QUARTO CAPITOLO

QUARTO CAPITOLO

MAZZINI E LA GIOVINE ITALIA

Mazzini fanciullo. - Sentenza d'un accattone romano verso questo fanciullo. - Altra d'un vecchio colonnello d'artiglieria. - I genitori. - Rapidi progressi nelle lettere. - A 13 anni ammesso all' Università. - Predominio sui propri compagni di studio. - L' Indicatore genovese. - L' Indicatore livornese. - Diventa carbonaro. - Imprigionato nella fortezza di Savona. - Qui gli nasce in mente il disegno della Giovine Italia. - Liberato dal carcere va a Ginevra, poi a Lione, indi in Corsica. - Il duca di Modena e Ciro Menotti. - Carlo Alberto succede a Carlo Felice. - La famosa Lettera di Mazzini a Carlo Alberto.

Il fondatore della Giovine Italia, fra i cui membri si era arruolato Garibaldi, era quel ragazzino genovese che tanto si commosse alla vista dei patrioti del '21 andati a ripararsi a Genova per i falliti tentativi in Piemonte. -
Giuseppe Mazzini era figlio unico di Giacomo Mazzini medico e professore di anatomia e fisiologia nell'università di Genova, e di Maria nata Drago, donna avvenente, di ingegno elevato, di profondi sentimenti: fiera , altera e un tantino ironica; due cose al mondo amava, l'Italia e il suo Pippo.

Fanciullo gracile e precoce, Giuseppe fino a sei anni non poté camminare e stava sempre seduto sopra un piccolo sgabelletto ai piedi della madre, ascoltando i discorsi che si facevano intorno a lui, o domandando a tutti di raccontargli le storie, ma nuove perchè non voleva sentire ripetere quelle vecchie, meditando poi su esse, sognando con uno sguardo, nei suoi stupendi occhi bruni, di chi, col corpo in questa terra, ha lo spirito in un mondo lontano.

Il padre, medico, temendo un peggioramento della sua salute, aveva proibito che gli si insegnasse a leggere, ma il fanciullo, presente alle lezioni delle sue sorelle, a quattro anni sapeva già leggere correttamente. La primissima volta che egli uscì per le strade di Genova, a fianco della madre, si fermò tutto commosso davanti a un vecchio mendicante, che, seduto sui gradini della chiesa, domandava la carità; insistette presso la madre per avere qualche soldo da donargli, poi una volta versatolo nelle mani del vecchio lo abbracciò pure. Costui era un romano, e toccato dall'insolito dono e ancor più dal modo, disse nell'energico linguaggio di Roma: «Tenetelo caro, o signora, é uno che amerà il popolo!".

Quante di queste storielle non tesoreggiava la signora Maria intorno al suo figlio! Essa amava tutti gli amici di lui, ma li distingueva in due categorie: quelli di prima, e quelli del dopo 1848, cioè gli amici dell'esule oscuro, e del triunviro di Roma.

Un vecchio colonnello d'artiglieria, cugino della madre, consultato da essa come comportarsi con questo ragazzo di sette anni così intelligente e così gracile, scriveva: "Credetemi, cugina mia, questo piccino sarà una stella di prima grandezza, che un giorno illuminerà tutta l'Europa"; e aggiungeva altre cose vere e singolari che oggi sembrerebbero inventate se non esistesse la lettera originale.
Anche Mazzini (come Garibaldi, di due anni più giovane) ebbe per primo precettore un prete e fece così rapidi progressi che a tredici anni entrava all'Università. Qui studiava, discuteva, conformandosi poco alle regole della pedagogia, ma facendosi amare soprattutto, al punto che in poco tempo i suoi compagni erano da lui soggiogati senza che egli facesse il minimo sforzo per predominare.

Il signor Emanuele Celesia, che continuò la Storia della Università di Genova del P. Lorenzo Isnardi, dà i seguenti particolari interessanti intorno a Mazzini studente:
«Giuseppe Mazzini si rivelò fin dai suoi anni verdi, dotato d'indole ardente e vigorosa. Giova toccare un fatto della prima sua giovinezza, di cui fu teatro l'Università nostra, fatto che non trovo accennato da alcuno dei suoi biografi. Si celebrava nella chiesa dell'Università la festa di S. Luigi Gonzaga, alla quale non solo intervenivano i nostri studenti ma anche gli alunni del collegio reale.

"Insorse tra gli uni e gli altri una questione, rispetto ai posti cui dovevano occupare e i Padri che reggevano il collegio s'interposero a pro dei loro allievi, usando sconvenienti maniere contro la scolaresca . Tanto bastò perchè questa, rotto ogni freno, si levasse a un vivo tumulto, nel quale vennero per ordine del direttore di polizia catturati Giuseppe Mazzini e Andrea Gastaldi che ne erano a capo.
Ma gli studenti offesi da un lato del cattivo comportamento dei Padri, e inaspriti dal veder imprigionare i loro compagni che con maggiore vivacità ne aveano caldeggiato le parti, protestarono apertamente di non voler porre piú piede nelle scuole , finché non fosse a loro data quella soddisfazione che erano in diritto di attendere.

"La saldezza de' loro proposti ed il pericolo di nuovi scandali vinsero infatti la prova. I direttori del collegio reale scrissero lettera conveniente di scusa, le porte del carcere si apersero, e i due imprigionati furono trionfalmente scortati fino alle loro case.
Da quell'istante la scolaresca ebbe Mazzini a suo duce, ed egli, riuniti intorno a sé i giovani più spericolati, audaci e magnanimi, cominciò quell'apostolato di libertà a cui mai venne meno".

Egli si compiaceva molto negli esercizi di scherma, e di tutto ciò che fortificava il corpo. - Suo padre voleva farne un medico, ma il giovane alla sala anatomica non poteva assuefarsi, allora si mise a studiare legge. La sua passione per altro era per la letteratura, e dato che nelle aule dell'Università c'era una classe di belle lettere, frequentava assiduamente questa con un nucleo di giovanotti, i due Ruffini, Federico Campanella e alcuni altri, formando ben presto una società.
Essi riuscirono ad avere libri e giornali clandestini e già cominciavano a scrivere per conto loro. Forse quel giovanotto precoce fu il primo Italiano che riconoscesse in Dante, non solamente il divino poeta, ma il padre della nazione, il profeta dell' unità italiana.

I primi scritti di Mazzini, stampati da Tommaseo nel Subalpino, versavano tutti su Dante, ma di mano in mano che cresceva in età e negli studi capiva che senza patria nessun uomo poteva aprirsi un avvenire, procacciarsi gloria, vita propria individuale. Ciò determinava la sua vocazione, lo induceva cioè a rinunciare alla via delle lettere per tentare l'altra più diretta e feconda dell'azione politica.
E questo fu il suo più grande sacrificio. "S'affaccendavano - egli scrive - in quel tempo nella mia mente visioni di drammi e romanzi storici senza fine, e fantasie d'arte che mi sorridevano come immagini di fanciulle carezzevoli a chi vive solo. La tendenza della mia vita era tutt'altra che quella alla quale mi costrinsero i tempi e la vergogna della nostra obiezione".

Usciva allora in Genova un giornaletto d'annunzi mercantili, l'Indicatore Genovese, e il giovinetto Mazzini persuase il libraio di mettere annunzi di libri da vendersi, promettendo di aggiungere semplicemente due o tre righe per definire il soggetto. Un po' alla volta questi annunzi si allungarono e divennero articoli. Il governo lasciava fare.
L'Indicatore
divenne un giornale letterario. Chi oggi legge quel bel volume stampato in Lugano, col titolo: "Scritti di un Italiano vivente" , si accorge subito come quegli scritti, ivi riprodotti, non fossero che mezzi al fine, ossia alla nuova riscossa per l'indipendenza della patria. Ma non tardava il governo ad accorgersene e presto spense l'"Indicatore". Allora Mazzini, stringendo amicizia con Guerrazzi e con Carlo Bini, poté stampare i suoi articoli nell'Indicatore Livornese.

Nello stesso periodo si arrese alle preghiere di un amico studente di divenire membro dell' Ordine della Carboneria, e fedelmente sborsava i prescritti 25 franchi all'atto dell'iniziazione e i 5 franchi mensili, onere grave per lui che aveva dalla famiglia uno scarso assegno, e ancora più grave quando per ordine «dei suoi superiori» dovette partire per Livorno ove fondò una vendita, e conobbe personalmente il Guerrazzi che in quei giorni stava scrivendo il suo famoso "Assedio di Firenze".

Nel frattempo scoppiava la rivoluzione del luglio in Francia, e mentre Mazzini e gli altri affiliati, tutta gioventù ardente, sognavano di passare immediatamente all'azione, ecco che tradito da un finto carbonaro, Mazzini viene arrestato, condotto in fortezza a Savona e gli vien tolta ogni comunicazione col di fuori. Non ebbe nel nuovo domicilio altro conforto che la vista del cielo, del mare, dei monti. Dopo un mese poté avere una Bibbia, un Tacito, un Byron.
Fu in quella prigione che egli scrisse quel terribile anatema contro il Raimondo d'Oria. Per compagno ebbe un luccherino, "uccelletto pieno di vezzi e capace d'affetto" che egli prediligeva oltremodo.

Intanto egli conservava la sua corrispondenza con la madre e con i Ruffini. In quella prigione egli ideava il disegno della Giovine Italia, i principii sui quali doveva fondarsi l'ordinamento del partito, l'intento che dovevano prefiggersi gli individui atti a fare da pionieri, il modo di congiungere i rivoluzionari italiani con gli elementi rivoluzionari europei.

Liberato nel febbraio 1831 e sapendo che gli esuli italiani correvano alla frontiera sperando aiuto dal nuovo governo di Francia, essendogli vietato di tornare a Genova; andò a Ginevra, ove fece conoscenza col Sismondi, con Pellegrino Rossi e con quei due nobili italiani, i fratelli Ciani, condannati a morte dall'Austria, che dopo aver dato tutto per la patria, morti in esilio a Lugano, oggi, sono indivisi in morte come in vita, riposano nel cimitero monumentale di Milano.

A Lione Mazzini trovò scintilla di vera vita, trovò molti di quegli uomini che egli aveva veduti dieci anni addietro errare coll'ira della delusione sul volto per le vie di Genova, e avevano poi onorato il nome italiano nelle armi, difendendo la libertà spagnola o la greca. - Essi speravano partecipare ad una invasione della Savoia; i preparativi si facevano pubblicamente: la bandiera tricolore italiana s'intrecciava con la francese, i depositi d' armi erano noti a tutti; correvano comunicazioni continue tra il Comitato e il Prefetto di Lione.

Come era da aspettarsi, Luigi Filippo, che cercava soltanto di farsi riconoscere dalle monarchie assolute, ad un tratto intimò agli esuli di sciogliersi minacciando del massimo rigore delle leggi penali chiunque s'attentasse di violare frontiere amiche o di compromettere il governo di Francia! Tutto finì collo sfratto degli esuli. Mazzini con altri partì per la Corsica per raggiungere di là in armi gli insorti che ancor si reggevano nell'Italia Centrale. Colà egli poté convincersi che l'Isola era davvero italiana, - italiana non solamente per aria, natura e favella, ma per tendenze e spiriti generosi di patria. Ivi dominava la Carboneria, con a capo il Galotti , e si sperava di spedire nell'Italia Centrale una colonna di due o più migliaia di Corsi già ordinati ed armati. Ma intanto, grazie all'isolamento che si tennero l'una dall'altra quelle province della Media Italia, l'Austria intervenendo poté domare ovunque la rivoluzione e ricondurre sul trono i tirannelli fuggiaschi che diventarono da quel momento più che mai i suoi servilissimi satelliti.

Mentre l'Austria restaurava l'ordine, il Duca di Modena, che aveva ingannevolmente cospirato con Ciro Menotti, i fratelli Fabrizi, i fratelli Raffini ed altri patriotti che spesso incontreremo come compagni di Garibaldi, voltando casacca, corse a rifugiarsi a Mantova sotto la protezione austriaca, e per uscir meglio di quel frangente condusse con se come ostaggio Ciro Menotti che poi per paura che rivelasse la sua complicità negli intrighi rivoluzionari, fece fucilare insieme con Giuseppe Borelli nel maggio del 1831. Le ultime parole di questo grande martire della libertà furono le seguenti: "La delusione che mi conduce a morire farà aborrire per sempre agli italiani ogni influenza straniera nei loro interessi, e li avvertirà a non fidarsi che nel soccorso del loro braccio".

Queste parole non furono ripetute agli italiani se non molto tempo dopo, e molto tempo ancora doveva passare prima che essi ne capissero tutta la portata. Frattanto nello stesso mese in cui tornava il duca trionfante e il boia per uccidere Ciro Menotti, moriva in Torino Carlo Felice, e a lui succedeva il già carbonaro e cospiratore (sic!) Carlo Alberto.
Due erano, secondo Mazzini, gli errori fondamentali nel metodo rivoluzionario: i moti isolati delle varie province senza intendimenti fra loro, senza uno scopo comune, accettato e proclamato, cioè l'unione dell'intera penisola sotto lo stesso governo, l'Italia per gli Italiani; - l'avere escluso del tutto le masse popolari dalla partecipazione ai sacrifici e alle speranze comuni.

La rivoluzione del '21 fu, si può dire, affidata all'aristocrazia e a qualche studente e militare; quella del '31 era stata opera massimamente della borghesia: il popolo, il solo capace di darla vinta in simili casi a chi sappia prevalersene, non vi aveva preso parte. Da ciò la necessità della propaganda in tutte le province e fra tutte le classi; questo l'assunto prefisso ai giovani italiani della Giovine Italia. Trattandosi di fatti e non di semplici teorie, bisognava anzitutto convincere le moltitudini che l' oggetto preso di mira era non solo un desiderio, una vaga aspirazione, ma una di quelle cose che possono facilmente essere conseguite; e che era opinione prevalersi delle forze più alla mano. Il primo passo, per far l'Italia una, era di cacciar l'Austria; ma questa aveva grossi battaglioni di qua e di là dalle Alpi; e dato pure che moltissimo dovesse attendersi dalla rivoluzione popolare, chi non vede che in sulle prime faceva pur dovere di qualche battaglione da contrapporle?

Ora chi poteva disporne, chi poteva essere sedotto dall'idea di approfittare della vittoria? Un nome solo tutti pronunciavano, quello del giovane re, che padrone del suo Stato non poteva temere la perdita del trono come quando era semplice reggente. Se non che fu opposto da molti: a traditore una volta, traditore sempre.

Una delle sentenze favorite di Mazzini era: "nessuno fu traditore, fuorché il destino". Egli tuttavia faceva uso di una larga tolleranza ed ammetteva forse troppo circostanze attenuanti anche per Carlo Alberto; comunque sia, egli a lui indirizzava quella stupenda lettera che fu causa principale dell'abitudine negli italiani, nonostante i ripetuti disinganni, di guardare al piccolo Piemonte come al nucleo intorno al quale raggruppare tutti gli elementi ostili all'Austria, e allo stesso tempo d'infondere nel cuore degli stessi re un senso di predestinazione per tale supremo assunto.

Diamo i passi principali di questa lettera che, - piaccia oppur no a chi oggi ci offre un'edizione di Mazzini ad usum Delphini, - ci dà la chiave di tutta la sua politica: fare l'Italia una e indipendente da ogni straniero, non conta se con monarchia piuttosto che con repubblica; ben sapendo Mazzini che se il fine in tutte le cose é immutabile, i mezzi debbono sapientemente, a norma delle circostanze, mutare. E questa politica egli seguì tutta la sua vita, e ne é una prova anche la lettera a Vittorio Emanuele nel 1869, ove diceva: «Fatevi dittatore purché facciate l'unità d'Italia» e la lettera a Nicola Fabrizi nel 1860 nella quale soggiungeva: "Precipitate le annessioni".

Non milita contro questa asserzione il fatto che Mazzini fosse repubblicano di mente e di cuore. Ciò risulta chiaramente da tutti i suoi scritti; ma intanto, siccome si trattava di creare l'Italia una, e di valersi di chi poteva subito mettervi mano, egli a Carlo Alberto scriveva la lettera in discorso.


« Sire, Se io vi credessi re volgare, d'anima inetta o tirannica, non v'indirizzerei la parola dell'uomo libero. I re di tal tempra non lasciano al cittadino che la scelta fra le armi e il silenzio. Ma voi, Sire, non siete tale. La natura, creandovi al trono, v'ha creato anche ad alti concetti ed a forti pensieri; e l'Italia sa che voi avete di regio più che la porpora.
I re volgari infamano il trono su cui si assidono, e voi, Sire, per rapirlo all'infamia, a per distruggere la nube di maledizioni, di che lo aggravano i secoli, per circondarlo di amore, non avete forse bisogno che di udire la verità: però io ardisco dirvela, perché voi solo estimo degno d'udirla, e perché nessuno tra quanti vi stanno attorno può dirvela intera. La verità non é linguaggio di cortigiano: non suona che sul labbro di chi né spera, né teme dell'altrui potenza.
Voi non giungete oscuro sul trono. E vi fu un momento in Italia, Sire, in cui gli schiavi guardarono in voi come in loro liberatore; un momento che il tempo v'aveva posto dinanzi, e che afferrato, doveva fruttarvi la gloria di molti secoli.

E vi fu un altro momento in cui le madri maledissero il vostro nome, e altre migliaia vi salutarono traditore , perché• voi avevate divorata la speranza e seminato il terrore. Certo, furono momenti solenni , e voi ne serberete ancora gran tempo la memoria. Noi abbiamo cercato sul vostro volto i lineamenti del tiranno; e non v'erano; né l'uomo che aveva potuto formare un voto santo e sublime poteva discendere a un tratto fino alla viltà della calcolata perfidia. Però abbiamo detto: nessuno, fu traditore fuorché il destino. Il principe lo intravide da lontano, e non volle affidare all'ostinazione la somma delle speranze italiane.

Forse anche, l' alto animo suo rifuggì dall'idea che la calunnia potesse sfrondare il serto più immacolato, e mormorare: il principe congiurò la libertà della patria per anticiparsi di alcuni anni quel trono che nessuno poteva rapirgli.
Così dicemmo: ora vedremo, se c'ingannammo: vedremo se il re manterrà le promesse del principe.
Intanto le moltitudini non s'addentrano nelle intenzioni: afferrano l' apparenza delle cose, e insistono sulle prime credenze. Ora quel tempo é passato; ma le speranze, i rancori, i sospetti e le simpatie vivono tuttavia. Non vi è cuore in Italia, che non abbia battuto più rapido all'udirvi re. Non vi è occhio in Europa che non guardi ai vostri primi passi nella carriera che vi si apre davanti.

... Voi salite sopra un trono che né prestigi di gloria, né memorie solenni fanno venerato o temuto; sopra un trono composto di due metà ostili l'una all'altra, congiunte a forza, e tendenti pur sempre a separazione.
Che farete voi, Sire?
Volete che il vostro nome passi fra i molti che ogni secolo consacra all'esecrazione o al disprezzo i
Vogliono (gli italiani) libertà, indipendenza ed unione. Poichè il grido del 1789 ha rotto il sonno de' popoli, hanno ricercato i titoli co' quali potevano presentarsi alla grande famiglia europea, e non hanno trovato che ceppi; divisi, oppressi, smembrati, non hanno nome, né patria; hanno inteso lo straniero a chiamarli iloti delle nazioni, l'uomo libero a esclamare visitando le loro contrade: non è che polvere ! Han bevuto intero il calice amaro della schiavitù; han giurato di non ricominciarlo.

Vogliono libertà, indipendenza ed unione; e le avranno, perché han fermo di averle. Dieci secoli di servaggio pesavano sulle loro teste e non hanno disperato. Hanno guardato indietro ne' tempi che furono, hanno rimescolata la polvere delle sepolture, e ne hanno dissotterrate memorie di grandezza da lungo tempo obliate, memorie di antiche imprese, di leghe terribili, alle quali non mancò che costanza

Riassumete, Sire! voi siete tale, che il sistema del terrore vi uccide, dichiarandovi infame; ed il sistema delle concessioni v'uccide, svelandovi debole; siete tale, che non potete durare esecrato, né cader grande.
Sire ! sono queste le sole vie che vi avanzano ? Siete voi tale da non poter mietere che l'odio o il disprezzo?
E v'ha una terza via, Sire, che conduce alla vera potenza e all' immortalità della gloria. V'ha un terzo alleato più sicuro e più forte per voi che non sono l'Austria e la Francia. E v'ha una corona più brillante e sublime che non é quella del Piemonte, una corona che non aspetta se non l'uomo abbastanza ardito per concepire il pensiero di cingerla, abbastanza fermo per consacrarsi tutto alla esecuzione di siffatto pensiero, abbastanza virtuoso per non insozzarne lo splendore con intenzioni di bassa tirannide.

Sire! non avete mai cacciato uno sguardo, uno di quegli sguardi d'aquila che rivelano un mondo, su questa Italia, bella del sorriso dalla natura, incoronata da venti secoli di memorie sublimi, patria del genio, potente per mezzi infiniti, ai quali non manca cha unione, ricinta di tali difesa che un forte volere a pochi patti animosi basterebbero a proteggerla dall'insulto straniero? E non avete mai detto: la è creata a grandi destini? non avete contemplato mai qual popolo cha la ricopra, splendido tuttavia malgrado l' ombra che il servaggio stende sulla sua testa, grande per istinto di vita, per luce d'intelletto, per energia di passioni, feroci o stolta, poiché i tempi contendono l'altro, ma che sono pur elementi dai quali si creano le nazioni; grande davvero, poiché la sciagura non ha potuto abbatterlo a togliergli la speranza? Non vi è sorto dentro un pensiero: traggi, come Dio dal caos, un mondo da questi elementi dispersi; riunisci le membra sparse pronuncia: " E' mia tutta e felice"; tu sarai grande siccome é Dio creatore e venti milioni di uomini esclamaranno: Dio é nel cielo Carlo Alberto sulla terra ?

Sire! voi la nutriste codesta idea; il sangue vi fermentò nelle vene, quando essa vi si affacciò raggiante di vaste speranze e di gloria; voi divoraste i sonni di molto notti dietro a quell'unica idea; voi vi faceste cospiratore per essa. E badate a non arrossirne, Sire!, Non vi è carriera più santa al mondo di quella del cospiratore che si costituisca vindice dall'umanità, interpreta della leggi eterne dalla natura. I tempi allora furono avversi ; ma perché dieci anni a una corona precaria avrebbero distrutto il pensiero della vostra gioventù, il sogno dalle vostro notti?
Dieci anni e una corona avrebbero ricacciata nel fango l'anima che passeggiava sui re dell'Europa? Onta a voi ! La posterità perdona ogni cosa a un re fuor che la viltà; e che cosa é l'uomo che può esser grande e non é? Qual concetto, Sire, é pur sempre il maggior titolo, l'unico forse, che voi abbiate alla stima degli uomini italiani; voi rinneghereste la parte che aveste in esso? Tutta l'Italia non sarebbe che illusa? E mentre ognuno crede cha Carlo Alberto ambisca d'essere da più degli altri uomini, non avrebbe egli ambito che pochi anni di trono prima del tempo ?

Per Dio, Sire, che i dominatori dei popoli abbiano ad esser diseredati dalla natura di tutta quanta la generose passioni? Che un cuore di re non abbia a battere mai per quanto fa battere i cuori delle migliaia ? Che il sole d'Italia non abbia a fecondare di affetti magnanimi che petti di cittadini! Che i tiranni stranieri abbiano soli accarezzata per secoli quest'idea e l'accarezzino tuttavia, un principe italiano non mai!
Sire ! se veramente l' anima vostra é morta ai forti pensieri, se non avete, regnando, altro scopo che di trascinarvi nel cerchio meschino dei re che vi hanno preceduto, se avete anima di vassallo, allora rimaneteci; curvate il collo sotto il bastone tedesco e siate tiranno; ma tiranno vero perché un solo passo che accenniate di muovere al di là dell' orma segnata, vi fa nemica quell'Austria che voi temete. L'Austriaco diffida di voi; ma cacciatagli ai piedi dieci, venti teste di vittime; aggravate le catene sugli altri; pagategli con la sottommissione illimitata, il disprezzo, di che dieci anni addietro vi abbeverò! Forse il tiranno d'Italia dimenticherà che avete congiurato contro di lui: forse,
concederà che gli serbiate per alcuni anni la conquista, che medita dal 1814 in poi.

Che leggendo queste parole, vi trascorra l'anima a quei momenti, nei quali osaste guardare oltre la signoria di un feudo tedesco; se vi sentite sorger dentro una voce che grida: tu eri nato a qualche cosa di grande; oh! seguitela quella voce; é la voce del genio; é la voce del tempo che vi offre il suo braccio a salire di secolo in secolo all' eternità; è la voce di tutta Italia, che non aspetta se non una parola, una sola parola per farsi vostra.
Proferitela questa parola !

L'Austria vi minaccia i domini, minaccia l'Italia intera con le pretese, con le congiure, e con gli eserciti accumulati; a ingoiarvi essa non attende che una occasione.
La Francia vi minaccia coll'energia delle moltitudini, con la diffusione dei principii, con l'azione delle sue società, con la necessità prepotente che, spingendola un dì o l'altro alla guerra, la caccerà nel bivio, o di perire o di eccitare i popoli alle insurrezioni, ed appoggiarla con le armi.

L'Italia vi minaccia col furore di libertà che la investe, col grido delle infinite vittima, con l'ira delle promesse tradite, con le associazioni segrete che hanno due volte tentate la libertà della patria, che proseguono all'ombra, che nessuna forza può spegnere.
Sire ! respingete l'Austria, - lasciata addietro la Francia, - stringetevi a lega l'Italia.
Ponetevi alla testa della nazione e scrivete sulla vostra bandiera: Unione, Libertà, Indipendenza!

Proclamate la santità del pensiero ! Dichiaratavi vindice, interprete dei diritti popolari, rigeneratore di tutta l'Italia! Liberate l'Italia dai barbari ! Edificate l'avvenire! Data il vostro nome a un secolo! Incominciate un' Era, da voi! Siate il Napoleone della libertà italiana ! L'umanità tutta intera ha pronunciato "i re non mi appartengono"; la storia ha consacrato questa sentenza con i fatti. Date una smentita alla storia e all'umanità; costringetela a scrivere sotto i nomi di Washington e di Kosciusko, nati cittadini: "... vi è un nome più grande di questi; vi fu un trono eretto da venti milioni di uomini liberi che scrissero sulla base: A Carlo Alberto nato re, l'Italia rinata per lui!".

Sire! L' impresa può riuscire gigantesca per uomini che non conoscono calcolo se non di forza numeriche, per uomini che, a mutar gl'impari, non sanno altra via, che quella di negoziati ed ambascerie. La via di trionfo sicuro, se voi sapete comprendere tutta intera la posiziona vostra, convincervi fortemente d'esser consacrato ad un'alta missione, procedere per determinazioni franche, decise ad energiche. L'opinione, Sire, é potenza che equilibra tutte le altre. Le grandi cose non si compiono con i protocolli, bensì indovinando il proprio secolo. Il segreto della potenza é nella volontà. Scegliate una via, che concordi con il pensiero della nazione, mantenetevi in quella inalterabilmente; siate fermo, e cogliete il tempo: voi avete la vittoria in pugno.

Gli uomini liberi, Sire, in Italia sono molti; hanno pure potenza, confessatelo, di farvi tremare sul trono; hanno potenza di rovesciare tutti quei troni che non s'appoggiano sulla baionette straniere.
Caddero, Sire, ma voi sapete il perché: caddero traditi, venduti, perché lottavano con i governi, e combattevano con le armi dei generosi e con la innocenza della virtù, mentre i governi combattevano
con l'oro, con la seduzioni, con la perfidia, con le arti inique del delitto nascosto. Caddero perché mancanti di capi che reggessero con l'influenza d'un nome l'impresa, e la facessero legittima agli occhi del volgo.

Ora che sarebbe quando tutti gli ostacoli si mostrassero calcolati ed aperti, quando essi non avessero a contrastarr col potere, bensì a riunirsi con esso?
Che sarebbe quando tutti vi si annodassero intorno, quando tutti usassero la loro influenza a pro vostro, quando tutti vi cacciassero ai piedi le loro vite per ripagarvi del beneficio d'aver creata un'idea sublime, d'aver somministrato all'universo un nuovo tipo di grandezza, la virtù sul trono?
Sire! a quel patto noi ci annoderemo intorno a voi; noi vi profferiremo le nostre vite: noi condurremo sotto le vostre bandiere i piccoli stati d'Italia. Dipingeremo ai nostri fratelli i vantaggi che nascono dall'unione; provocheremo le sottoscrizioni nazionali, i doni patriottici: predicheremo la parola che crea gli eserciti, e dissotterrate le ossa de' padri scannati dallo straniero, condurremo le masse alla guerra contro i barbari, come a una santa crociata.

Uniteci, Sire, e noi vinceremo, percchè noi siamo di quel popolo, che Bonaparte ricusava di unire perché lo temeva conquistatore di Francia e d'Europa.
Questo faremo; ma voi, Sire, non ci mancate all'impresa: nel sapere scegliere il momento é riposta la somma delle cose; ed ora é il momento:
- ora che la Russia spossata da una lotta sanguinosa, travagliata negli eserciti dalle opinioni, e dai morbi screditata in faccia all'Europa, ha d'uopo rifarsi col riposo e riordinarsi:
- ora che la Prussia é agitata da terrori di sommosse all' interno, e costretta a serbar le sue forze per una guerra che un colpo di fucile belgico può rompere da un momento all' altro:
- ora che l'Inghilterra é condannata all'inerzia, finché non sia consumata la gran lite della potenza popolana e della feudale aristocrazia.

E la nazione francese é per voi. Ora che temete? Il Tedesco? gridategli guerra: ardite guardar da vicino questo colosso, composto di parti eterogenee, minato in Gallizia, nella Ungheria, nella Boemia, nel Tirolo, nella Germania; e che non é forte se non dell'inerzia, e perché altri é debole. Gridategli guerra e assalite: l'assalitore ha immenso vantaggio sul suo nemico.

Una voce ai vostri, una voce alla Lombardia, e avanzatevi rapidamente. Là, nella terra lombarda hanno a decidersi i fati dell'Italia, ed i vostri: nella terra lombarda, che non aspetta se non un reggimento ed una bandiera per levarsi in massa: nella terra lombarda che divorerà i suoi nemici, come ai tempi di Federico e triplicherà il vostro esercito! Ma siate forte e deciso rinnegate i calcoli diplomatici, gli intrighi dei gabinetti, le frodi dei patti. La salute, per voi sta sulla punta della vostra spada. Snudatela e cacciatene la guaina. Fate un patto con la morte e l'avrete fatto con la vittoria.

Sire! mi é forza il ripeterlo: Se voi non fate, altri faranno e senza voi, e contro voi. Non vi lasciate illudere dal plauso popolare che ha salutato il primo giorno del vostro regno: risalite alle sorgenti di questo plauso, interrogate il pensiero delle moltitudini: quel plauso è sorto, perché salutandovi salutavano la speranza, perché il vostro nome ricordava l'uomo del 1821: deludete l'aspettazione; il fremito del furore sottentrerà ad una gioia che non guarda se non al futuro.

Ormai la causa del dispotismo é perduta in Europa. La civiltà é troppo oltre, perché l'insania di pochi individui possa farla retrocedere. I re della lega lo intendono, ma sono troppo in fondo per poter risalire. Essi lottano disperatamente col secolo, e il secolo li affogherà. Hanno detto: chi nacque tiranno, morrà tiranno: e sia: vissero paurosi e colpevoli, morranno esecrati e deietti.
Ma voi, Sire, siete vergine di delitto regale: siete degno ancora d'interpretare il voto del secolo. Davanti al voto del secolo che la grande anima sua intravedeva, impallidiva Napoleone quando il diciotto brumaio lo costituiva in contrasto con la libertà nella sala de' cinquecento. Fu l'unica volta che Napoleone impallidì: ma pochi anni dopo egli commentava dolorosamente nell'isola di Sant'Elena quel pallore proferendo le memorande parole: "j'ai heurté les idées du siècle, et j'ai tout perdu".

Sire! per quanto vi é di più sacro, fate senno di quelle parole. Volete voi morir tutto, e vilmente ! La fama ha narrato che nel 1821 uno schiavo tedesco insultò il principe Carlo Alberto fuggiasco, salutandolo re d'Italia. Quell'onta, Sire, vuol sangue. Spargetelo in nome di Dio, e lo scherno amaro ripiombi sulla testa de' nostri oppressori. Prendete quella corona: essa é vostra, purché vogliate.
Attendete le solenni promesse.
Conquistate l'amore de' milioni.
Tra l'inno de' forti, e dei liberi, e il gemito degli schiavi, scegliete il primo.
Liberate l' Italia dai barbari e vivete eterno!
Afferrate il momento.
Un altro momento; e non sarete più in tempo. Rammentate la lettera di Flores-Estrada a re Ferdinando; rammentate quella di Potter a Guglielmo di Nassau!
Sire ! io v'ho detto la verità. Gli uomini liberi aspettano la vostra risposta nei fatti. Qualunque essa sia, tenete fermo che la posterità proclamerà in voi - Il Primo tra gli uomini, o l'Ultimo de' Tiranni Italiani. - Scegliete !

1831, UN ITALIANO.

La lettera, stampata in Marsiglia, fu spedita in piccolo numero d'esemplari indirizzati a tutti gli uomini che Mazzini aveva in stima di patrioti, e molte ristampe clandestine la diffusero per tutta la penisola.
Il Re l'ebbe e la lesse.
E presto presto una circolare governativa, spedita a tutte le autorità di frontiera, forniva i connotati dello scrittore con l'ordine di arrestarlo e d'imprigionarlo se mai egli tentasse di rimpatriare.
Il 26 ottobre 1833, con la pubblicazione del documento sotto, la sentenza del tribunale regio lo condannava in contumacia alla "pena di morte ignominiosa".

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