DICIOTTESIMO CAPITOLO

CAPITOLO DICIOTTESIMO.

IL 1848. LA CACCIATA DEGLI AUSTRIACI

L'Italia al principio del 1848. - Secondo Metternich, "è una espressione geografica". - Primo sangue sparso a Milano, Pavia e Padova. - Ultimatum dei Siciliani al re. - Riforme o rivoluzione. - Scoppia la rivoluzione. - Pio IX benedice l'Italia. - Lettera di Carlo Alberto a Castagneto. - "Fuori lo straniero". - Incruenta vittoria di Venezia. - Le cinque giornate a Milano. - Radetzky messo in fuga. - Mene albertiste. - Proclama di Carlo Alberto ai popoli della Lombardia e Venezia. - Carlo Alberto finalmente passa il Ticino.
La poesia "RE TENTENNA"
I nomi dei morti alle "Cinque giornate" di Milano.

Benedetta quella mano
Che Radetzky ammazzerà.
Fuoco, fuoco, fuoco
S'ha da vincere o morir.
E col verde bianco e rosso
La bandiera s'innalzò.
(Canto del 1848).


Gli avvenimenti si succedevano l'uno all' altro con precipitazione imprevedibile. E l' imperatore d'Austria, che aveva manifestata all'ambasciatore inglese a Vienna la deliberazione di non perdere i propri possedimenti in Italia, dava ad intendere che il suo governo era stato pregato dai Pontifici di prepararsi a dar protezione armata al papa; e intanto ordiva una congiura in Roma per una reazione sanguinosa, e allo stesso tempo (luglio 47) occupava Ferrara.
Non gli riuscì - com'era intenzionato - di rapire il papa, oggetto della congiura; e il corpo d'esercito austriaco non ottenne il permesso del papa di entrare in Romagna; anzi l' occupazione di Ferrara infiammò gli spiriti in tutta Italia, e le nuove soldatesche discese nel Lombardo-Veneto invelenivano gli odii degli oppressi.
L'Austria chiama l'attenzione dell'Inghilterra sui moti sovversivi italiani, e nella lettera del principe di Metternich all'ambasciatore conte Dietrichstein in Londra
figura la celebre infelice frase che l'Italia "è solo una espressione geografica". (Blue Books inglesi. Correspondence respecting the affairs of Italy - dal giugno 48 al dicembre).
Il principe mette sull'avviso lord Palmerston che gl'italiani miravano a costituirsi in repubblica federale. Allo stesso tempo l'Austria minaccia il granduca di Toscana e gli altri principi italiani di occuparne gli Stati, se essi concedono l'istituzione della guardia civica o nuove costituzioni.

Il modo poi, onde all'ambasciatore austriaco a Torino è incaricato di comunicar queste minacce a Carlo Alberto, questi le giudica come offesa, e ora sembra contento del grido che intorno a lui riecheggia di - fuori i barbari.
Fa distribuire allora la famosa medaglia allegorica ove il leone dello scudo di Savoia sbrana l'aquila austriaca.

A Milano intanto il popolo festeggia l'elezione di un arcivescovo italiano in luogo del tedesco Gaisruck , e il municipio inalbera per le vie di Milano i vessilli della Lega Lombarda e erige archi di trionfo ove sono dipinte le vittorie dei milanesi su Barbarossa. Tutto il popolo muove incontro al nuovo vescovo; il mattino della domenica l' accompagna alla cattedrale; la sera brillava intorno al suo palazzo una magnifica illuminazione a gaz.
Nessun segno dall'austriaca polizia del truce disegno del governo di atterrire i mansueti milanesi: «ma - scrive Cattaneo - la popolazione di Milano era agitata da una vasta cospirazione, senza che vi avessero cospiratori; la città operava come un sol uomo.

Da quella sera di settembre quando la polizia, si rovesciò sull'inerme popolazione, fino al seguente marzo, ogni giorno quest'ultima diede nuova prova d'odio e di disprezzo per gli austriaci, Radetzky, capitano generale dell'esercito, arrotava la spada, come Benedek in Brescia. Il 2 gennaio fu sparso il primo sangue a Milano; il popolo essendosi imposto di non fumare, il governo per provocare tumulti sfrenò commissari e poliziotti, che fumando dicevano: "Vedete, noi fumiamo e a nessuno di voi basta l'animo d'impedircelo".
Il popolo rispose a suon di fischi e i poliziotti replicarono menando le mani. Interpostisi fra il popolo e le pattuglie i membri del municipio, il podestà, conte Casati, fu brutalmente percosso sul viso e tratto in arresto.
Ed ecco comparire gendarmi a cavallo e cacciatori tirolesi schierarsi dietro ad essi. Casati protesta fieramente al cospetto di Torresani, direttore di polizia, ma senza avera nessuna soddisfazione; Spaur se ne lava le mani.
Il 3 la polizia affigge un avviso accusando gente irrequieta e facinorosa d'aver ingiuriato i tranquilli abitanti e tentato di forzare i passanti a non fumare; indi prorompono dal castello e dalle caserme 3.000 soldati, ubriachi di vino e di acquavite, contro i quali i milanesi tennero testa, ed ebbero 10 morti e molti feriti, e fra i primi il consigliere d'appello Carlo Manganini, sessantenne e cittadino inoffensivo.

L'8 gennaio e l'8 febbraio nuovo sangue fu sparso alla Università di Pavia e di Padova, d'onde fu da quel momento applicata la legge marziale.

Frattanto i siciliani che avevano domandato pure loro le riforme al re, vassallo fedele dell'Austria, lo sfidarono per il 12 gennaio, e il 12 gennaio le donne palermitane vestite a lutto andarono al palazzo del vicerè di Sicilia a prendere la risposta, che fu negativa. Allora esse diedero il segno del combattimento, e il popolo di Palermo, che Garibaldi più tardi appellava per antonomasia il popolo delle iniziative, si gettò sui soldati borbonici e li disfece. Costoro cacciati per tutta l'isola furono costretti a rifugiarsi nella fortezza di Messina.

Napoli, imbaldanzita da questo successo, strappò un' ampia costituzione al re, che fino allora si era rifiutato ad ogni ombra di riforme. Su questo esempio, a Roma, a Firenze, a Torino, fino allora contenti di miglioramenti e di riforme, si richiese la costituzione, che il papa il granduca e Carlo Alberto dovettero concedere.
Il 10 febbraio Pio IX bandì il famoso proclama, che si chiude con queste parole:
« Qual pericolo infatti può sovrastare all'Italia finchè un vincolo di gratitudine e di fiducia, non corrotto da veruna violenza, congiunga insieme le forze dei popoli, con la sapienza dei principi, con la santità del diritto? Ma Noi massimamente, Noi capo e pontefice supremo della santissima Cattolica Religione, forse che non avremmo a nostra difesa, quando fossimo ingiustamente assaliti, innumerevoli figliuoli che sosterrebbero, come la casa del padre, il centro della Cattolica Unità?
Gran dono del cielo é questo fra tanti doni con cui ha prediletto l'Italia; che tre milioni appena di sudditi nostri abbiano due cento milioni di fratelli di ogni nazione e di ogni lingua. Questa fu in altri tempi, e nello scompiglio di tutto il mondo romano, la salute di Roma; per questo non fu mai intera la rovina d'Italia: questa sarà sempre la sua tutela, finché nel suo centro starà questa Apostolica Sede. Oh ! perciò benedite, gran Dio, l'Italia, e conservatele sempre questo dono preziosissimo di tutti, la Fede!
Beneditela con la benedizione che umilmente vi domanda, posta la fronte per terra, il vostro Vicario. Beneditela con la benedizione che per lei vi do mandano i Santi, a cui diede la vita, la Regina dei Santi, che la protegge, gli Apostoli di cui serba le gloriose reliquie, il Vostro Figlio Umanato, che in questa Roma mandò a risedere il suo rappresentante sopra la terra ».

Indescrivibili la gioia, la speranza, l'amore e la gratitudine che tali parole accesero. L'amor patrio divenne passione, e sacro debito la cacciata degli austriaci. I preti, avutane autorità dall'esempio del loro capo, si tramutarono in apostoli di libertà e di odio contro l'austriaco. E le plebi cittadine e rurali supine e inconsapevoli, persuase che la libertà d'Italia non contraddiceva alla religione la quale in cambio la sanciva e la benediceva, assursero per la prima volta, e per la prima volta il sentimento di fraternità si diffuse come per incanto dall'Alpe al Lilebeo. Gli albertisti per mettere la sordina alla corda dell'entusiasmo salito al delirio per Pio IX, ovunque salutato capo della nazione, e per deviare un po' di quell'affetto verso Carlo Alberto, sparsero una lettera che si diceva di pugno del re al conte Castagneto, ove sta scritto: «Se la Provvidenza ci manda la guerra dell'indipendenza d'Italia, io monterò a cavallo co' miei figli, mi porterò alla testa del mio esercito, e farò come ora fa Sciamel in Russia. Che bel giorno sarà quello in cui si potrà gridare alla guerra per l'indipendenza d'Italia»

Ed essi commentandola magnificavano gli ordini e la forza dell'esercito e il genio militare del re. Asserivano intender egli risolutamente di cancellare la macchia del 21, e temendo l'avvenimento di un'altra forma di governo, o l'innalzamento sugli scudi di un altro principe, si affannava nell'indurre la gioventù ardente di Lombardia a consentirgli l' iniziativa della guerra. Ad accrescere questo timore e a moltiplicare l'entusiasmo popolare sopraggiunse l'annunzio della repubblica in Francia.
Carlo Alberto, che assai più dell'Austria temeva il contagio delle idee repubblicane, mandò truppe in Savoia per la formazione d'un cordone sanitario lungo la frontiera francese, e pareva assai più incline a dichiarar guerra alla libertà che non all'Austria. E per la verità la rivoluzione di Milano lo colse quasi disarmato sul Ticino, benché l'Austria avesse più che raddoppiato l'esercito in Lombardia.

Alla notizia della rivoluzione di Vienna scoppiatavi il 13 marzo, Milano e Venezia alla costituzione offerta risposero: troppo tardi, fuori lo straniero, la nostra costituzione la detteremo noi.
In Venezia, l'unica provincia ove la propaganda albertista non aver messo radice, l'impeto rivoluzionario fu universale. Gli arsenalotti, ucciso Marinovich, il comandante, s'impadronirono dell' arsenale e dei bastimenti ancorati nel porto; il popolo nella piazza San Marco, le milizie italiane, segnatamente i granatieri, affratellate con esso. Avesani presentatosi a Palfïy governatore e a Zichy comandante militare intimò la resa di Venezia ai veneziani, la partenza della soldatesca austriaca per Trieste. Guerra, risposero gli austriaci; e guerra, replicarono i veneziani.

Al suono di questa parola, l'atteggiamento risoluto dell' implacabile moltitudine, quelli esitarono, poi capitolarono. I soldati, sparsi nei 72 forti che circondano la città, e giurato di non più rivolger le armi contro l'Italia, si imbarcarono e salparono per Trieste.
Questa quasi incruenta vittoria ebbe come risultato la proclamazione fatta da Manin della repubblica di Venezia e il ritorno del gonfalone del Leone di San Marco.


Nelle città fortificate di Osopo e di Palmanova, gli abitanti costrinsero le guarnigioni a sgomberare. A Rovigo un battaglione di cacciatori italiani imprigionò il colonnello e si mise a disposizione della patria.
Gli austriaci furono obbligati di andarsene da Padova, da Vicenza, da Treviso, da Udine. Nelle fortezze di Mantova e di Verona custodivano in fraterna compagnia dei cittadini armati i bastioni e le porte della città; ma, senza la moderazione dei veri italiani, quelle fortezze quasi improvvisate e debolmente guarnite sarebbero, come quelle di Osopo e di Palmanova , cadute in mano del popolo.

Nella Lombardia, se eccettuiamo Milano e Como dove gli abitanti costrinsero le soldatesche ad arrendersi a discrezione - questi veri italiani, ossia albertisti, tutti ricchissimi proprietari o patrizi, giunsero a frenar l'impeto popolare e consentirono alla partenza degli austriaci senza torcere loro un capello, i quali ricoverarono dietro le rive dell'Oglio e del Mincio.

In Milano però questi non ebbero autorità di sorta; qui preponderanti erano i democratici audaci, che accettando le teorie della Giovine Italia si erano però liberati da qualsiasi forma settaria. Appartenevano per lo più alla borghesia, ma ebbero l' accorgimento di guadagnarsi l' affetto del popolo senza urtare le suscettibilità dei patrizi, teneri degli albertisti; volevano presentarli con sembianze gradite al popolo e da essi ottenere i mezzi per la compera delle armi e per le altre esigenze dell' insurrezione.
«Se essi avessero dato un fondo di 200,000 lire e 20,000 carabine -
scrive il Cernuschi - questo sarebbe bastato per finir la guerra in tutte le città lombarde , si sarebbero assicurati gloria durevole e la supremazia per molti anni in avvenire; ma pur possedendo una rendita di 100.000.000 di lire, l'aristocrazia di Milano non diede che spiccioli: solo 7 mila lire".

Però spiriti dall'amore della popolarità non si erano rifiutati di prender parte alle dimostrazioni politiche e perciò alcuni di loro furono in seguito al ritorno degli austriaci arrestati e confinati; il che fece dire all'arguto Meneghino: "il buon papa ha convertito i nostri signori".
Ma al giorno delle dimostrazioni era poi succeduto pochi giorni dopo quello della battaglia, delle barricate, e degli assalti ai presidi austriaci.
Radetzki aveva in Milano ai suoi comandi 27.000 soldati e 60 cannoni e trenta mila partigiani fra individui nati in Austria e impiegati; le sue forze concentrate nel castello furono distribuite in 52 caserme ed edifici.
Impedire, punire, imprigionare, esiliare non bastava più all'Austria. Il martedì grasso, poco prima del Carnevalone, in cui era consuetudine di molte famiglie lombarde e piemontesi di passare allegramente la settimana a Milano, fu inaugurato il giudizio statario (da statini), cioé l'autorità di condannare senza appello e impiccare lì per lì.

Il maresciallo Radetzky si fortificava entro il castello, consigliando il viceré e il conte di Spaur di andarsene. L'eccitamento nel popolo era al colmo; già si parlava di Carlo Alberto alla frontiera, di 40 mila fucili spediti da lui a Milano. Intanto, il 17 marzo, abolita la censura, promessa una legge sulla stampa, la convocazione degli stati tedeschi e slavi e le congregazioni centrali del regno Lombardo-Veneto.

Durante la notte fu deciso di domandare:
1.° l'immediata abolizione della vecchia polizia, e la composizione di una nuova magistratura politica sotto il governo del municipio;
2.° l'immediata abolizione delle leggi di sangue e la liberazione dei detenuti politici;
3.° una reggenza provvisoria del regno;
4." libertà della stampa, per avere l'espressione dei voti del paese;
5.° la convocazione immediata di tutti i consigli amministrativi per l'elezione dei deputati ad una rappresentanza nazionale;
6.° guardia civica sotto gli ordini della municipalità;
7.° neutralità con le milizie austriache garentendo loro il rispetto e i mezzi di sussistenza.

Ma il popolo ormai non voleva più udire né di concessioni né di doni.
La sera del 17 assalì i picchetti disperdendoli per la città , spaventandoli con la campana a martello, e impedendone il congiungimento. Tale audacia impensieriva chi sapeva disarmati i cittadini, inetto e pauroso il podestà Casati, in cui tutti fidavano, dubbio il soccorso del Piemonte, scaltro e poderoso il nemico.
Carlo Cattaneo stava scrivendo il programma del giornale il Cisalpino - "Armi e libertà per tutte le nazioni dell' impero, ognuna entro i suoi confini", quando all'alba alcuni della gioventù, alla quale egli aveva insegnato a tradurre la teoria nella pratica, irruppero nel suo studio dicendo: "Maestro, l' ora é suonata l guidateci e noi cacceremo gli austriaci da Milano ! "
"Voi non avete armi" egli rispose, tremando all'idea della responsabilità che quelli gli addossavano.
"Armi o non armi, con voi o senza voi, noi arrischieremo tutto: i vostri consigli possono decidere della vittoria, ma la vostra opposizione non può impedire la lotta".

Egli gettò le sue prove di stampa nel cestino e in un lampo la sua prudenza esitante si trasformò in un'audace risoluzione. Scelto con tre altri cittadini, Terzaghi, Clerici e Cernuschi, a comporre un Consiglio di Guerra, dal primo momento fino all' ultimo egli fu riconosciuto dal popolo quale suo vero e unico capitano, e dalla stessa gioventù elegante, la quale in guanti gialli e in vesti all'ultima moda parigina usciva dai balli e dai saloni per salire sulle barricate.

Radetzky che il giorno 18 disprezzava quei "damerini" altrettanto li malediceva il giorno 22 per la loro profonda "dissimulazione"! E aveva ben ragione di stupirsene. La città per nulla inerme, con sedicimila austriaci dentro le mura, agguerriti e forniti di tutto quanto in quei giorni rendeva formidabile un esercito; e per gli insorti nessuna comunicazione col di fuori, nessuna certezza di soccorso dal Piemonte. Ma Cattaneo si pose all'opera imperterrito scrisse il breve proclama ai popoli, ai principi, e al bellicoso Piemonte perché essi aiutassero Milano.
E questi foglietti, subito trascritti e stampati, furono trasmessi con palloni volanti, i quali servirono egregiamente. Egli conosceva tutti i lati deboli del nemico e tutte le ragioni d'incertezza, e spedì ordini precisi e concisi con rapidità elettrica; combinò le barricate, pose all'opera donne e bambini sui tetti delle case, e nel frattempo cercava di calmare il timore panico dell'aristocrazia e delle autorità municipali.

Bolza, agente di polizia, zelante, ardito, cui il Torresani, che ne era il Direttore, dava gli incarichi più difficili, al più maledetto dei mortali agli occhi dei milanesi, di alcuni dei quali egli aveva assassinato, torturato, imprigionato, esiliato i figli e i padri; colui che aveva spedito allo Spielberg Confalonieri, Pallavicino ed altri ottimi patrioti, cadde nelle mani del popolo, che andò a Cattaneo per decidere il da farsi. E questi: "se voi l'uccidete, operate secondo giustizia; se voi non l'uccidete, fate opera santa". E Bolza fu salvo.

 

Gli austriaci furono assaliti con tale impeto che al terzo giorno si videro costretti ad abbandonare le loro posizioni nella città (qui sopra l'uscita a Porta Tosa, in un quadro di C. Bossoli) e Radetzki offrì un armistizio di quindici giorni che Casati (il podestà, dal proprio figlio trovato nascosto in un solaio) si mostrava assai propenso ad accettare.
"Giammai, rispose Cattaneo - Quand'anche noi approvassimo tale viltà, voi non potreste strappare il nostro popolo dalle barricate".
"Voi lo potreste, se lo voleste, rispose Casati".
"Non lo voglio: - Per tre giorni la nostra campana ha eccheggiato fra i villaggi e le vicine città. Se noi accettassimo un armistizio noi rimarremmo inerti spettatori dell'eccidio che gli austriaci farebbero dei nostri amici i quali si affrettano a soccorrerci
"


II 21 Radetzky offrì un secondo armistizio rifiutato da Cattaneo.
Gli fu fatto osservare dal conte Durini che l'armistizio riuscirebbe ad esclusivo favore degli insorti, accordando loro tempo di approvvigionare la città, la quale, a detta del conte Borromeo, conteneva soltanto vettovaglie e munizioni per 24 ore e tempo altresì agli alleati di fuori di venire in loro aiuto.

"Il nemico - replicò Cattaneo - ci ha fornito fin qui di vitto e di munizioni, abbiamo viveri per 24 ore; 24 ore di cibo e 24 di digiuno basteranno. All'ultimo, quand'anche i viveri dovessero mancarci, meglio morir di fame che di forca".


Tutti gli insorti nelle barricate fecero eco a questa virile risposta.
Agli inviati di Radetzky, Casati rispose: "Signori, vogliate significare a S. Eccellenza da un lato che le autorità municipali sono pronte ad accettare l'armistizio, e dall'altro la risoluzione dei combattenti di morire al loro proprio posto".
A coloro che proposero di bendare i messi, Cattaneo soggiunse: "Non vi è cosa alcuna da celare" E uno di essi colpito dallo strano contrasto fra la morale risolutezza e la forza materiale, nell'andarsene si volse esclamando: "Addio, brava e valorosa gente!".

II 22, l'ultimo dei Cinque Giorni, il nemico si batté per sei ore ai bastioni di Porta Tosa. La sera i cittadini forzarono le porte e aprirono la comunicazione con gli amici, mentre Radetzky cominciava la sua precipitosa fuga verso le fortezze. Se i consigli di Cattaneo fossero stati eseguiti, quelle fortezze egli non le avrebbe mai più riviste.

Nel frattempo arrivava un messo di Carlo Alberto promettendo l' assistenza del Piemonte se la città si fosse data al re sabaudo (la "Repubblica" lui l'aborriva e la temeva una volta giunto a Milano)
"Signor Conte Enrico Martini - gli disse Cattaneo - la città é dei combattenti che l'hanno conquistata; non possiamo richiamarli dalle barricate per deliberare. Noi suoniamo giorno e notte le campane per chiamare aiuto. Se il Piemonte accorre generosamente, avrà la gratitudine dei generosi d'ogni opinione. La parola; gratitudine é la sola che possa far tacere la parola repubblica".


Durante la lotta, Radetzki così scrisse a Fiquelmont: "Delle nostre perdite non posso formarmi un'idea, non ho avuto tempo di informarmene con qualche precisione; in Milano sono smosse perfino tutte le fondamenta, non centinaia ma migliaia di barricata attraversano le strade e il nemico dimostra, nell'esecuzione dei suoi disegni, tale circospezione e audacia che é certo che i suoi capi sono militari stranieri, il carattere del popolo é assolutamente cambiato, ogni classe, ogni età, ogni sesso è divenuto fanatico".

I creduti capi militari ... stranieri erano Cattaneo, Terzaghi, Clerici, Cernuschi, dei quali neppure uno era stato mai soldato; per mezzo di palloni areostatici essi sparsero proclami e domande di aiuto alle città e ai villaggi vicini, e in risposta accorsero dal contado uomini armati di forche, di vanghe e di picche.

La notizia della vittoria di Milano agiva come scossa elettrica in tutta l'Italia.
"A Milano, a Milano in aiuto dei fratelli!" fu il grido universale. Duemila guardie civiche da Bologna, mille e trecento da Livorno, guardie civiche e studenti da Pisa, da Genova, guardie civiche e volontari da Firenze; a Roma, bruciato lo stemma dell'Austria, all'ambasciata, e sostituitavi la leggenda "Palazzo della Dieta Italiana" partirono benedetti dal papa 10.000 romani. Settemila toscani giunsero al Po, mentre Napoli mandò una "deputazione di baionette", per annunciare che il popolo aveva costretto il re a permettere l' arruolamento, e che presto sarebbe giunto nel nord un forte corpo d'esercito capitanato dal generale Pepe
(Questi fatti e date sono ricavati dalla corrispondenza fra il governo inglese o i suoi ambasciatori e consoli in Italia. Blue Books, 1848).

Genova sopra tutte fremeva; ogni genovese, abile alle armi, si offriva. Spinola, sovrintendente della regia università, pubblicò il seguente proclama:
"Il Sovrintendente della regia Università rende noto che tutti quegli studenti i quali, o per far parte della Guardia civica , o per essersi per altri motivi assentati dalla città, non possono in questo momento continuare i loro corsi, non cesseranno perciò d'essere ammessi agli esami senza che abbiano a soffrire la perdita dell'anno.
Fin da oggi comincia un tempo di vacanza: si pubblicherà in seguito l'avviso del giorno in cui i corsi saranno riaperti.
Studenti dell'Università, la Patria ha gli occhi volti sopra di voi; sia che dobbiate difenderla colle armi, sia che dobbiate prepararvi a servirla coll'ingegno, non vi sfugga che l'ordine e la libertà sono inseparabili.
"Genova, 23 marzo 1848. - T. SPINOLA. "

Il fremito della mal domata (e temuta) idea repubblicana serviva come scusa alle indecisioni del "re tentenna". Fino allo sponde del Ticino, non si era deciso di inalberare il tricolore, tant'é vero che l'articolo 77 dello Statuto dichiara che lo Stato conserva la sua bandiera, e la coccarda azzurra è la sola nazionale; ma il re, fatto il giro dei suoi Stati, si era reso conto di ciò che gli aveva detto e scritto il gran genovese (Mazzini) nel 1832: "Con voi, senza di voi, o contro di voi".

Nel suo successivo comunicato indubbiamente cambiò idea

E quando uscì da Genova stessa, un giovane ardito di cui parleremo molto in queste pagine, Nino Bixio, afferrando le redini del suo cavallo, gli gridò: «Sire, passate il Ticino e noi siam tutti con voi» ( Brofferio (Storia del Piemonte) narra il fatto e soggiunge: "Uno scoppio di applausi, lungamente ripetuti, tenne dietro a quelle parole. Il re impallidì e tacque".)

Dice bene il Brofferio: "La repubblicana Liguria si faceva monarchica per avere in Carlo Alberto un italiano stendardo".
E i genovesi senza aspettare il permesso partivano per la frontiera, e Raffaele Rubattino forniva i mezzi necessari; eppure ancora il ministro Balbo minacciava di arresto chi osasse passare il confine senza aspettare gli ordini o i permessi reali.
Alla fine il re, ricevuta la deputazione dei milanesi... (che invocavano il "vicino bellissimo Piemonte" - petizione firmata perfino dal Manzoni! l'uomo della "rassegnazione")...

i quali uscendo dall'udienza dissero ai torinesi: "Noi abbiamo fatto una grande rivoluzione e voi farete una grande guerra" Carlo si mostrò al popolo affollato sotto la loggia reale per salutarlo liberatore d'Italia e campione della nazionale indipendenza, sventolando la bandiera tricolore; e il giorno 24 sulle mura della capitale si leggeva il seguente proclama:


Tre giorni dopo la cacciata degli austriaci da Milano, Carlo Alberto passò il Ticino. Sedici giorni dopo quel fausto avvenimento, avvenne il primo combattimento fra i piemontesi e gli austriaci.

Ma la fama di "re tentenna" era purtroppo sempre viva, e tale rimase...

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Nelle famose e gloriose "Cinque giornate" di Milano le vittime furono numerose.
Ci limitiamo qui a elencare alcuni nomi per quanto è stato possibile registrarli.


Arosio Giuseppe. - Anfossi Augusto. - Anovazzi Felice. - Alberti Giuseppe. - Benzi Bernardo. - Bertoglio Giosué. - Bertolio Giuseppe. - Beretta Alessandro. - Bai Maria. - Bernasconi. - Beltrami Giovanni. - Bianchi Angelo. - Bosisio Domenico. - Bertolio Giacomo. - Bontempelli Gaetano. - Barzanò Tomaso. - Boselli Antonio. - Biancardi Alessandro. - Bernasconi Innocente. - Battioli Giuseppe. - Brunetti Roberto. - Broggi Giuseppe. - Bonella Felice. - Bona Angelo. - Besesti Giuseppe. - Broggi Giùseppe. - Bellotti Giuseppa. - Bortolotti Luigi. - Bombaglio Carlo. - Bari Francesco. - Barioli Rosa. - Borella Giuseppe. - Bardelli Desolina. - Bussolari Geminiano. - Bontempelli Giovanni Battista. - Bandirali Giuseppe. - Bernacco Gennaro. - Besozzi Francesco. - Brenzia. - Cazzamini Andrea. - Confalonieri Giuseppe. - Castelli Ferdinando. - Comolli Francesco. - Calini Amanzio. - Cardani Giuseppe. - Comi. - Cantaluppi Maria. - Casati Michele. - Chianbranni Giuseppe. - Crespi Antonio. - Carmi Giuseppe. - Chiapponi Luigi. - Capella. - Campati. - Colombo Clelia. - Casati Apollonia. - Calderara Gabriele. - Caccia Giacomo. - Consonni Giovanni. - Candiani Maria. - Colombo Paolo. - Castelli Angelo. - Chianbranni Rosa. - Confalonieri Carlo. - Carati Paolo. - Cattaneo Camilla. - Corbella Francesco. - Cagnoni Francesco. - Castiglioni Dionigi. - Canevari Luigi. - Carones Carlo. - Crenua Andrea. - DeMartini Benedetto. - De Ceppi Carlo. - De Giovanni Giuseppe. - Dubini Cesare. - Delmati Gaetano. - Misdaris Celestino. - Mari Giuseppe. - Motta Angelo. - Migliavacca Francesco. - Mauri Gio. Batt. Magnoni Cesare. - Nardi Luigi. - Nicolini Camillo. - Orrigoni Angelo. - Ottolini Cesare. - Orlandi Defendente. - Orto Marietta. - Porro Luigi. - Pecoroni Antonia. - Pasqué Pasquale. - Pomé Antonio. - Poretti Giovanni Antonio. - Paganetti Girolamo. - Parigini Rosa. - Polletti Carlo. Prada Maurizio. - Porcili Rocco Giacomo. - Pariani Marianna. - Pozzi Giovanni. - Picozzi Alessandro. - Pedotti Giuseppe. - Pilati Girolamo. - Fossati Giuseppe. - Fasanotti Giuseppe. - Ferrario Leopoldo. - Fossati Giuseppe. - Felicetti. - Filghera Giuseppe. - Filippini Giuseppe. - Francisco Camillo. - Frontini Angelo. - Fossati Carolina. - Ferrari Leonardo. - Franzetti Giuseppe. - Folcia Mauro. - Galleani Giovanni. - Gaj Giuseppe. - Gianotti Francesco. - Galli. - Grandi Francesco. - Galimberti Felice. - Gilardi Giuseppe. - Grugni Teresa. - Gatti Francesco. - Galloni Teresa. - Gaj Camillo. - Gai Gaetano. - Kling Giovanni. - Larghesi Apollonia. - Lazzarini Antonio. - Lambruschini Filippo. - Lomazzi Luigi. - Locatelli Stefano. - Locatelli Luigia. - Locarna Gio. Batt. - Longoni Pietro. - Lattuada Carlo. - Marchesi Camillo. - Mognoni. - Mascagni. - Moltini Amadeo. - Magnini Giuseppe. - Monti Luigi. - Mercantini Domenico. - Martignoni Francesco. - Mazzi Giuseppe. - Minetti Gaetano. - Motti Maria. - Manfredi Angelo. - Mazzola Andrea. - Mussatti Angelo. - Migliavacca Isidoro. - Moll Maria. - Martignoni Pasquale. - Muselli Giuseppe. - Magni Giovanni. - Miglio Enrico. - Monti Claudio. - Moraia Paolo. - Magni Carlo. - Malnati Domenico. - Perelli Giacomo. - Perinolli Pietro. - Pajarino Giovanni. - Piccaluga Pietro. - Perotti Gio. Antonio. - Picozzi Giuseppe. - Pirazzi Giuseppe. - Perotti Angelo. - Rovelli Giuseppe - Rovida Pietro. - Radice Natale. - Rainoldi Gaetauo. - Romanino. - Rocco Giacomo. - Ricotti Antonio. - Ronzoni Diaria. - Ronzoni Giovanni. - Rigamonti Annibale. - Ronzoni Giuseppe. - Ratti Apollonia. - Rigo. - Robolini Ferdinando. - Roncalli Francesco. - Rainoldi Pietro. - Scrimolli Pietro. - Stelzi Luigi. - Segale Carlo. - Saronico Gilardo. - Sala Caterina. - Sanvitori Giuseppe. - Scotti Maria. - Sacchi Antonio. - Saldarini. - Silvestri Luigi ' Tavazani. - Tornaghi Enea. - Tarditi Filippo. -- Tamborini Luigi. - Tenca Giovanni Battista. - Trivaldi Carlo. - Tazzini Giovanni. - Velati Pietro. - Vismara Felice. - Viga Agnese. - Verga Francesco. - Volouteri Giovanni. - Valeatini Alessandro. - Valtolina Gio. Batt. - Villa Giacomo. - Venegoni Giuditta. -- Vanotti Francesco. - Viganò Eugenio. - Ussnan Caterina. - Zavatteri. - Zopis Diaria. - Zanaboni Ettore. - Zabadini Giulio.
PIU'
N. 47 maschi ignoti notificati dall'Ospitale Maggiore.
N. 5 femmine ignote notificate dall'Ospitale Maggiore
N. 19 maschi ignoti notificati dall'Ufficio Sanitario.
N. 3 bruciati ignoti trovati all'ufficio del Dazio di P. Comasina.
N. 2 maschi, ignoti ritrovati in un giardino presso l'Ospedale di Sant'Ambrogio.

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