QUATTORDICESIMO CAPITOLO

QUATTORDICESIMO CAPITOLO

SALTO SANT' ANTONIO.
Spedizione dell'Uruguay. - Garibaldi incaricato di riaprire le comunicazioni col Brasile. - Occupa Martin Garcia; Colonia; Las Vacas; Mercedes. - Obbliga Lavalleja a ritirarsi - Fa prigioniero Millan Leonardo. - Libera Salto. -- Batte nuovamente Lavalleja. - Sbarraglia Urquiza. - Battaglia di Sant'Antonio del Salto. - Vittoria. - Lettere inedite di Garibaldi. - Onori decreti alla Legione. - Lettera dell'Ammiraglio Lainé.


Liberata allora Montevideo dall'immediata minaccia di Rosas, il governo decretò la spedizione dell'Uruguay. Il generale Paz pertanto comandò a Garibaldi di liberarlo con uno scelto numero dei suoi legionari; liberare dalle bande di Rosas Martin Garcia, poi procedendo sull'Uruguay sgombrare la provincia di Salto, riaprire le comunicazioni col Brasile richiamando i resti dell'esercito sconfitto a India Muerte, crearne un nuovo con gli elementi presenti nelle province.
Garibaldi, lasciando il resto della legione nelle mani di una commissione di italiani a Montevideo, liberò subito Martin Garcia, poi sbarcò a Colonia, ove vennero le squadre inglese e francese, piombando sulla città appena abbandonata dalle genti di Rosas; il che a Garibaldi parve per lo meno inutile quel precipitarsi. Tuttavia caldissimi suoi ammiratori furono l' ammiraglio Lainé e il commodoro inglese, che spesso lo visitavano nella sua tenda ad assaggiarvi la carne affumicata, unico alimento di quei giorni.

Lasciata a Colonia una guarnigione, Garibaldi prosegue a risalire l'Uruguay, e gli si unisce il valoroso capitano Craz comandante di un piccolo squadrone di cavalli, che lungo la costa gli serviva come esploratori e anche da fornitori. Intanto in tre giorni di corsa, le squadre inglese e francese avevano distrutto tutte le batterie del Parana. Garibaldi occupò Las Vacas, Mercedes e passò illeso sotto la Paysandu, fortezza sulla sponda dell'Uruguay; poi fermatosi all'estancia Hervidero, fu attaccato dalla fanteria e dalla cavalleria del generale Lavalleja, quello stesso che nel 1833 aveva emancipato la sua patria dal Brasile. Ma i legionari lo obbligavano a dar battaglia.
Prese poi Gualeguaychu e in essa fece prigioniero quel tale Mïllan Leonardo il quale dieci anni prima lo aveva così crudelmente torturato. Ben s'intende che proibì a chiunque di molestare lui e la sua famiglia.
Dopo aver ingiunto alla città di pagare una somma non indifferente, e dar abiti ed armi, Garibaldi arrivò in un luogo chiamato Salto perché qui l'Uruguay forma una cateratta, e al disopra non è navigabile se non con piccole barche. Qui s'imbatte di nuovo in Lavalleja che gli si presenta sotto gli occhi trascinandosi dietro come ostaggi tutti gli abitanti e si accampa sullo Zapevi.

Senza un istante di riposo, Garibaldi fa continuare il cammino durante la notte alla fanteria e alla cavalleria del Cruz; scorprendo il Lavalleja, lo carica alla baionetta, lo costringe a passare il fiume, catturandogli più di cento prigionieri, cavalli, bovi, vettovaglie,
ed anche un pezzo d' artiglieria di bronzo con su il nome del suo fonditore, un italiano, Cosimo Cenni, e la data, 1492.

Ciascuno può immaginarsi la gioia dei 3.000 abitanti-ostaggi cui fu permesso di ritornare al Salto, e degli esuli nel Brasile che potevano così rimpatriare, cosicchè la cacciata di Lavalleja significava la riapertura delle comunicazioni.
Garibaldi poi in gran fretta monta due cannoni; appena in tempo, poiché approntati la sera del 5 dicembre, alle 6 del giorno seguente gli si presentava davanti il generale Urquiza (il vincitore di Rivera) con 3.500 cavalli, 800 fanti e una batteria da campagna.
Garibaldi fa ritirare la squadra, e per togliere ai nemici ogni possibilità di fuga, colloca i suoi nelle vie di Salto, erige barricate e con un proclama risponde all'Urquiza, che aveva dichiarato i legionari "cuori di gallina".

Alle 9 é assalito da ogni lato; dopo aver risposto prima con i cannoni e con gli schioppi, fa una sortita alla baionetta e sbaraglia il nemico, a cui toglie il modo di raccogliere i feriti. Nondimeno questo rinnova continuamente le offese per altri 23 giorni, però senza venire a capo di nulla, pur accusando continuamente perdite. I legionari, dopo aver continuamente fatto di giorno delle improvvise sortite, nella notte si approvvigionavano, e quando non era possibile mangiavano i propri cavalli.
In ultimo Urquiza si ritira, rammaricandosi di aver perduto più uomini che non nella grande battaglia di India Muerte; prova poi ad allungar la mano sullo barche per passare l'Uruguay, ma a ciò Garibaldi aveva provveduto, cosicchè quello dovette guadarlo 13 leghe più lontano, schierandosi sulla pianura di Camardia di fronte al Salto.

In quei giorni la gente a cavallo di Garibaldi transitò il fiume, e protetta dalle navi, attaccò i guardiani di una grossa mandria rifornendosi dei cavalli che prima si erano mangiati. Ad essa si aggiunse Baez con altri duecento uomini, rivalicando la frontiera del Brasile, e portò la notizia che il generale Medina (qui pure rifugiato) sarebbe venuto con altri 500 cavalli sulle alture di Zapevi, domandando nello stesso tempo scorta sufficiente per poter giungere al Salto.

Con 190 uomini della legione e i duecento cavalli di Baez, Garibaldi, affidato ad Anzani malato e ad altri 40 ammalati con due cannoni il Salto, costeggiando l'Uruguay si avviò alle alture del Zapevi, con qualche centinaio di nemici che lo fiancheggiavano non lontano da lui. Sapeva che Urquiza aveva lasciato al generale Goures quattrocento uomini in osservazione del Salto, ma ignorava del tutto che il nemico disponesse di altri 1500 tra fanti e cavalli nascosti nei boschi del Zaapevi.
Urquiza, non avendo uomini adatti ad espugnar barricate od a scalare una città, aveva deciso di attirare Garibaldi in aperta campagna per usare poi la sua celebrata cavalleria gaucha. Verso le undici, Garibaldi, raccolti i suoi legionari ad un taperas (tettoia di paglia sopra quattro pali), dispose i cavalli di Baez fra essi e il fiume Zapevi, e avvertita la comparsa dal bosco di numerosa cavalleria, e che ogni cavallo portava due uomini sul dorso, disse ai suoi "molti sono i nemici, noi siamo pochi, ma con calma, con fuoco a bruciapelo e indi con la baionetta ne usciremo con onore".

Appena detto ciò, vide scendere di groppa i fantaccini e ordinarsi in battaglia e venirgli tutti incontro fiancheggiati dai cavalieri. Ordinò subito a Baez di investirli, ma i cavalieri di Urquiza, sei volte più numerosi, caricarono così ferocemente che tutti quelli di Baez fuggirono, riparandosi dietro il taperas dei legionari. Comunque, fanteria nemica di fronte, cavalleria a sinistra, a destra e alle spalle, i legionari le ricevono tutte con una scarica a bruciapelo.

Cadde il comandante, caddero intorno a lui molti soldati. Nel punto stesso Garibaldi balza con i legionari alla baionetta, si fa largo in mezzo ai nemici e nell'orrenda mischia le sorti cambiano; quando ecco circondati nuovamente da una torma di cavalli, e solo venti dei suoi condotti dall'ufficiale Vega venirgli in aiuto, mentre gli altri si dileguano, e per buona sorte, come questi ultimi, anche una buona parte dei cavalieri nemici.

La legione si forma in quadrato e scatena tale tempesta di palle e di mitraglia che cavalli e cavalieri stramazzano al suolo e s'ammonticchiano. Ma cadono anche gli italiani; e il Gomes fa scendere di sella quattrocento uomini i quali assalgono impetuosamente i legionari che avevano deposti nel centro i feriti sotto il taperas. - Uno dei nemici ancora a cavallo si scaglia in mezzo a loro e getta un tizzone acceso sulla tettoia di paglia.
"Non uccidetelo - gridò Garibaldi - é un valoroso", e fu salvo.

Divampò la lotta la terza volta, corpo a corpo, ma ogni assalto fu respinto; alla fine i superstiti fanno un ultimo sforzo contro i cavalli e li costringono alla ritirata. Non tutti però; alcuni rimangono e si battono come tigri, e infatti dopo il combattimento si trovarono cadaveri attorcigliati come serpenti, i denti di un legionario confitti in una coscia del nemico, altri, come il trombettiere Rossi, di 15 anni, dieci-dodici volte piagato; tutti crivellati di palle o ammazzati con le sciabole, spettacolo atroce. Alla prima indecisione dei nemici, Garibaldi disse ai suoi: "Essi fuggono, noi ci ritiriamo in quel boschetto, ogni non ferito prenda un ferito in spalla".

Incredibile a dirsi! quei 210 eroi avevano disfatto e messo in rotta 1500 dei migliori fanti e cavalli di Urquiza; e mentre a costoro veniva impedito di portar con se i feriti e i morti, Garibaldi si caricava sulle spalle il Sacchi, alfiere ventenne, e gli altri seguivano il suo esempio, avviandosi al boschetto indicato. Nel frattempo i soldati nemici affranti dalle 12 ore di interrotta battaglia avevano lasciato andare al pascolo i cavalli, e correvano avidamente in cerca d'acqua per spegnere la sete.
Garibaldi non si riposa ancora, ordina una rapidissima mossa, quella di costeggiare il fiume; il nemico se ne accorge, le trombe suonano a una improvvisa raccolta.ma Garibaldi ha già diretto i suoi in una specie di macchia, li ha fatti coricare bocconi, e carica improvvisamente una cinquantina di nemici che erano appena riusciti a rimontare sui cavalli. Allora credendoli un rinforzo venuto fuori di Salto, tutti si diedero alla fuga scompostamente.
Finalmente anche i legionari poterono bere, perché la sete era stata tutto quel giorno una delle più crudelissime torture.

Quando giunsero al Salto, la gioia di Azzani e dei suoi uomini fu appena più grande di quella degli abitanti, ai quali un altro corpo di Urquiza prima aveva dato ad intendere che i legionari erano morti oppure fatti prigionieri. Ad Anzani avevano intimato la resa della batteria, ma egli rispose preparandosi a farla saltare in aria.
La vittoria assicurò al generale Medina l'entrata in Salto di tutta la sua gente benché disarmata, come lo aveva avvertito Garibaldi. I legionari ebbero 50 morti, 42 sul campo, otto dopo, 50 feriti gravemente, gli altri leggermente. La mattina questi ultimi seppellirono i cadaveri sul luogo, ove una semplice croce con questa iscrizione ricorda il glorioso fatto: "Ai 36 italiani morti l'8 febbraio MDCCCXLVI" e dall'altra: "186 italiani nel campo Sant'Antonio".
Le seguenti lettere, fra le altre, dirette alla Commissione di Montevideo, mostrano, la grande importanza che Garibaldi annetteva a questa vittoria:

Salto. 10 febbraio 1846.
"Fratelli,
Ieri l'altro, sui campi di Sant' Antonio, ad una lega e mezzo dalla città, abbiamo sostenuto il più terribile ed il più glorioso dei nostri combattimenti. Le quattro compagnie della nostra Legione ed una ventina uomini di cavalleria, rifugiati sotto la nostra pro
tezione, non solo si difesero contro mille e duecento uomini di Servando Gomes, ma hanno interamente distrutta la fanteria nemica che li aveva assaliti in un numero di trecento uomini. II fuoco, cominciato a mezzogiorno, finì alla mezzanotte.
Né il numero dei nemici, né le ripetute cariche, né le imponenti masse di cavalleria, né gli attacchi dei fucilieri a piedi, hanno potuto sgomentarci; sebbene non avessimo altro rifugio all'infuori di un hangar in rovina, sostenuto da quattro piloni, i legionari hanno costantemente respinti gli assalti accaniti del nemico: tutti gli ufficiali si sono fatti soldati in quella giornata.
Anzani, che era rimasto al Salto ed al quale il nemico aveva imposto l'ordine di arrendersi, rispose colla miccia in una mano, il piede sulla santa Barbara della batteria, sebbene il nemico l'avesse assicurato che eravamo tutti o morti o prigionieri.
Noi abbiamo trenta morti e cinquanta feriti: tutti gli ufficiali furono colpiti, e meno Scarrone, Saccarello il maggiore e Traversi, tutti leggermente.
Oggi io non darei il mio nome di legionario italiano per un mondo d'oro.

A mezzanotte cominciammo a ritirarci nella direzione del Salto; eravamo poco più di cento legionari sani e salvi. Quelli che erano feriti leggermente camminavano alla testa, trattenendo il nemico quando tentava molestarci da vicino.
Oh! é un combattimento che merita d'essere inciso in bronzo. Una voce di maledizione sì alzerà sul capo dello storico di questa guerra se non mette questo combattimento primo tra i primi ed il più onorevole.
Addio: vi scriverò più a lungo un'altra volta.
Vostro GIUSEPPE GARIBALDI.
Salto, 12 febbraio 1846".

"Salto, 13 febbraio 1846
"Fratelli,
Quantunque vi abbia scritto ieri, riscrivo oggi per annunziarvi ciò che non avevo potuto dirvi: il colonnello Santander mandato dal Generale in capo sul campo di battaglia di Sant'Antonio per verificare la strage del combattimento, diede in sua presenza il seguente ragguaglio a quel signore: - "Ho encontrado a alguna distancia del campo de battaglia dos depositos de cadaveres inimigos, en dos sangos differentes, en el primero contamos sessenta y tantos, y en el segundo ochenta, sin contar una rastrillada grande de cadaveres o heridos, ecc., ecc."
Osservate che il nemico si é ritirato, e non ne sappiamo notizie; i nostri legionari ed alcuni di cavalleria portano ogni giorno a Salto dal campo di battaglia molte armi e munizioni lasciate da quello.
É vero che tutto ciò non vale i nostri trenta italiani morti, però vi voglio ripetere le parole di Anzani, che conoscete essere un non parlatore, né un esagerato: "questo é uno dei fatti d'armi , che non si sono veduti mai nell'America Meridionale, ed ora io credo ciò che ci raffrontano gli antichi dei pochi Svizzeri contro moltitudini di Tedeschi, e dei Romani, e dei Greci".
I nostri legionari stanno bene, e dei feriti uno solo é morto nell'Ospitale, poi la popolazione di Salto, ci ha domandato caldamente di partecipare alla loro cura e custodia, e nelle cui case sono ora distribuiti la maggior parte di loro, ne hanno una cura degna d'ammirazione; particolarmeute il bel sesso, che ha fatto dire a molti dei nostri giovani: - Vorrei esser ferito anch'io.
Addio, scrivetemi, e credo ci vedremo presto:
GIUSEPPE GARIBALDI.

All'annunzio della vittoria, non é descrivibile il giubilo di Montevideo, e il ministero faceva affiggere il seguente:

"DECRETO.
Desiderando il Governo dimostrare la gratitudine della Patria ai prodi che combatterono con tanto eroismo sui campi di Sant'Antonio il giorno 8 del corrente anno; consultato il Consiglio di Stato, decreta:
Art. I. Il signor generale Garibaldi, e tutti coloro che lo accompagnarono in quella gloriosa giornata, sono benemeriti della Repubblica.
Art. II. Nella bandiera della Legione italiana saranno inserite a lettere d' oro, sulla parte superiore del Vesuvio, queste parole: "Gesta" dell'8 febbraio del 1846, operate dalla Legione italiana agli ordini di Garibaldi".
Art. III. I nomi di quelli che combatterono in quel giorno, dopo la separazione della cavalleria, saranno inscritti in un quadro, il quale si collocherà nella sala dei Governo, dirimpetto allo Stemma nazionale, incominciando la lista col nome di quelli che morirono.
Art. IV. Le famiglie di questi, che abbiano diritto a una pensione, la godranno doppia.
Art. V. Si decreta a coloro che si trovarono in quel fatto, dopo di esserne stata separata la cavalleria, uno scudo che porteranno nel braccio sinistro, con questa iscrizione «circondata d'alloro: Invincibili combatterono l'8 di febbraio 1846.
Art. VI. Fino a tanto che un altro corpo dell'esercito non s'illustri con un fatto d'arme simile a questo, la Legione italiana sarà in ogni parata la destra della nostra fanteria.
Art. VII. Il presente Decreto si consegnerà in copia autentica alla Legione italiana, e si ripeterà nell'Ordine generale tutti gli anniversari di questo combattimento.
Art. VIII. Il Ministro della guerra resta incaricato della esecuzione e della parte regolamentare di questo Decreto, che sarà presentato all'Assemblea dei Notabili, si pubblicherà e inserirà nel R. N.
SUAREZ. - JOSÉ DE BEJA. - SANTIAGO.
-VASQUEZ. - FRANCISCO. - I. MUGNOZ.

Poi Pacheco-y-Obes, generale in capo dell'esercito di Montevideo, volendo, nella città stessa, attestare agli Italiani rimastivi la stima in cui egli teneva i loro prodi compagni, pubblicò quest'ordine del giorno:

"Per dare ai nostri valorosi compagni d'arme, che si sono immortalati sui campi di Sant'Antonio, una prova luminosa della stima che nutre per essi l' esercito che hanno illustrato in quel memorabile combattimento,
Il ministro della guerra ha decretato
1.° Il 15 corrente, giorno destinato dall'autorità per rimettere alla Legione italiana copia del seguente decreto, vi sarà gran parata della guarnigione che si riunirà nella via del Mercato, appoggiando la sua destra alla piccola piazza dello stesso nome e nell'ordine che verrà indicato dal rispettivo stato maggiore.
2.° La Legione italiana si riunirà sulla piazza della Costituzione, volgendo le spalle alla cattedrale, e colà riceverà l'anzidetta copia che le verrà rimessa da una deputazione
presieduta dal colonnello Francesco Lages e composta di un comandante, di un ufficiale, di un sergente e di un soldato di ciascun corpo.
3.° La deputazione, ritornata ai rispettivi corpi, si dirigerà con essi verso la piazza indicata, sfilando in colonna d'onore dinanzi alla Legione italiana, mentre i capi dei singoli corpi saluteranno col grido di "viva la Patria! viva il generale Garibaldi ed i suoi valorosi compagni!"
4." I reggimenti dovranno essere in linea alle dieci ore del mattino.
5.° Sarà data copia autentica del presente ordine del giorno alla Legione italiana ed al generale Garibaldi.
PACHECO-Y-OBES.

Che la giornata di Sant'Antonio non fosse affare da poco, ne é prova la lettera dell' ammiragli Lainé, che allora comandava la squadra francese, dalla fregata l'Africaine.

"Mio caro Generale,
Mi congratulo con voi d'aver così possentemente contribuito, con la vostra intelligente ed intrepida condotta, al successo di un fatto d' armi del quale sarebbero andati orgogliosi i soldati del grande esercito che un tempo dominò l'Europa.
Vi faccio anche i miei complimenti per la semplicità e la modestia, che rendono più preziosa la lettura del rapporto nel quale voi tracciaste i più minuti particolari di un fatto d'armi, del quale, senza tema d'ingannare, a voi solo si può attribuire l'onore.
Del resto, la vostra modestia ha suscitato le simpatie delle persone capaci d'apprezzare come si conviene quello che voi faceste da sei mesi, persone fra le quali bisogna collocare, primo fra tutti, il nostro ministro plenipotenziario, l'onorevole barone Deffandis, il quale rende onore al vostro carattere e nel quale avete un possente difensore, soprattutto quando trattasi di scrivere a Parigi, con lo scopo di distruggere le sfavorevoli impressioni che potrebbero far nascere certi articoli di giornali redatti da persone poco abituate a dire la verità, anche quando le cose succedono sotto i loro propri occhi.
Ricevete, generale, l'assicurazione della mia stima.
LAINÉ.

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