SETTIMO CAPITOLO

SETTIMO CAPITOLO

Garibaldi esule, commerciante, mercante, avventuriero, filibustiere, pirata, corsaro, ma patriota sempre. - Rossetti - G. B. Cuneo. Corrispondenza con G.B. Cuneo. - Livio Zambeccari. - L'arrivo di Garibaldi a Piratinim.

".......funestano
Vaganti pensier
Di patria, d'esiglio,
D'oltraggio stranier".
(BERCHET. I profughi di Parga).

Ecco dunque a 27 anni Garibaldi, bandito, povero, solo nel Nuovo Mondo, esule "con la patria in cor", ma mai abbastanza uomo pratico da non illudersi sulla possibilità di una pronta riscossa. Dinanzi alla baia di Rio Janeiro, costeggiando le rocce che nascondono la città allo spettacolo lussureggiante della natura, di cui le coste d'Africa e d'Asia non gli avevano dato che una mediocre idea, l'anima sua di poeta, che restava fredda e indifferente davanti ai lavori più insigni dell'arte umana , si sente rapita di ammirazione, d' entusiasmo.
Al Largo do Passo è salutato in lingua italiana; riconosce il Rossetti, esule intemerato, prode soldato e giornalista battagliero. Garibaldi subito stringe amicizia con lui, e con la famiglia degli Antonini, e con G. B. Cuneo amico stretto di Mazzini, che reciprocamente si tengono informati delle persone e delle cose che all'Italia possano giovare.

Per quanto in passato avessimo laboriosamente raccontato la storia intima di questi anni della vita di Garibaldi interrogando e G.B. Cuneo e il dottor Odicivi, altro suo intimo, opiniamo che l'occhio nostro non vi sia penetrato abbastanza prima della lettura recentissima di alcune lettere di Garibaldi a G.B. Cuneo, il quale poco dopo averlo conosciuto se ne andò da Rio Janeiro e si stabilì a Montevideo, ove rimase fino al 1850.
(*)
) Sono debitrice di questo prezioso aiuto agli sposi Zunini, Amalia nipote di G. B. Cuneo, Matteo nipote degli Antonini. Essi possiedono 48 lettere di Garibaldi a G. B. Cuneo e il diario della Legione Italiana in Montevideo scritto da quest'ultiino, giorno per giorno, fino al 1844. Lo Zunini, avendo intenzione di scrivere la biografia di G. B. Cuneo, è stato di una generosità unica consentendomi le primizie di queste lettere, per cui gli porgo pubblico ringraziamento.

Fino adesso tutti, più o meno, hanno regalato a Garibaldi il titolo di filibustiere, avventuriere, pirata, o, sul serio, corsaro, come egli per scherzo si chiamava.

C'é di più: la storia dell'America meridionale é stata ed é tuttora intricata, noiosa per gli Europei, perché mentre attraenti sono gli sforzi degli indigeni per spezzare il giogo, ora della Spagna, ora del Portogallo, per respingere la Francia intrusa e l'Inghilterra eterna mestatrice, meschino e insulse appaiono le lotte fra repubbliche e repubblichette a causa di una striscia di terra o di un presidente invece di un altro di pari valore. Per questo motivo le gesta militari di Garibaldi in questa parte del continente americano sembrano, a chi giudica superficialmente, di soldato di ventura, senza ideale, tranne quello abbastanza volgare di averle fatte solo per provvedersi il pane quotidiano.

Ora, all'opposto, chiaramente risulta che Garibaldi, dall'istante dello sbarco fino al giorno del ritorno in Italia, non ebbe altra mira che di disciplinare e di educare, aiutando i popoli oppressi, alle battaglie liberatrici della patria quanti italiani gli venivano sotto mano.

Queste lettere ci danno testimonianza che l'idea di uno sbarco nella penisola l'ha costantemente logorato. Forse la sorte tragica dei fratelli Bandiera aggiunta alla sua esperienza della spedizione di Savoia, lo dissuase. Le sue lettere a Cuneo sono scritte in senso traslato e alcune anche firmate o con Garibaldi e col nome di guerra "Borel".
La prima é datata da Capo Frio, quando egli con Rossetti si era accinto a viaggi di cabotaggio fra quel Capo e Rio Janeiro, commerciando in grano e in altre mercanzie. Eccone il testo:
(Questo documento ed altri estratti segnati con l' * sono dovuti alla raccolta Zunini, e ne diamo qui sotto il facsimile).


"Capo Trio 17 ottobre 1836,
"Fratello,

"Questa è per annunziarti soltanto il nostro arrivo ai 15, e che la figlia del nostro "CaIafato", è bella, ma bella. Sai, d' una bellezza, come quella che ti rappresenta sovente la romantica tua immaginazione, e ne sono intenerito sino al fondo. Ti assicuro che se non fosse tanto selvatica vorrei organizzare i tanto dimenticati strumenti, ma basta per ora, e non faremo niente nemmeno per questa. Diné! Dinè ! ci abbisognano, non é vero, e poi, anche in Italia ne troveremo delle belle, ma penso che ci "sverdiamo" ogni giorno, Fratello, e questa idea mi riesce poco piacevole. Pazienza!!
Quando penso alla cortesia di tuo cugino, sento doppio il bene d'averti conosciuto, assicuralo della mia gratitudine.
Ho pensato, pel tutto che potrebbe succedere, d'inviargli con questa una ricevuta, ciò é per mia quiete, e fa che non se ne offenda. Se mi rispondi, e lo spero, mettimi a giorno dei prezzi in Rio, il miglio si è venduto qui a mille reis-l' alquere. Ci han proposto un viaggio per Campus, non so se ci converrà. Presenta i miei ossequi al cugino, e pensa che sarò sempre tuo fratello" - Garibaldi

Che la bella figlia del Calafato fosse un buon bastimento atto al sospirato sbarco, é chiaro dal contesto della lettera e dalle successive nelle quali egli col severo e puritano G.B. Cuneo non parla mai delle sue scappatelle amorose; i ricordi delle quali consegna soltanto alla carta nelle ore di ozio degli anni più maturi. E poi poco "dinè" ci voleva al bellissimo biondo, all'audacissimo marinaio per conquistare il cuore e la mano della figlia del Calafato, se veramente ne fosse stato tanto invaghito.
In dicembre Rossetti va a Montevideo portando un' altra lettera di Garibaldi per Cuneo, della quale diamo un sunto:

"I nostri viaggi non furono sfortunati, ma nemmeno lucrosi, il motivo principale proviene dalla nostra fiducia in gente che credemmo amica e che non incontrammo nientemeno che ladra: l'imperizia dei luoghi che visitammo non vi contribuì per poco; bisogna imparar per sapere; ciò é incontestabile.
C' é una società che tiene un monopolio esclusivo, perciò essi sono decisi d'imbarcar per proprio conto 240 alquaris di miglio, 100 di farina che venderemo a Campos o a Macao, indi caricare zucchero ed acquavite.
Di me ti dico soltanto che sono poco felice, che mi macera l'idea di non poter avanzar nulla per le cose nostre, che abbisogno piuttosto di nembi che di calma e che sono impaziente di ricorrere agli estremi.
Scrivi a P.° (*), digli che ci dia una ricetta ed incominciamo, o caro fratello ! non è la prima volta che t'importuno; non corrucciarti. Sono stanco, per Dio, di trascinar un'esistenza tanto inutile per la nostra terra, di dover fare il mercante marinaio. Sii certo che siamo destinati a cose maggiori; siamo fuori del nostro elemento, per ora, e mi tarda molto il momento di tuffarmici."

(*) Il P.° è evidentemente Pippo, ossia. Mazzini. - Parte di questa lettera G: B. Cuneo ha citato nella sua biografia di Garibaldi. Egli era di una modestia rara e non lascia trapelare che incoraggi o infiammi il già ardente giovane nelle idee paatriottiche.

Garibaldi scrive ancora da Campos e parla ancora del suo fastidio per il commercio:

"18 febbraio 1837.
Sto facendo sempre i viaggi da Campos con più lucro che dall'inizio, veramente, però sempre nell'intenzione di abbracciar ciò che sai al suo comparire. Dico che vo' a Santa Cruz. Questo soggiorno mi dispiace sempre e infinitamente adesso. Scrivimi quando lo puoi e subito se c'é qualche cosa da fare. Il commercio mi avvolge il cervello. "

La lettera seguente del 22 aprile sembra scritta in risposta ad una di Cuneo che indubbiamente lo incitava a raggiungerlo a Montevideo:
"Sarei partito abbandonando tutto e nel duro caso stesso di esservi a carico, ma sono più che mai nell' impossibilità.... il motivo prepotente.... non te lo posso spiegare senza pericolo.... ti dirò soltanto che mi dispongo a nuova esistenza, tendente ai nostri principii sempre, con quella meta che tu mi prefiggesti nella prima lettera. Ti incarico di mettere in rilievo costì il nostro operare ; mi conosci e ne puoi rispondere come di te stesso."

Questa lettera ha bisogno di essere raffrontata alla storia contemporanea del paese in cui Garibaldi era capitato.

Rio Grande, annesso per forza al Brasile, si era sempre rivoltato davanti al nuovo padrone, e nel settembre del 1836, l'anno dell'arrivo di Garibaldi, spinti alla disperazione dal presidente Ribeira, rappresentante dell'imperatore Don Pedro II, gli abitanti della capitale Porto Allegro aiutati da quelli della provincia se lo tolsero di dosso e proclamarono la repubblica, presidente Bento Gonzales.
Dally, osservatore intelligente dei vari popoli dell'America meridionale, così scriveva dei Rio-Grandesi :
"Gli abitanti della provincia di Rio Grande possono essere paragonati ai coloni della Beauee (provincia di Francia). Essi sono ben fatti e robusti, e non sono felici se non quando trovasi a cavallo, lanciando le palle e il laccio contro una giovenca selvaggia, perchè allora nulla a loro manca. Portano con se una navicella per attraversare i fiumi, e ciò che loro bisogna per nutrirsi e disporsi un letto in mezzo ai deserti. Quando vogliono dormire, sdraiansi sul cuoio crudo che, ripiegato, forma la coperta della loro cavalcatura; la sella angusta o leggera, da loro chiamata lombilho, serve d'origliere. Lo stesso cuoio, attaccato ai quattro capi, si trasforma in piroga; sospesi alla sella, le palle e il laccio sono impiegati ad impadronirsi del bestiame di cui si cibano. Per spiedo hanno un bastone a punta, più facile a trasportarsi che gli altri strumenti."
(Usi e costumi sociali, politici e religiosi di tutti i popoli del mondo, di N. Dally. Traduzione del cavaliere Luigi Cibrario.)

Questo popolo ancora quasi selvaggio ma già repubblicano in lotta contro un imperatore doveva, ed é ovvio capacitarsene, guadagnarsi senza indugi le simpatie di Garibaldi. Chi poi lo decise a prendere servizio attivo ai suoi comandi fu un italiano a cui la storia della liberazione d' Italia conserva una pagina d'onore; il marchese Livio Zambeccari. Nato in Bologna nel 1802, ove la sua famiglia ebbe per tradizione il patriottismo, rimasto orfano in tenera enti, fu dai parenti educato per la diplomazia, mentre invece i suoi istinti lo portavano allo studio della matematica e delle scienze naturali. Nella rivoluzione del 21 il giovane diciottenne accettò missioni segrete per i patrioti napoletani; scoperto dalla polizia lo scopo dei suoi viaggi, dovette esulare e anche lui si rifugiò in Spagna. Caduta qui la causa del partito liberale, dopo avere errato parecchi anni in Francia e in Inghilterra, Garibaldi giunse a Montevideo allorquando questo paese era occupato dai brasiliani.
Mentre egli attendeva con La Valleya all'assedio di Montevideo ove si era già segnalato, seppe dei movimenti dell'Italia centrale per l'indipendenza dagli stranieri e dal papa, e s'imbarcò sopra un legno genovese. Ma non potendo giungere a tempo per prender parte nella rivoluzione, sommersa nel sangue dagli Austriaci, lo Zambeccari fissò la propria dimora a Porto Allegro, ove prima scriveva articoli per l' "0 Continentino", giornale che si accontentava di riforme moderate; poi nell' "0 Repubblica" predicava addirittura principi repubblicani.

Zambeccari fu uno dei principali capi della rivoluzione, e quando dopo la libertà conquistata a sì caro prezzo, il Bento Manuel Ribera per odio contro Bento Gonzales da Silva inalberò nuovamente la bandiera imperiale, istigato dall'espulso presidente Aranjo, Zambeccari era divenuto segretario e capo dello stato maggiore di Gonzales. Ai quali si unì anche Rossetti.

Arrise loro la fortuna fino alla battaglia di del Fanfa che durò due giorni e finì con la rotta dei repubblicani riograndesi. Zambeccari e i principali capi furono catturati a Rio Janeiro. Però, dopo una capitolazione, tutti i prigionieri furono messi in libertà; il solo Zambeccari, nonostante i patti, fu trattenuto e condotto a Porto Allegro, poi rinchiuso nel forte di Santa Cruz all'entrata del fiume Rio Janeiro.
I repubblicani, per nulla demoralizzati, organizzavano nuove forze, e fecero capitale provvisoria della repubblica Piratinim. Bento Gonzales ebbe migliore fortuna impadronendosi di un governatore imperiale, e durante la famosa battaglia di Rio Pardo catturò pure molti ufficiali; ma tutti li offerse in cambio del suo Zambeccari. Ma questi era uomo troppo temuto per la sua audacia e perché dal Feijo, reggente durante la minorità di Don Pedro II, fu creduto il principale ispiratore e sostenitore della insurrezione e della repubblica.

Zambeccari rimase così pacificamente in prigione disegnando la mappa di Rio Grande, traducendo dal francese in portoghese i Saggi di Economia Politica di Sismondi che postillava con note sulla schiavitù, poi il libro Parole d'un Credente di Lamennais, e molti articoli della Giovine Italia di cui Cuneo, riceveva tutti i fascicoli; ma anche pubblicando clandestinamente sui giornali articoli ispirati alla più pura fede repubblicana, .

Intanto Rossetti riuscì di condurre a Piratinim Garibaldi, da tempo stanco e nauseato del commercio. Lo Zambeccari pur rinchiuso nel forte non smise di rendere i suoi compatrioti degni dell'ospitalità ricevuta, e addestrarli alle armi per contribuire alla liberazione d'Italia; dalla sua priginia propose subito a Garibaldi di trasformare il suo bastimento mercantile in corsaro, promettendo di procurargli da Bento Gonzales lettere di patenti di corsa.
" Io e Rossetti -
scrive Garibaldi in una piccola biografia di questo tanto amato amico - non stavamo nella pelle, finché non ci fossimo gettati sull' oceano con la bandiera repubblicana. Rossetti trovò tutto ciò che occorreva, e mi fu compagno nell'impresa."

Ecco dunque la vita nuova coordinata a quei principi a cui egli allude nella sua lettera a Cuneo. E quel patriota e uomo integro di Zambeccari che dovette rimanere in prigione ancora fino al 2 dicembre 1839, quando fu liberato, a patto di non più immischiarsi nella guerra, non comprese se non assai più tardi il servizio che aveva prestato alla sua prima e seconda patria, assicurando il braccio di Garibaldi alla microscopica repubblica di Piratinim.

Ma non solo aveva assicurato il braccio, seguendo il suggerimento di Zambeccari, il Nizzardo arma la sua "Garopera" in corsaro, e la battezza col nuovo nome "Mazzini".

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