NONO CAPITOLO

NONO CAPITOLO

Armatore e cavallerizzo. - Primi amori. - Naufragio del Riopardo.
Lo scellerato sacco di Imerai. -
L'incontro con Anita. - Il (documento) matrimonio con Anita.


Mentre teneva in buon assetto i due lancioni, Garibaldi componeva nello stesso tempo uno squadrone di cavalleria con debita provvista di selle, quali si usano in quei paesi. Sulle coste della laguna, nei poderi abbandonati, faceva pigliare col laccio cavalli da addestrare. Per cibare le sue genti c'erano buoi e frumento, legumi, patate e perfino melarance. La famiglia di Beato Gonzales aveva immensi possessi; le estancias, ossia case di campagna, delle sorelle Donna Anna e Donna Antonia, la prima alla foce del Camacua, la seconda a quella dell'Arrojo-grande, erano per Garibaldi ed i suoi compagni un vero Eldorado. In casa di Donna Anna s' innamorò della bellissima Manuela, di una famiglia di emigrati, ma già fidanzata al figlio del presidente.

Anche qui avvennero fieri scontri con gl'imperiali, ed un giorno fra gli altri, 150 di costoro assaltarono Garibaldi mentre questi si trovava solo con il cuoco. I suoi soldati marinai avevano tirato in secco i lancioni "facendo l'anitra" cioè spingendoli a forza di spalla per i banchi di sabbia detti puntal, stando essi nell'acqua. Poi si erano dispersi intorno al Galpon da charqueada, stabilimento ove si sala la carne, il quale serviva ad essi come rigugio e arsenale.
Undici di loro videro il nemico che, impossessatosi di tutti gli edifici intorno, cominciò a dar fuoco ai tetti.

Fino al loro arrivo Garibaldi da solo li tenne a bada, con il cuoco che continuamente caricava le armi. Poi per sei ore giunti quei tredici uomini, dei quali undici erano italiani, fecero fuoco contro gli imperiali (80 erano austriaci) uccidendone e ferendone molti, e fra questi il famoso Moringue, fatto questo che causò la precipitosa fuga di tutti gli altri.

Garibaldi ebbe 8 feriti e nella relazione al governatore scrisse: "Un uomo libero vale per dieci schiavi".

All'estancia di Donna Anna si credette morto il nostro eroe; la notizia era falsa, ma egli gustò la felicità di sapere che la vergine Manuela chiedeva di lui, perchè si era accorata del funebre annunzio.
Altri due lancioni furono armati con i materiali onde gli audaci corsari venivano di frequente impadronendosi, e appena li ebbero condotti a termine furono chiamati a Stapua per sostenere l'esercito repubblicano che allora assediava Porto Allegro.
Ma, o Bento Manoel che dirigeva le operazioni già meditasse il tradimento consumato poco dopo passando nelle file degli imperiali, o fossero questi veramente troppo forti, non si faceva un passo in avanti; però fu risolta una spedizione nella provincia di Santa Caterina, che si diceva parteggiasse per i repubblicani. Garibaldi ebbe ordine di mettere i suoi lancioni in mare e di obbedire al generale Canabarro. Ma come uscire dal lago, guardato sulle due rive dagli imperiali? "Se non dalla porta, usciremo dalla finestra", pensò Garibaldi al quale parve sempre un non senso il vocabolo "impossibile".

Lascia i due lancioni più piccoli sul lago, dà il comando del Seival al bravo americano Briggs, prende il Rio Pardo, e sceglie ad uno ad uno gli uomini del suo equipaggio. Fra questi c'era, ben s'intende, l'inseparabile Luigi Carmiglia e quel tale Eduardo Mutru che con lui compromesso nell'alzata di scudi del 1834, aveva sofferto atroce prigionia nelle carceri di Carlo Alberto, da cui uscì quattro anni dopo interamente canuto e irriconoscibile; e non aveva che cinque lustri! E infatti, quando nell'estancia di Donna Anna egli si presentò inaspettatamente al suo amico d'infanzia, questi non l'aveva riconosciuto.

Con questi compagni, Garibaldi fa preparare due robustissimi carri e introduce i due lancioni nel fiumicello Capivari, il quale scorre in un seno profondo a greco del lago. Indi colloca ciascun lancione sopra il suo carro e con 50 bovi attaccati ad ognuno gli riesce di tirarseli dietro per terra: attraverso campi arati navigano dunque per 54 miglia "...i vascelli della repubblica senza nessuna difficoltà e dando un curioso e ignoto spettacolo in quelle contrade."

Nello stesso modo furono rimessi nel lago Tamarandi, il quale, formato dalle acque fluenti dalle montagne dell' Espinasso, comunica coll'Atlantico; ma solo nelle alte maree si hanno alla sua uscita molti piedi di profondità, mentre il mare sulla costa sembra sempre in burrasca e si ode il suo ruggito a molte miglia entro terra. Quel mare parve incollerito nel vedere per la prima volta comparire una nave dal lago, e volle in certo modo vendicarsi dell'audace capitano che seppe nell'ora della piena alta marea buttarsi nel suo seno affrontando i furiosi frangenti.
Soffiava impetuoso il vento di mezzogiorno, e il Rio Pardo con trenta persone a bordo, un pezzo da dodici e gli attrezzi necessari per abbordaggio e sbarco, venne ad un tratto investito e rovesciato da un maroso gigantesco.

Garibaldi, che si trovava in cima all'albero di trinchetto, fu scagliato a una grande distanza e profondamente sommerso, da quell' abisso, risalendo a nuoto sopra le onde, vide la barca galleggiante sul fianco, sostenuta dall'alberatura, e quasi tutto l'equipaggio naufrago. Raccolti pezzi d'albero e tavole, le va distribuendo or all'uno or all'altro. Ad Eduardo Mutru consegna un boccaporto, poi vedendo Luigi Carmiglia, colui che gli salvò la vita, tuttavia trattenuto al legno, ne risale il fianco a mo' di scoiattolo, lo raggiunge e trovando che il giacchettone serrato gli vieta di nuotare, glielo taglia con un coltello che tiene in tasca, quando un maroso più feroce degli altri infrange la nave, caccia sott' acqua tutte le persone che le si erano aggrappate, e Garibaldi con esse.
Poi ritorna ancora alla superficie; s'aggira intorno alle reliquie del bastimento, distribuisce tavole ai superstiti, gridando disperatamente Luigi ! Luigi ! Ma Luigi non risponde. Gli appaiono qua e là e a vicenda scompaiono teste; ed egli scende l'una dopo l'altra le onde somiglianti a colline. Tocca infine il lido con disperato dolore per scoprire che Luigi non è fra i pochi salvati. Vede in distanza Eduardo Mutru che più non si regge sul boccaporto e appena appena nuota: si getta ancora in mare, gli si accosta, ed é in procinto di afferrarlo, quando una nuova ondata lo travolge; e Garibaldi soltanto riesce di salvarsi.

Riguadagnata la sponda, ansiosamente interroga il viso dei superstiti; ma fra essi non rivede uno solo dei suoi italiani. Si getta desolato a terra col capo nascosto fra le mani e piange dirottamente. Molti anni dopo egli narrava i particolari di questa catastrofe con voce commossa e con un viso tetro, ed era sempre per lui come un rimorso il solo ricordo dei nomi di Mutru, Carmiglia, Staderini, Navone, Giovanni. E avvertiva gli ascoltatori, che accadendo di trovarsi in simili frangenti, di affidarsi meno alla propria bravura, ma meglio a qualsiasi oggetto galleggiante, tavola o remo o altra cosa a tiro di mano.
Nuotatori di quella forza, ripeteva, tutti perduti, mentre altri che non sapevano nemmeno attraversare una fossa d'acqua aggrappandosi a una misera tavola si erano salvati!

Ma i lamenti anche di quegli stranieri, indifferenti a lui, lo richiamarono al proprio dominio di sè; ed egli subito s'accinse a soccorrerli. Se non che quelli o non volevano o non sapevano muoversi. Garibaldi, scuotendoli e facendoli alzare e camminare e indi correre, li sospinse fino ad una casa, "...ove - come scrive - trovarono quell'ospitalità che sta eternamente seduta sulla porta di una casa americana".

"Qui giunsi - egli scrive - disperato; vaneggiavo e il mondo mi sembrava un deserto."
L'altra nave, il Seival, comandata da Briggs, potè salvarsi, e per fortuna in quella parte della provincia di Santa Caterina, ove accadde il naufragio, gli abitanti essendosi sollevati contro i brasiliani, essa ricevette un cordiale benvenuto e i mezzi di trasporto per ricongiungersi al generale Canabarro. Arrivato alla Laguna, lago vastissimo della provincia di S. Caterina, ed alla piccola città pur detta Laguna, la guarnigione fuggì precipitosamente.
Tre piccoli legni da guerra furono presi; e Garibaldi, con i naufraghi superstiti, salì sulla goletta Itaparika che portava sette pezzi di cannone. Anche le armi e le munizioni spedite di rinforzo agli imperiali caddero nelle sue mani.

Fu stabilito un governo provinciale, e Rossetti, che era rimasto a Piratinim per redigere il giornale Povo (popolo), fu assunto al grado di segretario del governatore.
Il generale Texeira che comandava l'avanguardia aveva ricacciato il nemico fino a Porto Allegro insignorendosi dei paesetti circostanti: la fortuna sorrideva ai repubblicani; «ma essi - dice Garibaldi - benché prodi in guerra, non seppero coltivare la benevolenza dei « Catarinesi; e per giunta l'insufficienza dei mezzi fece perdere i benefici di quella brillante « campagna. »
A Garibaldi però essa portò il massimo tesoro della sua vita, e l'isola di S. Caterina è scolpita nel suo cuore perché qui conobbe la sua ANITA.


Tante e così varie sono le versioni di questo importante episodio della vita di Garibaldi che io mi limito a citare le sue proprie parole tolte dalle sue memorie originali: (* vedi poi nota più avanti ).

"Io non avevo mai pensato al matrimonio e me ne credevo incapace, per troppa indipendenza d'indole, e la propensione a una carriera avventurosa. Avere una donna, dei figli, mi sembrava cosa sommamente disdicevole a chi aveva consacrato l'intera vita ad un principio, la cui attuazione per quanto fortunata non doveva lasciarmi la quiete necessaria ad un padre di famiglia. Il destino decideva in altro modo. Io, con la perdita di Carmiglia, di Eduardo e degli altri miei coetanei - ero rimasto in un isolamento completo. Sembravo solo nel mondo!

"Non mi era rimasto un solo di quegli amici del cuore, di cui si ha bisogno come dell'alimento in questa vita. I rimanenti compagni mi erano noti da poco tempo, ve ne erano de' buoni, ma nessuno in intimità. Poi il cambiamento di condizione si era operato così inopinatamente e in un modo così terribile! Impossibile non rimanerne impressionato. Infine avevo bisogno d'un anima che mi amasse, e ne aveva bisogno subito, - senza di che insopportabile mi era l'esistenza. Rossetti, vero fratello! non poteva venir con me, e raramente lo vedevo".

"Avevo bisogno dunque di chi mi amasse, e subito ! E subito, un amico non si fà ! Una donna ! la più perfetta delle creature, é l' unico refrigerio ! l' angelo consolatore unico d'una vita amareggiata, sconvolta dalle tempeste ! Una donna ! non s'implora invano - implorata di cuore ! massime se sopraffatto dalla sventura !
Con quel pensiero - dall' alto del cassero dell'Itaparika - io rivolgevo lo sguardo a terra ! Il Morro della Barra era vicino (sulla destra della Laguna, ove si vedono varie abitazioni), e vi scorgeva donne occupate in lavori domestici. Una giovane mi attraeva sopra le altre - ordinai mi sbarcassero. Quando mi avviai verso quela casa, il cuore mi batteva forte! ma con una di quelle risoluzioni che non falliscono. Un uomo m'invitava ad entrare, io sarei entrato senza l'invito, aveva veduto quel l'uomo una volta! Vidi la giovane ! e dissi a lei: "tu, sarai mia!"

Io aveva stretto un nodo che la sola morte poteva infrangere ! Io avevo incontrato un vietato tesoro! ma era pure un tesoro di gran prezzo ! Se vi fu colpa, io l'ebbi, intera! e vi fu colpa. Sì! si rannodavano due cuori, e si lacerava l'anima d'un innocente ! Ma é morta ! lui... é vendicato! (L'Elpis Melena scrive: « Ella è morta e suo padre è vendicato», ma il sopradetto è il testo dell' originale.) « sì, vendicato !... ed io conobbi per intero il delitto. Là sulle foci dell'Eridano ! il dì in cui sperando di riaverla io stringeva convulsamente il suo polso! assorbivo il fuggente suo alito... ma lambivo le labbra d'un cadavere! e piangevo il pianto della disperazione !... "
Dal momento che quel "tu sarai mia" le fu sussurrato all'orecchio, ella divenne amica, amante, camerata, infermiera, madre dei suoi figli, finché la morte li divise sulla fatale sponda dell'Adriatico.
Con questa compagna devota, la vita di Garibaldi si rinnovellò e anche la fortuna lo guardò con occhio benevolo nelle sue gesta.

(* NOTA DELL'AUTRICE - Il manoscritto originale mi fu dato da Garibaldi stesso nel 1855 a Nizza, ossia egli mi diede permesso di pescarlo in certe casse che contenevano molti suoi arnesi marinareschi, autorizzandomi di usarne a mio talento. Lo lessi e ne venni facendo estratti per la biografia di lui che sempre ebbi in animo di scrivere, ma non ne feci copia e conservavo gelosamente l'originale per i figli. Nel 1859, tutte le carte che erano in mio possesso furono per ordine suo trasmesse ad Alessandro Dumas che fin dal 1848 con l'opuscolo La Nuova Troja aveva rivendicato la fama di Garibaldi in Francia e contribuito ad estenderla in Italia.
Dumas se ne servì. Il dottor Bertani, F. Carrano e M. Paya ebbero anche per disposizione di Garibaldi copia della prima parte. Garibaldi poi diede l'originale alla signora Schwarz, che sotto il pseudonimo di Elpis Melena lo tradusse e lo pubblicò in tedesco.
Dumas non si è attenuto letteralmente alle memorie originali, e spesso sbagliò le date, cominciando da quella della nascita.

All'episodio dell'Anita, mette la seguente nota:
"Questo punto è coperto appositamente da un velo di oscurità, ed io dissi a Garibaldi: "Leggete, caro amico, la cosa non mi pare chiara".
Ed egli sospirando : "Deve rimanere così".
Duo giorni dopo mi mandò un quaderno intitolato: "Anita Garibaldi".

Il modo tenuto dal generale nel narrare l'episodio; - la parola «delitto» che Dumas traduce "faute" e altre espressioni di vivissimo rimorso sparse fra i suoi scritti non sembravano giustificate dall'aver egli soltanto tolta una ragazza al padre e al fidanzato odiato da lei.
Pure è così. Anita non fu moglie, ma fidanzata ad un altro. Anita, innamorata di Garibaldi, fuggì con esso a bordo del suo bastimento. Appena la vita errante di lui lo permise, egli la sposò, e il Guerzoni è il solo che ha dato alla luce l' atto matrimoniale.

"Del matrimonio di Garibaldi, - egli scrive - con Anita si dubitò fino agli ultimi giorni; parecchi anzi, fondandosi sull'errore che Anita fosse già maritata, lo negavano addirittura. Il seguente atto matrimoniale ottenuto da Montevideo mercè la squisita gentilezza del signor ministro dell'Uruguay, P. Antonini Y Diez, tronca ogni dubbio e chiude la controversia:

(Hay tres sellos)
031318
Martin Perez, Cura Rector de la Parroquia en San Francisco de Asis en Montevideo, Certifico: que en el Libro primero de matrimonios de esta Parroquia al folio diez y nueve vuelto, se lee la partida quo trascriho: En veinte y seis de marzo di mil ocho cientos cuarenta y dos: Don
Zenon Aspiazù, mi lugar Teniente Cura de esta Parroquia de San Francisco de Asis en Montevideo, autorizó el matrimonio que in facie Ecclesiae contrajó por palabras de presente Don José Garibaldi, « natural de Italia, hijo legitimo de Don Domingo Garibaldi y de Dona Rosa Raimunda; con Dofia Ana Maria de Jesus, natural de la Laguna en el Brasil, hija legitima de Don Benito Riveiro de Silva y de Dona Maria Antonia de Jesus, habiendo el Senor Provisor y Vicario General dispensado dos conciliares proclamas y practicado lo demas que previene el derecho : no recibieron las benediciones nuptiales por ser tiempo que la Iglesia no jas imparte. Fueron testigos de su otorgamiento Don Pablo Semidei y Dofia Feliciana Garcia Villagran : lo que por verdad firmo yo el Cura Rector - Lorenzo A. Fernandez.
« Concuerda con el original y i solicitud de parte interesada expido el presente en Montevideo a veinte y siete de Enero de mil ocho cientos ochenta y uno.
"MARTIN PEREZ".
"Buono per la legalizzazione della firma sovrapposta del signor Martin Perez, parroco della Matriz a noi ben cognita.
« Montevideo, 8 febbraio 1881.
"Il Vice-Console, PERROD.

I figli tutti hanno la loro fede di nascita, e Stefano Canzio, che rettificò l'errore in cui anche io con sommo mio dispiacere ero caduta, possiede la fede di battesimo del curato della parrocchia di S. Francesco di Assisi in Montevideo che certifica avere battezzata la Teresa figlia legittima di Don Josè Garibaldi e di Donna Anna Ribeira, nata il 22 febbraio 1845. Ora avendomi prestato il dottor Bertani la sua copia della prima parte delle memorie originali di Garibaldi, in questa come in ogni altra citazione mi attengo ad esse fedelmente.



Torniamo ai fatti d'armi:
Avuti Garibaldi dal generale Canabarro i tre legni armati (Briggs comandante la
Cassapara, Lorenzo il Seival, lui il Rio Pardo), assaliti i bastimenti imperiali e catturati subito due barconi carichi di riso, si face addosso ad un grosso bastimento con vantaggio, quando altri tre legni imperiali vennero al soccorso. La Cassapara si ara smarrita durante una notte oscura. Il Seival faceva acqua e aveva un cannone smontato. Garibaldi era dunque solo col Rio Pardo in fondo alla baia per sostenere l' impari lotta, e nell'imminente pericolo scongiurò l'Anita di scendere e di mettersi in salvo sulla costa. Essa lo guardò come si guarda chi scherza, e tranquilla e sorridente puntò la carabina animando i combattenti e rimbrottando i codardi. Garibaldi, trepidante per lei, la vede nel forte dalla mischia cadere con due marinai per un colpo di cannone; accorre, ma prima che le fosse accanto, ella si era rialzata fra i due cadaveri.
Supplicata di scendere nella stiva, rispose: «subito.» E un momento dopo ricomparve cacciandosi davanti tre marinai che vi si eran nascosti. Dopo ciò Garibaldi capì l'inutilità della rimostranze e se ne astenne fedelmente nell'avvenire.

Ostinatissimo arse il combattimento; il nemico, favorito dal vento, potendo conservare le vele spiegate, mantenne un cannoneggiamento incrociato. Coperto era il ponte di feriti e di morti, crivellato il fianco della nave e rotta l'alberatura; ma i garibaldini erano incoraggiati dai bei colpi che faceva il comandante dalla batterie di terra, certo Manoel Rodriguez, e risoluti di non cedere "se non alla morte" a ciò spinti dall' aspetto imponente dell'Amazzone brasiliana.

Ciò ebbe per effetto che, dopo parecchie ore di una lotta accanita, tutti i legni imperiali si ritirarono. Poi si seppe che determinò questa fuga la morte del comandante della Bella Americana, una delle golette nemiche.

Gli abitanti dalla Laguna fecero festosa accoglienze ai reduci dalla piccola armata; ma così brutalmente si comportarono gli ufficiali e i soldati repubblicani cha gli abitanti dalla provincia di Santa Caterina mostrarono chiaramente l'intenzione di sottomettersi di nuovo al Brasile, e la città d'Imerai avendolo già fatto, Garibaldi ricevette l'ingrato incarico di castigarla col ferro e col fuoco. Ordine perentorio di Canabarro che, a quanto pare, era impossibile eludere.
Gli abitanti e la guarnigione avevano preparato la difesa dalla parte del mare, ma Garibaldi, sbarcando tre miglia lontano, salì la montagna, li attaccò da lassù vigorosamente e li sconfisse; la guarnigione fuggì e Garibaldi rimase padrone d'Imerai; messa poi scelleratamente a sacco dai suoi uomini, che ben presto per la facile vittoria-punitiva, si erano ubriacati e trasformate in "fiere scatenate".

Egli descrive l'effetto sopra sé stesso dell'eseguito ordine; e si capisce come in tutta la sua vita militare si sia ben guardato dal darne mai uno simile.

" Io desidero per me, come per chiunque non abbia dimenticato d' esser uomo, non esser obbligato a dar sacchi. Io credo cha sebbene vi siano delle prolissa relazioni di tali misfatti, impossibile sia narrarne tutta la sozzura e nefandezza. Dio me ne guardi ! Io non ho mai avuto una giornata di eguale rammarico ! Il mio fastidio e la fatica sofferta, a frenare almeno la violenza contro le persone, furono immensi, e vi pervenni, credo, oltre alle speranze mie. Ma circa alle robe non mi fu possibile evitare il disordine. Non valsero l'autorità del comando, nè i mezzi da me usati, e da pochi ufficiali scevri di cupidigia.
Non valse la minaccia che il nemico ritornava alla pugna ingrossato e che sorpresici così sbandati ed ebbri avrebbe di noi fatto un macello; e ciò era vero alla lettera.
Nulla valeva, ed avendo quel paese, benché piccolo, in gran quantità spiriti e vini, fu quasi generale l' ubriachezza. Si noti che la gente con me sbarcata era per la maggior parte gente che io non conoscevo, perché di nuove leve - quindi indisciplinatissima.
Certo, se si presentavano 50 nemici in quella circostanza, noi eravamo perduti. Infine con minacce, percosse ed uccisioni si pervenne ad imbarcare quelle fiere scatenate.
Imbarcammo alcuni viveri ed effetti per l'esercito; e si ritornò alla Laguna."

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