'esistenza a quel tempo. E parlò di quella soggezione che nella prigione incuteva Moro, a loro carcerieri (dirà quasi le stesse cose la carceriera Braghetti vent'anni dopo), e  molti altri particolari che verranno alla luce solo in seguito; come i memoriali e le "carte compromettenti" che si trovavano nel covo, di cui tutti ancora ne ignoravano l'esistenza.

"...Alla notizia, Zaccagnini fu colto perfino da malore. L'operazione per acciuffare tutti nel covo doveva scattare l'11 agosto. Le sorprese, con quelle carte del covo non sarebbero certo mancate.
A guidare il blitz fu designato  improvvisamente  DALLA CHIESA con un reparto tutto suo. Il 10 agosto,  riceve l'incarico speciale di Capo dell'Antiterrorismo, con  la grande delusione del capo della Polizia PARLATO che aspirava  a quel posto. Tutto è pronto per l'operazione; ci si prepara a un vera azione  di guerra, e tutti gli "amici" di Moro sono d'accordo. Qualcuno uscì fuori con la frase "Anche Andreotti è d'accordo". Cervone trasalì. Pochi dovevano sapere di questa operazione.  C'è subito un brusco mutamento di atmosfera in poche ore.  Il fantomatico confidente manda a dire "non se ne fa più nulla".  Su tutto cala il silenzio.  Cervone e Viglione sono presi per citrulli e il presunto brigatista per mitomane. Il piano d'azione sembra "bruciato" e la "soffiata" é presa come una "panzana"
. (Melega, Espresso n. 6)
Ma DALLA CHIESA ora ha la nomina, e sembra che prenda  in mano seriamente l'operazione in una forma utonoma, e che voglia estromettere gli iniziatori. Lui forse ci crede al "mitomane". Forse prosegue da solo i contatti. Rimane il fatto - come abbiamo visto già sopra - che Dalla Chiesa dopo pochi giorni, il 13 settembre cattura ALUNNI,  il 1° ottobre (questa la data ufficiale !? ma era avvenuta prima- Strano ritardo) scopre il covo di via Montenevoso,  dove ci sono i famosi memoriali di Moro, e inizia l'intreccio con Pecorelli (raccontato sopra)  e poi seguono tutte le altre operazioni famose (Peci, Cattin,  ecc.) che scompagineranno le BR.

Tutti le successive "fortunate" (!?) operazioni   hanno la genesi da quel contatto, detto  "romanzato" di un falso terrorista "mitomane"  "millantato confidente" "truffatore". E Dalla Chiesa - abbiamo già letto sopra - al "mitomane" come eccellente risultato concreto, indirettamente deve la sua nomina. Su Viglione e Cervone cadde invece uno strano silenzio, il primo non scriverà più nulla, il secondo, prima chiederà insistentemente un'inchiesta parlamentare (mai fatta)  poi diventerà "muto". I motivi? sconosciuti.
Di questi personaggi non se ne parlò più. Scomparvero dalle cronache e da tutte le inchieste. Come non si parlò più di SERENO FREATO, CORRADO GUERZONI, NICOLA RANA; tutti amici intimi di Moro, il primo segretario particolare dello statista. Fin dal 4 maggio (pochi giorni prima dell'uccisione di Moro) furono convocati dai magistrati inquirenti, perchè risultava (come facevano a saperlo rimane proprio un gran mistero) che alcune modalità di ricevimento e successivi smistamenti dei messaggi autografi di Moro  partivano (!) dal "carcere del popolo" e arrivavano a destinazione,  e risultava (!!) che loro avessero un ruolo di collegamento ritenuto clandestino, complice e traversale.

Scomparvero dalla circolazione, e il primo (voleva dire forse qualcosa?) si ritrovò anche lui poi coinvolto in uno scandalo amministrativo per alcuni abituali favoritismi concessi (petroli). Si ritirò a vita privata e non ha mai più voluto incontrare nessuno. Vive in un silenzio tombale dopo aver acquistato alcune proprietà a Malta.
La Braghetti, uno dei  testimoni dei 55 giorni del sequestro di Moro, sul Corriere dell'11 marzo 1998, affermerà  in una intervista, "quella sera potevamo essere presi tutti", che è poi lo stesso titolo dell'articolo del "mitomane" di Gianluigi MELEGA sull'Espresso di venti anni prima. E sempre nello stesso giornale citato sopra, c'è la testimonianza messa a verbale di NICOLA D'AMATO, vice-capo di gabinetto per molti anni Palazzo Chigi (dal '64 all'84) che afferma davanti al collegio, che per la distruzione del documento del Piano Paters "Quell'ordine era venuto dall'alto". Che sono le stesse parole del "mitomane" di Gianluigi MELEGA, e le stesse  parole di PECORELLI che su OP dopo la tragedia scrisse  "Cossiga... il Ministro non poteva decidere nulla su due piedi... doveva sentire più in alto... e qui sorge il rebus: quanto in alto, magari sino alla loggia di Cristo in Paradiso?"  (Cossiga confermerà in seguito (vedi giornale)  dopo anni,  chi non gli firmò il Piano Paters. 

PECORELLI e poi MELEGA, allora sapevano anche questo venti anni prima?)
MINO PECORELLI, anche se lui era iscritto alla P2 - ma della LISTA P2 non si sa in questo periodo ancora nulla, perchè verrà fuori il 21 maggio 1981-   proprio per questo suo allusivo accenno "loggia" molti indicheranno in seguito  "alcuni" personaggi di essere i veri o i presunti responsabili della morte di Moro e di essere in connivenza con le forze eversive, vista la numerosa presenza di tanti piduisti di Gelli dentro il Comitato di crisi Moro e nei servizi. (Ma non dimentichiamo che un avviso di reato per l'assassinio di Pecorelli fu mandato proprio a GELLI considerato il capo della P2. Anche se.....
...scopriamo sulla stampa dell' epoca, CARLO BORDONI,  braccio destro (oltre che genero) di MICHELE SINDONA (che Gelli ha difeso per la non estradizione dall'America per non farlo finire in carcere in Italia - quando ci arrivò finì morto  avvelenato). Bordoni  davanti alla Commissione d'inchiesta parlamentare sulla P2 (il 29 settembre del '83) con rivelazioni shock provocò un gran clamore, infatti,  affermerà che "é GIULIO  ANDREOTTI  il vero capo effettivo della loggia segreta P2, e non LICIO GELLI". Andreotti sdegnato respingerà l'accusa.
"ALFREDO CARLO MORO, fratello dello statista, ricostruisce in un libro l'agguato di via Fani. Analizza il fronte della fermezza e quello delle trattative. Protagonista la DC. Sulle scelte del partito e su Andreotti il giudizio del memoriale di Moro "é assai pesante, come se alla base vi fosse il terribile sospetto di una sua diretta responsabilità in una strategia politica che, consciamente o inconsciamente, finiva con il risolversi nella sua eliminazione. Gli altri dirigenti della DC sono solo dei comprimari". Uno solo, per Carlo Moro, é il regista, "un regista freddo, impenetrabile, senza dubbi, senza palpiti, senza mai un momento di pietà umana" (Corriere d. S. 10.3.98, Corrado Stajano).
Prima o dopo verranno fuori dal Viminale tutti i faldoni relativi al rapimento di Moro, le relazioni, gli atti sulle BR e di AO di quel periodo, e quali strutture inquirenti operarono,  e forse scopriremo clamorosamente chi si nascondeva dietro il fantomatico nome di "Capitano Palinuro".
Molto attivo durante la crisi, che poi diventò colonnello e infine generale.

-------------------------------------------------------------------------------
-----------------------------------

LA FINE DELLE IDENTITA' DIVISE
Di Yuri Marcialis
* Premessa
* CAPITOLO I - Gli anni del miracolo
* CAPITOLO II - Il compromesso storico: i protagonisti
2.1 Enrico Berlinguer - 2.2 Aldo Moro
*
CAPITOLO III - Il dibattito storico
*
CAPITOLO IV - Le testimonianze dirette
* Conclusioni

Premessa

TUTTO QUI >>>>>>>>>>>>>>>>

PER RITORNARE ALLA TABELLA
USATE SEMPRE IL BACK

HOME PAGE STORIOLOGIA